La mattina dei sabato 27 settembre di trent'anni fa, mi trovavo ad un convegno degli amministratori degli enti locali, ad Orta sul lago Maggiore, quando mi raggiunse una telefonata di un cronista della "Gazzetta del Popolo", che mi annunciava la caduta del governo Cossiga, impallinato in Parlamento dai franchi tiratori. Tutto il lavoro svolto con vari ministri e con il Presidente del Consiglio per trovare una via d'uscita alla aspra vertenza sindacale aperta da alcune settimane alla Fiat, se ne andava improvvisamente in fumo. Due ore dopo la prima telefonata, sempre l'amico giornalista mi informava che la Fiat aveva sospeso i 15 mila licenziamenti richiesti ufficialmente ai primi di settembre. Passai la domenica al telefono per convincere il maggior numero di dirigenti sindacali della necessità di riprendere un contatto con la grande massa dei lavoratori che da giorni, dopo la proclamazione di uno sciopero ad oltranza, non si presentava più ai cancelli degli stabilimenti, liberando i "blocchi" agli ingressi, organizzando assemblee all'interno delle officine per orientare il maggior numero di operai, ormai provati da alcune settimane di lotta.
Questa esigenza non venne percepita in quel clima di radicalizzazione della lotta. E ancora una volra la Fiat giocava d'anticipo. Nello spazio di 24 ore inviava lettere personali per la messa in cassa integrazione di 23 mila dipendenti, scegliendo uno per uno quelli che di fatto venivano estromessi dalla fabbrica, negando la turnazione, decapitando, in un colpo solo, tutta la struttura dei delegati di squadra, di reparto, di officina, costruita con molto impegno dalla FML, la federazione unitaria dei metalmeccanici, creata dai tre principali sindacati: CGIL, CISL, UIL. Veniva così spazzata via, messa fuori dai cancelli la struttura che garantiva la maggior partecipazione dei lavoratori, strumento della democrazia dal basso, per tutti i problemi non solo salariali e normativi, ma anche sull'organizzazione del lavoro.
Tutto era iniziato, come un fulmine a
ciel sereno, il 21 giugno del 1980, quando sulla prima pagina de
"La Repubblica" apparve una intervista di Giuseppe Turani a
Umberto Agnelli nella quale annunciava l'imminente richiesta
dell'Azienda di 15 mila licenziamenti. Quell'intervista era in netta
contraddizione con tutte le indicazioni fornite dalla stessa Fiat nei
mesi precedenti. Nel mese di marzo, ad esempio, il dottor Umberto
Agnelli mi aveva chiesto personalmente di intercedere sui sindacati
perché ammorbidissero la loro posizione in materia di lavoro
straordinario. C'era stata una sensibile ripresa del mercato e un paio
di "modelli" di vetture stavano "tirando" molto
bene. C'erano però difficoltà da parte dell'Azienda di soddisfare
tutte le richieste. «Non consegnare in tempo una vettura – mi disse
Agnelli – può significare la perdita definitiva di un cliente, e
questo non possiamo permettercelo». Come Sindaco ritenni doveroso farmi
carico di quella sollecitazione. Le vorticose giornate di
quell'allucinante periodo segnato dalla snervante e dolorosa presenza
del terrorismo, non mi impedivano di seguire con particolare attenzione
le vicende sindacali e in modo particolare quelle della Fiat,
consapevole com'ero dell'incidenza che ciò che accadeva nella grande
Azienda automobilistica, aveva nella vita della mia città.
Un mese dopo il colloquio con Umberto Agnelli era la volta di Cesare
Romiti che mi chiedeva, quale presidente regionale dell'ANCI
(l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) di sollecitare al collega
Sindaco di Rivalta la concessione di licenze edilizie (con variante al
Piano Regolatore, cambiando il "verde agricolo" in area
industriale) necessarie per compiere degli ampliamenti realizzati in
quel Comune dalla Fiat alla fine degli anni Sessanta.
Aumento del lavoro straordinario,
accompagnato da esigenze di espansione delle officine, erano indicatori
tanto significativi da spostare la lancetta del "barometro"
della crisi, verso il sereno e non più in direzione della bufera.
Il 2 luglio invece Umberto Agnelli confermava l'intenzione della Fiat di
procedere ai licenziamenti. Il 17 dello stesso mese ci sarà uno
sciopero nazionale di tutta la categoria dei metalmeccanici, mentre nei
principali stabilimenti Fiat dell'auto e di altri settori si assisteva
ad un intensificarsi di licenziamenti motivati dal cosiddetto
"assenteismo". Il 24 luglio l'esecutivo del Coordinamento
Sindacale Fiat denunciava che si trattava di licenziamenti e di
pressioni per l'autolicenziamento che riguardavano lavoratori che, in un
determinato periodo di tempo, avevano superato un certo numero di
assenze. «In alcuni casi – venne scritto in un documento del
Coordinamento – la Fiat ha applicato il metodo di fare accompagnare
fuori dai cancelli della fabbrica dalle proprie guardie i lavoratori non
più desiderati. Nel computo delle assenze vengono calcolati i ricoveri
in ospedali, le convalescenze, tutte le giornate di assenza per
malattia, i permessi personali, ecc. In alcuni casi vengono conteggiate
anche le assenze per maternità».
Il 28 luglio, alla vigilia delle ferie, la direzione dell'Azienda
confermava in un comunicato le sue intenzioni: «Si tratta di adeguare
la forza lavorativa alla situazione del mercato» preannunciando che
alla ripresa di settembre «saranno valutati i provvedimenti più
opportuni da attuare».
I lavoratori della Fiat tornano in
fabbrica il 4 settembre, lo stesso giorno ha luogo un'incontro tra
Sindacati e Azienda. Dopo le ferie si nota subito una ulteriore
accentuazione dei toni: su consiglio del potente banchiere Enrico
Cuccia, i fratelli Agnelli si defilano, viene avanti lo spavaldo Cesare
Romiti, con alcuni suoi stretti collaboratori. L'Azienda pone subito le
sue condizioni: «l'accordo deve essere raggiunto entro una settimana,
altrimenti esaurito questo periodo di tempo senza aver trovato una
intesa, la Fiat agirà unilateralmente».
La rottura avviene il 10 settembre, il giorno dopo la Fiat avvia la
procedura per 14469 licenziamenti. Hanno così inizio i 35 giorni
conclusisi con una pesante sconfitta del movimento dei lavoratori
destinati a segnare profondamente non soltanto la vita sindacale in
Italia, ma a determinare quella svolta politica moderata, che
caratterizzerà il decennio Ottanta ed oltre, sino ai giorni nostri.
Durante i 35 giorni sono stato due volte ai cancelli di Mirafiori,
esattamente il 19 settembre e il 6 ottobre. Con la Provincia e la
Regione avevamo stabilito una intesa per seguire, come istituzioni,
giorno per giorno, la vertenza Fiat, consapevoli del riflesso che aveva
su tutto il Piemonte. Ai vari ministri che ho incontrato in quelle
settimane: Foschi (Lavoro), Giorgio La Malfa (Bilancio). Rognoni
(Interno) ,allo stesso Cossiga e al Presidente della Repubblica Pertini,
avevo detto che la città non avrebbe potuto sostenere l'urto di 14 mila
licenziamenti. Era come se si fosse deciso di azzerare economicamente
una intera città più grande di Cuneo, considerando che ogni lavoratore
aveva a carico, mediamente, altre due persone. La mia presenza ai
cancelli era stata richiesta unitariamente dalle Organizzazioni
Sindacali e per quella del 6 ottobre si era aggiunta una sollecitazione
personale del Prefetto Emanuele De Francesco.
La tensione era molto alta: lo sciopero
ad oltranza si protraeva ormai da 27 giorni mentre pochi giorni prima la
Fiat aveva fatto naufragare una timida ripresa di trattativa apertasi
presso il ministero del Lavoro. In città si erano verificati alcuni
episodi di teppismo: alcuni individui si erano presentati in negozi e
sui mercati asserendo di essere operai della Fiat senza lavoro da circa
un mese e pretendendo di avere la merce senza pagarla. Alla Lancia di
Chivasso c'era stato un grossolano tentativo di provocazione davanti ai
cancelli di cui ero stato informato la stessa mattina dal Comandante
della Legione dei Carabinieri, il quale mi aveva scongiurato di mettere
in atto tutti i mezzi che potessero essere utili al fine di chiudere la
vertenza. Prima di allontanarsi dal mio ufficio il colonnello Richero mi
disse: «Sindaco, faccia anche Lei l'impossibile, prima che sia tropo
tardi. C'è chi gioca al peggio, non vorrei che ci scappasse il morto».
Quelle parole mi turbarono e preoccuparono profondamente. La
sollecitazione del Prefetto per la mia presenza ai cancelli di Mirafiori
aveva un preciso scopo: "fare l'intrattenitore". Si doveva
evitare, in quel clima gravemente esacerbato, che si formassero dei
cortei che sciamassero verso il centro città. Andava impedito ogni
possibile scontro con le forze dell'ordine.
Contrariamente alle mie abitudini, quel mattino di fronte ad una marea
di teste di operai parlai a lungo, rispondendo pubblicamente anche agli
attacchi personali che mi erano giunti dalla destra e dal presidente
degli industriali torinesi, il quale aveva dichiarato che io «non
potevo più essere considerato il Sindaco di tutta la città, essendomi
schierato da una parte». «Se qualcuno pensa che il sottoscritto –
dissi agli operai – possa essere dalla parte di chi intende gettare
sul lastrico migliaia e migliaia di lavoratori si sbaglia! Non ho mai
avuto la pretesa di essere anche il sindaco di quella parte». Gli
operai rimasero appiccicati al palco per oltre due ore: ognuno aveva
qualcosa da dire,da manifestare, da chiedermi. In quei giorni,
purtroppo, si bruciavano anni di paziente tessitura tendente a stabilire
relazioni nel mondo del lavoro diverse da quelle che avevamo conosciuto
nella stagione di Valletta, della "Guerra Fredda". Ogni
iniziativa veniva letta in due modi diametralmente opposti. Così fu per
la visita di Berlinguer davanti alla porta "5" di Mirafiori.
Era il venerdì 26 settembre, diciassettesimo giorno della vertenza.
«Noi – dichiarò Romiti in un libro-intervista di Gian Paolo Pansa, pubblicato nel 1988 – ce la prendemmo anche con il Sindaco di Torino, Novelli. Non soltanto aveva accompagnato Berlinguer ai cancelli, facendo prevalere il suo essere uomo di partito piuttosto che l'essere sindaco della città». Falso! Quel mattino non ero con Berlinguer, ma già al pomeriggio ascoltai la registrazione del suo breve discorso pronunciato a Mirafiori. Quel nastro, ancora disponibile, smentisce tutti coloro (a partire da Craxi) che tentarono di imbastire una grossolana speculazione politica accreditando la tesi secondo cui Berlinguer aveva spinto gli operai in sciopero ad occupare gli stabilimenti. Ad una domanda provocatoria di un esagitato esponente della Fim-Cisl (tale Liberato Norcia) Berlinguer aveva risposto che «le forme di lotta erano competenza dei sindacati e dei lavoratori stessi. Naturalmente il Pci sarebbe stato comunque dalla parte degli operai».
Poi venne la marcia dei quadri Fiat,
passata alla storia come quella "dei 40 mila" contro lo
sciopero. La "spontanea" marcia (in verità furono meno di 15
mila secondo il dato fornito dalla Questura, comunque sempre tanti), fu
ideata da Carlo Callieri (capo del personale di Mirafiori in totale
sintonia con i massimi dirigenti aziendali) e proposta a Luigi Arisio,
una brava persona, rappresentante dei "quadri", ed organizzata
dai vertici dei vari stabilimenti con sollecitazioni a domicilio ai
dipendenti perché partecipassero. Non ero a Torino quel mattino di
martedì 14 ottobre: mi trovavo a Roma, al Quirinale, a colloquio con il
Presidente della Repubblica. Il paterno Pertini aveva voluto essere
dettagliatamente informato della situazione di Torino, dello stato
d'animo degli operai, delle possibili strade percorribili per trovare
una via d'uscita. In mia presenza il vecchio Sandro chiamò al telefono
l'Avvocato, «persona molto per bene – mi disse – vedrai che una
soluzione la troveremo».
Ci sono voluti 18 anni (il pensionamento di Cesare Romiti e di Carlo
Callieri) per conoscere la verità su quella "marcia",
attraverso una intervista dello stesso Callieri, rilasciata ad Aldo
Cazzullo, pubblicata sul "Corriere della Sera" il 1 luglio del
1998, dove l'ex dirigente Fiat si vanta di essere stato lo stratega
della iniziativa.
Quello scontro di trenta anni fa segnò
una svolta non solo per i lavoratori della Fiat. La stagione politica
che aveva caratterizzato tutti gli anni Settanta e che aveva visto
milioni di italiani, uomini e donne, mobilitati nelle fabbriche, nelle
scuole e nelle Università, nei quartieri delle grandi città, per
determinare un processo di cambiamento politico e sociale accompagnato
da una allargamento degli spazi democratici, fu bruscamente chiuso con
una severa sconfitta del movimento dei lavoratori. La soluzione fu
trovata il 16 ottobre. Così venne annunciata dal TG1: «Alle tre e
mezza di questa mattina, dopo sette ore di colloquio e 34 di negoziato,
il ministro Foschi, Lama, Carnitti e Benvenuto, la FLM e la Fiat hanno
firmato il protocollo di accordo per chiudere la vertenza del complesso
torinese». I 14 mila licenziamenti richiesti a giugno con l'intervista
di Umberto Agnelli, venivano tramutati in casa integrazione per 20 mila
lavoratori, senza alcuna turnazione. Così come voleva la Fiat.
«L'ordine – secondo una dichiarazione di Cesare Romiti – era
ripristinato nella fabbrica e in città».
Come non andare oggi col pensiero a Melfi e Pomigliano? Vero, dottor
Marchionne?