Recuperare i valori del modello emiliano per un nuovo
progetto politico
Sergio Cofferati interviene alla presentazione del libro “Orfana e
claudicante: l’Emilia ‘postcomunista’ e l’eclissi del modello
territoriale”.
Recuperare i valori del “modello emiliano” per costruire un nuovo
progetto politico, orientato al futuro e all’Europa. È la proposta per
Bologna di Sergio Cofferati, lanciata durante la presentazione del libro “Orfana
e claudicante: l’Emilia ‘postcomunista’ e l’eclissi del modello
territoriale”, di Paola Bonora e Angela Giardini.
“Non possiamo pensare di riproporre quel modello così com’era, perché
la sua funzione era legata a una realtà profondamente diversa da quella
di oggi – ha spiegato Cofferati – ma possiamo recuperare i valori che
quel modello aveva in sé: i valori economici, civici, politici. La
sua forza era la capacità di ricondurre l’azione di governo locale in
una dimensione nazionale, la diffusione delle realtà produttive su tutto
il territorio, la capacità d’innovazione delle imprese e soprattutto
una buona politica amministrativa. Ma questi valori si sono esauriti
quando si è iniziato a credere che i meccanismi attivati potessero
proseguire da soli, senza bisogno di nessun rinnovamento e stimolo.
Questo tessuto si è ancor più indebolito a causa di un’amministrazione
che ha cinicamente deciso di non intervenire sul presente, pensando quello
che va bene oggi possa bastare di per sé anche per il futuro”.
Ma qual è allora il progetto che Cofferati propone per il futuro di
Bologna? “Bisogna rilanciare l’economia della città e della
regione, ponendo il sapere al centro dell’innovazione delle imprese
– spiega – ma dobbiamo anche rinnovare i processi di coesione
sociale, che oggi sono ancora più difficili da gestire perché gli
squilibri sono molto più forti che in passato. Infine, dobbiamo tornare
alla buona politica: immaginare, riscrivere e far rispettare nuove
modalità di partecipazione. Non più il ‘partito mamma’ di una volta,
ma una nuova forma di coinvolgimento in cui l’apporto dei movimenti sarà
uno stimolo costante”.
L’ex sindaco di Bologna Guido Fanti ha espresso la sua
approvazione alla linea di Cofferati, rimarcando la necessità di
rinnovare il mondo dell’impresa, del lavoro e delle istituzioni: “Per
quanto riguarda le istituzioni, tutto ruota attorno alla candidatura di
Sergio Cofferati – ha spiegato – perché solo uno come lui può
rispondere ai temi posti dall’oggi, come ha già fatto a livello
nazionale, e indicare le soluzioni ai problemi di Bologna e dell’area
metropolitana”. Benedetto Zacchiroli ha poi sottolineato il peso
della candidatura di Cofferati per ritrovare la continuità con un passato
che aveva avuto intuizioni geniali e l’urbanista Pierluigi Cervellati
si è detto a sua volta convinto della necessità di proporre un nuovo
modello che faccia di Bologna una città europea. Infine, il rettore
dell’Università di Bologna, Pier Ugo Calzolari, ha insistito sul
ruolo della cultura per rilanciare la capacità d’innovazione del mondo
imprenditoriale.
pubblicata il 20/1/2004 18:51:43
http://www.sergiocofferati.it/modules/news/article.php?storyid=25
La grande bugia del «modello emiliano»
Ovvero, come i governi comunisti si sono presi i meriti di chi lavora
di Paolo Gambi - 10 giugno 2005
Il «modello emiliano».
Sono stati spesi fiumi di parole intorno a questo concetto. Il suo mito
aleggiava sull'Emilia almeno sin dai tempi dell'interessamento di Togliatti. E
fiorenti universitari e studiosi vicini al Pci prima, al centro-sinistra poi,
hanno elaborato, sia sul piano scientifico che su quello della divulgazione,
teorie e controteorie che gli girano intorno.
Ma in che cosa consiste, in definitiva?
Secondo l'analisi dello studioso padre di questo concetto, Brusco, tutto inizia
nel dopoguerra, quando l'Emilia-Romagna è riuscita a trasformarsi in una realtà
economica di successo in maniera così perentoria da raggiungere il vertice
delle regioni per reddito pro capite. Protagonista di ciò è stata la piccola e
media impresa, organizzata in peculiari sistemi produttivi chiamati «distretti
industriali». Fin qui, tutto procede lineare, e il «modello
emiliano» risulta un prodotto teorico di una analisi industriale,
tendenzialmente condivisibile.
Il punto di svolta avviene quando iniziano a
proliferare teorie, anche dello stesso Brusco, volte a dimostrare che sì,
in Emilia (e marginalmente in Romagna) era nata un'economia fiorente, ma questa
aveva un suo fondamento su un intreccio fra forze di mercato e forze non di
mercato che permeavano il tessuto produttivo e il complesso delle relazioni
sociali.
L'Emilia-Romagna si caratterizzava insomma,
in maniera determinante, per la presenza di una cultura comunista dominante,
che inizia a divenire, nella speculazione teorica, elemento fondante
dell'analisi economica. Il cosiddetto «modello emiliano»
trasborda quindi da un parzialmente condivisibile piano di analisi industriale
ad un piano strettamente politico. Il benessere e la ricchezza della regione
vengono lentamente attribuiti in misura sempre maggiore alla «buona
amministrazione» che la sinistra avrebbe attuato. E alla fine il
messaggio che si è lasciato passare è che se in Emilia ed in Romagna si sta
bene è perché hanno sempre governato i comunisti. Magie della logica.
Dalla realtà si passa al mito. Il «modello
emiliano» diventa il modello ideale per la sinistra di governo, perché
concilia ricchezza, benessere e comunismo. Fioriscono produzioni
scientifiche in tutto il mondo e in tutte le lingue. L'Emilia-Romagna diventa
una sorta di Olimpo riformista, dove le mitologie si intrecciano con la realtà.
E il dato economico passa in secondo piano, schiacciato dal peso preponderante
del dato politico e della sua naturale propensione all'autoincensazione.
Semplifichiamo: basterebbe un po' di buon
senso. Basterebbe quello per capire che se c'è ricchezza questa non la si deve
di certo al fatto che il Pci abbia governato. Anzi. Se c'è ricchezza
questa la si deve ad una cultura dell'imprenditorialità che ha permeato, e
ancora permea, tutto il tessuto umano dell'Emilia, ed in misura minore della
Romagna. Il fatto è che da un lato c'erano - e ci sono sempre più - le
grancasse dell'apparato comunista, distribuite fra media, università e
istituzioni, dall'altro c'erano gli imprenditori, bravissimi a lavorare e a
produrre ricchezza, ma poco interessati a tutto il resto. Se i comunisti
volevano prendersi dei meriti, facessero pure, purché li lasciassero lavorare.
Ed in questo modo è praticamente venuto a
crearsi un patto tacito fra le componenti della società: società civile
impegnata a produrre ricchezza e comunisti al governo. Non importa se
tutti sapevano e sanno che i governi comunisti nulla c'entravano con il
benessere diffuso. l'omertà su questo dato faceva parte del patto. Basterebbe
analizzare senza gli occhiali dell'ideologia le realtà emiliane e romagnola per
capire che in realtà il modello emiliano non esiste se non in un'analisi
strettamente industriale, in un territorio limitato che non comprende l'intera
realtà regionale, e soprattutto che non c'è nulla di mitologico per la
sinistra nell'esser stata tollerata dalla classe imprenditoriale.
Basterebbe studiare un po' più a fondo
le gesta degli dei e degli eroi di questa sinistra per capire che nella realtà
dei fatti i veri eroi di queste terre non sono quei politici e quegli uomini di
governo che vengono così spesso incensati, ma piuttosto quegli imprenditori che
la politica l'hanno sempre tenuta alla debita distanza, finchè hanno potuto, e
che si sono dedicati anima e corpo a mandare avanti la propria azienda. Loro
hanno creato ricchezza e benessere. Non certo gli apparati del Pci. Continuiamo
a lanciare sassolini nel grande stagno. Prima o poi qualcuno se ne accorgerà.
Paolo Gambi
Ugo Boghetta (Deputato, responsabile Trasporti)
Tempeste formidabili scuotono in questi mesi i Democratici di
Sinistra dell’Emilia e Romagna. Tempeste che hanno una qualche rilevanza per
noi e per la discussione congressuale, se è vero che qui è cominciato lo
scioglimento del Pci, qui è gran parte del “Ds reale”, qui è la culla
del prodismo. E qui già si assiste in maniera clamorosa al fallimento dello
scioglimento del Pci. Esiste ancora il modello emiliano? Sicuramente no. Molte
gambe sono venute a mancare: il Pci, le Coop sempre più dedite al mercato,
gli artigiani spesso berlusconiani, gli enti locali sempre primi nello
sperimentare il nuovismo liberista (privatizzazioni, parità scolastica), e
ora sempre più obbligati a politiche governative improntate a Maastricht.
Tanto è però rimasto se è vero che gran parte della popolazione, unica in
Italia, preferisce i servizi pubblici. Era tutto giusto quel modello? E’
possibile riproporre il modello emiliano? Quel modello viveva sulla
compressione politica del ruolo dei lavoratori che delegavano partito e
istituzioni. Oggi la classe operaia stenta a ricoprire una centralità che non
ha mai avuto, a rispondere all’attacco concentrico dell’invasione delle
multinazionali e della flessibilità. La cultura d’ordine di quel modello,
mancando oggi il Pci e disfacendosi i valori, rischia di saldarsi con il
qualunquismo dilagante. Il Modello non è riproponibile, ma è giusto
difendere i servizi esistenti, dando però un forte senso del cambiamento:
controllo popolare, lotta alla burocrazia, inserendo le nuove tematiche
sociali. Così abbiamo fatto nella campagna per il referendum contro la
privatizzazione delle farmacie. Quel referendum aveva però anche il senso di
colpire il Pds dove era più sensibile: il rapporto con il suo elettorale
popolare. Non tutti hanno veramente condiviso quell’impostazione. Come
affronta il partito questi cambiamenti? Male. Non si è mai voluto impostare
un lavoro serio di analisi, ricerca e proposta sul modello emiliano ed i
nostri compiti. Così balbettiamo proposte unitarie tutte politiciste.
Auspichiamo che la parte non ulivista dei Ds sia socialdemocratica. E’ forse
socialdemocratico privatizzare i servizi per darli alle Coop? Sembriamo
credere nello schema: noi siamo i comunisti, loro i socialisti, insieme
rifacciamo l’Emilia Rossa. Se prevalesse questo politicismo, la centralità
della politica starebbe nei rapporti con i Ds, e gli accordi elettorali da
perseguire fino allo spasimo. Sembra la tesi cossuttiana del costruire il
partito dalle istituzioni. Si fatica a prendere iniziative che possano mettere
in pericolo questo schema. In questo modo il partito rimane chiuso, senza un
progetto. Al contrario occorrerebbe affrontare la questione con una analisi di
classe, individuare i soggetti per un blocco storico dell’alternativa,
ricostruire l’autonomia del movimento dei lavoratori, distinguere nel blocco
del ceto medio, indagare il lavoro atipico, dare centralità alla questione
ambientale, ai nuovi diritti. Il partito deve aprirsi, essere capace di
costruire i movimenti dell’alternativa. Solo con proposte e con un progetto
adeguato alla profondità della crisi dei Ds, solo con l’iniziativa sociale
e politica costante e diffusa si può condurre la lotta per l’egemonia. Per
questo serve “un programma fondamentale” del partito. Altrimenti la coppia
unità autonomia è vuota e sterile. Il partito dei circoli è lasciato
a se stesso: inerme. Il dato elettorale rimane determinato dal livello
nazionale, e il rapporto voti e militanti troppo alto, senza riuscire ad
intercettare quelle intelligenze e competenze che lo scioglimento del Pci
prima, e la crisi dei Ds poi hanno liberato. Fermenti nuovi tuttavia ci sono
nel partito dalle federazioni. Serve però un salto di qualità complessivo:
teorico e pratico.
http://www.rifondazione.it/iv/tribuna/interventi/boghettau.html
Ottaviano
DEL TURCO - Presidente Commissione Antimafia 
... che è stato considerato per tutto il dopo-guerra il modello
più ambito di
questo paese, il modello emiliano sta nel fatto che quest'ultimo si è
nutrito, ...
http://www.svileg.censis.it/inizia/conve_2/delturco.htm
http://www.ragionpolitica.it/testo.3541.grande_bugia_del_modello_emiliano.html
Bologna
: Ide e pe r u n pr ogetto 
Per “modello emiliano” si intende oggi sia un insieme di dinamiche
economiche
... Nel modello emiliano dunque si realizza un circolo virtuoso in
cui un ...
http://www.bolognaideeperunprogetto.it/economia.htm
la
rivista del manifesto 
...Sommario La parabola del modello emiliano RIMINI
Diego...diventate parte integrante di un modello sociale ed economico. I
capitali... In sintesi si tratta di un modello profondamente distorto, in
cui...
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/29/29A20020608.html