onda araba
- vai a archivio articoli (sotto
i materiali audio e vari link)
( dal
30/12/2010- per ridurre il lavoro di archivio - in genere degli articoli di
liberazione e del manifesto- vengono segnalati i link all'archivio
online di esserecomunisti.it) inoltre si riportano i link di repubblica.it
nessuno
a Pinerolo aveva
ancora organizzato una riflessione pubblica o un corteo sulle
lotte del Nord Africa e sul Massacro in Libia....-ecco la prima iniziativa al Fare nait- Circolo Arci di Torre Pellice
Venerdì 11 marzo al
circolo cominciamo ad occuparci di quanto sta
accadendo nel vicinissimo nord africa con una prima serata con Karim
Metref,
giornalista algerino 339 8931900)
Viaggio nella rivoluzione
egiziana, attraverso suoni, immagini e racconti per capire come sta cambiando
l’Egitto, nel gioco di forze che sostengono e ostacolano il processo di
democratizzazione del paese.
Elisa Ferrero: traduttrice,
studiosa del mondo arabo, ha vissuto in Egitto ed è autrice di una newsletter
sulla rivoluzione egiziana.
ALCUNE PACATE CONSIDERAZIONI SULLE VICENDE LIBICHE
(...)Di
“efferatezze” Gheddafi ne avrà sicuramente compiute. Molte meno di
quante un’imponente campagna mediatica glie ne abbia attribuite, e, pur
tuttavia, quel che accade in Libia non ha nulla di simile a quanto
accaduto in Tunisia ed Egitto. Diverse sono, anzitutto, le condizioni
economico-sociali. La Libia è il paese africano con il più alto reddito
pro-capite (oltre 14.000 dollari), quello in cui sono più contenute le
diseguaglianze sociali e più distribuita d’ogni altro paese produttore
di petrolio è la rendita petrolifera. La disoccupazione giovanile è
elevata come nei paesi limitrofi, ma i disoccupati dispongono di sussidi
statali che altrove si sognano. Vi sono ritardi nel soddisfare il
fabbisogno di case, infrastrutture e servizi, ma vi è anche una massa di
1,5/2 milioni di lavoratori immigrati (su una popolazione di 6,5 milioni),
cui è riservata la maggior parte dei lavori manuali. Risultati raggiunti
grazie alla rivoluzione contro re Idris, creato dalle e asservite alle
potenze europee, e alla nazionalizzazione del petrolio che ne conseguì.
Altri e più ambiziosi obiettivi che la rivoluzione si era prefissi non
sono stati raggiunti, per motivi che non approfondiamo qui, e in cui
figurano responsabilità anche della sua leadership. In particolare non ha
avuto successo il piano di trasformare la Libia in un paese di moderno
capitalismo, con apparati industriali e relative classi di borghesi e
proletari, lasciando, di conseguenza, sul terreno sociale una struttura a
relativamente forte prevalenza tribale. Persa questa battaglia, Gheddafi
ha cercato di amministrare lo stato con un compromesso tra le tribù per
la spartizione di potere e rendite petrolifere, senza, però, abbandonare
alcune caratteristiche –quanto a uso “sociale” della rendita
petrolifera- profondamente diverse rispetto alle petro-monarchie.
Sul
piano della politica internazionale, esauritasi nella sconfitta la spinta
pan-araba e falliti i tentativi di più o meno improbabili alleanze con
movimenti “rivoluzionari” sparsi per il mondo (Europa inclusa), la
Libia ha cercato di conquistarsi una relativa tranquillità intrecciando
accordi e affari con paesi occidentali, e soprattutto con
l’ex-madrepatria coloniale, l’Italia. Il prezzo è stato di
trasformare il paese nell’ante-murale della jihad
islamista e in cane da guardia dei flussi migranti dall’Africa
sub-sahariana.(...) LEGGI TUTTO IN
Wikileaks pubblica tutti i
segreti della famiglia Gheddafi
Nei cablogrammi della
diplomazia americana emerge un ritratto impietoso dei figli del Rais.
Ostentazione della ricchezza, lotte intestine e sgambetti reciproci, un mix
che condanna il regime alla sconfitta ben prima dell'inizio della rivolta.
Una soap opera libica”. Non usa mezzi termini Wikileaks
per descrivere i retroscena della famiglia Gheddafi che
negli ultimi anni, secondo il sito di Assange, è stata più impegnata a
coprire gli scandali e a combattere una sorta di guerra fratricida che a
governare il Paese.
Nei cable c’è veramente di tutto. Dai malcelati tentativi per coprire
l’ostentata ricchezza del clan del colonnello, alle lotte intestine fra i
vari rampolli, fino al reale patrimonio detenuto dal rais che ammonterebbe a
32 miliardi di dollari. (...)
New
in allegato pdf, l'Indice e
l'estratto del libro di Dante Lepore,Decadenza del capitalismo e regressione sociale, con Appendice di Loren
Goldner, L'immensa sorpresa di ottobre. Un collasso del mondo capitalista.
Il testo svolge un'analisi, sulla base di indicatori economici e sociali,della condizione e tendenze dell'attuale modo di produzione
capitalistico,da cui emerge con stupefacente velocità una prevedibilità dell'attuale
insorgenza sociale sia nel Nord Africa e Medio Oriente che altrove nel
capitalismo megalopolizzato.
Il libro (250 pagine con grafici e illustrazioni) può essere richiesto in
forma integrale cartacea a pon-sin-mor@libero.it,
effettuando una sottoscrizione minima di 15 + 2,5 € per spedizione.
21marzo / radio3rai
- estratto spezzone da 'Tutta la città ne parla'
- un esponente della Lega araba in Italia + radiogiornale radio3rai notizie sulla Libia
avviso- mi sto prendendo
un po' di riposo ulteriore questo e altri archivi devono essere rimpolpati con
articoli di repubblica, liberazione,manifesto- Lo faro' nei prossimi giorni,
non ho segnalazioni che qualcuno sia interessato e mi scriva ... dunque
non mi sento obbligato. (piero)
29 giugno
Tunisia. Che cosa ha causato la rivolta
di Samuel Albert
Rapporto dalla Tunisia III parte: Che cosa ha
causato la rivolta
Internet e la rete globale delle relazioni economiche e
politiche
Se la povertà bastasse per innescare la rivolta, la Tunisia sarebbe stata
uno degli ultimi paesi arabi ad esplodere. E' uno dei paesi maggiormente
sviluppati a livello sociale ed economico tra quelli non esportatori di
petrolio.
Pochi sono gli affamati o i senza casa. Tunisi non ha niente che assomigli
agli slum del Cairo - nè le sue manifestazioni di ricchezza. Nonostante ciò
la Tunisia è anche un paese in cui lo stipendio minimo è di 216 dollari al
mese e in cui molti desidererebbero guadagnare questa somma, se riescono
affatto a trovare lavoro.
A Sidi Bouzid, la città dell'interno in cui la rivolta è
iniziata, ci sono più connessioni internet che gabinetti. Circa un quarto
dei poco più di 10 milioni di tunisini hanno qualche connessione alla rete,
e ci sono due milioni di acconti Facebook. Le immagini di Sidi Bouzid e
della rivolta diffusasi sono state portate da Al Jazeera in quasi tutte le
case.
Molti tunisini sono connessi direttamente al resto del
mondo, e sono profondamente consapevoli di ciò che il mondo moderno ha da
offrire ma che è a loro negato. Vogliono sapere perché.
La posizione della Tunisia nelle relazioni economiche,
politiche e sociali internazionali è quel che costituisce il palco sul
quale i vari attori nella rivolta hanno giocato la loro parte. Come altri
paesi terzomondisti, la sua economia è organizzata in accordo ai bisogni
del mercato mondiale, che non è un campo da gioco piatto ma un'espressione
della divisione del mondo in paesi capitalisti monopolisti e paesi oppressi
le cui economie sono subordinate al capitale finanziario estero. A causa del
dominio del capitale basato a New York, Londra, Parigi e via di seguito,
invece di sviluppare economie nazionali dove i vari rami dell'industria e
dell'agricoltura grosso modo combacino, le diverse parti dell' economia sono
connesse più con il mercato internazionale che tra esse stesse.
La Tunisia, considerata un modello dall'FMI, ha avuto il più
alto tasso di crescita in Africa, una media di circa 5% lungo diversi
decenni. Ma la sua subordinazione economica ha frenato un molto maggiore
sviluppo potenziale, e lo sviluppo distorto sperimentato dal paese è una
delle maggiori fonti della miseria della gente.
Una questione centrale in Tunisia, come in altri paesi oppressi, è
l'agricoltura. In Europa e negli Stati Uniti viene sovvenzionata perchè
l'autosufficienza alimentare è un prerequisito per un'economia nazionale
indipendente e bilanciata. In tempi antichi la Tunisia nutrì una buona
parte del mondo mediterraneo. Ora la terra migliore nella regione lungo la
costa è utilizzata per una manciata di colture da esporto, ed il resto è
trascurato.
Gli investimenti vanno dove maggiori sono le possibilità di
profitto, al saccheggio delle risorse per l'esportazione, in industrie come
le miniere di fosfato che poco contribuiscono allo sivluppo generale, e alle
regioni costiere (dove le strade non servono perché i beni vengono spediti
all'estero via mare), mentre il grosso dell'agricoltura è stagnante per la
mancanza di risorse, inclusa la mancanza di fertilizzanti a base di fosfato.
Interi settori sociali nell'interno sono spinti nelle città costiere per
lavorare nell'industria leggera export-dipendente e nei call centre ed altri
servizi forniti all'Europa, mentre la restante parte della popolazione e del
paese è lasciata a marcire. La divisione internazionale del lavoro diretta
dal mercato e l'organizzazione dell'economia globale determinano lo sviluppo
in ogni angolo della Tunisia, sia laddove gli investimenti vi arrivano sia
dove non arrivano. La sottoccupazione relativa dell'interno, risultato della
dominanza del capitale imperialista, rende gli investimenti più
profittevoli mediante la riduzione del costo del lavoro in tutto il paese.
Di nuovo il turismo viene promosso come la salvezza della
Tunisia. Anche se il tasso di un milione di turisti all'anno riuscisse a
venir sostenuto – per non parlare di incrementarlo largamente - nella
situazione odierna in cui si trova l'economia globale, questa
"industria" si è già dimostrata una distruttrice di nazioni.
La prostituzione che ha inevitabilmente accompagnato il
turismo è la peggior sfaccettatura di un settore le cui ragioni di base
della sua esistenza non sono le bellezze naturali tunisine o le sue
meraviglie archeologiche, ma l'inequaglianza che lo rende a basso costo e
trasforma la sua gente in servi invece di offrire loro le opportunità per
contribuire e sviluppare i loro talenti. Più il turismo cresce e ingoia le
risorse, peggio diventa per l'ambiente e per uno sviluppo nazionale
bilanciato che possa rendere possibile lo sviluppo a tutto tondo degli
esseri umani.
Di fatto una delle maggiori esportazioni della Tunisia è la
sua gente. Ad ogni dato momento uno su dieci tunisini vive all'estero, metà
in Francia ed il resto in Italia, Libia e altrove. La maggior parte sono
lavoratori, a volte nei servizi grazie alle loro qualità linguistiche. Vi
sono pure insegnanti, tecnici, ingegneri ed altri professionisti che sono un
affare per il paese in cui vi lavorano, non solo per via dell'ineguaglianza
salariale ma ancor più perché il costo della loro educazione è sostenuto
dai tunisini. E' un vantaggio per la Tunisia che così tanta della propria
gente conosca il mondo, ma questa situazione è anche un enorme salasso per
il suo potenziale e una delle tante fonti dell'umiliazione nazionale.
Da quando Ben Ali e i servizi di sicurezza iniziarono a
vacillare nel pattugliare I litorali e le acque costiere, decine di migliaia
di tunisini si sono imbarcati in piccole barche provando a scappare da una
vita a fondo cieco. Probabilmente migliaia sono annegati o morti di sete
provando a raggiungere l'Europa la quale è ancora avida di sfruttarli laggiù,
anche se in numero minore rispetto a prima della crisi finanziaria. Queste
morti sono un terribile indicatore umano di quanto il mercato internazionale
e le oppressive relazioni economiche e politiche che rappresentano hanno
imprigionato la Tunisia, e di quanto lo sviluppo del paese è stato
conseguito alle spese della propria gente.
La Tunisia e la crisi economica globale
Molti, forse la maggior parte dei tunisini accusano Ben Ali
per questa situazione, come anche qualche esperto internazionale. E'
importante vedere dove sta la verità, in particolare se il punto di vista
riguarda come la Tunisia possa diventare radicalmente diversa.
Il regime di Ben Ali era basato su un sistema di patronato
organizzato largamente attorno a legami famigliari. Guardando in basso,
questo significava un sistema di favori politici fino in fondo ai quartieri
più poveri. Un posto di lavoro, le cure sanitarie ed altre cose dipendevano
dai legami con il regime e a chi si era imparentati/collegati (ed essere
collegati alle persone sbagliate, ad esempio ad un oppositore del regime,
voleva dire difficoltà costanti). Guardando in alto, significava che le
maggiori risorse di ricchezza erano nelle mani della famiglia di Ben Ali e
di sua moglie, Leila Trabelsi. Niente poteva essere ottenuto senza mazzette,
ed ognuno che volesse iniziare un grosso commercio doveva dare al
"clan" dirigente un'interesse nella loro impresa. L'importanza
delle relazioni personali ereditarie in questa economia e società
relativamente sviluppate sembra essere un retaggio delle relazioni sociali
feudali o comunque pre-capitaliste.
Similmente alla Siria e
l'Egitto, quando le liberalizzazioni da parte di Ben Ali di ciò che un
tempo era un'economia dominata dalle aziende statali iniziarono a mettere
vecchie e nuove imprese in mani private, mettendo in gioco le forze del
mercato più pienamente, ci fu una maggiore concentrazione della ricchezza
in un minor numero di persone - persone associate al "clan"
dominante.
Questo avrebbe potuto essere un
serio ostacolo allo sviluppo capitalista, dato che rese gli investitori
stranieri riluttanti a fare affari in Tunisia e lasciò indietro e
addirittura escluse anche qualche maggiore capitalista locale. Questa è
l'opinione espressa dall'ambasciatore statunitense in un cablo per
Washington esposto da Wikileaks l'anno scorso. Può anche essere vero, come
alcuni tunisini affermano, che ci sia stata una rottura tra il
"clan" capitalista e latifondista associato a Ben Ali e quello
associato a Habib Bourguiba, il primo presidente tunisino dell'indipendenza,
dal quale Ben Ali prese il potere in un golpe di palazzo.
Ma non è vero che la
concentrazione di ricchezza in un circolo sempre più ristretto,
l'instabilità e le condizioni deterioranti subite da coloro che si
consideravano classe media, e l'inabilità crescente dell'assistenza
sanitaria, di quella educativa e di altri sistemi di stato sociale del paese
di mantenere quel che i tunisini considerano i loro diritti legittimi,
possano essere spiegati solamente o principalmente dalla "cleptocrazia",
dall'avidità illimitata del "clan" di regime. Questi sviluppi
sono comuni non solo ai paesi arabi ed a quelli del terzo mondo ma anche al
mondo capitalista odierno. Questo tipo di polarizzazione è una
caratteristica generale dell'accumulazione capitalista sotto le condizioni
delle necessità e della crisi economica corrente affrontate dal sistema
imperialista globale, anche se questo funziona differentemente in paesi
differenti.
Le dinamiche di una crisi politica
Tutto questo ha preparato il terreno per quel che è
successo, ma non significa affatto che le masse furono semplicemente pedine
nell'interesse di qualcun'altro. La rivolta di massa ha intensificato lo
sviluppo delle scissioni all'interno della classe dirigente, che ha a sua
volta incoraggiato lo sviluppo del movimento di massa. Uno dei fattori meno
compresi e tra i più importanti è l'interazione dinamica dei vari settori
della popolazione.
Quando la gente non può più vivere alla vecchia maniera
Per decenni il regime rimase non minacciato e niente accadde perché era
"sapere comune" che niente possa mai accadere. La maggior parte
della gente era silenziosa e passiva perché pensava che tutti gli altri
sarebbero rimasti in silenzio e passivi. Poi, quando i giovani nelle
cittadine dell'interno presero il tragico suicidio di Bouazizi come un
segnale - che anche loro non avevano niente da perdere - e gl'insegnanti li
incoraggiarono a lanciare i sassi alla polizia mentre gli avvocati e gli
artisti parlarono per loro, questo fece diventare gli studenti ed i giovani
nelle grandi città in particolare Tunisi più coraggiosi e determinati ad
andare oltre internet fino in strada. Tutto questo a sua volta ritornò
indietro alle ribellioni della provincia.
La manifestazione del 12 gennaio a Sfax (la seconda città
del paese per grandezza ma sfavorita se comparata ad altre città costiere)
sembra aver giocato un ruolo centrale nel portare la rivolta della provincia
alla capitale. Questa è stata la prima grande manifestazione per chiedere
apertamente che Ben Ali se ne andasse. Ma mentre è stata la maggior
protesta fino a quel momento, contò comunque probabilmente solo 30 mila
persone. Il suo significato politico fu molto più importante della sua
dimensione.
Non solo il regime perse la sua legittimità, ma perse la
sua abilità di terrorizzare un crescente numero di persone, addirittura nei
centri urbani del paese, e questo ovviamente gli fece perdere ancora più
legittimità agli occhi dei suoi propri elementi sostenitori e vacillanti.
Improvvisamente, invece che ognuno almeno tollerasse il regime,
"ognuno" fu contro di esso.
E' rimarchevole che il partito di regime, che dichiarò di avere un
milione di membri, non fu capace di organizzare un maggiore supporto. E'
stato sostenuto che con la privatizzazione e il disastroso declino nei
servizi pubblici, il partito dirigente divenne incapace di portare favori ai
settori della popolazione messi peggio che furono stati quelli maggiormente
dipendenti ad esso. Secondo alcuni studiosi, le classi inferiori furono una
base di supporto più affidabile per il partito dirigente (RCD) che alcune
delle famiglie più ricche le quali, ad esempio, possono preferire di venir
assistiti da un medico privato e quindi non hanno veramente bisogno di una
tessera sanitaria statale. Un attivista a Sidi Bouzid spiegò che la
dirigenza del partito al potere era più abituato a schierare i propri
sostenitori come delinquenti che come attivisti politici. Secondo le figure
di regime, il 20 % della popolazione di Sidi Bouzid era membro dell'RCD, una
delle più grandi concentrazioni nel paese.
Il regime chiamò le sue masse nella capitale per marciare
in suo supporto al mattino del 14 gennaio, e la polizia, incapace di
identificare chi fosse chi, all'inizio non fece nulla per fermare le persone
assembranti in viale Bourguiba. Anche se la folla avesse potuto includere
sostenitori del regime, finì solidamente unita contro la polizia ed il suo
capo, Ben Ali.
Chi guidò la rivolta?
Nel parlare a dozzine di persone, incluse alcune di quelle
che dissero di essere tra i principali organizzatori di questi eventi, una
delle cose che più colpiscono è questa: pochi, se affatto alcuno, presero
parte a questo movimento con l'idea di stare per cacciare Ben Ali.
Non che nessuno lo volesse. Oggi quasi tutti dicono di essere felici di
averlo visto andarsene. Ma molto pochi nel paese (ed esperti di punta della
Tunisia all'estero) pensarono che il regime sarebbe affatto caduto in un
modo così improvviso e drammatico. Ciò che la maggior parte sperò di
ottenere fu, al massimo, un'apertura graduale, un processo di conquista dei
diritti democratici. Pochi, se affatto alcuno, chiamarono apertamente al
rovesciamento del regime prima dei momenti finali, o quando Ben Ali se ne
era già andato. Il dirigente del PCOT, Hamma Hammami, disse che il suo
partito fu "praticamente il primo" a rilasciare una tale
richiesta, il 10 gennaio, quattro giorni prima della fine, quando lo slogan
"Ben Ali sloggia!" dilagò di colpo per il paese.
Di colpo sembrò che un intero popolo lo urlò all'unisono,
entusiasta di essere capace di gridare queste parole il più fortemente
possibile e quasi senza credere alle proprie orecchie.
In una tumultuousa intervista di massa in un caffè in viale Bourguiba
che iniziò con una mezza dozzina di studenti universitari e più giovani
adolescenti ed infine coinvolse molti dei loro amici, essi sostennero di
essere (alcuni di loro specificamente, ma più in generale altri giovani
come loro) gli unici a chiamare alla "rivoluzione", anche se
quelli che vennero alle dimostrazioni maggiori coinvolsero un ben maggiore
campione della società. Pure gli anziani ammisero a malincuore che questo
era il caso a Tunisi, anche se dichiararono che il supporto delle
organizzazioni degli avvocati (una forza chiave), degli artisti ed in
particolare dei sindacati dettero al movimento il suo potere.
Niente di quel che successe fu pianificato da alcuno. Il
grosso della sinistra a livello nazionale fu trattenuta dalla sua
convinzione che solo un cambiamento graduale fosse possibile. I giovani con
meno sviluppata visione politica agirono spontaneamente e presero la guida,
non "organizzando" il movimento ma ponendo le sue condizioni e
spingendolo in avanti nella convinzione che loro avrebbero vinto perché la
loro causa era giusta - senza che fosse completamente chiaro cosa
"vincere" avrebbe significato.
Ci sono precedenti alla rivolta, in particolare una
sollevazione nella cittadina mineraria meridionale di Gasfa nel 2008,
scatenata dalle vedove dei minatori che protestarono contro il fatto che i
posti di lavoro nell'industria venivano assegnati a persone connesse al
regime invece che ai propri figli. Le città dell'interno come Sidi Bouzid,
Kasserine, Redeyef e Gafsa testimoniarono tutte brusche sommosse nel corso
del 2010. La repressione poliziesca seguì sempre. Nella capitale, mentre la
vita politica aperta, in particolare le dimostrazioni, non era permessa e
molti subirono arresti ed altre forme di persecuzione, e mentre i media e le
altre forme di espressione pubblica erano imbavagliate, sembra che comunque,
consciamente o meno, l'opposizione abbia conseguito un certo modus vivendi
con il regime, il quale si astenne da una repressione più feroce man mano
che la gente mantenne la propria attività politica a basso profilo e le
loro richieste all'interno di definiti argini. L'attività rivoluzionaria e
qualsiasi richiesta di deposizione di Ben Ali erano assolutamente non
permesse, ma francamente sembra che quelli che si considerano rivoluzionari
finirono con l'adattarsi quasi totalmente a quello che avevano il permesso
di fare.
La loro idea fu che lavorando per mezzo di canali ed
organizzazioni legali, sollevando ed organizzando la popolazione attorno a
richieste legali che non sfidassero il sistema economico e politico nel suo
complesso, e che non sfidassero il modo di pensare e le relazioni sociali
tradizionali, le masse sarebbero diventate gradualmente coscienti del
bisogno di libertà politica, e una volta che questo fosse stato ottenuto,
si sarebbero presentate le condizioni per ulteriori cambiamenti
rivoluzionari.
Pensarono che se avessero provato a guidare un movimento
rivoluzionario prima che le masse fossero preparate a ciò, sarebbero
rimasti isolati. Ma poi quando una crisi politica eruppe e molta gente - una
minoranza della popolazione ma comunque una massa critica - decise che non
poteva più vivere alla vecchia maniera, la sinistra fu colta impreparata e
non riuscì a sfruttare pienamente quella opportunità. Emerse che i giovani
diventarono improvvisamente molto più radicali dei cinici sinistroidi che
pensavano di avere un piano "realistico" per un cambiamento
graduale.
Alcuni all'estero dichiararono che la rivolta in Tunisia fu
essenzialmente un movimento sindacale, ma questo è per metà errato e per
metà ingannevole. E' errato perché i sindacati seguirono i giovani, che
non avevano nessuna organizzazione, e ingannevole perché fino a quasi la
fine le principali organizzazioni che si attivarono furono quelle degli
insegnanti e di altri gruppi dell'intellighenzia. Inoltre, il dibattito
riguardo a quanto gli elementi di sinistra attivi attraverso i sindacati ed
altri gruppi aiutarono a diffondere la rivolta va oltre questo punto, perché
tutto quello che fecero fu di aiutare la gente a fare quello che stavano già
facendo spontaneamente.
Quel che non fecero, e quel che nessuno fece, fu di guidare
questo movimento nel senso di sforzarsi ad impartire una direzione
cosciente, anche in un senso limitato a cacciare Ben Ali, ancor meno di
provare a trasformare il movimento spontaneo in un movimento cosciente per
prendere il potere ed iniziare il tipo di trasformazioni rivoluzionarie che
potessero di fatto soddisfare i bisogni e le richieste della gente.
Non ci sono molte prove riguardo all'affermazione che questi
eventi furono il risultato di una graduale accumulazione di organizzazione e
coscienza nel corso degli ultimi anni, sia nella maggioranza della
popolazione, sia nelle poche centinaia e migliaia che si rivoltarono per
prime e le centinaia di migliaia che vi presero parte attivamente durante
gli ultimi giorni. Può essere affermato che ci furono focolai e lotte
legittime, ma che furono sconfitte, e non fu questo un fattore negativo che
pesasse sulla popolazione?
Il desiderio del popolo al cambiamento, ed in particolare se
o meno agirono in riguardo a quel desiderio, fu correlato col se o meno essi
pensarono fosse possibile. Ci fu una confluenza di fattori dinamicamente
interattivi che si unirono per produrre una situazione nella quale, quasi di
colpo, le classi dirigenti non risucirono più a comandare alla vecchia
maniera e la gente anch'essa non fu più disposta a continuare a vivere alla
vecchia maniera, e queste due condizioni - delle quali Lenin disse
definiscono una situazione rivoluzionaria - riverberarono avanti e indietro.
E' difficile scrivere di queste complesse interazioni senza cadere in
congegni letterali semplicistici, ma il punto è che le dinamiche
estremamente potenti all'interno di tali situazioni possono trasformare gli
individui, interi settori della popolazione, ed il quadro politico
improvvisamente.
Quando le classi dirigenti non riescono più a comandare
alla vecchia maniera
Il capitale e la "classe politica" francesi furono molto
stretti sostenitori di Ben Ali, proprio come lo furono stati con il suo
predecessore e compare "uomo forte" Bourguiba. Ma come indicano i
memo dell'ambasciatore americano, gli Stati Uniti diventarono piuttosto
desiderosi di vedere Ben Ali andarsene - e gli Stati Uniti avevano acquisito
un'influenza considerevole in Tunisia, in particolare tra le forze armate
largamente equipaggiate dagli Americani. Tali armamenti non sono solo
un'espressione di supporto poltico, ma possono anche essere una fonte
d'influenza politica, perché significano che i militari tunisini addestrano
e lavorano a stretto contatto con le loro controparti statunitensi.
Importanti osservatori concordano che ciò che forzò Ben
Ali a scappare in Arabia Saudita il 14 gennaio non fu l'impossibilità di
reprimere la sollevazione di massa ma che le forze armate si rifiutarono di
intervenire pienamente quando la polizia e gli altri servizi di sicurezza
non poterono più fare il loro mestiere. Un giornale tunisino riportò che
Ben Ali chiese alle forze armate di bombardare Kasserine a dicembre, ma loro
disobbedirono. E' noto che l'esercito - ai vertici - si rifiutò di dare
ordini acciocché i carri armati aprano il fuoco sui dimostranti a Tunisi.
I lealisti di regime provarono apparentemente ad intervenire
per mezzo di provocazioni deliberate, inclusi i cecchini di cui si è detto
abbiano sparato sulle folle - molti morti furono secondo quanto riferito
colpiti alla testa o al petto dall'alto - e le misteriose squadre che
diffusero terrore a casaccio nei quartieri di Ben Ali l'ultima notte. Se la
violenza diventasse generalizzata, pare pensassero, l'esercito non avrebbe
più potuto mantenere il suo approccio alquanto riservato nei confronti
della rivolta. Ma nel forzare la mano all'esercito, qualla mano sembra abbia
invece colpito loro stessi.
Cos'ha fatto cambiare idea a Ben Ali tra la sera del 13,
quando il settantacinquenne annunciò in televisione la precedentemente
"impensabile" concessione di non correre alle prossime elezioni
nel 2014, ed il tardo pomeriggio successivo quando con sua moglie fu
impacchettato a bordo di un aeroplano? E' stato riferito ampiamente, e mai
smentito, che il capo delle forze armate Rachid Ammar gli disse che se le
folle avessero marciato per il palazzo presidenziale quel giorno la sua
sicurezza non sarebbe più potuta essere garantita. Alcuni pensano che Ammar
si espresse meno educatamente. Ad ogni modo, è difficile credere che il
generale prese questa decisione senza essere sicuro che la "comunità
internazionale" ed in particolare gli Stati Uniti fossero d'accordo. I
rappresentanti statunitensi da Washington e i pezzi grossi militari in
visita a Tunisi hanno da allora espresso un caloroso supporto per le forze
armate tunisine.
Gli Stati Uniti e di certo la Francia non vollero vedere un
rappresentante dei loro interessi cadere e specialmente non vollero che la
gente comune assaggiasse il sangue dei loro oppressori, politicamente
parlando, ma possono aver valutato l'alternativa addirittura peggiore - una
lunga e sanguinosa lotta con conseguenze imprevedibili in Tunisia e nella
regione.
La coesione con le forze armate e la loro lealtà ai propri
padroni esteri dettero agli imperialisti una certa libertà di scaricare Ben
Ali, sapendo che il cuore dello stato, la sua abilità di rinforzare le
relazioni economiche e sociali dominanti attraverso la violenza, sarebbe
rimasto intatto. Allo stesso tempo, fu chiaro che se a Ben Ali fosse
permesso di aggrapparsi alla presidenza per troppo a lungo e l'esercito in
suo supporto, la sua autorità e legittimità agli occhi della gente e forse
la sua coesione sarebbe stata in pericolo.
Non è irrispettoso per la gente e i loro risultati
evidenziare questo, e nemmeno evidenziare che un movimento con più
obiettivi rivoluzionari avrebbe incontrato una maggior resistenza.
Un regime, o il nocciolo di un
regime, è caduto, ma il sistema economico e politico resta intatto.
Le vecchie forze politiche
stanno lottando disperatamente per la loro legittimità, ma sono ancora in
errore, e possono contare sulle forze dell'abitudine e dei vecchi modi di
comprendere il mondo delle masse. Non è ampiamente compreso che le forze
armate sono in definitiva la rappresentazione locale del dominio
imperialista e l'esecutore del mercato mondiale imperialista, e i loro
fucili e le organizzazioni di combattimento rimangono intatte. Anche tra
quelli che furono più avanzati in termini di porre i le condizioni della
rivolta ed in quel modo spingendolo in avanti, non molti comprendono come la
Tunisia ed il mondo possano essere completamente differenti, e dunque
naturalmente essi cadono preda delle idee e tendenze politiche che di base
cercano una versione più o meno diversa del mondo ma così com'è ora.
E' precisamente a causa di
questa situazione complessa e contraddittoria che la questione della
leadership in Tunisia è posta così acutamente.
Il ministro degli Esteri: "Da
Maroni uno sfogo". Il leader leghista: "Bisogna mandarli
tutti a casa" (audio).
Polemica sulle parole del viceministro leghista. Il Cardinal Bertone:
"Dall'Europa delusione profonda"
L'ex
presidente egiziano era stato convocato dai giudici per essere
interrogato sui crimini connessi con la repressione della rivolta di
piazza. Maikel Nabil condannato a 3 anni per i suoi commenti su Facebook,
usati come prova davanti a una corte militare
Il
rappresentante di Bengasi a Roma: "Aiuti in soldi e armi".
Drammatico appello: "Gheddafi pronto ad attacco finale".
Francia e Gran Bretagna invocano uno sforzo maggiore degli alleati
Il
Cnt conferma la precondizione al sì al cessate il fuoco, dopo
la disponibilità di Gheddafi ad accettare il piano dell'Unione
africana (video):
la mediazione "non rispetta i voleri del popolo"
Blindati ed elicotteri per l'ultimo assalto alla residenza
presidenziale. Il blitz con il sostegno di caschi blu Onu e forze speciali
francesi. Il capo dello stato che non voleva cedere il potere, detenuto
con la moglie nel quartier generale del suo rivale, parla in tv:
"Posate le armi"
Partecipavano
davanti a Notre-Dame a una manifestazione di protesta contro il divieto di
coprirsi viso e volto, secondo la tradizione islamica, voluto dal
presidente Sarkozy
Le
forze dell'ordine hanno fatto fuoco sulla gente radunata vicino a una
moschea della città epicentro delle proteste (video).
Il presidente parla incontrando il ministro degli Esteri bulgaro. Teheran:
"Usa, Israele, Giordania e Arabia Saudita dietro i disordini"
Prima
l'avanzata dei lealisti, poi un intenso bombardamento Nato avrebbe
rovesciato la situazione. Delegazione dell'Unione africana a Tripoli e
Bengasi per una mediazione
Messaggio
audio trasmesso su Al Arabiya. L'ex presidente si è dimesso l'11 febbraio
in seguito alle proteste di piazza. "Contro di me e la mia famiglia
una campagna ingiusta"
Molte donne e bambini, eritrei e
somali. L'incidente in acque maltesi (foto)
durante le operazioni di soccorso della Guardia Costiera italiana.
Mare in burrasca. Finora
51 persone sono state salvate, tre da un peschereccio. Bossi:
"Costretti a fidarci della Tunisia". Berlusconi:
"Dolore per il dramma". Rossi (Toscana): arriva
provvedimento per i soggiorni temporanei. La Francia:
"Valutiamo la legalità" di FRANCESCO
VIVIANO
Le truppe di Ouattara hanno lanciato
l'assalto finale e stanno "andando a prendere" il rivale,
rifugiato in un bunker ad Abidjan. Secondo fonti francesi è
fallito il negoziato per permettere al presidente uscente di uscire
sotto protezione Onu
I
video degli attacchi su Brega
/ Zawiya,
città fantasma A Zawiyah la scoperta della documentazione di violenze sugli insorti. La
Clinton risponde al rais: "Sa cosa deve fare, si deve dimettere".
Il ministro degli Esteri: "Situazione a Misurata non può durare".
Vertice a Palazzo Chigi. Bilaterale Italia-Francia con Berlusconi e Sarkozy
il 26 aprile a Roma
Tripoli
sarebbe pronta a un negoziato per arrivare a una soluzione politica della
crisi, ma senza le dimissioni del rais. Avanzata lealista a Brega, raid Nato
sul terminal. Parte la prima petroliera del Cnt, greggio commercializzato
dal Qatar MAPPA
Interrotti
i combattimenti ad Abidjan tra le forze lealiste e quelle fedeli a Ouattara.
Il presidente da ore in trattativa dal suo bunker. Le Nazioni Unite:
"La situazione umanitaria è drammatica"
Frattini
annuncia la svolta dopo l'incontro con il rappresentante del Consiglio di
transizione: "E' l'unico interlocutore" (video).
Ad Ankara l'inviato di Gheddafi, in arrivo quello di Bengasi. Gli insorti
rifiutano la mediazione dei figli del rais / MAPPA
Elicotteri delle Nazioni Unite e della Francia
hanno colpito la residenza e basi del capo dello stato che da mesi si rifiuta
di lasciare il potere al vincitore delle presidenziali di novembre, Ouattara.
Rapite cinque persone ad Abdjan, tra cui due francesi
Secondo
giorno di violenze durante le la protesta a Taez. Secondo i testimoni agenti
hanno aperto il fuoco sulla folla. In azione anche cecchini in borghese.
Alcuni militari si sono schierati con gli oppositori
Nessun controllo per entrare nella zona
«evacuata», dove centinaia di persone, tra volontari, precettati e «condannati»
cercano di fermare quella che potrebbe ancora diventare la maggiore
catastrofe atomica della storia. Basta ascoltare il sindaco della devastata
Minami Soma, che ama Gramsci e Berlinguer: «Il nostro tsunami si chiama
nucleare»
Intervista a Sergio Cofferati: "No
all'intervento, Gheddafi è stato armato da chi bombarda". «Ammetto
l'afasia dei pacifisti. Ma non accetto la domanda "e tu come fermeresti
i massacri?": bisogna pensarci prima, alle bombe non si deve arrivare.
A Bruxelles ho votato contro la risoluzione Onu: la no-fly zone è già la
definizione di un atto guerra». Parla l'ex segretario Cgil. Crescono i sì
alla giornata per la pace. E le iniziative che la preparano
Ancora scontri a Misurata,
assediata dai lealisti. Un morto e molti feriti nel crollo di una casa.
Ritirata strategica degli insorti da Brega. Polemiche
sul "fuoco amico": oltre 10 uccisi da raid Nato tra civili e
rivoltosi / MAPPA
Notizie
contraddittorie sull'ex presidente egiziano: secondo Al Jazeera avrebbe
violato gli arresti domiciliari e si sarebbe rifugiato all'estero. Ma la
giunta militare che governa il Paese nega
La manifestazione di Taiz, nel sud del Paese, repressa nel
sangue. Cariche con gas lacrimogeni e colpi d'arma da fuoco. Decine di
feriti anche a Sana'a
Battaglia
per Brega. Fonti mediche: almeno 7 giovanissimi uccisi in un attacco a
convoglio lealista. Gli insorti: "Tregua se il raìs si ferma". Voci
di negoziati di Saif Gheddafi con Londra dopo
le defezioni. Nuovo strappo
della Germaniadi ANDREA TARQUINI
L'atteso
discorso del presidente siriano in Parlamento. Violento attacco ai
"canali satellitari che hanno fomentato le divisioni diffondendo false
notizie". E sugli scontri: "Ho dato ordine di non ferire
nessuno". Promessa di riforme "a partire da oggi"
CRONACA.
Vertice a Londra, la Clinton: "Continua azione militare". Cameron:
"Soluzione politica". Insorti in ritirata. Da giovedì il
comando dell'operazione alla Nato
LA
DIRETTA. Frattini: "Lavoriamo ad un cessate il
fuoco". Il Papa: "Fermare le armi, avviare il dialogo". Gli
insorti prendono il centro petrolifero di Ras Lanuf. Nuovo attacco
delle forze del raìs su Misurata ma i miliziani sono costretti ad abbandonare
la città natale del raìs
L'annuncio
di un consigliere del capo dello Stato: già deliberata l'abrogazione delle
norme d'emergenza in vigore dal 1963. Ieri
scontri a fuoco a Latakia e proteste in altre località. Assaltate sedi
del partito Baath
LA
DIRETTA. Gli insorti liberano Ajdabiya e poi Brega, le forze di
Gheddafi accerchiano e bombardano Misurata. Gelo Roma-Parigi.
Il presidente Usa: "Missione sta avendo successo" dall'
inviato VINCENZO NIGRO La
nazionale libica e la no-fly zone
Il premier incaricato, Jibril, è un uomo
della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il
governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un
profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da
percorrere è tutta in salita
Un despota che ha in mano tutta la ricchezza. Export al 90% da idrocarburi. Le
potenze esterne, che acquistano gas e petrolio, e muovono il tiranno. Un
copione già scritto, nelle storie delle "hydrocarbon societes"?
Chiunque vinca, tornerà una dittatura del petrolio? Forse non è detto,
stavolta di Francesco Ciafaloni
DIRETTA.Accordo
a Bruxelles, all'Alleanza guida dell'intera missione. Frattini:
"Operativo da lunedì". Berlusconi soddisfatto (video).
Parigi: Con Londra lavoriamo a soluzione politica. La secca risposta della
Farnesina. Assedio
a Misurata (video),
i ribelli denunciano: "Massacro di civili" dall'inviato
VINCENZO NIGRO
Marcia
per portare sostegno alla città assediata di Dara. Manifestazioni anti-regime
anche nella capitale, a Homs e Qamishli: la polizia spara. Abbattute statue di
Assad che ieri aveva
annunciato riforme. Yemen, fallite le trattative con i ribelli
LA
DIRETTA Raid su
bunker Gheddafi (video).
Continuano gli scontri nella città ribelle (video):
"Migliaia di stranieri bloccati". Riuniti Consiglio europeo e
Consiglio atlantico. Camera, sì a risoluzione opposizione: quella della
maggioranza approvata per soli 7 voti. Napolitano: "Siamo nella
carta Onu" dall'inviato VINCENZO NIGRO
La
mia sconfitta, la nostra salvezza-commento - il manifesto Farid Adly Vivo questi momenti con angoscia. Sono convinto
antimilitarista, pacifista e nonviolento.
Vivo la guerra libica come una sconfitta personale. La mia generazione di
libici è fallita. Non abbiamo fatto abbastanza per sconfiggere politicamente
la dittatura gheddafiana. L'opposizione era frantumata in mille rivoli, dai
monarchici fino ai socialisti, ma tutti regolarmente all'estero e uno contro
l'altro. Perché all'interno del paese c'erano soltanto Abu Selim (eccidio di
1200 detenuti politici, nelle loro celle, il 26 Giugno 1996, del quale ha
parlato nel 2009 solo il manifesto) oppure le esecuzioni in pubblico negli
stadi. Non abbiamo avuto sufficiente voce per farci sentire e, forse, anche il
mondo non ci aveva dato ascolto, perché gli orecchi dei grandi erano tappate
da cerotti di petrolio e dalla carta moneta delle commesse di armamenti.
Perché considero giusta la richiesta della No Fly Zone, da parte del
Consiglio Nazionale Transitorio Libico (Cntl)? Perché era l'unica strada per
la salvezza dei giovani libici che hanno dato avvio a questa rivoluzione, a
questa resistenza. Il Cntl non ha chiesto - e lo ha ribadito anche nella
giornata di lunedì 21 - bombardamenti sulla residenza di Gheddafi a Bab
Azizie per ucciderlo. «Destituire Gheddafi è un compito nostro e lo faremo
mobilitando il nostro popolo in questa resistenza formidabile che unisce tutto
il paese», ha detto l'avvocato Abdel Hafeez Ghouga. È un diritto sacrosanto
alla sopravvivenza!
È, parimenti, diritto dei miei compagni pacifisti italiani dichiararsi
contrari all'intervento delle potenze occidentali, ma non mettano in campo
ragioni che riguardano la nostra ricchezza petrolifera o il concetto di
sovranità nazionale. Non ho dubbi che Stati uniti, Francia e Gran Bretagna
non sono lì a difendere il mio popolo. Non ci sono guerre umanitarie, come ha
scritto giustamente Tommaso Di Francesco. Lo so che sono lì per il petrolio e
per le commesse future. La ridicola polemica tra Francia e Italia sul commando
della missione dimostra ampiamente questo occhio rivolto al petrolio e rischia
di allungare la vita al dittatore. Vi ricordo però che il petrolio ce
l'avevano sotto il loro controllo anche prima. Non hanno organizzato loro la
rivolta in Libia. Per loro sarebbe stato meglio se fosse rimasto tutto come
prima, quando ballavano coi lupi.
Un discorso a parte per il miliardario ridens. Ha fatto ridere i polli e ha
trascinato l'Italia in una situazione ridicola. Un giorno diceva una cosa e
l'altro sostieneva il contrario. Ha superato se stesso quando la mattina ha
detto che Gheddafi è tornato in sella e poi la sera, dopo che ha capito le
intenzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha cambiato idea per dire: «Gheddafi
non è più credibile».
A Torino poi, dopo l'avvio della campagna militare alla quale partecipa
l'Italia, ha cambiato ancora bandiera, dando credito al colonnello.
I compagni dell'Arci e della Tavola della Pace hanno ragione a chiedere che
l'Italia non abbia un ruolo attivo nei bombardamenti. C'è una doppia ragione
che consiglia ciò. La posizione altalenante di Berlusconi e Frattini è un
dato che consiglia prudenza, ma la ragione più forte è un'altra: l'Italia è
stata una potenza coloniale in Libia, quest'anno ricorre il centenario
dell'aggressione italiana al suolo libico (avete visto qualche cerimonia per
ricordarlo?) e questo trascorso militare (i primi bombardamenti aerei in
assoluto nella storia militare sono avvenuti a Kofra da parte di un aviatore
italiano), consiglia di astenersi completamente dal bombardare il territorio
libico da parte dell'aviazione militare italiana.
L'Italia, se intende rimettere i rapporti con il popolo libico sul binario
giusto, dedichi qualche piazza a Omar Mukhtar, eroe della resistenza libica,
proposta che avevo avanzato proprio sulle pagine del Manifesto, oltre 10 anni
fa, ma caduta nel dimenticatoio anche da parte del compagno(?) Veltroni,
allora sindaco di Roma.
Se il governo italiano ha fatto una brutta figura, peggio hanno fatto certi
opinionisti, attaccati a concetti ideologici, dimenticando la resistenza
italiana contro il regime fascista e contro la repubblichina di Salò. Ecco,
Gheddafi per noi libici rappresenta quello e i nostri ragazzi sono i nuovo
partigiani. In questi momenti, i democratici di Tripoli vivono lo stesso
sentimento di quei partigiani di Milano che lottavano per la liberazione in
una città sotto le bombe degli alleati.
Noi vogliamo la libertà e mettere finire alla tirannia, scrivere una
costituzione e scegliere, in elezioni libere, chi governerà la Libia. Questo
processo è guidato da magistrati, avocati, medici, ingegneri e cosa sento e
leggo? Che la Libia è abitata da beduini. Si sono dimenticati che la Libia
nel 1804 ha sfidato e sconfitto gli Stati Uniti, freschi freschi di
indipendenza (Professor Giuseppe Restifo, «Quando gli americani scelsero la
Libia come nemico» Armando Siciliano Editore).
Non so se questo dice qualcosa a certi «signoroni» opinionisti italiani.
Alcuni arrivano a ripetere cliché retaggio del colonialismo culturale,
dimostrando ignoranza della realtà libica.
Noi oggi siamo protagonisti e vogliamo chiudere con il dittatore. Ben vengano
tutte le proposte di mediazione internazionale, come quella del presidente
della Bolivia Evo Morales, per arrivare, per via pacifica, alla cacciata del
sanguinario despota.
intervista--
manifesto Oil FRONT Intervista a Margherita Paolini, esperta di fonti
di energia e coordinatrice scientifica di LiMes: «La guerra in Libia
rende evidente e drammatica la nuova centralità strategica del petrolio
e del gas» Tommaso Di Francesco Il petrolio spiega, in parte, la crisi libica in
corso. Il perché la guerra si esacerba con l'intervento militare
occidentale, e racconta anche i nostri ritardi e impotenze: perché la
globalizzazione vincente è quella che si arrocca intorno alla difesa
del modello di sviluppo del capitalismo della globalizzazione. E spiega
i due pesi e due misure dell'Occidente: schierato con gli insorti contro
Gheddafi da una parte, e con gli sceicchi del Bahrein contro gli
oppositori locali dall'altra.. È un imperialismo «di ritorno». Ne
parliamo con Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di LiMes e
esperta di fonti di energia. C'entra o no il petrolio in questa guerra? Sì, il petrolio c'entra.. Dobbiamo inserire questa vicenda
della Libia nel contesto più generale del mercato energetico degli
ultimi due anni. I prezzi erano aumentati già considerevolmente l'anno
scorso, quando la speculazione in atto era ritornata alla carica con
forza facendo il replay dell'operazione del 2007-2008. Con una
trasformazione importante: il greggio di riferimento globale è
diventato il greggio brent, cioè il greggio europeo, considerato poi
greggio globale. A noi deve preoccupare molto il fatto che ci sia una
gran differenza di quotazione tra il greggio brent e il greggio nymex
americano perché siamo più direttamente colpiti dal mancato
approvvigionamento. Questo fa capire che il Mediterraneo è diventata
un'area considerata come un forte premium, non solo per quello che
accade adesso ma proprio come area di grande scontro. Verso i paesi
produttori del Mediterraneo, si è risvegliato un grande interesse perché
le moderne tecnologie permettono ormai di raddoppiare le riserve che
sono state svalutate fino a qualche anno fa. Le compagnie sono tornate
in forza, ben rimpinguate dai guadagni che hanno avuto dall'ultima
lievitazione dei prezzi del petrolio praticamente senza far niente, si
sono associate con gli age found e hanno fatto speculazione. Adesso però
devono tornare anche al mercato fisico, dopo aver fatto affari sul
barile elettronico. Sono tornate quindi con un discreto capitale e
possono fare degli investimenti anche in giacimenti impegnativi.
Tuttavia vanno sempre cercando zone, giacimenti e produttori, paesi
produttori, che possano offrire condizioni favorevoli. Un petrolio che
si trovi con relativa facilità, in cui l'investimento dia un sicuro un
rendimento. E non abbiamo tantissimi paesi sulle residue frontiere degli
idrocarburi tradizionali. Abbiamo la Nigeria, l'Algeria, e «in zona»
l'Alzerbaijan. Dunque la Libia era una fonte sicura? Sì. La Libia con le ricerche degli ultimi anni ha dimostrato
di possedere un capitale incalcolabile di greggio e di gas. Con le nuove
tecnologie le stime sulle riserve possono essere raddoppiate. Parliamo
di 44 miliardi di barili di petrolio. È un petrolio di buonissima
qualità, che costa poco raffinare e che non si trova facilmente
altrove. E poi c'è il gas metano, che ora è la fonte più importante.
Certo il petrolio per un bel po' di tempo sarà al centro
dell'attenzione, ma ormai si va a caccia di gas. E non solo c'è gas
nella parte occidentale dove già operava l'Eni, ma si è scoperto un
grandissimo giacimento di gas nel Golfo di Sirte. Perché dico che c'è
interesse al Mediterraneo? Perché si è valutato che con le tecniche di
oggi dal Golfo della Sirte fino a tutto il bacino del Levante (fino a
Cipro), ci sono immense riserve di gas. È profondo, ma non dà problemi
alle nuove tecnologie. Parlavi della compagnie multinazionaliche
volevano investire. Poi si sono fermate? Le multinazionali occidentali cercavano, arrivando con parecchi
soldi, di strappare migliori condizioni, arrivando con parecchi soldi
per poter strappare migliori condizioni. Le cose sono andate più
tranquille nel caso di compagnie cinesi o per le altre asiatiche. Mentre
tutti gli altri, da Gazprom in poi, hanno cercato un po' di fare così.
Da quando Gheddafi è stato sdoganato dal governo americano, dal
2004-2005, hanno cominciato a venire la Shell, la Chevron, la Conoco
Phillips, la Marathon. Poi la Rwe tedesca, infine è arrivata la Bp nel
2007 che ha cominciato a trattare questo grossissimo contratto che
prevede due concessioni, una on-shore e l'altra off-shore. Ed è questa
off-shore, della Sirte, che sta particolarmente a cuore. Dobbiamo anche
tener conto del fatto che la Libia di Gheddafi, avendo un portafoglio di
investimenti, una rendita petrolifera piuttosto alta, ha guadagnato
moltissimo in questo periodo e non è stata particolarmente morbida,
flessibile, a dare concessioni più che favorevoli a queste società.
Mentre l'Algeria e la Nigeria si trovano in condizioni diverse, hanno
anche forti indebitamenti, spese, ecc. e situazioni sociali che
richiedono impiego di rendita petrolifera. Nel caso della Libia tutto
questo non c'era. E Gheddafi ha fatto contratti non molto duri ma senza
mai venire particolarmente incontro alle compagnie multinazionali. Si
trattava comunque di contratti a lungo termine, per assicurarsi un
petrolio buono e a buon mercato, tra gli ultimi disponibili di petrolio
«dolce». Perché tutte le capacità sostitutive sono di petrolio
piuttosto pesante oppure di bitumi, quando di «non convenzionale»,
estratto da rocce o sabbie. L'unico disponibile come quello libico è
quello iracheno. Anche quello dopo una guerra. La caccia è appena
cominciata. E non basta per tutti. In che modo il disastro nucleare di Fukushima e il dramma
ambientale del Golfo del Messico, hanno influito sulla nuova centralità
del petrolio? In due modi. La vicenda del Golfo del Messico è anche quella
che ha dato la scossa decisiva a molte compagnie petrolifere per
decidere di «emigrare» verso il Golfo della Sirte. Sirte rappresenta
un off-shore, e anche perché lì ci sono tutti i progetti nuovi, alcuni
così nuovi che ancora non sono segnati sulle carte. Perché, anche se
ancora non c'è una legge valida per tutti ma solo una normativa,
vengono di fatto già richiesti, e applicati, vari criteri restrittivi
sulla sicurezza. Che si traduce in un costo di estrazione, di messa in
sviluppo e estrazione, molto più elevato per le compagnie. Prima il
Golfo di Sirte era più a buon mercato. Questo tipo di controllo adesso
si è esteso anche al mare del Nord, cioè in tutte le zone più o meno
controllate che non siano posti selvaggi. Ecco quindi la necessità di
spostarsi in altre aeree. E non è che puoi andartene nell'Artico o nel
Caspio dove, tra l'altro, non c'è petrolio talmente buono da
giustificare grandi investimenti. Per quello che riguarda Fukushima,
quel che si evidenzia è la centralità subito del gas metano. Se ci sarà,
come forse in parte ci sarà, una crisi del nucleare l'unico sostitutivo
è il gas. Ma prima di Fukushima c'è stato un grande interesse da parte
delle compagnie francesi - che pure operano nel nucleare - a
diversificare i loro approvvigionamenti con il gas. La Francia prima non
dimostrava tutto questo grande interesse, sono circa un paio di anni che
sta correndo qua e là a cercare contratti per il gas, tant'è che ha
anche cercato di entrare nel progetto Southstreem. Quindi per la Francia
la diversificazione è decisiva e c'è la Total che è particolarmente
interessata a questo. Che fine faranno gli approviggionamenti italiani di Agip e Eni
in Libia? Al di là dei limiti della dirigenza Eni, a partire da Scaroni
che si è spesso mosso non certo come il manager di una società che ha
il 30% di interesse pubblico, il fatto è che l'Italia rischia veramente
molto. Dal momento che la crisi in Libia si evidenzia come spaccatura in
due del paese, con una sorta di nuovo bilanciamento delle risorse, da
una parte e dall'altra. Anche se la parte orientale, la Cirenaica, ma
anche il Golfo della Sirte, ne hanno di più. È un elemento che tende
più a dividere che non ad unire. Una situazione che si è deteriorata
nel tempo, perché la Cirenaica è stata tenuta sotto il tallone del
regime. Un precedente pericoloso nell'area, basta pensare alla vicina
Algeria con la Cabilia, ma non solo. C'è il rischio di una «secessione»
da risorse. Una tendenza che, comunque vada a finire, non va alimentata.
Ma c'è. Basta riflettere sul fatto che la compagnia nazionale
petrolifera libica (OiLibya) ha due associate, due branche sul
territorio, che si trovano una di qua e una di là in Cirenaica. Sono
società miste, in joint venture con società americane. Che accadrà?
Alla fine, dopo le distruzioni della guerra civile e di quella «umanitaria»,
i contratti petroliferi, se saranno rispettati, potranno essere perfino
più favorevoli. Perché naturalmente avremo un «venditore», la Libia,
più povero e diviso e quindi più ricattabile. E questa è la
situazione ideale a cui si voleva probabilmente arrivare.
LA
DIRETTA All'Italia il comando marittimo per l'embargo sulle
armi. Misurata, la città sotto assedio (video).
I lealisti colpiscono l'ospedale. Gheddafi
(video):
"Rido dei missili". Gli inglesi: "Aviazione libica non esiste più".
Insorti formano governo ad interim. Dibattito in Senato, assente Berlusconi. Pd:
"Danni all'Italia" (scheda)dall'inviato
V. NIGRO MappaDIRETTA REPUBBLICA TVFoto
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La Nato predispone un embargo
marino per non far arrivare le armi a Gheddafi, ma per l'Italia
dovrà servire a bloccare i migranti. Sul comando delle operazioni
militari all'Alleanza atlantica la Francia resiste: sì solo a un
ruolo di sostegno
Dopo
la defezione di alcuni generali che si sono uniti ai manifestanti,
monito del capo dello Stato sulle conseguenze di un golpe. La
condanna della Farnesina per l'uccisione di manifestanti
Nato
per ovviare all'assenza di tastiere arabe agli esordi di internet, è
diventato uno strumento contro i regimi. E ora è uno dei simboli delle
insurrezioni nel Nordafrica
di GIULIA CERINO
Perché è saltato l’equilibrio di
potere di Gheddafi? Chi sono “quelli di Bengasi”? Questa è una vera
guerra del petrolio, rivelatrice della competizione globale e piena di
incognite
Intervista al generale Fabio Mini, ex
capo di stato maggiore Nato per l'Europa del sud, oggi anche autore,
saggista e fondatore dell'associazione Peace generation
LA
DIRETTATerzo giorno di operazioni (video).
Il ministro degli Esteri: "Occorre coordinamento Nato". Ban
Ki-moon aggredito al Cairo da manifestanti filo-Gheddafi. Ieri in azione
Tornado italiani. Missile
centra la residenza del rais. Sarebbe rimasto ucciso il figlio Khamis.
I ribelli: "Ottomila morti". Mistero su rimorchiatore italiano
sequestrato. Governo
italiano diviso, Berlusconi a Bossi: "Non c'era
alternativa"
DIRETTA
NON-STOP 24 ORE. Prosegue l'operazione
"Odyssey Dawn" (video).
La contraerea difende il Rais (video).
La Lega Araba: "Le bombe non aiutano la no-fly zone". Condanna di
Mosca. Gheddafi minaccia l'Occidente (audio):
"Stiamo armando un milione di persone. Italia ha tradito". Poi
in serata l'annuncio del governo (video).
Napolitano:
"Non siamo in guerra, è operazione Onu". Sei aerei italiani
in missione nell'area, sono decollati da Trapani. Il Papa: "Tutelare la
popolazione" (video)
dal nostro inviato a Tripoli VINCENZO NIGRO
DIRETTA
NON-STOP 24 ORE. Bloccata nave italiana. In svolgimento
l'operazione "Odissey Dawn". Il Pentagono: "Lanciati 110
cruise" (video).
Raid sulla capitale libica. Scudi umani intorno al raìs. Ora raid
sospesi. Le forze del Colonnello attaccano Bengasi (audio).
Condanna russa. Il raìs chiede riunione Onu e minaccia l'Occidente. L'ira
di Bossi: "Silvio sbaglia, l'Italia rischia". Napolitano:
"Faremo quel che è necessario" dall'inviato
a Tripoli V. NIGRO, di B. VALLI da Tobruk e di C.
BONINI
DIRETTA
NON-STOP 24 ORE. Dopo il vertice con Ue, Usa e Paesi arabi,
Parigi inizia le operazioni. Obama: "Pronti ad agire con la
coalizione" (video).
Aerei italiani schierati in Sicilia. Le forze del raìs attaccano Bengasi
(audio),
bombardato campo Croce rossa. Dal
regime libico scudi umani e minacce (video).
Abbattuto un aereo (video).
Napolitano: "L'Italia farà quel che è necessario" dall'inviato
VINCENZO NIGRO
DIRETTA.
Il Consiglio di sicurezza Onu ha
approvato la risoluzione (video)
che prevede anche "tutte le misure necessarie a proteggere i
civili". Bengasi festeggia (video).
Parigi preme per un'azione immediata, l'Italia dovrebbe concedere basi. Il
Rais (audio)
ventila ritorsioni nel Mediterraneo. Il figlio: "Non abbiamo paura,
arriveremo a Bengasi". Un vice ministro parla di disponibilità al
cessate il fuoco purché concordato.
Il
figlio del rais: forze regolari vicine a Bengasi (video).
Bombe su Misurata. Il ministro francese Juppè: "Non è troppo
tardi" per un'azione militare. Frattini: "Il colonnello non può
essere cacciato". Da oltre un giorno perse le tracce dei reporter,
tra loro Shadid e Farrell
Il
Consiglio nazionale di transizione chiede aiuti concreti alla comunità
internazionale. Clinton: sostegno politico ed economico, ma non
militare. Le truppe del colonnello avanzano verso Bengasi. Nessun
accordo tra i ministri degli G8 riuniti a Parigi
Nel Mediterraneo è in corso un’insorgenza senza precedenti
Appello per una mobilitazione politica e di lotta straordinaria
• Le rivolte popolari di Tunisia, Egitto e Libia stanno sconvolgendo un’intera area
del pianeta nella quale si concentrano interessi fondamentali, economici e politici,
tanto dei regimi autoritari locali, quanto degli stati imperialisti occidentali.
Queste rivolte, che hanno come retroterra uno sfruttamento estremo da parte delle
classi dominanti, delle risorse territoriali autoctone (petrolio in primis, ma non
solo) e una conseguente crescente miseria per vasti strati proletari e popolari,
puntano all’abbattimento di regimi oppressivi, corrotti e legati a doppio filo ai
paesi imperialisti presenti in quell’area.
• La borghesie dei paesi dominanti (dagli USA all’Italia, passando per Francia,
Inghilterra e Germania) blaterano di “rispetto dei diritti umani”, e cercano di
trovare una strada per prendere le distanze da regimi che hanno foraggiato e difeso
per oltre trent’anni: in realtà inseguono affannosamente una strada per imporre una
stabilità politica locale in crisi ed al loro sistema di dominio. Da questo punto di
vista, la foglia di fico (nonché cavallo di Troia) dell’intervento “umanitario” non
riesce nemmeno a nascondere l’ipotesi dell’intervento militare di cui cominciano a
fervere i preparativi, nonostante l’opposizione delle masse in rivolta libiche e
delle popolazioni nordafricane in generale.
• Le sommosse nordafricane interagiscono profondamente con la crisi strutturale in
cui versa la società capitalista e segnano una risposta proletaria a tale crisi in
quanto tendono a scardinare i rapporti sociali, politici e culturali dominanti! Pur
apparendo ancora incerte le prospettive perseguite dalle masse nordafricane in
rivolta, la loro mobilitazione permanente tende a mettere in risalto il fallimento
storico del sistema dominante e, soprattutto, apre una fase di scontro più accentuato
tra le classi e, quindi, crea le condizioni certamente più favorevoli per la
rivoluzione proletaria in quelle aree e nelle metropoli.
• Le rivolte, tuttora in corso, chiamano in causa anche i proletari delle metropoli
imperialiste e, a maggior ragione, i compagni che si battono per il superamento per
via rivoluzionaria (l’unica possibile) della società capitalista. Il sostegno
incondizionato a queste rivolte, che chiamano all'unità di classe su scala
internazionale, é quindi strettamente legato al nostro impegno di lotta per la
rivendicazione degli interessi di classe.
Proponiamo di conseguenza un piano di confronto e di azione su alcune questioni
centrali:
1) Una campagna politica di massa per incrementare le mobilitazioni a favore delle
rivolte mediterranee e, contemporaneamente, capace di mobilitare il proletariato
italiano in opposizione a qualsiasi forma di intervento imperialista sia esso di
carattere “umanitario” o apertamente militare, nei territori pervasi dall’insorgenza
popolare
2) Una politica di concreta solidarietà proletaria e internazionalista contro il
tentativo di contenere quella che viene definita “emergenza profughi” e che in realtà
non è altro che una linea di tendenza storica, che vede le masse di diseredati
muoversi in tutto il mondo e che tende a far saltare le barriere politico-repressive
create dagli stati capitalisti (per esempio i trattati con la Libia, paese a cui
l’Unione Europea subappaltava il contenimento degli emigranti africani)
3) Lo sviluppo del conflitto contro il capitalismo nostrano, attraverso azioni di
lotta, sui luoghi di lavoro e sul territorio, che difendano in maniera intransigente
gli interessi dei proletari attaccati dalle classi dominanti, puntino apertamente a
scalzare dal basso l’attuale governo, coordinando gli sforzi a livello locale,
nazionale ed internazionale
L’assemblea cittadina del 6/03/2011 tenutasi al C.S.A. Vittoria promossa dal
Coordinamento di sostegno alle lotte dei lavoratori delle cooperative
Le truppe lealiste continuano l'avanzata verso est, gli
insorti in ritirata dalle loro roccaforti. Presa Brega. Bandiere lealiste
a Tobruk. Al Jazeera: nostro cameraman ucciso in imboscata
Soltanto chi non ha mai fatto rivolte contro i dittatori non sarà mai
sconfitto e potrà continuare a vivere come schiavo. Soltanto chi si ribella e
organizza rivolte impara come vanno fatte. Gheddafi non può cantare vittoria,
i giovani ribelli hanno imparato. I borghesi occidentali che attendono
che con le armi da loro vendute Gheddafi massacri i ribelli, non si
sentano al sicuro. I ribelli Libici hanno insegnato agli schiavi di tutto il
mondo a ribellarsi. Onore ai ribelli Libici
LA
DIRETTA Le truppe leali a Gheddafi continuano l'avanzata
verso est nelle zone controllate dai ribelli. Ora puntanto a Misurata. Al
vertice al Cairo il segretario Mussa favorevole a chiedere all'Onu lo
spazio aereo controllato per fermare bombardamenti
dall'inviato VINCENZO NIGRO
- Il primo ministro cinese, Wen Jiabao,
non ritiene superata la crisi economica;
il governo paventa il rischio di fratture sociali, prioritaria la
lotta
all’inflazione da contenere sotto il 4% nel 2011. Nel 2010
+3,3% contro il +3%
previsto.
o L’aumento degli alimentari (gennaio 2011 +16% su
gennaio 2010) colpisce
soprattutto la popolazione delle campagne e gli strati urbani
inferiori.
- Riconosciuto il non raggiungimento di importanti obiettivi
posti dal precedente
piano quinquennale:
o aumento dei problemi per materie prime e ambiente,
divario eccessivi dei redditi
e contraddizioni città-campagna;
limitata la capacità di innovazione, agricoltura debole.
Ineguaglianza nell’accesso a
educazione e sanità; espropriazioni illegali; demolizioni forzate e
corruzione.
- Il Congresso nazionale del popolo, organo non elettivo che si
riunisce una volta
l’anno, deve varare quest’anno il 12° piano quinquennale, che
prevede
o puntare su consumo interno, servizi e industria ad alto
valore aggiunto più che
sull’export di massa e gli investimenti;
o aumento medio del 7%/anno del reddito pro-capite reale;
o entro il 2015 creare circa 45 milioni di posti di lavoro
urbani;
o aumento della quota di combustibile non fossile all’11,4%,
ogni punto PIL farebbe
diminuir del 17% l’emissione di CO2.
o +4 punti percentuali la popolazione urbana, al 51,5%.
- Da sondaggi, i cinesi protestano soprattutto contro:
divario dei redditi, penuria di abitazioni e inflazione.
DIRETTA
Aerei con funzionari libici al Cairo e a Lisbona, è l'ora della
trattativa. Il governo smentisce uno scalo in Italia dei velivoli. Assedio
a Zawiya, per le tv arabe ci sono centinaia di morti. Bombardati i siti
petroliferi Vincenzo
Nigro: diario da Tripoli - Video:
la battaglia di Ben Jawad
Visti i precedenti storici, si
imporrebbe maggiore cautela e, invece di arruolarsi frettolosamente
nelle fila degli interventisti "umanitari" contro il
"sanguinario dittatore", ci si dovrebbe chiedere cosa accade
in Libia, perché si preme per l'intervento militare e, infine, perché
il gruppo dirigente Usa è spaccato su questa eventualità
DIRETTA.
Attesa vana per la dichiarazione del colonnello nell'hotel
dei giornalisti. Bombe su Ras Lanouf e Zawiya. Obama e Cameron
d'accordo su no fly zone. Il Consiglio dei ribelli crea sito
web. Sanzioni europee su fondo sovrano Lia e banca centrale libica. Sbarchi
a Lampedusa. Bossi smentisce il Colonnello: "Le armi noi le
fabbrichiamo". Nuova impennata della
benzinadall'inviato VINCENZO NIGRO
Reportage dalla megabase navale Usa
di Juffair, a 5 km da Piazza della Perla, dove due settimane fa sono
stati uccisi 7 dimostranti sciiti. Parlano, preoccupati, i militari
americani. La base è il cuore della lotta al terrorismo e del sistema
strategico di Washington nell'area del Golfo
LA
DIRETTA Continua la controffensiva
del regime nell'est . Ban Ki-moon: "Stop attacchi a civili".
L'Alleanza atlantica: "Se continuano stragi interveniamo". A Bengasi
la nave di aiuti e Frattini dialoga con l'opposizione. Maroni:
"Intervento armato sarebbe un grave errore" BLOG
Lavoro dignitoso di V. LONGHI / Chi
arma il raìsdi R. STAGLIANO'
LA
CRONACA Battaglie negli avamposti ribelli. Gli insorti:
"Tutta la Libia orientale è libera. Il mondo ci riconosca". Il
colonnello: "Se cado, Europa sarà invasa". Maroni: "Gli
americani si diano una calmata". Obama: "Pronti a usare le riserve
di greggio" di VINCENZO NIGRO e FEDERICO RAMPINI
Il criminale di guerra Obama, l'ONU, il puttaniere di Arcore,parlano di misure contro Gheddafi.
In realtà i padroni occidentali sono preoccupati solo degli investimenti di Gheddafi.
I padroni occidentali aspettano che Gheddafi massacri i ribelli per fare il loro
ingresso in libia con i soldati e le missioni umanitarie.
Operai, Obama, Berlusconi, Napolitano sono grandi amici di Gheddafi.
Operai sono i padroni occidentali che hanno armato Gheddafi.
Operai, onore ai ribelli libici, protestiamo contro gli amici di Gheddafi in
Italia.
La parola chiave è "legittimità".
L'ha pronunciata ieri Barack Obama nel discorso più duro contro il
dittatore libico, abbandonando - dopo che tutti gli americani erano
stati messi in salvo - i toni cauti e le condanne diplomatiche dei
giorni precedenti: "Gheddafi - ha detto Obama - ha perso ogni
legittimità. Deve lasciare il potere e andarsene. Gli atti di violenza
compiuti dal regime sono inaccettabili"
L'aggressione repubblicana ai
diritti sindacali è partita dal Wisconsin. Con la scusa della crisi si
vogliono tagliare stipendi e contratti collettivi dei dipendenti
pubblici. Il paese però reagisce
Economia, demografia, sviluppo. Qualche riflessione sulle rivoluzioni in
corso a partire dalla lettura dei numeri di un annuario di Francesco Ciafaloni
Bombardamenti
su Brega e Ajdabya. La minaccia: "Migliaia di morti" in caso di
intervento internazionale (Video).
La Casa Bianca: "Rais illegittimo, lasci il potere". Maroni:
"Piano B se c'è esodo di massa" dall'inviato
V. NIGRO
Gli aerei del Raìs
colpiscono ancora Brega e Ajdabya. La minaccia: "Migliaia di
morti" in caso di intervento internazionale (Video).
No fly-zone, dubbi
Usa. Maroni: "Piano B se c'è esodo di massa" dall'inviato
V. NIGRO e dal corrispondente F. RAMPINI
La procura di Agrigento
sommersa dalla burocrazia: "Per legge siamo costretti a farlo. Dobbiamo
aprire fascicoli per la mancata presentazione dei documenti". Il
sindaco dell'isola sotto inchiesta: "Ha istigato all'odio
razziale" di F. RUSSELLO
Boldrini
(Unhcr) in Senato: "Da noi pressione non superiore ad altri Paesi,
abbassare i toni". Il governo vara operazione per assistere 10.000
rifugiati. Vertice Ue l'11 marzo. Si lavora a ipotesi embargo. La Russa:
"Forse necessarie nostre navi"
DIRETTA
Bruxelles: il colonnello non controlla più il petrolio. Tentativo di
controffensiva a Zawaija. Forze americane nell'area. Clinton: "Ma
nessuna azione con nostri mezzi". II reportage da
Zawaiya e dalla
Cirenaicadagli inviati V. NIGRO e P. DEL RE
Parigi, la Alliot-Marie:
"Non ho commesso alcun illecito, ma la pressione è troppo
forte". Sarkozy annuncia il rimpasto. A Tunisi si era dimesso il
primo ministro Gannouchi
Gates: mai più operazioni stile Iraq o Afghanistan
Claudio
Gatti
Questo articolo è stato pubblicato il 27 febbraio 2011 alle
ore 08:13.
NEW YORK. Dal nostro inviato
È raro che il ministro della Difesa di un paese che è stato
impegnato negli ultimi anni in due teatri di guerra metta
publicamente in discussione la decisione di schierare le proprie
truppe. Eppure è quello che ha fatto venerdì scorso Robert Gates
in un discorso a West Point, la storica accademia militare dell'Us
Army.
«A mio parere, qualsiasi futuro ministro della Difesa che di
nuovo pensi di consigliare a un presidente di mandare l'esercito
in Asia, in Medio Oriente o in Africa dovrebbe farsi esaminare la
testa, come disse diplomaticamente il generale MacArthur», ha
dichiarato Gates.
Il riferimento è a un'espressione usata nel 1961 dall'eroe della
Seconda Guerra Mondiale con l'allora presidente John F. Kennedy
che stava valutando un possibile intervento in Vietnam. Ma
chiaramente anche al suo predecessore, Donald H. Rumsfeld, il
responsabile delle due campagne militari che Gates ha ereditato
alla fine del 2006, quando George W. Bush lo mise a capo del
Pentagono dopo aver sollevato dall'incarico Rumsfeld.
Confermato al suo posto da Barack Obama, Gates può oggi parlare
con la credibilità del servitore dello stato bipartisan. Ma
soprattutto con la sincerità di chi non deve preoccuparsi di
mantenere la poltrona. Pur non avendo ancora indicato una data
precisa, ha infatti già annunciato che entro l'anno lascerà.
Quello di venerdì a West Point è stato probabilmente il suo
discorso di addio alla cittadella dell'Us Army. Ed evidentemente
non ha voluto congedarsi dai cadetti con semplici parole di rito.
«Le probabilità che si ripeta un altro Iraq o un altro
Afghanistan - e cioè che si invada, stabilizzi e amministri un
altro grande paese del Terzo Mondo - sono scarse», ha detto.
Aggiungendo che nel prossimo futuro, per via soprattutto
dell'austerità fiscale dovuta al deficit del bilancio, l'Us Army
si troverà sempre più frequentemente a dover giustificare i
numeri, le dimensioni e i costi delle proprie formazioni pesanti:
«Nella competizione per i più ridotti fondi della difesa,
l'esercito dovrà capire che gli scenari di intervento militare più
plausibili impegneranno soprattutto marina e aviazione più che
una grossa forza terrestre». All'Us Army verrà piuttosto chiesto
di fornire «forze di intervento rapide e leggere» in operazioni
di breve durata con compiti di contro-terrorismo, risposta a
disastri naturali o di pacificazione e assistenza a forze locali.
La previsione di Gates è che i conflitti del futuro saranno
«radicalmente differenti» da quelli che lui si è trovato a
gestire negli ultimi cinque anni alla guida del Pentagono. Anche
se ha subito dopo ammesso che fare previsioni non è mai stato il
forte del suo ministero. «Non ne abbiamo mai azzeccata una». ha
detto proseguendo in una pesante autocritica. «Da Grenada a
Panama, dalla Somalia ai Balcani, da Haiti al Kuwait, fino
all'Iraq e via di seguito, ogni volta ci siamo trovati a non avere
neppure idea delle missioni in cui ci saremmo dovuti impegnare».
Il Segretario della Difesa ha concluso non esitando neppure a
criticare l'istituzione dell'esercito per la sua politica di
«promozioni automatiche» a discapito delle doti individuali.
«L'esercito è sotto certi aspetti divenuto avverso al rischio»,
ha detto Gates. «E troppo spesso si incentivano gli ufficiali a
tenere la testa bassa, non prendere le decisioni pur di non
rischiare errori e non dissentire mai dai propri superiori».
Una vera e propria doccia fredda per i cadetti del 2011.
cgatti@ilsole24ore.us
1 marzo: sciopero dei migranti per lavoro e
libertà
C'è un filo stretto che legherà le piazze del secondo sciopero degli
immigrati con i fatti che stanno accadendo al di là del Mediterraneo e in
questi giorni, drammaticamente, in Libia. Il primo marzo a Bologna e in
altre città da Napoli a Brescia ritornerà la mobilitazione che l'anno
scorso sorprese per l'entità della partecipazione, oltre 300 mila persone
in tutta Italia. Ma un anno dopo questo sciopero arriva proprio nei giorni
in cui dal nord Africa arrivano notizie di rivoluzione con morti e
sanguinarie repressioni. Naturale quindi che la Libia, e non solo, sarà
nei cuori, nei pensieri e negli striscioni delle manifestazioni del 1
marzo. E' l'appello che arriva dal Coordinamento migranti di Bologna
rilanciato dal blog nazionale www.primomarzo2011.it
perchè la giornata dello sciopero degli immigrati vada oltre la denuncia
della legge Bossi-Fini e del razzismo istituzionale. Un sentimento comune
che conferma anche Alfonso, uno degli attivisti della rete antirazzista
campana, che spiega come quello che sta succedendo entrerà
"naturalmente" nella manifestazione di martedì prossimo davanti
alla Prefettura. E così sarà in tutte le altre realtà dove ci saranno
presidi e cortei. Si vedrà se i numeri saranno gli stessi del 2010, l'eco
dei fatti che arrivano dal nord Africa potrebbe comunque incoraggiare.
Dopo un anno dal primo sciopero il protagonismo del lavoro migrante ha
cominciato a "bucare" anche il sistema dei media più
tradizionali. Dallo sciopero dei lavoratori della Campania dove a ottobre
gli stranieri si misero sulle stesse rotonde dove ogni mattina i caporali
vanno a prelevarli indossando cartelli con su scritto «oggi non lavoro
per meno di 50 euro» al coraggio di quelli che sono saliti sulla gru a
Brescia o sulla ciminiera di via Imbonati a Milano.
«Il livello di disperazione è più alto dell'anno scorso - spiega
ancora Alfonso da Napoli - perchè molti erano abituati ad un processo
migratorio difficile ma lineare che in ogni caso avrebbe portato a dei
risultati. Mentre è successo che in tanti sono tornati a fare lavori che
pensavano di non dover fare più». E tutto questo perchè in Italia la
legge Bossi Fini è una legge che legando il permesso di soggiorno al
lavoro sta producendo sempre più clandestinità. Per questo tra i temi
del primo marzo ci sarà la denuncia della sanatoria per colf e badanti e
l'acuirsi della crisi che ha riportato molti lavoratori stranieri a
perdere il contratto e a ritornare a lavorare in nero.
Dal Coordinamento migranti di Bologna fanno notare che questo è uno
sciopero con un «significato politico perchè non è su una piattaforma
sindacale e non è difensivo». E' uno sciopero, sottolineano ancora da
Bologna, che «abbatte la divisione tra italiani e migranti sui luoghi di
lavoro». Il Coordinamento sta lavorando per ampliare la possibilità di
copertura sindacale allo sciopero anche oltre le fabbriche dove la Fiom,
che aderisce, è presente. Anche l'Usi, l'unione sindacale italiana,
fornirà la copertura sindacale allo sciopero. A Bologna il percorso
coinvolge anche studenti universitari e quelli medi in particolare di
seconda generazione; al mattino ci sarà un presidio all'istituto
professionale Fioravanti.
A Palermo la manifestazione del primo marzo ricorderà Noureddine
Adnane, il commerciante ambulante di origine marocchina che si è dato
fuoco dopo che una pattuglia della polizia municipale gli stava
sequestrando per l'ennesima volta la merce. A Brescia ci sarà una
manifestazione in centro nel pomeriggio, l'anno scorso furono 50 le
aziende dove lo sciopero riuscì. Quest'anno si terrà insieme il tema del
lavoro migrante più stabile con quello estremamente precario. E super
precaria è la situazione lavorativa dei ragazzi che salirono sulla gru a
ottobre e che martedì saranno in piazza. Alcuni mesi fa da quindici metri
di altezza hanno denunciato l'ultima sanatoria e le sue beffe. Felice
dell'associazione «Diritti per tutti» spiega che si è in attesa della
decisione del Consiglio di Stato, l'udienza è stata il 21, sul ricorso
contro la circolare Manganelli che alcuni mesi dopo la sanatoria sancì
che chi era già stato condannato per non aver rispettato l'ordine di
espulsione del questore, non aveva diritto a regolarizzarsi.
I mercati internazionali potrebbero
subìre uno scossone l'undici marzo prossimo
I mercati internazionali potrebbero subìre uno
scossone l'undici marzo prossimo. Per quella data sono previste
manifestazioni di piazza nelle principali città dell'Arabia
Saudita. Anche se è difficile che la protesta assuma risvolti
drammatici, uno scenario di instabilità nel grande paese arabo
avrebbe un impatto devastante per la ripresa dell'economia
mondiale.(...)
L'Italia non
segua la Nato
in Libia
Lidia Menapace
Alla prima apertura di pagina di un quotidiano, alla prima parola da
un teleschermo, l'impressione è di pericolosa meschinità: dico,
sulla questione libica. Non che per il resto sia meglio, però è
meno pericoloso. Invece la crisi libica, dopo e insieme ai movimenti
democratici successi in Tunisia ed Egitto, ci ricorda che il
Mediterraneo è una delle zone calde e incerte del pianeta,
importante per risorse (petrolio, se non altro), storia (antica e
poi coloniale e decolonizzazione vera e finta) e per
l'incontro/scontro di civiltà e religioni.
La prima cosa di cui si sente la mancanza sono le Nazioni Unite: se
un evento si sarebbe dovuto affrontare - secondo la Carta, là dove
sentenzia che la guerra è un crimine e propone di affrontarla dal
Consiglio di sicurezza - con corpi di polizia internazionale, che
chiedono tribunali e diritto della stessa natura e livello, ci si
accorge che di ciò non vi è quasi nulla. Perciò (ricordando
quanto le beghe europee per stare nel consiglio di sicurezza abbiano
ostacolato il cammino), quando Obama cerca di rimediare all'assenza
di strumenti internazionali adeguati, finisce per indicare la Nato e
dopo aver interpellato Francia e Inghilterra, telefona anche a
Berlusconi chiedendogli di collaborare.
Non avendo predisposto un corpo di polizia internazionale, si ricade
nell'ipocrisia delle spedizioni militari travestite da strumenti
"umanitari"! La prima cosa da dire a voce spiegata è che
una nazione ex coloniale proprio in quel paese, ed espressione di un
colonialismo duro e particolarmente disumano, non può essere di
nuovo presente in armi lì senza provocare reazioni popolari molto
contrarie e quindi aggravare la situazione e non essere di aiuto in
operazioni di conciliazione politica e di democrazia. Dunque prima
di tutto: no all'inclusione dell'Italia in una qualsiasi spedizione
Nato in Libia.
La stasi e assenza europea in una crisi che si svolge ai suoi
confini e in paesi che si affacciano sul Mediterraneo è un segno
molto preciso della caduta dell'Europa e della sua involuzione
profonda. Poiché l'Europa è governata soprattutto da governi di
centrodestra, si potrebbe persino pensare a sinistra: adesso se la
cavino, dopo che hanno addirittura cercato di far approvare come
Costituzione un testo ideologicamente (nel senso cattivo del
termine) liberista mercantile e di destra poco liberale: ma la
situazione è troppo pericolosa per godersi passivamente questa
soddisfazione.
Penso che noi dovremmo tenerci in contatto con la Sinistra europea e
prendere parte a una forte pressione a Bruxelles anche come
"appoggio esterno" perché l'Europa si dia una mossa,
lasci i suoi rinascenti egoismi nazionali, trovi una voce che parli
ai popoli oppressi e costituisca un Comitato di ascolto e appoggio
politico diplomatico e sociale davanti alle giuste rivendicazioni
del popolo libico, come di quello tunisino ed egiziano e del Bahrein
e di quale altro si affaccerà su questo cammino includendo subito
anche la questione israelo-palestinese. Per una volta stiamo legati
ai movimenti, come deve fare una Europa di sinistra, disarmista,
militarmente neutrale, socialmente progressista. Un bel salto
internazionalista ci vorrebbe davvero.
E se restiamo soli in Italia nel rivolgerci alla Sinistra europea,
sarà una solitudine scelta, non un isolamento triste in cui
potremmo venire cacciati da calcoli meschini. E' possibile, e dunque
bisogna farlo.
26/02/2011
Giorno della rabbia,
20mila nelle piazze
irachene: nove morti
È di nove morti il bilancio degli scontri scoppiati
in diverse città irachene in occasione del '"giorno della
rabbia", manifestazione indetta sul web da gruppi di attivisti
antigovernativi. Più di 20 mila dimostranti sono scesi in piazza
per protestare contro la mancanza di servizi e la corruzione,
malgrado l'appello lanciato ieri dal premier, Nouri al-Maliki, a
disertare i cortei poichè a suo avviso organizzati da «saddamisti
e terroristi». I disordini più violenti sono avvenuti a Mosul,
dove la polizia ha ucciso cinque dimostranti e ne ha feriti 21; la
folla ha assaltato la sede della Provincia, dandola alle fiamme. Il
governatore di Ninive, Ethil al-Nujaifi, e suo fratello, il
presidente del Parlamento iracheno, Osama al-Nujaifi, si trovavano
all'interno dell'edificio ma sono riusciti a fuggire illesi. Altri
due dimostranti hanno perso la vita a Hawija, vicino Kirkuk. Due
morti anche a Ramadi, nella provincia di al-Anbar: la polizia ha
sparato sulla folla che lanciava sassi contro gli edifici
provinciali. (...)
La Nato: «Siamo pronti a
coordinare il rimpatrio dei cittadini occidentali»
Onu e Ue: stop alle armi
e congelamento dei beni
Sara Volandri
La stralunata diplomazia euro-onusiana prova a rincorrere gli
eventi libici senza venirne sovrastata per fermare la brutale
repressione del regime del colonnello Gheddafi.
"Fermare" è però un espressione ambiziosa; diciamo
che per il momento sia le Nazioni Unite che l'Unione europea,
tentano la carta (a questo punto di relativa efficacia visto
il precipitare degli eventi) delle sanzioni
economico-militari. Sia la Commissione di Bruxelles che il
Palazzo di Vetro hanno infatti approvato un pacchetto di
misure contro il regime del raìs che si può riassumere in
due punti: embargo della vendita d'armi e congelemento dei
beni privati di Gheddafi e del suo nutrito clan.
«È tempo di prevedere ciò che noi chiamiamo misure
restrittive allo scopo di fare tutto il nostro possibile per
mettere una pressione che consenta al paese di avanzare», ha
dichiarato l'alto rarresentante della politica estera europea
Catherine Ashton. Al leader libico l'Ue toglierà il visto di
ingresso in tutti i paesi della Ue e congelerà i beni
detenuti sul territorio europeo. Le due misure fanno parte di
un pacchetto di sanzioni già concordate tra i rappresentanti
dei 27 che saranno pronte - riferiscono fonti diplomatiche -
«in tempi molto rapidi, già agli inizi della prossima
settimana».
Il pacchetto prevede anche l'embargo delle armi e il divieto
di vendere equipaggiamenti che possono essere usati dalle
forze di sicurezza per reprimere i manifestanti. Si discute
anche sull'istituzione di una possibile no-fly zone sopra i
cieli della Libia, un provvedimento chiesto in particolare da
Francia e Gran Bretagna. Ma su questa misura c'è molta
prudenza, in quanto vi sono ancora alcune migliaia di
cittadini europei in Libia che devono ancora essere evacuati.
Ed è proprio la questione dei rimpatri dei cittadini
occidentali l'unico dossier che sembra per ora alla portata
della comunità internazionale. In tal senso il segretario
generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen ha chiesto una
riunione urgente dei Paesi membri dell'Alleanza per affrontare
la convulsa situazione in Libia; e ha aggiunto di essere
pronto a fare da «coordinatore» qualora gli alleati
decidessero un'azione per rimpatriare. Rasmussen ha mandato un
messaggio su Twitter, mentre si apre a a Godollo, vicino
Budapest, la riunione informale dei ministri della Difesa
dell'Unione Europea che affronta la situazione libica e la
possibile evacuazione dei migliaia di cittadini che ancora
rimangono nel Paese arabo. Secondo dati dell'Ue, si tratta di
circa 6mila persone, mentre altrettanti hanno già abbandonato
il Paese.
Per quanto le prospetive di un intervento diretto della Nato
in territorio libico sembrano per il momento assai ridotte,
Rasmussen ha fatto sapere che l'alleanza «continuerà a
consultarsi quotidianamente allo scopo di prepararsi ad ogni
eventualità». Non si capisce bene cosa intenda Rasmussen per
«ogni eventualità»; i più allarmisti temono che la Nato
entri in tempi brevi nel conflitto con tutte le scarpe,
eventualità che, in uno scenario convulso e selvaggio come
quello libico, potrebbe delle conseguenze catastrofiche.
26/02/2011
Il vento di rivolta soffia ai
confini del regno. Che prepara riforme preventive
Se cade l'Arabia Saudita
bisogna rifare il Mondo
Francesca Marretta
I mercati internazionali potrebbero subìre uno scossone l'undici
marzo prossimo. Per quella data sono previste manifestazioni di
piazza nelle principali città dell'Arabia Saudita. Anche se i
sudditi del Regno della principale potenza petrolifera Opec, non
mettono in discussione la monarchia, incarnata dall'ottuagenario Re
Abdallah, sulla scorta della rivoluzione che ha investito la
Regione, si è creato anche a Riyad, come a Gedda, un movimento che
chiede democrazia, pluralismo e riforme. Anche se è difficile,
sopratutto per motivi culturali e legati al benessere garantito dai
petrodollari, che la protesta assuma risvolti drammatici. Intanto,
un gruppo di una quarantina di sauditi, giovani giornalisti ed
attivisti per i diritti umani, hanno scritto una lettera aperta al
Re, in concomitanza col suo rientro in patria, mercoledì scorso,
dopo tre mesi di assenza, per un periodo di convalescenza in
Marocco, seguìto a un intervento chirugico effettuato negli Usa. Le
richieste avanzate alla Casa Reale saudita, vanno dalla riforma del
Consiglio della Shura, all'introduzione del diritto di voto per le
donne, e di norme anti-corruzione. Come in Egitto, la protesta
saudita viaggia su Facebook e Twitter. Altre istanze, come poter
formare partiti politici, arrivano da parte di un gruppo di
islamisti moderati, che hanno proclamato la formazione del gruppo
politico islamico Oumma. Lo stesso fratellastro di Re Abdallah, ha
dichiarato alla Bbc, la settimana scorsa, che se non saranno
introdotte riforme il regime rischia di fronteggiare una
rivoluzione.
La prospettiva di un terremoto politico in Arabia Saudita, mette a
serio rischio la stabilità dei mercati. Se il greggio è arrivato
ai massimi dal 2008, con la crisi libica, uno scenario di instabilità,
in Arabia Saudita, avrebbe un impatto devastante per la ripresa
dell'economia mondiale. Fino a poco più di un mese fa, sarebbe
stato impensabile che proteste di piazza potessero impensierire
l'establishment saudita. Ma lo stesso valeva per il regime di Ben
Ali in Tunusia, quello di Hosni Mubarak in Egitto, di Gheddafi in
Libia. Nel conto si possono annoverare anche lo Yemen e il Bahrein.
La situazione in questi due ultimi paesi, preoccupa oggi la casa
reale saudita. Le rivendicazioni in Bahrein sono, per larga parte,
di natura settaria. La maggioranza sciita del paese rivendica
diritti e rappresenatività istituzionale, in un paese in cui domina
una ristretta minoranza sunnita, ottima alleata, finora, di
Washington, Gran Bretagna e dei sauditi. Il Bahrein è adiacente
all'est dell'Arabia Saudita, un'area particolarmente importante per
l'estrazione petrolifera, in cui una minoranza sciita rivendica da
tempo maggiori diritti. La protesta settaria in casa, influenzata
dagli sviluppi in Bahrein, è un cruccio per i principi sauduti,
considerato anche, che nello scenario peggiore dal loro punto di
vista, potrebbe propagarsi nel paese. Con lo Yemen, uno dei nuovi
rifugi di al-Qaeda, Riyad condivide millessettecento porosi
chilometri di confine.
La caduta di regimi amici degli Stati Uniti, sta rafforzando, in
maniera indiretta, il fronte rappresentato dall'Iran e alleati,
dalla Siria, ad Hezbollah. I sauditi hanno dovuto già digerire
l'indebolimento del fronte sunnita in Iraq. Mostrando di tenere in
mano le refini della situazione in casa propria, il Principe
Principe Nayef Bin Abdel Aziz, minsitro dell'Interno, avrebbe detto
nei giorni scorsi a giornalisti convocati per colloqui privati a
Palazzo, che l'Arabia Saudita è immune dal ciclone che investe la
Regione, per la cultura conservatrice e religiosa che caratterizza
il paese, che nessuno intende mettere in discussione. Anche Mubarak
si sentiva un Faraone. Per non parlare di Gheddafi. Dal canto suo il
quasi novantenne Re Abdallah può vantare maggiore popolarità
rispetto ai dittatori dei paesi vicini. Lo stesso vale per il
Sovrano hascemita di Giordania e sua moglie. Detto questo, il Re
saudita non può ingnorare di essere a capo di un paese in cui la
corruzione è un problema, in cui si finisce in carcere senza capi
d'imputazione, e in cui, nonostante il benessere, esiste
disoccupazione tra giovani istruiti. La sete di libertà e
democrazia, pur non esasperata dalla povertà delle grandi masse
come in Egitto, è un fatto anche in Arabia Saudita. La differenza
in questo paese sta nel fatto che il popolo accetterebbe riforme
varate dalla Casa Reale e non cercherebbe di rovesciarla. La
stabilità dell'Arabia Saudita, oltre che per i mercati
internazional, è essenziale per Washington, e l'alleato israeliano.
Se si indebolisce Riyad, viene meno l'ultimo baluardo nella Regione
in grado di fare da contraltare a Teheran. Ad uno ad uno, gli amici
degli Usa nell'area stanno crollando. Lo stesso Gheddafi, un tempo
"cane del medio oriente", come ebbe a definirlo Ronald
Reagan, era stato riabilitato in Occidente. Il vecchio Re saudita,
però ce l'ha con Obama. Non gli perdona di aver abbandonato Mubarak,
facendolo uscire di scena con disonore.
DIRETTA.
Il colonnello appare in Piazza Verde per spronare i propri supporter:
"Un inferno per chi mi è contro. Ma ora andate a ballare". I
rivoltosi: onoreremo i contratti petroliferi. Arrivati due C-130 con
italiani (video):
il racconto
di 11 archeologi. Si cercano 50mila posti letto per gli arrivi. Napolitano:
"No all'allarmismo su migranti". Maroni cerca 50mila
posti. Gli ambasciatori in Italia, Gb, Francia e Germania:
"Noi stiamo con il popolo". Gli Usa preparano le sanzioni
dal nostro inviato VINCENZO NIGRO
Anche tra le righe si occupa della situazione nordafricana di
questo periodo caldo. In particolare la situazione libica, con
attenzione ai particolari rapporti tra Governo italiano e Gheddafi.
Caro Operai Contro
La dichiarazioni di Lamberto Dini fa rabbrividire: “I massacri dei civili sono
inaccettabili, ma non vogliamo la fine di Gheddafi”.
Lamberto Dini è presidente della Commissione Esteri del Senato, quindi quando dice
“non vogliamo la fine di Gheddafi” parla a nome del governo.
Se questa è la posizione del governo in pubblico, cosa si saranno detti al telefono
Berlusconi e Gheddafi?
Il governo italiano è l’unico che vuol tenere ancora in piedi Gheddafi, anche se “i
massacri dei civili sono inaccettabili”.
Il governo Berlusconi aspetta che il genocidio del popolo libico sia totale?
Non c’è mai stata una vera e propria condanna del governo italiano contro Gheddafi,
che sta massacrando il suo popolo pur di restare al potere.
Converrà stare allerta nelle fabbriche contro il governo italiano che sostiene ancora
Gheddafi.
Saluti operai
PERCHÉ LA LIBIA CI RIGUARDA
DOPO LA CACCIATA DI BEN ALI E DI MUBARAK
LA RIVOLTA CONTRO IL REGIME DI GHEDDAFI CI RIEMPIE DI GIOIA
Per 42 anni il regime di Gheddafi ha fatto il bello e il cattivo tempo, alle spalle dei proletari libici,
del Medio Oriente e di tanti altri Paesi, che in Libia vanno a lavorare.
Grazie alla rendita petrolifera, il regime ha creato un esercito di funzionari corrotti, pronti ad accaparrarsi
tutte le risorse del paese e a vendersi alle imprese europee, schierando una massa di sbirri,pronti a spezzare scioperi, agitazioni operaie e ogni forma di dissenso popolare.
Ma non solo: Gheddafi è stato soprattutto un poliziotto al soldo dell’Occidente; il suo compito
era fermare i milioni di profughi che, dall’Africa e dall’Asia, cercano una vita migliore nella ricca
Europa. In tutto questo lurido gioco, la parte del leone l’hanno fatta i capitalisti italiani, accompagnati
da una schiera di affaristi e faccendieri rapaci, di cui Berlusconi è il primo della lista.
Proprio il governo Berlusconi nel 2004 fece un accordo con Tripoli (messo successivamente a
punto nel novembre 2006 dal governo Prodi e infine aggravato ulteriormente da Berlusconi, nel settembre
2010) che spostava in territorio libico, la frontiera anti-immigrati; gli accordi hanno stabilito
un vasto piano di cooperazione poliziesca e militare per il controllo e la detenzione sul suolo libico
di quegli immigrati che, sbarcati in Italia, vengono immediatamente espulsi e spediti indietro. Grazie
a questi accordi, migliaia di donne, uomini, bambini sono finiti nei lager, in celle malsane, spesso
senza acqua né cibo e molti sono morti di stenti o sotto le percosse della sbirraglia.
Questo groviglio di affari, di interessi e di connivenza criminale spiega l’appoggio che l’Italia e
l’Europa hanno dato a Gheddafi fino a ieri, e il grande imbarazzo politico di oggi nello schierarsi
contro un regime che intensifica gli attacchi sanguinari alle manifestazioni.
Pur di difendere i loro affari, i padroni d’Europa e d’America sono disposti a rovinare la Libia,
come già in Somalia, dove oggi possono sfruttare fino all’osso uomini e donne, dove possono scaricare
i rifiuti tossici, dove possono fare tutti i più sporchi commerci, di armi e di esseri umani.
Il crollo del regime carcerario di Gheddafi, inoltre, farebbe cadere gli ostacoli che impediscono
agli immigrati di venire in Italia e in Europa. E anche questo spaventa padroni e politicanti, di destra
e di sinistra, che si preparano a schierare l’esercito, la marina e l’aeronautica, a fortificare le
frontiere, a costruire campi di concentramento di fronte ai quali perfino la mostruosità rappresentata
dai CIE (contro cui continuare a battersi: oggi più che mai) si ridurrebbe a poca cosa.
Facile quindi immaginare che in questo contesto si intensificheranno anche i controlli, gli abusi e
la sopraffazione verso l’insieme degli immigrati, mentre è sempre più freddo il vento che soffia sul
collo dei lavoratori italiani (non solo alla FIAT di Marchionne, ma in tutte le fabbriche dei mille
padroncini).
La “civiltà” e la “democrazia” occidentali, esportate con la guerra in mezzo mondo, sono destinate
al loro irreversibile tramonto ma i loro custodi, esattamente come sta facendo il massacratore
Gheddafi, non rinunceranno ad esercitare la loro estrema violenza contro le classi popolari, nel tentativo
disperato di difendere il proprio sistema di sfruttamento e i propri privilegi.
Per tutti questi motivi, la Libia ci riguarda e ci indica chiaramente da che parte stare
Se i padroni italiani sono oggi con Gheddafi (e domani con il suo sostituto), noi invece siamo
con il popolo libico e con le masse proletarie nordafricane che mostrano, con una potenza senza
precedenti, che la rivoluzione non solo è necessaria ma anche possibile.
Comitato antirazzista milanese Milano, 24.02.2011
C'è una Italia che si riconosce nella lezione di
coraggio e dignità che arriva dal mondo arabo. Il profumo dei gelsomini arriva
anche nel nostro paese, anche nelle barche piene di giovani con la loro domanda
di futuro. Il messaggio che porta con sé ci dice che non è obbligatorio
subire il furto di futuro, il sequestro della democrazia, né la fame di pane,
lavoro e libertà. Ci conferma che è possibile riprendere in mano il proprio
destino, e scrivere insieme una nuova storia per il proprio paese e per il
mondo intero. Dimostra che il vento del cambiamento si può alzare anche dove
sembra più difficile. Oggi soffia da una regione rapinata dai colonialismi
vecchi e nuovi, oppressa da dirigenti corrotti e venduti, violentata da guerre
e terrorismi, troppo spesso contesa, divisa, umiliata. Alzare la testa si può,
anche quando costa immensamente caro, come il prezzo che il popolo libico sta
pagando in queste ore per aver sfidato il dittatore. Siamo tutti coinvolti da
ciò che accade aldilà del mare. Le speranze e i timori, i successi e le
tragedie delle sollevazioni arabe disegnano anche il nostro futuro. Viviamo
conficcati in mezzo al Mediterraneo ed è da qui che è sempre venuta gran
parte della nostra storia. Non possiamo restare in silenzio, mentre il Governo
italiano tace, preoccupato solo di impedire l'arrivo di migranti sulle nostre
coste, e ancora difende il colonnello Gheddafi. Uniamo le nostre voci per
chiedere la fine della repressione in Libia e in tutti gli altri paesi
coinvolti dalla rivolta dei gelsomini, dallo Yemen al Bahrein fino alla lontana
Cina. Per sostenere i processi democratici in Tunisia e in Egitto e lo
smantellamento dei vecchi regimi. Per rafforzare le società civili
democratiche che escono da anni di clandestinità e di esilio. Per politiche di
vero dialogo tra culture e per promuovere i "diritti culturali" delle
popolazioni coinvolte. Per la revisione degli accordi ineguali e ingiusti
imposti dalle nostre economie ai vecchi regimi. Per la fine delle occupazioni e
delle guerre in tutta la regione. Per chiudere la stagione dei respingimenti e
di esternalizzazione delle frontiere, la stagione della guerra ai migranti.
Chiediamo che ai migranti della sponda sud sia, in questo frangente
eccezionale, concesso immediatamente lo status di protezione temporanea. Non
possiamo tollerare che la reazione italiana ed europea alle rivoluzioni
democratiche del mondo arabo sia la costruzione di un muro di navi militari in
mezzo al mare. Ai morti nelle piazze stanno aggiungendo in questi giorni ancora
tanti, troppi, morti in mare. È arrivato il momento di dire basta! Chiediamo a
tutti e tutte di firmare questo appello, di farlo girare, di farsi sentire.
Primo appuntamento a Roma, giovedì 24 febbraio,
alle ore 16.00 davanti a Montecitorio.
* Primi firmatari: Andrea Camilleri, Luigi Ciotti,
Cristina Comencini, Margherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia, Igiaba Scego
per adesioni: gelsomini2011@gmail.com
A Tripoli i mercenari di Gheddafi sparano sui manifestanti.
Gli oppositori al regime hanno preso il controllo di diverse città vicine alla
capitale libica mentre, secondo le ultime notizie, il Colonnello è asserragliato a
Tripoli, nel bunker di Bab al-Aziziya. Lo riferisce la rete al Arabiya secondo cui le
truppe ancora fedeli a Gheddafi hanno isolato la capitale stendendo un cordone di
mezzi e truppe con cui difendere il Raìs. La zona di Bab al-Aziziya a Tripoli, dove
si trova la residenza del leader libico Muammar Gheddafi, sarebbe senza elettricità
dalla scorsa notte. Secondo quanto riferisce il sito "Libya al-Youm", che cita fonti
locali, nella notte l'intero quartiere è caduto in un blackout elettrico che ha
interessato anche la zona di al-Mansura e la via al-Jumhuriya. L'interruzione della
corrente elettrica è coincisa con una sparatoria avvenuta nei dintorni della
residenza di Gheddafi, durante la quale sono stati visti cecchini posizionarsi sui
tetti dei palazzi del quartiere per sventare un'eventuale attacco. Testimoni parlano
inoltre di miliziani africani fedeli a Gheddafi che hanno circondato il quartiere di
al-Tajura.
Muammar Gheddafi in 42 anni al potere avrebbe accumulato un tesoro di 32 miliardi di
dollari, la maggior parte depositati e celati negli Stati Uniti. Questo è quanto
emerge da uno dei cablogrammi dell'ambasciatore americano a Tripoli diffusi da
Wikileaks da cui emerge che Gheddafi venne avvicinato da Bernard Madoff, l'ex
finanziere ebreo condannato a 150 anni di carcere per una maxi-truffa da 65 miliardi
di dollari, e da Allen Stanford, in prigione per frode. Per sua fortuna Gheddafi non
cadde nella trappola. Il cablogramma è datato 28 gennaio 2010.
L'Unione europea non esclude un intervento militare per difendere gli interessi
economici dei padroni europei.
I padroni europei hanno venduto armi a Gheddafi, oggi di fronte alla rivolta e alla
possibilità della vittoria dei ribelli parlano di intervento per l'emergenza
umanitaria.
In Afghanistan la popolazione da anni sopèporta stragi
Operai, l'unico modo per appoggiare i ribelli libici e la lotta contro i nostri
padroni e il loro governo
Cane pazzo, lo definì a
suo tempo Ronald Reagan. E un cane ringhioso, con la bava alla
bocca, sembrava Gheddafi durante il discorso di martedì, si
potrebbe dire, se non fosse che di solito i cani impazziscono per
colpa degli umani. Un discorso minaccioso, feroce, che invita le
sue squadracce a far strage dei concittadini, stanandoli casa per
casa. "Topi di fogna" - a proposito di metafore
zoologiche - ha chiamato i giovani rivoltosi, eroi di questa
rivoluzione popolare, lui che s'illude, nella sua megalomania
delirante, di poter ancora spacciare il mito di se stesso come
artefice sommo dell'unica vera rivoluzione. Gli orpelli
panafricani e terzomondisti della Jamahiriya ora non ingannano più
alcuno. La truffa di difensore dei diritti umani - al punto da
intitolare a se stesso, fin dal 1988, un premio internazionale -
è oggi smascherata dalla ferocia repressiva e dal black-out
d'ogni forma d'espressione e di comunicazione che non sia la
propria. La paccottiglia orientalista di cui è solito ammantarsi
- le tuniche e le tende beduine, i cavalli berberi, il seguito di
amazzoni, l'harem prezzolato, il Libretto verde - non impressiona
più neppure lo scemo del villaggio. Perciò il Colonnello appare
oggi in tutta la sua semplice, nitida nudità di tiranno
sanguinario e delirante. Che governi, cancellerie e grandi imprese
europee - in testa quelli italiani - abbiano potuto considerarlo e
trattarlo da partner affidabile, sia pure per cinismo e senso
degli affari, senza prevedere quel che poteva accadere e senza
neppure predisporre per prudenza una via d'uscita secondaria,
mostra tutta la miseria delle élite europee. Soprattutto di
quelle italiane, che pure hanno ben più gravi responsabilità
storiche nei confronti delle popolazioni della loro ex martoriata
colonia. Alcuni mesi fa il baciamano di Berlusconi al despota
libico, come fosse il papa, era sembrato solo un'espressione di
grottesco servilismo verso il maestro di bunga-bunga e socio in
affari lucrosi. Ma martedì scorso la telefonata del Cavaliere al
Colonnello dopo il suo discorso delirante, per rassicurarlo che
l'Italia non ha fornito razzi ai rivoltosi, è stata semplicemente
assurda. Mentre si bombardano gli insorti e fiumi di sangue
scorrono a Tripoli e a Bengasi, mentre una drammatica crisi
sanitaria lascia i feriti ad agonizzare per le strade e ogni
parvenza di vita civile si dissolve sotto i colpi della
repressione, la preoccupazione più acuta del capo del governo
italiano è sembrata quella di difendersi dall'accusa di un folle.
Dopo aver taciuto per giorni e giorni per non intralciarne il
massacro, Berlusconi è infine costretto dalle circostanze a
prendere la parola contro il rischio -badate bene - di
"violenze ingiustificate" e, ovviamente, di "derive
fondamentaliste".
Quanto al "nostro" imperturbabile ministro degli esteri,
la vera ansia che sembra turbarne i sonni è per la previsione
della "catastrofe umanitaria", cioè di un ancor più
copioso afflusso di migranti e profughi sulle coste italiane: di
qui la solita accusa piagnona contro l'Europa "codarda"
che non gli toglie le castagne dal fuoco. A ciò s'aggiunge
qualche balbettio tardivo sulla "situazione da guerra
civile" (in realtà è una guerra contro i civili), di fronte
alla quale, dice Frattini, "non possiamo non levare la nostra
voce". Ma la condanna imbarazzata e tardiva del massacro
libico non cancella l'opposizione preventiva dell'Italia, accanto
alla sola Malta, verso l'ipotesi ventilata dai paesi dell'Unione
europea d'imporre sanzioni al regime. Del resto, il
"nostro" governo finora non ha pronunciato una sola
parola sull'opportunità di sospendere i rifornimenti di armi
(l'Italia ne è la maggior fornitrice della Libia), come invece
hanno fatto altri governi occidentali, e d'inviare in Libia aiuti
sanitari e alimentari, dopo che si sono forniti gli armamenti che
vengono usati per compiere il bagno di sangue.
In realtà, la corrispondenza d'amorosi sensi fra i due satrapi
bizzarri e pericolosi, entrambi angosciati dalla decadenza e dalla
fine - che cercano di scongiurare con bisturi e tinture, col culto
della personalità ed esibizioni teatrali di potenza e di potere -
è fiorita su un terreno già concimato. Da Moro ad Andreotti,
fino a Dini, D'Alema, Prodi e Amato, il "cane pazzo" ha
potuto godere di protezione e compiacenza, talvolta incaute,
cementate dai petrodollari e altri business, nonché, negli anni
più recenti, dalle strategie di "contenimento" dei
flussi migratori a suon di respingimenti, pattugliamenti comuni e
deportazioni nei lager libici.
Per tutte queste ragioni, ancor più sconfortante è il silenzio o
la flebilità delle voci di quel che resta della sinistra: qualche
presidio di quattro gatti dinanzi all'ambasciata libica, senza
neanche tentare di unificare l'opposizione sociale e politica
almeno in un frangente tanto drammatico e su un tema
potenzialmente condiviso. Una prova di scarsa lungimiranza poiché
il crollo del regime libico, suggello del dilagare della
rivoluzione araba, non significherà solo il crollo della Fortezza
Europa, delle frontiere blindate, dei pattugliamenti di Frontex,
dei finanziamenti ai campi di detenzione: sarà anche uno scossone
tremendo per gli assetti attuali dell'Italia e dell'Unione
europea. Che a provocarlo siano le popolazioni dei paesi ex
colonizzati sembra una nemesi della storia e non è detto che sia
un male.
E mentre Gheddafi
spara La Russa va alla fiera bellica
Mentre gli elicotteri di
fabbricazione italiana sono probabilmente in azione in Libia
(rappresentano gran parte della flotta elicotteristica del
Colonnello) e mentre il nord Africa è in subbuglio e non si sa il
«domino» dove arriverà, cosa fa il ministro della Difesa
italiana, Ignazio La Russa? Va alla fiera delle armi di Abu Dhabi,
la fiera più importante del Medioriente e del Nord Africa, dove
si fanno affari e si «spingono» gli armamenti in quell'area. «L'industria
italiana è diventata da tempo tra i leader mondiali della
tecnologia nel settore Difesa», ha rivendicato ieri con orgoglio
La Russa. Francesco Vignarca, della Rete italiana per il Disarmo,
è basito: «Da anni denunciamo questo improprio ruolo del
ministero della Difesa italiano. Ma che senso ha andare alle fiere
degli armamenti? Quelle riguardano le industrie private, non è
compito del governo "spingere" l'industria bellica
italiana, semmai dovrebbe controllare che uso viene fatto delle
armi. In questo momento, poi, la presenza di La Russa negli
Emirati è ancora più fuori luogo». Come denuncia ancora la Rete
, insieme a Pax Christi e alla Tavola della Pace «gli interessi
italiani, e in particolare di Finmeccanica, hanno sicuramente
bloccato in questi giorni l'azione del governo». Il sospetto
diventa praticamente certezza osservando che, da quando è
scoppiata la rivolta nel Maghreb, tanto Francia, Germania che
Regno unito si sono espressi per la sospensione della fornitura di
armi nella turbolenta area mediterranea. Ma l'Italia no. Non è un
segreto che il Trattato di amicizia italo-libico sia nato sulla
questione dell'«emergenza» immigrazione, ma abbia rappresentato
un viatico per l'industria italiana in Libia. E che Finmeccanica
abbia svolto un ruolo da leone. Qualche numero per capire la
sostanza degli investimenti: nel 2009 le esportazioni belliche
italiane in Libia hanno raggiunto la cifra record di 112 milioni
di euro. Nel biennio 2008-2009 l'Italia ha autorizzato alle
proprie ditte l'invio di armamenti in Libia per oltre 205 milioni
di euro, cioè un terzo di tutte le autorizzazioni rilasciate
dall'Ue. A confermare che alle politiche anti-immigrazione spesso
e volentieri si «mescolano» affari guerrafondai c'è che tra i
grandi esportatori di armi figura pure la piccola Malta - altra «frontiera
calda» - per 80 milioni di euro. D'altronde uno degli ultimi
accordi con il governo libico di una delle controllate di
Finmeccanica, la Selex - guidata da Marina Grossi, moglie di
Guarguaglini, indagata per la vicenda degli «appalti facili» di
Enav - riguarda la creazione di un non meglio «apparato di
sicurezza» sul confine desertico della Libia per individuare gli
immigrati che tentano di superare la frontiera (è stato chiamato
il muro anti-immigrati) per un contratto del valore di 300 milioni
di euro. Ma non solo. Nel 2008 abbiamo venduto otto elicotteri
A109, nel 2009 due elicotteri AW139. Siamo stati protagonisti
nell'ammodernamento della flotta degli aeromobili CH47 e comunque
sin dal 2007 abbiamo venduto «bombe, siluri, razzi, missili e
accessori» e «apparecchiature per la direzione del tiro», come
scrive l'esperto di commercio di armi della Rete Disarmo Giorgio
Beretta.
Ma le «mani in pasta» italiane in Libia vanno molto aldilà
della semplice vendita di armi. La Libia è diventata secondo
azionista di Finmeccanica con la Libyan Investment Authority, e
secondo diverse voci avrebbe superato («spacchettando» le azioni
tra Banca nazionale libica e Fondo sovrano) il 3%. Cioè il limite
invalicabile per azionisti diversi dagli enti pubblici. Regola che
vale anche per Eni e Enel. Stupefacente la risposta di
Guarguaglini: «Non credo che lo abbiano superato». Ma
l'amministratore delegato non dovrebbe esserne sicuro?
LA LIBIA, L’INNO E IL TRICOLORE
Dopo la Tunisia e l’Egitto, la Libia. Ma la Libia per la borghesia italiana non è un
Paese come gli altri. Con la vecchia colonia l’Italia ha mantenuto rapporti economici
privilegiati, che hanno subito una impennata negli ultimi anni grazie ai buoni
rapporti di Prodi e Berlusconi con Gheddafi. Numerose sono le aziende italiane, come
l’Eni, che investono in Libia, altrettanto numerosi gli interessi economici libici in
Italia, ad esempio in Unicredit. Mentre verso la Tunisia e l’Egitto il governo
italiano è rimasto “alla finestra”, prima appoggiando apertamente Ben Alì e Moubarak
e poi (come non ricordare le patetiche e obbligate inversioni a U di Frattini
cercando di circoscrivere le rivoluzioni popolari in richiesta di democrazia ( e di
spingere i rivoltosi ad abbandonare qualsiasi forma di violenza, con la Libia in
fiamme l’Italia, sempre per bocca di Frattini, “invierà delle navi, con o senza
l’appoggio dell’Unione europea, per verificare la situazione”, cioè per tutelare i
propri interessi, e di fatto, dopo il blocco delle forniture di gas, ha già inviato
una nave da guerra, una lanciamissili.
Di fronte a tale aperta intromissione negli affari interni di un altro Paese, appare
ancora più netta tutta la retorica sul 150° anniversario dell’unità d’Italia (in
sostanza della formazione dello Stato nazionale della borghesia italiana), di cui i
politici borghesi e i loro lacchè ormai da tempo si riempiono la bocca. Qualche
giorno fa l’ha fatto anche Roberto Benigni, attore e regista borghese di sinistra (e
si sa che gli intellettuali borghesi di sinistra certi servizi alla loro classe li
fanno per bene. L’ha fatto da un palco d’eccezione, quello del Festival di Sanremo,
di fronte a più di 12 milioni di telespettatori, richiamando all’unità del popolo
italiano attorno all’inno e alla bandiera tricolore. Ma nessuno dice, né Benigni ci
ha provato, quanto sangue innocente la borghesia italiana ha fatto versare in nome di
quella bandiera e di quel tricolore. Ad esempio in Libia, con le ripetute occupazioni
militari. Ora, in risposta al disinteresse del governo italiano verso la rivolta del
popolo libico, che costituisce un sostanziale appoggio all’amico Gheddafi, i
rivoltosi hanno interrotto la fornitura di gas. E per tutta risposta il capitalismo
italiano invia una nave da guerra, sulla quale sventola il tricolore mentre i marinai
cantano l’inno di guerra. In Libia, in Afghanistan, in Somalia, in Eritrea, in
Etiopia e altrove nel mondo, quella bandiera e quell’inno vengono odiati per tutti i
crimini perpetrati in 150 anni nel loro nome.
LA
DIRETTA. Berlusconi: "No alle
violenze, ma attenti al fondamentalismo" (video).
Ministro libico: "Emirato islamico di Al Qaeda
nell'Est". Ammutinate due navi. "Malta respinge
aereo con figlia Gheddafi". L'Onu: si indaghi per
crimini contro l'umanità. Altri
barconi a Lampedusa. Maronivogliamo sostegno Ue.
Frattini: danneggiate imprese italiane.
Tafferugli a Roma (Foto
- Video)
dagli inviati G. CADALANU e P. DEL RE
Luigi
Spinola,
responsabile esteri del Riformista e conduttore di Radio3Mondo Foad
Aodi,
medico, presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia Luigi
Sillano,
nato a Tripoli, dal 2004 fa avanti e indietro con la Libia per
restaurare il cimitero degli italiani a Tripoli Sergio
Romano,
gia' ambasciatore, editorialista del Corriere della Sera, tra i
suoi ultimi libri citiamo Con gli occhi dell' Islam. Mezzo
secolo di storia in una prospettiva mediorientale (Longanesi,
2007). Sul Corriere di oggi il suo editoriale "Le colpe
nostre e degli altri" Judith
Sunderland,
ricercatrice di Human Rights Watch
.VOCI
DALLA CITTA' (articoli, link, bibliografia e idee di
oggi).
Ma cosa hanno detto i nostri 007 sul reale stato delle
cose al di là del Mediterraneo?
Il raìs contrattacca provando a giocarsi la carta del bastone e
della carota, lanciando segnali di pace alle tribù, dicendo che
darà al popolo i soldi del petrolio e le riforme che vuole, ma
minacciando una Tienanmen per chi protesta. Senza dimenticare
una zampata all’America e all’Italia, che, dice, hanno
fornito i razzi ai manifestanti.
Gheddafi al capolinea parla così anche a tutti quelli – e fra
i manifestanti non sono pochi – che ce l’hanno ancora con
gli italiani.
E dire che proprio il governo italiano ha condannato le violenze
ai limiti del fuori gioco e non potendo più ignorare la
posizione dell’Europa. Perché “l’amico” Gheddafi è
ormai indifendibile. Il Nord Africa è in fiamme. E dopo Tunisi,
l’Egitto e il Barhein, ora tocca alla Libia, con la quale
l’Italia a da sempre, e per ovvie ragioni, rapporti
particolari.
Anche se ciò che è accaduto è riuscito a coglierci alla
sprovvista.
O meglio, ammesso che intelligence e diplomazia abbiano dato
l’allarme, la reazione del governo è arrivata solo dopo che i
buoi sono scappati. Ma chi sta sul campo – diplomazia e
intelligence, appunto – poteva prevedere ciò che è successo,
o per lo meno avere sotto gli occhi un quadro da codice rosso?
«Un’esplosione di questo tipo era difficile da anticipare –
spiega a Europa un insider esperto di intelligence
– Sul precipitare della situazione ha giocato l’effetto
domino, la violenza della repressione, il ruolo dei social
network». Ma sia a livello di investigazione, sia sul piano
politico c’è stata però anche «una sottovalutazione
nell’analisi».
Per «ragioni demografiche» perché, essendo piccola, è
ritenuta più facilmente controllabile.
E per «ragioni economiche»: Gheddafi ha spesso usato il cash
che arriva dal petrolio per sedare il malcontento popolare. Ma
se sottovalutazione c’è stata, c’è chi dice che l’Italia
non sia stata l’unica. Hanno fatto flop anche gli Usa. «Però
noi abbiamo una lunga storia di relazioni con la Libia, più
investimenti, più contatti », spiega l’analista politico e
strategico Alessandro Politi.
«Il punto è che abbiamo guardato ai notabili dell’establishment
e magari anche dell’opposizione, ma non agli sviluppi della
società. Pensiamo alle tribù della Cirenaica: quando scoppiò
il caso della maglietta di Calderoli fu quello il luogo dove le
proteste furono più violente, e non orchestrate da Gheddafi. Si
poteva ipotizzare che quello fosse un focolaio da tenere sotto
controllo.
Se tutto ciò non si vede è perché si guarda dalla parte
sbagliata ». Sulle ragioni di questo strabismo, Politi spiega
che intervengono più fattori. A livello diplomatico, se
l’ambasciatore è tenuto a gestire i rapporti istituzionali,
«i vice dovrebbero avere più margine di manovra sia verso
l’opposizione, sia verso la società, ma sono schiacciati
dalle incombenze burocratiche e da budget spesso contenuti ».
Quanto all’intelligence: «Parliamo di un numero limitato di
persone dotate di risorse scarse che puntano sui dossier
strategici». Armi di distruzione di massa, terrorismo. «Ai
tempi, i servizi italiani hanno avuto un ruolo importante nello
spingere Gheddafi ad abbandonare le armi di distruzione di massa
». Ora gli analisti vengono spostati sull’Iran, sul Libano. E
la collaborazione libica nell’individuare i focolai quaedisti
nel Maghreb arabo non va sottovalutata ».
E poi c’è la politica estera di Berlusconi. Tanto il
centrodestra quanto il centrosinistra hanno mantenuto forti i
rapporti con la Libia. Ma ora la diplomazia è un appendice di
palazzo Chigi. «È una politica estera di tipo rinascimentale:
ciò che conta è il rapporto con il principe». Può andar bene
per colpi di teatro, «ma non funziona in profondità, sulle
questioni strutturali». Anche se ha ottenuto ciò da cui la
Lega non ha voluto transigere. Lo stop dei boat people,
con ogni mezzo.
Un blocco che ora l’incendio libico rimette in discussione.
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha chiesto «la fine
immediata delle violenze in Libia». È quanto si legge in un
documento diramato alla fine di una riunione di emergenza a New
York. Il discorso di Gheddafi in tv: «La vostra immagine è
distorta nei mass media arabi per umiliarvi. Morirò qui come un
martire». Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
sta seguendo con attenzione le drammatiche notizie provenienti
dalla Libia che riferiscono di un già pesante bilancio di
vittime fra la popolazione civile. In mattinata il leader
libico Muammar Gheddafi ha fatto una breve apparizione alla tv
libica, apparentemente fuori dalla sua residenza a Tripoli, per
smentire di essere scappato «in Francia o venezuela...Sono ancora
qui (nella capitale)», ha dichiarato. Distrutto aereoporto di
Bengasi. La Corte penale internazionale afferma che in Libia circa
1000 persone sono morte negli ultimi 5 giorni di disordini. Il
tribunale con sede all'Aja sta cercando prove per processare il
presidente libico Muammar Gheddafi. Lo riferisce la tv panaraba al
Arabiya. «Resto
fino alla morte» di Matteo
Alviti Muammar
e i suoi figli di Francesca Marretta
In Libia bruciano i palazzi del potere ma in Italia la Borsa non
festeggia, anzi, perde più che altrove. Come si spiega? Semplice:
per ragioni storiche, politiche e geografiche, il nostro è il paese
L'Algeria e il
Marocco, nonostante le ricorrenti manifestazioni e le crescenti
proteste, sono gli ultimi due paesi della sponda sud del Mediterraneo
a non essere precipitati nel caos. E nel Golfo, oltre allo Yemen che
continua a bruciare, anche il Bahrein (...)
In Libia
dall'inizio della settimana e' iniziata la conta dei morti. E arriva
una notizia sconcertante: alla vigilia della rivolta Gheddafi
avrebbe fatto eliminare i vertici dell'esercito, uccidendo molti
ufficiali che credeva potessero rivoltarsi contro di lui. Intanto,
dopo la condanna dell'Ue, l'Alto commissario Onu per i Diritti Umani
ha chiesto un'inchiesta internazionale (...)
Radio3Mondo
e Radio3Scienza uniscono le forze per una puntata speciale, in
onda dalle 11.00 alle 12.00, per raccontare un mondo
di...ricerche e per decifrare i nuovi flussi e le nuove strategie che
ridisegnano il quadro delle politiche della ricerca a livello mondiale
(...)
La Libia si solleva contro Gheddafi.
Tuttavia la situazione sociale e economica del paese del colonnello
non è assimilabile a quella della Tunisia, né tanto meno dell'Egitto
(...)
La
'Giornata della collera' ha scosso ieri anche
la Libia, dove centinaia di manifestanti sono scesi in piazza ad Al
Baida, Zenten, Derna, Ajdabya e Bengasi, il capoluogo della Cirenaica.
L'appello alla giornata della collera non è stato seguito a Tripoli,
dove sono proseguiti cortei e raduni a favore del colonnello (...)
Unaudio
reportage, realizzato nel mese di novembre scorso nella
regione di Peja, racconta unKossovo che
"rinasce dall'arte e dal patrimonio culturale"
grazie a un progetto della ONGIntersos,portato
avanti con l'Unesco e col nostro Istituto Nazionale per il restauro.Dal
monastero di Decani auna storicaKulla
albanese, dal patriarcato ortodosso di Pec alla moschea di Decani
(...)
Nel deserto del
Sinai, lungo il confine tra Israele e Egitto, e' sotto sequestro un
gruppo di profughi eritrei. Torturati, incatenati e male alimentati
passano le giornate ammassati dentro a un container (...)
Proteste davanti al consolato libico di Milano.
Le forze di polizia del razzista Maroni hanno impedito l'ingresso alla sede di
rappresentanza. "Hanno paura - gridavano i manifestanti -, ma non è di noi che devono
avere paura, quanto del futuro della loro nazione, e dei loro figli".
E' comodo mostrarsi amici di un dittatore quando si fanno grossi affari, quando serve
agli interessi privati. Ma quando la gente muore, quando i nostri fratelli muoiono,
allora si prendono le distanze e si fa finta di niente. E' vergognoso".
Le armi che vengono utilizzate contro i libici sono prodotte in Francia, Germania,
Italia.
L'Italia dovrà fare i conti anche con la nuova Libia che sta nascendo.
I manifestanti di Nalut, minacciano di fermare l'afflusso di gas verso l'Italia
chiudendo la sezione di gasdotto che passa proprio per la loro provincia.
In un messaggio pubblicato sul sito Internet, il gruppo anti-Gheddafi '17 febbraio'si
rivolge all'Unione Europea e, "in particolare all'Italia", ribadendo che "la gente di
Nalut fa parte di un popolo libico libero.
Dopo il vostro silenzio riguardo le stragi compiute da Gheddafi, ha deciso di
interrompere l'afflusso di gas libico verso i vostri paesi, chiudendo il giacimento
di al-Wafa".
I manifestanti di Nalut sostengono di aver preso questa decisione "perché voi non
avete fermato lo spargimento di sangue della nostra gente e del nostro caro paese
avvenuto in tutte le città libiche. Per noi il sangue libico è più prezioso del
petrolio o del gas".
Operai, i ribelli Libici hanno ragione: i padroni italiani e i loro politici sono
complici di Gheddafi.
Operai, diamo il nostro sostegno ai ribelli. Manifestiamo e protestiamo contro i
padroni italiani e i loro uomini politici
L'Italia è il paese europeo più esposto nei confronti della Libia. Tripoli si è
infiltrata nelle trame della finanza e dell'economia italiana grazie a patti
scellerati mediati dalla politica: la Banca centrale libica (Cbl) e il fondo sovrano
Lybian Investment Authority (Lia)possiedono il 6,5 per cento dei titoli Unicredit -
il che rende Tripoli il principale azionista dell'istituto di credito. La vice
presidenza di Unicredit occupata da Farhat Bengdara - presidente della Cbl - la dice
lunga sul peso libico all'interno della banca. Il gigante energeticoEni è il primo
investitore straniero in Libia: dai giacimenti petroliferi libici dipende il 12,5 per
cento della produzione totale del gruppo e l'ad Paolo Scaroni ha recentemente
annunciato investimenti per 25 miliardi di euro. Impregilo ha firmato contratti per
il valore di un miliardo di euro. Il fondo Lia ha partecipazioni nel capitale di
Finmeccanica pari al 2 per cento.
Adesso gli investitori sono preoccupati e gli altri azionisti, quelli importanti,
hanno paura. Perché sanno che Gheddafi lotterà "fino all'ultima pallottola", che
prima di affondare daràfuoco ai pozzi petroliferi.
L'Italia ha accolto il Colonnello Gheddafi arrivato con i suoi forzieri, come il
salvatore dell'economia italiana. È comprensibile, allora, che Frattini vesta i panni
di "ambasciatore libico" a Bruxelles - dove invita i suoi omologhi a non interferire
nella rivolta in atto - e al telefono con il Segretario di Stato Usa Hillary Rodham
Clinton, aggiornandola sui tentativi di mediazione del governo libico con i rivoltosi
della Cirenaica. È comprensibile che l'onorevole Fabrizio Cicchito inviti alla
moderazione e al "senso di equilibrio" che - lo ripetiamo - sarebbe stato più utile
quando si sceglieva Gheddafi come partner strategico. È comprensibile che il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - che pure, scavando nelle scatole
finanziarie, ha degli interessi privati in Libia - non intenda "disturbare" il
Colonnello.
Non è più tempo di parlare solo alla pancia degli italiani: sarebbe comprensibile, ma
anche auspicabile, che le opposizioni - da Pierluigi Bersani ad Antonio di Pietro,
fino a Futuro e Libertà - chiedano conto e dimissioni del governo non per le notti di
Arcore e le cortigiane, ma per il ruolo di sensali che Berlusconi&Co hanno avuto in
questo folle matrimonio.
Il gruppo tedesco Wintershall, filiale di BASF, era già da oltre 10 anni in Libia
quando salì al potere Gheddafi nel 1969.
o Wintershall spera di sopravvivere a Gheddafi, le rivolte sarebbero ancora a
centinaia di km dai suoi luoghi di produzione; non esclude però un cambio di potere.
- In Libia gestisce 8 campi petroliferi, e sta esplorando altri giacimenti nel Sud;
o vi ha investito oltre $2MD, ed estrae grandi quantità di petrolio e gas.
o Come in altri paesi arabi, a causa della corruzione e del nepotismo sono
sopravvis-suti solo grandi gruppi dotati di risorse finanziarie adeguate.
- Dopo la revoca dell’embargo contro la Libia, durato 18 anni, anche le PMI tedesche
hanno fat-to affari; due anni fa anche imprese edili tedesche hanno partecipato alla
costruzione di numerosi edifici di prestigio progettati per il 40° della
“rivoluzione”. In un anno +50% l’export tedesco verso la Libia.
- La Germania ha corteggiato Gheddafi (anche se in modo meno spudorato di
Berlusconi):
o L’ex Cancelliere Schröder (SPD) a pochi giorni dalla revoca dell’embargo ha
inaugurato un impianto di trivellazione di Wintershall;
o L’ex ministro Economia Karl-Theodor su Guttenberg (CSU) ha aperto nel 2009 l’11°
Forum economico libico-tedesco a Tripoli, a cui hanno partecipato oltre 100 imprese
tedesche; il prossimo è fissato per giugno a Berlino, nonostante le proteste contro
Ghed-dafi, occasione per dire “siamo con voi”.
- Dato che nella regione Nord Africa MO è prodotto oltre 1/3 del totale mondiale di
petrolio, le ri-volte popolari in quest’area ha fatto salire il prezzo del Brent del
Mar del Nord al massimo dal sett. 2008.
LA
DIRETTA.Raid
sui manifestanti a Tripoli. Quattro piloti disertano (video).
Il colonnello appare
in tv: "Non posso dimettermi, useremo la forza contro
questi drogati. Italia e Usa danno razzi agli insorti". Si
dimette il ministro dell'Interno. L'Eni: bloccato gasdotto che
rifornisce l'Italia. Telefonata
Berlusconi-Gheddafi. Partono navi della Marina per aiutare
gli italiani. L'Unhcr: "Non
respingete i rifugiati". Obama: "Violenza
spaventosa" dall'inviato PIETRO DEL RE e
di V.NIGRO
Tripoli
Sono oltre mille i morti a Tripoli durante i bombardamenti sulla
folla di manifestanti scesi in piazza per protestare contro il
regime di Muammar Gheddafi. A riferirlo è il presidente della
Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in
costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia.
Intanto, il Capo dello Stato chiede che sia garantito il diritto
di libera espressione della volontà popolare. Commenta
la notizia nel blog di Rainews24
Nuove vittime
"collaterali" dei bombardamementi alleati. Kamikaze a
Kunduz: cinquanta vittime
Alla radice del
"disordine" mondiale
di Nicola Melloni
su Liberazione del
22/02/2011
Il G20 finanziario dello
scorso weekend è stato l'ennesimo appuntamento ad uso delle
telecamere che non ha portato a nessun risultato concreto. Anzi,
leggendo tra le righe si capisce come ormai l'egemonia americana
abbia lasciato spazio ad un nuovo disordine mondiale.
I temi in discussione erano soprattutto due, i disequilibri
commerciali - esemplificati dal deficit americano e dal surplus
cinese - e l'aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime. Nel
primo caso, gli Stati Uniti hanno continuato a chiedere con forza
uno stabilizzatore automatico per evitare il ripetersi di situazioni
come quelle attuali ma non hanno ottenuto nient'altro che
dichiarazioni formali. Washington continua il pressing su Pechino
perchè rivaluti lo yuan, in tal maniera da ridurre le importazioni
cinesi e rendere più competitive le merci americane. Ma una analisi
più approfondita rivela che tale richiesta semplifica un problema
ben più sostanziale, senza dare una risposta di sistema. Infatti in
questi ultimi cinque anni la Cina ha lasciato che la propria valuta
si riapprezzasse di oltre il 20 percento in termini nominali senza
che il deficit commerciale americano diminuisse in maniera
sostanziale. E soprattutto, se si tiene conto della crescente
inflazione cinese che determina un sempre più alto costo del
lavoro, lo yuan si è rivalutato, in termini reali, di quasi il 50
percento. Il punto è che ormai molte merci non vengono più
prodotte in Occidente, le fabbriche sono state delocalizzate e la
Cina offre, nonostante l'inflazione, rendimenti sugli investimenti
molto più alti di quelli che possano garantire gli Stati Uniti. La
Cina, nonostante la crisi internazionale, ha continuato a crescere e
quindi continua ad attirare il capitale internazionale. Non può
certo essere un mero riaggiustamento del cambio a modificare questa
situazione.
La crescita economica cinese e l'inflazione che l'accompagna ci
porta al problema successivo - l'impennata dei prezzi delle materie
prime. Tremonti ha parlato di gravi responsabilità della
speculazione internazionale che scommettendo su una ripresa
economica anche in Occidente ha spinto i prezzi verso l'alto. Questo
è sicuramente vero, ma, nuovamente, si tratta solo di una
escrescenza del problema e non della sua vera natura. In Europa e
negli Stati Uniti siamo sempre stati abituati a pensare che nei
periodi di recessione i prezzi delle materie prime sarebbero calati
a causa della diminuita domanda, e per secoli, infatti, le cose si
sono svolte esattamente in questa maniera. La situazione però ora
è cambiata, drammaticamente.
Negli Stati Uniti i salari sono stagnanti e la disoccupazione non
decresce, ciò nonostante l'inflazione a Gennaio è cresciuta
dell'1.6%, guidata dall'aumento dei prezzi dei generi di prima
necessità - energia e cibo. Una situazione simile si sta
concretizzando in Europa, con effetti facilmente immaginabili,
diminuzione del potere d'acquisto dei salari e peggioramento delle
condizioni di vita per i detentori di reddito da lavoro. La crescita
dei prezzi è provocata dalla prepotente entrata nei mercati
internazionali di Cina, India, Brasile che più che compensano la
stagnazione delle economie occidentali, nel frattempo generando una
situazione di disastro sociale nelle economie più deboli, come
quelle del Maghreb, dove il rincaro delle materie prima ha effetti
devastanti.
La questione sociale però rischia di non fermarsi a sud del
Meditteraneo. In una Europa sempre più impoverita e marginale la
crisi rimette al centro della discussione politica la questione
sociale. Questione sociale che, ovviamente, non è mai sparita ma è
stata tenuta sotto controllo in questi ultimi vent'anni di egemonia
neo-liberale dal processo di globalizzazione di marca americana che
permetteva l'arrivo di merci a bassissimo costo dal Sud e
soprattutto dall'Est del mondo. I salari sono rimasti in molti casi
stagnanti, la forbice tra ricchi e poveri si è allargata, ma il
potere d'acquisto si è mantenuto nella maggior parte dei casi
intatto. Ma proprio il modello di sfruttamento compulsivo delle
economie emergenti ci ha portato alla situazione attuale,
dimenticando che il capitalismo è sempre stato legato alla
produzione di valore, e quindi di merci, e dunque il cuore del
capitalismo mondiale si è mano a mano spostato verso Oriente. La
crisi finanziaria e la fine dell'egemonia americana ci lasciano
quindi un mondo disordinato in cui le tensioni - tanto domestiche
quanto internazionali - si susseguono. Il G20 non è neanche in
grado di imporre restrizioni sui movimenti di capitale che
ridarebbero fiato agli stati, restringendo le capacità della
finanza internazionale di imporre le proprie politiche economiche -
prova ne sia l'intensa attività di lobby esercitata dalle
associazioni imprenditoriali americane nei giorni scorsi in difesa
della mobilità del capitale e degli accordi di libero scambio.
Lasciare che sia ancora la supposta ma inesistente razionalità del
mercato ad aggiustare la crisi e gli squilibri è utopia e, più
spesso, malafede. Il capitalismo liberale porta sperequazioni,
povertà, disastri sociali ed ecologici. La depoliticizzazione dei
mercati ha disarmato i governi e svuotato la democrazia di ogni
contenuto significativo, ma la crisi sta riportando la politica
fuori dalle borse, nelle piazze gremite di mezzo mondo. Piazze che
gridano non solo contro il Mubarak ed il Berlusconi di turno, ma
lottano per conquistarsi un posto nel mondo, un futuro migliore.
Democrazia non vuol dire solo libere elezioni, ma soprattutto
capacità di controllare il processo decisionale, di condizionare le
scelte politiche ed economiche. Di controllare le condizioni
materiali della maggioranza della popolazione, anche a scapito di
una minoranza di ricchi. Da lì è inevitabile ripartire per
costruire l'alternativa ad un sistema sempre più auto-referenziale
e avviato verso il collasso.
Wisconsin o Fiat, il
Maghreb in casa
di Tommaso De Berlanga
su il manifesto del
22/02/2011
Che faccia ha una crisi di
civiltà? Se guardiamo al di là del Mediterraneo, vien spontaneo di
sottolineare quasi soltanto cose positive. Nuove generazioni di
ragazzi magari poveri, ma acculturati e avvicinati dalla Rete ai
loro coetanei occidentali, fanno cadere una dopo l'altra dittature -
anche molto differenti tra loro - con 40 anni di potere assoluto
sulle spalle. Non sembrano per ora seguire le sirene della
religione; anzi, chiedono libertà, lavoro, case e salari decenti.
Diritti umani e sociali «di base», insomma.
Ma in Occidente sembra avvenire l'opposto. La notizia arrivata dal
Wisconsin (Usa, mica Zimbabwe) sembra uscita dalla sentina del
proto-capitalismo. Il nuovo governatore, il repubblicano Scott
Walker, per tagliare la spesa pubblica, ha deciso di eliminare le
libertà sindacali e i contratti collettivi. Il Wisconsin è
praticamente l'unico stato Usa ad avere una struttura di relazioni
industriali somigliante a quella europea. Le strade della capitale -
Madison - si sono riempite di dipendenti pubblici, insegnanti,
studenti che vogliono bloccare «Scott Mubarak». I 14 senatori
democratici, per bloccare la sua legge, sono andati via, in modo da
far mancare il numero legale. Walker ha chiesto allo sceriffo di «trovare
i democratici scomparsi ad ogni costo». Sospettando che siano
fuggiti nel vicino Illinois, ha chiesto al collega Pat Quinn,
democratico, di «restituerglieli», altrimenti - bum! - «si
incrineranno i rapporti tra i nostri stati». A due giorni di
distanza, anche in Ohio - dove il repubblicano John Casich ha scelto
la stessa strategia economica - alcune migliaia di manifestanti
hanno bloccato le strade di Columbus, chiedendo l'impeachment del
governatore.
In Italia, sul piano sindacale, abbiamo il «modello Marchionne»,
importato del resto pari pari dagli States. E imitato in qualche
modo dal ministro Brunetta per il settore pubblico. L'ultimo
episodio, quello alla ex Bertone, descrive chiaramente il
dispiegarsi di una slavina. In nome della «competitività», il
sindacato che in qualche misura difende i lavoratori deve scomparire
dalla faccia della terra. E i diritti sociali individuali (lavoro,
casa, istruzione, salario adeguato, libertà associative) dalla
Costituzione e dalle leggi.
Non è difficile vedere in questi due movimenti opposti l'effetto di
una convergenza favorita - o obbligata - dalla globalizzazione. Una
«convergenza al centro», verso un salario globale medio assai
basso e struttura dei diritti evanescente. In cui le giovani
generazioni del Sud del mondo vedono una «speranza» non facile da
realizzare e quelle del Nord un sicuro incubo.
Non si arrestano i
rincari dei carburanti. Mentre il gasolio supera quota 1,4 euro, un
litro di verde costa più di un euro e mezzo. Aumenti tra 0,3 a 0,5
centesimi. Brent a 105 dollari al barile
21 feb
Col fiato sospeso stasera alle 21,10 su La7 L’Infedele
racconterà in diretta la caduta del Muro nel mondo arabo, che ha
oggi per suo sanguinoso epicentro il regime libico, cioè quello su
cui il governo di centrodestra italiano aveva fondato la sua
strategia mediterranea. Fino all’ultimo Berlusconi ha rivendicato
la sua partnership con Muammar Gheddafi, un dittatore al potere da
quasi 42 anni. E ora? Aprirà la trasmissione, collegato con noi dal
Marocco, Daniel Williams di Human Rights Watch, che dopo essere
stato arrestato e rilasciato al Cairo dagli uomini di Mubarak è
tornato subito a monitorare la rivoluzione in atto. In studio ci
aiuteranno a seguire gli eventi il giornalista libico Farid Adly, la
tunisina Ouejdane Mejri e i parenti di Nourredine Adnane, ambulante
marocchino di 27 anni che è morto dandosi fuoco per protesta contro
i vigili di Palermo. http://www.la7.tv/settimana/
I capofila del capitalismo italiano sono preoccupati dalla rivolta
in Libia.
Potrebbero saltare i loro affari.
Berlusconi dice di non voler disturbare Gheddafi, impegnato nelle
stragi di piazza.
Sicuramente col suo buon cuore, Berlusconi è pronto ad aiutare il
suo amicone
Gheddafi, per difendere i loro interessi e dei loro amici padroni.
A cominciare dalle più grandi, sono più di cento le imprese
italiane in Libia, in più
settori. Petrolifero. Infrastrutture, costruzioni e impiantistica.
I capofila sono, l’Eni, che dal 2007 ha prolungato la concessione
di estrarre per
altri 25 anni, pagando 25 miliardi di dollari, con le sue
controllate Sapiem e Snam
Progetti.
Enel Power. Impregilo. Tecnimont. Finmeccanica. Telecom. Iveco.
Selex Sistemi. E poi
Trevi, Techinet, Grimaldi, Edison, Ocrim, Gemmo e via via. Queste
aziende hanno in
mano commesse ipermilionarie dal governo libico.
La Libia è il primo fornitore di petrolio dell’Italia, ed il
terzo fornitore di gas
naturale. In totale dalla Libia l’Italia importa il 99% degli
idrocarburi. Una parte
di questi una volta raffinati, vengono poi venduti alla Libia
insieme ad altri
macchinari, per un interscambio pari nel 2009 a 11 miliardi di euro,
interscambio che
nel 2008 era stato di 20,3 miliardi di euro.
Il 21% delle esportazioni italiane vanno in Libia.
Il 20% delle esportazioni libiche vengono in Italia.
Nell’agosto del 2008 il grande baratto tra Berlusconi e Gheddafi
assegnò 5 miliardi
di dollari alla Libia (in 25 anni), con l’impegno della Libia a
dare alle aziende
italiane, commesse per costruire infrastrutture per 5 miliardi di
dollari in
vent’anni. L’accordo prevedeva anche l’impegno di Gheddafi a
bloccare i flussi
migratori dalla Libia.
Nel frattempo in Italia Gheddafi è diventato il primo azionista di
Unicredit.
All'indomani del G20,
il presidente della Bce conferma l'intransigenza di Francoforte
sull'inflazione. "Rischi per l'economia globale anche dai
movimenti nei paesi arabi"
Qualunque sia
l'esito delle recenti rivolte, il loro significato trascende i
confini politici delle "nazioni". Non si tratta di un
semplice "effetto domino" ma di un accumulo di tensione
entro il fenomeno generale della tettonica rivoluzionaria. L'effetto
politico-sociale di un'ondata che ha coinvolto Algeria, Tunisia,
Egitto, Libia, Giordania, Yemen, Libano, Bahrein, Sudan, Marocco,
Mauritania, Siria, Arabia Saudita, Malaysia, e forse altri paesi
meno soggetti all'osservazione da parte dei media come il Perù, non
è quello di un terremoto, come hanno scritto i giornali ma quello
dell'energia che si accumula prima di un terremoto. Stanno
circolando sul web strane teorie dietrologiche sui manovratori delle
rivolte. Come se in questo mondo non ci fosse materia sociale
esplosiva a sufficienza per scatenarle. La mistica del Grande
Burattinaio, che sia Dio o un "Governo Imperialista
Cattivo" è dura a morire.
Paura, anzi, panico
L'onda
di rivolta non si placa. Scioperi e manifestazioni
continuano in Egitto, coinvolgendo sempre più i salariati
(metallurgici, tessili, ospedalieri, insegnanti, addetti ai
servizi del Canale e al turismo, ecc.). I governi un po' reprimono
con le armi, un po' trattano per non peggiorare la situazione.
I vecchi partiti di potere con i loro esponenti sono sotto attacco
da parte dei movimenti interclassisti. Anche nei paesi più
reazionari la paura della rivolta ha provocato concessioni e
tentativi di normalizzazione. Gli Stati Uniti cercano di arginare
la rabbia cavalcandola e ciò sconvolge i vecchi equilibri senza
che vi siano ancora le basi per quelli nuovi. Per le borghesie
nazionali l'incertezza diventa panico.
Secondo
ilCenter on Budget and Policy Priorities americano,per
l'annofiscale2012il
disavanzo dell'insieme
di tuttigli
statifederati saràdi
circa 140
miliardi di dollari,che
si aggiungerà al deficitdel
2011 già quantificato in 125
miliardi. Siamo a un deficit annuale globale vicino al 20%
del bilancio. Il
deficitèdovuto
soprattutto alla
diminuzione del
gettito fiscale in seguito alla perdita di posti di lavoro. Essendo
anche aumentate le spese per l'assistenza ai poveri e a coloro
che si ammalano per la vita disagiata, l'unica via per risanare il
bilancio è tagliare spietatamente. Questa tendenza è giudicata
irreversibile nel lungo periodo. Tra gli stati in difficoltà la
California è al limite della bancarotta, la Florida è fra
quelli che hanno operato tagli più drastici e il Wisconsin è
quello che sta progettando di smantellare lo stato sociale e
l'associazionismo sindacale più sviluppati dell'Unione. Sarà un
caso ma nei tre stati, specie nell'ultimo, si sono avute
manifestazioni di piazza contro la perdita di ciò che in passato si
era ottenuto. L'Egitto ha confini vastissimi.
Fallite
alcune banche, le altre si concentrano. Così le industrie e i
canali della finanza. Il New York Stock Exchange,EuronexteDeutscheBörsehanno
annunciato la loro fusione. I tedeschi avevano comprato
Euronext, che gestisce le borse di Parigi e Amsterdam, mentre la
borsa di Londra si era già fusa con quella di Toronto. I tedeschi
avrebbero la maggioranza azionaria ma gli americani mantengono il
controllo tecnico. Il mondo finanziario sarebbe dunque diviso fra
sole quattro borse che contano: New York, Londra, Tokyo e Pechino.
Ma le prime due monopolizzano gli scambi globali delle materie prime
e delle multinazionali agrarie e minerarie. Sappiamo che cosa vuol
dire: esse controllano il mondo, e i
loro profittisalgono
col salire dei prezzi delle materie prime. Capitali tolgono
spazio ad altri capitali, la somma parziale cresce, quella generale
diminuisce.
Blindati in piazza e fuoco sui
civili. Almeno tre morti nella rivolta contro il regime. Trema un altro
alleato storico di Washington, sede della Quinta flotta Usa. E l'Arabia
saudita teme che esplodano anche i «suoi» sciiti
L'inventore di Apple - dato per
morente - tra i protagonisti del «rilancio» obamiano dell'economia
Usa. L'amministrazione «scopre» l'importanza delle rete e delle sue
possibilità: una difesa della «libertà» totale per le popolazioni
dei paesi illiberali. Ma con un «nemico combattente» in casa:
Wikileaks e il suo Cablegate Una cena a San Francisco con Steve Jobs (Apple),
Mark Zuckerberg (Facebook), Eric Schmidt (Google)
Manifestazioni
a Bengasi: 38 feriti. Cortei pro-Gheddafi in tutto il Paese. Il regime
avrebbe lasciato passare i clandestini per evitare l'effetto domino da
Tunisia ed Egitto. Frattini: "Temo enorme flusso". Dopo la
polemica la
Ue promette aiutidi C. BONINI
Secondo la tv di Stato a fronteggiare
le forze dell'ordine c'erano membri del gruppo filomarxista Monafeghin.
Una grande folla nell'università per ricordare lo studente
ucciso durante le manifestazioni di lunedì
I militari, nel comunicato n.5,
annunciano lo scioglimento del parlamento e la sospensione della
costituzione in vista di elezioni democratiche di qui a 6 mesi. Ma
ammoniscono i lavoratori a smetterla con le proteste. Intanto
imperversa il toto-Mubarak: negli Emirati, a Abu Dhabi, in Germania,
addirittura «in coma»?
Durante le proteste in Tunisia e in Egitto la maggioranza
dei mezzi di comunicazione ha messo in luce il ruolo dei giovani e delle
classi medie che utilizzano Internet e social network. Ma gli scioperi sono
stati fondamentali
di Scalo internazionale,
rassegna.it
Traduzione e rielaborazione di "La caída de Mubarak y el
papel de los trabajadores", Argenpress,
Dei processi rivoluzionari in Tunisia e in Egitto la maggioranza dei mezzi
di comunicazione ha messo in luce solo il ruolo dei giovani e delle classi
medie che utilizzano Internet e le reti sociali come attori privilegiati
nelle proteste.
Questi punti di vista sottovalutano il ruolo dei lavoratori che è stato
determinante per la caduta in Tunisia di Ben Ali e sembra aver dato la
spinta finale a Mubarak in Egitto.
Nel primo caso sono stati fondamentali gli scioperi della Federazione
sindacale tunisina UGTT, quando alla fine di dicembre i lavoratori hanno
aderito alle proteste derivanti dall'immolazione di Mohamed Bouazizi. Da
quel momento, a differenza di quanto era accaduto a Redeyef, Gafsa, 3 anni
fa, le manifestazioni si sono diffuse in tutto il paese.
In seguito si sono uniti ai manifestanti gli avvocati e gli studenti
universitari
In molte località i lavoratori hanno manifestato davanti alle sedi della
UGTT (la cui leadership nazionale è strettamente legata al partito di Ben
Ali) chiedendo la proclamazione dello sciopero. In altri casi, la UGTT si
è aggiunta a scioperi già proclamati perché non le sfuggissero di mano.
Succede in zone di insubordinazione storica, come il porto di Sfax
(polmone economico e seconda città più grande del paese) o la zona
mineraria di Gafsa, roccaforte della lotta anti-francese negli anni '30 e
'40 del Novecento. La protesta dei lavoratori si diffonde così in tutto
il paese.
Hamma Hammami, segretario generale del Partito comunista
dei lavoratori tunisini (TCO) sostiene che sebbene sia privo di un
programma e di una organizzazione centrale, il movimento che ha portato al
crollo di Ben Ali non è veramente spontaneo, nel senso di "mancanza
di organizzazione e di coscienza". No, c'è una coscienza politica
nata da un accumulo di lotte nel corso degli ultimi venti anni.
Anche Nizar Amami, portavoce della Lega della Sinistra Operaia in Tunisia,
sostiene che la sinistra sindacale e alcune federazioni locali e regionali
della UGTT sono nel cuore del processo rivoluzionario: "Non è una
coincidenza, dal momento che da diversi anni alcune federazioni promuovono
scioperi senza l'approvazione del segretariato generale".
Queste strutture in alcuni casi hanno mostrato la via della lotta e come
organizzarsi. E' stato, per esempio, il caso dei sindacati locali della
zona mineraria di Gafsa, tre anni fa.
Grazie alla mobilitazione popolare, la sinistra dell'UGTT ha potuto
superare l'inclinazione a salvare il vecchio regime coltivata dal
segretariato generale della centrale sindacale.
Il movimento operaio egiziano
In un articolo pubblicato da Página 12, l'intellettuale marxista Samir
Amin sostiene che il movimento ha come componenti fondamentali la gioventù
studentesca urbana e settori del ceto medio colto e democratico, ma
"le cose potrebbero cambiare se la classe operaia e i movimenti
contadini entrassero in gioco. Ma per ora questo non sembra essere
all'ordine del giorno".
Tuttavia, a partire dal 6 febbraio, col ritorno al lavoro promosso dal
governo, la situazione è cambiata con l'afflusso massiccio di
proletariato egiziano sulla scena. In una città dopo l'altra sono
avvenuti scioperi e occupazioni di fabbriche. Online Ahram ha segnalato
l'intensificarsi di proteste a Suez, con la partecipazione dei lavoratori
tessili in una manifestazione per il diritto al lavoro. Nella stessa città
circa 2000 giovani hanno marciato per chiedere lavoro.
A Mahalla più di 1.500 dipendenti della società di Abu El-Subaa hanno
manifestato chiedendo il pagamento dei loro salari. Più di 2.000
lavoratori dell'azienda farmaceutica Sigma, a Quesna, sono entrati in
sciopero. Al Cairo, più di 1.500 lavoratori nella pulizia e della
nettezza urbana hanno dimostrato davanti alla sede del governo a Dokki.
La Bbc: a Teheran "è caos totale" foto.
"Migliaia di persone verso il centro città". "Un
morto, e ci sono feriti". La stampa del Cairo: l'ex presidente
sarebbe svenuto due volte durante la registrazione del discorso tv (video).
Per altri è già in Germania. Un migliaio di persone (video)
in piazza Tahrir. I militari: "Basta scioperi"
peacereporter
Egitto, il giorno dopo
scritto per noi da
Silvia Mollicchi
dal Cairo
"Stamani ci siamo svegliati e il regime non c'era più", la moglie del mio portiere mi
saluta così. Cammino per strada e le persone sorridono rilassate, dopo trent'anni
d'apnea tornano a respirare. Giro l'angolo della mia via e ci sono bambini che
giocano a pallone, l'area attorno al ministero degli Interni non ha ancora riaperto
al traffico. Incontro Mohsen, il tutto fare del mio palazzo, mi saluta commosso e mi
dice: "Ti ricordi quando il 23 gennaio ti ho detto che quello che era successo in
Tunisia poteva accadere anche qua e tu mi hai risposto - impossibile, non succederà
mai!", ridiamo e ci abbracciamo.
Arrivo in Shar'ia Muhammad Mahmud e intravedo la piazza Tahrir. Centinaia di
volontari sono al lavoro dal mattino presto per pulire i marciapiedi e rimuovere le
barricate, le vetrine infrante e le pietre ammassate ai margini durante i giorni di
scontro. "Tutto quello che vedi qua attorno non è più di Mubarak, è nostro e ora
vogliamo prendercene cura, tenerlo pulito, per bene", mi spiega la ragazza al check
point -uno solo quello ancora attivo per accedere alla piazza.
Erano circa le 6 di ieri pomeriggio, quando Tahrir è letteralmente esplosa in un urlo
di gioia. Entrare dentro l'area della piazza era quasi impossibile. Gruppi in festa
che suonavano tamburi e ballavano, bambini che correvano ovunque, persone che si
abbracciavano commosse e riprendevano video con i soldati semplici, accanto, i carri
armati che rimarranno lo sfondo di migliaia e migliaia di foto. Il centro del Cairo
era tutto uno sventolio di bandiere e fazzoletti bianco, rosso e nero. Si è
continuato a festeggiare per tutta la notte.
La felicità degli egiziani, liberati dopo decenni e decenni di regime, è
inarrestabile. Le parole di Mubarak, quelle di giovedì sera, l'amarezza e la
delusione che hanno suscitato e che ieri hanno portato per strada milioni di
manifestanti -migliaia dei quali in marcia verso il palazzo presidenziale- fanno
parte del passato. Chi si è chiesto per questi diciotto lunghissimi giorni se quella
egiziana è stata una protesta, un'intifada o una rivoluzione, ieri sera ha visto
sciogliersi ogni dubbio e ha lasciato alle spalle riflessioni ormai inutili: "Questo
è l'Egitto giorno uno" mi dice un amico al telefono.
Incontro Hana per strada. E' in lacrime: "non sappiamo quello che sarà, non sappiamo
quello che faranno i militari. Tra poco dovrebbero sospendere definitivamente lo
stato di emergenza e aprire la transizione democratica. Non lo so io cosa succederà
nei prossimi mesi, so che aspettavo questo giorno da quando sono nata e questo è il
momento di festeggiare".
Chi vive in Egitto adesso è inebriato dalla gioia e ha la sensazione che il mondo
attorno stia a guardare ammirato. Gli egiziani hanno dato una delle migliori lezioni
di democrazia mai viste e con la loro lotta hanno indicato una strada ben precisa.
Diciotto giorni di protesta ininterrotta, con alti e bassi certo, ma caratterizzati
da elementi costanti -come la non-violenza, la determinazione su poche richieste
molto chiare, l'auto-organizzazione che ha reso la permanenza in Tahrir sostenibile,
l'integrazione dei diversi ceti sociali in un'unica voce.
Tutto ciò ha contribuito ad una crescita quasi continua del numero dei partecipanti,
mentre il tanto invocato aiuto dalle potenze internazionali praticamente non è mai
arrivato. "La cosa incredibile è che l'Egitto ha fatto quasi tutto da solo, senza
pressioni degli alleati esterni su Mubarak. Io non ho mai avuto dubbi che ce
l'avrebbero fatta -mi spiega una collaboratrice di NPR- la determinazione che sentivo
in piazza era incredibile. Tutte le persone con cui parlavo mi dicevano: noi di qui
non ci muoviamo, siamo pronti a restare anche sei mesi".
Da domani l'Egitto è chiamato ad un compito complesso. Il passaggio di potere
all'esercito pone molti interrogativi in un Paese dove un alto numero di politici
integrati nel regime ha un background militare ed è cresciuto nei ranghi
dell'esercito, ma queste ore sono il tempo della speranza. Una cosa è certa: gli
egiziani non accetteranno compromessi e mediazioni su libertà individuale e giustizia
sociale, ora sanno cosa fare e dove andare per far sentire la loro voce.
Parole chiave: piazza Tahrir, hosni mubarak, il cairo
-
6: Al Cairo storico incontro tra una delegazione
dei
Fratelli musulmani e il vicepresidente
Omar
Suleiman per il dialogo fra
governo
e opposizione.
-
7: Le autorità egiziane rilasciano Wael
Ghonim,
blogger simbolo della protesta.
-
10: Scioperi in tutto il paese. Per tutto il
giorno
le indiscrezioni dicono che Mubarak
si
dimetterà. In serata la doccia fredda:
Mubarak
resta.
-
11: Mubarak parte per Sharm el Sheikh.
Il
vicepresidente Suleiman annuncia le sue
dimissioni
e il trasferimento dei poteri all’esercito.
Piazza
Tahrir esulta. (mi. gio.)- il manifesto
su o.c.-12 feb 2011
- Resoconti degli ultimi giorni confermano
che la classe operaia egiziana sta assumendo un ruolo più decisivo
nella lotta contro il regime di Mubarak; o sui media l’attenzione p
per le manifestazioni e gli scontri di piazza al Cairo, o ma le
crescenti manifestazioni e scioperi dei lavoratori avranno un peso
maggiore sul corso degli eventi. - Il movimento di scioperi è
iniziato molto prima della protesta di massa del Cairo di fine
gennaio. Come documentato da uno specialista sulla storia del
movimento operaio egiziano, Joel Beinin, l’ondata di scioperi è
originata dal più vasto movimento sociale mai visto in Egitto in
oltre mezzo secolo:
Oltre 1,7 milioni di lavoratori impegnati in oltre 1900 scioperi ed altre forme di
protesta dal 2004 al 2008,
o gli “effetti collaterali”, non desiderati dal regime egiziano, di una crescita
economica dell’ultimo decennio, alimentata dai forti investimenti di capitali
internazionali: gli Investi-menti Esteri Diretti (IED) sono passati dai $400 mn. nel
2000 ai $13,2MD nel 2007-2008, che fanno dell’Egitto il maggiore destinatario di IED
dell’Africa.
o Nel 2004-2007 il tasso di crescita del PIL è passato dal 4 al 7,2%, ma la
stragrande massa dei lavoratori non ne ha beneficiato,
o e il regime ha risposto alle proteste con maggiore repressione.
- Il rischio maggiore per la classe operaia egiziana è che, nonostante essa
rappresenti la forza sociale fondamentale per destituire il dittatore, politicamente
nulla cambi sostanzialmente, se non nomi e volti di dirigenti della classe al
potere.
----------------------
- Nel centro industriale di Kafr al-Dawwar, centro storico di militanza operaia,
centinaia di lavo-ratori della seta e del tessile hanno protestato contro salari e
condizioni inadeguati;
- a Helwan, sud del Cairo, in sciopero 4000 lavoratori del gruppo chimico carbonifero
Coke Coal and Basic Chemical Company, chiedono aumenti salariali, contratti a tempo
indeterminato, fine della corruzione e hanno dichiarato la solidarietà con i
manifestanti della capitale.
- Sempre a Hewan, 2000 operai della seta hanno manifestato e chiesto la destituzione
del C.d.A.
- A Mahalla, delta del Nilo, 1500 operai protestano contro il ritardo dei salari;
protestano centinaia di lavoratori di una filatura.
- A Quesna, 2000 farmaceutici in sciopero.
- Oltre 6000 lavoratori della Autorità del canale di Suez a Port Said, Ismailia e
Suez protestano per aumenti salariali;
- sempre a Suez in sciopero 400 lavoratori siderurgici della Misr National Steel
Company.
---------------
- La classe operaia egiziana ha una lunga storia di lotta; ha combattuto grandi
battaglie nel primo movimento nazionalista contro il colonialismo britannico
(indipendenza 1922),
- ma la borghesia egiziana, dopo aver sfruttato la pressione operaia per strappare
concessioni ai bri-tannici, ha rinnegato gli impegni presi verso la classe operaia.
- Nei decenni seguenti la borghesia egiziana si è opposta alla creazione di sindacati
operai, legalizzati solo quando con la Seconda guerra mondiale il regime ebbe bisogno
di appoggio popolare; finita l’emergenza bellica revocò questo diritto; dopo rivolte
operaie a fine guerra, nuove concessioni se-guite da repressione.
- 1952, colpo di Stato dei Liberi Ufficiali (del colonnello Gamal Abdul Nasser) che
destituisce la mo-narchia; nei mesi precedenti ci fu un’ondata di lotte di classe che
indebolì la monarchia.
- I lavoratori, incoraggiati dagli stalinisti del Movimento democratico per la
Liberazione Nazionale, ap-provarono il colpo di Stato.
- Ne pagarono le conseguenze:
- migliaia di lavoratori della Misr Fine Spinning and Weaving Company di Kafr
al-Dawwar scesi in sciopero con una serie di rivendicazioni vennero selvaggiamente
repressi dall’esercito, i dirigenti operai vennero portati dinanzi ad una corte
marziale; due di essi, Muhammad Khamis e A-hmad al-Bakri, condannati a morte.
- Il regime di Nasser (paternalismo + repressione chiamato socialismo arabo)
introdusse una serie di riforme che portarono miglioramenti marginali alle condizioni
dei contadini e della classe operaia.
o La nazionalizzazione del canale di Suez ebbe l’appoggio delle masse,
o in seguito la nazionalizzazione di imprese di proprietà estera e di una parte
rilevante dei gruppi egiziani portò il miglioramento del tenore di vita, ma il regime
di Nasser non con-sentiva l’espressione sociale o politica della classe.
o A Nasser (morto nel 1970, a soli tre anni dalla sconfitta dell’Egitto nella guerra
dei sei giorni), seguì Anwar Sadat, che ripudiò la pseudo socialismo di Nasser e le
linee di politica estera di opposizione agli Usa, e adeguò la sua politica alle
richieste FMI.
o I maggiori cambiamenti furono in politica estera, nel 1978 siglò il trattato di
pace di Camp David con Israele, che significò l’annientamento del PLO; fu ucciso nel
1981, e gli suc-cesse Hosni Mubarak, che ne continuò la politica.
o Buona parte delle nazionalizzazioni di Nasser furono riprivatizzate; revocata gran
parte della ridistribuzione della terra; in politica estera l’Egitto fu messo a
disposizione dell’imperialismo Usa.
Ieri pomeriggio la svolta:
Suleiman in tv annuncia che il raìs si è dimesso e lascia il
potere non a lui che era il suo vice ma ai vertici delle forze
armate. Esplode la gioia irrefrenabile della piazza Tahrir e di
tutto l'Egitto. Ma restano molti interrogativi
La Piazza Tahrir ha vinto. L'incognita del
potere ai militari
Colpo di scena, oggi, al diciottesimo giorno della crisi in
Egitto. Il faraone Hosni Mubarak si è dimesso dopo 30 anni di
potere assoluto e meno di 24 ore dopo che giovedì era apparso in
tv per annunciare, anziché le dimissioni come tutti si
aspettavano (a cominciare dal presidente Usa Obama), che sarebbe
rimasto al suo posto fino alla scadenza del suo mandato, in
settembre, pur delegando i poteri al vicepresidente Omar Suleiman.
Apparso a sua volta in tv per chiedere (ovviamente inascoltato) ai
manifestanti di Tahrir square e agli scioperanti di tutto il paese
di tornarsene a casa e di lasciare fare a lui.
Lo sgomento e la frustrazione, la rabbia e il furore nell’ormai
storica piazza Tahrir, epicentro della «rivoluzione» e nel resto
del paese annunciavano sviluppi potenzialmente esplosivi e
sanguinosi per il giorno dopo, venerdì, quando milioni di
persone sarebbe (ri)discese per le strade per protestare.
Non è ancora chiaro cosa era accaduto nell’establishment
egiziano nel corso di quel giovedì molto convulso, né il ruolo
dei comandi militari che sembravano a un certo punto aver già
assunto in proprio le leve del comando (con un «comunicato n.1»
del Consglio supremo militare). Probabilmente c’è stato – e
c’è ancora – un duro braccio di ferro dentro settori diversi
delle forze armate, forse fra le forze armate e Suleiman (che pure
è un generale ed è il capo dei servizi segreti).
Sta di fatto che ieri sera, come ha scritto il famoso giornalista
inglese Robert Fisk, «la dittatura aveva vinto e la democrazia
aveva perso».
Ieri colpo di scena e forse anche il colpo di stato. Pochi minuti
dopo le 6 del pomeriggio (le 5 in Italia), Suleiman è riapparso
in televisione e ha annunciato che Mubarak (che secondo le voci
aveva già lasciato il Cairo per Sharm el Sheikh e poi chissà per
dove) aveva «deciso» di rinunciare alla presidenza e «incaricato
l’alto consiglio delle forze armate di amministrare gli affari
del paese».
Piazza Tahrir, brulicante di gente, è esplosa di gioia, come
tutto l’Egitto e non solo l’Egitto: a Tunisi una folla ha
celebrato la caduta del secondo satrapo dopo Ben Ali; a Gaza le
strade della Striscia si sono riempite per festeggiare quella che
un portavoce di Hamas ha definito «l’inizio della vittoria
della rivoluzione», in acuto contrasto con il cupo silenzio di
Ramallah, nella Cisgiordania di Mahmud Abbas, e in Israele. A
Washington probabilmente sollevato anche Obama, preso in
contropiede dall’annuncio di Mubarak di giovedì sera, che pare
fosse stato avvisato già questa mattina delle «dimissioni» del
raìs (un suo discorso era previsto per il tardo pomeriggio di
oggi).
In Egitto al timone ora c’è – salvo sorprese – il ministro
della difesa, il generale Mohammed Hussein Tantawi, che è il capo
del Consiglio supremo militare, da 20 anni (ora ne ha 75) uomo di
Mubarak, conosciuto come (lo rivela Wikileaks) il
"barboncino di Mubarak".
Restano molti punti oscuri. Perché Mubarak, che giovedì sera
aveva «delegato» il potere esecutivo al suo vice Suleiman, oggi
ha invece ceduto il potere al Consiglio supremo militare? Quali
sono i rapporti di forza fra Suleiman e Tantawi? Suleiman, uomo di
fiducia degli americani e degli israeliani, è solo (o è ancora)
il garante della transizione «ordinata» chiesta a ogni pie’
sospinto da Obama e da Hillary Clinton?
Stando alla tv al Arabiya, il Consiglio avrebbe già messo
a punto un nuovo comunicato in cui annuncia il prossimo
scioglimento del governo e del parlamento, senza aspettare un
lontanissimo settembre.
Punti oscuri da chiarire. Ma per oggi si può dire che «la
democrazia ha vinto e la dittatura ha perso». Da domani si vedrà.
Come si vedrà anche chi, dopo Ben Alì in Tunisia e Mubarak in
Egitto, sarà il terzo.
SUL
BARATRO Un milione in libertà Altro che flessione della rivolta. Mentre Mubarak
torna a «governare», partono gli scioperi, da Suez ad Alessandria, e
un milione di egiziani ha protestato a piazza Tahrir e davanti al
parlamento. E oggi davanti la tv di stato Michele Giorgio INVIATO AL CAIRO Hanno cantato vittoria troppo presto il presidente
egiziano Mubarak, il suo vice Suleiman e i generali che garantiscono la
sopravvivenza del regime. Il raìs credeva che, promettendo riforme
democratiche e un aumento dei salari ai dipendenti pubblici (storica
base di consenso del regime), avrebbe placato la «rivoluzione del 25
gennaio» fino a spegnerla. Ieri ha compreso che il popolo egiziano non
si accontenta, che le motivazioni della rivolta sono ancora lì sul
tavolo, a cominciare dalle sue dimissioni immediate. Ancora una volta
centinaia di migliaia, forse un milione, di egiziani si sono riversati
in Piazza Tahrir, nelle strade di Alessadria e di altre città del paese
per urlare «Via Mubarak». A questi - in maggioranza giovani, laureati
disoccupati, attivisti politici e sindacalisti indipendenti, sostenitori
dei diritti umani e civili - che reclamano la libertà e la fine del
regime, potrebbero presto unirsi, in un'unica protesta in nome di
democrazia e lavoro, molte migliaia di operai. Scioperano i lavoratori I lavoratori dell'amministrazione del Canale di Suez ieri hanno
scioperato a Suez, Port Said e Ismailia per chiedere aumento dei salari
e migliori condizioni di lavoro. Riuniti di fronte alla sede della
società che gestisce il canale hanno ripetuto che non torneranno al
lavoro sino a quando le loro richieste, tenute chiuse per anni in un
cassetto dai sindacati statali, non saranno soddisfatte. Nello stesso
momento 10.000 operai e impiegati di Telecom Egypt sono scesi in
sciopero nelle sedi di Ramsis, Opera, Nozha, Maadi, Helwan e Helipolis
per reclamare aumenti salariali e il congelamento delle retribuzioni
destinate ai manager che guadagnano mensilmente fino a 250mila pound
contro i 1.000 di un operaio. Notizie di forte fermento tra i lavoratori
arrivano anche dalle aree industriali del Delta, in particolare da
Mahalla, la città-operaia dove hanno sede le principali industrie
tessili del paese, massacrate dalle privatizzazioni attuate negli anni
passati da Mubarak e da suo figlio Gamal (economista ed ex «teorico»
del partito al potere), accompagnate da svendite delle fabbriche a
vantaggio degli investitori stranieri. Aiuti, ma per la «stabilità» Non è più impossibile la saldatura tra le proteste operaie,
divampate la scorsa estate tutto il paese, e i giovani del Movimento 6
aprile e di altre organizzazioni su Piazza Tahrir. La grande
imprenditoria lo ha capito e non è certo un caso che un personaggio del
calibro di Neguib Sawiris, magnate delle telecomunicazioni, uno degli
uomini più ricchi del mondo, che ha trasformato la sua «Orascom
Telecom Holding», in uno degli operatori leader mondiali delle
telecomunicazioni (in Italia è padrone anche di Wind), sia sceso in
campo per proporsi come mediatore tra la piazza e il regime e, quindi,
provare a mettere fine alla rivolta. Sawiris ha proposto un «Piano
Marshall» per l'Egitto, una grande torta di capitali che sarebbero
felici di spartirsi i pochi che già controllano l'economia egiziana e
che, allo stesso tempo, consentirebbe salvare il regime calmando
disoccupati e poveri, il 40% della popolazione paese che vive con pochi
dollari. Bruxelles è pronta «a fare la sua parte». L'Unione europea
ha elaborato un piano di aiuti a favore della Tunisia e dell'Egitto per
rispondere ai loro «nuovi bisogni» e «per sostenere il processo di
transizione». «Per l'Egitto - ha detto il Commissario europeo
all'allargamento Stefan Fuele - l'Unione europea ha chiesto di preparare
un vasto pacchetto di aiuti per questo Paese e per i Paesi della regione».
Ma è più giusto dire che l'Ue prepara aiuti volti a salvare la
stabilità dei regimi del Nordafrica e del Medioriente. Si era parlato di una flessione, di una partecipazione in calo
alle manifestazioni. È vero il contrario. Ieri in Piazza Tahrir c'erano
migliaia di dimostranti «nuovi», persone che non avevano ancora preso
parte alle battaglia contro il regime e Mubarak. Egiziani di ogni
reddito, poveri e benestanti. Da Kobri Kasr al Nil, ad esempio, uno dei
ponti che collegano l'isolotto di Zamalek, abitato in prevalenza dalla
classe media, sono arrivate famiglie intere, genitori e figli con le
bandierine dell'Egitto, pronte ad unirsi al popolo colorato di
irriducibili che da 15 giorni occupa la piazza e che nella liberazione
del blogger Wael Ghoneim, sequestrato per 15 giorni dalla polizia e
accolto ieri come un eroe dalla folla, ha trovato entusiasmo e forza per
continuare (il regime ha scarcerato 34 prigionieri politici). «Sono qui
da due settimane e comincio ad essere stanco ma non rinuncio alla lotta,
in piazza siamo un'unica famiglia», dice Khaled, un insegnante. Alla
manifestazione c'era anche Ali Badracham, un regista che insegna
all'Accademia di Belle Arti del Cairo. Attorno a lui si sono radunati in
molti, lui li ha esortati a continuare. «Sempre più persone stanno
offrendo cibo e coperte ai manifestanti», spiega Gamal, uno studente
che distribuisce gli aiuti ai dimostranti. L'appello del «6 aprile» Ma la rivoluzione del 25 gennaio al Cairo non accetta di
rimanere confinata in Piazza Tahrir, come vorrebbe l'esercito che
presidia la zona con decine di mezzi corazzati. Mohammed Adel, uno dei
leader del Movimento 6 Aprile, tra i principali promotori delle
manifestazioni, ha lanciato un appello ad occupare in modo permamente
altri spazi. Il primo obiettivo è la televisione di stato egiziana per
protestare contro la versione degli avvenimenti nelle strade del paese
che il principale megafono del regime continua a fornire al paese. «Sembra
di ascoltare le news provenienti da un altro pianeta. I notiziari
statali continuano a ripetere che tutto va bene», ironizzava Mahmoud,
un taxista. Già ieri migliaia di manifestanti si sono avvicinati alle
sede della tv e al Parlamento. Oggi, proprio a partire dalla sede della
tv, dovrebbe ripetere il tentativo di estendere l'area della protesta. E
la rivoluzione del 25 gennaio comincia ad attirare al Cairo tanti
cittadini arabi dediderosi di partecipare ad una esperienza politica di
eccezionale importanza. La reazione del regime non si è fatta
attendere. Sostenendo che alcuni palestinesi sarebbero stati coinvolti
negli scontri dei giorni scorsi, le autorità egiziane hanno deciso di
impedire a qualsiasi cittadino dei Territori occupati di entrare nel
paese. Peraltro il presidente dell'Anp Abu Mazen in modo particolare ma
anche Hamas a Gaza, danno il loro contributo alla stabilità del regime
di Mubarak vietando o contenendo le manifestazioni che da giorni vengono
organizzate a Ramallah e in altre città palestinesi in sostegno di
Piazza Tahrir.
Nel mondo arabo il 1989 aveva
prodotto la paralisi. Si è aperta una nuova fase
il manifesto 6 febbraio 2011
RIVOLTA
EGIZIANA Grave decisione degli Stati uniti «Per ora Mubarak resta» Tommaso Di Francesco
Tira una bruttissima aria al Cairo. I dimostranti di piazza Tahrir
presidiano senza sosta il simbolo della «liberazione» preoccupati di
una manovra che vuolescippare la rivoluzione al popolo egiziano.
Purtroppo, a sentire le dichiarazioni del Dipartimento di stato Usa, non
è solo una senzazione. È già accaduto in Tunisia, quando la
fuoriuscita di Ben Ali, ha lasciato parti del governo precedente, a
partire dal premier, in carica. La protesta è subito ripresa,
violentissima. Il governo si è riequilibrato e ora tutto è
pericolosamente sospeso. Ma Ben Ali era un dittatore «marginale»,
portato al potere anche dai servizi segreti italiani. Hosni Mubarak non
ha confronti. CONTINUA|PAGINA8
Il suo potere deriva dall'assassinio per mano dei fondamentalisti
islamici nell'81 del presidente Sadat, responsabile dei primi colloqui
di pace con Israele, portando a casa il Sinai e abbandonando di fatto
palestinesi e fronte arabo. Da quel momento in poi è diventato
l'interlocutore degli interessi americani. Il pilastro della gestione di
basso profilo della questione palestinese, dei «Muri» e del disastro
della pace in Medio Oriente. Dove possono gli Stati uniti trovare una
maschera come la sua? Se non nel regime che fin qui hanno protetto e
garantito con armi e dollari?
Così in queste ore emerge con forza che il vero interlocutore
dell'Amministrazione Usa non solo è Omar Suleiman, l'eminenza grigia
del regime, ma addirittura lo stesso Hosni Mubarak. Entrambi nella
giornata di ieri, incredibilmente dati il primo per morto in un
attentato, il secondo per dimissionario.
L'intervento più significativo è avvenuto ieri notte con il
vice-presidente americano Joe Biden che ha chiamato Omar Suleiman, vale
a dire l'uomo che Mubarak ha nominato vicepresidente. invitandolo ad
aprire subito le trattative con l'opposizione. Una opposizione in piazza
che, con Elbaradei e tanti altri leader, chiede che ogni dialogo cominci
ma a partire dalle dimissioni dello stesso Mubarak. Invece ieri il «dialogo»
è formalmente cominciato, con Suleiman impegnato ad incontare i partiti
Al Wafd, gli storici liberali egiziani, e la «sinistra» Tagammu. Tutti
abbastanza fuoriscena se non inesistenti, ma subito «interlocutori».
Nelle stesse ore in cui la piazza gridava la sua rabbia: «Vogliono
rubarci la rivoluzione». Ecco dunque l'uomo della transizione, già
accreditato di fatto dalla intervista della Cnn. È lo stesso Suleiman
che ha guidato la repressione interna, contro islamisti e sindacati, e
che dovrebbe essere da noi famoso, perché è il responsabile con agenti
della Cia sia del rapimento di Abu Omar che delle extraordinary
rendition che hanno riempito Guantanamo e le prigioni segrete della Cia.
E in serata, come se non bastasse, la doccia fredda. L'inviato speciale
statunitense per l'Egitto Frank Wisner, nominato ad hoc per questa crisi
dalla Casa bianca, parlando alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco,
ha dichiarato, quasi a smentire le notizie di dimissioni del raìs
egiziano, che «Mubarak deve rimanere al potere per pilotare i
cambiamenti. Abbiamo bisogno di avere un consenso nazionale sulle
pre-condizioni sul prossimo passo avanti».
Ecco dunque che, dopo la fine della guerra fredda e dopo l'11 settembre
con tanto di fallimento della guerra americana al terrorismo, gli Stati
uniti riprendono l'ineffabile strategia dei benserviti mancati, passando
da un dittatore amico all'altro, da una maschera che cade ad un'altra
che viene indossata - che altro è Hamid Karzai se non il «Mubarak di
Kabul»? Se tutto questo fosse iniziativa diplomatica, non sarebbe
niente. «Il popolo deve essere ascoltato», dice Hillary Clinton, che
poi però definisce la rivolta «una tempesta perfetta». Che va
guidata, subito per rassicurare Israele. Che importa se la protesta
popolare, che ha patito un bagno di sangue, da tredici giorni grida in
piazza: «Mubarak vattene».
Torna il nodo della «democrazia». Ironia della storia, è stato
proprio George W. Bush, nel suo secondo discorso augurale nel 2005, a
dichiarare, per giustificare ancora una volta la guerra all'Iraq e
all'Afghanistan in nome della democrazia, che «per l'America, la difesa
dei suoi interessi e quella dei suoi valori sono una cosa sola». Siamo
sul baratro. L'amministrazione Obama e, quel che è peggio, i milioni di
protagonisti della rivoluzione egiziana.
L'Ue assente di fronte al
precipitare della crisi in Egitto e nel Maghreb. Samir Amin al
manifesto: «Sarà determinante l'ampiezza del movimento contro Mubarak.
E la scesa in campo di forze sociali e sindacali. A breve termine, la
posta in gioco è un regime "accettabile", che cessi la
repressione, tolleri la pluralità degli organismi politici. Suleiman
non è certo la risposta a questo» Parla il presidente del Forum
Mondiale delle Alternative «Obama sull'Egitto dovrebbe dire:
"vorrei ma non posso"»
In un Egitto che assomiglia sempre
più alla Tunisia, la rivolta brucia forte nelle aree più periferiche e
povere del paese e oggi tornerà a infiammare il Cairo. Ieri è
rientrato Mohammed ElBaradei, ritenuto l'unico esponente
dell'opposizione in grado di imporre a Mubarak un passo indietro: un
ritorno prudente, però, nelle vesti di chi vuole una transizione dolce
che non spaventi gli Stati uniti
Dopo la rivolta tunisina, s'infiamma
l'Egitto. Al grido di «Via Mubarak», «Pane, lavoro e salario minimo»
in migliaia scendono in piazza in tutto il paese. Almeno tre le vittime.
Un movimento ampio, oltre ogni previsione, pieno di donne. Il regime
trema. In fuga il figlio del presidente, destinato alla successione
Intervista a Kol Nikollaj,
segretario della Confederazione dei sindacati albanesi: «La protesta è
anche sociale, continuerà.».
«Noi venerdì eravamo in prima fila. È stata la Guardia Repubblicana a
sparare per uccidere»
Fedeli della famiglia, ladri comuni,
poliziotti, guardie presidenziali: le «truppe» di Ben Ali contro i
soldati. Il gabinetto d'emergenza del premier Gannouchi annuncia media
liberi e inchieste sulla corruzione Nuovo esecutivo, voto in 6 mesi: il
partito di Ben Ali resiste L'opposizione insorge. E le milizie del clan
sparano ancora
Un trattato tra Kabul e Islamabad
amplia gli scambi commerciali. Ma la via del Khyber pass resta insicura,
e per proteggere i propri convogli gli Usa pagano vecchi e nuovi warlord
I rifornimenti per le truppe Nato e Usa in Afghanistan arrivano dal
Pakistan: ma sono sotto il fuoco dei ribelli
Con l'inaugurazione del nuovo
Congresso con una forte maggioranza repubblicana alla Camera, per Obama
si aprono 20 mesi in cui si gioca la rielezione. I suoi appelli alla
collaborazione destinati a cadere nel vuoto per l'estremismo dei Tea
party e le divisioni interne ai democratici
Un dispaccio rivela: gli Usa al
corrente dei piani israeliani per la Striscia. Il governo Olmert si
oppose all'invio di aiuti statunitensi ai palestinesi
Matteo Miotto, secondo la
ricostruzione del ministero della difesa, è stato ammazzato da un
cecchino. L'attacco nella stessa zona dove due mesi fa erano stati
colpiti a morte quattro commilitoni. La «nuova» missione affidata a
Roma si conferma piena d'incognite e pericoli I soldati italiani in
difficoltà nel distretto-roccaforte taleban recentemente passato sotto
il loro controllo
Cercasi diritti gay. In quasi tutta
Europa le unioni tra persone dello stesso sesso sono riconosciute dalla
legge.
Ogni anno centinaia di coppie omosessuali si recano all'estero per
sposarsi. Un'opportunità negata in patria e ottenuta, grazie anche
all'aiuto di strutture legali, in molti paesi d'Europa. Qualcuno li
chiama «esiliati». Molto più semplicemente sono uomini e donne che
non accettano di subire un divieto che non sanno spiegarsi e che vivono
come un'ingiustizia. E non solo nei loro confronti