Quale idea di montagna sta dietro al salone Alpi 365 che
si è appena concluso a Torino? Passeggiando tra gli stand
della biennale si provava un certo disorientamento. Uno
spaesamento che è forse lo stesso che stanno vivendo le
Terre Alte e i suoi abitanti.
Arretrata perché esclusa dalla modernità, percepita
come una zona marginale, che per sopravvivere ha bisogno di
assistenza e dunque costa ai Governi centrali (Province,
Regioni, Stato), la montagna è oggi una realtà di cui
bisogna farsi carico. Una realtà triste: incapace di
costruire una coscienza di luogo dopo lo spopolamento e la
chiusura di negozi, scuoline, uffici postali; incapace di
costruire un’idea di futuro, un’economia sostenibile che
non abbia bisogno di assistenze governative. Chi conosce le
valli sa a cosa ci si riferisce quando si parla di rancore
diffuso e di disagio sociale.
Un altro modello vede nella montagna un luogo
"altro" dalla città, un luogo di intrattenimento,
in cui i cittadini possono andare ad occupare il loro tempo
libero. Una visione fordista che, nel secolo scorso, ha
portato (non a caso) alla nascita e allo sviluppo di
stazioni come Sestriere. La modernizzazione, la ricchezza
arrivano dalla città, cioè dall’industria. E infatti
questa appendice della città l’abbiamo chiamata industria
della neve. Che ha, a sua volta, alimentato lo sviluppo
dell’edilizia e un certo terziario legato ai flussi
turistici.
Sono stati tanti i momenti di riflessione e i convegni
tenutisi al Lingotto nei giorni scorsi. Si è parlato di
Maso Gis un progetto interregionale sulla gestione
sostenibile dei sistemi pascolivi italiani. Sedici le aree
marginali su cui è stato sviluppato un modello aziendale
sostenibile e multifunzionale: in Piemonte la zona
interessata da questo progetto pilota (che, se finalmente
Regione e Governo riprenderanno a parlarsi dopo l’impasse
di questi ultimi mesi, potrà conoscere una seconda fase
operativa) è quella delle montagne del Pinerolese (Pellice,
Germanasca, Chisone). Ne emerge un quadro interessante.
Sebbene in Val Chisone l’agricoltura rivesta un ruolo
marginale (gli addetti sono il 3,1 per cento della forza
lavoro contro il 10 per cento della Val Pellice) e il numero
delle aziende si sia contratto negli ultimi anni, vi è
stata invece una sostanziale ripresa del settore zootecnico
con un significativo aumento del patrimonio. Anche la Val
Pellice può contare su un patrimonio zootecnico superiore a
quello di molte vallate montane. Sono imprese familiari che
possono ancora crescere, così come possono crescere ancora
i loro guadagni. Il valore del loro lavoro è anche,
indirettamente, quello del presidio del territorio che passa
attraverso la manutenzione quotidiana e scongiura disastri
climatici derivanti dall’abbandono.
La Camera di commercio di Torino, nell’ambito di una
presentazione di prodotti tipici della Val Chisone (in cui
il consorzio che produce il Plaisentif è stato portato ad
esempio di moderno modello a cui riferirsi), ha detto che la
percentuale di aziende della Provincia di Torino presenti in
montagna è il 6 per cento. Ma, aspetto ancor più
significativo, ha detto che negli anni 2000-2008 il numero
di aziende montane è cresciuto percentualmente molto di più
rispetto a quello della pianura (più 10 per cento).
Grazie a quello che qualcuno ha definito il suo
"passo cadenzato", la montagna resiste meglio nei
momenti di crisi globale perché è tutta giocata sulle
micro-economie, sul contenimento dei fattori di rischio,
sull’autogoverno.
La montagna è dunque in grado di creare valore a partire
proprio dalla specificità del suo territorio, dal suo
patrimonio di acqua, legno, paesaggio - beni primari
soprattutto nell’era della green economy?
Non esiste solo l’industria della neve che accende i
suoi riflettori per pochi mesi all’anno e pensa solo alla
propria sopravvivenza, né si può ridurre l’idea di
sviluppo a quella di una fiera dei prodotti tipici.
Una strada da percorrere è quella dell'autosufficienza
energetica (filiera legno-energia), e poi serve un Internet
che funzioni realmente e raggiunga le aree marginali. Serve
una politica che porti reddito in montagna, reddito per i
montanari non per le multinazionali, così da stabilizzare
residenze permanenti, serve un sistema economico che mixi
agricoltura, turismo, artigianato, industria (poca),
ecologia.
La montagna può ancora essere utile a se stessa?