Nelle prime ore del 29 maggio è morto Bruno Redoglia, Orso.

Gli siamo stati vicini in modo discontinuo in questi 40 anni.

 

Impariamo dall’inizio  degli anni Settanta all’Indesit-  al circolo operaio di None (TO),  a leggere e commentare la fabbrica e la realtà più vasta alla luce dei testi originali dello ‘zio Karl’ o di ‘Carletto’ come veniva soprannominato l’autore de Il Manifesto dei comunisti . Orso è uscito dal PCI nei primi anni Sessanta. Incominciamo ad imparare regole di comportamento originali nella lotta di fabbrica, nella scrittura dei giornalini settimanali venduti ai lavoratori, nei confronti dei gruppi extraparlamentari di allora e del PCI.

Si possono riassumere come segue:

- no all’idea che la classe operaia sia omogenea e pronta magari all’appello alla rivoluzione da parte del ‘partito’ di turno, no alla delega ai dirigenti a pensare e parlare a nome degli ‘iscritti’ o della base elettorale, no alla battaglia per la propria ‘maglietta’ sindacale a spese della possibile unità dei lavoratori, no al ‘tifo’ per la lotta armata e per i Robin Hood che dicono che è arrivato il momento della rivoluzione e iniziano a sparare sempre più in alto a nome della classe operaia;  no alla divisione tra chi studia e chi lavora, necessità di convincere i lavoratori a unire alla disponibilità alla lotta l’impegno a farsi una cultura. Impariamo che chi vuole la lotta più dura può rivelarsi un crumiro, come pure che gridare  al ‘contratto bidone’ o al ‘sindacato venduto’ non vuol dire essere automaticamente disponibili a organizzarsi e  lottare in prima persona; inoltre che non si deve accettare ‘la nomina a delegato a vita ( i senatori…), ma saper creare ricambi e saper alimentare il dibattito e la partecipazione senza farsi delegare, e staccare dalla produzione.

Impariamo che la contraddizione tra borghese e proletario passa all’interno della classe operaia e di ogni individuo, ma una cosa è dirlo e una cosa è iniziare la propria rivoluzione personale.

Dopo alcuni anni il circolo si frantuma e poi ci sarà la cassa integrazione dell’80 e la pensione. Orso riduce le attività, segue sui giornali e alla radio gli avvenimenti, va in bicicletta alle manifestazioni, discute con un numero ridotto di compagni. La sua casa è un laboratorio di elettronica e un magazzino di attrezzature varie comprate  con pochi soldi al Balun il sabato. Orso pratica una vita sobria e coerente con le sue idee contro il consumismo. Da alcuni anni la sua salute peggiora fino a portarlo alla morte.

Siamo vicini alla cara Mirella.

  I compagni di strada del Circolo Operaio di None  


 

Figlio di un operaio Fiat astigiano e di una operaia veneta, nasce il 27 novembre 1935. Sperimenta da ragazzo gli anni di guerra. Frequenta come perito elettronico l'Avogadro. Dopo il servizio militare lavora in piccole fabbriche, poi alla Lancia e all'Indesit di Orbassano e di None. Dopo alcue simpatie anarchiche si iscrive al PCI e resterà un militante critico fino a metà degli anni Sessanta, poi esce dal PCI. Allena una piccola squadra di football dell'Arci. Operaio specializzato, contina a studiare da autodidatta matematica, economia e politica. Suo cavallo di battaglia è la critica della tecnologia capitalista, che riesce a criticare a fondo e in modo autonomo. A None organizza il Circolo Operaio, attivo all'Indesit e nel territorio. Il circolo pubblica e vende un ciclostilato settimanale, 'la voce del padrone'. Verso la fine degli anni Settanta il circolo si scioglie. Escono alcune pubblicazioni sotto la sigla "l'asinistra". Frequenta il Coordinamento di Borgo S. Paolo a Torino, dove cerca di limitare la diaspora di compagni verso la lotta armata. Dopo l'80 e la CIG va in mobilità ed infine in pensione. Riduce i suoi impegni, dedicandosi al bricolage elettronico e al restauro di materiali comprati con poche lire al Balun di Torino il sabato. Con la bicicletta va ai cortei e alle manifestazioni, legge e discute con pochi amici. Coerente e sobrio nella vita quotidiana, critica il consumismo. La sua salute si aggrava e negli ultimi anni ha molti problemi. Muore il 29 maggio 2008. Lascia la compagna Mirella. Le sue ceneri sono al cimitero monumentale. Una trentina di amici l'hanno ricordato il 7 giugno al Circolo arci Stranamore.84.223.102.69 (msg) 12:03, 8 giu 2008 (CEST


  un suo scritto - Storia dell'indesit

Appunti vari autori storia Indesit (2004) pdf- 6 pagine

- Scheda sul giornale

- tre testi

- piccola rassegna di grafica

intervista (pag. 152) a Orso di anni 24 - operaio metalmeccanico
 
in La Rivolta di Piazza Statuto - Torino,  luglio 1962   (editore Feltrinelli economica)
di Dario Lanzardo

 


Farò forse fatica nel dire alcune verità private ma non segrete.

Andando avanti negli anni, ciascuno di noi deposita negli scantinati forse polverosi della sua memoria o nei nascondigli limpidi della coscienza un lungo elenco di persone verso le quali ci sentiamo debitori: di tempo, di lavoro, di istruzione, di allegria, di fiducia, di amicizia, di complicità, di comprensione, di indipendenza, di autorità, di affetto e addirittura di amore, che è poi il necessario di cui abbiamo bisogno e che non riusciremo mai a sostituire con il superfluo per quanto disperati e fantasiosi siano i nostri tentativi.

Quanto più facciamo consapevolmente questo esercizio di aggiornamento dell’elenco delle persone a cui dobbiamo qualcosa, tanto più scopriamo che non è vero che attorno a noi c’è solo corruzione, indifferenza, incompetenza, uguaglianza nell’avidità, competizione aggressiva, individualismo possessivo, narcisismo. C’è attorno a noi un mondo di persone che ci vogliono bene a cui vale la pena e la gioia di voler bene. Noi le dobbiamo saper apprezzare da vive e non piangerle quando ci lasciano. Tutte queste persone che quotidianamente ci sfiorano con il loro sorriso e le loro interrogazioni dimostrano che Calvino aveva ragione nel suo “Barone rampante”: “le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente si ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)”.

Orso è una delle tante persone di cui sono debitore: della mia istruzione e dunque del mio attuale mestiere, giacchè non so. Forse non avrei deciso di entrare in fabbrica se non lo avessi conosciuto e non è un mistero che per me la fabbrica è stata una vera università popolare, ma non provinciale, il mio vero corso di addestramento professionale al mestiere dell’insegnante.

E poi non è un mistero che con Orso avevo un rapporto di figliolanza politica, devota, talvolta tremebonda e poi via via irta di mia insofferenza. Di ciò, della mia incespicata emancipazione, lui non si rammaricava affatto. Sollecitava la mia autonomia e poi, quando mi avventuravo nella critica di certe sue affermazioni, non mollava di un centimetro e mi guardava con aria di compassionevole disincanto. Parlava sempre e secondo me anche troppo. Eppure, in questo modo, contrastivamente mi ha insegnato a molto ascoltare e a molto osservare, prima di parlare.

Avevo l’esempio di mio padre che non ha mai scucito più di qualche storta sillaba su tutta la sua vita di fabbrica e di campagna, di guerra e di prigionia. O perché si autocensurava o perché non riusciva a raccontare.. E mentre mio padre si censurava, Orso era un diluvio di ricordi vivi e palpitanti, di aneddoti e di episodi che inserivano nella grande storia il grigiore della vita quotidiana degli sconosciuti. Li esaltava e li trasformava in protagonisti. Al massimo sentivo dire a mio padre che quelli della Fiom li mandano in via Nizza. Orso invece mi raccontava che aveva scritto su un muro viva Stalin viva l’esercito rosso e poi della sua esperienza nella federazione anarchica e nel partito comunista.

Detestavo mio padre per i suoi silenzi. Ero un misto così strano di ingenuità e di prepotenza che mi impediva di comprendere che toccava a me rivolgere a mio padre le domande giuste, toccava a me preparare con il sorriso giusto, con un bicchiere, con una mano attorno al collo il terreno per il dialogo. Ascoltando l’eloquio vulcanico e torrenziale di Orso imparai a stare zitto e a far parlare gli altri. E così mi riconciliai con mio padre un bel giorno o poco per volta, non so, ma ormai era troppo tardi, mio padre se ne andò troppo presto. Ma capii che non sempre quelli che non parlano sono quelli che non hanno niente da dire. E non sempre quelli che alzano la voce hanno da dire cose importanti. La parola che comunica è quella che nasce dall’ascolto, dal rispetto per le esagerazioni e per le intemperanze sorte dalla sofferenza. La parola che comunica è quella che nasce dalla volontà di condividere, comprendere e liberare.

Con la venerazione del figlio riconoscente, saluto qui il padre che mi insegnò a rispettare in mio padre tutti quelli che sono vittime della parola usata per dominare e non per rendere uguali. Tutti quelli che non hanno la parola e sono in lotta per conquistare il diritto di parola.

Mario Dellacqua

 


Frigoriferi e lavatrici, la storia si ripete Ieri tutti in Italia, oggi si emigra a Oriente
Electrolux, Candy, Merloni: gli elettrodomestici «bianchi» di fascia bassa si trasferiscono in Turchia e nei paesi dell'Est, dove il lavoro costa meno e i consumatori sono più poveri. Come nell'Italia del boom
Manuela Cartosio- il manifesto 4.5.08

A Comerio (Varese), quartier generale della Whirlpool Italia, hanno tirato un sospiro di sollievo. La multinazionale, numero uno mondiale degli elettrodomestici, ha confermato un pacchetto d'investimenti da distribuire sui sei stabilimenti che possiede nel nostro paese. Per un paio d'anni i seimila dipendenti italiani della Whirlpool possono stare relativamente tranquilli. Relativamente, perché il settore degli elettrodomestici è uno dei più esposti alle delocalizzazioni. Le aziende si spostano non solo per inseguire il costo del lavoro più basso ma anche per produrre nei paesi dove si aprono nuovi mercati. Se dalla Slovenia in là un numero crescente di consumatori può permettersi d'acquistare il frigorifero, la lavatrice, il forno - purché a prezzi abbordabili - perchè continuare a produrli qui? E' più economico, e persino più ecologico (si evitano lunghi trasporti), costruirli nei paesi dove vengono venduti.
Per questa dura legge del mercato l'Electrolux cesserà la produzione di frigoriferi a Scandicci e licenzierà tutti i 450 dipendenti. Nel sito di Susegana, che conta 1.500 addetti, taglierà 330 addetti. Qui arriverà un terzo della produzione di Scandicci. Ciò nonostante i volumi produttivi di Susegana scenderanno dagli attuali 1 milione e 100 mila frigoriferi l'anno a 900 mila. Saranno frigoriferi sofisticati e carucci, sui mille euro l'uno. Quelli a basso valore aggiunto, sui 350 euro, si faranno in Ungheria. E da lì si importeranno, se qualche italiano «povero» vorrà comprarli. L'esempio rende l'idea del discrimine che taglia in due il settore degli elettrodomestici bianchi, sia del caldo che del freddo. Nei paesi ricchi conviene produrre le lavatrici da 7-8 chili di carico con incorporata l'asciugatrice, il frigorifero con megacongelatore, il piano cottura da incasso. Negli altri paesi si fanno elettrodomestici più semplici, non da incasso, come si si usavano vent'anni fa qui da noi.
Alla Antonio Merloni, azienda contoterzista da non confondere con la Indesit del fratello Vittorio in corsa per rilevare il comparto elettrodomestici del gigante General Electric, la cassa integrazione lievita a 580 addetti nello stabilimento di Fabriano. Si aggiungano altri 280 cassintegrati in Umbria. La Antonio Merloni ha 3 mila dipendenti in Italia e 5.500 nel mondo. In questo caso alla crisi di redditività di tutto il settore si somma la crisi del modello contoterzista (un'azienda produce senza marchio per altre aziende). Negli anni Sessanta questa formula è stato il tigre del motore dell'esportazione di elettrodomestici italiani nel mondo. Il modello contoterzista non è arrivato al capolinea, anch'esso deve spostarsi in altri paesi.
Il gruppo Candy, per fare un nome illustre che da noi è stato in passato sinonimo di lavatrice, ha 7 mila dipendenti e una decina di stabilimenti nel mondo. In Italia restano solo due siti produttivi (Brugherio e Lecco) e gli addetti sono meno di 2 mila. Nel 2006 Candy ha chiuso la Donora in provincia di Bergamo, nel 2007 la Gasfire a Erba. In parallelo, dopo aver acquisito la britannica Hoover, ha fatto shopping nel resto del mondo. In Russia ha acquistato la Vesta che a Kirov produce lavatrici con il marchio Vyatka. Nel Guandong ha incamerato la Jinling, terzo produttore cinese di lavabiancheria a asse verticale. In Turchia ha comprato la Doruk che con il marchio Süsler produce cucine, piani cottura, forni e stufe. La Candy, ancora di proprietà della famiglia Fumagalli, è diventata una piccola multinazionale «tascabile».
Nel quadro schizzato sopra non c'è molto di veramente nuovo. Cambiano i luoghi, ma la sostanza della storia è la stessa raccontata da Enrica Asquer (un'allieva dello storico Paul Ginsborg) in La rivoluzione candida. Storia sociale della lavatrice in Italia (1945-1970), Carocci editore.
Gli elettrodomestici sono stati il volano del boom economico italiano del secondo dopoguerra. Il loro successo origina dalle indubbie doti imprenditoriali di alcuni uomini nuovi (Niso Fumagalli, Giovanni Borghi, Lino Zanussi) che seppero adattare al nostro paese ritrovati tecnici già in uso nei paesi anglossasoni e in Germania. Ma l'effetto del loro coraggio e della loro fantasia fu decuplicato dall'opportunità di godere dei «vantaggi dell'arretratezza» garantiti dall'Italia del tempo. Il più basso costo del lavoro in quello che allora era il Mercato comune europeo e un paese ricco più di manodopera che di capitali resero conveniente (e obbligatorio) utilizzare tanto lavoro e poche o nessuna tecnologia sofisticata. Ciò permise di sfornare elettrodomestici dignitosi a prezzi competitivi, alla portata delle tasche dei consumatori italiani. Alla metà degli anni Sessanta il segmento basso del mercato italiano costituiva oltre il 55% dei consumatori, contro il 2-5% di quello alto. In Germania quest'ultimo raggiungeva il 40%, quello basso era il 25%. Ignis, Candy, Zanussi presero due piccioni con un fava: fecero il pieno sia nel mercato interno che in quelli europei di fascia bassa. Le concorrenti europee, incapaci di vendere ai prezzi italiani, furono costrette ad accordi di «terzismo». Mettevano il loro marchio su elettrodomestici fabbricati in Italia. Gli elettrodomestici senza marca esportati dall'Italia crebbero dai 400 mila del 1964 ai 2 milioni del 1970. Sommando terzismo industriale e terzismo commerciale, si calcola che la quota complessiva dei prodotti senza marca arrivasse all'80% del totale degli elettrodomestici bianchi esportati.
Quale paese, tralasciando il gigante Cina che ha caratteristiche tutte sue, gioca oggi negli elettrodomestici il ruolo che fu dell'Italia? La Turchia? La Polonia? Qualche altro paese dell'Est? Difficile rispondere perché oggi tutto cambia e si sposta velocemente. La differenza fondamentale è che il boom nostrano fu opera di imprenditori italiani con (piccoli) capitali italiani. Ora i capitali (grandi e piccoli) viaggiano e si fermano ora qua or là dove più conviene.
P.S. Dopo il diritto di voto, la lavatrice è la più grande conquista delle donne. Quindi, nonostante sia scappata all'estero, grazie Candy.