"Migliaia di uomini mandati a morire con tanta superficialità e senza alcuna preparazione. In Russia non credevo più a niente"
In un colloquio di parecchie ore , il comandante
partigiano Nuto Revelli ci ha raccontato la sua storia:
dall'Accademia militare di Modena alla partenza per la Russia,
alla drammatica ritirata, al ritorno in Italia. Gli abbiamo
chiesto di spiegarci come vedeva l'Italia, il fascismo, i
tedeschi, la guerra, dal lontano Don. Molti dei fatti narrati si
possono ritrovare nei suoi libri, dal diariodi Russia ["Mai
tardi"] fino all'ultimo, bellissimo, "Il disperso di
Marburg". Questa è la sintesi della sua testimonianza.
Nuto Revelli
Il fronte russo è stata la mia prima esperienza di guerra. Ero
uscito da poco dall'Accademia militare di Modena, e i miei
insegnanti per la maggior parte erano ufficiali anziani con
l'esperienza della guerra 1915-18 sulle spalle. E il nostro
esercito alla vigilia della seconda guerra mondiale era in gran
parte l'esercito della prima, come preparazione, o meglio
impreparazione militare: era fuori dal tempo, superato,
strutturato per una guerra più di posizione che di movimento,
concepito quando non si parlava ancora di colonne corazzate, di
aerei come elementi dominanti nella strategia. Quando sono uscito
dall'Accademia avevo tanta teoria in testa, ma superata.
Non voglio sminuire i miei insegnanti di allora, perché da loro
qualcosa ho appreso, però sul piano pratico erano cose vecchie.
Un solo esempio: in due anni di Accademia, io e tutti i miei
compagni non abbiamo visto un solo carro armato vero ma
esclusivamente carri armati sulla carta, disegnati in sezione
verticale e traversale. Si può dire: tu volevi fare l'ufficiale
negli alpini, per cui non ti serviva vederne uno. Ma nel mio
corso c'erano gli alpini e i bersaglieri ma anche i carristi,
quelli che finita l'Accademia sarebbero diventati ufficiali
carristi. Eravamo già in guerra, per me l'Accademia è iniziata
nell'autunno del 39 ed è finita nella primavera del 41. Mai
visto un mitra, un Beretta. I primi due li ho visti nell'agosto
del 42 sul fronte russo durante le marce verso il Don,
imbracciati da due sottufficiali di scorta al generale Gabriele
Nasci, comandante del corpo d'armata alpino, delle divisioni
Cuneense, Tridentina e Julia. Noi della Tridentina stavamo
compiendo le marce dalla stazione di sbarco di Novo Gorlovka
verso Voroscilovgrad: invece di andare nel Caucaso ci avevano
dirottati in quelle immense pianure, anche perché una divisione
italiana che era sul Don da poco tempo, la Sforzesca, era in
ritirata, aveva ceduto. Marciavamo verso Voroscilovgrad, poi
avremmo proseguito per raggiungere la zona della Sforzesca.
Avevo visto Nasci, era lì che ci guardava sfilare, con questi
due sottufficiali coi mitra. Poi li ho rivisti qui a Cuneo, in
dotazione ai "balordi" della Ettore Muti di Borgo San
Dalmazzo che erano delle bestie feroci, giovani e meno giovani.
Camminavamo su quelle pianure immense, in piena estate, un sole
che bruciava, il vento. La mia compagnia consisteva in 342
alpini, 8 ufficiali e 90 muli. Noi alpini procedevamo per due in
fila indiana. La colonna era lunga almeno un chilometro. Noi, con
l'alpenstock, un bastone alto due metri che serviva per andare in
montagna. Era uno spettacolo fuori dal tempo. Incrociavamo ogni
tanto qualche camion tedesco su quella pista tracciata sui campi,
polverosa. Si sollevava la polvere per tramutarsi in una specie
di nebbia. I tedeschi ci guardavano con curiosità: "Ma chi
sono questi?" C'era un mulo per ogni tre alpini. Avevamo
già abbandonato le piccozze e le corde da roccia alla stazione
di sbarco. Avevamo una dotazione importante di piccozze, corde da
roccia e ramponi da ghiaccio, eravamo truppe da montagna. Se non
era follia, questa: truppe alpine mandate a combattere in quegli
scacchieri di guerra: Mussolini, il "grande statista",
un disastro anche come esperto di cose militari. Era già un
delitto mandare della gente a morire, ma farlo in quelle
condizioni era un doppio delitto. Mussolini diceva di non sapere,
ma lui sapeva tutto, aveva informatori nello stato maggiore
dell'esercito. Il nostro esercito aveva già subito il collaudo
nel giugno 40, qui sulle nostre montagne, in quella brevissima
guerra durata pochi giorni contro la Francia. Mussolini sapeva
tutto: sapeva che le scarpe in dotazione all'esercito facevano
pietà. Erano scarpe, a mio giudizio, prodotto di tangenti
sistematiche, già allora c'era il sistema delle tangenti e un
ladrocinio generalizzato. Si pensi che nei 7-8 giorni di guerra
guerreggiata qui in casa nostra, nelle nostre valli lungo la
displuviale alpina, abbiamo avuto qualcosa come 600 morti e
altrettanti dispersi. E inoltre, era giugno del 1940, 2000
congelati. C'era di che allarmarsi, no? I libri dell'ufficio
storico dello stato maggiore usciti dopo la Liberazione riportano
questi dati.
Il mio era un equipaggiamento da ufficiale, diversissimo da
quello dei soldati. Prima di partire per la Russia ero andato dal
miglior calzolaio di Cuneo per farmi fare degli scarponi da
montagna a regola d'arte. Le scarpe in dotazione alla truppa,
invece, erano le stesse che usavano i soldati in Africa. I
vertici del fascismo sapevano tutto. Io la responsabilità la dò
sempre a quell'uomo - Mussolini - ma anche al regime, ai vertici
militari, al potere economico, alla monarchia. Anche quel re
piccolo piccolo sapeva tutto. Costoro giocavano la carta dei
tedeschi, puntavano tutto sui tedeschi che vincevano dappertutto.
Tanto i tedeschi fan tutto loro, noi diamo una mano e poi ci
pensano loro. Sapevano tutto, non erano nella condizione del
nostro montanaro con la seconda elementare. C'era stata la guerra
contro la Francia, e quella del fronte greco-albanese che è
stata una esperienza drammatica: là i congelati non erano 2000,
ma molte migliaia. La guerra è durata dal 28 ottobre del 40 a
maggio/aprile del 41, quando sono arrivati i tedeschi a toglierci
dalle difficoltà. Là la logistica era saltata per aria, era
inadeguata perfino a risolvere i problemi del rifornimento del
pane ai soldati.
La guerra con la Francia: se ne sa poco ma merita di essere
studiata perché è stata il collaudo del nostro esercito che
aveva stravinto in Etiopia, dove però si combatteva contro i
bastoni e le lance. Il vero collaudo è stato sul fronte
occidentale. Per due giorni è stato tutto un susseguirsi di
ordini e contrordini: sparate, non sparate. Poi iniziare la
marcia verso Marsiglia. I francesi che erano barricati nei loro
bunker con le artiglierie efficienti, appena ci siam mossi hanno
cominciato a picchiarci in testa. Quando sono giunto a Cuneo dopo
l'Accademia, ero curiosissimo, sapevo che sarei dovuto andare in
guerra. I miei alpini nel maggio del 41 erano appena tornati dal
fronte greco-albanese. Avevo una quarantina di uomini, li
interrogavo, li ascoltavo. Li invitavo a parlare e imparavo.
Dicevano in coro che le loro artiglierie facevano pietà: i
mortai greci erano micidiali, sembravano dei giocattoli ma erano
efficienti. Perdevano le scarpe a pezzi, le tenevano legate con
il fil di ferro. Avevano sofferto la fame, mancavano le
munizioni. I miei soldati avevano vissuto quasi tutti
l'esperienza del fronte occidentale.
Mi parlavano i congelamenti, le nostre valli intasate, la
confusione, storie incredibili. Era gente di montagna che aveva
vissuto male quella guerra: magari dall'altra parte, con i
francesi, c'erano i loro parenti, emigrati poco tempo prima.
Alla vigilia della partenza per il fronte russo ero alla
Tridentina a Rivoli, avevo preso coscienza della mia ignoranza:
pian piano ero arrivato a dirmi "devo capire, devo capire
perché". Io parto, vado ad ammazzare o a farmi ammazzare, a
migliaia di chilometri da casa: per che cosa? Era un
interrogativo drammatico. Tanti non se lo ponevano, oppure davano
una risposta semplicistica: "Vado per la patria". Ma
cos'è la patria per la quale vado ad ammazzare o a farmi
ammazzare? E il fascismo? Io ero stato un giovane fascista, ero
nato e cresciuto come tutti i giovani della mia generazione nella
retorica, nel trionfalismo del Ventennio. L'Accademia mi aveva in
parte disintossicato. Arrivo a dire 50 anni dopo che la stessa
scelta di andare all'Accademia voleva dire lasciarmi alle spalle
il mio fascismo infantile. Era già stata una scelta matura, di
vita, avevo vent'anni. In accademia avevo ascoltato le prime
espressioni di critica al fascismo, da cui l'esercito tendeva a
differenziarsi. Quando sono entrato nell'Accademia di Modena,
confuso, nel giro di un mese ho imparato una nuova gerarchia. Sua
maestà, il re imperatore Vittorio Emanuele III, era il numero
uno nel paese. Ricordo che mi ero detto: "il numero due
sarà Mussolini, obbligatoriamente". No, il numero due è
Sua Altezza reale il principe di Piemonte. E' giovane ma è
l'ispettore dell'arma di fanteria. E Mussolini? Era il numero tre
il duce del fascismo, capo del governo, ministro della guerra.
Avevo ascoltato critiche aperte: "La guerra sul fronte
greco-albanese è iniziata il 28 ottobre: un disastro. Avanzate,
ritirate, la macchina militare è sull'orlo del collasso".
Badoglio venne esautorato, era capo di stato maggiore. Al suo
posto subentrò Cavallero che andava bene a Mussolini. Badoglio
capro espiatorio del disastro. Il giorno dopo questa operazione
in 180 allievi del mio corso siamo alla lezione di storia. Entra
il colonnello Reggiani, bravissimo insegnante di storia militare,
che rispettavamo molto. Come entrava nell'aula tutti scattavamo
sull'attenti, si sentiva come un rumore di tamburi perché il
pavimento era di legno. Si aspettava che l'insegnante dicesse
"Comodi". Scattiamo tutti sull'attenti e il colonnello
con voce commossa e le lacrime agli occhi pronuncia una frase
più o meno come questa: "Delle squadracce dei fascisti,
gente che vale niente, hanno osato esautorare il maresciallo
Pietro Badoglio che è l'esercito". Erano pugni nello
stomaco per dei giovani sui 20 anni che avevano sempre sentito
osannare il duce. E arriviamo all'ultimo messaggio. Il giorno in
cui abbiamo finito l'accademia. Il nostro generale, Giacomo
Carboni, ci ha riuniti e ci ha detto: "La guerra va male, le
responsabilità non sono dell'esercito, sono del fascismo".
Un altro pugno nello stomaco, come se chiudendo un seminario il
professore avesse tirato una bestemmia.
Avevo già socchiuso gli occhi quando arrivai qui a Cuneo, e i
miei soldati mi fecero un corso accelerato. Poi mi hanno
trasferito a Rivoli, dove i miei soldati erano montanari e
contadini valtellinesi. Anche lì continuavo ad ascoltare nuove
verità.
Non capivo niente, ero ignorante, ero cosciente di esserlo però
partivo sperando di vincerla comunque, quella guerra. Andiamo
là, siamo con i tedeschi, i tedeschi vincono sempre. Vinceremo.
Non voglio parlare di onore, c'è il rischio di cadere nella
retorica, 50 anni dopo. Ti sentivi parte dell'esercito, se eri un
ufficiale serio conoscevi un pochino questi uomini, i loro
problemi familiari, dialogavi con loro. Poi ti attaccavi a questa
gente e ti veniva voglia di dire: "Facciamo di tutto per
avere meno perdite possibili". Pensavo fosse meglio vincere
che perdere. La patria per me erano questi soldati che avevano
già due campagne di guerra sulle spalle e che non avevano voglia
di andare sul fronte russo, però partivano. Provavo un po' di
vergogna: questi erano già in guerra mentre io facevo
l'accademista. Eppure ho scelto di fare il militare nella vita.
Tutte queste cose si intrecciavano, sovrapponendosi. Io intuivo
che i miei soldati non ne volevano sapere di andare in guerra.
Guardavo questi poveri cristi e mi sembrava che il minimo che
avrei potuto fare era di condividere con loro. Uno dei miei
soldati a Rivoli, tutte le sere allestiva un bamboccio sul letto
e scappava. Eravamo abbastanza comprensivi, non fiscali, c'era
poco da essere fiscali. Questi soldati avevano già altre
esperienze di guerra sulle spalle ed erano dei ribelli. Un giorno
lo affrontai e gli dissi "Ma dove vai a finire tutte le
notti? Guarda che se ne sono già accorti i miei colleghi".
E questo: "Mia moglie e il mio bambino vivono a Torino. Io
finchè non si parte scapperò tutte le notti. Però le prometto
una cosa: quando saremo in Russia, al fronte, ci saranno delle
posizioni a rischio e io mi presenterò da lei e le dirò: Mi
mandi nella posizione più pericolosa'". A settembre, mi
sembra l'11, arriviamo in una posizione difficile, rischiosa. Ci
affanniamo per prepararci alla difesa quando arriva questo
soldato e mi dice: "Tenente, si ricorda quel giorno a
Rivoli? Mi ha richiamato perché scappavo sempre. So che c'è
quella posizione lì, molto rischiosa, voglio andarci".
Ecco, c'era anche gente così. Tre anni fa, dopo cinquant'anni mi
ha telefonato: "Si ricorda? Sono quello che scappava sempre.
Sono a Cuneo e vorrei tanto incontrarla". 50 anni dopo! La
notte del 21 luglio 42 era il mio compleanno. Dopo tutto un
giorno di preparativi, a mezzanotte eravamo pronti a partire. La
stazione di Collegno era deserta perché i nostri soldati erano
valtellinesi e quindi non c'era nessuno a salutarli. A mezzanotte
la tradotta si muove ed arriva dai vagoni un coro lamentoso,
quasi un pianto. Cantavano una canzone proibita, Bandiera nera,
che recita in una strofa "bandiera nera/ è il lutto degli
alpini che vanno alla guerra. La migliore gioventù va
sottoterra". Una canzone di protesta, non guerriera. Quel
canto mi è arrivato come un messaggio, una conferma dello stato
d'animo dei miei soldati, che della guerra non avevano proprio
alcuna voglia. Abbiamo sostato a Milano. Le donne fasciste, in
sahariana, portavano ai soldati acqua e ghiaccio. Soldati che
avevano bisogno di intontirsi con vinaccio, grappa, non certo con
dell'acqua fresca. Al Brennero è successo qualcosa e abbiamo
sostato a lungo. Ferma sul binario parallelo al nostro c'era una
tradotta tedesca che entrava in Italia. La loro tradotta
consisteva soprattutto di carri armati. Era caldo. I tedeschi
stavano sdraiati a torso nudo al sole, e noi tutti infagottati
nelle nostre divise fuori dal tempo. Con le fasce mollettiere
intorno alle gambe. E il cappello da alpini. I tedeschi ci
guardavano sbalorditi. Dai vagoni di coda dove stavano rinchiusi
i 90 muli arrivò un rumore incredibile: quelle povere bestie,
cotte dal caldo, avevano cominciato a scalciare. I tedeschi
spalancavano gli occhi: "Ma cos'hanno dentro questi
vagoni?". Ricordo quel confronto al Brennero: noi eravamo i
vecchi, loro quelli della guerra moderna. Poi arrivammo in
Austria: ma che belle stazioni. E il paesaggio, tutto ordinato,
intatto. Poi la Germania, ancora tutto bello e ordinato. Poi la
Polonia: grandi distese di terra incolta o con il grano non
raccolto, un paesaggio monotono. Gli alpini contadini guardavano
e dicevano: "Se ci fossimo noi a coltivare".
Ignoravano che la Polonia era occupata dal settembre del 1939.
Poi i primi segni dei bombardamenti, qualche piccola stazione
ferroviaria distrutta dalle bombe. E Varsavia con i segni di
bombardamenti. E' lì che ho visto il primo gruppetto di ebrei,
uomini ancora in forze, non ancora dei relitti. Li ho visti da
lontano, qualcuno ha cominciato a dire "Hanno quel segno
giallo, quella stella. Ma chi sono?". Nessuno sapeva dei
campi di sterminio, mentre attraversavamo la Polonia sfiorandoli.
Dopo Varsavia, Terespol, dove vedemmo delle donne ebree che
lavoravano, appena fuori la stazione. Dov'è successo il fatto
che mi ha segnato per tutta la vita è a Stolbzce, una piccola
stazione tra Brest-Litovsky e Minsk, in Bielorussia. Viaggiavamo
almeno da otto giorni con soste brevissime, giorno e notte. Non
è che durante quei giorni e quelle notti avessimo imparato la
geografia dell'Europa, però ci rendevamo conto che la Russia era
proprio lontana: i soldati nei carri bestiame, e noi otto
ufficiali in un vagone di terza classe. Arrivammo a Stolbzce in
pieno giorno e stranamente ci dissero che la sosta sarebbe stata
lunga. Quindi bisognava scendere dalla tradotta. Scendemmo e ci
venne incontro un gruppo, un branco, forse 60/70 persone ridotte
in condizioni indescrivibili, coperte di stracci, scalze.
Relitti, in piedi per miracolo.
Donne, vecchi, bambini. Era una stazione il cui immobile era
modestissimo. Ho visto questa folla venire verso di noi e poi ho
visto i bambini che saltellavano, gli unici ancora vitali -
facevano tenerezza nei loro giacconi da adulti. Sullo sfondo era
comparso uno strano personaggio, indossava una specie di smoking
tutto nero, cravattina a farfalla, camicia bianca, e brandiva un
bastone. Sembrava uno spaventapasseri e rincorreva i bambini per
evitare che ci raggiungessero. Ma lo faceva senza convinzione,
rientrava forse nel suo ruolo di kapò improvvisato. A 20 metri
da questo branco di relitti, tre SS: erano ragazzi, spilungoni
eleganti nelle divise. Sorvegliavano con le gambe divaricate in
posizione di riposo ma anche del "chi va là", con le
mitragliette puntate. Sembravano indifferenti, assenti,
lasciavano che questa gente si mescolasse a noi. Odiosi,
sembravano finti con le facce lisce, sbarbate, da bambini
cresciuti troppo in fretta. Guardavo questa gente, avrei voluto
scambiare qualche parola, capire. Elemosinavano un pezzo di pane,
un rifiuto. Ci guardavano, mormoravano, non si capiva niente.
Parlavo con i miei colleghi. Volevo capire: "Ma questi qui
sono pazzi a farci vedere uno spettacolo del genere,
terrificante. E' uno spettacolo che fiacca il morale. Che senso
ha?". Il meccanismo dello spettacolo faceva capire che
esibivano la cosa, quei 3 tedeschi rigidi come manichini
permettevano a questa gente di avvicinarsi a noi. Era voluto. Mi
chiedevo se fosse un caso isolato, questo spettacolo. "Santa
Madonna, se questa è la guerra dei tedeschi io non ci sto, non
è la mia". Io che ero partito per andare a capire,
cominciavo a capire. Eravamo talmente spaventati di fronte a
quella visione che in quella sosta durata 3 ore abbiamo avuto il
tempo di preparare un rancio caldo, il primo dopo tanti giorni.
Abbiamo distribuito il rancio a questa gente che era stata
attratta dal profumo del minestrone. Non avevano niente dove
metterlo e così si industriavano rimediando tra i binari
scatolette di latta arrugginite, buttate dalle tradotte. E' qui
che i miei interrogativi hanno cominciato a trovare una risposta.
Poi è successo quello che succede sempre in guerra: ripartimmo,
voltammo pagina. Siamo arrivati a Novo Gorlovca convinti di
andare sul Caucaso, il che ci dava una certa tranquillità
perché era montagna. E invece...
Arrivammo al fronte l'11 settembre, io il 24 settembre sono
rimasto ferito: una raffica mi ha portato via il bicipite del
braccio sinistro. E lì è cominciata la trafila degli ospedali,
delle retrovie. Mi sono reso conto della disorganizzazione delle
nostre retrovie, della corruzione. Ed è lì che sono diventato
un ribelle: vedevo i tedeschi nelle retrovie, motorizzati, con
camion, automobili, motociclette e noi poveracci a piedi
dappertutto. Retrovie false, scombinate. I tedeschi li ho odiati
a Voroscilovgrad, circa 200 km dal fronte, dove ero arrivato dopo
una lunga trafila in altri ospedali. C'era un ospedale enorme, da
dove era vietato uscire, e io uscivo perché era l'unico modo per
ribellarmi. Un giorno vidi passare una colonna di civili, solo
uomini, non ebrei, guardati dai tedeschi con le mitragliette.
Erano in fila per due intramezzati ogni tanto da un tedesco. Mi
colpiva la loro dignità, camminavano a testa alta. Ho provato
una vergogna profonda, di chi prende coscienza di essere un
aggressore.
Perché poi questo spettacolo lo mettevi a confronto con la
corruzione, gli ospedali scombinati. E ogni tanto incrociavi un
ufficialetto con gli stivali, la divisa da figli di papà, con a
braccetto uno straccio di ragazza, disposta a tutto per un pezzo
di pane. E' lì che sono diventato quello che sono. Una sera,
eravamo in 7/8, uno con le stampelle, io col braccio al collo.
Gli italiani ci portarono al binario e ci dissero che sarebbe
arrivato il treno ospedale. Ci caricano su un treno tedesco,
pieno di soldati, in parte arrivavano da Stalingrado. E noi 7/8
italiani finimmo tra questi nevrotici di tedeschi che ci
trattavano da cani. Io avevo occupato un posto con uno zainetto:
arrivò un tedesco e me lo buttò via. La tradotta ogni tanto si
fermava e salivano delle donzelle della croce rossa che portavano
pane, marmellata, caffè. Mai che si sbagliassero, mai che
dessero qualcosa a noi italiani.
Abbiamo viaggiato 24 ore senza un goccio d'acqua. E poi siamo
arrivati a Dniepro Petrovska. Dopo qualche giorno ho chiesto
rapporto dal colonnello, un tipo vecchio che aveva dei gradi
enormi sulle maniche. Gli ho detto che volevo andarmene: "Io
soffro la fame di pane, mi dica lei, se è possibile. Qui rubate
tutto". Lui gridò: "Come ti permetti. Sei un
ufficiale. Tu vai via se ti lasciamo andare". "No, io
scappo". "Vuoi diventare un disertore?". "No,
lei non ha capito: io torno al fronte. Lì l'ambiente è
pulito". Quando sono arrivato sul Don, i miei soldati mi
interrogavano, volevano sapere come funzionavano gli ospedali, le
retrovie, cosa ci fosse dietro. Io dicevo soltanto: "Se
rimanete feriti fermatevi più che potete all'ospedale da campo
del reggimento".
Poi è arrivato il freddo. I soldati erano stranamente
ingrassati.
Erano gonfi perché per compensare il rancio povero avevano
scoperto dei campi di patate e dei depositi di grano e allora
facevano grandi polpette di patate e grano che tritavano con
macinini improvvisati che si erano costruiti. Erano gonfi, stufi,
stanchi. Tra raffiche di katiuscia - l'artiglieria che sparava
18-24 bombe contemporaneamente - .abbiamo cominciato a vedere
dall'altra parte del Don processioni di automezzi coi fari accesi
che andavano verso sud. E poi abbiamo avuto le prime notizie che
a sud c'era una breccia enorme e i sovietici ci avevano
accerchiato.
E arriviamo al 17 gennaio, quando comincia il ripiegamento del
grosso del corpo d'armata alpino. Io mi sono fermato una notte in
più sul Don con un reparto di mascheramento per far credere ai
russi che erano sull'altra sponda che noi eravamo ancora lì.
Siamo rimasti tutta la notte a sparare per far credere che come
tutte le notti provavamo le armi e tenevamo le stufe accese nei
bunker. Il giorno dopo ho lasciato Belogorie e sono arrivato a
Podgornoe, un villaggio enorme che era punto di radunata della
mia divisione. Fine del mondo, caos completo, decine di migliaia
di sbandati: italiani, tedeschi, ungheresi. Noi della Tridentina,
qualcuno della Julia, molti senza reparto. Depositi di munizioni
tedeschi che saltavano in aria, depositi di viveri assaltati, un
inferno. E da lì è iniziata la trafila della ritirata:
tremenda. La ritirata è durata fino al 30 gennaio, quando
abbiamo incontrato i primi segni di una linea tedesca appena
abbozzata.
Siamo usciti come siamo usciti, quasi ognuno per proprio conto.
Io avevo 3 slitte cariche di feriti. Ci siamo fermati un giorno o
due e poi ci hanno detto che bisognava ripartire verso ovest. Il
mio reparto non aveva più 342 alpini: s'era ridotto a 60/70. I
muli li avevamo persi quasi tutti. Abbiamo percorso altri 700 km
per raggiungere Slobin, zona di radunata della divisione. Qui
abbiamo avuto una sosta.
Ormai era impossibile ricompattare anche un reparto minimo. Da
Roma ci chiesero di rimettere in sesto qualcosa di italiano, ma
quando ci hanno interpellati abbiamo fatto capire che non c'era
nulla da fare: finito.
Tornando all'ignoranza di partenza, ricordo esattamente quando ho
capito tutto: il pomeriggio del 20 gennaio, dopo due tre giorni
di ritirata. Nel pomeriggio, c'era ancora un po' di luce, la mia
colonna era ferma sulla piana di Postoialy in attesa di ordini.
Il reparto aveva un centinaio di uomini recuperabili. Il comando
del corpo d'armata, con il generale Nasci, aveva perso ogni
contatto con la Cuneense e la Julia poiché non c'era più una
sola radio funzionante, non sapeva in che direzione farci andare.
Eravamo fermi, con 8.000 tedeschi sbandati e altrettanti
ungheresi. Formavamo una scia nera lunga chilometri e larga 70
metri. In quella situazione, quasi buio, è arrivato un aereo
sovietico a mitragliare. Vedevo uomini, soldati che saltavano in
aria. Ricordo che i miei alpini avevano appena acceso un fuoco
con della paglia. C'erano 25 gradi sotto zero. In quel momento
ero lì con due colleghi, ci siamo guardati in faccia e ci siamo
detti: "Madonna santa, qui è la fine". E ho penasato:
"Non credo più in niente". Ho maledetto la monarchia,
il fascismo, i generali, la guerra.
Ho capito tutto, ho avuto la percezione di essere uscito
totalmente dalla mia ignoranza iniziale. Però era tardi.
Infatti, da allora in poi, mischiato in questa colonna rumorosa
dove c'era chi vaneggiava, chi parlava da solo, chi si agitava
per scaldarsi, ho cominciato a dire la mia. La memoria visiva mi
fa rivedere il volto delle persone, e quel fuoco di paglia che
venne spento in fretta e furia all'arrivo dell'aereo sovietico.
Quel collega che mi diceva "Chissà se a Roma sanno".
Ma cosa vuoi che sappiano, a Roma ci hanno già dimenticato. Me
lo sono detto tante volte dopo questo episodio: se esco vivo di
qui lascio l'esercito. Non sopportavo più la divisa, gli ordini,
s'era rotto qualcosa.
Guardavo la popolazione durante quelle marce: la guardavo con il
rimorso di aver partecipato a quella guerra sbagliata e poi la
guardavo con tenerezza, una popolazione fatta quasi tutta di
anziani. Mi aggrappavo a quel mondo, il mondo della popolazione
civile, perché vedevo in esso uno spiraglio di pace e forse
vedevo anche la mia famiglia. Quando siamo arrivati a Slobin
siamo stati tre o quattro giorni in una casa non povera dove
c'era un vecchio che mi ricordava tanto mio padre: un uomo alto,
severo, con due bambini sui cinque anni. C'erano due o tre stanze
e a noi ne avevano assegnata una, eravamo in 3. Loro vivevano da
soli. Ho cercato di avere un dialogo con il vecchio, usando
quelle poche parole di russo che avevo imparato. Noi eravamo
molto gentili, però lui ci faceva capire che ci sopportava, ma
ognuno doveva stare al suo posto. Allora ci siamo messi a
cantare, cercando di coinvolgere i bambini. Il vecchio li ha
portati via. Dopo un po', però, dall'altra stanza è arrivato
l'eco del loro canto.
Io mi aggrappavo a queste cose. Il mio generale aveva fatto un
volantino con sù scritto "Ricordare e raccontare", ma
appena arrivati in Italia non facevano che ripeterci: "No,
non dite niente della Russia, degli italiani e dei
tedeschi". Dalla ritirata sono tornato con tre armi. Il mio
generale che sapeva delle armi, due parabellum e una
pistol-machine tedesca, voleva che le consegnassi e io continuavo
a dire di non avere niente e me le sono portate a casa. La
pistol-machine l'avevo requisita ad un tedesco nel momento in cui
ero uscito dall'accerchiamento. Avevo visto 3 o 4 tedeschi che ci
sbeffeggiavano e fotografavano.
Avevo una voglia matta di saltar loro addosso. Un po' più in là
c'era un bamboccetto tedesco con la faccia da suonato e la
pistolmachine in spalla. Un'ora prima un mio alpino mi aveva
regalato due pacchetti di sigarette che aveva preso dallo
zainetto di un tedesco. L'istinto mi ha fatto andare là con le
sigarette in mano: gli ho toccato la cinghia della pistol-machine
e gli ho fatto capire che in cambio gli avrei dato le sigarette.
Ha accettato: mi pareva di aver disarmato un tedesco. Sono
tornato i Italia con quelle tre armi: mi ero messo in testa che
non era finita, che sarebbero servite ancora.
Eravamo tornati in pochissimi dalla Russia, la divisione Cuneense
era scomparsa sul fronte russo. I pochi reduci venivano convocati
alla federazione fascista a Cuneo, dove li accoglievano facendo
grandi elogi, ma con una predica finale: "Non parlate, non
dite niente né dei tedeschi né degli italiani. Il fronte
interno non deve sapere".
La musica era sempre la stessa: "Taci, il nemico ti
ascolta".
Soltanto alla terza convocazione decisi di andare alla
federazione fascista. Mi sono trovato davanti un imboscato che
prima mi ha elogiato e poi mi ha ripetuto di non dire niente
della Russia. L'ho aggredito, gli ho detto di non rompermi più
l'anima. Io pensavo di non riuscire più a credere in nulla.
Sentivo il peso di quelli rimasti in Russia. Stavo nella mia
stanza, leggevo il diario, pensavo ai miei caduti e dispersi di
Russia e mi mettevo a piangere. Piangevo anche per un'ora, da
solo. I miei capivano che soffrivo perché vivevo le notti
rivedendo la ritirata, rivivendo i combattimenti. A volte urlavo
"spara, spara" e mi svegliavo di soprassalto. E' così
che è arrivato l'8 settembre e il partigianato. Ma questa è
un'altra storia.
In Russia ho capito che la guerra era perduta. Anche i tedeschi
erano mal messi. Li avevo visti sbandati, fare i prepotenti in
alcuni casi ma anche comportarsi da vinti e quindi anche sulla
macchina bellica tedesca mi ero fatto delle convinzioni. Quando
è arrivato l'8 settembre, ricordo in via Roma l'euforia della
"guerra finita", i soldati che si abbracciavano e la
gente che festeggiava. Io avevo le idee precise sul fatto che la
guerra sarebbe stata ancora lunga, questa volta contro i
tedeschi. Da partigiano continuavo a dire ai miei compagni
inesperti di guerra, in previsione dei rastrellamenti:
"Guardate che se noi spariamo bene quelli scappano come
tutti". Questo per smitizzare la solita immagine dei
tedeschi invincibili, straordinari, uomini d'acciaio.
Era la retorica aiutata dalla spietatezza che avevano i tedeschi
nelle rappresaglie, nelle risposte, negli atteggiamenti. I
tedeschi urlavano sempre. Era più forte di loro, urlavano
sempre.
I fascisti erano peggio dei tedeschi. Dopo il disastro di Russia
odiavo i tedeschi, li consideravo responsabili del nostro
disastro. Ma quel disastro l'avevamo cercato, voluto, avevamo
fatto il possibile per realizzarlo. Nel mio diario di Russia, che
è trascritto nel libro "Mai tardi", quando cito i
tedeschi li chiamo sempre bastardi, vigliacchi, balordi. Non c'è
mai scritto "i tedeschi" e basta, c'è tutta una
filastrocca di insulti. Del regime fascista non minimizzavo
niente: pensavo che il fascismo ci aveva traditi, plagiati, e
pensavo soprattutto alle migliaia e migliaia di morti e dispersi,
gente semplice mandata al massacro in quel modo tremendo.
Mandati in guerra in condizioni di inferiorità, un crimine che
gridava vendetta. Quando siamo partiti da Rivoli la voce era che
andavamo sul Caucaso: arriviamo là che è tutto finito.
La propaganda rozza la metteva sul comico, diceva: "La
nostra sarà una passeggiata, vinceremo in un baleno per poi
scendere ad Alessandria d'Egitto dove ci ricongiungeremo con i
nostri che avranno già conquistato tutta l'Africa".
Discorsi da ubriachi.
La stupidità del fascismo, e i suoi molti complici, come il re
che pensava a se stesso, alla monarchia, ai propri interessi, e
noi eravamo là a crepare.
Insisto molto sul discorso dell'ignoranza perché non poco di
quell'ignoranza, direi di massa, esiste ancora oggi: lo
riscontri, lo avverti nella cronaca quotidiana. Io parlo spesso
ai giovani durante le presentazioni dei miei libri. Dico loro:
"Lottate contro l'ignoranza, la vostra e quella degli altri.
Noi la nostra ignoranza l'abbiamo pagata cara. Nell'ignoranza si
può anche vivere bene, ma nei momenti estremi non ti salva.
Durante il fascismo non esisteva un solo libro che non fosse di
propaganda. Oggi chi vuol capire dispone di tutti i mezzi
necessari. Leggete, mettete a confronto le verità diverse, e poi
trovate la vostra verità".
a cura di Loris Campetti