Video Monongah - 6 dicembre 1907 
 

Minatori a Monongah

MONONGAH: LA CRONACA DI QUEL 6 DICEMBRE 1907
Monongah La sciagura di Monongah, piccolo centro nel West Virginia, e' rimasta pressoche' ignorata per oltre un secolo, nota solo ai parenti delle vittime. Poi Domenico Porpiglia, direttore di 'Gente d'Italia, sulla base di una semplice indicazione, comincio' a investigare facendo di quella tragedia il tema di una ricerca storico-giornalistica che consenti' di dare il giusto risalto a una sciagura mineraria che determino' il maggior numero di vittime italiane, piu' ancora di quella belga di Marcinelle (8 agosto 1956, 262 vittime di cui 136 italiane).

Alle 10,25 del 6 dicembre nelle miniere di carbone numero 6 e 8 della compagnia Fairmont Coal Company vi fu una serie di potenti esplosioni causate dal gas. In pochi minuti centinaia di minatori vennero travolti, schiacciati nel crollo dei tunnel, bruciati dalle fiamme, soffocati dal fumo. Non ci furono superstiti: questa e' l'unica cosa certa, mentre, a distanza di un secolo, non e' ancora possibile stabilire il numero esatto delle vittime. Dapprima si parlo' di 361, poi di oltre 500; di 620 (un addetto alle sepolture del Municipio di Monongah), e, addirittura, di 956 (un giornale del 9 marzo 1908).

Le esplosioni furono causate da un accumulo di gas: il giorno precedente le miniere erano rimaste chiuse e per risparmiare energia furono spenti gli aeratori. Questo, secondo alcuni ricercatori, avrebbe determinato l'accumulo di gas alla base dell'esplosione. Quella mattina, secondo documenti della compagnia mineraria, sarebbero entrati nelle miniere 478 minatori e 100 addetti ad attivita' accessorie. La paga non era legata alle ore effettivamente lavorate, ma alla quantita' di carbone portato in superficie.









Il 6 dicembre 1907, a Monongah, cittadina del West Virginia, nel cuore minerario degli Stati Uniti, si consumo' una tragedia che costo' la vita a 361 minatori, 171 dei quali italiani.

Una tragedia, per l' emigrazione italiana piu' grave di quella, ben piu' nota, di Marcinelle, in Belgio avvenuta l'8 agosto 1956, in cui le vittime furono 262, 136 delle quali italiane.

Ma i morti in quell'orribile deflagrazione - la maggior parte caduti sul lavoro rimasti ignoti, considerata la presenza di moltissimi minatori non registrati all'ingresso in miniera (era in uso il buddy system, cioe' per estrarre piu' carbone i minatori si organizzavano in gruppo di lavoro e ognuno aveva alle sue dipendenze almeno altri tre minatori) - sarebbero stati, secondo i resoconti giornalistici dell'epoca e le molteplici testimonianze che si sono avute, oltre 900.

Secondo alcune ricerche (in particolare del quotidiano Gente d'Italia), poi, i minatori italiani morti potrebbero essere molti, molti di piu': uno studio dei cimiteri cittadini sembrerebbe portare il totale a oltre 500.

I dati a tutt'oggi disponibili - anche riguardo altre tragedie minerarie di quegli anni - non consentono di fare ipotesi sul numero di minatori italiani che in quel primo quarto di secolo persero la vita nelle miniere americane.



Foto Ansa
Un gruppo di minatori della miniera di Monongah, nel West Virginia, teatro, la mattina del 6 dicembre 1907, del pi¿ grave disastro della storia mineraria degli Stati Uniti, in cui persero la vita 171 italiani su 362 morti, secondo i dati ufficiali
 
Tre minatori all' interno della miniera
Foto Ansa
 
Foto Ansa
I binari all' ingresso di una galleria della miniera a Monongah
 
I minatori posano davanti all' ingresso di una galleria della miniera di Monongah
Foto Ansa
 
Foto Ansa
Un momento del trasporto delle salme dei minatori della miniera di Monongah
 
Le bare allineate con le salme dei minatori della miniera di Monongah
Foto Ansa
Il disastro di Monongah
(a cura di Mimmo Curcio)

Nei primi anni del ventesimo secolo, la West Virginia venne messa a soqquadro dalla violenza e da veri e propri episodi di guerra. Responsabili furono il carbone e la rapacità di coloro che fecero la propria fortuna con la sua estrazione. Il pregiato combustibile ha fatto la fortuna di pochi e ha provocato una vita miserevole a molti”. Con queste parole il premio Pulitzer Charles Stafford ha descritto benissimo quanto è avvenuto in West Virginia nei primi anni del 900 dove, in effetti, gli scontri tra minatori che chiedevano migliori condizioni di lavoro e polizia che difendeva i “padroni”, furono aspri e causarono molte vittime.
Con tutto questo a Monongah, uno dei numerosissimi piccoli villaggi che nascevano in prossimità delle miniere e situato nel nord del West Virginia, la mattina del 6 Dicembre 1907 i minatori italiani, polacchi, slavi e turchi, si recarono regolarmente al lavoro. Si ritrovarono, in un misto di dialetti a volte incomprensibili, davanti agli ingressi 6 e 8 alle ore 5.30 del mattino. I due ingressi distavano tra loro circa 3 Km ma erano collegati da un tunnel sotterraneo a ferro di cavallo che, grazie alle moderne attrezzature, consentiva una maggiore redditività. Il carbone estratto nelle miniere di Monongah, in concessione alla Fairmont Coal Company, sussidiaria della Consolidation Coal Company, era, a quel tempo, il migliore del mondo come qualità. Miniere considerate modello poichè fornite di macchinari che tagliavano il carbone e di locomotive che lo trasportavano e dove le aree interne erano dotate di grandi ventilatori.
La mattine di quel 6 Dicembre faceva un gran freddo perchè arrivava un vento gelido dai vicini Monti Appalachi (che prima dell’arrivo dei bianchi erano abitati da tribù indiane: infatti Monongah altro non significa in antico dialetto indiano che “lupo”) e tra i moltissimi minatori che erano pronti a scendere nelle gallerie c’era un numero considerevole di clandestini, cioè lavoratori non ufficialmente registrati. Tra questi ultimi molti erano ragazzi, detti “raccoglitori di ardesia o ragazzi dell’interruttore”. I clandestini erano ammessi a lavorare in base al “buddy sistem” o “pal sistem” che consentiva a chiunque dei minatori titolari di portarsi un aiutante con cui dividere, poi, il proprio salario.
Alle 7 del mattino di quel 6 Dicembre, secondo la testimonianza di L. Malone, direttore delle gallerie 6 e 8, al “Fairmont Times”, erano entrati 478 minatori e un centinaio di operai addetti ai muli, alle pompe e ad altre attività. Tra le 10.20 e le 10.28 di quel 6 Dicembre 1907, dentro e fuori le miniere 6 e 8 si scatenò l’inferno: esplosioni di violenza inaudita si scatenarono provocando un vero e proprio terremoto che scosse la terra sino a 12 Km di distanza. Un misto di polvere di carbone e gas metano trasformò i due tunnel in una immensa camera ardente. Un primo conteggio ufficiale stabilì il numero delle vittime in 361 uomini e ragazzi, 171 dei quali certamente italiani. Si trattò, secondo anche quanto hanno affermato i giornali dell’epoca, della più grande tragedia mineraria della storia degli Stati Uniti.
Moltissimi minatori rimasti sepolti in quelle miniere erano calabresi provenienti da S.Giovanni in Fiore, S.Nicola dell’Alto, Gizzeria e da altri paesi del versante jonico della Calabria. Morirono, fra gli altri, 11 appartenenti alla famiglia Di Salvo di S.Giovanni in Fiore. Di moltissimi altri non si sa niente poichè la bare aperte furono sepolte su una collina, senza un nome o una croce che li ricordi. Ci furono così tante vittime che le bare dovettero essere allineate lungo le strade del villaggio e molte famiglie non poterono riconoscere i loro cari. Su una popolazione di 3000 anime più di 1000 bambini rimasero orfani. Dobbiamo a molti di loro le testimonianze su questa tragedia e padre Everett F. Briggs, sacerdote di 93 anni e memoria storica della tragedia, si chiede come mai, ancora oggi, nessuno dall’Italia si è mosso per ricordare e fare luce su quei fatti ma, soprattutto, per dare un nome e un volto a quei 500 minatori italiani sepolti su quella fredda collina.
Una corrispondenza da Washington, datata 9 Marzo 1908, dopo la fine delle indagini e inchieste sosteneva che il vero bilancio del disastro di Monongah fu di 956 minatori morti. Molte sono le dichiarazioni e testimonianze giurate che confermano queste cifre. Non ci fu Natale quell’anno a Monongah come scrisse in un suo libro dedicato alla tragedia Eugene Wolf. Fu una tragedia immane ma quanti furono i minatori italiani e calabresi morti, in quegli anni, negli scontri derivanti dagli scioperi in tutta la West Virginia?
Le aziende costruivano intere città e le dividevano, sempre a pagamento, in rioni per bianchi, neri e immigrati. Da ricordare che gli italiani e, in particolare i meridionali, non erano considerati bianchi ma molto vicino ai neri. I lavoratori dovevano comprare gli utensili, e tutto il necessario per poter lavorare, nei negozi sempre di proprietà delle stesse aziende. Spesso, infatti, i minatori erano pagati in buoni redimibili solo presso quei negozi di cibo e altri beni. Erano condizioni inaccettabili e, molte volte, i lavoratori rimanevano schiacciati da questo ingranaggio micidiale che li costringeva a lavorare per anni presso la stessa azienda in un clima di asservimento e ricatti vari.
Il 1907 si concluse con un bilancio di 3000 minatori morti negli Stati Uniti, tra incidenti, scoppi e scontri con la polizia durante gli scioperi. Quanti furono i minatori italiani cacciati di casa nel 1912 dopo uno sciopero a Paint Creek? E quanti rimasero coinvolti nel “Massacro di Matewan” il 19 Maggio 1920 negli scontri con la polizia privata Baldwin-Fets ? E quanti nella battaglia di 5 giorni contro lo stesso corpo di polizia finita solo dopo l’intervento dell’esercito ?
Quante vittime senza un nome e senza un volto.
Questo è un capitolo della storia dell’emigrazione che andrebbe sicuramente approfondito per rispetto a questi caduti sul lavoro. Dobbiamo a Mimmo Porpiglia, direttore di “Gente d’Italia” le notizie sulla tragedia di Monongah e merita attenzione la proposta di commemorarare degnamente queste vittime che con il loro lavoro e sacrificio hanno reso grandi le varie nazioni del mondo. E’ anche ora che venga fatta piena luce, con studi seri e approfonditi, su molti fatti avvenuti negli Stati Uniti agli inizi del 900, per sfatare il mito degli italiani crumiri e ignoranti considerati, per molti anni, un mezzo scalino più in basso dei neri. Infine è da prendere in seria considerazione la proposta di costituire un sacrario per ricordare queste vittime nelle vicinanze dell’aeroporto di Lamezia Terme.
 

 

 

gallery: Historic Photos photo: Monongah mine disaster

Photographer: File photo
The day after the massive explosion at Monongah Mines in Marion County, W.Va., that killed 361 coal miners in 1907

 

STORIA / INTERVISTA / Morire a Monongah
di Alessandro Scanavini

 

Monongah, West Virginia, venerdì 6 dicembre 1907 ore 10:28 a.m.: un boato terrificante travolge la tranquilla routine della cittadina. Le miniere n. 6 e n. 8, collegate tra loro, esplodono seppellendo sotto una coperta scura di carbone trecentosessantuno minatori compresi i giovanissimi "aiutanti", poco più che bambini. Delle vittime, centosettantuno erano italiani. Erano arrivati dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Calabria, qualcuno da altre regioni, da piccoli paesi, alcuni come fossero capitati per caso a Monongah.

Le cause dell’esplosione sono tuttora sconosciute. Malgrado all’epoca furono fatte indagini dall`autorità americane non si arrivò mai ad accertarne la causa. Ci rimangono alcune traballanti teorie, flebili indizi fondati su un mare di incertezze. Si presume, possa esser stato un attimo di "disattenzione" di qualche giovanissimo aiutante che i minatori, autorizzati dalla legge americana, portavano con loro, e che ricompensavano con una piccola parte del magro salario giornaliero. Un’altra ipotesi vede un vagone adibito al trasporto del carbone che improvvisamente si sgancia dagli altri, esce dai binari e, nella corsa impazzita, va a toccare fatalmente un filo elettrico provocando l’esplosione. Ancora ipotesi, naturalmente.

Purtroppo quello che ci rimane è la conta dei morti. E` stata la più grande tragedia mineraria avvenuta negli Stati Uniti. Sono ormai passati quasi cento anni da quel venerdì. Per molto tempo i morti di Monongah sono stati soltanto i nomi, oggi erosi dal tempo, incisi sulle lapidi nel piccolo cimitero del paese. Li hanno seppelliti l’uno accanto all’altro su una collinetta verde sotto l’ombra di un pino a fare un po’ d’ombra. I centosettantuno [ma si suppone fossero molti di più] emigranti italiani erano partiti all’inizio del secolo scorso. Nessuno poteva immaginare un destino che li avrebbe visti morire nel piccolo paese dal nome indiano-americano, Monongah, che nelle lingua della tribù Seneca significa "Fiume dalle acque ondulate", un nome dolce di una bellezza poetica. Erano uomini che avevano attraversato l’Oceano accompagnati da sogni e speranze, come si usa dire, grandi come le onde che spingevono le navi. E rivedo le loro notti passate a guardare le stelle, e la testa appoggiata sul "cuscino rosso", come chiama il salvagente lo scrittore molisano Giose Romanelli nei suoi racconti di emigrazione.

Li immagino assorti e pensierosi alle cose lasciate in quei paesi dai nomi antichi. Duronia, Torricella del Sannio, Roccamandolfi, nel Molise, e poi l’Abruzzo, Civitella Roveto, Atri, Canistro, e più giù la Calabria, S. Giovanni in Fiore, Noepoli, Castrovillari, Strongoli. E poi altri minatori che stranamente sembrano capitati per caso a Monongha. Nessun amico dello stesso paese a confortarli, a ricordare la vita nel paese, nessuno a parlare lo stesso dialetto. Come l’isolano di Ponza Luigi Feola, e gli altri due che suppongo fossero montanari uno da Vallesella nel Bellunese, l’altro da Premia vicino Novara. Gli altri erano per lo piu` contadini sdradicati dal lavoro nei campi e finiti ingoiati dalla montagna che scavavano tutti i giorni per meno di un dollaro l’ora.

Circa un mese fa, su Oggi 7, il collega Generoso D’Agnese ci rincuorava ricordandoci della tragedia, del film che ne hanno tratto, di giornalisti e ricercatori, e di padre Everett Briggs. Abbiamo così appreso che c’è qualcuno che ricorda e che soprattutto non vuole dimenticare. A Pittsburgh vive uno dei ricercatori della tragedia di Monongah, il professor Joseph D’Andrea, ex Console Onorario di Pittsburgh. L’ex console è un molisano di Roccamandolfi, che con grande passione da più di vent’anni viaggia in Italia e in America per cercare tra le pieghe di qualche pagina ingiallita la verità sul disastro, e l’identità di quanti vi perdettero la vita.

Professore quanti suppone siano stati i morti di Monongah?

«Attraverso le mie ricerche ritengo siano stati più di novecento. Dalle informazioni in mio possesso so che giunsero a Monongha mille bare per i defunti, e che furono usate quasi tutte. Un piccolo numero di bare restò inutilizzato perché non in buone condizioni dopo il trasporto. Questo è soltanto uno degli indizi che lasciano ritenere che il numero dei morti sia stato molto superiore alle cifre ufficiali. Basta pensare che negli elenchi delle compagnie minerarie non vi era nessuna traccia degli aiutanti che scendevano in miniera con gli adulti. A differenza degli operai della miniera regolamente salariati, i ragazzi, non portavano il bottone di ottone, il tristemente famoso ‘timechecks’ con impresso il numero che riconduceva al nome del minatore. Per questo le ricerche tese ad identificare le vittime risultano spesso difficili. Molti paesi all’inizio del secolo scorso, non effettuavano censimenti precisi, e a volte non li effettuavono affatto. Poteva capitare così che l’emigrante appena arrivato a Monongah, per esempio, scendesse immediatamente in miniera senza che nessuno ne avesse registrato la presenza nel paese. L’unica fonte attendibile, da dove provengono le cifre ufficiali, sono gli elenchi compilati dalla compagnia Fairmont Coal Co. proprietaria della miniera. Da questi sappiamo che vi lavoravano italiani, austro-ungarici, turchi, neri americani, alcuni anglosassoni. Purtroppo le esplosioni nelle miniere all’inizio del 1900 erano piuttosto frequenti. Un impressionante dato statistico ci dice che soltanto in West Virginia in quell’anno ve ne furono cinque, dove morirono cinquecentoventinove minatori. Ma in tutti gli Stati Uniti nel 1907 i morti furono tremila. Una cifra terrificante».

Professore, oltre all`inesattezza delle cifre ufficiali delle vittime, sulle cause della sciagura mi sembra non sia giunti a conoscerle?

«Ci sono ancora soltanto supposizioni. Si ipotizzava che uno dei vagoni utilizzati per il trasporto del materiale sfiorò un filo elettrico provocando una scintilla che causò l’esplosione. Oppure qualche giovanissimo aiutante che inavvertitamente provocò qualche scintilla che dette origine al disastro. Così si suppone, ma la causa vera non si saprà mai. Nessuno è sopravvissuto. A quei tempi purtroppo non esistevono precauzioni particolari per i minatori. I turni e le condizioni di lavoro erano massacranti. Ritengo personalmente che ci sia stata superficialità e forse negligenza tra i responsabili della miniera. Le compagnie avevano ispettori che avrebbero dovuto controllare il lavoro e l’ambiente dove i minatori scavavono. Ma certamente gli strumenti di controllo non erano ancora evoluti e quindi a volte potevano risultare inefficaci. D’altra parte basta pensare che fino a pochi anni prima, a segnalare la presenza di gas nel sottosuolo le Company lasciavano portare ai minatori i canarini. Gli scavatori portavono gli uccellini nella profondità della miniera, e quando questi presentavano i primi segni di intossicazione, era il segnale per i minatori di fuggire dal posto di lavoro perché di lì a poco sarebbe stato saturo di gas. Soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale con l’apporto delle Unions furono approntate misure adatte alla salvaguardia degli operai delle miniere. Erano passati quaranta anni dalla tragedia. Troppo tardi».

Cosa fece il Governo Italiano per tutelare le famiglie dei morti di Monongah?

«Ci fu un interessamento da parte del Regio Console di Filadelfia, Fara Forni, che lavorò per risolvere la procedura burocratica relativa agli atti di morte delle vittime. Effettuò, così mi risulta da lettere che ho ritrovato, un controllo sulle liquidazioni delle successioni ai congiunti dei morti. C’era anche un agente consolare a Fairmont che si occupò della tragedia. I documenti che dai paesi d’origine tornavano controfirmati dai congiunti delle vittime, erano redatti da questo "Reale agente consolare" che si chiamava Giuseppe Caldera. Ad aiutarlo c`era un sacerdote dell’ordine degli Scalabriniani, originario di Premia, Giuseppe d’Andrea [nessuna parentela con il professore, ndR.] che aveva perduto il fratello nell’esplosione. Furono loro due a firmare centinaia di atti di morte. Fu comunque costituita a Monongah una commissione che si chiamava "Monongah Mines Rilief Committee" con il proposito di risarcire con 200 dollari ogni vedova, e 75 dollari ogni orfano minore di 16 anni e inoltre pensarono pure di destinare una somma agli eredi eventualmente mantenuti dai minatori scomparsi. La Commissione fece un ottimo lavoro. Ci fu poi un grande contributo attraverso la beneficienza privata, che raccolse la cifra rilevante di 150.000 dollari da distribuire tra le famiglie delle vittime. Da parte del Governo Italiano non mi risulta ci sia stato nessun risarcimento ai familiari delle vittime del disastro».

Che cosa è rimasto oggi sul luogo dell`esplosione ?

«Quasi nulla. Adesso sul luogo della sciagura tutto è ricoperto da sterpaglie. Si fa fatica a capire, a ricostruire il luogo del disastro. Resiste ancora qualche tratto di mura che reggono a stento quello che rimane di un tetto. All’interno vi sono spazi non definiti, forse le docce o gli spogliatoi dei minatori. Lì nei paraggi inoltre sono ancora visibili parti di macchinari, ma di difficile identificazione. Giacciono anche sull`erba vicino all’ingresso della miniera i resti di giganteschi ventilatori che si pensa provengano dalla miniera espulsi in superficie dalla violenza dell`esplosione».

Professore, lei e tornato nel suo Molise per le sue ricerche. Chi è a conoscenza della tragedia?

«Non molti. La Regione Molise non ha fatto ancora niente per ricordare i suoi sfortunati emigranti. Per anni è stata una storia archiviata, dimenticata».