Il mulino "dla Teiro Niero"
e le miniere di grafite di Garnier
di Alberto Bonnardel
La Beidana. Cultura e storia nelle valli valdesi", n.46, febbraio 2003
Premessa
Larticolo che compare oggi su questa rivista è tratto da una ricerca che realizzai con altri due compagni di corso, Andrea Giardino e Patrick Zanolli, ora architetti, nellanno accademico 1992-93, nellambito del corso di Storia della Tecnologia tenuto dal professor Vittorio Marchis della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino.
Oggetto del nostro studio erano le poco conosciute miniere di grafite in regione Garnier nel comune di Roure e il mulino della Rocchetta (o "dla Teiro Niero") di Perosa Argentina, dove la grafite estratta veniva macinata.
Le notizie che qui vengono presentate sono basate in gran parte sulla testimonianza diretta di Ettore Merlo di Castel del Bosco, già sindaco del comune di Roure, e di Elia Tron, classe 1928, anchegli di Castel del Bosco, purtroppo deceduto pochi anni fa, che lavorò nel dopoguerra sia alle miniere sia al mulino.
Loccasione è gradita per ringraziare ancora una volta il maestro Merlo, che gentilmente per questo articolo ha voluto fornirmi nuovamente ulteriori informazioni sullargomento, e per ricordare, con un filo di commozione, il sig. Tron che con entusiasmo ci fece conoscere il sito delle miniere e i locali del mulino, luoghi che avevano per noi il fascino della scoperta.
Le miniere di Garnier
testimonianza diretta del sig. Elia Tron.
Alla fine dellOttocento, insieme ai suoi fratelli Cirillo e Giuseppe, Giovanni Battista Tron fondò una compagnia e fece costruire dei mulini, uno dei quali è quello in località Rocchetta. Successivamente le miniere passarono agli eredi dei fratelli e poi, nel 1920, furono assorbite dalla Società Talco e Grafite Val Chisone ad esclusione di quelle di Garnier che furono cedute alla ditta A. Cesana di Pero (Mi). Questa ditta, tuttora esistente, non detiene più le concessioni sulle miniere da anni abbandonate, ma è ancora proprietaria del mulino della Rocchetta, del magazzino per la cernita, ora diroccato, e dei terreni in cui sono ubicate le miniere.
Le miniere di grafite si trovano in località Garnier, nel comune di Roure, ad una quota compresa fra 860 e 970 metri circa sul livello del mare.
Il lungo inverno delle Alpi e le nevi non procuravano nessuna interruzione ai lavori in miniera che duravano tutto lanno.
Le gallerie scavate complessivamente furono quattro ma solo tre produttive: la quarta, chiamata "galleria di ricerca", fu realizzata negli anni 1947-48, a quota più bassa rispetto alle altre gallerie (863 m. s.l.m.) proprio per verificare se la grafite poteva giacere a quote inferiori. È profonda una quarantina di metri, si sviluppa in verticale e non in orizzontale come le altre miniere: è una galleria a pozzo.
Tutte le gallerie avevano un loro nome di battesimo: la suddetta si chiamava "Giorgio" mentre le altre erano la "Superiore" (a quota 970 m.), la "Eugenia Maria" (a quota 949 m.) e la "Mirella" (a quota 933 m.). Le dimensioni delle gallerie erano 180 cm. circa di altezza (poco più della statura media di una persona) e 160-200 cm. di larghezza.
Sopra lingresso della galleria "Superiore", si trovano due baracche, ora in rovina, coi muri in pietra e il tetto in lose: la prima era il refettorio e conteneva una stufa a legna, nel secondo fabbricato cera la forgia per rimettere a nuovo gli attrezzi usurati dal lavoro della miniera.
Sistemi di estrazione e di trasporto della grafite
Diversi erano i sistemi di avanzamento cioè i modi in cui si procedeva a scavare le gallerie in rapporto al tipo di terreno o di roccia che di volta in volta la montagna presentava. Infatti a tratti poco saldi con infiltrazioni dacqua costituiti da terra, argilla e rognoni (pezzi instabili di pietra tenera che si potevano staccare da un momento allaltro) si alternavano tratti di roccia viva, dura e stabile.
Nel primo caso, man mano che si scavava, le gallerie venivano armate e puntellate con robusti sostegni in legno, alla cui costruzione e posa provvedevano direttamente i minatori. La struttura di base della armatura, chiamata quadro, era composta da una base poggiante sul pavimento della galleria, dalle gambe ossia i due montanti laterali sulle quali si incastrava il cappello, la trave di sostegno superiore posta orizzontalmente.
Fra i quadri e il terreno correvano trasversalmente delle armature anchesse in legno, dette marcho: queste venivano spinte in avanti orizzontalmente, per circa un metro e mezzo, a colpi di mazza e con lausilio di un cuneo che "fermava il sopra" e aprivano il posto per un nuovo quadro (marcho-avanti).
C. Ferrero, La storia delle miniere, Perosa Argentina, Comunità Montana Valli Chisone e Germanasca, 1988, p. 28.
Se lavanzamento era tutto nella roccia dura non occorrevano armature ma si ricorreva alle esplosioni: con mazza e scalpello si praticavano dei fori nella roccia, quindi si infilavano le cartucce di polvere nera (solo in un secondo tempo si utilizzò la dinamite o gomma a). Se ne ponevano sei lungo tutta la parete di fondo della galleria. Lesplosione di tutte le cartucce faceva avanzare di circa due metri. Loperazione serviva per far esplodere la pietra e il materiale inutilizzabile e per avvicinarsi al giacimento.
La grafite non si faceva esplodere o meglio si faceva solo qualche colpetto (due o tre cartucce) per agevolare la fase di estrazione che invece era effettuata con utensili a mano (ferri a mina, pistoletti, mazze e mazzette).
In seguito, solo agli inizi degli anni 50, quindi molto tardi rispetto alle altre miniere dove lutilizzo cominciò a partire fin dal 1925, furono introdotti i martelli pneumatici ad aria compressa, ma soltanto in una galleria, la "Eugenia Maria", ubicata vicino allarrivo a valle della prima teleferica. Nelle sue vicinanze, allesterno, venne realizzata una baracca in pietra per contenere i compressori, costituiti da motori diesel.
Man mano che ci si addentrava si posavano le traversine in legno e i binari in ferro adattandoli allo scartamento del vagone (decauville). Raggiunto il giacimento si facevano gli sbancamenti e tante ramificazioni a partire dalla galleria principale: la fase di spogliamento procedeva fin quando il filone di grafite era esaurito.
In ogni cunicolo potevano lavorare due minatori che picconavano ed uno che spalava il materiale nel vagone e poi spingeva questo alluscita della galleria.
Si è accennato nelle righe precedenti alla teleferica, mezzo di trasporto con il quale il materiale estratto veniva condotto dalluscita della galleria al fondovalle nel "magazzino cernita". Il sistema di trasporto alle miniere di Garnier era basato su due funicolari funzionanti tecnicamente nella medesima maniera: la prima più a monte partiva dalla galleria ubicata sotto il locale refettorio e giungeva, con un dislivello di circa venti metri, ad un pianoro ricavato fra le rocce nelle cui vicinanze si trovava lingresso della seconda galleria e il locale per i compressori. La funicolare era costituita da un grosso cavo dacciaio teso con due grosse pulegge, una in cima ed una alla base, poste orizzontalmente su una intelaiatura in legno, che permettevano lo scorrimento del cordone stesso. Al cordone erano agganciati due soli vagoncini che sfruttavano il principio del "va e vieni": quello che scendeva, pieno di grafite grezza, per gravità riportava a monte quello vuoto per essere ricaricato.
Sopra le pulegge cerano dei volani sui quali si agiva per frenare e graduare la velocità di discesa del vagoncino caricato. Da questo pianoro la grafite scendeva poi per gravità lungo una condotta in legno, di 80 cm circa di larghezza e lunga 25 metri, posta in forte pendenza, fino a giungere alla partenza della seconda teleferica. Alla partenza della teleferica vi era una tramoggia per parte per poter caricare il vagoncino: aprendo una porticina il materiale vi cadeva dentro direttamente. La seconda teleferica era uguale alla prima e scendeva con un dislivello di circa 100 metri al "magazzino cernita".
Il magazzino per la cernita
Era ubicato lungo la Strada Statale 23 del Sestriere, al km 59,3, sotto labitato di Castel del Bosco nel comune di Roure, in località La Caso.
Due uomini erano preposti alla mansione di svuotare a terra e far ripartire il vagoncino, che giungeva dalle miniere con la teleferica. I medesimi, poi, con la pala, ponevano il minerale sopra un lungo bancone e sei-sette donne eseguivano la cernita fra materiale idoneo e materiale estraneo.
Il trasporto del materiale selezionato, da questo magazzino al mulino, è sempre avvenuto con carri trainati da animali (tumbarel).
Testimonianza diretta di Ettore Merlo.
Il magazzino dopo la cessazione dellattività fu utilizzato, per circa una decina di anni, come locale deposito da contadini del posto quindi agli inizi degli anni 70 fu distrutto da un incendio: ora non restano che poche rovine di muri e scarni pilastri seminascosti in estate dalla vegetazione.

Lou Moulin dla Teiro Niero
La val Chisone era ricca di minerali e di mulini. Quello di cui parliamo era lunico mulino in valle, a monte di Perosa Argentina, che macinasse grafite, perché le uniche miniere di questo minerale erano quelle di Garnier; ce nerano altri per il talco nel comune di Roure nelle frazioni di Balma, Chargeoir, Castel del Bosco. Il nostro in questione è però anche il solo rimasto in piedi che a quarantanni dalla cessazione dellattività conservi ancora al suo interno, abbastanza in buono stato, tutti i macchinari.
Il fabbricato si può dividere in tre reparti, ciascuno sviluppato su due piani: reparto stivaggio della grafite grezza; reparto macinazione, raffinazione ed insaccamento della grafite; magazzino dei sacchi imballati di grafite lavorata.
Il carro proveniente dal magazzino cernita ribaltava il proprio carico di grafite grezza (ciottoli della dimensione di un pugno chiuso) nel primo locale al piano della strada entro una larga fossa non molto profonda.
Un manovale riempiva con la pala i mestoli del nastro trasportatore verticale che, scorrendo entro una condotta in legno, conducevano al piano superiore la grafite grezza. Quando i mestoli erano nella fase discendente la grafite cadeva per gravità sul pavimento in legno.
Raggiunta una certa quantità di materiale trasportato al piano superiore, lo stesso manovale saliva al piano superiore usando una scala a chiocciola in ghisa e spalava il minerale nelle due tramogge. Esso scendeva, tramite una canalizzazione parallelepipeda in legno, dentro i due arreschi, grandi involucri in metallo di forma cilindrica, contenenti ancora oggi i frantoi per la macinazione.
I frantoi, uno per arreschio, sono costituiti ciascuno da due macine in "pietra di Perosa", dal diametro esterno di 110 cm e dallo spessore di 40 cm circa, disposte verticalmente e collegate fra loro da un asse orizzontale. Ad un altro asse orizzontale erano collegate due spatole (piem.: ras-ciet) in ferro: i due assi orizzontali erano condotti da un albero verticale solidale con i medesimi e azionato mediante "lanterna e rodetto dangolo".
Le mole giravano in cerchio sul fondo del frantoio, detto truogolo (o gralo), cioè su una mola centrale fissa con i bordi rialzati, frantumando i ciottoli di grafite e riducendoli a granulometria fine.
La grafite più grezza e pesante che era sul fondo usciva dallarreschio attraverso una griglia e per gravità cadeva in un grosso cassone in legno.
Dallinterno di questo cassone partiva un secondo montacarichi, a nastro e mestoli, che scorreva verticalmente allinterno di una tubatura in legno per evitare dispersione di materiale nellaria. Giunti in cima, i mestoli svuotavano il loro contenuto allinterno di un altro canale in legno in forte pendenza che conduceva ad un voluminoso contenitore metallico a forma di cilindro sopra un tronco di cono rovesciato.
Lesatto funzionamento di questi macchinari e di altri collocati al piano superiore non ci è perfettamente noto. Lunica certezza, secondo la testimonianza del sig. Elia Tron, è che essi servissero a macinare, raffinare e selezionare ulteriormente la grafite secondo la classificazione 0, 00, 000 dopo aver subito la fase di frantumazione nei frantoi.
I suddetti macchinari a forma di imbuto che il signor Tron chiamava vagliatori, in numero di due, uno di dimensioni più ridotte dellaltro, sono ubicati al piano superiore in corrispondenza delle due piste: presentano al loro interno una coclea
Apparecchio per traforare o sollevare acqua o materiale di piccola pezzatura composto da un cilindro in cui ruota una superficie elicoidale. Viene anche usato per mescolare e come in questo caso frantumare.
di forma conica dotata di fitte alette che ruotando sbriciolava la grafite allo stato di polvere, eseguendo così la fase chiamata finitura.
Internamente, nella parte inferiore ad imbuto del vagliatore, ci sono due bocchettoni ai quali sono collegati due tubi in legno: il tubo inclinato a 45° collega il vagliatore con linterno dellarreschio e riconduceva al frantoio i pezzi ancora troppo grossi e necessitanti un ulteriore sbriciolamento eseguibile solo dal frantoio.
Dal bocchettone disposto verticalmente si diparte invece una tubatura che asportava dalla macchina le particelle che avevano raggiunto le dimensioni volute e le convogliava alla macchina insaccatrice, di cui si dirà più avanti.
Di fianco ai vagliatori è posizionato un macchinario che il sig. Elìa ci descrisse come "ventola per il trasporto della grafite nei buratti" ed è racchiusa in un involucro di metallo non apribile per cui non fu possibile osservare come è fatta in realtà: si ritiene però che la grafite, in sospensione allinterno della pista, venisse aspirata dalla ventola e sospinta nei due buratti (burat), cassoni parallelepipedi, stretti ed alti, in legno, collegati in serie.
La parte più pesante di grafite in sospensione cadeva sul fondo del primo buratto quella più leggera continuava il viaggio fino al secondo buratto attraverso una condotta in legno. Il fondo dei buratti è a forma di tronco di piramide e dotato di una apertura che consentiva alla grafite di scorrere allinterno di una condotta sempre di legno verso la insaccatrice.
La grafite che usciva dal vagliatore era di tipo 0, di qualità più scadente, in quanto conteneva anche altro minerale, e a granulometria non molto fine; quella che proveniva dal primo buratto era di tipo 00, di qualità e granulometria intermedia; quella del secondo di tipo 000, di miglior qualità, extrafine e pura.
Linsaccatrice è costituita da un telaio che regge una sorta di grosso imbuto: ad una estremità era agganciato un sacco di iuta. La grafite indirizzata dallimbuto cadeva dallalto allinterno di un canale e contemporaneamente un pistone, azionato meccanicamente da una puleggia, comprimeva la grafite allinterno del sacco facendole occupare il minor spazio possibile.
Attorno al sacco, unita al telaio, cera una cinghia fissa. Man mano che il sacco si riempiva di grafite scendeva assieme al suo supporto ad imbuto e quando il margine superiore del sacco era in corrispondenza di tale cinghia significava che era pieno e che conteneva un quintale di grafite. Automaticamente un contrappeso spingeva la cinghia sulla puleggia in folle e lintero meccanismo di insaccatura si interrompeva cioè si fermava il pistone e anche la grafite non scendeva più: "Si producevano in media sedici quintali al giorno di grafite macinata, cioè due quintali allora per otto ore lavorative al giorno".
Testimonianza diretta di Elia Tron.
Dopo essere stati insaccati ed etichettati, i sacchi venivano immagazzinati nel locale adiacente e poi caricati sui carri mediante argano a mano.
Lo stesso argano serviva inoltre per sollevare su un soppalco parte dei sacchi imballati che non trovavano spazio al piano inferiore.
Per questi sacchi si utilizzava poi un curioso metodo di carico: erano condotti sul carro per gravità tramite uno scivolo in legno, chiamato coulice, sorretto ad una estremità da un apposito gancio.
Al piano inferiore, verso uno dei lati minori del fabbricato, era ubicata lofficina, locale dove si effettuavano i lavori di manutenzione delle componenti dei macchinari operanti nel mulino.
In questo locale venivano inoltre riparate le cinghie in cuoio della trasmissione: per avere uno spessore meno diseguale si assottigliavano le due estremità spezzate, quindi venivano unite con corde anchesse di cuoio tramite un grosso ago.
Fra le operazioni di manutenzione ordinaria vi era la martellinatura periodica della macina orizzontale per ravvivarne i taglienti, operazione detta martlè la mola.

Il mulino e lenergia
Massima importanza aveva nel passato luso delle acque, non soltanto per lirrigazione ma ancor più per mettere in movimento tutti quei congegni meccanici indispensabili alla vita degli uomini, come i mulini e i frantoi.
Le opere di presa rappresentavano un problema di ingegneria idraulica certamente non semplice. Quelle del nostro mulino sono ubicate 250 metri a monte nel sito in cui il rio Agrevo confluisce nel torrente Chisone.
Per azionare limpianto, attraverso il corso del torrente fu eretto uno sbarramento, la ficco con una diga di tracimazione in modo che si creasse a monte di questultima una zona in cui lacqua, sufficientemente calma, mantenesse un livello pressoché costante. Da qui si dipartiva un canale che prelevava la quantità di acqua destinata alla ruota. La portata del torrente che non entrava nel canale di derivazione superava il colmo dello sbarramento e fluiva a valle. Vi era poi ancora un altro breve canale, lo scaricatore, che collegava il primo tratto del canale di derivazione con il torrente, 90 metri circa a valle dello sbarramento. Le opere di presa comprendevano ancora tutto un sistema di paratoie, sollevabili manualmente mediante vite, per regolare lafflusso delle acque.
Lo scaricatore permetteva, quando si riduceva con le paratoie la portata del canale, di far ritornare al fiume la portata in eccesso.
Il canale che portava lacqua al mulino è scavato nella terra e delimitato da muri di rialzo per sostegno e livellamento e scorre fino al fabbricato a fianco della strada statale 23, quindi per i campi fino al primo abitato di Perosa Argentina in località Brancato. Da qui in avanti il canale non esiste più mentre in precedenza fu utilizzato dal cotonificio Abegg per alimentare una sua centrale idroelettrica. Attualmente lintero canale non sembra più essere utilizzato, neppure per lirrigazione dei prati.
Nelle immediate vicinanze del mulino, dal canale principale si diparte un canale secondario in muratura che gira attorno al fabbricato e alimenta una vasca di contenimento della capienza di 40 metri cubi dacqua.
Questa vasca era situata prima della grossa ruota idraulica e manteneva il giusto livello dacqua. Anche lì cerano due paratoie, una per regolare e nel caso interrompere lalimentazione alla ruota, laltra per attivare il canale di scarico per lacqua in eccedenza.
Tramite un canaletto inclinato, la chënâl, formato generalmente da un cassone di spesse tavole in legno, lacqua precipitava sulla ruota idraulica, in ferro, ad asse orizzontale, lou roudoun, dalle dimensioni di quattro metri di diametro per 1,20 metri di larghezza. La ruota girava per effetto del peso dellacqua che riempiva le cassette, realizzate in ferro a v o u e attaccate tramite bulloni, costituenti la periferia della ruota.
Lalbero centrale di sostegno della ruota idraulica, attraverso una apertura praticata nel muro, penetrava in un locale al piano inferiore e per mezzo di una grossa puleggia azionava i macchinari del mulino.
Lenergia veniva trasmessa mediante cinghie messe in moto da pulegge fissate su quattro complessivi alberi di trasmissione. Tutti gli alberi di trasmissione giravano sempre: per fermarli occorreva bloccare il roudoun.
Come conseguenza di ciò si è avuta carenza dacqua nel torrente Chisone nel tratto a valle del bacino di Meano, ma in cambio il Cotonificio fornì lenergia elettrica al mulino. Il roudoun, poiché non serviva più e una ditta desiderava averlo, fu venduto non molto tempo dopo.
La portata del canale era costante tutto lanno e sufficiente a garantire contemporaneamente nei giorni di luglio ed agosto lirrigazione dei campi ed il funzionamento del mulino.
Il mulino funzionava tutto lanno; si interrompeva magari qualche giorno nel periodo estivo delle ferie per le riparazioni e per le opere di ordinaria manutenzione.
I turni erano di otto ore, il primo dalle 6 alle 14, il secondo dalle 14 alle 22. Alla sera si fermava tutto togliendo lacqua al roudoun tramite la paratoia: lacqua scorreva solamente più nel canale di fronte lingresso.
Al mulino lavoravano complessivamente sei persone: un addetto alla Officina, un caposquadra a cavallo dei due turni e due altri operai per turno; il primo spalava la grafite nei mestoli che la portavano al piano superiore e poi riempiva le tramogge; il secondo era sotto e controllava le piste, insaccava, pesava i sacchi e gli applicava una etichetta.
Al termine del turno di lavoro gli operai erano irriconoscibili. La grafite penetrava nei fori in profondità e anche se si lavavano, quando sudavano, la grafite usciva nuovamente. Inoltre allora era meno facile lavarsi di oggi.
Testimonianza diretta di Elia Tron.
Dal dopoguerra fino alla chiusura il direttore responsabile dellintero ciclo di produzione (estrazione e lavorazione della grafite) è stato il fratello del M° Merlo, il geom. Ilario Merlo (1915- 1964).
Lattività estrattiva e quella di macinazione è cessata completamente negli anni 1962-63 perché non più competitiva:
Testimonianza diretta di Ettore Merlo.
Bibliografia
V. Novarese, I giacimenti di grafite delle Alpi Cozie, Roma, Tipografia Nazionale di G. Bertero, 1898;
E. Ridoni, La grafite, Tipografia Olivero & C., Torino 1917;
A. Pittavino, Storia di Pinerolo e del Pinerolese, Milano, Bramante, 1966, vol. II;
G. Baret, Gli antichi mulini e frantoi per noci della Val Germanasca, Perosa Argentina, Comunità Montana Valli Chisone e Germanasca, 1987;
Centro arti e tradizione popolari del pinerolese, Acqua mulini balere, Pinerolo, Alzani (collana "Tracce", vol. X), s.d. (1984);
Centro arti e tradizione popolari del pinerolese, Antichi mestieri, testimonianze sulla tradizione dei mestieri artigianali. Maniscalco, Battitore di rame, Fucinatore, Carradore, Pinerolo, Alzani (collana "Tracce", vol. XI), s.d. (1984).