COMMENTO A UN LIBRO
vedi anche Eterogenesi del militante senza volontà il manifesto 14/02/01 BENEDETTO VECCHI
e Homo faber, maledizione del Novecento? Il manifesto 14/02/01 LORIS CAMPETTI
Ditemi tutto ma non revisionista -MARCO REVELLI
Dentro il Novecento
LUIGI PINTOR il manifesto 20/02/01
E' un libro molto denso, elaborato e minuzioso,
e quindi avrei dovuto trovarlo indigesto. Invece è attraente e
seduce chi lo legge, provocando adesione o rigetto come un film
sadico. Questo vuole essere un complimento. Parlo dell'ultimo
libro di Marco Revelli, di cui questo giornale ha già detto
amichevolmente e di cui si continuerà a parlare da diversi punti
di vista.
Non sono un recensore adatto perché fordismo e postfordismo sono
termini un po' abusati e stereotipati (oggi anche Chaplin
intitolerebbe il suo vecchio film Tempi fordisti) e come chiavi
di interpretazione del mondo a me sembrano improprie. Vorrei solo
dire che questo libro mi ha fatto molta impressione: molta e
cattiva.
Siccome racconta il Novecento (un secolo non breve ma
lunghissimo, nel quale anch'io ho vissuto) e ne mette in risalto
i mali estremi con l'intento di fugarli l'ho letto per trovare
un'assonanza. Vedo infatti (o ricordo) questo secolo come
catastrofico e per di più non credo che stia alle nostre spalle
(concordo con chi ha definito Auschwitz una prima prova in un
teatro sperimentale di provincia di uno spettacolo da replicare).
Ma non ho trovato l'assonanza che cercavo.
Com'è stato già detto il libro individua il nemico principale
nell'homo faber, nemico principale di se stesso: ossia la
produzione onnivora, il lavoro totale e totalitario, il
"regno delle cose" che annulla ogni intimità. Può non
essere un'idea originale ma è espressa con efficacia. Qui c'è
assonanza, anch'io ho massima antipatia per quell'homo anche se
non credo che sia stato inventato da Ford, se credo che sia così
per nascita e non per distorsione storica, che il possesso sia la
sua vocazione e che perciò è difficile trovare una soluzione.
Ma la vera novità del libro sta nella radicalità con cui
demolisce, in coerenza con l'impostazione generale, tutto il
comunismo novecentesco dalla prima all'ultima pietra, anzi dalla
prima all'ultima maceria. Comunismo novecentesco inteso come
movimento, teoria e pratica, che voleva rovesciare il "regno
delle cose" e ne ha invece ereditato i meccanismi e
ricalcato i caratteri costituitivi portandoli all'esasperazione:
le rivoluzioni del secolo come un gigantesco esempio di
eterogenesi dei fini, la nuova società concepita come una grande
fabbrica virtuosa, Gramsci paradossalmente come Ford.
E' probabilmente, sotto questo aspetto, il libro più
organicamente anticomunista che io abbia letto. E' come se
l'autore volesse spianare il terreno in modo che l'erba non possa
più crescervi (rischio peraltro inesistente per almeno cinque
generazioni). Colpisce al cuore l'esperienza del movimento
operaio e delle sue espressioni politiche (molto più che il
socialismo reale e parecchio di più che una incarnazione
novecentesca) nei motivi ispiratori se non nelle idealità, nel
formulario concettuale, nei moduli organizzativi. E poiché è
scritto da una intelligenza di sinistra antitetica alla cultura
dominante (malgrado qualche eclettico riferimento letterario) ha
una forza di suggestione che i post-comunisti non hanno quando
vilipendono il proprio passato né i revisionisti quando
falsificano la storia.
Il messaggio che arriva (parlo per me) non è però quello
liberatorio desiderato dall'autore: forse anche i libri patiscono
una eterogenesi dei fini. Il quadro generale (il tumulto e la
barbarie del secolo, "il tempo degli assassini", la
mercificazione universale) restano sullo sfondo come uno scenario
inerte e il disastro delle rivoluzioni prometeiche balza invece
in primo piano come protagonista negativo assoluto, immiserito e
spogliato di ogni tragica grandezza, in un buio dove non balugina
neppure un cero funebre. Non si tratta più di una fatale
aberrazione (i mezzi che divorano i fini, il morto che afferra il
vivo) ma di una ottusa idiozia: monumentale e inspiegabile.
Forse questa ingenerosità del libro, per così dire, dipende dal
fatto che l'autore ragiona esclusivamente all'interno
dell'universo unidimensionale che avversa e non avanza domande o
risposte che a quell'orizzonte culturale sono estranee. Il
marxismo (qualcuno lo ha detto) contiene in sé molti tesori
nascosti, ma il pensiero di sinistra che in un modo o nell'altro
ha questa derivazione non li ha dissepolti e non ammette che tra
cielo e terra ci siano più cose di quelle riconducibili al
toyotismo. Perciò vincono le metafisiche e le religioni, che
rinviano tutto al "peccato originale" (a cui preferisco
tra parentesi l'"amor proprio" leopardiano, inteso come
regolatore di ogni comportamento: forse in questo secolo non c'è
stata alcuna eterogenesi dei fini ma un loro trionfo). Finché
non sposteremo o non dilateremo il piano del nostro discorso
fuori dall'economicismo non ce la caveremo.
Tra i pregi di questo libro c'è senz'altro quello di avermi
tolto ogni illusione riguardo a possibili vie d'uscita (dico per
dire, non ne avevo da tempo). La solidarietà che prospetta è un
concetto cristiano-sociale più che un'eco del comunismo utopico
o una sintesi bonaria di libertà - uguaglianza -fraternità, un
buon paracadute per non farsi troppo male atterrando ma che non
vale per risalire. E' difficile credere che un "io"
microsociale in sostituzione di un "noi" megapolitico
possa fronteggiare le colate di lava eruttate in ogni direzione
dalle moderne oligarchie. E se è vero che volontario è meglio
di militante, come suono o anche in senso esistenziale, temo che
tra vent'anni questa figura sociale sarà altrettanto
maltrattata: come un ingenuo supporto del sistema dominante.
Ma c'è nel libro anche un altro pregio di segno opposto, quello
di indurre a una reazione salutare. Mi impone di ricordare e di
sostenere che abbiamo prima di tutto un debito di riconoscenza
verso il movimento operaio novecentesco e le sue contraddittorie
espressioni politiche, perché se fosse dipeso da Kypling o anche
da Tocqueville e dalla borghesia illuminata del nostro secolo
nessun popolano occidentale o servo orientale avrebbe smesso di
chinare il capo di fronte al padrone e imparato l'alfabeto, e
nessuna lavandaia avrebbe mai avuto diritto di voto. Mi viene
perfino la tentazione di ringraziare Stackanov, se per suo merito
o demerito 147.200 guerrieri ariani sono sepolti sotto le nevi di
Volgograd.
E soprattutto ci tengo a dire, poiché sono stato pur sempre un
militante come anche Revelli lo è, che molti di loro erano
uomini semplici ma non creduloni irregimentati. Che fossero
troppo devoti a una bandiera simbolica (ma anche nobile e
risolutiva in terribili circostanze) è dopotutto un buon ricordo
che vorrei sottrarre alle ingiurie del tempo.