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Laura Eduati
Nuraxi Figus (Carbonia Iglesias)
nostra inviata
Probabilmente è quell'atmosfera da film futuristico alla Blade
Runner , i pick up che attraversano le gallerie sballonzolando come
nella giungla, le lampade che squarciano il buio e la polvere, la
tagliatrice che divora il terreno con un rumore infernale, i nastri
trasportatori che non finiscono mai, il cri-cri dei grilli che chissà
come sono finiti quaggiù, il fango fino agli stinchi e i cunicoli
affollati di tubi come in una astronave dimenticata.
«Il fascino della miniera è innegabile» ammette Stefano, 31 anni,
ingegnere minerario da sei mesi nel sottosuolo. Il suo compito è
quello di sorvegliare il fronte del taglio, il cuore della miniera,
cioè dove il carbone viene estratto ad un ritmo di 1500/3000
tonnellate al giorno. Era il suo sogno di bambino, vestire la tuta
di cotone bianco e portare la lampadina in fronte, tornare alla luce
accecante del giorno e lavare il carbone dalla pelle con una lunga
doccia.
Eppure la fatica ti ammazza. Il turno è di sette ore, otto compreso
il pasto, la vestizione e la doccia. Ogni settimana cambi orario:
mattina, pomeriggio, sera, notte. «Lavorare quando gli altri
dormono è contro natura» pensa Matteo. Poi quella pesante cintura
in vita, generatore a destra, autorespiratore a sinistra,
parastinchi che irrigidiscono il polpaccio, scarpe dure come il
ferro.
Il turno inizia quando scendi con la gabbia-ascensore. Ci vuole
circa mezz'ora per raggiungere la postazione di lavoro, anche con la
Toyota. Sul fronte del taglio la galleria si fa stretta e insidiosa,
devi stare piegato e attento a non scivolare sui pistoni, la
tagliatrice schizza carbone e pietre, polvere e granelli. Il rumore
è angosciante. Tutto automatizzato, ripetono alla Carbosulcis. E'
vero, ma se la macchina si inceppa usi il martello, e se un pezzo di
carbone è troppo grosso lo devi sminuzzare con il motopicco. Come
una volta. Se sei fortunato capiti nella galleria di flusso, dove
arriva l'aria fresca. Peggio nella galleria di riflusso: un vento
caldo ti entra nei polmoni, l'umidità ti stringe il corpo, poco
ossigeno mischiato alle polveri. I manuali tecnici dicono che la
miniera di Nuraxi Figus è debolmente grisuttuosa; significa che
sprigiona grisu, gas simile al metano. La centrale di controllo
monitora costantemente la qualità dell'aria, pronta a ordinare
l'evacuazione. Alessandro è tranquillo: «Sono lontani i tempi dei
canarini». Canarini? «Sì, i minatori mettevano le gabbie coi
canarini, quando cadevano stecchiti voleva dire che rimaneva poco
ossigeno e bisognava andarsene in fretta».
«Lavorare con una maschera è faticoso specialmente quando cammini
e fai uno sforzo» racconta Matteo, che ha conosciuto Elisabetta in
chat e ha deciso di sposarla lo scorso dicembre dopo quattro anni di
fidanzamento e un periodo di convivenza. Lei è giovanissima, 22
anni. Figlia di minatore, studia la tromba e si arrabatta in un call
center per circa 600 euro al mese. Anche il padre di Matteo faceva
il minatore, proprio alla Carbosulcis. Da dicembre in
prepensionamento, ha vissuto gli anni della cassintegrazione con 5
figli a carico quando l'azienda, di proprietà dell'Eni, nel 1993
aveva deciso di dismettere la miniera perché poco produttiva.
Allora gli operai erano un migliaio, in centinaia occuparono i
cantieri per dimostrare che il carbone meritava un posto d'onore
nella politica energetica italiana. E vinsero la scommessa grazie ad
un decreto firmato da Silvio Berlusconi. «Quando annunciai a mio
padre che avrei fatto il minatore, mi disse semplicemente che non
era un buon lavoro, ma che era comunque un lavoro fisso e così non
sarei dovuto emigrare come gli altri». Perito elettrotecnico, dai
19 anni Matteo aveva provato ad andarsene: prima come gelataio in
Germania, poi in una azienda di Belluno dove gli offrivano un
contratto di due mesi a 800 euro, vitto e alloggio a carico. Suo. «Non
accettai». Ha varcato i cancelli della miniera, sedotto da quella
città sotterranea, labirintica, dove il tempo cambia volto.
30 anni. Questo è il limite massimo per il lavoro di un minatore.
Usurante, così viene catalogato ai fini pensionistici. Guadagni dai
1100 ai 1500 euro. «Ci abbonano 5 anni, ma è come se li avessimo
fatti». Meglio non parlare dello scalone, ti guardano storto.
Danilo, 22 in miniera, ha smesso di considerare romantiche le
gallerie. «L'amore per la miniera non c'è mai stato. Casomai si
tratta di attaccamento al posto di lavoro. Dopo qualche anno di
questa vita si passa dall'incanto al disincanto». Riposare, tornare
a casa dalla famiglia, dormire. Per Danilo questa è la ricetta
giornaliera per affrontare la miniera senza morire di fatica. Quando
montiamo sul pick up, lascia ciondolare la testa in un breve
sonnellino. Nemmeno per Vittorio, l'autista, è stata una scelta.
Aveva avviato un bar a Gonnesa, poi hanno cambiato la viabilità e
nessuno si fermava a prendere il caffé. A 32 anni ha messo
l'elmetto.
Nell'oscurità del fango capita di incontrare delle donne. Non fanno
le operaie, ma le supervisori e le ingegneri. Come Valentina, 40
anni e un viso perfettamente truccato nonostante il pulviscolo,
tecnico sorvegliante al bullonamento. Ovvero: sorveglia l'opera di
puntellatura delle gallerie. «Faccio un lavoro poco femminile ma mi
piace moltissimo». Unico inconveniente: negli antri scuri non
esiste la toilette. Gli uomini si arrangiano come possono, ma le
poche minatrici rimaste si sono ribellate e hanno ottenuto di
passare in superficie. Non Valentina. «Lagne da donnicciole. Se ti
scappa te la tieni».
Dopo pochi mesi da minatore, Matteo, Agostino e gli altri resistono
alla fatica e quando tornano in paese si dedicano ai passatempi di
sempre. Matteo suona il trombone nella fanfara dei bersaglieri, si
è esibito a Budapest, Firenze, Napoli, Cremona. Quando Elisabetta
è impegnata, si rilassa e cucina manicaretti. Alessandro fa
motocross e ascolta musica metal. Agostino si dedica alle caprette e
agli altri animali della fattoria. Nessuno parla dei problemi di
salute che potrebbero sviluppare in futuro. Farlo significherebbe
mettere in dubbio la miniera, cioè l'unica fonte di lavoro fisso.
Il minerale prodotto a Nuraxi Figus finisce alla centrale a carbone
dell'Enel di Portoscuso, che fornisce energia elettrica alla zona
industriale adiacente. Ma a prezzi poco competitivi, tanto che le
ditte minacciano di delocalizzare o di comperare energia
dall'estero. Un incubo. La soluzione ci sarebbe, caldeggiata da
Carbosulcis e operai: privatizzare la miniera e ottenere così un
ciclo integrato. Che vuol dire: aumentare la produttività estraendo
fino ad un milione di tonnellate di carbone all'anno, bruciarlo in
una nuova centrale a carbone, stoccare l'anidride carbonica nei
cunicoli dismessi della miniera così da eliminare una fonte di
inquinamento, riutilizzare le ceneri della combustione come
materiale di riempimento nelle gallerie che franano durante
l'estrazione oppure come materiale da costruzione per l'industria
civile. Pulito pulito. Impatto ambientale: prossimo allo zero,
ribadisce la Carbosulcis. E l'energia elettrica costerebbe molto
meno.
Il bando per la privatizzazione è aperto da un pezzo. Ma le aziende
nicchiano. Perché comperare una miniera traballante? E' per questo
che Giancarlo Sao e altre decine di operai martedì prenderanno
l'aereo e andranno a manifestare davanti palazzo Chigi. «Questo
governo ci sta deludendo. Deve applicare il Cip6 (benefici alle
aziende che utilizzano fonti rinnovabili, ndr) anche alla nostra
miniera». Soltanto così le aziende come l'Enel e la spagnola
Endesa, interessate all'acquisto, scioglieranno ogni dubbio.
Pecoraro Scanio permettendo. «Perché in questo Paese
criminalizzano il carbone» sospira il direttore della miniera Paolo
Podda. «In attesa di maggiori fonti rinnovabili e senza il
nucleare, l'Italia dovrebbe contare su questo minerale. Naturalmente
riducendo al minimo i rischi per l'ambiente».
E' la solita storia: da una parte Matteo che conta sulla miniera per
accendere il mutuo, dall'altra gli ambientalisti che bocceranno
senza appello la nuova centrale a carbone.
08/07/2007
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