Il movimento torinese
dei Consigli di Fabbrica
di Antonio Gramsci
"L'Ordine Nuovo", 14 marzo 1921,
già pubblicato da "Internazionale Comunista" nel 1920

 


Uno dei membri della delegazione italiana, testé ritornato dalla Russia sovietica, riferì ai lavoratori torinesi che la tribuna destinata all'accoglienza della delegazione di Kronstadt era fregiata con la seguente iscrizione: "Evviva lo sciopero generale torinese dell'aprile 1920". Gli operai appresero questa notizia con molto piacere e grande soddisfazione. La maggior parte dei componenti la delegazione italiana recatasi in Russia erano stati contrari allo sciopero generale d'aprile. Essi sostenevano nei loro articoli contro lo sciopero che gli operai torinesi erano stati vittime di un'illusione e avevano sopravvalutato l'importanza dello sciopero. I lavoratori torinesi appresero perciò con piacere l'atto di simpatia dei compagni di Kronstadt ed essi si dissero: "I nostri compagni comunisti russi hanno meglio compreso e valutato l'importanza dello sciopero di aprile che non gli opportunisti italiani, dando così a questi ultimi una buona lezione".

Lo sciopero di aprile

Il movimento torinese dell'aprile fu infatti un grandioso avvenimento nella storia non soltanto del proletariato italiano, ma di quello europeo, e possiamo dirlo, nella storia del proletariato di tutto il mondo. Per la prima volta nella storia, si verificò infatti il caso di un proletariato che impegna la lotta per il controllo della produzione, senza essere stato spinto all'azione dalla fame o dalla disoccupazione. Di più non fu soltanto una minoranza, un'avanguardia della classe operaia che intraprese la lotta, ma la massa intiera dei lavoratori di Torino scese in campo e portò la lotta, incurante di privazioni e di sacrifizi, fino alla fine. I metallurgici scioperarono per un mese, le altre categorie dieci giorni. Lo sciopero generale degli ultimi dieci anni dilagò in tutto il Piemonte, mobilizzando circa mezzo milione di operai industriali e agricoli, e coinvolse quindi circa quattro milioni di popolazione. I capitalisti italiani tesero tutte le loro forze per soffocare il movimento operaio torinese; tutti i mezzi dello Stato borghese furono posti a loro disposizione, mentre gli operai sostennero da soli la lotta senza alcun aiuto né dalla direzione del Partito socialista, né dalla Confederazione Generale del Lavoro. Anzi, i dirigenti del Partito e della Confederazione schernirono i lavoratori e contadini italiani da qualsiasi azione rivoluzionaria colla quale essi intendevano manifestare la loro solidarietà coi fratelli torinesi, e portare a essi un efficace aiuto. Ma gli operai torinesi non si perdettero d'animo. Essi sopportarono tutto il peso della reazione capitalista, osservarono la disciplina fino all'ultimo momento e rimasero fino dopo la disfatta fedeli alla bandiera del comunismo e della rivoluzione mondiale.

Anarchici e sindacalisti

La propaganda degli anarchici e sindacalisti contro la disciplina di partito e la dittatura del proletariato non ebbe alcuna influenza sulle masse, anche quando, causa del tradimento dei dirigenti, lo sciopero terminò con una sconfitta. I lavoratori torinesi giurarono anzi di intensificare la lotta rivoluzionaria e di condurla su due fronti: da una parte contro la borghesia vittoriosa, dall'altra contro i capi traditori. La coscienza e la disciplina rivoluzionaria, di cui le masse torinesi hanno dato prova, hanno la loro base storica nelle condizioni economiche e politiche in cui si è sviluppata la lotta di classe a Torino. Torino è un centro di carattere prettamente industriale. Quasi tre quarti della popolazione, che conta mezzo milione di abitanti, è composta di operai: gli elementi piccolo-borghesi sono una quantità infima. A Torino vi è inoltre una massa compatta di impiegati e tecnici, che sono organizzati nei sindacati e aderiscono alla Camera del Lavoro. Essi furono durante tutti i grandi scioperi a fianco degli operai, e hanno quindi, se non tutti, almeno la maggior parte, acquistato la psicologia del vero proletariato, in lotta contro il capitale, per la rivoluzione e il comunismo.

Due insurrezioni armate

Durante la guerra imperialista del 1914-18, Torino vide due insurrezioni armate: la prima insurrezione, che scoppiò nel maggio 1915, aveva l'obiettivo di impedire l'intervento dell'Italia nella guerra contro la Germania (in questa occasione venne saccheggiata la Casa del popolo); la seconda insurrezione, nell'agosto 1917, assunse il carattere di una lotta rivoluzionaria armata, su grande scala. La notizia della Rivoluzione di marzo in Russia era stata accolta a Torino con gioia indescrivibile. Gli operai piangevano di commozione quando appresero la notizia che il potere dello zar era stato rovesciato dai lavoratori di Pietrogrado. Ma i lavoratori torinesi non si lasciarono infinocchiare dalla fraseologia demagogica di Kerenski e dei menscevichi (...). Quando nel luglio del 1917 arrivò a Torino la missione inviata nell'Europa occidentale dal Soviet di Pietrogrado, i delegati Smirnov e Goldemberg, che si presentarono dinanzi a una folla di cinquantamila operai, vennero accolti da grida assordanti di "Evviva Lenin! Evviva i bolscevichi!". Goldemberg non era troppo soddisfatto di questa accoglienza; egli non riusciva a capire in che maniera il compagno Lenin si fosse acquistata tanta popolarità fra gli operai torinesi. E non bisogna dimenticare che questo episodio avvenne dopo la repressione della rivolta bolscevica del luglio, che la stampa borghese italiana infuriava contro Lenin e contro i bolscevichi, denunziandoli come briganti, intriganti, agenti e spie dell'imperialismo tedesco. Dal principio della guerra italiana (24 maggio 1915) il proletariato torinese non aveva fatto nessuna manifestazione di massa.

Barricate, trincee, reticolati

L'imponente comizio che era stato organizzato in onore dei delegati del Soviet pietrogradese segnò l'inizio di un nuovo periodo di movimenti di masse. Non passò un mese, che i lavoratori torinesi insorsero con le armi in pugno contro l'imperialismo e il militarismo italiano. L'insurrezione scoppiò il 23 agosto 1917. Per cinque giorni gli operai combatterono nelle vie della città. Gli insorti, che disponevano di fucili, granate e mitragliatrici, riuscirono persino a occupare alcuni quartieri della città e tentarono tre o quattro volte di impadronirsi del centro ove si trovavano le istituzioni governative e i comandi militari. Ma i due anni di guerra e di reazione avevano indebolito la già forte organizzazione del proletariato, e gli operai inferiori di armamento furono vinti. Invano sperarono in un appoggio da parte dei soldati; questi si lasciarono ingannare dall'insinuazione che la rivolta era stata inscenata dai tedeschi. Il popolo eresse barricate, scavò trincee, circondò qualche rione di reticolati a corrente elettrica e respinse per cinque giorni tutti gli attacchi delle truppe e della polizia. Caddero più di 500 operai, più di 2000 vennero gravemente feriti, Dopo la sconfitta i migliori elementi furono arrestati e allontanati e il movimento proletario perdette di intensità rivoluzionaria. Ma i sentimenti comunisti del proletariato torinese non erano spenti.

Nel dopoguerra

Dopo la fine della guerra imperialista il movimento proletario fece rapidi progressi. La massa operaia di Torino comprese che il periodo storico aperto dalla guerra era profondamente diverso dall'epoca precedente la guerra. La classe operaia torinese intuì subito che la III Internazionale è un'organizzazione del proletariato mondiale per la direzione della guerra civile, per la conquista del potere politico, per l'istituzione della dittatura proletaria, per la creazione di un nuovo ordine nei rapporti economici e sociali. I problemi della rivoluzione, economici e politici, formavano oggetto di discussione in tutte le assemblee degli operai. Le migliori forze dell'avanguardia operaia si riunirono per diffondere un settimanale di indirizzo comunista, "l'Ordine Nuovo". Nelle colonne di questo settimanale si trattarono i vari problemi della rivoluzione; l'organizzazione rivoluzionaria delle masse che dovevano conquistare i sindacati alla causa del comunismo; il trasferimento della lotta sindacale dal campo grettamente corporativista e riformista, sul terreno della lotta rivoluzionaria, del controllo sulla produzione e della dittatura del proletariato. Anche la questione dei Consigli di fabbrica fu posta all'ordine del giorno. Nelle aziende torinesi esistevano già prima piccoli comitati operai, riconosciuti dai capitalisti, e alcuni di essi avevano già ingaggiato la lotta contro il funzionarismo, lo spirito riformista e le tendenze costituzionali dei sindacati. Ma la maggior parte di questi comitati non erano creature dei sindacati; le liste dei candidati per questi comitati (commissioni interne) venivano proposte dalle organizzazioni sindacali, le quali sceglievano di preferenza operai di tendenze opportuniste che non avrebbero dato delle noie ai padroni, e avrebbero soffocato in germe ogni azione di massa. I seguaci dell' "Ordine Nuovo" perorarono nella loro propaganda in prima linea la trasformazione delle commissioni interne, e il principio che la formazione delle liste dei candidati dovesse avvenire nel seno della massa operaia e non dalle cime della burocrazia sindacale. I compiti che essi assegnarono ai Consigli di fabbrica furono il controllo sulla produzione, l'armamento e la preparazione militare delle masse, la loro preparazione politica e tecnica. Essi non dovevano più compiere l'antica funzione di cani da guardia che proteggono gli interessi delle classi dominanti, né frenare le masse nelle loro azioni contro il regime capitalistico.

L'entusiasmo per i Consigli

La propaganda per i Consigli di fabbrica venne accolta con entusiasmo dalle masse; nel corso di mezzo anno vennero costituiti Consigli di fabbrica in tutte le fabbriche e officine metallurgiche, i comunisti conquistarono la maggioranza nel sindacato metallurgici; il principio dei Consigli di fabbrica e del controllo sulla produzione venne approvato e accettato dalla maggioranza del Congresso e dalla maggior parte dei sindacati appartenenti alla Camera del Lavoro. L'organizzazione dei Consigli di fabbrica si basa sui seguenti principi: in ogni fabbrica in ogni officina viene costituito un organismo sulla base della rappresentanza (e non sull'antica base del sistema burocratico) il quale realizza la forza del proletariato, la lotta contro l'ordine capitalistico o esercita il controllo sulla produzione, educando tutta la massa operaia per la lotta rivoluzionaria e per la creazione dello Stato operaio. Il Consiglio di fabbrica deve essere formato secondo il principio dell'organizzazione per industria; esso deve rappresentare per la classe operaia il modello della società comunista, alla quale si arriverà attraverso la dittatura del proletariato; in questa società non esisteranno più divisioni di classe, tutti i rapporti sociali saranno regolati secondo le esigenze tecniche della produzione e della organizzazione corrispondente, e non saranno subordinati a un potere statale organizzato. La classe operaia deve comprendere tutta la bellezza e nobiltà dell'ideale per il quale essa lotta e si sacrifica; essa deve rendersi conto che per raggiungere questo ideale è necessario passare attraverso alcune tappe; essa deve riconoscere la necessità della disciplina rivoluzionaria e della dittatura. Ogni azienda si suddivide in reparti e ogni reparto in squadre di mestiere; ogni squadra compie una determinata parte del lavoro; gli operai di ogni squadra eleggono un operaio con mandato imperativo e condizionato. L'assemblea dei delegati di tutta l'azienda forma un Consiglio che elegge dal suo seno un comitato esecutivo. L'assemblea dei segretari politici dei comitati esecutivi forma il comitato centrale dei Consigli che elegge dal suo seno un comitato urbano di studio per la organizzazione della propaganda, la elaborazione dei piani di lavoro, per l'approvazione dei progetti e delle proposte delle singole aziende perfino di singoli operai, e infine per la direzione generale di tutto il movimento.

Consigli e commissioni interne durante gli scioperi

Alcuni compiti dei Consigli di fabbrica hanno carattere prettamente tecnico e perfino industriale, come ad esempio, il controllo sul personale tecnico, il licenziamento di dipendenti che si dimostrano nemici della classe operaia, la lotta con la direzione per la conquista dei diritti e libertà, il controllo della produzione dell'azienda e delle operazioni finanziarie. I Consigli di fabbrica presero presto radici. Le masse accolsero volentieri questa forma di organizzazione comunista, si schierarono intorno ai comitati esecutivi e appoggiarono energicamente la lotta contro l'autocrazia capitalista. Quantunque né gli industriali, né la burocrazia sindacale volessero riconoscere i Consigli e i comitati, questi ottennero tuttavia notevoli successi: essi scacciarono gli agenti e le spie dei capitalisti, annodarono rapporti con gli impiegati e coi tecnici per avere delle informazioni d'indole finanziaria e industriale; negli affari dell'azienda essi concentrarono nelle loro mani il potere disciplinare e dimostrarono alle masse disunite e disgregate ciò che significa la gestione diretta degli operai nell'industria. L'attività dei Consigli e delle commissioni interne si manifestò più chiaramente durante gli scioperi; questi scioperi perdettero il loro carattere impulsivo, fortuito e divennero l'espressione dell'attività cosciente delle masse rivoluzionarie. L'organizzazione tecnica dei Consigli e delle commissioni interne, la loro capacità di azione si perfezionò talmente, che fu possibile ottenere in cinque minuti la sospensione dal lavoro di 15 mila operai dispersi in 42 reparti della Fiat. Il 3 dicembre 1919 i Consigli di fabbrica diedero una prova tangibile della loro capacità di dirigere movimenti di masse in grande stile; dietro ordine della sezione socialista, che concentrava nelle sue mani tutto il meccanismo del movimento di massa, i Consigli di fabbrica mobilizzarono senza alcuna preparazione, nel corso di un'ora, centoventimila operai, inquadrati secondo le aziende. Un'ora dopo si precipitò l'armata proletaria come una valanga fino al centro della città e spazzò dalle strade e dalle piazze tutto il canagliume nazionalista e militarista.

La lotta contro i Consigli

Alla testa del movimento per la costruzione dei Consigli di fabbrica furono i comunisti appartenenti alla sezione socialista e alle organizzazioni sindacali; vi presero pure parte gli anarchici, i quali cercarono di contrapporre la loro fraseologia ampollosa al linguaggio chiaro e preciso dei comunisti marxisti. Il movimento incontrò la resistenza accanita dei funzionari sindacali, della direzione del Partito socialista e dell' "Avanti!". La polemica di questa gente si basava sulla differenza fra il concetto di Consiglio di fabbrica e quello di Soviet. Le loro conclusioni ebbero un carattere puramente teorico, astratto, burocratico. Dietro le loro frasi altisonanti si celava il desiderio di evitare la partecipazione diretta delle masse alla lotta rivoluzionaria, il desiderio di conservare la tutela delle organizzazioni sindacali sulle masse. I componenti la direzione del Partito si rifiutarono sempre di prendere l'iniziativa di una azione rivoluzionaria, prima che non fosse attuato un piano di azione coordinato, ma non facevano mai nulla per preparare ed elaborare questo piano. Il movimento torinese non riuscì però ad uscire dall'ambito locale, poiché tutto il meccanismo burocratico dei sindacati venne messo in moto per impedire che le masse operaie delle altre parti d'Italia seguissero l'esempio di Torino. Il movimento torinese venne deriso, schernito, calunniato e criticato in tutti i modi. Le aspre critiche degli organismi sindacali e della direzione del Partito socialista incoraggiarono nuovamente i capitalisti i quali non ebbero più freno nella loro lotta contro il proletariato torinese e contro i Consigli di fabbrica. La conferenza degli industriali, tenutasi nel marzo 1920 a Milano, elaborò un piano d'attacco; ma i "tutori della classe operaia", le organizzazioni economiche e politiche non si curarono di questo fatto. Abbandonato da tutti, il proletariato torinese fu costretto ad affrontare da solo, colle proprie forze, il capitalismo nazionale e il potere dello Stato. Torino venne inondata da un esercito di poliziotti; intorno alla città si piazzarono cannoni e mitragliatrici nei punti strategici. E quando tutto questo apparato militare fu pronto, i capitalisti cominciarono a provocare il proletariato. E' vero che di fronte a queste gravissime condizioni di lotta il proletariato esitò ad accettare la sfida; ma quando si vide che lo scontro era inevitabile, la classe operaia uscì coraggiosamente dalle sue posizioni di riserva e volle che la lotta fosse condotta fino alla sua fine vittoriosa.

Il Consiglio nazionale socialista di Milano

I metallurgici scioperarono un mese intero, le altre categorie dieci giorni; l'industria in tutta la provincia era ferma, le comunicazioni paralizzate. Il proletariato torinese fu però isolato dal resto d'Italia; gli organi centrali non fecero niente per aiutarlo; ma non pubblicarono nemmeno un manifesto per spiegare al popolo italiano l'importanza della lotta dei lavoratori torinesi; L' "Avanti!" si rifiutò di pubblicare il manifesto della sezione torinese del partito. I compagni torinesi si buscarono dappertutto epiteti di anarchici e avventurieri. In quell'epoca si doveva avere a Torino il Consiglio nazionale del Partito; tale convegno venne però trasferito a Milano, perché una città "in preda a uno sciopero generale" sembrava poco adatta come teatro di discussioni socialiste. In questa occasione si manifestò tutta l'impotenza degli uomini chiamati a dirigere il Partito; mentre la massa operaia difendeva a Torino coraggiosamente i Consigli di fabbrica, la prima organizzazione basata sulla democrazia operaia, incarnante il potere del proletario, a Milano si chiacchierava intorno a progetti e metodi teorici per la formazione di Consigli come forma di potere politico da conquistare dal proletariato; si discuteva sul modo di sistemare le conquiste non avvenute e si abbandonava il proletariato torinese al suo destino, si lasciava alla borghesia la possibilità di distruggere il potere operaio già conquistato. Le masse proletarie italiane manifestarono la loro solidarietà coi compagni torinesi in varie forme; i ferrovieri di Pisa, Livorno e Firenze si rifiutarono di trasportare le truppe destinate a Torino, i lavoratori dei porti e i marinari di Livorno e Genova sabotarono il movimento dei porti; il proletariato di molte città scese in sciopero contro gli ordini dei sindacati. Lo sciopero generale di Torino e del Piemonte cozzò contro il sabotaggio e la resistenza delle organizzazioni sindacali e del Partito stesso. Esso fu tuttavia di grande importanza educativa perché dimostrò che l'unione pratica degli operai e contadini è possibile, e riprovò l'urgente necessità di lottare contro tutto il meccanismo burocratico delle organizzazioni sindacali, che sono il più solido appoggio per l'opera opportunistica dei parlamentari e dei riformisti mirante al soffocamento di ogni movimento rivoluzionario delle masse lavoratrici.

Il movimento torinese di Consigli di Fabbrica, di Antonio Gramsci

 


numero  2  gennaio 2000  rivista del manifesto

Sinistra sindacale: una storia

GLI ANNI DEL MOVIMENTO
Giorgio Cremaschi  

Sono oltre vent'anni che il sindacato italiano ha compiuto la "svolta dell'EUR" ed è dall'inizio degli anni '90 che un sistema concertativo regola le relazioni e le rivendicazioni sindacali. Dovrebbe allora essere giunto il momento per trarre un bilancio.
Dopo vent'anni di moderazione rivendicativa e dieci di concertazione il movimento sindacale italiano può vantare ancora una consistente forza organizzata e, mentre altre organizzazioni nei paesi occidentali si sono in questi anni drasticamente ridimensionate, può rivendicare il contributo dato al risanamento dei conti pubblici. Ma il bilancio sociale che deve trarre per i propri rappresentati è decisamente negativo. Quando si dette avvio, con l'EUR, alla fine degli anni '70, alla politica sindacale moderata, il livello di disoccupazione era la metà di quello attuale. Il salario allora incideva per 10 -15 punti in più di oggi sul reddito complessivo del paese e i diritti e le tutele del mondo del lavoro non avevano paragone con la situazione attuale. Naturalmente si può sostenere che, se il sindacato italiano avesse sostenuto una politica più conflittuale, i danni sarebbero stati maggiori. Senonchè non solo oggi questa giustificazione appare sempre più debole di fronte allo sfaldamento in atto delle sicurezze, dei diritti, delle protezioni del mondo del lavoro ma, soprattutto, essa non coglie il nuovo passaggio sociale e politico verso cui va incontro il paese.
Proprio il risultato negativo sull'occupazione, in particolare nel Mezzogiorno, la stagnazione dei consumi dovuta all'impoverimento dei redditi medi assieme a quella degli investimenti, vengono utilizzati dalle forze liberiste e monetariste per sostenere che in Italia non si è ancora tagliato abbastanza. Il recente progetto sulla competitività della Confindustria reclama una destrutturazione completa del sistema contrattuale e un pesante nuovo ridimensionamento dello stato sociale per finanziare le imprese. Su una linea analoga, con qualche sofferenza in più, si muove il Governatore della Banca d'Italia, mentre le maggioranze governative di centro-sinistra, in Italia ed in Europa, con l'eccezione francese, non coltivano certo altri terreni.
Quello che, dunque, rende più necessario questo bilancio è la consapevolezza che il mondo del lavoro non ha affatto finito di pagare e che, anzi, se si resta sullo stesso impianto che ci ha portato fino a qui, si finirà per subire un nuovo pesante arretramento. Del resto, i referendum sociali e politici lanciati dal Partito Radicale incombono e, se approvati, retrodateranno all'inizio del secolo i diritti e le condizioni sociali nel nostro paese, ma non c'è ancora nel sindacato confederale adeguato allarme. A questo si aggiungono le polemiche, le rotture, le competizioni che mettono in crisi l'unità sindacale.
Come è già avvenuto nel passato, il passaggio che si prepara riapre anche una dialettica nel sindacato, in particolare nella CGIL. Dirigenti e militanti delle varie esperienze ed anime della sinistra di questa organizzazione hanno dato il via ad un percorso di costruzione di una nuova piattaforma sindacale che, pur tra difficoltà, incomprensioni, residui di polemiche passate, sta aggregando forze importanti. Grandi assemblee si sono tenute già a Torino, Milano, Palermo, Roma, Napoli. Altre se ne preparano per il prossimo gennaio, mentre a febbraio si dovrebbe svolgere un appuntamento nazionale di massa della CGIL, con il compito specifico di costruire una mobilitazione per il cambiamento della linea e della piattaforma politica dell'organizzazione.
Altre volte, come si è detto nel corso di questi anni, le aree critiche del movimento sindacale hanno dato battaglia. Non sempre i risultati sono venuti, soprattutto non si è sinora riusciti a modificare la direzione di marcia fondamentale del movimento sindacale italiano. Tuttavia queste battaglie sono state comunque rilevanti, e ora che se ne prepara una nuova è forse utile ripercorrerle sommariamente.
Il termine sinistra sindacale non sempre è stato utilizzato per definire posizioni e contenuti più radicali all'interno del movimento sindacale italiano ed, in ogni caso, dagli anni '70 ad oggi, ha identificato diverse esperienze e soggettività. Con questo termine sono state, inoltre, nel passato, identificate posizioni che coinvolgevano l'intero movimento sindacale, in particolare CGIL e CISL, mentre oggi esso è riconducibile solo al dibattito interno alla CGIL.
Tuttavia, pur nell'assoluta diversità di esperienze e schieramenti, esiste un filo che, magari conflittualmente, lega dagli anni '70 ad oggi persone, esperienze, battaglie politiche di una "sinistra sindacale ".
Nel corso degli anni '70 tale definizione è poco usata, anche perché l'intero movimento sindacale è percorso dal confronto tra confederazioni e categorie, con al centro l'offensiva per il rinnovamento sindacale condotta dalle organizzazioni dell'industria, in particolare dai metalmeccanici. Il protagonismo diretto dei lavoratori, attraverso i delegati unitari di gruppo omogeneo e i consigli di fabbrica, accompagnato da quello delle organizzazioni di categoria che erano andate più avanti sul terreno dell'unità sindacale, in primo luogo la FLM, costituiva la principale polarità innovatrice. Era dalla lotta di fabbrica che partivano le principali rivendicazioni, che sconvolgevano il tradizionale impianto contrattuale e ponevano un nuovo discrimine. L'egualitarismo salariale e la contestazione dell'organizzazione del lavoro possono apparire oggi una forzatura radicale destinata ad essere sconfitta. Ma è vero, invece, che quella forzatura, con gli aumenti salariali uguali per tutti, con la messa in discussione delle gerarchie professionali decise dall'azienda e la critica radicale dell'aziendalismo, diventava la leva per una critica generale della fabbrica e della società. Lungi dal rappresentare una sorta di risarcimento, di monetizzazione di condizioni ritenute immodificabili, come ingenerosamente si è detto più tardi, l'egualitarismo forniva una spinta poderosa per cambiare concretamente i rapporti di lavoro e quelli sociali. Ed è per questo che il sindacato confederale, proprio nel periodo della spinta egualitaria, ha registrato un consenso in seguito mai più raggiunto oltre che tra gli operai, anche tecnici, impiegati, lavoratori, intellettuali.
L'autonomia concreta che partiva dai luoghi di lavoro, dalle esperienze rivendicative e di lotta, si trasferiva poi nell'organizzazione, mettendo assieme unità e partecipazione di massa, con un'accentuazione radicale di una soggettività politica autonoma del sindacato. In quegli anni alla tradizionale dialettica tra CGIL, CISL e UIL, e all'interno della CGIL tra comunisti e socialisti e dentro la stessa componente comunista, si sovrappone dunque una spinta per il rinnovamento che viene dal movimento e dalle strutture di categoria e territoriali più avanzate. In un certo senso, alla dialettica delle posizioni nelle organizzazioni si sovrappone quella tra mondo sindacale tradizionale ed esperienze unitarie rinnovate.
Questa dialettica subisce, però, progressivamente, tre battute di arresto, l'ultima delle quali conclusiva.
Nel '72 - '73 il "veto" del segretario repubblicano della UIL, Vanni, ferma il processo di unità sindacale a livello confederale. Scelta che, evidentemente, non era stata assunta con eccessiva convinzione, se bastò una componente che pesava meno del 5% per bloccarla. FIM e UILM proposero allora, alla FIOM, di realizzare lo stesso il sindacato unitario dei metalmeccanici, di andare avanti da soli. La FIOM, subendo la pressione della propria confederazione, nella quale crescevano i malumori contro il sindacalismo metalmeccanico che appariva come una "quarta confederazione", disse di no. In quello stesso periodo si diffondevano momenti polemici tra il PCI e le componenti più innovative del movimento sindacale, accusate di "pansindacalismo", una critica che tendeva a riaffermare la priorità della sinistra politica su quella sociale e preparava le politiche economiche del periodo dell'unità nazionale e del compromesso storico. Si preparava la "svolta dell'EUR".
È bene ricordare che essa nacque da un intervento di tipo giacobino di Luciano Lama, che in un'intervista a La Repubblica, probabilmente all'insaputa di gran parte del gruppo dirigente, annunciò il cambiamento di linea inaugurando così un metodo di modifica improvvisa e dall'alto delle posizioni, amplificata dai mass-media, che poi sarebbe continuato fino ai giorni nostri. Quella svolta non modificò solo la strategia contrattuale del movimento sindacale, ma cambiò la sua forma, attraverso la restituzione alle confederazioni sindacali del ruolo di guida e protagonista delle decisioni.
Con la centralizzazione delle relazioni sindacali, veniva messo in discussione alla radice quell'intreccio tra democrazia sindacale, partecipazione ed unità che era stato alla base delle grandi esperienze vittoriose degli anni '70. Iniziava con l'Eur il lungo periodo dello "scollamento" tra base e vertici sindacali.
La FLM espresse ancora una propria forte soggettività politica generale con la grande manifestazione del 2 dicembre 1977 a Roma, nella quale si contestavano le politiche del governo di unità nazionale, ma i tempi erano comunque cambiati. Tra il '79 e l'80 il sindacato dei consigli iniziò un percorso che l'avrebbe condotto alla sconfitta proprio sul terreno dal quale ricavava maggiormente la propria forza e legittimità: la grande fabbrica. In realtà fino all'estate dell'80 la situazione politica appariva ancora aperta.
I metalmeccanici avevano vinto il contratto del '79 con una mobilitazione di piazza che aveva suscitato pesanti critiche in importanti settori del PCI e della CGIL. Nel luglio del 1980 l'accordo tra confederazioni e governo che stabiliva un fondo di solidarietà dello 0,50%, cioè una trattenuta nelle buste paga in nome dell'austerità, era stato travolto da una mobilitazione spontanea dei consigli di fabbrica, sostenuta da una parte delle organizzazioni dei metalmeccanici, delle Camere del Lavoro, e dal Segretario del PCI Enrico Berlinguer. Il movimento del luglio '80, sconvolse la dialettica del decennio appena concluso. Lo schieramento sindacale innovatore che era emerso dalle esperienze della FLM si divise. Gli ex segretari dei metalmeccanici, divenuti segretari confederali, assunsero un orientamento critico verso la contestazione di quell'accordo ed in particolare verso quella che venne vissuta come una interferenza del PCI, tornato all'opposizione, nelle scelte sindacali. Lo scontro del luglio '80 prefigurava già gli schieramenti del decennio successivo, quali si sarebbero determinati con il lungo scontro sulla scala mobile. Tuttavia il passaggio decisivo, che colpisce profondamente la stessa cultura, oltreché l'esperienza del sindacato dei consigli, è la sconfitta alla Fiat dopo la vertenza dei 35 giorni.
Non si vuole qui esaminare quella vertenza, che richiederebbe da sola una riflessione complessiva (che pure nel 2000 dovrà essere necessariamente fatta, se non altro perché ne ricorre il ventennale!). Quello che qui si vuole ricordare è l'aspetto politico e simbolico di una vertenza conclusasi in un cinema di Torino con una drammatica e pubblica rottura, tra il gruppo dirigente del sindacato confederale e gran parte dei delegati sindacali della Fiat. Naturalmente è bene ricordare, sempre, i profondi cambiamenti che erano in atto nella struttura produttiva e nella composizione della forza lavoro. È bene avere presente il contesto politico nel quale quello scontro avveniva, i danni provocati al movimento sindacale e alla lotta operaia dal lungo stillicidio di vittime del terrorismo brigatista. Tuttavia qui ci permettiamo di mettere in secondo piano questi dati della realtà per sottolineare l'aspetto politico di quella rottura. Le situazioni cambiano, ma si possono affrontare in maniera diversa.
A cavallo del passaggio tra gli anni '70 e '80, gran parte del gruppo dirigente di CGIL, CISL e UIL, giudicò inevitabile affrontare il cambiamento con una rottura con una parte del mondo del lavoro, una parte decisiva del sindacato dei consigli.
Dopo la vertenza Fiat, la dialettica sindacale, sia nello schieramento sia nei contenuti, cambiò profondamente. Sconfitta sul campo a Torino la FLM perdeva definitivamente la propria spinta propulsiva nel sindacalismo confederale e subiva anche la rimozione di una parte dei suoi gruppi dirigenti nazionali. Restava comunque una forza considerevole nelle regioni di insediamento più tradizionale, Lombardia, Emilia, Toscana. In quelle regioni rimaneva forte anche l'esperienza unitaria dei consigli, che poi peserà moltissimo nelle vicende della scala mobile. Ma la soggettività politica autonoma complessiva era finita, e da allora una dialettica unitaria tra categorie e confederazioni non si sarebbe più riproposta. Formalmente esistevano ancora le categorie unitarie, ma in realtà nel giro di volta del decennio si afferma rapidamente il ritorno a casa di ognuna di esse nelle rispettive confederazioni. La dialettica sindacale degli anni '80 sarà dunque sempre più interna alle confederazioni e sempre più legata a temi e scelte di carattere generale: quella forma particolare di intervento nella vita sindacale che partiva dalla concreta esperienza rivendicativa nei luoghi di lavoro e poi si generalizzava e assumeva le caratteristiche di proposta politica, non c'era più.
La dialettica sindacale fino allo scontro sulla scala mobile dell'84-'85 vede, da un lato, crescere il conflitto nella componente comunista della CGIL e tra questa e quella socialista e, parallelamente, la progressiva marginalizzazione delle esperienze egualitarie e radicali nella CISL. A questa dialettica "verticale", si aggiunge ancora, seppure in termini molto più ridotti del passato, una dialettica tra strutture. Sono le realtà nelle quali il sindacato è riuscito a reggere di più di fronte alla controffensiva padronale, quelle che determinano la polarità di questa dialettica: alcune grandi fabbriche e imprese di servizi distribuite per tutto il paese, e poi Milano, Bologna, e Brescia. Nel corso dei primi anni '80 l'intreccio tra le vicende della sinistra politica, la lotta del PCI e nel PCI rispetto al PSI di Craxi, e quelle sindacali, la difesa della scala mobile, è profondo e continuo. Si crea un'osmosi tra battaglia politica e battaglia sindacale che sfocia poi nelle vicende dell'accordo separato del 1984. La reazione a quell'accordo, sottoscritto da CISL e UIL (contro la CGIL, che si spacca tra socialisti e comunisti) determina un movimento di massa con una forte fisionomia unitaria. Nasce a Brescia e in Lombardia il movimento degli "autoconvocati", che mobilita ciò che resta del sindacato dei consigli.
A Milano si svolge, nel marzo dell'84, un'assemblea unitaria di 6 mila delegati autoconvocati che pare riproporre il protagonismo degli anni 70. Ma non è così. Da un lato la debolezza sul piano nazionale di quel movimento ne rende difficile il consolidamento oltre la mobilitazione contro il taglio sulla scala mobile. Questo nonostante che emerga con sempre più forza dalle assemblee di fabbrica e dei delegati la rivendicazione di un ritorno alla democrazia sindacale unitaria e al potere delle assemblee e dei delegati sulle decisioni e sugli accordi. Dall'altro lato, la CGIL sceglie di non dare spazio ad un movimento per la democrazia sindacale che parte dal basso, forse anche per il timore di una scissione della propria componente socialista. Si propone così, una forte differenza di atteggiamento rispetto a quello che la confederazione tenne tra il 68 e il 70, allorché seppe sacrificare alcune proprie istanze per favorire la crescita dell'esperienza consiliare. Ha ragione Sergio Garavini nel sottolineare, nella sua recensione su questa rivista del libro di Bruno Trentin sull'Autunno Caldo, i limiti di un modello consiliare che nasceva con un deficit di autonomia dal sindacato. È vero che l'essere i consigli di fabbrica, contemporaneamente, organismi di base del sindacato e rappresentanza generale dei lavoratori, li poneva in qualche modo "sub iudice" rispetto allo stato dei rapporti tra le organizzazioni sindacali. E, infatti, i consigli non ressero neppure formalmente alla rottura degli anni '80. Tuttavia, è anche vero che una politica della CGIL tesa ad affermare i principi della democrazia e della partecipazione sindacale, al di là delle proprie posizioni di organizzazione, non è più emersa con chiarezza dopo le scelte del '69-'70. Così, di fronte alla ripresa consiliare del '84, la CGIL rispose con una manifestazione di organizzazione, mettendo nei fatti un pesante freno a tutta quella esperienza che si stava organizzando.
Lo scontro sulla scala mobile si concluse con il referendum del 1985, ove, seppur di misura, il SI al ripristino del salario tagliato con il decreto del 1984, venne sconfitto. Per peso e valore simbolico questo risultato fu vissuto e interpretato da gran parte del gruppo dirigente sindacale come una replica delle conclusioni della vertenza del 1980 alla FIAT. D'altra parte, dopo la tragica morte di Enrico Berlinguer, si modificano gli equilibri all'interno del PCI. Nella CGIL si ricostituisce il patto di governo tra la componente comunista e quella socialista, patto che lascia in una posizione critica solo una parte della sinistra comunista; nella CISL si raggiunge un accordo tra la più tradizionale anima democristiana e la sinistra "carnitiana", che sposta l'intera confederazione su posizioni moderate, mentre le componenti più conflittuali vengono progressivamente emarginate e, a Milano, alla fine, espulse dall'organizzazione. È in questo periodo che vengono poste, nell'elaborazione e nella composizione dei gruppi dirigenti sindacali, le premesse per la costruzione di quello che diventerà il sistema concertativo degli anni 90.
Se la sconfitta alla Fiat era stata vissuta dalla maggioranza dei gruppi dirigenti sindacali come la dimostrazione dell'impossibilità di contestare e contrattare davvero la ristrutturazione in atto nelle imprese e aveva sanzionato la ritirata sindacale dal terreno dell'organizzazione del lavoro, quella sulla scala mobile produce una profonda svalutazione del valore del lavoro ed avvia la crisi del potere contrattuale del sindacato sul salario. Le sinistre sindacali entrano in quegli anni in un periodo di frantumazione e riflusso, da cui usciranno alla fine del decennio nel nuovo intreccio che si presenterà tra vicende sindacali del lavoro e vicende politiche, in particolare la crisi del PCI.
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