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Il
movimento e i giovani di
Diego Giachetti Le manifestazioni contro il G8 che si sono svolte a
Genova nei giorni 19, 20 e 21 luglio 2001, l’uccisione di un giovane
manifestante, Carlo Giuliani, da parte di uno (o più?) carabinieri, le violenze
innescate dalla gestione dell’ordine pubblico e dai black block hanno
riportato alla ribalta dei media il movimento. Un nome vecchio per un fenomeno
che si vuole nuovo e che, come sempre accade nello sviluppo delle cose, in parte
lo è. Il fervore giornalistico e l’elaborazione concettuale, sviluppatesi
dopo Genova, testimoniano che quell’evento ha rappresentato il punto
d’arrivo e di partenza di un fenomeno di massa, che riassume e rispecchia le
trasformazioni in atto nel mondo e chiama in causa le istituzioni e le strategie
che lo hanno guidato nel corso dell’ultimo secolo. Nel secondo incontro del
Forum Sociale Mondiale che si è tenuto a Porto Alegre dal 31 gennaio al 5
febbraio del 2002, si è parlato molto del “movimento” di Genova, diventato
uno dei simboli del movimento internazionale contro questa globalizzazione.
A Porto Alegre, secondo i dati resi noti dal Governo dello Stato di Rio
Grande do Sul, i delegati e le delegate erano 15.230, le organizzazioni presenti
4.909 provenienti da 131 paesi. Il 57% dei partecipanti erano uomini, il
restante 43% donne; i giovani erano 11.600 provenienti da 52 paesi. 51.300 i
partecipanti complessivi, 35.000 gli osservatori registrati. 210 le etnie
rappresentate, 186 le lingue parlate, 2.400 i giornalisti, 1.050 le testate, 467
i giornali, 193 le riviste, 188 le radio, 140 i media digitali, 166 i canali
televisivi di 48 paesi, 780 professionisti free-lancers di 33 paesi. I paesi con
il maggior numero di delegati erano, nell’ordine, il Brasile con 8.503
delegati in rappresentanza di 2368 organizzazioni; l’Italia con 979 delegati
per 406 organizzazioni; l’Argentina con 942 delegati per 224 organizzazioni;
la Francia con 682 delegati per 224 organizzazioni; l’Uruguay con 465 delegati
per 54 organizzazioni; gli Stati Uniti con 406 delegati per 166 organizzazioni.
Nuovi
e vecchi movimenti Il movimento, quasi per definizione, è plurale,
composito, articolato, variegato, fatto di anime e sensibilità diverse, critico
e lontano dalla politica ufficiale, quella istituzionale e dei partiti, si pone
sulla scena come un discorso ancora in via di costruzione: “frammenti di un
insieme ancora tutto da stabilire”, per dirla con i 99 Posse nella canzone
Sfumature del 2000. E’ un movimento di movimenti e di singoli
individui in quanto in esso confluiscono movimenti sociali, associazioni, centri
sociali, gruppi, sindacati e organizzazioni politiche di vario genere e culture
già esistenti, operanti da anni, e singoli soggetti che
hanno aderito individualmente e direttamente al movimento, senza
l’intermediazione di precedenti forme associative. Secondo i dati di
un’inchiesta svolta tra i manifestanti
di Genova, più della metà dei presenti hanno aderito individualmente alle
manifestazioni. Inoltre, l’85% dei manifestanti si identificava (molto e/o
abbastanza) con il movimento nella sua totalità, contro un 64% che si
riconosceva in un settore di esso e un 52% con un’organizzazione in
particolare (1). L’adesione individuale al movimento ha posto un interessante
problema al momento di stabilire coordinamenti per gestire i vari social forum
che sono nati nelle città italiane, grandi e piccole, prima o subito dopo
Genova. Quale e quanto spazio dare nei coordinamenti a quelli che vi aderiscono
come singoli? La questione, che ha sollevato lunghe e interessanti discussioni e
diverse proposte di soluzione, stante la piena autonomia di cui godono i vari
social forum locali, evidenzia in ogni caso un aspetto in parte nuovo di questo
movimento, al quale molti aderiscono per rappresentare soprattutto se stessi e
non una parte sociale o associativa. Com’era
già accaduto per quello del ’68, complici i giornali e le televisioni, il
movimento sembra nato dal nulla, esploso all’improvviso come un’eruzione
vulcanica non annunciata o annunciata da poco. Storici e intellettuali abituati
a produrre rappresentazioni facendone eventi concordano sulla sua data di
nascita: il dicembre 1999 a Seattle e, quindi, anche sul nome che gli è stato
dato: “Popolo di Seattle” o, anche, popolo di “Porto Alegre”. Altri, più
attenti alla processualità dei fenomeni sociali e storici preferiscono
considerare quello che era accaduto a Seattle come l’esplosione di un
movimento che aveva costituito il suo sapere e il suo agire collettivo a partire
da una serie di movimenti nati e cresciuti alla fine degli anni Settanta, con la
costituzione dei primi forum non governativi su ambiente e diritti, la prima
manifestazione contro l’allora G7 a Londra nel 1984, quella di Berlino del
1988 contro il Fondo Monetario, fino a quella che già si era svolta in Italia,
a Napoli, nel luglio del 1994 contro il vertice dei 7 grandi che si riuniva in
quella città. E’ però a partire da Seattle che i nuovi movimenti contro la
globalizzazione neoliberista, subiscono un’accelerazione assumendo visibilità
e impatto in tutti gli appuntamenti internazionali indetti dai globalizzatori
del mondo-mercato. La
sua composizione eterogenea e molteplice, che in passato non sempre ha
facilitato la collaborazione, è stata rilevata da molti che hanno sottolineato
come nel movimento confluiscano culture, esperienze politiche e soggetti sociali
diversi. La cultura cattolico-sociale, fondate sulle
associazioni di base e sul volontariato, si affianca a quella marxista
anticapitalista, libertaria, a quella ecologista e ambientalista, pacifista e al
pensiero della differenza portato avanti dal sapere femminile.
I
cattolici, spesso in libera uscita rispetto alle loro rappresentanze
istituzionali ed ecclesiastiche, segnalano la disgregazione del tessuto di
solidarietà umana, la mercificazione delle relazioni affettive, amicali, la
perdita dei valori morali, etici e civili, indotti dal processo di globalizzione
mercantile del mondo. Difendono, con pacifisti e non violenti, la pace
come valore assoluto da contrapporre alla guerra e alla violenza dando vita a
forme e modi nuovi di protestare e di stare in piazza. Il marxismo si interroga
sul mondo nuovo che si viene profilando a seguito della globalizzazione e della
fine del “secolo breve” per denunciare la distruzione delle organizzazioni
politiche, sociali e sindacali che l’avanzare del capitalismo rampante e senza
regole produce, l’uso della guerra come strumento per piegare popoli al
disegno di dominio mondiale dei mercati finanziari e non, l’uso delle
politiche monetarie per ricattare e ridurre alla bancarotta stati e società nel
mondo, la costituzione di organismi decisionali sopranazionali, al di fuori di
ogni regolamentazione internazionale, che decidono dei destini del mondo. L’ecologismo
denuncia l’assalto, in nome del massimo profitto, alle risorse naturali che la
politica economica globale favorisce e sviluppa ulteriormente, critica idee
consolidate anche nel movimento operaio e nel marxismo di un certo tipo e
periodo relative al produttivismo, al gigantismo industriale, all’idea
positivista di progresso scientifico e tecnologico. Pone l’attenzione sul
monopolio dei semi geneticamente modificati. Denuncia, assieme ai cattolici, il
rischio degli esperimenti genetici applicati all’uomo e alle altre specie
viventi. Il pensiero di genere intravede in questo processo economico mondiale
non la neutralità oggettiva di un percorso inevitabile, ma la soggettività
intrinseca di una scelta che certo è dettata da una classe dominante, alla
quale però occorre aggiungere l’aggettivo di genere maschile. Pone così il
problema di una rilettura per genere della storia e di una capacità di riessere
e di riproporsi come movimento acquisendo il punto di vista e il modo di operare
del genere femminile. La cultura anarchica e libertaria è presente in questo
crogiolo con temi forti e concreti: la critica e il rifiuto delle forme
organizzative gerarchiche e verticali in nome dell’autorganizzazione dal basso
e delle strutture comunitarie dell’agire collettivo, la critica agli stili di
vita dominanti, la valorizzazione delle differenze considerate non come limiti o
problemi da superare, ma come ricchezze.
In
comune hanno una percezione del capitalismo globalizzato come di un mostro
onnivoro automaticamente votato alla riproduzione a qualunque costo e col
maggior ricavo (profitto) possibile, che “non esita a nutrirsi di tutto ciò
che trova: risorse naturali e risorse umane, idee e culture tradizionali,
simboli ed emozioni” (2). Un capitalismo che sussume non solo la forza-lavoro
dell’individuo sottoposto a sfruttamento ma tutta la sua esistenza,
mercificando la produzione simbolica, le emozioni, i sentimenti, le relazioni
interpersonali, i consumi, lo svago del tempo libero, il divertimento, la salute
fisica e psichica del corpo. Un meccanismo mercantile che invade tutta la società
e la vita privata degli individui. In comune, quelli del movimento, avvertono il
bisogno di sfuggire a questo destino che li imprigiona, secondo l’efficace
rappresentazione di fuga datane dal gruppo dei Subsonica in una loro
canzone: Non
resteremo più prigionieri evaderemo […] senza trattare niente con chi ha già fissato il prezzo al
mercato dei nostri sogni, dentro i nostri giorni per la nostra vita liberi tutti […] dai virus della mediocrità dai dogmi e dalle televisioni dalle bugie, dai debiti da gerarchie, dagli obblighi e dai pulpiti squagliamocela nei vuoti d’aria della realtà tracciamo traiettorie migliori (Liberi tutti, 1999) Comune, infine, la condivisione del bisogno di
tracciare “traiettorie migliori”, cioè pensare un mondo e uno sviluppo
diversi, un “mondo alternativo”, come dice uno slogan del movimento. Nel
movimento confluiscono non solo stratificazioni culturali e politiche diverse,
ma anche sedimentazioni di ceti, classi e generazioni prodotti dal conflitto di
classe e sociale che si sono mobilitati nel corso dell’ultimo secolo: dai
“vecchi” movimenti - cattolico, contadino e operaio -
a quelli “nuovi” delle donne, ambientalista, pacifista, studentesco.
Conseguentemente la critica al capitalismo globale e liberista è multilaterale
in quanto: Alla tradizionale critica
operaia si affianca quella delle donne e delle differenze sessuali, quella
ambientalista, quella dei portatori di sapere, quella delle culture minacciate
di estinzione, quella del pacifismo, quella delle associazioni di intervento
sociale ed altre ancora. Diverse impostazioni si affiancano, in un ambiente che
sottolinea la pari dignità culturale di tutti gli approcci critici (3). Nel movimento, quindi, non ci sono culture o
ideologie egemoni, tutte hanno pari dignità culturale e questa sembra essere
una novità rispetto ad esperienze precedenti nelle quali l’ideologia di
riferimento di un movimento, per quanto generica, era spesso identificabile.
Inoltre, a differenza di precedenti mobilitazioni collettive, questo movimento
non ha un’aggettivazione che caratterizza al suo interno un ceto o una classe
sociale egemoni, come accadeva per il movimento operaio o studentesco. In questo
senso, come è stato osservato, raccoglie una moltitudine e non più una massa
di individui. Il concetto di moltitudine, ha affermato uno dei leader del
movimento italiano, Luca Casarini, è da preferirsi a quello di massa perché
meglio rappresenta “la pluralità, la complessità, l’universalità del
movimento”, il quale opera ed esprime contraddizioni non riconducibili solo
alla lotta di classe. A differenza di quello di massa, il termine moltitudine
sta a rappresentare una realtà “non solo oggettiva bensì soggettiva, una
moltitudine intelligente, che è tale nella misura in cui agisce, diventa
movimento” (4). Una moltitudine che, sulla scia di quanto va dicendo e
scrivendo Toni Negri, cerca e trova nel movimento, nel conflitto sociale la
rappresentazione politica di se stessa, senza più ricorrere ai partiti, facendo
così saltare la funzione di mediazione, propria della politica, e quindi il
ruolo della politica stessa che si fonderebbe col conflitto sociale. Efficacemente, Giulietto Chiesa, chiedendosi chi sono
i partecipanti al movimento, li ha descritti come “gli abitanti di una
voragine arrabbiata, offesa”, che cerca una nuova rappresentanza politica
perché quasi tutti quelli che sono dentro le istituzioni non la rappresentano
più; inoltre, come per altri movimenti precedenti, anche questo possiede la
capacita di calamitare la dimensione di “rivolta etica” ed esistenziale
proveniente da settori giovanili, la loro indignazione e ribellione morale
contro la globalizzazione (5). Il movimento nasce in un momento in cui le strutture
partitiche e istituzionali, così come le abbiamo conosciute nel Novecento,
versano in difficoltà e sono coinvolte in un processo di trasformazione. Il suo
rapporto con esse è già per questo diverso da quello instaurato dai movimenti
degli anni Sessanta e Settanta, quando si trovarono a raffrontarsi con strutture
partitiche, istituzionali e sindacali ben definite e coese. Non ha neanche
l’urgenza di mantenere rapporti non sempre facile con le avanguardie politiche
che partecipano al movimento per indirizzarlo, determinarne gli obiettivi,
egemonizzarlo, perché, rispetto a trent’anni fa, quel tipo di esperienza
politica oggi è in crisi e ha un peso meno rilevante. Il movimento odierno,
anche se non si ispira a quelle forme organizzative, non è per niente
spontaneista e contro l’organizzazione, anzi ne sperimenta una nuova, quella a
rete. Prevalgono forme organizzative basate sui gruppi di affinità, che
raccolgono entità autonome di individui che condividono alcuni principi e
obiettivi che li spingono a collaborare e a lavorare assieme, e reticolari,
simili a quelle del mondo di internet o dell’impresa del XXI secolo. Grazie
alla rete informatica e ai computer è stato possibile organizzare iniziative di
enorme rilievo “senza organizzazioni ‘pesanti’, capi e gerarchie” (6),
coniugandosi in rete con i vari gruppi locali per organizzare comuni battaglie
globali. Così, è in questi movimenti che si manifesta “la
rottura più netta con la tradizione del movimento operaio” (7) il quale, dopo
l’ultima grande ascesa delle lotte del biennio 1968-’69 ha conosciuto un
lento ma progressivo declino dovuto alle politiche perseguite dai governi dei
vari paesi, spesso concertate con i sindacati e i partiti socialdemocratici, e
alle trasformazioni indotte nel funzionamento del processo di accumulazione
capitalistica dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla globalizzazione
dei mercati, che hanno spezzato la forza contrattuale dei lavoratori ponendoli
in concorrenza tra loro. Un dato nuovo, che interrompe e spezza una continuità
storica, che rompe la classe lavoratrice a secondo dell’età, dividendola per
generazioni e per i luoghi che frequenta con più assiduità: il sindacato, le
discoteche, altri luoghi di ritrovo giovanili e i centri sociali. Non è forse
un caso che una canzone che esprime questo fatto nuovo sia stata scritta di un
gruppo impegnato nel sociale, come si dice oggi, nato nel circuito dei centri
sociali: E
poi c’è la flessibilità, la nuova moda a tutti ormai nota Che ci divide tutti a metà
[…] Negli anni sessantadue
sessantatrè papà qualche speranza l’aveva. Diceva: “nuie putimmo cagnà
insieme abbatteremo il sistema”. Guardiamo invece all’ultimo
trend, la magica globalizzazione. Non solo simmo bestie fetenti ma
simmo pure in via d’estinzione. Perché quando il compagno Marx si portava ancora non male il nemico del popolo era il
padrone e il capitale, ma adesso che non va più e lo
stato sociale è finito il nemico del povero è il più
povero (99 Posse, Comuntwist,
2000) La
globalizzazione del movimento L’attuale movimento non
proclama la necessità dell’“internazionale” dei movimenti, è nato
internazionalista perché è in qualche modo figlio della globalizzazione che
combatte, è un movimento globale. Facilmente a Genova si è costituita una
connessione tra gruppi, sindacati, partiti, associazioni e si è imposto un nuovo
internazionalismo, svincolato da un campo da difendere e quindi più laico, più
efficace, più solidale. Il forum sociale, per esempio, è un incrocio di
partecipazione dal basso e di presenza organizzata: di orizzontale e di
verticale. [...] I temi della democrazia, del partito, dell'internazionalismo
tornano d'’attualità […] Ma non saranno discussi nelle stesse forme di
vent’anni, trenta o cinquant’anni fa (8). Assomiglia all’universalismo della rivolta
giovanile che pervase l’Occidente negli anni Sessanta, quando costumi, generi
musicali, obiettivi, accomunarono spontaneamente una generazione al di là e
oltre i confini nazionali degli Stati. Ma a differenza di quei movimenti, che
cercavano risposte ai problemi nell’ambito delle politiche nazionali, questo,
poiché affronta questioni globali, assume connotazioni globali, sembra essere
l’emanazione di una società civile globale che esprime “una sfera di
relazioni e azioni collettive senza frontiere, indipendenti dall’operato degli
stati e dei mercati”; rispetto a movimenti precedenti il suo livello di autonomia dai singolo governi è maggiore,
come maggiore è la sua “capacità di sottrarsi all’integrazione subalterna
nelle dinamiche della politica e dei partiti nazionali”, in quanto è stato
capace di “coniugare gli aspetti nazionali e locali della protesta con quella
che possiamo definire “l’agenda” dei problemi del mondo” (9). Come negli anni Sessanta e Settanta il movimento
presenta una dinamica di nascita-espansione basata sul rapporto
centro-periferia. Gli studenti che animavano i movimenti studenteschi nei vari
paesi appartenevano in gran parte alle classi medie e superiori, frequentavano
le università e i licei delle città principali; furono necessari diversi anni
perché potesse espandersi nelle scuole delle città medie e piccole e negli
istituti tecnici e professionali frequentati dai figli delle classi popolari.
Anche oggi questa dinamica è presente all’interno dei paesi Occidentali e nei
rapporti tra questo mondo e l’altro, “come allora, chi viene dal centro del
sistema, chi viene dai luoghi del dominio, ha maggiore possibilità di costruire
un discorso universale” (10). Tuttavia qualcosa in questo rapporto è
cambiato: non è più o non è solo il centro che apre e include la periferia,
non è una cultura che si apre ad alcune suggestioni o idee provenienti da altre
culture e non è neanche il riconoscimento laico della presenza di altre forme
culturali e sociali da accettare in nome della relatività interculturale. Qui
siamo in presenza di contaminazioni, di mescolamenti, di eguale e reciproca
capacità del centro o della periferia di “stare assieme”, di includersi. Questa constatazione trova particolare riscontro nel
campo di quella che potremmo definire la musica del movimento, cioè la sua
colonna sonora. Anche qui sono utili i confronti con i movimenti giovanili degli
anni Sessanta e Settanta per segnarne le differenze. Intanto sempre di più, a
differenza delle canzoni militanti e popolari, basate sul canto e le parole,
“i linguaggi musicali odierni s’intrecciano con i linguaggi del corpo.
Musica, canto e ballo si fondono insieme, impegno e divertimento si coniugano
senza antinomie” (11), determinando una fusione tra l’aspetto ludico e
l’aspetto partecipativo e d’impegno alle manifestazioni, nelle quali la
musica e le parole dei testi non hanno un immediato messaggio
pedagogico-educativo da trasmettere, ma servono ad aggregare, a sincronizzare i
corpi degli individui sullo stesso ritmo, nello zompare assieme, un modo di
comunicare che non richiede più una lingua comune: Comincia
adesso a gridare tutta la rabbia che c’hai nel corpo no, non la trattenere, comincia
adesso il futuro è qui, comincia
adesso. Comincia adesso a pensare,
comincia adesso a gridare comincia adesso a lottare,
comincia adesso a zompare (99 Posse, Comincia adesso,
2000) il pensiero e la coscienza sembrano venire dopo,
essere una conseguenza più che un dato di partenza: Libera
il tuo corpo, ti dico libera la mente, rifletti due minuti su chi sei
veramente (99 Posse, Sub, 2000) Come ha osservato Gianni Lucini, il movimento globale
costruisce una musica globale che abolisce il concetto di “straniero”. In
parte un processo simile era già in corso dagli anni cinquanta e sessanta con
il dilagare della musica rock e di quella dei Beatles. Anche i giovani di allora
avevano trovato una koinè musicale comune, ma ancora il loro linguaggio “era
definito, strutturato, riducibile a schema, indiscutibilmente occidentale e
condizionato dalla barriera di una lingua dominante, l’inglese”; e quando
quella cultura musicale si era aperta alle altre musiche del mondo “l’aveva
fatto senza mettere in discussione il punto di partenza: era l’Occidente che
si apriva all’oriente, il Nord al Sud, mai viceversa. L’Occidente era il
centro, il resto variegata periferia”. Oggi invece si assiste alla nascita di
una musica che “sente le tradizioni dei vari popoli del mondo non come una
curiosità da scoprire, ma come parte del proprio patrimonio culturale. Sono
cittadini del mondo che si nutrono delle mille culture del pianeta”, in questo
modo salta “anche la schiavitù della lingua” (12). Se a Genova, prosegue Lucini, la violenza delle forze
dell’ordine non avesse schiacciato sul nascere le manifestazioni: avremmo assistito, come altre
volte, al dispiegarsi di una giornata scandita dalla musica in cui ciascuno
portava se stesso, i propri gusti, la propria cultura. Sarebbe stata come una
caleidoscopica rappresentazione delle mille anime musicali di un movimento […]
Il gusto della contaminazione, la presenza di ragazzi provenienti da ogni parte
del mondo, avrebbe messo insieme una sorta di compilation live […] Tutto
sarebbe stato scomposto e ricomposto fino a diventare qualcosa di nuovo e di
unico. […] I giovani sono riusciti a unificare pensieri e linguaggi diversi
dando loro lo stesso ritmo, la stessa sincronizzazione […] in un moto che sa
essere collettivo proprio nel momento in cui non annulla l’individualità di
ciascuno. Per questo la colonna sonora delle manifestazioni è così difficile
da ridurre in uno schema, ma così facile da seguire (13). Se non esiste più una colonna sonora ufficiale del
movimento, anche la “storia ufficiale” ha subito a Genova un grande
ridimensionamento. L’uso sistematico di migliaia di macchine fotografiche e
telecamere portatili, e la rapida diffusione delle immagini tramite Internet, TV
private e non in concorrenza tra loro e quindi sempre alla ricerca di nuovi
scoop, ha prodotto una democratizzazione dell’informazione, che ha soppresso
l’ufficialità dell’informazione; non un “grande fratello”, come temeva
Gorge Orwell, ma l’“irruzione sulla scena di migliaia di ‘fratellini’
con le loro macchinette da quattro soldi” (14), rivelatesi però capaci di
smontare subito ogni verità precostituita in fretta e furia delle forze
dell’ordine, dal ministro degli interni, dalle immagini mandate in onda dalle
televisioni nazionali. Un
movimento a più generazioni Le manifestazioni di Genova e quelle seguenti ci
hanno offerto l’immagine di un movimento stratificato su più generazioni. A
differenza degli anni Sessanta e Settanta, questo non è un movimento composto
prevalentemente o unicamente da una generazione di giovani.
Certo sovente in piazza e nelle strade prevale la componente giovanile,
ma la base sociale di questo movimento non è solo generazionale, si
sovrappongono e si mescolano stratificazioni di classi di età diverse che danno
luogo ad una solidarietà tra generazioni e non ad un conflitto come spesso era
accaduto nei decenni precedenti. Figli, genitori e nonni si sono trovati a manifestare
assieme, a dividere solidarietà comuni contro la repressione poliziesca. Non
c’è più una generazione compatta di adulti che si contrappone e condanna le
scelte dei loro figli o nipoti, c’è condivisione, partecipazione, presa di
difesa delle ragioni dei propri figli. Davanti alle caserme o alle prigioni dove
la polizia aveva portato i giovani fermati alle manifestazioni di Genova,
stazionavano genitori e parenti adulti, in attesa della scarcerazione o del
rilascio dei figli arrestati o fermati dalle forze dell’ordine. Non erano
certo lì per rimproverarli, per dire loro: “han fatto bene a fermarti,
picchiarti, così impari e un’altra volta te ne stai a casa invece di andare
alla manifestazione”, ma per testimoniare la loro solidarietà verso chi era
stato colpito dalla repressione, per dire che le ragioni per cui i figli avevano
manifestato erano sacrosante, condivisibili e che le forze dell’ordine avevano
perlomeno esagerato. Quello che è accaduto a Genova e accade in tante
altre occasioni dimostra che il rapporto tra genitori (ex gruppettari, ex
sessantottini, ex femministe e ex freak) e figli (del movimento o occupanti di
scuole contro il Ministro della Pubblica Istruzione Moratti) è profondamente
diverso da quello che intercorreva negli anni Sessanta e Settanta. Come è stato
riferito da un quotidiano: cosa può dire e fare una mamma, ex gruppettara e
femminista e freak se la figlia di quindici anni, studentessa del liceo Tasso di
Roma, aderisce allo sciopero della fame per protestare contro i provvedimenti
della Moratti? (15). Può al massimo non condividere quella forma di protesta,
ma si sente solidale con la figlia che protesta. Il
movimento risulta composto da un intreccio di tre generazioni: quella di ultra
sessantenni, minoritaria ma presente nelle fila di quei partiti, come
Rifondazione Comunista, che si sono contrapposti allo scioglimento del PCI nel
1991; quella dei 40-50enni, i protagonisti dei movimenti e dei gruppi della
nuova sinistra di trent’anni fa, ben rappresentata e numerosa, raccolta nei
movimenti ecologisti, in Rifondazione Comunista, nei settori di sinistra della
CGIL, nell’associazionismo, nella frastagliata vicenda dei sindacati di base (CUB
e Cobas) e in altre strutture che hanno lavorato in solitudine e nell’oscurità
per decenni; infine, i giovani che hanno sfidato il pensiero unico dell’ultimo
decennio resistendo nei centri sociali, nei gruppi di base, nel volontariato,
nell’associazionismo, nei gruppi giovanili di pari, informali
e scarsamente strutturati, e i giovanissimi, quelli dai 15 ai 18 anni,
mossi da un malessere esistenziale, da un’insofferenza epidermica e non ancora
politica verso l’esistente, da un’angoscia per il futuro: la malinconia è rivoluzionaria se il mondo mi fa schifo tutto il progresso salta in aria la malinconia è amica mia la malinconia ha dentro
un’utopia […] se il mondo intorno muore io come faccio a starci la malinconia ha dentro
un’utopia mondo naif mondo di consumatori felici (Tre allegri ragazzi morti, Mondo
naif, 1997) Le
generazione di “resistenti” ai processi di ristrutturazione capitalistica,
di omologazione bipolare del sistema politico, di concertazione
sindacati-governo, provenienti dal Novecento, con le loro ideologie politiche
diverse e diversificate, con i loro miti e riferimenti caduti o ridimensionati:
la classe operaia, il comunismo, l’URSS, la Cina, Cuba, con il sentore di ciò
che c’era è oggi non c’è più: il PCI, il ’68, hanno incontrato nel
movimento i giovani orfani di “santi e eroi”, quella che si può cominciare
a chiamare la prima generazione “postcomunista”, essendo trascorsi dieci
anni dalla scomparsa dell’URSS, dei paesi a socialismo reale, del PCI. In
questo senso una parte consistente del movimento si colloca già, di fatto,
oltre il Novecento guardando “con lo stesso disincanto sia al passato
comunista sia a quello socialdemocratico, sia alla tradizione massimalista sia a
quella riformista” (16). L’incontro e il confronto in corso nel movimento e
nei vari social forum, rompono liturgie e separazioni, inventano nuove forme
linguistiche per capirsi e comunicare, non senza fatica conducono
all’abbandono di vecchie “espressioni” e stili di comportamento, producono
modalità nuove di presa di coscienza che incidono sulla formazione
dell’identità, la quale sembra modellarsi sotto colpi forti e improvvisi dati
dallo scossone rappresentato dal movimento e delle manifestazioni pubbliche: Conquistami,
inventami, dammi un’altra identità stordiscimi disarmami e infine
colpisci abbracciami ed ubriacami di
ironia e sensualità (Carmen Consoli, Parole di
burro, 2000) Più
che un nuovo modo di fare politica, obiettivo dei movimenti di contestazione
degli anni Settanta, questo movimento ha ridisegnato e ridefinito i confini
della politica. Ha rotto il pensiero unico e “bipartisan” che si era
costituito sul tema della globalizzazione, che aveva portato ad un giudizio
comune, acritico e condiviso dalle forze politiche e sindacali indipendentemente
dalla loro collocazione politica e parlamentare. E’ grazie a questo movimento
che “la globalizzazione ha perduto quell’aura di destino che ne aveva
accompagnato la dilagante diffusione” (17), e altre questioni, consegnate un
tempo ai tecnici e agli specialisti, sono state investite da domande collettive
tese a mettere in discussione la loro oggettività e ineluttabilità diventando,
come nel caso delle nuove frontiere della ricerca scientifica e genetica e del
diritto di copyright, terreno di contrapposizione. Questa
ridefinizione dei confini della politica ha provocato lo spiazzamento del
sistema politico italiano il quale già era in difficoltà rispetto ad un
movimento nato al di fuori dei meccanismi della politica istituzionale, formato
da soggetti estranei alle forme tradizionali dell’agire politico, in
particolare i partiti dai quali non si sentono rappresentati o mal
rappresentati. Un movimento che in parte raccoglie e riporta alla partecipazione
attiva un malessere sociale e diffuso verso la politica e il suo fallimento che
aveva cominciato a diffondersi negli anni Ottanta. Questi
soggetti non riscoprono col movimento la bellezza del fare politica e dei
partiti politici, come se nulla fosse accaduto, anzi il loro agire è contro
quella forma della politica e segnala il deperimento di certe costituzioni
storiche di essa. Un modello politico-istituzionale, fondato sulla logica,
forzatamente imposta agli elettori, del bipolarismo, è chiamato in causa dal
movimento il quale, nel suo svilupparsi e radicarsi, sembra raccogliere una
“moltitudine in fuga dal bipolarismo” (18). I
giovani, il movimento, la politica La
comparsa di un nuovo movimento, composto di tanti giovani, dopo anni di assenza
di un protagonismo giovanile partecipativo e diretto, è stata salutata come una
buona notizia da Giulietto Chiesa perché
apre una “nuova fase di possente risveglio della politica” (19). Come era già
accaduto nel ’68, la contestazione odierna è nuovamente un fenomeno che
attiva i giovani. Secondo una ricerca svolta tra i partecipanti alle
manifestazioni di Genova il 19,8% aveva meno di 21 anni e il 50% aveva un’età
compresa tra i 21 e i 29. Di questi giovani il 47,6% aveva già partecipato in
passato a manifestazioni di questo tipo, mentre per il 52,4% Genova era la prima
esperienza (20). Un dato, quest’ultimo che segnala la rilevanza e
l’importanza assunta dalle manifestazioni contro il G8 di Genova nel
determinare la scesa in campo di strati giovanili precedentemente non
interessati o scarsamente motivati in merito a questi argomenti. Un dato che
stupisce e che segnala un’inversione di tendenza repentina se si pensa che in
precedenza la partecipazione politica dei giovani non rilevava dati e cifre
particolarmente interessanti. Infatti
i giovani, nei decenni precedenti, avevano vissuto con sofferenza e disillusione
il rapporto con la politica. Diverse ricerche sociologiche evidenziavano negli
anni trascorsi un progressivo distacco dei giovani dalla politica, intesa sia
come valore di riferimento e sia come ambito di impegno e di partecipazione
attiva, proprio mentre formalmente aumentava l’interesse per l’informazione
politica. Una recente ricerca, infatti, sottolinea come i giovani siano molto più
informati di una volta sulla politica, a causa dell’oggettiva sovrabbondanza
consumistica di informazioni politiche che si riversano su di loro dai canali
televisivi, radiofonici, dalla rete telematica, dai dialoghi familiari, dalla
scuola. Tuttavia, non necessariamente un’abbondanza e una ridondanza di
informazione produce comprensione, chiarezza interpretativa e partecipazione
attiva, anzi: proprio tale caos informativo fa
sì che si formino solo delle accozzaglie di notizie piuttosto che quadri
semplici ma definiti della quotidianità politica: qui sta l’incapacità
cognitiva giovanile –che probabilmente non è più solo giovanile- di
ricercare alcune chiarezze e totalità di visione (21). Secondo i dati rilevata da una ricerca condotta nella
metà degli anni Novanta, la politica era un valore molto importante solo per il
18,2% dei giovani, contro un 40% per i quali l’importanza era nessuna o poca
(22). Uguali i dati riscontrabili dalla lettura di altre inchieste. In una di
queste gli atteggiamenti verso la politica misuravano i seguenti rapporti chi si
considerava politicamente impegnato era il 3% del campione, chi si diceva
disgustato dalla politica sfiorava il 20% (23). In una successiva inchiesta
realizzata nel 2000 e commentata da Ilvo Diamanti (24), quelli che segnalavano
il loro disgusto per la politica salivano al 26,0%, mentre i politicamente
impegnati rimanevano fermi al 2,9%. In questo contesto la nascita e lo sviluppo
del movimento globale ha dato espressione politica alla “diffusione carsica di
atteggiamenti giovanili negativi, di secessione, di interdizione, di sottrazione
individuale,” (25) di allontanamento e di disgusto per le forme della politica
e del suo agire. Nel
movimento, criticando il “fare” tradizionale della politica, i giovani
ritrovano e riscoprono un impegno e una partecipazione che appaiono
incomprensibili e impolitici a chi, inserito negli ambiti partitici e
istituzionali, si è ormai abituato, per dirla con Max Weber, a vivere di
politica e non per la politica. Sotto questo aspetto i giovani che si mobilitano
nel movimento sono “politicamente soli” (26). Chi si è recato a manifestare
a Genova, nutriva scarsa fiducia nelle istituzioni governative, nei partiti di
governo e anche in quelli di opposizione, ad eccezione di Rifondazione
Comunista. Secondo i dati di un’inchiesta svolta tra quei manifestanti, il 37%
dichiarava di collocarsi all’estrema sinistra, il 54% a sinistra e il 7% al
centro sinistra. Solo il 9% indicava i DS come partito considerato più vicino
alle loro posizioni politiche, contro un 17,9% che non indicava preferenze e un
57% che si riconosceva in Rifondazione Comunista (27). Evidentemente questi
ultimi dati segnalano le difficoltà nelle quali si sono trovate le forze del
centro sinistra rispetto alle manifestazioni di Genova e, in particolare, i
tentennamenti e le continue inversioni di marcia operate dalla direzione dei
Democratici di sinistra rispetto alla partecipazione o meno. Tuttavia non si
tratta solo di un dato momentaneo, raccolto in una piazza nella quale, per tante
ragioni, i DS e gli altri partiti del centro sinistra non c’erano o erano
scarsamente rappresentati; esprimono malesseri più profondi che operano da
tempo separando questo schieramento politico dai giovani che decidono di “fare
politica”, i quali non scelgono quel partito e il centro sinistra come
referente. Così il movimento che contesta la globalizzazione capitalistica si
presenta come l’unico soggetto in crescita, capace di coinvolgere frazioni
consistenti di giovani. L’origine del malessere è precedente a Genova e
risente del fatto che per troppo
tempo i partiti dell’Ulivo non hanno mai criticato gli Stati Uniti, la Banca
Mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio. Mentre i movimenti si
costituivano e si mobilitavano contro le conseguenze della globalizzazione
liberista, quei partiti politici, presi dal gioco di essere forze di governo,
tendevano a considerare i vincoli della globalizzazione come dati inamovibili.
Le avvisaglie dello scollamento tra i partiti dell’Ulivo e i settori giovanili
erano più che evidenti: due mesi prima di Genova ho
fatto un incontro a Padova dove c’erano 500 persone tutte giovani, nessuna
sopra i trent’anni. Quando fai una riunione in una sede di partito di giovani
ce ne sono sempre di meno […] La sinistra e il centro sinistra non capiscono
che nel movimento vivono potenzialità enormi per un nuovo impegno politico
[…] come non era stato capito tra gli anni Sessanta e Settanta (28). Una
lontananza con una generazione che sta riscoprendo l’impegno politico, dopo
anni nei quali era prevalso l’individualismo, il disimpegno, l’apatia, lo
scarso interesse per la politica e la tentazione dell’astensionismo
elettorale. Una generazione che ritorna a guardare “ a sinistra”, dopo
quella composta da persone tra i 25 e i 34 anni orientata prevalentemente verso
il centro destra, con particolare predisposizione per Alleanza nazionale. I dati recentemente raccolti nell’ambito di
un’inchiesta condotta dal gruppo Itanes (Italian national election studies)
sui risultati elettorali del 13 maggio 2001, che hanno visto l’affermazione
del centro destra, consegnano una geografia del voto suddivisa anche per classi
generazionali (29). Non stupisce il voto conservatore e di centro destra dato
dagli anziani, eredi del moderatismo democristiano e dell’anticomunismo da
guerra fredda, la propensione al centro sinistra degli adulti fra i 45 e i 54
anni che appartengono alla generazione che si è socializzata politicamente
nella stagione dei movimenti apertasi col ’68. Neppure stupisce che i giovani
tra i 25 e i 34 anni, quelli che hanno compiuto 18 anni nel periodo fra il 1985
e il 1994, gli anni del pentapartito, del rampantismo craxiano prima e di
tangentopoli poi, anni nei quali la crisi di legittimità della classe politica
va di pari passo con quella delle istituzioni, della politica e dello Stato,
siano orientati elettoralmente verso il centro destra, ad eccezione delle
regioni rosse. Ciò che sorprende è la generazione dei 18-24-enni,
quella che si è appena affacciata sulla scena della politica. Questa
generazione nuovissima rompe con quella tradizione di centro destra tipica dei
loro coetanei appena un po’ più adulti. Soprattutto se dividiamo gli studenti
dai non studenti (occupati, disoccupati) emerge un comportamento elettorale, da
parte di chi è studente, propenso verso la sinistra, mentre i non studenti sono
più vicini al centro destra e sono anche meno interessati alla politica. Comune a tutti è l’ostilità verso i partiti in
genere, compreso chi si interessa di politica: “non considerano i partiti come
uno strumento rilevante per la partecipazione politica” (30). Sfuggono a
questo giudizio negativo e godono di popolarità tra questi giovani studenti
orientati a sinistra Rifondazione
comunista (doppio dei suffragi rispetto alla media) e la Margherita, formazione
politica che appare loro meno strutturate del “partito” Democratici di
Sinistra. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno di discontinuità
generazionale – i ventenni di oggi esprimono una sensibilità politica diversa
dai trentenni - e a una contrapposizione intergenerazionale, in quanto si
verifica una frattura nel mondo dei giovanissimi a secondo della loro
collocazione sociale: gli studenti esprimono orientamenti prevalentemente di
sinistra i non studenti, no. Le stesse stime, relative ai partecipanti giovani
alle manifestazioni di Genova esprimono questa divisione: il 49% era composto da
studenti e il 26% erano diplomati o laureati (31). Questi studenti ventenni, che
dimostrano affinità di orientamenti e sensibilità politiche che li avvicinano
alla generazione dei 45-54enni, sono, in termini demografici, i loro figli, i
“figli dei figli dei fiori, i nipotini del
sessantotto” (32). Una fetta di quella generazione sembra sia riuscita
a trasmettere parte della sua tensione ideologica e partecipativa alla
generazione dei 18-25 anni, che è
quella che ha avuto i genitori maggiormente politicizzati e, quindi, è
cresciuta in un clima familiare più impegnato politicamente e più di sinistra.
Anche quelli che non sono studenti ed esprimono un orientamento politico
favorevole al centro destra, sono figli di quella stessa generazione ma, in
questo caso, su di loro sembra riverberarsi maggiormente l’influenza della
provenienza sociale e dello status professionale (33). Così
vicini, così lontani L’uso della categoria di “figli dei figli dei
fiori” concorre a spiegare la ragione della maggior politicizzazione a
sinistra di strati di giovanissimi studenti ma non deve essere troppo
generalizzata, in quanto “i nipotini del ‘68” sono anche, come si è già
detto, la prima generazione post comunista, hanno vissuto e vivono cioè un
contesto storico, sociale, relazionale e affettivo imparagonabile con quello dei
loro genitori “sessantottini”. Per parecchi di loro termini quali
“sinistra” e “centro sinistra” hanno “un senso stanco, di cose
ammuffite, di talk-show”, sono concetti privi di idee e di ideali, aspetti,
invece, di cui amerebbero sentir parlare (34). In generale, si tratta di una generazione di
giovanissimi e di adolescenti che cresce in un clima storico politico nel quale
il peso delle ideologie e le contrapposizioni ideologiche non sono paragonabile
a quelle del Novecento. Noi siamo – afferma il cantante di un complesso, I
Lùnapop,
molto amato dalle adolescenti – “studenti cresciuti tra passeggiate sui
colli, feste di compleanno e la musica dei Queen, degli Oasis e dei Beatles.
Siamo proprio come quelli di Jack Frusciante è uscito dal gruppo” (35).
Come tutte le generazioni che si affacciano
alla socialità extrafamiliare, si sentono partecipi di una duplice guerra
civile per l’emancipazione dai genitori e dall’immagine che gli hanno
costruito gli adulti, devono quindi ridefinirsi dall’interno: Guerra
civile familiare guerra civile intima (Tre allegri ragazzi morti, Guerra
civile, 1997) Affacciandosi
al mondo relazionale più vasto svelano insicurezze e interrogativi. Speranza e
insicurezza, felicità e infelicità si mescolano in un susseguirsi continuo di
stati d’animo differenti sollecitati dalla certezza positiva e dallo sgomento
dettato dal timore che tutto possa finire, perdersi per sempre. Le speranze sono
grandiose quanto minime, prepolitiche, con grandi investimenti sugli affetti,
capaci, questi ultimi, di assicurare un futuro migliore: “domani sarà un
giorno migliore vedrai” (Lùnapop, Un giorno migliore, 2000). In
diverse canzonette in voga tra adolescenti in formazione o appena maggiorenni
non si parla ancora di ribellione cosciente, di rifiuti e di allontanamenti. Si
elencano spesso disagi e piaceri quali si ricavano dalla vita quotidiana di uno
studente medio: la scuola, la vacanza, gli amici, i compiti, la ragazza, la
solitudine, il poter uscire di casa, lo spostarsi da un luogo all’altro
contrapposto alla staticità della vita familiare e scolastica, la noia e la
specialità. non si parla mai di ribellione, ma sempre e solo di disagi e
piaceri: scuola/vacanza; così il motorino, lo scooter possono diventare il
simbolo di una fuga dal mondo degli adulti, la fuga verso un’alternativa
possibile assieme agli amici coetanei, cosicché “rapporti umani ed evasione” sembrano diventare parte
“di una poetica che coinvolge milioni di adolescenti in un movimento che pare
crescere di giorno in giorno” (36). Nei
giovani di fine Novecento è possibile intravedere un “rifiuto della
politica” istituzionale e partitica che non coincide però col dilagare
dell’individualismo e dell’egoismo in quanto si accompagna “a una
disponibilità a spendersi per gli altri, a un senso della solidarietà che
nulla hanno da invidiare alle precedenti generazioni (37): vorrei vorrei esaudire tutti i sogni tuoi vorrei vorrei cancellare ciò che tu non vuoi (Lùnapop, Vorrei, 2000) La
ricerca di spazi di libertà e di indipendenza dal mondo degli adulti e dalle
loro regole, la sensazione del piacere di trasgredire le norme, lo scoprire che
esse sembrano fatte apposta per essere violate, sono un’immagine formativa
adolescenziale che conduce questa generazione alla presa di coscienza del mondo
in cui sta per inserirsi; si tratta di un inserimento temuto da cui provare a
sfuggire, come un’anguilla, per non farsi afferrare dai meccanismi del mercato
e dell’impresa: Come un anguilla veloce sguscio
e rifuggo la fine precoce che mi hai preparato, il mercato è già pronto, ‘a
padella è sul fuoco, ma io so’ comm’anguilla e
pirciò cambio gioco e mando a fan culo te e il tuo
mercato (99 Posse, L’anguilla,
2000) Quando
questi giovani scoprono che è possibile diventare un’anguilla e scivolare via
liberamente in mezzo alle reti del mercato, allora mossi da uno stato di
necessità sono pronti, con la mente, la pelle e il corpo ad eccedere, cioè a
diventare parte della “moltitudine” del movimento: E’
lo stato di necessità euforia ormonale congenita questo è un caso di estrema
emergenza dionisiaca tendenza ad eccedere (Carmen Consoli, Stato di
necessità, 2000) I
luoghi di formazione di questa nuova generazione sono diversi da quelli dei
primi decenni del secondo dopoguerra. Eugenio Scalfari, in un articolo comparso
l’11 marzo del 2001 su “Repubblica” rinfacciava loro l’“apatia”, la
“noia”, il disinteresse per la politica contrapponendoli, con una certa
nostalgia, a quei ragazzi che “oltre a discutere di politica in famiglia ed
anche a scuola, avevano i loro punti di aggregazione in luoghi eminentemente
politici, quali la FGCI, le associazioni cattoliche, i movimenti
studenteschi”, i gruppi extraparlamentari, le porte e i cancelli delle
fabbriche, le sezioni di partito. E’ evidente che tutto questo non c’è più
o ha un’incidenza quasi insignificante sulla socializzazione giovanile.
Difatti, anche quando il dibattito politico, grazie alle tematiche sollevate dal
movimento, è ripreso coinvolgendo i giovani, “le vecchie sezioni dell’ex
PCI sono rimaste deserte. Si va altrove, in sale stracolme per dibattiti
civilissimi, molto diversi da quelli del ’68 o del ‘77” (38). Altri
sono oggi i luoghi del confronto e della socializzazione giovanile, primi fra
tutti la musica, i concerti la discoteca, il tifo calcistico. In questi spazi
collettivi si ritrovano, si frequentano tra eguali. Sono luoghi di cui da anni
si riconosce l’importanza associativa e integrativa. Da sempre, ad esempio, la
musica e il ballo sono elementi di socializzazione e di integrazione. I concerti
e le discoteche oggi assolvono questo compito e sono diventati i luoghi dove
migliaia e migliaia di giovani s’incontrano costituendo delle comunità
fondate sul bisogno di evadere, di rompere la monotonia quotidiana “per vivere
spazi differenti e significativi di esperienza”; il ballo nella discoteca
diventa così un’aggregazione collettiva di tante componenti individuali. Il
ballo, come il movimento, diventa una “stanza degli specchi”, dove ognuno,
individualmente o aggregato in sottogruppi, riflette e interagisce “per
confondersi in nuovi modelli di identità e comunicazione” (39). Il ballo oggi
produce “comunità effimere”, forme di comunicazione tattile”, empatiche,
- si parla “toccandosi” e il corpo si muove “pensando”-, basate su
“affinità momentanee” (40). Molte di queste forme di comunicazione, tipiche
delle discoteche e dei concerti, si riversano poi nel modo di manifestare e di
stare in piazza dei giovani rispetto agli adulti. Le manifestazioni di Genova,
quando hanno potuto esprimersi tra una carica e l’altra della polizia, hanno
evidenziato aspetti nuovi e sicuramente diversi dai modi di manifestare degli
anni Settanta. Più che cortei, col servizio d’ordine, le file compatte dietro
gli striscioni e le bandiere, ognuno col suo gruppo, partito, sezione,
federazione, sindacato, consiglio di fabbrica, a Genova ci sono state
manifestazioni, un insieme “disordinato” di persone, gruppi, gruppi
teatrali, militanti politici, sindacali, partiti sindacati, organizzazioni che
invadevano le piazze e le strade muovendosi poco compatti e scarsamente
inquadrati, per gruppi geografici di provenienza, per affinità linguistiche,
per la curiosità di stare assieme. Si
esprime così un universo giovanile diverso rispetto a quello degli anni
Settanta. Una diversità che si misura tutta prendendo ad esempio il funerale
del giovane Carlo Giuliani come hanno fatto Giovanni De Luna e Aldo Cazzullo.
Esso è imparagonabile con quelli politici degli anni Settanta, pieni di slogan
anche cruenti, bandiere rosse, pugni chiusi e canto dell’Internazionale; sulla
bara di Claudio Giuliani c’era la bandiera della Roma, un pacchetto di
sigarette, delle sue poesie, assente ogni aspetto epico e retorico nel ricordo
del padre (41). I
giovani che frequentano questi diversi luoghi di socializzazione sono oggi in
grado di riconoscersi fra di loro ma ancora non si parlano, come ha fatto notare
Giovanni De Luna cogliendo un’immagine significativa, quella dell’arrivo del
treno da Genova che riportava a casa i giovani che avevano manifestato contro il
G8, la mattina del 22 luglio, alla stazione di Torino Porta Nuova, mentre
partivano i giovani che avevano assistito al concerto degli U2; “erano
migliaia da una parte e dall’altra, sapevano gli uni degli altri: si sono
incrociati, si sono guardati, non si sono parlati” (42). Così come gli
studenti o viceversa i giovani lavoratori o disoccupati si riconoscono come
coetanei, ma ancora non si parlano in quanto separati da una divisione di
mentalità e di comportamento politico che sembra più appartenere ai genitori
che a loro. Per
quelli che hanno già scelto di scoprire l’impegno e la politica nella forma
del movimento o che per ora osservano con simpatia quell’evento senza
sentirsela di tuffarsi dentro, si pone il problema che hanno sempre avuto tutte
le generazioni che si affacciano sulla scena pubblica, quello si ricostruirsi
una memoria storica, perché sanno che solo dando un senso al passato sarà
possibile intravedere il futuro. Del passato non interessa la nostalgia, non
appartiene loro infatti, è cosa d’altri, vogliono prendere solo ciò che può
servire per capire l’oggi e agire per cambiarlo, il resto deve diventare
storia. Note: (1) Cfr., Massimiliano Andreatta, Lorenzo
Mosca, Il movimento “no global”: chi sono i protagonisti delle giornate
di Genova?, “Il Mulino”, n. 5, 2001. E ancora: Il 68,7% degli
intervistati aveva abbastanza o molta fiducia nella rete Lilliput, il 47% per le
tute bianche, altrettanto per il network dei diritti globali e il 23% per quello
degli anarchici. Il 72,5% considerava il Genoa Social Forum rappresentativo di
tutto (art. cit.). (2) Claudio Marrani, Enrico Ratto, Da
Seattle a Genova, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2001, p. 12. (3) Mimmo, Porcaro, Primi appunti sul
movimento, “Alternative/i”, n. 3, dicembre 2001. (4) Luca Casarini, Massimo Cacciari,
Gianfranco Bettin, Dopo Genova, mentre Manhattan brucia, “Micro Mega”
n. 4, 2001. (5) Cfr. rispettivamente Giulietto Chiesa, L’altra
metà d’Italia in cammino verso Porto Alegre, “La Stampa”, 18 gennaio
2002 e Salvatore Cannavò, Il movimento dopo l’11 settembre,
“Bandiera Rossa”, n. 14, dicembre-gennaio 2001-2002. (6) Mario Pianta, I movimenti globali tra
politica e guerra, “Democrazia e diritto”, I trimestre 2001, p. 146. (7) Christophe Aguiton, Il mondo ci
appartiene, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 122-123. (8) Salvatore Cannavò, Il futuro del
movimento, “Bandiera Rossa”, n. 11-12, settembre-ottobre 2001. (9) Per questo considerazioni cfr.
rispettivamente Mario Pianta, I movimenti globali tra politica e guerra,
cit., p. 146 e p. 145, e
Giovanni De Luna, No global, “La Stampa”, 18 gennaio 2002. (10) Christophe Aguiton, Il mondo ci
appartiene, cit., p. 119. (11) Maria Teresa Torti, I suoni del
conflitto, in Giovani senza tempo, a cura di A. Del Lago e A.
Molinari, Verona, Ombre Corte, 2001, p. 125. (12) Gianni Lucini, Ritmi globali,
“Liberazione”, 4 gennaio 2002. (13) Gianni Lucini, AntiG8 in musica,
“Liberazione”, 26 luglio 2001. (14) Enrico Deaglio, A Genova è morta la
“storia ufficiale”, “La Stampa”, 2 agosto 2001. (15) Maria Laura Rodotà, Madre ex freak e
figlia ribelle divise dal digiuno, “La Stampa”, 28 novembre 2001. (16) Giovanni De Luna, No global, “La
Stampa”, cit.. (17) Alessandro Dal Lago, Sandro Mezzadra, Il
movimento globale, “Il Mulino”, n.
5, 2001, p. 850. (18) Alessandro Dal Lago, Sandro Mezzadra, Il
movimento globale, cit., p. 857. (19) Giulietto Chiesa, G/8 Genova,
Torino, Einuadi, 2001. (20) Massimiliano Andretta, Lorenzo Mosca, Il
movimento “no global”: chi sono i protagonisti delle giornate di Genova?,
cit. (21) Andrea Pirni, Nuove generazioni e
politica: interesse, informazione e competenza, “Storia politica società”,
n. 2, dicembre 2000, p. 55. (22) Cfr. P. Donati, I. Colazzi, a cura di, Giovani
e generazioni, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 163. (23) C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo, Giovani
verso il Duemila, Bologna, Il Mulino, 1997 (24) Questi giovani sempre più mimetizzati,
“Il Sole 24 ore”, 28 dicembre 2000. (25) Alessandro Dal Lago, Sandro Mezzadra, Il
movimento globale, cit., p. 851 (26) Pietro Barcellona, Il ribaltone dei
poteri forti e la solitudine politica dei giovani, “Democrazia e
diritto”, I trimestre, 2001. (27) Donatella della Porta, Herbert Reiter, Protesta
no global e ordine pubblico, “Il Mulino”, n. 5, 2001, p. 879. (28) Massimo Cacciari, Luciano Violante, La
sinistra in panne, “Micro Mega” n. 4, 2001, p. 180. (29) Itanes, Perché ha vinto il
centro-destra, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 36-37. Riprendendo i dati
pubblicati nel libro citato Roberto Cartocci e Piergiorgio Corbetta, hanno
scritto un saggio specifico sul comportamento elettorale dei giovani dal titolo Ventenni
contro, “Il Mulino”, n. 5, 2001. (30) Roberto Cartocci e Piergiorgio Corbetta, Ventenni
contro, cit., p. 864. E ancora: “per tutti gli anni novanta gli studenti
sono risultati un po’ più a sinistra della media della popolazione, ma si
trattava di una differenza abbastanza lieve, probabilmente destinata a svanire
col crescere dell’età. Ma sul finire del decennio questa differenza si
allarga in modo netto: la nuova generazione di studenti è dunque assai più a
sinistra della media della popolazione” (p. 868). (31) Per questi dati cfr., Massimiliano
Andretta, Lorenzo Mosca, Il movimento “no global”: chi sono i
protagonisti delle giornate di Genova?, “Il Mulino”, n. 5, 2001. (32) Itanes, Perché ha vinto il
centro-destra, Bologna, Il Mulino, 2001, p.38 (33) Per queste considerazioni vedi Roberto
Cartocci e Piergiorgio Corbetta Ventenni contro, cit., secondo i quali
molti giovani lavoratori sono prevalentemente figli di piccoli imprenditori,
provengono da ceti medi autonomi politicamente già su posizioni di
centro-destra. Inoltre, quando sono inseriti nel mondo del lavoro,
principalmente come lavoratori autonomi, vivono un tipico risentimento
antistatalista e contro le garanzie sindacali, che li porta a richiedere
maggiore libertà d’impresa e riduzione delle tasse, tematiche, appunto,
portate avanti con decisione dal centro destra. Se invece sono disoccupati,
oppure dediti a lavori saltuari e precari, si iscrivono in quella che è una
tendenza storico-comportamentale caratteristica degli strati marginali che li
porta a scegliere la destra. (34) Giulietto Chiesa, L’altra metà
d’Italia in cammino verso Porto Alegre, cit. (35)
Cesare Cremonini, citato da Roberto Freak Antoni, Mia figlia vuole sposare
uno dei Lùnapop (non importa quale), Roma. Arcana, 2001, p. 7. (36) Giuseppe Palazzolo, citato da Roberto
Freak Antoni, Mia figlia vuole sposare uno dei Lùnapop (non importa quale),
Roma. Arcana, 2001, p. 147. (37) Sandro Mezzadra, Nella crisi della
cittadinanza, in Giovani senza tempo, a cura di A. Del Lago e A.
Molinari, Verona, Ombre Corte, 2001, p. 43. (38) Giulietto Chiesa, L’altra metà
d’Italia in cammino verso Porto Alegre, cit. (39) Maria Teresa Torti, I riti del ballo,
“Aut Aut”, n. 303, maggio-giugno 2001, p. 132. (40) Maria Teresa Torti, I riti del ballo,
ivi, p. 137. (41) Giovanni De Luna, Sulla bara un
pacchetto di sigarette, “La Stampa”, 19 agosto 2001; Aldo Cazzullo, Quel
simbolo chiamato Giorgiana, “La Stampa”, 2 agosto 2001. (42) Giovanni De Luna, Sulla bara un
pacchetto di sigarette, cit.
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