Nelle prime ore del 29 maggio è morto Bruno Redoglia, Orso.

Gli siamo stati vicini in modo discontinuo in questi 40 anni.

 

Figlio di un operaio Fiat astigiano e di una operaia veneta, nasce il 27 novembre 1935. Sperimenta da ragazzo gli anni di guerra. Frequenta come perito elettronico l'Avogadro. Dopo il servizio militare lavora in piccole fabbriche, poi alla Lancia e all'Indesit di Orbassano e di None. Dopo alcune simpatie anarchiche si iscrive al PCI e resterà un militante critico fino a metà degli anni Sessanta, poi esce dal PCI. Dall'esperienza stalinista gli resterà una durezza nei rapporti e nelle discussioni e il rifiuto della politica come 'chiesa' - ad esempio  i 'testimoni di Genova' di Lotta Comunista. Tutto questo però con una attenzione : 'la vita umana è sacra'- scriverà in un volantino sul rapimento di Moro e l'uccisione da parte delle BR dei 5 uomini della scorta. A me dirà : 'non mettere mai con le spalle al muro una persona,lasciale una via d'uscita'.

 Ancora giovane, allena sul greto della Dora una piccola squadra di football dell'Arci. Operaio specializzato, continua a studiare da autodidatta matematica, economia e politica. Suo cavallo di battaglia è la critica della tecnologia capitalista, che riesce a padroneggiare a fondo e in modo autonomo. A None organizza il Circolo Operaio, attivo all'Indesit e nel territorio. Il circolo pubblica e vende un ciclostilato settimanale, 'la voce del padrone' e interviene in modo politico all'Indesit. Verso la fine degli anni Settanta il circolo si scioglie. Escono alcune pubblicazioni sotto la sigla "l'asinistra". E' uno di quelli che danno vita a Radio Singer, la prima radio libera a trasmettere da una fabbrica, e realizzano numerosi murales sulle pareti dello stabilimento.   (Singer)

Frequenta il Coordinamento di Borgo S. Paolo a Torino, dove cerca di limitare la diaspora di compagni verso la lotta armata. Dopo l'80 e la CIG va in mobilità ed infine in pensione. Riduce i suoi impegni, dedicandosi al bricolage elettronico e al restauro di materiali comprati con poche lire al Balun di Torino il sabato. Con la bicicletta va ai cortei e alle manifestazioni, legge e discute con pochi amici. Coerente e sobrio nella vita quotidiana, critica il consumismo. La sua salute si aggrava e negli ultimi anni ha molti problemi. Muore il 29 maggio 2008. Lascia la compagna Mirella. Le sue ceneri sono al cimitero monumentale. Una trentina di amici l'hanno ricordato il 7 giugno al Circolo arci Stranamore  (piero baral)

 


Impariamo dall’inizio  degli anni Settanta all’Indesit-  al circolo operaio di None (TO),  a leggere e commentare la fabbrica e la realtà più vasta alla luce dei testi originali dello ‘zio Karl’ o di ‘Carletto’ come veniva soprannominato l’autore de Il Manifesto dei comunisti . Orso è uscito dal PCI nei primi anni Sessanta. Incominciamo ad imparare regole di comportamento originali nella lotta di fabbrica, nella scrittura dei giornalini settimanali venduti ai lavoratori, nei confronti dei gruppi extraparlamentari di allora e del PCI.

Si possono riassumere come segue:

- no all’idea che la classe operaia sia omogenea e pronta magari all’appello alla rivoluzione da parte del ‘partito’ di turno, no alla delega ai dirigenti a pensare e parlare a nome degli ‘iscritti’ o della base elettorale, no alla battaglia per la propria ‘maglietta’ sindacale a spese della possibile unità dei lavoratori, no al ‘tifo’ per la lotta armata e per i Robin Hood che dicono che è arrivato il momento della rivoluzione e iniziano a sparare sempre più in alto a nome della classe operaia;  no alla divisione tra chi studia e chi lavora, necessità di convincere i lavoratori a unire alla disponibilità alla lotta l’impegno a farsi una cultura. Impariamo che chi vuole la lotta più dura può rivelarsi un crumiro, come pure che gridare  al ‘contratto bidone’ o al ‘sindacato venduto’ non vuol dire essere automaticamente disponibili a organizzarsi e  lottare in prima persona; inoltre che non si deve accettare ‘la nomina a delegato a vita ( i senatori…), ma saper creare ricambi e saper alimentare il dibattito e la partecipazione senza farsi delegare, e staccare dalla produzione.

Impariamo che la contraddizione tra borghese e proletario passa all’interno della classe operaia e di ogni individuo, ma una cosa è dirlo e una cosa è iniziare la propria rivoluzione personale.

Dopo alcuni anni il circolo si frantuma e poi ci sarà la cassa integrazione dell’80 e la pensione. Orso riduce le attività, segue sui giornali e alla radio gli avvenimenti, va in bicicletta alle manifestazioni, discute con un numero ridotto di compagni. La sua casa è un laboratorio di elettronica e un magazzino di attrezzature varie comprate  con pochi soldi al Balun il sabato. Orso pratica una vita sobria e coerente con le sue idee contro il consumismo. Da alcuni anni la sua salute peggiora fino a portarlo alla morte.

Siamo vicini alla cara Mirella.

  I compagni di strada del Circolo Operaio di None  


 

Il suo volere

Ora che viaggiamo verso tempi sconosciuti di grande crisi, tutti avvertiamo il bisogno di combattere l’insicurezza del domani, il degrado dei diritti, la guerra dei penultimi contro gli ultimi. Ci servono comportamenti concreti e iniziative efficaci a difesa dei lavoratori e delle loro famiglie che si trovano sole davanti al crollo dell’occupazione: Indesit, Streglio, Olimpyas, ma non solo.

Tutti scopriamo che ci manca l’abitudine alla solidarietà che avremmo dovuto accumulare con maggiore lungimiranza nei tempi in cui il lavoro sembrava sicuro, lo sviluppo ininterrotto, il futuro protetto.

La solidarietà non si improvvisa. E’ come un’assicurazione che non puoi pagare il giorno dell’incidente. E’ come una preghiera, se sei un credente, che non puoi rivolgere al tuo Dio nel giorno della malattia.

La solidarietà è un vantaggio moderno e antico che non scende dall’alto, ma sale dal basso, con il tempo e con gli altri.

In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”) sorgerà per questo, accanto alla “Fondazione Orso” e a “Liberamente”, una casa aperta alle donne e agli uomini di ogni mestiere, di ogni etnia, di ogni fede religiosa che vorranno contribuire alla diffusione quotidiana del mutuo soccorso, della solidarietà sociale, dell’istruzione popolare, dell’incontro con i migranti, della cooperazione con i popoli oppressi dalla fame e dalla guerra.

Lo potranno fare in forma individuale o collettiva, con o senza tessera di partito, ciascuno rielaborando a modo suo, in libertà con gli altri, le tradizioni del pensiero cristiano-sociale, o anarchico, o socialista e comunista, o ambientalista e pacifista.

 

La “Fondazione Orso” istituirà in via Roma 11 a None un fondo di solidarietà per aiutare i lavoratori dell’Indesit e di altre imprese a fronteggiare le spese sanitarie e a promuovere gruppi di acquisto solidale di generi alimentari a favore delle famiglie in maggiori difficoltà.

L’Associazione “Liberamente” istituirà in via Roma 11 corsi di Italiano per lavoratori stranieri e corsi di sostegno per tutti i ragazzi che a scuola non vanno bene, ma vogliono cercare un loro recupero in un ambiente sereno e libero da gerarchie.

 

= “Orso” è Bruno Redoglia, un operaio che ha lavorato all’Indesit per oltre vent’anni. Anarchico in gioventù, amava definirsi apprendista comunista. E’ morto il 29 maggio 2008 lasciando tutti i suoi beni ad opere utili per la solidarietà sociale, per l’istruzione, per l’uguaglianza e per l’emancipazione degli oppressi.


appuntamento il 25 aprile

Col tempo, dal basso, con gli altri

In via Roma 11 sta per sorgere “Un angolo non ottuso”. Sarà una sala aperta alle donne e agli uomini di ogni mestiere, di ogni etnia, di ogni fede religiosa che vorranno contribuire alla diffusione quotidiana del mutuo soccorso, della solidarietà sociale, dell’istruzione popolare, della presenza sindacale, dell’incontro con i migranti, della cooperazione con i popoli oppressi dalla fame e dalla guerra.

Lo potranno fare in forma individuale o collettiva, con o senza tessera di partito, ciascuno imparando e rielaborando a modo suo, in libertà con gli altri, le tradizioni del pensiero cristiano-sociale, o anarchico, o socialista e comunista, o ambientalista e pacifista.

 

In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”), la “Fondazione dell’Orso” istituirà un fondo di solidarietà per aiutare i lavoratori dell’Indesit, di Streglio e di altre imprese a fronteggiare le maggiori difficoltà derivanti dalla perdita del posto di lavoro.

In via Roma 11 (“Un angolo non ottuso”), l’Associazione “Liberamente” istituirà corsi di Italiano per lavoratori stranieri e corsi di sostegno per tutti i ragazzi che a scuola non vanno bene, ma vogliono cercare un loro recupero in un ambiente sereno e libero da gerarchie.

 

 CHI ERA ORSO

“Orso” è Bruno Redoglia, un operaio che ha lavorato all’Indesit di None per oltre vent’anni. Anarchico in gioventù, amava definirsi apprendista comunista. E’ morto a 72 anni il 29 maggio 2008 destinando tutti i suoi beni ad opere utili per la solidarietà sociale, per l’istruzione, per l’uguaglianza e per l’emancipazione degli oppressi.

 

25 aprile 2009

in una giornata senza pioggia un centinaio di persone hanno inaugurato la Fondazione Orso a None

tre brani della Lippa Jazz Band audio1   audio2  audio3

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2

3

 

Inaugurazione: audio  Mario Dellacqua, Piero Baral, Mirella Vitillo, Alberto Tridente, Gian Piero Clement

 

foto di gruppo del circolo di None 35 anni dopo

Mauro, Maria, Battista, Giovanna, Mario, Piero

assenti Luisa Melega, Nello Petrossi, Alfredo Crolle

dieci Capacità sempre più necessarie

nel mondo del lavoro, nelle associazioni,

nella politica, nella vita quotidiana 

1)     Partecipare attivamente alla vita di un gruppo e conoscerne regole e valori.

2)     Saper ascoltare gli altri.

3)     Saper esprimere in modo appropriato e convincente le proprie idee.

4)     Non interrompere chi sta parlando e parlare uno per volta. Mentre ha la parola uno, non parlare con altri.

5)     Fare di tutto per realizzare i propri progetti, ma conservare il rispetto per gli altri e una sana scintilla di dubbio che ci impedisca di credere di avere sempre ragione e anzi ci faccia temere il giorno in cui solo le nostre ragioni avessero a prevalere.

6)     Saper lavorare con persone diverse per cultura, provenienza e appartenenza.

7)     Essere elastici e disponibili a mediazioni o a compromessi senza essere arrendevoli.

8)     Saper assumere responsabilità e sapersi offrire come punto di riferimento verso il raggiungimento di uno scopo.

9)     Non delegare ad altri compiti faticosi, ma discutere democraticamente l’assegnazione delle responsabilità.

10)Coltivare rapporti pacifici con tutti, ma non tacere il dissenso per amore del quieto vivere. Le buone amicizie si rinsaldano nella lealtà della parola che subito può far soffrire, ma alla lunga libera perchè parla chiaro.

 

 

Se vuoi parlare e scrivere meglio l’italiano e conoscere altre materie in un ambiente sereno con insegnanti esperti e amici, puoi venire a conoscerci in via Roma 11 a None.

 

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Farò forse fatica nel dire alcune verità private ma non segrete.

Andando avanti negli anni, ciascuno di noi deposita negli scantinati forse polverosi della sua memoria o nei nascondigli limpidi della coscienza un lungo elenco di persone verso le quali ci sentiamo debitori: di tempo, di lavoro, di istruzione, di allegria, di fiducia, di amicizia, di complicità, di comprensione, di indipendenza, di autorità, di affetto e addirittura di amore, che è poi il necessario di cui abbiamo bisogno e che non riusciremo mai a sostituire con il superfluo per quanto disperati e fantasiosi siano i nostri tentativi.

Quanto più facciamo consapevolmente questo esercizio di aggiornamento dell’elenco delle persone a cui dobbiamo qualcosa, tanto più scopriamo che non è vero che attorno a noi c’è solo corruzione, indifferenza, incompetenza, uguaglianza nell’avidità, competizione aggressiva, individualismo possessivo, narcisismo. C’è attorno a noi un mondo di persone che ci vogliono bene a cui vale la pena e la gioia di voler bene. Noi le dobbiamo saper apprezzare da vive e non piangerle quando ci lasciano. Tutte queste persone che quotidianamente ci sfiorano con il loro sorriso e le loro interrogazioni dimostrano che Calvino aveva ragione nel suo “Barone rampante”: “le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente si ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)”.

Orso è una delle tante persone di cui sono debitore: della mia istruzione e dunque del mio attuale mestiere, giacchè non so. Forse non avrei deciso di entrare in fabbrica se non lo avessi conosciuto e non è un mistero che per me la fabbrica è stata una vera università popolare, ma non provinciale, il mio vero corso di addestramento professionale al mestiere dell’insegnante.

E poi non è un mistero che con Orso avevo un rapporto di figliolanza politica, devota, talvolta tremebonda e poi via via irta di mia insofferenza. Di ciò, della mia incespicata emancipazione, lui non si rammaricava affatto. Sollecitava la mia autonomia e poi, quando mi avventuravo nella critica di certe sue affermazioni, non mollava di un centimetro e mi guardava con aria di compassionevole disincanto. Parlava sempre e secondo me anche troppo. Eppure, in questo modo, contrastivamente mi ha insegnato a molto ascoltare e a molto osservare, prima di parlare.

Avevo l’esempio di mio padre che non ha mai scucito più di qualche storta sillaba su tutta la sua vita di fabbrica e di campagna, di guerra e di prigionia. O perché si autocensurava o perché non riusciva a raccontare.. E mentre mio padre si censurava, Orso era un diluvio di ricordi vivi e palpitanti, di aneddoti e di episodi che inserivano nella grande storia il grigiore della vita quotidiana degli sconosciuti. Li esaltava e li trasformava in protagonisti. Al massimo sentivo dire a mio padre che quelli della Fiom li mandano in via Nizza. Orso invece mi raccontava che aveva scritto su un muro viva Stalin viva l’esercito rosso e poi della sua esperienza nella federazione anarchica e nel partito comunista.

Detestavo mio padre per i suoi silenzi. Ero un misto così strano di ingenuità e di prepotenza che mi impediva di comprendere che toccava a me rivolgere a mio padre le domande giuste, toccava a me preparare con il sorriso giusto, con un bicchiere, con una mano attorno al collo il terreno per il dialogo. Ascoltando l’eloquio vulcanico e torrenziale di Orso imparai a stare zitto e a far parlare gli altri. E così mi riconciliai con mio padre un bel giorno o poco per volta, non so, ma ormai era troppo tardi, mio padre se ne andò troppo presto. Ma capii che non sempre quelli che non parlano sono quelli che non hanno niente da dire. E non sempre quelli che alzano la voce hanno da dire cose importanti. La parola che comunica è quella che nasce dall’ascolto, dal rispetto per le esagerazioni e per le intemperanze sorte dalla sofferenza. La parola che comunica è quella che nasce dalla volontà di condividere, comprendere e liberare.

Con la venerazione del figlio riconoscente, saluto qui il padre che mi insegnò a rispettare in mio padre tutti quelli che sono vittime della parola usata per dominare e non per rendere uguali. Tutti quelli che non hanno la parola e sono in lotta per conquistare il diritto di parola.

Mario Dellacqua


  

intervista (pag. 152) a Orso di anni 24 - operaio metalmeccanico

 

in La Rivolta di Piazza Statuto - Torino,  luglio 1962   (editore Feltrinelli economica)

di Dario Lanzardo

  due suoi scritti - Storia dell'indesit

- ricerca sull'assenteismo

Appunti vari autori storia Indesit (2004) pdf- 6 pagine

- Scheda sul giornale

- tre testi

- piccola rassegna di grafica

- pensione di Giovanna audio

storie di storia: Indesit       crisi indesit- rassegna stampa

audio indesit in streaming


http://www.gravinaoggi.it/la_virtu_dellasino.html

 

La virtù dell'asino

Politica e Cultura


La saggezza dell’animale più disprezzato!

Una poetessa francese, Marie Noel, morta pochi anni fa, nel suo “Diario segreto”, scrive una pagina che non ha bisogno di commento. Basta riflettere!
Eccola: “C’è chi dice che in Paradiso Dio chiami ciascun eletto col nome d’una virtù.
Non potrà chiamarmi SPERANZA: non ho atteso nessuna gioia sulla terra né in Cielo.
Né FEDE: non sono stata certa.
Né CARITA’: ho amato Dio e il prossimo con parsimonia.
Né GENEROSITA’: ho contato, pesato, misurato tutto.
Né ZELO: non ho cercato di conquistare.
Né POVERTA’: mi compiaccio del mio benessere.
Né UMILTA’: mi compiaccio dei miei pensieri.
Né SINCERITA’: non sono vera.
Né SCIENZA’: non ho memoria.
Né PIETA’: non ho ardore !
Il nome sarà quello dell’asino: Dio mi chiamerà PAZIENZA!“

La Pazienza!
E’ la virtù dell’animale più dispregiato.
E’ la virtù dell’animale più semplice.
E’ la virtù dell’animale più utile.
La virtù dell’asino!

La pazienza genera serenità e fiducia.
Pazienza! L’albero non cade al primo colpo.
Pazienza! E’ l’arte di sperare.
Pazienza! Pazienza! Gutta cavat lapidem … la goccia scava la pietra.

 


Radio Singer, ricordata a Leinì con un documentario (29 febbraio)

27 / 01 / 2010 - Leinì rivolge venerdì 29 gennaio uno sguardo particolare al suo passato. Un passato vicino ma per molti caduto nell’oblio, per altri cancellato, per altri ancora mai conosciuto. Un recupero della memoria collettiva di questo comune alle porte di Torino con la vicenda storica più importante da quasi quarant’anni a questa parte: l’occupazione della Singer.

Fu un avvenimento che arrivò sulle pagine dei giornali nazionali e che attrasse l’attenzione non soltanto della politica ma anche del mondo culturale del tempo. A dare solidarietà e appoggio ai lavoratori della Singer in quegli anni arrivarono Dario Fo e Franca Rame, Francesco Guccini e da oltreoceano i Living Theatre. Furono anni intensi a Leini i ’70. La lotta della Singer portò in anticipo di decenni alla lotta sulle carenze ambientali sul posto di lavoro ma anche ad ottenere strutture sociali come l’asilo nido per i bambini delle lavoratrici. Tra le esperienze più importanti anche quella della costruzione di una radio. Era il tempo delle radio libere e anche i lavoratori della Singer avevano pensato di costruirne una per far ascoltare la loro voce, i loro problemi ma non solo. La radio che fu battezzata “Radio Singer” iniziò a trasmettere alla fine del 1975 e nei suoi programmi si dibatteva di tutto, dai problemi di attualità, a quelli dei giovani e delle donne, facendo ascoltare anche della buona musica. Radio Singer trasmetteva sulle frequenze 93,3 e 103 MHz che erano frequenze della Rai ma non per questo fu fermata e fatta chiudere, bensì per l’intervento del comune di Caselle che temeva potesse danneggiare le trasmissioni dell’aeroporto.

Radio Singer fu una grande esperienza di comunicazione. Oltre ai comunicati del Consiglio di fabbrica e al calendario delle lotte, molti furono i dibattiti e le interviste. La radio che aveva costruito Orso, operaio della Indesit, si sentiva in tutto il territorio di Leini fino a Mappano perché installata sul campanile della chiesa. Campanile utilizzato per montare l’antenna grazie al permesso del parroco, don Piero” ci ricorda Guerrino Babbini uno dei protagonisti di quegli avvenimenti, autore del libro autobiografico “Quando”, edito dalle Edizioni n.d.r., nel quale ricorda anche l’esperienza di Radio Singer.

(LA RADIO DI RADIO SINGER ERA DI ORSO)

http://www.cineteatrobaretti.it/app/pdf/radio-singer.pdf

non costruiamo macchine da cucire

Nel 1962 la Domowatt, azienda impegnata nella

produzione di elettrodomestici che impiega circa

400 dipendenti e produce 1.000 pezzi al giorno,

costruisce a Leinì nei dintorni di Torino, uno

stabilimento dopo aver rilevato dalla Fiat la linea di

montaggio dei frigoriferi attiva al Lingotto. Nel 1964

la multinazionale statunitense Singer decide di

entrare nel mercato dell’elettrodomestico bianco,

rilevando il pacchetto di maggioranza della

Domowatt. Nasce così lo stabilimento Singer di Leini,

che sembra una cattedrale in mezzo al deserto,

perchè intorno ha solo campagna.

A luglio del 1975 la direzione presenta una pesante

richiesta di cassa integrazione, chiedendo di

collocare da settembre a zero ore 1.788 operai.

 

Il terrorismo

Alle richieste dei “padroni” rispondono le Brigate

Rosse. Martedì 21 ottobre 1975, nel tardo

pomeriggio, un dirigente della Singer, cade

nell’agguato teso da tre brigatisti. Aggressione,

gogna, ferimento. Scrive La Stampa: “Costretto con

le armi a inginocchiarsi, lo hanno fotografato, poi,

con freddezza, gli hanno sparato nelle gambe: due

colpi, un proiettile lo ha ferito all’altezza del

ginocchio destro. La vittima è Enrico Boffa, 41 anni,

abita a Rivoli, sposato con due figli; è direttore del

personale dello stabilimento Singer a Leini. Il cartello

che i brigatisti gli hanno appeso al collo così recita:

“Brigate rosse. Trasformare la lotta contrattuale in

scontro di potere per battere il disegno

presidenziale e corporativo di Agnelli e Leone e il

compromesso storico di Berlinguer”.

 

La radio libera e gli spettacoli

Gli operai in lotta imprigionati tra i padroni e le

Brigate Rosse cercano una via di uscita. Portano la

società dentro la fabbrica. E il contrario. Alla fine del

1975 accendono una radio libera. Una delle prime

in Italia: Radio Torino Singer.

“Abbiamo preso un ricetrasmettitore dei B52,

comprato a Bologna, e trasmettevamo dal

campanile della chiesa, cosa che denota gli alti

livelli di coinvolgimento del territorio. E fatemi dire

che siamo stati la prima radio! Siamo arrivati due

giorni prima di Radio Bra Onde Rosse”.

Gli operai aprono un asilo autogestito, iniziano con

degli impiegati un doposcuola, tutte esperienze

aperte alla città. Organizzano concerti: Guccini,

Milva. E spettacoli teatrali: Living Theatre, Dario Fo e

Franca Rame.

Ma nel frattempo si continua la lotta. Nel febbraio

1977 dopo tre giorni dalla cacciata di Luciano

Lama all’università a Roma gli operai della Singer

sono i protagonisti, con studenti universitari e medi,

della protesta a Torino.

L’esperienza della lotta alla Singer è un caso unico

di sperimentazione, di tentativi e fallimenti di uscire

dalla morsa Padroni-Brigate Rosse. Quella lotta,

quasi senza leader, cementa amicizie e rapporti

umani che a 30 anni di distanza ancora resistono.

“Lotte che ci hanno fatto condividere fame, freddo,

gioie e dolori, che mi hanno formato il carattere e

che mi sono servite a separare, insegnandomi a

conoscere le persone non per quel che dicono, ma

per quel che praticano. Perché è solo passando con

le persone momenti di amarezza, che riesci ad

entrarci veramente in sintonia”.

 


 

 Frigoriferi e lavatrici, la storia si ripete Ieri tutti in Italia, oggi si emigra a Oriente

Electrolux, Candy, Merloni: gli elettrodomestici «bianchi» di fascia bassa si trasferiscono in Turchia e nei paesi dell'Est, dove il lavoro costa meno e i consumatori sono più poveri. Come nell'Italia del boom

Manuela Cartosio- il manifesto 4.5.08


A Comerio (Varese), quartier generale della Whirlpool Italia, hanno tirato un sospiro di sollievo. La multinazionale, numero uno mondiale degli elettrodomestici, ha confermato un pacchetto d'investimenti da distribuire sui sei stabilimenti che possiede nel nostro paese. Per un paio d'anni i seimila dipendenti italiani della Whirlpool possono stare relativamente tranquilli. Relativamente, perché il settore degli elettrodomestici è uno dei più esposti alle delocalizzazioni. Le aziende si spostano non solo per inseguire il costo del lavoro più basso ma anche per produrre nei paesi dove si aprono nuovi mercati. Se dalla Slovenia in là un numero crescente di consumatori può permettersi d'acquistare il frigorifero, la lavatrice, il forno - purché a prezzi abbordabili - perchè continuare a produrli qui? E' più economico, e persino più ecologico (si evitano lunghi trasporti), costruirli nei paesi dove vengono venduti.
Per questa dura legge del mercato l'Electrolux cesserà la produzione di frigoriferi a Scandicci e licenzierà tutti i 450 dipendenti. Nel sito di Susegana, che conta 1.500 addetti, taglierà 330 addetti. Qui arriverà un terzo della produzione di Scandicci. Ciò nonostante i volumi produttivi di Susegana scenderanno dagli attuali 1 milione e 100 mila frigoriferi l'anno a 900 mila. Saranno frigoriferi sofisticati e carucci, sui mille euro l'uno. Quelli a basso valore aggiunto, sui 350 euro, si faranno in Ungheria. E da lì si importeranno, se qualche italiano «povero» vorrà comprarli. L'esempio rende l'idea del discrimine che taglia in due il settore degli elettrodomestici bianchi, sia del caldo che del freddo. Nei paesi ricchi conviene produrre le lavatrici da 7-8 chili di carico con incorporata l'asciugatrice, il frigorifero con megacongelatore, il piano cottura da incasso. Negli altri paesi si fanno elettrodomestici più semplici, non da incasso, come si si usavano vent'anni fa qui da noi.
Alla Antonio Merloni, azienda contoterzista da non confondere con la Indesit del fratello Vittorio in corsa per rilevare il comparto elettrodomestici del gigante General Electric, la cassa integrazione lievita a 580 addetti nello stabilimento di Fabriano. Si aggiungano altri 280 cassintegrati in Umbria. La Antonio Merloni ha 3 mila dipendenti in Italia e 5.500 nel mondo. In questo caso alla crisi di redditività di tutto il settore si somma la crisi del modello contoterzista (un'azienda produce senza marchio per altre aziende). Negli anni Sessanta questa formula è stato il tigre del motore dell'esportazione di elettrodomestici italiani nel mondo. Il modello contoterzista non è arrivato al capolinea, anch'esso deve spostarsi in altri paesi.
Il gruppo Candy, per fare un nome illustre che da noi è stato in passato sinonimo di lavatrice, ha 7 mila dipendenti e una decina di stabilimenti nel mondo. In Italia restano solo due siti produttivi (Brugherio e Lecco) e gli addetti sono meno di 2 mila. Nel 2006 Candy ha chiuso la Donora in provincia di Bergamo, nel 2007 la Gasfire a Erba. In parallelo, dopo aver acquisito la britannica Hoover, ha fatto shopping nel resto del mondo. In Russia ha acquistato la Vesta che a Kirov produce lavatrici con il marchio Vyatka. Nel Guandong ha incamerato la Jinling, terzo produttore cinese di lavabiancheria a asse verticale. In Turchia ha comprato la Doruk che con il marchio Süsler produce cucine, piani cottura, forni e stufe. La Candy, ancora di proprietà della famiglia Fumagalli, è diventata una piccola multinazionale «tascabile».
Nel quadro schizzato sopra non c'è molto di veramente nuovo. Cambiano i luoghi, ma la sostanza della storia è la stessa raccontata da Enrica Asquer (un'allieva dello storico Paul Ginsborg) in La rivoluzione candida. Storia sociale della lavatrice in Italia (1945-1970), Carocci editore.
Gli elettrodomestici sono stati il volano del boom economico italiano del secondo dopoguerra. Il loro successo origina dalle indubbie doti imprenditoriali di alcuni uomini nuovi (Niso Fumagalli, Giovanni Borghi, Lino Zanussi) che seppero adattare al nostro paese ritrovati tecnici già in uso nei paesi anglossasoni e in Germania. Ma l'effetto del loro coraggio e della loro fantasia fu decuplicato dall'opportunità di godere dei «vantaggi dell'arretratezza» garantiti dall'Italia del tempo. Il più basso costo del lavoro in quello che allora era il Mercato comune europeo e un paese ricco più di manodopera che di capitali resero conveniente (e obbligatorio) utilizzare tanto lavoro e poche o nessuna tecnologia sofisticata. Ciò permise di sfornare elettrodomestici dignitosi a prezzi competitivi, alla portata delle tasche dei consumatori italiani. Alla metà degli anni Sessanta il segmento basso del mercato italiano costituiva oltre il 55% dei consumatori, contro il 2-5% di quello alto. In Germania quest'ultimo raggiungeva il 40%, quello basso era il 25%. Ignis, Candy, Zanussi presero due piccioni con un fava: fecero il pieno sia nel mercato interno che in quelli europei di fascia bassa. Le concorrenti europee, incapaci di vendere ai prezzi italiani, furono costrette ad accordi di «terzismo». Mettevano il loro marchio su elettrodomestici fabbricati in Italia. Gli elettrodomestici senza marca esportati dall'Italia crebbero dai 400 mila del 1964 ai 2 milioni del 1970. Sommando terzismo industriale e terzismo commerciale, si calcola che la quota complessiva dei prodotti senza marca arrivasse all'80% del totale degli elettrodomestici bianchi esportati.
Quale paese, tralasciando il gigante Cina che ha caratteristiche tutte sue, gioca oggi negli elettrodomestici il ruolo che fu dell'Italia? La Turchia? La Polonia? Qualche altro paese dell'Est? Difficile rispondere perché oggi tutto cambia e si sposta velocemente. La differenza fondamentale è che il boom nostrano fu opera di imprenditori italiani con (piccoli) capitali italiani. Ora i capitali (grandi e piccoli) viaggiano e si fermano ora qua or là dove più conviene.
P.S. Dopo il diritto di voto, la lavatrice è la più grande conquista delle donne. Quindi, nonostante sia scappata all'estero, grazie Candy.

 

un disegno di Graham Millson, ex minatore inglese, coinvolto in un invito a pranzo da Orso, 

saltato per colpa di Paolo Ferrero (anni 80)che si attardava nel Balon di Torino..