UNA CITTÀ n. 64 / Dicembre/Gennaio 1998
ALDO BONOMI
QUESTIONE SETTENTRIONALE
Aldo Bonomi, consulente Cnel e fondatore del centro
ricerche Aaster, ha pubblicato Il trionfo della moltitudine da Bollati
Boringhieri e, recentemente, Il capitalismo molecolare da Einaudi.
Questo libro è la continuazione “sul campo” dell’altro, Il trionfo
della moltitudine, di cui abbiamo già parlato su queste pagine. Il problema
era, venuta meno la centralità della fabbrica e della classe operaia,
l’angoscia di un soggetto senza più relazioni sociali certe, forti. Il
termine “moltitudine” indicava, appunto, questo apparentemente indistinto
amalgama di lavoratori in crisi di identità...
Premetto che le mie ricerche sono incentrate nel Nord del paese, la parte del
paese maggiormente interessata da processi di produzione competitivi e
caratterizzati da una forte globalizzazione.
Credo che riuscire a discernere, in questa moltitudine di produttori,
l’affermarsi di una nuova composizione sociale sia la grande questione aperta
per la politica, per la cultura, per le istituzioni. Sono anche convinto sia
opportuno scomporre quella che sembra una moltitudine indistinta, perché
l’esistenza di un magmatico “popolo dei produttori”, dove tutti sono
uguali e tenuti assieme dall’identità territoriale ed etnica, dove il
conflitto fra chi governa e chi è governato, tra chi ha e chi non ha, non
esisterebbe più, è il grande argomento di Bossi. Nella mia ricerca cerco di
sfatare l’idea che la molecolarità significhi più libertà e più
uguaglianza. Il fatto che ci siano 67 imprese ogni mille abitanti e con non più
di 5 addetti a testa, che è un dato veramente impressionante, in realtà non
esclude la selettività, tutt’altro.
Allora, che cos’è questa nuova composizione sociale che emerge? Questa nuova
composizione sociale è costituita innanzitutto dai lavoratori salariati che
sono ancora dentro le mura della grande fabbrica ristrutturata che fa world
production -e da questo punto di vista il laboratorio emblematico è Torino- e
da quelli delle medie imprese leadership del capitalismo molecolare. Ma è
formata anche dai lavoratori che stanno fuori dai luoghi tradizionali, che
spesso svolgono un lavoro autonomo nel ciclo della subfornitura o della
comunicazione. Se si guarda alla Fiat e al territorio che la circonda -ma questo
vale anche per l’Esaote a Genova, per la Riello a Padova, come per l’Aprilia
nel Nordest, o per la Ferrero ad Alba- e si paragona chi è dentro le mura con
chi sta fuori, ci si accorgerà che la delimitazione non è più così netta. Ai
lavoratori salariati si chiede sempre più di sentirsi quasi dei lavoratori
autonomi, identificandosi con l’azienda, con i processi produttivi di qualità,
con le nuove tecnologie, con l’innovazione. Mentre a chi sta fuori e fa un
lavoro autonomo si chiede, nei fatti, di comportarsi come lavoratori salariati.
Pensiamo, ad esempio, a tutti quelli che lavorano nelle cooperative che
forniscono gli operai stagionali alla Ferrero, o all’Aprilia che, spesso, sono
contemporaneamente soci di cooperative e lavoratori salariati. Oppure pensiamo
ai lavoratori autonomi di seconda generazione, ossia a quelli che, ad esempio,
stanno dentro il ciclo dello spostamento degli impianti, della robotizzazione
degli impianti nel ciclo Fiat. Questi si spostano in Germania, in Ungheria, in
Polonia, in Argentina, sono i cosiddetti “legionari” sempre con la valigetta
in mano. Ma prendiamo anche un gruppo mondializzato come il gruppo Radici della
Val Brembana. Che tipo di lavoratori sono quelli che partono dalle vallate della
Bergamasca per andare a formare i cinesi o gli argentini o i tunisini all’uso
del telaio meccano-tessile, preparando quei quadri che sono poi la vera forza
produttiva nella mondializzazione di un’impresa come il gruppo Radici? Quello
che parte e assieme al telaio porta anche la formazione e l’accompagnamento
dei quadri, è un legionario, ma al contempo è un lavoratore autonomo.
Questo per quanto riguarda il ciclo della fabbrica, perché poi andrebbe
analizzato anche il tessuto di base del capitalismo molecolare, quel tessuto
produttivo di molecole che sta attorno alla grande impresa mondializzata. Parlo
del ciclo della subfornitura nelle sue diverse gradazioni.
Un’ulteriore fascia di lavoratori si trova nel ciclo della consulenza al
capitalismo della conoscenza, dell’informazione, della comunicazione. Anche
questi credono di essere lavoratori autonomi, perché hanno la loro partita Iva
e pensano, solo per questo, di determinare il proprio tempo. In realtà, se si
guarda con attenzione, ci si accorge che il loro tempo è determinato e
controllato da una fabbrica territoriale dove i ritmi operativi non sono affatto
decisi autonomamente dal soggetto, bensì da altri.
Una critica che mi è stata fatta è che questo libro analizzerebbe troppo i
processi strutturali. Beh, io credo che ci sia un gran bisogno di attenzione ai
processi reali, per tentare di uscire fuori da questa nebulosa indistinta in cui
nessuno capisce più nulla di quello che sta succedendo, per cercare, cioè, di
dare nomi e cognomi ai soggetti e ai processi di aggregazione che vanno a
formare questa moltitudine.
E’ in crisi il modello di coesione sociale della grande città cresciuta
attorno alle grandi fabbriche. Ma tu sostieni essere in crisi anche l’altro
modello, quello delle “cento città”, tipico del capitalismo molecolare...
Infatti. I grandi modelli di coesione sociale che, sempre esaminando il Nord
Italia, hanno caratterizzato i decenni passati erano appunto i due ora citati.
Il primo è quello del capitalismo urbano industriale, che ha caratterizzato
tutto il ’900: la grande città circondata da grandi fabbriche, in cui la
contiguità alla produzione era la base di quella prossimità che dava identità
e cittadinanza. Il secondo, più tipicamente italiano, è quello dell’Italia
delle “cento città”, caratterizzate da un modello di comunità economica
dove tutto si teneva: il lavoro artigiano, le attività commerciali, la piccola
e media impresa, la media impresa competitiva, l’ente locale che faceva
accompagnamento.
La dissolvenza dell’identità ha provocato la dissolvenza di entrambi questi
modelli di coesione sociale. Con il passaggio dal fordismo al postfordismo,
allora, non si è dissolto solo il grande modello fordista urbano industriale,
ma sono andati in crisi anche i tanto decantati distretti industriali. Queste
comunità economiche, dove tutto si teneva, verticalizzandosi
nell’internazionalizzazione, si sono dissolte. Fra le medie imprese è
avvenuto un durissimo processo di selezione, c’è chi ce l’ha fatta e chi
non ce l’ha fatta. Lo stesso tessuto artigiano delle piccole e medie imprese
si è strappato, sono incominciati ad apparire quelli che prima erano totalmente
subordinati ai processi produttivi della media impresa. Nei processi di
globalizzazione anche l’ente locale ha smesso di essere un punto di
riferimento valido, perché era funzionale a produrre servizi per una comunità
economica perimetrata e data. Il famoso modello tosco-emiliano, dove tutto aveva
una collocazione funzionale, dall’area artigianale agli asili-nido, sta
andando in crisi perché ormai le reti corte di queste comunità economiche non
bastano più, ci vogliono reti lunghe e grandi processi di modernizzazione per
le quali l’ente locale non è adeguato. Addirittura non basta più la Regione
come attore istituzionale che si relaziona alle cento città italiane, perché
può risultare troppo grande per la dimensione della comunità o troppo piccola
per accompagnare in Europa. Da queste considerazioni discende anche una
riflessione sulla crisi istituzionale che, però, a mio avviso, va guardata dal
basso, non dall’alto della piramide della politica. In questo senso la crisi
istituzionale è una crisi profonda che sale dal basso, dal sociale.
Anche l’idea di un nord omogeneo, uniforme, un unico Nord, il Nord-nazione
del popolo dei produttori viene sfatata. Dalle tue ricerche emergono infatti
tipologie socio-economiche differenti, che pure appartengono a quello stesso
contesto.
Nell’analisi del territorio del nord e dei vari modi in cui si dispiega la
fabbrica territoriale del capitalismo molecolare io individuo “sette Nord”.
Adesso non val la pena ripercorrere ogni tipologia. Basti ricordare il nord dei
territori di frontiera dove l’Europa non significa solo parametri finanziari e
conti pubblici, ma economie, alleanze, gemellaggi transfrontalieri.
Mi riferisco ai progetti della Comunità delle Alpi occidentali, di cui fanno
parte Piemonte, Val d’Aosta, Costa Azzurra, Provenza, il cantone di Ginevra,
eccetera; l’asse Torino-Lione; il progetto dell’euroregione insubrica con
Como, Varese, Lugano e il Ticino; l’euroregione del Tirolo; il gruppo di
lavoro dell’Alpe Adria che opera al confine fra Austria, Italia, Slovenia e
Croazia.
L’Europa e la perdita di importanza dei confini stanno producendo una
fibrillazione di tutte queste regioni, con una nuova vitalità economica,
progetti infrastrutturali, ma anche perdita, in particolar modo nelle regioni
autonome, di sicurezze consolidate.
Un altro nord è quello invece delle “aree tristi”, che sono zone spesso
vicine alla frontiera, ma che della transizione hanno conosciuto solo lo
smantellamento della grande fabbrica o della grande miniera che sosteneva
l’intera economia di una valle. Pensiamo alla Valtellina, alla Valcamonica o a
certe vallate del Friuli.
C’è poi il nord del triangolo industriale, delle città come Torino, Milano,
Genova, dove i cambiamenti sono impressionanti: basti dire che Torino in 10 anni
ha perso 106.000 posti di lavoro e che su 1.200.000 mq di capannoni solo un
terzo è oggi pienamente utilizzato. A fronte di questa espulsione violenta e
dolorosa di lavoro dipendente, sono nate centinaia di micro-imprese, che non
sono altro, spesso, che una miriade di lavoratori a partita Iva.
Infine, c’è il nord-est, con le sue 80 imprese per 1000 abitanti, dove il
capitalismo molecolare è cresciuto a partire dalle cellule elementari, la
famiglia, la piccola proprietà agricola, la comunità di paese. Tuttavia il
nord-est oggi rischia di entrare in sofferenza per uno sviluppo troppo veloce,
inoltre il problema, finora forse volutamente eluso, dell’accompagnamento
politico si impone ora con urgenza.
Per dare l’idea della profondità e della radicalità delle trasformazioni
che stiamo vivendo, parli di “apocalisse culturale”, riprendendo una
suggestiva espressione di Ernesto De Martino.
De Martino ha applicato l’espressione “apocalisse culturale” nell’ambito
degli studi di storia orale sul passaggio della pianura padana da una dimensione
contadina rurale a una fase caratterizzata, invece, da processi di
industrializzazione. Il dissolvimento di valori, che provoca spaesamento,
angoscia e crollo dei punti di riferimento, assume una dimensione epocale e ha,
effettivamente, un aspetto apocalittico. Credo sia corretto applicare questa
categoria di “apocalisse culturale” anche al passaggio dal fordismo al
postfordismo. Questa, infatti, è la vera questione. Lo sottolineo anche perché
mi si accusa di aver scritto un libro troppo economicista. In realtà vuol
essere esattamente il contrario. La mia tesi è che siamo di fronte a una crisi
al cui centro c’è uno spaesamento antropologico, un disagio, quindi, ben più
profondo, che non si risolve solo razionalizzando i processi economici, e
tantomeno con la semplice entrata in Europa. Ecco perché diventa fondamentale
quello che io chiamo “fare società”, “costruire società”. Cosa
significa? In primo luogo si tratta di costruire coalizione sociale che è, a
mio parere, un’evoluzione del termine gramsciano “blocco sociale”. Il
blocco sociale gramsciano era fondato su un’alleanza tra produttori in cui la
classe operaia doveva produrre egemonia e consenso. Questo tentativo è fallito,
ma non perché è fallito il comunismo, è fallito perché quella classe operaia
si è dispersa e non può più essere un fattore di aggregazione. Quindi i
processi che producevano egemonia ed aggregazione vanno ricostruiti in altri
modi. Si tratta di ricominciare a fare comunicazione sociale, facendo sì che
questi soggetti dispersi e molecolari della composizione sociale ricomincino a
dialogare tra loro. Ma questo non basta: è necessario che le nuove figure
emergenti, soprattutto i lavoratori autonomi di seconda generazione, che operano
in quello che è il capitalismo della conoscenza, ossia nelle reti immateriali
della consulenza, dell’informatica, e che però usano le proprie competenze
esclusivamente in chiave competitiva, comincino a produrre forme di mutualità e
di scambio analoghe a quelle che, all’inizio del secolo, si svilupparono nel
passaggio dalla fase agricola a quella industriale. Si tratta quindi di
ragionare sulla creazione di reti di socialità e di scambio e non di
competizione.
Ancora: si tratta, a mio avviso, di cominciare a ragionare su chi può creare
comunità artificiali.
Può sembrare una brutta parola, ma bisogna essere chiari: se le comunità
naturali, etniche sono dissolte e quella di Bossi è solo un’invenzione, una
rimessa in scena; se le comunità economiche sono dissolte, non resta che
ricominciare a produrre artificialmente comunità, mettendo in moto meccanismi
di socialità e di coalizione sociale, in cui i soggetti possano ridisegnare il
loro spazio di vita, di lavoro, di desideri, di diritti. Da questo punto di
vista ridiventa importantissimo il ruolo dell’ente locale.
Non c’è il rischio di pensare a un nuovo soggetto sociale che abbia, per
usare un’espressione veramente antiquata, un ruolo d’avanguardia?
Lo ripeto: sarà importante che i lavoratori autonomi di seconda generazione,
impegnati nel ciclo della consulenza, nel capitalismo della conoscenza,
percepiscano di essere dentro una grande mistificazione, dentro la grande
ambiguità dell’aver più autonomia, certo, ma, nello stesso tempo, più
sfruttamento e meno qualità della vita. Non mi sembra rilevante stabilire se
questi soggetti siano “neo borghesia”, come li definisce Mario Deaglio o “proletaroidi”,
come li chiama Sergio Bologna, o ancora un proletariato che non percepisce
ancora di essere classe, come dico io. Quel che conta è il modo in cui loro si
percepiscono: una nuova coesione sociale potrà svilupparsi quando questi
lavoratori capiranno di doversi collegare agli altri soggetti del lavoro
autonomo. Questo passaggio comporta però che ci si appropri di quella
importante memoria storica di emancipazione, che viene da quelli che stanno
dentro la fabbrica. Mi riferisco in particolare alle battaglie per la tutela del
welfare. Detto ciò, io non penso più, e questo lo dico molto chiaramente, che
esista il soggetto di riferimento, che quindi sia sufficiente partire
riaggregando “l’avanguardia del lavoro autonomo di seconda generazione”.
Se effettivamente emergerà un movimento sociale, a mio avviso, non potrà che
essere un movimento "coloured", fatto di sincretismi, di unioni fra
soggetti che sembrano opposti e opposti non sono, primi fra tutti i lavoratori
autonomi di seconda generazione e i lavoratori salariati dentro la fabbrica
ristrutturata. Quindi è un progetto di sincretismo che va delineato. Credo che
questo significhi anche abbandonare qualsiasi ideologia legata alla necessità
di avere una linea che dall’alto governi questi processi.
Marco Revelli ed io veniamo spesso accusati di essere dei “bassisti”, in
polemica con gli “altisti”, la Rossanda e gli altri. Beh, è vero, lo
rivendico, penso che si debba riavviare un processo dal basso.
Cosa pensi dell’ipotesi di un partito “catalano” del nord-est che
Cacciari propone da tempo?
Lo dico in maniera esplicita: se il partito del Nordest, per essere chiari, è
pensato come l’ennesimo partitino federalista o l’ennesimo partitino che
cerca di conquistare i voti moderati in libera uscita, confluiti nella Lega, o
gli ex-voti della Democrazia Cristiana, è un’operazione di piccolo cabotaggio
e di breve respiro. Se invece il partito del Nordest significa una rete di città,
rappresentata emblematicamente dai sindaci, che prefigurino la città Regione,
che garantisca quel tessuto intermedio di socialità per un contesto in cui il
capitalismo delle risorse elementari, famiglia, paese, si è trovato imbrigliato
nei processi di globalizzazione, allora quella di Cacciari è un’intuizione
importante.
Si tratterebbe, per citare il suo libro, della costruzione di un arcipelago, il
che vuol dire, metaforicamente, che ognuno deve uscire dalla propria isola e
andare per mare, ma potendo contare su una rete, su una comunicazione fra isole.