Orso con Renato Lattes

Nelle prime ore del 29 maggio è morto Bruno Redoglia, Orso.

Gli siamo stati vicini in modo discontinuo in questi 40 anni.

 

Figlio di un operaio Fiat astigiano e di una operaia veneta, nasce il 27 novembre 1935. Sperimenta da ragazzo gli anni di guerra. Frequenta come perito elettronico l'Avogadro. Dopo il servizio militare lavora in piccole fabbriche, poi alla Lancia e all'Indesit di Orbassano e di None. Dopo alcune simpatie anarchiche si iscrive al PCI e resterà un militante critico fino a metà degli anni Sessanta, poi esce dal PCI. Dall'esperienza stalinista gli resterà una durezza nei rapporti e nelle discussioni e il rifiuto della politica come 'chiesa' - ad esempio  i 'testimoni di Genova' di Lotta Comunista. Tutto questo però con una attenzione : 'la vita umana è sacra'- scriverà in un volantino sul rapimento di Moro e l'uccisione da parte delle BR dei 5 uomini della scorta. A me dirà : 'non mettere mai con le spalle al muro una persona,lasciale una via d'uscita'.

 Ancora giovane, allena sul greto della Dora una piccola squadra di football dell'Arci. Operaio specializzato, continua a studiare da autodidatta matematica, economia e politica. Suo cavallo di battaglia è la critica della tecnologia capitalista, che riesce a padroneggiare a fondo e in modo autonomo. A None organizza il Circolo Operaio, attivo all'Indesit e nel territorio. Il circolo pubblica e vende un ciclostilato settimanale, 'la voce del padrone' e interviene in modo politico all'Indesit. Verso la fine degli anni Settanta il circolo si scioglie. Escono alcune pubblicazioni sotto la sigla "l'asinistra". E' uno di quelli che danno vita a Radio Singer, la prima radio libera a trasmettere da una fabbrica, e realizzano numerosi murales sulle pareti dello stabilimento.   (Singer)

Frequenta il Coordinamento di Borgo S. Paolo a Torino, dove cerca di limitare la diaspora di compagni verso la lotta armata. Dopo l'80 e la CIG va in mobilità ed infine in pensione. Riduce i suoi impegni, dedicandosi al bricolage elettronico e al restauro di materiali comprati con poche lire al Balun di Torino il sabato. Con la bicicletta va ai cortei e alle manifestazioni, legge e discute con pochi amici. Coerente e sobrio nella vita quotidiana, critica il consumismo. La sua salute si aggrava e negli ultimi anni ha molti problemi. Muore il 29 maggio 2008. Lascia la compagna Mirella. Le sue ceneri sono al cimitero monumentale. Una trentina di amici lo hanno ricordato il 7 giugno al Circolo arci Stranamore  (piero baral)

 

 

 


Impariamo dall’inizio  degli anni Settanta all’Indesit-  al circolo operaio di None (TO),  a leggere e commentare la fabbrica e la realtà più vasta alla luce dei testi originali dello ‘zio Karl’ o di ‘Carletto’ come veniva soprannominato l’autore de Il Manifesto dei comunisti . Orso è uscito dal PCI nei primi anni Sessanta. Incominciamo ad imparare regole di comportamento originali nella lotta di fabbrica, nella scrittura dei giornalini settimanali venduti ai lavoratori, nei confronti dei gruppi extraparlamentari di allora e del PCI.

Si possono riassumere come segue:

- no all’idea che la classe operaia sia omogenea e pronta magari all’appello alla rivoluzione da parte del ‘partito’ di turno, no alla delega ai dirigenti a pensare e parlare a nome degli ‘iscritti’ o della base elettorale, no alla battaglia per la propria ‘maglietta’ sindacale a spese della possibile unità dei lavoratori, no al ‘tifo’ per la lotta armata e per i Robin Hood che dicono che è arrivato il momento della rivoluzione e iniziano a sparare sempre più in alto a nome della classe operaia;  no alla divisione tra chi studia e chi lavora, necessità di convincere i lavoratori a unire alla disponibilità alla lotta l’impegno a farsi una cultura. Impariamo che chi vuole la lotta più dura può rivelarsi un crumiro, come pure che gridare  al ‘contratto bidone’ o al ‘sindacato venduto’ non vuol dire essere automaticamente disponibili a organizzarsi e  lottare in prima persona; inoltre che non si deve accettare ‘la nomina a delegato a vita ( i senatori…), ma saper creare ricambi e saper alimentare il dibattito e la partecipazione senza farsi delegare, e staccare dalla produzione.

Impariamo che la contraddizione tra borghese e proletario passa all’interno della classe operaia e di ogni individuo, ma una cosa è dirlo e una cosa è iniziare la propria rivoluzione personale.

Dopo alcuni anni il circolo si frantuma e poi ci sarà la cassa integrazione dell’80 e la pensione. Orso riduce le attività, segue sui giornali e alla radio gli avvenimenti, va in bicicletta alle manifestazioni, discute con un numero ridotto di compagni. La sua casa è un laboratorio di elettronica e un magazzino di attrezzature varie comprate  con pochi soldi al Balun il sabato. Orso pratica una vita sobria e coerente con le sue idee contro il consumismo. Da alcuni anni la sua salute peggiora fino a portarlo alla morte.

Siamo vicini alla cara Mirella.

  I compagni di strada del Circolo Operaio di None  


1962

A giugno, per le pressioni della base sindacale operaia, le Confederazioni dovettero anticipare la lotta per il contratto dei metalmeccanici, e la seconda ondata di scioperi esplose, imponendo questa volta un minimo di coordinamento nazionale, a parte le solite manfrine sui servizi essenziali. La potenza della classe si manifestò così evidente che la borghesia, spaventata, cercò di chiudere le vertenze entro la fine del mese chiamando al tavolo di una trattativa separata CISL, UIL e SIDA, che firmarono. Successe il finimondo e i proletari torinesi offrirono forse il più alto esempio di "collera proletaria" del secondo dopoguerra, sullo sfondo della FIAT e di una delle più estese piazze di Torino. Il sindacato perse completamente il controllo della situazione e, anzi, la forte rete di fabbrica del PCI fu trascinata alla lotta estrema (e sconfessata dal partito). Lo scontro fu poi ricordato come "fatti di piazza Statuto", dai titoli dei giornali; ma oltre alla piazza suddetta, dove gli operai si erano radunati per protesta sotto la sede della UIL, esso coinvolse per tre giorni e tre notti (7, 8 e 9 luglio) l'enorme area degli stabilimenti della FIAT, dell'indotto in periferia, e molte zone della città dato che le fabbriche erano ancora inserite nel tessuto urbano. Fu una vera e propria rivolta urbana, con una spietata caccia all'uomo da parte della polizia e 1.200 fermi con pestaggi che fecero più impressione delle sparatorie degli anni precedenti, cui seguirono 82 arresti, denunce, processi e licenziamenti "preventivi" in attesa della sentenza.

 

Orso raccontava che aveva appena conosciuto Sandra Belli e dopo il primo giorno in cui anche lui voleva fare del casino, il secondo si vestì di tutto punto e con Sandra andò in piazza a cercare di evitare qualche guaio, passeggiando in mezzo alla polizia e a i dimostranti.

Con Sandra avrebbe poi continuato un rapporto, lei veniva a trovarlo il venerdì. La storia finì quando per osservazioni di lei si alterò e decise di non vederla più

Ha poi avuto un altro rapporto, fino alla morte con Mirella Vitillo, che aveva aiutato a studiare in proprio e a cui telefonava tutte le mattine, al suo lavoro in Inps, facendole la rassegna stampa.

 

 

L’intervista che segue è per un libro su Piazza Statuto-1962

 

9. Bruno Redoglia (Orso), di anni 24, operaio metalmeccanico

 

“In quel momento ero d’accorso con la posizione del Pci… sapevi che c’era quella probabilità della provocazione…”

O.:Sulla questione della provocazione: Io non mi ricordo esattamente i giorni. Però praticamente ci sono stato sempre. Anche tu c’eri. Però io ho assistito a una cosa che mi puzzava e che andava nella direzione di quello che diceva il Pci. Davanti alla sede della Uil, c’ìera quel giardinetto… lì c’0erano delle facce un po’ strane…

A.. Proprio lì c’era anche mio fratello. Era appena giunto da La Spezia…

O.: Facce strane vuol dire sconosciute… I cubetti di porfido partivano con dei lanci da questa zona, partiva la Celere e in una di queste cariche sono andati a beccare il Degan e il Casadei e compagnia bella, laggiù all’imbocco di corso Francia dove c’è la fermata del tram. I cretini, anziché andare a prendersi il tram laggiù alla fermata dopo di corso Francia, si sono messi ad aspettarlo proprio lì. Se questi erano andati in piazza a me non interessa. Però nel momento che tu sai che si è conosciuti… loro non vedevano l’ora di mettere le mani su qualcuno e il nostro discorso era invece quello di tirare via il più possibile di nostri, responsabili di sezione, ecc.

A.: Il fatto che mandassero dei compagni  più responsabili (al limite Garavini, Paletta), vuol dire che di comunisti ce n’erano molti

O.: Ce n’erano. Su questo non ci sono dubbi..  Il discorso era mandiamoli a casa, perché era già sicuro che la pula li avrebbe caricati, setacciati…. Pace e Libertà aveva gli elenchi degli iscritti. A casa mia arrivavano due copie di Pace e Libertà. Era chiaro: ti prendevano, ti chiedevano i documenti, confrontavano e ti sbattevano dentro e gli altri li lasciavano fuori. Questo era il problema che avevamo davanti. Si trattava di mandarli a casa perché – si diceva – qui ci incastrano. A mer sembrava positivo mandarli a casa.. Questa forse era una questione circoscritta alla sezione Banfo, la 9a di piazza Crispi.. .

A.: Quella di Notarnicola…

O.: E Cavallero, dillo pure…

A.: Figurati…

O.: C’era una scarsa preparazione politica. Il credere che la rivoluzione sia un atto soggettivo… non la fai così di punto in bianco. .C’è il momento in cui la fai… e il momento in cui fai la fine…non so… di Pisacane…

A:. Ma si tratta di vedere come il compromesso politico blocca la lotta… dipende un po’ dalla tattica del partito in quel momento, del resto nel 1962 c’erano ancora molti di base che credevano alla linea rivoluzionaria.

O.: In Piazza Statuto ce n’erano molti; qualcuno può esserci andato, mas secondo me quelli di base ci sono andati tutti; però in quel momento io ero d’accordo con la posizione del Pci; perché quando interviene il battaglione Padova e incominciano i casini…. Sapevi che c’era quella probabilità della provocazione, era il caso di squagliarsela.Molti compagni pensavano: “ E’ ora di smetterla in piazza Statuto e piantare casino da un’altra parte…” Io dicevo al compagno “vattene, se ribeccano ti incastrano, per lo meno vieni vestito a festa, può anche darsi che ce la fai”. E poi ai ragazzini, invece di farli correre tutti si trattava di evitare che pagassero per una cosa che non sapevano cosa fosse, perché noi avevamo già perso lo scontro di piazza. Ti arriva il Padova, tu non sei attrezzato a reggere lo scontro hai perso…

Alcuni compagni dicevano “ e dove andiamo a piantare casino? Perchè non piantare casino era un elemento negativo. C’era una componente che diceva, in fabbrica non possiamo più piantare casino e quindi è meglio piantare in piazza perché così abbiamo più probabilità di non essere licenziati. Io invece dicevo che la lotta principale era in fabbrica, però oggi capisco che voleva dire che la lotta sul sociale non contava niente.

La posizione del nostro gruppo – interno al Pci – era questa: le riforme di un certo tipo ce le dà anche Malagodi; se facciamo le lotte sul sociale c e lo prendiamo in culo. Era una schizofrenia nostra. Eravamo sballottati fra due estremi, non riuscire a prendere posizione, non capire che si trattava di fare tutte e due le cose contemporaneamente era la nostra carenza politica. D’altra parte nel ’62 noi facevamo anche cortei esterni alla fabbrica. Noi sapevamo che in tutte le fabbriche la gente non aspettava altro che si scioperasse (però c’era la repressione interna: allora bastava presentarsi davanti a una fabbrica. Mi ricordo in borgata Parella: si andava da una fabbrica all’altra in corteo, non organizzati e il sindacato la Cgil, che allora era il sindacato rivoluzionario,  non sapeva nemmeno dirti se facevi bene o male.

MI ricordo che c’era Coha come responsabile di Borgata Parella, diceva boh! Se lo fate… io non condivido…Non sapeva nemmeno lui. Andavamo davanti alle fabbriche e si diceva: “C’è gente che lavora li dentro, o escono o buttiamo i mattoni.” Quindi di fatto diventava una lotta di piazza, esterna alla fabbrica,  però era di copertura alla lotta di fabbrica.

Voglio fare un parallelo. Quando quelli dell’Eta hanno sequestrato il padrone della Tornisa a Barcellona, mentre era in sciopero,  e quando hanno sequestrato quell’altro della Fiat in Argentina – che poi hanno fatto secco – mentre la Fiat era in sciopero, aveva un significato, era la stessa cosa secondo me, era un supporto alla lotta interna, non un sostitutivo. Noi invece non abbiamo capito come si poteva sviluppare il collegamento interno-esterno. Noi uscivamo tutti - dico tutti, perché quelli ‘vivi erano solo quelli – dall’ottica del Pci, la lotta in Parlamento era una cosa, la lotta in fabbrica (o in piazza) un’altra…

 

in La Rivolta di Piazza Statuto - Torino,  luglio 1962   (editore Feltrinelli economica)di Dario Lanzardo


EDITORIALE (dicembre ’73)- ‘la voce del padrone’

In questo periodo assistiamo ad un calo generalizzato della lotta di classe. La classe operaia non ha fiducia nelle proprie capacità di lotta e nei risultati che questa lotta può dare. I padroni, con l’uso dell’inflazione riescono a vanificare le conquiste salariali. Parte della classe operaia non ha mai creduto utile lottare in fabbrica e di conseguenza ha delegato ad altri la soluzione dei propri problemi. Delega di volta in volta i delegati, il sindacato nel suo complesso. Non si riconosce quindi nel movimento sindacale, ma ritiene il sindacato un centro di potere. Può poi sempre dire che il sindacato e i delegati non fanno gli interessi della classe operaia… Nel dire questo – e non lo trova strano- si trova a fianco i padroni nel loro complesso.

I padroni, dal canto loro, ci sguazzano. Di delega in delega, la classe operaia finisce per affidare al suo più grande nemico, la borghesia, la soluzione dei problemi contingenti.

Rifiuta di utilizzare l’arma che ha nelle sue mani: lo sciopero come insubordinazione agli interessi della borghesia. Subisce in fabbrica l’intensificazione dei ritmi, la repressione. Ci riferiamo, naturalmente a quella parte di classe operaia di cui sopra, che in questi giorni va ingrossando le proprie fila.

Come alternativa all’attuale situazione di riflusso, noi proponiamo queste riflessioni sui temi più scottanti, della fase decisiva che stiamo vivendo.

Siamo ben lontani dall’arrogarci il diritto e l’autorità di "pensare in nome della classe operaia" e di sostituire l’opera di elaborazione e di studio che, secondo noi, sono compito di ogni avanguardia della lotta in fabbrica. Crediamo che sia ora di smetterla, una volta per tutte di ascoltare. E’ ora che le avanguardie di fabbrica parlino. Queste nostre riflessioni che proponiamo di seguito non sono la "LINEA", ma uno stimolo perché le avanguardie ricerchino la "LINEA" con determinazione e la costruiscano giorno per giorno nello scontro di classe contro i padroni, nel dibattito, nel confronto, nel superamento della fase di semplice incazzatura, nel lavoro dentro un’organizzazione proletaria che rifiuti di delegare ad altri la soluzione dei problemi della classe operaia e delle sue avanguardie coscienti.

Diamo perciò un contenuto reale allo slogan dei compagni del MIR che facciamo nostro: COMBATIR LOS PATRONES COMO SEA E DONDE SEA:

ES LA UNICA LEY QUE TENIMOS NOS EXPLOTADOS!

1975.Radio Singer

La radio che fu battezzata “Radio Singer” iniziò a trasmettere alla fine del 1975 e nei suoi programmi si dibatteva di tutto, dai problemi di attualità, a quelli dei giovani e delle donne, facendo ascoltare anche della buona musica. Radio Singer trasmetteva sulle frequenze 93,3 e 103 MHz che erano frequenze della Rai ma non per questo fu fermata e fatta chiudere, bensì per l’intervento del comune di Caselle che temeva potesse danneggiare le trasmissioni dell’aeroporto.

Radio Singer fu una grande esperienza di comunicazione. Oltre ai comunicati del Consiglio di fabbrica e al calendario delle lotte, molti furono i dibattiti e le interviste. La radio che aveva costruito Orso, operaio della Indesit, si sentiva in tutto il territorio di Leini fino a Mappano perché installata sul campanile della chiesa. Campanile utilizzato per montare l’antenna grazie al permesso del parroco, don Piero” ci ricorda Guerrino Babbini uno dei protagonisti di quegli avvenimenti, autore del libro autobiografico “Quando”, edito dalle Edizioni n.d.r., nel quale ricorda anche l’esperienza di Radio Singer

Il Giornale di Pinerolo e valli

Nel momento in cui alla fine del '77 si annunciava la fine del Giornale di Pinerolo e valli – nato nel 1969 a Pinerolo- (''Si chiude un ciclo" n. 23/7/77), la redazione comunicava altresì che un gruppo di operai dell'Indesit e della Fiat Rivalta intendeva continuare l'esperienza. Tale gruppo in effetti pubblicò 14 numeri del GPV seconda serie fino al 16 luglio '78, dopodichè scelse altri strumenti di comunicazione e di dibattito (ciclostilati, volantini, ecc.

PREMESSA- ricerca sull’assenteismo-orso 1979

Cambiano i tempi, cambiano i rapporti di forza tra capitale e forza lavoro, mutano quindi anche i livelli di subordinazione tra quest’ultima ed il capitale. Non è un mistero per nessuno che negli ultimi anni la forza contrattuale operaia sia diminuita. Con formulette magiche ( del tipo "la classe operaia si è fatta stato") difficilmente si può mutare la realtà. Noi non siamo esenti dall’aver commesso errori per cecità politica. Era tanto comodo puntare sulle cose che più ci gratificavano, quindi in certi periodi abbiamo trascurato di evidenziare problemi che poi un giorno o l’altro ci sarebbero piombati addosso. Di fronte abbiamo due strade: la prima comoda e facile, è quella di tirare avanti chiudendo gli occhi; la seconda di tentare di avere un primo attimo di riflessione sul dibattito già effettuato, riproporlo in modo allargato, tentando di non trascurare nessun elemento, in seguito proseguire l’inchiesta. L’importante è non avere due atteggiamenti diversi, uno ufficiale e l’altro confidenziale, per cui nel secondo si ammettono cose che nel primo si negano. l’asinistra

Testo di Orso per ‘nontuttoèvalle’, 1992

 La storia dell'Indesit potrebbe essere concentrata in una battuta: "privatizzazione degli utili socializzazione delle perdite", Una battuta non è solo schematica, ma non spiega perché è sempre Pantalone a pagare, anche quando si ritiene fortunato (vedi alla voce cassadisintegrato).
L'Indesit costruisce le sue fortune in tempi lontani, come le altre aziende del settore, con una politica di bassi salari che consentono l'esportazione massiccia sia nei paesi europei che extra europei. Di questa fase si dirà poi che il prodotto italiano "sfonda" nel mondo per il design "italiano"…
Certamente gli elettrodomestici italici non sono orribili, sono decentemente affidabili e soprattutto costano molto meno di quelli dei concorrenti locali.
Mediamente i produttori di elettrodomestici italiani esportano il 50% della produzione, L'Indesit raggiunge addirittura il 70%.
I salari sono bassi per un bel po' di tempo, incominceranno a diventare un tantino meno miserabili solo nel '62. Gli operai incominciano a rialzare la testa, non perché improvvisamente si siano svegliati, ma semplicemente perché la produzione "tira" e servono nuovi lavoratori.
Anche alla Fiat cominciano ad essere assunti operai che qualche tempo prima erano ritenuti inaffidabili (leggi rossi). La rarefazione di manodopera, non la bontà del padrone, fa sì che i salari non siano più da fame. )per fare un esempio il salario di un operaio comune è stato per lungo tempo intorno al 35% di quello del suo omologo Fiat, insomma roba tipo vu cumprà.
Negli anni '60 , gli elettrodomestici del cosiddetto settore bianco si avviano ad una rapida maturazione tecnologica, in altre parole: le innovazioni riguardano la facciata, non la sostanza.
Per aumentare i profitti si può solo razionalizzare sia il prodotto che la produzione, ad onor del vero nessuna delle aziende del settore percorrerà questa strada perché in contemporanea si distribuiscono contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati tramite la cassa del mezzogiorno.
Sui soldi della cassa destinati allo sviluppo del Sud e dispersi al Nord si potrebbero fare pensierini divertenti..
Uno dei difetti, o dei pregi, è questione di punti di vista, dei finanziamenti della cassa del mezzogiorno è che l'entità è legata al numero dei nuovi posti di lavoro che il richiedente afferma di "creare" (naturalmente sulla carta, senza dover rendere conto della eventuale 'sparizione' di posti di lavoro da un'altra parte).
Questo modo di concedere i finanziamenti ha consentito ogni sorta di intrallazzi, non si ha notizia che siano stati restituiti i prestiti e quando tutto è andato bene i posti di lavoro reali erano metà di quelli promessi, ma in compenso le attività installate erano doppioni o trasferimenti dal nord ritardando ristrutturazioni e razionalizzazioni.
Ancora nel '77, quando gli altri produttori tirano i remi in barca, l'Indesit programma un ampliamento degli impianti da lasciare esterrefatti: gli occupati dovrebbero passare da 8000 a ben 12.000 nell'arco di cinque anni; a chi fa osservare che la cosa sembra un poi fantastica, l'amministratore delegato ribatte che lui conosce il suo mestiere, mentre molti lavoratori dicono di essere fortunati ad avere a che fare con un padrone così buono da assumere personale mentre la concorrenza tenta di alleggerire il libro paga. Le parole "esubero" ed "esuberanti" diverranno di moda solo qualche anno dopo.
Che i posti di lavoro siano solo sulla carta e gli investimenti siano fatti con i soldi della "collettività" lo si "scoprirà" solo in seguito. Infatti nell'80 scoppia la bomba.
La bomba è veramente grossa e scava un buco di miliardi (non si capirà quanti siano quelli inghiottiti),
Il boss ha giocato bene le sue carte. Sembra proprio un fulmine a ciel sereno. L'anno precedente l'Indesit ha chiuso il bilancio in attivo, dal che si può dedurre che cosa valgono i bilanci…; qualche sintomo veramente c'era: alcuni stabilimenti erano in catalessi ( per esempio i componenti elettronici al nord e i piccoli elettrodomestici al sud), altri con il fiatone (TV e lavastoviglie).
La sorpresa è tale che basta un esempio: poco prima che lo stabilimento TV si fermasse un produttore inglese di componenti strigliava il rappresentante italiano perché non era riuscito ad entrare come fornitore dell'Indesit…
Incomincia un bel casino. Il boss continua ad imperversare con i suoi giochetti attraverso le consociate straniere. Se ne vedranno di tutti i colori.
Si incomincia la solita trafila. Esercizio provvisorio, amministrazione controllata, ritorno del boss ( ma era mai andato via? Cioè le cose andavano secondo gli interessi del boss o no?).
Altro patatrac, quindi amministrazione straordinaria (legge Prodi), nel frattempo ristrutturazione, smantellamento di alcuni settori (si inizia da quelli aperti solo sulla carta) cessione del TV alla REL, scorpori, holding, acquisizione di impianti per venderli in Cina.
Una vera girandola pirotecnica.
Intanto tifo del sindacato e della maggioranza dei dipendenti per i "salvatori " di turno, tifo per il boss: "se ci fosse ancora lui…".
Eppure il boss l'aveva detto: io sono un imprenditore e gli imprenditori sono ovviamente alla ricerca del massimo profitto…
Ma i tifosi ci sono sempre, hanno soprattutto "fede". Hanno fede anche coloro che fanno il tifo per la salvezza dell'Indesit. Il ritornello è : "speriamo che l'Indesit si salvi"…
L'Indesit si deve salvare da cosa, dalla serie "B"? L'Indesit come marchio è appetibile quindi si salverà, nel senso che continueranno a circolare elettrodomestici di nome Indesit.
Molto meno si salveranno i cassadisintegrati. Intanto passano 8 anni, l'iter di tutte le possibilità di legge è concluso.
Da tempo si cercava un acquirente per la baracca. Un paio si fanno avanti, il Marchio è appetitoso ( sia chiaro che è l'unico patrimonio reale, il resto interessa molto di meno…).
I due papabili si chiamano De Longhi l'uno, Merloni (Ariston) l'altro. 
Parte il tifo per Merloni "è un imprenditore serio"… De Longhi è solo un artigiano.
Ingenuità di tifosi, oppure, visto che probabilmente vincerà Merloni, tanto vale schierarsi dalla parte del nuovo boss e dire che De Longhi non vale una cicca.
Merloni è senz'altro il più forte. Se non altro perché ha una lunga tradizione di frequenza al "palazzo". Però è anche più 'intrattabile'.
Non ha bisogno di nuove alleanze per ottenere denaro dallo stato, per ora gli bastano quelle che ha, nel caso ce ne fosse bisogno per mungere gli sono sufficienti i "quattro gatti" che ha preso in "carico".
Ai 4000 cassadisintegrati "esuberanti" servirà qualche santo in paradiso, se vogliono raccogliere le briciole.
Di questi tempi pare che i santi si siano resi poco disponibili, ai disintegrati Indesit serviranno notevoli sforzi 'liturgici' se vorranno raccogliere qualcosa che non siano micraginose briciole elargite quasi a mo' di elemosina ( leggasi prolungamento della CIG di qualche mensilità con effetto retroattivo…).
Di posti di lavoro e di dignità meglio non parlarne, oggi si direbbe che questi discorsi sono fuori moda addirittura osceni.
Certamente nelle sacche di cassaintegrazione è possibile pescare aspiranti lavoratori in nero, questi sono doppiamente utili: da un lato si rendono disponibili a "contenere il costo del lavoro in limiti accettabili", in seconda battuta ( un po' per celia e un po' per non morire) e raccontando di guadagni favolosi e per lo più immaginari renderanno insopportabili sti cassadisintegrati nello stesso tempo in cui i 'santi' possono fare i 'difficili'.
Ovviamente, sia la cassa, sia il disagio provocato da questa disoccupazione mascherata, hanno un costo non indifferente per la cosiddetta collettività, ma non si deve credere che il salvataggio di pochi posti di lavoro confluiti nella nuova gestione sia un buon affare..
Merloni si è accollato il marchio con contorno di agevolazioni, finanziamenti, eccetera. In cambio ha garantito l'occupazione per 2 anni due (leggasi DUE).
Traduzione, per due anni tiro a campare, magari con un po' di CIG, tanto per gradire, poi qualche trovata ve la presenterò a tempo debito unicamente per non guastare il gusto della sorpresa. Provare per credere, sono proprio un imprenditore serio!

 

SINISTRA DISOCCUPATA

C'era una volta uno slogan: lavorare meno, lavorare tutti. Da un lato, l'abbiamo riempito poco, dall'altro la coscienza che il lavoro non c'è, non mi pare sia patrimonio di molti. E invece non c'è lavoro. Di quel lavoro di cui ci siamo sfamati fino a ieri, ce ne sarà sempre meno, oserei dire fortunatamente. Questo però fa parte di un altro discorso: dovremo reinventare il lavoro. Se invece si dice che il lavoro c'è, ma non ce lo vogliono dare per colpa di “cattivi” che lo distribuiscono come pare a loro, si dice una mezza verità e anche male. Senza rendersene conto (?), si rafforza quella “corrente di pensiero” per cui il lavoro ci sarebbe, ma quel che manca è proprio la gente con voglia di lavorare (gratis o giù di lì).

Già. Il lavoro di cui sopra è in gran parte quello reperibile nel pubblico impiego e nelle sue carenze di organico. Con quel che segue. Nel caso di “quel” lavoro, mi pare per lo meno di cattivo gusto lanciare accuse a Sindaco e Giunta, quasi che l'unico problema sia di cambiare cocchiere perchè lo sgangherato carrozzone vada bene. Non voglio prendere le difese di “diegounalacrimasulviso”, ma altre sono le colpe di una sinistra che crede di gestire una fetta di potere e la gestisce in modo da non disturbare l'Avvocato “Lamiera Spa” e consociati.

Franco Calamida ci ha avvisati più volte del pericolo di ripercorrere la parabola del movimento dei disoccupati organizzati napoletani. Personalmente ho seguito quella situazione con attenzione, passione e oserei dire amore: c'era del nuovo che mi piaceva! Là ho lasciato la mia valigia con la “etica del lavoro” e ho portato a casa una scatola di cartone vecchia come il mondo: il lavoro come luogo di scambio di beni e servizi. Tutto poi finì nei mille rivoli della ricerca dei santi in paradiso.

Caro Calamida, a Torino non corriamo nessun rischio parabolico. Alcuni strati si sono “organizzati” per procurarsi i “santi in paradiso”. Saranno forse la punta di un iceberg. Per ora le “istituzioni” li trattano come “importanti” e “significativi”. Farà comodo? Penso proprio di sì.

Ma noi, cosa sappiamo, o vogliamo sapere, della parte sommersa, cioè dei 150mila disoccupati di tutta la Regione? Credo molto poco, anche perchè la parte sommersa dell'iceberg non urla, e noi, forse, preferiamo parlare invece di imparare ad ascoltare le voci deboli che non osano farsi sentire.

Dimenticavo. Una parte “importante” della sinistra pensa che i disoccupati (o cassaintegrati), oltre a non aver voglia di lavorare, siano anche inidonei al “nuovo” modo competitivo di produrre, anzi dannosi. Si tratterebbe quindi di distribuire loro un reddito attraverso un “lavoro innocuo-inutile”. Che cavolo di sinistra, o che sinistra del cavolo sarà?

 

Bruno Redoglia (detto Orso) – Torino

Primo Piano, quindicinale piemontese, 8 ottobre 1984

<< La voce del padrone >>

E' il " bollettino politico interno di documentazione per il confronto, il dibattito e la lotta" che il "Circolo Operaio" di None fa uscire a partire dall'autunno '71 fino al giugno del '75. La cadenza dal 1973 era settimanale e il foglio vedeva la luce su carta ciclostilata. Titoli e vignette erano disegnati sulla matrice, perchè costavano di meno di quelle in uso per incisore elettronico, usate solo più avanti e in rare occasioni. La tiratura si aggirava sulle 150 copie, tutte prevalentemente distribuite e vendute a cento lire a copia negli stabilimenti Indesit di None e Orbassano, dove il gruppo interveniva con i suoi miltanti nel dibattito sindacale e politico.

Tutto cominciò con la vertenza aziendale Indesit del '71: i 6 mila e fischia produttori di lavatrici, televisori, frigoriferi ecc si lanciarono in una lotta durata tre mesi per ottenere pause nel lavoro di linea, sostituti assenti, rotazione e qualifiche, superamento del lavoro al sabato. Una manodopera prevalentemente femminile, di recente formazione e di scarsa tradizione sindacale, si trovò a misurare il peso politico della sua partecipazione al lavoro produttivo nella grande industria. Che il lavoro produttivo c'entrasse con la politica era una cosa mai vista da quelle parti, o mai saputa, o dimenticata: (ri)vedersela tra i piedi suscitava uno strano effetto di spaesamento che generava o rifiuto conservativo o entusiastica adesione.

La ben nota miscela di metalmezzadri, ex braccianti del sud, immigrati dal Polesine, reduci dalle grandi fabbriche e dalle miniere di Francia e Germania, a contatto con la curiosità delle avanguardie studentesche produsse una domanda di informarsi e di trovarsi cui il circolo diede una sua risposta. Si partì dallo studio delle voci della busta pga ( il premio collettivo orario fu l'argomento del primo opuscolo), si fece una capatina sul problema dei trasporti, poi dei prezzi e dei costi della scuola (gratuità dei libri di testo).Importante fu l'iniziativa contro la nocività dell'ambiente di lavoro: in collaborazione con alcuni medici si rilevò la presenza della trielina nelle urine di operai. Si ottenne la modifica di impianti e si riuscì a fare visite mediche a gruppi di operai interessati al problema.

Come era fatale si finì dalle parti del Cile, del VietNam e del comunismo eretico e ribelle della nuova sinistra. Mentre procedeva la produzione settimanale del giornalino, alcuni operai e studenti lessero per la prima volta in gruppo Il manifesto dei comunisti del 1848, Lavoro salariato e capitale, Salario prezzo e profitto di Marx.

Alle riunioni che si tenevano in via Stazione 134, partecipavano con regolarità operai e operaie come Bruno Redoglia (orso), Piero Baral, Luisa Melega, Giovanna Baffa, Battista Raimondi, Alfredo Crolle, Mauro Sorrentino, poi una fauna di studenti universitari presto fuori corso come Mario Dellacqua e Nello Petrossi, insegnanti della media di None come Anna Garelli e dirigenti torinesi del Collettivo Lenin come Sandro Guiglia. Chiedo scusa per le dimenticanze. Ottimi i minestroni a casa di Orso e le castagnate in montagna.

I ritmi troppo serrati della militanza e l'impatto con la Politica ad alto livello ( il problema del governo delle sinistre, la competizione elettorale) produsse la pacifica diaspora del gruppo che si sciolse senza squilli di tromba nel giugno del '75. Le pubblicazioni cessarono proprio in coincidenza col grande successo comunista del giugno '75. Alcuni smisero di fare politica, altri si appartarono e si sposarono, altri non si licenziarono ma furono licenziati dalla Fiat o dall'Indesit o da tutti e due, altri si lanciarono nella grande politica in partiti grandi e piccoli. Quasi tutti godono oggi di buona salute.

Dagli articoli pubblicati sul bollettino si ricava una forte attenzione alla vita nelle officine, nei paesi e anche nelle piccole fabbriche. Ciò non impediva al gruppo di parlare sempre molto male dei governi di centrosinistra che pretendevano di pagare molto male gli operai rifiutandosi per giunta di fare una politica industriale di diversificazione produttiva e di investimenti al sud. Il gruppo poi, cercava di spiegare che uno sviluppo economico fondato sull'automobile e sui consumi privati avrebbe finito per procurarci un sacco di guai.

Il gruppo era extraparlamentare di sinistra, cioè irriducibilmente critico verso il Pci, accusato di accontentarsi troppo di coltivare deleghe elettorali e sindacali. Ma il gruppo mantenne rapporti di collaborazione sempre conflittuale con la gruppetteria varia. Quest'ultima era criticata perchè attribuiva alla politica maggioritaria di sinistra storica e sindacati tutti i ritardi del movimento operaio. Il Circolo Operaio rifiutava di leggere la storia del movimento operaio come una storia di tradimenti perpetrati da "vertici" manipolatori e corrotti ai danni di una "base" presentata come perennemente incompresa e perennemente immaginata come unita nella disponibilità al conflitto. Il signor Renzo Del Carria, che scrisse Proletari senza rivoluzione "dando dignità storiografica" a questa interpretazione, è oggi in orgasmo per i successi del leghismo. Come volevasi dimostrare.

Queste resistenze alle semplificazioni, questa diffidenza per le rimozioni è forse quel che resta, se resta, di quell'esperienza. Però ricordo che quella consapevole lungimiranza che sapeva di non poter scommettere sui tempi brevi, si traduceva in un atteggiamento pedagogico verso gli operai, ad ogni pagina sempre un po' moralisticamente sgridati per la loro scarsa partecipazione alle messe cantate del tempo ( scioperi, manifestazioni politiche, cortei, assemblee...).

m.d.


 

Il suo volere

Ora che viaggiamo verso tempi sconosciuti di grande crisi, tutti avvertiamo il bisogno di combattere l’insicurezza del domani, il degrado dei diritti, la guerra dei penultimi contro gli ultimi. Ci servono comportamenti concreti e iniziative efficaci a difesa dei lavoratori e delle loro famiglie che si trovano sole davanti al crollo dell’occupazione: Indesit, Streglio, Olimpyas, ma non solo.

Tutti scopriamo che ci manca l’abitudine alla solidarietà che avremmo dovuto accumulare con maggiore lungimiranza nei tempi in cui il lavoro sembrava sicuro, lo sviluppo ininterrotto, il futuro protetto.

La solidarietà non si improvvisa. E’ come un’assicurazione che non puoi pagare il giorno dell’incidente. E’ come una preghiera, se sei un credente, che non puoi rivolgere al tuo Dio nel giorno della malattia.

La solidarietà è un vantaggio moderno e antico che non scende dall’alto, ma sale dal basso, con il tempo e con gli altri.

In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”) sorgerà per questo, accanto alla “Fondazione Orso” e a “Liberamente”, una casa aperta alle donne e agli uomini di ogni mestiere, di ogni etnia, di ogni fede religiosa che vorranno contribuire alla diffusione quotidiana del mutuo soccorso, della solidarietà sociale, dell’istruzione popolare, dell’incontro con i migranti, della cooperazione con i popoli oppressi dalla fame e dalla guerra.

Lo potranno fare in forma individuale o collettiva, con o senza tessera di partito, ciascuno rielaborando a modo suo, in libertà con gli altri, le tradizioni del pensiero cristiano-sociale, o anarchico, o socialista e comunista, o ambientalista e pacifista.

 

La “Fondazione Orso” istituirà in via Roma 11 a None un fondo di solidarietà per aiutare i lavoratori dell’Indesit e di altre imprese a fronteggiare le spese sanitarie e a promuovere gruppi di acquisto solidale di generi alimentari a favore delle famiglie in maggiori difficoltà.

L’Associazione “Liberamente” istituirà in via Roma 11 corsi di Italiano per lavoratori stranieri e corsi di sostegno per tutti i ragazzi che a scuola non vanno bene, ma vogliono cercare un loro recupero in un ambiente sereno e libero da gerarchie.

 

= “Orso” è Bruno Redoglia, un operaio che ha lavorato all’Indesit per oltre vent’anni. Anarchico in gioventù, amava definirsi apprendista comunista. E’ morto il 29 maggio 2008 lasciando tutti i suoi beni ad opere utili per la solidarietà sociale, per l’istruzione, per l’uguaglianza e per l’emancipazione degli oppressi.


appuntamento il 25 aprile

Col tempo, dal basso, con gli altri

In via Roma 11 sta per sorgere “Un angolo non ottuso”. Sarà una sala aperta alle donne e agli uomini di ogni mestiere, di ogni etnia, di ogni fede religiosa che vorranno contribuire alla diffusione quotidiana del mutuo soccorso, della solidarietà sociale, dell’istruzione popolare, della presenza sindacale, dell’incontro con i migranti, della cooperazione con i popoli oppressi dalla fame e dalla guerra.

Lo potranno fare in forma individuale o collettiva, con o senza tessera di partito, ciascuno imparando e rielaborando a modo suo, in libertà con gli altri, le tradizioni del pensiero cristiano-sociale, o anarchico, o socialista e comunista, o ambientalista e pacifista.

 

In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”), la “Fondazione dell’Orso” istituirà un fondo di solidarietà per aiutare i lavoratori dell’Indesit, di Streglio e di altre imprese a fronteggiare le maggiori difficoltà derivanti dalla perdita del posto di lavoro.

In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”), l’Associazione “Liberamente” istituirà corsi di Italiano per lavoratori stranieri e corsi di sostegno per tutti i ragazzi che a scuola non vanno bene, ma vogliono cercare un loro recupero in un ambiente sereno e libero da gerarchie.

 

 CHI ERA ORSO

“Orso” è Bruno Redoglia, un operaio che ha lavorato all’Indesit di None per oltre vent’anni. Anarchico in gioventù, amava definirsi apprendista comunista. E’ morto a 72 anni il 29 maggio 2008 destinando tutti i suoi beni ad opere utili per la solidarietà sociale, per l’istruzione, per l’uguaglianza e per l’emancipazione degli oppressi.

 

25 aprile 2009

in una giornata senza pioggia un centinaio di persone hanno inaugurato la Fondazione Orso a None

tre brani della Lippa Jazz Band audio1   audio2  audio3

Inaugurazione: audio  Mario Dellacqua, Piero Baral, Mirella Vitillo, Alberto Tridente, Gian Piero Clement

foto di gruppo del circolo di None 35 anni dopo

Mauro, Maria, Battista, Giovanna, Mario, Piero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

assenti Luisa Melega, Nello Petrossi, Alfredo Crolle

dieci Capacità sempre più necessarie

nel mondo del lavoro, nelle associazioni,

nella politica, nella vita quotidiana 

1)     Partecipare attivamente alla vita di un gruppo e conoscerne regole e valori.

2)     Saper ascoltare gli altri.

3)     Saper esprimere in modo appropriato e convincente le proprie idee.

4)     Non interrompere chi sta parlando e parlare uno per volta. Mentre ha la parola uno, non parlare con altri.

5)     Fare di tutto per realizzare i propri progetti, ma conservare il rispetto per gli altri e una sana scintilla di dubbio che ci impedisca di credere di avere sempre ragione e anzi ci faccia temere il giorno in cui solo le nostre ragioni avessero a prevalere.

6)     Saper lavorare con persone diverse per cultura, provenienza e appartenenza.

7)     Essere elastici e disponibili a mediazioni o a compromessi senza essere arrendevoli.

8)     Saper assumere responsabilità e sapersi offrire come punto di riferimento verso il raggiungimento di uno scopo.

9)     Non delegare ad altri compiti faticosi, ma discutere democraticamente l’assegnazione delle responsabilità.

10)Coltivare rapporti pacifici con tutti, ma non tacere il dissenso per amore del quieto vivere. Le buone amicizie si rinsaldano nella lealtà della parola che subito può far soffrire, ma alla lunga libera perchè parla chiaro.

 

 

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Carteggio Foa-Orso


Farò forse fatica nel dire alcune verità private ma non segrete.

Andando avanti negli anni, ciascuno di noi deposita negli scantinati forse polverosi della sua memoria o nei nascondigli limpidi della coscienza un lungo elenco di persone verso le quali ci sentiamo debitori: di tempo, di lavoro, di istruzione, di allegria, di fiducia, di amicizia, di complicità, di comprensione, di indipendenza, di autorità, di affetto e addirittura di amore, che è poi il necessario di cui abbiamo bisogno e che non riusciremo mai a sostituire con il superfluo per quanto disperati e fantasiosi siano i nostri tentativi.

Quanto più facciamo consapevolmente questo esercizio di aggiornamento dell’elenco delle persone a cui dobbiamo qualcosa, tanto più scopriamo che non è vero che attorno a noi c’è solo corruzione, indifferenza, incompetenza, uguaglianza nell’avidità, competizione aggressiva, individualismo possessivo, narcisismo. C’è attorno a noi un mondo di persone che ci vogliono bene a cui vale la pena e la gioia di voler bene. Noi le dobbiamo saper apprezzare da vive e non piangerle quando ci lasciano. Tutte queste persone che quotidianamente ci sfiorano con il loro sorriso e le loro interrogazioni dimostrano che Calvino aveva ragione nel suo “Barone rampante”: “le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente si ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)”.

Orso è una delle tante persone di cui sono debitore: della mia istruzione e dunque del mio attuale mestiere, giacchè non so. Forse non avrei deciso di entrare in fabbrica se non lo avessi conosciuto e non è un mistero che per me la fabbrica è stata una vera università popolare, ma non provinciale, il mio vero corso di addestramento professionale al mestiere dell’insegnante.

E poi non è un mistero che con Orso avevo un rapporto di figliolanza politica, devota, talvolta tremebonda e poi via via irta di mia insofferenza. Di ciò, della mia incespicata emancipazione, lui non si rammaricava affatto. Sollecitava la mia autonomia e poi, quando mi avventuravo nella critica di certe sue affermazioni, non mollava di un centimetro e mi guardava con aria di compassionevole disincanto. Parlava sempre e secondo me anche troppo. Eppure, in questo modo, contrastivamente mi ha insegnato a molto ascoltare e a molto osservare, prima di parlare.

Avevo l’esempio di mio padre che non ha mai scucito più di qualche storta sillaba su tutta la sua vita di fabbrica e di campagna, di guerra e di prigionia. O perché si autocensurava o perché non riusciva a raccontare.. E mentre mio padre si censurava, Orso era un diluvio di ricordi vivi e palpitanti, di aneddoti e di episodi che inserivano nella grande storia il grigiore della vita quotidiana degli sconosciuti. Li esaltava e li trasformava in protagonisti. Al massimo sentivo dire a mio padre che quelli della Fiom li mandano in via Nizza. Orso invece mi raccontava che aveva scritto su un muro viva Stalin viva l’esercito rosso e poi della sua esperienza nella federazione anarchica e nel partito comunista.

Detestavo mio padre per i suoi silenzi. Ero un misto così strano di ingenuità e di prepotenza che mi impediva di comprendere che toccava a me rivolgere a mio padre le domande giuste, toccava a me preparare con il sorriso giusto, con un bicchiere, con una mano attorno al collo il terreno per il dialogo. Ascoltando l’eloquio vulcanico e torrenziale di Orso imparai a stare zitto e a far parlare gli altri. E così mi riconciliai con mio padre un bel giorno o poco per volta, non so, ma ormai era troppo tardi, mio padre se ne andò troppo presto. Ma capii che non sempre quelli che non parlano sono quelli che non hanno niente da dire. E non sempre quelli che alzano la voce hanno da dire cose importanti. La parola che comunica è quella che nasce dall’ascolto, dal rispetto per le esagerazioni e per le intemperanze sorte dalla sofferenza. La parola che comunica è quella che nasce dalla volontà di condividere, comprendere e liberare.

Con la venerazione del figlio riconoscente, saluto qui il padre che mi insegnò a rispettare in mio padre tutti quelli che sono vittime della parola usata per dominare e non per rendere uguali. Tutti quelli che non hanno la parola e sono in lotta per conquistare il diritto di parola.

Mario Dellacqua


  

LE  COSE  CHE  NON  TI  HO  DETTO

 

Preambolo

Piero mi aveva telefonato. Insieme con altri era intenzionato a scrivere un quaderno su Orso. Questo è un mio contributo.

Inizio anni 70, a pochi passi dalla stazione di None: in una stanzetta disadorna, che affacciava sulla strada e dove difficilmente entrava il sole, incominciavano a incontrarsi un po’ di varia umanità: operai della vicina Indesit, studenti, insegnanti, apprendisti, intellettuali, gruppettari di varia provenienza, ed altri. Si realizzava, nei fatti, lo slogan allora in voga: “Operai e studenti uniti nella lotta”. Io arrivai non molto dopo dall’Indesit di Orbassano. L’Indesit era formata da sette stabilimenti, sette capannoni: uno a Orbassano, con la palazzina della direzione generale, e sei a None, ognuno con una sua diversa tipologia di produzione.

Bruno Redoglia, in arte Orso, operaio specializzato, instancabile autodidatta, di lunga militanza ed esperienza. Nei penultimi tempi non eravamo tanto d’accordo, e sebbene fossero volate anche le sedie, a casa di sua madre, avevamo ripreso i contatti come dopo una scazzottata liberatoria tra buoni amici. Non sempre era facile seguirlo. Il suo grande impegno pedagogico, con irruenza oratoria, era farci capire che non potevamo delegare ad altri la soluzione dei nostri problemi né fare affidamento in un uomo della provvidenza, in un duce che ci conduce.

Per i foresti: le “piole” sono delle vecchie trattorie, le “boite” sono delle piccole fabbrichette.

 

Le cose che non ti ho detto.

La memoria non è una fedele testimone: come una foto la puoi ritoccare, mettere o togliere delle cose, sbizzarrirti, inconsciamente, a piacere. Provo, comunque, a raccontare, a seguire il filo di perle rosse di una splendida collana. L’odore del fumo di quelle tue sigarette disgustose, il profumo del caffè fatto con una napoletana, il ‘latte di suocera’, più forte della grappa che ci passavamo non solo nei picchetti ai cancelli, la cucina non peggiore di quello che avevo assaggiato in Germania, il pavimento di casa tua dove diverse volte avevamo steso i sacchi a pelo, mamma Orsa che aggiungeva un altro posto a tavola, il giro per le piole, la farinata di ceci, le acciughe al verde e altri cibi indigeni, le canzoni di Ivan Della Mea, degli Inti Illimani... e tanti altri fotogrammi, odori, emozioni, amicizie che non si sono rotte nonostante tutte le avversità. Non mi sembra che ci fosse un clima di spensierata allegria tra noi al Circolo; io non ero certo un tipo allegro, e neanche ricordo di aver visto Mario o Piero ridere spensieratamente, però avevamo la consapevolezza di vivere un momento ed una vicenda straordinaria, sono quasi certo che lo ‘spirito dei tempi’ aleggiasse su di noi: credevamo che un mondo migliore fosse possibile e nel nostro piccolo ci provavamo. A pensarci bene avremmo potuto mettere una lampadina da 100 watt, al Circolo: avrebbe illuminato di più la stanza e forse anche il nostro futuro.

1970: a Porta Nuova scendevo dal treno che veniva dal sud, senza la valigia di cartone, insieme a centinaia di altri passeggeri; ecco che avanzava uno strano soggetto, l’operaio-massa, senza arte né parte, senza cultura né tradizione politica sindacale, come me senza uno straccio di diploma e senza nessuna specializzazione. Dopo una breve esperienza nelle ‘boite’, a fine agosto lavoravo all’Indesit.

Dopo pochi mesi fui invitato a un’assemblea sindacale a Cantalupa, dove si preparava il primo Contratto aziendale; sono sicuro che c’eri anche tu a compilare quella bozza contrattuale. Ricordo anche un signore, in giacca e cravatta e sigaretta accesa tra le dita, che passeggiava su e giù, mentre faceva un intervento all’Intercategoriale presso la CGIL: sicuramente quello che indossavi era il tuo vestito del giorno di festa.

Forse avevo parlato con Giovanna e dopo non molto fui contattato da Anna: ci vedemmo al ristorante Quo Vadis, mi parlò del Circolo di None e lì incominciò l’avventura. Non capivo una mazza di sindacato, partito, lotta di classe... e tu continuavi a parlare come un fiume in piena, ti seguivo con difficoltà. Dopo la lettera di Vittorio, che era venuto da Napoli con Ugo per vedere da vicino la situazione operaia al nord, incominciai a capire qualcosa; ed ecco come ci vedeva, con gli occhi di uno esterno, un ospite: “… Un gruppo poco formalizzato come il vostro non ha una divisione, dei compiti né una struttura organizzativa, è una struttura aperta… Ha un bello sbattersi Orso per non essere un modello... tanto vale accettare la propria funzione di leader. Sul rapporto Collettivo Lenin/Circolo None: è il rapporto Orso/Sandro. Orso, da leader, lottava contro il tentativo del Lenin di fare del Circolo un organismo ideologizzato, estremistoide, con la fissazione di costruire il partito”.

Penso che tuttora Vittorio non sia ancora convinto che oltre a una struttura gerarchica verticale possa esistere una struttura orizzontale senza bisogno di capi. Ricordo da parte nostra il rifiuto della delega, della politica come professione di fede e di carriera, le lotte serrate contro il PCI che delegava a tecnici e ad esterni la soluzione dei nostri problemi, e molto altro. Non ci siamo neanche presi il lusso, piccolo borghese, di farci uno spinello, perché dovevamo essere svegli e lucidi per fare la lotta di classe. Io, ai testi sacri - Marx e soci - che non riuscivo proprio a leggere, preferivo, napoletanamente, “L’elogio dell’ozio” o “Socialismo-Anarchismo- Sindacalismo” e roba simile di Bertand Russel.

Dopo qualche tempo mi proponesti di spostare l'abitazione a Piossasco, per cercare di mettere in piedi un punto di riferimento locale non lontano dall’Indesit di Orbassano; lì c’era il “giro” di Andruetto e Laura che potevano darmi una mano. Io non ero per niente preparato e purtroppo quel periodo coincise con una mia depressione profonda. Come un angelo salvatore, forse dietro tuo suggerimento, arrivò Piero, caricò le mie povere cose sulla sua cinquecento e mi portò a casa sua: lì c’era una specie di ‘comune’, ma questa indimenticabile esperienza è tutta un’altra storia. Ti eri preoccupato pure della mia salute: mi mandasti da un omonimo prof. dott. Redoglia per farmi curare l’udito.

Ricordo le domeniche militanti a casa tua o alla cascina di Anna: polenta, castagne e un bicchiere di vino... Sandro e il collettivo Lenin e i tanti ospiti che passavano dal Circolo o a casa tua.

Fu come una giornata di festa quel giorno, nel piazzale davanti alla direzione, quando organizzammo, con dei medici che eri riuscito a coinvolgere, la raccolta dei campioni di urine per rilevare la presenza della trielina che inalavamo in fabbrica; venivano contenti, con le loro boccettine, anche emeriti crumiri e i sindacati ufficiali non erano affatto contenti.

Poi la nostra discesa a Teverola, l’Indesit Sud, il tentativo di formare un punto di aggregazione locale con Vittorio, Ugo e altri volontari, in trasferta da Napoli come supporto; le nostre ferie, specialmente le tue, dedicate in loco. La rete di rapporti che eravamo riusciti a costruire a Napoli, l’amicizia con Fabrizia Ramondino e il suo giro di intellettuali. Le nostre decise posizioni nei Consigli di fabbrica e fuori. La posizione di “Né con lo Stato né con le BR”. Ne abbiamo fatta di strada nei cortei e nelle manifestazioni! Ottimisticamente pensavamo: “El pueblo unido jamas sera vencido”, senza nessuna premonizione degli anni bui che stavano irrompendo. La tragedia di Piero e il suo ostinato rifiuto a farsi aiutare, la disperazione dei suoi genitori e di noi tutti che gli volevamo, e gli vogliamo, bene...

Mi sai dire perché, in quei momenti difficili e in Cassa integrazione, non siamo riusciti neanche a parlarci? Anch’io cercavo una soluzione individuale, senza rendervi partecipi delle mie enormi difficoltà. Non siamo riusciti allora a capire che il personale è anche politico e che la natura dei rapporti che si instaurano - cooperativa, conflittuale, gerarchica, tra pari - è quella che condiziona le scelte delle persone e della società. E le compagne del circolo: Anna, Giovanna, Luisa e le altre, che hanno condiviso il nostro cammino... non erano state relegate in ruoli subalterni, ma noi maschi non eravamo neanche lontanamente sensibilizzati alle loro problematiche di genere, che sono ben più profonde e antiche di quelle tra il lavoro e il capitale.

Anche se, tu ed io, non eravamo d’accordo su alcune cose, le divergenze non hanno interrotto i nostri reciproci legami. Ti ringrazio per la tua amicizia, Orso!

 

E adesso ve li/le presento meglio...

Quando l’ho conosciuto, Piero lavorava già all’Indesit come semplice operaio. Piero è Piero Baral, uno che non farebbe male a una fastidiosa zanzara; era nella lista infame dei 61 della Fiat, che un sindacato in rotta non era intenzionato, né in grado, di sconfessare. Non ricordo esattamente dove ci siamo incontrati la prima volta. Abbiamo condiviso pane (e companatico), casa, insonnia e attenzione della Digos... ricordo una loro visita notturna e il nostro caro Michele che, inseguito, scappava sui tetti. Tuttora un forte legame di amicizia ci unisce.

Anna Garelli allora era un’insegnante della vicina scuola media di None; quando l’ho conosciuta era sotto processo per plagio dei suoi alunni perché, narrava l’accusa, “parlava di giustizia sociale e di comunismo”. E’ stata un po’ come una mia guida, una Virgilia, in quella che per me allora era una selva oscura.

Mario Dellacqua e Petrossi erano gli studenti più grandicelli, forse gli unici nativi del posto. Poi c’era Gerardo, studente, e Battista l’apprendista, entrambi figli di immigrati meridionali venuti su da poco tempo. Eravamo anche di varia provenienza geografica: oltre al Piemonte c’era il Veneto, la Calabria, la Campania.

Vittorio Zambardino, amico dall’infanzia, giornalista di Repubblica, ora in pensione, aveva anche lavorato per il sindaco di Napoli Valenzi. C’è una lunga biografia su internet. Nonostante i suoi eterni casini esistenziali si era impegnato a seguire, con Ugo, i lavoratori dell’Indesit Sud. Allora erano ancora studenti: vennero su in vacanze premio, ospiti del circolo e a casa di Orso.

Ugo Maria Tassinari: l’avevo conosciuto tramite Vittorio; qualche visita a casa sua, su a Posillipo, nei quartieri bene di Napoli, e non ricordo altro. Dicono che è uno dei massimi esperti nazionali del fascismo e della destra radicale, professore universitario e biografia corposa su internet.

Ho conosciuto Fabrizia Ramondino durante una manifestazione a Milano. Era una bellissima giornata; in mezzo a tutta quella confusione, per caso, due napoletani si incontrarono, scambiandosi emozioni ed informazioni. Allora Fabrizia non aveva ancora scritto i suoi bei libri. La presentai a Orso e fu simpatia a prima vista. Si è addormentata lungo quelle spiagge che, da ragazzo, raggiungevo in autostop da Napoli.

Sandro Guiglia: i nostri cammini si sono incrociati al circolo; uno degli esponenti di spicco del Collettivo Lenin prima e di Avanguardia Operaia poi, aveva una cura particolare per il nostro gruppo. Profondi legami di affetto e simpatia ci univano e, nonostante la lontananza, non si erano spenti.

Giovanna e Luisa erano due delegate di due diversi stabilimenti: fin dalla prima ora al circolo, decise e battagliere.

Mauro Sorrentino - del gruppo Uomini in Cammino

 

 


 

intervista (pag. 152) a Orso di anni 24 - operaio metalmeccanico

 

in La Rivolta di Piazza Statuto - Torino,  luglio 1962   (editore Feltrinelli economica)

di Dario Lanzardo


TRE suoi scritti

- Storia dell'indesit

- Ricerca sull'assenteismo (1979) (testi Orso, vignette Piero)

 

  ristampa http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=497866

SINISTRA DISOCCUPATA

C'era una volta uno slogan: lavorare meno, lavorare tutti. Da un lato, l'abbiamo riempito poco, dall'altro la coscienza che il lavoro non c'è, non mi pare sia patrimonio di molti. E invece non c'è lavoro. Di quel lavoro di cui ci siamo sfamati fino a ieri, ce ne sarà sempre meno, oserei dire fortunatamente. Questo però fa parte di un altro discorso: dovremo reinventare il lavoro. Se invece si dice che il lavoro c'è, ma non ce lo vogliono dare per colpa di “cattivi” che lo distribuiscono come pare a loro, si dice una mezza verità e anche male. Senza rendersene conto (?), si rafforza quella “corrente di pensiero” per cui il lavoro ci sarebbe, ma quel che manca è proprio la gente con voglia di lavorare (gratis o giù di lì).

Già. Il lavoro di cui sopra è in gran parte quello reperibile nel pubblico impiego e nelle sue carenze di organico. Con quel che segue. Nel caso di “quel” lavoro, mi pare per lo meno di cattivo gusto lanciare accuse a Sindaco e Giunta, quasi che l'unico problema sia di cambiare cocchiere perchè lo sgangherato carrozzone vada bene. Non voglio prendere le difese di “diegounalacrimasulviso”, ma altre sono le colpe di una sinistra che crede di gestire una fetta di potere e la gestisce in modo da non disturbare l'Avvocato “Lamiera Spa” e consociati.

Franco Calamida ci ha avvisati più volte del pericolo di ripercorrere la parabola del movimento dei disoccupati organizzati napoletani. Personalmente ho seguito quella situazione con attenzione, passione e oserei dire amore: c'era del nuovo che mi piaceva! Là ho lasciato la mia valigia con la “etica del lavoro” e ho portato a casa una scatola di cartone vecchia come il mondo: il lavoro come luogo di scambio di beni e servizi. Tutto poi finì nei mille rivoli della ricerca dei santi in paradiso.

Caro Calamida, a Torino non corriamo nessun rischio parabolico. Alcuni strati si sono “organizzati” per procurarsi i “santi in paradiso”. Saranno forse la punta di un iceberg. Per ora le “istituzioni” li trattano come “importanti” e “significativi”. Farà comodo? Penso proprio di sì.

Ma noi, cosa sappiamo, o vogliamo sapere, della parte sommersa, cioè dei 150mila disoccupati di tutta la Regione? Credo molto poco, anche perchè la parte sommersa dell'iceberg non urla, e noi, forse, preferiamo parlare invece di imparare ad ascoltare le voci deboli che non osano farsi sentire.

Dimenticavo. Una parte “importante” della sinistra pensa che i disoccupati (o cassaintegrati), oltre a non aver voglia di lavorare, siano anche inidonei al “nuovo” modo competitivo di produrre, anzi dannosi. Si tratterebbe quindi di distribuire loro un reddito attraverso un “lavoro innocuo-inutile”. Che cavolo di sinistra, o che sinistra del cavolo sarà?

 

Bruno Redoglia (detto Orso) – Torino

Primo Piano, quindicinale piemontese, 8 ottobre 1984

 

 

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- Appunti vari autori storia Indesit (2004) pdf- 6 pagine

- Scheda sul giornale del circolo operaio di None

- tre testi

- 25. Gioana e l'assemblea-1974

 

 


 

- pensione di Giovanna audio

storie di storia: Indesit       crisi indesit- rassegna stampa

http://www.alpcub.com/marzo%202006%20-%20indesit.mp3

audio indesit in streaming



http://www.gravinaoggi.it/la_virtu_dellasino.html

 

La virtù dell'asino

Politica e Cultura


La saggezza dell’animale più disprezzato!

Una poetessa francese, Marie Noel, morta pochi anni fa, nel suo “Diario segreto”, scrive una pagina che non ha bisogno di commento. Basta riflettere!
Eccola: “C’è chi dice che in Paradiso Dio chiami ciascun eletto col nome d’una virtù.
Non potrà chiamarmi SPERANZA: non ho atteso nessuna gioia sulla terra né in Cielo.
Né FEDE: non sono stata certa.
Né CARITA’: ho amato Dio e il prossimo con parsimonia.
Né GENEROSITA’: ho contato, pesato, misurato tutto.
Né ZELO: non ho cercato di conquistare.
Né POVERTA’: mi compiaccio del mio benessere.
Né UMILTA’: mi compiaccio dei miei pensieri.
Né SINCERITA’: non sono vera.
Né SCIENZA’: non ho memoria.
Né PIETA’: non ho ardore !
Il nome sarà quello dell’asino: Dio mi chiamerà PAZIENZA!“

La Pazienza!
E’ la virtù dell’animale più dispregiato.
E’ la virtù dell’animale più semplice.
E’ la virtù dell’animale più utile.
La virtù dell’asino!

La pazienza genera serenità e fiducia.
Pazienza! L’albero non cade al primo colpo.
Pazienza! E’ l’arte di sperare.
Pazienza! Pazienza! Gutta cavat lapidem … la goccia scava la pietra.

 


Radio Singer, ricordata a Leinì con un documentario (29 febbraio)

27 / 01 / 2010 - Leinì rivolge venerdì 29 gennaio uno sguardo particolare al suo passato. Un passato vicino ma per molti caduto nell’oblio, per altri cancellato, per altri ancora mai conosciuto. Un recupero della memoria collettiva di questo comune alle porte di Torino con la vicenda storica più importante da quasi quarant’anni a questa parte: l’occupazione della Singer.

Fu un avvenimento che arrivò sulle pagine dei giornali nazionali e che attrasse l’attenzione non soltanto della politica ma anche del mondo culturale del tempo. A dare solidarietà e appoggio ai lavoratori della Singer in quegli anni arrivarono Dario Fo e Franca Rame, Francesco Guccini e da oltreoceano i Living Theatre. Furono anni intensi a Leini i ’70. La lotta della Singer portò in anticipo di decenni alla lotta sulle carenze ambientali sul posto di lavoro ma anche ad ottenere strutture sociali come l’asilo nido per i bambini delle lavoratrici. Tra le esperienze più importanti anche quella della costruzione di una radio. Era il tempo delle radio libere e anche i lavoratori della Singer avevano pensato di costruirne una per far ascoltare la loro voce, i loro problemi ma non solo. La radio che fu battezzata “Radio Singer” iniziò a trasmettere alla fine del 1975 e nei suoi programmi si dibatteva di tutto, dai problemi di attualità, a quelli dei giovani e delle donne, facendo ascoltare anche della buona musica. Radio Singer trasmetteva sulle frequenze 93,3 e 103 MHz che erano frequenze della Rai ma non per questo fu fermata e fatta chiudere, bensì per l’intervento del comune di Caselle che temeva potesse danneggiare le trasmissioni dell’aeroporto.

Radio Singer fu una grande esperienza di comunicazione. Oltre ai comunicati del Consiglio di fabbrica e al calendario delle lotte, molti furono i dibattiti e le interviste. La radio che aveva costruito Orso, operaio della Indesit, si sentiva in tutto il territorio di Leini fino a Mappano perché installata sul campanile della chiesa. Campanile utilizzato per montare l’antenna grazie al permesso del parroco, don Piero” ci ricorda Guerrino Babbini uno dei protagonisti di quegli avvenimenti, autore del libro autobiografico “Quando”, edito dalle Edizioni n.d.r., nel quale ricorda anche l’esperienza di Radio Singer.

(LA RADIO DI RADIO SINGER ERA DI ORSO)

http://www.cineteatrobaretti.it/app/pdf/radio-singer.pdf

non costruiamo macchine da cucire

Nel 1962 la Domowatt, azienda impegnata nella

produzione di elettrodomestici che impiega circa

400 dipendenti e produce 1.000 pezzi al giorno,

costruisce a Leinì nei dintorni di Torino, uno

stabilimento dopo aver rilevato dalla Fiat la linea di

montaggio dei frigoriferi attiva al Lingotto. Nel 1964

la multinazionale statunitense Singer decide di

entrare nel mercato dell’elettrodomestico bianco,

rilevando il pacchetto di maggioranza della

Domowatt. Nasce così lo stabilimento Singer di Leini,

che sembra una cattedrale in mezzo al deserto,

perchè intorno ha solo campagna.

A luglio del 1975 la direzione presenta una pesante

richiesta di cassa integrazione, chiedendo di

collocare da settembre a zero ore 1.788 operai.

 

Il terrorismo

Alle richieste dei “padroni” rispondono le Brigate

Rosse. Martedì 21 ottobre 1975, nel tardo

pomeriggio, un dirigente della Singer, cade

nell’agguato teso da tre brigatisti. Aggressione,

gogna, ferimento. Scrive La Stampa: “Costretto con

le armi a inginocchiarsi, lo hanno fotografato, poi,

con freddezza, gli hanno sparato nelle gambe: due

colpi, un proiettile lo ha ferito all’altezza del

ginocchio destro. La vittima è Enrico Boffa, 41 anni,

abita a Rivoli, sposato con due figli; è direttore del

personale dello stabilimento Singer a Leini. Il cartello

che i brigatisti gli hanno appeso al collo così recita:

“Brigate rosse. Trasformare la lotta contrattuale in

scontro di potere per battere il disegno

presidenziale e corporativo di Agnelli e Leone e il

compromesso storico di Berlinguer”.

 

La radio libera e gli spettacoli

Gli operai in lotta imprigionati tra i padroni e le

Brigate Rosse cercano una via di uscita. Portano la

società dentro la fabbrica. E il contrario. Alla fine del

1975 accendono una radio libera. Una delle prime

in Italia: Radio Torino Singer.

“Abbiamo preso un ricetrasmettitore dei B52,

comprato a Bologna, e trasmettevamo dal

campanile della chiesa, cosa che denota gli alti

livelli di coinvolgimento del territorio. E fatemi dire

che siamo stati la prima radio! Siamo arrivati due

giorni prima di Radio Bra Onde Rosse”.

Gli operai aprono un asilo autogestito, iniziano con

degli impiegati un doposcuola, tutte esperienze

aperte alla città. Organizzano concerti: Guccini,

Milva. E spettacoli teatrali: Living Theatre, Dario Fo e

Franca Rame.

Ma nel frattempo si continua la lotta. Nel febbraio

1977 dopo tre giorni dalla cacciata di Luciano

Lama all’università a Roma gli operai della Singer

sono i protagonisti, con studenti universitari e medi,

della protesta a Torino.

L’esperienza della lotta alla Singer è un caso unico

di sperimentazione, di tentativi e fallimenti di uscire

dalla morsa Padroni-Brigate Rosse. Quella lotta,

quasi senza leader, cementa amicizie e rapporti

umani che a 30 anni di distanza ancora resistono.

“Lotte che ci hanno fatto condividere fame, freddo,

gioie e dolori, che mi hanno formato il carattere e

che mi sono servite a separare, insegnandomi a

conoscere le persone non per quel che dicono, ma

per quel che praticano. Perché è solo passando con

le persone momenti di amarezza, che riesci ad

entrarci veramente in sintonia”.

 


 

 Frigoriferi e lavatrici, la storia si ripete Ieri tutti in Italia, oggi si emigra a Oriente

Electrolux, Candy, Merloni: gli elettrodomestici «bianchi» di fascia bassa si trasferiscono in Turchia e nei paesi dell'Est, dove il lavoro costa meno e i consumatori sono più poveri. Come nell'Italia del boom

Manuela Cartosio- il manifesto 4.5.08


A Comerio (Varese), quartier generale della Whirlpool Italia, hanno tirato un sospiro di sollievo. La multinazionale, numero uno mondiale degli elettrodomestici, ha confermato un pacchetto d'investimenti da distribuire sui sei stabilimenti che possiede nel nostro paese. Per un paio d'anni i seimila dipendenti italiani della Whirlpool possono stare relativamente tranquilli. Relativamente, perché il settore degli elettrodomestici è uno dei più esposti alle delocalizzazioni. Le aziende si spostano non solo per inseguire il costo del lavoro più basso ma anche per produrre nei paesi dove si aprono nuovi mercati. Se dalla Slovenia in là un numero crescente di consumatori può permettersi d'acquistare il frigorifero, la lavatrice, il forno - purché a prezzi abbordabili - perchè continuare a produrli qui? E' più economico, e persino più ecologico (si evitano lunghi trasporti), costruirli nei paesi dove vengono venduti.
Per questa dura legge del mercato l'Electrolux cesserà la produzione di frigoriferi a Scandicci e licenzierà tutti i 450 dipendenti. Nel sito di Susegana, che conta 1.500 addetti, taglierà 330 addetti. Qui arriverà un terzo della produzione di Scandicci. Ciò nonostante i volumi produttivi di Susegana scenderanno dagli attuali 1 milione e 100 mila frigoriferi l'anno a 900 mila. Saranno frigoriferi sofisticati e carucci, sui mille euro l'uno. Quelli a basso valore aggiunto, sui 350 euro, si faranno in Ungheria. E da lì si importeranno, se qualche italiano «povero» vorrà comprarli. L'esempio rende l'idea del discrimine che taglia in due il settore degli elettrodomestici bianchi, sia del caldo che del freddo. Nei paesi ricchi conviene produrre le lavatrici da 7-8 chili di carico con incorporata l'asciugatrice, il frigorifero con megacongelatore, il piano cottura da incasso. Negli altri paesi si fanno elettrodomestici più semplici, non da incasso, come si si usavano vent'anni fa qui da noi.
Alla Antonio Merloni, azienda contoterzista da non confondere con la Indesit del fratello Vittorio in corsa per rilevare il comparto elettrodomestici del gigante General Electric, la cassa integrazione lievita a 580 addetti nello stabilimento di Fabriano. Si aggiungano altri 280 cassintegrati in Umbria. La Antonio Merloni ha 3 mila dipendenti in Italia e 5.500 nel mondo. In questo caso alla crisi di redditività di tutto il settore si somma la crisi del modello contoterzista (un'azienda produce senza marchio per altre aziende). Negli anni Sessanta questa formula è stato il tigre del motore dell'esportazione di elettrodomestici italiani nel mondo. Il modello contoterzista non è arrivato al capolinea, anch'esso deve spostarsi in altri paesi.
Il gruppo Candy, per fare un nome illustre che da noi è stato in passato sinonimo di lavatrice, ha 7 mila dipendenti e una decina di stabilimenti nel mondo. In Italia restano solo due siti produttivi (Brugherio e Lecco) e gli addetti sono meno di 2 mila. Nel 2006 Candy ha chiuso la Donora in provincia di Bergamo, nel 2007 la Gasfire a Erba. In parallelo, dopo aver acquisito la britannica Hoover, ha fatto shopping nel resto del mondo. In Russia ha acquistato la Vesta che a Kirov produce lavatrici con il marchio Vyatka. Nel Guandong ha incamerato la Jinling, terzo produttore cinese di lavabiancheria a asse verticale. In Turchia ha comprato la Doruk che con il marchio Süsler produce cucine, piani cottura, forni e stufe. La Candy, ancora di proprietà della famiglia Fumagalli, è diventata una piccola multinazionale «tascabile».
Nel quadro schizzato sopra non c'è molto di veramente nuovo. Cambiano i luoghi, ma la sostanza della storia è la stessa raccontata da Enrica Asquer (un'allieva dello storico Paul Ginsborg) in La rivoluzione candida. Storia sociale della lavatrice in Italia (1945-1970), Carocci editore.
Gli elettrodomestici sono stati il volano del boom economico italiano del secondo dopoguerra. Il loro successo origina dalle indubbie doti imprenditoriali di alcuni uomini nuovi (Niso Fumagalli, Giovanni Borghi, Lino Zanussi) che seppero adattare al nostro paese ritrovati tecnici già in uso nei paesi anglossasoni e in Germania. Ma l'effetto del loro coraggio e della loro fantasia fu decuplicato dall'opportunità di godere dei «vantaggi dell'arretratezza» garantiti dall'Italia del tempo. Il più basso costo del lavoro in quello che allora era il Mercato comune europeo e un paese ricco più di manodopera che di capitali resero conveniente (e obbligatorio) utilizzare tanto lavoro e poche o nessuna tecnologia sofisticata. Ciò permise di sfornare elettrodomestici dignitosi a prezzi competitivi, alla portata delle tasche dei consumatori italiani. Alla metà degli anni Sessanta il segmento basso del mercato italiano costituiva oltre il 55% dei consumatori, contro il 2-5% di quello alto. In Germania quest'ultimo raggiungeva il 40%, quello basso era il 25%. Ignis, Candy, Zanussi presero due piccioni con un fava: fecero il pieno sia nel mercato interno che in quelli europei di fascia bassa. Le concorrenti europee, incapaci di vendere ai prezzi italiani, furono costrette ad accordi di «terzismo». Mettevano il loro marchio su elettrodomestici fabbricati in Italia. Gli elettrodomestici senza marca esportati dall'Italia crebbero dai 400 mila del 1964 ai 2 milioni del 1970. Sommando terzismo industriale e terzismo commerciale, si calcola che la quota complessiva dei prodotti senza marca arrivasse all'80% del totale degli elettrodomestici bianchi esportati.
Quale paese, tralasciando il gigante Cina che ha caratteristiche tutte sue, gioca oggi negli elettrodomestici il ruolo che fu dell'Italia? La Turchia? La Polonia? Qualche altro paese dell'Est? Difficile rispondere perché oggi tutto cambia e si sposta velocemente. La differenza fondamentale è che il boom nostrano fu opera di imprenditori italiani con (piccoli) capitali italiani. Ora i capitali (grandi e piccoli) viaggiano e si fermano ora qua or là dove più conviene.
P.S. Dopo il diritto di voto, la lavatrice è la più grande conquista delle donne. Quindi, nonostante sia scappata all'estero, grazie Candy.

 

 

 

Ho visto per la prima volta Orso durante la manifestazione spontanea contro l’incursione dei fascisti a Pinerolo nel 1971. Nel mezzo del trambusto, fra i fumi dei lacrimogeni dei celerini, io raccolsi un randello di plastica leggera di Carnevale e giravo intorno al Duomo con quel giocattolo.

Orso anni dopo mi disse che aveva colto in me un po’ di ironia e un po’ di voglia di combattere. A quel tempo ero impiegato in una fabbrichetta di Pinasca. L’anno dopo, lavoravo all’Upim, mi propose di venire all’Indesit.

Lì, operaio, scoprii il circolo operaio di None. Ricordo il freddo della sede disadorna , il gabinetto fuori nell’orto, la disciplina delle riunioni settimanali. Orso diceva che non c’era il partito comunista ma ogni giorno dovevamo muoverci come partito, preparati a commentare e reagire adeguatamente agli avvenimenti. A Pinerolo Orso coi gruppetti extraparlamentari soleva far notare le finte divisioni fra loro e sovente non era capito.

Ricordo una frase che più volte mettemmo nel giornalino , in spagnolo, che tradotta dice: la nostra unica legge  è combattere i padroni comunque e in qualunque forma si presentino .Un impegno gravoso e senza fine. Oggi mia moglie Daniela mi rimprovera sovente di non condividere a sufficienza i compiti famigliari e di essere trascurato.

Orso aveva un carattere duro, va detto, non gli piacerebbe oggi essere imbalsamato nel ricordo,  ma io che a quel tempo ero un po’ sbandato, ho capito che senza la sua figura di secondo padre non avrei retto alle difficoltà della vita. Quando fui licenziato dalla Indesit nel 74 per alcune mancanze sulla mutua mi disse ‘aggiustati’. Ma quando nel 79 fui licenziato coi 61 della Fiat, subito con Mario Dellacqua si offrì di garantirmi una somma mensile a patto che mettessi in piedi un centro stampa artigianale  a Pinerolo, per sopravvivere colle mie forze ed restare impegnato in politica.

Io dissi grazie ma rifiutai: sentivo che dovevo prendere le distanze da quegli anni di dura disciplina di fabbrica e sprofondai per un paio di anni nell’esaurimento nervoso.

 

Con Orso sono rimasto collegato negli anni, mentre si rinchiudeva coi suoi attrezzi elettrici in casa, seguendo gli avvenimenti con la radio e i giornali.

Lo ringrazio per questa idea  della Fondazione, a cui contribuisce coi suoi risparmi e ringrazio  Mario e Giovanna per i locali messi a disposizione e per il lavoro organizzativo.

Ringrazio Mirella che più di tutti gli è stata vicino.

Mi piace che si inauguri la fondazione di Orso in questo giorno di ricordo della resistenza, controtendenza rispetto al pensiero unico e alla pacificazione incorso con l’attuale regime di destra appoggiato da metà degli italiani.

 

None 25 aprile 2009-piero

 

 

Carteggio Orso-Foa

Caro Vittorio.

Nel consegnarti il libro di Piero, volevo fare quattro chiacchiere con te sull'argomento.

Il libro di Piero è smilzo, però anche i suoi sassi di gommapiuma pesano.

Su di me pesano le parole di Piero.

In realtà non ho mai capito questo compagno. L'ho accettato, stimato, rispettato,anche incazzandomi.

Forse non ho mai capito nessuno. Ne tanto ne poco.

Piero crede in quello che fa. In questo momento combatte la sua battaglia di retroguardia con il pessimismo della ragione. Gli auguro di tutto cuore di riuscire a lasciare un segno su quelli a cui si rivolge. Ai compagni di belle speranze (nostre, non loro) che sono “rifluiti” nell' “arte”. Ai compagni che, presi a legnate dalla vita e dalle loro contraddizioni, si rifugiano nell'arte, (o in qualsiasi altra attività) raccontandosi la favoletta del realizzarsi; forse è il loro modo di sopravvivere, la loro morfina, il loro brigatismo.

Io non li sopporto più. Ma forse non sopporto più nemmeno me stesso. Piero, non solo li sopporta, ma li accetta. Con molti dubbi, con molte perplessità, conduce la sua battaglia quotidiana. Piero cerca di comunicare a questi ragazzi, (a quelli che si avvicinano alle attività di animazione, in particolare) il suo modo d'essere e vivere l'arte, come l'unico modo possibile e praticabile.

L'arte, o qualsiasi altra attività, non può essere fine a se stessa.

Deve servire agli altri per stimolare la voglia di accrescere la conoscenza.

Riuscirà? Sono idealmente al suo fianco.

Ma a me sono rimasti solo i dubbi e le incertezze.  Non dò battaglie. Al massimo le mie sono scaramucce. Per un senso (malinteso) del dovere, combatto, ma non ci credo più.

Continuo a stare al mio posto, mi illudo di consentire ad altri di rientrare.

A chi riesce a pensare, ti metto nel mazzo, assieme a Piero, non ti offendere, a voi giovani, insomma, delego la strategia. A me, se ne avrò ancora il fiato, irrimediabilmente “vecchio” indicatemi la tattica. Saprò eseguire.

Non ho più l'ottimismo della volontà,non sono riuscito a vederlo nelle parole diNon ho più l'ottimismo della volontà,non sono riuscito a vederlo nelle parole di Piero.

Eppure c'era.

Datevi da fare ragazzi, prima che io decida di fermare il mondo e scenda.

Siamo in molti, in troppi. La scorciatoia è lo scendere

  

Roma, 12 luglio 1982.

Carissimo Orso, la tua lettera della fine giugno mi è giunta solo quando sono venuto per gli esami. Grazie per il libro di Piero che ho letto subito tutto con grande interesse e molte domande. Ti mando oggi il libretto di Marcenaro cui ho collaborato come intervistatore e come postillatore. Vorrei poi un tuo giudizio. Sono molto impressionato per quello che mi scrivi di te. Io non credo assolutamente che possano esistere problemi esistenziali (e pensieri di morte) solo in rapporto alla crisi della prospettiva politica. Nella mia lunga vita ho avuto io pure delle crisi che investivano la mia identità e quindi le mie ragioni di vita, ma sempre esse hanno avuto dei motivi profondi di solitudine, cui certo si innescavano, come detonatori e come potenziatori, motivi politici o comunque attivi. Ma credo che sia utile vedere con chiarezza il motivo di fondo, il vuoto di affetto, la solitudine, in cui uno crede, spesso sbagliando, di essere caduto.

Mi ci è voluto molto per capire che la solitudine non è la privazione di gente, e di affetti della gente, è invece privazione di una determinata persona, o di una determinata esperienza di vita affettiva. E' meglio queste cose vederle coraggiosamente senza scaricare tutto sull'impegno, pur esso così vitale, della politica. Sai perché? Perché le carenze sentimentali finiscono, o meglio, cambiano natura e perdono intensità, vivono come momenti di nostalgia, dolorosa e a volte anche acuta, ma non distruggono più l'identità. Per questo non cercherò di consolarti dicendoti quello che sai benissimo, che hai tanta e tanta gente che ti vuol bene, ti stima e ti è debitrice di valori del pensiero e della vita. Non ti dico questo perché so che non serve a ridurre l'angoscia della solitudine. Ma puoi vincere, se ce l'hai, la tua crisi di identità, ricostruendola col pensiero, ripensando la logica della tua vita, quello che tu sei per te e per gli altri. Non ti parlo di politica.

Rifiuto quella divisione di compiti fra chi fa la strategia e chi la esegue. Se leggerai la mia postilla vedrai il conto che io faccio della strategia, almeno nel senso che viene intesa. Non credo all'oggi come momento provvisorio, di pura azione finalizzata a un domani ricco di valori. I valori ci sono oggi. Poi non credo a quella balla, sulla quale abbiamo giocherellato per anni e che non so dove Gramsci abbia pescato, non immaginando l'uso forsennato che ne avremmo fatto per dei decenni, sul pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Come fai a essere ottimista nell'azione se non vi è coerenza nel pensiero? Ora io sono profondamente ottimista al livello della ragione e per questa sola ragione mi preparo a rientrare nella politica fra un anno. Ti dirò ancora una cosa. Tu mi hai aiutato molto nel mio corso torinese a scienze politiche. Mi piacerebbe avere ancora il tuo aiuto nel corso  che mi propongo di fare sul sindacalismo contemporaneo. E' un buon angolo visuale della politica. Io non riesco più a capire i miei vecchi discepoli della “terza componente”, che credono di fare politica parlando di “schieramenti” che si aprirebbero chissà come e non capiscono che l'unica politica vera cui dovrebbero guardare è il rapporto del sindacato coi lavoratori, perché si è rovinato, cosa bisogna fare per ristabilirlo.

Senti, caro amico, cerca di distrarti questa estate. Io dall'1 all'8 agosto sono a Chamois, con Rieser e Calamida. Io abito al Ristorante Pierina (c'è sulla guida), vieni o telefonami. Ti abbraccio

 

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caro Piero,

 son contento che si faccia un quaderno su Orso. e non credo tu debba preoccuparti troppo su organicità e completezza. mi pare che i testi finora raccolti vadano bene (bello lo scambio di lettere con Foa). io ci metterei anche un po' di articoli del suo giornalino, e qualche ulteriore testimonianza di chi l'ha conosciuto .

Purtroppo, io non posso contribuire molto in proposito. avrebbe potuto farlo meglio Sandro Guiglia, che come sai purtroppo non c'è più: che lo conosceva da più tempo di me e lo frequentava di più (per la divisione di compiti nel Collettivo Lenin e in AO, io ero concentrato sulla Fiat) e tentò con lui alcune iniziative anche un po' velleitarie (come quella di creare una radio libera - non quella Singer - che doveva essere impiantata a casa mia visto che stavo in collina - poi non se ne fece niente).

io non ero quasi mai d'accordo con le posizioni politiche di Orso (in particolare rispetto al PCI), ma lo stimavo profondamente come esempio di "intellettuale organico" vero, cioè un operaio che studiava per sviluppare gli strumenti necessari alla sua esperienza di lotta: tutt'altra cosa rispetto agli intellettuali "amici della classe operaia" (di cui pure mi onoro di aver fatto parte), e ancor di più altra cosa rispetto ai burocrati-intellettualini o rispetto ai burocrati che non hanno neanche la minima attrezzatura culturale. ma l'operaio "intellettuale organico" aveva "una marcia in più" anche rispetto ad altre avanguardie di lotta, che non avevano potuto (o saputo) costruirsi strumenti intellettuali adeguati (alla faccia dell'ideologia dell'operaio-massa). non a caso, con queste avanguardie "incomplete" Orso si incazzava spesso. questo, ovviamente, non vuol dire che l'operaio-intellettuale organico abbia di per sè "la linea giusta". come ti ho detto, io spesso consideravo Orso un po' confusionario politicamente. ma quel tipo di lavoratore è l'unico che faccia intravvedere la possibilità di liberazione della classe operaia.

credo che mi considerasse un po' di destra, ma tutto sommato dalla parte giusta nella lotta di classe. negli ultimi anni lo vedevo raramente e casualmente, ma con l'emozione di ri-incontrare un vecchio amico.

 

questo è tutto quello che so dirti. vai avanti col lavoro: non è una pubblicazione scientifica, ma il racconto-analisi, magari frammentario, di un'esperienza operaia - e per questo, a chi ha ancora voglia di conoscere queste cose, serve di più che un libro storico o sociologico.

buon lavoro! e tienimi informato sugli sviluppi

fraterni saluti (come si usava dire una volta)

                                                                         vittorio rieser

 

caro piero,

 on mi pare che ci sia bisogno di molta sistematicità nel ricordare e fare tesoro di un'esperienza come quella di Orso. Non ho condiviso direttamente  attività politica con lui, ma facendo io il sindacalista nella zona di Orbassano e poi a Rivalta, ho avuto modo di incontrarlo più volte. Non so, forse mi considerava un po' troppo "pansidacalista" e quindi poco classificabile con le categorie classiche. Questo lo incuriosiva. L'anarco sindacalismo. come gli ricordavo, è cosa diversa dal pan...e lui  provava gusto a queste chiacchiere "teoriche" e non mancava di "rimproveri leninisti". Quando ci si vedeva era sempre un umano piacere. Cosa, nella vita e nella militanza , non da poco.. Mi pare una volta di avergli detto, naturalmente scherzando, che con lui non avrei corso il rischio di essere fucilato in nome della causa nel caso in cui tutti e due ci fossimo trovati a Barcellona prima ancora di nascere.

Mi piaceva la sua voglia di non banalizzare, di studiare, di informarsi e di formare. Un operaio con un grande lavoro intellettuale, organico per forza ,scelta e intelligenza..

Mi fa piacere che lo si voglia ricordare in questo modo e rattrista il pensiero che se fosse con noi oggi sarebbe ancor più amareggiato di me. Probabilmente reagirebbe, non perchè tenace ottimista della volontà, ma semplicemente perché è cosa buona e giusta farlo  E avrebbe trovato il modo usando la ragione.

 

Un abbraccio

 

Toni Ferigo

 

l'internazionale  (Fortini)

Noi siamo gli ultimi del mondo.
 

Ma questo mondo non ci avrà.
 

Noi lo distruggeremo a fondo.
 

Spezzeremo la società.
 

Nelle fabbriche il capitale
 

come macchine ci usò.
 

Nelle scuole la morale
 

di chi comanda ci insegnò.
 

 

 

 Questo pugno che sale
 

 questo canto che va
 

 è l'Internazionale
 

 un'altra umanità.
 

 Questa lotta che uguale
 

 l'uomo all'uomo farà,
 

 è l'Internazionale.
 

 Fu vinta e vincerà.
 

 

 

Noi siamo gli ultimi di un tempo
 

che nel suo male sparirà.
 

Qui l'avvenire è già presente
 

chi ha compagni non morirà.
 

Al profitto e al suo volere
 

tutto l'uomo si tradì,
 

ma la Comune avrà il potere.
 

Dov'era il no faremo il sì.
 

 

 

 Questo pugno che sale...
 

 

 

E tra di noi divideremo
 

lavoro, amore, libertà.
 

E insieme ci riprenderemo
 

la parola e la verità.
 

Guarda in viso, tienili a memoria
 

chi ci uccise, chi mentì.
 

Compagni, porta la tua storia
 

alla certezza che ci unì.
 

 

 

 Questo pugno che sale...
 

 

 

Noi non vogliam sperare niente.
 

il nostro sogno è la realtà.
 

Da continente a continente
 

questa terra ci basterà.
 

Classi e secoli ci han straziato
 

fra chi sfruttava e chi servì:
 

compagno, esci dal passato
 

verso il compagno che ne uscì.
 
 

 Questo pugno che sale... 

 

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