Questo articolo è stato pubblicato il 27 febbraio 2011 alle ore 08:13.

NEW YORK. Dal nostro inviato
È raro che il ministro della Difesa di un paese che è stato impegnato negli ultimi anni in due teatri di guerra metta publicamente in discussione la decisione di schierare le proprie truppe. Eppure è quello che ha fatto venerdì scorso Robert Gates in un discorso a West Point, la storica accademia militare dell'Us Army.
«A mio parere, qualsiasi futuro ministro della Difesa che di nuovo pensi di consigliare a un presidente di mandare l'esercito in Asia, in Medio Oriente o in Africa dovrebbe farsi esaminare la testa, come disse diplomaticamente il generale MacArthur», ha dichiarato Gates.
Il riferimento è a un'espressione usata nel 1961 dall'eroe della Seconda Guerra Mondiale con l'allora presidente John F. Kennedy che stava valutando un possibile intervento in Vietnam. Ma chiaramente anche al suo predecessore, Donald H. Rumsfeld, il responsabile delle due campagne militari che Gates ha ereditato alla fine del 2006, quando George W. Bush lo mise a capo del Pentagono dopo aver sollevato dall'incarico Rumsfeld.
Confermato al suo posto da Barack Obama, Gates può oggi parlare con la credibilità del servitore dello stato bipartisan. Ma soprattutto con la sincerità di chi non deve preoccuparsi di mantenere la poltrona. Pur non avendo ancora indicato una data precisa, ha infatti già annunciato che entro l'anno lascerà.
Quello di venerdì a West Point è stato probabilmente il suo discorso di addio alla cittadella dell'Us Army. Ed evidentemente non ha voluto congedarsi dai cadetti con semplici parole di rito.
«Le probabilità che si ripeta un altro Iraq o un altro Afghanistan - e cioè che si invada, stabilizzi e amministri un altro grande paese del Terzo Mondo - sono scarse», ha detto. Aggiungendo che nel prossimo futuro, per via soprattutto dell'austerità fiscale dovuta al deficit del bilancio, l'Us Army si troverà sempre più frequentemente a dover giustificare i numeri, le dimensioni e i costi delle proprie formazioni pesanti: «Nella competizione per i più ridotti fondi della difesa, l'esercito dovrà capire che gli scenari di intervento militare più plausibili impegneranno soprattutto marina e aviazione più che una grossa forza terrestre». All'Us Army verrà piuttosto chiesto di fornire «forze di intervento rapide e leggere» in operazioni di breve durata con compiti di contro-terrorismo, risposta a disastri naturali o di pacificazione e assistenza a forze locali.
La previsione di Gates è che i conflitti del futuro saranno «radicalmente differenti» da quelli che lui si è trovato a gestire negli ultimi cinque anni alla guida del Pentagono. Anche se ha subito dopo ammesso che fare previsioni non è mai stato il forte del suo ministero. «Non ne abbiamo mai azzeccata una». ha detto proseguendo in una pesante autocritica. «Da Grenada a Panama, dalla Somalia ai Balcani, da Haiti al Kuwait, fino all'Iraq e via di seguito, ogni volta ci siamo trovati a non avere neppure idea delle missioni in cui ci saremmo dovuti impegnare».
Il Segretario della Difesa ha concluso non esitando neppure a criticare l'istituzione dell'esercito per la sua politica di «promozioni automatiche» a discapito delle doti individuali. «L'esercito è sotto certi aspetti divenuto avverso al rischio», ha detto Gates. «E troppo spesso si incentivano gli ufficiali a tenere la testa bassa, non prendere le decisioni pur di non rischiare errori e non dissentire mai dai propri superiori».
Una vera e propria doccia fredda per i cadetti del 2011.
cgatti@ilsole24ore.us

vedi ansa 6di2006 

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