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Nelle
prime ore del 29 maggio è morto Bruno Redoglia, Orso. Gli
siamo stati vicini in modo discontinuo in questi 40 anni. Figlio di un operaio Fiat astigiano e di una operaia veneta, nasce il 27 novembre 1935. Sperimenta da ragazzo gli anni di guerra. Frequenta come perito elettronico l'Avogadro. Dopo il servizio militare lavora in piccole fabbriche, poi alla Lancia e all'Indesit di Orbassano e di None. Dopo alcune simpatie anarchiche si iscrive al PCI e resterà un militante critico fino a metà degli anni Sessanta, poi esce dal PCI. Dall'esperienza stalinista gli resterà una durezza nei rapporti e nelle discussioni e il rifiuto della politica come 'chiesa' - ad esempio i 'testimoni di Genova' di Lotta Comunista. Tutto questo però con una attenzione : 'la vita umana è sacra'- scriverà in un volantino sul rapimento di Moro e l'uccisione da parte delle BR dei 5 uomini della scorta. A me dirà : 'non mettere mai con le spalle al muro una persona,lasciale una via d'uscita'. Ancora giovane, allena sul greto della Dora una piccola squadra di football dell'Arci. Operaio specializzato, continua a studiare da autodidatta matematica, economia e politica. Suo cavallo di battaglia è la critica della tecnologia capitalista, che riesce a padroneggiare a fondo e in modo autonomo. A None organizza il Circolo Operaio, attivo all'Indesit e nel territorio. Il circolo pubblica e vende un ciclostilato settimanale, 'la voce del padrone' e interviene in modo politico all'Indesit. Verso la fine degli anni Settanta il circolo si scioglie. Escono alcune pubblicazioni sotto la sigla "l'asinistra". E' uno di quelli che danno vita a Radio Singer, la prima radio libera a trasmettere da una fabbrica, e realizzano numerosi murales sulle pareti dello stabilimento. (Singer) Frequenta il Coordinamento di Borgo S. Paolo a Torino, dove cerca di limitare la diaspora di compagni verso la lotta armata. Dopo l'80 e la CIG va in mobilità ed infine in pensione. Riduce i suoi impegni, dedicandosi al bricolage elettronico e al restauro di materiali comprati con poche lire al Balun di Torino il sabato. Con la bicicletta va ai cortei e alle manifestazioni, legge e discute con pochi amici. Coerente e sobrio nella vita quotidiana, critica il consumismo. La sua salute si aggrava e negli ultimi anni ha molti problemi. Muore il 29 maggio 2008. Lascia la compagna Mirella. Le sue ceneri sono al cimitero monumentale. Una trentina di amici l'hanno ricordato il 7 giugno al Circolo arci Stranamore (piero baral)
Impariamo
dall’inizio degli anni
Settanta all’Indesit- al
circolo operaio di None (TO), a
leggere e commentare la fabbrica e la realtà più vasta alla luce dei
testi originali dello ‘zio Karl’ o di ‘Carletto’ come veniva
soprannominato l’autore de Il Manifesto dei comunisti . Orso è uscito
dal PCI nei primi anni Sessanta. Incominciamo ad imparare regole di
comportamento originali nella lotta di fabbrica, nella scrittura dei
giornalini settimanali venduti ai lavoratori, nei confronti dei gruppi
extraparlamentari di allora e del PCI. Si
possono riassumere come segue: -
no all’idea che la classe operaia sia omogenea e pronta magari
all’appello alla rivoluzione da parte del ‘partito’ di turno, no
alla delega ai dirigenti a pensare e parlare a nome degli ‘iscritti’ o
della base elettorale, no alla battaglia per la propria ‘maglietta’
sindacale a spese della possibile unità dei lavoratori, no al ‘tifo’
per la lotta armata e per i Robin Hood che dicono che è arrivato il
momento della rivoluzione e iniziano a sparare sempre più in alto a nome
della classe operaia; no alla
divisione tra chi studia e chi lavora, necessità di convincere i
lavoratori a unire alla disponibilità alla lotta l’impegno a farsi una
cultura. Impariamo che chi vuole la lotta più dura può rivelarsi un
crumiro, come pure che gridare al
‘contratto bidone’ o al ‘sindacato venduto’ non vuol dire essere
automaticamente disponibili a organizzarsi e
lottare in prima persona; inoltre che non si deve accettare ‘la
nomina a delegato a vita ( i senatori…), ma saper creare ricambi e saper
alimentare il dibattito e la partecipazione senza farsi delegare, e
staccare dalla produzione. Impariamo
che la contraddizione tra borghese e proletario passa all’interno della
classe operaia e di ogni individuo, ma una cosa è dirlo e una cosa è
iniziare la propria rivoluzione personale. Dopo
alcuni anni il circolo si frantuma e poi ci sarà la cassa integrazione
dell’80 e la pensione. Orso riduce le attività, segue sui giornali e
alla radio gli avvenimenti, va in bicicletta alle manifestazioni, discute
con un numero ridotto di compagni. La sua casa è un laboratorio di
elettronica e un magazzino di attrezzature varie comprate
con pochi soldi al Balun il sabato. Orso pratica una vita sobria e
coerente con le sue idee contro il consumismo. Da alcuni anni la sua
salute peggiora fino a portarlo alla morte. Siamo
vicini alla cara Mirella.
Il suo volere Ora che viaggiamo verso tempi sconosciuti di grande crisi, tutti avvertiamo il bisogno di combattere l’insicurezza del domani, il degrado dei diritti, la guerra dei penultimi contro gli ultimi. Ci servono comportamenti concreti e iniziative efficaci a difesa dei lavoratori e delle loro famiglie che si trovano sole davanti al crollo dell’occupazione: Indesit, Streglio, Olimpyas, ma non solo. Tutti scopriamo che ci manca l’abitudine alla solidarietà che avremmo dovuto accumulare con maggiore lungimiranza nei tempi in cui il lavoro sembrava sicuro, lo sviluppo ininterrotto, il futuro protetto. La solidarietà non si improvvisa. E’ come un’assicurazione che non puoi pagare il giorno dell’incidente. E’ come una preghiera, se sei un credente, che non puoi rivolgere al tuo Dio nel giorno della malattia. La solidarietà è un vantaggio moderno e antico che non scende dall’alto, ma sale dal basso, con il tempo e con gli altri. In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”) sorgerà per questo, accanto alla “Fondazione Orso” e a “Liberamente”, una casa aperta alle donne e agli uomini di ogni mestiere, di ogni etnia, di ogni fede religiosa che vorranno contribuire alla diffusione quotidiana del mutuo soccorso, della solidarietà sociale, dell’istruzione popolare, dell’incontro con i migranti, della cooperazione con i popoli oppressi dalla fame e dalla guerra. Lo potranno fare in forma individuale o collettiva, con o senza tessera di partito, ciascuno rielaborando a modo suo, in libertà con gli altri, le tradizioni del pensiero cristiano-sociale, o anarchico, o socialista e comunista, o ambientalista e pacifista. La “Fondazione Orso” istituirà in via Roma 11 a None un fondo di solidarietà per aiutare i lavoratori dell’Indesit e di altre imprese a fronteggiare le spese sanitarie e a promuovere gruppi di acquisto solidale di generi alimentari a favore delle famiglie in maggiori difficoltà. L’Associazione “Liberamente” istituirà in via Roma 11 corsi di Italiano per lavoratori stranieri e corsi di sostegno per tutti i ragazzi che a scuola non vanno bene, ma vogliono cercare un loro recupero in un ambiente sereno e libero da gerarchie. = “Orso” è Bruno Redoglia, un operaio che ha lavorato all’Indesit per oltre vent’anni. Anarchico in gioventù, amava definirsi apprendista comunista. E’ morto il 29 maggio 2008 lasciando tutti i suoi beni ad opere utili per la solidarietà sociale, per l’istruzione, per l’uguaglianza e per l’emancipazione degli oppressi. appuntamento il 25 aprile Col
tempo, dal basso, con gli altri In via Roma 11 sta per sorgere “Un angolo non ottuso”. Sarà una sala aperta alle donne e agli uomini di ogni mestiere, di ogni etnia, di ogni fede religiosa che vorranno contribuire alla diffusione quotidiana del mutuo soccorso, della solidarietà sociale, dell’istruzione popolare, della presenza sindacale, dell’incontro con i migranti, della cooperazione con i popoli oppressi dalla fame e dalla guerra. Lo potranno fare in forma individuale o collettiva, con o senza tessera di partito, ciascuno imparando e rielaborando a modo suo, in libertà con gli altri, le tradizioni del pensiero cristiano-sociale, o anarchico, o socialista e comunista, o ambientalista e pacifista. In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”), la “Fondazione dell’Orso” istituirà un fondo di solidarietà per aiutare i lavoratori dell’Indesit, di Streglio e di altre imprese a fronteggiare le maggiori difficoltà derivanti dalla perdita del posto di lavoro. In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”), l’Associazione “Liberamente” istituirà corsi di Italiano per lavoratori stranieri e corsi di sostegno per tutti i ragazzi che a scuola non vanno bene, ma vogliono cercare un loro recupero in un ambiente sereno e libero da gerarchie. CHI ERA ORSO “Orso” è Bruno Redoglia, un operaio che ha lavorato all’Indesit di None per oltre vent’anni. Anarchico in gioventù, amava definirsi apprendista comunista. E’ morto a 72 anni il 29 maggio 2008 destinando tutti i suoi beni ad opere utili per la solidarietà sociale, per l’istruzione, per l’uguaglianza e per l’emancipazione degli oppressi.
25 aprile 2009 in una giornata senza pioggia un centinaio di persone hanno inaugurato la Fondazione Orso a None tre brani della Lippa Jazz Band audio1 audio2 audio3 12 3
Inaugurazione: audio Mario Dellacqua, Piero Baral, Mirella Vitillo, Alberto Tridente, Gian Piero Clement
foto di gruppo del circolo di None 35 anni dopo Mauro, Maria, Battista, Giovanna, Mario, Piero assenti Luisa Melega, Nello Petrossi, Alfredo Crolle
dieci
Capacità sempre più necessarie nel
mondo del lavoro, nelle associazioni, nella
politica, nella vita quotidiana 1)
Partecipare attivamente alla vita di un gruppo e conoscerne regole
e valori. 2)
Saper ascoltare gli altri. 3)
Saper esprimere in modo appropriato e convincente le proprie idee. 4)
Non interrompere chi sta parlando e parlare uno per volta. Mentre
ha la parola uno, non parlare con altri. 5)
Fare di tutto per realizzare i propri progetti, ma conservare il
rispetto per gli altri e una sana scintilla di dubbio che ci impedisca di
credere di avere sempre ragione e anzi ci faccia temere il giorno in cui
solo le nostre ragioni avessero a prevalere. 6)
Saper lavorare con persone diverse per cultura, provenienza e
appartenenza. 7)
Essere elastici e disponibili a mediazioni o a compromessi senza
essere arrendevoli. 8)
Saper assumere responsabilità e sapersi offrire come punto di
riferimento verso il raggiungimento di uno scopo. 9)
Non delegare ad altri compiti faticosi, ma discutere
democraticamente l’assegnazione delle responsabilità. 10)Coltivare
rapporti pacifici con tutti, ma non tacere il dissenso per amore del
quieto vivere. Le buone amicizie si rinsaldano nella lealtà della parola
che subito può far soffrire, ma alla lunga libera perchè parla chiaro. Se
vuoi parlare e scrivere meglio l’italiano e conoscere altre materie in
un ambiente sereno con insegnanti esperti e amici, puoi venire a
conoscerci in via Roma 11 a None. If
you want to better your italian and to learn other subjects in a quiet
atmosphere with experienced teachers and friends come and meet us in via
Roma 11 a None!
Farò forse fatica nel dire alcune verità private ma non segrete. Andando avanti negli anni, ciascuno di noi deposita negli scantinati forse polverosi della sua memoria o nei nascondigli limpidi della coscienza un lungo elenco di persone verso le quali ci sentiamo debitori: di tempo, di lavoro, di istruzione, di allegria, di fiducia, di amicizia, di complicità, di comprensione, di indipendenza, di autorità, di affetto e addirittura di amore, che è poi il necessario di cui abbiamo bisogno e che non riusciremo mai a sostituire con il superfluo per quanto disperati e fantasiosi siano i nostri tentativi. Quanto più facciamo
consapevolmente questo esercizio di aggiornamento dell’elenco delle
persone a cui dobbiamo qualcosa, tanto più scopriamo che non è vero che
attorno a noi c’è solo corruzione, indifferenza, incompetenza,
uguaglianza nell’avidità, competizione aggressiva, individualismo
possessivo, narcisismo. C’è attorno a noi un mondo di persone che ci
vogliono bene a cui vale la pena e la gioia di voler bene. Noi le dobbiamo
saper apprezzare da vive e non piangerle quando ci lasciano. Tutte queste
persone che quotidianamente ci sfiorano con il loro sorriso e le loro
interrogazioni dimostrano che Calvino aveva ragione nel suo “Barone
rampante”: “le associazioni
rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle
singole persone, e danno la gioia che raramente si ha restando per proprio
conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui
vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita
più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella
per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)”. Orso è una delle tante persone di cui sono debitore: della mia istruzione e dunque del mio attuale mestiere, giacchè non so. Forse non avrei deciso di entrare in fabbrica se non lo avessi conosciuto e non è un mistero che per me la fabbrica è stata una vera università popolare, ma non provinciale, il mio vero corso di addestramento professionale al mestiere dell’insegnante. E poi non è un mistero che con Orso avevo un rapporto di figliolanza politica, devota, talvolta tremebonda e poi via via irta di mia insofferenza. Di ciò, della mia incespicata emancipazione, lui non si rammaricava affatto. Sollecitava la mia autonomia e poi, quando mi avventuravo nella critica di certe sue affermazioni, non mollava di un centimetro e mi guardava con aria di compassionevole disincanto. Parlava sempre e secondo me anche troppo. Eppure, in questo modo, contrastivamente mi ha insegnato a molto ascoltare e a molto osservare, prima di parlare. Avevo l’esempio di mio padre che non ha mai scucito più di qualche storta sillaba su tutta la sua vita di fabbrica e di campagna, di guerra e di prigionia. O perché si autocensurava o perché non riusciva a raccontare.. E mentre mio padre si censurava, Orso era un diluvio di ricordi vivi e palpitanti, di aneddoti e di episodi che inserivano nella grande storia il grigiore della vita quotidiana degli sconosciuti. Li esaltava e li trasformava in protagonisti. Al massimo sentivo dire a mio padre che quelli della Fiom li mandano in via Nizza. Orso invece mi raccontava che aveva scritto su un muro viva Stalin viva l’esercito rosso e poi della sua esperienza nella federazione anarchica e nel partito comunista. Detestavo mio padre per i suoi silenzi. Ero un misto così strano di ingenuità e di prepotenza che mi impediva di comprendere che toccava a me rivolgere a mio padre le domande giuste, toccava a me preparare con il sorriso giusto, con un bicchiere, con una mano attorno al collo il terreno per il dialogo. Ascoltando l’eloquio vulcanico e torrenziale di Orso imparai a stare zitto e a far parlare gli altri. E così mi riconciliai con mio padre un bel giorno o poco per volta, non so, ma ormai era troppo tardi, mio padre se ne andò troppo presto. Ma capii che non sempre quelli che non parlano sono quelli che non hanno niente da dire. E non sempre quelli che alzano la voce hanno da dire cose importanti. La parola che comunica è quella che nasce dall’ascolto, dal rispetto per le esagerazioni e per le intemperanze sorte dalla sofferenza. La parola che comunica è quella che nasce dalla volontà di condividere, comprendere e liberare. Con la venerazione del
figlio riconoscente, saluto qui il padre che mi insegnò a rispettare in
mio padre tutti quelli che sono vittime della parola usata per dominare e
non per rendere uguali. Tutti quelli che non hanno la parola e sono in
lotta per conquistare il diritto di parola. Mario Dellacqua
intervista (pag. 152) a Orso di anni 24 - operaio metalmeccanico
in La Rivolta di Piazza Statuto - Torino, luglio 1962 (editore
Feltrinelli economica) di Dario Lanzardo
Appunti vari autori storia Indesit (2004) pdf- 6 pagine - pensione di Giovanna audio
storie
di storia: Indesit audio indesit in streaming http://www.gravinaoggi.it/la_virtu_dellasino.html
La virtù dell'asinoPolitica e Cultura
Radio Singer, ricordata a Leinì con un documentario (29 febbraio) 27 / 01 / 2010 - Leinì rivolge venerdì 29 gennaio uno sguardo particolare al suo passato. Un passato vicino ma per molti caduto nell’oblio, per altri cancellato, per altri ancora mai conosciuto. Un recupero della memoria collettiva di questo comune alle porte di Torino con la vicenda storica più importante da quasi quarant’anni a questa parte: l’occupazione della Singer.
“Radio Singer fu una grande esperienza di comunicazione. Oltre ai comunicati del Consiglio di fabbrica e al calendario delle lotte, molti furono i dibattiti e le interviste. La radio che aveva costruito Orso, operaio della Indesit, si sentiva in tutto il territorio di Leini fino a Mappano perché installata sul campanile della chiesa. Campanile utilizzato per montare l’antenna grazie al permesso del parroco, don Piero” ci ricorda Guerrino Babbini uno dei protagonisti di quegli avvenimenti, autore del libro autobiografico “Quando”, edito dalle Edizioni n.d.r., nel quale ricorda anche l’esperienza di Radio Singer. (LA RADIO DI RADIO SINGER ERA DI ORSO) http://www.cineteatrobaretti.it/app/pdf/radio-singer.pdf non costruiamo macchine da cucire Nel 1962 la Domowatt, azienda impegnata nella produzione di elettrodomestici che impiega circa 400 dipendenti e produce 1.000 pezzi al giorno, costruisce a Leinì nei dintorni di Torino, uno stabilimento dopo aver rilevato dalla Fiat la linea di montaggio dei frigoriferi attiva al Lingotto. Nel 1964 la multinazionale statunitense Singer decide di entrare nel mercato dell’elettrodomestico bianco, rilevando il pacchetto di maggioranza della Domowatt. Nasce così lo stabilimento Singer di Leini, che sembra una cattedrale in mezzo al deserto, perchè intorno ha solo campagna. A luglio del 1975 la direzione presenta una pesante richiesta di cassa integrazione, chiedendo di collocare da settembre a zero ore 1.788 operai.
Il terrorismo Alle richieste dei “padroni” rispondono le Brigate Rosse. Martedì 21 ottobre 1975, nel tardo pomeriggio, un dirigente della Singer, cade nell’agguato teso da tre brigatisti. Aggressione, gogna, ferimento. Scrive La Stampa: “Costretto con le armi a inginocchiarsi, lo hanno fotografato, poi, con freddezza, gli hanno sparato nelle gambe: due colpi, un proiettile lo ha ferito all’altezza del ginocchio destro. La vittima è Enrico Boffa, 41 anni, abita a Rivoli, sposato con due figli; è direttore del personale dello stabilimento Singer a Leini. Il cartello che i brigatisti gli hanno appeso al collo così recita: “Brigate rosse. Trasformare la lotta contrattuale in scontro di potere per battere il disegno presidenziale e corporativo di Agnelli e Leone e il compromesso storico di Berlinguer”.
La radio libera e gli spettacoli Gli operai in lotta imprigionati tra i padroni e le Brigate Rosse cercano una via di uscita. Portano la società dentro la fabbrica. E il contrario. Alla fine del 1975 accendono una radio libera. Una delle prime in Italia: Radio Torino Singer. “Abbiamo preso un ricetrasmettitore dei B52, comprato a Bologna, e trasmettevamo dal campanile della chiesa, cosa che denota gli alti livelli di coinvolgimento del territorio. E fatemi dire che siamo stati la prima radio! Siamo arrivati due giorni prima di Radio Bra Onde Rosse”. Gli operai aprono un asilo autogestito, iniziano con degli impiegati un doposcuola, tutte esperienze aperte alla città. Organizzano concerti: Guccini, Milva. E spettacoli teatrali: Living Theatre, Dario Fo e Franca Rame. Ma nel frattempo si continua la lotta. Nel febbraio 1977 dopo tre giorni dalla cacciata di Luciano Lama all’università a Roma gli operai della Singer sono i protagonisti, con studenti universitari e medi, della protesta a Torino. L’esperienza della lotta alla Singer è un caso unico di sperimentazione, di tentativi e fallimenti di uscire dalla morsa Padroni-Brigate Rosse. Quella lotta, quasi senza leader, cementa amicizie e rapporti umani che a 30 anni di distanza ancora resistono. “Lotte che ci hanno fatto condividere fame, freddo, gioie e dolori, che mi hanno formato il carattere e che mi sono servite a separare, insegnandomi a conoscere le persone non per quel che dicono, ma per quel che praticano. Perché è solo passando con le persone momenti di amarezza, che riesci ad entrarci veramente in sintonia”.
Frigoriferi e lavatrici, la storia si ripete Ieri tutti in Italia, oggi si emigra a Oriente Electrolux, Candy, Merloni: gli elettrodomestici «bianchi» di fascia bassa si trasferiscono in Turchia e nei paesi dell'Est, dove il lavoro costa meno e i consumatori sono più poveri. Come nell'Italia del boom Manuela Cartosio- il manifesto 4.5.08
A Comerio (Varese), quartier generale della Whirlpool Italia, hanno
tirato un sospiro di sollievo. La multinazionale, numero uno mondiale
degli elettrodomestici, ha confermato un pacchetto d'investimenti da
distribuire sui sei stabilimenti che possiede nel nostro paese. Per un
paio d'anni i seimila dipendenti italiani della Whirlpool possono
stare relativamente tranquilli. Relativamente, perché il settore
degli elettrodomestici è uno dei più esposti alle delocalizzazioni.
Le aziende si spostano non solo per inseguire il costo del lavoro più
basso ma anche per produrre nei paesi dove si aprono nuovi mercati. Se
dalla Slovenia in là un numero crescente di consumatori può
permettersi d'acquistare il frigorifero, la lavatrice, il forno -
purché a prezzi abbordabili - perchè continuare a produrli qui? E'
più economico, e persino più ecologico (si evitano lunghi
trasporti), costruirli nei paesi dove vengono venduti.
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un disegno di Graham Millson, ex minatore inglese, coinvolto in un invito a pranzo da Orso,
saltato per colpa di Paolo Ferrero (anni 80)che si attardava nel Balon di Torino..