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Già a metà giugno 1943, a Torre
Pellice, in casa Rollier, famiglia antifascista, prendeva forma un
coordinamento con uomini politici di Torino, Firenze e Milano.
Giorgio Agosti, che poi sarebbe stato l’intrepido e
intelligente capo di Giustizia e Libertà per il Piemonte, i
fratelli Sandro e Carlo Galante Garrone, i fratelli Mussa Ivaldi
Vercelli, Airaldo Banfi, Spini, Coisson, Roberto e Gustavo Malan e
altri trovarono a casa Rollier, con tutta la famiglia,
l’ambiente giusto per l’organizzazione di una Resistenza
possibile, anche armata.
il acconto di Paolo Favout:
E così l’8 settembre non giunse
del tutto inatteso. Ecco la diversità con altre zone del
Pinerolese.
Non avevo obblighi militari, essendo in congedo assoluto per una
ferita riportata nei Balcani; ma le cose viste e patite,
l’avversione per un regime illiberale, mi spinsero verso impegni
politici più chiari.
L’avversione per generali e gerarchi responsabili
di un asservimento insopportabile trovò in amici, reduci anche
loro da prove negative, un’analoga volontà di discutere sui
fatti quotidiani, di coltivare un comune sentire.
Per curiosità, già al 25 luglio, in piazza si
commentava il significato di una certa lapide che era stata
martellata. I carabinieri ci portarono in caserma. Non ero io
l’incriminato, ma ci tennero mezz’ora in caserma per spiegarci
cosa fosse "l’amor di Patria". Ho spiegato loro che,
dopo essere stato 40 giorni in una specie di Ospedale a Mostar
(Bosnia), immobilizzato, assieme alla Base di servizio mi
riempirono un sacchetto di gallette e scatolette, mi caricarono su
un barcone che trasportava sabbia fino a Melcovich (40 chilometri)
e poi fino a Spalato, affidato a manovali, sempre su rudimentale
barella, come un peso morto, caricato e scaricato, finalmente
infilato su un battello civile fino a Zara o Fiume, derubato di
tutto quel poco. Da Fiume a Baveno, dopo 5 mesi spedito a casa:
per fortuna, con le grucce muovevo i primi passi. Pensione di
guerra: lire trentacinquemila.
‘L’amor di Patria’ passa anche
in quei discorsi tra amici, durante l’estate del ’43. Con il
professor Lo Bue ci si incontrava alla sera, sovente nella sua
cameretta, a commentare libri e pubblicazioni, che parlavano di
giustizia, di libertà, di democrazia, di poeti e di uomini
liberi.
La caduta di Mussolini prima e la
fuga del Re poi, lasciarono in Italia un vuoto di potere pauroso.
Il centro Sud agli Alleati, il centro Nord ai Tedeschi, le forze
politiche costrette in galera o in esilio, prestanomi cercarono un
nuovo assetto politico con Badoglio. Ma il definitivo crollo
dell’esercito, con sei o settecentomila soldati fuori dai
confini consegnati ai Tedeschi, altri in patria senza ordini, lo
sbando e l’abbandono delle armi, armi che poi servirono un po’
ad armare le prime bande.
Già la sera del 9 eravamo saliti a
Villanova, dove un forte presidio di Guardie alla Frontiera doveva
difendere i confini con la Francia. Invitammo la guarnigione a
difendersi dagli attacchi "provenienti da ogni parte"
(leggi Tedeschi), come proclama ultimo dell’armistizio. Ci
misero al muro per "sobillazione". Per fortuna un
precario telefono da campo portò la conferma dello sbando.
Scesi a Bobbio appena in tempo per
vedere giungere un carro armato, un’auto blindata preceduta dal
solito moto-sidecar. Il Colonnello italiano consegnò, sulla
piazza, sull’attenti, la propria pistola, il magazziniere le
chiavi dei depositi… Con un migliaio di soldati straniti, si era
chiusa la guerra dei regolari in Val Pellice. Si apriva la guerra
dei ‘ribelli’. Lo sbando generale era in linea con lo sbando
delle altre piazze.
Ritornati a Torre, ci avvisarono che
tutti, da casa Rollier, erano scesi alla caserma degli Airali, per
cercare di impedire alla folla il saccheggio di ogni cosa: viveri,
vestiario, armi, casse di pistole, cavalli… Spettacolo da
brivido.
Grazie ancora a quei cittadini che in un’ora grave conservarono
la dignità di uomini e impedirono soprusi e vendette.
Bisogna ricordare che a inizio
ottobre vennero in contatto e rimasero alcuni giorni con noi sei o
sette ufficiali superiori, maggiori o colonnelli: Di Nanni, per
esempio, rimase fino alla fine; il Colonnello Ciochino fu per
breve tempo responsabile con Roberto Malan per la Val Pellice; il
Colonnello Trezzi, il Colonnello Quaranta, esempio per tutti, ed
altri che per l’età ed educazione non sempre si sentivano
"ribelli" e reputavano velleitarie certe esuberanze
giovanili. Non sempre avevano torto. Il Generale Vercellino e il
Generale Operti erano arrivati in Valle dopo lo sbando della IV^
Armata: cercarono per molti giorni l’accordo con le nuove forze
politiche a Torino. Si trattava di mettere in piedi una forza
armata efficiente, tanto di inquadramento e disciplina, una sia
pur modesta paga giornaliera… Non se ne fece nulla, anche perché
i soldi non c’erano.
Intanto si proseguiva, fra tante
incertezze, su quella strada ormai irreversibile. La guerra
procedeva con lentezza. Le speranze di sbarchi alleati in Italia
si affievolivano. La resa germanica non era dietro l’angolo.
All’interno le forze politiche si organizzavano e prendevano
coscienza della propria forza.
I comunisti, fortemente organizzati,
provenivano da decenni di clandestinità e di catechesi politica:
esponenti e predicatori, propagandisti validi e impegnati. Altre
forze socialiste e liberali, meno portate a dogmi o a verità
assolute, trovavano meno entusiasmo fra le masse operaie, ma
grazie ai Comitati di Liberazione Nazionale paritetici diedero un
grande contributo alla Resistenza.
Con l’irrigidirsi della repressione
tedesca, la caccia all’ebreo… sbandati, proscritti cercano
rifugio in altre zone. Si passa l’inverno come si può, ma con
l’anno nuovo aumentano le "bande" dei ribelli, il
numero sale e gli occupanti sono costretti a prendere atto che
ormai questa è una questione militare.
Ma anche per i partigiani aumentano i
problemi. Bisogna provvedere a nutrire e vestire un crescente
numero di giovani. Sovente impreparati alla dura, durissima vita
del braccato. La poca economia valligiana non può agevolmente
mantenere nuove reclute dopo il carico dei primi sfollati dalla
città. Si cerca e si crea l’Intendenza in pianura. Pianura, per
fortuna, ampia e generosa. Ci vogliono uomini di grande capacità
e coraggio.
Quanti sono caduti per rifornire non
soltanto i partigiani, ma anche la popolazione, di viveri, di
carne, di grassi, di vestiti, perfino di legna per scaldare,
persino di sale, quando i nazisti promettevano, con i loro
manifesti, di dare 2 kg. di sale a chi denunciava un partigiano e
fino a 5 chilogrammi, se il partigiano denunciato fosse stato
armato!
Non si potevano respingere coloro che cercavano l’alternativa
all’arruolamento nelle "Brigate Nere" o nelle S.S. Non
si potevano respingere, anche se provocavano problemi. Sarebbe
stato meglio se, per ipotesi, fossero arrivati 20 specialisti che
avrebbero potuto arrecare maggiori danni all’occupante,
piuttosto che 100 ragazzi, necessariamente meno addestrati. Ma
l’entusiasmo doveva trovare solidarietà. Era tutto un popolo
che doveva partecipare alla sua libertà.
Si è sempre cercato di tenere le
cosiddette "basi" defilate da paesi o borgate, a costo
di disagi, di marce defaticanti, per non esporre i valligiani a
rappresaglie, per non esporli perfino a dover mentire alle brutali
richieste dei "rastrellatori" circa la presenza di
"Banditen". La Resistenza non voleva essere causa di
distruzioni e di infamie. Purtroppo sono state già troppe!
Le "basi" erano ovunque vi
fosse una famiglia amica. Vi sono state storie vere e generose
quotidiane. Non sono sempre state narrate. Si è preferita
l’agiografia. L’esaltazione-retorica, un po’
"partigiana". In Val Pellice, le "basi" non
erano caserme, ma aree di territorio dove si trovava recapito per
scambi di materiale, coordinamento per le azioni. Erano basi di
riferimento ed i responsabili del territorio provvedevano alla
sicurezza, vigilavano su movimenti di estranei e segnalavano
eventuali pericoli. Dai confini con la Francia a Villar Pellice,
la zona di Torre, la Val d’Angrogna, la Sea di Torre, Luserna
San Giovanni, Rorà, Bricherasio… I veri campi armati erano più
defilati.
Le giunte clandestine di governo
furono la forza determinante per la guerra di Liberazione.
Costituite in molti comuni da uomini coraggiosi e di grandi
capacità organizzative che, rischiando la vita, fornivano ai
podestà, ormai figure di facciata, le disposizioni dei Comitati
Centrali, fatte proprie dai Comandi del Corpo Volontari della
Libertà.
Sono state le Giunte Clandestine un raccordo efficace con le
popolazioni. Segnalavano e dosavano localmente il peso delle
requisizioni, lo scarico delle stesse presso gli Uffici
Prefettizi, le piccole o grandi inadempienze, i piccoli o grandi
reati. Fra tante difficoltà, nel rischio di delazioni, di
denunce, ecco lo spirito nuovo, cittadino responsabile, che tutti
noi avremmo voluto per sempre.
Il grande rastrellamento, che
interessò la Val Pellice nell’agosto del ’44 e coinvolse
tutte le zone al Nord est di Torino, cambiò volto alla
Resistenza. Le cifre dei Comandi nazifascisti parlavano di
migliaia di "banditi" uccisi, migliaia di prigionieri,
ricchi depositi distrutti. Niente di tutto ciò. Si sono avute
perdite dolorose, sbandamenti temporanei, anche oltre confine,
case di montagna incendiate.
Però si capì che non era più
possibile affrontare in montagna un secondo inverno, dopo che le
speranze dello sbarco al Sud della Francia non implicavano un
attacco all’Italia. Il proclama di Kesserling non aveva fatto
grande impressione. Anche i generali alleati erano condizionati
dalle esigenze politiche. L’Inghilterra doveva fare i suoi
giochi nei Balcani, l’America se ne fregava un po’ e non
voleva sacrificare inutilmente i suoi uomini, però li mandò al
massacro in Normandia, la Russia, per i suoi progetti politici,
non voleva aiutare chi non era dalla sua parte.
Qui in Valle, ed in Germanasca, le
squadre, i distaccamenti vennero ridimensionati e si formò una
nuova formazione che si trasferì verso il Monferrato, oltre la
pianura torinese. Il Gruppo Mobile Operativo, al comando di
Riccardo Vanzetti "Renato", elemento di valore, legato
ai servizi speciali, poliglotta, ingegnere. Era lui il
coordinatore capo missione dei lanci. Con l’interessamento e
l’autorità di "Renato" abbiamo avuto una quantità di
lanci, dati anche in parte ai Garibaldini di "Barbato".
Nel frattempo, Prearo, comandante
della Brigata Val Pellice, era stato destinato a Torino con
incarico di collegamento e "Renato" tenne il comando
della Brigata e quello del Gruppo Mobile Operativo (G.M.O.),
formato da squadre della Val Pellice e da giovani dell’Astigiano.
Durante l’inverno ’44-’45, questa formazione divenne il
richiamo della zona attorno a Torino e nella primavera ’45
protagonista di eccezionali azioni di guerra.
. Con il trasferimento a Torino di
Prearo e la nuova formazione del G.M.O., fui trasferito dalla
Brigata Germanasca alla Val Pellice, che, assommando le due
formazioni, generò la Quinta Divisione Giustizia e Libertà
(ottobre 1944), che comprendeva anche la Brigata "Lino
Dagotto", Intendenza e Polizia e poi la Brigata "Dino
Buffa" nella Bassa Valle e pianura pinerolese.
Due facce dello stesso caso. Martina,
quando si è trovato con oltre 200 uomini, è stato travolto dalle
responsabilità, perché lui era 24 ore al giorno in mezzo ai suoi
"partìgia". Si è ritirato e basta. Mi rincresce perché
Martina era bravo e coraggioso, un amico. E’ indispensabile
leggere il libro di Prearo "Terra ribelle"
Con l’inverno ’44-’45, ci si
preoccupò maggiormente dell’ordine pubblico. La Polizia della
Divisione aveva la giurisdizione sul territorio della Val Pellice,
Bassa Val Chisone, Germanasca, la pianura fino a Piobesi. Questa
polizia era formata in parte da carabinieri, ora partigiani, da
elementi anche delle giunte clandestine, da ufficiali e
sottufficiali del passato esercito. I tribunali, chiamati a
risolvere anche rapporti fra diverse formazioni, anche
all’interno della Divisione, erano formati da Comandanti e dai
Commissari di Guerra di ogni Brigata, dai rappresentanti dei
gruppi interessati, a volte anche dai rappresentanti delle giunte,
avvocati o sindaci, che militavano nelle formazioni della
Resistenza, clandestinamente, e magari esercitavano presso i
Tribunali, in quel momento ancora legittimi.
Con la primavera, l’avanzata
alleata riprese e la guerriglia ormai dilagava. Crebbero le forze
e si ritornò ai numeri dell’estate ’44. Ogni giorno portava
situazioni nuove, cresceva l’ansia di fare presto. I convogli
nazi-fascisti, colpiti da squadre ormai motorizzate, dovevano
evitare zone: achtung, Banditen! Terrorizzavano le
valli, ma ora anche i cittadini sentivano il profumo della fine
della tragedia.
Alla nostra formazione era stata
assegnata la zona per l’insurrezione finale. Da ricordare che da
mesi, nella città di Torino, operava un gruppo di studenti che
tenevano aggiornati i movimenti militari di questa zona, fortini,
difese anticarro, forze presenti, orari, armi… Dunque la zona
che era stata assegnata andava dal confine con la Francia a Torino
città, fino alla Stazione di Porta Nuova lato Corso Stupinigi,
Corso Vittorio Emanuele, Corso Castelfidardo, lato Carceri Nuove,
Crocetta, Airasca, Pinerolo, la sponda sud del Pellice alla
confluenza con il Po.
In Alta Valle, si presidiava la
frontiera per evitare amichevoli, ma spiacevoli malintesi con i
‘Maquis’ francesi: allora la Francia reclamava, ed ottenne,
rettifiche del confine. In Bassa Valle, si contrastavano le
rimaste forze nemiche in fuga; si dovevano sostenere le nuove
autorità che si sarebbero insediate. Si garantiva l’ordine
pubblico, si doveva provvedere per i viveri, la rivoluzione doveva
portare pace e serenità. Il grosso della formazione, con reparti
della Val Pellice, della Germanasca, della "Dino Buffa"
e dell’Intendenza, doveva partecipare alla Liberazione di
Torino: 200 uomini con automezzi e viveri. L’insurrezione è
stata un po’ affrettata, perché talmente abituati ai rinvii…
Eravamo in fase di ristrutturazione, ma avevamo un buon numero di
automezzi che ci consentì ugualmente buoni risultati.
Come un fatto lungamente atteso si
traduce in improvvisa realtà, la guerra ebbe fine. La pace si
impose su un mondo di macerie, come piena di fiume dopo la
tempesta. La smobilitazione affrettata creò problemi enormi.
Gli alleati temevano un esercito ormai agguerrito ed armato, non
composto da professionisti militari, ma da volontari, ora non
chiaramente scheirati.
In pochi giorni migliaia di giovani
disoccupati, di reduci dai campi di prigionia, di appartenenti ai
reparti
ex-fascisti… Le fabbriche a pezzi, le strade e ferrovie
sconvolte, i trasporti precari. Ecco, i trasporti… I partigiani,
ex-partigiani della V, con parte del materiale rimasto efficiente,
crearono una Cooperativa Trasporti, "La Pinerolese",
impegnata a dare un minimo di sussistenza a quanti non avevano
lavoro. Installarono automezzi e magazzini nella ex caserma,
vicino alla caserma degli Alpini a Pinerolo.
In seguito, con l’appoggio del
Governatore alleato, il Cap. Poyer, si organizzò un lavoro
importante.
Tra l’altro un servizio di distribuzione di ogni genere per i 35
comuni dell’alto e basso Pinerolese; trasporti per ogni parte
d’Italia; istituzione di una mensa che distribuiva due pasti al
giorno, non solo ai dipendenti dell’azienda, una sessantina e più,
ma anche a quanti disoccupati non avevano ancora trovato lavoro
nel circondario. Durò oltre un anno questa Cooperativa che voleva
solo essere un temporaneo aiuto a quanti cercavano una definitiva
sistemazione. Ero il Presidente di questa Cooperativa Trasporti
"La Pinerolese", il cui Consiglio di Amministrazione era
formato dai comandanti di 4 Brigate: Balmas Federico, Bruno
Vaglio, Giulio Giordano, Guido Beux, Cotta-Morandini Giuseppe,
Luigi Demaria. Prima di chiudere l’attività si era provveduto a
fornire ad un centinaio di giovani, gratuitamente, la patente di
guida per automezzi pesanti.
Si fornirono i primi materiali per la
costruzione del ‘Rifugio Jervis’ al Pra, quale monumento al
sacrificio dei 200 caduti. Si chiuse il periodo ardente della
Resistenza.
Paolo Favout
(Estratto da: http://utenti.quipo.it/ginobia/partig/q6/txintfav.htm
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