Nato-Russia, il matrimonio va in scena
Firmata ieri, con la regia mediatica berlusconiana, la
"Dichiarazione di Roma", base di nuovi rapporti fra
Mosca e la Nato. Molta coreografia, ma poca sostanza
ASTRIT DAKLI il manifesto 29/05/02
PRATICA DI MARE
Di "matrimonio" Silvio Berlusconi aveva cominciato a
parlare subito, quando ottenne l'incarico di organizzare il
summit Nato-Russia: e il set cinematografico costruito a tempo di
record nella base aerea di Pratica di mare per la
"storica" firma della Dichiarazione di Roma, che
istituisce il Consiglio Nato-Russia, era ieri effettivamente il
set per una scena nuziale. Tanti fiori, gazebi nell'erba, tavoli
apparecchiati per gli ospiti (i media); nomi famosi tra gli
invitati (i leader, convenuti anche nel ruolo di sposi);
centinaia di giovanotti e signorine in abito elegante; e un
maestro di cerimonie onnipresente. Come ogni realizzazione
scenica fatta da professionisti, tutto è stato praticamente
perfetto, dal provvisorio palazzo piacentiniano in tela e
plastica (sarebbe piaciuto al Duce) ai finti cieli azzurri, dalle
statue romane (vere, prestate dai musei) ai "portadocumenti
in pelle di vitello accuratamente rifiniti all'interno con
prezioso tessuto cangiante di seta" (dal comunicato stampa
diffuso insieme alla "Dichiarazione di Roma"), offerti
da una griffe milanese ai capi di stato e di governo. L'unico
guasto, a parte i disagi sofferti dai romani per due giorni, è
stato il fulmine di lunedì notte sull'obelisco di Axum, ma i
convitati di Pratica di mare se ne sono accorti solo
marginalmente, e dei furori etiopici a Palazzo Chigi importa
poco. Quel che conta è che i media non ne parlino troppo.
Il contenuto politico-diplomatico della giornata, depurato del
clamore dei media e dell'enfasi retorica dei protagonisti, si
riduce in realtà a poche cose: la firma della suddetta
"Dichiarazione di Roma", qualche dichiarazione
d'intenti, la constatazione comune che il clima dei rapporti fra
Alleanza atlantica e Federazione russa è positivo nonostante il
permanere di diverse aree di dissenso. E, forse ancor più
rilevante, il quasi-incarico al presidente russo Vladimir Putin
per condurre una mediazione anche a nome dell'Occidente (Nato e
Unione europea) fra India e Pakistan, i cui leader incontrerà la
settimana prossima. La grave crisi su quella frontiera lontana e
nuclearizzata ha fatto irruzione nel summit di ieri, facendo
sembrare ancor più assurde le dichiarazioni di Berlusconi (non
riprese per la verità da nessuno degli altri leader) circa la
serenità e la fiducia che lo "storico evento" di ieri
dovrebbe infondere ai cittadini di tutto il mondo.
Quanto ai discorsi - cinque minuti per ognuno dei leader
presenti, dagli Usa al Lussemburgo - e alle conferenze stampa
finali, inutile cercare elementi di novità importanti: occorre
fermarsi ai dettagli, alle sfumature di tono, rivelatrici dei
diversi stati d'animo con cui i protagonisti (non parliamo delle
rispettive opinioni pubbliche) si sono presentati
all'appuntamento. Per esempio, Putin e il suo ministro degli
esteri Igor Ivanov hanno ripetuto continuamente i concetti di
"inevitabilità" e di "necessità" della
firma di ieri, sottolineando che comunque il rapporto della
Russia con la Nato è solo "uno degli strumenti"
dell'avvicinamento all'Occidente, che passa anche per l'Unione
europea, la Osce e quant'altro, nel quadro di "una
rafforzata legalità internazionale". George Bush e il
segretario di stato Colin Powell hanno insistito ossessivamente
sul fatto che tutto ciò è funzionale alla lotta al terrorismo,
che diventerà più efficace, e sul fatto che comunque la Nato
continuerà a fare quel che le pare e gli Usa ancor di più.
Berlusconi - inutile dirlo - ha usato il pronome "io"
più di tutti gli altri 19 leader messi insieme e ha cercato di
dimostrare che la storia gli è debitrice per questo
"matrimonio fantastico". In effetti, gli è debitrice
per la sua riscrittura con nuovi protagonisti, da "Romolo e
Remolo" al misterioso Giulio, promosso "figlio di
Enea" al posto del più noto Ascanio. Lui, Berlusconi, si
sente in compenso debitore verso tre leader, ringraziati
individualmente nella sua dichiarazione in apertura di summit:
"Grazie Vladimir, grazie George, George dabliu, grazie
Tony".
Restiamo sulle dichiarazioni del presidente del consiglio: i temi
di cui si è parlato ieri si rincorrono in un florilegio, dai
"salvamenti in mare" che il nuovo Consiglio Nato-Russia
faciliterà al prossimo "allargamento della Nato ai
Balcani" (tutti pensavano ai paesi baltici, e invece...),
dai "ten billions dollars" (in inglese nel discorso
italiano) che l'Occidente darà alla Russia per aiutare lo
"smaltimento della volontà dell'Unione sovietica"
(cioè gli arsenali di armi nucleari, chimiche, batteriologiche)
al "progetto di legge che presenterò al G8" per
arrivare a "un sistema di gestione degli stati, interamente
digitalizzato", che garantisca che gli aiuti finanziari
occidentali ai paesi poveri non finiscano a governanti corrotti o
in spese militari.
Circa cinquecento i giornalisti presenti (non tantissimi, dunque:
meno di quel che ci si sarebbe potuti aspettare), con la parte
del leone fatta da italiani e russi (moltissimi portati da Putin
con un aereo speciale). Nessuna domanda imbarazzante a nessuno
dei leader: non erano previste (c'è stata solo una questione sul
Medio Oriente posta a Colin Powell da un giornalista americano,
cui il segretario di stato ha risposto in modo molto evasivo: per
il resto, solo disciplinate domande concordate). Del resto
l'intera gestione del summit sul versante dei media era concepita
in modo coerente: comode poltrone sotto grandi tendoni sul prato
(finto, in rotoli che verranno riavvolti e portati altrove),
caffè e dolcetti a volontà, buffet curato da una costosissima
azienda di catering, telefoni e computer a disposizione, hostess
molto sorridenti, comode sale e salette per i briefing. Perfetto
per un grande evento scenografico, con l'unico inconveniente di
vedere tutto solo su degli schermi tv e di dover ascoltare
conferenze stampa precotte e sterilizzate.
Una questione di sicurezza anche questa: e con l'ossessione
berlusconiana di rendere Pratica di mare "il luogo più
sicuro del mondo", come poteva andare diversamente? Basti
pensare che nella grande sala stampa non c'erano cestini per la
carta straccia o contenitori per rifiuti (pericolo! pericolo!);
cartacce e bicchieri usati venivano raccolti in continuazione da
alcune volonterose signore. Per non parlare delle procedure
d'accesso: chi scrive è stato portato a Pratica di mare, insieme
a cinque o sei colleghi, su una navetta (con i propri mezzi era
vietato) costituita da un inquietante furgone della polizia
penitenziaria; niente di grave, tra i quindicimila addetti alla
sicurezza c'erano anche gli agenti della penitenziaria: mica si
potevano usare solo le neo-carabiniere con la divisa
"modello Manuela Arcuri". Ma insomma...