L'Ottobre operaio, rimosso dalla
Russia
di Rita Di Leo
su Il Manifesto del 06/11/2007
Una difficile lezione di
storia con gli studenti di San Pietroburgo, testimonianza vivente della
vittoria della borghesia e del fallimento del sovietismo nel costruire l'«uomo
nuovo»
Al ritorno da un viaggio a
Pietroburgo mi trovo a rispondere alla solita domanda: ma com'è
veramente? In quel «veramente», ripetuto in epoche diverse, c'è un
interesse tutto speciale: come se lo stato delle cose prima nella Russia
sovietica e poi postsovietica avesse, abbia riflessi su chi fa la domanda.
Sul disagio di oggi, sulle illusioni di ieri.
Questa volta ho risposto che i giovani stanno alla grande. E mi riferivo a
quelli con cui avevo avuto a che fare, studenti dell'università, uguali
ai nostri e persino migliori. Con gli stessi iPod, You Tube e sabati sera,
epperò più informati e attenti a quel che accade nel mondo. E poi, a
differenza dei loro padri, ti guardano dritto negli occhi, alla pari.
Senza più quel misto di invidia, subalternità, venerazione verso chi
arrivava dal favoloso modo «oltrecortina». Adesso anche per loro c'è
quel che c'è oltrecortina e così possono confrontare, criticare,
apprezzare.
E' con i giovani che ho discusso del 1917, del passato sovietico, il tempo
dei loro nonni, da cui sono presi molto meno che dalla guerra in Iraq o
dal conflitto arabo-palestinese. Per discuterne, il pretesto è stata la
mia visita allo Smolny, oggi sede del Governatore della città, all'epoca
quartiere generale della rivoluzione, il posto dove Lenin visse dal
novembre 1917 al marzo del 1918. Per tre quarti del Novecento, la sala
dove si era svolto il Congresso dei Soviet che aveva proclamato la
vittoria e lo spartano appartamento di Lenin sono rimasti come icone
dell'evento. Andare a vedere il «Proclama sulla pace e sulla terra» di
Lenin sulla scrivania dove forse era stato scritto non era proprio una
bizzarria, eppure tale è apparsa ai miei giovani interlocutori. Passi il
museo Puskin e la casa di Dostojevski, ma lo Smolny...
La discussione sul passato del loro paese è cominciata così. Come mai
tanto interesse da parte di un professore europeo? Per loro l'esperimento
sovietico era una fase storica da saltare, per tornare agli inizi del
Novecento, a Witte e Stolypin, i due ministri dello zar fautori per la
Russia di una via europea, con imprenditori, banchieri e intellettuali ai
posti di comando. I 74 anni dell'Urss e il caos degli anni di Eltsin, con
gli oligarchi, il degrado e la subalternità agli Usa, erano tutti
imputabili all'incapacità politica di chi li aveva sostituiti nel 1917.
I giovani, si sa, sono radicali e contraddittori. Infatti è unanime la
riconoscenza per Putin, l'uomo che ha ridato loro il rispetto per il
proprio paese. I contrasti con i paesi ex sovietici sono valutati con
spirito granderusso: mai i governanti attuali di quei territori avrebbero
osato, se non fossero sobillati dagli americani, preoccupati per una
Russia tornata a contare sulla scena internazionale. Per merito di Putin.
Sincero è stato il loro sconcerto quando ho ricordato che Putin è un
prodotto di quel passato che ripudiano, figlio un operaio comunista,
premiato per il suo lavoro con un appartamento e un'automobile, privilegi
distintivi del clima sociale dell'epoca. Allora il percorso ottimale di un
bravo figlio di un bravo operaio portava a farlo diventare ingegnere e a
spianargli la carriera professionale e politica. Per Putin la scelta di
lavorare per i servizi segreti è stata un'affermazione di diversità,
l'aspirazione a conoscere il mondo grazie agli incarichi nei servizi
segreti. Quando i mass media e i cremlinologi lo raffigurano come
uomo-spia, ancora una volta mostrano di non essere in grado di capire né
l'uomo né l'ambiente in cui è cresciuto. Quanto ai miei giovani russi,
è difficile far loro accettare che proprio con il loro presidente è
stata rispettata - forse per l'ultima volta - la prassi sovietica per cui
i leader politici dovevano avere una estrazione operaia e contadina. Nel
loro orizzonte, infatti, di operai e contadini non c'è più traccia.
Essi stessi sono del resto la prova del cambiamento del paese, quasi del
tutto assimilato al resto dell'Europa. Certo ci sono ancora molte
turbolenze nell'economia e nella politica, ma il dato certo è che il
potere è tornato in mani borghesi. Il rovesciamento sociale, base
dell'esperimento sovietico, risale ormai al passato ripudiato. E'
rientrata la pretesa di considerare il lavoro manuale al primo posto della
scala sociale: un primato che aveva una ricaduta politica ben precisa nel
reclutamento di chi aveva la responsabilità di governo. Un governo che,
nel più breve tempo possibile, avrebbe mostrato di creare un'economia
migliore di quella capitalistica, e una società alternativa. Il tutto
grazie alla classe operaia che, con il 1917, aveva conquistato la
possibilità di farsi valere nei confronti di chi l'aveva tenuta
socialmente e politicamente subalterna. Con la vittoria del 1917 era
appunto possibile fare meglio degli sconfitti, obbligandoli a prestare i
propri specialismi, la propria cultura, al nuovo potere: l'ingegnere come
vicedirettore e l'operaio promosso direttore della fabbrica espropriata.
Per i miei giovani russi stavo narrando una storia fantapolitica, mai
sentita perché in famiglia e a scuola nessuno aveva raccontato della fase
del «comunismo di guerra». Essendo di estrazione borghese e
intellettuale, avevano succhiato con il latte materno l'avversione per il
Partito comunista, il disprezzo per come governava il paese. Ma si
trovavano sprovveduti di fronte all'ipotesi che alla base di tanto
disprezzo vi fosse un rovesciamento sociale; che in famiglia potessero
avercela con i dirigenti del Partito per l'esclusione sociale subita; per
le conseguenze personali che potevano essere derivate dall'emarginazione
sociale del lavoro intellettuale; per non essere diventati loro, tecnici e
intellettuali, i dirigenti del partito al posto di Khrusciov e di Brezhnev,
ex operai.
In mio soccorso parlò una fanciulla ebrea il cui nonno - «un grande
scienziato» - era andato in galera accusato di sabotaggio mentre la
famiglia aveva perso la casa e tutti erano stati cacciati dal lavoro e
dalle scuole. Ma dopo un po' lo avevano rimandato al suo laboratorio di
ricerca, ma sulla targhetta del direttore c'era il nome di un operaio
della manutenzione, segretario della cellula di partito del laboratorio.
L'esempio era così pertinente da sembrare inventato, solo che (per mia
fortuna) la voce della studentessa vibrava di derisione per l'affronto
subito dal nonno. Un operaio a capo di un laboratorio!
Subito i miei giovani interlocutori quasi gridarono che l'esperimento
sovietico non poteva riuscire proprio a causa di quel ribaltamento
sociale. Se i comunisti non avessero perseguitato e umiliato «il grande
scienziato», egli avrebbe lavorato al meglio per il proprio paese. E così
gli altri esperti, gli specialisti borghesi dell'economia e
dell'amministrazione, i professori, gli intellettuali. I giovani davano
insomma per scontata la cooperazione da parte dello strato sociale
sconfitto, e non avevano la minima cognizione della guerra civile,
dapprima combattuta col sangue e poi vissuta tragicamente per decenni tra
le pareti di casa, negli ambienti di lavoro, nei tribunali, nelle carceri,
nei campi.
Non erano in grado di capire la sfida lanciata dai rukovoditel'y, i capi
d'estrazione popolare contro gli intelligenty, gli intellettuali che a
vario titolo facevano valere la propria funzione. Una funzione che
prevedeva ruoli di comando nei luoghi dove si produceva, si amministrava,
si studiava. Aspro e continuo era stato il conflitto tra il Partito
comunista, al governo in nome dello strato sociale del lavoro esecutivo, e
coloro che quel lavoro dovevano renderlo effettivamente esecutivo e cioè
far funzionare fabbriche, uffici, scuole. Si trattava di chiedere, a chi
si considerava al potere, di lavorare come prima del 1917, quando c'erano
i padroni. E chiederlo in una situazione paradossale, essendo i dirigenti
tecnici, intellettuali borghesi, messi su un gradino sociale e politico
inferiore.
I ragazzi di Pietroburgo mi hanno subito replicato che era un assurdo: gli
operai devono lavorare e quelli che hanno studiato devono comandare. Ho
replicato che l'esperimento sovietico era consistito proprio in
quell'assurdo, nella scommessa che la scala sociale rovesciata facesse
funzionare il loro paese meglio di prima. E anzi che quello che stava
accadendo nella Russia sovietica era assurto all'epoca come modello di
riferimento per chi nel resto del mondo voleva liberarsi del capitalismo e
della borghesia. Ho detto loro che per decenni quell'ipotesi, quel modello
erano stati tenuti in considerazione in Europa, in America, nei paesi del
terzo mondo. Erano increduli e straniti. E obiettavano: ma gli
intellettuali europei, americani e tutti gli altri, come potevano
auspicare un sistema sociale che li rendeva subalterni? E subalterni al
Partito comunista, fatto di gente del popolo, di burocrati, di
opportunisti?
E' allora che mi sono resa conto che non avevamo mai usato il termine «socialismo».
E che potevo utilizzarlo senza danni per la mia credibilità spiegando che
in passato gli intellettuali erano divisi al loro interno, tra chi in nome
del socialismo voleva il cambiamento della società e dell'economia, e chi
viceversa si riconosceva nel contesto borghese e capitalistico. In tutto
il mondo, il 1917 e l'esperimento sovietico erano stati appunti
identificati con il socialismo, erano la prova che il socialismo era
possibile e che capitalismo e borghesia erano il passato.
Su una tale scommessa gli intellettuali si erano appunto divisi, tra
quelli che per il socialismo accettavano i costi dell'apprendistato
operaio e contadino del potere e quelli che ne denunciavano ogni mossa con
disprezzo ed odio, covandone il fallimento. Padroni dei media, per 70 anni
costoro hanno alimentato una furiosa guerra ideologica. Innanzitutto hanno
negato al socialismo il carattere di esperimento, con un suo inizio, un
suo svolgimento e fasi diverse e contraddittorie, terribili e tragiche,
così come era accaduto al capitalismo nei suoi secoli di crescita, di
crisi e di rinnovamento. Gli uomini del capitalismo hanno avuto tutto il
tempo per sperimentare il proprio potere sugli uomini del lavoro, per
passare dall'uso della forza alla ricerca del consenso.
Gli uomini del socialismo invece dovevano rispettare ogni virgola delle
promesse contenute nei testi sacri che lo descrivevano. E fin da subito fu
denunciato il distacco tra le belle parole dei libri e tutto ciò che i
sovietici facevano, in nome degli operai al potere e del socialismo. Fin
da subito da sinistra fu avallata l'ipotesi del tradimento del socialismo
e dell'Ottobre nei confronti di chi per decenni rimase immerso e sommerso
nella vita quotidiana dell'esperimento. Da destra invece la versione
corrente fu che i russi in rivolta dovevano fermarsi al febbraio 1917 e
lasciar fare ai Witte e agli Stolypin. Proprio come pensano oggi gli
studenti di Pietroburgo.
Non vi sono più intelligenty disposti a rappresentare il punto di vista
operaio sull'esperimento sovietico fallito, a indagare sulle ragioni del
fallimento, a ripercorrere i 74 anni di vita dell'Urss. Non vi è più
alcuna curiosità politica né culturale: né là né qui. Sul primo
esperimento di potere operaio, è calato un macigno tale che forse è
meglio negare addirittura che vi sia mai stato. Al massimo, gli
intellettuali discettano sulla precarietà del lavoro, ma gli operai come
attori politici sono usciti dal loro orizzonte. Non c'è più nessuno
interessato a comporre i fili che legano le vicende dell'esperimento
sovietico alla realtà degli operai di oggi.
MEMORIA STORICA:
Rivoluzione!
di Marco Sferini
07/11/2007
Dai Soviet alla guerra fredda,
da Kubrick a Stalin, da Cuba a Roma. Passando per il comunismo.
Tutto il potere ai Soviet!
Magari. Non ci sono più i soviet, non c'è più quella spinta propulsiva
che faceva muovere le coscienze, che supportava i bisogni dei proletari e
che indirizzava i rivoluzionari su una via impervia ma abbastanza certa
della vittoria, della propria prevalenza sui poteri spietati che la
contrastavano con durezza, con ogni mezzo.
In certi momenti, in questi quasi vent'anni che ci separano dalla caduta
del muro di Berlino e dallo sfasciarsi dell'apparato statale e burocratico
sovietico e dei suoi paesi satelliti, in alcuni attimi abbiamo ripensato
al precario equilibrio che vi era tra le due superpotenze mondiali. Al
perché questo equilibrio sussisteva e ci siamo detti: beh, forse non era
poi così male. Guardando quanto è accaduto dopo, anche il più serioso
dei detrattori del socialismo reale, ci lasci dire che alle guerre calde
di questi anni, al dominio mondiale di una nuova scuola reazionaria
guidata dagli Stati Uniti e, significativamente, da George W. Bush (icona
della destra planetaria), preferivamo il cardiopalma della guerra fredda.
Vi ricordate "Il Dottor Stranamore"? Kubrick fu geniale nel
cogliere non tanto le paure dell'umanità per un conflitto atomico dagli
esiti apocalittici, e verso il quale ci si è diretti per determinati
episodi (la crisi dei missili a Cuba, ad esempio) particolarmente cruciali
tra Usa e Urss. Kubrick intese benissimo lo spirito di quella guerra
fredda: non un gioco, ovviamente, ma una ironica sorte storica, una nemesi
contro gli uomini e le donne del pianeta in nome di un reciproco
fronteggiarsi sul piano atomico, sui delicatissimi equilibri politici. Il
dissenso di un paese amico di una delle parti poteva portare a reazioni a
catena peggiori di quella della fissione nucleare.
Questa la parte, chiamiamola così, "nostalgica" che ci siamo
sentiti di rievocare: come vedete non è un nostalgismo per la guerra o
per la Russia che il primo maggio faceva bella mostra nelle sue parate dei
propri cannoni, dei missili e delle proprie truppe. E' un amarcord, un
ricordo di tempi in cui la spudoratezza non aveva ancora prevalso come
fondamento generazionale dell'essere politici, del fare politica. Si
mentiva, certo. Ma c'era un confine ben delineato anche per la menzogna.
Oggi non è più così.
Il grave tempo in cui viviamo è dato dal fatto che un governo come quello
americano tenta delle sortite come quelle dell'antrace e delle armi
chimiche per impossessarsi di vaste aree del pianeta con il preciso scopo
di impedire che il petrolio venga misurato in euro piuttosto che in
dollari.
Alcuni studiosi come Noam Chomsky, indubbiamente schierati dalla parte del
progressismo anarcoide, affermano però sulla base di approfondite analisi
che il dominio imperiale statunitense ha terminato la sua scalata. Ora è
in una fase di stallo; fase alla quale seguirà un progressivo declino
economico, sociale e di egemonia militare.
Quest'anno ricorre il 90° della presa del Palazzo d'Inverno, della
Rivoluzione d'Ottobre. Se qualcuno si aspetta da parte nostra un acritico
incensamento per questo evento, o per altri, rimarrà deluso. Noi siamo
tra coloro che non rimuovono con abili giochi dialettici o con nuovi
schemi revisionistici la storia. Siamo i primi a sottolineare il valore
positivo di quella rivoluzione, di quello che si venne chiamando l'
"assalto al cielo". Ma siamo anche tra coloro che, grazie anche
al fatto di essere nati molti, ma molti anni più tardi, hanno avuto modo
di convivere per alcuni decenni con l'esperienza sovietica russa,
assaporandone il fascino e la potenza, ma individuandone i limiti.
Nessuno nel 1924 avrebbe potuto presagire cosa sarebbe accaduto dopo la
morte di Lenin. Nessuno avrebbe immaginato la torsione autoritaria dello
stalinismo e la morte di lì a poco di ogni tentativo di fare dell'Unione
Sovietica un esempio per i proletari di ogni paese. Si diede invece corso
al "socialismo in un solo paese", contraddicendo quanto proprio
Lenin aveva affermato in merito al carattere internazionale della
rivoluzione. Le congiunture politico-economico-sociali non hanno aiutato i
comunisti russi che lottavano per una successiva fase di espansione della
ribellione proletaria al capitale.
Ma è pur vero che una certa esportazione dei valori del comunismo e del
socialismo si è avuta: non si può far finta di niente e relegare nel
solo stalinismo ogni cosa sia accaduta dopo il 1953, dopo la morte del
georgiano di ferro. Quante popolazioni africane si sono sollevate in nome
del socialismo e lo hanno fatto proprio perché accanto a loro c'era
l'aiuto economico e militare sovietico... Il tutto giocato nello scenario
della guerra fredda, certo. Ma pur sempre di evoluzione sociale si è
trattato. Molte di queste rivolte si sono arenate nella corruzione del
dopo presa del potere.
Il difficile per un rivoluzionario è sempre stato mantenere un
continuismo tra il suo essere tale e il suo essere uomo di stato, di
governo.
Cuba. Il primo territorio libero dell'America Latina, l'isola ribelle di
Martì, l'isola della revolucion vittoriosa di Castro e Guevara. Cuba
socialista non avrebbe probabilmente avuto un futuro con una economia
pianificata senza la presenza del potere sovietico. Nulla va astratto dal
suo contesto, ma proprio in quei contesti va ricercato il motivo delle
scelte, degli errori e delle buone riforme operate per la popolazione, per
evitare un secondo Batista, una riconversione bordellistica dell'isola
caraibica secondo il volere di Washington.
Dunque, quest'anno ricorre il 90° anno della Rivoluzione d'Ottobre. E noi
la ricordiamo così, come un grande monumento di evoluzione sociale
mondiale, così come ricordiamo la Rivoluzione francese. Tutte queste
esperienze hanno dato molto e chiesto molto all'umanità. Assolverle o
condannarle serve a poco. Grazie a loro, grazie all'Ottobre sovietico,
anche in Italia i comunisti furono spinti a mosse politiche ad oggi
irripetibili.
La sensazione che ricordo è quella, comunque, di "protezione"
nel senso più nobile del termine. Sino a che ad Est c'era chi contrastava
lo strapotere americano, eravamo certi che avremmo potuto far valere i
diritti dei più deboli con una qualche speranza in più. Crollato quel
mondo, che molti si ostinano a definire come il "vero" comunismo
proprio per screditare la sincera lotta per l'uguaglianza che è ancora
oggi necessaria, finita quell'esperienza, ci venne addosso anche qualche
coccio del muro berlinese e ci fece male.
Dovemmo ricominciare a pensarci, a pensare, a criticarci e a criticare. La
"rifondazione comunista" fu questo, è questo. Il capitalismo ha
vinto una battaglia, parafrasiamo De Gaulle. Ma non ha affatto vinto la
guerra. La guerra contro chi le guerre proprio non le sopporta. La guerra
contro tutti coloro che erano a Roma il 20 ottobre, ci sono e resistono
oggi contro l'ondata xenofoba montante (e montata). La guerra contro i
comunisti, in poche parole. Quella guerra è ancora tutta da combattere
perché, ci dice Ivan Della Mea: "Il diritto alla gioia è da
inventare".
MEMORIA STORICA:
L'Ottobre sovietico, quando la
pratica incontrò la teoria
di Claudio Grassi e Simone
Oggionni
su Liberazione del 07/11/2007
La notte tra il 6 e il 7 novembre
del 1917 i bolsevichi occuparono le centrali del potere zarista: i
ministeri, le banche, le stazioni ferroviarie, i telegrafi. La mattina
seguente, mentre Kerensky era in fuga verso il fronte a bordo di
un’automobile dell’ambasciata statunitense, le guardie rosse entrarono
vittoriosamente nel Palazzo d’Inverno.
Sono passati, da quel giorno, esattamente novant’anni. E, come sempre
accade negli anniversari dei grandi eventi, la politica è chiamata ad
esprimere giudizi e compilare bilanci. Il più delle volte si tratta di
giudizi e bilanci sommari, come se la complessità della materia storica
potesse essere ridotta a lineari fatterelli ai quali far corrispondere
sentenze definitive. Quando ad essere chiamata in causa, poi, è
l’esperienza del comunismo novecentesco, la condanna è quasi sempre
senza appello. Si tratta di un cumulo di tragedie ed orrori. Di una
colossale macchinazione criminale che, come ed insieme al nazismo, ha
precipitato l’umanità sull’orlo della barbarie. Il corollario di
questo assunto è noto: chi lo contraddice è sovversivo e
anti-democratico e, perciò, giuridicamente da perseguire. Come è
accaduto di recente in Repubblica Ceca, come l’on. Luca Volontè ha
proposto che accada nel nostro Paese, rendendo anti-costituzionale
“l’apologia di comunismo”.
Oltre che rigettare questo odioso revisionismo, vorremmo però sottrarci
– in questo conciso ricordo della Rivoluzione d’ottobre - alle
semplificazioni dei bilanci storici rispetto a cui prima si metteva in
guardia.
Il primo elemento che ci pare, della Rivoluzione, di straordinario
interesse è la sua piena internità alla storia moderna
dell’emancipazione dell’essere umano. È lo stesso Lenin ad
individuare la continuità essenziale tra la Rivoluzione francese (il
luogo cioè della rivolta anti-assolutista del Terzo Stato), la Comune di
Parigi (nella misura in cui essa è espressione del primo tentativo di
auto-governo del proletariato urbano) e la Rivoluzione bolscevica. 1789,
1871 e 1917 sono tappe essenziali nel processo di emancipazione
dell’uomo dalla schiavitù. Tanto sul piano del loro significato
teorico-ideologico (in quanto cioè momenti decisivi della presa di
coscienza delle prerogative inviolabili degli individui e delle masse),
quanto sul terreno materiale dei diritti conquistati. Diritti sociali,
come è ovvio, ma anche diritti civili. Pochi ricordano che due dei
primissimi decreti della Russia sovietica riconobbero alla donna «il
completo diritto all’indipendenza economica e sessuale» (nello spirito
del «dissolvimento del modello autoritario della famiglia», per dirla
con Wilhelm Reich) e, di conseguenza, il diritto al divorzio,
all’aborto, nonché a fruire di una rete di assistenza sociale (dalle
mense comunali alle lavanderie collettive ai nidi d’infanzia)
indispensabile per trasferire concretamente alla società le funzioni di
cura dei figli e della famiglia storicamente ad esclusivo carico delle
donne.
Ed è proprio sul terreno materiale della ricerca e della conquista dei
diritti e, prima ancora, della libertà che si colloca la seconda ragione
di fecondità dell’esperienza rivoluzionaria sovietica: il suo essere
stata causa scatenante della effettiva liberazione dalla servitù e dal
dolore della guerra di sconfinate masse di popolo. Basti pensare ai circa
cento milioni di oppressi che vivevano nel 1917 nella Russia zarista,
oppure alle centinaia di milioni di poveri che, in America Latina come in
Africa e in Asia, ricevettero dall’Unione Sovietica, dopo la fine della
seconda guerra mondiale, un aiuto decisivo nel combattere e vincere le
rispettive lotte di liberazione dalle forze coloniali. Oppure, ancora, al
contributo indispensabile che l’Unione Sovietica diede affinché si
concludesse nel più breve tempo possibile il primo conflitto mondiale («pane
e pace» invocava Lenin nel dicembre 1917) e affinché, nel secondo,
venisse sconfitto (al prezzo di 20 milioni di russi caduti) il
nazi-fascismo.
E si pensi infine – anche se questa è invero una influenza indiretta
– al sostegno che la realtà statuale che nacque dalla rottura
rivoluzionaria del 1917 assicurò al movimento operaio di tutto
l’Occidente, imponendo al capitalismo, laddove esso era modo di
produzione dominante, di farsi garante dello sviluppo del sistema di
welfare e dei diritti sociali.
Ma c’è dell’altro a rendere interessante e per certi versi attuale
l’Ottobre sovietico, ed è il fatto che, in esso, il progetto di
conquista del potere da parte del proletariato prese corpo, per la prima
volta nella storia, nella forma dell’alleanza organica tra classe
operaia e classe contadina. Forzando il termine, e quindi sottacendo l’embrionalità
della società civile russa, lontana dalle forme ramificate e pervasive
dell’Occidente capitalistico, possiamo dire che la Rivoluzione
d’ottobre tentò di far nascere un “blocco storico” e quindi,
intorno ad esso, un consenso egemonico diffuso. In altre parole, la
Rivoluzione mise in connessione dialettica il programma rivoluzionario
(teorico) e la trasformazione delle condizioni materiali di vita delle
masse (pratica) proprio nella misura in cui trascese la pur necessaria
fase della violenza rivoluzionaria nel momento alto dell’adesione del
popolo al governo del Paese.
La concreta forma storica di questo consenso fu il Soviet e cioè, in nuce
(come in Curiel e Gramsci il consiglio di fabbrica), l’autogoverno del
proletariato. In questo andare della classe incontro ai propri bisogni
attraverso strutture di governo “organiche” alla classe stessa sta
l’ennesimo elemento di validità e vitalità dell’esperienza
rivoluzionaria del 1917.
Perché, allora, la parabola del socialismo reale si è interrotta? Per
molte ragioni, esterne ed interne. Per l’immaturità oggettiva delle
condizioni date, in una Rivoluzione fatta – come scrisse Antonio Gramsci
nell’editoriale dell’Avanti! del 24 novembre 1917 - «contro il
Capitale di Karl Marx» e per la sproporzione delle forze nello scontro
bellico ed ideologico contro il nemico (i bisogni indotti di una società
in espansione e la più devastante potenza militare del mondo). Per le
degenerazioni burocratiche di un apparato statale, dagli anni Trenta in
poi, sempre più sclerotizzato e sempre meno democratico, e per errori,
anche gravissimi, dei gruppi dirigenti che si sono susseguiti alla guida
dell’Unione Sovietica.
A novant’anni da quel 7 novembre l’analisi dei meriti della
Rivoluzione, così come dei meriti e anche degli errori di ciò che le è
seguito, è necessaria. Ci aiuta a contrastare il revisionismo e la
banalizzazione delle ricorrenze, certo. Ma – il che è ancor più
stringente – ci impone di fare i conti con la nostra storia, di
ragionare sugli errori per evitare di ripeterli e quindi di riflettere,
sin dalle radici, sulla nostra identità culturale e politica. In fondo,
accettare la sfida di rilanciare un pensiero ed una pratica comunista
all’altezza dei tempi come noi vogliamo fare passa anche da qui, senza
buttare, con l'acqua sporca, anche il bambino.
MEMORIA STORICA:
La stella dell'Ottobre
di Ida Dominijanni
su Il Manifesto del 07/11/2007
Intervista a Mario Tronti. La
«follìa» di Lenin fra politica, economia, teologia. Il salto al di là
di quello che c'è, il confine sottile fra potere e dominio, la lotta
impari fra rottura e continuità, i conti fra il comunismo e lo Stato
Perché la rivoluzione si mangia i suoi figli e si capovolge in
oppressione? La potenza della storia è più forte di quella della
politica
Fuori sincrono. Memoria e
bilancio di un evento europeo
Né il 24 né il 26 ma il 25 di ottobre 1917, per il nostro calendario il
7 novembre, novant'anni fa giusto oggi: il tempo della rivoluzione, per
Lenin, era un'ora esatta. Né prima né dopo, l'ora che o la cogli o passa
e non torna. Il novantesimo, per un anniversario, è invece un tempo
incerto: non ha la passione calda e partigiana del decennale né la
distanza fredda e ponderata del centenario; per le regole del grande show
mediatico è un fuori sincrono, per i criteri politici del presente
un'assurdità. Mario Tronti la mette in metafora: «Questo anniversario è
come una stella che cade in una palude. Ma quando cade una stella ci tocca
un desiderio. Il mio è questo, che nei dieci anni che ci separano dal
centenario accada qualche sorpresa, che renda almeno possibile il discorso».
Il discorso sull'Ottobre, nonché quello sulla rivoluzione di cui
l'Ottobre continua a essere simbolo imprescindibile, oggi è in effetti un
discorso impossibile. E non da oggi, né solo dall''89 o dal '91, quando
il crollo del Muro di Berlino prima e dell'Urss poi ha travolto, con gli
esiti, anche l'inizio dell'esperimento sovietico: il revisionismo storico
era al lavoro già da prima, e in vent'anni ha reso di senso comune
l'equivalenza fra i due totalitarismi, comunista e nazista, del Novecento,
quando non, à la Nolte, l'interpretazione del secondo come reazione
(legittima) al primo. Di contro, una memoria «ortodossa» del mito
dell'Ottobre resiste nella sinistra europea, ma senza carica e in
difensiva, come se le mancassero, prima che le giuste risposte, le giuste
domande da rivolgere a quell'evento.
Novant'anni dall'inizio e sedici dalla fine dell'esperimento sovietico:
ancora troppo pochi per la giusta distanza che serve a un bilancio storico
e teorico?
Evidentemente sì, ancora troppo pochi per un bilancio lucido, realistico
e anche disincantato. Una volta chiesero a Chu en-lai: quali, secondo lei,
le conseguenze della Rivoluzione francese? E lui: troppo presto per dirlo.
Però, rifugiarsi nella retorica minoritaria, o in un culto passivo della
memoria, non serve a niente, lanciarsi nei giudizi di valore nemmeno.
Bisogna piuttosto rimettere a punto delle coordinate, provare almeno a
interpretare la storia visto che è diventato sempre più difficile
cambiarla. Prima coordinata: la Rivoluzione d'ottobre sta dentro la Grande
guerra. Senza guerra mondiale, niente rivoluzione russa. Nel 1914 finisce
quella che Polanyi chiama la pace dei cento anni, nel '17 l'Ottobre apre
l'età delle guerre civili mondiali, a cominciare da quella che subito si
consuma all'interno della Russia.
Dunque l'Ottobre è un evento europeo. Eppure l'unificazione europea
sembra compiersi oggi nel segno della sua cancellazione, come se fosse
possibile riammettere - o riannettere - i paesi dell'Est solo al prezzo di
chiudere in parentesi la storia della rivoluzione, del socialismo e dell'Urss...
La Russia è Europa, oggi come novant'anni fa. Non a caso allora l'effetto
dell'Ottobre rimbalzò immediatamente nell'Europa continentale, in
particolare nei paesi più vicini allo «spirito» russo come la Germania.
E oggi, senza ricollocare quell'evento e il seguito nella storia europea,
non ci può essere ricostruzione della storia e della memoria né qui né
lì. E non ci può essere nemmeno un' Europa credibile.
Al di là della memoria passiva e minoritaria che dicevi poco fa, la
Rivoluzione d'ottobre è diventata una sorta di evento indicibile, o
impensato, anche per la cultura della sinistra radicale occidentale, nata
nel '68 sulla base della critica e del rifiuto del socialismo reale e del
comunismo di stato. Come se il seguito indifendibile della storia
sovietica si fosse mangiato l'evento originario. Si può ancora separare
l'evento originario dal seguito? O il seguito era tutto inscritto
nell'origine?
La rivoluzione bolscevica resta un evento simbolico ineludibile, per
almeno due ragioni, tuttora effettivamente impensate, o quantomeno da
tornare a pensare, negli effetti storici e nei risvolti teorici. Primo:
l'Ottobre segna la fine della storia delle classi subalterne. Per la prima
volta gli «umiliati e offesi» conquistano il potere e rovesciano una
tradizione millenaria di sconfitte. C'era stato, sottolineato da Lenin, il
precedente della Comune di Parigi; ma da Parigi a San Pietroburgo c'è un
salto di dimensione: la conquista del Palazzo d'inverno è il farsi Stato,
cioè potere e autorità, delle classi subalterne. Le quali purtroppo - il
fallimento sta qui - finiranno molto presto con il ricalcare, nei fini e
nei mezzi, la storia del potere, dello Stato e del governo delle classi
dominanti. E' sottile il confine fra potere e dominio, e travalicarlo
sembra ineluttabile: l'eterogenesi dei fini dell'Ottobre ci riconsegna
questo problema in tutto il suo spessore.
Secondo: l'Ottobre è stato, secondo la geniale definizione di Gramsci,
una «rivoluzione contro il Capitale». La rivoluzione scoppia,
imprevista, laddove secondo lo schema marxiano ortodosso non c'erano le
condizioni perché scoppiasse. Questo imprevisto segnerà la storia del
Movimento operaio, facendo esplodere la frattura fra socialdemocrazia e
partiti comunisti. Ma apre anche il passaggio teorico dalla critica
dell'economia politica di Marx alla critica della politica di Lenin. Con
la Rivoluzione d'ottobre accade qualcosa che nello schema logico di Marx
non era compreso, e che ha a che fare con l'autonomia e l'irriducibilità
della politica. L'atto di Lenin mostra che il politico non sta dentro
l'economico, non ne consegue e lo eccede. Lenin sta alla critica della
politica come Marx sta alla critica dell'economia: è questo «il salto»
di Lenin, un salto logico e storico che in seguito verrà variamente
assunto o rifiutato, ma che resta a tutt'oggi un problema inevaso.
Mi viene in mente Zizek, in Tredici volte Lenin. Anche lui si interroga
sull'«eccedenza» del Lenin politico rispetto al Marx della forma-merce,
anche lui rovescia l'idea «fallimentare» di Lenin in una rivalutazione
della sua «follìa» - per «follìa» intendendo la sua capacità di
cogliere nella catastrofe della guerra «l'urgenza del momento»
rivoluzionario, e di spezzare così lo storicismo evoluzionista della
Seconda internazionale. Lenin dunque non come «volontarista soggettivista»,
ma come politico dell'eccezione. E Stalin, all'opposto, come figura del
ritorno «a un realistico 'senso comune'» economico-sociale.
Infatti, Lenin riprende la grande tradizione della politica moderna
europea e porta la politica al centro della rivoluzione. E probabilmente
una delle ragioni principali del fallimento dell'esperimento sovietico sta
proprio nel fatto che questa centralità della politica, nel dopo-Lenin,
finisce. Si torna al primato dell'economia, imbarcandosi nella costruzione
del socialismo con gli stessi schemi logici e metodologici del secondo
libro del Capitale. Ne parlò una volta Rita di Leo. E' questa la matrice
del fallimento: l'idea di organizzare un'economia non capitalistica ma
restando dentro le regole della scienza economica, in competizione diretta
e simmetrica con il capitalismo. Non funziona, e non funzionava neanche in
Marx: senza politica, la critica dell'economia politica ha il fiato corto.
Anche Lenin insomma ci riporta alla questione dell'autonomia del politico?
Ci riporta alla questione di come la politica riesca a mantenere il suo
statuto autonomo, senza diventare economia politica. Lenin, pur senza la
necessaria consapevolezza teorica - all'epoca c'erano già stati Weber e
tutta la scienza politica e giuridica, soprattutto tedesca, tra Otto e
Novecento - aveva colto che la politica era il vero elemento
rivoluzionario che l'Ottobre, nella sua follia storica, faceva
intravedere.
L'Ottobre, o il Febbraio? Nel novantesimo della rivoluzione, non è ancora
risolta la controversia fra chi nell'Ottobre vede l'esito del processo
rivoluzionario, e chi ci vede invece il suo tradimento, il colpo di Stato
bolscevico che strangola nella culla la fragile democrazia russa messa al
mondo dalla rivoluzione di febbraio.
Ma no, la Rivoluzione di febbraio ricalcava lo schema delle rivoluzioni
borghesi, di uno sviluppo economico-sociale che cercava la sua espressione
e i suoi canali politici. Quella di Ottobre è il contrario, l'uno-due di
Lenin rompe lo schema: mettersi alla testa della rivoluzione borghese per
portarla oltre se stessa, questa è l'intuizione geniale - ancora
attualissima per i governi delle sinistre, se ancora ce ne fossero.
Ovviamente questo produce moltissimi problemi, perché non stabilizza la
situazione, ma la destabilizza. Con l'Ottobre la politica moderna arriva a
quel punto di tensione, che bisognerebbe oggi ritrovare e rilanciare.
Ma perché da quel punto precipita? Tu dici: perché dalla politica si
regredisce all'economia. Solo questo, o c'è dell'altro?
C'è dell'altro, sì, che gli eredi dell'Ottobre non calcolarono: qualcosa
che attiene non al rapporto fra politica ed economia, ma a quello fra
politica e storia, e fra discontinuità e regolarità. Ci manca purtroppo,
sul dopo-Rivoluzione russa, un'opera come quella di Tocqueville, L'ancien
régime et la révolution, sul dopo-Rivoluzione francese. Contro il senso
comune, Tocqueville legge l'89 francese non come il rovesciamento ma come
il completamento del processo di centralizzazione del potere cominciato
con la monarchia assoluta, processo che continuerà infatti con Napoleone
e la costruzione dello Stato-nazione: sotto la rottura rivoluzionaria, si
ristruttura la continuità. Lo stesso accade in Unione sovietica: sotto la
rivoluzione, l'identità della Grande Russia si ristruttura nelle nuove
forme dello Stato e del partito unico. La continuità del processo storico
presenta regolarmente il conto alle discontinuità della politica. Stalin
in qualche modo lo sapeva, e perciò usò la seconda guerra mondiale come
guerra patriottica. E Putin oggi riconverte la memoria dell'Unione
sovietica, deprivata della matrice dell'Ottobre, in un segmento di
memoria, e di rilancio, della Grande Russia: in linea con quanto accade
ovunque si mobiliti, sotto il termine «civiltà», la riserva simbolica
di una dimensione antropologica e culturale più antica della storia degli
stati nazionali.
Riepilogo: la storia della Rivoluzione russa mostra che la dimensione
politica è più forte della struttura economica, ma deve vedersela con
una terza dimensione, quella della continuità storica che prevale sulle
rotture politiche, e con una quarta dimensione, antropologico-culturale,
nel lungo periodo decisiva.
Non solo nel lungo periodo, ma anche nel momento sorgivo della
rivoluzione. Mi sono chiesto: perché la rivoluzione scoppia, imprevista,
in Russia? Perché proprio lì? Perché lì c'era la massima oppressione
dei contadini, il massimo aggravamento delle condizioni di vita degli
operai, la massima sofferenza della guerra fra i soldati.. ma forse non
anche perché l'anima russa, il misticismo del pellegrino russo, un certo
humus religioso avevano fecondato il terreno per l'evento escatologico
della rivoluzione? L'Ottobre non si capisce senza Dostoevskij. La
rivoluzione fu un atto apocalittico, un salto - un «assalto al cielo»
appunto. Non c'è spiegazione solo razionale di un evento in cui agisce
l'impulso a qualcosa d'altro. Nell'atto della rivoluzione si vede che la
politica tocca una dimensione teologica, e libera dimensioni dell'essere
umano imprigionate nell'homo oeconomicus, in una concezione borghese della
vita. Dalla quantità alla qualità: è questo lo spostamento
dall'economico al politico, su cui oggi bisognerebbe impiantare un
programma strategico di nuovi rovesciamenti.
Anche oggi, in uno scenario completamente diverso da quello del 1914, ci
troviamo al passaggio da un'epoca di pace, anzi di guerra fredda, a
un'epoca di guerre civili mondiali. Ma senza rivoluzione...Cos'è oggi «la
rivoluzione», cos'è diventata questa parola nel nostro immaginario?
«Rivoluzione» è termine assai controverso, sul piano storico-politico
nonché sul piano etimologico e semantico. C'è chi lo riconduce al
copernicano giro ritornante delle orbite, più che alla frattura: come
vedi, il tema del rapporto fra discontinuità e continuità, fra rottura e
ritorno, è insito nella parola stessa. Se vuoi un'immagine, per me «rivoluzione»
è Lenin che dice ai soldati contadini russi di non sparare sui soldati
operai tedeschi ma di voltare i fucili e sparare sui generali zaristi.
Questo è «rivoluzione»: la trasmutazione di tutti i valori correnti,
quando non regge più nulla di quello che c'è e bisogna saltare al di là.
Il problema però non è il salto, l'evento rivoluzionario, ma il processo
successivo. Perché la rivoluzione si mangia i suoi figli, perché si
capovolge in oppressione? Per questa domanda non abbiamo ancora una
risposta, se non la constatazione di una antropologia pessimistica,
comprovata dall'esperienza, che la potenza della storia è più forte di
quella della politica. La storia ha dalla sua la continuità e la
continuità vince sempre sulla rottura: è una lotta impari.
La politica, e la rivoluzione, perde perché la storia vince, dici tu. Ma
se perdesse anche perché si incolla al potere? Perché con la presa del
potere la politica, e la rivoluzione, diventa solo potere, e il potere
diventa solo dominio? Hannah Arendt, Simone Weil e tutto il pensiero
politico femminile del Novecento hanno posto questa domanda. Che resta
anch'essa inevasa.
D'accordo. Insieme con un'altra, posta anche da Carl Schmitt e dalla
lettura che ne abbiamo dato in Italia negli anni Ottanta, di come portare
il politico oltre lo Stato. Questione da riaprire, perché la politica
moderna nasce prima dello Stato moderno e può andare oltre lo Stato
moderno - anche se il Leviatano è stato così forte da conquistare per
secoli tutto il terreno della politica. Come pure prima della costruzione
dello Stato sovietico c'era nel Movimento operaio un'articolazione che
dopo viene quasi tutta risucchiata dall'obiettivo del farsi-Stato.
Dopo la storia dell'Urss, dovrebbe dunque essere ancora pensabile un
comunismo che non si fa Stato, o oltre lo Stato...ma per questo non serve
ancora Marx, la marxiana «estinzione» dello Stato?
No, perché l'estinzione dello Stato prevedeva il passaggio della
dittatura del proletariato, ovvero del massimo dello Stato...Anche in
Occidente, l'espansione del sociale non ha portato e non pare portare a
una politica oltre lo Stato, ma a più Stato, nella forma dello Stato
sociale, e meno politica. Semmai bisognerebbe recuperare il comunismo
autogestionale, e il solidarity for ever del primo socialismo, ridotti a
esperienza minoritaria dal comunismo fatto Stato. Ma non sto proponendo di
tornare all'alternativa Lenin o Luxemburg: nessuna delle esperienze del
comunismo novecentesco è ripetibile oggi. La memoria è buona memoria se
è una memoria attiva, se serve per andare oltre il passato, non per
ripeterlo. L'Ottobre stesso è irripetibile: ricordarlo serve per aprire
l'immaginario e l'intelligenza a pensare che cosa di nuovo potrebbe
accadere se si aprisse un processo di crisi dell'ordine costituito. La
rivoluzione è davvero impensabile, oggi, se non ritorna un passaggio di
crisi di sistema che rimetta in moto la critica di tutto ciò che è. Non
una crisi economica, non le file davanti alle borse o alle banche che
vediamo ogni tanto in tv, ma una crisi politica, un conflitto fra grandi
potenze per la ridefinizione degli spazi politici sui due oceani. E' la
geopolitica forse oggi il luogo di una crisi possibile, di un conflitto
fra finanza-mondo e politica-mondo sulla riorganizzazione del Nomos della
Terra.
La Rivoluzione ha 90 anni / 3
Che cosa rimane di quel 7 novembre
Da oggi in edicola «I rifugi di Lenin», viaggio nella Russia
putiniana
L'Urss è sciolta da 16 anni Un tempo breve: ma da noi pochi ne
scrivono e se se ne parla è in termini di esecrazione. E là? Per
saperlo, i nostri inviati han girato in lungo e in largo... Un paese
a chiazze Quella che fu la patria della Rivoluzione e un impero
malato non ha più una coerente idea di se stessa. Ne ha tante,
ognuna riflesso di esperienze diverse
Rossana Rossanda
Astrit Dakli è stato spedito a Mosca da il manifesto nel 1990, nel
precipitare dell'ex-comunismo e nell'incerto delinearsi del dopo. Le
restaurazioni non sono mai allegre, di brevemente gioioso c'era
stata l'anno prima la caduta del Muro di Berlino, ma l'andare a
pezzi del primo e massimo socialismo reale è stato il dissolversi
d'un corpaccio ammalato e già informe. Avrebbe potuto essere, se
non un fervente inizio, almeno una spettacolosa assunzione critica
del passato, avventura di vita e morte di molti milioni di persone,
simbolo mondiale della grande e tragica storia del Novecento. Non è
stato così in nessun momento e forse non lo è ancora se non nel
lavoro privato di pochissimi studiosi. Astrit ha visto da vicino la
confusa agonia d'un sistema già spento, gli ultimi anni d'un
Gorbaciov partito tardi e perdente, l'avanzata di Boris Eltsin,
Corvo Bianco, sul quale si erano brevemente posate diverse speranze
- rozzo ma autentico - mentre il paese, che aveva perso la parola da
un pezzo, al momento di prenderla non la ritrovava più. E non l'ha
neanche ora, a distanza di vent'anni. Nei quali ha subìto,
balbettando approssimative riposte ai sondaggi, cambiamenti
decisivi, più convulsi che entusiasmanti.
È stata, come è stato scritto, la grande liquidazione, proprio a
suon di quattrini, di quel che restava del socialismo reale. Una
fine ingloriosa, nello spudorato farsi proprietaria
dell'ex-nomenklatura comunista dovunque ci fosse qualcosa da
arraffare e nel cieco arrangiarsi dei più, fra miserie crescenti e
barlumi di agiatezze intraviste e irraggiungibili.
Da Mosca Astrit ha scritto quasi giornalmente di questo terremoto.
Del fallimento d'un Gorbaciov venuto troppo tardi per salvare il
salvabile, ammesso che ancora ce ne fosse, della sua caduta per
opera di un gruppo di comunisti dementi, dell'umiliazione che gli
inflisse Corvo Bianco e del suo trionfante procedere, rozzo ma
niente affatto ingenuo, ancorché col passo barcollante di chi alza
troppo il gomito. Eltsin teneva una direzione precisa: bombardato
nel 1993 il parlamento con l'approvazione di tutte le democrazie del
mondo, disciolta l'Unione sovietica in una notte, ridisegnata una
Russia a sua immagine e controllo, avrebbe proceduto alla divisione
delle spoglie elargendo ricchezze contro appoggi fra un intrigo e
l'altro, ai quali la società in catalessi non oppose un solo
sussulto. Finché egli medesimo non dovette andarsene, non prima di
avere designato suo successore un ignoto funzionario del Kgb, il
Vladimir Putin che sta al Cremlino ancora oggi, anche se sulla via
dell'uscita per le imminenti elezioni presidenziali.
Più opaco e obbediente il Putin non poteva apparire. Ma tanto opaco
e obbediente non doveva essere, se è riuscito a mettere fuori senza
scosse Eltsin e famiglia, ad acquistarsi i consensi della gente con
la guerra crudele e senza fine alla Cecenia, a dividere gli
oligarchi diventati in un battibaleno miliardari, ad alcuni
riprendendo le ricchezze per una non luminosa via giudiziaria, come
a Mikhail Khodorkovskij, ad altri imponendo un indispettito esilio,
come a Boris Berezovskij, con altri intessendo accordi, come con
Roman Abramovic. Obiettivo, una Russia che torna a contare sulla
scena mondiale, democrazia zero, poteri ridistribuiti e riaccentrati,
il tutto baciato dall'impennarsi spropositato del prezzo del
petrolio e del gas, con i quali tenere a bada l'Europa.
Ora Putin deve lasciare, non si capisce se per sempre o a termine,
non senza avere nominato successore un suo fido, lasciando una
Russia in crescita dopo un decennio di rovina, uno stato autoritario
e renitente agli Stati uniti, e un vasto consenso attorno alla sua
persona. Se, come scrive Moshe Levin, Stalin ha liquidato il
leninismo non solo con una repressione feroce ma anche puntando
sull'orgoglio d'un popolo che molto sopportava pur di crescere e
vantare un orgoglio nazionale - Majakovskij ne era stato il cantore
più moderno e disperato - Vladimir Putin sembra aver fatto piazza
pulita di ogni opposizione con lo stesso mezzo.
Questo il quadro nel novantesimo anniversario della Rivoluzione
d'Ottobre, peraltro cancellato da qualche anno dal calendario delle
festività russe. Che rimane di quella data, di quella rivoluzione,
delle speranze e delle sofferenze, del settantennio che è seguito,
nelle teste e nel cuore della gente? Sollievo, rancore, nostalgia?
Di quelli del 1917 non vive più nessuno, sono morti da un pezzo,
sepolti nel cimitero Novodevici quando non sono stati gettati dal
loro stesso partito al vento o in qualche fossa destinata a sparire.
La borghesia fa tesoro di sé, erige in figure storiche anche i suoi
più importanti nemici, negli Stati uniti ogni ragazzo sa non solo
di Gettysburg o della tomba del generale Grant, ma dei perdenti
della guerra civile. Non c'è stata una damnatio memoriae degli
schiavisti del sud, eroi anzi di Via col vento. Non è stato così
per i grandi conflitti del XX secolo: come ha scritto pro domo sua
Carl Schmitt, sono rimasti, da una parte e dall'altra, imperdonati.
Anzi lo scacco del 1917 non trova riscatto prima di tutto nella
sinistra: la posta era troppo grande, troppo clamorosi gli errori e
pesanti le colpe della rivoluzione comunista - primo l'essersi
pensata. Sono meno di venti anni che l'Unione sovietica è stata
sciolta in un colloquio a tre in un bosco bielorusso. Ma pochi ne
scrivono, ancor meno vi badano, e se se ne parla è in termini di
esecrazione.
In Occidente. E là? Astrit Dakli e Mario Dondero sono andati per
quasi due mesi, quest'estate, in giro per l'immensa Russia a cercare
la memoria della gente comune, quella sulla quale è passato sopra
il diluvio. Queste pagine e queste fotografie lo raccontano. Sono
pagine sobrie, attente, se mai con una punta di ironia. Emozionanti.
(...) La Russia è un'immensa pelle di leopardo. Su di essa, poche
città e molta campagna e fiumi e deserti e popolazioni ancora alle
soglie della modernità o molto indietro, si era steso l'altrettanto
immenso reticolo della società sovietica, ma non l'aveva unificata,
sviluppandone una parte, lasciando a se stessa o immiserendo
l'altra, e restando perdipiù isolato, fantasticato con passione o
con odio, poco ascoltando, molto imponendo silenzi. Come potrebbe
oggi quel paese avere un'idea di sé? Ne ha tante, a pezzi e a
bocconi, riflessi di diverse esperienze, positive o negative, a
volte tragiche, che ogni suo frammento approssimativamente proietta
su un universo non ben conosciuto al suo tempo né indagato ora. E a
chiazze sta passando anche quel che del settantennio doveva prendere
il posto, un capitalismo che come sempre si fa strada in modo
torrentizio, distruggendo e mettendo radici, distruggendo e
lasciando rovine.
Così passano per queste pagine mercato e arcaismi, insegne
luminescenti e degrado, ricchezze sterminate e miserie, spiagge
piene di ombrelloni e vagare di ubriachi fra i resti fatiscenti d'un
kolkhoz, le comode cuccette della linea Mosca-Pietroburgo e i
lentissimi treni e autobus delle periferie, gli alberghi e i
ristoranti a cinque stelle (magari con tocco nostalgico, consumo di
moda) e qualcuno che ancora impone un percorso di guerra, fra
documenti e ricevute e telefonate di controllo prima di concedere
una stanza dove finalmente fare pipì.
A chiazze è anche il paesaggio umano, giovani in carriera e giovani
con qualche scrupolo, poche babe e molte efficaci affittacamere,
medichesse di prim'ordine e sparizione assoluta del maschio al
momento del parto, intellettuali e accademici che avanzano ciascuno
spiegazioni e previsioni differenti, salvo il convenire che adesso
è meglio di dieci anni fa, e che fra venti e maree sopravvivono le
tradizionali virtù del buon popolo russo, cioè il bisogno di
giustizia, di un primato della persona ma non senza inclinazione al
collettivo - solo difetto generale l'aver cessato di leggere.
Nessuno ha pronunciato, pare, la parola postmoderno, né sembra
essersi doluto della vaghezza della legalità e del prosperare del
crimine, forse così consueti da non essere oggetto di
comunicazione. Comunque anche per i russi far soldi è più
impellente che far democrazia; quanto al socialismo, è del tutto
off, al più «romanticismo» degli inizi, i soli che i russi
salvano in opportuna lontananza. (...)
(dalla prefazione de «I rifugi di Lenin»)
Lenin guarda dal piedistallo e non è contento
Il «manifesto» ha cercato in giro per la Russia, nei luoghi come
nei pensieri e nei comportamenti della gente, le tracce lasciate da
uno dei maggiori eventi del XX secolo. Un'anticipazione dal libro
Astrit Dakli
Vladimir Ilic guarda serio verso ovest, ma non indica nessuna
direzione - sta con una mano in tasca e l'altra giù, lungo il
fianco. Appare un po' preoccupato, forse per il fiume di auto che
gli scorre tutt'intorno senza tregua, o per i grandi cartelloni che
gli tolgono la visuale lontana per reclamizzare cellulari e auto di
lusso, o forse per la piega sgradevole che hanno preso le cose nel
Paese che una volta dirigeva. Non è per nulla contento e non lo
nasconde.
Certo, la sua posizione appare solidissima: enorme e bronzeo, sta in
cima a un piedestallo di marmo rosso che lo mette infinitamente al
di sopra dei piccoli comuni mortali moscoviti che a piedi, dentro
qualche veicolo oppure sottoterra, nelle due linee di metropolitana
che qui si incrociano, si affannano a correre qua e là sotto il suo
sguardo. E però ovviamente non gli sfugge - non sfugge a nessuno -
che di lui che sta lassù, a quei piccoli moscoviti lì in basso
importa ogni giorno meno. Lo ignorano, non gli fanno nessun caso,
come non fanno caso ai palazzoni messi ai bordi della piazza; gli
unici che alzano qualche sguardo per osservarlo, a volte per
tributargli rispetto, sono i turisti stranieri, tra i quali peraltro
non manca chi si chiede: «Ma chi è quel tipo con la barbetta, là
in cima?».
Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, domina ancora in effigie ploshad
Oktjabrskaja, la piazza dell'Ottobre: è una delle piazze più
brutte di Mosca, ma di questo non si può certo dare la colpa a lui.
Così come domina le principali piazze di quasi tutte le città
della Russia moderna, grandi o piccole che siano. Per certi versi è
ancora, e forse resterà per un bel pezzo, volente o nolente,
titolare delle cariche di padre della patria, fondatore, eroe
nazionale: persino il suo corpo mortale imbalsamato continua a
resistere dentro il mausoleo sulla Piazza Rossa, contro ogni logica
di laica modernità e a dispetto delle voci che ormai da diciott'anni
annunciano il suo imminente spostamento in un più congruo cimitero.
Ma che differenza con gli anni d'oro, col settantennio durante il
quale era unico e incontrastato punto cardinale del Paese: non solo
chiamato a dar valore e senso a francobolli e banconote, o a
prestare il proprio nome a metropolitane e fattorie, ma citato
quotidianamente come ispiratore e garanzia per ogni iniziativa
politica, sociale o economica! Ora tutto questo è scomparso, i
punti di riferimento si sono spostati altrove, fra il Mercato e il
Profitto, e forse la miglior rappresentazione simbolica del mutato
ruolo di Lenin avviene quotidianamente proprio intorno al suo corpo
imbalsamato: le lunghissime code di visitatori devoti sulla Piazza
Rossa sono praticamente scomparse, salvo quando arriva qualche
comitiva di turisti, e all'ingresso del Mausoleo non c'è più la
guardia d'onore del reggimento del Cremlino, sostituita da un paio
di poliziotti qualsiasi, con la divisa standard, l'aspetto un po'
sciatto e dimesso, l'espressione seccata di chi è stato tolto per
punizione dal più fruttuoso servizio di controllo fra i banchi del
mercato e messo a sorvegliare un sospetto in guardina. Povero Lenin,
passato senza muoversi dalla condizione di divinità a quella di
detenuto.
Eppure, al di là della malinconia, anche in questa così esplicita
rappresentazione simbolica del cambiamento radicale che ha investito
la Russia negli ultimi diciotto anni c'è qualcosa che non torna,
che va esplorato più in profondità. Se davvero, come tutto a prima
vista farebbe pensare, l'esperienza della Rivoluzione d'Ottobre è
stata completamente rimossa dalla Russia, perché mantenere ancora,
seppur depotenziati e immiseriti, questi suoi simulacri - per giunta
proprio davanti al vero luogo della continuità del potere, il
Cremlino, da cui nessun capo della Russia, da Ivan il Terribile a
Vladimir Putin, ha mai voluto o saputo staccarsi? Non significa
forse che quell'esperienza in realtà, a dispetto di tutto quel che
è successo negli anni sovietici e in quelli successivi, ha ancora
un senso e un radicamento in questo Paese, nella sua popolazione e
persino nella sua classe dirigente?
E' intorno a questa ipotesi che è nato il viaggio del manifesto
attraverso la Russia, nell'estate 2007, con l'idea di raccontare
luoghi e persone «normali» capaci, con la semplicità e banalità
del loro vivere quotidiano, di spiegare che cosa sia oggi questo
immenso Paese e da quali sentimenti sia percorso; è questa ipotesi
che ci ha portati a incominciare il viaggio proprio da qui, da Mosca
e da questa Piazza dell'Ottobre con la più grande statua di Lenin
di tutta l'ex Unione sovietica. Anzi, dobbiamo dire ora di tutta la
Russia, perché i monumenti al padre della rivoluzione sono
pressoché totalmente scomparsi dalle altre repubbliche che facevano
parte dell'Urss, mentre sono rimasti tutti o quasi al loro posto in
Russia: e già questa è un'annotazione di qualche interesse, visto
che difficilmente si può sostenere che dopo il crollo dell'Unione
sovietica nel '91 la Russia abbia avuto governi più «di sinistra»
rispetto alle altre repubbliche. Se ne deduce quindi che dopo il '91
la figura di Lenin ha perso la propria connotazione politica per
assumerne una che lui stesso non avrebbe certo gradito: per i russi,
a prescindere dall'orientamento politico, è rimasto comunque un
importante statista «nazionale»; per gli altri, è passato nella
categoria degli «occupanti stranieri». (...)
MEMORIA STORICA:
Il primo giorno del
"secolo breve". La Rivoluzione
di Maria R. Calderoni
su Liberazione del
07/11/2007
«Il 25 ottobre doveva
aprirsi allo Smonlyj il parlamento più democratico fra tutti i
parlamenti della storia mondiale. Chi sa: forse anche il piu
importante». A dirlo è Lev Davidovic Trotskij nell'ultimo capitolo
della sua Storia della Rivoluzione russa (Newton Compton), un capitolo
di sole 30 straordinarie pagine, grande scrittura e passione politica
per una testimonianza eccezionale. Era il 25 ottobre per il calendario
giuliano, ma per il calendario gregoriano, adottato dai bolscevichi
appena preso il potere, era il 7 novembre: il cannone dell'Aurora era
ancora puntato, niente era chiaro, del Governo provvisorio non si
sapeva gran che e nemmeno di Kerenskij. «Scese la notte. L'operazione
al Palazzo d'Inverno andava a rilento. Ma attendere di più diventava
impossibile: bisognava dire una parola chiara al paese allarmato». E
loro, i bolscevichi, la dissero, la parola chiara, in quella
memorabile notte del 26 ottobre 1917.
«Il campanello presidenziale passa nelle mani di Kamenev, uno di quei
flemmatici che dalla natura stessa sono predestinati a far da
presidenti. All'ordine del giorno - egli annuncia - vi sono tre
questioni: l'organizzazione del potere, la guerra e la pace, la
convocazione dell'assemblea Costituzionale».
Come in una cronaca televisiva in diretta, il testimone-protagonista
di nome Trotskij annota che, mentre Kamenev il flemmatico parla, «gli
echi dei combattimenti si avventano nella sala della seduta come
lingue di fuoco. Nelle votazioni le mani si alzano in una selva di
baionette».
Un tipo di Congresso mai visto prima. Il vivido sguardo di Lev lo
annota: «I soviet locali avevano mandato in prevalenza operai e
soldati. Le spalline degli ufficiali, le cravatte e gli occhiali dell'intellighensija
del primo Congresso erano quasi del tutto scomparsi». Quello infatti
era il secondo Congresso dei soviet, quello che sarebbe diventato il
Congresso della vittoria bolscevica. Dominava incontrastato il color
grigio, nei vestiti e nei visi, «tutti si erano logorati durante la
guerra», molti operai di città erano infagottati dentro cappotti
militari e i delegati delle trincee non avevano certo un bell'aspetto.
«La nazione plebea per la prima volta aveva mandato una
rappresentanza onesta, non ritoccata, a sua immagine e somiglianza».
L'ufficio di presidenza è insediato, ma alla tribuna Lenin non c'è,
«ancora truccato, con parrucca e occhialoni», preferiva stare ancora
dietro le quinte. Sarà una intera notte di discussioni accese, aspri
confronti e votazioni contrapposte tra bolscevichi e menscevichi, tra
rivoluzionari e conciliazionisti, tra destri e sinistri. Alla fine,
mentre la notizia della caduta e dell'arresto del Governo provvisorio
raggiunge lo Smonlyj, l'appello dei bolscevichi «è approvato con
voti unanimi contro due, con 12 astenuti». La seduta è tolta alle
sei in punto. «La capitale si sveglia sotto il nuovo potere».
Kerenskij è fuggito, la rivoluzione ha vinto quasi senza spargimento
di sangue.
La seduta è tolta, ma il Comitato militare-rivoluzionario non cessa
nemmeno per un attimo la sua frenetica attività. Ecco ancora la
splendida, caustica cronaca di Trotskij, . «Di giorno lavorava allo
Smonlyj il Comitato centrale dei bolscevichi: si risolveva la
questione del nuovo governo della Russia». Verbali non ce ne sono,
non si tenevano o non sono stati conservati, già, «nessuno si diede
pensiero dei futuri storici, sebbene per loro precisamente si
preparassero non pochi fastidi». E si dovrà pure porre mano subito
anche alla creazione di un gabinetto di ministri. «Mi-ni-stri?, che
parola compromessa! Essa puzza di alta carriera burocratica o di
coronata ambizione parlamentare. Il Governo si decide di chiamarlo
Consiglio dei commissari del popolo, ha pur sempre un suono più
fresco!».
E finirà per essere composto di soli bolscevichi.
La seduta del Congresso si riapre alle nove di sera. «Lenin, che il
Congresso non ha ancora veduto, riceve la parola per riferire sulla
pace», tra interminabili evviva. «Tenendosi forte all'orlo di un
leggio ed osservando coi suoi piccoli occhi la folla, Lenin stava in
attesa, senza badare, evidentemente, all'ovazione che non finiva più
e che si prolungò per una serie di minuti. Quando l'ovazione cessò,
egli disse semplicemente: "Ora passiamo alla costruzione
dell'ordinamento socialista"».
E inizia senz'altro a leggere la dichiarazione che il Governo da
eleggere dovrà pubblicare, (e anche questa volta il testo non viene
distribuito, la tecnica era scarsa...). «Il Governo operaio e
contadino, creato dalla rivoluzione del 24-25 ottobre, propone a tutti
i popoli belligeranti e ai loro Governi di iniziare immediatamente
trattative per una giusta, democratica pace». Senza annessioni e
senza indennità di sorta. «Dal canto suo, il Governo sovietico
abolisce la diplomazia segreta e procede alla pubblicazione dei
trattati segreti stipulati fino al 25 ottobre 1917. Tutto ciò che in
questi trattati è diretto a procacciare vantaggi e privilegi ai
possidenti terrieri e ai capitalisti russi, all'oppressione di altri
popoli, il Governo lo dichiara immediatamente e incondizionatamente
abrogato».
Tutti sono in piedi, esplodono le note dell'Internazionale: volano,
arrivano anche molto lontano da lì, «verso le autunnali trincee
solcanti l'infelice Europa crocefissa, verso le sue città e campagne
devastate, verso le madri e le mogli in lutto».
Lenin quindi è di nuovo alla tribuna, questa volta con il decreto
sulla terra. «L'essenza del decreto è nelle due righe del primo
punto. "La proprietà dei grandi possidenti sulla terra è
abolita immediatamente senza alcun riscatto". Le terre dei grandi
proprietari, della corona, dei monasteri e delle chiese, con le scorte
vive e morte, passano a disposizione dei comitati agrari comunali e de
Soviet». Con un solo voto contrario e otto astensioni, il Congresso,
«fra un nuovo scoppio di entusiasmo, approva il decreto che mette
fine al servaggio della gleba, a questo fondamento dei fondamenti
della vecchia civiltà russa».
"I dieci giorni che sconvolsero il mondo" sono iniziati.
Quel 25 ottobre 1917 segnò la nascita - scrive Edward H. Carr ( La
rivoluzione russa , Einaudi) - «di due mondi posti uno di fronte
all'altro in inconciliabile contrasto: il mondo capitalistico e il
mondo della rivoluzione votato al suo abbattimento». Inconciliabile,
unico e fortissimo. «La Rivoluzione d'Ottobre - dice Erich Hobsbawm (
Il Secolo breve , Rizzoli) - produsse il più formidabile movimento
rivoluzionario organizzato nella storia moderna. Un evento così
centrale nella storia del Novecento come la Rivoluzione francese del
1789 lo fu per la storia dell'Ottocento».
Addio "Secolo breve". Finisce lì, sepolto sotto l'Urss,
anno 1989. Purtroppo.
PARTITO RIFONDAZIONE
COMUNISTA:
Nel 90° anniversario della
Rivoluzione d'Ottobre, Bifo dice che senza Lenin sarebbe stato
meglio...
di Franco Berardi Bifo
su Liberazione del
07/11/2007
"Il XXI secolo
sarebbe stato migliore senza Lenin, soprattutto la sua
conclusione". Pubblichiamo questo articolo che ha suscitato molte
perplessità tra i compagni
Vi prego di domandarvi
sinceramente, a proposito del 1917: ebbe ragione Lenin a precipitare
la crisi russa per realizzare la sua rivoluzione contro Das Kapital,
oppure avevano ragione Martov e gli altri menscevichi a respingere il
soggettivismo di quella rottura? Dal punto di vista della storia del
movimento operaio novecentesco, dal punto di vista dell'autonomia
strategica della società dal capitale, sono convinto che il ventesimo
secolo sarebbe stato un secolo migliore se Lenin non fosse esistito.
Soprattutto migliore sarebbe stata la sua conclusione e la sua eredità.
Dal punto di vista intellettuale e umano, c'è una distanza abissale
tra Lenin e il suo successore, ciononostante occorre riconoscere la
tragedia totalitaria dell'epoca staliniana è conseguenza lineare del
culto paranoico del partito elevato da Lenin a incarnazione del logico
destino della Storia.
Lenin ha modellato la storia politica del Novecento (non solo la
storia del movimento operaio, ma della forma-Stato in generale). Non
avrebbe potuto farlo se la sua visione della politica non avesse
interpretato una corrente profonda della psichismo maschile moderno.
Il narcisismo maschile si scontra con la potenza infinita del Capitale
e ne esce frastornato, umiliato, fino alla depressione. A mio parere
la depressione di Lenin è un tema centrale per comprendere la sua
parabola esistenziale, ma anche per comprendere il ruolo che ha potuto
svolgere nella formazione della politica
tardo-moderna. E' Lenin come uomo, e come maschio, che occorre
analizzare se vogliamo ripensare la soggettività comunista
novecentesca. Per liberarcene forse, o per rifondarla non so.
Ho letto Lenin, (1998, Fayard, Paris), la biografia scritta da Hélène
Carrère D'Encausse, una studiosa di origine georgiana autrice fra
l'altro del libro L'empire en miettes che a metà degli anni '80
anticipò il collasso dell'impero sovietico attribuendone la causa
all'insorgenza integralista islamica. Quel che mi ha interessato di
questo libro non è tanto la storia dell'azione politica di Lenin, ma
la vita personale, il fragile equilibrio psichico, il rapporto
affettuoso e intellettuale con le donne della sua vita. La madre, la
sorella, e la Krupskaia, naturalmente, la compagna e moglie che si
occupava di lui proprio nei momenti di crisi psichica acuta. E infine
Ines Armand, il perturbante, l'uneimlich, che Lenin decide di
neutralizzare, rimuovere. Come la musica, sembra.
Il quadro psichico che descrive l'autrice del libro è di tipo
depressivo, ma quel che mi interessa sottolineare è il fatto che le
crisi depressive più acute coincidono con le svolte politiche
decisive impresse da Lenin al movimento rivoluzionario.
Dice Carrère D'Encausse:
"Lenin metteva in tutto ciò che faceva una tenacia e una
concentrazione assolutamente eccezionale: questa costanza in ogni
sforzo che giudicava necessario gli conferiva una grande superiorità
su coloro che lo circondavano… a più riprese questa caratteristica
del suo carattere ebbe però anche degli effetti nefasti. Gli sforzi
troppo intensi lo spossavano, logorando un sistema nervoso senza
dubbio fragile. La prima crisi risale al 1902…" (ed it. pag.
78)
Sono gli anni della svolta bolscevica, gli anni del "Che
fare?".
La Krupskaia ha un ruolo essenziale, nelle crisi del compagno,
interviene per filtrare i suoi rapporti con il resto del mondo, per
provvedere alle terapie, all'isolamento, alla clinica svizzera o
finlandese. Dalla crisi nel 1902 Lenin esce scrivendo il Che Fare? ,
impegnandosi nella costruzione di un "nucleo d'acciaio", un
blocco di volontà capace di "rompere" l'anello debole della
catena.
Una crisi nel 1914, quando matura la rottura internazionale del
movimento comunista dalla Seconda internazionale, e Lenin afferma che
il proletariato non ha nazione.
La terza crisi nella primavera del 1917, quando la Krupskaia trova un
rifugio sicuro in Finlandia. Lì nascono le Tesi di aprile , lì nasce
la decisione di imporre la volontà sull'intelligenza, di imporre una
rottura che non rispetta la dinamica profonda della lotta di classe,
ma le impone un disegno esterno. Perché l'intelligenza è depressiva,
e la volontà è la sola cura che permetta di ignorare l'abisso.
Ignorare, non togliere. L'abisso rimane, e gli anni successivi lo
scoperchieranno, e il secolo intero ventesimo ci finisce dentro.
A prescindere dalla qualità politica delle scelte fondamentali
compiute da Lenin, alcune delle quali si sono rivelate catastrofiche
nella storia del ‘900, mentre quella del 1914 rimane a mio parere
una lezione attualissima, quel che mi sembra importante è l'incapacità
maschile di accettare la depressione, di elaborare la depressione
dall'interno. Qui sta la radice del volontarismo soggettivista
rivoluzionario che ha prodotto lo scacco dell'autonomia sociale nel
corso del Novecento.
Le scelte intellettuali del leninismo sono state così potenti perché
hanno saputo interpretare l'ossessione volontaristica del maschio di
fronte alla depressione.
La concezione leninista del partito (che nasce proprio nel corso della
prima crisi acuta) contiene un'idea paranoica di purezza, che risente
del nucleo filosofico del cristianesimo ortodosso. Lenin non ebbe mai
propensioni religiose, ma nell'ambiente dell'intelligentzia di fine
ottocento l'influsso dell'ortodossia è importante. In apertura del
suo "Che fare?" Lenin cita una lettera di Lassalle in cui si
dice che "epurandosi il partito si rafforza".
L'idea dell'epurazione non va banalizzata. Presuppone una purezza da
restaurare.
"La classe operaia è in grado di elaborare solo una coscienza
sindacale, ma non giunge a considerarsi in alternativa a tutto il
sistema, lotta sì contro il capitale ma sentendovisi legata."
Questa impurità della classe operaia va superata, attraverso
l'epurazione, perché la società si adegui infine alla sua pura idea.
E solo un partito che sia portatore del Verbo, e non aggregato carnale
di corpi sociali impuri, può essere il portatore di questo
superamento, di questa rivoluzione.
La storia reale dell'autonomia operaia nel corso del Novecento non ha
avuto nulla a che fare con questa purezza. E' stata piuttosto rifiuto
e motore dinamico, si è posta fuori dalla logica del capitale senza
interrompere il rapporto con l'innovazione che il capitale subisce e
agisce. L'autonomia presuppone una elaborazione "morbida"
della depressione, la disponibilità ad accettare la propria
finitezza, l'impotenza a cambiare demiurgicamente il mondo, la
necessità di confrontarsi col capitalismo rifiutando di subirne il
dominio, ma sfruttandone la capacità innovativa.
La rifondazione del mondo, l'abolizione dialettica è un falso
storico. L'abolizione non si è mai data nella storia. Ci sono
stratificazioni, ritorni, risacche, convivenze, estraneità. Ma non
abolizioni.
E l'idea di purezza, l'imposizione della volontà sull'intelligenza
(depressiva) non può che preparare il collasso.
07/11/2007
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