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rassegna ARTICOLI E COMUNICATI - MIRAFIORI

dal 13 dicembre 2010 al 31 gennaio 2011

-prevalentemente il manifesto e liberazione-


speciali 28 gennaio

Il lavoro e i diritti, il futuro dell'auto e quello dell'industria italiana

On line lo speciale il manifesto – Sbilanciamoci per lo sciopero generale dei metalmeccanici

Lo speciale, frutto di un'iniziativa comune de il manifesto e Sbilanciamoci, e diffuso in edicola oggi con il manifesto, contiene scritti e interviste di: Giorgio Airaudo, Piergiovanni Alleva, Loris Campetti, Vincenzo Comito, Anna Donati, Aldo Enrietti, Lia Fubini, Francesco Garibaldo, Andrea Ginzburg, Antonio Lettieri, Giulio Marcon, Gerardo Marletto, Mario Pianta, Marco Revelli , Roberto Romano, Adriano Serafino, Alessandro Sterlacchini, Guido Viale.

Grosso guaio a Mirafiori- speciale il manifesto-

sbilanciamoci per lo sciopero del 28 gennaio 2011 pdf

 

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in allegato l'intero giornale scaricabile.
Giornale da diffondere alle manifestazioni dello sciopero del 28 Gennaio.
Pubblicato da operaicontro |  Allegato:oc133.pdf

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Lavoro bene comune. L'intervento di Maurizio Landini, Fiom, a Milano audio radioart.1

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Torino 29.01.2011

video

"Democrazia!" - Gli interventi
al seminario Fiom/MicroMega

Landini, Gallino, Ingroia, Flores d'Arcais, Zagrebelsky, Revelli, Iovino, Brancaccio,

 Garibaldo, Pianta, Bagni, Cafagna, Rinaldini, Perna, Graziano

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Fiat speciale! Il nuovo modello

Numero speciale di Sbilanciamoci e "il manifesto" sulla Fiat, in occasione dello sciopero Fiom del 28 gennaio
di Redazione

Fiat, i costi e i conti che non tornano

Se il costo del lavoro pesa solo per il 7% sul valore di un'auto Fiat, perché tanta enfasi su quel 7%? Qualche ipotesi, in attesa di dati certi che la Fiat non dà
di Bruno Contini

Produrre e lavorare meglio, con democrazia

I fatti dietro l'accordo di Mirafiori, i tagli alla produzione della Fiat in Italia e il crescente orientamento finanziario, le alternative. La lettera degli economisti sul conflitto Fiat-Fiom già sottoscritta da circa 150 docenti e ricercatori.
di * * *

dalla newsletter sbilanciamoci del 26 gennaio

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Pinerolo. registrazione assemblea  teatro del Lavoro 25 gennaio 2011 per lo sciopero del 28 gennaio

audio

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raccolta Articoli su Marchionne e gli operai di Mirafiori su "Riforma"


testo accordo Mirafiori da rassegna.it

http://www.rassegna.it/userdata/articoli/allegati/2010/12/101223-mirafiori_179809.pdf

Il Comitato centrale della Fiom decide lo sciopero generale di 8 ore di tutta la categoria per il 28 gennaio contro l'attacco antisindacale, antidemocratico e autoritario senza precedenti nella storia delle relazioni sindacali del nostro paese.

Documento Finale Comitato centrale Fiom pdf

 29 dicembre:il Comitato centrale della Fiom ha  deciso lo sciopero generale  dei metalmeccanici per il 28 gennaio con 102 voti a favore e i 29 astenuti della minoranza Fiom che fa riferimento alle posizioni della segretaria della Cgil Susanna Camusso. Gli astenuti, guidati da Fausto Durante, sostengono che la Fiom dovrebbe comunque accettare l'esito del referendum imposto dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne

 

altre dichiarazioni di sciopero   (Cub Piemonte)

Commento all'accordo separato di Mirafiori a cura della Fiom-Cgil Torino pdf


gli operai della FIAT hanno votato NO. 

 La FIAT riporta che il referendum è stato approvato dal 54%. Decisivo, per la vittoria del sì a Mirafiori, l'apporto degli impiegati, che hanno votato in massa a favore dell'accordo voluto da Marchionne: su 441 voti espressi, solo 20 tra i colletti bianchi hanno respinto l'intesa, mentre 421 l'hanno approvata. Di questi trecento sono capi.

 

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(AGI) FIAT: VINCE IL SI' A MIRAFIORI, DECISIVI I COLLETTI BIANCHI

(AGI) - Torino, 15 gen. - Passa sul filo di lana il referendum sull'accordo per il rilancio dello stabilimento di Mirafiori firmato il 23 dicembre scorso, da Fim, Fismic, Uilm, Ugl e Associazione quadri. Dopo quasi 10 ore di scrutinio, nei 9 seggi, oltre a quello del turno di notte, il risultato ha assegnato la vittoria al si' con 2.735 voti, pari al 54,05%. Il no si e' fermato a 2.325 voti, pari al 45,95%. Per la prima meta' dello scrutinio, riguardante i seggi dove hanno votato gli operai addetti al montaggio, si era avuta una predominanza del no, poi con lo scrutinio del quinto seggio, quello degli impiegati, il risultato si e' ribaltato. In totale i voti validi sono stati 5.060, mentre le schede bianche o nulle sono state 59. I votanti, quindi, sono stati 5.119, su 5.431 aventi diritto.

SACCONI: ORA NUOVA FASE NELLE RELAZIONI INDUSTRIALI

L'affluenza al voto e' stata del 94,2%, inferiore dunque rispetto a quella del referendum di Pomigliano. Lo scrutinio si e' protratto oltre le attese, ed e' durato oltre nove ore. Poco dopo l'inizio dello spoglio, il primo intoppo si e' verificato relativamente al seggio 8, il secondo ad essere scrutinato, dove all'appello sembrava mancassero una cinquantina di schede. Il successivo riconteggio da parte della commissione elettorale ha pero' verificato la regolarita' del voto.

CREMASCHI: MARCHIONNE SCONFITTO, OPERAI CORAGGIOSI

Fino alla fine non e' mancata suspance: durante lo scrutinio dell'ultimo seggio, si sono verificati momenti di tensione con il malore di un rappresentante della Fiom e la conseguente sospensione dello spoglio terminato oltre le 7 di questa mattina. La prevalenza dei "no" si e' avuta nei primi quattro seggi scrutinati relativi al montaggio con 1.576 voti contrari e 1.386 a favore e nel seggio 2, uno dei due relativi alla lastratura, con 218 no e 202 si'. In totale, i "si'" degli operai delle carrozzerie di Mirafiori, senza il seggio relativo al voto degli impiegati, superano i "no" di 9 voti.

 

altro archivio   articoli su Fiat  su ESSERE COMUNISTI.IT


rassegna ARTICOLI E COMUNICATI - MIRAFIORI

 

gli articoli seguenti sono ordinati per data ascendente

locandina alpcub 1-5 febbraio 2011

 

Settimana densa di impegni e iniziative per ALP/Cub.

 

L'assemblea pubblica, lo sciopero, la manifestazione a Torino,volantini, striscioni, telefonate, pullman......

L'assemblea pubblica da noi sollecitata e voluta, se ha visto una buona partecipazione (il Teatro del Lavoro era pieno), non è riuscita negli obbiettivi che pensavamo: partire dalla vicenda Fiat, fare lo sciopero, ma pensare di vedere un po' più in avanti, per ricostruire, nel nostro territorio, un rapporto con i lavoratori, i precari, gli studenti; darci uno strumento di collegamento e informazione.

Pochi gli interventi di lavoratori, molte adesioni rituali alla Fiom che con un suo funzionario ci ha spiegato la sua linea, tanto che nel passaggio sulla difesa dello sciopero, quando ha accennato alla proposta fatta dalla Fiom sul “raffreddamento del conflitto”, qualche operaio scazzato è uscito...

La manifestazione l'abbiamo preparata con cura, abbiamo riempito un pullman di operaie, operai, impiegate, impiegati pubblici e privati, giovani, precari, pensionati.

A Torino è stato un problema entrare nel corteo. Il servizio d'ordine della Fiom e della Cgil non ha voluto la contaminazione di altri soggetti (che pure avevano scioperato e non erano in permesso sindacale come molti della Cgil..) e ci hanno gentilmente ordinato di andare in fondo dove era relegato, ”per accordo”, il sindacato di base.

Alla fine ci siamo stufati  e ci siamo infilati con i NOTAV...

In piazza, in tutti gli interventi, non abbiamo sentito, “neanche sottovoce”,  che anche altri soggetti avevano partecipato, scioperato, lottato, oltre alla “Cgil unita..” e alla potente Fiom.

Qualcuno al ritorno ha chiesto e anche noi ce lo chiediamo:

Perchè fare tutti questi sforzi, sacrifici, impegni per “dare una mano” alla Fiom, organizzare un'assemblea pubblica, tutta organizzata da noi compreso il pagamento del Teatro, lavorare per lo sciopero, portare il più possibile persone a Torino, chiedere il permesso di partecipare al corteo, perchè?.

 

PERCHE', noi dobbiamo sostenere i lavoratori, precari, immigrati, che lottano per la loro dignità, che siano della Fiom, della Cub dei Cobas, del Usb, dell'Usi, di nessun sindacato.

PERCHE' la dove c'è conflitto per la dignità ALP e  i suoi militanti devono non solo partecipare ma essere i promotori (se siamo in grado)..

PERCHE' noi non abbiamo fatto tutto questo per difendere “l'organizzazione Fiom o Cgil ” che sono sufficientemente potenti e istituzionali per difendersi da soli  a volte passando sopra i diritti di altri più piccoli (e lo abbiamo toccato con mano).

PERCHE' dobbiamo, lottando, ricostruire una coscienza collettiva e la consapevolezza che il futuro è nelle mani delle lavoratrici,dei lavoratori e nella solidarietà con gli ultimi, al di la dei grandi partiti o delle grandi organizzazioni sindacali.

PERCHE' con la dichiarazione dello sciopero generale della Cub Piemonte, abbiamo dato a molti la possibilità di partecipare e per alcuni era la prima volta.

PERCHE' la lotta a fianco di altri è, con lo studio, la miglior formazione dei militanti.

PERCHE' il lavoro senza dignità è servitù.

 

Per questi motivi penso che abbiamo fatto bene ad impegnarci e dovremo farlo ancora in futuro per arginare l'arretramento e pensare qualcosa per i nostri figli...

 

Enrico Lanza

 

 


 

Tute blu, orari e contratti a confronto
Fiat e Chrysler "sognano" la Germania- il manifesto (31 gennaio 2011) 

Tra le differenze che caratterizzano le tre aziende, un diverso concetto di diritto di sciopero. Tutti i dati della ricerca realizzata dall'associazione "Lavoro e welfare"  di PAOLO GRISERI .

TORINO - Hans, John e Francesco indossano la tuta blu da trent'anni. Producono automobili a Wolfsburg, quartier generale della Volkswagen, Detroit, dove ha sede la Chrysler, e a Mirafiori, cuore del sistema Fiat. Hanno contratti molto diversi tra loro. Francesco teme di fare la fine di John e spera di vivere un giorno come Hans. Hans si difende dall'incubo di finire come gli altri due. John considera Francesco un privilegiato e spera che perda un po' di salario per poter trasferire in America il denaro sufficiente a pagargli il dentista nei prossimi anni. Il sugo della storiella è che Hans, John e Francesco non si incontrano mai e per questo si fanno la guerra.
Il confronto tra i contratti di Fiat, Chrysler e Volkswagen è stato promosso dall'associazione "Lavoro e Welfare" presieduta dall'ex ministro del lavoro, Cesare Damiano. I risultati della ricerca vengono presentati oggi pomeriggio alle 18 nei locali della sede nazionale del Pd a Roma. Lo storico Giuseppe Berta ha analizzato il contratto di Detroit, Piero Pessa ha studiato l'accordo di Mirafiori mentre Francescantonio Garippo, del consiglio di fabbrica di Wolfsburg, illustra il contratto Volkswagen.

John ha perso molto con la crisi Chrysler di due anni fa. Ciononostante John fa più pause di Francesco: in Chrysler ci si ferma 5 minuti ogni ora lavorata. Questo significa che John si ferma 40 minuti perché lavora 8 ore. Francesco, che ne lavora solo 7,30 (perché ha la mezz'ora di mensa retribuita) si ferma 30 minuti mentre se fosse a Detroit avrebbe

diritto a 37,5 minuti. Hans si ferma più di tutti: perché ai 35 minuti di pausa pagata ne aggiunge 20 di pausa non retribuita. Se vogliamo aggiungere ai 30 minuti di pausa di Francesco la mezz'ora della mensa, l'italiano si ferma un'ora, il tedesco un'ora e 5 minuti e il povero John è ultimo con 40 minuti. Dagli studi comparativi dei ricercatori è chiaro che per Francesco l'America è in Germania. Dove il sindacato è forte. La settimana lavorativa di Hans dipende dalla produzione: può essere di 25 ore o di 33 (per chi è stato assunto dopo il 2005, di 35). Il salario è sempre uguale: "Questo - spiega Garippo - è il motivo per cui le aziende non riducono la produzione in Germania trasferendola altrove. Perché anche se la produzione scende i salari vanno pagati lo stesso".  Ogni ora di straordinario viene contrattata con il consiglio di fabbrica. A Mirafiori invece la settimana lavorativa è di 40 ore ma l'azienda può ordinare 120 ore annue di straordinario senza trattative.

Un altro punto che divide le tre tute blu è il diritto di sciopero. John non ce l'ha: fino al 2015 non se ne parla. Francesco può scioperare solo su materie non regolate dal contratto di lavoro (che è molto dettagliato). Hans lo sciopero lo può fare se il 75 per cento degli iscritti al suo sindacato lo approva. A Wolfsburg la Ig metall rappresenta il 96 per cento dei dipendenti. Ma spesso rappresenta solo la metà dei lavoratori: così una minoranza può votare lo sciopero. Per 52 giorni dall'inizio di una vertenza non si potrebbe scioperare. Ma le aziende tollerano fermate spontanee.

Ovviamente anche sul salario le differenze sono enormi. John porta a casa 1.300 euro ma deve pagarsi la pensione e l'assistenza sanitaria. Francesco ha una busta paga netta di 1.200 euro ma sta meglio di John perché ha la mutua e la pensione. Hans guarda tutti dall'alto: con una settimana di notte e un figlio porta a casa 3.700 euro lordi, 2.500 netti. Un ultimo particolare: l'azienda di Hans contende a Toyota e Gm la leadership mondiale.

 (31 gennaio 2011) 


Fiat, il problema non è il lavoro ma il mercato

di Bruno Contini

su il manifesto del 30/01/2011

 

Nel dibattito sulla Fiat manca qualsiasi dato che consenta di avere le idee più chiare sul problema. Sorprende molto che non li richiedano i sindacati (e il governo); un po’ meno che non li fornisca la Fiat di propria sponte. Due anni fa Marchionne affermava che il peso del costo del lavoro diretto in Fiat non superava il 7% sul valore del prodotto. Sarebbe utile capire se questa affermazione, a prima vista sorprendente, abbia qualche implicazione per ciò di cui si sta discutendo. L’elemento decisivo per inquadrare il problema è l’impatto dei costi fissi, conseguenza diretta dell’utilizzo degli impianti. Quale che sia il livello di produzione di uno stabilimento (ad esempio, Mirafiori), i costi diretti per ogni vettura sono sempre quelli. A titolo puramente esemplificativo - le cifre non le conosco, e le invento sul momento (augurandomi che Fiat le fornisca): 3.000 di acquisti dall’esterno (motori, freni, sedili, etc.), e 5 ore di manodopera sulla linea di montaggio, per un totale di 300 a 60/ora. Totale costi diretti: 3.300/vettura. I costi indiretti sono di due tipi: da un lato l’ammortamento dell’impianto (costo fisso), dall’altro gli oneri finanziari, di R&D, di distribuzione (costo quasi fisso). Supponiamo che l’impianto valga 4 miliardi da ammortizzare in 10 anni, e che gli altri costi fissi ammontino a 200 milioni /anno se le vetture prodotte sono 1 milione, poco meno se sono la metà. Lo stabilimento consente di produrre, a capacità completamente utilizzata, 1 milione di vetture /anno. In tale caso il costo totale per vettura sarà: 3.000 + 300 + 400 (ammortamenti) + 200 (oneri + distribuzione) = 3.900. Il costo del lavoro incide per il 7,7%.
Se però Fiat produce solo per metà della capacità potenziale, 500 mila vetture/anno, il costo totale per vettura sarà: 3.000 + 300 + 800 (ammortamenti) + 350 (oneri + distribuzione) = 4.450. L’incidenza degli ammortamenti deve raddoppiare, quella della distribuzione non proprio, ma ci va vicina. Il costo del lavoro scende al 6,7%. Se la produzione si riducesse ulteriormente, l’incidenza del costo del lavoro si ridurrebbe ulteriormente.
Cosa se ne deduce? Escluderei che il motivo per cui Fiat abbia recentemente prodotto solo metà delle vetture che produceva qualche anno fa sia da attribuire a problemi dell’organizzazione di fabbrica (scarsa flessibilità, scioperi, difficoltà di gestire gli straordinari, assenteismo, quant’altro che abbia a che fare con il lavoro). Il problema è di mercato: la Fiat non vende abbastanza, forse perché mancano i modelli, perché la qualità non è quella richiesta, forse per via della concorrenza spietata, per la crisi, la saturazione del mercato, o per tutti questi motivi assieme. Certo è che se Fiat avesse pensato di poter vendere 1 milione di vetture, le avrebbe assemblate anche senza avere risolto tutti i problemi di organizzazione di fabbrica che oggi sembrano essere sul tappeto e alla base dell’accordo contestato da tante parti.
Morale: i veri problemi della Fiat sono altri. Hanno relativamente poco a che fare con l’organizzazione del lavoro. Che anche su quel fronte si possa fare di meglio è probabile. Un accordo negoziato sarebbe stato auspicabile e possibile. Certamente non è stato neppure tentato. Accordo non è stato, ma una imposizione su cui la Fiat non era disposta a cedere nulla. Oggi c’è solo da sperare che le promesse di nuovi investimenti non solo vengano mantenute, ma che consentano alla Fiat di ripresentarsi sul mercato mondiale con nuove e più convincenti carte in mano.


 

La FIOM in piazza

di Loris Campetti

su il manifesto del 29/01/2011

L'orgoglio operaio da Mirafiori a Pomigliano: ora lo sciopero generale

«Tempo, vibrazione/ tempo, veloce/ tempo, veloce/ avvitare, veloce/ avvitare, veloce/ cazzo, la schiena...». Un vero spettacolo, una catena di montaggio simulata dagli «Artisti operai» che per giorni hanno battuto la Metropolitana, la Circumvesuviana, le funicolari di Napoli per mettere in scena il lavoro operaio, «la fatica». Hanno sensibilizzato l'area partenopea per coinvolgere la popolazione intorno allo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom. Ora sfilano per le vie di Pomigliano con il loro striscione e ripetono lo spettacolo, stanno subito dietro 'E Zezi gruppo operaio, una presenza storica dentro i conflitti di classe, da queste parti. A Milano in piazza Duomo c'è una vera catena per far provare a tutti che vuol dire avvitare lo stesso bullone per otto ore, e far capire le ragioni della rabbia operaia contro Marchionne.
L'ad vuole ridurre le pause, accelerare i ritmi, portare i turni anche a 10-11 ore consecutive, espellere la Fiom, cancellare i contratti nazionali, togliere ai lavoratori il diritto di votare e scegliere da chi farsi rappresentare. A Napoli, a Pomigliano anzi, si recita in strada con attori veri lo stesso sfruttamento, l'alienazione, la sofferenza. Così si capisce la dignità di chi nelle fabbriche Fiat ha avuto il coraggio di dire no al ricatto «lavoro contro diritti». Lo capiscono le persone affacciate alle finestre e ai terrazzi che partecipano emotivamente al grandissimo corteo operaio che avvolge la capitale di quella che una volta si chiamava «Alfa sud». Erano i tempi in cui si cantava «tira tira quella leva/ spingi a fondo quel bottone/ tu non sai quello che fai/ te lo ordina il padrone» e al cinema impazzava Mimì metallurgico.
Un boccone tira l'altro, come capita con gli scioperi generali. Ieri è toccato ai metalmeccanici che hanno superato con forza la sfida, domani, ma non un domani troppo lontano magari aspettando il sol dell'avvenire, dovrebbe toccare alla Cgil il compito di chiamare tutto il mondo del lavoro e i pensionati a fermare il paese, prima che precipiti definitivamente nell'abisso. Lo chiedono i cortei in tutte le città italiane, lo chiedono i palchi metalmeccanici, lo chiedono gli studenti che la Gelmini non è riuscita a mettere dietro la lavagna, i ricercatori, i precari, le cooperative sociali, i movimenti contro le discariche, in difesa del territorio e dei beni comuni. E il lavoro che cos'è, se non «un bene comune» come recita lo striscione d'apertura di quelli che «non si piegano», quelli che »non mollano»? Pomigliano è l'inizio, il seguito si chiama Mirafiori. Ma il modello Marchionne non è roba che riguardi solo gli operai metalmeccanici, né l'insieme dei lavoratori: riguarda l'intera società. Un modello che distrugge risorse, saperi, dignità, territorio, lavoro, brucia diritti e Costituzione in nome del mercato e della globalizzazione, cancella i contratti collettivi e il futuro di un paio di generazioni. Ecco perché lo sciopero dev'essere generale, e generalizzato a tutti coloro che pagano sia la crisi che le ricette autoritarie per uscirne che rendono i poveri più poveri, possibilmente schiavi, e i ricchi più ricchi, sfrontati, intoccabili. A Susanna Camusso devono essere fischiate le orecchie, giovedì a Bologna e ieri a Pomigliano, Torino, Milano, Genova, Massa, Ancona, Bari, Melfi, Termini imerese, Padova e in tutte le piazze variopinte che gridavano in coro «sciopero generale». Lo chiedevano ai dirigenti della Cgil che hanno presenziato tutti i comizi, senza però rispondere. Per questo si sono sentiti anche fischi, e non si può dire che in piazza ci fossero provocatori. C'erano tutte le persone che tengono aperta una speranza di salvezza del paese.
Piazze piene e fabbriche vuote. Federmeccanica, Marchionne, giornali, teleberlusconi e telepiddì e teleruby possono dire quel che vogliono, lo sciopero più difficile della Fiom è riuscito benissimo. Si è visto in 18 piazze, 19 con quella «anticipata» dell'Emilia. E si è anche visto un nuovo spettro aggirarsi nella società, di nome «uniti contro la crisi», che sta radicandosi da Padova a Palermo, dalla Campania alle Marche; costruisce relazioni e momenti di analisi e di lotta politico-sociale. Non sostituisce, non potrebbe e non vuole sostituire la politica, anche perché si sostituisce qualcosa che esiste. Invece l'opposizione politica al berlusconismo e al marchionnismo non esiste, non si è vista se non per alcuni frammenti. A Pomigliano, per fare un esempio, si parlava di democrazia, partecipazione e rappresentanza del lavoro mentre a Napoli si parlava di primarie fatte per scherzo e già mandate in discarica. Mentre Andrea Amendola, segretario dei metalmeccanici Fiom della Campania, gridava dal palco «dalla Fiat non ci faremo mai buttar fuori», a Napoli si intensificavano le indagini su amministratori che hanno stracciato le speranze di tanta gente perbene. Ma bisogna anche dire che mentre la dirigente nazionale della Fiom Francesca Re David chiedeva lo sciopero generale, come Landini a Milano o Airaudo a Torino o Cremaschi a Padova, altrettante bocche confederali pronunciavano parole altre, troppo vaghe rispetto a una domanda semplice, logica, precisa.
Quaggiù a Pomigliano dove tutto è cominciato riaffiora l'orgoglio meridionale. Quaggiù dove impazza l'illegalità, dove la criminalità organizzata è l'unico aspetto non precario della vita collettiva, si canta e si recita il lavoro, ricordando a troppi gattini ciechi che qualsiasi rinascita, persino culturale, passa attraverso una nuova cultura del lavoro e dei diritti. È un ragionamento di massa supportato da pratiche collettive, fabbriche e università, movimenti e centri sociali, associazionismo, ambientalismo. C'è di che prendere appunti per chi volesse rifondare una rappresentanza politica. Un embrione di rappresentanza sociale esiste già, e ruota intorno alla Fiom che è e vuole continuare a essere un sindacato. Potrebbe estendersi fino a far diventare la Cgil, il più grande invaso democratico rimasto in Italia, una casa comune.

A Melfi sul furgone della «Primavera»: «Non ci piegate»

di Antonio Sciotto

su il manifesto del 29/01/2011

 

Il furgoncino non è esattamente quello della gloriosa «Primavera» di Melfi, i 21 giorni di lotta che nel 2004 hanno cambiato lo stabilimento lucano della Fiat e i ragazzi del vecchio «prato verde», ormai quasi tutti over 40: è un regalo dello Spi siciliano, i pensionati, ed è perfettamente attrezzato per fare da palco. Viene allestito davanti ai cancelli della Fiat Sata, non solo per richiamare quei giorni sempre impressi nella mente e nel cuore di questi operai, ma perché ormai - con gli «accordi» di Marchionne che tendono a estromettere i sindacati critici dalle fabbriche - il moderno sindacalista deve essere lui a raggiungere i lavoratori. Lo sciopero indetto dalla sola Fiom, che comunque qui è molto forte - il primo sindacato, con quasi il 30% dei consensi alle ultime elezioni delle Rsu - fa un «pienone» da 50%-60% di adesioni, bloccando completamente una linea e costringendo al «singhiozzo» un'altra, che si muove con lo stop & go anche perché dall'indotto i pezzi non arrivano con continuità.
Il presidio è meno partecipato: meteorologicamente c'è una bufera. Pioggia, freddo, nebbia, e tanti operai abitano a un'ora e mezzo-due ore dallo stabilimento, con le strade lucane così scandalosamente arretrate che rischi un incidente ogni chilometro, dunque hanno scelto di aderire allo sciopero ma di non sobbarcarsi la fatica e i pericoli del viaggio. I «fiommini» però sono arrabbiati, e ripetono i loro «no» all'amministratore delegato Fiat, che vorrebbe «calare» il suo modello già passato a Pomigliano e Mirafiori, anche qui: propone il taglio delle pause, la possibilità di comandare la mezz'ora di mensa e 120 ore di straordinario. E poi chissà, la cosa non è ancora esplicita, ma forse Marchionne potrebbe arrivare a proporre anche qui le giornate di 10 ore, come a Torino, e forse addirittura i 18 turni, già rifiutati qualche tempo fa dagli operai, che attualmente hanno firmato per 17.
Il primo a parlare è il segretario regionale della Fiom, Emanuele De Nicola: «Diciamo no al ricatto imposto dalla Fiat, che vuole cancellare 100 anni di conquiste dei lavoratori, i diritti sanciti dalle leggi e dalla Costituzione - urla al microfono dal camioncino - Si vogliono operai che abbassano la testa: o dici sì o non avrai più il tuo posto. Mentre Marchionne promette investimenti di miliardi sull'Italia, su cui non si impegna, e invece, nella realtà, chiude Termini Imerese e si sposta sempre più negli Usa. Dobbiamo unificare le lotte di lavoratori, precari, studenti: chiediamo alla Cgil di indire lo sciopero generale, al più presto». Applausi.
Subito dopo interviene Annamaria Dente, dipendente dell'azienda del presidente degli industriali lucani: «Quello che è accaduto a Mirafiori - dice - parla a tutti noi. Vogliono il "fascismo" nelle fabbriche, ti impongono il sindacato a cui iscriverti e non ti fanno eleggere i rappresentanti. Non è vero che a Mirafiori la Fiom è stata sconfitta, quei no sono stati importantissimi. E a Susanna Camusso, che non ha parlato di sciopero generale a Bologna, voglio dire che è il momento di farlo».
Poi parla Giovanni Barozzino, il delegato Fiom licenziato insieme a due colleghi, e poi reintegrato: «Lo sciopero è l'ultimo strumento di difesa che abbiamo, per questo ce lo vogliono togliere», dice. L'universitario Francesco Pavese, 24 anni, porta la solidarietà degli studenti in lotta: «Come la Fiat vi nega la possibilità di esprimervi come sindacato, così a noi è negata dalla ministra Gelmini la rappresentanza in quanto studenti». Vincenzo Russo, del Failms, paragona gli accordi Fiat alla Carta del lavoro fascista: «Il regime sciolse tutti i sindacati e ammise solo quelli consenzienti e corporativi». Un rappresentante Cub ricorda alla Fiom che «adesso voi subite quello che noi sindacati di base abbiamo vissuto per anni, esclusi dal Patto del 1993».
Il comizio si conclude con un «botta e risposta» tra Franco Martini, segretario Filcams, che porta le posizioni Cgil, e Sabina Petrucci, della Fiom nazionale. Martini non prende i fischi come tanti della Cgil nelle altre piazze Fiom, anzi viene moderatamente applaudito, perché in effetti apre allo sciopero: «Se il governo, se i padroni non cambiano linea, siamo tutti d'accordo che si debba procedere fino allo sciopero generale». Ma alla Fiom non basta: «Basta con tutti questi "se" - dice Petrucci - Ne aggiungo uno io: se non ora, quando? Cosa dobbiamo aspettare che ci facciano questo governo, la Confindustria e Marchionne, per dichiarare lo sciopero generale?». Applausi. Poi alla Fiat: «È "eversiva": non riconosce le sentenze dei giudici, non rispetta le leggi e la Costituzione, fa saltare unilateralmente gli accordi. Trascura l'Italia, si sposta sempre più verso Chrysler e gli Usa. Intanto Confindustria balbetta, e Federmeccanica pare voler applicare il modello Fiat a tutto il settore, creando contratti ad hoc e newco che derogano tutti i diritti».

La richiesta è una sola: «Sciopero generale»

di Maurizio Pagliassotti

su Liberazione del 29/01/2011

Torino: tutti e tutte con la Fiom. E tanta sinistra. Non pervenuto il Pd

«Troppe zoccole e troppo Berlusconi in Italia. Sono venuta in piazza per stare con gente seria». Il parere è di Raffaella Rosadi, milanese, non metalmeccanica. Già, perché ieri a Torino non c'erano solo le tute blu. E quella di Raffaella non era una voce isolata nel corteo che ieri ha attraversato Torino. Certo la stragrande maggioranza dei manifestanti erano operai e impiegati del settore metalmeccanico, ma una fetta consistente della città, umiliata dalle cronache recenti, ha trovato sfogo nel corteo della Fiom. Così, a Torino, ieri si sono saldate diverse lotte: quella contro i papponi collusi con mafia ladri ed evasori, quella contro Marchionne e la sua idea di sindacato giallo «dalla vergogna», quella contro il trio Sacconi, Gelmini, Tremonti. Ma anche contro il Pd, di cui ieri non c'era nemmeno mezza bandiera presente. Bandiere rosse a profusione, invece, divenute oggetto di un passaggio di Giorgio Airaudo nel suo comizio: «Le bandiere rosse, caro dottor Marchionne, in Italia hanno un passato glorioso perché ricordano battaglie per la civiltà, l'uguaglianza e i diritti». Delirio di applausi. E se la manifestazione di Torino era contro molte cose era anche molto pro. Pro diritti, pro sicurezza sul lavoro, pro ricerca, pro cultura, pro libertà. E osservando la moltitudine che ha trovato nella Fiom la propria interprete, viene da domandarsi cosa accadrà a Mirafiori quando questa non dovesse esserci, ed a gestire il dilagante malcontento degli operai rimanessero solo Fismic , Fim, Uilm e Ugl. Auguri. Un dato interessante: sempre dal palco Airaudo ieri ha citato lo studio de Lavoce.info che evidenzia come l'ottanta per cento di coloro che hanno votato sì al referendum di Mirafiori lo hanno fatto perché «necessario per salvare il posto di lavoro». E' la prova che dentro le carrozzerie oggi circa il 90% degli operai non crede né a Marchionne, né ai sindacati firmatari che due settimane fa si sono detti «soddisfatti della vittoria». Il corteo è partito alle dieci del mattino da Porta Susa ed ha raggiunto piazza Castello dove si sono svolti gli interventi finali. Era aperto dagli operai delle carrozzerie di Mirafiori che recavano lo striscione «Fiat: l'accordo della vergogna». Dietro di loro le rappresentanze di decine di fabbriche metalmeccaniche del torinese. Qualche nome: Lear, Sandretto, Iveco, Ceva, Bertone, trentacinque pullman operai in arrivo da tutto il Piemonte. Massiccia anche la presenza di tutti i sindacati di base. Un serpentone fatto di facce nuove e non i soliti noti che si vedono ai cortei torinesi. L'adesione alla Powertrain secondo la Fiom è stata pari all'ottanta per cento. Cifre contestate dagli industriali e dai "loro" sindacati. Dopo circa due ore di marcia tutti i manifestanti si sono raccolti per ascoltare gli interventi dei relatori. Il segretario confederale della Cgil Enrico Panini è stato autore di un disperato intervento coperto da una folla urlante che lo ha severamente contestato,scandendo lo slogan «sciopero generale». Ad iniziare la contestazione i ragazzi dei centri sociali, poi seguiti dal grosso della folla. Giorgio Airaudo, ormai semiconvinto dalle Rsu Fiom a non lasciare il sindacato, ha concluso la manifestazione con queste parole: «Con la nostra forza e con il rispetto che dobbiamo alla Cgil diciamo che sono maturi i tempi per lo sciopero generale. La Cgil deve mettersi alla testa di questo movimento per un Paese migliore, per mandare a casa un governo che ha fatto solo del male ai lavoratori. Noi non rinunceremo mai al contratto nazionale e lotteremo fabbrica per fabbrica per riconquistarlo». In mezzo alla folla Paolo Ferrero, segretario del Prc: «L'attacco di Marchionne riguarda tutti i lavoratori e quindi ci vuole una risposta generale. La Cgil deve fare un salto di qualità non lasciando da sole le persone che hanno bisogno di un riferimento sicuro. Sul versante politico è criminale mantenere le divisioni quando c'è bisogno di un punto di vista unitario».

Grande sciopero e partecipazione senza precedenti

di Alessia Candito

su Liberazione del 29/01/2011

50 mila a Milano con la Fiom

Nebbia spessa, freddo che oltrepassa maglioni e cappotti, lampioni accesi già dalle prime ore del mattino, cielo sul marciapiede. A Milano, inizia presto, molto presto, la giornata di mobilitazione convocata dalla Fiom per protestare contro il tentativo di Marchionne di ridisegnare le relazioni industriali in Italia e imporre nelle fabbriche un regime di lavoro vessatorio e ottocentesco. Sono da poco passate le cinque del mattino quando il primo gruppo di operai e studenti del Coordinamento Lavoratori Uniti Contro la Crisi, insieme ai "devoti" di S. Precario si dà appuntamento davanti allo stabilimento del gruppo Marcegaglia, di proprietà della famiglia della leader di Confindustria. Cancelli bloccati per circa mezzora, un breve corteo che paralizza la circolazione su viale Sarca, poi i 200 manifestanti si dirigono verso il centro, all'appuntamento centrale di questa giornata di sciopero generale.
Almeno 90 pullman sono partiti da tutte le province lombarde. E sono tanti, oltre 50mila gli operai che hanno risposto all'appello del sindacato dei metalmeccanici. Altissima l'adesione allo sciopero: il 75% degli addetti oggi ha incrociato le braccia, con punte del 100% nello stabilimento milanese del gruppo Marcegaglia. Ma in piazza non c'erano solo le tute blu. Dietro lo striscione «La Scala si inFiomma», i lavoratori del teatro simbolo di Milano sono scesi in piazza per denunciare che «il modello Mirafiori è ormai una realtà anche da noi». Rsu della Fillea, della Filcams, della Flc, hanno deciso di ignorare le resistenze della segretaria generale Susanna Camusso e si sono schierate accanto alla Fiom nel chiedere lo sciopero generale. In coda al corteo, studenti medi e universitari, militanti e attivisti della sinistra milanese, partiti e sindacati di base, dall'Usb, ai Cobas, alla Cub.
«C'è stata una partecipazione senza precedenti - ha commentato Luciano Muhlbauer della segreteria provinciale del Prc -, la presenza in piazza di altre categorie è un segnale importante perché, di fronte a un'offensiva generale, si può dare solo una risposta generale». Come già il 16 ottobre a Roma, ha commentato il segretario provinciale del Prc, Nello Patta, «questa mobilitazione testimonia il ruolo di catalizzatore della ripresa di un percorso unitario che la Fiom sta assumendo e in cui noi crediamo molto».
Nonostante la manifestazione sia stata un rotondo successo, il clima in piazza è preoccupato e teso. «Il diktat Mirafiori è già entrato nelle nostre fabbriche, non esiste solo alla Fiat. Adesso se dici di no, ti rispondono "stai zitta e lavora o ti chiudo il reparto". La gente forse ancora non se ne rende conto, ma siamo tutti sotto ricatto, per questo oggi siamo qui», dice una lavoratrice della Corazzi di Cremona.
Preoccupazioni a cui Landini risponde tornando a chiedere la convocazione urgente di uno sciopero generale: «So che è difficile organizzarlo - dice dal palco il segretario della Fiom - so che non risolve tutti i problemi, ma solo la Cgil può cambiare questa situazione. Bisogna osare anche se non si sa come va a finire, perché se non si fa niente si è già perso».

 

 


 

sciopero 28 gennaio: adesso sciopero generale

da Repubblica  28 gen 2011

 

Metalmeccanici a migliaia in corteo con la Fiom Sciopero generale proclamato dai meccanici della Cgil che contestano le norme contrattuali di Mirafiori e rivendicano gli accordi nazionali e i diritti acquisiti. In piazza anche studenti e precari. A Roma manifestazione nazionale dei sindacati di base 

(Aggiornato alle 12:49 del 28 gennaio 2011) 

 

12:49Melfi (Potenza): trecento in presidio 51 – Circa trecento persone stanno partecipando stamani al presidio organizzato dalla Fiom-Cgil davanti allo stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat: all'iniziativa - che si sta svolgendo sotto una leggera pioggia - hanno aderito i rappresentanti di Cgil, pensionati, funzione pubblica e precari della scuola, ma anche i sindacati Failms e Cobas ed i componenti di alcuni partiti politici, fra cui Idv, Sel e Rifondazione comunista. 

12:46Cassino, slogan e proteste: "Marchionne speculatore" 50 – 'Marchionne speculatore, no ai sindacati di comodo''. Questi gli slogan urlati al megafono da alcuni sindacalisti Cub-Flm nel corso del corteo organizzato dalla Fiom a Cassino. Il corteo sta attraversano le strade della città in provincia di Frosinone fra migliaia di bandiere rosse e cori 'Bella ciao'. ''Marchionne non è un industriale - urlano alcuni sindacalisti al megafono - è uno speculatore bello e buono, alla faccia dei lavoratori che si ammalano in catena di montaggio''. 

12:44Genova, cassonetti in fiamme davanti sede Confindustria 49 – Sei cassonetti sono stati dati alle fiamme davanti alla sede di Confindustria Genova dove è passato il corteo di Fiom Cgil. Un gruppo di manifestanti ha spostato i cassonetti in piazza Verdi e li ha incendiati, alcuni giovani hanno lanciato pietre e bottiglie. La maggior parte dei manifestanti ha lasciato la zona, sul posto sono rimasti un centinaio di giovani. Alla dimostrazione hanno partecipato, con i manifestanti della Fiom, anche studenti, gruppi anarchici, giovani gravitanti intorno ai centri sociali, collettivi universitari. 

12:41Fiom: "Del 75% adesione sciopero in Lombardia" 48 – Lo sciopero di 8 ore indetto dalla Fiom Cgil ha avuto adesioni medie pari al 75% dei lavoratori delle aziende metalmeccaniche lombarde. È quanto comunica il sindacato mentre è in corso la manifestazione a Milano, che vede gran parte di piazza del Duomo occupata dai partecipanti. Nel dettaglio, l'adesione dei lavoratori della Marcegaglia di Mantova è stata pari al 70%, mentre nello stabilimento milanese del gruppo che fa capo alla presidente di Confindustria l'adesione è pari al 100%. Nelle fabbriche lombarde del gruppo Fiat si è avuta invece un'adesione media dell'80% 

12:34Colleferro, arrivano i blindati 47 – Sono arrivati quattro blindati della polizia in tenuta antisommossa alla stazione di Colleferro, dove dalle dieci di questa mattina quattrocento studenti romani - perlopiù dell'Università La Sapienza - in un primo tempo diretti al corteo Fiom di Cassino, stanno occupando otto binari bloccando il traffico ferroviario in quel tratto regionale. Trenitalia non ha accettato alcuna trattativa: era stata la Digos, alla stazione Termini di Roma, a far salire gli studenti sul treno nonostante fossero privi di biglietto. Alcuni portavoce della Sapienza hanno iniziato una raccolta di denaro e nchiesto la possibilità di un biglietto collettivo: Trenitalia si è opposta. La situazione resta tesa. 

12:27Fiom, per sindacato 8mila in corteo a Termini Imerese 46 – Sono ottomila, secondo le stime della Fiom Cgil, i metalmeccanici che hanno partecipato a Termini Imerese (Palermo) alla manifestazione regionale per lo sciopero dei metalmeccanici. 12:25Landini: "Anche Cgil valuta sciopero generale" 45 – "Anche nella Cgil si è aperta la discussione sulla possibilità di arrivare allo sciopero generale". Lo ha affermato il segretario nazionale della Fiom, Maurizio landini, all'indomani della manifestazione di Bologna 12:24Manifestazioni anche a Trento e Bolzano 44 – Cinquecento lavoratori hanno preso parte a Bolzano alla manifestazione indetta per protestare contro l'accordo stipulato per la Fiat. I manifestanti si sono trovati davanti allo stabilimento dell'Iveco ed hanno espresso il timore che l'accordo sia esteso anche al loro contratto. Un centinaio di lavoratori ha manifestato anche nelle vie di Trento.

 12:22Milano, tensione davanti a sede Assolombarda 43 – Lancio di petardi e fumogeni contro gli agenti in assetto antisommossa da parte di un gruppo di studenti del centro sociale Cantiere, cui si sono aggiunti alcuni lavoratori Cobas. È successo in piazza Missori nel corso del corteo studentesco parallelo a quello della Fiom, giunto nel frattempo in piazza Duomo, dopo il tentativo dei manifestanti di raggiungere la sede di Assolombarda, blindata dalle forze dell'ordine. Gli studenti si sono poi diretti verso piazza Fontana e i lavoratori si sono fermati in via Larga. 

12:19Firenze, traffico in tilt e scritte sui muri 42 – Lancio di uova e le scritte 'Cisl servi', con una stella rossa completamente colorata e 'Potere operaio', con il simbolo della falce e martello, sono state lasciate su alcuni muri nei pressi della stazione di Santa Maria Novella durante il passaggio del corteo dei Cobas per la manifestazione in corso a Firenze. Secondo gli organizzatori sono oltre 2.000 i partecipanti. Il passaggio del corteo sta creando diversi disagi al traffico: in particolare la circolazione è rimasta bloccata per oltre 20 minuti sui viali Rosselli e Belfiore in entrambi i sensi di marcia. 

12:18Genova, tensione e lancio di pietre davanti sede Confindustria 41 – Lanci di pietre, bottiglie, fumogeni e bombe carta contro la sede di Confindustria Genova, da parte di un gruppo di anarchici che si è infiltrato nelle retrovie del corteo organizzato dalla Fiom.Momenti di tensione tra anarchici e operai, che hanno ricompattato il corteo e che si stanno dirigendo verso il ponte monumentale. Al corteo, partito questa mattina dalla stazione Principe, partecipano oltre ai metalmeccanici, Rifondazione Comunista e Sel, Arci Liguria, gli studenti del Movimento no Gelmini e delegazioni Cgil di altre categorie. 

12:11Fs: "Mai promesso viaggi gratis per Cassino" 40 – Al contrario di quanto affermato da un portavoce dei manifestanti, in una dichiarazione rilasciata ad un'agenzia di stampa, le Ferrovie dello Stato rendono noto che ''non è mai stato promesso alcun viaggio gratis ai circa 400 manifestanti diretti in treno a Cassino, attualmente sprovvisti di biglietto''. Ferrovie dello Stato conferma infatti la sua posizione, sintetizzata molte volte e da anni nello slogan 'No ticket, no parti' che impone il rispetto del pagamento del biglietto a tutti i viaggiatori, in qualsiasi circostanza e qualunque sia il motivo del viaggio. I manifestanti che dalle 9.50 di questa mattina stanno occupando i binari della stazione di Colleferro, bloccando la circolazione ferroviaria sulla Roma - Cassino - Napoli, saranno denunciati per interruzione di pubblico servizio, insolvenza fraudolenta e per tutti i danni collegati. 

12:09Ancona, manifestanti bloccano il porto 39 – Settemila manifestanti del corteo della Fiom-Cgil nelle Marche sono entrati da poco nella ''zona rossa'' del Porto di Ancona, mentre due gruppi di circa 150 persone - formati uno da esponenti dei centri sociali e l'altro da operai cassaintegrati della Fincantieri - hanno bloccato i due accessi all'area portuale locale. Al momento passeggeri, mezzi e merci di due grandi navi appena giunte dalla Grecia non possono sbarcare nel porto dorico, e allo stesso tempo nessun automezzo può entrare o uscire dall'area interessata. 

12:06Stazione bloccata, Ferrovie: "Denunceremo per interruzione di pubblico servizio" 38 – "I manifestanti che dalle 9.50 di questa mattina stanno occupando i binari della stazione di Colleferro, bloccando la circolazione ferroviaria sulla Roma - Cassino - Napoli, saranno denunciati per interruzione di pubblico servizio, insolvenza fraudolenta e per tutti i danni collegati". Lo comunica, in una nota, Ferrovie dello Stato. 12:05A Cassino 6-7 mila manifestanti 37 – Un elicottero della polizia contingenti del reparto mobile di Napoli e un imponente servizio d'ordine sta seguendo il corteo di scioperanti della Fiom-Cgil organizzato a Cassino e che ha visto arrivare nella cittadina ciociara, secondo la Questura, tra le 6 e le 7 mila persone provenienti da tutta la regione Lazio. 

12:03Torino, contestato segretario confederale Cgil Panini 36 – Il segretario confederale della Cgil Enrico Panini è stato contestato dalle tute blu in piazza a Torino durante il comizio in piazza Castello. Dai lavoratori è partito sempre più forte l'urlo 'sciopero generale tra i fischi, ma Panini ha potuto comunque concludere il suo intervento. 

11:58Milano, blindata sede di Assolombarda 35 – La sede di Assolombarda, in via Pantano a Milano, è letteralmente blindata da un ingente numero di forze dell'ordine in assetto antisommossa. Circa trecento tra studenti dei Collettivi e militanti dello Slai Cobas al termine del corteo partito da largo Cairoli, hanno raggiunto l'incrocio tra via Pantano via Larga fermandosi davanti alle camionette della polizia che sbarrano l'accesso a via Pantano. Presso la sede degli industriali lombardi sono in arrivo, inoltre, anche centinaia di giovani che si sono staccati dal corteo della Fiom che è già arrivato in piazza del Duomo dove sono in corso i comizi conclusivi 

11:54Landini: "Con Cgil discussione aperta" 34 – A proposito degli attriti tra Fiom e Cgil, dopo che ieri il segretario nazionale Susanna Camusso è stata contestata a Bologna per il mancato annuncio dello sciopero generale, il leader della Fiom, Maurizio Landini smussa le tensioni. ''Non c'è nulla di tutto questo. C'è una discussione aperta - ha sottolineato - la piazza l'ha resa esplicita e riguarda come si continua questa iniziativa''. Del resto, ha sottolineato, ''anche nella Cgil si è aperta una discussione sulla possibilità di arrivare a uno sciopero generale''. 

11:51Bombassei (Confindustria): "Sciopero Fiom non è democratico" 33 – Lo sciopero dei metalmeccanici indetto oggi Fiom non è democratico. Ne è convinto il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei che ha partecipato questa mattina alla presentazione della F150, l'ultima nata in casa Ferrari per il GP. 

11:50Landini: "Piazze piene" 32 – "Un risultato straordinario, le piazze sono strapiene in tutta Italia e le fabbriche si sono svuotate", ha detto Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil nel corso della manifestazione di Milano.Landini ha poi sottolineato come lo sciopero abbia avuto adesioni "qui in Lombardia dall'azienda della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia a quella del presidente di Federmeccanica (Pierluigi Ceccardi, ndr)". 

11:49Arcore, dopo freccette uova su immagine premier 31 – Dopo le freccette, le immagini del premier Silvio Berlusconi, del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, dell'ad Fiat Sergio Marchionne e del ministro all'Istruzione Maria Stella Gelmini, sono state bersagliate da centinaia di uova scagliate dai manifestanti che stanno partecipando al presidio organizzato dalla CUB davanti alla villa del Cavaliere ad Arcore. 11:47Landini: "Se Confindustria come Fiat, sarà conflitto" 30 – "Se gli industriali fanno quello che fa la Fiat, succede un conflitto che non ha precedenti nel nostro Paese". Lo ha detto il segretario nazionale della Fiom, Maurizio Landini, a margine della manifestazione a Milano, sottolineando che "allo stato attuale nessuno degli industriali ha detto che Marchionne fa male a fare quello che fa. Se ci sono differenze - ha esortato - che emergano". 

11:42Torino, presidio davanti a municipio 29 – A Torino un gruppo di partecipanti al corte, soprattutto studenti, ha raggiunto la sede del Municipio di Torino, davanti al quale ha organizzato un presidio. Gli studenti hanno portato in corteo lo striscione: 'Ci avete tolto troppo, ci riprendiamo tutto'. C'è anche lo 'squalo Sergio', lo squalo in gommapiuma già presente alla Porta 2 di Mirafiori nei giorni precedenti in referendum. Tra i manifestanti anche un finto Marchionne in gommapiuma che porta una grossa pistola su cui c'è scritto 'Uilm, Fim, Fismic, Governo' mentre altri con le catene alle caviglie portano sulle spalle dei sacchi con le scritte 'meno salario, istruzione, più carichi di lavorò. 

11:36Cofferati: "Sciopero generale è opportuno" 28 – "Credo che lo sciopero generale sia opportuno perché è evidente che c'è un tentativo in atto di far sparire il contratto nazionale e di proporre il modello di competizione per le imprese che si basa sulla rimozione delle protezioni sociali e dei diritti". Lo ha detto l'europarlamentare Sergio Cofferati che sta sfilando a Genova al fianco dei lavoratori metalmeccanici. "Quella di Marchionne è una linea sbagliata e secondo me controproducente anche per le imprese ed è giusto che la Fiom la contrasti con gli strumenti ch eha a disposizione". 

11:32Torino, blitz dei manifestanti in agenzia interinale 27 – Momenti di tensione alla manifestazione della Fiom in corso a Torino. Una parte di corteo, aperta da striscione ''Assemblea studenti lavoratori'' e che vede la presenza di alcuni appartenenti a centri sociali e all'area di Autonomia, hanno fatto irruzione in un'agenzia di lavoro interinale in via Bertola. Sono stati accesi alcuni fumogeni e su una vetrina è stato scritto: ''servi dei padroni'' 

11:26Ancona, su striscione: "Bonanni e Angeletti servi" 26 – Una grande fotografia del segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, e di quello della Uil, Luigi Angeletti, con la scritta ''Servi!'' e ''Le mosche del capitale'' apre il corteo ad Ancona a cui partecipano tute blu arrivate da tutte le Marche. Ma partecipano alla manifestazione anche centinaia di giovani dei centri sociali, sindacalisti, studenti universitari, immigrati ed anche esponenti e militanti di partito. Il corteo si dirige verso il porto 

11:24Fiom: "A Cassino 65% operai Fiat in sciopero" 25 – Secondo le stime della Fiom nello stabilimento Fiat di Cassino ha aderito allo sciopero oltre il 65% degli operai. Molti di loro questa mattina stanno manifestando in piazza Miranda da dove partirà il corteo organizzato per dire no al 'modello Marchionne'. Dalla piazza, il delegato Rsu Fiom dello stabilimento di Cassino, Pompeo Rasi, riferisce: ''Oggi, secondo le nostre stime, ha aderito allo sciopero più del 65% dei lavoratori di Cassino. Questa mattina la Fiat ha abbassato di oltre la metà gli obiettivi di produzione, spostando la cosiddetta 'impostazionè delle vetture da produrre da 460 a 230'' 

11:21Arcore, tiro a segno contro gigantografie Berlusconi e Marchionne 24 – I lavoratori della Confederazione unitaria di base hanno inscenato un fitto tiro a segno, a pochi passi dalla residenza del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ad Arcore, contro quattro gigantografie che rappresentano i volti del premier, dell'ad Fiat Sergio Marchionne, della leader di Confindustria Emma Marcegaglia e del ministro all'Istruzione Mariastella Gelmini. L'iniziativa fa parte della mobilitazione organizzata dalla Cub per lo sciopero nazionale indetto per oggi dal sindacato 

11:15Lanciano (Chieti): più di tremila persone in corteo 23 – Oltre 1.500 lavoratori partecipano a Lanciano (Chieti), sotto una fitta pioggia, alla manifestazione regionale della Fiom contro gli accordi Fiat e la paventata crisi che potrebbe investire anche la Sevel di Atessa. La manifestazione è iniziata con oltre un'ora di ritardo, a causa della pioggia battente.Secondo una prima stima le assenze ufficiali rese note dalla Sevel parlano di un assenteismo al lavoro del 55%, mentre per la Fiom l'astensione dal lavoro si aggira tra il 70 e l'80%. Alla manifestazione partecipano altri sindacati di base, partiti politici, associazioni, lavoratori delle altre aziende della Val di Sangro e decine di sindaci del comprensorio 

11:12Bari, migliaia sfilano sotto la pioggia 22 – Alcune migliaia di persone hanno partecipato a Bari alla manifestazione regionale promosso dalla Fiom. Nonostante la pioggia, il corteo, avviatosi da piazza Castello, ha percorso alcune vie del centro murattiano per concludersi in piazza della Libertà con gli interventi del coordinatore Fiom Puglia Donato Stefanelli, del segretario generale della Cgil Puglia Gianni Forte e di Massimo Brancato della Fiom Cgil nazionale. Al corteo, aperto dallo striscione "Il lavoro è un bene comune", hanno partecipato anche alcune centinaia di studenti, nonché delegazioni di altre categorie, in particolare dei precari della scuola e degli edili. 

11:03Milano, vernice, petardi, fumogeni e uova contro sede Edison 21 – Vernice rossa, petardi, fumogeni e uova sono stati lanciati contro la sede della Edison e contro diversi istituti scolastici privati e una delle sedi dell'Università Cattolica dagli studenti e dai militanti del centro sociale Cantiere che stanno sfilando nel centro di Milano. Il corteo di circa 500 persone partito da largo Cairoli alle 9.15 si sta muovendo parallelamente a quello della Fiom nel giorno dello sciopero generale dei metalmeccanici 10:56Pisapia: "Fiom sarà sempre nelle fabbriche" 20 – "La Fiom c'è e ci sarà sempre nelle fabbriche. Il suo è un contributo importante per la dialettica sindacale". A dirlo è Giuliano Pisapia, candidato sindaco del centrosinistra a Milano, che partecipa alla manifestazione indetta dalla Fiom. Lo sciopero di oggi della Fiom, ha aggiunto, "come ogni mobilitazione che ha la finalità di chiedere più democrazia e soprattutto di uscire dalla crisi, è un momento importante di sensibilizzazione per la città e per il Paese". 

10:53Genova, migliaia a sostegno degli operai 19 – Quasi duemila persone tra operai e studenti sono scesi in piazza questa mattina a Genova per protestare contro gli accordi separati negli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori. Al corteo, che sta creando rallentamenti e disagi alla circolazione nel centro cittadino, partecipano anche delegazioni di lavoratori di altre categorie, pensionati, precari ed esponenti dei centri sociali. 10:48Termini Imerese, partito il corteo 18 – È partito il corteo degli operai a Termini Imerese. Ad aprirlo è uno striscione dei lavoratori della Fiat, dove proprio oggi è scattato un nuovo periodo di cassa integrazione: le tute blu rientreranno in fabbrica il 7 febbraio, poi torneranno in cassa integrazione il 14 e il 21 febbraio e dal 28 febbraio al 4 marzo. Il corteo di lavoratori sfilerà per le strade di Termini Imerese fino a raggiungere piazza Duomo dove il segretario nazionale di Fiom per il settore auto, Enzo Masini, concluderà il comizio. A fianco dei metalmeccanici ci sono rappresentanti di altre categorie di lavoro e studenti. 

10:40Di Pietro a Cassino "per tutelare operai italiani" 17 – In piazza a Cassino "per tutelare tutti gli operai italiani da chi, pur guadagnando milioni di euro, pretende di risanare i bilanci con il loro stipendio". Lo ha detto il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro da Cassino, dove è in corso la manifestazione di protesta organizzata dalla Fiom-Cgil. "In Italia bisogna fare lotta all'evasione fiscale", ha aggiunto Di Pietro, "per risollevare le sorti della crisi e evitare inutili sperperi di denaro come le missioni in Afghanistan. Due ore in compagnia di questi operai e di questi manifestanti sperando in qualcosa di diverso". Con Di Pietro manifestano i senatori dell'Idv 

10:38Binari bloccati, studenti: "Non ci muoviamo finché non riparte il treno" 16 – "Stiamo bloccando i binari della stazione di Colleferro e non ci muoveremo da qui finché il nostro treno non ripartirà per Cassino". A parlare è Luca C. un rappresentante degli studenti dell'università La Sapienza diretti a Cassino per partecipare alla manifestazione della Fiom. "Ci sentiamo presi in giro - continua Luca - Ferrovie dello Stato e la Digos ci avevano assicurato a Termini che ci avrebbero fatto arrivare a Cassino invece a Colleferro il nostro treno si è misteriosamente fermato. Siamo circa 500 tra studenti, precari e rappresentanti dei centri sociali. Vogliono impedirci di manifestare. Rimarremo sui binari finché il nostro treno non ripartirà". 

10:37Firenze, migliaia in piazza 15 – "Che la crisi la paghino i padroni" è lo striscione che apre la manifestazione organizzata dai Cobas a Firenze: un corteo composto al momento da circa un migliaio di persone è partito da piazza San Marco per raggiungere il Polo universitario di Novoli, attraversando le strade del centro della città. "Oggi scioperiamo contro il governo e le lobby dell'economia - hanno spiegato i promotori -. Appoggiamo anche lo sciopero della Fiom". Al corteo partecipano anche tanti studenti, medi e universitari, rappresentanti dei Comitati No Tav, Lotta per la casa, esponenti dei centri sociali e precari della scuola. 

10:35Padova, treno in ritardo per biglietti No Global 14 – È partito con un forte ritardo il treno Venezia-Padova per il controllo del personale dei biglietti di circa 150 esponenti dei centri sociali del nord-est diretti alla manifestazione della Fiom a Padova, nell'ambito dell'intesa studenti-lavoratori 'Uniti contro la crisi'. Ma stavolta, ha spiega Luca Casarini, tornato dopo un periodo di assenza come portavoce dei centri sociali, tutti i disobbedienti avevano il biglietto. 

10:33Pomigliano, su striscione: "Marchionne posa i soldi" 13 – Al grido ''Posa i soldi Marchionne, posa i soldi ladro'' è partito il corteo organizzato dalla Fiom a Pomigliano D'Arco (Napoli). Al corteo, che secondo una prima stima delle forze dell'ordine conta circa duemila persone, stanno partecipando, tra gli altri, Francesca Re David, della segreteria nazionale della Fiom, Andrea Amendola, segretario generale Fiom Napoli, Michele Gravano e Giuseppe Errico della Cgil, politici ed esponenti della sinistra nonché alcuni parroci della cittadina partenopea. In testa al corteo è stato esposto uno striscione con la scritta: 'Da Pomigliano a Mirafiori il lavoro è un bene comune. Difendiamo ovunque contratto e diritti''. Alla manifestazione hanno aderito anche i Cobas, Cgil, Failms, tra gli altri. Prima della partenza alcuni manifestanti hanno fatto esplodere numerosi e forti petardi 

10:32Landini apre corteo di Milano 12 – Si muove in direzione di piazza Duomo il corteo della Fiom Cgil organizzato a Milano. In testa al corteo il segretario nazionale Maurizio Landini, che lo ha percorso tutto, salutando diversi manifestanti. Numerose le manifestazioni di stima nei confronti del sindacalista tra applausi e incitazioni a ''tenere duro''. ''Maurizio difendici'', uno dei messaggi ricorrenti. 

10:29Da tutta la Sicilia a Termini per difendere operai 11 – ''Ribadiamo oggi che i lavoratori metalmeccanici non devono e non possono rinunciare ai loro diritti. Tentare di distruggere il contratto nazionale come stanno facendo gli industriali italiani è una scelta ingiusta non solo per i lavoratori ma anche per il nostro Paese. La crisi c'è, ma va risolta attraverso il confronto e con gesti di grande solidarieta'''. Lo ha detto Enzo Masini, responsabile auto nazionale per Fiom Cgil, aprendo il corteo che si svolge a Termini Imerese in occasione dello sciopero nazionale indetto dal sindacato dei metalmeccanici. Nella città dove ha sede lo stabilmento automobilistico che la Fiat chiuderà alla fine di quest'anno, e che per questo è diventata un luogo simbolo della battaglia della Fiom, il sindacato ha chiamato a raccolta gli iscritti di tutta la Sicilia, che sono giunti con pullman appositamente organizzati. 

10:28Airaudo: "È come se in piazza ci fossero anche Fim e Uilm" 10 – "In piazza c'è una forza superiore a quella che noi rappresentiamo e che dà il polso dell'umore del Paese, è come se con noi ci fossero anche Fim e Uilm". Lo afferma Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom, che partecipa al corteo di Torino. "E' uno - osserva - sciopero che serve a unire e a dire che il Paese ha bisogno di un'alternativa. Un governo in disfacimento ha lasciato soli i lavoratori ed è gravissimo quello che ha detto ieri Sacconi secondo il quale bisogna limitare il diritto di sciopero". 

10:27Bertinotti: "Marchionne ha riportato indietro il Paese" 9 – "Marchionne, con il suo progetto, ha riportato indietro le lancette dell'orologio a prima della Costituzione italiana. La speranza per il nostro Paese ora sono i giovani". Questa la dichiarazione di Fausto Bertinotti appena arrivato in piazza a Cassino dove è in corso la manifestazione organizzata dalla Fiom e Cigl. 

10:24Roma, partito da piazza della Repubblica corteo di studenti e Cobas 8 – È partito da piazza della Repubblica a Roma il corteo di studenti e Cobas in appoggio allo sciopero generale indetto dalla Fiom in tutta Italia contro gli accordi di Mirafiori. In piazza alcune centinaia di persone tra i quali studenti medi e sindacati di base. Un'altra manifestazione, sempre nella regione, è invece in corso a Cassino in appoggio agli operai della fabbrica Fiat. 

10:23Cagliari, corteo sotto la pioggia 7 – È un lungo corteo sotto la pioggia quello dei metalmeccanici della Fiom-Cgil partito attorno alle 10 da Piazza Garibaldi a Cagliari in concomitanza con altre 21 manifestazioni organizzate dal sindacato in tutta Italia per dire no al 'modello Marchionne' di lavoro nelle fabbriche. I manifestanti - sono attese 3.000 persone da tutta la Sardegna - percorreranno le vie pedonali del centro storico fino a Piazza del Carmine, dove parlerà Fausto Durante della segreteria nazionale della Fiom. Da tutta l'isola sono in arrivo 26 pullman in particolare dalle fabbriche del Pulcis come la Portovesme Srl e Alcoa, Idea Motore del nuorese, Keller di Villacidro e delle aziende di appalto. Con gli operai sfilano anche numerosi studenti e lavoratori di altre categorie iscritti alla Cgil. 

10:20Studenti bloccano binari stazione di Colleferro 6 – Circa 400 studenti diretti a bordo di un treno alla manifestazione della Fiom a Cassino, che si svolge oggi, hanno occupato i binari della stazione di Colleferro. Lo hanno riferito gli stessi universitari. I giovani hanno spiegato che "Trenitalia aveva deciso di farci scendere perché non abbiamo il biglietto, per questo protestiamo e occupiamo la stazione fin quando non ci faranno risalire sul treno e andare a manifestare a Cassino" 

10:19Airaudo: "Fabbriche vuote e piazze piene" 5 – "Volevamo le fabbriche vuote e le piazze piene e ci siamo riusciti". Così il responsabile nazionale auto della Fiom commenta la partecipazione di migliaia di persone alla manifestazione regionale promossa a Torino nell'ambito delle otto ore di sciopero generale proclamato dai metalmeccanici della Cgil contro gli accordi siglati alla Fiat di Mirafiori e Pomigliano e per dire no alla cancellazione del contratto nazionale. 

10:18Bertinotti a Cassino 4 – Fausto Bertinotti è arrivato a Cassino dove è in corso la manifestazione di protesta organizzata dalla Fiom-Cgil. In Piazza Miranda fino a questo momento si sono raccolti circa 3.500 manifestanti arrivati da ogni parte del Lazio. 10:16Fiom: "Alle meccaniche di Mirafiori adesione all'80%" 3 – Secondo la Fiom ha raggiunto l'80% l'adesione allo sciopero alle meccaniche di Mirafiori. "Il 25% è una percentuale da sciopero generale confederale - dice il responsabile nazionale auto della Fiom, Giorgio Airaudo, commentando i dati forniti dall'azienda - i lavoratori ci sono tutti, non ci sono tutti i sindacati. Noi li aspettiamo" 

10:14Torino, apre il corteo: "Mirafiori, l'accordo della vergogna" 2 – Migliaia di lavoratori partecipano al corteo della Fiom a Torino, partito dalla stazione di Porta Susa. Quaranta pullman sono arrivati da tutto il Piemonte. Aprono il corteo gli striscioni "Mirafiori, l'accordo della vergogna" e 'Per la libertà del lavoro', dietro al quale sfilano i metalmeccanici Fiom con pettorina gialla e casco rosso. Tra le presenze significative quelle dei lavoratori della Bertone, della De Tomaso, della Powertrain. Rilevante la presenza della Cgil Piemonte, con oltre 3.000 persone. In corteo anche i Cobas, i sindacati di base, i No Tav, la Federazione della Sinistra, gli studenti con numerosi striscioni tra i quali uno che dice "Ci avete tolto troppo, ci riprendiamo tutto". E c'è anche "lo squalo Sergio" in gommapiuma, che allude all'a. d. del Lingotto, Sergio Marchionne, e tra le cui fauci spuntano dollari e dei teschi insanguinati, realizzato dell'Assemblea studenti lavoratori. 

10:13Milano, cinquecento in strada 1 – Un corteo composto principalmente da circa 500 studenti delle medie superiori, antagonisti e militanti dell'unione sindacale di base (usb) sono partiti in corteo da piazza Cairoli a Milano per una manifestazione parallela a quella principale organizzato dalla fiom in partenza da Porta Venezia. Tra musica e slogan contro berlusconi queste diverse centinaia di studenti e lavoratori si muoveranno in corteo lungo via carducci, de amicis, missori, mazzini, orefici, cordusio per poi ritornare nel luogo dove sono partiti in largo cairoli. Questo corteo e quello della Fiom dunque non si dovrebbero incrociare. Guardato a vista dalle forze dell'ordine il corteo si sta svolgendo in maniera assolutamente ordinata e pacifica. Nella giornata dello sciopero generale indetto dalla fiom, la confederazione unitaria di base (cub) ha invece organizzato un presidio davanti alla villa di arcore del presidente del consiglio silvio berlusconi, al quale, secondo le previsioni, dovrebbero partecipare qualche centinaio di lavoratori.


speciali 28 gennaio

Il lavoro e i diritti, il futuro dell'auto e quello dell'industria italiana

On line lo speciale il manifesto – Sbilanciamoci per lo sciopero generale dei metalmeccanici

Lo speciale, frutto di un'iniziativa comune de il manifesto e Sbilanciamoci, e diffuso in edicola oggi con il manifesto, contiene scritti e interviste di: Giorgio Airaudo, Piergiovanni Alleva, Loris Campetti, Vincenzo Comito, Anna Donati, Aldo Enrietti, Lia Fubini, Francesco Garibaldo, Andrea Ginzburg, Antonio Lettieri, Giulio Marcon, Gerardo Marletto, Mario Pianta, Marco Revelli , Roberto Romano, Adriano Serafino, Alessandro Sterlacchini, Guido Viale.

Grosso guaio a Mirafiori- speciale il manifesto-

sbilanciamoci per lo sciopero del 28 gennaio 2011 pdf

 

Una mobilitazione costituente

di Giorgio Cremaschi

su Liberazione del 28/01/2011

 

La splendida manifestazione di Bologna ha già annunciato che quella di oggi sarà una grande giornata. In tutte le regioni d'Italia scenderanno in sciopero e in piazza i metalmeccanici e con essi lavoratrici e lavoratori di tutte le altre categorie, studenti, centri sociali, cittadini e cittadine che vogliono difendere la democrazia.
E' lo sciopero dei metalmeccanici, ma è anche una giornata di lotta che parla a tutto il mondo del lavoro. Che ha già cominciato a rispondere. Voglio qui ricordare, e so di far torto ai tanti che trascuro, le Rsu della Margheritelli di Perugia, contratto del legno, quelle della Boglioli di Brescia, tessili, quelle delle università di Torino, i lavoratori del commercio, dei trasporti privati di Trento, e tante e tanti altri, lavoratrici e lavoratori che domani daranno i primi segnali di uno sciopero generale che coinvolga tutte le categorie. Lo stesso faranno le lavoratrici e i lavoratori che sciopereranno con i Cobas, l'Usb, la Cub, il sindacalismo di base, che hanno scelto con intelligenza di far propria la giornata di lotta della Fiom senza primogeniture di date o di sigle. Questo grande movimento di lotta ha un preciso punto di avvio. Quando nel giugno dell'anno scorso, a Pomigliano, la Fiom prima e poi oltre il 40% degli operai dissero "no" al primo dei tanti ricatti messi in piedi da Marchionne, forse non era ancora chiara la portata costituente di quel rifiuto. Eppure così è stato. Da allora le relazioni sociali, i conflitti, le istituzioni e la democrazia, si sono sempre più ridefinite sul modello proposto da Marchionne e sull'opposizione ad esso. Sin dall'inizio era chiaro che quello dell'amministratore delegato della Fiat non era semplicemente un modello produttivo particolarmente feroce e ingiusto, ma un progetto reazionario per tutta la società italiana. Il primo sostegno entusiasta alla Fiat è venuto dalla ministra dell'istruzione. Mariastella Gelmini subito dichiarò che le sue riforme scolastiche si ispiravano al modello di Marchionne. E' proprio così. L'amministratore delegato della Fiat ha messo in moto la sua macchina distruttrice dei diritti e della democrazia sulla strada asfaltata da anni di governi di Berlusconi e di cedimenti della sinistra moderata al liberismo estremo.
Con la crisi, invece che provare a cambiare qualcosa nel modello liberista che l'ha prodotta, le classi dirigenti, i ricchi, la casta dei manager e la grande borghesia hanno scelto una linea di pura regressione sociale. Fabbrica per fabbrica, territorio per territorio, scuola per scuola ci si propone la cura della Grecia: pagare tutto noi perché loro possano conservare tutto. Così Marchionne ha interpretato lo spirito generale della casta dei padroni e lo ha trasformato in ideologia combattente. Gli operai sono ricomparsi sulla scena dell'informazione per subire l'accusa di essere i veri artefici della crisi. Con il loro contratto nazionale, il loro assenteismo, i loro scioperi e la mancanza di voglia di lavorare. Questa offensiva reazionaria ha conquistato gran parte della stampa e dell'informazione e la maggioranza dell'opposizione a Berlusconi. Il quale, nonostante il precipitare della sua crisi personale, si è visto così confermare la sua politica e la sua ideologia. Marchionne ha preso il posto di Berlusconi, è diventato la nuova bandiera del liberismo e dell'attacco ai diritti. La Lega Nord, che per anni ha chiesto i voti agli operai contro Roma ladrona e contro le grandi imprese multinazionali e la Fiat, è diventata il cane da guardia di Marchionne.
Di fronte alla forza e all'arroganza di questa offensiva si poteva temere un crollo della nostra democrazia e invece il no della Fiom di Pomigliano è diventato costituente di una sempre più grande opposizione sociale, culturale, morale. La notte in cui si sono scrutinate le schede di Mirafiori mezza Italia è rimasta sveglia, per seguire quel voto con più passione che se fossero state elezioni politiche generali ed in fondo era così. Con quel referendum ricatto, si imponeva ai lavoratori la rinuncia a tutto, ma si dava anche spazio a tutti coloro che volevano tirare su la testa. E così gli operai di Mirafiori in 2300 hanno detto no per conto di milioni di persone che non ne possono più e vogliono lottare. Gli operai di Mirafiori hanno detto no per conto e assieme a tutte le lavoratrici e i lavoratori che vogliono difendere le loro libertà, il contratto nazionale, lo stato sociale. Hanno detto no assieme agli studenti, che peraltro hanno subito sentito la vicinanza della loro lotta a quella dei metalmeccanici. Hanno detto no assieme a milioni di lavoratrici e lavoratori precari che hanno capito l'imbroglio di chi, anche a sinistra, spiegava che i loro guai venivano dai privilegi degli operai. Hanno detto no assieme ai migranti che lottano contro l'apartheid e le persecuzioni della legge Bossi-Fini. Hanno detto no assieme a tutti quei movimenti che sull'ambiente, sui beni comuni, sulla democrazia e i diritti, lottano contro l'arroganza del potere e le privatizzazioni.
Il no della Fiom è diventato uno spartiacque sociale e politico: chi sta con Marchionne sta di là, chi sta contro Marchionne sta di qua. Così si è messo in moto un processo unitario di massa, che certo esclude i dirigenti complici di Cisl e Uil, quei sindaci e politici della sinistra che hanno perso l'anima schierandosi con Marchionne, quel mondo dell'informazione che sbatte i tacchi appena arrivano le veline dell'amministratore delegato della Fiat. Ora si tratta di andare avanti. Bisogna chiedere con forza e ottenere dalla Cgil lo sciopero generale. Bisogna costruire un movimento in grado di durare e sconfiggere il modello sociale di Marchionne. Bisogna ricostruire una politica democratica che porti a un altro modello di sviluppo e che affermi finalmente eguaglianza e giustizia sociale. Per questo chi è in piazza oggi ha bisogno anche di ricostruire gli strumenti e i canali della propria rappresentanza. C'è un palazzo che ha ceduto armi e bagagli alla prepotenza delle multinazionali e del regime dei padroni, ma c'è un'opposizione sociale che cresce e produce impegno e cultura. Lo sciopero di oggi è dunque costituente di un grande movimento unitario e di nuove identità politiche. In pochi mesi si è rimessa in moto l'Italia, adesso bisogna andare avanti.

«Oggi è il giorno dell'alternativa»

di ----

su il manifesto del 28/01/2011

Movimenti, studenti e precari in piazza

Studenti, precari dello spettacolo, lavoratori della conoscenza, insieme ai dipendenti pubblici e privati aderenti ai Cobas. La manifestazione regionale della Fiom è a Cassino (56 pullman in partenza da Roma), mentre la piazza romana (con corteo da piazza della Repubblica alle 10) ricomporrà tutte le realtà sociali protagoniste delle mobilitazioni di questi mesi. «Il confronto è mancato tanto nella scrittura del ddl Gelmini, quanto nell'accordo per lo stabilimento di Mirafiori - scrivono gli studenti della Rete della conoscenza (che in corteo partiranno dalla Sapienza alle 9,30 - L'unico modo per rispondere all'autoritarismo è stato rispondere con più forza di quella che si avesse in corpo e molti operai di Mirafiori hanno avuto la forza sovrumana di dire no al taglio di diritti in cambio di lavoro».
Saranno 19 le manifestazioni regionali in tutta Italia a scandire oggi lo sciopero generale di 8 ore dei metalmeccanici della Cgil contro gli accordi separati degli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori. A Milano (corteo dalle 9,30 in piazza Venezia), dove in questi giorni le tute blu hanno allestito una 'simbolica' catena di montaggio per spiegare alla città cos'è il lavoro operaio oggi, e con il segretario Maurizio Landini a concludere la manifestazione.
A Torino il corteo partirà da orta Susa alle 9 e arriverà a piazza Castello. Cortei sono previsti nei luoghi Fiat del paese: a Pomigliano d'arco, a Melfi e anche a Termini Imerese.
Diverse sono anche le iniziative organizzate da Uniti contro la crisi che convergeranno nelle piazze della Fiom. A Padova (dove il comizio conclusivo spetterà a Giorgio Cremaschi), tra i protagonisti della mobilitazione ci saranno i migranti, i movimenti per i beni comuni e anche il comitato genitori e insegnanti per la scuola pubblica. Nelle Marche (la manifestazione regionale sarà ad Ancona) accanto alle tute blu ci saranno studenti, precari, con lo slogan «Uniti con la Fiom». In sicilia, studenti, precari, il Laboratorio Zeta e Uniti contro la crisi saranno a Termini Imerese. Come pure a Torino, Bari, a Massa Carrara, a Pomigliano d'Arco, a Udine, e a Trento. Il portale Global Project seguirà tutte le iniziative in diretta streaming video e audio.

 

 


 

  • Marco Revelli
    VENERDI' SCIOPERO FIOM. Il territorio e gli operai
    il manifesto 27 gennaio

    Mirafiori torna nell'ombra, dopo essere stata, per alcune settimane, sotto la luce dei riflettori. Via le gigantesche paraboliche dei network televisivi, sparita la siepe di telecamere che facevano muro al cambio turno, più niente giornalisti. Vista da qui, dai piazzali di nuovo deserti e grigi, prima che un lungo anno di cassa integrazione, come prevede l'accordo, la reimmerga nel silenzio, è difficile pensare che proprio qui - in questo apparente reperto di archeologia industriale fordista - si è giocato, ancora una volta, un "cambio del tempo". Una di quelle svolte che periodizzano e scandiscono le epoche. Eppure è così.
    Più passano i giorni, più si posa la polvere mediatica dell'evento, e più si mostra il suo carattere esemplare. E cioè il fatto che nel breve percorso tra Pomigliano e Torino, tra l'estate e l'inverno di questo 2010 di passioni tristi, è emerso il profilo della nuova natura del conflitto sociale: il suo essere sempre di meno contrapposizione localizzata tra i fattori fondamentali della produzione - tra capitale e lavoro, appunto, come teoria e pratica novecentesche ci avevano insegnato - e sempre di più tensione dirompente e tendenzialmente devastante, tra flussi e luoghi. Tra le dinamiche di un capitale mobile, liquido, ubiquo dentro le derive lunghe dei flussi finanziari e un lavoro inchiodato - potremmo dire "imprigionato" - nella coriacea materialità dei propri luoghi, delle proprie fabbriche, dei propri insediamenti produttivi. In questo sta, appunto, l'abissale dislivello di forza tra Marchionne - il "signore dei flussi", l'uomo della finanza, l'anima immateriale della ricchezza, quello che muove tra Torino e Detroit senza mai atterrare in alcun luogo, pronto a brindare là se perde qua - e i suoi operai, i 5.500 di Mirafiori, ostaggi dei propri mutui, delle proprie famiglie, dei propri corpi cui si chiede di sottomettersi alla nuova metrica del lavoro, quella che ragiona in termini di centomillesimi di ora. In questo sta l'essenza "epocale" di quell'inaccettabile aut aut, che se accettato ci mette di fronte a un orizzonte fino a oggi inimmaginabile.
    Non è un "caso eccezionale". L'anomalia di un momento, cui seguirà il ritorno alla normalità. O la bizzarria di un padrone fattosi, per sopravvivere, americano. È la realtà, divenuta conclamata, del nuovo paradigma produttivo. È il mondo col quale ci dovremo misurare d'ora in poi. Riflette la misura dei suoi, mutati, rapporti di forza. Dei suoi, abnormi, criteri di giudizio.
    È l'essenza tradotta in termini sociali e conflittuali - cioè finalmente dispiegata - di quello che finora chiamavamo, senza coglierne tutte le implicazioni, globalizzazione. Parola, non per nulla, usata come una clava per piegare le resistenze, per convincere dell'ineluttabilità della resa, per teorizzare l'irresistibile marcia della modernità dietro quell'ultimatum. Ed è appunto alla luce di ciò che occorrerebbe, per un verso - da parte di tutti, non solo di noi che abbiamo fatto il tifo per la Fiom - riconoscere la grandezza di quegli oltre 2.200 operai che hanno saputo, nonostante tutto, nonostante quella abissale sproporzione di forze, dire di no. E dicendo di no, mostrare a tutti che «si può». E, per altro verso, tentare alcune elementari precisazioni e repliche su quello stesso concetto di globalizzazione che pare divenuta l'unica, operativa, costrittiva e dogmatica "costituzione materiale" del nostro tempo.
    Per esempio: ci è stato detto che nell'«epoca della globalizzazione le macchine si fanno così». Che l'ad Marchionne non fa che tradurre in Italiano un codice universale del "pianeta auto". Con la rotazione su tre turni per 5 o, a scelta sua, 6 giorni settimanali (sabato compreso) oppure su due turni di 10 ore aumentabili ulteriormente con il ricorso allo straordinario (obbligatorio), con le pause ridotte all'osso dei bisogni fisiologici, e magari la mensa a fine turno, dopo otto ore filate di lavoro. Hanno aggiunto che dappertutto i lavoratori fanno sacrifici, "per competere", a cominciare dagli operai tedeschi. Non ci dicono che quelli della Volkswagen, per prendere i più rappresentativi, hanno accettato sì, fin dal 2006, di sacrificarsi sull'orario, ma passando da una settimana lavorativa di quattro giorni a una di cinque (dalle 28 ore stabilite fin dal 1993 a 33, prima, e ultimamente a 35, non di più). Che hanno ceduto, certo, sulle pause, ma per "scendere" a una pausa di 5 minuti per ogni ora di lavoro. Che hanno fatto sacrifici salariali, ma per ottenere, dopo il "taglio", remunerazioni lorde che vanno dai 2.800 ai 3.500 euro mensili (tra il 30 e il 60% superiori a quelle italiane, con un costo della vita del tutto paragonabile o addirittura più favorevole). Nella globalizzazione, le auto non si fanno ovunque nello stesso modo.
    Ci è stato detto - dallo stesso Marchionne - che qui si trattava di scegliere se stare nel primo (votando sì) o nel secondo mondo (votando no). Bisogna sapere che se venisse applicato questo accordo, e se si diffondesse, le condizioni di lavoro italiane sarebbero omologate a quelle del cerchio periferico del sistema economico europeo, cadrebbero nel suo girone esterno, con Polonia, Turchia, Grecia, lontano dal nucleo centrale che sta sull'asse Germania, Francia, Olanda... Che è questo il certificato di appartenenza al "secondo mondo".
    È stato detto che non c'erano alternative. Che davvero non restava che «arrendersi o perire», di fronte alla indiscutibilità dell'ultimatum dell'amministratore delegato della Fiat. L'ha detto soprattutto la politica, dal ministro Sacconi al candidato in pectore a sindaco di Torino Fassino: quegli stessi che dall'alto dei propri seggi di "rappresentanti" e di "decisori pubblici" hanno scaricato la responsabilità di quella scelta "mortale" - di quella decisione da cui dipendeva il destino di quei lavoratori ma anche di quel territorio - sulle loro fragili spalle (limitandosi a invitarli ad un sì che era una resa). Senza accorgersi di quale infamia fosse, quella diserzione pilatesca. Quel chiamarsi fuori da una responsabilità che non poteva che essere collettiva e pubblica. Ma anche - e forse soprattutto - senza cogliere il carattere di suicidio che, con quel sottrarsi, la politica compiva. Senza mostrare di percepire, neppure lontanamente, i compiti nuovi - e per certi versi le nuove chances - che l'inedita forma del conflitto post-moderno come tensione tra flussi e luoghi offre ad essa. All'azione collettiva "di territorio".
    Perché, fin dal primo profilarsi del confronto aperto da Marchionne, il sindaco di Torino, il presidente della regione, gli organi di rappresentanza "locale" (dunque, dei luoghi), non hanno aperto una "vertenza di territorio" nei confronti dei signori del flussi? Ci si riempie continuamente la bocca, a proposito e a sproposito, del termine territorio, fino a farlo diventare quasi impronunciabile. Perché per una volta non hanno fatto sentire la voce del territorio? Non hanno messo sul tappeto le sue esigenze e le sue risorse? Non hanno tentato di sparigliare i giochi? Di renderli a "somma positiva"? Di riequilibrare i poteri in gioco?
    Saranno sempre più questi gli scenari del futuro. I lavoratori, da soli, non ce la potranno fare. Potranno dare, come a Pomigliano, come a Mirafiori, straordinarie dimostrazioni di dignità. Potranno mostrare a tutti che si può tenere alta la testa: e in questi giorni se ne sono viste tante, di persone, camminare con la testa alta, dopo quel no. Ma senza l'intervento di una società pronta a difendere la propria coesione, i diritti dei propri cittadini, la validità delle proprie regole, i valori della propria comunità - senza questo ruolo nuovo che potrebbe restituire alla politica il suo onore perduto - la "furia del dileguare" dei flussi è destinata a piegarli. E allora, davvero, finiremmo per essere piegati tutti.


    GRAZIE MIRAFIORI
    Una festa a Torino per gli operai: «Siamo con voi, resistete»
    Loris Campetti
    TORINO
    Grazie Mirafiori, grazie ai suoi operai. Quelli che hanno avuto il coraggio di votare no al diktat di Marchionne perché la dignità non ha prezzo, e i diritti viaggiano insieme al lavoro. Ma un grazie anche a chi non ce l'ha fatta sopraffatto dalla paura per il futuro, dalla preoccupazione dei figli da mantenere e dei mutui da pagare e ha votato sì. La Fiom ha invitato i torinesi a ringraziare le tute blu di Mirafiori che mandano un segnale forte, di speranza e di dignità a tutta la società.
    Al Palasport di Torino ieri sera sono passati in tanti. Per ascoltare musica e testimonianze, ma soprattutto per dire sto con voi, sto con la Fiom. Un lungo andirivieni iniziato alle 19 e durato fino a tarda ora. Moni Ovadia in video è stato netto: la battaglia della Fiom e di questi operai è una battaglia per la democrazia, ci riguarda e ci aiuta tutti quanti. Vauro non ha mandato una testimonianza in video né una vignetta, è arrivato di persona e ha raccolto applausi a scena aperta quando ha detto che il segnale di Mirafiori, insieme a quello degli studenti, dei precari, di chi si batte in difesa dell'ambiente e del territorio sono gli unici frutti non avvelenati di un campo devastato. La Fiom, per il nostro vignettista, è isolata dalla politica e dall'informazione ma è forte e riconosciuta nella società. E gli operai, ha concluso, non sono poveri sbianchettati, a Mirafiori come a Pomigliano ci hanno ricordato che sono la classe operaia. E poi Di Pietro in video, «con il cuore e con la ragione sto con voi». L'Italia dei valori ha fatto sua la proposta di legge sulla democrazia e la rappresentanza.
    I diritti, il contratto, l'orgoglio, lo sciopero generale di domani. Di questo si è parlato e si è cantato ieri sera. Sul palco sono saliti operai di Mirafiori e delle altre fabbriche torinesi. Troppo tardi per noi sono state proiettate le testimonianze di solidarietà di Niki Vendola e Paolo Ferrero. Non poteva mancare alla festa il segretario generale Maurizio Landini. Non c'era invece Piero Fassino quello che «se fossi un operaio voterei sì». Maurizio Landini ha detto che, alla faccia di Mirafiori che vorrebbe espellere la Fiom dalla Fiat, la Fiom vuole rappresentare tutti i lavoratori, quelli del sì e quelli del no. E in tanti, a Mirafiori, hanno detto a Landini «resistete, non firmate, stateci vicini». Colpisce se a dirlo sono militanti della Film e della Uilm, un buon segnale per lo sciopero di domani così come un buon segnale è stata la presenza al Palazzetto dello sport degli studenti e dei tanti giovani che anche a Torino stanno intrecciando con la Fiom le loro relazioni e le loro battaglie.

 

 

Ma che ci aspetta se il Cavaliere si toglie di mezzo?

di Alessandro Dal Lago

su il manifesto del 27/01/2011

 

C'era una volta un tizio barbuto che parlava del matrimonio come sistema di prostituzione legalizzata. Un secolo dopo, un suo omonimo, Groucho Marx, disse: "Il matrimonio è un istituto meraviglioso, ma chi vorrebbe vivere in un istituto?". Le due affermazioni «marxiane» mi sono tornate in mente assistendo ai dibattiti sui vari aspetti, pubblici e privati (politici, giudiziari, morali ecc.) delle prodigiose performance amatorie, vere o presunte, di Silvio Berlusconi.
Nell'arena mediale del nostro paese si assiste a un curioso gioco delle parti. Ci sono quelli che blaterano di libertà individuale e difesa della privacy dalle intrusioni mediali e giudiziarie, rispolverando, in chiave di perdono preventivo, il principio evangelico del «chi è senza peccato scagli la prima pietra». E, guarda un po', sono i governativi, tutti cattolici e difensori dell'ordine costituito. All'opposto, ci sono quelli che sbandierano in faccia ai primi le austere parole degli uomini del Vaticano, in tema di sobrietà della vita privata. E tra i secondi troviamo giornalisti d'assalto e antiberlusconiani di ogni tendenza, insomma l'opposizione soprattutto mediale. Va bene che in guerra ogni argomento o espediente è lecito, ma, accidenti, non è facile raccapezzarsi in questo spettacolare girotondo morale. Certo, noi non crediamo ai primi, i quali emanano decreti sul pubblico decoro o contro il mercimonio, quando riguarda povere ragazze migranti, e assolvono il Capo a testa bassa quando distribuisce bustarelle a signorine procaci in cambio di dance lascive e altro ancora. Ma io non sono convinto neanche dai secondi, i quali spacciano, nelle loro inchieste o esecrazioni, un moralismo legalitario e voyeuristico, che lascia trapelare un'idea di Legge che fa impallidire quella moseica. Un'ossessione per la santità delle istituzioni e del decoro - Dio, patria e famiglia - che pensavamo, a sinistra, superate dopo un secolo di critica marxiana, freudiana, foucaultiana. Ma che invece prorompe dalle requisitorie dei nostri piccoli Torquemada televisivi. E allora, tutti a intrupparci all'ombra del la morale cattolica e del Diritto - il che ci fa facilmente immaginare una società senza peccato e senza infrazioni, in cui magari lavoratori alla catena e precari senza speranza si consolano, felici, con l'austerità dei costumi dei loro padroni.
Già sento le obiezioni. Ma non capisci che ora è la volta buona, sotto il fuocherello incrociato delle supreme autorità morali del Paese, che Berlusconi si levi di torno? No, non capisco e non credo. Su queste pagine Christian Raimo ha spiegato benissimo come le intemperanze del cavaliere corrispondano mirabilmente alla pornografia diffusa e alle doppie morali imperanti nella società italiana. Altrimenti, perché una quota pur sempre maggioritaria di concittadini, sorda agli ammonimenti del Vaticano, si identificherebbe in Berlusconi e lo voterebbe? Ma se anche il Cavaliere si togliesse di mezzo, che cosa ci aspetta? Dov'è uno straccio di politica alternativa alla destra quando, sulle questioni che contano, su Marchionne, sullo scempio della scuola e dell'università, sull'immigrazione, sul carcere, sulla guerra il consenso è così trasversale? La destra, in Italia più che altrove, ha lavorato a fondo nella perversione dei rapporti sociali primari, illudendo metà del paese che la felicità di tutti si conquista a spese delle minoranze prive di potere; facendo credere che lo sviluppo si ottiene togliendo le pause agli operai a costringendoli alla contrattazione aziendale con i padroni del vapore globali; privando di diritti gli stranieri; strozzando le classi scolastiche ed emarginando quel po' di ricerca disinteressata che ancora sopravvive nelle nostre università anchilosate. E la sinistra le è andata dietro, tatticismo dopo tatticismo, concessione dopo concessione, sconfitta dopo sconfitta. Fino al punto che oggi la partita finale si giocherebbe nell'alcova del cavaliere e in un'aula di tribunale. Ma per l'amor del cielo!
Se si dimostrerà che Berlusconi ha fatto sesso con una minorenne, che sia punito e se ne vada. Sarà una liberazione, per cominciare estetica. Ma nessuno si illuda che il berlusconismo sia finito. Anzi. Perché è tra noi, in questo blaterare di morale che rimuove le sofferenze reali. In questa ossessione per il diritto che copre le ingiustizie sostanziali. In questi risibili tentativi di colpire il potere mediale a colpi di media. E ciò proprio mentre dall'altra parte del mare, in Tunisia, Algeria, Egitto ed Albania ci giungono lezioni sulla ribellione all'ingiustizia che nessuno dei nostri brillanti politici aveva previsto e che, visibilmente, si ostina ad ignorare.

Reazione a catena sotto la Madonnina

di Giorgio Salvetti

su il manifesto del 27/01/2011

Un nastro trasportatore e due bulloni in mano. Una piccola catena di montaggio a Milano. Così la Fiom spiega alla città le ragioni dello sciopero di domani. Oggi lo stop in Emilia. A Milano la Fiom fa provare a tutti il lavoro operaio e si prepara alla manifestazione di domani con Landini

Avvita. Svita. Avvita. Svita. Per tutta la vita. No. Solo per qualche secondo. Ma è più che sufficiente. Volete provare cos'è la catena di montaggio? Eccovi serviti, signore e signori a passeggio in piazza Duomo. Il gioco è semplice. Tre postazioni, un nastro trasportatore che non dà il tempo di pensare e due bulloni in mano. Cosa siete capaci di fare? Come colonna sonora, la sirena e un martellante rumore di fabbrica, tanto per creare l'atmosfera. Vi prestano anche la giacca come per entrare in parlamento: una bella tuta blu. La Fiom di Milano non ha usato solo parole convincenti per preparare lo sciopero dei metalmeccanici di domani (la manifestazione parte alle 9,30 da porta Venezia). Da una settimana ha messo in piedi una piccola catena montaggio in stile luna park a pochi passi dalla Madonnina. Il principio pedagogico è lo stesso dei laboratori per i bambini in età prescolare. Non sanno leggere e scrivere, e neppure parlare bene. Per capire e imparare hanno bisogno di fare pratica in prima persona.
Funziona benissimo anche per gli adulti che sanno leggere e scrivere ma non riescono proprio a capire. Due giri di nastro e tutto è molto più chiaro. «Altro che dieci minuti di pausa in meno - spiega una signora elegante - io non tiro neanche dieci secondi a fare 'sta roba». E allora tutti a firmare l'appello della Fiom. In pochi giorni le firme hanno superato quota settecento. E siccome non basta metterci nome e cognome c'è anche chi è disposto a metterci la faccia. In tanti si sono lasciati fotografare e stampare il volto sui volantini che arredano il singolare gazebo metalmeccanico (per partecipare a questo facebook molto speciale basta mandare una propria foto a amicidellafiom@libero.it) Sono facce di impiegati, insegnanti, dottori, architetti, attori, precari, studenti. È il segno più evidente che il No della Fiom ormai non è più solo una questione operaia. È uscito dalle fabbriche e sta contagiando il paese.
La manifestazione di domani sarà segnata dall'orgoglio metalmeccanico. Le assemblee nelle fabbriche sono state molto partecipate e gli operai sono pronti a scioperare anche a costo di perdere i pochi giorni di lavoro retribuito dopo lunghi periodi di cassa integrazione. Ma con la Fiom sfileranno studenti, precari e tanti lavoratori di altre categorie che per esserci, raccontano, «dovremo fare i numeri, in attesa dello sciopero generale di tutte le categorie».
La Lombardia resta la regione più produttiva del paese. La crisi da queste parti si sente fortissima. Le aziende che chiudono sono sempre di più e le ore di cassa integrazione hanno superato ogni record. Milano forse non è più la città delle fabbriche, è l'emblema del passaggio al terziario e alla speculazione edilizia sulle aree dismesse. Ma resta la città del lavoro. Tanti lavori diversi uniti solo dalla crescente precarietà e perdita dei diritti. Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini domani sarà proprio qui. Concluderà il corteo in piazza Duomo. Con lui sul palco ci saranno Gad Lerner, don Gallo e Gino Strada in collegamento telefonico. Apparirà anche San Precario unito contro la crisi con i lavoratori della Maflow e di altre aziende in lotta. Prima di attraversare il corteo sarà in presidio permanente in viale Sarca davanti ai cancelli di un polo aziendale che comprende anche pezzi del gruppo Marcegaglia. Propagherà il verbo: «Siamo tutti precari». Garantiti e non garantiti, sulla stessa barca che affonda. Studenti medi, centro sociale Cantiere e Usb invece animeranno un altro corteo con partenza da piazza Cairoli.
Nell'attesa e nel gelo la catena di piazza Duomo unisce tutti a fianco di una storica tutta rossa dell'Alfa Romeo e sotto un manifesto degli anni Settanta. Mimì metallurgico è tornato di moda? «No - spiega una giovanissima - io in fabbrica non ci voglio andare, ma i diritti per cui lottano gli operai di oggi sono anche i miei diritti. Non sono loro che sono vetero è il mondo che sta tornando indietro».
Ci saranno anche i braccianti africani della Piana di Gioia Tauro il prossimo 28 gennaio a Vibo marina, per lo sciopero dei metalmeccanici. In ideale continuità con la manifestazione del 7 gennaio scorso, che ha visto scendere in piazza a Rosarno e Reggio Calabria alcune centinaia di lavoratori africani con la reteRadici e la Comunità migrante di Rosarno, i migranti parteciperanno con una delegazione alla manifestazione in programma presso lo stabilimento «Nuovo Pignone». Per «fare fronte comune» e sostenere la lotta per i diritti sociali che il sindacato dei metalmeccanici sta portando avanti.

Noi ferrovieri in sciopero pensando alle tute blu

di Dante De Angelis

su il manifesto del 27/01/2011

 

Sabato e domenica prossima i ferrovieri più esposti al peggioramento delle condizioni di lavoro, cioè macchinisti e capitreno, scioperano chiamati dall'Orsa, sindacato di base, per contrastare lo smantellamento del settore merci, la riduzione dell'equipaggio ad un solo macchinista e per arginare l'ulteriore flessibilizzazione dei turni di lavoro, già fortemente atipici, attuata mediante un sistema semiautomatico che produce turni individuali, diversi per ciascun lavoratore.
Uno sciopero che non può coincidere con quello dei metalmeccanici della Fiom perché è frutto di ripetuti rinvii imposti dalle precettazioni del ministro Matteoli, dal demenziale calendario della legge antisciopero e per non ostacolare la mobilitazione e le manifestazioni in programma. Lo sciopero generale indetto dalla Fiom per il 28 gennaio parla a tutte le categorie sociali, non solo al lavoro dipendente. È vero che l'attacco alle condizioni e alla dignità dei lavoratori, iniziato da tempo, è stato molto più forte nei settori esposti alla concorrenza e soggetti al ricatto chiusura e delocalizzazione: Pomigliano e Mirafiori ne sono solo l'esempio più eclatante. Ma quanto sta accadendo nelle ferrovie e nel trasporto pubblico in genere, non deve essere trascurato perché è insieme, un affondo al nostro Ccnl, oggi in via di demolizione, considerato «di riferimento» per molte altre categorie, alle condizioni di lavoro di migliaia di lavoratori già disagiati, e alla quantità e qualità del servizio offerto agli utenti. Anche se non subiremo «l'infame ricatto» di Pomigliano e Mirafiori, ma solo perché non è possibile delocalizzare fisicamente il servizio ferroviario, subiamo un attacco di efficacia equivalente per imporre anche in questo settore un nuovo schema di relazioni industriali, in cui il valore del lavoro e delle persone che lo compiono sono totalmente subordinati alla produzione e, in prospettiva alle scorribande dei nuovi padroni del vapore. A cominciare dall'accondiscendenza ai disegni aziendali dei sindacati confederali che nelle Fs già da tempo si allenano a fare gli «enti bilaterali», dalla cosiddetta «concorrenza» che attua il dumping sociale utilizzando contratti al ribasso, finanche individuali, per inquadrare i macchinisti delle nuove imprese a condizioni che rasentano la vessazione ed alla forte carenza di democrazia sindacale.
Il processo di smantellamento del modello di relazioni industriali e l'attacco ai diritti, anche quelli indisponibili, riguarda tutti, in primo luogo i lavoratori dipendenti ed a seguire tutti i settori sociali che hanno fruito delle conquiste civili e democratiche ottenute dal mondo del lavoro. La Fiom è stata capace di difendere gli interessi degli operai metalmeccanici sollevando problemi comuni a tutti i settori e contemporaneamente farsi portavoce di una rappresentanza generale di quella parte della società che vuole tenere insieme i diritti del lavoro e quelli civili, i valori democratici e di solidarietà che trovano riferimento nella Costituzione. Per questo i ferrovieri, consapevoli dell'importanza della vertenza aperta dalla Fiom, in attesa di poter effettuare uno sciopero generale che unifichi tutte le lotte in corso nel nostro paese, oltre a partecipare alle manifestazioni della Fiom, sabato 29 e domenica 30 sciopereranno pensando al coraggio ed all'intelligenza dei metalmeccanici della Fiom che stanno rendendo un enorme servizio a tutti i lavoratori.


 

«Dureremo un giorno in più di Marchionne»

di Ro. Ci.

su il manifesto del 26/01/2011

Maurizio Landini agli studenti

Non è la prima volta che il segretario della Fiom Maurizio Landini parla del reddito di cittadinanza. Lo ha fatto anche ieri alla facoltà di lettere della Sapienza dov'è arrivato di primo mattino per parlare con gli studenti dello sciopero generale voluto dai metalmeccanici della Cgil venerdì 28 gennaio. L'appuntamento per la manifestazione regionale è a Cassino, sede di uno degli stabilimenti della Fiat. Gli studenti si raduneranno alla stazione Termini alle 7,30 per raggiungere la cittadina laziale e partecipare al corteo che arriverà in Piazza De Gasperi.
«Fino a poco tempo fa - ha detto Landini in un lungo intervento che si è chiuso tra gli applausi degli studenti - ero contrario: non mi piace l'idea che uno non lavora e viene pagato. Perché questa persona dovrebbe lottare per trasformare la propria vita?». È un ragionamento «da sindacalista», ha riconosciuto Landini, che però oggi deve registrare un elemento nuovo: la disoccupazione colpisce i giovani e gli atipici licenziati in gran massa a causa della crisi. I dati Istat lo hanno confermato: nel 2009 sono stati quasi la metà del totale di chi ha perso il lavoro. Per Landini sono questi i casi in cui è utile ricorrere al reddito di cittadinanza. «Ma questa misura deve rientrare in una riforma complessiva dello Stato sociale - ha proseguito Landini - e del sistema pensionistico».
Il segretario della Fiom ha poi spiegato come si potrebbe elaborare una riforma di questa portata: «Bisogna prevedere tre, massimo quattro contratti nazionali attraverso i quali garantire a tutti diritti e condizioni minime. Dai metalmeccanici ai servizi ci sarebbe così una legge sui contratti valida erga omnes». Per gli atipici, invece, è necessario semplificare il numero dei contratti, oggi sono 33, limitandoli a quelli che regolano una flessibilità controllata prima dell'inserimento al lavoro.
«E' solo in questo modo - ha aggiunto il segretario della Fiom - che un giovane che lavora con un contratto atipico può essere sottratto al ricatto di chi aspetta oltre 10 anni per essere assunto solo grazie ad un favore. Il sindacato deve rompere questo schema perché altrimenti non gli verrà mai riconosciuto il diritto di rappresentanza».
Su queste basi prosegue il confronto tra i metalmeccanici e il movimento studentesco che chiede «un nuovo welfare che garantisca autonomia sociale a studenti e precari» e parteciperà alle manifestazioni della Fiom «non solo per solidarietà, ma «per progettare un terreno comune di alternativa, reclamando lo sciopero generale di tutte le categorie».
Il successo dello sciopero di venerdì è determinante anche per continuare questo rapporto. «Aderirà gente che questo mese lha lavorato solo quella settimana perchè prima era in cassa integrazione. Il 50 per cento dei metalmeccanici è in queste condizioni, vuol dire rinunciare ad un bel pezzo di salario. E rinunciare a 70-80 euro non è poco». Ladini però si è mostrato fiducioso non solo perché il consenso alle posizioni del suo sindacato ha superato le fabbriche, ma perché ha fatto capire agli stessi operai che «lo sciopero non è solo per solidarietà verso gli altri, ma anche per loro stessi. Così dici al tuo padrone che si apre un problema se fa quella roba lì».
L'obiettivo della Fiom è «durare un giorno in più di Marchionne - ha detto Landini - non è che lui decide se esiste o no la Fiom, questa c'era prima di lui e ci sarà dopo di lui. Chi è lui per deciderlo?». Dopo lo sciopero generale, i metalmeccanici faranno scioperi articolati «per fare un danno maggiore all'azienda». A decidere le modalità e i tempi sarà l'assemblea dei delegati prevista per il 3 e 4 febbraio. Gli scioperi non riguarderanno solo la Fiat, ma tutte le fabbriche metalmeccaniche.
«La gente ha capito - ha aggiunto Landini alla fine dell'assemblea - che quello che passa in Fiat riguarda anche loro. Confindustria e Federmeccanica hanno detto chiaramente di voler superare il contratto nazionale. Il contratto nazionale va difeso».

GELSOMINI CONTAGIOSI
Giuliana Sgrena

Effetto a catena. S'incendia tutto il Mediterraneo. Ora tocca all'Egitto, dopo Albania, Tunisia, Algeria, Marocco, Giordania e Mauritania. È solo effetto della rivoluzione dei gelsomini? Certo, l'esplosione della Tunisia che sembrava il regime più solido nella sua repressione ha provocato un effetto dirompente. In meno di un mese Ben Ali è stato costretto alla fuga. Forse non solo per merito della piazza, la spallata finale l'ha data l'esercito che ora si erge a garante della rivoluzione. Ma i tunisini non abbandonano i propri obiettivi. Ben Ali non era l'unico despota della regione, la concorrenza è sfrenata con Mubarak, Bouteflika e Berisha.
Molti gli obiettivi comuni della rivolta: cambio di regime, giustizia, lotta alla corruzione e miglioramento delle condizioni di vita. In alcuni casi, come la Tunisia, si è partiti dalle condizioni sociali per arrivare al cambio di potere. Il contagio è stato immediato: in Egitto alcuni giovani si sono dati fuoco, incuranti della fatwa di al Azhar che vieta il suicidio. Da un paio d'anni l'Egitto è in ebollizione, ma la manifestazione di ieri rappresenta un salto di qualità: in piazza «contro la tortura, la povertà, la corruzione, la disoccupazione» non erano più solo i militanti, ma il popolo. Il nuovo agitatore di massa nel Mediterraneo è il blogger: un egiziano su Facebook ieri scriveva: «25 gennaio, l'inizio della fine». Ma per ora a fuggire è stato solo Gamal Mubarak, il figlio candidato alla successione.
Anche in altri paesi «contagiati» dalla protesta come l'Algeria le condizioni di vita sono state l'elemento scatenante. Alla base vi è il forte squilibrio tra chi sfrutta la rendita petrolifera e chi invece continua a vivere in condizioni di estrema povertà, senza lavoro e senza futuro. L'Algeria con l'aumento del prezzo del petrolio ha accumulato riserve per 160 miliardi di dollari ma non ha investito nei settori produttivi. Il populismo di Bouteflika non fa più presa e la protesta ha ridato protagonismo all'opposizione laica che sembrava soffocata dal senso di impotenza.
Se la rivolta porterà all'abbattimento delle repubbliche monarchiche si vedrà, quel che è certo è che l'Europa e l'Italia dovranno fare i conti con la rivoluzione dei gelsomini. E ora che la protesta è arrivata anche al Cairo, a preoccuparsi sono anche gli Stati uniti, mentre Hillary Clinton assicura che «Mubarak è stabile». Una rivolta si può soffocare, una rivoluzione no, tanto più che tocca i più fedeli alleati dell'occidente. Finora l'Europa si è limitata a costruire la propria fortezza sfruttando i mercati e la manodopera dell'altra sponda del Mediterraneo, oltre che la collaborazione nel respingimento degli immigrati. Domani forse ci chiederanno il conto.

LAVORO
«Inadatti» i giovani o chi ci governa?
Loris Campetti

Non hanno pudore né vergogna. Se i giovani non trovano lavoro, se i laureati sono costretti a fuggire all'estero, se chi ha venti o anche trent'anni non è in condizioni di immaginare un futuro ed è costretto a vivere con i genitori, non si chiedono dove hanno sbagliato, ma perseverano. Anzi peggiorano la situazione e arrivano a insultare le loro vittime.
Proprio un bel trio, i ministri Sacconi, Gelmini e Meloni. Presentando il «Piano di azione per l'occupabilità dei giovani» partono dal principio che essi soffrono di «inattitudine all'umiltà».
Invece di piagnucolare perché non trovate lavoro, che aspettate ad accettare «un contratto d'apprendistato»? Invece di perdere tempo «imparate un mestiere». Il trio ministeriale, recuperata la filosofia fascista del «me ne frego», non ascoltano le parole di Napolitano sul paese che non esce dalla crisi e non cresce, a differenza di quella Germania che governo e imprenditori presentano come modello, ma al fine improprio di bastonare chi non si piega ai loro diktat. Non leggono i dati allarmanti di un organismo tutt'altro che neutrale come il Fondo monetario, o l'Organizzazione internazionale del lavoro. I genitori che già sopportano il ruolo loro imposto di povera banca per dei poveri figli, sono anch'essi dei depravati. Invece di regalare l'automobile ai fannulloni «inadatti all'umiltà» dovrebbero investire i soldi in pensioni private per gli oziosi, visto che dallo stato non l'avranno mai.
Sacconi, Gelmini, Merloni. Hanno anche il coraggio di annunciare che andranno a raccontare queste porcherie in tutte le scuole italiane il prossimo 20 maggio, il primo appuntamento annuale a cui hanno dato il nome di «Un giorno per il futuro». Gli studenti saranno così «sensibilizzati» sul tema delle pensioni, anche se non potranno sapere a quanto ammonteranno perché bisognerà pur peggiorare ancora la legge e mettere il destino di tutti in mano al mercato. Ha detto proprio così Sacconi. Invece che gli avvocati, ha aggiunto Meloni, questi fannulloni si mettano la divisa da infermieri (un vero affare: ci libereremmo anche di quegli accattoni degli immigrati). E poi ecco pronto un miliardo (1 miliardo) per stimolare l'occupazione giovanile, attivare stage e contrastare il lavoro sommerso giovanile perché si sa, gli «inadatti all'umiltà» ci godono a farsi scorticare al nero. Facessero lavoro manuale, i giovani, perché qui ricerca e innovazione non è prevista. Andassero a farsi sfruttare con umiltà. E in un delirio ideologico quanto immorale, Sacconi ha precisato il suo obiettivo: «Occorre scardinare il sistema Italia, fare una rivoluzione culturale che sia in grado di tirarci fuori dal '68».
Questo governo è un pericolo pubblico, ogni giorno in più di vita ne cancellano cento agli «inadatti all'umiltà». E le immoralità più gravi, probabilmente, non sono le notti di Arcore di Berlusconi. Ma qui siamo in Italia, la Tunisia, l'Egitto e l'Albania sembrano ancora lontane.

INTERVISTA
«Un nuovo welfare per i nuovi lavori»
Parla lo studioso Massimo Paci
Roberto Ciccarelli

Il paese dei giovani che per il governo «soffre di inattitudine all'umiltà» è da almeno 5 anni intrappolato nel lavoro temporaneo, poco qualificato e a basso salario e rischia di restare a lungo inattivo. Per il sociologo del lavoro Massimo Paci, già presidente dell'Inps dal 1999 al 2002, uno dei massimi studiosi italiani di riforma del Welfare, la situazione è drammatica e deve essere affrontata con una riforma di portata epocale. «Solo cinque anni fa - afferma - pensavamo che il lavoro atipico non fosse una sciagura, ma un'occasione per disegnare un modello diverso di società del lavoro. La nostra convinzione è stata aggredita dalla crisi globale, oltre che dalla drastica riduzione delle prospettive di sviluppo del lavoro dei giovani e dei padri di famiglia con un lavoro stabile. Quando parlo oggi con gli studenti, mi dicono di volere un lavoro e un sostegno generalizzato al reddito. Vogliono una scuola e un'università di qualità, ma sono costretti a difendere il minimo delle garanzie per sopravviere. Pochi anni fa questo sembrava scontato. Oggi non lo è più».
Il presidente dell'Inps Antonio Mastropasqua ha detto che «se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Come lo interpreta?
È un grido di allarme. Quello che i parasubordinati hanno messo in cassa non gli darà una pensione minimante pari al loro reddito attuale. Ma questo è un dramma che investe anche chi ha un lavoro fisso e versa da sempre i contributi. Rientrando nella riforma Dini del 1995, anche loro avranno una pensione inferiore rispetto a chi ha usufruito delle norme precedenti. Quando ho presieduto l'Inps anch'io ho detto la stessa cosa. Già allora dalle simulazioni risultava che i giovani che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995 sarebbero andati in pensione con il sistema contributivo. Nel 2035 la riforma andrà a regime e capiremo che questa situazione non riguarderà solo i parasubordinati, ma tutte le forme di lavoro. Un lavoratore autonomo avrà meno del 40 per cento del suo ultimo reddito, i dipendenti subiranno una decurtazione del 25 per cento. La riforma è stata voluta dal governo Prodi per salvare la cassa delle pensioni. Trovo però che la sua formula oggi sia economicamente punitiva.
Esiste una ragionevole soluzione per queste disuguaglianze?
Bisogna rafforzare le forme tradizionali di difesa del reddito, istituire un reddito minimo per chi non ha un lavoro fisso, estendere l'indennità di sostegno al reddito e alla disoccupazione agli atipici e ai precari. Bisogna pensare ad una pensione minima garantita per chi ha lavorato da precario e si trova sul lastrico. E poi ad una pensione standard uguale per tutti finanziata dallo Stato che elimina i mille rivoli della spesa assistenziale e dà vita ad una fascia di sostegno al reddito per chi ha più di 60 anni. Prevedere inoltre un salario minimo come vuole Obama negli Usa, dove non si può lavorare a meno di 12 dollari all'ora. Non si può continuare a legiferare per compartimenti e la contrattazione collettiva ne deve tenere conto. Dobbiamo invece adottare una prospettiva incentrata sui diritti individuali capace di promuovere la realizzazione dei cittadini senza però smantellare le conquiste delle lotte degli operai organizzati. Per fare questo si può erogare un'indennità universale di disoccupazione che può essere destinata al lavoratore stabile come al giovane disoccupato. Quest'ultimo potrebbe cosi beneficiare di una cifra che non ha la stessa portata del lavoratore capo di famiglia. Tutti i paesi europei hanno questa «indennità di disoccupazione dedicata» tranne l'Italia e la Grecia.
Come spiega questa assenza?
Perché il sindacato si è occupato dei lavoratori fissi. La sua battaglia ha creato un'indennità di natura assicurativa e contributiva che i lavoratori finanziano insieme ai loro datori di lavoro. In Italia lo Stato è poi intervenuto integrando con propri fondi le casse della disoccupazione, ma non ha creato norme universali che coprono tutti i lavoratori a tempo determinato. Spero che la marea montante del precariato lo spinga ad affrontare questo problema con maggiore efficacia. Dall'inizio della crisi il governo Berlusconi è mai intervenuto su questa situazione?
Ha messo una pezza allargando le maglie della disoccupazione dei braccianti che si chiama «indennità a requisiti ridotti» estendendola ai supplenti della scuola. Ma si tratta di un'indennità irrisoria che inizia un anno dopo la fine dell'insegnamento e viene erogata in maniera proporzionale al numero dei giorni lavorati. Nulla a che vedere con il regime universale che esiste in Francia o in Germania. Lì nessuno aspetta un anno e l'indennità scatta immediatamente.
Sarà mai possibile una vera riforma del Welfare in Italia?
Per fare una simile riforma è auspicabile che le opposizioni ritrovino un'unità politica anche se ho l'impressione che siano in disfacimento. Il nostro paese si trova ancora in una fase predemocratica. C'è bisogno di una lunga fase di gestazione culturale prima che una democrazia riesca ad attecchire. A noi non sono bastati 60 anni per costruirla. Ho il timore che la classe politica non se ne renda conto e non abbia il minimo interesse per farla progredire. Il rischio che stiamo correndo è così grande che dobbiamo preservare le forme democratiche stabilite dalla costituzione e dalla resistenza. È a quello spirito che dobbiamo tornare.

MARCHIONNEMENTE
«Tutti i nostri no»
Fabbriche in fermento per lo sciopero dei metalmeccanici indetto dalla Fiom dopodomani. Parla Giovanni Barozzino, uno degli operai licenziati dalla Fiat di Melfi: «Marchionne vuole imporre anche a noi condizioni peggiori, ma non ci stiamo». «Qui a Melfi? Il no andrebbe almeno come a Torino»
Antonio Sciotto

Gli operai di Melfi dopodomani si riuniranno davanti ai cancelli della storica «primavera» 2004: fervono i preparativi per lo sciopero Fiom in uno degli stabilimenti più importanti della Fiat, la Sata della piana di San Nicola. Una delle tre tute blu licenziate l'estate scorsa, il delegato Fiom Giovanni Barozzino, spiega che la fabbrica è in grande fermento, soprattutto dopo il referendum di Mirafiori. «I lavoratori hanno atteso i risultati con attenzione - dice - e hanno capito il valore di quel voto: Marchionne infatti non fa mistero di voler applicare lo schema di Torino e Pomigliano anche a Melfi e Cassino».
Come avete vissuto le ultime settimane? Il conflitto, il voto di Mirafiori.
Io la notte del voto ero al turno di notte, in fabbrica. Ho ricevuto tantissime telefonate, gli operai chiedevano aggiornamenti sul voto. Abbiamo vissuto quel referendum con un pieno coinvolgimento. I lavoratori qui sanno cosa vogliono dire quelle condizioni di lavoro «proposte» da Marchionne, per così dire, e dai cosiddetti «accordi» di Mirafiori e Pomigliano: ricordiamoci che nella lotta della Primavera del 2004, i 21 giorni che tutti ricordiamo, abbiamo combattuto proprio condizioni di lavoro molto pesanti. Abbiamo detto addio alla «doppia battuta», ma ancora oggi ad esempio abbiamo il turno notturno, anche per le donne. Abbiamo migliorato tante cose in fabbrica, conquistato anche un clima più vivibile, fuori dal terrore che si viveva.
Volete dire che temete un ritorno di quelle condizioni così pesanti per voi?
Non le stesse, ma abbiamo letto le interviste di Marchionne, proprio dopo il referendum, e dice senza misteri di voler applicare lo schema di Mirafiori e Pomigliano anche a noi, e a Cassino. Proprio oggi (ieri per chi legge, ndr) l'azienda ha deciso di far saltare un incontro che aveva convocato da inizio dicembre. L'ultima volta che ci siamo visti, aveva annunciato di voler applicare il nuovo sistema ergonomico ErgoUas, quello degli accordi di Mirafiori e Pomigliano, anche a noi, a partire dal 31 gennaio. Così l'incontro saltato avrebbe dovuto essere la conferma di questo schema: ma noi in dicembre abbiamo contestato punto per punto questo progetto, abbiamo portato un nostro esperto in ergonomia che ha prospettato tutti i rischi per i lavoratori. Abbiamo detto di essere contrari al taglio di 10 minuti di pausa, se prima non si valutano i reali miglioramenti ergonomici: e l'ErgoUas non è stato mai verificato congiuntamente da azienda e sindacato. Sarebbe una imposizione di Marchionne, e noi abbiamo detto no: ora l'incontro è stato rinviato al 23 febbraio prossimo.
Dunque una prima piccola «vittoria», se l'azienda decide di aspettare un mese.
Beh, certamente hanno influito le nostre proteste, e congiuntamente tutti i fatti nazionali: il referendum di Mirafiori, e poi lo sciopero del 28 gennaio. La Fiat sa che nello stabilimento di Melfi ci sono tanti problemi irrisolti e per questo avrà voluto soprassedere. Noi abbiamo detto che non accettiamo diktat, ma siamo disponibili a valutare tutto insieme, azienda e sindacati.
Ma attualmente voi non applicate lo schema del Tmc2? E vi va bene? Non sarebbe da cambiare, dato che ha causato danni alla salute di tanti lavoratori?
Certo, non ci sognamo mica di difendere il Tmc2. È un sistema di lavoro alla linea che da noi ha fatto sì di avere oggi ben il 50% di operai con «ridotte capacità lavorative»: dati non nostri, ma certificati dai medici aziendali. E siamo una fabbrica dove la media di età non è altissima, attualmente è di 37 anni. Noi vogliamo cambiare quel metodo di lavoro, quei ritmi, ma questo non vuol dire che dobbiamo accettare a scatola chiusa l'ErgoUas, il taglio delle pause, l'imposizione che la mensa, che noi abbiamo già a fine turno, possa essere comandata come straordinario.
Marchionne chiede stabilimenti più produttivi, voi cosa rispondete?
Ma noi siamo già lo stabilimento più produttivo d'Europa: ogni operaio produce in media 73 vetture l'anno, siamo ai livelli degli stabilimenti brasiliani. Noi operiamo già sui 15 turni, anche di notte, e a dire il vero abbiamo firmato per i 17, che l'azienda potrebbe dunque chiedere quando vuole. La verità è che Fiat oggi vende meno, e così l'anno scorso abbiamo fatto almeno 10 settimane di cassa integrazione, cioè 2 mesi e mezzo. Non è colpa nostra se si produce meno: è un problema di mercato e di volumi, la produttività del lavoratore è già alta.
Come sta andando la causa per il vostro licenziamento?
Al primo grado la sentenza ha dato ragione a noi: antisindacalità dell'azienda e nostro reintegro. Oggi non siamo ancora ammessi in produzione: passiamo quasi tutto il tempo nella saletta sindacale, e solo io e l'altro delegato, Antonio Lamorte, possiamo girare un po' per i reparti, viste le nostre funzioni; Marco Pignatelli, che non è delegato, passa tutte le 7 ore e mezza nella saletta. Attendiamo l'appello: abbiamo presentato nuove prove e registrazioni. Anche un sms che una compagna mi inviò 40 giorni prima del licenziamento, con cui mi metteva in guardia dal comportamento del gestore operativo che poi ci accusò di aver bloccato quel famoso robot alla linea.
Ma se oggi Marchionne vi chiedesse di scambiare i vostri diritti con il posto di lavoro, da voi vincerebbe il sì o il no?
Premesso che certi diritti sono indisponibili, e che per noi quel referendum sarebbe illegittimo, io penso che a Melfi il «no» raggiungerebbe almeno il risultato di Mirafiori, già altissimo. O anche di più.


 

DOPO MARGHERA- il manifesto 25 gennaio
L'ambizione di un'alternativa
Luca Casarini
Gianni Rinaldini

Dopo la straordinaria due giorni di Marghera, potremmo lasciarci cullare dalla soddisfazione collettiva che ha invaso i luoghi del meeting e che ha accompagnato ognuno nel viaggio di ritorno verso casa. Non è cosa da niente, di questi tempi, poter essere soddisfatti di una scommessa politica e culturale che per noi si chiama uniticontrolacrisi. Ma indugiare troppo non ci è concesso, sarebbe come premere il tasto della pausa e trasformare un film appena iniziato in una fotografia: bellissima, ma ferma. Sia chiaro, non foss'altro per tutti quelli che si sono dannati per far riuscire l'appuntamento al meglio, la prima cosa è essere contenti di com'è andata. Il numero delle persone che sono state «attratte», e non cooptate o obbligate, a partecipare (perché la nostra pratica della democrazia non ha niente a che fare con le pratiche di Marchionne), è un fatto importante. La qualità di questa presenza, espressa non solo attraverso quasi duecento interventi, ma anche e soprattutto in un modo di stare insieme fondato più sulla pazienza che sulle pretese, animato dalla disponibilità e non sul pregiudizio, ha creato il «clima». È opera di tutti quello che è potuto succedere: di un modo di pensarla, prima, questa occasione di incontro, e di come di essa ci si è collettivamente appropriati poi. Se la pratica del comune è innanzitutto esemplarità e non linea o modello, va da sé che Marghera segna una tappa di riferimento fondamentale. La formalità rituale che queste cose si portano dietro, anche se uno non vuole, perché è difficile e complesso trovarsi in tante e tanti e discutere, prendere delle decisioni, essere aperti ma non vaghi, includenti e non ambigui, ha avuto come correttivo la fiducia reciproca.
Un'altra cosa che, come la pazienza, non assume mai la dignità di categoria della politica, restando confinata nel recinto delle cose che si dicono per intendere il contrario. A Marghera no. L'abbiamo tutti voluta usare, la fiducia, in dosi massicce, come precondizione per poterci parlare, di nuovo o per la prima volta. È l'intelligenza collettiva che ci dice di fare così. La situazione che stiamo vivendo impone di mettersi sul serio a costruire una storia nuova, e se non ne sentiamo l'urgenza, o se pensiamo che per farlo basti allargare le nostre biografie di partenza, allora non c'è nulla da fare: non incontreremo mai nessuno in mezzo alla folla, e continueremo a chiederci perché la gente non capisce e le cose non cambino mai. Abbiamo, dopo Marghera, iniziato un percorso di accumulo che deve diventare amplissimo: sensazioni, contatti, scambi, confronti, questioni, obiettivi, linguaggi. Tutto ciò che concorre a costruire un sentire condiviso dove il rapporto tra singolarità e collettivo sia non solo possibile, ma visibile. Come diavolo dovrebbe fare ad esserlo? Non c'è solo il rifiuto condiviso della privatizzazione, ma anche un'evoluzione che arricchisce il concetto di pubblico: il discorso che abbiamo cominciato è immediatamente rivolto dentro di noi, alla soggettività che contribuisce a formarlo, e fuori di noi, a una società intera.
Ha l'ambizione di essere una proposta di alternativa. A Marchionne e alla Gelmini, alla privatizzazione dell'acqua e al nucleare. Alle ingiustizie che costruiscono, tragedia dopo tragedia, la crisi e la rendono, nel suo incedere senza uscita, insopportabile. Ma anche un'alternativa a noi stessi, a come abbiamo fatto e pensato fino ad ora, a come abbiamo subito e ci siamo arresi. Sta in questo il grande interrogativo che ci siamo posti sulla democrazia, che ha attraversato ogni riflessione, ogni dibattito. E sulla politica, che come la crisi, pretenderebbe di risolvere i problemi riproponendo i meccanismi che li hanno generati, invece che tentare di superarli.
La pratica di un comune sociale che vive dentro le modificazioni epocali del lavoro, del suo divenire vita messa al lavoro, del suo essere espropriato di ogni diritto e ogni garanzia, e che vuole definire un comune politico capace di dire di no come a Mirafiori e di dire di sì come per l'acqua bene comune, di tracciare degli obiettivi che disegnino la traiettoria di un'alternativa al capitalismo della crisi e dello sfruttamento, è anche, un'alternativa al modo di rapportarci con la rappresentanza e la sua crisi. Senza delegare niente a nessuno, semplicemente perché la posta in gioco è più alta e più seria. La crisi di questo paese, la delegittimazione delle istituzioni, la crisi della politica, devono diventare l'occasione, anche qui, per costruire una nuova storia, dove il protagonismo sociale delle lotte non sia affidato a chi lo dilapida in cose già viste e già sconfitte.
Ci siamo lasciati con appuntamenti importanti: primo fra tutti il 28 gennaio, a fianco della Fiom. Non diamo per scontato che tutto sia semplice, e inventiamoci, ognuno e tutti insieme, come far sì che ogni piazza, ogni presenza a sostegno di questa battaglia, diventi anche un contributo alla costruzione di un percorso includente. Per far questo ci vuole l'umiltà di chi non ha nulla da insegnare e molto da offrire, di chi ha chiaro che parlare e farsi capire da decine di migliaia di persone in carne e ossa, non è la stessa cosa che discutere tra amici di vecchia data. Ma siamo certi che con questo atteggiamento, anche le fabbriche diverranno luoghi dove gli studenti andranno a fare assemblee, e all'università i delegati operai non saranno come gli ospiti stranieri.
Siamo convinti che di riconversione produttiva in senso ecologico cominceremo a parlare con chi lavora dentro le industrie che inquinano, come di mobilità sostenibile con gli operai dell'auto. Ma niente è facile o già fatto, e tutto dipende da noi, sia che siamo dentro la Fiom o in un centro sociale, sia che militiamo in un'associazione ambientalista o contro il razzismo. Ecco, Marghera è già passata, non abbiamo tempo. Il film riprende e nessuno ha ancora visto il finale. Dovremo scriverlo insieme.

FRONTE DEL PORTO
Ora Marghera progetta futuro
Il «modello Marchionne» mette in movimento anticorpi sociali imprevisti. Prende il via un percorso di unificazione delle lotte: metalmeccanici, centri sociali, No Tav, No dal Molin, precari, ambientalisti... Perché i beni sono «comuni»
Rocco Di Michele

Tirare le somme del meeting di Marghera può esser semplice o difficilissimo. Nel primo caso si rischia di perdere il dettaglio, nel secondo il dato unitario. Fortissimo.
Mettere insieme i metalmeccanici della Fiom, i centri sociali, gli abitanti de L'Aquila, i No Dal Molin, i No Tav, gli ambientalisti di lungo corso e i «guerrieri di Chiaiano», era una scommessa quasi azzardata. Ma un passo deciso in avanti, sulla strada del «conoscersi reciprocamente» - anche lasciandosi alle spalle pezzi di «identità», evidentemente non decisivi - è stato fatto. Due giorni di discussione hanno messo in primo piano i molti «no» che ogni soggetto sociale aveva pronunciato nella sua lotta, ricavandone però il senso di diversi «sì» che ora diventano quasi dei punti di programma.
Partendo per forza di cose dalla Fiat e dal «modello Mirafiori», tutti hanno capito che prima di poter dire qualcosa in positivo bisogna opporsi a un modello di produzione che cerca di imporsi come modello di società, di stampo apertamente autoritario. Quel «no», insomma, è «costituente». Detto in altro modo, sulla linea di demarcazione tracciata da Marchionne non c'è spazio per gli equilibrismi: si accetta in blocco o la si rifiuta. «Chi sta con lui è contro di noi», ormai è senso comune.
Quasi l'intera politica italiana non ha perciò più nulla da dire a questo popolo che fa i conti ogni giorno con la crisi: «il nostro è un percorso che non delega più nulla alla politica, vogliamo costruire un'alternativa sociale». E un progetto che sappia fare i conti con la realtà brutale di fronte a tutti. «La risposta del capitale alla crisi è un grande rilancio dello stesso modello che ha portato alla crisi», sintetizza Gianni Rinaldini. Una strada che prevede aumento della disoccupazione e - non è un paradosso - aumento dei carichi di lavoro per chi conserva il posto; generalizzazione della precarietà (a livello europeo, «non è diverso da quel che succede nell'Italia di Berlusconi»), superamento dei diritti universali con operazioni corporative (gli asili o la sanità aziendale, il collocamento privato, scuola e università a misura d'azienda, enti bilaterali impresa-sindacato che gestiscono forme di welfare). Un incubo.
Proprio sul welfare la discussione è stata complessa. Tutti d'accordo che occorre avere l'obiettivo del «reddito di cittadinanza», ma «attenti a dire che va sostituito il welfare lavorista con uno tutto diverso, perché questo lo dicono anche Boeri e Ichino». Argomento direttamente connesso alla lotta alla precarietà e che implica una «politica fiscale», non agevole in un paese dove «i padroni» le tasse quasi non le pagano. Un esempio in positivo viene dall'Ilva di Taranto, dove gli operai «stabili» si sono battuti per l'assunzione degli interinali in scadenza.
Più semplice individuare i «sì» partendo dai «beni comuni», categoria che «ha fatto accendere una lampadina nel cervello di tutti noi». Beni che non sono «cose», tantomeno merci; ma ciò che viene individuato come tale nella «pratica» dei movimenti popolari. L'acqua, certamente, su cui ci sarà necessità di organizzare la partecipazione al referendum «accompagnando la gente a votare». Ma anche il ciclo di rifiuti, che ha scosso un Mezzogiorno dalla «subalternità», senza però innescare derive «leghiste» all'incontrario. Beni che hanno e favoriscono un «linguaggio comune», permettendo di aggregare un mare di iniziative altrimenti diverse, ma che bisogna sapere spiegare in modo comprensibile «alla zia Titina». Beni che sfuggono alla trappola della «legalità formale» (a là Repubblica, insomma), «troppo spesso complice del saccheggio» delle risorse o dell'ambiente. Beni che spingono alla partecipazione perché disegna un modello decentrato, mentre - col nucleare, per esempio - il potere cerca la centralizzazione e la militarizzazione.
La formula non è nuova («agire locale, pensare globale»); è nuova la concretezza con cui viene messa in pratica. Dai beni comuni a «contro la proprietà privata» il passo è davvero breve, e si incarna in due nodi: «giustizia sostanziale» e «democrazia». Ma siccome le idee camminano sulle gambe degli uomini, le «organizzazioni politiche ed istituzionali» di questo percorso sono necessariamente diverse da sindacati e partiti per come li abbiamo conosciuti finora.
Le «cose da fare» sono un collante e un discrimine. C'è ovviamente la partecipazione allo sciopero dei metalmeccanici questo venerdì (giovedì per l'Emilia Romagna). Subito dopo la battaglia referendaria sull'acqua, una legge di iniziativa popolare per L'Aquila; e poi un momento specifico per affrontare i problemi dei migranti, l'idea di un seminario internazionale («euro-mediterraneo, visto quel che che sta montando qui vicino a noi»). Con l'orizzonte a Genova, in luglio, quando in tre diverse giornate - 22, 23 e 24 - «oltre alle manifestazioni, dovremo organizzare altri momenti di approfondimento come questo». Insieme ai tanti altri soggetti che, nel 2001, avevano dato vita a una stagione intensa ma purtroppo breve. Stavolta, però, per costruire una continuità ambiziosa: verso un nuovo modello di sviluppo sociale. 28 GENNAIO, VENERDÌ I metalmeccanici in piazza per lo sciopero generale di categoria. Con loro i movimenti, a partire da scuole e università. Con una sola parola d'ordine: «sciopero generale, mandiamoli tutti a casa». Davvero 1.500 «ACCREDITI» Cioè, persone che hanno dedicato un weekend alla ricerca di un punto di vista comune tra diversità esistenti da decenni. La crisi macina le tare ideologiche, costringendo tutti a misurarsi col «fare=lottare» 445 CONOSCENTI» Tanti sono i partecipanti provenienti da scuole e università. Trait d'union, la «formazione asservita alle esigenze delle imprese». Che prediligono ignoranti, non «cittadin 22 LUGLIO Per il decennale del G8 di Genova il movimento si prepara a tornare massicciamente nel capoluogo ligure. A testimoniare una continuità ideale e politica tra quel movimento e l'attuale. E la volontà di non dimenticare.

 

IL 28 GENNAIO INIZIA IL VIAGGIO CONTRO LA CRISI
Loris Campetti

La cosa più grave di questa stagione non è tanto la crisi globale, di sistema, quanto piuttosto la ricetta scelta dai poteri forti mondiali e dai governi per uscirne fuori. I criteri, e le persone fisiche che guidano il processo di redistribuzione dei poteri, delle regole e della ricchezza sono gli stessi, neoliberisti, che l'hanno provocata. C'è un solo pensiero - per semplicità lo chiamiamo pensiero unico - dietro l'operazione autoritaria che cancella i diritti sociali, del lavoro e di cittadinanza e al tempo stesso riprone un modello di sviluppo energivoro diventato incompatibile con l'ambiente e con la democrazia. Un modello che inquina il territorio (fino a militarizzarlo con il nucleare, a cementificarlo con Tav e ponti improbali, ad armarlo con le basi americane) e l'ambiente con il suo percolato di veleni e di mafie.
Se fosse così, e se la percezione di questo disastro fosse diffusa, sarebbe normale che alla preparazione e alla realizzazione di uno sciopero generale dei lavoratori metalmeccanici a cui si vuole cancellare dignità e soggettività, partecipassero tutti i soggetti e le figure sociali colpite dalla crisi e schiaffeggiate dalle ricette autoritarie neoliberiste. Qualcosa di simile sta realmente avvenendo intorno all'appuntamento di venerdì della Fiom. Ma non è normale bensì straordinario, quasi rivoluzionario, che la Fiom partecipi alle assemblee nelle università con studenti e precari, o che indìca manifestazioni insieme ai comitati che si battono contro le discariche, o propongono diversi consumi, diversa mobilità e la salvaguardia dei beni comuni. Altrettanto straordinario è che una città, Torino o almeno la sua parte migliore, torni in sintonia con i suoi operai e prepari in grande il ringraziamento ai carrozzieri di Mirafiori che con i loro no - e persino con molti sì costretti - hanno difeso la dignità di tutti dai diktat di Marchionne. O che gli studenti romani della Sapienza si organizzino per andare a Cassino a manifestare insieme agli operai della Fiat in sciopero, o quelli partenopei a Pomigliano, o quelli siciliani a Termini Imerese. È straordinario che in tanti centri sociali, da Jesi a Palermo al Nordest, si riuniscano in affollatissime assemblee le vittime della crisi per far crescere la partecipazione alle manifestazioni della Fiom in ogni regione italiana, in ogni luogo della crisi produttiva o democratica.
Certo, non è la prima volta che gli studenti vanno a volantinare davanti alle fabbriche, o che gli operai e i sindacalisti intervengono nelle scuole e nelle università. Ma è la prima volta che questo avviene non per pura solidarietà, sentimento peraltro nobile e da valorizzare come ha precisato Maurizio Landini a Marghera, ma per condizione sociale. La distruzione del lavoro, dei diritti, del sapere, della cultura, della libera informazione, la precarizzazione di massa che impedisce a più di una generazione ormai di progettare il proprio futuro, se da un lato tenta di scatenare una guerra tra poveri, tra generi, tra lavoratori dei nord e dei sud dei mondo, dall'altro lato rende più simili figure diverse colpite allo stesso modo.
Questo piccolo miracolo sostenuto dall'esperienza di Uniti contro la crisi è solo l'inizio di un cammino che potrebbe essere lungo, sicuramente difficile e contraddittorio. A renderlo difficile è il suo pregio: non punta sulla sommatoria di culture esperienze e sigle diverse, non è l'ennesimo, stucchevole intergruppi. Come dicono oggi sul «manifesto» le due persone che più hanno lavorato alla costruzione di questo «caravanserraglio» (luogo di accoglienza di chi migra e dunque cammina), bisogna costruire una cultura, dei linguaggi e delle pratiche nuove comuni. Buon viaggio e buon 28 gennaio.
 

APPELLO
Dalla Sapienza a Cassino

Abbiamo ripetuto spesso in questi mesi come ci sia un filo rosso tra i processi di dismissione dell'università pubblica e l'attacco alle garanzie e ai diritti sindacali. Questo legame è emerso in queste settimane in forma ancora più nitida, sia dal punto di vista dell'azione del governo, sia da quello, forse più importante, dei percorsi di resistenza nel campo della formazione e del lavoro.
Il progetto del governo è stato ben chiarito dal leit motiv ripetuto continuamente dagli esponenti della maggioranza, «farla finita con gli anni '70», ovvero smantellare un modello sociale che poneva al centro delle scelte produttive e industriali del nostro paese, la rivendicazione dei diritti dei lavoratori e la contrattazione salariale, conquistata, in quegli anni, attraverso le lotte dei lavoratori stessi. La retorica della «competitività in tempo di crisi» diventa invece la giustificazione al baratto dei diritti con il mantenimento di un posto di lavoro in condizioni peggiori.
Pensare di poter disporre dei diritti dei lavoratori, costringendoli ad un ricatto sul loro futuro e delegittimando le loro proteste, è uno dei più gravi attacchi alla democrazia e ai diritti sociali, che un paese non può permettersi di sopportare in silenzio. Allo stesso modo utilizzare la retorica del merito e dell'efficienza per smantellare il diritto allo studio e l'università pubblica, provando a delegittimare e reprimere le proteste del movimento studentesco, non è che l'altra faccia della medaglia di un governo che si dichiara apertamente dalla parte di Marchionne, della Fiat e di Confindustria.
Non è un caso che su questi due terreni si stia giocando una partita dal forte valore simbolico, oltre che politico. Se l'attacco è generalizzato, generale deve essere la risposta non solo dei lavoratori e dei soggetti politici, ma di tutte le componenti coscienti della società, capaci di contrapporre un ragionamento critico alla semplificazione imposta dalla classe dirigente attuale.
Il referendum di Mirafiori ci consegna un risultato importante e per nulla scontato. L'esito di questa votazione significa, per noi, che in Italia è possibile creare un'opposizione dal basso a questa classe dirigente e a questo governo, che non si pieghi ai ricatti e che costringa la politica a confrontarsi con le istanze sociali reali di questo paese. Contro questo attacco senza eguali ai diritti fondamentali del lavoro e dell'istruzione la Fiom ha convocato per il 28 gennaio uno sciopero generale di categoria con manifestazioni regionali. Hanno successivamente aderito i sindacati di base, che hanno convocato uno sciopero generale. Uno sciopero generale che, è bene ricordarlo, gli studenti e le lotte sociali chiedono ormai da mesi e che la Cgil ancora non reputa opportuno convocare in quanto, a detta del segretario generale Camusso, «i tempi non sono ancora maturi».
Il 28 gennaio scenderemo in piazza a Cassino per manifestare al fianco di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici e per ribadire il legame che unisce le nostre lotte: lotte che non vogliono difendere l'esistente ma costruire un futuro migliore. Un legame che si è costruito innanzitutto sul terreno del rifiuto del ricatto e nell'opposizione a processi di riforma autoritari e che si esprime nell'affermazione di una dignità e di una forza immediatamente capaci di evocare un'alternativa possibile. Non una battaglia di testimonianza, , ma una mobilitazione generalizzata che abbia l'ambizione di superare l'esistente e di costruire collettivamente un futuro migliore (...)
Sapienza in mobilitazione
www.ateneinrivolta.org

Sacconi piange: «Marcegaglia ingenerosa» con il governo
La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, è stata «ingenerosa» nel parlare ieri di governo «insufficiente» negli ultimi sei mesi. La nota indispettita arriva dal ministro del Lavoro (un caso di «neolingua» orwelliana), Maurizio Sacconi, secondo cui non ha tenuto conto degli «accordi a Pomigliano e Mirafiori, che un governo diverso avrebbe certamente osteggiato» (da quel che dicono Veltroni e Bersani, non ci giureremmo). Sacconi ha fatto la sua risentita esternazione a margine di una conferenza nell'ambito della «scuola di formazione» del Pdl. Emma Marcegaglia - ha detto Sacconi - «domenica in tv ospite di Fabio Fazio a 'Che tempo che fa', nel giudicare il governo mi è parsa ingenerosa rispetto al recente passato». Che ricorda alla leader degli industriali (oltre alle newco della Fiat) anche «la riforma dell'Università, che Confindustria aveva sostenuto e condiviso». Invece, conclude Sacconi, la presidente di Confindustria «per un verso riconosce al governo la stabilità di finanza pubblica, che era tutt'altro che scontata all'inizio della crisi ed è il risultato di un attento lavoro di disciplina di bilancio. Così come la coesione sociale attuata con gli ammortizzatori sociali». Che pagano i lavoratori.
 
MARGHERA - 1502 iscritti al meeting: studenti, precari, operai. E tante donne
Dreadlocks e tute blu, identikit di un movimento
Orsola Casagrande
MARGHERA

Sono state 1502 le persone che sabato e domenica hanno compilato la scheda di accredito all'ingresso del meeting di Uniti contro la crisi al centro sociale Rivolta di Marghera. Una foto di gruppo molto varia e colorata. Capelli bianchi e dreadlocks, studenti e lavoratori, donne e uomini da tutto il continente e non solo in un melting pot che non si vedeva da un pezzo. Rilassati, a loro agio, in questa casa comune, Rivolta Pvc, accogliente e calda grazie al lavoro di decine di uomini e donne, che magari non hanno compilato l'accredito perché erano a casa loro, e che hanno reso possibile il meeting.
1502 persone provenienti da ogni parte d'Italia - ma c'erano pure due persone provenienti dalla Svezia, due dalla Gran Bretagna e una dalla Francia. Erano giovani (soprattutto) ma anche meno giovani in un intreccio di età e generazioni che non è così usuale. C'erano molte donne, giovani e comunque la maggior parte sotto i 45 anni. Studentesse, ragazze impegnate in associazioni ambientaliste e di solidarietà, donne lavoratrici nel mondo dello spettacolo e precarie.
Esponenti del mondo associativo, reti studentesche e attivisti di spazi sociali sono state le categorie che più hanno risposto all'appello di Uniti contro la crisi. Nello specifico ecco allora i numeri: 445 sono stati quelli che hanno detto di far parte di reti studentesche, medi e universitari. Naturalmente moltissimi universitari, pur scegliendo la categoria «reti studentesche», hanno confermato di svolgere lavoretti di vario genere durante l'anno, quindi rientrano pure a pieno titolo nella categoria «lavoratori precari».
Il mondo associativo è stato rappresentato da 410 persone. E anche qui si tratta di una costellazione che va dalle associazioni ambientaliste più o meno grandi e note (da Greenpeace ai vari comitati contro le discariche, contro gli inceneritori, e chi più ne ha più ne metta) alle associazioni di solidarietà con i migranti. Associazioni collocate in ogni angolo della penisola.
Gli attivisti di spazi sociali sono stati 430. Anche qui molte donne, e militanti che provengono dai centri sociali più tradizionali così come dalle realtà che lavorano sulla questione della casa.
Il mondo sindacale è stato, come era del resto prevedibile, l'altra corno del meeting. Sono stati 150 quelli che si sono descritti come appartenenti al mondo sindacale. Tra questi sindacalisti, delegati, lavoratori. I meno curiosi di quanto si sta muovendo nei territori, e anche questo in fondo era prevedibile sono stati i partiti politici: soltanto 27 persone si sono qualificate come tali. Infine ci sono state 30 persone che si sono qualificate come senza appartenenze specifiche e dieci come esponenti dei media.
Accanto agli ambiti di appartenenza e lavoro, le efficienti redattrici di GlobalProject (molte donne anche per il sito di riferimento di questo movimento) hanno anche scorporato i dati per provenienza geografica. Così, se dal Veneto sono arrivate ben 600 persone, la regione più presente a Marghera è stata senza dubbio il Lazio con 250 persone. Dall'Emilia Romagna sono arrivate 170 persone, mentre da Marche, Friuli, Lombardia e Trentino sono arrivate in totale 240 persone. Il sud è stato rappresentato da 25 persone arrivate dalla Campania, 5 dalla Calabria e 20 dalla Puglia. In dieci sono arrivati dalla Sicilia. Dall'Umbria sono arrivati in 40, dalla Toscana in 50, dal Piemonte in 45, dall'Abruzzo in 5 e dalla Liguria in 7.
Ai 1502 che hanno seguito la due giorni dal vivo bisogna aggiungere poi quanti l'hanno fatto attraverso il portale di GlobalProject, che ha mandato in diretta tutto il meeting.
Nella giornata di sabato hanno seguito la dirette e visitato il sito più di 5000 persone: i contatti sono arrivati anche dall'Europa. Più di 400 quelli che si sono collegati da Inghilterra, Spagna, Francia e Germania. Dal resto del mondo si sono collegate oltre 200 persone, in particolare dal continente americano. Un notevole aumento di visitatori si è registrato nella giornata di domenica: gli accessi sono arrivati a 7000, dei quali più di un migliaio sono arrivati da fuori Italia. Nel complesso delle due giornate la homepage di GlobalProject ha raggiunto le 24000 visualizzazioni.


repubblica 24 gennaio

Verso il 28 gennaio

Lavoro, diritti e cittadinanza. Dialogo tra Maurizio Landini e Luciano Gallino

Dopo anni nei quali il ‘lavoro’ è stato completamente rimosso dal dibattito pubblico e dall’attenzione del mondo politico, la manifestazione della Fiom dello scorso 16 ottobre ha nuovamente acceso i riflettori su di esso. I metalmeccanici della Cgil hanno saputo radunare attorno alla propria iniziativa una galassia vastissima di forze: come dare continuità a questa lotta? Cosa chiede il mondo del lavoro a un eventuale futuro governo di centro-sinistra?

dialogo tra Maurizio Landini e Luciano Gallino, a cura di Emilio Carnevali, da MicroMega 8/2010

LA SOCIETA' CIVILE CON LA FIOM - FIRMA L'APPELLO

MicroMega: Quella dello scorso 16 ottobre è stata una straordinaria manifestazione di popolo. Ciò che più ha colpito gli osservatori – oltre naturalmente ai «numeri» davvero impressionanti della partecipazione – è stata la capacità della Fiom di aggregare attorno alla propria iniziativa uno spettro di forze vastissimo, non solo soggettività legate alla condizione operaia: studenti, lavoratori della conoscenza, movimenti per l’acqua pubblica, associazioni di cittadini impegnati sui temi della legalità, popolo viola eccetera.
Qual è secondo voi la ragione di questo grande successo, di questa capacità della Fiom di parlare a tanta gente che con la questione di Pomigliano non ha direttamente a che fare?

Maurizio Landini: Io credo che la capacità del 16 di ottobre di unire tante persone, tanti soggetti diversi, nasca dall’aver proposto una «strada diversa» per uscire da questa crisi. Partendo dalla vicenda di Pomigliano noi abbiamo cercato di denunciare le disuguaglianze sociali di questo paese – nel mondo del lavoro e non solo – indicando al contempo la possibilità di perseguire un diverso modello sociale di sviluppo. È questo che ci ha permesso ad esempio di parlare con gli studenti, con i movimenti per l’acqua pubblica, con le associazioni che si battono per la tutela del territorio, per un modello produttivo sostenibile tanto da un punto di vista sociale quanto da un punto di vista ambientale.
L’idea di fare la manifestazione il 16 ottobre nasce il 1° luglio a Pomigliano: per noi è partito tutto da lì. Ma non abbiamo mai considerato Pomigliano un caso a sé: fin dall’inizio abbiamo capito che lì si giocava una partita più generale. Ciò che veniva messo in discussione era il diritto stesso delle persone di poter contrattare collettivamente la propria condizione in fabbrica. Si cercava in quel modo di far definitivamente saltare il sistema sociale, il sistema di relazioni industriali che bene o male in questi anni ha garantito una certa mediazione fra i diversi interessi. Per questo Pomigliano si portava dietro questo enorme carico di novità che è stato subito compreso nella sua importanza.
Ora però dobbiamo porci delle domande sul dopo 16 ottobre. Come andare avanti? Come dare seguito a un percorso che è stato in grado di mobilitare così grandi energie? Qui io farei una riflessione su due livelli.
Il primo è quello sindacale. Noi dobbiamo dare risposte a tutte quelle persone che sono scese in piazza e che hanno posto con forza la questione della condizione del lavoro in Italia. Dobbiamo difendere il contratto nazionale e cercare di ricostituire una riunificazione del lavoro che oggi è diviso, separato, frammentato. Allo stesso tempo dobbiamo affrontare la questione della democrazia sindacale, del diritto dei lavoratori a poter votare come condizione imprescindibile per ridefinire anche un’azione sindacale unitaria. Poi c’è un problema che riguarda la politica industriale, cioè il come debbono essere riorganizzate le imprese in questo paese. Sono tutte questioni tipicamente sindacali che richiederanno un impegno enorme da parte nostra.
La manifestazione del 16 ottobre ha però posto anche delle domande di natura più propriamente «politica». Io credo che moltissime persone che hanno partecipato a quel corteo si aspettino dalla politica una diversa attenzione verso il mondo del lavoro, un diverso approccio anche nel fare opposizione al governo Berlusconi: è ora di finirla di dire solo che «Berlusconi è cattivo». Occorre essere in grado di contrapporgli un diverso modello di produzione e un diverso modello di società.
Noi, come Fiom, dobbiamo sviluppare la nostra azione con quella autonomia che ci caratterizza e che è necessaria oggi per fare il sindacato. Ma non dobbiamo rinunciare a stimolare e sollecitare le forze politiche su questi temi, affinché anche il mondo della politica faccia la sua parte e torni a dare al lavoro la centralità che merita.

Luciano Gallino: La novità del 16 ottobre può essere colta da diversi punti di vista. Ma io credo vada ricollegata a quello che è successo e che sta succedendo in diversi altri paesi in questi mesi. Sembrava che pochissimi avessero capito qualcosa delle ragioni della crisi, dei suoi sviluppi, delle modalità con le quali sono stati distribuiti i suoi costi. Invece manifestazioni come quella del 16 ottobre e come altre che ci sono state nelle settimane successive in Francia, in Germania, a Bruxelles e altrove hanno mostrato che c’è tanta gente che ha capito quali sono i motivi della crisi e quanto sia alto il rischio che chi l’ha già pagata una volta la paghi eventualmente una seconda o una terza volta. È interessante ed è molto significativo che abbiano partecipato ai cortei e alle manifestazioni tanti giovani. E questo per diverse ragioni, a partire dal fatto che nemmeno la scuola spiega alcunché riguardo a quello che è successo. A scuola non si parla di globalizzazione, di delocalizzazioni, di crisi finanziaria eccetera. C’era da temere – e per certi versi c’è ancora da temere – che i giovani fossero indifferenti a queste cose così apparentemente «lontane» dalla loro condizione quotidiana e dai loro specifici problemi. E invece in tanti – giovani e meno giovani – sono andati in strada a gridare in sostanza: «Non vogliamo pagare una seconda volta la crisi»; in tanti hanno compreso che la crisi non è solo finanziaria, ma è anche industriale, affonda le sue radici nell’economia reale. I problemi sindacali che pone sono anche problemi politici, dal momento che la politica tutto sommato ha a che fare con questo fondamentale interrogativo: chi, e a quale prezzo, deve pagare la crisi?
Per questo motivo per il sindacato sarebbe molto importante avere una controparte politica, soprattutto in una fase di emergenza sociale come quella che stiamo vivendo. È vero che il sindacato deve avere la sua autonomia, ed entro questa sfera di autonomia deve portare avanti le sue vertenze, le sue battaglie, le sue iniziative. Ma è anche vero che deve avere – lo voglio dire in modo volutamente secco – un «partito di riferimento». E questo perché a un certo punto le proposte che costituiscono le piattaforme delle manifestazioni, le relazioni dei convegni, le richieste formulate dal microfono di un palco di fronte a una piazza strapiena, possono diventare leggi oppure rimanere dei semplici proclami. E se vogliamo che diventino leggi devono passare attraverso un parlamento, dove ci deve essere qualcuno che sostenga quelle istanze e le trasformi in norme dello Stato.
In ogni caso mi è parso che il 16 ottobre abbia dato dei buoni segnali. Dopo anni in cui sembrava che il lavoro fosse ormai fatto solo di camici bianchi, monitor di computer, scorrere di mouse, si è dato voce a una parte del mondo del lavoro – quella dell’industria, degli operai – ancora consistente e tuttavia completamente ignorata dalla politica.
Il salto di qualità che ora è necessario – lo ripeto – è fare in modo che tutto ciò non rimanga lettera morta, semplice materiale di studio, ma sia raccolto da formazioni politiche in grado di portare le istanze del 16 ottobre nelle istituzioni, là dove si approvano le leggi, si decidono i destini del lavoro, la distribuzione del reddito del paese, le regole della contrattazione e tante altre cose.

Landini: Io credo che se il sindacato non vuole scomparire debba percorrere un itinerario di evoluzione che punti a una completa autonomia. La Fiom è arrivata perfino a parlare di indipendenza. Nel senso che il sindacato deve essere in grado di costruire un proprio autonomo progetto sociale con il quale poi confrontarsi alla pari con le forze politiche e con i governi. Non può esserci secondo me un sindacato di governo o di opposizione: ci deve essere un sindacato democratico, autonomo, che si confronta alla pari con tutti e che costruisce questa sua capacità di confronto dentro un rapporto diretto con i lavoratori.
Detto questo sono assolutamente d’accordo sul fatto che occorrono delle forze politiche – di sinistra o perlomeno di centro-sinistra – che si facciano carico dei problemi del mondo del lavoro, che propongano un diverso punto di vista su come uscire dalla crisi e che ovviamente siano in grado di tradurre tali propositi in concrete misure di cambiamento. Penso ad esempio a quanto sarebbe importante fare una legge sulla rappresentanza, cancellare o modificare sostanzialmente la legge 30, adottare provvedimenti per il sostegno dei redditi, promuovere finalmente una politica industriale con un intervento pubblico che in questo paese non esiste.
Penso che il problema di un concreto «sbocco politico» per molte azioni sindacali che alludono a un più generale modello diverso di società sia effettivamente assai rilevante. Mi auguro quindi che la manifestazione del 16 ottobre possa contribuire a smuovere le acque.
Negli ultimi anni non ci sono state molte differenze fra le varie forze politiche e i vari schieramenti nel modo di affrontare i problemi del mondo del lavoro. È quasi come se ci fosse stato un «pensiero unico»: di fronte ai fenomeni che hanno accompagnato il processo di globalizzazione si è tentato al più di «limitare i danni». Non si è cercato di elaborare un approccio diverso, alternativo.
È evidente quindi che fra le richieste che con più forza sono state sollevate dalla piazza del 16 ottobre c’era quella di un cambiamento radicale del quadro politico. A partire – lo dico in maniera molto esplicita – dalla necessità di cambiare questo governo.
Vorrei ricordare che mai come adesso il governo – assieme alla Confindustria – sta mettendo in discussione tutto il sistema dei diritti e delle regole sul quale era stato costruito il nostro patto sociale.
Voglio fare un esempio molto concreto. Ciò che nel 2001 c’era scritto nel Libro bianco del ministro del Lavoro Maroni oggi viene messo sistematicamente in pratica. Penso all’assalto al contratto nazionale di lavoro, al Collegato lavoro appena approvato dal parlamento, alla modifica del ruolo del sindacato (che è destinato a diventare non più un soggetto contrattuale ma, con la bilateralità, un soggetto che assieme alle imprese gestisce le assunzioni, la formazione e tutto il resto). Penso agli annunci fatti sulla necessità di tornare a mettere in discussione lo Statuto dei diritti dei lavoratori.
Di fronte a tutto ciò mi pare evidente che c’è bisogno di un cambiamento sostanziale. Per realizzare gli obiettivi che la manifestazione del 16 di ottobre si è posta sul piano sindacale è evidente che c’è bisogno anche di un cambiamento delle politiche del governo. E perché questo cambiamento di politiche avvenga è necessario – sebbene non sufficiente – un cambiamento anche di governo. Questo noi lo abbiamo detto in modo molto esplicito.
Quando però parlo di autonomia è perché penso che il sindacato non debba prendere in prestito da quella o da quell’altra forza politica un’analisi di quello che sta succedendo nel mondo e in Italia. Deve avere un proprio punto di vista, una propria elaborazione all’altezza della complessità delle sfide che abbiamo di fronte. Tanto più che il problema è condiviso dalle stesse forze politiche. Lo dico in modo molto chiaro: se la sinistra e il centro-sinistra in questi anni hanno perso è perché anche sul piano culturale, sul piano dei valori, sono stati fatti passare altri messaggi; si è persa la capacità di rappresentare chi lavora. In questi anni le persone che per vivere debbono fare un lavoro dipendente non sono diminuite: sono aumentate. Ed è aumentata la loro precarietà e la loro possibilità di essere sfruttate.
Noi della Fiom siamo pienamente consapevoli di non poter fare tutto da soli. Pur con la nostra forza, pur con il grande consenso che abbiamo saputo attirare su di noi, sappiamo bene che non possiamo cambiare da soli questa situazione. Per questo motivo abbiamo concluso la nostra manifestazione chiedendo ad esempio che tutta la Cgil arrivi alla proclamazione dello sciopero generale. C’è bisogno di dare una continuità a questa domanda di cambiamento che il 16 ottobre ha dimostrato essere presente e che può unificare in modo nuovo anche soggetti che in questi anni sono stati tra loro divisi e separati. C’è proprio bisogno di un cambiamento! E anche le forze che si dicono di opposizione a questo governo abbiano la capacità di essere un’opposizione vera! Non credo che in una situazione così grave il problema sia quello di limitare i danni. Credo ci voglia una strategia sindacale ma anche politica che sia in grado di trasformare questa società, che vada finalmente ad aggredire le contraddizioni di fondo che stanno emergendo con questa crisi. Le disuguaglianze sociali che si sono prodotte e sono cresciute in questi anni sono giunte a un livello assolutamente inaccettabile.

Gallino: Mi pare che su questo punto non ci sia molto da aggiungere. Direi soltanto che il sindacato non corre assolutamente il rischio di dover accettare una lettura di ciò che accade nel mondo subalterna a quella proveniente dalla politica, per il fatto che questa semplicemente non esiste. Fatta eccezione per singole personalità, dal mondo politico, dai partiti di centro-sinistra e, ahimè, anche da quelli della sinistra vera e propria, non è venuta fuori alcuna seria analisi di quel processo eminentemente politico che è stato ed è la globalizzazione. Il livello di elaborazione teorica è stato fin qui del tutto carente.
La manifestazione del 16 ottobre ha messo in evidenza molto bene come allo stato attuale ci siano più idee e analisi realistiche nel mondo sindacale che nel mondo politico.
C’è dunque da augurarsi che il grande successo di quella manifestazione possa contribuire a far capire al centro-sinistra italiano che occorre mettersi al lavoro per elaborare un’analisi critica della realtà, un’interpretazione del mondo che non sia una specie di fotocopia sbiadita di quella del centro-destra. Ci vuole un salto di qualità non solo organizzativo, propagandistico o elettorale, ma anche nella capacità di costruzione teorica, di comprensione delle dinamiche reali dei processi nei quali siamo immersi e che bisognerebbe cercare di governare assumendo un punto di vista autonomo rispetto a coloro che quei processi hanno attivato e guidato.
Negli ultimi trent’anni è intervenuto un mutamento davvero epocale. Intorno al 1980 è iniziata una sorta di controrivoluzione: sono state messe in discussione tutte le conquiste – in prevalenza sindacali, ma anche politiche – che i lavoratori, soprattutto in Europa, avevano ottenuto nel secondo dopoguerra. Anche in Italia erano stati introdotti miglioramenti di grandissimo peso: la settimana corta, le quattro settimane di ferie retribuite, lo Statuto dei lavoratori, un consistente miglioramento nella distribuzione del reddito. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta il trend però si è invertito e tutto è vorticosamente peggiorato.
La controrivoluzione si è dispiegata grazie alla possibilità di portare la produzione là dove salari, diritti, tutele ambientali, orari di lavoro, condizioni di vita erano sostanzialmente più bassi, inferiori agli standard affermatisi in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Le delocalizzazioni hanno rappresentato soprattutto il tentativo – un tentativo, occorre riconoscere, molto ben riuscito – di rimettere nell’angolo il movimento dei lavoratori, di distruggere le sue conquiste. E questo facendo pagare a interi paesi un costo pesantissimo. Ad esempio gli Stati Uniti hanno praticamente smantellato il loro sistema industriale: l’industria americana è una frazione di quello che era trenta o quarant’anni fa, perché hanno portato tutto in Cina, in India, in Madagascar, in Indonesia, nelle Filippine e in mille altri luoghi dove invece di 25 dollari l’ora, i lavoratori erano pagati 50 centesimi, o 1 dollaro quando andava bene. L’Europa gli è poi corsa dietro, ha fatto la sua parte anche con le liberalizzazioni del capitale degli anni Ottanta, ponendo tra l’altro le premesse per una crisi – al tempo stesso finanziaria e industriale – che è scoppiata nel 2007-2008, ma è cominciata in realtà negli anni Duemila, e sta tuttora procedendo, come mostrano sia i dati sulla disoccupazione nella Ue e in Usa, sia le condizioni dei bilanci pubblici di molti paesi europei.
Nell’insieme si è trattato di una grande redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto ottenuta frammentando e sparpagliando la produzione in centinaia di paesi per ottenere quei risparmi di costo consentiti dalle enormi differenze di salari e di diritti che esistevano tra il mondo occidentale, Stati Uniti compresi, e i paesi emergenti.
È vero che attualmente la situazione non è più quella del 1980. I salari cinesi, indiani, filippini e degli altri paesi emergenti sono saliti. Ma resta fortissima la spinta a comprimere ulteriormente i salari e i diritti dei lavoratori dei paesi occidentali. Molto di ciò che è avvenuto negli ultimi anni, compresa la vicenda di Pomigliano, va inserito in questo quadro più generale.

Landini: L’affresco appena fornito da Gallino ci fa vedere quanto sia difficile in un contesto del genere fare il sindacato. È certamente molto più difficile oggi che trenta, quarant’anni fa. Che fare allora? Io credo che in primo luogo occorra porsi il problema di come riunificare il mondo del lavoro non più a un livello solo nazionale, ma a un livello europeo e anche più generale.
Sono d’accordo con Gallino quando colloca la data di inizio di questa controrivoluzione nel 1980. In Italia quella data ha un significato molto denso e molto preciso anche da un punto di vista simbolico: ci fu la sconfitta alla Fiat. Il superamento della divisione del mondo in due blocchi ha poi avuto come innegabile conseguenza il fatto che il capitalismo, diciamo così, non ha più trovato di fronte a sé barriere di nessun genere. Un capitalismo che fra l’altro è cambiato tantissimo in un lasso di tempo relativamente breve: da industriale si è trasformato in «capitalismo finanziario», nel quale domina appunto la finanza e quindi il profitto a breve, che prevale su ogni altra cosa.
Il ruolo degli Stati nazionali nelle funzioni di governo e di controllo dell’economia è praticamente venuto meno, tanto che fra le ragioni che hanno determinato questa crisi ci sono una disuguaglianza sociale sempre crescente e una precarietà dilagante, oltre che una finanza cui è stato permesso di fare tutto ciò che voleva.
Oggi è in corso una spietata competizione tra paesi e tra lavoratori che appare inarrestabile: in giro per il mondo di persone pronte a lavorare per un euro o un dollaro in meno di quello che prendi tu ne puoi trovare finché ne vuoi…
Allora io dico: di fronte a una situazione del genere dobbiamo ritrovare l’ambizione di riflettere – sia da un punto di vista sindacale che da un punto di vista politico – su un modello di sviluppo, su un modello sociale completamente diverso. Come si esce da questa crisi? Io vedo la necessità di rimettere al centro della nostra iniziativa l’idea di contratto.
Faccio questo semplice esempio: negli Stati Uniti la crisi di grandi gruppi come Chrysler o General Motors – cioè di aziende che erano arrivate alla bancarotta – nasce anche dall’assenza di un adeguato Stato sociale in quel paese: le pensioni sono pensioni aziendali, la sanità è sanità aziendale… non c’è nemmeno un contratto nazionale che stabilisca dei minimi sotto i quali nessuno può scendere! Ad esempio negli Stati Uniti avevano permesso a gruppi stranieri – penso ai grandi gruppi giapponesi, ma non solo – di applicare condizioni inferiori sullo stesso territorio americano di quelle applicate dalle aziende «locali».
Ma la situazione non è troppo differente in Europa. Se uno si chiede: perché la Fiat va in Serbia? Perché la Fiat va in Polonia? Perché va in altri paesi? (Stiamo parlando di paesi europei, non del Sud-Est asiatico!) Semplice: perché in Europa siamo in presenza di sistemi di diritti e di condizioni di lavoro sostanzialmente diversi. Questa frammentarietà, questa eterogeneità mette in discussione anche le conquiste nelle zone dove fino a poco tempo fa era stato realizzato il compromesso più avanzato.
Io non mi nascondo che questa crisi mette in discussione l’esistenza stessa del sindacato come soggetto che è in grado di contrattare collettivamente le condizioni di chi lavora. C’è davvero il rischio che tutto ciò venga meno, che si compia questo enorme passo indietro oserei dire «di civiltà». Di fronte all’importanza della sfida che ci troviamo di fronte oggi, il sindacato deve dunque muoversi con un disegno generale, con una strategia di ampio respiro. Le cose che si fanno giorno per giorno debbono essere inserite all’interno di una costruzione più articolata che vada nella direzione di una progressiva riunificazione contrattuale. Io ad esempio penso che in Italia – dove si sta cercando di andare verso il superamento dei contratti nazionali – noi dovremmo rispondere puntando a un unico contratto dell’industria, un unico contratto dei servizi, un unico contratto di tutto il pubblico impiego. Naturalmente inserendo queste azioni in una dimensione europea, puntando a forme di unificazione e standard condivisi in tutto il continente.
Poi c’è il discorso sull’urgente necessità di una diversa politica industriale. Io non credo che si possa uscire da questa crisi puntando semplicemente a una crescita dei consumi privati. Credo invece che sia necessario rimettere al centro la qualità della struttura produttiva e un’idea diversa dell’uso dei beni comuni. Occorre in altre parole un intervento pubblico che accompagni anche l’economia privata verso obiettivi di sostenibilità ambientale.
La discussione che riguarda il ruolo del sindacato e la difesa dei contratti nazionali di lavoro va collocata all’interno del quadro più ampio che ho appena tratteggiato.
Fino alla controrivoluzione cominciata nel 1980, le imprese non avevano messo in discussione l’assunto per cui tra il mercato e la prestazione lavorativa dovessero intervenire dei vincoli sociali, vincoli appunto mediati attraverso un contratto. Quest’ultimo era uno strumento di coesione sociale riconosciuto anche dalla controparte. Oggi tutto questo rischia di saltare. Il punto vero che è in questione a Pomigliano – al di là dell’oggettivo peggioramento delle condizioni di lavoro – è proprio questo. Dentro quell’accordo viene messo in discussione il diritto delle singole persone, se vogliono, di potersi collettivamente organizzare per contrattare la propria prestazione lavorativa. L’impresa ritiene che le persone non possano più autonomamente contrattare guardando anche ai propri interessi di lavoratori: debbono semplicemente aderire alle direttive aziendali e sostenere gli obiettivi dell’impresa. Questi ultimi debbono essere riconosciuti nella loro assoluta centralità.
Io penso che un’idea di questo genere non solo sia autoritaria, ma non sia nemmeno in grado di fare i conti con i processi che abbiamo appena richiamato e quindi con una strategia lungimirante ed efficace di uscita dalla crisi.

Gallino: Landini ha toccato dei punti importanti. Bisogna tenere presente che le difficoltà fondamentali che le organizzazioni dei lavoratori incontrano oggi derivano dal fatto che sono andate in pezzi le «tre unità» sulle quali si è fondata l’affermazione storica del sindacato. Sono andate in pezzi l’«unità di padrone», l’«unità di tetto» e l’«unità delle condizioni di lavoro». Dagli albori della storia sindacale, quando dopo il 1824, l’anno in cui furono abolite le leggi contro le «combinazioni» sindacali, nacquero in Inghilterra le prime Trade Unions, fino a circa la metà del XX secolo, il padrone era uno, il padrone era il signor tale o il signor tal altro, oppure la tale società. Ma era uno e uno soltanto.
Il tetto era comune: 500, 1.000 o 10 mila operai si trovavano nella stessa fabbrica, sotto lo stesso capannone ed erano tutti, per così dire, «a portata di voce». Non a caso, per decenni uno degli strumenti principali dell’attività sindacale, della quotidiana attività dei sindacalisti, è stato il megafono. Sotto quell’unico tetto si poteva parlare simultaneamente a migliaia di persone.
Infine il contratto e le condizioni di lavoro praticamente erano uniche. Se uno era metalmeccanico aveva un contratto da metalmeccanico. Punto. Lavorava con un certo contratto, in una certa fabbrica meccanica, sotto un certo padrone.
Tutto questo a partire dalla seconda metà del Novecento, ma in modo ancor più accelerato a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso (come si è già detto), è andato in pezzi. In moltissimi casi nessuno sa chi in realtà sia il padrone. Anche quando il padrone sembra unico – come ad esempio la Fiat – in realtà ci troviamo di fronte a un’attività manifatturiera che una grande corporation di proprietà di dozzine di azionisti, tra i quali primeggiano investitori istituzionali sconosciuti ai più, ha frammentato fra centinaia o migliaia di società piccole, medie e grandi sparse in tutto il mondo.
Non parliamo poi del «tetto». I 10 mila operai tutti insieme a lavorare non ci sono praticamente più. Quanti sono gli stabilimenti industriali italiani nei quali ci sono non dico 10 mila ma anche solo 2 mila operai sotto il medesimo tetto? Credo che si contino sulle dita di una mano…
Il meccanismo dell’esternalizzazione ha sistematicamente portato fuori dalle aziende madri la produzione dei componenti in tutti i campi produttivi immaginabili e contemporaneamente si sono moltiplicati i contratti. In Italia abbiamo più di 40 tipi di contratti atipici, ma abbiamo anche i «terzisti» che vanno a lavorare all’interno di una singola azienda senza essere legati ad essa da alcun vincolo contrattuale.
Sotto il medesimo tetto si trovano ora poche centinaia di persone e magari fra loro ci sono 10 o 15 contratti diversi stipulati da 5 o 6 aziende diverse: qualcuno è a progetto con una tal ditta, qualcuno è temporaneo con una tal altra ditta, qualcuno è in affitto e via dicendo.
Per il sindacato tutto ciò rappresenta una terribile montagna da scalare. E se non si modifica la morfologia di quella montagna penso che la vita per il sindacato sarà sempre più dura. Infatti la frammentazione dei padroni e delle condizioni di lavoro comporta anche un’enorme frammentazione di interessi: anche persone che lavorano gomito a gomito in realtà – in queste condizioni – di interessi comuni ne hanno ben pochi.
A questo si può aggiungere – e fa piacere ritrovare questa sensibilità nei ragionamenti di un leader sindacale come Landini – che questo modello di produzione appare sempre più insensato. In un mio articolo recente ho riportato l’esempio di un elettrodomestico le cui 30 o 40 parti percorrono 30 mila chilometri attorno al mondo prima di essere assemblate e finire sullo scaffale di un supermercato. Questo avviene per gli elettrodomestici, per le auto e praticamente per tutti gli altri manufatti; e le motivazioni sono di carattere eminentemente finanziario: quanto più è piccola l’azienda che mi produce il tal componente che sta nelle Filippine o altrove, tanto più facile è venderla, passarla a qualcun altro o chiuderla del tutto.
È una follia ecologica che si sta anche rivelando una follia industriale.
Dunque il grande problema che ci troviamo a fronteggiare è questa estrema frammentazione. È un problema difficilissimo da risolvere, ma se non partiamo da qui le cose andranno sempre peggio.

Landini: Questo discorso di Gallino sul «tetto» è molto efficace, rende molto bene l’idea della situazione. Quando io, trent’anni fa, ho cominciato a lavorare sono stato assunto come apprendista dopo 12 giorni di prova. Ma in quell’azienda lì tutti – dal centralinista al progettista – avevano lo stesso contratto ed era indubbiamente più facile fare attività sindacale.
Oggi le imprese, per comprimere i costi, hanno esternalizzato, moltiplicato i contratti, fatto massiccio uso di cooperative, appalti, subappalti eccetera. Nel nostro settore ci sono dei casi davvero clamorosi. Se uno entra in un cantiere navale, ogni mille dipendenti di Fincantieri ne trova altri 3-4-5 mila di ditte che lavorano per costruire la stessa nave, ma che hanno contratti diversi: sono impiegati da ditte in appalto, da cooperative, con diritti e inquadramenti professionali molto differenti l’uno dall’altro.
Per i petrolchimici il discorso è lo stesso. E anche in una classica azienda metalmeccanica, se si va in magazzino i lavoratori sono gli stessi, fanno lo stesso lavoro di prima, ma gli viene applicato un altro contratto.
Di fronte a tutto ciò io credo che la prospettiva su cui bisogna lavorare è quella di arrivare a un unico contratto nel settore industriale. Sennò la divaricazione e la contrapposizione fra situazioni e interessi diversi non la si potrà mai superare.
Allo stesso modo io penso che sia assurdo avere 40 diversi rapporti di lavoro. Quando in un paese esistono, oltre al contratto a tempo indeterminato, il contratto a termine regolato per poter affrontare determinate situazioni, il contratto part-time (che adesso può essere giornaliero, settimanale, mensile) e uno che inquadri il periodo di formazione, io credo ci siano tutti gli strumenti dei quali si può obbiettivamente avere bisogno per dare risposte alle varie esigenze di tipo tecnico-organizzativo nei più disparati processi di produzione.
Questa frammentazione pazzesca alla lunga non serve nemmeno alle imprese.
Certamente non dobbiamo nasconderci le difficoltà, che possono essere individuate anche all’interno dello stesso campo sindacale. È inutile girarci intorno, nascondersi dietro a un dito: in Italia ci sono altri sindacati – penso in particolare a Cisl e Uil – che hanno fatto le proprie scelte non considerando più la contrattazione collettiva come lo strumento principe del lavoro sindacale. Penso che il loro ragionamento si fondi su una sorta di presa d’atto che non esistono alternative e bisogna ridurre il danno. E a questo punto è meglio che un sindacato si metta a gestire le assunzioni, la formazione, e tutti questi aspetti all’interno di una cornice bilaterale.
Ma questa non è la sola strategia presente in Europa in ambito sindacale. Nei giorni scorsi abbiamo incontrato i sindacati francesi, spagnoli e tedeschi in vista del Congresso della Federazione europea dei metalmeccanici che si svolgerà nel 2011. L’oggetto della discussione è stato l’unificazione delle tre categorie industriali più importanti: i tessili, i chimici e i metalmeccanici. In Europa si discute da un pezzo di cose sulle quali qui in Italia siamo sinceramente un po’ in ritardo. Aggiungo che in Francia, in Spagna e in diversi altri paesi europei stiamo assistendo a mobilitazioni molto consistenti che per la prima volta dopo trent’anni vedono l’unità di tutte le organizzazioni sindacali. L’Italia in questa fase è l’unico paese che sta andando esattamente nella direzione opposta.
Qui da noi la divisione è maturata anche a causa di un disegno tutto politico perseguito dall’attuale governo. Ma le organizzazioni che ritengono che oggi non c’è alternativa a «ridurre il danno» secondo me si sbagliano.
Quanto all’assurdità di certe delocalizzazioni alle quali ha fatto cenno prima Gallino, faccio un esempio tratto da una esperienza dei giorni scorsi. Alla Ducati Energia di Bologna, azienda del dottor Guidi, sono stati licenziati quattro tra quadri e dirigenti addetti al controllo qualità, perché secondo l’azienda c’erano dei difetti in prodotti provenienti dalla Cina. C’è stata una rivolta in fabbrica, hanno scioperato tutti – cosa che la dirigenza dell’azienda certo non si aspettava. Spero che nei prossimi giorni si possa trovare una soluzione, ma ad ogni modo questo della Ducati rappresenta l’ennesimo caso che ci indica una cosa molto semplice: e cioè che non è così facile andare a produrre in giro per il mondo dove costa meno; non è detto che dal punto di vista produttivo, industriale sia quella la soluzione più efficace.
Questo discorso ci porta a un ragionamento più generale che credo sia giunto il momento di affrontare anche da parte del sindacato. Credo sia opportuno cominciare a riflettere su «che cosa è il prodotto» oggi. Faccio l’esempio del settore dell’auto. Io sono sempre più convinto che dobbiamo entrare nell’ordine di idee di non pensare più semplicemente al prodotto come alla singola auto, al singolo camion o al singolo trattore. Dobbiamo cominciare a ragionare sul fatto che il prodotto deve diventare la «mobilità», cioè come si spostano le persone e come si spostano le merci e – di conseguenza – come dobbiamo costruire le città.
Come dicevo prima, per affrontare queste questioni il sindacato deve diventare sempre di più un soggetto capace di pensare a un diverso modello di sviluppo.

Gallino: Landini ha fatto un interessante accenno alla situazione del movimento sindacale in Europa che penso sia importante approfondire, anche – perché no? – con uno sguardo più esteso.
Il sindacato è stato oggetto di un attacco formidabile a partire dalla fine degli anni Settanta. Negli Stati Uniti il presidente Reagan – eletto proprio nel 1980 – ha condotto una sistematica operazione di demolizione dei potenti sindacati americani cominciando con il licenziamento di 13 mila controllori di volo. E non parliamo di quello che è successo nel Regno Unito con i governi Thatcher. Ma qualcosa di più o meno simile – se pure con un diverso livello di intensità dello scontro – è avvenuto anche negli altri paesi europei.
Il primo risultato di quella stagione e di quelle politiche fu che l’adesione ai sindacati da parte dei lavoratori europei e americani scese drammaticamente. Nell’industria manifatturiera americana il livello di sindacalizzazione è sceso di 20 o 30 punti percentuali ed è oggi ai minimi termini. Negli Usa il dato medio nazionale è tenuto un po’ più in alto dall’iscrizione ai sindacati del pubblico impiego, in genere insegnanti o funzionari degli enti locali, ma nell’industria il sindacato è diventato davvero una presenza quantitativamente modesta a causa degli attacchi di cui è stato sistematicamente oggetto.
Detto questo penso che sul piano globale, sul piano internazionale, i sindacati qualcosa di più avrebbero potuto fare. In primo luogo cercando di far capire maggiormente quello che stava succedendo con i processi di globalizzazione. In secondo luogo alzando un po’ di più la voce.
Faccio un esempio concreto. Nel 2008, mi pare il primo gennaio, il governo cinese ha introdotto una nuova legge sul lavoro che prevedeva tra l’altro l’innalzamento del minimo salariale a – attenzione – 75 centesimi di dollaro l’ora! Essa prevedeva anche l’introduzione di una modesta indennità di licenziamento. L’anno precedente, in vista dell’approvazione di questa legge, le camere di commercio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea avevano fatto fuoco e fiamme dicendo che se il costo del lavoro balzava così in alto, cioè saliva da 65 centesimi – quanto pagavano numerose multinazionali – a nientemeno che 75 centesimi di dollaro, le loro imprese avrebbero dovuto delocalizzare, perché a quei costi non potevano più lavorare in Cina.
Una trentina di deputati, sia democratici che repubblicani, avevano quindi scritto all’allora presidente George W. Bush una lettera dicendo di vergognarsi per il fatto che le rappresentanze di aziende americane prendevano partito in questo modo contro un miglioramento modestissimo delle condizioni di lavoro in Cina.
La domanda è questa: qualcuno ha sentito al proposito la voce del sindacato? I sindacati americani ma anche quelli europei, quelli italiani, francesi, tedeschi eccetera si sono per caso mobilitati per dire che bisognava tutelare i diritti dei lavoratori cinesi ad avere un salario un po’ meno indecente? O per sostenere le altre migliorie introdotte da quella legge contro la quale le camere di commercio si erano scagliate?
Non mi pare di ricordare alcun tipo di mobilitazione, alcun tipo di azione significativa. E invece c’erano almeno due ottime ragioni per difendere ad alta voce i diritti dei lavoratori cinesi: in primo luogo perché sono lavoratori anche quelli, sono esseri umani che hanno pari dignità di un lavoratore europeo o americano; in secondo luogo perché ci conviene: è infatti nel nostro interesse far salire quei salari e quei diritti, perché tutti conosciamo bene le dinamiche della competizione fondata su bassi salari e bassi diritti.
Non mancano le esperienze dalle quali prendere esempio. Nel settore dell’abbigliamento i sindacati americani si sono dati da fare per prendere accordi soprattutto con l’India, che è il grande tessitore e sarto del mondo, e hanno fatto in modo che in India fossero migliorate le condizioni dei lavoratori. E tutto questo è stato fatto partendo da un sindacato che ha base a New York, dove l’industria del tessile, dell’abbigliamento di massa, ha ancora un qualche peso, nonostante la falcidia terribile subita con i processi di delocalizzazione.
A settembre a Bruxelles la Confederazione europea dei sindacati si è fatta sentire con una manifestazione abbastanza vivace. Salvo poi permettere al suo segretario generale di dirsi in sostanza d’accordo con il presidente Barroso circa la necessità di ridurre di molto – di smantellare, se uno non vuole girare intorno alle parole – il modello sociale europeo, perché ormai non è più sostenibile. Detto da un rappresentante di una grande confederazione sindacale è una cosa che lascia un po’ perplessi.
Ora, è evidente che il sindacato ha i suoi problemi che deve affrontare giorno per giorno, alba per alba, ora per ora. Però sono convinto che qualche iniziativa un po’ più energica per far salire i salari e i diritti dei lavoratori dei paesi emergenti la potrebbe prendere. Per i due motivi che ho ricordato: perché è giusto e perché ci conviene.

Landini: Io credo che occorra riconoscere che su queste cose c’è un effettivo ritardo da parte dei sindacati. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Faccio questo semplice esempio. Ciò che ha portato molte imprese a delocalizzare verso i paesi dell’Est Europa non è solo il fatto che lì c’era un costo del lavoro inferiore. E che lì non c’erano proprio i contratti. E inoltre c’era un «modello sociale» compatibile con oneri bassissimi dal punto di vista fiscale: niente sanità pubblica, niente scuola pubblica eccetera.
Abbiamo costruito l’Europa unita nella moneta ma non l’«Europa sociale», l’Europa unita nei diritti, nelle garanzie, negli standard di tutela sociale.
Un po’ di tempo fa Marchionne è andato in televisione da Fabio Fazio e ha rilasciato quella famosa intervista che non ha mancato di suscitare numerose perplessità anche al di fuori del mondo sindacale. Tutti hanno detto, allarmati: la Fiat vuole andare via dall’Italia.
Nei giorni successivi ha poi smentito dicendo che non era vero, che la Fiat vuole rimanere in Italia. E allora di nuovo tutti contenti. In realtà cosa ha proposto Marchionne e cosa sta facendo per rimanere in Italia?
A Pomigliano ha annunciato di voler fare una newco, cioè una nuova società per riassumere i lavoratori che sono già suoi dipendenti e che però, per essere riassunti e continuare a lavorare, debbono sottoscrivere individualmente tutte le condizioni presenti nel famigerato accordo che ha ricevuto la bocciatura di quasi il 40 per cento degli operai.
Marchionne ha inoltre annunciato che questa newco potrebbe non aderire alla Confindustria ed eventualmente non applicare il contratto nazionale. Lo stesso percorso sembra previsto per Mirafiori.
Lo ritengo un fatto di una gravità inaudita. Non è mai successa una cosa del genere nella storia delle relazioni sindacali italiane. Ed è l’ulteriore dimostrazione che senza una strategia sindacale che punti a riunificate, alzando i diritti e le condizioni di lavoro là dove sono più bassi, succederà esattamente l’opposto, e cioè che là dove eventualmente avevi ottenuto dei diritti, avevi strappato delle conquiste, ti verranno progressivamente cancellati.
Io comunque in questo discorso vorrei inserire anche una forte denuncia del ritardo della politica. La politica – e questo è un altro messaggio che abbiamo voluto lanciare il 16 ottobre, per tornare al tema sul quale si è aperto il nostro dibattito – deve tornare a occuparsi dell’interesse generale del paese. Bisogna smetterla di dire che l’interesse dell’impresa coincide con l’interesse del paese.
Purtroppo alla diffusione di questo discutibilissimo assunto ha contribuito anche la grande debolezza del sindacato (oltre al diretto intervento di chi ha precisi interessi nel far pensare che sia così). Negli ultimi anni il numero dei lavoratori dipendenti in Italia è aumentato, ma è calato il numero delle persone che si sono iscritte al sindacato. Lo stesso fenomeno è stato registrato nel resto d’Europa, anche nei paesi dove il sindacato era tradizionalmente più forte e radicato.
Di fronte al rischio concreto di una spirale calo degli iscritti-indebolimento del sindacato-ulteriore calo degli iscritti, il nostro dovere, il nostro ineludibile compito se vogliamo sopravvivere, è quello di procedere verso l’innovazione: dobbiamo mettere al centro la contrattazione, il diritto collettivo delle persone a poter contrattare la propria condizione, e allo stesso tempo riaprire una discussione su ciò che si produce, su quale modello sociale è sotteso a determinati processi industriali. Altrimenti da questa crisi non si esce. Anzi, rischiamo di pagarla due, tre, quattro volte se non si interviene sulle ragioni che l’hanno determinata.
Ciò che spesso – anche nel rapporto con la politica – mi fa arrabbiare è l’impressione che si cerchi di curare una malattia così grave come questa crisi semplicemente tenendo sotto controllo la febbre, limitando la manifestazione dei sintomi. Se non si vanno a curare la cause della malattia il disastro sociale che cominciamo ad avere sotto gli occhi non farà che aggravarsi!

MicroMega: A proposito di «innovazione», fra le parole d’ordine della manifestazione del 16 ottobre c’era il «reddito di cittadinanza». Il sindacato è sempre stato portatore di una cultura «lavorista», di un’«etica del lavoro» fondata sull’obiettivo della giusta retribuzione e della piena occupazione. Ci sbagliamo dicendo che questa proposta rappresenta una grossa novità?

Landini: No, si tratta certamente di un elemento di grande innovazione. Debbo dire che io stesso per molto tempo ho pensato che se uno non lavorava non avesse diritto a un reddito (se non nella forma di un sussidio per i periodi di disoccupazione fra un impiego e l’altro). Ma il quadro di disuguaglianze sempre crescenti e questa crisi così acuta mi hanno fatto cambiare idea.
Pensiamo ad esempio al mondo della scuola e dell’università. Noi stiamo tornando verso quella situazione in cui se uno è figlio di un operaio, di un lavoratore a basso reddito, non ha più la possibilità di studiare. Chi lavora oggi è spesso povero: riesce a malapena a mantenere se stesso, figuriamoci se può mantenere un figlio che studia, magari in un’altra città. Mi pare uno dei fenomeni più gravi che caratterizzano la nostra società, una delle ingiustizie più grandi. Quindi mi sono interrogato su come affrontare il problema, posto che oggi non è più possibile riflettere sulle questioni del lavoro separate dalle questioni del sapere. Il reddito di cittadinanza potrebbe essere uno strumento attraverso il quale diamo opportunità di studio e dunque di promozione sociale a chi queste opportunità se le vede sempre più precluse dal momento che non può in alcun modo pesare sulle spalle della propria famiglia.
C’è poi un altro aspetto di assoluta rilevanza di cui tenere conto. Il sistema di ammortizzatori sociali presente nel nostro paese è importante e va mantenuto. Ma tutti gli strumenti di sostegno previsti sono in qualche modo legati alla figura del lavoratore impiegato con un rapporto stabile e continuativo. Oggi con la diffusione della precarietà abbiamo centinaia di migliaia di persone – e forse ormai, con questa crisi, siamo arrivati a superare il milione – che hanno avuto rapporti di lavoro precari e poi sono state mandate a casa. Queste persone non possono usufruire di alcuna forma di sostegno al reddito: non hanno nulla!
Sono problemi che vanno affrontati. L’introduzione di strumenti come il reddito di cittadinanza potrebbe permettere da un lato di studiare senza gravare sulle spalle di genitori che già da soli non arrivano alla fine del mese, dall’altro di essere meno vincolati o sotto ricatto pur vivendo una condizione di precarietà.
Il sindacato tradizionale ha molte difficoltà a parlare con i giovani (perché poi sono soprattutto i più giovani che si trovano a vivere le situazioni di precarietà). Se vogliamo cominciare a costruire un rapporto, dobbiamo partire da basi diverse. Non è che possiamo dire: i nostri iscritti non sono precari, quindi questi sono problemi vostri e arrangiatevi. Oggi il sindacato deve porre al centro della propria iniziativa le nuove condizioni di lavoro; proposte come quella sul reddito di cittadinanza hanno proprio l’obiettivo di avviare un dibattito, costruire un ponte, uscire fuori dai territori tradizionali ed esplorare nuovi percorsi.
C’è poi la questione dei «costi», delle risorse che si dovrebbero rendere disponibili per una misura del genere. Anche in questo caso il sindacato non deve avere paura di indicare alcune fondamentali linee di intervento. Nel nostro paese c’è un’evasione fiscale che ha raggiunto livelli ormai del tutto inaccettabili: il 90 per cento delle entrate provengono da lavoratori dipendenti e pensionati. Questo è un problema che va affrontato una volta per tutte. Finiamola di dire che tutti devono pagare meno tasse: è una presa in giro! Chi deve pagare meno tasse sono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Chi sta evadendo – chi continua a utilizzare i servizi pubblici che noi, che paghiamo le tasse, garantiamo a tutti – deve cominciare a tirare fuori i soldi. E chi è ricco deve pagare più tasse, non meno tasse. Anche la nostra Costituzione contiene il principio della progressività dell’imposizione fiscale, sebbene negli ultimi anni abbiamo fatto parecchi passi indietro su questo punto.

Gallino: Devo dire che apprezzo molto le parole di Landini sul reddito di cittadinanza, anche se io preferisco chiamarlo «reddito di base» o «reddito garantito» (ma, insomma, il concetto è quello). Le parole di Landini segnano un cambio di impostazione rilevante rispetto alle posizioni del sindacato non solo italiano, ma più in generale europeo, su tale questione.
Il sindacato ha sempre guardato con sospetto al reddito di base. E non senza ragioni, dal momento che alcuni progetti del reddito di base provenivano da economisti di estrema destra. Negli anni Settanta c’è stata ad esempio la proposta di Milton Friedman che diceva più o meno così: diamo un reddito anche abbastanza elevato a tutti, ma poi non gli diamo più niente in termini di assistenza sanitaria, pensioni, istruzione... nulla! Ciascuno badi a se stesso!
Inoltre rispetto a come erano configurate molte proposte di reddito di base c’era il rischio che diventasse un modo per ridurre di fatto il salario minimo.
Questa diversa posizione del segretario della Fiom, invece, è apprezzabile e innovativa per diverse ragioni. Ne menzionerò due.
Un aspetto fondamentale della controrivoluzione in corso è quello di chiudere di fatto le porte dell’istruzione superiore alle famiglie dei lavoratori. È una cosa che sta avvenendo in tutti i paesi. Pensiamo ad esempio al progetto del governo Cameron di elevare le tasse per le università di medio livello (non stiamo parlando dei poli di eccellenza) dalle circa 3 mila sterline attuali a 9 mila sterline l’anno. Il che vuol dire sbattere la porta in faccia a centinaia di migliaia di famiglie di lavoratori, anche della classe media. L’Italia, con i massicci tagli alla scuola e all’università, pare aver imboccato una strada analoga.
Un reddito garantito, un reddito di base, un reddito di cittadinanza o come vogliamo chiamarlo, potrebbe almeno limitare queste iniquità.
C’è poi la questione dell’occupazione. Secondo i dati del Fondo monetario e di altre istituzioni internazionali, i posti di lavoro persi con questa crisi – se tutto va bene, e non è affatto detto che tutto vada bene – saranno recuperati solo intorno al 2017. Abbiamo davanti, quindi, 7 anni di buchi occupazionali. Buchi che l’esaurimento della cassa integrazione, dei sussidi di disoccupazione e di altri tipi di indennità non faranno che rendere più ampi. È dunque indispensabile, ormai, pensare seriamente a un sostegno, sia pure modesto, sia pure inizialmente limitato ad alcuni e non a tutti, che però separi nettamente il reddito dall’occupazione.
Come ricordava giustamente Landini, adesso in Italia per avere il sussidio di disoccupazione – che da noi è peraltro poca cosa rispetto ad esempio a quello tedesco o a quello danese, ma che comunque permette di sopravvivere per qualche mese – bisogna aver lavorato stabilmente e a lungo: bisogna cioè aver versato contributi per almeno 52 settimane nei due anni precedenti.
I nostri cosiddetti ammortizzatori sociali – termine fra l’altro orrendo – sono tuttora strettamente legati all’occupazione. E in una situazione in cui l’occupazione si sta riducendo ed è destinata a rimanere su livelli di allarme per ancora molti anni, non è difficile capire verso quale disastro sociale stiamo andando incontro. Ben venga allora qualche iniziativa, come il progetto del reddito di base.
So già che molti, di fronte a una proposta del genere, cominceranno a strillare denunciandone i «costi elevatissimi» (e manco a dirlo insostenibili per lo stato delle nostre finanze pubbliche). Ma se facciamo seriamente un conto di quanto costano oggi la cassa integrazione ordinaria, quella straordinaria, quella in deroga, i sussidi di disoccupazione, i piani di mobilità, più l’integrazione delle pensioni al minimo, i sostegni alle famiglie povere eccetera, se veramente andiamo a vedere qual è la somma complessiva di questi addendi, otteniamo già un bel capitale da cui partire.
Non si tratta di chiedere la luna. Nella Francia del governo di destra guidato da Nicolas Sarkozy esiste da anni un istituto che prima si chiamava «reddito minimo di inserimento» e dal 2009 «reddito di solidarietà attiva», che permette a un buon numero di giovani di non cadere nella disperazione della mancanza temporanea di lavoro e di reddito e che si applica anche a famiglie disagiate e a lavoratori in attività ma con un reddito sotto la soglia di povertà.
Si tratta quindi di una riforma che è già stata sperimentata – dando buona prova del proprio funzionamento – in un paese vicino. Non sarebbe una cattiva idea imitare la Francia in questo. Fra l’altro potrebbe costituire un tema di grande impatto dal punto di vista politico per la prossima campagna elettorale. Se solo la politica avesse ancora voglia di occuparsi di ciò che sta succedendo nel nostro paese e nel mondo...

MicroMega: Landini è stato molto chiaro sulla questione dell’autonomia del sindacato. Però è evidente che possono esistere interlocutori politici più o meno sensibili a determinate istanze. Se volessimo ipotizzare l’avvento nel prossimo futuro di un governo di centro-sinsitra, quali sono le tre questioni prioritarie che il sindacato dovrebbe porre? Potreste indicarmi tre leggi precise che sarebbe urgente far approvare nell’ipotesi – del tutto teorica – di avere un governo di centro-sinistra capace di essere «ricettivo» verso queste tematiche?

Landini: Prima di tutto una legge sulla rappresentanza. E qui specifico che a mio avviso la novità da introdurre è il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di votare attraverso il referendum tutti gli accordi che li riguardano, siano essi nazionali, aziendali o interconfederali. Accanto naturalmente al diritto di poter eleggere i propri delegati e di votare in tutte le imprese, anche sotto i 15 dipendenti, per misurare l’effettiva rappresentatività di ogni organizzazione.
Io credo che questa sia la condizione per ricostruire una vera unità sindacale nel nostro paese.
La seconda legge penso debba essere una riforma che riduca drasticamente le forme di lavoro. Continuo a pensare che quando ci sono quattro, cinque forme di rapporto di lavoro si è in grado di affrontare in modo concreto ed efficace ogni situazione produttiva.
Al terzo posto ci metto il reddito di cittadinanza. Se potessi scegliere, queste sono le tre grandi questioni che porrei al centro del programma di un eventuale governo di alternativa.

Gallino: Sono sostanzialmente d’accordo con l’elenco di Landini. Forse, se vogliamo cimentarci con il gioco delle posizioni in classifica, metterei al primo posto una legge che preveda il lavoro a tempo pieno e indeterminato come contratto normale di lavoro, con la possibilità di quattro o cinque deroghe. Se ci fosse una maggioranza dotata di reale volontà politica, è una cosa che si potrebbe fare in quattro e quattr’otto.
Se posso aggiungere un ulteriore punto, però, vorrei spendere qualche parola su un tema che in qualche modo si collega alla vicenda Pomigliano, ma del quale anche il sindacato, mi pare, non parla abbastanza: la qualità del lavoro, il peso del lavoro sono un aspetto fondamentale della qualità della vita, ma anche dell’equità sociale. Chi fa un lavoro pesante – e lavorare su tre turni alternando ogni settimana il turno del mattino, quello del pomeriggio e quello di notte è sicuramente un lavoro molto pesante – subisce delle conseguenze importanti sia per quanto riguarda la salute che per quanto riguarda la speranza di vita.
Purtroppo non disponiamo, per quanto ne so, di dati robusti relativi all’Italia. Ma vi sono molti dati relativi alla Francia, alla Germania e all’Inghilterra i quali ci dicono che rispetto a un impiegato, a un quadro superiore, a un dirigente o anche a un insegnante, un operaio che fa lavori mediamente pesanti, non parliamo di quelli pesantissimi, per 25 o 30 anni di seguito ha 5 o 6 anni di speranza di vita di meno. E non soltanto la sua vita sarà più breve, ma gli anni della pensione saranno anche maggiormente intaccati da malattie e patologie varie. Quindi non soltanto vivrà meno anni ma vivrà peggio gli anni che gli restano.
Su Pomigliano, ma anche su altri stabilimenti Fiat, si potrebbero fare molti studi di questo genere, volti a verificare l’ipotesi che non c’è nulla di più nocivo dei turni alternati, come nociva, pesantemente nociva, è la riduzione delle pause: solo chi non ha mai provato a lavorare o non ha mai visto una fabbrica non si rende conto di quanto contino dieci minuti di pausa in più o in meno per uno che fa un lavoro fisicamente massacrante tutto il giorno.
Credo sia giunto il momento di affrontare tali questioni non solo sotto l’aspetto della 626, della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro eccetera. Questi sono problemi prioritari di giustizia sociale: non vedo per quale motivo si debbano negare a milioni di persone cinque anni di vita e magari otto o dieci anni di salute rispetto a chi il destino ha diversamente favorito. Sarebbe importante fare su questo delle inchieste parlamentari oltre che delle iniziative di legge.

Landini: Sono totalmente d’accordo. Penso che una delle ragioni per cui si è arrivati al 16 ottobre sta nel fatto che a Pomigliano i lavoratori non hanno accettato lo scambio tra il peggioramento delle loro condizioni di vita e il poter continuare a lavorare. Questo sussulto di dignità ha fatto sì che in Italia, fra le altre cose, si potesse ricominciare a discutere, almeno per un po’, di quelle che sono le condizioni di lavoro in una fabbrica, cosa forse sconosciuta alla maggioranza delle persone e ai politici in particolare. È un tema che negli ultimi anni è stato completamente rimosso dal dibattito pubblico. Il 16 ottobre è nato proprio dalla capacità delle persone di tornare a indignarsi, di non accettare questo scambio al ribasso anche di fronte a una crisi così pesante. Occorre tornare a concepire il lavoro come qualcosa che serve alla realizzazione di un individuo. E quindi dobbiamo ricominciare a parlare dei contenuti del lavoro, della sua qualità. E questo ci riporta al discorso che facevamo prima sulla qualità dello sviluppo, su quale modello di produzione e quale modello sociale vogliamo sostenere.
È una questione sulla quale ho potuto registrare una sensibilità molto diffusa anche fuori dal mondo della fabbrica, per esempio nelle assemblee di studenti a cui ho partecipato nel corso della preparazione del 16 ottobre.
Tutta questa discussione che a volte si fa sulla produttività del lavoro, senza tener conto del fatto che i veri incrementi di produttività si ottengono con la qualità del lavoro, con la capacità di creare valore aggiunto da processi innovativi e ad alto contenuto di conoscenza e non semplicemente dalla «spremitura» e dallo sfruttamento delle persone, meriterebbe ben altro approfondimento rispetto alle tante chiacchiere che ho avuto modo di sentire negli ultimi mesi.
Venendo più nello specifico a quanto ha appena detto Gallino, in Italia si parla da sempre di lavori usuranti. Ma in realtà non si è mai fatto nulla, perché prendere atto dei dati citati prima dal professore significherebbe anche agire di conseguenza sul piano previdenziale, sul piano delle condizioni di lavoro in senso generale, sul piano delle riduzioni di orario, della minore esposizione ad ambienti e processi nocivi.
Ecco un argomento sul quale sarebbe importante sperimentare una nuova sinergia fra il mondo del «sapere» – le università, gli uffici progettazione eccetera – e quello del lavoro. Ora, io non voglio arrivare a dire che bisogna superare domani mattina la catena di montaggio – magari! – però mi pongo anche il problema di come oggi in molti casi, quando si progetta un nuovo prodotto o nuove linee, non si tenga in alcuna considerazione la qualità del lavoro. Non si presta la minima attenzione alle persone che su quelle linee dovranno andare a lavorare, al fatto che con degli accorgimenti anche minimi si potrebbe ridurre di molto il grado di usura cui questi lavoratori sono sottoposti. Occorre una nuova sensibilità e anche i programmi scolastici e universitari dovrebbero prestare maggiore attenzione a questi aspetti.

Gallino: Prima di concludere – se mi è permesso – vorrei spendere una parola per ricordare il professor Massimo Roccella, che è venuto improvvisamente a mancare lo scorso 4 novembre. È una grave perdita sia per la comunità scientifica che per il mondo del lavoro, perché è sempre stato impegnato in modo diretto sulle tematiche che abbiamo trattato anche in questo dialogo.

Landini: Il professor Roccella ha collaborato molto anche con la Fiom. Davvero viene a mancare una persona importante. Mi fa molto piacere poterlo ricordare anche in questa circostanza.

(24 gennaio 2011)

 

 

 

 


LA RIVOLTA COMUNE
Loris Campetti -23 gennaio - il manifesto
Il 16 ottobre nasce Uniti contro la crisi in piazza San Giovanni al fianco delle tute blu, il 17 si interroga all'assemblea della Sapienza, il 14 dicembre si cimenta di nuovo con la piazza degli studenti, il 28 gennaio farà le prove generali nello sciopero generale e un po' generalizzato della Fiom. Nel mezzo, due giorni di seminario in corso di svolgimento a Marghera, tutti ospiti del Centro sociale Rivolta.
Cos'è Uniti contro la crisi? Non è e non vuol essere un'organizzazione né una sommatoria di sigle o movimenti. Pensare di federare tutte le isole non cementificate dal pensiero unico, ciascuna con la sua bandierina e la sua identità mummificata in un tempo indistinto, non porterebbe da nessuna parte. Al centro del suo agire, Uniti contro la crisi, che nasce dal rifiuto dell'ossificazione dei due tempi, pensiero e azione, c'è la crisi di sistema e la pretesa del capitalismo di uscirne con le stesse regole e persino le stesse persone che l'hanno scatenata. Allora come fanno a costruire insieme una nuova storia i metalmeccanici della Fiom con gli studenti, i precari della conoscenza con gli attivisti dei movimenti sorti in difesa dei beni comuni, dell'ambiente, del territorio? Cosa scriveranno di condiviso gli operai dell'auto con chi si batte per un diverso, ribaltato modello di sviluppo? È la domanda formulata in lingue e toni diversi dai mille, millecinquecento avventurosi, giovani e giovanissimi studenti, operai, ricercatori, intellettuali che si alternano tra sedute plenarie e workshop al Rivolta.
Il metodo è merito, e si chiama democrazia. A Mirafiori dove gli operai alla catena di montaggio hanno fatto lezione di dignità, come all'università, nella cultura come nelle battaglie per l'acqua pubblica. O nell'informazione. L'attacco alla democrazia, che sia portato avanti da Marchionne o da Sacconi, dai Tremonti o dai Bondi di turno, mira allo stesso scopo: ridurre alla subalternità e all'obbedienza le persone singole e gli aggregati sociali cancellandone soggettività e diritti. Se le notti di Berlusconi pongono un problema di moralità, i giorni e le notti alla catena di Pomigliano e le stock option di Marchionne, non pongono forse lo stesso problema? E non è forse un problema di democrazia, prima ancora che morale?
Riaprire un confronto a tutto campo sul presente e il futuro tra diversi, resi più simili da un presente e un futuro precario è possibile soltanto se chiunque voglia entrare in questa storia è disposto ad appendere al chiodo le sue presunte appartenenze usate come armi improprie. Senza rese, ma confrontando le antiche certezze con i processi reali. Dentro un centro sociale del nordest, esempio di efficienza e organizzazione, di ospitalità e di lavoro liberato dal profitto, Luca Casarini ha il coraggio di liberarsi di un elemento identitario come «il lavoro immateriale», che «non esiste, semmai la merce può essere immateriale, mai il lavoro». E chi come il segretario della Fiom Maurizio Landini è figlio di una storia sindacale novecentesca che ha sempre concepito il lavoro come unica ragione e condizione del reddito, nell'analisi dei processi reali, con la precarizzazione globale che divide i soggetti e unifica al ribasso le condizioni materiali, dentro un processo di redistribuzione della ricchezza che toglie ai poveri per dare ai ricchi, trova ragionevole l'obiettivo del reddito di cittadinanza.
Questo è il metodo di confronto che vive dentro Uniti contro la crisi, in un seminario fondativo che trova le sue radici nel lavoro: una nuova storia, con molti capitoli da scrivere ma con la certezza che la crisi democratica e delle forme tradizionali della politica fa pulizia della scissione tra lotte sociali e mediazione politica, nessuna delega è più immaginabile, e in questo senso analisi e azione - e rappresentanza - debbono camminare insieme. Sostenuti dalla passione che anima le giornate di Marghera e dalla consapevolezza dei limiti di un pensiero critico che deve mettere in connessione gambe e testa, se vuole liberarsi del pensiero unico. Il confronto è partito, con un metodo che ricorda i momenti migliori delle giornate di Genova pur tenendone ben presenti i limiti e le derive. I no di Pomigliano e Mirafiori aiutano, e indicano il cammino.

L'alternativa c'è, su la testa
Rocco Di Michele
MARGHERA

Qualcosa si sta muovendo. Richiede attenzione e un po' di sensibilità rinnovata per i cambiamenti. Perché c'è un travaglio reale nelle «anime» che stanno convergendo in questo processo sotto lo striscione «Uniti contro la crisi». Si ascoltano sortite inaspettate fino a poche settimane fa. Come «la fine delle illusioni sul capitalismo cognitivo», a lungo scambiato per «la possibilità di un progresso lineare senza più crisi», dove sparivano la fatica e la distinzione tra figure produttive (e non).
Detto da «padovani» storici o da leader dei ricercatori precari, fa sicuramente effetto. Così come sentire da Maurizio Landini, segretario generale dei metalmeccanici, avanzare l'obiettivo del «reddito di cittadinanza», con cui «per molto tempo non mi sono trovato d'accordo». Ma quando una fetta crescente e rilevantissima di popolazione si trova stretta tra disoccupazione, precarietà, ricatti espliciti, ecco che la necessità di «far vivere tutti» richiede proposte nuove sul piano del welfare. E siccome la ricchezza non nasce sotto i cavoli, la crisi stessa - «sistemica», non occasionale o solo finanziaria - si incarica di far vedere la necessità pratica di un «sistema alternativo», in cui ci si chiede di nuovo «cosa, come, perché produrre».
Il centro sociale Rivolta ospita un popolo di attivisti proveniente da esperienze molto diverse. Ma che, come spiega Gianni Rinaldini (coordinatore dell'area «La Cgil che vogliamo»), sono qui per «individuare percorsi di discussioni e approfondimento»; un «luogo, uno spazio comune, per promuovere iniziative e formulare proposte».
Il punto di partenza è questa crisi che non passa, che ha rotto il vecchio cliché «crisi-lotte-nuovo sviluppo». E la via d'uscita individuata dal capitale è «la riproposizione del modello che ha prodotto la crisi». Ma con «un salto di qualità» che punta esplicitamente alla «precarizzazione di massa, l'aumento delle disegualianze, un rapporto distruttivo con la natura, demolizione delle reazioni sociali e contrattuali, delle tutele e dei diritti». In Italia è evidente il filo nero che unisce «il collegato lavoro, la riforma Gelmini, la finanziaria che toglie risorse ai servizi sociali e ai territori, la cancellazione delle libertà sindacali». Evidenti anche le risposte (studenti, metalmeccanici, movimenti per l'acqua, ecc). Il tentativo, qui, è di «costruire un percorso complessivo che tenga insieme in modo sistemico i temi del lavoro, istruzione, diritti, ambiente» e quant'altro, e con «la democrazia come elemento centrale». Un percorso di «fuoriuscita dal perimetro della politica» presente in questo parlamento e che «si autorappresenta» per mettere davanti i «problemi della vita di tutti».
Neanche Luca Casarini è una new entry, ma prova a disegnare il salto di qualità che qui si cerca di fare. «Si è partiti da un appello fra soggetti, non fra organizzazioni», e «non cerchiamo di seguire il paradigma della ricomposizione» perché «la centralità non sta oggi in un soggetto, ma nella crisi». Insomma, è «la pratica del comune» a tracciare la strada di «una nuova storia». Far convergere anche la retorica da centro sociale con la durezza del conflitto di fabbrica non è semplice, ma un terreno comune è già chiaro: «Quale rapporto tra giustizia e legalità»? Nella crisi, i criteri di gestione diventano quelli della «governance», autoritaria e senza ricerca del compromesso. E quindi «giustizia non è uguale a legge» (i cultori della «legalità» astratta si trovano già ora in grave difficoltà), ed anche lo sciopero - diritto messo in mora dal «modello Marchionne» - deve essere reinventato investendo «il funzionamento della circolazione». L'ambizione che muove il percorso stacca decisamente «con il passato che ognuno di noi rappresenta» e punta a far diventare l'alternativa «nuovamente centrale nel paese, parlando e muovendo milioni di persone». Perché se «il futuro ce l'hanno già tolto, dobbiamo costruircelo noi».
La concretezza metalmeccanica di Landini avverte subito che «se stanno realizzando ora, in modo lucido e pensato, quel che c'era nel Libro Bianco di Maroni, ai tempi di Genova 2001, vuol dire che nel nostro modo di contrastarli qualcosa non ha funzionato». Ora «siamo di fronte a una svolta epocale, sia nel modo di produrre che nelle relazioni sindacali». Non è infatti in gioco solo «l'esistenza della Fiom e o della Cgil, ma il diritto delle persone che lavorano di decidere di organizzarsi collettivamente e contrattare la condizione di lavoro». E non c'è da fermarsi a pensare: «Azione e analisi vanno di pari passo; rischiamo di fare errori, certo, ma se ci fermiamo un attimo ci fanno fuori tutti». Proprio «la radicalità dell'attacco della Fiat, che supera e spiazza la normale dialettica sindacale» è alla base della reazione dei lavoratori di Pomigliano e Mirafiori. I quali hanno potuto opporre quella reazione al ricatto perché «hanno sentito una solidarietà vera, e hanno capito che non stavano lottando soltanto per sé». Intorno a loro, intorno allo sciopero del 28 gennaio («dove ci conteranno dentro ogni fabbrica»), quanti scenderanno in piazza «ci staranno per dire che non si è disposti ad accettare, in ogni posto di lavoro e nella vita sociale, condizioni come quelle che la Fiat vuole imporre». E sarà una tappa, non la fine della battaglia.

BENI COMUNI
Lavoro e ambiente, l'incontro tra i due «grandi sfruttati»
Ugo Mattei
MARGHERA

Intorno al workshop «Democrazia e beni comuni: tra crisi ecologica e riconversione produttiva per un nuovo modello di sviluppo» si è articolata a Marghera una ricca discussione che ha tratto spunto da due relazioni introduttive affidate a Beppe Caccia e Guido Viale. I lavori hanno prodotto un'ottima sintesi nella dialettica fra la dimensione teorica e quella pratica del percorso che sui beni comuni si sta compiendo in Italia. La principale novità politica emersa a Marghera si riscontra nel superamento dello storico conflitto fra ambientalismo e movimento sindacale, un conflitto che da almeno trent'anni ha impedito alla ricetta rosso-verde di conquistare un'egemonia politica. Infatti, a partire dai primi classici dell'ambientalismo militante, basti pensare alla «Primavera Silenziosa» di Raquel Carson , la convivenza in occidente fra le esigenze del lavoro e quelle dell'ambiente è stata piuttosto difficile. Nel discorso dominante, le esigenze della tutela ambientale sono interpretate come limitative dell'attività di impresa, sicché in un paradigma che pone al centro la crescita quantitativa, il lavoro non poteva che schierarsi con quest'ultima propro contro l'ambiente. Le trasformazioni globali dei processi produttivi sembrano strutturare a livello globale proprio quel conflitto, nella misura in cui il capitale, nella sua corsa a margini di profitto sempre più alti sceglie come luoghi dell'investimento proprio quelle piazze in cui la protezione ambientale è più debole. Con l'emigrazione del capitale cresce il tasso di disoccupazione e cresce quindi, anche al centro ed in semiperiferia, la pressione per ridurre i limiti allo sfruttamento della natura e del lavoro.
In Italia la consapevolezza di questa dinamica è stata acquisita con brutalità inusitata proprio a partire dalla ristrutturazione del rapporto fra capitale e lavoro tentata dalla Fiat a Pomigliano e poi a Mirafiori. Forse inaspettatamente questo drammatico episodio, oltre a produrre un appiattimento dei sindacati collaborazionisti sulla visione egemonica dominante ha prodotto un fenomeno controegemonico nella decisione della Fiom di resistere intorno alla piattaforma del lavoro come «bene comune». Ed è stata dunque propro questa nuova fondamentale nozione teorica, ancora nebulosa nei suoi contorni, ma già capace di fondare un discorso ed un linguaggio comune alle più diverse esperienze di lotta, ad aver creato il terreno di incontro fra lavoro ed ambiente, i due «grandi sfruttati» del modello di sviluppo dominante. I beni comuni, infatti, non sono mera categoria merceologica ma momenti concreti di consapevolezza politica capace di emergere soltanto nella lotta. Una lotta appunto volta al raggiungimento di un nuovo modello di sviluppo, capace di marginalizzare la dimensione avidamente quantitativa a favore di una visione qualitativa fondata sulla giustizia ecologica e sulle necessità di riconversione tanto produttiva quanto, soprattutto, culturale. Infatti, sebbene il modello di sviluppo globale dominante continui a essere proposto con protervia irresponsabile attraverso tutto l'occidente (ed imposto al Sud), è oggi chiaro alle avanguardie di tutto il mondo che ad esso bisogna far dichiarare fallimento per la salvezza stessa del nostro pianeta. Per farlo, occorre tuttavia che la riconversione del nostro modello di sviluppo, fondata sulla centralità dei beni comuni, sia capace di raggiungere egemonia a livello globale, trasformandosi in una nuova ideologia, fondata sull'emancipazione dell'ecologia dall'economia. Una sfida epocale, drammaticamente urgente, che richiede la capacità di ridurre ad unità e porre in comunicazione fra loro l'insieme variegatissimo delle pratiche di coloro che lottano per un mondo più bello e più giusto. A Marghera tale processo di recupero dell'egemonia sembra essere partito con il piede giusto.

 
LAVORO
Niente distinguo, la crisi obbliga tutti a «fare»
R. D. M.
MARGHERA

Convergere. Facile a dirsi, faticoso a farsi. Ma ci si prova. La diversità di culture si può misurare bene nel workshop su «Democrazia e welfare; salario, reddito, redistribuzione della ricchezza». Si alternano al microfono giovani precari, maturi quadri sindacali di scuola Pci, altrettanto maturi esponenti della scuola «negriana». Bisogna demolire un po' di convincimenti storici, e quindi si può allibire sorridendo se un padrone di casa (regno dei «padovani») ammette che «è stato un errore parlare di lavoro immateriale, perché il lavoro è sempre fatica e sfruttamento». E poi sentir ripetere ragionamenti che vedono la redistribuzione della ricchezza quasi come un bottino da spartire, dall'origine incerta (sul piano teorico) e a volte confondibile con le allucinanti retribuzioni dei manager (record assoluto di citazioni per Marchionne: «1.037 volte il salario operaio»). O anche sull'«estrazione del plusvalore in ogni ambito della vita».
Dall'altra parte, un'attenzione mai vista prima a rivendicazioni sociali (come il «reddito di cittadinanza»), ma inquadrandole come cornice necessaria alla «possibilità di dire no in fabbrica, trovando nuovi strumenti di difesa se nel farlo ti licenziano»). E glissando a ragion veduta sulle asprezze del contrattualismo sindacale, sul nesso tra lotta, conquiste, diritti formalizzati e scritti.
Si cerca di indirizzare il ragionar comune in senso «pragmatico», sul cosa fare e come farlo, tenendo insieme «azione e riflessione», misurando ogni proposta col metro dell'«efficacia delle iniziative». E' il metro giusto, si vede presto, che lascia fumigar nell'aria le formule retoriche o filosofiche e riporta sempre «al presente». La crisi, del resto, sta obbligando tutti a «fare». En passant, salta per aria come normale una distinzione teorica con 40 anni di storia: quella «tra garantiti e non, tra stabili e precari». Perché - ed è un ragazzo, nella media, a dirlo - «non c'è più la percezione che la precarietà sia una condizione transitoria legata all'età giovanile». Paradossalmente è vista come «una realtà stabile». Una presa di coscienza che ha coinvolto soprattutto gli universitari, che hanno preso le distanze culturali dall'«Onda», in cui è stata riconosciuta una «sopravvivenza corporativa». E dai ricercatori che si sono resi «indisponibili» a far lezione al posto dei cattedratici, ovvero a lavorare senza retribuzione e senza contratto.
A dominare tutto c'è la realtà della «povertà», che coinvolge ora «la condizione operaia e gli stessi ceti medi». Non è più, se mai lo è stata, «un effetto collaterale della finanziarizzazione dell'economia, ma un dato strutturale». Ed implica «una disponibilità ad accettare qualsiasi condizione di lavoro». Qui torna, ma in termini concreti, la funzione del contratto nazionale di lavoro come «rigidità imposta dal basso», «livello minimo sotto cui non si può andare». Si può anche provare a declinare il reddito garantito come sostitutivo di questo ruolo - c'è chi è intervenuto in tal senso - ma resta in sospeso quale livello di «contrattazione sociale» possa garantire lo stesso risultato che persino «lo stare al lavoro» copre sempre meno.

 
FIAT
«La fabbrica incerta». Un film su Pomigliano prima dell'era Marchionne
La fatica e la speranza degli operai nel documentario di Luca Rossomando. Quando il reparto confino di Nola anticipava il «dopo Cristo»
Francesca Pilla
NAPOLI

«Cosa ho imparato dalla fabbrica? Niente, perché monti sempre gli stessi pezzi, per mesi, per anni fai sempre la stessa cosa». «Con le macchine semiautomatiche devi solo aprire ed estrarre il pezzo, ci metti dieci secondi per gli altri 40 non sai che fare, è un tempo dilatato all'infinito. Ho visto gente passeggiare nervosamente come tigri in gabbia». Ciro Rippa e Vincenzo Chianese sono due operai dello stabilimento di Pomigliano, insieme ad altri sei lavoratori sono diventati i protagonisti della «Fabbrica incerta», il docufilm di Luca Rossomando, prodotto dal mensile Napolimonitor, dal sito di informazione Parallelo 41 e presentato venerdì sera a Napoli, al cinema Astra.
Otto testimonianze, otto storie diverse e allo stesso tempo uguali che riescono a scattare un'istantanea del nuovo modello Marchionne, mettendone in rilievo i limiti dal punto di vista del sacrificio umano. Attraverso la tensione espressiva gli operai diventano attori involontari capaci di comunicare tutta la propria rassegnazione per una condizione quasi irreversibile, ma allo stesso tempo sono anche in grado di infondere nello spettatore un forte sentimento di stima per quella dignità che solo un lavoratore porta con sé, inequivocabilmente. «Sono entrata quando avevo 22 anni ero orgogliosa, montavo da sola il tergilunotto dell'Alfa 33», ora dopo anni e anni passati a ripetere identici movimenti, Maria Baratto ha sviluppato diverse patologie, prende gli psicofarmaci, ha  ma per tutta risposta è stata trasferita nel centro logistico di Nola. Un luogo di deportazione, come lo definiscono gli intervistati, «per tutte le teste calde», per quelli che danno fastidio, scioperano, rivendicano diritti, il 90% sono iscritti Cobas e Fiom, il resto uomini e donne che lavorando si sono ammalati. «Un giorno - racconta ancora Maria - sono arrivata a Nola con la macchina, pioveva, avevo il giubbino, il corsetto che devo indossare per la mia malattia, l'ombrello, le buste per il cambio e il pranzo, mi sono messa in fila ad aspettare il bus aziendale, era un caos di uomini e donne. Mi sentivo goffa, sono andata in panico mi è venuta la nausea e ho fatto altri 20 giorni di malattia».
Il centro logistico non era un segreto nemmeno prima del docufilm, girato fra l'altro nel 2009, quando da pochi mesi era iniziata la cassa integrazione (ormai siamo al terzo anno), ancora nessuno sapeva di dover votare un referendum-ricatto, mentre Nola rappresentava solo l'anticipo della strategia per «governare» la fabbrica. «Noi siamo come dei carcerati - racconta guardando fisso la telecamera Davide Cerullo ex gestore di palestre, uno dei suoi tanti sogni infranti - per 8 ore possono fare di te quello che vogliono. Quando esco dai cancelli mi sento libero. Sto cercando un altro lavoro». L'alienazione, la fatica di chi lavora al montaggio e quel senso di oppressione che si portano dentro, scenicamente vengono amplificate dagli acquerelli dI Cyop&Caf, graffitisti tra i maggiori esponenti della street art partenopea, che inquadrati da Daria D'Antonio, con la colonna sonora di Luca Iovino, irrompono nella narrazione del vissuto alle linee di produzione. «Io mi sveglio alle 5 del mattino, io sono la classe operaia e non me lo scordo mai. Quando sono stato assunto mio padre mi ha portato a Pomigliano e mi ha detto: io vi ho cresciuto così, questo ora dà a te la possibilità di mantenere i tuoi figli». Giovanni Orlando non è diplomato lo dice mentre finisce di fumare una sigaretta, vive a Barra: «La conoscete tutti per la criminalità organizzata, ma questo è anche un posto di operai, gente che va a lavorare ogni giorno».

 


di Luciano Muhlbauer

su Liberazione del 22/01/2011

 

Nella politica e nella vita esistono meteore e fatti costituenti. Pomigliano e Mirafiori appartengono indubbiamente alla seconda fattispecie. Con essi, molto semplicemente, è cambiato il quadro entro il quale dobbiamo ragionare, progettare ed agire.
Certo, per molti versi è piovuto sul bagnato, perché una moltitudine di lavoratori e lavoratrici, tra precarietà, outsourcing e polverizzazione dell'impresa, sta vivendo da molto tempo quanto Marchionne pretende oggi dagli operai. Ma, come insegnano i classici, ci sono dei momenti in cui l'accumulo di quantità si traduce in un salto di qualità e quanto sta avvenendo in Fiat rappresenta e incarna esattamente questo.
Mettere in discussione l'insieme dei diritti e delle libertà conquistati dai lavoratori negli anni 60-70, o persino quelli codificati nella Costituzione repubblicana, non in un qualche sottoscala di periferia, ma al centro, in un luogo simbolico e sfidando sulla pubblica piazza la più combattiva categoria sindacale, significa innescare una valanga che tende a travolgere e ridisegnare tutto.
Infatti, a soli sei mesi dal referendum di Pomigliano, la cosiddetta "eccezione" è sbarcata a Mirafiori e domani toccherà, come ha subito chiarito Marchionne, anche a Cassino e Melfi. Peraltro, nel frattempo l'accordo capestro è pure peggiorato, considerato che ora l'abolizione dell'elezione dei delegati sindacali e l'espulsione dalla fabbrica dei dissidenti, cioè di Fiom e sindacati di base, sono norma contrattuale.
L'operazione di Marchionne, inoltre, era fuoriuscita quasi subito dai confini Fiat, trasformandosi in richieste sempre più diffuse di derogare al contratto nazionale e sfociando il 29 settembre scorso in un apposito accordo nazionale tra i ligi Fim e Uilm e Federmeccanica. Ma non era che l'inizio. E così, all'indomani del referendum-ricatto di Mirafiori, il ministro Sacconi ha precisato che il contratto aziendale «non è tanto deroga al contratto nazionale, ma legittima uscita da esso». Poi, il giorno dopo, Federmeccanica, in accordo con Confindustria, ha chiesto pubblicamente ai sindacati di introdurre il principio della "alternatività" tra contratto aziendale e nazionale. In altre parole, la valanga sta travolgendo anche i contratti separati di chi, come Cisl e Uil, ha pensato di poter cavalcare la tigre. A meno che, ovviamente, Bonanni non fosse sin dall'inizio pienamente consenziente rispetto alla riduzione dei sindacati a semplici strutture di vigilanza dell'azienda. Ma in tal caso, dovrebbe spiegarlo ai suoi iscritti.
Insomma, siamo all'idea della tabula rasa. Niente più diritti e libertà sul luogo di lavoro e niente contrattazione collettiva, ma soltanto contratti individuali e comando esclusivo del padrone. Una concezione totalitaria dell'impresa, che non tollera rappresentanza autonoma del lavoro, conflitto e democrazia, e che gode del tifo militante del Governo Berlusconi, il quale si appresta a varare la revisione dello Statuto dei Lavoratori. Con quella concezione non si può trattare o mediare. In gioco è il modello sociale - e non solo - per il dopo-crisi e, pertanto, il pareggio non è previsto. Così stanno le cose, altro che la lotta di classe non c'è più, e far finta di non capirlo è di una miopia tremenda.
Eppure, sebbene il fronte sociale e politico pro-referendum fosse talmente ampio e trasversale da sembrare invincibile, l'offensiva di Marchionne ha trovato una resistenza straordinaria e sorprendente proprio nei soggetti più ricattati, perché in cassa integrazione e minacciati di chiusura della fabbrica, cioè gli operai e le operaie di Pomigliano e Mirafiori. Anzi, nonostante la pistola puntata e una campagna mediatica senza precedenti, il "no" di Mirafiori è stato ancora più rumoroso di quello di Pomigliano.
Ed è stata quella resistenza operaia, con il suo carico di dignità e determinazione, ad aver cambiato a suo volta il quadro generale. Non solo ha rimesso al centro del dibattito politico il lavoro e la questione sociale, diradando per un attimo i fumi tossici del bunga bunga, ma ha anche provocato, anzitutto grazie all'azione limpida ed intelligente della Fiom, una convergenza di lotte e movimenti, a partire da quello degli studenti. Insomma, ha agito da centro di gravità, favorendo l'emergenza di un possibile fronte sociale alternativo.
Oggi la possibilità di definire un modello, un percorso e una pratica alternativi passa necessariamente da lì. E, aggiungiamo, da lì passano anche le strade per rifare una sinistra politica all'altezza della situazione. Per questo è importante e prezioso il seminario/meeting nazionale di "Uniti contro la crisi" che inizia oggi al Cso Rivolta di Marghera (Ve). Ma soprattutto è fondamentale e decisivo lavorare per la riuscita e la generalizzazione dello sciopero nazionale dei metalmeccanici del 28 gennaio, proclamato dalla Fiom, utilizzando a questo fine anche le proclamazioni di sciopero di tutte le categorie promosse dai sindacati di base.


 

E ORA SU LA TESTA
Rossana Rossanda

il manifesto 22 gennaio
Non è piacevole essere oggi un'italiana all'estero. Tanto meno se si è stata una sia pur minuscola tessera di ceto politico, due volte consigliere comunale e una volta deputata, una cui l'antipolitica fa venire il nervoso. E perdipiù comunista libertaria, specie rarissima, orgogliosa di sé e di un paese che, fino agli anni Sessanta e con diverse code nei Settanta, pareva il laboratorio politico più interessante d'Europa.
Oggi gli amici che incontro non dicono più: ma che disgrazia quel vostro Berlusconi! Mi chiedono: Com'è che l'avete votato tre volte? Che è successo all'Italia? Una come me si trova a balbettare. Perché hanno ragione, non si può più fare del premier il caso personale di uno che ha fatto troppi soldi, che ha tre televisioni, che prende il paese per un'azienda di sua proprietà, che sa che molti sono acquistabili e li acquista, e adesso, gallo attempato, si vanta dei suoi exploits su un numero illimitato di pollastrine: «Vorreste tutti essere come me, eh??».
E' vero che l'Italia lo ha votato e rivotato. E' vero che non c'è traccia di una destra formalmente civile che di lui ne ha abbastanza, né di un sedicente centro deciso a liberarsene. E neanche di una sinistra capace di rischiare un «buttiamolo fuori con le elezioni». La destra tutta perché gli è ancora complice, il centro perché lo è stato, la sinistra perché il sistema elettorale bipolare le faceva comodo contro le sue ali meno docili. Metà dell'Italia è berlusconiana, l'altra metà è azzittita, e non c'è imputazione - ignoranza, prevaricazione, corruzione, soldi, attentato ai minori - mossa al personaggio che sia in grado di scuoterla. Anzi. C'è qualche verità nelle vanterie di costui, se più se ne sente più tutti si accucciano per calcoli loro. Perfino i media, che sarebbero di opposizione, sono diventati un buco della serratura per voyeurs intenti a sfogliare pagine su pagine o ad ascoltare minuti su minuti di dialoghi sul prezzo per un appalto o per togliersi le mutande.
Che ci è successo? Da quando? Perché? Sarebbe una discussione interessante. Si potrebbe sprofondare in una storia secolare di servaggi, Francia o Spagna pur che se magna. O di una unità nazionale sotto una monarchia codina, tardiva e ben epurata di ogni fermento rivoluzionario - i giacobini napoletani decapitati o appesi nel giubilo dei lazzari e sanfedisti, la repubblica romana repressa, e soltanto le tracce dell'ammodernamento giuridico di Napoleone al nord. Non sarà del tutto casuale che siamo stati noi a inventare il primo fascismo europeo. Ci deve essere qualcosa di guasto nella coscienza della penisola. Alcuni di noi pensano che soltanto la presenza di un partito comunista che non mollava sui diritti sociali ha costretto il paese alla democrazia, come un tessuto fragile ma fortemente intelaiato, che non si è lacerato finché i comunisti non si sono uccisi da soli.
Tutto da vedere, se se ne avesse voglia. Ma chi ne ha? Lo slogan nazionale è: fatti gli affari tuoi. Vota chi si fa i suoi. Non è una storia soltanto italiana, tutta l'Europa va a destra. Ma da noi si esagera. In Francia un vecchio ed elegante signore, Stephan Hessel, che non alza la voce ma non ha mai taciuto, ha scritto un opuscolo: Indignatevi! Ne sono sparite subito quasi un milione di copie. Una settimana fa voleva parlare della Palestina, glielo hanno impedito. E lui e i suoi lettori si sono trovati fuori, in migliaia, di notte, con un freddo polare, nella piazza del Pantheon, a gridare: Basta! Perché noi no? Si sta meglio con la testa alta, invece che fra le spalle e gli occhi a terra. Non so se lo farà Vendola. Non credo che lo farà Bersani. Ma chiudiamo con il cinismo del chi se ne frega. Indigniamoci!

COLLEGATO LAVORO
Diecimila precari fanno ricorso

Scuola e non solo. Sono circa 10 mila, secondo i dati della Cgil, le vertenze aperte contro il collegato lavoro, al netto dei ricorsi della scuola. A queste vanno aggiunte, come spiegano dalla stessa Cgil, altre migliaia di impugnazioni di altre sigle sindacali. «E tutto questo è avvenuto - spiega Fulvio Fammoni, segretario confederale a corso d'Italia - nonostante i termini capestro di 60 giorni imposti dal governo (a partire dall'entrata in vigore della legge il 24 novembre scorso ndr) e nonostante il ricatto occupazionale in questo periodo di crisi: in questa situazione sfavorevole, migliaia di lavoratori hanno deciso di non lasciar cadere i loro diritti e così la tagliola è scattata per il governo, responsabile di una legge sbagliata, ma anche per le tante imprese che hanno pensato di poter lucrare su questo colpo di spugna». Il termine ultimo previsto dal «collegato lavoro» per potere ricorrere contro l'abuso di contratti a tempo determinato è scaduto infatti ieri. «Come avevamo previsto - dice Fammoni - questa prima fase si rivela un boomerang per chi l'ha pensata, ma restano gravi i problemi per il futuro. Non bisogna scordarsi di chi, non raggiunto dall'informazione, da lunedì vedrà decadere il suo diritto. Tuteleremo queste persone e anche questo tema finirà per arrivare rapidamente in Corte Costituzionale come è già successo per l'indennità onnicomprensiva di risarcimento per chi vince la causa per contratti a termine irregolari», conclude Fammomi.
 

Si allarga la slavina delle imprese verso il «modello Fiat»
Il contratto da sogno? Un vestito stile '600
Tommaso De Berlanga

Uno straccio di contratto. Questa la grande idea del mondo delle imprese - e di qualche gazzettiere generoso di penna - per tracciare la via d'uscita italiana dalla crisi. Del «modello Marchionne» non si parla più come un evento «irripetibile» (fu giurato, nei giorni di Pomigliano), ma come dell'esempio da seguire il prima possibile. Mettiamo in fila qualche fatto e anche qualche dichiarazione impegnativa (anche gli imprenditori, in Italia, parlano troppo, ma un po' meno a vanvera dei politici), in modo da darvi la cornice per intuire dove si vuole andare.
Il presidente di Federmeccanica, Pierluigi Ceccardi, ha cercato di spiegare che la decisione presa dalla sua associazione non è così devastante: che problema c'è se un'impresa - a piacere - diventa libera di scegliere tra il contratto nazionale di categoria o uno disegnato su misura per sé? Risposta: il contratto nazionale sarà a quel punto applicato solo dalle piccole imprese e quindi, per non «strozzarle», sarà un contratto «minimo», con dentro poco o niente.
Anche Confindustria, tramite il presidente Emma Marcegaglia, si appresta ad «autoriformarsi», tagliando costi, spese, personale e - naturalmente - dandosi una struttura più federalista, o «territoriale», per dare assistenza da vicino alle singole imprese. «Non abbiamo intenzione di radere al suolo il sindacato, voglio solo adeguare la contrattazione al dopo crisi». L'obiettivo dichiarato è aumentare la produttività (ma senza investimenti questo significa solo aumento dell'intensità del lavoro, non creazione di maggiore valore per ora lavorata); la promessa - vaga - è «aumentare i salari».
Per entrambi si accenna al «modello tedesco», in cui circa il 7% delle aziende ha scelto di star fuori dal contratto nazionale, ma senza dire in che direzione: e in Germania, è noto, le imprese più grandi ed efficienti offrono condizioni migliori, non più degradate. Ma non tutto fila liscio nemmeno in Confindustria. Paolo Andreani, presidente della «sezione» Marche, invita a fare attenzione: «le esigenze della Fiat sono sacrosante», perché un'impresa multinazionale «deve» omogeneizzare (al ribasso) le condizioni di lavoro nei vari stabilimenti diffusi nel mondo. In un «contesto di piccola industria manifatturiera», come quella marchigiana, però, «se bisogna rivedere il contratto abbiamo bisogno di farlo insieme al sindacato». Dire «o così, o me ne vado», insomma, non è un comportamento che tutti si possano permettere.
Dal mondo delle piccole imprese arrivano anche segnali diversi. Il settore della concia (pellame, ecc) chiede ora di rinnovare il contratto collettivo copiando da quello di Mirafiori: flessibilità oraria, niente malattia pagata per i primi tre giorni, nuova occupazione solo con contratti a termine o interinali. In cambio, aumenti salariali di 80 euro (ma la richiesta sindacale era di 135). Sembra insomma plausibile che la maggioranza delle imprese, con i margini di profitto erosi dalla crisi, si getteranno in massa nella direzione tracciata dall'a.d. del Lingotto.
I sindacati come reagiscono?. Fiom e sigle di base sciopereranno il 28, si è detto.
Mentre i «complici» (Cisl, Uil, Ugl) si mostrano preoccupati («ogni accordo che firmano viene smentito e corretto poco dopo dalle controparti», ironizza Giorgio Airaudo, segretario anzionale Fiom). Un bel problema a pochi giorni dal secondo incontro per discuetere di un «contratto auto» (leggi: Fiat). Ma giurano che il 24 si parlerà solo di questo e non anche della dell'«alternatività» tra contratto nazionale e aziendale. La Cgil tace. Ma dopo il 28 dovrà pur dire qualcosa.
Intanto Francesco Giavazzi, noto ultrà liberista del Corriere, dà finalmente un esempio concreto della sua filosofia modernizzatrice citando Carlo Cipolla: le cause del declino italiano nel '600 furono «salari non coerenti con la produttività, elevato carico fiscale e corporazioni che bloccarono l'innovazione». Tagliate i salari; non vedete quant'era «moderno» il '600?

 

 

 


Repubblica di venerdì 21 gennaio 2011, pagina 28
Intervista ad Alain Touraine - "Inseguire i Paesi emergenti tagliando gli stipendi è sbagliato meglio qualità e innovazione"
di Gambaro Fabio

L'intervista Il sociologo franceseTouraine giudica il voto a Mirafiori: i lavoratori hanno dimostrato vitalità "Inseguire i Paesi emergenti tagliando gli stipendi è sbagliato meglio qualità e innovazione" 

FABIO GAMBARO PARIGI 

— «Nonostante la sconfitta oggettiva di chi si è opposto all'accordo su Mirafiori, quel 46% di voti contrari è un importante segnale della resistenza del mondo operaio italiano».Alain Touraine giudica i risultati del referendum alla Fiat di Torino, che «nella situazione di decomposizione politica del paese mostrano lavitalità dei lavoratori e la loro capacità di mobilitarsi. «Il celebre sociologo francese, autore di molti saggi tra cui "La globalità e la fine del sociale" e "Après la crise" (appena uscito in Francia da Seuil), lo sottolinea, dal suo ufficio alla prestigiosa cole des Hautes l tudes en Sciences Sociales: «Il no di quasi la metà dei lavoratori sarà anche un appello disperato, come sostiene qualcuno, ma mostra che è possibile provare a difendere gli interessi dei lavoratori, anche sullo sfondo di un contesto estremamente sfavorevole e con il rischio reale di perdere il posto di lavoro. In Francia, in casi analoghi gli operai hanno accettato senza fiatare le condizioni imposte dalle imprese o hanno assistito impotenti alle delocalizzazioni. Da quando è iniziata la crisi, nel 2008, ha sempre prevalso quello che ho chiamato "il silenzio delle vittime", spesso accompagnato dalla logica del si salvi chi pub. Questa volta le vittime hanno deciso di non rimanere silenziose. Per me è una novità importante. « Perché dice che il contesto era sfavorevole? «Stiamo vivendo la fine di un lungo periodo che ha segnato il progressivo trionfo del neoliberalismo, con il conseguente indebolimento di quell'alleanza tra capitalismo, democrazia e stato sociale che aveva favorito lo sviluppo economico del dopoguerra. Oggi il ciclo dell'ultraliberali-smo sta probabilmente finendo, ma per il momento ne viviamo ancora le conseguenze più negative». Ad esempio? «L'economia occidentale è dominata dal grande capitalismo finanziario e industriale, mentre le forze sociali sono dappertutto sulla difensiva. La crisi economica generata dalla finanza ha favorito il rafforzamento delle forze del capitale. Dappertutto aumentano i redditi da capitale mentre diminuiscono i redditi da lavoro, per non parlare dello smantellamento del welfare. Il paradosso della crisi innescata dalla finanza è che si chiede ai lavoratori di pagame il conto. Ma non sono certo gli eccessi di protezione dello Statuto dei lavoratori che hanno prodotto la crisi economica in Italia o in Francia».

Chi difende l'accordo su Mirafiori dice però che bisogna fare i conti con la globalizzazione e il costo del lavoro dei paesi emergenti. Lei che ne pensa? «Non credo a questo ragionamento. E' vero che viviamo in un'economia globalizzata, dove i singoli paesi hanno una capacità d'intervento molto ridotta. Ed è chiaro che è molto difficile pensare contemporaneamente economia nazionale ed economia globale. Detto cib perb i paesi occidentali sono ancora i più grandi paesi industrializzati al mondo, con il più alto livello di qualificazione e di ricerca. Più che cercare di drogare la domanda interna o inseguire il costo del lavoro dei paesi emergenti, devono puntare sulla qualità e l'innovazione, perché solo così si conquistano nuovi mercati. Come sta facendo Ia Germania». Molte imprese però delocalizzano la produzione... «Non bisogna confondere la delocalizzazione delle mansioni poco qualificate con la delocalizzazione dei centri studi e dei tecnici specializzati. Sarebbe una catastrofe perla Fiat e per l'Italia, se il cuore dell'azienda dovesse lasciare l'Italia. Marchionne sfrutta con un certo cinismo la situazione di forza che gli è consentita dalla crisi, ma non credo che i risultati della Fiat dipendano dalla soppressione della pause durante i turni. Se oggi pub proporre lavoro contro maggiore flessibilità è anche perché il mondo operaio è stato progressivamente marginalizzato nella società. Ciò è dipeso da ragioni economiche, ma anche dall'indebolimento del mondo operaio accelerato dalla crisi del mondo comunista, cui quel mondo era inevitabilmente legato.« Cosa possono fare i sindacati in questo contesto? «Occorre ritornare alla grande tradizione della socialdemocrazia svedese, da sempre favorevole all'apertura dell'economia ai mercati mondiali, ma difendendo al contempo la ridistribuzione della ricchezza e la protezione sociale. Non  bisogna scegliere tra difesa dell'economia, e quindi delle imprese, e difesa dei lavoratori. Vanno difesi insieme contro l'economia speculativa che sottrae capitali alla produzione. Quando si parla di deindustrializzazione non bisogna pensar solo alla chiusura delle fabbriche e alle delocalizzazioni, ma anche a tutto quel denaro che, investito in rendite finanziarie e in operazioni speculative, è sottratto al ciclo produttivo. Anche questa è una conseguenza del trionfo ultraliberale che occorre combattere fortemente».

La base della crisi Non sono gli eccessi di protezione dello Statuto dei lavoratori che hanno prodotto la crisi economica Il silenzio delle vittime Da quando è iniziata la crisi ha sempre prevalso il silenzio delle vittime, Questa volta le vittime non sono state zitte ***

 


 

 

seguono articoli de il manifesto 20 gen2011

 

No operaio, i conti giusti
Loris Campetti - 

«Abbiamo vinto anche tra gli operai», è il grido di Bonanni, Angeletti, Marchionne e delle ruote di scorta, il sindacato giallo (Fismic) e quello di comodo (Associazione dei capi). I numeri parlano da soli: i sì al referendum/ricatto della Fiat tra gli operai alla catena sono 1.382 contro 1.576 no, è evidente la bocciatura. Ma mettendo insieme il voto operaio di tutti i settori, i sì (2.314) prevalgono sui no (2.305) per 9 voti, di cui 2 contestati. Questo fa dire ai «vincitori» che la partita è chiusa, chi vince prende tutto, non si fanno prigionieri e non si tiene in minimo conto che la maggioranza degli operai destinatari delle attenzioni di Marchionne sia contraria. È la democrazia nell'anno 1 dopo Cristo. Ma bisogna fare attenzione ai numeri.
Mentre in tutti i settori di Mirafiori si sono separati i voti operai da quelli di impiegati e capi, al turno di notte hanno votato in 373 (111 no e 262 sì) in un'unica urna. Peccato che queste schede siano state messe tutte in conto agli operai, comprese le 20 della gerarchia aziendale che hanno votato sì (lo testimonia il risultato degli altri impiegati: 95,5% sì). Come la mettiamo? Il risultato finale riporta in testa per una decina di voti il no operaio.
Sarebbe il caso che i «vincitori» si dessero una calmata e parcheggiassero nel capace garage di Mirafiori la loro macchina da guerra

Metà dei giovani né studenti né lavoratori Alle donne va peggio. Quale futuro?
LA FIAT A SCUOLA
Guido Viale

A tutti i «modernizzatori» che hanno salutato il referendum di Mirafiori come l'ingresso delle relazioni industriali italiane nella «modernità» va ricordato che la Modernità, o «Età moderna», è iniziata nel 1492 con la scoperta dell'America. A quel tempo, nella Modernità, l'Italia delle Signorie era già entrata. Nei secoli successivi ha avuto alti e bassi (attualmente sta sicuramente attraversando un basso); ma se il 14 gennaio 2011 dovesse diventare una data storica, starebbe a segnare non l'entrata ma l'uscita del paese dalla Modernità: per ripiombare in un nuovo Medioevo; oppure, per instaurare una forma nuova di «feudalesimo aziendale». Perché?
Non mi soffermo sulla limitazione del diritto di sciopero - accordata dal nuovo contratto - che ogni lavoratore dovrà poi sottoscrivere individualmente; né sulla abolizione della rappresentanza elettiva a favore di una gestione dei contenziosi affidata ai sindacati firmatari (trasformati così in missi dominici: ovvero, agenti del padrone); temi già ampiamente trattati da altri. Ma che cosa succederà in produzione?
Gli operai verranno messi in cassa integrazione, prima ordinaria, poi straordinaria, motivata da un «evento improvviso e imprevisto» (così il contratto; che però prevede «l'imprevisto» con assoluta certezza) e finanziata con fondi Inps attinti dalla «gestione speciale» dei lavoratori precari (che in questo modo verranno scorticati delle loro già irrisorie pensioni) e da contributi statali aggiuntivi (alla faccia della rinuncia della Fiat agli aiuti di Stato). Nel frattempo - oltre un anno - i lavoratori verranno convocati uno a uno per la firma del contratto individuale per vincolarli indissolubilmente ai termini dell'accordo. E per essere selezionati. Molti verranno scartati per una ragione o un'altra. È quello che Fiat sta già facendo con gli operai della Zastava, nonostante i generosi aiuti della Bei e del governo serbo. Marchionne sa bene che maestranze con un'età media di 48 anni (nel 2012), per il 30% composte da donne, e per un altro 30% certificate Rcl (ridotte capacità lavorative) non possono reggere i ritmi di lavoro previsti dall'accordo. Poi verrà costituita la NewCo - sembra che si chiamerà Mirafiori Plant - ristrutturando gli impianti con fondi Chrysler e Fiat (il famoso miliardo: ma chi sa quanto sarà poi effettivamente speso?). A febbraio 2012, se tutto «va bene», comincerà la produzione. Di che cosa?
Di Suv (che modernità!) con marchio Chrysler e Alfa, assemblati su pianali e con motori prodotti negli Usa, e poi rispediti negli Usa per essere venduti.CONTINUA|PAGINA10COMMENTO Galapagos a pagina 6 Mercato permettendo: anche con nuovi motori, i suv restano pur sempre i veicoli più energivori, quelli che avevano mandato a picco la produzione dei tre big di Detroit nel 2008; e il petrolio sta risalendo verso i cento dollari al barile. Ma che senso ha questo andarivieni tra Italia e Usa, quando persino lo stabilimento di Termini Imerese era stato giudicato improduttivo perché troppo lontano dai fornitori di componenti? Il senso è che tra le condizioni poste da Obama per consentire la scalata di Marchionne alla Chrysler c'è quella di esportare dagli Usa, e fuori dall'ambito Nafta (Canada e Messico), prodotti per almeno 1,5 mld di dollari. Dunque, pianali e motori trasferiti da Detroit a Torino (cioè da Chrysler a Fiat Plant: due società differenti anche se controllate dallo stesso management) dovranno concorrere nella misura maggiore possibile al raggiungimento dell'obiettivo. Ovvio che l'esportazione di componenti verrà sovrafatturata (lo ha già prospettato anche Massimo Mucchetti sul Corsera) e i margini di Mirafiori ridotti all'osso (o erosi completamente per giustificare successivi ridimensionamenti o la chiusura dello stabilimento); con tanti saluti per coloro che dalla produzione di nuovi modelli a più alto valore aggiunto - cioè più grandi, più complicati, più lussuosi, più spreconi, per soli ricchi - si aspettano la rimessa in sesto del Gruppo. Ma quale Gruppo?
L'accordo di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, dopo la dismissione di Termini Imerese, dopo lo spin-off di Fiat Industrial - la separazione dall'auto di Cnh e Iveco, i settori più redditizi rimasti in mano agli Agnelli - e in attesa di nuovi accordi anche per Cassino e Termoli (Melfi, cioè Sata, sta già per conto suo), prelude alla dissoluzione di Fiat Group. Intanto va notato che: a) Mirafiori - «nocciolo storico» del gruppo - non produrrà più macchine Fiat e diventerà una «fabbrica cacciavite» che lavora per altri; b) Pomigliano eredita le produzioni e l'organizzazione della fabbrica polacca di Tychy, che è di Fiat ma lavora anche per Ford e che, in attesa di chiarimenti, lavorerà sempre di più per altri; c) Magneti Marelli è in vendita; d) Maserati, Alfa, Lancia e Ferrari sono oggi, con l'eccezione dell'ultima, soprattutto marchi: che possono essere venduti come «marchi senza fabbrica», così come Tychy e Mirafiori sono o possono diventare «fabbriche senza marchio». E poi?
Poi la crisi è tutt'altro che superata. Le finanze di tre quarti dei paesi dell'Ue sono a rischio. I consumi ristagnano. Il mercato europeo dell'auto (a differenza di quelli Usa e asiatico) non dà segni di ripresa. A livello mondiale la capacità produttiva è di 100 milioni di veicoli all'anno mentre la domanda è stata di 60 milioni (sarà forse di 70 quest'anno). C'è un eccesso di capacità non solo in Europa e negli Usa, ma anche in Giappone, Cina e Corea, i cui produttori sono pronti a scalare la classifica delle vendite in Europa. Qualcuno si è chiesto quali siano i vantaggi competitivi con cui Marchionne conta di vendere ogni anno in Europa un milione in più di vetture fabbricate in Italia. Cioè di portare via almeno un milione di vendite annuali a Volkswagen, senza perdere colpi di fronte a Daimler e Kia-Yundai, in piena ascesa, o a Reanult-Nissan e Toyota, molto più solide, per non parlare dello sbarco in Europa dei produttori cinesi.
Alcuni oggi si chiedono che chance può avere una competitività ottenuta strizzando ancor più gli operai, il cui costo incide per non più del 7% sul prezzo finale del veicolo. Molti meno si sono chiesti che senso ha paragonare i 100 o 80 veicoli annui per addetto prodotti da Fiat in Polonia o in Brasile con i 30 degli stabilimenti italiani. A parte la differente complessità dei modelli e il differente confine tra fornitura esterna e fasi internalizzate, come si fa a paragonare la produttività di fabbriche che lavorano a pieno ritmo con quella di impianti dove le giornate di cassa sono più di quelle lavorate? La verità è che se Marchionne vuole vendere, o affittare, o dare in uso ad altri i suoi impianti, ciascuno dei quali farà capo a una diversa società, il valore aggiunto di una manodopera messa alle corde è molto maggiore di quello degli impianti dello stabilimento che li impiega. Ma le due cose sono indisgiungibili. È questo il feudalesimo aziendale a cui ci sta portando l'accordo di Mirafiori; quello che fa degli operai i nuovi «servi della gleba» dell'impresa globalizzata.
Marchionne e i suoi azionisti se riescono a portare a termine la scalata a Chrysler possono anche permettersi di mandare a fondo i lavoratori della Fiat, dopo averli legati con un accordo capestro ai loro rispettivi stabilimenti. Ne ricaveranno un aumento di utili e stock option. Ma chi vive del suo lavoro non può farlo. Però il futuro degli impianti, del knowhow e del lavoro che oggi fanno ancora capo a Fiat o al suo indotto non riposa più sull'industria dell'auto. I settori che hanno un avvenire sono quelli che conducono verso la sostenibilità: rinnovabili, efficienza energetica, ecoedilizia, riassetto del territorio, mobilità flessibile, agricoltura e alimentazione biologiche. Il tutto - tendenzialmente - a rifiuti e a km zero.
Ma la conversione ecologica dell'apparato produttivo e dei nostri consumi avrà ancora bisogno per un tempo per ora indefinibile di industria, economie di scala, grandi flussi di materiali, grandi impianti (il contrario dei chilometri zero) e di lavoratori impegnati, seppure in maniera più creativa e intelligente, su di essi. Sono temi ineludibili. Ma chi può mai lavorare a una prospettiva del genere?
Gli accordi capestro della Fiat avvicinano quello che un tempo era l'esercito dei «garantiti» alla condizione di un sempre più diffuso precariato. Mentre i temi e i modi in cui è andata crescendo la lotta contro la distruzione di scuola, università, ricerca e cultura fa di quel movimento, composto da precari attuali (ricercatori e studenti che lavorano per mantenersi agli studi) e futuri (milioni di giovani a cui è stato rubato il futuro), il segmento più organizzato dell'oceano del precariato italiano.
La domanda di saperi che non servano a costruire operatori, tecnici, insegnanti e ricercatori asserviti a datori di lavoro estemporanei o a imprese ed enti fantasma, dove nessuno avrà mai la sicurezza di un reddito né la possibilità di realizzare le proprie potenzialità, non traduce solo il rigetto della riforma Gelmini e la critica pratica delle forme e dei modi in cui la trasmissione dei saperi viene organizzata e finanziata. Esprime soprattutto la rivendicazione - che può farsi proposta, pratica attiva, percorso di realizzazione - di una riforma della ricerca e dei saperi che investa i contenuti della conoscenza, le sue le finalità, la frantumazione dei saperi in tanti ambiti disciplinari privati di qualsiasi consapevolezza. Per questo il tema centrale di ogni possibile riforma di scuola, università, saperi, cultura dovrebbe essere la conversione ecologica: una prospettiva che richiede l'integrazione di conoscenze sociali, tecniche, giuridiche, economiche, storiche con pratiche fondate sul confronto e la lotta, ma anche sulla capacità di fare proposta e di promuovere organizzazione. Pratiche che possono trovare punti di riferimento e di applicazione concreti nelle lotte dei precari, dei lavoratori delle fabbriche in crisi, dell'opposizione esplicita o soffocata (come i «sì» di Mirafiori) all'avvento del nuovo feudalesimo aziendale.
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ISTAT «Noi Italia», scatti di un paese alla deriva
Un giovane su cinque senza studio né lavoro
Roberto Tesi
Un'Italia in chiaro-scuro quella fotografata dall'Istat, ma con abbondanza di contrasti e purtroppo con una dominanza dello scuro. La ricerca Istat (si tratta del secondo anno di pubblicazione) presentata ieri si chiama «Noi Italia: 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo» e offre - come dichiara l'Istituto - «un quadro d'insieme dei diversi aspetti economici, sociali, demografici e ambientali del paese, della sua collocazione nel contesto europeo e delle differenze regionali».
Il dato più dolente, come al solito, è quello che riguarda il lavoro: in Italia un giovane su cinque nel 2009 non studiava né lavora: i ragazzi «non più inseriti in un percorso scolastico-formativo, ma neppure impegnati in un'attività lavorativa, sono più di due milioni, cioè il 21,2% della popolazione tra i 15-29 anni». Si tratta - aggiunge l'Istat - «della la quota più elevata a livello europeo». Un altro dato decisamente negativo è che quasi una donna su due non ha un'occupazione e neppure la cerca: il tasso di inattività femminile italiano nel 2009 era al 48,9%, il secondo livello più alto dell'Ue a 27, inferiore solo a quello di Malta. Eppure l'Italia avrebbe bisogno del lavoro dei giovani e della donne visto che è seconda (con 100 giovani ogni 144 anziani) solo alla Germania in termini di anzianità, con evidenti ricadute sulla spesa sociale.
Altro dato negativo: la distribuzione dei redditi: nel 2009, le famiglie in condizioni di povertà relativa sono il 10,8% delle famiglie residenti. In totale si tratta di 7,8 milioni di individui poveri, il 13,1% della popolazione residente. La povertà assoluta coinvolge il 4,7% delle famiglie, coinvolgendo 3,1 milioni di individui. Di più: nel 2008, circa il 61% delle famiglie residenti ha conseguito un reddito netto inferiore a quello medio (29.606 euro, circa 2.467 euro al mese). La distribuzione più diseguale si rileva in Sicilia, Campania, Lazio e Molise. Nel 2009, invece, il 15,3% delle famiglie presentava almeno tre delle difficoltà considerate nel calcolo dell'indice sintetico di deprivazione. E il panorama regionale mette in evidenza il forte svantaggio dell'Italia meridionale e insulare, con valori più che doppi rispetto alla media nazionale.
Nel 2009, il Pil pro capite ai prezzi di mercato è diminuito del 5,7% in termini reali rispetto al 2008, con un permanente e invariato divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord. In particolare, «il livello del Pil pro capite, misurato in parità di potere d'acquisto, è pari a 24.400 euro, valore che colloca l'Italia al dodicesimo posto della graduatoria europea, sopra la Spagna ma sotto Francia, Regno Unito e Germania rispettivamente di 1.000, 2.000 e 3.000 euro». L'Istat sottolinea che l'Italia è tra i Paesi dell'Ue caratterizzati da «un rapporto debito-Pil molto elevato: nel 2009 si è attestato al 116,0%, valore inferiore solamente a quello della Grecia». Quanto alla pressione fiscale, sempre nel 2009 si è attestata al 43,2%, «il valore più elevato dal 1997».
Sul fronte delle strutture produttive c'è un dato che illustra alla perfezione il perché delle difficoltà dell'Italia: si contano quasi 66 imprese ogni mille abitanti, a testimonianza del prevalere delle imprese di ridotte dimensioni. La dimensione media delle imprese italiane (circa 4 addetti) nell'Ue è superiore solo a quella di Portogallo e Grecia. La specializzazione dell'economia italiana è simile a quella della Germania, ma la composizione dimensionale è molto differente: in Germania prevale la grande impresa. E questo garantisce ricerca e innovazione diffuse. E, a proposito di spesa per ricerca e sviluppo, in Italia è pari all'1,23% del Pil, valore distante dai paesi europei più avanzati. La conclusione è che «il livello di redditività/competitività delle imprese italiane è pari a circa 125,5 euro di valore aggiunto ogni 100 euro di costo unitario del lavoro, più basso di quello registrato nel 2001. Il dato colloca l'Italia agli ultimi posti nella graduatoria europea».
Dove, invece, l'Italia primeggia è il tasso di motorizzazione: «è passato da 501 autovetture ogni mille abitanti nel 1991 a 604 nel 2009, con un incremento medio annuo pari all'1,0%». Neanche a dirlo, «uno dei tassi più alti al mondo e il secondo nell'Ue a 27». Non va meglio sul fronte della cultura. La spesa complessiva è agli ultimi posti nella Ue e «poco più di un italiano su due (55%) legge un quotidiano almeno una volta a settimana, poco più di uno su cinque utilizza Internet per leggere on-line o scaricare da Internet giornali, news o riviste. Quanto all'istruzione e alla formazione, l'Italia ha speso nel 2008 il 4,6% del Pil, valore inferiore a quello dell'Ue. E, dato tremendo, il 46% della popolazione ha conseguito come titolo di studio più elevato soltanto la licenza si scuola media inferiore. Un abisso con la media europea che è del 27,9%.

48,9%

IL TASSO d'inattività femminile, certificato dall'Istat. Questo dato ci vede sostenere un primato in Europa, il tasso d'inattività femminile è superiore solo a Malta. 4 GLI ADDETTI medi nell'impresa italiana. Abbiamo una struttura simile a quella tedesca per specializzazione, ma terribilmente sottodimensionata. Cosa che spiega le difficoltà della nostra industria.

 

TerraTerra
2020, tumulti per il pane
Marinella Correggia

Mentre gli aumenti dei prezzi delle derrate alimentari combinati con fenomeni speculativi provocano rivolte e cadute di governi in Nordafrica, un bando all'export alimentare in India e grandi guadagni agli Stati Uniti - i più forti esportatori agricoli al mondo - allarma anche nella prospettiva del 2020 un rapporto dell'organizzazione di ricerca Universal Ecological Funds presente negli Usa e in Argentina. Il rapporto, intitolato «The Food Gap. The Impacts of Climate Change on Food Production: A 2020Perspective», si basa su un'analisi dei documenti chiave pubblicati dall'Ipcc (il panel di scienziati climatici dell'Onu) e sostiene che quei tragici 2,4 gradi in più di temperatura terrestre che l'anno 2020 vedrà se continuiamo di questo passo, avranno ramificazioni negative sulla produzione alimentare globale, in un mondo al quale si saranno aggiunte 900 milioni di altre bocche umane, per arrivare a 7,8 miliardi. Così gli affamati potrebbero aumentare (ancora!): da uno su sette a uno su cinque. Particolarmente preoccupato, fra gli altri, il «Times of India», e non a caso: in questo scenario da business-as-usual l'India - il secondo produttore mondiale di riso e frumento - sarebbe fra i paesi più colpiti, con un 30% di riduzione dei raccolti. A livello globale, per le temperature più calde e l'accentuarsi della crisi idrica (sia il cambiamento della pluviometria sia per l'aumento della necessità di acqua), la produzione globale vedrebbe un deficit del 14% fra l'offerta e la domanda di frumento, dell'11% per quanto riguarda il riso e del 9% per quanto riguarda il mais. Solo la produzione di soia potrebbe registrare un surplus del 5% circa.
Un aumento di produzione del frumento dovrebbe interessare Cina, Usa, Canada e Argentina, mentre una diminuzione colpirebbe India, Egitto, Russia, Ucraina, Italia, Pakistan, Francia, Germania, Iran, Romania, Australia, Turchia, Regno Unito, Kazakhstan, Polonia e Spagna. L'aumento della produzione di riso dovrebbe riguardare Cina, Usa, Indonesia, Vietnam, Filippine, Giappone, Thailandia, Myanmar, Cambogia, Corea e Laos. La riduzione riguarderà invece India, Brasile, Egitto, Nigeria, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Sri Lanka e Madagascar.
I paesi che vedranno un aumento di produzione attesa di mais sarebbero: Cina, Usa, Indonesia, Canada e Filippine. Una diminuzione è invece attesa in India, Brasile, Egitto, Nigeria, Russia, Ucraina, Italia, Argentina, Francia, Germania, Romania, Sud Africa, Messico, Ungheria e Serbia.
Un aumento della produzione di soia è atteso in Cina, Usa, Indonesia, Brasile, Canada, Argentina, Vietnam, Giappone, Serbia, Paraguay, Bolivia, Uruguay e Corea del Nord. Una diminuzione è invece prevista in India, Nigeria, Russia, Ucraine, Italia, Iran e Sud Africa.
Etiopia a parte (ma il rapporto si sofferma sulla sua produzione di caffé...), l'Africa sarebbe messa peggio di tutti: nel 2025 potrebbe aver perso fino a due terzi della terra coltivabile, a causa della siccità. In America Latina è previsto complessivamente un calo fra il 2,5 e il 5 per cento di tutte le coltivazioni di frumento, riso, mais, e soia. Con ben minore impatto sociale soffriranno anche i paesi mediterranei: Italia, Francia e Spagna.
Si tratta ovviamente solo di stime e interpretazioni. Molto dipende già, e molto dipenderà nel 2020, da tanti fattori: l'impegno a ridurre drasticamente le emissioni e quindi l'aumento della temperatura, i modelli alimentari, i sistemi produttivi, la distribuzione del cibo e dei redditi, la lotta alle speculazioni sul cibo.

 
RITRATTO DI UN PAESE CHE (NON) VA
Galapagos

«L'Italia che va» è il titolo di una popolare trasmissione della radio dedicata alle cose buone del paese. Purtroppo c'è una Italia molto più ampia (quella descritta dall'Istat) che proprio non va. È un paese dicotomico nella distribuzione del reddito, spaccato tra Nord e Sud, nel quale lavorano pochi giovani e la maggior parte delle donne è incatenata al lavoro domestico che da alcuni anni viene nobilitato definendolo lavoro di «cura». È un'Italia che legge poco: sia libri che giornali. Un paese con livelli di abbandono scolastico tremendi: il 46% della popolazione ha solo la scuola media inferiore, contro una media europea inferiore al 30%. E oltre 2 milioni di giovani non cercano lavoro e non seguono processi formativi. Sono i cosiddetti «nè, né». O se preferite i «bamboccioni» come li definì Padoa Schioppa.
Ma perché esistono i bamboccioni? Perché c'è un enorme abbandono scolastico? Perché sono pochissime le donne che lavorano? A quest'ultima domanda si potrebbe rispondere citando il microscopico numero di asili nido. Ma, forse, non è solo questo, visto che c'è una cultura ancora dominante che «impone» ai bambini di crescere con le madri, mentre, «ovviamente», i padri vanno al lavoro. L'Istat con i numeri evidenzia i problemi, compito della politica risolverli. Ma chi lo fa? L'immagine che fotografa l'Istat è quella di un paese vecchio, non solo anagraficamente, visto che per ogni 100 giovani ci sono 144 anziani. Un paese che andrebbe rivoltato «come un pedalino» con una politica economica mirata a eliminare le diseguaglianze. Perché le statistiche (corrette) che l'Istat ci comunica mensilmente sulle forze di lavoro, sul tasso di disoccupazione inferiore a quello medio europeo, assumono un altro aspetto se correlate con le informazioni fornite ieri.
L'unica abbondanza che abbiamo in Italia è quella delle automobili (oltre 600 ogni mille abitati) e delle imprese (66 ogni mille abitanti). Il primo record è il frutto della mancanza di una politica del trasporto pubblico a favore del privato. E su questo punto le responsabilità della Fiat sono enormi. Il secondo aspetto è serissimo visto che consegna all'Italia una struttura produttiva simile a quella tedesca per specializzazione, ma diversissima per dimensione delle imprese che in Italia è di circa 4 dipendenti. Ancora una volta vale la pena ripetere che «piccolo non è bello»: le imprese microscopiche non fanno ricerca, innovazione e quando investono (ma non solo loro) lo fanno solo con innovazione di processo, cioè per sfruttare meglio e di più i lavoratori in una rincorsa al basso costo del lavoro che non potrà mai competere con quello dei paesi emergenti. Tutto questo richiederebbe una politica economica diversa, idee nuove, ma tutto quello che circola sono idee (quando ci sono) vecchie, di conservazione degli attuali rapporti di classe. E state certi che sommersi dalla vicenda Ruby, oggi i media parleranno molto poco dell'Istat. E ancora una volta Berlusconi tirerà un sospiro di sollievo.

 
LINGOTTO Con la cig ci sono 50 milioni di aiuti di Stato
Pomigliano, dove l'incubo «cassa» non finisce più
Francesca Pilla NAPOLI
NAPOLI
«Invito chiunque a svegliarsi alle 4,30 del mattino, stare in catena di montaggio e poi alle 13,30 dire soddisfatto: bene ora mi metto a tavola». Sebastiano D'Onofrio sintetizza così una delle nuove regole del modello Marchionne che sposta la mensa a fine turno, è un Rsu della Fiom e lavora da 22 anni alla lastrosaldatura dell'Alfa di Pomigliano, o meglio sarebbe dire ex Alfa perché qui a partire dal 2012 si costruirà la nuova Panda, reimportata dalla Polonia.
Lo scorso 22 giugno con il referendum-gemello di Mirafiori e con lo «spauracchio» di lasciare la produzione agli operai di Tychy, l'ad della Fiat ha detto ai lavoratori-terroni e sfaticati (nonostante i livelli di astensionismo si attestino ben al di sotto la soglia fisiologica) che se volevano i 700 milioni di euro d'investimenti dovevano abdicare ai loro diritti. Il 40% ha votato no, ma il 29 dicembre l'azienda è andata oltre, firmando con Fim, Uilm e Fismic l'accordo per istituire una newco ed estromettere dallo stabilimento la Fiom che potrebbe capeggiare il dissenso. «Per il momento il nostro morale è altissimo - dice D'Onofrio - non ci aspettavamo che tra gli operai di Mirafiori lo scarto tra favorevoli e contrari fosse di soli 9 voti. Se restano così le cose siamo fuori dalla fabbrica, ma noi siamo già pronti a battagliare legalmente e davanti i cancelli».
La prossima tappa è lo sciopero nazionale del 28, il presidio della Fiom fuori lo stabilimento inizierà alle cinque, poi alle dieci tutti nel centro di Pomigliano per il corteo. «Non abbiamo nessuna intenzione di accettare un nuovo caporalato - aggiunge Franco Percuoco altro delegato - l'azienda vuole scegliere le nuove Rsa della fabbrica per "eleggere" qualcuno che non dia fastidio, questa cosa non può essere legale». Ieri e fino a domani saranno gli unici tre giorni del mese, nel terzo anno di cig, in cui l'azienda ha deciso di riconvocare per due turni gli operai alle linee del Giambattista Vico: «Andremo avanti con volantinaggi e assemblee per spiegare cosa ci attende nelle prossime settimane», dice Percuoco. Di sicuro in cassa integrazione si resterà almeno fino ad agosto: «E questo dimostra come quando Marchionne afferma di non avere chiesto soldi allo stato fa solo propaganda - sbotta Maurzio Mascoli, segretario regionale Fiom - con la cig ci sono almeno 50 milioni a carico di regione e Inps». Nel nuovo contratto c'è anche lo straordinario «selvaggio» che può arrivare a 60 ore, e l'aumento annuo di 3740 euro è solo una magra consolazione: «giusto il dovuto per il lavoro extra e di notte», aggiunge Mascoli. Per D'Onofrio «Marchionne dovrebbe cambiare mestiere»: «Può fare il ministro dell'economia, speculare in borsa, ma un capitano d'industria deve vendere macchine. Mi dite senza mettere sul mercato modelli credibili, con le vetture che restano nei depositi che senso ha lavorare 18 turni?».
Ma chi ha firmato il contratto la pensa diversamente. Spiega il segretario regionale Fim Giuseppe Terracciano: «abbiamo aiutato i lavoratori a ripartire con in tasca una speranza per il futuro, questo sarà l'impianto del futuro dove dopo la Panda si potrà produrre qualsiasi cosa». E pazienza se il consenso tra i lavoratori è bassissimo e se i rappresentanti del no vengono, antidemocraticamente, messi alla porta: «È la legge - spiega Giovanni Sgambati segretario Uilm - Tra le posizioni della Fiom e quelle della Fiat siamo sempre stati in mezzo». Di sicuro con queste regole e con l'accordo "vergine" da firmare individualmente a Pomigliano si consumerà più di una battaglia.
Don Peppino Cambardella parroco della chiesa di San Felice, patrono di Pomigliano è molto preoccupato: «La mia grande paura è che si verifichino licenziamenti e discriminazioni contro chi ha votato no, tutti gli operai invece devono ricominciare a lavorare al più presto, senza eccezione». Don Peppino ha seguito tutte le fasi dell'accordo ed è sempre stato presente alle assemblee e alle manifestazioni, per primo ha denunciato il rischio che corrono i cassintegrati nell'essere esposti all'usura: «Con 700 euro al mese è naturale che le famiglie non riescano a tirare avanti, è un sottobosco che esiste, per questo dico di fare presto, ma non lasciare nemmeno un lavoratore per strada a qualsiasi sigla sindacale appartenga». Per il momento la cig è ancora lunga, ed è poco probabile che come previsto dal piano Marchionne il prossimo settembre inizi la nuova produzione, i lavori per riconvertire le linee non sono nemmeno partiti.

 
LA GRANDE CRISI
Tutti dietro Fiat Addio contratto
Federmeccanica adotta il «modello Marchionne» e lascia libera ogni azienda di scegliere tra contratto nazionale e accordo aziendale. Tutti spiazzati, la Fiom ne trae forza per lo sciopero del 28
Rocco Di Michele
Il contratto nazionale non c'è più. Almeno per i metalmeccanici. Questa è l'unica conclusione possibile dopo aver esaminato il comunicato con cui, ieri, Federmeccanica (l'associazione delle imprese del settore) ha chiuso la sua riunione.
La mossa di Sergio Marchionne - due «nuove società» per lo stabilimento di Pomigliano e le Carrozzerie di Mirafiori, fuori da Confindustria e Federmeccanica in modo da non dover applicare nessun contratto nazionale - ne aveva del resto minato la rappresentatività. La proposta di un «contratto per l'auto» era parsa subito una «mediazione» per prospettare il rientro della Fiat nell'associazione in un prossimo futuro.
Ieri, si diceva, lo strappo definitivo con il vecchio sistema contrattuale. Il testo va letto per bene. Il Consiglio ritiene che «il processo di flessibilizzazione e decentramento delle relazioni contrattuali, avvito con l'Accordo interconfederale del 2009 (non firmato dalla Cgil, ndr) e sviluppato con il contratto nazionale di categoria» vada «accelerato». Come? Integrando quell'accordo «con la previsione della possibile alternatività tra contratto specifico per determinate situazioni aziendali e contratti nazionali». Insomma, ogni azienda può scegliere di applicare quello che c'è oppure - come la Fiat - farsene un altro «con i sindacati che ci stanno». Un far west puro che rende patetico, oltre che contraddittorio, il successivo invito «all'apertura di un tavolo sulla rappresentanza che abbia come finalità quella di garantire regole certe per la stipula dei contratti». Una presa in giro mai vista in 65 anni: quali «regole certe» si possono stabilire se ogni impresa è legittimata a procedere come meglio crede?
Su questo punto la risposta della Fiom oscilla tra l'ironico e l'indignato: «nessuna delle nostre strutture si è mai sognata di dire che noi non la rappresentiamo; in Federmeccanica sì; c'è un evidente problema di completa inaffidabilità da parte delle imprese». Il ragionamento non fa una grinza: «chi rappresenta la stessa Confindustria se chi vuole può uscire o rientrare se e quando gli serve? E quali 'regole certe' si possono stabilire con chi vuol derogare persino a quelle appena sottoscritte con i sindacati più disponibili?». E infine «mettere in alternativa il contratto aziendale con quello nazionale lascia gli imprenditori da soli con i loro lavoratori. Li si fa morire per Fiat. E non credo che ne valga la pena».
Anche Cisl e Uil, in effetti, sono sembrate spiazzate - lì per lì - da questa decisione. Raffaele Bonanni, nel suo solito linguaggio approssimativo, ha richiamato le imprese a «non mettere il carretto davanti ai buoi», visto che «abbiamo un contratto (separato, ndr) che vale ancora due anni». Rocco Palombella (Uilm) ha protestato parlando di «posizione non condivisa». Ma la difesa del contratto nazionale, da queste parti, suono poco convincente, dopo tanta «disponibilità» verso i contratti aziendali. E soprattutto dopo il «carta bianca» affidato a Marchionne su Pomigliano e Mirafiori.
Dal testo di Federmeccanica si capisce perfettamente quale sia la «certezza» che le imprese ricercano: «regole e procedure impegnative per tutti i soggetti circa l'esercizio del diritto di sciopero». Abbattere le possibilità di «resistenza» del lavoro ai comando aziendali, questo è l'obiettivo non più nascosto. E chi se ne frega se quel diritto è sancito dalla Costituzione. Né sembra un caso che il ministro del welfare (un caso di «neolingua» orwelliana), Maurizio Sacconi, abbia ancora una volta magnificato la «svolta» Fiat che «apre la strada a ulteriori evoluzioni delle relazioni industriali e dei rapporti tra le organizzazioni». Rapporti «complici», aveva detto, o nessun rapporto.
La Fiom, com'è noto, risponderà con lo sciopero generale di categoria il 28 gennaio, allargato a tutte le forze sociali e appoggiato anche dai sindacati di base (Usb e Cobas). Per la Cgil, intanto, il segretario generale Susanna Camusso ha risposto quasi incredula: ««Se fosse vero quanto ho letto, Federmeccanica sbaglia per la quarta volta: dopo il contratto separato, dopo le deroghe, dopo l'idea di inventarsi un nuovo contratto». Domanda: cos'altro devono fare le imprese per convincere il più grande sindacato italiano a uscire dall'immobilismo?

Pro e contro
il nuovismo

BOMBASSEI
Sulla modifica del modello contrattuale con la previsione della possibile alternatività tra contratto nazionale e aziendale «sta lavorando la Federmeccanica» ma se l'associazione lo propone «sarà una roba di buonsenso». Lo afferma il vicepresidente della Confindustria Alberto Bombassei, precisando che l'associazione degli industriali è rispettosa dell'autonomia delle categorie.
CREMASCHI
«La proposta della Federmeccanica è un puro megafono delle posizioni della Fiat, è socialmente devastante ed è la fine formale del contratto nazionale», dice il presidente del comitato centrale della Fiom. «So bene che adesso ci spiegheranno che in questo o in quel paese del mondo si fa così ma la realtà è che si vuole semplicemente distruggere il sistema contrattuale e di diritti che c'è in Italia. Chi continua a illudersi che quella della Fiat sia un'eccezione ormai ha tutti i motivi per ricredersi. È in atto il più grave attacco ai diritti dei lavoratori italiani dal 1945 ad oggi».
CAMUSSO
«Ho letto l'intervento dell'a.d. Marchionne, spero ci sia davvero un'occasione in cui ci spiegano cos'è Fabbrica Italia». È quanto ha affermato segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a proposito della possibilità di estendere il modello Pomigliano e Mirafiori anche negli stabilimenti di Cassino e Melfi, ventilato da Marchionne.

 

 

L'Italia non cresce. Male l'occupazione. Ripresa incerta

di Galapagos

su il manifesto del 19/01/2011

 

Una buona notizia: «le prospettive di crescita dell'economia mondiale appaiono più solide e diffuse rispetto a tre mesi fa»: una notizia meno buona: in Italia «l'espansione del prodotto lordo conserverà il baso ritmo di crescita del 2010 - intorno all'1% - anche nel 2011 e nel 2012». E questo significa che che il Pil italiano aumenterà a un ritmo «inferiore a quello dell'area dell'euro». Infine una notizia decisamente brutta: in questo scenario «non si avrebbe una robusta ripresa dell'occupazione», mentre l'inflazione rialzerebbe un po' la testa e i prezzi al consumo si «attesterebbero sul 2% nel biennio 2011-2012». Questo è il nuovo quadro previsionale della Bankitalia che ieri ha pubblicato il tradizionale Bollettino economico».
Nel contesto dell'economia globale si conferma «la robusta crescita delle economie emergenti e, tra i paesi avanzati, della Germania». Inoltre, secondo via Nazionale «migliorano le valutazioni sulla dinamica dell'economia americana». Il quadro internazionale, tuttavia, non sembra in grado di fare da traino all'economia italiana. Anche perché, quasi certamente quest'anno la Germania (unica locomotiva d'Europa) dovrebbe tirare un po' il fiato dopo la crescita tumultuosa del 2010 che ha quasi riportato il Pil ai livelli pre-crisi, mentre per l'Italia - se tutto va bene - dovremo attendere il 2015 e probabilmente qualcosina in più per quanto riguarda il Pil pro capite.
Le prospettive sembrano la fotocopia del trend di tutti gli anni duemila: l'Italia cresce poco e, purtroppo meno, degli altri paesi dell'Unione europea. E il basso tasso di crescita non può non influenzare l'occupazione. La previsione, infatti, è per un arresto della distruzione di posti di lavoro e poi una mediocre crescita del numero degli occupati. A essere messi peggio sono i giovani che dovranno accontentarsi di lavori precari. Insomma, non c'è da stare allegri: in questa situazione probabilmente la distribuzione del reddito tenderà a peggiorare ulteriormente. A battere la fiacca è soprattutto la produzione industriale: «nella media del quarto trimestre del 2010 l'attività industriale avrebbe segnato un modesto calo». Dai dati più recenti a disposizione, aggiunge Via Nazionale, «trova conferma il ritardo con cui la produzione italiana sta risalendo verso i livelli precedenti la crisi nel confronto con le altre maggiori economie dell'area: lo scorso novembre - si legge - l'attività industriale in Italia risultava inferiore ai valori della primavera del 2008 di circa 18 punti percentuali, contro 10 e 7 punti in Francia e in Germania, rispettivamente». Che fare per crescere di più? Bankitalia non ha dubbi: «è essenziale che vengano rimossi gli ostacoli strutturali che hanno finora impedito all'economia italiana di inserirsi pienamente nella ripresa dell'economia mondiale».
Bankitalia è, invece, un po' più ottimista del governo per quanto riguarda i conti pubblici: «sulla base delle informazioni disponibili l'indebitamento netto si sarebbe portato al di sotto dell'obiettivo del 5% del prodotto». Negativo, però, che il miglioramento è conseguente alla riduzione delle spese in conto capitale. Per quanto riguarda, invece, il rapporto debito/Pil via Nazionale stima per il 2010 un aumento al 119% circa dal 116% del 2009 (118,5% la stima del Governo). «Parte di tale aumento - si legge nel Bollettino - che è inferiore a quello stimato per il complesso dei paesi dell'area euro dalla Commissione Ue.
Preoccupano, invece, le tensioni sul debito pubblico sovrano di alcuni paesi dell'area dell'euro. «Negli ultimi mesi del 2010 i rendimenti dei titoli pubblici a lungo termine nelle maggiori economie avanzate sono gradualmente aumentati. Dall'inizio di novembre sono tornate a inasprirsi le tensioni sui mercati del debito sovrano di alcuni paesi dell'area dell'euro, dopo un temporaneo allentamento in ottobre. Vi hanno concorso timori di contagio innescati dalle gravi difficoltà del sistema bancario irlandese. I differenziali di rendimento dei titoli di Stato decennali di Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, rispetto a quelli tedeschi, hanno segnato un deciso aumento (...). Nella seconda settimana di gennaio le pressioni si sono mitigate». Le conclusioni dell'analisi di Bankitalia non sono univoche: lo scenario ha forti elementi di incertezza. In senso negativo le tensioni sulla solvibilità dei debiti sovrani in alcuni paesi potrebbero riflettersi in un aumento dei costi di finanziamento anche per il settore privato. In senso positivo, perché la crescita della domanda mondiale potrebbe rivelarsi più vigorosa di quella ipotizzata del 7%.

In piazza anche le tute blu dei sindacati di base (Usb)
Non solo Fiom. Come già preannunciato la scorsa settimana, l'esecutivo nazionale dell'Unione Sindacale di Base (Usb) ha deliberato lo sciopero nazionale del settore metalmeccanici, proclamato per l'intera giornata del prossimo 28 gennaio. «Usb parteciperà alle manifestazioni che nella giornata dello sciopero si svolgeranno in tutta Italia». Lo sciopero è indetto a sostegno delle rivendicazioni dei metalmeccanici, naturalmente «a partire dalla vertenza Fiat, ed a difesa delle condizioni di lavoro, del contratto nazionale e della democrazia nei posti di lavoro». Come per lo sciopero nazionale dei lavoratori del trasporto pubblico locale - 26 gennaio - e le altre mobilitazioni in atto, «per Usb l'azione di lotta dei metalmeccanici è interna al percorso di preparazione di uno sciopero generale che coinvolga tutti i lavoratori, generalizzando la piattaforma rivendicativa ed estendendo la partecipazione attiva a tutti i soggetti collettivi che operano nel sociale e sui territori».
 
PERCHÉ STIAMO CON GLI OPERAI DI MIRAFIORI
Un patrimonio comune di diritti da salvare

«Che viso avrà, a chi somiglia, di quale potrei essere amica...». Cominciava così la bella introduzione di Rossana Rossanda al libro (Una storia Tante storie. Operaie della Bloch a Reggio Emilia 1924-1978) sulla fabbrica fallita nel 1978 dopo oltre 50 anni di presenza sul mercato della calzetteria, dopo aver visto la presenza e la crescita di varie generazioni di donne e 3 anni di lotte per evitarne la chiusura. I visi delle operaie e operai Fiat li abbiamo visti in questi giorni davanti ai cancelli o nel centro di Torino a dispensare volantini, spiegare le ragioni del loro voto al referendum/ricatto voluto dall'amministratore delegato Sergio Marchionne e dall'azienda. Visi tirati dalla preoccupazione, dalla paura: «Sappiamo che è un ricatto, ma il rischio che non faccia l'investimento a Torino, non possiamo correrlo: abbiamo figli, il mutuo». Altri e altre gridano che non è giusto cedere, non si possono accettare limitazioni di diritti fondamentali: la rappresentanza sindacale, lo sciopero, mentre sono previste ritorsioni durante la malattia, la cancellazione di contratti e il peggioramento della condizione di vita e della salute con l'aumento dei turni e degli orari. Chiedono di contrattare, non di subire le scelte che riguardano la loro vita.
Li abbiamo visti grazie alla Fiom che ha detto no a un simile ricatto. Li abbiam visti qualche mese fa a Pomigliano. Erano anni che non si parlava di loro, ridotti a figure marginali. Non creava scandalo sentire definire il lavoro: interinale, intermittente, a tempo determinato; lavoro sempre più scarso, meno sicuro, con meno diritti. Dove la decantata flessibilità introduceva la precarietà che ha sconvolto e impoverito la società, ha reso le persone uguali a merci, ha tolto alle nuove generazioni anche il diritto di sperare nel futuro.
Noi delegate e delegati tessili abbiamo vissuto un'altra stagione, un tempo in cui le grandi aziende, oltre alla fatica e ai problemi consentivano esperienze comuni, lotte di emancipazione economica e dalla subalternità (sopratutto per le donne). Il lavoro non solo come necessità di affrancarsi dalla povertà, ma come avanzamento verso l'uguaglianza, le richieste di scuole per l'infanzia, le mense, il controllo della salute. Si arrivava ad affezionarsi alla macchina e al prodotto che si contribuiva a realizzare.
C'era l'orgoglio operaio (come abbiamo visto scritto sulle maglie dei lavoratori Fiom ai cancelli). Tutte rose? Ovviamente no! Avevamo Maramotti precursore di Marchionne, alla Max Mara il sindacato, le lavoratrici erano ostacolate nell'esercizio dei diritti che nelle altre fabbriche erano condizioni e relazioni normali. Le condizioni di lavoro determinate dal cottimo hanno rappresentato umiliazioni, divisioni, problemi di salute (vedi le testimonianze nel libro Lavorare e vivere a Max Mara del 1987). Abbiamo vissuto il tempo della soggettività operaia, del protagonismo delle donne e attraverso le lotte, la conquista di diritti fondamentali aggrediti pesantemente negli ultimi 30 anni. I processi di ristrutturazione che a metà degli anni Settanta hanno ridimensionato le grandi aziende e prodotto il famoso «piccolo è bello», sconvolgendo l'apparato produttivo, riducendolo alle miriadi di piccole aziende che oggi, oltre ad aver ridotto i diritti ne ha indebolito la possibilità di competere in questo selvaggio sistema che è la globalizzazione. Queste nostre considerazioni vogliono dire che non c'è un solo modo di affrontare i problemi. Che le imposizioni, solo perchè si è in posizioni dominanti e privilegiate, non costruiscono buone relazioni, né sviluppo equilibrato, né la sbandierata modernità. L'atteggiamento Fiat, con il ricatto «votate si altrimenti chiudo», è l'affermazione più antica che le lavoratrici e i lavoratori conoscono. Come le disparità di reddito che questi manager incarnano; antiche nella modalità, scandalose nella quantità. Disparità che fa il paio con il concetto di modernità di questo governo e di molti politici: chiedere a chi lavora di accettare sacrifici e aumento di produttività, straordinario non contrattato, riduzione delle pause. Mentre nel nostro Paese si registra il più alto numero di parlamentari, ministri, sottosegretari, i compensi più alti al mondo a fronte della più bassa presenza in parlamento e dei peggiori risultati sociali ed economici a livello europeo.
A tutto questo, si aggiunge la divisione a sinistra nell'esprimere una valutazione sull'attacco portato a chi lavora. Il Pd ha preferito non prendere posizione a favore delle lavoratrici e dei lavoratori perché diviso e perché non li ritiene più soggetto di riferimento fondamentale. A Reggio Emilia si sono scomodati 24 sindaci (tra loro diverse sindache purtroppo) del Pd che hanno invitato a valutare nuove relazioni sindacali basate sulla presenza dei dipendenti nei cda (alla tedesca, dicono) o la loro presenza nel capitale tramite fondi finanziari (all'americana). Consigliamo loro di approfondire meglio le differenze tra le realtà citate e la reale situazione del nostro Paese. Altro consiglio: valutino meglio le condizioni di lavoro, i diritti e il salario di chi lavora nelle cosiddette cooperative a cui affidano pezzi di servizi pubblici. Li esternalizzano proprio perché il costo del lavoro è inferiore. A scapito di chi? È forse tale contraddizione che ha impedito un giudizio severo sull'atto d'imperio di Marchionne?
Il voto a Mirafiori ha dato un risultato chiaro. La risicata maggioranza dei sì non dà carta bianca alla Fiat e ai sindacati che hanno firmato l'accordo di cancellare diritti e democrazia così duramente conquistati. Hanno detto no in maggioranza i lavoratori e le lavoratrici che avrebbero dovuto subirlo sulla loro pelle. È con loro che stiamo, partecipando a tutte le iniziative di lotta che nei prossimi giorni decideranno, a partire dallo sciopero che in Emilia sarà il 27 gennaio.
Marisa Iori (delegata calzificio Bloch), Edda Montecchi (delegata Confit confezione), Franco Spaggiari (delegato Max Mara), Anna Scappi (delegata Max Mara), Paola Vezzosi (delegata Max Mara), Paola Tirelli (delegata Coop.Nord Emilia), Piera Vitale (delegata calzificio Bloch)


«Dignità, Marchionne»

di Francesco Paternò

su il manifesto del 19/01/2011

Intervista a Maurizio Landini (Fiom)

Maurizio Landini, cosa rispondi a Sergio Marchionne quando nell'intervista a Repubblica promette partecipazioni agli utili per i lavoratori?

Credo, intanto, sarebbe importante che i lavoratori potessero partecipare e trattare sulle condizioni di lavoro e sui modelli organizzativi utilizzati. La realizzazione delle persone nel lavoro non passa semplicemente attraverso i soldi.


Per Marchionne «l'auto nel mondo si fa così» e «chi viene in fabbrica lo sa».

Non è assolutamente vero che questo sia l'unico modo di produrre. Primo, c'è un problema che riguarda anche la progettazione delle linee, sarebbe importante che si pensasse a questo, oltre che a studiare le nuove automobili. Secondo, per esempio in Germania, non è vero che i metodi di lavoro siano questi. Terzo, la Fiat impedisce con questo accordo la possibilità di poter contrattare i carichi di lavoro e introduce un elemento che non esiste né in Italia né in nessuna altra parte d'Europa, cioè l'impedimento della possibilità di contestarli e di negoziare i contenuti e le quantità di lavoro.


Nell'intervista, il manager parla di «discorso chiuso» a Mirafiori, ma di non aver cercato una «rottura».

La cosa vera è che la Fiat non ha mai fatto nessuna vera trattativa. Si è semplicemente presentata prima a Pomigliano e poi a Mirafiori dicendo o così, o me ne vado. Con l'idea di cancellare non solo il contratto nazionale ma l'esistenza stessa della libertà dei lavoratori di contrattare la loro condizione.


Per Marchionne, è stata la Fiom a non «aver capito la scommessa».

No. La Fiom ha capito talmente bene cosa stava succedendo che ha chiesto di fare una trattativa. In gioco non è l'esistenza della Fiom, ma l'esistenza della contrattazione collettiva e della libertà delle persone che lavorano.


Il manager ribadisce che diritti e «protezioni costituzionali» non sono stati toccati.

Basta leggere l'accordo. 1) La Fiat non si associa più a Confindustria; 2) non esiste più il contratto nazionale di lavoro; 3) si limita il diritto di sciopero, cioè siamo a una lesione costituzionale; 4) si cancella la contrattazione perché non esistono più i delegati eletti dai lavoratori, ma nominati; 5) esistono i sindacati che decide Marchionne, si è perfino inventato l'associazione quadri; 6) siamo in presenza di un aumento dell'orario e di mano libera nella gestione della impresa della forza lavoro.


Per voi un unico complimento tra virgolette: la «Fiom ha costruito un capolavoro mediatico».

Mi pare che sia la Fiat a essere proprietaria di due giornali, che abbia speso una grande quantità di soldi per campagne pubblicitarie e che abbia una qualche influenza anche sui media televisivi. La vera nostra forza è stata quella di parlare delle reali condizioni di vita e di lavoro delle persone. Ciò che ha fatto saltare il coperchio è stato il no dei lavoratori di Pomigliano, i lavoratori licenziati a Melfi che non hanno accettato di essere pagati senza lavorare e oggi la dignità e il coraggio dei lavoratori di Mirafiori. Chi è riuscito a parlare al paese è stata la dignità del lavoro, Marchionne l'ha messa in discussione.


Sostiene che la Fiom ha solo obiettivi politici, al contrario del sindacato statunitense Uaw.

Se lui pensa di trasportare un modello di un sindacato che non ha alcun ruolo contrattuale, noi lo rifiutiamo. Siamo in Europa e facciamo il sindacato che contratta. Ma la cosa che trovo davvero straordinaria è che continui a dire che non spiegherà mai l'intero piano, ma lo farà pezzo per pezzo e tutti devono essere d'accordo. Nel silenzio di governo e forze politiche.


Nell'intervista dice di voler provare a recuperare quei tanti no. Si governa una fabbrica con il 50 per cento?

Sono d'accordo con lui. Dice anche che vorrebbe recuperare quelli che hanno detto sì per paura. Ciò dimostra che sa perfettamente che la maggioranza dei lavoratori in Fiat non sono d'accordo e la cosa più saggia che dovrebbe fare è riaprire una trattativa. Sono convinto che senza il consenso di chi lavora alle linee, le fabbriche non funzionano.


Come andrà a Melfi e a Cassino, dove la Fiat vuole estendere l'accordo?

E' sbagliato e ci auguriamo che si fermino. In caso contrario metteremo in campo tutte le iniziative giuridiche contrattuali e sindacali per contrastare l'estensione di questo modello.


Ha smentito nuovamente una vendita dell'Alfa Romeo.

Marchionne continua anche a dire che vuole arrivare al 51 per cento della Chrysler al più presto. Per farlo, ha bisogno di soldi e non so dove possa trovarli. Discutere del piano industriale significherebbe capire con trasparenza anche quali sono le scelte che intende compiere.


 

"Tutti in piazza il 28 Gennaio!"

di Maurizio Landini

su altre testate del 18/01/2011

 

"Lo straordinario risultato di Mirafiori, frutto del coraggio e della dignità delle lavoratrici e dei lavoratori della Fiat, parla a tutto il paese. Dice che è necessario difendere insieme il lavoro, i diritti e la democrazia, perché sono la condizione per un nuovo modello di sviluppo e per una nuova giustizia sociale nelle fabbriche e nel paese.

Per questo, il 28 di gennaio è importante che allo sciopero generale dei metalmeccanici partecipino anche tutte le persone che ritengono che in questo momento la lotta dei lavoratori di Mirafiori e Pomigliano è una lotta generale. Ed è per questo importante sostenere anche gli appelli che sono stati lanciati, a partire da quello di MicroMega, in cui le persone, qualsiasi idea abbiano e qualsiasi posizione sociale ricoprano, si esprimano a fianco della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori Fiat.

Credo che sia un atto di civiltà perché siamo di fronte a una fase che mette a nudo queste questioni. Del resto c'è una lontananza e una latitanza del governo e della politica dal lavoro, e invece a partire dalla dignità e dal coraggio dei lavoratori di Mirafiori è possibile aprire una fase nuova.

Per questo, oltre a invitare tutti a partecipare il 28 alle manifestazioni che si faranno regione per regione in occasione dello sciopero generale dei metalmeccanici, credo che sia importante sostenere queste lotte firmando gli appelli di sostegno che sono stati promossi, a partire da quello di MicroMega".


 

INTERVISTA-repubblica.it 18 gen2011

"La mia sfida per la nuova Fiat
salari tedeschi e azioni agli operai" 

Marchionne: ma l'intesa Mirafiori non si tocca e verrà estesa. "Nessun diritto intaccato, ma non si può beneficiare di un contratto se non si è contraenti"

di EZIO MAURO TORINO - DOTTOR Marchionne, lei ha vinto il referendum, ma mezza fabbrica le ha votato contro. Eppure era in ballo il lavoro, il posto, il destino di Mirafiori. Si aspettava questo risultato?"Io so che il progetto della Fiat è passato, perché ha convinto la maggioranza. Questo è ciò che conta. Per il resto, chi è stato qui con me fino alle tre e mezza di notte, venerdì, sa che non ho mai dato il risultato per scontato. Anzi, le confido una cosa. Quando me ne sono andato a casa per provare a dormire (poi sono stato sveglio fino alle sei e mezza del mattino) ho lasciato sul tavolo due comunicati. Uno se prevaleva il sì. L'altro se vinceva il no".

E davvero in caso di sconfitta la Fiat sarebbe andata via da Mirafiori?
"Non c'è alcun dubbio. E non certo per una ridicola rivincita. Semplicemente, non avremmo avuto altra scelta".

Ma si possono mettere i lucchetti ad una fabbrica per una sconfitta sindacale, e non per una legge di mercato?

"Ma lei sa quanta legge di mercato ci sarebbe stata dietro quella scelta? Di cosa stiamo parlando? Non è un problema di lucchetti e tantomeno di muscoli. Cosa dovevo fare? Avrei detto venga qui chi vuole, chi è più bravo di me, usi questi spazi per far meglio. Ma io certo non mi sarei seduto a rinegoziare con il sindacato".

E perché no, se magari si intravedeva la strada di un accordo?
"Perché questo contratto

c'è già a Pomigliano, e io non posso avere due sistemi diversi per la stessa azienda e lo stesso lavoro".

E adesso che invece ha vinto, non le viene in mente di sedersi a un tavolo e allargare il consenso, recuperando quella metà di fabbrica che non ci sta, come le chiedono in molti?
"Più che altro, io non capisco. Non sono un ingenuo, ma sinceramente non capisco. E' la logica del retrade, del negoziato continuo per il negoziato, non per arrivare a un risultato. Sono allibito. Mi dispiace, ma sabato mattina alle sei le urne hanno detto che il sì ha avuto la maggioranza. Il discorso è chiuso, anche se dentro quella maggioranza molti cercano il pelo nell'uovo".

E' più di un pelo, e lei lo sa bene. Senza gli impiegati il sì sarebbe passato con uno scarto di appena 9 voti. Cosa vuol dire questo?
"Niente. Possiamo esercitarci all'infinito, togliere i lavoratori alti, quelli bassi, quelli coi baffi. Conta il saldo, cioè il risultato, nient'altro".

Ci sono due questioni dentro quel saldo. Tra i 440 impiegati, 300 sono capi, 40 sono della direzione del personale. Tra gli operai, al Montaggio e alla Lastratura, le lavorazioni in linea dove si scaricano gli effetti delle nuove condizioni di lavoro previste dall'accordo, ha vinto il no. Cosa ne pensa?
"Il referendum non l'ho chiamato io (anche se avrei partecipato volentieri, spiegando ai lavoratori le ragioni dell'accordo) né sono io che ho fatto le regole. Per me Mirafiori ha deciso, e io sto al risultato, che è un risultato molto importante".

Lei ha detto che è una svolta e una prova di fiducia. Che fiducia, con un lavoratore su due che dice no?

"Senta, se vuole che le dica la mia valutazione non sul risultato, ma sulla campagna che lo ha preceduto, è presto fatto: la Fiom ha costruito un capolavoro mediatico, mistificando la realtà, ma ci è riuscita. Noi, che siamo presenti in tutto il mondo, con una forza di 245 mila persone, ebbene dal punto di vista culturale siamo stati una ciofeca, la più grande ciofeca, e la colpa è soltanto mia".

Perché?

"Perché ho sottovalutato l'impatto mediatico di questa partita, ho sottovalutato un sindacato che aveva obiettivi politici e non di rappresentanza di un interesse specifico, come invece accade negli Usa. Vede, io sono convinto che le nostre ragioni sono ottime. Ma non sono riuscito a farle diventare ragioni di tutti. Mi sembrava chiaro: io lavoratore posso fare di più se mi impegno di più, guadagnando di più. E invece ha preso spazio la tesi opposta, l'entitlement, e cioè il diritto semplicemente ad avere, senza condividere il rischio. Ma questo va bene per uno statale, non per un'azienda privata che deve lottare sul mercato".

Non crede che invece a spiegare il 46 per cento di no ci sia la convinzione che l'accordo chiede di scambiare il lavoro coi diritti?
"Lei deve pensare che non siamo fessi, e nemmeno arroganti. Il contratto firmato contiene tutte le protezioni costituzionali. Le dico di più: io, Sergio Marchionne, non voglio togliere nulla di ciò che fa parte dei diritti dei lavoratori. Ma guardi che qui si parla d'altro: la Fiom è scesa in guerra non per i diritti, ma per il suo ruolo di minoranza bloccante, perché qui salta l'accordo interconfederale secondo cui chi non ha firmato beneficia delle protezioni del contratto senza mai impegnarsi a rispettarlo".

Si può dire in modo opposto: i lavoratori hanno il diritto di scegliersi i rappresentanti che vogliono, e non solo quelli che hanno firmato l'accordo con l'azienda, per di più nominati dai vertici sindacali e non dalla base. Cosa risponde?

"Lo dica pure così, e io le dico che in qualsiasi sistema legale non puoi beneficiare di un contratto se non sei contraente, se non ti metti in gioco e non ti assumi le tue responsabilità di fronte a quelle della controparte. Insomma, non puoi andare a ufo".

Ma lei cercava la rottura o ha davvero provato a trovare un accordo?
"Perché avrei dovuto volere la rottura? Quel che volevo rompere era questo sistema ingessato, dove tutti sanno che noi imprese italiane siamo fuori dalla competitività, non possiamo farcela, eppure tutti fanno finta di niente. Ho tirato avanti per quasi sette anni, poi una notte ad aprile mi sono detto basta. Io metto sul piatto 20 miliardi, accetto la sfida, ma voglio che quei soldi servano, dunque voglio garantire la Fiat e chi ci lavora. Cambiamo le regole per garantire l'investimento attraverso il lavoro. E' l'unica strada. Non solo: a dire il vero è l'ultima strada".

Poi?

"Poi ho cominciato a parlarne, non con la politica ma con i miei e con il sindacato. Ma ho capito che eravamo sopra una torre di Babele. Io parlavo una lingua, loro un'altra. Tutti facevamo riferimento alla realtà: ma io alla realtà di oggi, così com'è nel mondo globale, la Fiom alla realtà del passato, quella che si è trascinata fin qui impantanandoci fino al collo, come Italia".

Lo sa che lei si è mangiato un patrimonio trasversale di consenso, accumulato negli anni in cui ha salvato la Fiat?
"Non sapevo di averlo, non ne ho visto i benefici, e in questa trattativa non mi sono accorto di avere alcun credito, in Italia. Questo mi spiace, non per me, ma perché evidentemente non sono riuscito a far capire certe cose alla mia gente".

Sta dicendo che ha sbagliato?
"Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004: giravo tutti gli stabilimenti, e poi quando tornavo a Torino il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere quel che volevo io, le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Cose obbrobriose, stia a sentirmi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e a farli vivere in uno stabilimento così degradato? In più, la Fiat era tecnicamente fallita, se il fallimento significa non avere i soldi in casa per pagare i debiti. Perdevamo 2 milioni al giorno, non so se mi spiego. E invece sette anni dopo abbiamo ribaltato lo schema, l'animale è vivo, il patto che associa Fiat e lavoratori è vitale e va al di là del contratto in questione. C'era prima di me e oggi sappiamo che ci sarà dopo di me. Anzi tutta questa personalizzazione è fuorviante. Perché se Marchionne fosse il problema, basterebbe poco. Ma tolto Marchionne, il problema resta".

Resta anche l'idea, in molti, che Marchionne non creda molto in Torino: è così?
"Guardi, io non ho mai fatto un investimento di così pessima qualità per l'azienda come quelli di Mirafiori e di Pomigliano. Vuol dire crederci, questo, o che altro?"

Vuol dirmi che l'accordo contestato dalla Fiom non soddisfa nemmeno chi lo ha scritto e firmato?
"Voglio dirle che in qualsiasi parte del mondo mi avessero sottoposto un accordo con queste condizioni io mi sarei alzato e me ne sarei andato. Tra Natale e Capodanno ho inaugurato con il presidente Lula uno stabilimento a Pernabuco nel Nordeste brasiliano: bene, l'accordo è un'ira di Dio per copertura finanziaria, concessione dei terreni, condizioni fiscali, come capita anche in Serbia".

E' come se lei dicesse che da noi manca lo Stato, a creare queste condizioni per l'investimento, no?
"Ma lo Stato ci ha incoraggiati. E che dire del sindacato? Una parte del sindacato è mancata molto di più, perché non ha capito la scommessa, non si è messa in gioco incalzando l'azienda sullo sviluppo, come Solidarnosc che in Polonia, quando ho spostato la Panda a Pomigliano, è venuto a chiedermi il terzo turno".

Il dubbio sull'impegno in Italia riguarda anche la famiglia Agnelli, lo sa?
"Io non ho mai conosciuto l'Avvocato ma mi sono letto per bene la storia della Fiat. E le dico che se c'è un momento in cui la famiglia fa le cose giuste è proprio questo. Hanno varato l'aumento di capitale nel 2003 quando l'azienda era morta, l'hanno salvata con soldi propri, non dello Stato. E oggi stanno cercando di darle un futuro senza mettere i piedi nella gestione politica del Paese, ma restandone ben fuori".

Lei con l'operazione Chrysler li ha liberati dal vincolo centenario con l'automobile italiana, ma anche dal vincolo di responsabilità con il Paese: è così?
"No. Garantiscono la continuità di un capitale intelligente, mettendolo a rischio e affidano la responsabilità di gestione a Pinco Pallino, seguendolo e appoggiandolo. Mi lasci dire che non è un comportamento molto italiano. Tenga conto che hanno trent'anni, un arco temporale molto lungo davanti, sono cresciuti e hanno studiato fuori, come John".

Anche lei è molto poco italiano: nella biografia o nelle scelte?
"Questa è la cosa che mi fa incazzare di più. "Manager canadese", è l'ultima di tutta una serie che arriva a dipingermi addirittura come anti-italiano, pur di minare la mia identità di manager. Io ho il passaporto italiano, esattamente come lei. Rispetto lo Stato, il Paese e soprattutto i lavoratori, perché credo sia giusto".

Ma per lei non si possono negoziare insieme produttività e tutela dei diritti acquisiti?
"Sì, i diritti personali e sociali, ma non le inefficienze".

Quindi lei ha firmato l'accordo per Mirafiori - che altrove non avrebbe firmato - solo perché è italiano?
"Diciamo per la sfida-Italia. E badi che non voglio affatto far politica, sia chiaro, anzi credo che in questa vicenda ci sia stato un sovraccarico ideologico. Ma ecco il ragionamento che ho fatto. Fiat ha un privilegio rispetto ad altre aziende: ha un'alternativa, può produrre qui o in altri Paesi, dove vuole. Ma io sono convinto che se riusciamo a condividere l'obiettivo, possiamo cambiare l'azienda e renderla davvero competitiva. Ci sono strade più corte e più facili fuori dall'Italia. Ma io e John abbiamo deciso di prenderci la sfida, e non accettare il declino. Si può fare, dunque si deve fare".

Se l'accordo è condiviso, lei dice: e quel 50 per cento di no?
"Questo è il mio compito, e comincia adesso. Devo recuperarli, comunque abbiano votato, e portarli dentro il progetto. Ci sono due voti che mi preoccupano: quello di chi ha votato no su informazioni sbagliate e quello di chi ha votato sì per paura. Voglio convincerli, spiegare chi sono. E' impossibile che negli Usa dicano che gli ho salvato la pelle e qui la pelle vogliano farmela".

Non crede che ci sia chi ha votato no semplicemente perché vede una compressione dei diritti legati al lavoro?
"Non abbiamo compresso alcun diritto".

Le pause, la rappresentanza, lo sciopero, la malattia: qui le condizioni cambiano.
"Un conto è parlarne da fuori, politicamente, un conto è parlarne in fabbrica. La rappresentanza, oggi un lavoratore su due a Mirafiori sceglie di non averla non iscrivendosi a nessun sindacato. Cambiano le pause, ma abbiamo fatto un gran lavoro per rendere meno pesante il lavoro in linea, e lo faremo ancora. Il no allo sciopero riguarda solo gli straordinari, è un obbligo contrattuale. Sulla malattia interveniamo solo sui picchi di assenteismo".

A Melfi, la metà dei lavoratori ha "ridotte capacità lavorative" per i lavori in linea: non crede che queste nuove condizioni che lei minimizza pesino?
"Non credo, ma voglio anche dirle che noi facciamo automobili e l'auto nel mondo si fa così. Chi viene in fabbrica lo sa".

Ma ha il diritto di sapere anche se l'investimento che lei promette ha un futuro: cosa risponde, con un'assenza di nuovi modelli e la quota di mercato Fiat che in Europa si riduce del 17 per cento?

"Staccata la spina degli incentivi, il mercato va giù. Lo sapevamo. Aspettiamo che si svuoti il tubo, nella seconda metà del 2011, e vediamo. Per quel momento avremo la nuova Y e la nuova Panda. Sta arrivando tutta la gamma Lancia, rifatta con gli americani, la Giulietta è appena uscita, la Jeep verrà prodotta qui in 280 mila esemplari all'anno, per tutto il mondo. E grazie a Chrysler, l'Alfa arriverà in America, con una rete di 2 mila concessionari, e farà il botto".

Dunque non la vende?

"Fossi matto. E' roba nostra".

E i veicoli industriali?
"Manco di notte. E l'arroganza tedesca, gliela raccomando. Quando volevo comprare Opel, non me l'hanno data perché ero italiano..."

Al lavoratore italiano cosa porta Chrysler?
"La possibilità di fare sistema. Per ottenere i nuovi volumi produttivi, avrei dovuto creare nuovi stabilimenti in America. Invece utilizzo tutte le fabbriche del sistema, porto qui le lavorazioni e metto il know how Fiat a disposizione di Chrysler. Gli impianti girano, i costi si ammortizzano, la gente lavora".

Ma il costo del lavoro che voi riducete con l'accordo pesa solo il 7 per cento sul costo complessivo di un'auto: lei come garantisce che sta lavorando per migliorare anche quel 93 per cento restante?

"Quel 93 per cento che lei cita ha proprio a che fare con il costo di utilizzo di ogni impianto. Fatemelo migliorare e alzerò i salari. Possiamo arrivare al livello della Germania e della Francia. Io sono pronto".

Anche alla partecipazione dei lavoratori agli utili?
"Sì, e le dico che ci arriveremo. Voglio arrivarci. Ma prima di parteciparli, gli utili dobbiamo farli".

Mi pare di capire che dopo Pomigliano e Mirafiori il nuovo contratto investirà anche Melfi e Cassino: è così?
"Non c'è alternativa. Non possiamo vivere in due mondi. Io spero che, visto l'accordo alla prova, non vorranno vivere nel secondo mondo nemmeno gli operai".

Cosa resterà di italiano nelle nuove auto prodotte a Mirafiori?
"Il Centro Stile rimane qui, dunque il design, ma anche i progetti, le piattaforme di origine: la piattaforma della Giulietta è nata qui, è stata riadattata negli Usa adesso torna qui per fare da base ai Suv Jeep e Alfa. E la motoristica è qui".

E la testa?
"Bisognerà abituarsi al fatto che avremo più teste, a Torino, a Detroit, in Brasile, in Turchia, spero in Cina. E un cuore solo. Così rimarranno vive quelle quattro lettere del marchio Fiat. Vediamole. Fabbrica: produciamo ancora, vogliamo produrre di più. Italiana: siamo qui, e non vendiamo nulla. Automobili: resta il cuore del business. Torino: se ha dei dubbi, apra la mia finestra e guardi fuori".


«La Fiat non ci piegherà». Gara di dignità operaia

di Loris Campetti

su il manifesto del 18/01/2011

Mirafiori vista dall'operaio Antonio

«Hai visto? Per festeggiare il 150° dell'Unità abbiamo rifatto l'Italia: Pomigliano e Mirafiori uniti nella lotta». Antonio Di Luca è uno dei motori della fabbrica partenopea che per prima ha messo un bastone tra le ruote della macchina da guerra di Marchionne. Al manifesto ha già raccontato la sua storia e la sua vita in occasione del primo referendum, quello napoletano in cui gli operai hanno votato al 40% contro il ricatto Fiat. Giovane, padre di due bambini, moglie senza lavoro. Il suo è l'unico stipendio a entrare in casa. La busta paga di dicembre diceva meno di 1000 euro, a cui si aggiungono gli assegni familiari. Ai cancelli di Mirafiori non è riuscito a salire con i suoi compagni, era impegnato a coinvolgere intellettuali e artisti nello sciopero del 28 della Fiom.
Antonio ha festeggiato il risultato torinese, naturalmente, certo non ha «rosicato» perché il no operaio di Mirafiori ha superato quello di Pomigliano («Ma quando mai»). La sua prima considerazione è pregna di amarezza prima che di rabbia: «Mi ha distrutto vedere in tv vecchi operai in lacrime, liti tra compagni di fatica. La guerra tra poveri scatenata da un riccone è una vera barbarie. Vogliono dividerci, umiliarci per sconfiggerci. E se penso a tutti quelli che si oppongono a Berlusconi e poi osannano il modernissimo padrone del vapore, mi cadono le braccia. Tu le conosci le facce degli operai, nei giorni di Pomigliano e di Mirafiori hanno disegnato un antico dolore». Telefono, facebook, internet, tutti gli strumenti utili alla comunicazione operaia sono stati messi in campo, «ho seguito passo passo le fatiche di Sisifo dei compagni di Torino, uguali alle nostre. E sai che ti dico? Che sia qui che lì abbiamo vinto noi. Fa male Marchionne a contare i voti fingendo di non sapere che il consenso, che neanche è un consenso ma l'accettazione disperata di un ricatto, gli è arrivato da chi lavora lontano dalle catena. Ma sono proprio gli operai di linea i destinatari dell'attacco sadico di Marchionne, gli stessi che hanno gli detto no a maggioranza assoluta».
Insiste Antonio, e si appassiona. Ragiona per immagini, quelle immagini ai cancelli che spiegano il dolore di chi ha detto sì e la rabbia di chi ha detto no. «Marchionne non ha sfondato proprio perché non ha dalla sua la gente che si consuma alle linee, dalla sua ha solo i capò della Fim e della Uilm trasformati in cani da guardia. Deve saperlo che le fabbriche così sono ingestibili». Antonio ha scritto nella memoria le speculazioni di Marchionne, quando accusava gli operai di Pomigliano di assenteismo per giustificare il suo attacco ai diritti. «Lo sai che io non ho fatto un giorno di malattia in cinque anni? Quando si è trattato di bombardare Mirafiori ha detto quel che tutti noi ripetevamo al tempo del nostro referendum e cioè che a Pomigliano l'assenteismo è sotto il tasso fisiologico. Di nuovo l'ha detto per dividerci, prima ci ha infamati e poi ci ha sbandierato come esempio positivo accusando di fancazzismo i compagni di Mirafiori, operai piegati dalle malattie contratte in linea di montaggio. Sono 1.500 in quella fabbrica gli operai con ridotte capacità lavorative. È ovvio che quelli così ridotti, con un'età media molto più alta della nostra, si ammalino di più». È arrabbiato con chi, anche nella Cgil e nel Pd, ripeteva che Pomigliano era un caso a sé, non si sarebbe ripetuto. «Avevamo ragione da vendere noi della Fiom, a controbattere che Marchionne stava sperimentando sulla nostra pelle un modello da estendere a tutta la Fiat. Un modello che fa gola ad altri padroni. Ma la gente che fa politica che dice di essere contro Berlusconi, lo capisce o no che Marchionne è l'altra faccia della stessa medaglia?».
L'ultima volta che Antonio è entrato in fabbrica per lavorare è stato il 14 maggio del 2010, «poi sono stato convocato per il referendum, quando mi sono dovuto sorbire due-tre ore di filmati di Marchionne in cui ci minacciavano: se non votate sì chiudo baracca e burattini. Una vergogna, nessun rispetto per la sofferenza operaia». Dopo anni di lavoro in linea come «battipalo» per dare il cambio ai suoi colleghi, o sostituto assente che dir si voglia, Antonio è passato alla «qualità», revisione montaggio a fine linea. Adesso è in cassa, come tutti a Pomigliano, da mesi e per molti mesi ancora. Marchionne si lamenta che in Italia il numero di automobili per dipendente è la più bassa del mondo: «Che faccia tosta». Loris Campetti
«Hai visto? Per festeggiare il 150° dell'Unità abbiamo rifatto l'Italia: Pomigliano e Mirafiori uniti nella lotta». Antonio Di Luca è uno dei motori della fabbrica partenopea che per prima ha messo un bastone tra le ruote della macchina da guerra di Marchionne. Al manifesto ha già raccontato la sua storia e la sua vita in occasione del primo referendum, quello napoletano in cui gli operai hanno votato al 40% contro il ricatto Fiat. Giovane, padre di due bambini, moglie senza lavoro. Il suo è l'unico stipendio a entrare in casa. La busta paga di dicembre diceva meno di 1000 euro, a cui si aggiungono gli assegni familiari. Ai cancelli di Mirafiori non è riuscito a salire con i suoi compagni, era impegnato a coinvolgere intellettuali e artisti nello sciopero del 28 della Fiom.
Antonio ha festeggiato il risultato torinese, naturalmente, certo non ha «rosicato» perché il no operaio di Mirafiori ha superato quello di Pomigliano («Ma quando mai»). La sua prima considerazione è pregna di amarezza prima che di rabbia: «Mi ha distrutto vedere in tv vecchi operai in lacrime, liti tra compagni di fatica. La guerra tra poveri scatenata da un riccone è una vera barbarie. Vogliono dividerci, umiliarci per sconfiggerci. E se penso a tutti quelli che si oppongono a Berlusconi e poi osannano il modernissimo padrone del vapore, mi cadono le braccia. Tu le conosci le facce degli operai, nei giorni di Pomigliano e di Mirafiori hanno disegnato un antico dolore». Telefono, facebook, internet, tutti gli strumenti utili alla comunicazione operaia sono stati messi in campo, «ho seguito passo passo le fatiche di Sisifo dei compagni di Torino, uguali alle nostre. E sai che ti dico? Che sia qui che lì abbiamo vinto noi. Fa male Marchionne a contare i voti fingendo di non sapere che il consenso, che neanche è un consenso ma l'accettazione disperata di un ricatto, gli è arrivato da chi lavora lontano dalle catena. Ma sono proprio gli operai di linea i destinatari dell'attacco sadico di Marchionne, gli stessi che hanno gli detto no a maggioranza assoluta».
Insiste Antonio, e si appassiona. Ragiona per immagini, quelle immagini ai cancelli che spiegano il dolore di chi ha detto sì e la rabbia di chi ha detto no. «Marchionne non ha sfondato proprio perché non ha dalla sua la gente che si consuma alle linee, dalla sua ha solo i capò della Fim e della Uilm trasformati in cani da guardia. Deve saperlo che le fabbriche così sono ingestibili». Antonio ha scritto nella memoria le speculazioni di Marchionne, quando accusava gli operai di Pomigliano di assenteismo per giustificare il suo attacco ai diritti. «Lo sai che io non ho fatto un giorno di malattia in cinque anni? Quando si è trattato di bombardare Mirafiori ha detto quel che tutti noi ripetevamo al tempo del nostro referendum e cioè che a Pomigliano l'assenteismo è sotto il tasso fisiologico. Di nuovo l'ha detto per dividerci, prima ci ha infamati e poi ci ha sbandierato come esempio positivo accusando di fancazzismo i compagni di Mirafiori, operai piegati dalle malattie contratte in linea di montaggio. Sono 1.500 in quella fabbrica gli operai con ridotte capacità lavorative. È ovvio che quelli così ridotti, con un'età media molto più alta della nostra, si ammalino di più». È arrabbiato con chi, anche nella Cgil e nel Pd, ripeteva che Pomigliano era un caso a sé, non si sarebbe ripetuto. «Avevamo ragione da vendere noi della Fiom, a controbattere che Marchionne stava sperimentando sulla nostra pelle un modello da estendere a tutta la Fiat. Un modello che fa gola ad altri padroni. Ma la gente che fa politica che dice di essere contro Berlusconi, lo capisce o no che Marchionne è l'altra faccia della stessa medaglia?».
L'ultima volta che Antonio è entrato in fabbrica per lavorare è stato il 14 maggio del 2010, «poi sono stato convocato per il referendum, quando mi sono dovuto sorbire due-tre ore di filmati di Marchionne in cui ci minacciavano: se non votate sì chiudo baracca e burattini. Una vergogna, nessun rispetto per la sofferenza operaia». Dopo anni di lavoro in linea come «battipalo» per dare il cambio ai suoi colleghi, o sostituto assente che dir si voglia, Antonio è passato alla «qualità», revisione montaggio a fine linea. Adesso è in cassa, come tutti a Pomigliano, da mesi e per molti mesi ancora. Marchionne si lamenta che in Italia il numero di automobili per dipendente è la più bassa del mondo: «Che faccia tosta».

 

Referendum, una lezione al paese

di Felice Roberto Pizzuti

su il manifesto del 18/01/2011

 

Nella situazione italiana, il risultato del referendum a Mirafiori è una vittoria morale per chi ha votato No e una lezione che gli operai hanno dato al Paese e a quanti, anche tra le forze progressiste e di sinistra, hanno dato segni d'inconsapevolezza del reale valore della posta in gioco alla Fiat e delle sue molteplici dimensioni economiche, di democrazia e etiche.
Sul piano economico, la Fiat ha riproposto la logica che in anni di dibattito è stata riconosciuta come la causa strutturale del declino economico (e non solo) del nostro Paese; essa è consistita nel perseguire con miopia la competitività essenzialmente sul piano dei prezzi - riducendo il costo del lavoro e aumentando la sua flessibilità d'impiego (la cosiddetta corsa al ribasso delle condizioni economico-sociali) - anziché puntare sulla più lungimirante innovazione tecnologica e qualitativa e sul corrispondente maggior impiego di lavoro stabile e qualificato che identificano i paesi nella fascia alta della divisione internazionale del lavoro ( e dello sviluppo economico-sociale). Sul piano economico aziendale è particolarmente significativo che l'incentivo dato al top management che propone e attua la strategia aziendale sia legato a risultati finanziari di breve periodo (il valore delle stock options) e non ai risultati produttivi; e infatti, le quote di mercato della Fiat sono in caduta libera mentre il valore delle sue azioni crescono!
Il referendum di Mirafiori poneva e pone in discussione anche questioni che riguardano le regole della democrazia del lavoro e della democrazia tout-court. Come si può ammettere un voto cui si partecipa con la pistola puntata alla tempia che minaccia i lavoratori, in caso di esito sgradito all'impresa, di eliminare il posto di lavoro, cioè la fonte di sostentamento per loro e la loro famiglia?
Più ancora la vicenda Fiat dovrebbe imporre all'attenzione aspetti morali. La Fiat è guidata da un manager la cui paga base è circa quattrocento volte il salario dei suoi operai (con le stock options il rapporto sale a diverse migliaia di volte), e opera per conto di una proprietà i cui membri storici più "illustri" solo pochi mesi fa hanno accettato una transazione giudiziaria con il fisco italiano che contestava loro evasione fiscale ed esportazione illegale di capitali all'estero per miliardi di euro; così stando le cose, come si può criticare la resistenza dei lavoratori al ricatto di accettare un ulteriore peggioramento delle condizioni minime di lavoro rispetto a quanto avviene nelle altre grandi imprese automobilistiche europee dove i salari sono superiori anche del 30-40%, l'orario di lavoro è inferiore, i bilanci aziendali sono positivi e le quote di mercato sono crescenti? E come è possibile che queste posizioni, che paradossalmente si ammantano di modernità, possano beneficiare di un consenso molto diffuso anche tra le forze progressiste e di sinistra?
Quest'ultima domanda rivela essa stessa la situazione di crisi drammatica in cui versa il nostro Paese che è non solo economica, ma anche civile e morale. Se è vero che un uomo è quello che fa, un paese è cosa produce, come lo produce, come assegna e impiega inizialmente le sue risorse (a cominciare dal tempo di formazione, di lavoro e libero), come ripartisce la responsabilità e l'informazione concernenti le decisioni produttive e come ne distribuisce i risultati. Il declino del nostro paese in atto da almeno due decenni è connesso a peggioramenti progressivi su tutti questi piani che concorrono allo sviluppo economico, sociale e civile. I beni prodotti e le tecniche utilizzate sono sempre più "maturi"; ne segue che non abbiamo bisogno di ricerca e di istruzione (i tagli ai finanziamenti della scuola e dell'università non sono un caso e non dipendono solo dalla crisi; come è noto, «la cultura non si mangia» e questo non è più un paese per persone istruite); si cercano invece lavoratori dequalificati da impiegare in modo "flessibile" e basso costo; il reddito e la ricchezza in senso lato crescono meno e necessariamente vengono distribuiti nel modo sempre più sperequato corrispondente all'organizzazione produttiva; le condizioni dei diritti delle condizioni del lavoro e sociali necessariamente devono essere adeguati al ribasso.
Il voto No espresso dagli operai di Mirafiori va inteso come un segnale di resistenza e d'inversione rispetto a questa china; le forze progressiste del Paese non dovrebbero ignorare questo segnale, ma accoglierlo e valorizzarlo. E a proposito di questioni etiche, sarebbe opportuno che la necessità di riportare l'attenzione sulle problematiche connesse alla vicenda Fiat non venisse "distratta" più di tanto dalla deprimente discussione sulle abitudini sessuali del premier, poiché pregiudicare le regole democratiche e la dignità del lavoro è una questione incomparabilmente più grave, che intacca la struttura portante della nostra convivenza.


 

il manifesto 16 gennaio 2011

AIRAUDO Il no forte nella fabbrica simbolo
«Alla Fiat non è riuscito il colpaccio anti Fiom»
Antonio Sciotto

«Sergio Marchionne conosce il simbolismo legato a Mirafiori, e non a caso ha scelto quella fabbrica per la sua "rivoluzione": avrebbe voluto darci un colpo fatale in uno dei luoghi simbolo dei metalmeccanici Cgil. Ma quel 46% di no è la prova che non c'è riuscito, e per giunta nel salotto della Fiat, a Torino. Anzi, rispetto al 36% di no a Pomigliano, ha perso ben 10 punti di consenso». Giorgio Airaudo, segretario nazionale Fiom Cgil, analizza gli esiti del referendum e traccia gli scenari in fabbrica già a partire dalle prossime settimane.
I sì hanno vinto, seppur di misura. Come leggete il voto?
Prima e forse più importante del voto, c'è la riapertura di un dialogo che dopo anni ho visto a Mirafiori: quella fabbrica era ancora ferita dalla sconfitta del 1980, e adesso ho visto che è tornata ad avere fiducia in noi. Abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, ci fermavano persino sotto le pensiline del bus per dirci come stavano andando le assemblee. Prima del referendum non era così: c'era indifferenza, per tutto il sindacato, la gente tirava dritto ai cancelli, spesso neanche ti guardava. Adesso le assemblee erano affollatissime, si parlava molto.
Analizzando il voto, i no hanno vinto nei reparti più di fatica.
Senza dubbio ha influito il peggioramento delle condizioni di lavoro imposto da quell'accordo, che si va a scaricare sui reparti di montaggio e lastratura, ma un testa a testa tra i sì e i no in realtà lo vediamo anche in verniciatura. È in linea che la cancellazione della pausa fa più male, dove la mensa non è solo un fatto di civiltà, ma 30 minuti preziosi per far riposare gli arti. Però non è soltanto la condizione di lavoro, ma credo che abbia pesato - e questo lo si vede un po' in tutti i reparti - anche il «metodo Marchionne», l'aver imposto quell'intesa con un ricatto. Infatti il no ha avuto un 30% tra i «pipistrelli», i lavoratori notturni che guadagnano il 60% in più degli altri e sono lì grazie a un accordo con l'azienda: la Fiom non ha neanche un delegato a quel turno.
E la perdita del diritto di sciopero, quella ha contato meno?
Non credo: se per un lavoratore che non sta alla linea il diritto di sciopero è importante, ma resta un principio nobile, per chi sta in linea, con i tempi vincolati a una macchina che non si ferma mai, rappresenta l'unica forma di difesa contro le prepotenze della gerarchia, quando i ritmi imposti e la fatica sono insostenibili, l'ambiente è inquinato o fa troppo caldo o troppo freddo. È l'unico mezzo di resistenza che hanno anche solo quattro o cinque lavoratori, prima ancora che arrivi il sindacato, inscindibile quindi dalle concrete condizioni di lavoro.
Questi sono i no. E invece i sì? Li avete analizzati?
Certo, e innanzitutto vanno «depurati» del voto di quasi tutti gli impiegati. In realtà i famosi 440 «impiegati» non sono tutti classici colletti bianchi, ma ben 300 sono capi Ute, cioè pura gerarchia aziendale, e altri 40 sono responsabili delle relazioni sindacali, i cosiddetti «vaselina»: hanno un salario diverso, con indennità e paghe di mandato, a loro non frega nulla di uno straordinario in più o del diritto di sciopero. Per il resto, molti sì io li definisco «coraggiosi», perché sono stati di persone che conoscevano la propria condizione e la propria paura, e che te ne spiegavano i motivi, magari piangendo: capifamiglia con il mutuo, madri separate. Era gente incazzata, che ha dovuto votare sì per forza.
Anche iscritti alla Fiom?
Ma certo, come tantissimi «non Fiom» hanno votato no: noi abbiamo 700 iscritti a Mirafiori, e i no sono stati oltre 2300.
E adesso cosa farete? L'accordo vi esclude come sindacato.
Ci sono ancora le Rsu, e contro la furbizia della newco agiamo anche per vie legali. Abbiamo sempre gli iscritti. Possiamo raggiungere un migliaio di lavoratori con gli sms e mettere tre postazioni mobili giorno e notte davanti ai cancelli. Dobbiamo ringraziare i nostri 27 esperti e delegati, e i 190 lavoratori che hanno formato il comitato del no, sono la nostra prima presenza fabbrica. Ricordiamo adesso lo sciopero del 28, e il messaggio che da Mirafiori parla a tutte le altre imprese: ci pensino due volte prima di imitare Marchionne.

CGIL Il Direttivo nazionale accoglie con un applauso il voto di Mirafiori, ma non ne trae la conseguenza logica: lo sciopero generale<
Democrazia e rappresentanza: Corso Italia cerca interlocutori affidabili
Rocco Di Michele

La notte di Mirafiori cambia le cose anche all'interno della Cgil, anche se è presto per vedere quanto. La dimensione del «no» a Mirafiori, infatti, chiarisce in abbondanza che la Fiom ha interpretato al meglio bisogni, ragioni, interessi e timori del popolo delle Carrozzerie. Di più. Per il ruolo di «campione statistico con effetti generali» che era stato affidato - da imprese, politica, media - a questa consultazione abnorme, il risultato parla a tutti i lavoratori italiani. Mentre studenti, ricercatori, precari di tutti i mestieri, vanno chiedendo da mesi alla confederazione di decidere finalmente la mobilitazione generale, in modo da catalizzare in un movimento unitario energie altrimenti spese in iniziative solitarie, faticose, pressoché invisibili e dall'esito incerto. Una mobilitazione insomma contro la politica economica del governo, sì; ma anche contro le imprese che vogliono ottenere il massimo di destrutturazione della normativa sul lavoro.
Paradossalmente, però, non c'era traccia di ciò nell'ordine del giorno del Direttivo nazionale, iniziato ieri mattina dopo un'ora di faccia a faccia tra il segreterio generale Susanna Camusso e il segretario delle tute blu, Maurizio Landini. Il Direttivo, su richiesta della Camusso, ha rivolto un applauso alle rsu e la Fiom di Mirafiori, e invitato tutta la confederazione «a mobilitarsi per avere la piena riuscita dello sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio». E per un giorno è finita nel dimenticatoio l'idea della «firma tecnica», che tanto aveva diviso nei giorni scorsi.
La discussione si è svolta però su un tema altrettanto strategico: democrazia sui luoghi di lavoro e rappresentanza sindacale. È ormai evidente l'avvio di una «slavina» nel sistema delle relazioni industriali. Il «modello Fiat» rifiuta il principio stesso della contrattazione, sia con i lavoratori che con le sigle sindacali che non dicono subito «sì». Sullo sfondo si intravede con chiarezza un sistema in cui è l'azienda a scegliersi l'interlocutore più disponibile, con questo convenire «accordi» non più contestabili.
La proposta avanzata dal segretario generale mira a riaprire un confronto con Cisl e Uil e Confindustria, per poi avviare un'iniziativa legislativa (che questo governo «non farà mai»). Sul merito, l'area «La Cgil che vogliamo» ha avanzato diverse obiezioni. La validazione degli accordi - secondo la bozza - viene affidata al «voto certificato» (le assemblee sui posti di lavoro) oppure al referendum. La possibilità di convocare quest'ultimo, però, risulta così farraginosa da renderlo di fatto proprietà esclusiva dei sindacati maggiori. La minoranza chiedeva di dare questo potere anche a una singola organizzazione sindacale ammessa alle trattative (con almeno il 5% dei consensi in quel luogo di lavoro, azienda, o categoria); ma non l'ha spuntata. Il secondo punto di frizione riguardava le «materie da escludere dalla contrattazione» (oltre ai «diritti indisponibili» si volevano inserire anche le «procedure di licenziamento»). Preoccupante, infine - nel clima di questi giorni - il riferimento alla «cogenza» degli accordi («un modo di fare aperture senza contropartita», il commento); per lavoratori e sindacati le «sanzioni» sono intuibili, per le imprese no. Altri emendamenti sono invece stati accettati. Alla fine la minoranza si è astenuta. Voto contrario invece sull'ordine del giorno che affida a «una campagna per la democrazia e la rappresentanza» il compito di contrastare la slavina. Una risposta considerata «minimalista» di fronte all'attacco delle imprese. In questo caso tornano le due impostazione che si sono confrontate anche nel congresso: «limitare i danni e rientrare in gioco» oppure «far saltare gli accordi separati e riaprire le trattative». Il voto di Mirafiori, in materia, sembra aver fornito una risposta inequivoca.

LA LUNGA NOTTE DI TORINO
Orsola Casagrande

Fa freddo. C'è nebbia. Un'umidità che penetra le ossa. Eppure davanti alla Porta 2 di Mirafiori è stato un via vai tutto il giorno (per la verità è da giovedì all'alba che è così). Anche il turno del venerdì pomeriggio ha votato e adesso inizia la lunga attesa.
Ore 21
«Una notte che non si dimenticherà per anni», commenta Paolo Fanni, ex operaio e delegato Fiom alla Mandelli. È in pensione ma è venuto alla Porta 2 per essere con i suoi. Guarda i giovani e ricorda di quando, «era la metà degli anni 80, ci hanno mandato in fonderia i primi contratti di formazione lavoro. Dei giovani che non sapevano nemmeno cos'era una fonderia. Ma c'eravamo noi, che ci siamo fatti carico di loro. E anche dei loro problemi - ricorda Fanni - perché quelli erano anni difficili, alcuni usavano droghe e non fu facile farli rimanere in fabbrica e farli assumere». Ci riuscirono Paolo Fanni e gli altri operai "anziani". Storie che si incrociano, ricordi, emozioni, volti che si riconoscono, si abbracciano. «Anche tu qui eh?». Nessuna nostalgia, nessun rimpianto di tempi passati. La consapevolezza di rivendicazioni giuste, di battaglie dure, vinte.
Di diritti conquistati con fatica e determinazione. Perché Mirafiori, come dice Marco Revelli, è ancora una comunità. E non è un caso che l'ad della Fiat, Marchionne, abbia voluto iniziare proprio da qui. Lo sottolineano in tanti. Il tempo passa, l'attesa cresce.
Ore 21.30
Il camper della Fiom è un crocevia. C'è un capannello perenne di uomini e donne che chiede notizie. Il furgone dei Cobas trasmette un po' di musica, si battono i piedi per il freddo, ma gli animi sono caldi. Bisognerà aspettare ancora per avere i primi risultati.
Ore 22
Gracchia il microfono. Vengono annunciati i risultati del primo seggio scrutinato, il 9, uno dei tre seggi del montaggio. 362 no e 300 sì. C'è un boato e un applauso. Beh, comincia bene. Anche se gli operai sanno che questo del montaggio è un reparto «per il no». «È il reparto più duro - dice un delegato - quello dove la gente si spezza le ossa».
Ore 23.40
Il microfono gracchia di nuovo. Il secondo seggio scrutinato è l'8, ancora montaggio. Un altro applauso liberatorio: 440 no 362 sì. I sorrisi si allargano. Il freddo punge, ma tra un punch caldo, un caffè e un ginepì, si tira avanti.
Ore 24.30
Dal microfono questa volta arriva la notizia di uno stallo. Mancano 58 schede dal seggio 8 quindi il conteggio è bloccato.
Ore 01.30
È passata un'ora e ancora nulla. Da dentro non arrivano notizie. Fuori invece il via vai continua. Ci sono due giovani operai metalmeccanici che non lavorano in Fiat ma «siamo passati qui perché comunque quello che tanti anche in fabbrica non capiscono è che se passa il sì le cose andranno male anche per noi».
Ore 02.30
Finalmente la situazione al seggio 8 si è sbloccata. Le schede mancanti sono state ritrovate in un'altra urna. Si va avanti. Qualcuno tra i delegati Fiom comincia a dire che saranno gli impiegati a fare la differenza, in peggio. Cioè a far prevalere il sì. I risultati del terzo seggio del montaggio, il 7, conferma questa ipotesi. Anche qui vincono i no. «Gli operai sanno che cosa significa perdere diritti», commenta un giovane lavoratore.
Ore 2.48
Anche al seggio 6 (montaggio) vincono i no con 433 voti. I voti sono stati 372. Tutti al bar, diventato il luogo per scaldarsi un po' e commentare con un grappino quanto sta accadendo.
Ore 3.30
Arriva il risultato del seggio degli impiegati, il 5. Prevale il sì, che ottiene 421 voti. I no sono 20, «perché qualche caso di coscienza - dice un delegato Fiom - c'è anche tra i capi». Si capisce che quei 400 sì peseranno sul resto della votazione.
Ore 4.50
Al seggio 4 (verniciatura e magazzinaggio) vince il sì, con 113 voti. È stato un testa a testa e i no infatti hanno preso 103 voti.
Ore 5.30
Il seggio 3 fa segnare una nuova vittoria per i sì, che ottengono 140 voti. I no sono 93.
Ore 6.00
Arriva il risultato del seggio 2 (lastricatura), di segno opposto al 3. Vincono i no, 218 voti. I sì sono stati 202. Anche questo è un reparto, commentano gli operai, dove si sa bene che cos'è la fatica. Da dentro arriva la notizia di un operaio Fiom che ha avuto un malore. I sostenitori del sì alla certezza matematica della vittoria hanno esultato e gli animi si sono surriscaldati. L'operaio si è sentito male e viene chiamata l'ambulanza. Riprende lo spoglio. Ma a questo punto è certa la vittoria del sì. 2525 voti. I no hanno ottenuto 2120 voti. Quattrocento voti di differenza. Quelli degli impiegati.
Ore 11.00
Facce assonnate, occhi gonfi. Alla conferenza stampa della Fiom nonostante la stanchezza c'è la voglia di ribadire che questo è un grande risultato. «Marchionne ha vinto con i suoi uomini, noi con gli operai, quelli che lui vuole fare lavorare di più e con meno diritti», dice Giorgio Airaudo, responsabile nazionale auto. «Questo 46% di no è molto impegnativo, lo è per noi ma dovrebbe esserlo anche per Fiat. C'è una maggioranza determinata dagli impiegati che alle carrozzerie non sono colletti bianchi ma strutture gerarchiche, 300 capi e 40 uomini del personale». Questo voto, dice Airaudo, «chiama tutti alle proprie responsabilità, non è né minoritario né residuale o collocabile politicamente. È un voto sindacale». La Fiom ora penserà a preparare «lo sciopero generale del 28 gennaio perché il modello della Fiat non è estendibile a altre aziende. Gli imprenditori dicano se vogliono costruire il rapporto che imposto da Fiat o tornare al negoziato». Federico Bellono, segretario Fiom di Torino, aggiunge che «questa vicenda non si esaurisce a Mirafiori ma riguarda l'intera categoria dei metalmeccanici. È inaccettabile che sia l'azienda a decidere da chi i lavoratori devono farsi rappresentare. La democrazia non si ferma davanti ai cancelli». Mirafiori sarà in cassa integrazione domani. In fabbrica, la Fiat, deve aver pensato che è meglio evitare commenti.

TORINO
Voto di libertà, un altro accordo ora è possibile
Loris Campetti
TORINO
Le luci rimangono accese a Mirafiori. Questa volta è andata diversamente dall'autunno '80, non ci sono lacrime di disperazione, nessuno grida al tradimento perché c'è un sindacato vero, sia pure solo uno, al fianco di chi si è giocato la partita più difficile sulle linee di montaggio. Domani o quando la cassa integrazione darà una tregua i carrozzieri varcheranno di nuovo i cancelli di Mirafiori, passeranno il tesserino a quello che una volta si chiamava «l'imparziale» perché fermava per i controlli chi voleva, supereranno i tornelli, indosseranno la tuta e si collocheranno alla catena nel luogo e con la mansione che verrà loro assegnata. CONTINUA | PAGINA 4
In tanti, la maggioranza al montaggio, lo faranno a testa alta per aver retto l'urto terribile contro un padrone delle ferriere globalizzato che voleva tutto da loro, corpo e anima, e invece dovrà accontentarsi di un eventuale acquisto che non potrà che essere contrattato della forza lavoro. L'anima è salva, i diritti si possono difendere collettivamente. Il corpo è piegato dalla fatica, come prima.
Questo dice l'applauso che alle 22 scatta alla porta 2, in una notte storica che finirà solo all'alba con il risultato sul voto del diktat di Sergio Marchionne. Lui, il monarca amato a destra e a sinistra che parla di modernità fasulla e ingiusta, sta nel suo ufficio al Lingotto, anche lui aspetta per sapere quanti chili di dignità operaia avrà strappato, quanto sarà riuscito a lacerare lavoratori e sindacati, e più pomposamente quanto avrà cambiato l'Italia. I numeri sono bugiardi, hanno vinto i perdenti e chi dice di aver vinto ha perso la scommessa e la dignità. Mentre la notte scorre alla porta 2 il clima cambia, i dati delle urne al montaggio confermano che non è iniziato un secondo autunno operaio davanti a questi cancelli. Per raggiungere il 54% dei sì, la Fiat che con il suo esercito di ascari sindacali partiva dal 71%, ha dovato cammellare alle urne le sue truppe scelte, cioè le peggiori: capi, capetti e quadri, yesmen usi a obbedir tacendo che hanno fatto la differenza, insieme ad altri ascari in tuta operaia: i «pipistrelli» della notte, ruffiani della gerarchia ripagati con la regalia del turno notturno che porta in tasca trenta denari in più. Quattrocento quarantuno yesmen hanno votato in massa, tranne una ventina di eroi, per il grande capo e così ha fatto il 70% dei pipistrelli. Numeri prevedibili, e previsti dal vostro cronista, che avrebbero potuto essere anche più impietosi.
Qualcuno ai cancelli piange, ma di commozione quando si accumulano i dati dei vari seggi che spiegano una metafora sociale: chi è vincolato alla catena di montaggio, ripete tutti i minuti, le ore, i giorni, gli anni della sua vita lo stesso movimento, si ammala di tendiniti e tunnel carpale, ha urlato il suo no a chi lo vuole non solo vincolato, subordinato, ma schiavo. Poi, via via che l'innovazione tecnologica riduce la quantità di lavoro vivo necessario a unità di prodotto, via via che la durata delle mansioni (la «battuta» in gergo operaio) si allunga, si sopportano un po' di più i soprusi fino a viverli come regalo, di notte o in camice invece che in tuta. I «vaselina» che manipolano il personale non si sono mai sognati di disobbedire in vita loro, a forza di far abbassare la testa e la schiena ai sottoposti non riescono più a drizzare le loro, di teste e schiene. Eccola l'analisi sociale del voto di Mirafiori, parla di quelle condizioni materiali su cui si può passare con le scarpe chiodate per i Chiamparini, i Fassini, i Bersani. E dire che qualcuno si era indignato quando, sia pure in modo più elegante di quanto noi si scriva, il segretario della Fiom Maurizio Landini aveva consigliato loro di fare una capatina alla catena di montaggio e poi darsi una regolata.
Chi è stato per giorni ai cancelli di Mirafiori queste cose le sa, tutti conoscevano la differenza tra lavorare in linea, in lastratura, in verniciatura, di giorno o di notte, in giacchetta e sapevano che quelle differenze avrebbero trovato un riscontro nel voto. Sapevano che il sì con la pistola puntata alla tempia avrebbe vinto di poco, non si sono fatti ingannare dal voto strepitoso dei montatori. Speravano orgogliosamente che i no fossero almeno un punto sopra i no di Pomigliano, in una sana competizione territoriale della dignità operaia. Albeggia quando i numeri confermano le speranze, si applaude e ci si abbraccia. In città, la città dell'auto ferita da un trentennio di ideologia anti-operaia, uno striscione portato dagli amici delle tute blu e della Fiom (l'associazione Terra del fuoco) scende dalla Mole antonelliana per ringraziare i 2.325 no degli eroi di Mirafiori. Ma bisogna ringraziare, finalmente, anche la città, che non si è nascosta in casa, non ha fatto il tifo per i ricchi prepotenti, si è ricordata che ogni cittadino ha un padre che ha passato la vita a Mirafiori, un figlio che fa l'interprete precario per la Fiat, un nonno licenziato da Valletta o Romiti, o lavora nell'indotto dell'auto, in uno show room, in una «piola» davanti alla fabbrica. Questa volta Torino, la sua parte migliore troppo a lungo silente, ha detto che la Fiat ha esagerato, Marchionne se ne potrebbe anche andare in Canada o a Detroit, si chiede dove si siano imboscati rampolli e nipotini di primo, secondo e terzo letto degli Agnelli: nascosti, o fuggiti come i Savoia nel '43. Torino democratica, invece, ha rimesso i piedi fuori casa perché ci si può piegare fino a un certo punto, un po' di dignità ci vuole, concetto che qui si traduce con «ciuc ma dignitous».
Pietro dai cancelli non s'è mai mosso in questi giorni di fuoco, se non per correre in piazza Statuto per la fiaccolata di mercoledì scorso. Il compagno Pietro, una vita alle presse di Mirafiori, libero da diversi anni; quando se ne andò dalla fabbrica scrisse una lettera di dimissioni all'avvocato Agnelli e per conoscenza al manifesto: «Ho scelto questa data simbolica, il 25 aprile, per riprendermi la mia libertà». Ora fa il creativo, «organico» al movimento operaio. È lui che aveva disegnato il Marx dei 35 giorni, è suo il disegno delle mani operaie che aprono le sbarre con cui è scritto l'acronimo Fiat. Ascolta i risultati del voto trasmessi alla porta 2, si ricorda la vergogna dell'80 «quando ci si piegò ai capi in marcia senza rispondere». I suoi occhi dicono che questa volta è diverso, un'altra storia può cominciare.
La paura del voto sì, strappato alla coscienza; l'orgoglio e la dignità del voto no, con la Fiom, un voto di rispetto per sé e per i figli, una speranza accesa sul futuro. Anche sul nostro di futuro. Per fare che? Per rovesciare quel contratto fasullo e scriverne un altro, con il confronto tra uguali e non tra servi e padrone. È l'alba di un nuovo giorno, il clima è incerto ma la nebbia s'è un po' diradata, la nottata è passata e le luci non si sono spente a Mirafiori. Noi del manifesto stiamo con questo operai, noi stiamo con la Fiom. Le ultime notti le abbiamo passate fisicamente e metaforicamente alla porta 2. Non in un ufficio all'ultimo piano del Lingotto come ha fatto, forse solo metaforicamente, la politica della vergogna.

L'ONORE DI CIPPUTI
Rossana Rossanda

Hanno votato tutti i salariati, ieri a Mirafiori, sull'accordo proposto dall'amministratore delegato Marchionne. Tutti, una percentuale che nessuna elezione politica si sogna. E sono stati soltanto il 54% i sì e il 46% i no, un rifiuto ancora più massiccio di quello di Pomigliano. Quasi un lavoratore su due ha respinto quell'accordo capestro, calato dall'alto con prepotenza, ed esige una trattativa vera.
Per capire il rischio e la sfida di chi ha detto no, bisogna sapere a che razza di ricatto - questa è la parola esatta - si costringevano i lavoratori: o approvare la volontà di Marchionne al buio, perché non esiste un piano industriale, non si sa se ci siano i soldi, vanno buttati a mare tutti i diritti precedenti e al confino il solo sindacato che si è permesso di non firmare, la Fiom, o ci si mette contro un padrone che, dichiarando la novità ed extraterritorialità di diritto della joint venture Chrysler Fiat, si considera sciolto da tutte le regole e pronto ad andare a qualsiasi rappresaglia. L'operaia che è andata a dire a Landini «io devo votare sì, perché ho due bambini e un mutuo in corso, ma voi della Fiom per favore andate avanti» dà il quadro esatto della libertà del salariato. E davanti a quale Golem si è levato chi ha detto no. Tanto più nell'epoca che Marchionne, identificandosi con il figlio di Dio, ha definito «dopo Cristo», la sua.
Si vedrà che farà adesso, con la metà dei dipendenti che gli ha fatto quel che in Francia chiamano le bras d'honneur e la sottoscritta non sa come si dica in Italia, ma sa come si fa; perché alla provocazione c'è un limite, o almeno c'era. Nulla ci garantisce, né ci garantirebbe anche se avesse votato «sì» l'80 per cento delle maestranze, che Marchionne sia interessato a tenere la Fiat, a farla produrre quattro volte quanto produce ora, a presentare quali modelli e se li venderà in un mercato europeo stagnante, nel quale la Fiat stagna più degli altri. Se avesse intelligenza industriale, o soltanto buon senso, riaprirebbe un tavolo di discussione, scoprirebbe le sue carte, affronterebbe il da farsi con chi lo dovrà fare. Questo gli hanno mandato a dire i lavoratori di Pomigliano e quelli di Mirafiori.
Da soli, solo loro. Perché la famiglia Agnelli, già così amata dalla capitale sabauda da aver pianto in un corteo interminabile sulle spoglie dell'ultimo della dinastia che aveva qualche interesse produttivo, l'avvocato, non ha fatto parola. In questo frangente si è data forse dispersa, non si vede, non si sente, pensa alla finanza.
Né ha fatto parola il governo del nostro scassato paese, che pure, quale che ne fosse il colore, ha innaffiato la Fiat di miliardi, ma si lascia soffiare l'ultimo gioiello in nome della vera modernità, che consiste nel sapere che non si tratta di difendere né un proprio patrimonio produttivo, né i propri lavoratori - quando mai, sarebbe protezionismo, da lasciare soltanto agli Usa, alla Francia e alla Germania che si prestano a raccogliere le ossa dell'ex Europa. A noi sta soltanto competere con i salari dell'Europa dell'Est, dell'India e possibilmente della pericolosa Cina. CONTINUA | PAGINA 3
Tutti i soloni della stampa italiana hanno perciò felicitato Marchionne che, sia pur ingloriosamente e sul filo di lana, è passato.
La sinistra poi è stata incomparabile. Quella politica e le confederazioni sindacali. Aveva dalla sua parte storica, che è poi la sua sola ragione di esistere, una Costituzione che difende come poche i diritti sociali in regime capitalista. Gli imponeva - gli impone - quel che chiamano il modello renano, un compromesso non a mani basse, keynesiano, fra capitale e società, che garantisce in termini ineludibili la libertà sindacale. Fin troppo se le confederazioni sono riuscite fra loro, attraverso qualche articolo da azzeccagarbugli dello statuto dei lavoratori, a impegolarsi in accordi mirati a far fuori i disturbatori, tipo i fatali Cobas, per cui oggi nessuno osa attaccarsi all'articolo 39, che - ripeto - più chiaro non potrebbe essere. La Cgil ha strillato un po' ma avrebbe preferito che la Fiom mettesse una «firma tecnica» a quel capolavoro suicida. Quanto ai partiti non c'è che da piangere. D'Alema, che sarebbe dotato di lumi, Fassino, Chiamparino, Ichino, il Pd tutto hanno dichiarato che se fossero stati loro al posto degli operai Fiat - situazione dalla quale sono ben lontani - avrebbero votato sì senza batter ciglio. Diamine, non c'erano intanto 3.500 euro da prendere? Ma che vuole la Fiom, per la quale è stato coniato lo squisito ossimoro di estremisti conservatori?
Molto basso è l'onore d'Italia, scriveva un certo Slataper. Da ieri lo è un po' meno. Salutiamo con rispetto, noi che non riusciamo a fare granché, quel 46% di Cipputi che a Torino, dopo Pomigliano, permette di dire che non proprio tutto il paese è nella merda.

MIRAFIORI
Ora è tutto più chiaro
Gabriele Polo

Ci sono luoghi e fatti che diventano rivelatori. A volte inspiegabilmente, raccolgono in sé un tasso di verità estrema. Cruda, persino crudele. In questo senso l'unico pregio del diktat imposto da Sergio Marchionne ai lavoratori Fiat, consiste nella rivelazione di Mirafiori. Costringendo, loro malgrado, i 5.300 delle carozzerie a squarciare il velo di mille finzioni e ipocrisie. E tutto è apparso più chiaro: dall'inesistenza del progetto industriale evocato alla strumentalità finanziaria del suo enunciatore, dalle complicità dei sindacati di mercato alla pesante responsabilità di chi vuole rappresentare la centralità del lavoro, dalla solitudine politica degli operai al loro dover scegliere tra diritti e occupazione. CONTINUA | PAGINA 7
Tutto squadernato in maniera «pura», cruda, realista, fino all'esito di un voto che, pur estorto e non libero, ha definito la mappa della fabbrica: la divisione del lavoro e della fatica (il no vincente dove più pesanti sono le condizione e più radicali i peggioramenti della «cura Marchionne», il sì decisivo dei più tutelati, gli impiegati e i lavoratori notturni); la soggettività della scelta che spacca, tra chi è costretto a piegare la testa e chi comunque non lo fa.
Con queste crude realtà da domani si misurerà il futuro, non solo quello di Torino e dei suoi lavoratori. Per Marchionne, il management e la proprietà sarà più complicato continuare a nascondere le vere intenzioni di trasformare Fiat in una sottomarca di Chrysler e fugare il sospetto - per molti una certezza - di voler sbarazzarsi sia di Mirafiori che di Pomigliano. Inoltre il voto di venerdì frena l'operazione autoritaria che riduce il lavoro a merce e i lavoratori in servitù. E, forse, più di un'impresa italiana già pronta a disdire il contratto nazionale e costruirsene uno a proprio uso e consumo, ci ripenserà sperando di evitare i conflitti più che annunciati dalle settimane di Mirafiori. Dove si è consumata una frattura sindacale anch'essa emblematica: con i sindacati «complici» che hanno sposato e rappresentato presso i lavoratori gli interessi dell'azienda (concepita come unica comunità possibile, magari combattente con altre), mentre la Fiom rimasta da sola con la propria indipendenza è ora chiamata a reggere tutto il peso della rappresentanza nel pieno di una crisi che è ormai l'habitat consueto della globalizzazione. E con la Cgil a dover scegliere tra i due modelli dispiegati a Mirafiori, in primis sulla questione democratica, decidendo se «una testa un voto» (sul lavoro e nell'organizzazione) sia o meno la pratica fondante del sindacato. Quanto alla politica e alla sinistra... beh, per affrontare la propria irrilevanza dovrà ripensarsi e scegliere da che campo ripartire: il patto tra produttori non funziona più nemmeno nell'«Emilia rossa e democratica».
Ma a fare i conti con la verità cruda di questi giorni saranno soprattutto le donne e gli uomini che hanno detto «no». Di quel coraggio loro porteranno il peso, insieme a chi li ha sostenuti. Sapendo però di essere ancora in piedi. Non hanno nulla di cui esultare, ma basta guardarli per capire quanto siano felici di aver difeso un futuro da condividere. Con i loro simili. Amici. Persino compagni.

«Partita aperta»
«Sarebbe un atto di saggezza da parte di Fiat riaprire una trattativa vera, perché le fabbriche senza il consenso dei lavoratori non funzionano». Così il segretario della Fiom, Maurizio Landini: «Capisco chi ha votato sì, noi non lasceremo solo nessuno»
Tommaso De Berlanga

Un ciclone di fisicità in uno studio televisivo che ha fatto dell'understatement intelligente il suo tratto distintivo. Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, ma soprattutto apprendista metalmeccanico entrato in fabbrica all'età di 15 anni, ha portato una ventata di verità in una discussione - nelle ultime settimane - totalmente deformata, priva di informazioni, estranea a quello che materialmente si decideva nel voto delle Carrozzerie di Mirafiori.
Fabio Fazio ha fatto qualche fatica a contenerne l'irruenza reggiana, per proporre le domande che la giornata imponeva («cosa farete adesso?», «la Cgil metterà una firma tecnica?», «riconoscete il risultato?», ecc). Per scoprire che quelle domande non riguardano il vero cuore del problema: il terremoto nelle relazioni industriali implicito nel «modello Marchionne», una visione sociale composta da imprese libere di fare qualsiasi cosa, lavoratori abbrutiti e silenti come nel film Metropolis e una «politica assente, in tutt'altra cose affaccendata».
Per chi segue la cronaca sindacale, le risposte di Landini erano in qualche misura intuibili. «È successa una cosa straordinaria: pur sotto ricatto metà degli operai ha votato no, e nelle assemblee - che solo noi abbiamo fatto, distribuendo il testo integrale dell'accordo, che nessuno aveva potuto leggere - anche quelli che dicevano avrebbero votato sì, ci davano ragione». Perché «capisco che sono sotto ricatto, con il mutuo da pagare o il figlio da mandare all'università, e non sanno cos'altro fare». Ma non ne deriva una divisione tra lavoratori («conviene solo a Marchionne»), piuttosto la certezza - da parte della Fiom, «di rappresentare tutti, ben al di là dei nostri iscritti (600) e dei voti che avevamo preso con le Rsu (900 su 5.500)». Ieri notte sono diventati 2.326. «La Fiat dovebbe ragionare su questo voto, e riaprire la trattativa». Perché «senza consenso, la fabbrica non può funzionare».
La fisicità del lavoro alla catena riconquista prepotentemente la scena tv - se ne accorge, Fazio - mettendo in fila numeri semplici: «a Melfi, fabbrica giovane, su 5.500 operai, 2.200 hanno ridotta capacità lavorativa; vuol dire che a quei ritmi in pochi anni si sono rotti legamenti, articolazioni, ecc». Ad evitare questo servono anche quei «10 minuti di pausa» che qualche cronista ha citato come una quisquilia.
Fisicità del mercato. «Se in Italia la Fiat produce poco non è perché gli operai non hanno voglia di lavorare; stanno sempre in cassa integrazione, la Fiat non mette in campo nuovi modelli», al contrario di quel che ha fatto la concorrenza. Non investe, né è sollecitata dal governo a farlo (al contrario di Obama o della Germania). Tocca qui un tasto delicato (la globalizzazione), con i governi invitati a occuparsi solo di salvare banche e finanza, invece di «dare indirizzi», gestire una politica industriale.
Fisicità anche della democrazia: «un lavoro senza diritti non è un lavoro; se non puoi scegliere il tuo sindacato o dire la tua, non sei libero». In questo «accordo» vengono toccati - oltre a tempi, turni, pause, straordinari - «diritti indisponibili» (per Costituzione o per legge). E quindi la Fiom - l'unica, dentro la Cgil, ad avere la titolarità di fare un accordo, «non lo fimerà» e «resterà in fabbrica» anche se malaccetta. L'aveva detto prima: «quel referendum è illegittimo, perché non c'è libertà di scelta». Se voti sì perdi i diritti, se voti no perdi il posto di lavoro. Una vera «proposta che non si può rifiutare», che avrebbe suscitato l'ammirazione persino di don Vito Corleone (Il Padrino film, ovvio).
54,05% PER IL SÌ Hanno votato l'opzione Marchionne 2.735 lavoratori su un totale di 5.431 aventi diritto. Affluenza record: 94,6%. 59 le schede nulle e bianche. Cioè 5.119 votanti in tutto. A spostare l'ago della bilancia il seggio 5, quello degli impiegati: su 449 iscritti hanno votato in 441 e 421 hanno detto sì all'accordo.
45,95% PER IL NO 2.325 lavoratori hanno bocciato l'accodo separato. Fra le oltre 4.500 tute blu, al montaggio e alla lastratura si è registrato il 53% di no. Tra gli i sindacati firmatari dell'accordo (Fim-Cisl, Uilm, Fismic, Ugl) il 68% si è espresso a favore dell'intesa, mentre il 32% ha votato contro.
9 TUTE BLU Nel conteggio complessivo dei soli operai delle Carrozzerie, il sì ha prevalso soltanto per 9 voti: 2.315 contro 2.306 tute blu.

 
CISL E UIL
«Un modello non perfetto», il fronte del sì festeggia in parrocchia, ma è un boccone amaro
Mauro Ravarino
TORINO
E il fronte del sì festeggia in chiesa. Nel seminterrato della parrocchia del Redentore, qualche centinaia di metri più in là dalla Porta 2 di Mirafiori, tra prati umidi e vetri appannati che non scaldano una vittoria di Pirro. Seduti, nella sala gremita da giornalisti, ci sono i segretari di ogni sigla firmataria; sullo sfondo due bandiere della Cisl. Si dicono tutti soddisfatti, anche di fronte a un risultato innegabilmente poco tondo per i sindacati favorevoli all'intesa. Ci tengono a ribadire che la loro è una vittoria operaia, non solo di impiegati: «Il risultato del referendum è importante perché, se si considerano le preferenze degli operai, il sì ha vinto di 9 voti» commenta il segretario generale della Fismic, Roberto Di Maulo.
«Abbiamo vinto pure nei reparti più comunisti e pieni di Cobas», rivendica orgoglioso Maurizio Peverati, Uilm Torino, che in tempi non sospetti aveva ipotizzato un plebiscito per l'accordo: «L'obiettivo di partecipazione che contiamo di ottenere - disse lo scorso 5 dicembre - è tra il 90% e il 95% delle maestranze e di contare un 80% di Sì». Non è andata così (l'ampio voto al no è un boccone amaro) e il più cauto Claudio Chiarle, segretario Fim-Cisl di Torino, precisa: «Ho sempre detto che si vinceva con un voto in più, il risultato rispecchia le tensioni degli ultimi giorni. L'importante è che sia emerso un segnale positivo e che si investa presto il miliardo previsto dall'azienda, affinché migliorino le condizioni di lavoro per i dipendenti». Per Bruno Vitali, segretario nazionale Fim Cisl «è nato lo stabilimento del futuro». E, all'alba, già sottolineava: «È il primo referendum che vinciamo a Mirafiori da 15 anni ma è il più importante».
Sul fronte dei diritti, i sindacati del sì mettono le mani avanti: «L'accordo non lede nessun diritto indisponibile o costituzionale, perché, in quei punti, è identico a quello di Pomigliano e la Fiom non ha finora mosso alcuna causa legale» spiega Di Maulo che poi aggiunge: «L'intesa offre un modello non perfetto perché poggia su una legislazione non perfetta, ma dà una spinta fortissima ai tavoli confederali e al rinnovamento del sistema di relazioni sindacali». Sulla rappresentanza, la Fim vorrebbe, invece, proporre, nei 18 mesi prima della joint-venture. una proposta di legge che corregga i limiti dell'attuale intesa.
Tocca, poi, a Eros Panicali, responsabile nazionale auto della Uilm, sollecitare Marchionne: «È costretto a fare l'investimento e vorrei proprio vedere la sua faccia dopo lo scherzetto che gli hanno fatto i lavoratori di Mirafiori, che sono andati a votare numerosissimi. Da lunedì, gli chiederemo di conoscere la destinazione degli altri 18 miliardi di investimenti in Italia». Infine, secondo il segretario della Cisl di Torino, Nanni Tosco, «è un risultato che l'intera comunità torinese si aspettava, perché secondo uno studio dell'Unione industriale la crescita del Pil locale che ne deriverà per i prossimi anni è del 6-7% e la crescita in termini quantitativi è pari a 7 miliardi».

 
sbilanciamoci .info
I soldi che intasca Marchionne e quelli degli altri
Vincenzo Comito

Oggi la remunerazione complessiva degli alti dirigenti operanti nelle imprese della maggior parte del mondo si compone di almeno tre voci; 1) la parte fissa, 2) i cosiddetti bonus, premi in genere annuali - ma ci sono anche quelli straordinari- collegati, almeno in teoria, al raggiungimento di certi obiettivi aziendali, infine 3) la distribuzione di azioni, voce a sua volta suddividibile in due strumenti differenti, stock option, strumento attraverso il quale è possibile, in genere nell'arco di un certo numero di anni, per il dirigente interessato, acquistare azioni della società ad un prezzo predeterminato e stock grant, distribuzione di azioni gratuita. Anche questa terza voce, come i bonus, dovrebbe spingere i dirigenti a migliorare le prestazioni aziendali.
La crisi in atto ha rinfocolato le polemiche intorno a degli strumenti che portano la remunerazione dei manager a livelli intollerabili e pari in molti casi a diverse centinaia di volte, se non di più, rispetto a quella degli stipendi medi esistenti in un'azienda e a punte ancora più elevate rispetto a quelli degli operai meno pagati. Va anche ricordato come alcuni decenni fa il rapporto tra la paga di un top manager e quella di un dipendente nella scala bassa della gerarchia fosse in occidente "soltanto" pari ad alcune decine di volte.
(...) Nel 2009, anno di crisi, in cui il gruppo Fiat ha perso circa 800 milioni di euro, l'amministratore delegato, S. Marchionne, come ci informa il documento di bilancio aziendale, ha ricevuto come parte fissa della sua remunerazione circa 3.430.000 euro e a titolo di bonus 1.350.000, per un totale di 4.780.000 euro, mentre la remunerazione complessiva di L. Cordero di Montezemolo, presidente del gruppo e contemporaneamente della Ferrari, è stata uguale a 5.170.000 euro e quella di J. Elkan, che non aveva incarichi operativi, "soltanto" a 631.000 euro.
C'è chi in Italia nello stesso anno ha fatto anche meglio; così C. Puri Negri, amministratore delegato di Pirelli Re, nonostante i pessimi risultati dell'azienda da lui diretta, ha ricevuto un totale 14.000.000 di euro, più del suo capo, M. Tronchetti Provera, che ha guadagnato 5.664.000 euro, di nuovo nonostante il non brillante andamento del gruppo Pirelli.
Ma torniamo alla Fiat. La retribuzione media annua lorda di un operaio del settore metalmeccanico è stata nel 2009 pari (dati Istat), a 21.600 euro. Così Marchionne ha guadagnato in tale anno circa 222 volte quanto un operaio di linea. M. Mucchetti, sul Corriere della sera del 9 gennaio 2011, ci ricorda che nel periodo 2004-2010 l'amministratore delegato ha comunque ottenuto in media 6.300.000 euro all'anno. In questo caso, prendendo in considerazione tutto il periodo di lavoro del manager presso la Fiat, il confronto con il salario dell'operaio metalmeccanico nel 2009 darebbe un rapporto di circa 292 volte.
Ma la storia non finisce certo qui. Bisogna anche considerare che da quando Marchionne ha preso le redini del gruppo nel 2004 egli ha avuto in assegnazione gratuita 4.000.000 di azioni, cedibili sul mercato a partire dalla fine del 2012. Il loro valore nei primi giorni del 2011 era di 69.800.000. Inoltre, egli ha anche ottenuto nel tempo delle stock option per un numero complessivo di 19.420.000 milioni di azioni circa, che, sempre nei primi giorni del 2011, avevano un valore netto di 143.800.000 euro.
(la versione completa dell'articolo su www.sbilanciamoci.info)

SACCONI
«Adesso via agli investimenti»

«Adesso tocca a Fiat realizzare gli investimenti promessi e continuare il confronto sugli altri siti produttivi», per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi contano più le promesse di Marchionne che i fatti concreti. E così alla luce della vittoria del sì al referendum di Mirafiori il ministro si sdraia completamente sull'accordo dello stabilimento torinese che «costituisce - dice - la premessa per attrarre altri investimenti e sviluppare quella grande impresa che in Italia è stata anche frenata dalle relazioni industriali». Poi sferra l'ennesimo attacco della settimana al segretario della Fiom Maurizio Landini: «Anche gli impiegati sono lavoratori. Mi spiace che la Fiom non li consideri lavoratori». Una replica alle obiezioni dei metalmeccanici della Cgil che sottolineanno come per la vittoria dei sì sono stati determinanti i voti dei colletti bianchi per i quali il contratto non avrebbe effetto.
 
MARCHIONNE Grazie a chi ha scelto il sì, ma troppi gli attacchi frustranti
«Lavoratori lungimiranti, con voi una svolta storica»
an. sci.

Un lungo comunicato inviato ai giornali alle 11,20, a poche ore dai risultati definitivi: l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne giudica l'esito del referendum «una svolta storica». Si dice lieto che «la maggioranza dei lavoratori di Mirafiori abbia compreso l'impegno della Fiat». Persone «lungimiranti», che «hanno scelto di prendere in mano il loro destino, di assumersi la responsabilità di compiere una svolta storica e di diventare gli artefici di qualcosa di nuovo e di importante».
Poi l'attacco a chi ha criticato la Fiat negli ultimi mesi: «La maggior parte delle nostre persone non si sono fatte condizionare dalle tante accuse che ci sono piovute addosso, dagli attacchi che sono stati fatti in modo strumentale sulla loro pelle - prosegue Marchionne - ma hanno scelto di stare dalla parte di chi si impegna, di chi intende mettere le proprie qualità e la propria passione per fare la differenza».
E un messaggio al fronte del no: «Mi auguro che le persone che hanno votato no, messe da parte le ideologie e i preconcetti prendano coscienza dell'importanza dell'accordo che salvaguarda le prospettive di tutti i lavoratori. Il piano è molto ambizioso: la società tra Fiat e Chrysler ci permetterà di installare a Mirafiori una nuova piattaforma per i Suv di classe superiore, sia per il marchio Jeep che per l'Alfa Romeo, da esportare in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti».
Poi una lunga spiegazione sul perché l'accordo «serve solo a far funzionare meglio la fabbrica, senza intaccare nessun diritto». «Non penalizza i lavoratori in nessun modo e mantiene inalterate tutte le condizioni positive che sono previste non solo dal contratto collettivo ma anche da tutti i trattamenti che la Fiat nel tempo ha riconosciuto alle proprie persone». «L'organizzazione del lavoro è in realtà la stessa che a Mirafiori si sta sperimentando da più di 2 anni e che tiene conto del grado di affaticamento dovuto al tipo di lavoro svolto.L'introduzione dei 18 turni comprende quello del sabato sera che è il più disagiato. Per questo abbiamo concordato che, pur essendo sempre retribuito, venga effettuato solo se c'è una reale necessità e che comunque, in questo caso, sia pagato come straordinario. Il pieno utilizzo dei 18 turni permetterà, inoltre, di aumentare i salari di circa 3.500 euro l'anno».
«Rivedere il sistema della pause, inoltre, riducendole a 30 minuti e monetizzando la differenza, ci permette di adeguarci a quello che succede nelle fabbriche del resto d'Europa e del mondo. Quanto alle malattie, su cui si sono dette tante assurdità, l'accordo prevede semplicemente di monitorare il tasso di assenteismo, per evitare eventuali abusi. Sarà una commissione congiunta con il sindacato a valutare caso per caso il non riconoscimento dell'indennità a carico dell'azienda. La verità è che questa clausola serve soprattutto a richiamare l'attenzione sul problema, a smuovere le coscienze e il senso di responsabilità e mi auguro che non venga mai applicata».
«Le critiche che abbiamo ricevuto sono state ingiuste e spesso frustranti - conclude Marchionne - Quando vedi che i tuoi sforzi vengono mistificati, a volte ti chiedi se davvero ne valga la pena. La maggioranza dei lavoratori di Mirafiori ha detto che vale sempre la pena di impegnarsi per costruire qualcosa di migliore».
Soddisfatto il presidente Fiat, John Elkann: chiede di «archiviare le polemiche e le contrapposizioni» e conferma «il pieno e convinto sostegno» della famiglia Agnelli. La presidente degli industriali Emma Marcegaglia dice che «ora si può investire» e che «Marchionne ha già un accordo con Confindustria: Fiat rientrerà quando faremo un contratto per l'auto».


INDUSTRIALI
Emma Marcegaglia: «Fiat rientrerà in Confindustria»

Emma Marcegaglia rilancia il «patto di New York» con Sergio Marchionne, per chiudere in tempi brevi la partita Confindustria-Fiat. La leader degli industriali si è schierata senza più riserve con il Lingotto alla vigilia del referendum a Mirafiori, accantonando i nodi aperti dallo strappo dei Fiat. Come anticipato sul «manifesto» dall'ex sindaco di Torino Diego Novelli, via dell'Astronomia - dice oggi Marcegaglia - «ha già un accordo con Sergio Marchionne e John Elkann per far sì che, nel più breve tempio possibile, quando noi faremo un contratto per auto, Fiat rientrerà in Confindustria». Un nuovo contratto specifico per il settore dell'auto, che recepirà le regole ad hoc decise da Marchionne, sarà la soluzione per far rientrare nel sistema Pomigliano e Mirafiori (che escludono dalle nuove rappresentanze sindacali aziendali chi non ha firmato gli accordi, come la Fiom). «Con Cisl e Uil da due anni lavoriamo» per nuove relazioni industriali, ha detto Emma Marcegaglia.
 
MIRAFIORI DI BASE
Cobas e Usb: «Successo importante, generalizzare le lotte»

Non solo Fiom. Alle Carrozzerie altri due sindacati hanno dato un robusto contributo al successo del «no»: Cobas e Unione sindacale di base (Usb). Le valutazioni sul voto sono abbastanza simili, ovviamente, e partono dal fatto che «ora Marchionne dovrà tirare fuori i soldi promessi per gli investimenti e ai sindacati firmatari toccherà fare da cani da guardia della rabbia operaia e dei conflitti che l'accordo inevitabilmente produrrà» (Usb). Il risultato «costituisce un grande esempio che deve tradursi in uno stimolo per tutti i salariati e i settori popolari per una rivolta di grandi dimensioni contro l'arroganza padronale e governativa, a partire dallo sciopero dei metalmeccanici convocato per il 28 gennaio dalla Fiom ed esteso dai Cobas a sciopero generale». Forte anche il richiamo al divieto costituzionale di fare «sigle di comodo» e «la necessità improcrastinabile di una legge, non di un accordo pattizio, sulla rappresentanza». Il tema dell'unità di tutti i settori sociali torna anche in una proposta di sciopero generale da effettuare verso fine febbraio-inizio marzo.
 


A Marchionne un NO chiaro ed inequivocabile

di Giorgio Cremaschi

su Liberazione del 16/01/2011

 

Con le lacrime agli occhi, di gioia stavolta, i lavoratori italiani hanno accolto il voto di Mirafiori. Al di là di qualche piccolo escamotage dell'ultima ora oramai è chiaro che la maggioranza degli operai non ha detto sì a Marchionne e che la netta maggioranza di coloro che subiscono il più duro attacco alle condizioni di lavoro, gli addetti ai montaggi e alla lastroferratura ha detto un no chiaro ed inequivocabile. Il sì passa sostanzialmente per la valanga di voti favorevoli degli impiegati che, come da tradizione in Fiat, hanno deciso che era giusto che gli operai lavorassero a condizioni che essi non subiranno mai.
La portata immediata di questo voto è enorme. Questo vuol dire che il disegno di Marchionne di cancellare la libertà e l'autonomia del lavoro in fabbrica è, allo stato attuale, privo del consenso e della forza necessaria per affermarsi. Le tante mosche cocchiere politiche e sindacali possono anche affrettarsi a dire che ha vinto il sì, ma Marchionne sa perfettamente di avere perso. Ora si apre la via per mettere in discussione questo accordo. C'è il tempo necessario anche perché ai lavoratori a cui è stata chiesta una rinuncia preventiva a tutto, spetta ancora un anno di cassaintegrazione. Altro che i 3.500 euro in più.
Bisogna costruire una risposta sindacale, politica e giuridica, vista la quantità di violazioni di leggi e diritti che sono contenuti nelle clausole capestro dell'accordo. Ma ancora più grande è la portata di fondo di questo voto. Il no degli operai di Mirafiori ci dice che la politica del lavoro usa e getta, la negazione di piani industriali seri e credibili, l'assenza di reali programmi per il futuro, non possono più essere spacciati come la modernità che risolve la crisi.
Si è creato lo spazio oggi per costruire un programma economico e sociale alternativo a quello di Marchionne e del liberismo selvaggio e per sostenerlo con un grande movimento di lotta.
Il no degli operai di Mirafiori parla a tutto il mondo del lavoro che non vuol più piegare la testa, parla ai giovani e agli studenti, a tutti i movimenti. Questo no dice a tutti che è possibile respingere il ricatto e incrinare quel regime di ingiustizie e sopraffazione che solo sul ricatto fonda la sua forza. Il no degli operai di Mirafiori parla alla Cgil e le chiede con chiarezza di mettersi a fianco di tutti i movimenti di lotta e di programmare finalmente quello sciopero generale che è oramai nell'ordine delle cose. Infine questo no parla alla politica. Le anime morte della sinistra che hanno spiegato al mondo che come operai di Mirafiori avrebbero votato sì, oggi si identificano solo con il voto degli impiegati. La sinistra che non capisce più gli operai e la questione sociale e che si innamora di ogni Marchionne che le vende modernità a basso costo, ha finito il suo percorso nel nostro Paese. Gli operai di Mirafiori chiedono di essere rappresentati da altro.
Infine è giusto che tutti e tutte noi ringraziamo i militanti della Fiom e del sindacalismo di base, le loro Rsu che a Mirafiori, contro tutto il regime mediatico e tutte le intimidazioni, hanno creduto in questa battaglia. Certo grandi sono i meriti della Fiom, e provo orgoglio nel ricordarli. Ma so anche che il merito principale di questa organizzazione è quello di essere in sintonia con quella parte crescente del nostro Paese che non ha più voglia di piegare la testa e che considera che il regime del ricatto nel nome del profitto non sia più socialmente e moralmente tollerabile.
Così il no degli operai di Mirafiori accompagna un'altra grande buona notizia. Il successo della prima rivoluzione del ventunesimo secolo: quella dei giovani e degli operai tunisini che hanno travolto la dittatura che li opprimeva. Proprio in queste settimane la Tunisia, assieme alla Serbia, era diventata uno di quei paesi utilizzati per spiegare agli operai italiani che debbono rinunciare a tutto altrimenti lì va a finire il loro lavoro. Come si vede anche questi ricatti alla fine hanno una prospettiva corta perché tutto il mondo comincia a ribellarsi al supersfruttamento dell'economia globalizzata. E proprio in questi giorni, anche in Serbia, gli operai stanno scioperando contro i ricatti della Fiat. Grazie operai e operaie di Mirafiori, con voi oggi ci sentiamo tutti più liberi e un po' più forti. Ci ritroveremo subito tutti assieme in piazza il 28 gennaio.

 

Ecco l'Italia che non si piega

di Claudio Grassi

su Liberazione del 16/01/2011

 

Ieri le operaie gli operai di Mirafiori hanno scritto una pagina che lascerà una traccia nella storia di questo paese.
La vittoria numerica dei “sì” –che pure va giudicata molto negativamente per le conseguenze che comunque avrà sui lavoratori, non solo di Mirafiori- non deve però far velo alla considerazione che la vittoria politica, per certi versi inaspettata, è certamente quella del fronte del “no”. Sappiamo bene in quali condizioni è maturato e si è svolto questo referendum. Marchionne e Berlusconi (e con loro i vari Cota e Chiamparino) hanno alimentato un clima di vero e proprio ricatto nei confronti dei lavoratori: o voti sì o perdi il posto di lavoro. Senza contare la stucchevole retorica dei giorni scorsi contro la Fiom, accusata di essere incapace di fare i conti con la “modernità” e con lo “sviluppo”, in grado di “dire solo dei no”, laddove la Fiom ha fatto la sola cosa che deve fare un sindacato degno di questo nome, difendere gli interessi e i diritti dei lavoratori contro un attacco così arrogante e vergognoso, condotto contemporaneamente da azienda, Confindustria, Governo, mass media.
In questo contesto le operaie e gli operai di Mirafiori, che in molti e da più parti hanno cercato in tutti i modi di umiliare e di intimidire, hanno dato una splendida lezione a tutti. Una lezione morale, politica, anche di orgoglio, rivendicando implicitamente e con forza la dignità del proprio lavoro. Operaie e operai a cui a cui veniva chiesto di rinunciare al diritto di sciopero, alla malattia, alla pausa pranzo, agitando lo spettro della chiusura della fabbrica.
Ebbene, queste lavoratrici e questi lavoratori hanno ancora una volta dimostrato che c’è un’Italia che non si piega, che resiste e reagisce. Da un lato infatti c’è l’Italia degli eversori, quella di Berlusconi e di Marchionne, eversori delle leggi e della Costituzione: un’Italia arrogante, menzognera, padronale, che non si ferma di fronte a nulla pur di battere la resistenza di chi rivendica diritti e giustizia sociale.
Dall’altro lato c’è un’Italia che alza la testa, che non accetta i ricatti, che pretende di ragionare in termini di giustizia e diritti, che si ostina –disperatamente, inaspettatamente- a non considerare “naturale” che il cosiddetto “sviluppo” passi per l’umiliazione della vita dei lavoratori e della dignità del lavoro.
L’esito di questo referendum va perciò considerato un importante punto di ripartenza dopo la già decisiva manifestazione del 16 ottobre. Intanto per riaprire una nuova stagione di rivendicazioni e di lotte, in nome della riconquista dei diritti perduti. Il referendum di Mirafiori ci dice che è possibile. Al fianco della Fiom e delle lavoratrici e dei lavoratori, per ribadire che non si può immaginare di governare una fabbrica come Mirafiori contro le operaie e gli operai, e che dunque, alla luce del voto di ieri, è necessario riaprire la trattativa fra le parti. E allo stesso tempo per impedire che qualcuno provi a estendere il modello Marchionne altrove. La prima tappa di questo percorso sarà lo sciopero indetto dalla Fiom per il 28 gennaio. Un appuntamento che oggi diventa ancora più importante e decisivo. Anche per questo auspichiamo che la CGIL faccia quello che ormai è improcrastinabile: indire lo sciopero generale, trasformare la giornata del 28 gennaio nello sciopero generale indetto dalla CGIL: se non ora, quando?
In secondo luogo l’esito del referendum sottolinea la distanza che dobbiamo purtroppo ancora registrare fra la forza di chi è in grado di agire il conflitto (oggi le operaie e gli operai, ieri studenti e ricercatori), e la debolezza della sinistra di alternativa nel suo complesso, divisa e frammentata, fuori dal Parlamento, ancora incapace di offrire una sponda politica all’altezza della sfida e dello scontro.
Come si vede, l’importantissimo e positivo esito della consultazione di Mirafiori parla al paese intero. A parlare è un pezzo di quell’Italia che ancora resiste. Ad ascoltare, fra gli altri, dovremmo esserci anche noi, per rilanciare la loro sfida, affiancarli ancora nella loro lotta, costruire con ancora più efficacia insieme a loro la prospettiva per una nuova stagione di conflitto.

 

 

Dopo il referendum di Mirafiori

di Luca Michelini

su altre testate del 16/01/2011

 

Ricatto: la Fiat ha vinto il referendum di pochissimo grazie al puro e semplice ricatto e impone condizioni di lavoro disumane, violando diritti individuali imprescindibili, sbandierando un piano industriale evanescente, in assenza di un dibattito di politica industriale sulle sorti e sui tipi della mobilità (trasporti) e del loro ruolo per la competitività (produttività) del sistema-paese. Certo, ci sono molti modi per condurre un’azienda: il “Corriere della sera”, con un’editoriale di Mucchetti, auspica addirittura la cogestione, sul modello tedesco, che opportunamente ricorda essere nato non sul terreno sindacale, ma su quello eminentemente politico1. Quindi le relazioni industriali sembrerebbero non vivere necessariamente sul ricatto. E tuttavia Marchionne e Berlusconi ricordano a tutti noi che il mercato del lavoro è proprio sul continuo ricatto che si fonda. Questo ricatto può essere più o meno violento, a seconda della forza contrattuale dei lavoratori (se sono sindacalizzati o meno, se sono divisi, se vi è più o meno disoccupazione ecc.) e della sponda politico-istituzionale che essi trovano e si sono costruiti (in Parlamento, nel Governo, nelle istituzioni intermedie ecc.). E’ però bene comprendere che il mercato, il capitalismo, si fonda su una fondamentale asimmetria di potere, su una diseguaglianza fondamentale dei “punti di partenza”, quella esistente tra lavoratori e “datori di lavoro”. La crisi economica esaspera questo stato di fatto, ma non lo crea: o si accettano le “proposte” (sic!) dei “datori di lavoro”, oppure costoro sceglieranno altri territori ove impiantare le proprie aziende. Al tempo stesso, la crisi non colpisce in modo uniforme la società, poiché perpetua la fondamentale asimmetria che la caratterizza.
Il “Giornale”, con la penna di Porro, opportunamente ricorda a tutti noi che la presa di posizione di Berlusconi a favore di Marchionne ha significato fare una “cosa di destra, di destra liberale”2. Ma quando Porro afferma che “nessuno può oggi ragionevolmente pensare che per trattenere una fabbrica in Italia si adottino politiche industriali fatte da un impasto di vetero sindacalismo e aiuti di Stato”, e quindi quando l’editorialista tenta di spacciare Marchionne e Berlusconi come campioni di liberismo e di pura imprenditorialità apolitica, in effetti si dimentica di ricordare alcuni importanti dati di fatto. Primo: la Fiat compie scelte di localizzazione proprio ove questi aiuti di Stato sono più corposi (vedi Chrysler e Serbia, senza poi parlare del caso Italia). Secondo: l’appoggio del Governo italiano a Marchionne è tutt’altro che un non-intervento dello Stato; il Governo auspica che il caso Fiat segni la nascita di “nuove relazioni industriali”. Terzo: Berlusconi personifica un modello imprenditoriale che non potrebbe esistere senza la strettissima connessione con lo Stato e con il Governo, più in generale con la politica (a cominciare dalle concessioni Tv ecc.). E’ dunque bene ricordarsi che il liberismo si fonda su un’altra importantissima asimmetria: libero (da diritti, da sindacati, da tutele) dev’esse il mercato del lavoro, aiutatissimo dallo Stato deve essere il ruolo dell’imprenditore capitalista.
A dispetto di quanto pensano alcuni studiosi ed opinionisti, destra e sinistra sono termini che hanno ancora un senso preciso e gli schieramenti politici si definiscono ancora ed anzitutto sulla base di ciò che si pensa in merito al lavoro, come categoria fondamentale dell’economia e della società. Di destra è pensare che i diritti individuali siano sacrificabili sull’altare del profitto; di destra è pensare che lo sviluppo dell’industria implichi necessariamente il sacrificio dei diritti individuali e delle opportunità di vita di chi lavora. Di destra è pensare che Marchionne e la proprietà attuale di Fiat abbiano un qualsiasi “merito” particolare nel ricoprire la posizione che ora ricoprono e nell’ ottenere i risultati che ottengono (o che dicono di raggiungere) dal punto di vista industriale. Di destra è considerare individuale una proprietà che è largamente frutto di uno sforzo collettivo. Di destra è utilizzare lo Stato, e quindi il frutto del lavoro collettivo, a fini privati, spacciandoli per interessi generali. Di destra è non porsi l’obiettivo di indirizzare la produzione, p. es. di mezzi di trasporto, per cancellare i costi sociali e le inefficienze di sistema che genera.
Il risultato del referendum, e l’agenda politica dei prossimi mesi, confermano la centralità del lavoro. E’ infatti da verificare se il risultato del referendum costituisca anche una vittoria morale per la Fiat e per Berlusconi: anche molti di coloro che hanno votato sì o che per il sì si sono schierati, lo hanno fatto a denti stretti, percependo la violenza del ricatto. Politicamente, il referendum rafforza Berlusconi perché il PD è incapace di prendere una posizione netta e chiara; in ogni caso, il ricatto rende evidente che in Italia si ricostituirà una nuova forza politica “di sinistra” (probabilmente per implosione e ricomposizione di alcune opposizioni oggi esistenti) e che la dialettica politica e sociale potrebbe riprendere le forme di quella un tempo tipicamente europea3, che tanta civiltà ha generato. Il referendum ha reso evidente che se questa nuova forza politica non prenderà forma, la coesione sociale del nostro paese è destinata a disgregarsi, la vita politica assumerà nuove forme di dispotismo e di classismo, l’industria languirà sempre più, divenendo subordinata a quella di ben più lungimiranti nazioni. La crisi è tutt’altro che passata e gli effetti della manovra fiscale ancora devono rivelarsi in tutta la loro portata; lo stesso federalismo fiscale in ultima analisi riporta il dibattito politico ad interessarsi delle diseguaglianze socio-economiche del paese, cioè della sua capacità contributiva, di come viene distribuito e redistribuito tra i ceti sociali il frutto del lavoro. Le vicende di Mirafiori, insomma, spingono di nuovo a porsi le domande fondamentali, le uniche sulle quali può costruirsi un’identità politica e nazionale: che cos’è la ricchezza? chi produce ricchezza? come viene ripartita? Da qui necessariamente deve ripartire il paese per ripensare se stesso, per ritrovare l’orgoglio e la necessità di essere Nazione.

 

 


libero news-15 gen

Sull'esito del referendum di Mirafiori giunge anche l'atteso commento di Susanna Camusso, segretario della Cgil. Che ancora una volta attacca Sergio Marchionne. L'esito del voto, secondo la leader sindacale, "dimostra che non c'è la possibilità di governare la fabbrica senza il consenso dei lavoratori e quindi nega il ritorno del modello autoritario delle fabbriche-caserme. Sappiano Marchionne e Confindustria che così non si governa". La Camusso quindi insiste: "La Cgil è sempre stata d’accordo con il concetto di pluralismo sindacale. Ma il pluralismo va riconosciuto sempre ed è in contraddizione con gli accordi ad excludendum. Alla Marcegaglia, di cui ho sentito dichiarazioni strane, dico che non si può pensare che non sia un vulnus per il paese un accordo ad excludendum che impedisca di scegliere i propri rappresentanti e di associarsi liberamente". Secondo la numero uno della Cgil, infine, "il voto di Mirafiori conferma l'esigenza di definire regole di rappresentanza e democrazia per tutti. L'obiettivo è raggiungere un accordo con gli altri sindacati e  le associazioni di impresa che dovrà essere poi la base di una legge che abbia valenza erga omnes. Il risultato del voto di Mirafiori lo riconosciamo ma stiamo discutendo del valore. Riconoscere il risultato vuol dire anche riconoscere che i lavoratori hanno votato 'no'".

MARCHIONNE: "SVOLTA STORICA" - "Dai lavoratori un segnale di fiducia nel loro futuro, è una svolta storica. Le critiche che ho ricevuto sono ingiuste e frustranti". Questo il primo commento di Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, a poche ore dall'esito del referendum di Mirafiori, che ha visto approvato il suo piano di rilancio con il 54% dei voti. Marchionne ha celebrato "il coraggio di compiere un passo avanti contro l'immobilismo di chi parla soltanto o aspetta che le cose succedono", chiaro messaggio al fronte del 'no' sostenuto dalla Fiom e da parte del centrosinistra.

La vittoria del sì al referendum: decisivo il voto dei 'colletti bianchi'.

GOVERNO SODDISFATTO - "Si apre un'evoluzione nelle relazioni industriali soprattutto nelle grandi fabbriche che dovrebbe consentire un migliore uso degli impianti e effettiva crescita dei salari. Ora via agli investimenti". Questo il commento a caldo del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sul voto di Mirafiori. Il Pdl, per bocca del portavoce Daniele Capezzone, esprime soddisfazione per una vittoria che "ha un valore storico, e sarà ricordata come la marcia dei 40mila o come il referendum sulla scala mobile".
Anche da Cisl e Uil arrivano chiari segnali di soddisfazione, nonostante la vittoria più risicata del previsto. "Come per tutti i veri cambiamenti la decisione è stata sofferta. Alla fine hanno vinto le ragioni del lavoro", ha commentato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. "Il sì all'accordo - ha detto - ci fa vedere con più ottimismo il futuro di Mirafiori e dell'industria automobilistica nel nostro Paese".

"Nulla sarà più come prima - annuncia all'alba il segretario confederale Uil Paolo Pirani -, è una scelta importante perché garantisce un futuro a Mirafiori e all'industria in Italia". "Dopo la trattativa, dobbiamo fare in modo che gli accordi si concretizzino", aggiunge Claudio Chiarle, segretario della Fim di Torino. Roberto Di Maulo, segretario generale Fismic, sottolinea il "segnale importante non solo per Mirafiori e il Piemonte ma per tutta l'economia nazionale". "Da lunedì - anticipa Eros Panicali, responsabile auto Uilm - vorremmo iniziare una nuova avventura del piano Fabbrica Italia, dopo gli accordi per Pomigliano e Mirafiori. Oggi vorrei guardare negli occhi Sergio Marchionne per vedere se è contento". Per Nanni Tosco, segretario provinciale Cisl di Torino, il voto "rappresenta una spinta al superamento della crisi" mentre Gianni Cortesi, segretario per la provincia di Torino della Uilm, elogia la "grande prova di maturità dei lavoratori di Mirafiori nonostante le pressioni e la disinformazione. "E' il primo referendum della storia che vinciamo a Mirafiori - esulta Maurizio Peverati, segretario provinciale Uil Torino -. Politicamente in fabbrica è stato un ribaltone".

LA FIOM NON MOLLA - Delusione dal fronte Fiom, 'tradita' dagli impiegati e dai quadri medi del Lingotto. Il sindacato di sinistra non rinuncia ad attaccare Marchionne forte dell'ampio consenso raccolto nella catena di montaggio. "La maggioranza degli operai ha detto no. E' un atto di coraggio eccezionale e una colossale sconfitta politica e morale per Marchionne ed i suoi sostenitori - incalza il presidente del comitato centrale Giorgio Cremaschi -. C'è la forza per andare avanti e rovesciare l'accordo della vergogna".
Molto cauto Pierluigi Bersani, segretario del Pd: "Il risultato va rispettato, così come quel tanto di disagio che rappresenta". Più aggressivo, invece, Nichi Vendola, leader di Sinistra e Libertà e aspirante guida del centrosinistra italiano, che parla di "vittoria più amara per Marchionne e sconfitta più gratificante per la Fiom". "La partita - annuncia - non si è chiusa ma si è riaperta, il no vince tra gli operai e il sì con i capi e i capetti".

Anche Paolo Ferrero (Rifondazione comunista) trova modo di esultare: "Nonostante il ricatto mafioso della Fiat, gli operai di Mirafiori hanno dato una grande lezione di dignità bocciando il dictat di Marchionne". Poi l'attacco alla Cgil di Susanna Camusso: "Pieno appoggio alla Fiom in ogni iniziativa volta ad impedire l'applicazione di questo vergognoso accordo a partire dalla partecipazione dello sciopero del 28. Cosa aspetta la Cgil a trasformarlo in uno sciopero generale?".
Il responsabile dell'auto, Giorgio Airaudo spiega: "Gli operai delle linee di montaggio hanno detto di no. Di fatto sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori sono in gran parte capi e struttura gerarchica". Tende la mano il segretario generale Fismic, Di Maulo: "Bisogna lavorare con pazienza e ricostruire le ragioni di largo consenso che necessita un investimento così importante".

15/01/2011

 


 

 

IL FATTO-repubblica

Fiat, Mirafiori dice sì a Marchionne
l'accordo promosso col 54% dei voti

La lunga notte del referendum si è conclusa quasi all'alba. II no in vantaggio grazie agli operai delle catene di montaggio, poi la scossa decisiva dal seggio degli impiegati. Operazioni di spoglio in ritardo per un errore sulle schede che ha anche fatto rettificare l'affluenza al 94,6%. Rissa al termine dello spoglio: la Fismic esulta, ne nasce un diverbio, un rappresentante Fiom colto da malore

di PAOLO GRISERI

TORINO - Il sì prevale di misura a Mirafiori. Al termine di una lunghissima notte di scrutinio (i seggi si son chiusi alle 19.30, i risultati finali si sono avuti dopo le 6 del mattino), i voti favorevoli all'accordo separato del 23 dicembre 1 sono stati il 54%, quelli contrari il 46%. Altissima l'adesione al referendum, che ha superato il 94,6% (circa 5.139 persone) degli aventi diritto. Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti: "Hanno vinto le ragioni del lavoro".

Tensione prima della fine dello spoglio delle schede. Quando si è avuta la certezza matematica della vittoria del sì, un esponente della Fismic ha esultato, e ne è nato un violento diverbio con alcuni rappresentanti della Fiom; uno di questi è stato colto da un malore ed è stato necessario l'intervento di un ambulanza. Un episodio che ha ulteriormnente rallentato il conteggio definitivo dei voti. 

AUDIO La cronaca 2

LO SPECIALE REFERENDUM 3

FOTO Ai cancelli in attesa del verdetto 4

Il risultato è decisamente al di sotto di quello di Pomigliano, dove quest'estate i sì avevano ottenuto il 63% e i no si erano fermati al 36%. Decisivo, per la vittoria del sì a Mirafiori, l'apporto degli impiegati, che hanno votato in massa a favore dell'accordo voluto da Marchionne: su 441 voti espressi, solo 20 tra i colletti bianchi hanno respinto l'intesa, mentre 421 l'hanno approvata.

Il peso degli impiegati alla fine è stato risolutivo per far pendere la bilancia a favore del sì, anche se il voto favorevole è prevalso di un soffio, solo 9 schede su oltre 4mila 500 anche tra le tute blu. Nelle aree operaie dove maggiore sarà l'effetto della rivoluzione di Marchionne, infatti, i sì e i no sono praticamente arrivati pari. Al montaggio e in lastratura la riduzione delle pause, e la nuova turnistica che potrebbe anche arrivare a prevedere dieci ore di lavoro consecutivo, sono stati bocciati dalle tute blu: al montaggio con oltre il 53% di no, mentre in lastratura la percentuale di coloro che hanno respinto l'accordo è stata leggermente inferiore. A sostegno del sì invece, oltre agli impiegati, il voto della verniciatura e di coloro che svolgono in modo continuativo il turno di notte, quello che viene considerato un privilegio concesso dall'azienda per l'aumento in busta paga determinato dalle indennità per l'orario di lavoro particolarmente disagiato.

"Come per tutti i veri cambiamenti la decisione è stata sofferta. Alla fine hanno vinto le ragioni del lavoro - ha commentato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti - il sì all'accordo ci fa vedere con più ottimismo il futuro di Mirafiori e dell'industria automobilistica nel nostro Paese". E il leader della Uilm, Rocco Palombella: "Anche i lavoratori, che hanno ritenuto di comportarsi in modo opposto, da oggi come gli altri saranno tutelati nel loro lavoro in fabbrica e in quella che sarà la loro prossima azione sindacale".

Il segretario nazionale della Fiom responsabile del settore auto, Giorgio Airaudo, ha precisato che "bisogna apprezzare il grande coraggio e l'onesta di una grandissima parte dei lavoratori di Mirafiori che hanno detto di no all'accordo. Come gli operai delle linee di montaggio. Di fatto sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori sono in gran parte capi e struttura gerarchica".

Con la vittoria del sì "nasce lo stabilimento del futuro": questo il primo commento del segretario nazionale della Fim Cisl, Bruno Vitali, che aggiunge: "Ora festeggia Torino, sbaglia chi pensa che Marchionne va a festeggiare a Detroit. E' il primo referendum che vinciamo a Mirafiori da quindici anni, ma è il più importante".

( 15 gennaio 2011 ) mattina


 

 

Rocco Di Michele- sito webil manifesto.it 15 gennaio
Io non ho paura

Il risultato che il “fronte del no”, prima del voto, avrebbe sottoscritto senza problemi come una vittoria. Ma che dopo i quattro seggi del reparto montaggio –  i “no” avevano prevalso in modo decisamente inatteso col 53% – suona come una beffa. Alla fine i “sì” hanno prevalso solo grazie al voto degli impiegati (421  favore, 20 contro), i meno toccati dall”accordo” nelle condizioni di lavoro.
La conclusione è giunta verso le sette di mattina, dopo una lunga notte in cui le operazioni sono andate decisamente a rilento anche a causa del “giallo” della sparizione di 58 schede al seggio numero 8, uno dei quattro del reparto montaggio. Poi si è visto che in realtà la commissione elettorale aveva sbagliato al momento della vidimazione delle schede, timbrandone appunto 58 in più. Questo dato cambia anche quello sull'affluenza: invece del 96,07% registrato inizialmente, in totale ha votato il 94,89 degli aventi diritto (5,154 lavoratori).
Dunque, come ha detto a caldo il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Airaudo, «bisogna apprezzare il grande coraggio e l'onesta di una grandissima parte dei lavoratori di Mirafiori che hanno detto di no all'accordo. Gli operai delle linee di montaggio hanno detto di no. Di fatto sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori sono in gran parte capi e struttura gerarchica».
Come e meglio di Pomigliano (dove i “no” avevano raggiunto un 36% impensabile all'inizio), il risultato non permette a Marchionne di prendere cappello e chiudere la fabbrica, ma gli consegna un corpo sociale che nella sua maggioranza “vera” (gli operai di linea, quelli che “fanno” la macchina) non è affatto piegato al suo volere e lo ha detto con forza.

Per poter dare una valutazione seria di questo risultato occore ricordare che il fronte dei sindacati pro-accordo (Fim Cisl, Uilm, Ugl, Fismic) aveva prima di ieri il 71% dei voti nelle Rsu, mentre il “fronte del no” (Fiom, in primo luogo, più Cobas e Usb) soltanto il 29. Si è quindi verificato un “quasi” perfetto rovesciamento degli equilibri interni a questa fabbrica, da molti anni dipinta come “rassegnata” e ormai estranea al conflitto sociale.
Se riguardiamo il film dei giorni scorsi, fino al voto, dobbiamo ricordare le centinaia di persone, uomini e donne spesso in lacrime, che spiegavano alle telecamere che avrebbero detto “sì” solo perché messi di fronte a un ricatto in piena regola, un autentico “o la borsa o la vita”. Dobbiamo quindi sapere tutti – Marchionne, i “sindacati complici”, l'inguardabile classe politica di questo paese – che persino in questo microcosmo di 5.400 persone messe con le spalle al muro non trova “consenso” autentico uno imbarbarimento delle vite e un annullamento dei diritti che vuol riportare il lavoro nelle condizioni degli inizi dell'800.
Di fatto dunque, e non per paradosso, si tratta del risultato peggiore possibile per i sostenitori di questa “modernizzazione” a rovescio: dovete fare quel che avete detto, ma sapendo di avere la maggioranza contro. Qui, nel paese del bunga-bunga e dell'affidarsi a qualche santo.
Da questo dato prende una spinta decisiva anche tutto il movimento che va preparando lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio: “vincere è possibile”, come aveva spiegato Maurizio Landini prima del voto. Bisogna smetterla di farsi inchiodare dalla paura e dal pessimismo sistematico. In fondo, ci sono già riusciti a Tunisi...


il manifesto 15 gen

TORINO
Affluenza record ai seggi Al reparto montaggio i «no» partono in testa
Loris Campetti

TORINO
Mirafiori, porta 2, trenta anni dopo. Stesso freddo, stessa nebbiolina torinese, stesse bandiere rosse, solo i simboli sono cambiati e al posto dei piccoli fuochi dentro i bidoni di latta ci sono le luci sparate delle tv. Si aspetta l'esito della partita di ritorno dell'Ottanta (purtroppo ad un'ora troppo tarda per noi). Dentro la fabbrica più grande e più illuminata sta iniziando lo spoglio di un referendum che è un ricatto: vuoi lavorare o vuoi i tuoi diritti? Chi ha votato si l'ha fatto con rabbia e rassegnazione, per paura di un milionario che scatena il suo odio di classe contro i più deboli, lui guadagna come tutti i 5.400 operai da cui vuole braccia, gambe e anima in cambio di una promessa da mercante, un lavoro che non arriverà perché senza modelli le auto non si vendono. La Fiat sta andando a picco non per colpa degli operai o della globalizzazione ma perché a Marchionne sta a cuore solo la Chrysler e il suo portafoglio. Chi vota no grida il suo orgoglio ai cancelli, ma alle 22 di sera non si capisce ancora nulla degli umori della fabbrica più imponderabile. 
Si conosce solo lo spoglio delle prime 700 schede al montaggio (il 12-23% del totale): nelle linee di montaggio c'è una prevalenza del no di sessanta schede, che lascia immaginare un risultato almeno analogo a quello di Pomigliano, forse migliore. In gioco c'é la sopravvivenza di un sindacato autonomo dal padrone, l'ultima resistenza a una omologazione assoluta, in cui il comando di tutto è in una sola mano. In gioco c'è la dignità delle persone che non vogliono farsi ridurre ad appendice delle macchine. In gioco ci sono la Costituzione, il contratto nazionale, lo statuto dei lavoratori. Persino il futuro autonomo e indipendente della Fiom sta ballando dentro le urne di Mirafiori.
Per tutto il giorno ai cancelli si è affollato quel pezzo di Torino che rappresenta la memoria della città, mentre operai e operaie entravano e uscivano dal mostro meccanico, caricati di una responsabilità troppo pesante per delle spalle già segnate dalla fatica del lavoro vincolato. Dentro girano le catene di montaggio, fuori i pulmini della Fiom e dell'Usb mandano musica di lotta. Si aspetta e si spera, non in un miracolo ma in uno scatto di dignità operaia. Qualcuno piange, i telefonini che collegano il fuori e il dentro sono roventi. Persino i giornalisti, questa notte, dopo giorni passati ai cancelli, sembrano un po' più umani. Facile dire chi manca: manca la politica, dissolta tra le nebbie torinesi. Gli operai sono soli. Anzi no, un pezzo di città è qui, Mirafiori porta 2. Forse non ci sarà il plebiscito preteso da Marchionne. Forse un'altra storia può ancora cominciare. Non sarà la vendetta rispetto alla sconfitta di trent'anni fa, hanno spremuto Mirafiori, l'hanno quasi svuotata ma non sono ancora riusciti a mangiarle l'anima.

Dall'implacabile microfono dello Slai-Cobas rimbomba «Me ne vado in Canada» mentre gli operai del primo turno si affollano all'uscita, costretti a passare tra due ali di telecamere schivando una selva di microfoni e giornalisti che chiedono «come ha votato?». È comunque una pressione meno pesante di quella a cui sono sottoposti in fabbrica, in questi giorni in cui alla fatica del lavoro vincolato alla catena di montaggio si aggiungono le sollecitazioni di capi, capetti, sottocapi e team leaders che devono fare bella figura con i superiori, e i superiori con il monarca, con una valanga di sì.
È difficile fare previsioni nella fabbrica più imprevedibile. Ascoltate questa: «Ho votato sì perché non sono libera, ma spero che vincano i no e la Fiom continui a difendere i miei diritti». O quest'altra: «Ho una sola libertà in questo posto di merda, la libertà di non dire come ho votato». Decodificato, ho votato no ma con la telecamera che mi riprende non posso dirlo sennò il capo mi fa il culo. Terzo commento, che si trasforma in un no a telecamere spente: «Dovevo scegliere tra essere ferita e essere uccisa. Ma vinca il sì o vinca il no non vedo un futuro, delle promesse di Marchionne non mi fido».
La tensione è altissima ai cancelli, chi entra per il secondo turno è subissato di volantini per il no. Ci sono i militanti della Fiom e quelli dei Cobas che rappresentano il 22 e il 7% dei carrozzieri. C'è lo Slai-Cobas che non è presente in fabbrica ma è rumoroso fuori, c'è l'Usb. Fuori tutti per il no, salvo un paio di eroismi (mal riposti) della Fim.
Nel casino più deflagrante arriva un gruppo di ragazzini guidati da un professore. È una classe di un liceo il cui nome non si può fare «perché non si sa mai». Il professore di una materia che non si può dire spiega che «è giusto far vedere a questi giovani torinesi cosa succede nella loro città, cose molto gravi». Ma che paese di merda è questo, con le fabbriche trasformate in caserme e la società civile che ha paura di esporsi? Comunque, onore a questo professore e a questi ragazzi, soprattutto ragazze, che commentano arrossendo in viso «fanno bene a far casino, anche loro hanno una dignità».
Non sono la maggioranza ma sono molti gli operai e le operaie che si fermano a rispondere ai giornalisti. Soprattutto le operaie, non sarà che le donne hanno più coraggio, magari il prodotto di una rabbia triplicata dalla condizione che vivono in fabbrica, in casa, in città? Torino però è sveglia, aspetta con ansia l'esito di un voto costretto, imposto ai deboli dai (pre)potenti. Chi non è con noi alla porta 2 telefona per sapere, con Marco Revelli abbiamo una linea rossa sempre attiva, ascolta e commenta: «È il fallimento della politica, chi dovrebbe governarci e chi dovrebbe battersi per un governo migliore non muove un dito per allentare la tensione di queste persone».
Un politico c'è, a dire la verità. Ex operaio di Mirafiori, ex parlamentare del Pci o forse di un suo sottoprodotto postumo, ultimo segretario dei Ds torinesi. Si chiama Rocco La Rizza, ci tiene a dire «se fossi ancora in fabbrica voterei no. La Fiat ti chiede solo di obbedire, senza poter discutere e contrattare» e qualcuno che in passato ha polemizzato con Rocco commenta «che dio ti benedica».
Votano tutti, nel turno di notte oltre il 97% e nel primo turno la percentuale è analoga. È la partecipazione «spintanea». Entra una signora, viola nel vestiario e nelle gote perché è «incazzata come un lupo». Si avvicina a Giorgio Airaudo - lui non sa chi è, certo non una militante - e si sfoga: «Non ci abbandonate, da 32 anni sono a Mirafiori. Mi hanno spezzato le braccia alla catena e adesso mi dicono o ti inginocchi oppure ti butto fuori. Ci siamo fatti un culo così qua dentro, questo trattamento non ce lo meritiamo. Quelli che ci danno gli ordini e ci fanno i ricatti al massimo sollevano una penna o un cellulare, io ho sollevato non so quante migliaia di pezzi di automobile e non sono disposta a farmi umiliare». Airaudo può solo darle ragione, la speranza sta nella dignità di donne e uomini come lei che riescono a contagiare i sindacalisti. Una parola nobile, sindacalista, che vale ormai per pochi, i pochi che non si piegano perché pensano al futuro e dicono «questo diktat va rifiutato perché è possibile scrivere un accordo vero». Un'altra storia è possibile.
Il no si rivendica, il sì si sussurra o si tace. Chi sussurra parla di mutui, figli, problemi a tirare avanti ma nessuno dice che l'accordo è giusto. Che se ne farà Marchionne di quei sì? Forse neanche gli basteranno, perché non saranno l'80% o perché accetta solo i signorsì. «Ho votato no e torno a casa con la schiena dritta», è ancora una donna a parlare. Chi esce a testa bassa, e non sono pochi, forse ha la schiena piegata. Ne sentiamo sola una dire «voto sì perché il futuro è progresso». Non risponde a chi le domanda «e che cazzo vuol dire?», procede sicura, passa il tesserino al tornello ed entra in fabbrica.
Ecco si avanza un ragazzo, «sono l'operaio più giovane di Mirafiori, l'ultimo assunto quattro anni fa. Ho votato no perché ho 24 anni, sono diplomato e anche se va male qualcosa da fare lo troverò. Sta messo peggio chi è più anziano, ha figli disoccupati da mantenere, mutui da pagare ed è terrorizzato per il futuro».
Alle sei del mattino sono usciti i «pipistrelli», quelli della notte. Sono i più penalizzati ma si sentono i più fortunati perché guadagnano 2-300 euro più degli altri. «Sono ruffiani e i capi li ripagano concedendo il visto a buttar sangue di notte alla catena». In molti escono a testa bassa, che vorrà dire? Dita incrociate, gesti tipici maschili di scaramanzia, tanta ansia. Certo, questo non è un voto ma un ricatto; certo, i sì strappati valgono niente; però il risultato di questa prepotenza, l'ennesima, la più grave, è veramente importante per misurale il tasso di coraggio di questo mondo antico, «un mondo senza il quale non si riparte», commenta Marco Revelli.
E se Marchionne se ne va? E se la politica resta muta e subalterna? «Marchionne se può anche andare in Canada, il lavoro resta qua. Magari con un altro padrone. Noi sappiamo far macchine, c'è qualcuno che ce le voglia far costruire?».

 

Cgil alla resa dei conti oggi pesa l'ultimo voto
Al direttivo la linea Landini contro quella di Camusso
Antonio Sciotto

Direttivo teso, quello che si svolgerà oggi in Cgil, convocato di sabato proprio per giocare a caldo i numeri usciti questa notte da Mirafiori. Cifre che non conosciamo ancora alla chiusura del nostro giornale. Molto attese: una vittoria del sì sarebbe un viatico per mettere a regola la Fiom, finora unica categoria «ribelle» della confederazione, con il suo no deciso alla firma, fino all'ultimo, contro la linea più morbida preferita dalla segreteria Cgil. Susanna Camusso ha più volte ribadito che se dovessero vincere i sì bisognerebbe comunque tenerne conto, per rimanere in fabbrica e non essere esclusi dalle rappresentanze sindacali, come prevede l'accordo (si era parlato anche di apporre una «firma tecnica», proposta però mai ufficializzata dalla Cgil). Se dovessero vincere i no, come sembrava profilarsi ieri dai primi scrutini, o raggiungere comunque una entità ragguardevole (almeno superiore al 36% di Pomigliano), allora questa «resa dei conti» sarebbe certamente impossibile.
Inutile fare previsioni, tantopiù che quando leggerete questo articolo l'esito del voto sarà già stato reso pubblico. Vale la pena, però, proprio in vista del Direttivo, ricordare gli opposti «schieramenti» che si contrapporranno oggi in Corso d'Italia. Innanzitutto, come sappiamo, in Fiom è ampiamente maggioritaria la linea del leader Maurizio Landini, con una minoranza guidata da Fausto Durante che ha sempre sostenuto (lui più esplicitamente della segreteria Cgil) la necessità di una firma tecnica. All'assemblea delle camere del lavoro di Chianciano della settimana scorsa, Durante propose di far firmare l'accordo alle sole Rsu, avendone loro la titolarità, anche contro il parere della Fiom nazionale. Proposta al momento «tenuta bassa», anche perché i delegati torinesi stanno perlopiù con Landini, tanto che alcuni hanno formato un comitato del no.
Notorio anche che la minoranza «La Cgil che vogliamo», portavoce Gianni Rinaldini (ex leader Fiom), e tra gli esponenti Carlo Podda e Giorgio Cremaschi, sia tra i più attivi sostenitori della linea Fiom: d'altra parte l'area critica Cgil ha una base fortissima proprio tra i metalmeccanici della Fiom.
Ancora, la Cgil dell'Emilia Romagna è molto propensa ad appoggiare Landini: anche qui la «Cgil che vogliamo» ha ottimi numeri, e d'altra parte una esplicita uscita pro-Fiom l'ha fatta Antonio Mattioli, che della Cgil emiliana è segretario generale (e non è una regione che conti poco nella geografia Cgil e dello stesso centrosinistra).
Ma è anche, e soprattutto, lo sciopero indetto dalla Fiom per il 28 gennaio a catalizzare adesioni e importanti endorsement. Innanzitutto la grossa e potente categoria dei pensionati, lo Spi Cgil, guidato da Carla Cantone (da soli fanno la metà degli iscritti Cgil), che ha annunciato la «partecipazione e il sostegno» alla protesta della Fiom. Ma poi, a ruota, il comparto più numeroso dei lavoratori attivi, i pubblici della Fp Cgil, guidati da Rossana Dettori, ha comunicato che sarà in piazza a Bologna con la Fiom il 27 gennaio, e accanto ai metalmeccanici per lo stop del 28.
Solidarietà ai meccanici, con l'invito a studenti e ricercatori a fare proprie le ragioni degli operai, anche dal segretario Flc Mimmo Pantaleo. Dalla Slc (telecomunicazioni) parla il segretario nazionale Alessandro Genovesi, della «Cgil che vogliamo», che chiede «una discussione dentro la Cgil senza rinchiudersi in facili recinti, burocratismi o dissapori personali». Così una lettera di solidarietà ai delegati di Mirafiori e alla Fiom è arrivata ieri dai delegati Filctem Cgil della Glaxo di Verona.
Più vicini alla linea della segreteria Camusso si sono invece espressi i segretari di Flai, Fillea e Cgil Lazio, Stefania Crogi, Walter Schiavella e Claudio Di Berardino, che in una lettera congiunta spiegano che «la strada del conflitto non può essere l'unica» e che «bisogna conservare la presenza nei luoghi di lavoro». Analoga posizione l'ha presa il segretario Fisac (bancari) Agostino Megale, secondo cui «in una democrazia normale l'esito del voto deve valere sempre, anche per la Fiom».

ENTI CENTRALI Solidali con le Carrozzerie
Quell'«altra Fiat» che non va ai seggi
Orsola Casagrande
TORINO
A volantinare davanti alla Porta 2 delle carrozzerie ci sono gli operai Fiat che non sono stati coinvolti nel referendum voluto dall'azienda. Uno dei paradossi di questo referendum infatti è questo: se è vero che gli investimenti di cui parla l'accordo Fiat riguardano solo le carrozzerie è altrettanto vero che per molti operai questo indica la volontà dell'azienda di trattare come corpi separati un unico corpo che è lo stabilimento di Mirafiori. Per questo c'è preoccupazione, paura. «Ti prende lo stomaco», dice Raffaele Maiorano, rsu Itca. I sentimenti di tutti li riassume Tito Gallo, rsu Fiom alle presse. «La preoccupazione nostra alle presse è a partire da domani (oggi ndr). Che cosa ha in mente Fiat? Perché è chiaro - aggiunge - che senza investimenti, e per ora per le presse non se ne parla, non c'è futuro». A Gallo fa eco Enzo Tripodi delegato Fiom agli Enti Centrali. «Viviamo questo referendum - dice - come una nostra lotta. La discussione di Fiat è monca, non si può solo discutere delle carrozzerie. Questo è un sito che ha 15 mila dipendenti. Fiat non dice che cosa vuol fare con la progettazione, e noi sappiamo che ormai questo è uno stabilimento con due teste che progettano, una a Torino e una a Detroit».
A Torino agli Enti Centrali lavorano 5000 persone, come alle carrozzerie e come negli Usa. «Quando abbiamo chiesto di sapere che piano ha Fiat per tutto lo stabilimento - dice Tripodi - non ci è stato risposto. I progetti qui a Torino sono pochi e molti arrivano già precotti dagli Usa». Agli Enti Centrali si aspetta l'annuncio di cassa integrazione. «La prossima settimana - dice Tripodi - temiamo verrà annunciata nuova cassa, che riguarderà qualcosa come 2000 persone. Naturalmente Fiat aspetta di annunciare la cassa dopo il referendum». Che ci sarà nuova cassa Tripodi lo dà per scontato, anche perché «Fiat a inizio anno si è rifiutata di rifare l'accordo di aprile 2010 per il contenimento della cassa». Con quell'accordo le persone interessate alla cig non potevano essere più del 50%. Adesso non si sa. Cassa integrazione è la norma anche alle presse, dove ormai la cig ordinaria è agli sgoccioli. Fin qui si sono fatti turni variabili. Una settimana si lavora tutti, una settimana due giorni e tre si sta a casa. «Ma è chiaro - dice Gallo - che noi stiamo in una sorta di limbo, con l'azienda che si rifiuta di dirci se ci saranno investimenti per le presse o meno».
Raffaele Maiorano, lavora alla Itca (400 dipendenti) da 27 anni. È davanti alla Porta 22 di Mirafiori. «Siamo Fiat a tutti gli effetti - dice - ma l'azienda non ci fa votare. Siamo solidali con i nostri compagni delle Carrozzerie e incazzati e delusi con i sindacati che hanno firmato l'accordo e anche con la politica che dovrebbe stare dalla nostra parte e invece ci ha lasciati soli». Che il referendum sia un ricatto è chiaro. C'è solidarietà con i lavoratori delle Carrozzerie. «Hanno una responsabilità enorme - dice Maiorano - e capisco quando dicono che voterebbero no ma per i loro figli sono costretti a votare sì. Ecco, io però dico che proprio per i loro figli dovrebbero votare no». Che le Carrozzerie siano una sorta di prova generale per il resto dello stabilimento, se vincerà il sì, lo pensano tutti. «Ci chiediamo - dice Maiorano - quando toccherà a noi? Perché è chiaro che dopo le Carrozzerie si andranno a colpire gli altri pezzi dello stabilimento».
Preoccupati anche gli operai della Bertone. Sono in 1100, ormai in cassa integrazione da cinque anni. Nel luglio del 2009 sono stati comprati da Fiat. «Con un accordo - dice Pino Viola, rsu Fiom - che prevedeva una produzione di vetture di alta gamma, due anni di cassa con il rientro degli ultimi operai entro l'ultimo trimestre del 2011. Ma noi non ci crediamo». Anche perché anche qui come nel resto degli stabilimenti Fiat, non si sa che intenzioni ha l'azienda. «Ancora non sappiamo - dice Viola - quali saranno i modelli da produrre. Stanno ancora finendo di rottamare i vecchi impianti». Cataldo Ballistrieri di Powertrain aggiunge che mai si era vista una cosa simile. «I capi che fanno le assemblee - dice - i lavoratori hanno paura. Questo referendum è illegittimo, un ricatto che Fiat vorrebbe fare anche a noi».

 

INDUSTRIALI Le conseguenze del «modello Fiat» su Confindustria
Chi esce e chi deroga. Effetto Lingotto in corso da Fincantieri a Marcegaglia
Tommaso De Berlanga

Che succede in Confindustria? La sortita di Sergio Marchionne rischia di mettere in moto la famosa slavina, che arrivando a valle non lascerebbe intatta neppure l'associazione degli industriali: a che servirebbe infatti un «sindacato delle imprese» se non ci sono più trattative per i contratti nazionali di lavoro? Al massimo sarebbero sufficienti dei «cenacoli» locali, per consentire agliimprenditori di una zona di scambiarsi informazioni e consigli su come risolvere i problemi con le rispettive manodopera. La newco per le carrozzerie di Mirafiori non aderirà a Confindustria per esser libera di applicare un contratto aziendale (pardon, di reparto) totalmente svincolato dagli accordi siglati a livello nazionale tra le parti sociali. Ovviamente molto più «performante» per l'impresa Fiat. Perché mai gli altri imprenditori non dovrebbero desiderare la stessa libertà? In fondo Maurizio Sacconi, ministro del welfare, ha già reso nota la sua bozza di «Statuto dei lavori» che lascia totale campo libero alle «intese tra le parti», anche in deroga alle leggi esistenti. Non fa berlusconianamente una grinza: ogni «privato» deve potersi librare - come lui - al di sopra delle pastoie della giustizia.
L'unico problema sembra perciò rappresentato da Confindustria, destinata in quest'ottica a deperire come qualsiasi altra struttura «burocratica e centralista». Non è un problema filosofico, quanto di prosaiche quote di iscrizione, non esattamente «popolari».
Si è già visto qualcosa del genere il mese scorso, quando Giuseppe Bono, a.d. di Fincantieri, ha sospeso il versamento delle quote relative alle sezioni di Genova (340mila euro) e Gorizia. In quel caso era stato negato l'«effetto Marchionne», relegando la decisione a esempio di beghe locali (il nuovo presidente dell'Unione industriali ligure non avrebbe lasciato neppure un posto di vicepresidente per gli uomini di Bono, che pure ne aveva sostenuto l'elezione). Se anche fosse vero, non si tratterebbe certo di una dimostrazione di solidità dei rapporti fra gli associati.
Ma dall'Unione industriali di Torino - come rivelato dall'ex sindaco Diego Novelli su questo giornale - arrivano notizie «attendibili». Confindustria sarebbe stata «tranquillizzata» dalla Fiat: completata l'operazione «Fabbrica Italia», con l'estensione del «modello Pomigliano peggiorato» a tutto il settore auto, il Lingotto rientrerà nell'associazione. Naturalmente, Federmeccanica dovrebbe usare il tempo per far passare il «metodo Marchionne» nell'intero settore metalmeccanico. A conferma della buona volontà, Fiat continuerà comunque a versare le quote associative.
Altri indizi sostanziali di questo mutamento epocale vengono direttamente dal gruppo Marcegaglia. Nei suoi stabilimenti dovrebbe assumere in pianta stabile circa 250 precari. Sembra una notizia in controtendenza. In realtà, però, l'azienda vorrebbe che questa assunzioni - ormai obbligatorie per legge - venissero effettuate «in deroga» al contratto nazionale. «I neoassunti dovrebbero lavorare a ciclo continuo, quindi sia di sabato sia di domenica, con 26 ore di straordinario al mese», dice Mirco Rota, segretario Fiom Lombardia; «e agli apprendisti non verranno pagati i premi di risultato e di produzione per un valore di circa 400 euro al mese». Altri ancora «verrà inserita in regimi di orario diversi con retribuzioni di poco superiori a quelle previste dal contratto collettivo nazionale, cioè poco più di 1.000 euro al mese». Prove tecniche, insomma, per rendere concreta l'era del «dopo Cristo» disegnata da Marchionne.


 

Mirafiori, è la notte della verità
Affluenza record al referendum-lastampa.it
Fotografi ed operatori tv all'esterno della porta 2 di Mirafiori
Sacconi: no sarebbe irreversibile
TORINO
Affluenza record alle urne delle carrozzerie di Mirafiori per il referendum sull’accordo per il rilancio dello stabilimento Fiat: ha votato oltre il 95% dei lavoratori presenti superando così la già altissima affluenza che si era registrata per il voto l’accordo di Pomigliano di quest’estate.

Le urne si sono chiuse alle 19.30, i risultati sono attesi in tarda serata. Prosegue intanto la polemica tra i sostenitori del sì e quelli del no sul futuro dello stabilimento. Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si è detto convinto che con la vittoria del no la situazione sarebbe «sostanzialmente irreversibile il giorno dopo» con il rischio di perdere un investimento «decisivo per l’intera filiera dell’auto italiana».

Sul risultato del voto regna l’incertezza anche se prevale la fiducia su un risultato positivo. «Penso che vinceranno i sì con percentuale piuttosto elevata e che quindi vincerà il buonsenso» - ha detto questa mattina il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi mentre in quella parte del sindacato che ha firmato l’accordo (Fim,Uilm, Fismic e Ugl mentre Fiom e Cobas hanno detto no) c’è ottimismo sulla vittoria del sì ma non ci si sbilancia sulle percentuali. «I lavoratori che voteranno "sì", che sono fiducioso saranno la maggioranza, non solo voteranno con la schiena dritta al pari degli altri ma daranno prova di buonsenso e di avere sale nella zucca», ha detto il numero uno della Fim, Giuseppe Farina rispondendo alle dichiarazioni di Luigi de Magistris (Idv) di «autocertificazione di schiavitù».

«È un referendum importante - ha detto il leader della Uilm Rocco Palombella - ma dal risultato incerto. Sono comunque fiducioso che la maggioranza dei lavoratori voterà si. Non credo la percentuale sia molto ampia». «Sul risultato - dice il numero uno della Fismic, Roberto di Maulo - sono fiducioso che i lavoratori di Mirafiori anche questa volta avranno la lucidità e la maturità di difendere il proprio posto di lavoro». L’alta partecipazione al referendum secondo il segretario nazionale Ugl Antonio d’Anolfo - è il «segnale del fatto che i dipendenti di Mirafiori hanno capito l’importanza di esprimersi su un accordo che garantirà loro stabilità e occupazione». «L’unico dato che abbiamo è una affluenza significativa, assolutamente prevedibile - dice il segretario Fiom di Torino Federico Bellono - c’e una pressione fortissima sulle persone. Non avremmo dubbi sulla vittoria del no all’accordo se si trattasse di un referendum libero. Pensiamo che in tutti i casi, sia di vittoria di sì che del no non sarà un plebiscito».

Comunque andrà il referendum la Cgil si augura che le modalità che propone la Fiat non si diffondano: «Le ipotesi e le modalità che propone la Fiat - ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso - non fanno parte della cultura di questo Paese e non devono diffondersi. Se l’accordo Fiat è moderno - ha detto ancora - ben venga la conservazione perch‚ dentro quell’accordo non c’è nessuna modernità, c’è l’idea antica del comando autoritario e del rapporto puramente gerarchico tra il lavoratore e l’impresa».

14 gen  sera


Referendum di Mirafiori

Fiat: una scelta cruciale per il Paese

Davide Rosso- riforma.it

 

Mentre, dopo la cassa integrazione, è ripartita dal 10 gennaio la produzione, negli stabilimenti della Fiat Mirafiori la settimana che stiamo vivendo si presenta sicuramente intensa. Per fare il punto sul clima che si sta vivendo in questi giorni che precedono il referendum sull’accordo sottoscritto dall’azienda torinese e da Fim, Uilm Fismic e Ugl (ma non dalla Fiom-Cgil), basta percorrere il calendario degli appuntamenti.

Si è cominciato il 9 gennaio con l’incontro tra i vertici di Fiom e Cgil a Roma, proseguito il 10 con il volantinaggio di fronte ai cancelli di Mirafiori sia dei sostenitori del no sia dei sostenitori del sì al referendum. Martedì 11 invece vi sarà a Torino un’incontro Fiat-sindacati (compresa la Fiom) sui permessi sindacali e a Chianciano l’assemblea delle Camere del Lavoro Cgil sulla contrattazione sociale e territoriale. Il 13 e 14 l’attenzione è nuovamente per Torino, dove si svolgerà il referendum sull’accordo. Gli appuntamenti proseguiranno poi per la Fim-Cisl con l’incontro del 19-21, in cui l’esecutivo del sindacato discuterà di «situazione Fiat», e per la Fiom il 28 gennaio, con lo sciopero generale proclamato «contro l’accordo».

Il 12 a Torino si terrà anche una fiaccolata organizzata ancora dalla Fiom, a cui parteciperà tra gli altri anche Paolo Flores D’Arcais, direttore di Micromega, che porterà «la sua solidarietà alla Fiom» dopo aver lanciato sul sito della rivista un appello a favore «delle tute blu della Cgil» insieme a Andrea Camilleri e Margherita Hack, appello che ha raggiunto le 40.000 adesioni.

Ma perché tanto fermento? La domanda potrebbe sembrare retorica, e la risposta scontata: «perché si sta parlando del posto di lavoro di migliaia di persone». Ma a leggere i vari documenti che stanno circolando non pare essere tutto così ovvio. Vale la pena, per esempio, dare una scorsa alla lettera aperta alla Fiat diffusa recentemente, che ha come primi firmatari una quarantina di economisti italiani. In essa si evidenzia come «il conflitto Fiat-Fiom scoppiato sul progetto per lo stabilimento di Mirafiori – che segue l’analoga vicenda per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco – sia importante per il futuro economico e sociale del paese». I fatti, per gli economisti, ci dicono che nel 2009 la Fiat ha prodotto 650.000 auto in Italia, appena un terzo di quelle realizzate nel 1990, e «che spende per investimenti produttivi e per ricerca e sviluppo quote di fatturato inferiori a quelle dei suoi principali concorrenti europei». Negli ultimi anni la Fiat non ha introdotto nuovi modelli e la sua quota di mercato in Europa è scesa al 6,7%. «Al tempo stesso, tuttavia, nel terzo trimestre del 2010 la Fiat guida la classifica di redditività per gli azionisti, con un ritorno sul capitale del 33%. La recente divisione tra Fiat Auto e Fiat Industrial e l’interesse a acquisire una quota di maggioranza nella Chrysler segnalano che le priorità della Fiat sono sempre più orientate verso la dimensione finanziaria, a cui potrebbe essere sacrificata in futuro la produzione in Italia e la stessa proprietà degli stabilimenti».

A fare le spese di questa gestione, a parere degli economisti, sono stati soprattutto i lavoratori scesi da 74.000 a 54.000 addetti: di questi, poi, appena 22.000 lavorano in Italia. Nella lettera si chiede «una politica industriale da parte del governo che non si limiti agli incentivi per la rottamazione, ma definisca la direzione dell’innovazione e degli investimenti verso produzioni sostenibili e di qualità; le condizioni per mercati più efficienti; l’integrazione con le politiche della ricerca, del lavoro, della domanda. Su tutti questi temi è necessario un confronto, un negoziato e un accordo con i sindacati che rappresentano i lavoratori».

Di parere ovviamente differente sono alla Fim-Cisl, in particolare Giuseppe Farina, segretario generale del sindacato, che definisce il referendum di Mirafiori «una speranza». «I lavoratori – per Farina – dicendo sì potranno scegliere per se stessi e per l’intera comunità torinese un futuro più sereno fatto di lavoro e di maggiore retribuzione. Allo stesso modo è nelle loro mani la possibilità di dimostrare che nel nostro paese è ancora conveniente investire. I lavoratori saranno chiamati a lavorare con maggiore intensità e le nuove condizioni di lavoro previste comporteranno per molti un cambio di abitudini e ritmi di vita. Eravamo consapevoli di tutto ciò firmando l’accordo. C’era tuttavia altrettanta consapevolezza che nessun diritto sarebbe stato toccato e che senza l’accordo parlare di condizioni di lavoro e diritti da conservare sarebbe stato del tutto inutile». Per Farina l’alleanza con Chrysler e il progetto Fabbrica Italia «è la sola e forse l’ultima opportunità dell’industria dell’auto del nostro paese». Quindi per Farina, nessun ricatto (come dice la Fiom) «ma scelta per il futuro».

Su queste posizioni a favore o contro – non all’accordo ma alle scelte di politica industriale – che stanno dietro a esso si sta spaccando anche la politica locale e nazionale, e intanto il 13 e 14 gennaio i lavoratori dovranno scegliere se dire sì o no all’accordo. Un accordo che parla tra l’altro di assenteismo che dovrà essere inferiore al 3%; di lavoro straordinario portato da contratto a 120 ore obbligatorie; di riduzione delle pause di 10 minuti e di spostamento della mensa a fine turno; di aumenti di 0,177 euro all’ora; di una nuova organizzazione dei turni con la possibilità di 18 turni o di 12 turni su 6 giorni con turni di 10 ore per 4 giorni e 2 di riposo. Il tutto, ovviamente, fuori dal Contratto nazionale dei metalmeccanici.

Una scelta difficile, quella degli operai di Mirafiori. Una scelta che rischia di segnare una svolta fondamentale per il Paese.

(14 gennaio 2011)

 

 


 

«Non c'è democrazia senza controllo ed equilibrio tra le istituzioni»

di Guido Caldiron

su Liberazione del 14/01/2011

Intervista a Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University, politologa 

Docente di Teoria politica alla Columbia University, Nadia Urbinati è una delle maggiori politologhe italiane, autrice di molti studi e ricerce, ha pubblicato recentemente per Donzelli il saggio Democrazia rappresentativa. Sovranità e controllo dei poteri (pp. 248, euro 23,50), in cui spiega come la democrazia rappresentativa non sia una sorta di "ripiego" rispetto al modello ideale di democrazia diretta, bensì una forma originale di governo democratico che è peculiare della società moderna e nella quale forme di partecipazione diretta e forme di politica rappresentata si integrano in maniera articolata e ricca. La rappresentanza è, dunque, una forma complessa di partecipazione, un processo politico che genera e si sostiene su un continuo flusso di influenza, controllo e comunicazione tra cittadini e rappresentanti.


Da destra si denuncia il ruolo "politico" della Consulta: ma quale funzione assolve questa istituzione nella nostra democrazia?

La Corte Costituzionale controlla che le leggi siano sempre d'accordo con il testo della Costituzione e rappresenta una delle istituzioni poste a garanzia del nostro sistema democratico. Nel costituzialismo moderno le istituzioni hanno un ruolo chiave. Per questa via si garantisce l'affermazione della sovranità popolare attraverso istituzioni che possano rendere sicura questa espressione. C'è un modo di dire tra gli studiosi che spiega con una battuta questa funzione: le Costituzioni sono come le regole fatte da Tizio quando è sobrio pensando che domani, o prima o poi, potrebbe non essere più sobrio. In altre parole, le istituzioni servono a un popolo che vuole proteggere se stesso e le sue libertà dagli errori che lui stesso può sempre compiere.


Tra le soluzioni a quella che appare come la crisi della nostra democrazia, nel suo libro lei indica la necessità di un "surplus di politica": è nella partecipazione il vero antidoto?

La democrazia rappresentativa, che non è racchiudibile solo nell'espressione del voto popolare, vive solo se c'è un rapporto continuo con il mondo attivo della società, vale a dire le associazioni, i partiti, i singoli cittadini - attraverso petizioni, referendum, leggi di iniziativa popolare. Il fatto è che con la crisi dei vecchi partiti ideologici, si avverte anche il declino di questo dialogo tra le istituzioni e i cittadini, con il rischio che chi anima le istituzioni si ritrovi a giocare un ruolo pressoché assoluto nel gioco democratico. Per evitare questo rischio si dovrebbe intervenire sia modificando le leggi che lavorando a una ripresa delle forme associative di tipo politico.


Quale la sfida che il populismo pone in questo contesto?

I populismi sono l'equivalente per le democrazie rappresentative odierne di ciò che hanno rappresentato le tirannie per le democrazie antiche. Il populismo propone un azzeramento della rappresentanza perché indica un'autoaffermazione di rappresentatività di chi è leader che si proclama "espressione dell'intero popolo" indipendentemente dall'esito elettorale. L'uso continuo dei sondaggi per calibrare di volta in volta l'attività dei politici, serve proprio a questo: si dice di fare riferimento all'opinione dei cittadini, ma in realtà si tratta di "un'opinione" che molto spesso viene manipolata o piegata ai propri fini per potersene poi dichiarare i pieni rappresentanti.

Fiat, solidarietà dall'Europa alle tute blu

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 14/01/2011

I metalmeccanici francesi sono pronti a sostenere lo sciopero del 28 gennaio

Andare «avanti per il bene» del Paese. Sergio Marchionne, dopo l'ok del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi la butta in chiave nazionalista. Al Governo, però, dell'automotive non gliene importa un fico secco.
Nonostante questo clima, però, il "paese reale" per la prima volta nel pieno dell'abbuffata edonista di stampo berlusconiano ha avuto modo di accorgersi che c'è un pezzo che suda e soffre sulle linee di produzione. E domani si accorgerà, dovesse passare il "Sì", che esistono le "fabbriche-caserme", come ha definito la Fiat, ieri, la segretaria della Cgil Susanna Camusso.
La vicenda Fiat ha attirato l'interesse anche dei sindacati europei.
La proposta di Marchionne «è totalmente inaccettabile», dichiara il consigliere federale della Cgt Mètallurgie, Patrick Correa. «Appoggiamo la Fiom in questa azione contro un accordo che sferra un attacco fondamentale al diritto sindacale, alla contrattazione collettiva e alla carta sociale». La Cgt Mètallurgie aderisce allo sciopero generale del 28 gennaio indetto dalla Fiom e alle manifestazioni che si svolgeranno in quell'occasione. La Cgt guarda «con molta attenzione» a questa vicenda, che rappresenta un «cattivo segnale inviato a livello europeo». Da parte della Fiat, aggiunge Correa, «si tratta di un ricatto fatto ai lavoratori che peggiora le condizioni di lavoro e riduce il peso dei sindacati. È un cattivo segnale inviato dalla Fiat e temiamo che possa estendersi altrove, anche se la situazione sindacale in Italia non è la stessa rispetto agli altri paesi europei». In Francia e in Europa, infatti, sottolinea il sindacalista metalmeccanico della Cgt, «c'è più unità sindacale: Berlusconi e Marchionne hanno rotto questa unità sindacale in Italia». «Un attacco delle dimensioni di quello sferrato dalla Fiat in Italia in Francia e in Europa -sottolinea Correa- ancora non si avverte, anche se assistiamo da parte delle imprese a reazioni sempre più dure. In Francia nel corso delle ultime mobilitazioni rappresentanti sindacali sono stati sanzionati per aver scioperato e per noi questo dimostra solo la debolezza del padronato». Per il sindacato delle tute blu francesi, servirebbero nuove iniziative a livello europeo come la mobilitazione dei sindacati europei del 29 settembre scorso a Bruxelles contro le politiche di bilancio. «Con la crisi c'è stato una specie di ripiegamento nazionale mentre la riposta dovrebbe essere non solo nazionale ma anche a livello europeo. In Europa -in Spagna, in Francia, in Grecia, in Portogallo e in Germania- stiamo assistendo ad una moltiplicazione dei conflitti. Sarebbe auspicabile una convergenza dei sindacati».
E la Ces che dice? Nulla. Il segretario generale John Monks si limita ad osservare accordi come quello di Mirafiori, che introducono più flessibilità nel lavoro, «a volte funzionano, a volte no». La vicenda assomiglia a tante altre in giro per l'Europa. «È una storia che in Inghilterra conosciamo molto bene - ha spiegato - avendola vissuta più volte negli ultimi 20 anni». Senza entrare nel merito delle polemiche che in Italia hanno diviso i sindacati, Monks ha commentato solo le parole dell'ad di Fiat, Sergio Marchionne, che ha minacciato di lasciare l'Italia se al referendum vincerà il "no": «È quello che pensano tutte le imprese in Europa, non solo la Fiat», ha tagliato corto.
A ricordare che contro la minaccia di portare la Fiat all'estero si può opporre la Costituzione è Publio Fiori, ex ministro e oggi leader della Federazione dei democratici cristiani. «La delocalizzazione della più importante industria italiana (che fra l'altro ha usufruito di notevolissimi aiuti pubblici) è contraria all'interesse nazionale. E gli Art. 42 e 43 della Costituzione ne consentono l'espropriazione».

Il metodo argentino di Marchionne. In fabbrica paura e sfruttamento

di Lorena Capogrossi*, Elisabetta Della Corte**, Paolo Caputo**

su Liberazione del 14/01/2011

Alla Fiat di Cordoba 12 ore di lavoro per 6 giorni alla settimana. Per gli operai pressioni, fatica, straordinari, malanni e punizioni

Non si uccidono così anche i cavalli? E' un film di Sidney Pollack del 1969. Nell'America in crisi degli anni '30 un gruppo di persone, costrette a fare di tutto per vivere, partecipa ad una maratona di ballo in vista di un premio in soldi. Ballare per ore e ore, muoversi melanconicamente per necessità fino allo sfinimento; alcuni dopo ore si ritirano, altri stramazzano al suolo. Da qui la domanda: non si uccidono così anche i cavalli? Pensate ora ad un operaio Fiat argentino, costretto a lavorare anche per dodici ore al giorno, per sei giorni a settimana, con i tendini infiammati, la schiena a pezzi e lacrime che scorrono giù lungo il viso per il dolore. Ma non si uccidono così anche i cavalli? Veniamo al caso italiano, al nuovo contratto Fiat per gli operai di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, e alle analogie e differenze con il caso argentino. Marchionne ha in testa un modello di governabilità del tipo "obbedire per competere", che somiglia molto a quello argentino, e lo ha imposto di forza anche in Italia con la compiacenza di Cisl e Uil. Fuori dai piedi, quindi, i vecchi diritti, con l'imposizione della mordacchia per la riluttante Fiom; e via libera alla flessibilità spazio-temporale e al disciplinamento stretto degli operai. In tempo di crisi, anche se la Fiat ha infilzato all'amo un piccolo investimento di 700 milioni di euro, non pochi sono disposti ad abboccare. E dal momento che il manager fa bene il suo lavoro, e sa che, minacciando di spostare la produzione verso nuovi "paradisi" dello sfruttamento, avrà più possibilità di imporre ciò che vuole ad un'italietta sempre pronta a genuflettersi ai piedi di un imprenditore globale, non c'è da meravigliarsi dei risultati dei referendum. L'operaio ideale che dovrebbe uscire dalla disciplina Marchionne dovrà parzialmente rinunciare al diritto di sciopero, accettare turni di lavoro umanamente insostenibili e straordinari sotto il ricatto di punizioni e licenziamenti, come già accade in Argentina. A differenza dell'Italia, lì, però, gli operai sono pagati con un salario che per la realtà Argentina è alto: circa 4000 pesos è quello base (un maestro ne guadagna quasi 3000) che con gli straordinari arriva a circa 7000, quasi 1400 euro. Tuttavia, quel salario, ha un costo umano enorme; a spiegarcelo sono gli stessi operai Fiat di Cordoba: anche se il contratto prevede otto ore giornaliere, con due pause da 15 minuti a cui si sommano i trenta della mensa a fine turno, gli straordinari sono diventati di ordinaria amministrazione. Lo straordinario, secondo quanto stipula il contratto collettivo di lavoro e la legge laboral vigente, sono opzionali. Però in pratica si utilizzano sottili meccanismi di pressione che obbligano i lavoratori a sottomettersi a giornate di lavoro prolungate. In questo modo si viene inghiottiti dalla fabbrica alle sei del mattino e se ne esce dopo 12 ore; poi il tempo di tornare a casa, cenare e via a dormire, ogni giorno per sei giorni a settimana. Dopo un po' di tempo iniziano i malanni fisici anche nel caso di operai giovani; sicché molti sono quelli che, nonostante i dolori lancinanti, non lasciano la linea per paura di perdere il posto. Salario e miedo (paura) sono i termini che più di frequente ritornano nelle interviste con gli operai Fiat di Cordoba, li usano per spiegare le ragioni per cui accettano quelle condizioni di lavoro. E' necessario tenere presente che l'esperienza degli anni '90 ha lasciato la sua impronta nella memoria collettiva dei lavoratori. Con livelli di disoccupazione che superavano il 13% della Pea (Popolazione economicamente attiva) nel 1999 e la pauperizzazione crescente di milioni di lavoratori, il miedo, la paura, diventò un'arma fondamentale del capitale per imporre le sue condizioni di sfruttamento. Anche così, oggi, nonostante il peso di quel passato e l'aggiunta di incentivi per favorire la fidelizzazione all'impresa, quel regime di prestazione psico-fisica, fatto di attenzione e forza fisica, che sfiancherebbe anche un giocatore di rugby, fa sì che il controllo della forza-lavoro vacilli di frequente. Quasi ogni mese, spiega un operaio, la politica del "miedo" viene ribadita con le punizioni esemplari, ovvero, i licenziamenti utili non solo per allontanare le "pecore nere" ma anche per riportare alla docilità gli altri operai. I licenziati, però, non devono comparire come tali ma come dimissionari, perché la Fiat, nell'accordo siglato con il governo di Cordoba - in base alla legge 9727 del programma di promozione e sviluppo industriale della provincia - si impegnava a non licenziare in cambio di consistenti agevolazioni, come, ad esempio, un forte sconto sul costo dell'energia elettrica. Fatta la legge trovato l'inganno: gli operai vanno via, nella maggior parte dei casi, con un foglio di dimissioni e un po' di soldi in tasca, una sorta di incentivo all'uscita. Ma cerchiamo di capire come si è arrivati a questo e quali altre similitudini presenta il caso argentino con quello italiano. Nei primi anni '90, in Argentina, sempre in tempo di crisi, così come in Italia oggi, si mandarono al macero una parte dei diritti sul lavoro per attrarre gli insediamenti delle multinazionali favorendo le contrattazioni di secondo livello, quelle aziendali. Da lì in poi le multinazionali dell'auto Fiat, Peugeot, Volkswagen, hanno potuto fare a Cordoba il bello e il cattivo tempo, ognuna con il suo contratto e con un solo sindacato (Smata), che registra molti tesserati ma pochi consensi. Anche in Argentina in quegli anni prevalse il discorso sull'efficacia degli investimenti per la ripresa economica ed occupazionale, trasformando gli sfruttatori in benefattori; anche lì si gonfiarono i dati sulla presunta ricaduta occupazionale e si dragarono in cambio vantaggi e incentivi. In fondo tutti sanno, operai, sindacalisti e sociologi del lavoro, che in quelle fabbriche - dove il sistema di produzione è stato adeguato al World class manufacturing (Wcm), il nuovo cavallo di troia ideato dai padroni del settore auto per ampliare controllo e disciplina sotto l'apparente neutralità delle esigenze produttive - le condizioni di lavoro sono peggiorate. Questo è lo scenario che gli operai Fiat di Pomigliano e Mirafiori si troveranno a vivere nei prossimi mesi. Anche se è prevedibile che questo regime disciplinare sia destinato a provocare resistenze, dallo sciopero generale alle proteste fabbrica per fabbrica, rimane il fatto che spremere come limoni migliaia di operai per favorire un settore decotto come quello dell'auto sia una scelta strategica catastrofica non solo in termini economici ma anche e soprattutto umani. Prima di assecondare il modello Marchionne, come fanno Chiamparino, Fassino e altri invasati del tardo industrialismo, ci si dovrebbe chiedere quali saranno le conseguenze tanto sui produttori quanto sui consumatori.

*Università di Cordoba, Argentina **Unical

Partita doppia

di Ida Dominijanni

su il manifesto del 14/01/2011

 

Per quanto la Corte costituzionale abbia cesellato sul legittimo impedimento un bicchiere tanto pieno da dare a Berlusconi soddisfazione sul principio e tanto vuoto da restituire ai giudici il potere di valutare se e quando accordargli la sospensione delle udienze, è difficile pensare che il premier accetterà serenamente di tornare a far parte di una comunità di cittadini tutti uguali di fronte alla legge. Dunque è prevedibile che, a onta delle sue dichiarazioni della vigilia sulla «ininfluenza» della sentenza sulla durata e l'attività del governo, Berlusconi userà il verdetto della Corte per rilanciare la sua crociata contro la magistratura e riportare l'asse del dibattito pubblico su se stesso, guadagnando così tempo di governo ma di fatto allenando i muscoli per la campagna elettorale. E inasprendo di nuovo il confronto sulle regole, in modo da togliere ulteriori margini di manovra al disegno terzopolista della grande ammucchiata per le riforme che nei sogni di Fini e Casini dovrebbe tenere insieme e rinvigorire tutto l'arco di forze che va dai supposti «malpancisti» del Pdl al Pd.
Non per questo ne guadagnerà la strategia delle alleanze di Pierluigi Bersani, che l'ammucchiata vorrebbe invece limitarla al centro-sinistra ma dal centro ha già ricevuto una sostanziale indisponibilità. Bersani sembra del resto averlo realizzato, quando vira le sue conclusioni della riunione di direzione di ieri più sulla «autonomia» e la «centralità» del Pd (versione aggiornata della «vocazione maggioritaria» veltroniana, ma depurata del solipsismo) che sulla ricerca delle alleanze e il corteggiamento degli alleati. Senonché l'enfasi sull'autonomia chiama, o dovrebbe, inevitabilmente una precisazione dei contenuti: e qui, come al solito, nel Pd l'asino continua a cascare. O rischia di rizzarsi in piedi il 22 gennaio al Lingotto, quando i cosiddetti Modem, che ieri si sono differenziati dal segretario posizionandosi a favore dell'accordo di Mirafiori, prevedibilmente sostanzieranno la «centralità» del Pd con un'agenda di contenuti marcatamente «centristi».
La vertenza Fiat diventa così un fattore dirimente di chiarezza nell'opacità del gioco politico. E non solo la vertenza Fiat, in verità. Più passano le settimane, più si capisce il ruolo di spartiacque giocato dalla giornata del 14 dicembre scorso, nel duplice scenario del Palazzo e della strada. E' chiaro da allora che la partita si va biforcando: sconfitta la prospettiva di un'uscita soft dal berlusconismo con un governo trasversale di transizione, il gioco si fa più duro fra una ricomposizione politica tutta interna al campo di centro-destra e una radicalizzazione del conflitto sociale. Per la «centralità» del Pd non sono affatto tempi facili. E la Direzione di ieri non scongiura affatto il rischio che essa non regga a lungo agli effetti a catena provocati dalla fine del bipolarismo. Anche per chi la lavora ai fianchi da sinistra, c'è materia di una iniziativa che non si limiti solo alla rivendicazione delle primarie.

 

 

Noi studenti della Sapienza complici di chi non si piega

di Studenti e precari della Sapienza in mobilitazione

su il manifesto del 14/01/2011

 

Cari operai, siamo parte degli studenti e studentesse che si stanno mobilitando da mesi, anzi da anni, contro la sistematica erosione di diritti e contro le politiche che cercano di smantellare il sistema di formazione pubblica nel nostro paese. Non viviamo la realtà del lavoro in fabbrica ma conosciamo il lavoro in nero e sottopagato dei ristoranti e dei call center; il ricatto dei contratti a tempo, degli stage gratuiti, l'angoscia della disoccupazione.
La nostra generazione non sa cosa vuol dire avere un lavoro stabile e una continuità di reddito, ma conosce l'orizzonte infinito della precarietà. (...) Crediamo di vivere, nella diversità dei casi, la vostra medesima condizione di ricattati e sfruttati, siamo convinti perciò che dobbiamo condividere il desiderio di ribaltare il piano, lo sforzo di immaginare un'alternativa. La riforma Gelmini e il diktat di Marchionne hanno in fondo la stessa aspirazione: ridurre il lavoro, come il sapere, a merce senza qualità, i lavoratori e gli studenti a macchine senza soggettività, utili e spendibili a proprio piacimento. Vi scriviamo questa lettera per comunicarvi la nostra vicinanza e solidarietà. Quando un infame accordo, come quello che vi sottopongono, mette in gioco la dignità, i diritti, la democrazia, la mette in gioco per tutti, perciò venerdì 28 gennaio saremo in piazza al fianco di chi non ci sta a sottomettersi a questo sporco gioco. (...) Vi scriviamo questa lettera per dichiararci complici di chi non abbasserà la testa.

Una sponda politica per il lavoro, per i lavoratori

di Alberto Burgio e Claudio Grassi

su redazione essere comunisti del 14/01/2011

 

Partiamo dall’argomento forte dei sostenitori dell’”accordo” di Mirafiori. I sacrifici sarebbero imposti dalla concorrenza delle economie emergenti dove il lavoro costa un ventesimo che da noi (così Scalfari, Romano e Sartori). Peccato che questi signori ci avevano spiegato, a suo tempo, che la globalizzazione avrebbe portato ricchezza e benessere per tutti. Ma il loro è un ragionamento solido soltanto in apparenza. Non solo perché porterebbe a giustificare qualsiasi imposizione, sino alla riduzione dei lavoratori in schiavitù. Il punto è che il costo del lavoro (in Italia già tra i più bassi d’Europa) non c’entra affatto. Se il termine di paragone fossero davvero i salari cinesi o coreani, sarebbero fuori gioco anche tutti i più agguerriti concorrenti della Fiat, a cominciare da quelli europei – le case tedesche (Volkswagen) e francesi (Renault, Peugeot e Citroën) – che, se non crescono come ai tempi del boom della motorizzazione di massa, se la passano comunque meglio della Fiat e pagano salari decisamente più alti (un operaio di linea alla Volkswagen guadagna più del doppio di quello della Fiat). Del resto lo stesso Marchionne ammise in tempi non sospetti che alla Fiat il costo del lavoro non incide oltre il 7-8% sul valore del prodotto finito.
In realtà, il problema è squisitamente politico. Non riguarda la produzione in sé e per sé, ma il rapporto di forze in fabbrica (e in tutta la società). E questo è evidente se si guarda al dispositivo del cosiddetto accordo. La Fiat non si impegna ad alcun investimento, si apre la strada verso il licenziamento collettivo (senza alcun impegno alla riassunzione) e stabilisce che eventuali nuovi assunti saranno precari (con contratti di lavoro somministrato, a termine o di apprendistato). Non bastasse, la disciplina dei turni e dello straordinario conferisce all’azienda il potere di decidere unilateralmente di far lavorare i dipendenti per 4 mesi di fila (senza nemmeno un giorno di riposo). Come dire che gli operai debbono smetterla di considerarsi persone. Sono merce, animali da lavoro.
Che il cuore dell’“accordo” sia il potere lo dicono soprattutto il divieto (anticostituzionale) di scioperare, la pretesa (anch’essa anticostituzionale) di escludere i sindacati che non sottostanno al diktat padronale e lo stesso ruolo riservato ai sindacati consenzienti. I quali vengono letteralmente comprati (gli si concede un potere di veto rispetto ad eventuali competitori e gli si regalano nomine di dirigenti e permessi retribuiti in aggiunta a quelli previsti dallo Statuto dei lavoratori) in cambio del ruolo di cani da guardia della Fiat. L’art. 1 della Clausola di responsabilità parla chiaro in proposito: i sindacati firmatari hanno l’obbligo di impedire «comportamenti individuali e/o collettivi idonei a violare in tutto o in parte e in misura significativa le clausole del presente accordo». Si capisce che questa musica abbia evocato i precedenti fascisti, dall’accordo del 1923 tra la Fiat e la Fiom che piace tanto al riformista Veltroni al patto siglato nel ’25 a Palazzo Vidoni tra la Confindustria e i sindacati fascisti. Secondo noi il commento più pertinente a quanto sta succedendo è opera di Gramsci. Che osservando dal carcere le trasformazioni in atto nell’economia italiana parla di regressione alla fase «economico-corporativa», nella quale si cerca di «sfruttare le masse popolari fino all’estremo consentito dalle condizioni di forza, cioè di ridurle alla vegetatività biologica». E ne deduce che la borghesia italiana concepisce come «necessità primordiali» il «lavoro prolungato» e la «miseria cronica» dei sottoposti.
Siamo con ogni evidenza a un passaggio decisivo. Ci si gioca l’osso del collo perché non sono in gioco soltanto i diritti del lavoro e la democrazia sui luoghi di lavoro, ma l’intero sistema di garanzie democratiche che nelle tutele del lavoro ha il proprio fondamento politico, culturale e simbolico. Mai come in questo momento è stato evidente il nesso tra le lotte del lavoro e il conflitto sociale a difesa dei diritti democratici. Mai è risaltata con tale fulgore la centralità del lavoro consacrata nella Costituzione (e non sempre riconosciuta in questi anni nemmeno dalla sinistra di alternativa). Marchionne mette nero su bianco, senza ipocrisie, le intenzioni del capitale e dei poteri dominanti (non solo nei rapporti di lavoro, anche sul piano della democrazia). E costringe la parte più retriva del «riformismo» sindacale e politico a uscire allo scoperto. A proposito di Veltroni, è semplicemente inaudito che un dirigente del Pd assuma a propri modelli il «modernizzatore» Marchionne e il capo di Federmeccanica per indicare nella «rigidità» del contratto nazionale la fonte dei problemi che affliggono l’industria italiana (scarsi investimenti produttivi e bassi salari) ignorando evidentemente tutto delle ragioni del declino industriale del Paese. Non siamo più all’articolazione delle posizioni nel campo dello schieramento liberal, ma a un’opzione dichiaratamente antioperaia e francamente reazionaria. Il Pd non può illudersi di svolgere un ruolo di opposizione alla destra politica e sociale tenendo nel proprio seno posizioni di questo genere, che segnano un salto di qualità persino rispetto alle scelte che nel giro di vent’anni hanno prodotto la drastica riduzione del diritto di rappresentanza (bipolarismo) e lo scardinamento del sistema politico costituzionale (esautoramento del Parlamento). Né può illudersi, il Pd, di conservare ancora a lungo la propria forza andando avanti di questo passo e mandando al massacro la sua gente (che infatti lo vota sempre meno, a cominciare proprio dagli operai del Nord).
Sta di fatto che la lotta della Fiom non riguarda soltanto le maestranze della Fiat e nemmeno i soli lavoratori metalmeccanici. coinvolge tutto il mondo del lavoro operaio e dipendente, privato e pubblico, poiché un effetto-domino del ricatto di Marchionne sarebbe inevitabile (con effetti dirompenti, considerato che la Fiom è il sindacato maggioritario in gran parte delle aziende del settore). Se passa l’attacco della Fiat, tutte le future lotte saranno molto più difficili, ed è questo il vero motivo per cui intorno alla Fiom si è stretto un assedio concentrico. Ma proprio per questo è vitale che lo sciopero generale del 28 gennaio riesca al meglio, riprendendo e sviluppando il discorso aperto con la straordinaria piazza del 16 ottobre. La lotta della Fiom dev’essere sostenuta con la più massiccia adesione, che va preparata sin d’ora diffondendo la conoscenza dei termini del ricatto padronale e moltiplicando le iniziative di massa in vista dello sciopero. A questo riguardo una prima vittoria è già stata conseguita. Al di là del risultato del referendum (ma che referendum è quello in cui chi dissente rischia di perdere tutto, a cominciare dal diritto alla rappresentanza?), è molto importante che diverse forze politiche (Fds, Sel, Idv, parte del Pd) e significativi settori del mondo della cultura e dell’economia si siano espressi a sostegno della Fiom e delle ragioni dei lavoratori. Anche queste sono forze del 16 ottobre, che debbono trovare le forme possibili di unità per fornire alle lotte del lavoro la “sponda politica” oggi ancora assente.

In Cina sta per esplodere la «bolla» automobilistica

di Galapagos

su il manifesto del 14/01/2011

La delocalizzazione minaccia la produzione nei paesi industrializzati

Come accade spesso da alcuni anni, la notizia «bomba» è arrivata dalla Cina: starebbe per esplodere una nuova «bolla», quella dell'automobile, causata da una domanda stagnante a fronte di una capacità produttiva crescente. Secondo quanto affermato dallo stesso Marchionne, già oggi siamo di fronte a una capacità produttiva annua di circa 100 milioni di auto, ma la domanda è ferma a poco più di 60 milioni. Certo, c'è l'Eldorado, la terra promessa. Ovvero la Cina, che negli ultimi anni ha conosciuto uno sviluppo enorme del trasporto privato, e che ha ingolosito tutti i principali gruppi multinazionali. Ma le prospettive non sono buone e c'è il rischio che si cada nel baratro di una sovraproduzione che non troverà, perciò, sbocchi di mercato.
Certo, le ultime notizie dalla Cina sono ottime: nel 2010 sono state vendute oltre 18 milioni di nuove vetture, come mai in nessun altro paese del mondo. In un solo anno le immatricolazioni sono cresciute del 30%. Ma questo trend può continuare? I dubbi non mancano. Sicuramente il mercato cinese è destinato a crescere ancora, ma a ritmi molto più blandi, anche se giganteschi. Per il 2011, infatti è atteso un forte rallentamento delle vendite che dovrebbero crescere «soltanto» del 10-15 per cento. Alla base del rallentamento la situazione di saturazione delle rete viaria, la pessima distribuzione dei redditi e la politica economica del governo. Il boom del mercato dell'auto cinese negli ultimi due anni è stato, infatti, drogato dagli incentivi sulle piccole auto: il governo ha drasticamente ridotto la tassa al 5 per cento. Ma dal primo gennaio non ci saranno più sconti per nessuno e la tassa tornerà al 10%, innescando una minore crescita delle vendite.
L'euforia del boom aveva contagiato i maggiori produttori mondiali. La Ford, ad esempi, sta espandendo del 50% la sua capacità produttiva. E anche la Gm (che copre circa il 13% del mercato) sta progettando ampliamenti degli impianti. A questo punto cosa accadrà? Recentemente Mark Reuss, presidente della Gm Nord America, ha confessato che il suo gruppo sta studiando la possibilità di esportare automobili prodotte in Cina negli Usa. Per ora se se ne farà nulla: gli standard statunitensi sulla sicurezza sono troppo superiori a quelli cinesi, anche se ovviamente gli standard si possono sempre modificare. Insomma, questo lascia prevedere che la tendenza alla delocalizzazione produttiva è destinata a crescere e che nei paesi «sviluppati» rimarranno le produzioni di alto livello (con piccoli numeri) e i centri di ricerca per sviluppare nuovi modelli e nuove tecnologie. In questo, la strategia annunciata da Marchionne è perdente: il costo del lavoro (anche se minimo rispetto al costo totale dell'auto) non consente ai paesi industrializzati di reggere la concorrenza con le auto prodotte in paesi in via di industrializzazione.

 


 

 

il manifesto 13 gennaio

CORAGGIO SOVRUMANO
Gabriele Polo

Lui vuole «cambiare l'Italia». Ora finalmente è chiaro perché è pagato tanto, perché a lui si affida tanta parte delle élite politiche e massmediologiche nostrane, perché «dopo di lui il diluvio». Ovvio che, se la missione di Sergio Marchionne è modernizzare e salvare l'Italia, tutto può e deve essergli concesso. Anche le bugie su fabbriche (Mirafiori e Pomigliano) che in realtà vuole chiudere. Anche imporre a un gruppo tutto sommato ristretto di persone di caricarsi il peso - su sua ispirazione e per suo conto - di un'ipoteca epocale per loro stessi e per gli altri. Questo chiede il manager col golfino a 5.300 operai torinesi: avallare un piano industriale inesistente, un'organizzazione del lavoro insopportabile e un comando incostituzionale non per costruire assurdi Suv o incredibili jeep, ma per un «fine generale».
Per Mirafiori è vecchia storia: non è una novità che lì si annunciano tante cose in materia di relazioni sociali, economiche, sindacali. Fin dalla sua inaugurazione, alla vigilia della seconda guerra mondiale, con un Mussolini rabbioso per la fredda accoglienza di operai stanchi di aspettarlo e preoccupati per il clima militaresco. Nuovo, invece, è il paradosso di un progetto industriale semiclandestino e indiscutibile, agitato solo per ricattare ma dipinto come salvifico. Nuovo è chiedere a donne e uomini in carne e ossa di approvare con un voto il proprio stato di servitù, costringerli a decidere - per trasposizione - anche il futuro di tutti gli altri. Una responsabilità che l'amministratore delegato della Fiat non si prenderebbe mai.
Questo peso Sergio Marchionne - e tanti suoi corifei - scaricano addosso oggi e domani a lavoratori ridiventati fondamentali per due soli giorni. Lo fa con la leggiadria di chi può «tornare a brindare a Detroit», quando avrà smesso di cambiare l'Italia; che di quelli lì - e di tutti gli altri - che «costano» 450 volte meno di lui, non gli frega più di tanto. Come dell'antica fabbrica torinese (o di quell'altra, meno antica, campana), come può capire chiunque leggendo «accordi» sindacali che neanche un superatleta reggerebbe, o ragionando su progetti industriali insensati.
Loro, le donne e gli uomini che dovrebbero sacrificare se stessi e gli altri, quella leggiadria non se la possono permettere, né oggi né mai. E non potranno votare con freddo distacco ma scegliendo tra rabbia e paura, tra orgoglio e necessità, tra cuore e stomaco. Restando comunque diversi da chi li comanda ogni giorno, sospettosi di chi li descrive ogni tanto, lontani da chi li blandisce a ogni elezione. Spente le luci referendarie, torneranno a fare i conti con la propria condizione: tanto meno servile quanto più avranno il sovrumano coraggio di dire no alla domanda del disumano.

 
Lettera al Presidente della Repubblica
Rossana Rossanda
All' on. Giorgio Napolitano
Presidente della Repubblica

Signor Presidente,
non credo di mettere in causa l'esercizio del Suo mandato al di sopra delle parti politiche e sociali, chiedendoLe, da semplice cittadina che ha avuto, anche se solo per età, il privilegio di seguire il lavoro dei costituenti, di voler intervenire con un richiamo al paese su quel che la Costituzione prescrive in tema di diritti sindacali. Gli articoli 39 e 40 infatti non sono, come può constatare anche una non giurista, principi ottativi che testimoniano di un indiscutibile spirito dei costituenti ma cui, per mancanza delle articolazioni successive, un cittadino non si può appellarsi per veder riconosciuto un suo diritto. Sono del tutto inequivoci e la loro attuazione è stata regolamentata dalle leggi.
Ora, ferma restando la libertà di opinione dell'attuale amministratore delegato della Fiat che si propone di mutare le relazioni industriali del paese, è legittimo che egli decida della libertà sindacale nella sua azienda contro il dettato costituzionale? Non credo. L'art. 39 della Costituzione più chiaro di così non potrebbe essere: l'organizzazione sindacale è libera e nessuna legge la può impedire salvo l'obbligo per i sindacati di essere registrati. Una volta registrato un sindacato ha personalità giuridica e rappresenta i suoi iscritti ed è in grado di stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto si riferisce.
Non sono in grado di sapere se sia ammissibile che una azienda privata possa obbligare i dipendenti a un referendum che, se proposto su scala nazionale, la Corte Costituzionale non ammetterebbe. Ma mi permetto di chiederLe se giovi al clima politico che Lei auspica che nella maggiore azienda italiana si indica un referendum fra lavoratori su un «accordo» con la proprietà che preveda la sospensione di alcuni diritti sindacali di fondo, come quello di sciopero garantito dall'art. 40 e dalle successivi leggi di attuazione. E se anche si considera che tale referendum possa essere tenuto, è legittimo che in quell'accordo si dichiari che il sindacato che non lo avesse firmato sarà interdetto di ogni attività nell'azienda? So che alcuni sindacati si appellano al non particolarmente trasparente art.19 dello Statuto dei lavoratori, per negare tale diritto a un sindacato che senza osteggiare il referendum dichiara di non approvarne l'oggetto, ma la loro interpretazione è quanto meno assai discutibile.
Sarebbe prezioso che Lei, la cui imparzialità nei confronti delle diverse parti sociali nessuno può negare, intervenisse su questo aspetto decisivo dei diritti indisponibili del cittadino, richiamando tutti allo spirito e alla lettera della nostra legge fondamentale. Se la possibilità di agire d'un sindacato, fra l'altro ad oggi il più fortemente rappresentativo, è messa in causa nella maggiore azienda italiana, cade uno dei diritti fondamentali che distinguono una democrazia da una dittatura. Per questo esso sta a cuore ad ognuna e ognuno di noi, e sono certa che Lei condivide questa preoccupazione.
Voglia scusare l'irritualità di questo mio rivolgersi alla Sua persona, e, in attesa d'un suo cenno, La ringrazio fin d'ora per l'ascolto.

 
CONVEGNO Intellettuali e sindacati di base
Marchionne unisce quel che era diviso
TORINO
C'è tanta gente al convegno alla Sala Valdese organizzato da Forum Diritti/Lavoro e Unione Sindacale di Base (Usb). Ennesima dimostrazione dell'attenzione che la città riserva alla Fiat e ai suoi lavoratori, poi tutti in piazza per la fiaccolata.
Angelo D'Orsi fa un'incursione storica. Parte dal 1920, dallo «sciopero delle lancette». Gli operai si opponevano all'applicazione dell'ora legale. Le lotte portano all'occupazione delle fabbriche e ai consigli di fabbrica. Alla Fita Brevetti, per protesta, vennero portate indietro di un'ora le lancette di tutti gli orologi dello stabilimento. La dirigenza dell'azienda rispose licenziando. «Mi sembra - dice D'Orsi - che oggi come allora gli operai sono costretti a accettare la lotta sul terreno dell'avversario. È chiaro che la lotta degli anni '20 aveva anche un valore simbolico: chi comanda in fabbrica?»
La stessa domanda è implicita oggi. D'Orsi ricorda che Gramsci notava «la solitudine in cui erano stati lasciati gli operai, che dopo lo sciopero delle lancette, sempre nel '20 avevano occupato le fabbriche. Quando rientrarono al lavoro - aggiunge D'Orsi - Gramsci chiede che non vengano insultati perché sono uomini, sconfitti nel corpo ma non nell'animo». Oggi la situazione è inversa. «I lavoratori di Mirafiori non sono soli. C'è una reazione corale in città che non si vedeva da anni, forse dagli anni '70». E se la marcia dei 40 mila del 1980 era la marcia della maggioranza silenziosa, oggi, trent'anni dopo «la maggioranza silenziosa siamo noi. Maggioranza, ne sono certo. Silenziosa, perché ci hanno costretti al silenzio, ci hanno tappato la bocca, ma un po' ci siamo autoconfinati al silenzio».
D'Orsi sottolinea come ci si dimentichi spesso del fatto che il lavoro significa fatica fisica, muscoli rattrappiti, pause a comando, pipì collettive. Il nuovo contratto è un «ricatto. E credo, anche leggendo di progetti di produzione di Suv e jeep a Torino previsti nel piano industriale, che Marchionne abbia già abbandonato Torino».
Franco Turigliatto, di Sinistra Critica, sottolinea che il ricatto Marchionne «funzionerebbe molto meno se alcune forze si opponessero con determinazione. Penso a quel centrosinistra in cui tanti dicono che voterebbero sì, ma anche ad altri che voterebbero no, ma se avessero famiglia voterebbero sì. E allora, che messaggio passa? comunque un voto per il sì».
Dalla USB viene la proposta per il dopo referendum. «Noi ci impegniamo perché vinca il no, - sottolinea Paolo Leonardi - per il dopo pensiamo alla creazione di un Osservatorio permanente che utilizzi i saperi per tenere sotto mira quello che questo accordo produrrà se dovesse prevalere il sì».

Tutti i mezzi Fiat per ottenere un sì
L'azienda ferma eccezionalmente la produzione e organizza le sue assemblee per indottrinare i lavoratori e convincerli a votare a favore dell'accordo separato. Davanti ai cancelli di Mirafiori la tensione è alta tra gli operai
Loris Campetti TORINO

TORINO
Lo chiamavano l'uomo dei miracoli, quello che aveva salvato la Fiat, il manager con il golfino che parlava americano e usava le buone maniere con i sindacati, quello che «il costo del lavoro incide per il 6-7% sul costo globale di un'automobile, la crisi non dipende certo dagli operai». Miracoli non ne ha fatti però, la quota Fiat è precipitata in Italia e in Europa, nuovi modelli (come gli investimenti) non se ne vedono all'orizzonte, figuriamoci se tra 18 mesi triplicherà la produzione in Italia. Adesso però, dopo aver detto di voler conquistare il cuore delle sue «maestranze» gliel'ha strappato, chiedendo tutto in cambio di niente. Un solo miracolo è riuscito a fare Marchionne: ha riportato indietro le lancette dell'orologio. Ai tempi di Valletta e della caccia alla Fiom e ai comunisti. Invece, alla porta 2 di Mirafiori sembrerebbe di essere tornati agli anni Settanta, se non fosse che i pullman e i tram che continuano a vomitare operai e operaie delle periferie sono nuovi fiammanti, persino la vecchia baracca dei panini a fianco del dormitorio per i senza fissa dimora è nuova di zecca: però, come allora, si affollano ai cancelli centinaia di operai, sindacalisti, giornalisti, le più impensabili sigle politiche della costellazione di sinistra, persino volantini con Marx, Lenin e Mao. Megafoni che urlano «non vendetevi al padrone, difendete la vostra dignità» e gli operai che rispondono «meno mele che ce lo dite voi». Studenti delle Università torinesi, Palazzo Nuovo e Palazzo Campana che portano solidarietà: «Se passa il progetto Marchionne lo pagheremo anche noi».
C'è Nichi Vendola che non riesce a parlare con gli operai del primo turno che entrano e con quelli del secondo che escono perché una barriera umana - si fa per dire - di giornalisti lo avvolge tra gomitate ai fianchi e telecamerate in testa. A ogni angolo gruppetti di operai litigano sul voto da dare al diktat Fiat. «Io sono dei Cobas ma voto sì perché devo pur campare», dice un'operaia cinquantenne a un suo compagno della Fiom, e lo insulta perché «neanche della Fiom ci si può fidare perché sta nella Cgil e la Cgil ha venduto l'anima e vuole firmare». Un vecchio amico sindacalista mi spiega che prima di aderire ai Cobas questa donna «era del Sida», il sindacato giallo che adesso si chiama Fismic. Il segretario generale del Fismic, Di Maulo, è circondato da un gruppo di operai che gli dicono perentoriamente «facci vedere la tua busta paga, la nostra eccola, 900 euro». Negli anni Settanta avrebbero risolto con un solo aggettivo, che qua e là ritorna: «Venduti».
Poveri operai di Mirafiori, età media vicina ai cinquant'anni, fatica e malattie e sconfitte sulle spalle, lasciati soli da quasi tutti. Ora escono a fatica, si fanno spazio nella calca, evitano le telecamere oppure ci si ficcano dentro per dire «No, perché non do tutto in cambio di niente», oppure «Sì perché ho il mutuo e due figli piccoli, se quello se ne va in Canada a brindare io che faccio? Però questo accordo fa schifo». Il segretario locale della Fim Claudio Chiarle, che domenica aveva detto «abbiamo firmato per salvare gli investimenti ma l'accordo è brutto», dopo essere stato messo in mezzo dai colleghi complici e dai superiori ora diffonde una nota in cui «l'accordo è ottimo». Un delegato della Uilm: «Con il no se ne va via la Fiat». Interviene un operaio giovane: «Sì, va a festeggiare in Canada. Voglio vederli a chiudere Mirafiori, ci vogliono solo ricattare con la pistola alla tempia». E allora quello della Uilm si arrampica sui vetri, riesce anche a spiegare che Marchione «è stato frainteso, tutta colpa della Fiom». Un gruppo di facinorosi del Fismic di fronte a Vendola sventola fotocopie del Giornale che titola «Vendola in Puglia è come Marchionne». Il gruppo viene buttato fuori al grido antico «il potere dev'essere operaio».
Chi esce racconta l'ultima di Marchionne: «Preoccupato dalle assemblee della Fiom che racconta l'accordo per filo e per segno ha fatto convocare le assemblee dai suoi capi. Spiegano che è cambiato e quello distribuito dalla Fiom è vecchio. Peccato sia identico al testo pubblicato sul sito del Sole 24 ore». Siamo a questo, la Fiat che si sostituisce ai sindacati complici e convoca le assemblee. «Dove non riescono a farle perché non vogliono essere sputtanati da noi della Fiom prendono gli operai uno a uno per indottrinarli: o votate sì o la Fiat va all'estero». In verniciatura, ci racconta un'operaia appena uscita, «i team leader e i capi Ute stanno facendo i sondaggi, chiedono a tutti tranne a noi - dice un delegato Fiom - per chi voteremo e trascrivono nome e cognome». «È uno schifo. Ieri hanno fermato una linea alle 20,30 in verniciatura - racconta Mercurio - e per un'ora e un quarto hanno fatti i comizi per votare sì. Neanche quando è morto Gianni Agnelli avevano fermato le linee».
Dall'interno della fabbrica si vede avanzare un corteo verso i cancelli, davanti c'è uno striscione rosso con scritto «Sono un operaio e voto no», un messaggio all'aspirante sindaco di Torino Piero Fassino che aveva declamato urbi et orbi «se fossi un operaio voterei sì». Sono quelli del Comitato per il no al referendum, li accoglie all'uscita una mezza ovazione, applausi e qualche lacrimuccia. È l'orgoglio operaio, di operai incazzati con il mondo ma sostanzialmente con la politica, gente che non ne può più e sa che «l'unica speranza è la pensione». Un giovane carrozziere del montaggio riesce ad arrivare a qualche metro dal Vendola assediato dai media e gli urla contro il centrosinistra. Un'altra operaia da un angolo spiega che «il Pd fa un'opposizione pessima e se andasse al governo farebbe un governo pessimo. Se non tornerà a occuparsi del lavoro la sinistra si scioglierà come neve al sole».
Rabbia, tanta. Ci sono volti noti ai cancelli. C'è anche il vecchio sindaco Diego Novelli che si dice incredulo, e fa i paragoni con i tempi duri, quelli di Valletta. Ci sono operai pensionati, precari, studenti. Torino torna a parlare e a parlarsi, ai cancelli, nei tram, nei negozi. Con la rabbia di chi si chiede dove sia finita la famiglia Agnelli, anch'essa dissolta al sole in mille rivoletti rinsecchiti e neanche troppo trasparenti: «Marchionne non è il padrone, i padroni dove sono? Possono permettersi la fuga dalla città che hanno spremuto per più di un secolo?». Nina, delegata Fiom, si dice ottimista: «Dentro si discute, i capi sono nervosi perché temono l'esito del voto, e invitano a non andare alle assemblee della Fiom di domani (oggi, ndr) ma alle loro». «Al montaggio c'è un buon clima per noi - è la volta di un promotore del Comitato per il no - in verniciatura è più dura». Previsioni non se ne fanno, chi annuncia che voterà sì per il mutuo, i figli, la paura, è più incazzato di chi voterà no. E chi vota no, oltre a essere incazzato con la sinistra, ha una certezza: «Mettere la firma sotto questa porcheria sarebbe un insulto a noi che ci battiamo in fabbrica nelle condizioni che vedi. Diglielo alla Camusso». Bentornati a Mirafiori.
Oggi le assemblee della Fiom, poi il voto. Chissà se anche a Mirafiori, come ha già fatto la Fiat a Pomigliano e come fanno da sempre mafia e camorra, i capi chiederanno agli operai di autocertificarsi il voto con il telefonino.

SERBIA-INTERVISTA Quel che la Fiat ha in serbo
«Hanno licenziato i lavoratori Zastava»
Tommaso Di Francesco
La svolta era arrivata nel settembre del 2008 con la firma tra Marchionne e il ministro dell'economia Mladjan Dinkic dell'accordo tra Zastava e Fiat per uno dei più importanti investimenti in Serbia, con la creazione di una società mista, la Fjiat Automobili Srbja (Fas) al 67% Fiat e al 33% dello stato serbo, con l'obiettivo di produrre una nuova monovolume. Con la promessa di investire 700milioni di euro - quasi l'equivalente di quello promesso a Pomigliano - la Fiat portava a casa un grosso premio: 50 milioni di capitale dal governo di Belgrado, più 150 milioni in incentivi, e dalle autorità locali l'esenzione dai dazi e dalle tasse locali per dieci anni; e gratis dal Comune di Kragujevac i terreni per i nuovi stabilimenti. Intanto si costituiva una «new corporation», Zastava automobili, che incorporava la vecchia fabbrica, per andare alla liquidazione della società e mettere in mobilità tutti i suoi lavoratori, ma con l'impegno della Fiat e del governo serbo ad una loro riassunzione nella nuova società, pur azzerando mansioni e anzianità. Gli operai e i sindacati, gli stessi che avevano difeso le linee della Zastava dai bombardamenti «umanitari» della Nato nel 1999, ricostruendone larga parte, sono stati insieme scettici - migliaia di lavoratori del settore auto nel frattempo sono stati licenziati - e pieni di speranza per questo «ritorno» della Fiat che già dal 1953 aveva contribuito ad impiantare la produzione della mitica «Yugo». Così hanno cominciato a lavorare per attivare la nuova produzione. Poi la doccia fredda, a fine anno. La Zastava automobili - ufficialmente non la Fiat ma il governo serbo, vale a dire il premier Mirko Cvetkovic e il ministro dell'economia Mladjan Dinkic - ha licenziato tutti i 1.600 dipendenti. In Italia - tranne Liberazione - non se n'è accorto nessuno. Ne parliamo con Rajka Veljovic, responsabile affari internazionali e adozioni a distanza del Sindacato serbo Samostalni, che ci risponde da Kragujevac.
Che sta accadendo e come avete passato la fine dell'anno e l'inizio del nuovo?
Sì, è stato proprio il governo che ci ha licenziati e quando i giornalisti hanno chiesto al portavoce della Fiat in Serbia, Giuseppe Zaccaria - (ex inviato de La Stampa nei Balcani ndr) - ha risposto «giustamente» che Fiat non c'entrava per nulla perché sono affari tra la Zastava e il governo serbo. Sono state le uniche parole che si sono sentite dalla Fiat. Fiat non c'entra però noi abbiamo capito molto bene che si tratta di una truffa. Perché nel contratto firmato nel 2008 tra il governo serbo e la Fiat si diceva che non saremmo stati assunti nella prima ondata dalla Fiat, ma successivamente sì. O dalla Fiat o dai fornitori che sarebbero dovuti arrivare a Kragujevac. Invece, cinque giorni prima di capodanno, è apparso un articolo su Politika, il giornale più diffuso in Serbia, che annunciava il nostro licenziamento. Parlando, fra l'altro di «programma sociale» per 800 lavoratori, e che comunque Zastava automobili sarebbe stata chiusa, ufficialmente dal 5 gennaio 2011.
Quanti erano i dipendenti della Zastava automobili e che lavoro svolgevate?
Quelli rimasti ancora non assunti dalla Fas, la Fiat serba, erano 1.600. Si è spesso parlato di soli 800 lavoratori, perché 800 sono quelli più giovani, ai quali mancano più di 5 anni per la pensione. Altri 800 - allora già invisibili - sono quelli a cui mancano meno di 5 anni alla pensione. Dopo l'accordo del 2008, il governo serbo e la Fiat hanno incaricato imprese d'appalto per la ricostruzione e solo una piccola parte dei lavoratori della Zastava. Su questo il nostro sindacato ha combattuto molto, perché una delle nostre richieste era che la ricostruzione degli impianti per la nuova produzione della Fiat, venisse avviata dai lavoratori qualificati della Zastava.
Peraltro voi avete ricostruito le linee produttive della fabbrica dopo la distruzione dell'azienda da parte dei bombardamenti della Nato...
Certo, siamo stati noi a presidiare la fabbrica anche sotto i bombardamenti, e a rimetterla in piedi. E ora non chiediamo di ricostruire quel che c'era ma di essere impegnati anche sulle nuove produzioni previste dalla Fiat serba.
Come avete reagito alle notizie di «Politica» e che cosa chiedete al governo serbo?
Abbiamo subito iniziato a scioperare, abbiamo scioperato 5 giorni in piazza, a temperatura sotto zero, abbiamo presidiato il Comune e alla fine siamo stati piegati. Dovevamo firmare perché il governo, per bocca del ministro dell'economia Mladjan Dinkic, ci ha promesso una indennità e ha detto: «Se continuate con gli scioperi non avrete nemmeno l'indennità». Sono ventimila dinari, 200 euro al mese. Per capire le condizioni di vita in Serbia, qui il paniere mensile è di 450 euro al mese solo per comprare farina, zucchero, le cose elementari per vivere insomma. Al governo serbo chiedevamo il prolungamento delle sovvenzioni e il mantenimento dell'occupazione per i lavoratori della Zastava automobili ancora in carica, di non fare licenziamenti. Abbiamo perduto. Siamo stati costretti alla resa dal nostro ministro dell'economia, quello che ha firmato l'accordo con la Fiat nel 2008. C'è un'altra cosa che vogliamo denunciare: la Fiat serba ha già cominciato ad assumere dall'ufficio di collocamento qualche lavoratore perché loro prenderanno - se davvero si realizza la previsione di 200mila vetture all'anno dal 2012 - una sovvenzione statale per ogni nuovo assunto. Insomma, i nuovi assunti Fiat saranno praticamente pagati dal governo serbo, lo stesso che scarica i lavoratori Zastava.
Che messaggio inviate ai lavoratori italiani della Fiat impegnati in questo momento in uno scontro decisivo?
Che almeno i lavoratori Fiat nel mondo devono essere uniti e coordinare le iniziative di lotta. Come uno sciopero internazionale. Solo così si può vincere questa battaglia. Lo ripetiamo dal '99. Insistiamo perché si realizzi al più presto un nuovo coordinamenti sindacale in Italia. Anche perché ora si prevede che la Fiat serba, Fas, monterà la Punto entro il mese di maggio, per avviare la produzione di 9mila vetture di scorta, ma poi anche la Fas sarà chiusa per sei mesi, per finire tutte le ricostruzioni e le preparazioni per la nuova produzione prevista.

 
IN PIAZZA Tanti torinesi con Fiom e Micromega
Fiaccole a non finire per le tute blu resistenti
TORINO
Scava scava, alla fine Torino viene fuori, esce dal suo guscio e abbandona le rimozioni, si ricorda di quando essere una città operaia voleva dire solidarietà e affetti collettivi. Marchionne ha esagerato, i suoi padroni sono nascosti dietro cumoli di azioni e di vergogna e la città ha battuto un colpo schierandosi accanto alla Fiom, l'unico sindacato che non si è fatto piegare dalla prepotenza imbrogliona di chi vuole giocare a birilli con la vita delle persone. Migliaia di fiaccole hanno sfilato in centro per rivendicare «lavoro, diritti, democrazia». Mancava solo il Pd, anzi uno tra i numerosi candidati sindaci, Ardito, è stato intravisto. C'era il resto della sinistra, c'erano i torinesi, salvo i 3-400 rinchiusi alla Galleria d'arte moderna corsi alla chiamata del fronte del sì al ricatto di Marchionne, Fim, Uilm e l'Unione degli industriali sabaudi. Quelli che «siamo tutti sulla stessa barca». Fim e Uilm remavano.
Il corteo si è dato appuntamento in un luogo simbolo di Torino, Piazza Statuto. Il palazzo che ospitava la Uil nel '62, quando venne assaltato dagli operai di Mirafiori e dai proletari della città-fabbrica dopo un accordo separato, ora è splendente, tirato a lucido. Ma chi se lo ricorda quell'accordo separato, troppi ne sono seguiti da allora e i tempi delle rivolte sono finiti, forse.
C'erano gli operai torinesi, anche quelli che alla ThyssenKrupp non sono bruciati. I lavoratori dei servizi, della scuola, del pubblico impiego, gli studenti e la Valle di Susa è scesa in città: «No Tav, No Ricatti». La Torino democratica «Le nostre vite valgono più dei vostri profitti» con i libretti rossi di Borsellino. C'era il direttore di Micromega Paolo Flores d'Arcais con l'appello a sostegno della Fiom forte di più di 60 mila firme «perché - dice - nell'opinione pubblica democratica la Fiom non è isolata, lo è nel mondo separato degli apparati politici. Ma sono loro a essere isolati».
Maurizio Landini è il dirigente sindacale più amato, dai suoi operai e da chi ha a cuore la democrazia. Il segretario Fiom è sinceramente incazzato per le parole indecenti di Berlusconi dalla Germania: «È arrivato a dire che se vincono i no fa bene la Fiat ad andarsene dall'Italia. Piuttosto - ci dice tra una stretta di mano e una foto - farebbe bene a chiedere a Merkel perché ha detto no a Marchionne, e perché in Germania i salari sono il doppio dei nostri e i diritti tutelati. Qui si difendono solo gli interessi e i privilegi dei più forti». Landini denuncia l'atteggiamento antisindacale della Fiat che si organizza in proprio le assemblee in fabbrica.
I militanti Fiom non sono soli, tra quelle migliaia di torce. Qualcuno ricorda un'altra marcia, terribile, quella dei quarantamila capi e servi dell'80 e dice: «Avremmo dovuto già allora organizzare una risposta invece di piegarci al Marchionne di turno, che si chiamava Romiti». Subito l'uomo della memoria viene corretto dal vicino: «Romiti era meglio, non minacciava brindisi in Canada, non cancellava il diritto allo sciopero, alla mensa, alle pause. Anzi era meglio anche Valletta che guadagnava 20 volte più di un operaio e non come i 5.400 delle carrozzerie». «Comunque vada il referendum non si chiude, anzi si apre una straordinaria stagione di lotte e di diritti», commenta Giorgio Cremaschi.
I comizi si concludono, Torino sembra una città un po' più umana.

Assalto alle statue contro l'accordo della vergogna
Blitz di alcuni giovani dell'associazione «Terra del Fuoco» sui monumenti del centro di Torino: al collo del Duca Emanuele Filiberto in sella al Caval 'd Brons, in piazza San Carlo, e del Conte Verde, davanti a Palazzo Civico, sono stati appesi cartelli con la scritta «Io sto con Torino. Non me ne vado». «Noi che non siamo operai e che non facciamo finta di esserlo - spiegano - cerchiamo però di capire e far capire cosa possano rappresentare 5' di pausa su una catena di montaggio».
ALLA PIAGGIO
Sciopero ieri mattina alla Piaggio di Pontedera (Pisa) in sostegno dei lavoratori Fiat di Mirafiori indetto dalla Fiom-Cgil. Lo sciopero è stato proclamato dopo il rientro in fabbrica, lunedì scorso, al termine dello stop produttivo cominciato il 6 dicembre 2010. I lavoratori di Pontedera attendono la comunicazione dell'incontro, rimandato lo scorso novembre, tra l'azienda e i sindacati che si dovrebbe svolgere nella seconda metà di gennaio per discutere delle strategie e degli eventuali investimenti a livello di gruppo Piaggio. A preoccuparli fortemente anche la difficile situazione dell'indotto dello stabilimento con alcune imprese che sarebbero pronte ad aprire procedure di mobilità per la riduzione degli organici.
ARCI
«È inaccettabile che in un Paese civile e democratico le persone siano poste di fronte all'alternativa di dover scegliere fra perdere il posto di lavoro e rinunciare ai propri diritti, fra il diritto a lavorare e la dignità del proprio lavoro», solidarietà ai lavoratori della Fiat arriva da Paolo Beni, presidente nazionale dell'Arci.

LAVORO ATIPICO A Rho (Milano), due giorni di workshop e incontri per la costruzione di un futuro degno e condiviso
R-esistenze a confronto agli Stati Generali della Precarietà
Diana Santini MILANO

MILANO
Dopo l'esordio di ottobre, sabato e domenica nuovo appuntamento degli Stati Generali della Precarietà (info: precaria.org). La due giorni si terrà alla Fornace di Rho (Mi). Ne parliamo con Stefano Mansi di San Precario.
I giovani sono protagonisti di proteste e rivolte in Europa e alle sue porte. Questa generazione riuscirà a riprendersi il futuro?
Il corteo di Roma di dicembre è stato uno spartiacque. C'erano non una, ma molte generazioni armate della sola consapevolezza che non c'è futuro, perchè questo sistema produce precarietà e paura. Parlare di giovani però è fuorviante, chi perde il lavoro sprofonda nel precariato anche a 50 anni. E per loro è ancora più difficile, magari hanno un figlio o un mutuo da pagare.
Come siamo arrivati a questo?
La colpa è nostra. Per troppo tempo ci siamo cullati nell'illusione che i diritti conquistati dal movimento dei lavoratori fossero inalienabili. Ci siamo occupati di fotografia e di web... e ci siamo dimenticati di difenderli quei diritti. Così il precariato è passato, prima di tutto a livello culturale. Ci stupiamo adesso?
A Mirafiori cosa voterebbe SanPrecario?
Voterebbe sì, perchè ha una famiglia da mantenere. Cos'altro dovrebbe fare un lavoratore? Fa una gran tristezza. Ma quantomeno questa vicenda ha portato alla luce un problema: adesso se ne sono accorti tutti, anche i garantiti, di cosa vuol dire non avere diritto alla malattia, alle ferie. E magari qualcosa inizierà a muoversi, fuori dai triti schemi della politica sindacale.
Anche i migranti si stanno ribellando, le proteste sulla gru a Brescia e sulla torre a Milano... Come far convergere le lotte?
Abbiamo in programma un workshop dedicato al lavoro migrante. Gli immigrati pagano il prezzo più alto e noi siamo al loro fianco perchè condividiamo con loro questa sorta di status di cittadini di serie b. Ora che ci siamo riconosciuti, il prossimo passo è aprire un dibattito pubblico e una stagione di lotte per affermare diritti di cittadinanza per tutti.
La precarietà è una condizione che sconvolge l'esistenza delle persone. Esiste uno strumento per uscire da questa gabbia? E cosa deve accadere ancora perchè facciano la «rivoluzione»?
Il reddito è lo strumento, naturalmente. La previdenza per la manodopera precaria, la maternità erano previste perfino nella fascistissima Carta del Lavoro. Perchè oggi non siamo in grado di trovare una formula, visto che le aziende non sono più disposte, per pagare queste garanzie? Stiamo precipitando in un incubo senza precedenti. I contributi: chi li paga? E cosa faranno le persone quando non potranno più lavorare? Ruberanno? Non si tratta di fare la rivoluzione. Basta adeguare il sistema di sussidi alla realtà. Ce l'hanno Cipro e la Bulgaria il reddito di cittadinanza, perchè noi no? Non sarà la rivoluzione, ma quando abbiamo iniziato a parlare di precarietà, non era nemmeno una voce sul dizionario. Oggi è all'ordine del giorno. E siamo solo all'inizio.

 
Premier padrone «Fiat America»
L'ex ministro dell'Industria Berlusconi rinnega il suo passato "operaio": «Se vince il no le aziende fanno bene ad andare via dall'Italia». Marcegaglia si allinea subito: «Il problema è reale». Ma l'auto vale più dell'11% del Pil
Matteo Bartocci
Silvio Berlusconi non solo «vota» Marchionne ma arriva a legittimare perfino la fuga delle imprese dal suo-nostro paese. «La direzione della Fiat è giusta - afferma il premier a Berlino accanto alla cancelliera tedesca Angela Merkel - serve maggiore flessibilità del lavoro in accordo con i sindacati». Poi però l'antico (?) mestiere del padrone ha evidentemente il sopravvento sul ruolo istituzionale: «Ove non vincessero i sì a quell'accordo, chiaramente imprese e imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri paesi».
Un intervento tanto più rumoroso perché alla vigilia del voto di Mirafiori, con tutte le tensioni - politiche e sociali - viste davanti ai cancelli. Il commento di Giorgio Airaudo, responsabile auto Fiom, è nero: il Cavaliere è «l'unico leader del mondo ad auspicare una delocalizzazione al contrario, scaricando questa responsabilità su 5.500 lavoratori». Le parole di Berlusconi fanno il miracolo di far parlare con una voce sola Fiom, Cgil e Pd. «Il presidente del consiglio sta facendo una gara con l'amministratore delegato della Fiat tra chi fa più danno al nostro paese. Mi piacerebbe - dice la segretaria generale Cgil Susanna Camusso - che il mondo delle imprese e della politica oggi dicesse che, se questa è la sua idea del paese, è meglio che se ne vada».
Non sarà accontentata. Anche lei a Berlino, Emma Marcegaglia (Confindustria) è fedele alla linea: «Il problema degli scarsi investimenti esteri e della poca produttività è reale. Le cose che Fiat sta chiedendo ci sono in altri paesi da molto tempo».
Nel Pd Bersani (e non solo lui) la reazione è inviperita: «Berlusconi non se ne accorge perché è un miliardario ma noi gli paghiamo uno stipendio per fare gli interessi del paese e non per fare andare via le aziende». Il responsabile economico Stefano Fassina chiede l'audizione in parlamento direttamente di Marchionne: «Siamo l'unico paese al mondo che non ha messo in campo un'idea di politica industriale per affrontare la crisi, l'unico paese al mondo che asseconda scelte negative come il minacciato abbandono dell'Italia da parte di Fiat. Il governo Berlusconi e, in particolare il ministro Sacconi, avrebbero dovuto e potuto tentare di portare il confronto in Fiat su un terreno costruttivo». Protesta l'Idv ma anche un pro-Marchionne come Bruno Tabacci dell'Udc: «Berlusconi ha sbagliato taglio e misura. Un conto è il giudizio sulla proposta della Fiat, un altro conto sono le conseguenze che il governo auspica che si traggano dall'esito del referendum».
Per un premier che è stato per quasi sei mesi il ministro dell'Industria ad interim capirlo dovrebbe essere facile. Invece no. La svolta «craxista» del Cavaliere non è affatto una mossa estemporanea. Un pasdaran berlusconiano come Osvaldo Napoli (Pdl) pare uscito dal Ventennio: «Marchionne sta splendidamente completando ciò che Berlusconi ha coraggiosamente avviato: cambiare pelle alla società e agli italiani. Da imprenditore e da politico Berlusconi innova, cambia e rivoluziona».
Eppure chiudere l'auto in Italia non sarebbe indolore. Nel 2009 il settore ha fatturato circa 165 miliardi: più dell'11,4% del Pil (oltre il 30% dell'industria manifatturiera). In ballo ci sono 400mila addetti, 1 milione considerando tutto l'indotto. L'Italia è l'unico grande paese il cui governo ha finanziato senza condizioni la propria azienda «nazionale». Obama ha investito solo su Chrysler 16,9 miliardi di dollari. In cambio, il 65% delle azioni è in mano ai sindacati Usa e il 9,2% alla stessa Casa Bianca. In tutto, Fed e governo hanno speso in due anni a sostegno esclusivo di banche, assicurazioni e auto 5mila miliardi di dollari. Quasi il doppio del costo totale americano della Seconda guerra mondiale (3,6 trilioni).

CGIL Confronto tra i segretari di categoria
Sulla rappresentanza una bozza che divide
Rocco Di Michele
Il muro contro muro non piace a nessuno. Tantomeno quando - come sta accadendo alla Cgil - ci si trova alle prese con l'offensiva più devastante mai messa in campo contro il sistema della relazioni industriali, condotta in prima persona dall'unica vera «multinazionale» italiana.
L'assenza di una legge sulla rappresentanza sindacale (esiste solo per il pubblico impiego) è uno - non l'unico - varco legislativo da cui ha fatto irruzione la Fiat cercando di imporre un «modello» in cui solo i sindacati che firmano documenti in bianco hanno diritto di stare sul posto di lavoro. Anche a prescindere dal grado di «rappresentatività» di ciascuna sigla, fino all'assurdo oggi in campo: si cerca di «far fuori» la Fiom, il sindacato con più iscritti, più voti e che, nell'intero settore, raccoglie da solo la maggioranza assoluta dei consensi.
Nella tarda serata di martedì, a Chianciano, la riunione dei segretari di categoria ha iniziato al discussione su una bozza di proposta sulla «democrazia e la rappresentanza», che dovrà probabilmente essere approvato dal Direttivo nazionale convocato per sabato. Non sarà questo, presumibilmente, l'unico tema in discussione, visto che a quel punto saranno noti i risultati del «referendum» voluto da Marchionne e - se dovesse prevalere il «sì» - si farebbero enormi le pressioni per costringere le tute blu a «cedere» e cercar di rientrare nel quadro dell'«accordo». Che pure non prevede «finestre», se non a prezzi politici insostenibili per chiunque.
La segreteria confederale, nel presentare la sua «bozza», non ha concesso nulla né alla minoranza de «La Cgil che vogliamo» né alla Fiom, che aveva raccolto oltre 100.000 firme per una legge di iniziativa popolare proprio sulla rappresentanza. Per quanto ancora in forma di «estratti», il testo con cui Susanna Camusso vorrebbe riallacciare i rapporti con Cisl e Uil - oggi sfilacciati al massimo, almeno ufficialmente - non sembra infatti raccoglierne nessuna suggestione. A cominciare dall'istituto del referendum, che i metalmeccanici vorrebbero far svolgere sia per l'approvazione delle piattaforme sia dell'accordo finale. Nella proposta Cgil, invece, sembrerebbe previsto solo come extrema ratio nella forma «abrogativa» di accordi già firmati.
L'obiettivo è quindi un accordo interconfederale e con Confindustria, per arrivare poi anche a una iniziativa legislativa. Il minimo indispensabile per arginare la «balcanizzazione» delle relazioni industriali se dovesse - come appare certo - generalizzarsi il «metodo Fiat». I punti di merito abbastanza chiari riguardano per ora solo la soglia minima perché un sindacato sia ammesso alle trattative di ogni livello (il 5% in una media ponderata tra iscritti e voti raccolti nelle elezioni delle Rsu) e il «rafforzamento del ruolo delle Rsu» previsto dagli accordi del luglio '93 (com'è noto, la Fiat ammette invece solo «delegati nominati» dai sindacati firmatari, ovvero la Rsa).
Ben poco chiari, invece, i meccanismi di validazione di piattaforme e accordi, quantomeno esposti a grossi rischi «interpretativi» e depotenzianti. Complicato anche definire concretamente cosa significhi il «privilegiare la logica di coalizione, superando la maggioranza semplice» all'interno dei percorsi di validazione. Non suona bellissimo, in questo frangente, neppure il riferimento agli accordi «generali, omogenei ed esigibili» (termine ossessivamente ripetuto negli ultimi tempi da Marchionne), perché è chiarissimo cosa si intenda per «sanzioni» nei confronti di lavoratori e sindacati, mentre altrettanto non si può proprio dire per le aziende.
La presentazione della proposta, in assenza di dettagli più precisi, appare perciò un segnale politico: la volontà della Cgil di uscire dall'isolamento rispetto alle altre sigle confederali (molto meno nei rapporti con le imprese e Confindustria) o del governo.
Accompagnato dall'esibita noncuranza verso le posizioni della minoranza interna. Al punto di preferire un'approvazione a maggioranza rispetto a una soluzione unitaria e condivisa (e ovviamente emendata).

 


SU REPUBBLICA.IT

Scontro Camusso-Marchionne
La Fiom: "L'accordo deve saltare"

Il sondaggio "Non si scambiano i diritti con il lavoro "

Polemica su data del referendum a Mirafiori, oggi la conferma del 13 e 14. Il segretario Cgil (video) a Landini: "Vi appoggiamo, ma se sarà sì dobbiamo stare nelle fabbriche". Ad Fiat: "Siete voi che ricattate". D'Alema: "Vendola ai cancelli? Un errore" di R. MANIA
SPECIALE SUL REFERENDUM A MIRAFIORI

 


 

Produrre e lavorare meglio, con democrazia

I fatti dietro l'accordo sullo stabilimento di Mirafiori, il ridimensionamento produttivo della Fiat in Italia e il crescente orientamento finanziario, le alternative alla strategia dell'azienda. Lettera di 46 economisti sul conflitto Fiat-Fiom
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Mirafiori, il sì diviso

di Antonio Sciotto

su il manifesto del 12/01/2011

I promotori del referendum si spaccano, Fim e Ugl vorrebbero rinviare il voto al 18 gennaio. Marchionne risponde a Cgil e Fiom: «Io non insulto, voglio cambiare l'Italia. Camusso dica quel che vuole, ma se vince il sì è giusto che accettino il risultato». Oggi fiaccolata a Torino

È piena bufera nel comitato promotore del referendum di Mirafiori: i sindacati si sono divisi tra loro. Motivo del contendere, la data delle votazioni: i delegati della Fim Cisl e dell'Ugl nella commissione di garanzia avrebbero voluto rinviarle di qualche giorno rispetto all'appuntamento già fissato (domani e dopodomani), portandole al 18 gennaio. Contrari quelli di Uilm e Fismic. L'apposita riunione organizzativa ieri pomeriggio è finita e pesci in faccia ed è stata riaggiornata a oggi. Si potrebbe ipotizzare che i dubbi siano motivati da una incertezza sugli esiti, ma la Fim adduce «problemi tecnici». La tensione è alta, insomma, e il voto sembra preoccupare in qualche modo anche l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che ancora una volta ieri è tornato a intervenire sul referendum torinese.
La divisione ieri avrebbe trovato una prima ricomposizione nel voto finale della riunione, con Fismic e Uilm che hanno optato per la conferma domani e dopodomani, i Cobas a favore di un rinvio, mentre Fim, Ugl e Fiom si sono astenute. Così per il momento, almeno a ieri sera, la data resta confermata. Le paure sarebbero motivate dal fatto che giusto poche ore prima del voto si dovrebbero chiudere le assemblee della Fiom, e i promotori avrebbero temuto un effetto «convincimento» sugli operai, mettendo a rischio i già incerti esiti del referendum. Va ricordato un elemento interessante: quando indirono il voto, alcuni promotori si spinsero a dire che i sì all'accordo avrebbero avuto l'80% dei consensi; ma l'indomani fu la stessa Fim, più cauta, a ridimensionare le aspettative, affermando che si sarebbe accontentata di un 51%. Oggi i nuovi dubbi.
Ieri dall'assemblea delle camere del lavoro Cgil, a Chianciano, la segretaria Susanna Camusso aveva detto che Marchionne «insulta l'Italia»; l'ad Fiat ha risposto senza farsi attendere: «Non si può confondere il cambiamento con un insulto all'Italia - ha replicato dal salone dell'auto di Detroit - Se introdurre un nuovo modello di lavorare in Italia significa insulto mi assumo le mie responsabilità, ma non lo è. Il fatto che sia un modo nuovo non lo metto in dubbio e nemmeno che sia dirompente perché cambia il sistema delle relazioni storiche, ma che in questo si veda una mancanza di affetto verso l'Italia è ingiustificato. È uno sforzo sovraumano, non lo farebbe nessun altro». Subito dopo, Marchionne ha aggiunto: «Non ce l'ho nè con la Cgil, nè con Camusso, con la Fiom e nemmeno con Landini. Hanno punti di vista completamente diversi dal nostro che non riflettono quello che vediamo noi a livello internazionale. Nessuno sta dicendo loro di cambiare punto di vista - ha spiegato - ma questo non permette loro di accusare gli altri di non volere bene all'Italia».
Poi, relativamente alla richiesta Cgil di vedere il piano industriale Fiat, Marchionne ha risposto per le rime: «La signora Camusso può dire quello che vuole, ma vada a guardare il piano industriale della Volkswagen, che arriva fino al 2018, e mi spieghi quanti dettagli ci sono. Non c'è una pagina con una riga sugli investimenti. Il piano della Volkswagen l'ho letto anch'io. Noi perlomeno lo abbiamo quantificato e abbiamo dato anche uno spazio temporale».
Infine, un riferimento diretto alle votazioni: «In qualsiasi società civile quando la maggioranza esprime un'opinione anche con il 51%, la minoranza ha perso. È un concetto di civiltà comune. Quando si perde si perde. Io ho perso tantissime volte in vita mia e sono stato zitto. Sono andato avanti e non ho reclamato. Se venerdì vince il sì ha vinto il sì e il discorso è chiuso. Non possiamo fare le votazioni 50 mila volte. Capisco che nessuno voglia perdere, ma una volta che ha perso ha perso». Infine Marchionne ha sbottato, e ha attaccato i metalmeccanici Cgil: «Ogni volta che si va a votare si dice che è sotto ricatto. Ma qual è l'alternativa al voto? Devo fare un investimento, non è un ricatto, è una scelta da farsi. Ma allora perché non è un ricatto alla Fiat quello della Fiom che detta le condizioni per l'investimento?».
Ieri comunque è stato definito il quesito del referendum: «Sei favorevole all'accordo del 23 dicembre 2010?», e i 5400 dipendenti delle carrozzerie Fiat dovrebbero votare su 9 seggi, nei tre turni di fabbrica (dalle 22 del 13 gennaio alle 22 del 14). Si è formato poi un nuovo comitato del no, che si è aggiunto a quello già attivo dei Cobas: è formato soprattutto da iscritti alla Fiom e due dei tre portavoce sono delegati della Fiom.
Da Torino, dove oggi si terrà una fiaccolata organizzata dalla Fiom, con Micromega (il cui appello ieri ha superato quota 50 mila firme), parla il segretario nazionale della Fiom Giorgio Airaudo: «Marchionne, cercando consensi, in realtà ha avuto un doppio dissenso: non solo quello di chi voterà no, ma dei tanti che ammettono che voteranno sì perché si sentono sotto ricatto. Marchionne è colpito da una idea di onnipotenza, ma in realtà è solo un dipendente Fiat molto ben pagato; peraltro, grazie alle stock options, per i risultati di Borsa e non per quelli produttivi».

Noi, i cervelli in fuga, stiamo con la FIOM

di ***

su il manifesto del 12/01/2011

 

Siamo un gruppo di italiani sotto i 40 anni che vivono e lavorano all'estero, ma che continuano ad avere contatti diretti con il nostro Paese. Paese a cui ci legano affetto e nostalgia, accompagnati dalla rabbia di vederlo in costante declino. Nessuno di noi si è finora impegnato direttamente in politica, pur essendo tutti simpatizzanti per la sinistra nel suo significato più ampio, ma ciò che sta succedendo in questi giorni non può lasciarci indifferenti. Per questo abbiamo deciso di manifestare le nostre preoccupazioni su alcuni temi importanti: il ricatto di Marchionne; un contratto imposto e non negoziato; la convocazione di un referendum pericolosamente somigliante ai plebisciti del Ventennio in cui l'unica scelta è tra la disoccupazione e le condizioni imposte dal padrone; la deroga a diritti costituzionali riconosciuti attraverso la stipula di contratti privati; la rinuncia al contratto collettivo nazionale nel silenzio di Confindustria e di gran parte dei sindacati (che a priori avrebbero dovuto rifiutarsi di firmare un contratto diverso da quello nazionale per gli operai di Mirafiori); l'esclusione del più grande sindacato metalmeccanico dalla rappresentazione sindacale. Consideriamo tutto ciò molto grave. Lo troviamo ancora meno accettabile in un periodo di crisi economica e rigettiamo il tentativo di far pagare ai lavoratori i costi del fallimento del neo-liberismo. Ci stupiamo di fronte al silenzio imbarazzante di gran parte dell'opposizione, soprattutto quella parlamentare, e pensiamo che sia il momento di schierarsi nettamente.
La Fiom non difende solamente i lavoratori di Mirafiori, difende la Costituzione, la democrazia, la libertà di scelta. Difende, in sostanza, la possibilità di un futuro per il nostro Paese, che ci sembra sempre più lontano. Schierarsi oggi dalla parte dei diritti dei lavoratori vuol dire difendere un modello sociale basato non solo su solidarietà e uguaglianza - concetti che sarebbe ridicolo definire datati - ma anche su una più equa distribuzione del reddito, così da evitare crisi di sovrapproduzione e bolle speculative. Significa rigettare lo sfruttamento intensivo della forza lavoro, tipico dei paesi in via di sviluppo e non certo delle economie avanzate. Non sono riformisti coloro che vogliono riportare indietro le lancette della storia, ma reazionari. Non sono eroi quelli che, fomentando una guerra tra poveri, ci portano sulla strada del sottosviluppo. Non sono innovatori coloro che, invece di puntare sulla ricerca e l'investimento in capitale umano, cercano semplicemente di abbattere i costi col dumping sociale.
Siamo per altro convinti che gli attacchi alla Costituzione, ai diritti, al nostro contratto sociale e, in breve, al futuro del nostro Paese, si possano fermare. Questa speranza si lega a due elementi: lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio di cambiarle. Per questo non abbiamo dubbi: stiamo con la Fiom.

*** Laura Andrazi, Parigi; Alessio Baldini, Univ. Leeds, Uk; Giorgia Maria Battistello, Six Telekurs, Londra; Tommaso Cavazza, Barcellona; Francesca Congiu, Univ. of Leeds; Ilaria Giglioli, Univ. California Berkeley; Matteo Giglioli, Palo Alto, California; Simone Giovetti, United Cities of France (Cooperazione Francese); Silvia Gurrieri, Parigi; Giandomenico Iannetti, University College London; Salvatore Marchese, Brno, Repubblica Ceca; Nicola Melloni, London Metropolitan University; Vasco Molini, Maputo, Mozambico; Valentina Rigamonti, Usaid, Afghanistan; Pietro Roversi, Oxford University, Uk; Davide Sormani, Brno, Repubblica Ceca; Gigliola Sulis, Univ. Leeds, Uk; Elia Valentini, University College London; Alessandro Volpi, Londra.

 

«Noi con la Fiom, ma restiamo in fabbrica»

di Rocco Di Michele

su il manifesto del 12/01/2011

Camusso ai meccanici. Landini: non firmiamo

I giorni più difficili della storia della Cgil - nel dopoguerra, almeno - stanno scorrendo veloci. Ogni ora prevede «sortite». Per condizionare il voto degli operai delle carrozzerie di Mirafiori e la politica, oppure incitare la confederazione guidata da Susanna Camusso ad «ammorbidire» le sue tenacissime tute blu.
Anche qui il «caso Fiat» tiene banco e passa davanti a tutto, anche se si dovrebbe discutere solo di «contrattazione sociale e territoriale», per dare una risposta a quelle figure sociali che non sono coperte dalle storiche categorie sindacali e che rappresentano ormai un mondo fatto di milioni di lavoratori poveri o ex.
La stessa Camusso è costretta a partire dall'attualità per poi cercare - senza grande convinzione - di virare la discussione sul tema originale. Se la prende più con il governo («fa il tifoso contro il lavoro», «cerca il rigore dei conti con tagli lineari») che non con le imprese. Delinea i punti di una piattaforma (riequilibrio fiscale detassando buste paga e pensioni, patrimoniale alla francese, lotta a evasione e corruzione, ecc), anche perché la stessa Confindustria mostra evidenti «imbarazzi» nell'accettare la linea Fiat. Ma non può evitare di dichiarare il proprio appoggio alla Fiom in questo scontro «per impedire che lo strappo della Fiat si estenda a tutto il sistema». E quindi «tutta la Cgil sarà in piazza il 28», giorno dello sciopero generale dei metalmeccanici, «perché parla della contrattazione, di rappresentanza e democrazia».
Un appoggio critico, però, chiedendo di «riflettere sul fatto che non si può restare fuori dalle fabbriche», altrimenti «si diventa dipendenti dalle alleanze costruite fuori di esse». Con altre parole, ha riproposto l'idea della «firma tecnica»; o «l'accettazione del risultato del voto» se dovessero prevalere i «sì». Ragionamento ripreso dal coordinatore della minoranza Fiom, Fausto Durante, costretto però a distinguere tra giusta linea nazionale e scelte territoriali («le strutture territoriali della Fiom e le Rsu interessate dagli stabilimenti Fiat hanno la titolarità a negoziare»).
Un esercizio da equilibristi che Maurizio Landini, segretario generale Fiom, ha facile gioco nel demolire. «Negli accordi vale quello che c'è scritto; e nel testo di Mirafiori si prevede che i lavoratori non eleggeranno più le loro rappresentanze (Rsu, ndr), mentre i delegati verranno nominati dai sindacati che hanno detto sì alla Fiat (Rsa, ndr)». Un invito insomma a vedere che nell'intesa non c'è una porta per il «rientro».
E anche chi ha firmato e quindi è «dentro», ricorda Landini, «non potrà cambiare assolutamente nulla, perché è prevista la sanzione per qualsiasi tentativo di mutare le clausole dell'accordo». Anzi, i «delegati» non dovrebbero far altro che «i controllori» dei lavoratori, impedendo loro «comportamenti» non previsti.
La prova che Fiat non vuole più nessuna relazione sindacale vera, per Landini, sta nel fatto - sicuramente «innovativo» - che il responsabile aziendale del settore (Paolo Rebaudengo, da decenni in quel ruolo) «dal 31 non svolge più questa funzione e non è previsto nessun sostituto».
E quindi «è vero che la questione Fiat ha valore generale» (argomento sollevato da più parti per spingere la Cgil a subentrare alla Fiom nella gestione), «ma proprio per questo c'è bisogno di una nostra radicalità d'analisi che sia almeno all'altezza di quella che fa la Fiat». Altrimenti non si riesce a prendere «iniziative adeguate».
Proprio il sindacato generale, confederale, «viene messo in discussione dal modello Mirafiori». Se tutto viene ridotto al livello aziendale, senza contratti nazionali, e se l'impresa «può scegliersi o inventarsi» il soggetto con cui trattare, non c'è più spazio logico e politico per un sindacato confederale. Del resto, proprio sulla «derogabilità dei contratti» la Cgil - con Guglielmo Epifani alla guida - si era coerentemente rifiutata di firmare l'accordo sulla riforma della contrattazione.
L'indicazione di Landini diventa quindi duplice: da un lato «diciamo agli operai di Mirafiori che siamo con loro e non firmeremo l'accordo qualunque sia l'esito del voto». Dall'altro, visto che «la vertenza Fiat riguarda tutto il paese, non solo i metalmeccanici», «dobbiamo avere un piattaforma generale», «far saltare l'accordo, renderlo non applicabile ed essere in grado di riconquistare i diritti; in termini sindacali significa riaprire la trattativa e considerare la vertenza ancora aperta». Lo sciopero del 28, in questa visione, «deve diventare l'avvio di una fase di mobilitazione più ampia».
Tutta da costruire. Ma dentro la Cgil aumentano i settori (per esempio «gli emiliani», oltre a pensionati, pubblico impiego e conoscenza) che dicono apertamente che «su questa vicenda non si può girare la testa da un'altra parte». Quando in sala si apprende che Fim e Ugl hanno chiesto di rinviare il referendum (notizia che poi diventa un giallo...) diventa più chiaro che quel «si può ancora vincere» pronunciato da Landini è una valutazione soppesata, non solo un moto del cuore

Ora c'è chi ha paura del voto operaio

di Paolo Persichetti

su Liberazione del 12/01/2011

Mirafiori, Fim e Ugl chiedono un rinvio del referendum poi fanno marcia indietro

Un gustoso retroscena delle ultime ore spiega molte cose del clima che si respira in questi giorni a Mirafiori. Il fronte del sì al referendum ha perso molta della sua sicumera iniziale. L'opinione libera degli operai sta suscitando molta paura. Il ricatto di Marchionne non sembra affatto aver piegato la volontà di chi lavora sulle linee e così in certi ambienti la democrazia fa novanta. La Fim e l'Ugl avrebbero chiesto ieri mattina, durante una riunione della commissione elettorale, il rinvio della data del referendum. Secondo l'indiscrezione diffusa dal sito online di Repubblica nel corso del pomeriggio, per i rappresentanti di queste due sigle sindacali «non ci sarebbero ancora le condizioni tecniche per chiamare al voto gli operai». Motivo: le urne si aprirebbero troppo a ridosso delle assemblee organizzate dalla Fiom. Ragione che porterebbe Fim e Ugl a temere che questo particolare possa condizionare il voto delle tute blu. Secondo queste sigle sindacali ci vorrebbe ancora qualche giorno in più di terrorismo aziendale, condito di minacce e ricatti del tipo, «se vince il no sbaracchiamo l'azienda», per convincere gli indecisi. La proposta ha diviso la commissione elettorale: mentre i rappresentanti di Fismic e Uilm rimanevano dell'opinione che la consultazione avrebbe dovuto svolgersi il 13 e 14, come precedentemente concordato, per il rinvio hanno votato i due rappresentanti dei Cobas mentre Fim e Ugl, che avevano lanciato l'idea, e la Fiom, che partecipa come osservatore, si sono astenuti. Tuttavia nel pomeriggio, soprattutto dopo il clamore suscitato dalla diffusione della notizia, la Fim è corsa ai ripari e terminato un rapido giro di consultazioni ha deciso di tornare sui suoi passi. «C'è stato uno scambio di idee per valutare l'ipotesi di un breve rinvio, spostando la data a lunedì o martedì. Una valutazione fatta anche su richiesta dei nostri rappresentanti - ha spiegato il segretario generale della Fim, Giuseppe Farina - poi è stata confermata la data inizialmente prevista». A metterci una toppa è arrivato anche il segretario generale Cisl, Raffaele Bonanni e l'Ugl con una nota ufficiale. Tuttavia il numero uno provinciale delle tute blu della Cisl non ha chiuso la porta alla possibilità di un rinvio spiegando che la commissione elettorale tornerà a riunirsi oggi, «per stabilire la data in modo definitivo». Il presidente del Comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, ha chiosato lapidario l'intera vicenda: «Questa sceneggiata dimostra che il referendum è indetto dalla Fiat, non dai sindacati, che si limitano a obbedire».

Rappresentanza, Camusso cerca l'intesa con la Cisl

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 12/01/2011

E la segretaria attacca Sergio Marchionne, «insulta ogni giorno il paese», e il governo che non reagisce

Proposta, e accordo con la Cisl, sulla rappresentanza, «propedeutico» alla legge. Intanto, cominciare a seminare la pianta della "contrattazione sociale". La Cgil cerca di uscire così dall'angolo in cui l'hanno costretta Sergio Marchionne e Raffaele Bonanni, disegnando un percorso, però, di lungo periodo. E i rapporti con la Fiom? Dall'assemblea delle Camere del lavoro in corso a Chianciano proprio sul tema della contrattazione sociale, la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso non cita mai la parola "firma tecnica" ma il senso del suo discorso sull'urgenza del "dopo" è molto chiaro: «a Mirafiori bisognerà continuare a starci». E l'accento cade proprio su quella pratica della «presenza nei luoghi di lavoro» che, essendo rimasta nella simbologia fondante del sindacato, non può che strappare un paio di applausi convinti. Nel merito, Susanna Camusso dimentica un po' troppo "sportivamente" la clausola di responsabilità, uno dei punti più contrastati di Fabbrica Italia. A risponderle è il presidente del Comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi. «La firma tecnica è, per dirla in modo chiaro, tecnicamente impossibile. Chi dice che per stare dentro bisogna firmare dimentica che nell'accordo c'è la fine del fare sindacato. Se vuoi realmente tutelare i lavoratori sulle condizioni di lavoro devi essere fuori da quell'accordo». Ma il cahier de doleance non finisce qui: la Cgil sta per formalizzare una proposta sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale che, pur tra diversi punti di avanzamento, ripropone il referendum come differenza con la Fiom. In sostanza non c'è la formula del "referendum automatico". C'è sì un referendum abrogativo ma solo in casi particolari. «Se in fase di conclusione negoziale - si legge nella proposta - ante-firma sussistono reiterati dissensi tra i negoziatori e le organizzazioni sindacali favorevoli alla firma non raggiungono il 60% della rappresentatività, si avvia un percorso di verifica del mandato a concludere il negoziato mediante il voto dei lavoratori». Maurizio Landini, intervenendo dal palco di Chianciano, spiega così la non perfetta coincidenza di vedute: «Lavoratori e lavoratrici devono sempre decidere sul loro contratto». La soglia della rappresentanza, al 5%, viene mutuata dalla legge che regola la stessa materia nel pubblico impiego ( "media tra peso associativo e peso elettorale").
Le asce di guerra sono solo provvisoriamente sotterrate. E verranno dissotterrate con i risultati del referendum in mano. Il "No", con la Fiom che a Mirafiori ha il 30%, non potrà totalizzare meno di Pomigliano (36). Tra i sindacalisti un po' di ottimismo c'è. E la stessa richiesta di rinviare il referendum «perché troppo vicino alle assemblee indette dalla Fiom», testimonia che il clima a Mirafiori sta cambiando.
Intanto, lo sciopero generale di categoria del 28 gennaio farà la sua figura. E sarà anche la prima occasione per tentare di cancellare l'eventuale risultato negativo che dovesse arrivare da Mirafiori. Ma ciò che stenta a venir fuori, e la platea di Chianciano ne ha rappresentato l'ulteriore conferma, è una vera battaglia generale contro l'attacco ai diritti dei lavoratori. E' la stessa Susanna Camusso, dal palco, a dolersi di una situazione difficile, in cui l'esempio Fiat potrebbe «fare scuola». «Marchionne insulta ogni giorno il Paese» ha detto la segretaria del principale sindacato italiano, che ha attaccato il Governo «che non reagisce di fronte alle offese lanciate da Marchionne». La risposta non va, però, oltre un generico invito alle imprese a non seguire quella strada. A Cisl e Uil, Camusso offre e chiede un confronto più sereno, «senza inseguire ogni giorno una dichiarazione di Marchionne». «E' possibile fare qualcosa insieme affinchè i posti di lavoro non diventino caserme e i sindacati silenti?», chiede ancora ricordando però a Bonanni ed Angeletti come sia possibile «coniugare l'autonomia del sindacato con l'accettazione di norme che escludano un sindacato da una fabbrica». «Senza rispetto di una singola organizzazione non c'è pluralismo», incalza rivolta a via Po, a Roma, nel tentativo di respingere i ripetuti attacchi alla Fiom.
Nel suo intervento, Landini ha ribadito uno per uno tutti i punti inaccettabili dell'accordo di Mirafiori ed ha invitato la Cgil a «farlo saltare». «Non siamo di fronte ad un brutto accordo o ad un ennesimo accordo separato ma siamo di fronte ad un cambio d'epoca», ha detto Landini. «Per questo - aggiunge - servono risposte straordinarie da pensare insieme. Tutto il sindacato, tutta la Cgil capisca quello che sta succedendo». Il «problema vero è far saltare quell'accordo con iniziative in tutta la Fiat e nel Paese», prosegue Landini. «Chi ci vieta di fare scioperi, di eleggere delegati, di organizzarci? Chi lo vieta?, domanda il leader della Fiom. «Niente vieta alla Fiom di parlare con i lavoratori, di organizzarsi anche in modo straordinario con una sede permanente lì. Chi lo vieta, nessuno - ripete - e se c'è da fare una fase straordinaria di impegno e di solidarietà per i lavoratori di Pomigliano e Mirafiori, lo faremo».

 


 

 

A Mirafiori in gioco la democrazia

di Loris Campetti

su il manifesto del 11/01/2011

 

C'è un signore con la borsetta che gira il mondo cercando di vendere la sua merce a prezzo fisso. Non è un mercante arabo, nessuna trattativa è prevista: se vi va è così, altrimenti tanti saluti. Il liberismo nella globalizzazione non è un suq, la crisi e la concorrenza non perdonano e il '900 è morto e sepolto con i suoi lacci e diritti. Il nostro mercante si chiama Sergio Marchionne, parla americano e detesta i dialetti, che sia sabaudo o partenopeo. È più capace nel vendere promesse in cambio di cieca obbedienza che non automobili. Nessuno le vuole, è merce vecchiotta. Ma lui giura che rinnoverà e triplicherà la produzione, darà lavoro a tutti, tanto lavoro. 10 ore al dì anzi 11, pause ridotte, mensa solo se c'è tempo, sciopero nisba, neanche un'influenza. È scritto sul contratto: se voti sì ti riassumo, investo per il futuro tuo e della fabbrica, sennò riparto con la mia valigetta e qualche pezzente più pezzente di te in qualche stato più pezzente di quello italiano lo troverò di sicuro.
Ecco il referendum con cui il 13 e il 14 Marchionne chiederà a 5.300 operai delle Carrozzerie di Mirafiori di prendere o lasciare: il 51% di sì farà vivere la fabbrica, il no la chiuderà. Che c'è di nuovo rispetto a Pomigliano? Una raffinatezza: i sindacati che non hanno firmato l'accordo non avranno più accesso alle linee di montaggio. Nessun delegato, del resto, neanche quelli dei sindacati complici, potrà essere eletto dai lavoratori, saranno nominati d'ufficio dagli stati maggiore.
Ci sono tre reazioni al diktat. La prima, maggioritaria in politica, al governo, tra i sindacati e gli imprenditori, batte le mani e minaccia gli operai: che aspettate a piegare quella schiena? Non vorrete perdere investimenti e lavoro per un principio ammuffito? Guai a voi se farete fuggire all'estero la Fiat. La seconda reazione è quella della Fiom, che si oppone ai ricatti e informa gli operai di quel che stanno per votare, indicendo assemblee e distribuendo a tutti il testo dell'accordo. Così potranno decidere con cognizione di causa se il gioco vale la loro dignità. Ci sono diritti non vendibili scritti in leggi, contratti, nello Statuto e nella Costituzione e gli accordi o sono frutto di contrattazione o non esistono. La Fiom non riconosce la validità del referendum-truffa. Poi c'è una terza reazione, uguale alla seconda ma con un finale diverso: noi siamo contrari, ma se il ricatto vincesse la Fiom dovrà riconoscere il risultato, adeguarsi e apporre la propria firma per non essere espulsa dalla fabbrica. È il punto di vista della maggioranza del gruppo dirigente Cgil.
Non sempre il pragmatismo riduce i danni. La forza accumulata dalla Fiom si fonda sull'ascolto dei lavoratori, sulla condivisione, sulla rappresentanza democratica. È tutta da dimostrare la possibilità che la Fiat possa cancellare il sindacato più rappresentativo, mentre è prevedibile che una rinuncia della Fiom a difendere la dignità della sua gente spezzerebbe quel legame straordinario e un'aspettativa che va crescendo ben oltre le fabbriche. In questa settimana, ancora una volta a Torino, si gioca una partita che riguarda la democrazia italiana.

Marchionne non aspetta le urne: «Se vince il no, via da Torino»

di A.M.

su Liberazione del 11/01/2011

Fiat sale al 25% di Chrysler, da Detroit l'ad attacca la Fiom: «Per loro tutto illegittimo»

Marchionne fa l'americano in tutto per tutto e da Detroit annuncia che la Fiat è salita fino al 25% dell'azionariato dell'americana Chrysler e che, probabilmente, non finirà qui. Infatti l'accordo fra la casa torinese e quella di Detroit prevede nuove scalate, a colpi di 5%, in base agli obiettivi raggiunti, il primo dei quali è quello che ieri le ha permesso di salire dal 20 al 25%: l'inizio della produzione commerciale del motore Fire nel suo stabilimento di Dundee in Michigan. Così adesso le azioni della Chrysler di dividono fra il 63% dei sindacati americani, il 25% Fiat, il 9,2% del Tesoro statunitense e il 2,3% del governo canadese. Gli altri due"eventi" che interesseranno la Fiat sono l'aumento dei ricavi e delle vendite al di fuori dell'area Nafta e la produzione commerciale negli Stati Uniti di una autovettura basata su una piattaforma Fiat con prestazioni di almeno 40 miglia per gallone. «Sono cauto ma ottimista sul futuro» dice Marchionne che poi si sbilancia sul futuro d'Oltreoceano: «L'Alfa Romeo sbarcherà negli Usa probabilmente nel 2012 e il nostro obiettivo è di portare tutta la gamma Alfa in America, inclusa la macchina che dovrebbe essere prodotta a Mirafiori». Mentre per quanto riguarda i mercati emergenti, spazio alla Cina: «Stiamo lavorando per migliorare la nostra posizione in Cina dove sappiamo di essere in ritardo. Mi cospargo il capo di cenere. Abbiamo iniziato tre volte, le prime due non sono andate bene, ma ora abbiamo il partner giusto. Lo stabilimento parte nel 2012, cominceremo a vendere Fiat, stiamo importando le Jeep, abbiamo creato la rete». Quanto all'India «abbiamo il partner giusto, è il più grande gestore di attività industriali in quel Paese. Dobbiamo mettere più enfasi sull'aspetto commerciale».
Abbandonato l'estero l'ad Fiat torna a parlare di Italia e, sulla scia di quanto detto in precedenza da John Elkann, assicura: «Ci teniamo stretto tutto, anche se ci offrono un sacco di soldi». Ma il tema caldo è, ovviamente, il referendum a Mirafiori che si terrà giovedì e venerdì . Classe ed eleganza vorrebbero che tal parte in causa qual è Marchionne tacesse nei giorni precedenti o perlomeno che non si comportasse come un qualsiasi caporale da quattro soldi. Ma si sa, Detroit riporta alla mente storie di gang e intimidazioni e quindi Marchionne non si sottrae al ruolo del minacciatore nei confronti della Fiom: «Se a Mirafiori vincesse il no ci sono moltissime alternative. Venerdì scorso ero in Canada a Brampton per lanciare il charger della Chrysler. Ci hanno invitato a investire e aumentare la capacità produttiva. C'è un grande senso di riconoscimento per gli investimenti che abbiamo fatto là. Stanno aspettando di mettere il terzo turno, trovo geniale che la gente voglia lavorare, fare anche il terzo turno. Lavorare sei giorni alla settimana è una disponibilità incredibile, in Europa questo è un problema, Brampton è una possibilità, ma ce ne sono moltissime altre dappertutto come Sterling Heights». Come dire agli operai italiani che se il voto non sarà gradito ai vertici Fiat tanti saluti e grazie. Come farsi a fuggire poi l'occasione di fare nomi e cognomi? «Non voglio entrare in polemica con Landini perché non risolviamo niente - dice Marchionne - ma è impossibile discutere con qualcuno che considera qualsiasi cosa che facciamo illegittima, considerano illegittimo finanche il referendum voluto dai sindacati. È un'iniziativa partita da loro e adesso persino quella è considerata illegittima. È sempre colpa della Fiat. Ci sarà pure qualcosa di legittimo. Essere trattati così è veramente osceno». Ripetuto il mantra per cui in America è tutto rose e fiori («con i sindacati americani si fa l'accordo e si va avanti, se vince il no torniamo a Detroit») Marchionne non si perde l'ultima stoccata della giornata: «La Fiom vuole ricorrere ai giudici del lavoro sull'accordo per Mirafiori? Lo faccia pure».

Fiat, la Fiom rilancia lo sciopero. «La partita non è chiusa»

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 11/01/2011

«Non siamo quelli del "No". Firmati oltre mille accordi». Landini lancia una sottoscrizione straordinaria

«Per noi la vertenza con la Fiat rimane aperta». Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, fino ad oggi noto per la mitezza nell'atteggiamento unita ad una decisione nei contenuti, lancia un vero e proprio guanto di sfida a Sergio Marchionne. Lo fa circondato da un nugolo di telecamere e di block notes dal bunker di Corso Trieste, storica sede della ex-Flm (l'organizzazione sindacale che univa sotto un'un ica bandiera Fiom, Fim e Uilm), nel corso della conferenza stampa di presentazione dello sciopero generale del 28 gennaio. Il clima è talmente carico che un cronista inesperto titola "Possiamo vincere la partita", lasciando intendere il referendum.
Quasi impossibile vincere il referendum, ma la Fiom in questa fase ce la sta mettendo tutta. Tra le altre ipotesi anche il ricorso legale. Su questo, dopo gli incoraggianti segnali che sono arrivati nei giorni scorsi dagli ambienti vicini alla Corte Costituzionale, è in programma un incontro con la Consulta giuridica della Cgil.
Intanto, i metalmeccanici della Cgil rilanciano tutte le ragioni dello sciopero, che a questo punto si configura sempre di più come uno sciopero politico contro l'attacco alla Costituzione italiana e ai diritti dei lavoratori. E poi apre «una sottoscrizione straordinaria» il cui obiettivo non è solo quello di valutare la solidarietà in termini di risorse ma anche in termini di consenso. La sottoscrizione si può fare anche attraverso internet.
A pochi giorni dal referendum sul futuro dello stabilimento, fissato per giovedì e venerdì, ieri ripartita la produzione a Mirafiori, dopo tre settimane di cassa integrazione. Da mercoledì saranno nello stabilimento tutti i 5.500 operai. I primi a rientrare sono stati gli operai dell'Alfa Mito (300 con il primo turno, alle 6; altri 500 negli altri due turni della giornata).
Ad accoglierli c'era un opuscolo della Fiom con il testo integrale dell'accordo: una pubblicizzazione che nemmeno Fim, Uilm, Ugl e Fismic, avevano ancora tentato. Strano, eppure loro dovevano considerarsi i diretti interessati.
Sul frontespizio la Fiom ha scritto: «Se cedi un dito ti prendono il braccio»: un vecchio slogan del '68 torinese sempre attuale.
Sarà sulla base di quell'opuscolo che la Fiom proprio in questi giorni terrà le assemblee a Mirafiori.
A "rimanere aperto", poi, è anche il confronto con la Cgil. Il "pari e patta" di domenica lascia aperti tutti i nodi strategici. Non a caso ieri sera c'è stato un incontro tra la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso e la minoranza della Fiom. Nel "sindacalese" stretto equivale ad un aperto atto di ostilità.
Landini, nel corso della conferenza stampa, invece, ha sottolineato come lo sciopero sarà ampiamente partecipato e sostenuto dai segretari nazionali della Cgil, presenti in moltissimi comizi di chiusura. Susanna Camusso sarà a Bologna nella iniziativa che, però, è stata anticipata in questo caso al 27 gennaio. Insomma, nessun cenno ai dissensi e nemmeno alla partita della "firma tecnica", che a questo punto viene sostenuta solo all'interno del Pd. Al summit di Corso d'Italia non si è parlato di sciopero generale. Ma a questo punto è chiaro che a tutti convenga fare un passo alla volta. Il primo lo farà oggi Camusso che dal palco della assemblea delle Camere del lavoro a Chianciano parlerà della proposta Cgil sulla rappresentanza.
Maurizio Landini ci tiene a ribadire un concetto: «Siamo il sindacato che firma più accordi nel Paese». Oltre mille gli accordi che hanno coinvolto circa 230 mila metalmeccanici, dalla Ferrari alla Brembo, dalla Indesit alla Lamborghini che è tedesca. Non è finita, perché nei rinnovi delle rsu per le quali hanno votato complessivamente 30 mila lavoratori la Fiom, dichiara Landini, «è l'unica categoria che ha aumentato voti e delegati passando dal 61,7% al 66,6%, per i primi e dal 62,7% al 70% per i secondi. La Fim, invece, in termini di voti è passata dal 21,7% al 18,3% mentre in termini di delegati è passata dal 20,6% al 17,2%. Così come la Uilm è passata dal 13,2% al 10,7% in termini di voti e dal 14,2% al 10,3% in termini di delegati.
Ieri la Fiom ha incontrato i vertici della Federazione della Sinistra, di Sinistra critica e del Partito democratico. Per Oliviero Diliberto, portavoce di Fds, «la vicenda Mirafiori rappresenta oggi un punto cruciale e dirimente per la sinistra e per la democrazia. Non c'è spazio per ambiguità. In casi come questi ci si schiera. E la Federazione della Sinistra si schiera senza tentennamenti con i lavoratori metalmeccanici e con la Fiom attorno a cui nel Paese sta nascendo una vasta solidarietà probabilmente inaspettata per tutti gli sponsor delle imprese e del mercato 'a prescindere».
Sinistra Critica, infine, ha ribadito la totale solidarietà alla battaglia dei lavoratori della Fiat per difendere il lavoro e i diritti, nonchè il sostegno alla Fiom e alle iniziative intraprese per contrastare l'offensiva padronale, lesiva di fondamentali tutele democratiche. Ha anche sottolineato la necessità «di un'ampia convergenza tra i soggetti che stanno pagando i costi della crisi, per contrastare la guerra sociale scatenata in Europa da governi ed imprese». La proposta è quella di un «Forum delle opposizioni sociali».

 


 

10 gennaio- prima pagina - audio- Ilvo Diamanti(ampio spazio su Fiat) RADIO3

gad lerner- l'infedele 10 gennaio- video REFERENDUM O ULTIMATUM? -LA7

10 gen -repubblica

SINDACATO

Camusso tenta il blitz su Landini
"Non è una vertenza solo vostra" 

La leader: "La questione Fiat è generale, la Cgil non può stare fuori". Ma i metalmeccanici resistono. "Non vi caccerò, non sono Bonanni, né firmerò al posto vostro perché lo statuto lo vieta" di ROBERTO MANIA 

SUSANNA Camusso tenta il blitz, quasi un mini-commisariamento dei duri della Fiom. Ma dopo quasi sei ore di riunione nella sala "Fernando Santi" al primo piano del palazzone di Corso d'Italia, sede della Cgil, non riesce a piegare le resistenze di Maurizio Landini, leader della Fiom. Da una parte i nove segretari confederali, dall'altra i quattro dei metalmeccanici. Due modi di concepire l'azione sindacale, il rapporto con la politica, il conflitto con i "padroni" nell'epoca della globalizzazione, ma anche la delega dei lavoratori.

Una discussione lunga e tesissima. Un clima pesante. Senza un punto di incontro finale. Divisi. La Fiom andrà da sola verso un'orgogliosa sconfitta al referendum tra i cinquemila lavoratori della newco Fiat-Chrysler di Mirafiori, senza che la Cgil possa entrare in campo. Perché questo era l'obiettivo del segretario generale Camusso: far gestire alla confederazione, cioè alla Cgil, l'inedita vertenza-Marchionne. "Questa - ha sostanzialmente argomentato Camusso - è una vertenza generale che riguarda tutto il sindacato, gli strumenti della rappresentanza, la contrattazione. Non è solo una questione di categoria. Riguarda tutti". Landini ha detto no. L'ha detto in sindacalese: "La titolarità è nostra". E le regole della Cgil sono dalla sua parte. È il nocciolo dello scontro ormai decennale tra la Cgil e i suoi metalmeccanici arrivati nella seconda metà degli anni Novanta a teorizzare addirittura l'"indipendenza" della Fiom pure rispetto

alla Confederazione. Oggi la Fiom non è solo la federazione dei metalmeccanici è anche la minoranza della Cgil, sconfitta all'ultimo congresso dalla linea Epifani-Camusso, l'83 per cento contro il 17. La Fiom è di fatto, con tutte le contraddizioni del caso, la "quarta" confederazione, massimalista, antagonista e movimentista.

Il tentativo di imbrigliare i metalmeccanici non è riuscito. Eppure Susanna Camusso, che nella Fiom subì l'onta della "cacciata" proprio ad opera di Claudio Sabattini di cui Landini è il più giovane erede, pure ieri ha rilanciato: "Facciamo la campagna per il no. Ma poi dobbiamo accettare l'esito del referendum. Dobbiamo esserci dentro la fabbrica. Non lasciamo soli i lavoratori". Perché l'idea che si possa fare il sindacato stando in un camper all'esterno degli stabilimenti, Susanna Camusso, continua a considerarlo un errore. Un grave errore. Landini alla Camusso: "Non capisco il fatto di accettare il referendum. Quel referendum è illegittimo. Non dobbiamo accettare il terreno di Marchionne. Scaricare tutte le responsabilità sui lavoratori di Mirafiori è un errore: sono lavoratori sotto ricatto. Qui non siamo di fronte a un brutto accordo bensì a un cambio epocale delle relazioni industriali. Qui è in gioco il ruolo e il futuro stesso del sindacato confederale e della sua attività principale: la contrattazione. È una novità assoluta. Apriamo una discussione ampia, superando le rispettive posizioni congressuali perché siamo tutti convinti, voi e noi, che quelle per Pomigliano e Mirafiori siano intese inaccettabili".

Sono due linee che torneranno a scontrarsi domani e dopodomani a Chianciano all'Assemblea (la seconda in cento anni) di tutte le 130 Camere del lavoro della Cgil. E poi ancora nel Direttivo confederale di sabato prossimo dove Camusso porterà la sua proposta per la rappresentanza e la democrazia sindacali. Lì Camusso vincerà, a maggioranza, contro la Fiom che ha un'altra proposta tradotta addirittura in un disegno di legge di iniziativa popolare consegnata al Parlamento. Quella di ieri è solo una tappa della resa dei conti.

Camusso non poteva andare oltre. E ha voluto precisare che mai firmerà un accordo al posto della Fiom o di un'altra sua categoria: "La Cgil non può sostituirsi a voi. Non fa parte della nostra storia, non lo consente il nostro Statuto". Poi una battuta: "E nemmeno vi caccerò. Io non sono Bonanni!". "E nemmeno io sono Trentin!", ha detto Landini ricordando il segretario che si dimise dopo aver firmato il patto del '92 con Giuliano Amato a Palazzo Chigi. Landini: "Io non ho violato il mandato dei lavoratori e non mi dimetto". Sorrisi. A denti stretti, però.  

 


 

  • manifesto 9 gen
  • Rocco Di Michele
    "La Fiat torna al fascismo"

    L'«accordo di Mirafiori» appartiene al genere delle «cose note» di cui ben pochi conoscono il contenuto. A pochi giorni dal «voto» dei lavoratori interessati ci è sembrato utile chiedere un parere infomato a Carlo Guglielmi, avvocato e presidente del Forum Diritti-Lavoro.


    Cosa c'è in questa «proposta che non si può rifiutare?» 
    C'è una «parte transitoria» e una «definitiva» con i contorni di un vero e proprio contratto collettivo di stabilimento. Già nella prima ci sono passaggi rivelatori. Per esempio, si prevede la cassa integrazione per tutti per un anno; ma «non sarà previsto e richiesto a carico azienda alcuna integrazione o sostegno al reddito sotto qualsiasi forma diretta o indiretta», neppure durante i corsi di formazione preparatori per la newco. Non è insomma una cig per ristrutturazione, ma per «evento improvviso», oltre che per la crisi di mercato.


    Quale?
    Non è detto. Per me può essere anche la stessa firma dell'accordo. O i tre voti al governo Berlusconi.


    E non si applica l'art. 2112?
    Affermano che non c'è perché «nell'operazione societaria non si configura il trasferimento di ramo d'azienda».


    Com'è possibile?
    Sono possibili diverse interpretazioni. La più semplice è che serviva solo a costringere i lavoratori a firmare individualmente l'accordo, in modo che fossero loro stessi ad accettare la discontinuità tra passato e futuro. Le altre sono peggio. Una sta in un comma poco noto del 2112 che dice che la «sostituzione» tra un contratto e l'altro, in caso di cessione d'azienda, può avvenire solo tra contratti del medesimo livello. Un giudice potrebbe sostenere che un contratto aziendale - come quello per Mirafiori - non lo è e quindi continua ad applicarsi il contratto dei metalmeccanici, compresa la Rsu. La terza è il modello Alitalia, ossia un fallimento controllato della vecchia società. Ma è talmente enorme che nessuno ci può pensare. 


    Ma non è una «nuova società». Stabilimento, personale, prodotto, marchio, capitale sono gli stessi...
    Infatti è una menzogna dichiarata. Ma tutti la prendono per buona, altrimenti l'«accordo» non ha fondamento. Nessuno ha mosso questa obiezione.


    Tutti licenziati e tutti riassunti?
    Anche qui va «letto». Penso cheMarchionne non abbia ancora deciso. Può essere che alla fine chieda «dimissioni volontarie» contestuali alla «nuova assunzione». Quantomeno a Mirafiori faranno una «pulizia etnica» generazionale, lasciando fuori tutti i più anziani, che sono anche lo «zoccolo duro» dei sindacalizzati. Ma da nessuna parte si afferma che saranno tutti riassunti. Né che ci sarà davvero un investimento. Il testo dice che «prioritariamente» ci si rivolgerà agli ex dipendenti ( ma senza conservare i livelli di inquadramento). Se poi ci dovesse essere occupazione supplementare, avverrà solo con contratti precari. Hanno voluto anche specificarlo...


    Non c'è l'investimento?
    Non c'è nessun impegno scritto né per l'investimento, né per l'occupazione sicura. Eppure tutti ne parlano...


    E per il diritto di sciopero?
    I giuslavoristi vicini alla Fiat sostengono che l'accordo non è anticostituzionale perché... esiste la Costituzione. Il riferimento al divieto di sciopero, comunque, c'era nel testo di Pomigliano, ma qui l'anno sostituito.


    In meglio?
    In peggio. C'è un discorso genericissimo e più minaccioso a «quei comportamenti individuali e/o collettivi idonei a violare... in misura significativa le clausole del presente accordo... inficiando lo spirito che lo anima».


    Come si fa soppesare lo spirito?
    E infatti non c'è bisogno nemmeno dello sciopero. Basta forse il malumore, o il votare in modo non gradito. Questa è una clausola «sentimentale», ampiamente discrezionale. 


    Ma la produttività c'entra qualcosa?
    Nulla. Avrebbero potuto risolverla molto facilmente anche con il contratto metalmeccanico del 2008 (quello firmato anche dalla Fiom, ndr). Se veramente potessero arrivare a quei picchi di produzione, non ci sarebbe problema a spendere qualche euro in più per saturare gli impianti. È come se Marchionne avesse detto: «non so cosa voglio fare, ma quando lo deciderò nessuno si deve poter mettere di traverso». Il risultato viene dal combinato disposto con lo straordinario. Potrebbero decidere, con questo accordo, di far fare sei mesi di seguito 7 giorni su 7. Fantascienza, certo. ma questo è il potere che viene dato a Fiat. 


    E la rappresentanza sindacale?
    L'unico sindacato ammesso è quello che ha firmato. Vado a memoria, ma la Carta del lavoro del 1927 (sotto il fascismo, ndr), fondativa dell'ordinamento corporativo, prevedeva gli stessi principi, con le stesse parole. Uno stato debole che si chiude e che attacca per prima cosa la democrazia sindacale. 


    E' previsto un potere di veto per l'ingresso di altre rappresentanze?
    Si mescolano due cose. Il referendum del '95, voluto dalla sinistra sindacale, che stabilisce: la rappresentanza ce l'ha chi firma gli accordi. Attutito però dal fatto che due anni prima era stato siglato l'accordo sulle Rsu. Gli unici a rimetterci, da allora in poi, erano stati i sindacati di base, fuori dal protocollo del '93. Adesso viene tolto l'«ammortizzatore» del '93 e diventa assolutamente evidente che i «rappresentanti dei lavoratori» vengono selezionati dall'azienda. Può «rappresentare» il lavoro solo chi dice sì al padrone. L'altro elemento è la clausola della «unanimità» per l'adesione. Se anche la Fiom andasse col cappello in mano dagli altri sindacati per poter firmare, basterebbe che uno solo (magari l'associazione dei capi Fiat) dicesse no per lasciarla fuori. Alla faccia della «firma tecnica»!


    A chi non firma cosa resta?
    Abbiamo uno Statuto che prevede diritti «onerosi» per il datore di lavoro (bacheca, permessi, ritiro quote sindacali, assemblea). Tutto questo non lo può più fare. Ma Marchionne ha voluto anche di più: è entrato nel diritto «non oneroso», ossia il proselitismo. Che in un'azienda avanzata viene fatto col sistema informatico (zero costi!). I sindacati che firmano hanno autorizzato l'azienda a «perquisire» caselle e-email e telefoni aziendali dei dipendenti, in deroga allo Statuto. 
    E nessuna informazione deve trapelare fuori dalla fabbrica...
    Il trait d'union tra conflitto e democrazia è l'informazione. Tagliandola, chiudi il cerchio ideologico di questo «accordo».


    L'irrealizzabile modello Marchionne
    Guido Viale

    Ci sarà pur una ragione per cui la totalità dell'establishment italiano, dal Foglio della ex coppia Berlusconi-Veronica a Pietro Ichino - quel che resta della componente pensante di un partito ormai decerebrato) - converge nel chiamare «modernizzazione» il diktat di Marchionne («o così, o si chiude»). Che per gli operai di Mirafiori (età media, 48 anni; ridotte capacità lavorative - provocate dal lavoro alle linee - 1500 su 5200; molte donne) vuol dire: 18 turni; tre pause di dieci minuti per soddisfare - in coda - i bisogni fisiologici (a quell'età la prostata comincia a pesare; e nessuno lo sa meglio dell'establishment italiano, ormai alla grande sopra i 60); mensa anche a fine turno (otto ore di lavoro senza mangiare); 120 ore di straordinario obbligatorio, divieto di ammalarsi in prossimità delle feste, più - è un altro discorso, ma non meno importante - divieto di sciopero per chi non accetta e «rappresentanti» degli operai scelti tra, e da, chi è d'accordo con il padrone. Mentre «converge», l'establishment nel chiamare invece «conservazione» - o anche «reazione»; così Giovanni Sartori sul Corriere dell'8 gennaio - la scelta di opporsi a questo massacro. Nessuno di quei sostenitori della modernità si è però chiesto se il progetto «Fabbrica Italia» della Fiat, nel cui nome viene imposto questa nuova disciplina del lavoro, ha qualche probabilità di essere realizzato.
    Vediamo. Nessuno - tranne Massimo Mucchetti - ha rilevato che i 20 miliardi dell'investimento investimento non sono in bilancio e non si sa da dove verranno. Nessuno può né deve sapere a chi e che cosa saranno destinati. Per ora le promesse sono 1.700 milioni di «investimenti» per due fabbriche, 10.700 lavoratori e tre nuovi «modelli» di auto, per una produzione complessiva di circa mezzo milione di vetture all'anno. Fanno, poco più di 150mila euro per addetto e, supponendo che un modello resti in produzione circa tre anni, poco più di mille euro per vettura (calcolando una media, tra Suv, Alfa e Panda, di 20mila euro a vettura, il 5 per cento del loro prezzo). Se una parte dei nuovi impianti, come è ovvio, servirà anche per i modelli successivi, l'investimento per vettura è ancor meno. Non gran che.
    Nessuno - o quasi - si è chiesto quante possibilità ha Marchionne di vendere in Europa un milione all'anno in più delle vetture che promette di produrre in Italia. Di fronte a un mercato di sostituzione, nella migliore delle ipotesi, stagnante, vuol dire sottrarre almeno un milione di vendite alla Volkswagen o alle imprese francesi ben sostenute dal loro governo. Difficile crederci proprio ora che Fiat perde colpi e quote di mercato sia in Italia che in Europa. Per riuscire a piazzare mezzo milione all'anno di Alfa (vetture, non marchio), è già stato detto che dovrà venderle sulla Luna. Che le quotazioni della Fiat crescano è solo il segno che la Borsa è ormai una bisca fatta per pelare il «risparmiatore». Nessuno - nemmeno Giovanni Sartori, che pure «aveva previsto tutto» ed è molto in ansia per le sorti del pianeta - si è veramente chiesto che futuro abbia, tra picco del petrolio, contenimento delle emissioni e misure anticongestione e inquinamento, l'industria dell'automobile in Europa e nel mondo. CONTINUA|PAGINA7 Eppure il tema meriterebbe qualche riflessione. In Europa c'è già un eccesso di capacità produttiva del 30-40 per cento; negli Stati Uniti anche: Il sole24ore del 6 gennaio ci informa che "nei prossimi cinque anni" anche in Cina - la nuova frontiera del mercato automobilistico mondiale - ci sarà una sovracapacità produttiva del 20 per cento.
    Per il momento - la Repubblica, 7 gennaio - apprendiamo che «Pechino soffoca tra i gas» (e per ingorghi e congestione); tanto che sono stati contingentati e sottoposti a un sorteggio i permessi di circolazione. E qualche tempo fa una coda di cento chilometri alle porte di Pechino si è sciolta dopo un mese. Non sono buone notizie per l'industria automobilistica. Ma anche il governo della «locomotiva del mondo» comincia a pensare ai suoi guai «La desertificazione è il problema ecologico più grave del paese» ha affermato Liu Tuo, capo dell'ufficio cinese per il controllo della desertificazione (il manifesto, 6 gennaio). Niente a che fare con la produzione e la messa in circolazione di 17 milioni di auto, aggiuntive, non sostitutive, in un anno?
    La conclusione è chiara: la «modernizzazione» al sostegno della quale è sceso in campo, con spirito militante, tutto l'establishment italiano, è questa: una corsa verso il basso delle condizioni di chi lavora, facendo delle maestranze di ogni fabbrica una truppa in guerra contro le maestranze della concorrenza (sono peggiorate molto anche quelle degli operai tedeschi e francesi, nonostante i salari più alti: basta considerare l'aumento delle malattie professionali) e, come premio per tanti sacrifici, la desertificazione del pianeta Terra.
    Se questa è la «modernizzazione» - e che altro, se no? - diventa anche chiaro che cosa significa opporsi alla sua sostanza e alle sue conseguenze.
    Non la «conservazione» dell'esistente - sarebbe troppo comodo - come sostengono i fautori delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, ma la progettazione, la rivendicazione e la realizzazione di un mondo totalmente altro, dove la condivisione sostituisce la competizione e la cura dei beni comuni sostituisce la corsa all'appropriazione privata di tutto e di tutti: il che ovviamente non è questione di un giorno o di un anno - e in parte nemmeno di uno o due decenni - né di una semplice dichiarazione di intenti, per quanto articolata e documentata possa essere.
    Quel mondo va costruito pezzo per pezzo. A partire quasi da zero. Ma sapendo che nel mondo una «moltitudine inarrestabile» composta da migliaia di comunità e da milioni e forse miliardi di esseri umani), ciascuno a modo suo, cioè secondo le condizioni specifiche in cui si trova a operare e a cooperare con il suo prossimo, aspira e già lavora in questa stessa direzione. Nello stesso numero citato de il sole24ore, un articolo dal titolo "Tra gli operai, un sì per il futuro" (ma il testo dice esattamente l'opposto) registra una condanna unanime del nuovo accordo (nessuno lo considera, come fa invece l'establishment, un passo avanti); ma tutti piegano la testa dicendo che non c'è alternativa. «Però - sostiene un quadro della Fiom - la posta in palio è il lavoro, e chi si fa blandire dalle sirene degli estremismi e dalle ideologie sbaglia strada». «O sa - aggiunge - di avere qualche alternativa pronta».
    Il problema è proprio questo. Non ci sono «alternative pronte». Quindi bisogna approntarle e non è un lavoro da poco. Ma ormai, che l'alternativa è la conversione ecologica del sistema industriale e innanzitutto, per il suo peso, il suo ruolo e le sue devastazioni, dell'industria automobilistica - che non vuol dire automobili ecologiche, che è un ossimoro, ma mobilità sostenibile - lo ha capito anche la Fiom. La «modernizzazione» di Marchionne sta cambiando a passi forzati il ruolo dei sindacati. Quelli firmatari hanno scelto per sé la funzione di guardiani del regime di fabbrica: che era quella dei sindacati «sovietici» ed è quella dei sindacati della Cina «comunista».
    Cambia anche il ruolo dei sindacati che non rinunciano alla difesa dei lavoratori e al conflitto. Che per mantenere la sua indipendenza deve cercare sostegno e offrire una prospettiva anche a chi si batte fuori delle fabbriche Così il raggruppamento Uniti contro la crisi, a cui aderiscono anche molti membri della Fiom, ha convocato per il 22 e il 23 a Marghera un primo seminario per discuterne e affrontare il problema della riconversione. È un progetto che intende coinvolgere la totalità dei movimenti ambientalisti, gran parte dei comitati e dei collettivi che si sono battuti in questi anni per «un altro mondo possibile». E, soprattutto, un movimento degli studenti, dei ricercatori e dei docenti schierati contro la distruzione della scuola, dell'università, della ricerca e della cultura imposta dal governo, che su questi temi può trovare il terreno più fertile per dare continuità e respiro strategico al proprio impegno (www.guidoviale.blogspot.com).


    Sbilanciamoci .info Non è il lavoro la zavorra della Fiat
    Roberto Romano

    Se compariamo la Fiat con le principali società del settore a livello europeo si percepisce che la Fiat non è un player adeguato del mercato, manifestando una distanza di struttura dalle altre società che la portano ad essere già fuori dal mercato. E poiché esiste un processo di sovrapproduzione mondiale, non è fuori luogo pensare che qualche "debole" debba sparire, cambiare mestiere o trovare un acquirente.
    La crisi del settore non è un fenomeno aneddotico, piuttosto l'effetto di un graduale e inesorabile processo di ridimensionamento del comparto nell'ambito della produzione industriale complessiva; occorre un progetto all'altezza. Nell'area della triade industriale il settore ha perso il 23,96% tra il 1999 e il 2008; l'Europa il 28,98%; il nord America il 38%. Solo il Giappone aumenta il peso percentuale dell'automotive nell'ambito della produzione manifatturiera del 7,09%, anche se nel corso degli ultimi 2 anni ha perso ben 3 punti percentuali, contro una media del 2%. A grandi linee si profilano due mercati di riferimento: da un lato si manifesta la necessità di produrre vetture di nuova generazione a basso consumo ed impatto ambientale per i mercati rigidi dei paesi ricchi; dall'altro lato la necessità di realizzare vetture a basso costo per i mercati a ridotto tasso di motorizzazione. Quindi la ristrutturazione del settore in termini di dimensione di scala (adeguata) e di tipologia di prodotto è ineluttabile e, probabilmente, l'unica condizione per sopravvivere. Il confronto tra i principali paesi-competitors del settore (Germania, Francia e Italia), tra il 2002 e il 2008 per occupazione e produzione, fa emergere alcune caratteristiche interessanti. La produzione in Francia e Italia è crollata, rispettivamente del -29,15% e del -28,87%, mentre la produzione in Germania è salita del 9,23%. Questo trend ha modificato la divisione europea del lavoro. (...). Sostanzialmente la Germania e il Giappone, in misura minore gli USA, sono i principali players del settore, con attività e dimensioni che condizionano la ristrutturazione (necessaria) del settore. Inoltre, tra i principali competitors la Fiat è, indiscutibilmente, la meno attrezzata. L'assenza di una politica capace di agire sui costi fissi e la maggiore attenzione della Fiat sui costi variabili (lavoro in primis), sono un tratto caratteristico della gestione di una società prima della sua "privatizzazione-cessione". Il crollo del ROE (indice di redditività del capitale proprio) tra il 2008 e il 2009 impressiona. Tutte le principali società hanno perso "redditività", ma il meno 26% della Fiat è poco più del doppio delle altre società: Toyota meno 2,4%, Volkswagen meno 12,9%, Dalmier meno 12,5%, Honda motor meno 3,1%. Forse è giunto il momento di coinvolgere la Commissione Europea per guidare il necessario processo di ristrutturazione del settore delle automotive, in particolare quello dell'auto. Se l'Europa non interviene come agente economico, l'unico equilibrio del settore è quello determinato dal dumping fiscale e salariale che si realizza nei paesi. Sostanzialmente la ristrutturazione si realizza non sul principio della corretta allocazione delle risorse (scarse) e dei vantaggi comparati, ma agirebbe solo dal lato dei costi fiscali. Un esito che, paradossalmente, allontana dal mercato tutte le case automobilistiche. Altro che globalizzazione. Per queste ragioni l'Europa dovrebbe assumere un ruolo di guida del necessario processo di ristrutturazione del settore, sulla base delle competenze, delle economie di scala, e dell'orizzonte che l'Europa assegna alla green economy.
    (...)
    La versione completa dell'articolo su www.sbilanciamoci.info

     

    Il lavoro non è una merce
    I metalmeccanici della Fiom torinese in piazza tutti i giorni per informare i cittadini. In fabbrica, invece, i «complici» impediscono le assemblee che dovrebbero chiarire a tutti su cosa si va realmente a «votare»
    Mauro Ravarino TORINO

    TORINO
    Il camper metalmeccanico targato Fiom macina chilometri e slogan, tra piazze e mercati. Ha i suoi anni ma non perde colpi. A pochi giorni dal referendum sul futuro di Mirafiori, che si svolgerà il 13 e il 14 gennaio, la strada contro «l'accordo della vergogna» è breve, impervia e fitta di appuntamenti. Le tute blu della Cgil lo sanno bene e ce la mettono tutta per informare lavoratori e cittadini. Ieri, il camper è tornato in piazza Castello, per rallentare la frenetica corsa ai saldi, perché «il lavoro non è una merce - dice Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom - e non può essere trattato come un oggetto in saldo». Ancora una volta sono stati tanti i torinesi che si sono stretti agli operai in lotta. Gente comune, studenti, pensionati, lavoratori. I loro cartelli spiegano meglio di tanti giri di parole quello che pensano: «No ai ricatti», «Vogliamo diritti legalità e democrazia», «Operai e cittadini, non schiavi e sudditi», «Gli dai un dito e ti prendono una mano».
    È una triste storia che si ripete, in forme nuove, anche più insidiose. Pietro Perotti, operaio e storico delegato Flm alla Fiat dal 1969 al 1985, ne è convinto: «La Fiat non è cambiata, ha solo modificato il look. Marchionne e Valletta sono della stessa pasta». Si licenziò, non a caso, il 25 aprile del 1985, a 40 anni dalla liberazione dal fascismo: «Volevo avere una vita che fosse vera. Uscivo dalla fabbrica non dalla lotta. E come vedete oggi sono ancora qui in piazza». Vicino a lui anche i lavoratori dell'indotto Fiat: Raffaele Maiorano dell'Itca, «Prima era solo Pomigliano, poi Mirafiori, ora rischiamo anche noi» e Giacomo Zulianello della Bertone, «la nostra sorte è ancora un interrogativo».
    Tra i passanti, in una piazza tappezzata dalle lettere di sostegno agli operai raccolte da Micromega. c'è chi prende i volantini, chi si avvicina ai delegati e chi si informa. Ma c'è anche chi si gira dall'altra parte e non ne vuole sapere. Meno, però, di altre volte. «Noto grande interesse da parte dei cittadini - racconta Federico Bellono, segretario della Fiom torinese - soprattutto dei giovani, che hanno capito come la vicenda di Mirafiori oggi riguarda i lavoratori dello stabilimento Fiat, ma domani potrà coinvolgere tutti, anche chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro». Ecco, perché l'esito del referendum non è scontato come sembrerebbe.
    Il fronte del sì (Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione capi e quadri), che sarà oggi in centro a volantinare, ha già ridimensionato le previsioni. Se mercoledì prefigurava un successo bulgaro dell'80%, ora si accontenta del 51%, come la Fiat. «Non è incoraggiante - aggiunge Bellono - questa rincorsa ai numeri, anche perché gli operai di Mirafiori sono imprevedibili». Nella storia delle Carrozzerie non sono rare le bocciature, come quando nel 2007 gli operai si opposero ai 17 turni nonostante il via libera di tutte le sigle. «Il referendum rimane una partita truccata, nasconde il merito dell'accordo, ti pone di fronte a un ricatto: vuoi o non vuoi l'investimento».
    Forse, sull'esito della consultazione si capirà qualcosa di più da lunedì in poi. Dal giorno in cui gli operai rientreranno in fabbrica dalla cassa integrazione. Prima solo in 800, quelli impiegati sulla linea della Mito, poi il 12, il resto dei 5500 lavoratori delle Carrozzerie. Nemmeno il tempo di rimettersi la tuta e già saranno chiamati a votare. Tempi stretti.
    Solo la Fiom farà un'assemblea in fabbrica, giovedì; gli altri sindacati lo considerano uno strumento desueto («Ci incontreremo altrove, le assemblee sono ormai diventate una bolgia dove chi si erge a paladino della democrazia non lascia parlare gli altri», dice la Fim). I firmatari distribuiranno davanti ai cancelli un opuscolo per spiegare le ragioni dell'intesa. In evidenza, le frasi: «Diamo un futuro a Mirafiori e ai nostri figli», «vota e fai votare si», «senza lavoro non hai diritti».
    La Fiom ha, invece, annunciato una fiaccolata in via Garibaldi per mercoledì 12 gennaio. Ci sarà anche Maurizio Landini, segretario generale della Fiom: «Sarà un corteo per la libertà del lavoro - ha spiegato Airaudo - e per fare in modo che i lavoratori non si sentano soli».

    MARCHIONNEMENTE COBAS
    Non solo meccanici Il 28 gennaio sciopero generale
    Piero Bernocchi *
    Il potere economico e politico liberista, che ha trascinato l'Italia e parte del mondo nella più grave crisi del dopoguerra, invece di pagare per la sua opera distruttiva, cerca di smantellare ciò che resta delle conquiste sociali,politiche e sindacali dei salariati/e e dei settori popolari. Nell'ultimo biennio il governo Berlusconi, sulla scia del centrosinistra prodiano, ha cancellato centinaia di migliaia di posti di lavoro nelle fabbriche e nelle strutture pubbliche (a partire dalla scuola: 140 mila posti in meno ed espulsione in massa dei precari), ingigantito il precariato lavorativo e di vita, imposto catastrofiche «riforme» della scuola e dell'Università, nel Pubblico Impiego bloccato i contratti e con il decreto Brunetta sequestrata la contrattazione e i diritti lavorativi e sindacali, come fatto a livello generale con il «collegato lavoro».
    In parallelo, il capo-banda Fiat Marchionne guida l'assalto di un padronato parassitario e aggressivamente reazionario contro ciò che resta dei diritti degli operai, sperimentando alla Fiat la riduzione dei lavoratori/trici a «neo-schiavi» dell'arbitrio padronale. In queste settimane, però, il movimento antiliberista ha rialzato la testa e, grazie al forte contributo del movimento studentesco, in rivolta contro le umilianti «riforme» Gelmini, sta delineando un potenziale fronte sociale unito antipadronale e antigovernativo.
    L'accordo fascistoide che Marchionne, con il sostegno del governo, della sedicente «opposizione» parlamentare (con il Pd in prima fila) e dei sindacati collaborazionisti Cisl e Uil, vuole imporre a Mirafiori - dopo quello infame di Pomigliano - può essere la goccia che fa traboccare il vaso. I Cobas stanno lavorando perché l'accordo ignobile venga respinto dal «NO» referendario dei lavoratori/trici Fiat, ma ritengono anche decisivo che venga esteso a tutti i lavoratori/trici lo sciopero che la Fiom ha indetto per i metalmccanici il 28 gennaio.
    La richiesta Fiom alla Cgil di convocazione di uno sciopero generale non verrà mai accolta, perché la Cgil condivide le politiche liberiste, ha sottoscritto in questi anni ogni cedimento al padronato e ai governi, ed è stata la principale responsabile, con Cisl e Uil, della distruzione dei diritti sindacali e di sciopero, prima ai danni dei Cobas e del sindacalismo di base, poi di chiunque non accettasse le politiche concertative.
    Spetta dunque ai Cobas la responsabilita' di convocare per il 28 gennaio lo sciopero generale di tutti i lavoratori/trici pubblici e privati per l'intera giornata, rispondendo anche alle richieste di generalizzazione dello sciopero venute dal movimento degli studenti medi e universitari e da tante strutture del conflitto sociale, territoriale e ambientale.
    Mettiamo in campo il 28 il più ampio fronte sociale per battere l'arroganza padronale e governativa, smascherare la finta «opposizione» parlamentare e i sindacati collaborazionisti, per riconquistare i posti di lavoro, il reddito, le pensioni, le strutture sociali pubbliche, a partire da scuola, sanità, trasporti ed energia, i beni comuni (acqua in primis), i diritti politici, sociali e sindacali.
    Che la crisi sia pagata da chi l'ha provocata!
    * portavoce nazionale COBAS

     

    MIRAFIORI
    Lettera aperta dei delegati Fiom alla Camusso
    Al segretario generale nazionale della Cgil Susanna Camusso.
    Cara Susanna

    Siamo le delegate e i delegati della Fiom-Cgil delle carrozzerie di Mirafiori. In questi giorni si parla molto del nostro stabilimento, del suo futuro, di come garantire un investimento da un miliardo di euro e si dà per scontato che le lavoratrici e i lavoratori non possano far altro che accettare l'ultimatum che la Fiat ha già imposto ai sindacati che hanno firmato l'intesa.
    Parliamo di ultimatum perché la trattativa non si è mai avviata. La Fiat non ha mai modificato la sua impostazione fino al testo conclusivo nonostante le proposte alternative che noi, ma anche altre sigle, hanno formulato. Nulla di rilevante per i lavoratori è stato recepito. Noi che siamo operaie e operai di quella fabbrica pensiamo invece che non possiamo cedere a quell'ultimatum, che dobbiamo in tutti i modi provare a riaprire la trattativa perché con l'organizzazione del lavoro che ci propongono si peggiora la nostra condizione e si aumentano i rischi per la salute, impedendo ai lavoratori di difendersi, limitando il diritto allo sciopero, e trasformando il ruolo e la natura del sindacato di fabbrica, che non sarà più determinato dalle lavoratrici e dai lavoratori.
    Tutto ciò fuori dal contratto nazionale di lavoro, lasciando ogni lavoratore da solo di fronte al impresa e costringendolo a mettere le proprio tempo, anche quello dedicato agli affetti, alla cura della famiglia e al tempo libero a disposizione del mercato e della competizione una volta per tutte senza più contrattazione. Una trasformazione dell'umanità che lavora in merce.
    Ma noi siamo donne e uomini liberi,cittadine e cittadini, non merci !
    Noi pensiamo che quell'accordo vada rigettato e che la consultazione voluta dalla Fiat con la minaccia della chiusura di Mirafiori sia una consultazione non libera, a cui noi lavoratrici e lavoratori della Cgil non ci sottraiamo perché innanzitutto su di noi ricadono le conseguenze di quell'intesa e perché la consultazione con il voto delle lavoratrici e dei lavoratori non può essere svalutata, anche quando viene brandita contro di loro, visto anche come oggi si svaluta nella nostra fabbrica lo strumento dell'assemblea, considerata dagli altri sindacati un luogo inutile, di confusione, da non convocare neanche per illustrare l'intesa.
    Per questo abbiamo deciso con il nostro sindacato, la Fiom-Cgil, di non firmare ed è per questo che chiediamo al nostro sindacato di tenere aperta la vertenza con la Fiat comunque vada la consultazione di Marchionne: a noi non servono escamotage tecnici.
    Perché le lavoratrici e i lavoratori da Pomigliano a Mirafiori - sia quelli che hanno potuto o potranno dire di no, sia quelli che non hanno potuto o non potranno farlo - hanno diritto al sostegno di tutto il nostro sindacato e alla prosecuzione di una vertenza che riaffermi pienamente i principi e i valori della Costituzione repubblicana e riconquisti per tutti il contratto nazionale, il diritto a scegliersi i propri delegati e il proprio sindacato, a migliorare la propria condizione di vita e di lavoro nella solidarietà confederale.
    Non è accettabile che l'unico modo per mantenere o attrarre il lavoro in Italia sia pagato esclusivamente dal lavoro, che già sopporta tutti i costi della crisi; ma soprattutto non è credibile perché il costo del lavoro per unità di prodotto vale in Fiat auto circa l'8%. Come è possibile che, non intervenendo su tutti gli altri fattori economici e strutturali, anche del paese (logistica, infrastrutture, tecnologie e innovazione), come ha ricordato anche il presidente della 

    I temi posti oggi a noi sono temi che riguardano tutto il mondo del lavoro e la società, perché sono in discussione il valore del lavoro, gli spazi democratici e di coesione sociale, le libertà individuali e collettive e il futuro oltre la crisi. Che noi vogliamo immaginare migliore per noi e per quei nostri figli, che in questi mesi hanno riempito le piazze e rianimato la democrazia italiana chiedendo futuro, libertà, cittadinanza e democrazia.
    Ci piacerebbe nei prossimi giorni incontrarti per dirti che noi vogliamo sentire tutta la Cgil vicina in questo scontro, che noi non abbiamo né voluto né cercato. Noi stiamo facendo la nostra parte: facciamolo insieme.
    Un abbraccio fraterno
    * Seguono le 27 firme di tutti i delegati e gli esperti della Fiom-Cgil della Carrozzeria di Mirafiori.

     

    liberazione 9 gen

    Il testacoda del Pd
    sul nodo Fiat

    Dino Greco
    Su Il Foglio di ieri (fra i pochissimi quotidiani ad avere capito quale partita si giochi intorno alla vicenda Fiat) è apparso un articolo a firma di Stefano Fassina - responsabile economico del Pd - che merita la massima attenzione. L'incipit, o meglio il pretesto, è del tutto irrilevante, riferendosi esso all'osservazione di Adriano Sofri che ironizzava sulla convocazione della Direzione nazionale dei democratici per il 13 gennaio, a ridosso del voto referendario in Fiat, circostanza che pare studiata apposta per baipassare «una difficile discussione su Fabbrica Italia». L'interesse del testo, però, sta altrove e riguarda piuttosto il contenuto delle considerazioni di Fassina. Il quale, a differenza di molti suoi colleghi di partito, sembra avere davvero capito tutto. Nell'ordine: «che a Pomigliano e a Mirafiori siamo di fronte ad un atto unilaterale della Fiat, dove è evidente la regressione del lavoro, ma è assente la minima contropartita nell'apertura della governance dell'impresa (...); che si torna alle rappresentanze dei lavoratori e delle lavoratrici nominate dai vertici sindacali (...); che non è vero che siamo di fronte ad un accordo "giusto e necessario", come non è vero che l'interesse del lavoro coincide con l'interesse del capitale (...); che non è vero che la competitività di un'impresa dipende in misura prevalente o finanche significativa dalle condizioni del lavoro o dalla contrattazione di secondo livello, come i giuslavoristi alla moda ripetono».
    Eancora, «che il capitale finanziario fa shopping nel mercato globale del lavoro, mentre le forze politiche e sindacali, riformiste o radicali, sono prigioniere nelle gabbie nazionali».
    Fassina, dunque, "vede" con limpida chiarezza quel duro conflitto fra capitale e lavoro, quell'asimmetrico scontro di classe che si sta svolgendo su scala planetaria e nel nostro Paese, con pesanti conseguenze per i rapporti sociali e per la stessa tenuta della democrazia. Fassina coglie con pronta sensibilità il significato dell'ingiustizia profonda, della disuguaglianza crescente, del contenuto ideologico sottesi al modello Marchionne, che tutto è meno che il solo modo realistico di costruire automobili nel tempo della competitività globale. Ma poi, inopinatamente, egli si libera con un colpo di reni di questa non banale analisi per concludere che bene farà la Fiom a «riconoscere i risultati del voto di Mirafiori e ad impegnarsi a ristabilire le condizioni di piena agibilità sindacale in Fiat». Insomma, il responsabile economico del Pd suggerisce una sorta di espediente tattico, molto prossimo, anzi identico, a quella "firma tecnica" che Susanna Camusso vorrebbe imporre alla Fiom come minore dei mali, come ritirata strategica necessaria per impedire, così si crede, che lo scacco si trasformi in una sconfitta epocale. Ma è vero l'esatto contrario. Chi riavvolga il nastro della storia per ricavarne qualche utile insegnamento non faticherà a ricordare che negli anni cinquanta e lungo buona parte del decennio successivo, la Cgil - tutta intera - non accettò mai di accodarsi agli accordi separati che le altre due confederazioni stipulavano in perfetto accordo con le direzioni aziendali. E che proprio questa tenace resistenza, anche nella momentanea sconfitta, le consentì di non perdere credibililità tanto nei confronti di coloro che rifiutavano di piegarsi quanto di coloro i quali, pur non reggendo al ricatto delle controparti, sapevano dove stesse la verità e su chi si potesse davvero far conto. Proprio questo atteggiamento, proprio questa indisponibilità a introiettare la resa hanno consentito di riprendere il cammino e preparare la stagione della riscossa. La difesa delle proprie buone ragioni - se vi sono - è sempre un buon investimento che, prima o poi, paga. E così sarà anche questa volta. Viceversa, piegarsi a condizioni che peggiorano la vita in fabbrica e ledono persino diritti sanciti dalla Carta, sottoscriverne l'applicazione punitiva, significa, per dir così, costituzionalizzare un nuovo sistema di relazioni industriali, renderlo irreversibile e rinunciare, scientemente, all'esercizio di una funzione autonoma di rappresentanza. Di più: significa autorizzare tutto il padronato, in qualsivoglia impresa e settore merceologico, di ogni dimensione, del pubblico o del privato, a replicare quel modello, senza più disporre né degli argomenti né della forza per opporvisi.
    Se la Fiom prestasse ascolto a chi oggi le chiede, con varietà di accenti e di moventi, di capitolare, non sarebbe in alcun modo possibile, come invece mostra di pensare Fassina, «ristabilire le condizioni di piena agibilità sindacale in Fiat». L'esito sarebbe quello di una "normalizzazione" della Fiom, segno inequivocabile e ohinoi definitivo di una partita che si chiude, non di un'opportunità che faticosamente si tiene aperta.


    09/01/2011


     

    Segreteria divisa e Camusso con poche frecce. Attesa per il direttivo del 15
    Cgil, oggi l'incontro
    con la Fiom su Fiat
    ma il nodo è la strategia

    Fabio Sebastiani
    La Fiom non firmerà comunque l'accordo sullo stabilimento di Mirafiori, indipendentemente dal risultato del referendum che l'organizzazione considera «illegittimo». Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, aveva già espresso questa posizione così "radicale" sulla vicenda Fiat. Ma ripetuta alla vigilia dell'incontro tra la segreteria della Cgil e quella della Fiom assume un valore del tutto particolare.
    La segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ha chiesto con insistenza alla Fiom la firma "tecnica". Ed è con questa posizione che oggi andrà al confronto con le tute blu ben sapendo di non riuscire a fare troppa breccia nell'organizzazione sindacale. Il risultato sarà il più classico "nulla di fatto". Tuttavia, servirà come test per valutare il clima interno. I segretari nazionali dovranno infatti fare i conti con una precisa regola dello Statuto della Cgil che vieta l'adesione ad accordi che mettono in discussione i diritti indsponibili. E l'accordo separato Fiat è uno di questi. Il principio è stato ribadito ultimamente proprio da Nicola Nicolosi, membro della segreteria nazionale della Cgil.
    Rimane il punto politico su come andare avanti. E' chiaro, infatti, che c'è bisogno di una strategia generale in grado di togliere la Cgil dall'angolo e sottrarre la Fiom al clima da linciaggio. Escluso lo sciopero generale e la mobilitazione, la proposta di ripartire dalla legge sulla rappresentanza non sembra essere in grado, da sola, di ridare alla Cgil la forza giusta in questa direzione. La Cisl si oppone fortemente ad una soluzione legislativa. E comunque diffcilmente mollerà l'arma degli accordi separati, che le hanno consentito di portare a casa tanti "risultati" utili nel quadro del modello neocorporativo.
    Sono due gli appuntamenti in cui il tema sarà oggetto di discussione: uno, informale, l'assemblea delle Camere del lavoro in programma a Chianciano martedì e mercoledì prossimi, e il Direttivo nazionale della Cgil convocato per sabato 15 gennaio (a ridosso dei risultati del referendum a Miragiori). Sarà in questa sede formale che la Cgil potrebbe arrivare a una proposta finale sulla rappresentanza. Anche in questo caso rimane il nodo del referendum sugli accordi, proposto dalla Fiom e non previsto dalla Cgil.
    Non è escluso, quindi, che potrebbe tornare a riaccendersi un confronto proprio sulle strategie generali e sullo sciopero generale. Molte categorie sono in difficoltà. Stanno sperimentando sulla loro pelle una difficilissima convivenza con la Cisl, come nel caso del Pubblico impiego che deve subire il blocco, politico, proprio delle elezioni delle rappresentanze sindacali dei lavoratori. Aiuti alla Camusso non sembra che possano arrivare nemmeno dalla Confindustria, che in questo momento è impegnata a non perdere pezzi. Dopo la defezione di Fiat anche Finmeccanica è sul piede di guerra.
    «Abbiamo chiesto l'incontro alla Cgil - afferma Landini - perchè non siamo solo di fronte a un brutto accordo ma a una novità assoluta, alla messa in discussione dell'esistenza del sindacato confederale. È a rischio il sistema della rappresentanza democratica, questa vicenda non riguarda solo i metalmeccanici, dobbiamo decidere che cosa fare». Landini si dice convinto che la Cgil metterà in campo tutto il suo impegno per la riuscita dello sciopero dei metalmeccanici proclamato per il 28 gennaio. «Sono manifestazioni regionali - ha detto rispondendo a una domanda sulla presenza alle iniziative della giornata del segretario generale della Cgil Susanna Camusso - ma non ho dubbi sull'impegno della Cgil così come c'è sempre stato. Tutti dicono che quell'accordo è inaccettabile. Anche la Cgil condivide la nostra posizione sul fatto che è un ricatto». Oggi quindi si discuterà anche delle iniziative da mettere in campo «a difesa dei lavoratori» dopo lo sciopero del 28. Sciopero generale di tutte le categorie? «L'abbiamo già chiesto - dice Landini - la discussione adesso deve affrontare quello che è successo e che cosa fare».
    Più netto il giudizio di Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom: la segretaria generale della Cgil «o ha il coraggio di far fuori la Fiom oppure la deve sostenere. E non può continuare a non rispondere nulla a Cisl e Uil che hanno chiesto la testa dei metalmeccanici della Cgil».


    09/01/2011

    Volantinaggi in strada, le adesioni all'appello di "Micromega" in piazza Castello
    Referendum, voglia di farcela,
    mobilitazione in tutta la città

    Maurizio Pagliassotti
    Torino
    Maurizio Peverati, segretario torinese della Uilm, due giorni fa durante una conferenza stampa ha preannunciato una vittoria del Si con l'ottanta per cento dei consensi. Vestiva una bella felpa blu con la scritta bianca enorme: Fiat. Peverati si è fatto vincere da eccessivi entusiasmi perché le sue trionfali cifre sono state smentite dai vertici nazionali di Cisl e Uil, che hanno ammesso che la battaglia referendaria di Mirafiori è molto incerta. In questo contesto ieri la Fiom ha dato via ad una giornata di mobilitazione su tutto il territorio cittadino. Al mattino i maggiori centri commerciali di Torino sono stati battuti con volantinaggi mentre nel pomeriggio gli operai hanno allestito un muro nella centralissima Piazza Castello sul quale hanno esposto le oltre quarantamila adesioni all'appello lanciato da Micromega "Sì ai diritti, no ai ricatti". Come due giorni fa la manifestazione è stata molto partecipata nonostante il freddo polare. In piazza tutta la sinistra torinese. Oltre ai partiti un po' tutti i sindacati di base e perfino gli studenti dei vari collettivi. Tutti tranne il Movimento a Cinque Stelle che non si è mischiato con la Fiom restando a venti metri di distanza con il suo gazebo. Presenti invece i centri sociali con gli stessi ragazzi che a settembre contestarono Raffaele Bonanni durante la festa del Pd. E' la ricomposizione di un blocco sociale che sembrava perduto e ora, paradossalmente grazie ad un vero padrone che dice cose da padrone, torna a lavorare insieme per un obbiettivo comune. Andrea, studente lavoratore, commentava: «Quando ci sono dei problemi che investono la vita delle persone i settarismi si superano. Comunque vada il referendum è una conquista per la sinistra: oggi abbiamo un confine ben definito. Oggi in piazza c'è la sinistra che unisce genitori e figli, sindacati diversi e partiti diversi. Un buon momento».
    In particolare gli studenti universitari di diversi collettivi annunciano per la prossima settimana una serie di azioni ad impatto mediatico, il cosiddetto flash mob. Nelle giornate clou di mercoledì e giovedì Torino verrà scombussolata un po'. La Fiom invece inizierà a volantinare lunedì mattina alle Carrozzerie di Mirafiori, quando rientreranno dopo lunghe settimane di cassa integrazione i primi ottocento operai che lavorano sulla linea della Mito. Il volantinaggio continuerà per tutta la settimana ad ogni cambio turno. Alla fiaccolata del 12 gennaio ci saranno anche Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, e Paolo Flores d'Arcais, direttore di Micromega. Attraverserà il centro di Torino e si svolgerà in concomitanza con l'assemblea pro-accordo organizzata alla Gam di Torino da Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione Capi e Quadri. «Sarà una fiaccolata per la libertà del lavoro - ha spiegato Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom - e per fare in modo che i lavoratori non si sentano soli». Landini sarà a Torino per partecipare alle assemblee con i lavoratori delle Carrozzerie di Mirafiori che la Fiom svolgerà il 12 e il 13 gennaio. Insomma, il massimo sforzo possibile per riuscire a raggiungere il cinquantuno per cento di No.
    Anche se i vertici della Fiom non lanciano speranze di questo tipo, la base lavora per il raggiungimento di questo risultato che appare a portata di mano.


    09/01/2011

    «Quello di Marchionne è un bluff. La Fiat lascerà l’Italia comunque» di VIncenzo Comito  -pdf

     


 

manifesto 8 gen

La sinistra ai piedi di Marchionne
Antonio Lettieri


Vi è qualcosa di tristemente paradossale nel modo come Marchionne ha diviso il Pd, oltre ai sindacati. Per Susanna Camusso, Marchionne ha rivelato un atteggiamento autoritario e antidemocratico, in altre parole, ricattatorio. Per una parte del Pd si tratta, al contrario, di un richiamo alla realtà della globalizzazione e alla necessità di adeguarvi la strategia del sindacato. L'unica obiezione per questa posizione è l'esclusione della Fiom dalla rappresentanza dei lavoratori. Obiezione sacrosanta - sarebbe stupefacente il contrario - ma insufficiente. Questa è solo la punta dell'iceberg.
Per ragionare del piano di Marchionne bisogna partire dal fatto che il suo destino di manager internazionale è definitivamente legato alla Chrysler. Sarà Detroit a decretare il suo successo o il suo fallimento. La Chrysler viene da un passato travagliato. Negli ultimi decenni è stata ripetutamente sull'orlo del fallimento. Emarginata dal grande mercato americano, non può stupire che quando nel 2009 Barack Obama decise, dopo la procedura di fallimento, il salvataggio della Gm e della Chrysler, nessun imprenditore americano si fece avanti per porre mano alla Chrysler con la quale si era cimentata la tedesca Daimler, produttrice della Mercedes Benz, rimettendoci miliardi di dollari, prima di ritirarsi nel 2007.
Ma per le ambizioni di Marchionne si trattava di un'occasione imperdibile. La Chrysler era ceduta a titolo gratuito con una dotazione del 20 per cento delle azioni e la possibilità di acquisire prima il 35 per cento, e poi la maggioranza del pacchetto azionario (ora nelle mani del sindacato dell'auto), una volta ripagato il debito di oltre sette miliardi di dollari ai governi americano e canadese. Non è difficile comprendere come per Marchionne riuscire a rilanciare la "Terza grande" di Detroit, acquisendone il controllo è l'impresa della sua vita. E come la Fiat vi gioca un ruolo complementare e, per alcuni aspetti, residuale.
Proviamo a riassumere alcuni dati. Nel 2010 la Chrysler ha prodotto all'incirca un milione di auto (e veicoli leggeri). A metà di questo decennio ne aveva prodotte più di due milioni. Marchionne si è fissato l'obiettivo di arrivare a 2.800.000, poco meno del triplo della produzione corrente, entro il 2014. Per gli analisti più scettici è un traguardo velleitario. Ma nello schema strategico di Marchionne è un obiettivo essenziale per raggiungere il traguardo di cinque milioni e mezzo/sei milioni di unità fissato per l'alleanza Fiat-Chrysler.
CONTINUA|PAGINA10 Nel disegno strategico di Marchionne, il ramo più importante del gruppo Fiat è quello brasiliano, dove la Fiat è tra i produttori il numero uno, precedendo Volkswagen e General Motors. Non a caso, per la fabbrica di Betim alla periferia di Belo Horizonte, che è una delle più grandi fabbriche automobilistiche del mondo, la Fiat ha stanziato investimenti che consentiranno un aumento della capacità produttiva fino a un milione di unità. Un'altra fabbrica sarà costruita nello stato di Pernambuco per 200 mila unità. Con un milione e duecento mila auto, il doppio di quelle costruite nel 2010 in Italia, Fiat consolida il suo primato sul mercato brasiliano. Se a Detroit spetterà, con la Chrysler, il ruolo di capofila dell'alleanza, il Brasile diverrà il sito più importante del gruppo Fiat.
Se i due terzi del piano produttivo sono affidati alla Chrysler e al ramo brasiliano della Fiat, all'Europa non può che spettare un ruolo di supporto con diverse variabili. La Polonia consoliderà la sua posizione con una produzione di 600.000 unità a Tychy. Il "progetto Serbia", per il quale esiste un accordo col governo serbo che conferisce i due terzi della proprietà a Fiat e un terzo allo Stato, prevede a regime la produzione di 200.000 unità negli stabilimenti ristrutturati della vecchia Zastava. Altre 100.000 unità sono in produzione a Bursa in Turchia. Ciò che rimane del grande progetto "globale" Chrysler-Fiat (a partire dalle 600.000 unità attuali, ma l'Alfa Romeo dovrebbe passare alla Volkswagen) potrà essere distribuito fra gli stabilimenti italiani, a seconda delle circostanze e delle convenienze.
Non può sorprendere che Marchionne rifiuti di mostrare il suo piano di investimenti in Italia. Sarebbe dura anche per i suoi più volenterosi estimatori del Pd e dei sindacati firmatari degli accordi di Pomigliano e Mirafiori prendere atto che della vecchia Fiat - Fabbrica Italiana Auto di Torino - non rimarrà che una pallida ombra, con il centro trasmigrato a Detroit e la principale diramazione in America latina.
Rispetto al killeraggio della Fiat la globalizzazione evocata con forza da Sergio Romano e da Eugenio Scalfari è un alibi inconsistente. La Toyota, la Volkswagen, la Ford e la Gm, come il gruppo Psa e la Renault francesi sono imprese "globali"che producono e vendono in diversi continenti, ma a nessuno verrebbe in mente di negare che, in primo luogo, si tratta di imprese i cui centri di riferimento, di ricerca e di sviluppo sono in Giappone, in Germania, negli Stati Uniti e in Francia.
Nel 2010 il gruppo Fiat avrà collocato sul mercato dell'Unione europea all'incirca un milione di auto, i due maggiori gruppi francesi tre milioni e i produttori tedeschi sei milioni. Dobbiamo questo scarto drammatico all'ingordigia dei sindacati italiani - in particolare, della Fiom - ignari dell'avvento della globalizzazione? Al rifiuto di adeguare i salari italiani a quelli polacchi e - perché no? - cinesi? Ma il Sole 24 ore (28 ottobre) onestamente ci ricorda che alla Volkswagen Il salario lordo di base degli operai della linea di montaggio è di 2.700 euro al mese e quello degli operai della manutenzione di 3.300-3.500 euro. E non si tratta solo di salario. I rappresentanti dei lavoratori occupano il 50 per cento dei seggi del Consiglio di sorveglianza (come in tutte le grandi imprese tedesche), dove si discute la strategia dell'impresa, gli investimenti e le garanzie dell'occupazione. Quando un'impresa sostituisce un diktat alla pratica di un normale negoziato e al sindacato che dissente è negata la cittadinanza in fabbrica, il problema non è la globalizzazione, ma l'americanizzazione delle relazioni industriali.
Ma vi è qualcosa di più, qualcosa di tristemente grottesco. Tra la Germania, punta di diamante dell'industria europea e gli Usa in piena crisi, una parte della sinistra e del sindacato sceglie il modello americano di Marchionne. Il modello della contrattazione aziendale che ha messo in ginocchio l'Afl-Cio, quello che fu il potente sindacato americano ridotto all'otto per cento di iscritti nel settore privato. L'America dove, dopo Reagan e nonostante Barack Obama, chi sciopera può essere sostituito a tempo indeterminato dai crumiri. Dove, si può lavorare nello stesso posto di lavoro con la metà del salario.
Landini ha detto: provate voi a lavorare alla catena di montaggio prima di parlare di ritmi, cadenze, pause, turni. Una questione banalmente demagogica per chi ragiona secondo i grandi paradigmi della globalizzazione e della modernizzazione. Eppure questo è il mestiere del sindacato. In ogni caso, basterebbe chiedersi se Marchionne avrebbe potuto presentare il suo progetto di marginalizzazione, se non di definitiva distruzione, della Fiat e di smantellamento del sistema di relazioni industriali, a un normale governo di destra come quello tedesco o francese, o a un sindacato come l'Ig Metall, senza essere sbeffeggiato e considerato un semplice provocatore, bizzarro e arrogante. In Italia assume, invece, le sembianze di un "modernizzatore" e di un riformatore lungamente atteso. Ed è stupefacente che non sia stato già proposto come candidato alla guida di un futuribile ipotetico governo di centro-sinistra.

MARCHIONNEMENTE
Sms e Facebook e la Fiat sarà tua

La guerra mediatica per vincere il referendum di Mirafiori è già partita: volantini, camper, convegni, ma anche messaggini sugli I-phone e «post» sulle bacheche di Internet. La Fiom rifiuta l'accordo e lancia lo sciopero del 28 gennaio. Il fronte del sì riflette sulle difficoltà del voto e modera le previsioni: si passa dal trionfalistico «80%» ad accontentarsi del 51%. Seggi il 13 e 14. E intanto il titolo Fiat fa man bassa di miliardi in Borsa
Antonio Sciotto
«Il lavoro non è in saldo»: la Fiom sceglie il tema dei saldi per il presidio di oggi a Torino, in piazza Castello, per far conoscere i contenuti dell'accordo sul futuro di Mirafiori. Le tute blu della Cgil allestiranno un muro simbolico sul quale presenteranno i testi di sostegno alla Fiom Cgil raccolti attraverso l'appello lanciato dalla rivista MicroMega (oltre 33 mila adesioni). «Visto che il lavoro umano non è una merce - spiega Giorgio Airaudo, responsabile del settore auto per la Fiom - vogliamo utilizzare questa giornata per dire che il lavoro non è in saldo, nè a Mirafiori nè altrove. Per queste ragioni - è la conclusione - sono indispensabili i contratti nazionali e non sono accettabili contratti solo aziendali e individuali, che lascerebbero i lavoratori da soli».
Mancano ormai pochi giorni al referendum del 13 e 14 gennaio, la macchina della propaganda è partita e lunedì anche Fim e Uilm diffonderanno volantini di spiegazione agli operai. Tra l'altro, c'è da notare che la Fim ha preferito correggere il tiro rispetto alle previsioni trionfalistiche emerse qualche giorno fa durante la conferenza stampa dei promotori del voto (che formano anche il comitato per il sì): si era parlato di una vittoria all'80%. Ma ieri Bruno Vitali, segretario e responsabile auto per la Fim Cisl, ha moderato le cifre: «Il risultato non è scontato - ha detto - bisogna augurarsi che si ottenga il 50% più uno dei voti a favore».
Il segretario Fim ricorda che nel reparto Powertrain (ex meccaniche) di Mirafiori nel 2007 l'accordo unitario sui 17 turni fu bocciato dalla maggioranza dei lavoratori. Le tute blu Fiat hanno detto no anche al Patto sulla riforma del welfare nel 2007 (quello che conteneva la riforma dello scalone per l'accesso alle pensioni di anzianità, del governo Prodi) e poi a una proposta sul lavoro straordinario nel sabato nel 2006. Insomma, la fabbrica simbolo della Fiat non è facile. «La posta in gioco è altissima - ha concluso Vitali - spero prevalga il senso di responsabilità di tutti. Io penso che l'accordo sia positivo e spero che sia apprezzato».
Ieri intanto il titolo della neonata Fiat Industrial (veicoli commerciali e agricoli), dopo qualche giorno in cui aveva mostrato difficoltà, ha preso il volo in Borsa: ha segnato un +6%. A conclusione della prima settimana di contrattazioni, la somma di Fiat Industrial e Fiat auto vale 2,1 miliardi di euro in più di quanto valesse la «vecchia» Fiat al tramonto dell'anno passato. Includendo le azioni di risparmio e le privilegio, la capitalizzazione di Fiat Industrial è di 11,77 miliardi di euro mentre Fiat auto vale 9,25 miliardi. La capitalizzazione complessiva delle due società sale così a 21 miliardi di euro contro i 18,9 miliardi della vecchia Fiat.
Insomma, un nuovo successo per Sergio Marchionne, ma adesso tutti i fari sono puntati su Mirafiori e il referendum. Bisogna ricordare l'importante incontro di domani, tra le segreterie di Fiom e Cgil, che cercherà di sanare le divergenze e tracciare una linea comune. Come si ricorderà, la segretaria generale Cgil Susanna Camusso aveva sposato la tesi della minoranza Fiom, che preme per siglare l'intesa in caso di vittoria dei sì: la firma sarebbe però solo «tecnica», pur di non perdere i delegati in fabbrica (il nuovo contratto infatti nega rappresentanti sindacali ai non firmatari). Dall'altro lato, il segretario generale Fiom Maurizio Landini, e con lui la maggioranza dei metalmeccanici Cgil, continua a sostenere che l'accordo non va firmato in nessun caso, perché anche una eventuale vittoria del sì sarebbe «estorta», per così dire, in forza del ricatto posto da Marchionne («o accettate o non investiamo su Mirafiori»). Inoltre, gli stessi contenuti sarebbero illegittimi, perché violerebbero diritti costituzionali come quello fondamentale di sciopero.
Nei prossimi giorni la battaglia mediatica si intensificherà, usando anche gli sms e facebook. Allo sciopero del 28 gennaio della Fiom parteciperanno anche Usb e Cobas, mentre sull'altra metà del campo gioca l'alleanza Fim-Uilm-Fismic-Ugl e Associazione capi e quadri. Il segretario della Fismic, Roberto Di Maulo, invita addirittura a «boicottare Rai 3 e La 7», perché simpatizzerebbero troppo con la Fiom. Su facebook invece si può leggere qualche post del fronte del no: «Nuova Fiat Panda: è tutto compreso, schiavi in mano», affigge in bacheca il gruppo aperto «Mirafiori in diretta». Lunedì mattina torneranno al lavoro i primi 800 addetti dell'Alfa Mito e il camper della Fiom sarà ai cancelli di Mirafiori a distribuire volantini. Ma ci saranno anche Fim, Uilm, Fismic e Ugl, con il loro volantino. Martedì il camper Fiom sosterà di fronte al consiglio comunale e regionale; mercoledì il «fronte del si« organizzerà un'assemblea pubblica alla Gam (Galleria d'arte moderna). In serata, con l'inizio del turno di notte, la Fiom darà il via alle assemblee in fabbrica, che proseguiranno anche al primo e al secondo turno del giorno successivo. Con il terzo turno di giovedì partirà il referendum e si attenderanno i risultati, previsti per venerdì sera. IL BOOM IN BORSA
E chi la ferma più la Fiat? Ieri a Piazzaffari il titolo della neonata «Industrial» (commerciali e agricoli) ha segnato quotazioni record OPERAI COINVOLTI
Il referendum di Mirafiori riguarda le condizioni contrattuali e di lavoro delle tute blu delle storiche carrozzerie torinesi

L'APPELLO PER SOSTENERE LA FIOM
È nata l'associazione «Lavoro e libertà». Ecco come e dove aderire

Sono centinaia e centinaia le adesioni arrivate dopo la pubblicazione, il 29 dicembre scorso, dell'appello per la costituzione dell'associazione «Lavoro e libertà». L'appello è nato con l'obiettivo di «ridare centralità politica al lavoro, riportarlo al centro dell'agenda politica, nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee», perché questa è oggi «la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. È stato promosso da Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella e Mario Tronti. Per aderire si può inviare una mail a fgaribaldo@gmail.com

 oppure andare sul sito http://web.me.com/garibaldof/Sito


 


8 gennaio

liberazione

Marchionne
spiegato
a chi ancora
non capisce

Dino Greco
Ieri, Francesco Forte - al quale non fa difetto la chiarezza, e questo è un merito di fronte alla palude ipocrita dei professionisti del "ma anche" - imperversava sulla stampa italiana, da Il Giornale a Il Foglio, somministrando giudizi e ricette più o meno su tutto. In particolare sul quotidiano di Giuliano Ferrara, l'ex ministro craxiano ha tirato fuori il meglio di sé in un articolo che è già tutto riassunto nel titolo, a metà tra l'invocazione e l'ordine perentorio: «Marchionizzare l'Italia». Dove il sugo, depurato del troppo e del vano, sta nella rivendicazione, esplicita e senza bardature retoriche, della primazia del capitale, della dittatura dell'impresa proposta, senza infingimenti, come l'espressione del bene, contro il vecchiume passatista e paralizzante delle ideologie che ancora si attardano a parlare di una lotta di classe «morta e sepolta». Marchionne - per il nostro - ha ragione. Su tutto. Soprattutto quando, da moderno demiurgo, vuole rifondare - pardon, riscrivere - l'intero sistema dei rapporti sociali secondo lui ingessati dentro un involucro concertativo che ha inesorabilmente fatto il suo tempo. Forte va subito al nocciolo della questione che è quanto e come si sgobba. La storiella secondo cui il fattore lavoro vale il 10 per cento dei costi di produzione importa poco, perché è proprio «con quel 10 per cento che si fa lavorare (si mette a profitto, ndr) il 90 per cento che è capitale fisso e circolante e se si lavora tutto il tempo, e non solo di giorno, nei giorni feriali, e ci sono poche assenze, quel 90 per cento è pienamente utilizzato». In altri termini, ma la chiosa è forse superflua, più spremi l'olio di gomito, più spezzi le ossa a chi lavora, più inchiodi alla catena anche i malati, più sbaragli quei noiosi (e costosi) intralci che si chiamano diritti, e più metti a profitto l'investimento industriale: come si vede siamo prossimi alla genialità e dobbiamo essere grati a Francesco Forte per questo innovativo contributo alla teoria economica e alla politica sociale. Ma il bello viene adesso. Sentite: «Compito dei sindacati è quello di generalizzare lo schema di Mirafiori e di Pomigliano». E chi non ci sta? Chi ha rifiutato di firmare e sottoscrivere questa allegra prospettiva? Semplice: quel sindacato non ha alcun diritto alla rappresentanza in azienda, perché «cosa ci fa lì dentro?» Evidentemente «è là per piantare grane o è là per dire "vorrei ma non posso"». Meglio, dunque, metterlo nelle condizioni di non nuocere, perchè le classi sono sì scomparse, ma non si sa mai.
Ecco dunque il modello di relazioni industriali praticato da Marchionne e mirabilmente tradotto in prosa dall'editorialista de Il Foglio: una Confindustria trasformata in «associazione fra operatori economici dotati di libertà di contratto» e un sindacato che si acconcia ad assecondarne i desideri, fungendo da ammortizzatore delle tensioni che, fatalmente, un modello del tutto autocentrato sull'impresa genererebbe.
Poi ce n'è anche per la politica, che se deve stare alla larga dai rapporti sociali (perché - in coerenza il modello di Marchionne - occorrono «più contratti di diritto privato e meno di diritto pubblico»), deve tuttavia fare una cosa importantissima, vale a dire «tassare meno i profitti, non soltanto quelli reinvestiti, ma anche quelli che vanno in dividendi, perché anche questi - secondo il nostro ineffabile commentatore - attirano il nuovo capitale». Non fa niente, come la storia di questi trent'anni ci ha insegnato, se ogni regalo fiscale ai profitti si è tradotto in investimenti speculativi che nulla hanno portato alla competitività d'impresa e men che meno alle retribuzioni e ai redditi da lavoro rimasti da decenni al palo.
Poi, il botto conclusivo, un sublime cammeo, l'invito rivolto agli intellettuali italiani ad «abbandonare sia il pensiero debole, sia le astrazioni (…) e a guardare non all'America di Barack Obama, ma a quella dei Tea Party di Sarah Palin, per quanto sgradevole». Complimenti!
Ecco, se questo è il giro del fumo, se le cose stanno come con crudezza le descrive Francesco Forte, viene da esclamare, con Mario Monicelli, «Facciamo la rivoluzione».


08/01/2011

Usb scende in campo con uno sciopero di categoria. Per Cobas e Cub è l'occasione per l'iniziativa generale
Sindacalismo di base
in lotta il 28 gennaio

Sindacalismo di base in fermento dopo la proclamazione dello sciopero di categoria da parte della Fiom per il 28 gennaio. L'Unione sindacale di base ha dichiarato anche lei uno sciopero di categoria, mentre i Cobas sono già per lo sciopero generale, sempre lo stesso giorno. Ancora, la Cub Scuola-Università-Ricerca, ha indetto una giornata di astensione dal lavoro con manifestazioni regionali sempre per venerdì 28 gennaio. Lo sciopero, oltre che per i problemi che riguardano i lavoratori del comparto, è un segnale di condivisione - ha spiegato il coordinatore nazionale Cosimo Scarinzi - «nei fatti e non a parole, di quanto chiesto con grande forza dal movimento degli studenti sviluppatosi negli ultimi mesi» ed «espressione della solidarietà ai lavoratori metalmeccanici colpiti dalla pretesa della Fiat di distruggere i diritti elementari dei lavoratori».
Più o meno le stesse argomentazioni dei Cobas che in un comunicato spiegano di aver risposto in questo modo «anche alle richieste di generalizzazione dello sciopero venute dal movimento degli studenti medi e universitari e da tante strutture del conflitto sociale, territoriale e ambientale». «Mettiamo in campo il 28 il più ampio fronte sociale - ha dichiarato il leader dei Cobas Piero Bernocchi - per battere l'arroganza padronale e governativa, smascherare la finta opposizione parlamentare e i sindacati collaborazionisti, per riconquistare i posti di lavoro, il reddito, le pensioni, le strutture sociali pubbliche, a partire da scuola, sanità, trasporti ed energia, i beni comuni (acqua in primis), i diritti politici, sociali e sindacali».
Parallelamente alla indizione da parte dei Cobas, a scendere in campo saranno anche un "cartello" di delegati delle sigle più varie (Usb, Cobas, Slai-Cobas e Cub) e di entrambi i settori, pubblico e privato, che hanno deciso la giornata del 28 gennaio per portare in piazza «le ragioni di chi viene colpito in prima persona e la solidarietà di chi vede, sente il pericolo che dopo toccherà ad altri». «Per respingere l'attacco in corso ai diritti e alle condizioni di lavoro non basterà la piena riuscita dello sciopero e delle manifestazioni del 28 gennaio (che potranno avere una conclusione che vada oltre la Fiom anche sulla base della estensione e partecipazione di altri settori nelle piazze) - si legge in un comunicato firmato singolarmente da un aventina di delegati - ma sicuramente il livello di generalizzazione dello sciopero, potrà essere il volano per successive iniziative. Rafforzando le ragioni di chi a Mirafiori e Pomigliano si oppone ai diktat di Marchionne e aprendo una fase nuova in cui i lavoratori e le lavoratrici tornino ad essere realmente protagonisti delle loro lotte».
Per la Usb, «dal punto di vista dei contenuti», le posizioni della Fiom nella vertenza Fiat sono in gran parte condivisibili. Pur non mancando di osservare che questo sindacato di categoria «è ormai isolato nell'ambito delle confederazioni "collaborazioniste" e "concertative"», giudica sacrosanto lo sciopero del 28 è uno sciopero. L'iniziativa, tuttavia, «non può essere scambiata per quell'azione generale che da mesi la Fiom, e non solo, richiedono alla Cgil». Insomma, se sciopero generale ha da essere, non può che situarsi lungo un percorso di maggiore confronto e coesione, «magari tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo», come dichiara a Liberazione uno dei due portavoce nazionali di Usb, Fabrizio Tommaselli.
«Le lotte che in questi mesi precari, lavoratori pubblici, operai, immigrati, licenziati, cassaintegrati, sfrattati hanno messo in campo - silegge nel comunicato di Usb - necessitano di un momento di sintesi generale e generalizzato che non può essere surrettiziamente agitato sovrapponendolo allo sciopero dei metalmeccanici».
L'Unione Sindacale di Base dà indicazione a tutte le sue strutture della categoria di aderire allo sciopero del 28 Gennaio «per impedire che la ‘dottrina Marchionne' passi e si estenda, auspicando al contempo l'apertura di un confronto immediato tra tutte le componenti del sindacato conflittuale per decidere un vero e proprio Sciopero Generale e Generalizzato, da collocare tra la fine di febbraio e la prima decade di marzo».
Fa. Seba.


08/01/2011

 

 

 

«Lanciamo un appello dalla Serbia a tutti i lavoratori italiani» 

Fabio Sebastiani 

«Lanciamo un appello a tutti i lavoratori italiani e alle loro organizzazioni sindacali perché ci siano vicini a noi in questo drammatico momento». Rajka Veljovic è una lavoratrice e sindacalista della Zastava auto di Kragujevac. Il governo della Serbia ha messo la parola fine sull'azienda di automobili lasciando a casa centinaia di tute blu. A febbraio scorso la Fiat era entrata in possesso degli stabilimenti della fabbrica Zastava per farne un polo produttivo per l'Est creando una nuova società la Fiat Auto Serbia (FAS) ed aveva assunto 1000 lavoratori (facendo firmare un contratto individuale) sul totale di 2600 che erano ancora in carico all'azienda. Il salario medio in FAS è di circa 320 euro. Cosi' si erano create due aziende, a FAS proprietaria degli stabilimenti e con 1000 dipendenti ed una azienda (chiamata Zastava Automobili), che risultava in pratica una scatola vuota, rimasta di proprietà pubblica a cui venivano affidati i restanti 1600 lavoratori. Stipendio medio 250 euro. E' il nuovo modello Marchionne: la creazione di una new company a cui conferire le produzioni e gli stabilimenti e una bad company su cui scaricare debiti e lavoratori in eccesso. La scelta improvvisa è arrivata proprio nei giorni di ferie. In Serbia il Natale ortodosso si festeggia proprio in questi giorni. In poche parole, il Governo serbo ha fatto il classico "lavoro sporco" chiudendo la parte pubblica del gruppo Zastava. Per i 1600 lavoratori della Zastava Auto si sono spalancate le porte della disoccupazione. Circa 600 di loro, i piu' anziani, saranno "accompagnati'' verso la pensione con ammortizzatori economici molto deboli, ma circa 1000 riceveranno 300 euro di liquidazione per ogni anno lavorato e un sussidio di meno di 200 euro al mese per un anno e di meno di 150 per un secondo anno. Visto che in Serbia la disoccupazione viaggia sopra il 20% significa condannarli ad una condizione di precarietà che durerà per tutta la loro vita. Che cosa è accaduto precisamente? E' comparso un articolo sui giornali che parlava di circa 800 lavoratori della Zastava auto, che dovevano essere considerati in eccedenza. In realtà i dipendenti sono il doppio, quindi è come se gli altri 800 fossero stati cancellati. Come erano gli accordi con Fiat? Gli accordi erano che solo per far ripartire le produzioni avrebbe assorbiti subito circa 1.000 lavoratori la cui selezione è avvenuta tramite un test di cui però non conosciamo i risultati. Quel programma ha avuto molti ritardi. Quando la Fiat avrà bisogno di altri lavoratori dove li prenderà? Me lo chiedo anche io. Mi sono fatta un a idea precisa, perché è già accaduto anche in altri parti della Serbia, che li prenderà attraverso l'Ufficio di collocamento pubblico e questo gli frutterà, da quello che abbiamo sentito, intorno ai 5000-7000 euro di contributo governativo per agni assunto. E' chiaro il giochino? Adesso il governo della Serbia toglie alla Fiat la patata bollente e poi la premierà dando ulteriori contributi. Contributi che vanno ad aggiungersi a quelli già incassati. Il vostro sindacato, il Samostalni, cosa ha detto? Per quello che ne so è stato preso alla sprovvista. Quando si sono sparse le prime voci abbiamo reagito prontamente entrando in sciopero e con un tentativo di occupazione del Comune di Kragujevac. La Fiat come ha reagito? La Fiat se ne è lavata le mani, ha detto che era una questione che riguardava il Governo. In realtà ha ottenuto quello che le occorreva, la cancellazione del marchio Zastava, la proprietà degli impianti e un ampio serbatoio di lavoratori a cui attingere pagati pochissimo. 08/01/2011


 

manifesto - 7 gen

La bufala della sfida dei paesi emergenti 

Joseph Halevi 

Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso la Fiat effettuò massicci licenziamenti concentrandosi sugli operai della Fiom e dando avvio alla pratica dei «reparti confino», ove venivano inviati gli operai comunisti, socialisti e gli iscritti alla Fiom. Allora sia il Pci che la Cgil interpretavano il capitalismo italiano come dominato dai grandi monopoli e destinato pertanto a una prolungata stagnazione. In risposta alla percepita stasi e crisi dell'industria e dell'auto in particolare, Vittorio Foa elaborò per la Cgil la proposta di sviluppare la produzione lanciando l'idea di una «vetturetta» popolare. In realtà era quello che la Fiat stava programmando, dato che l'economia italiana, capitanata dal gruppo Iri, stava imboccando la via della grande trasformazione postbellica. Poco dopo da Mirafiori uscì l'epocale Seicento. I licenziamenti avevano quindi due obiettivi: ristrutturare completamente l'apparato tecnico produttivo dell'azienda e cambiare in senso fordista la forza lavoro, indebolendo quanto più possibile ogni autonoma controparte sociale, la Fiom appunto. Il successo della politica di Valletta fu dovuto all'insieme della crescita del paese che con l'incremento della massa dei redditi, nonché della spesa pubblica in autostrade, generalizzò la domanda e l'uso dell'auto. Oggi il paragone con quel periodo, buio dal lato dei diritti sindacali in fabbrica tant'è che il Pci promosse una campagna per far entrare la Costituzione nelle fabbriche, risiede nella volontà aziendale di rendere la forza lavoro malleabile a piacere, volendo formalmente espellere la Fiom che non accetta i criteri imposti dall'azienda. È come se Valletta, che fino ai grandi scioperi del 1962 privilegiava il sindacato aziendale Sida e la Uilm, avesse bandito la Fiom dal correre alle elezioni della commissione interna; cosa allora impossibile malgrado il clima di violenta repressione antioperaia. La differenza cruciale tra oggi e quel lontano periodo sta nell'assenza di prospettive di un sostenuto sviluppo capitalistico per l'economia europea. Non c'è nessuna crescita europea e italiana capace di rilanciare la Fiat. La crescita dei paesi emergenti è fuori tiro perché, a eccezione del Brasile, la presenza Fiat è inconsistente. In questi giorni,senza nemmeno sollecitare la Fiat a rendere pubblici i piani di produzione per l'Italia, i media dominanti si sono sbracciati nel difendere l'operato politico dell'azienda giustificandolo con la sfida proveniente dai paesi emergenti. Pura ideologia antisindacale. Infatti se si vuole raccogliere la sfida cinese in Cina bisogna esserci. Nel 2010 la produzione cinese di auto è stata di 17 milioni di unità, provenienti nella stragrande maggioranza dalle locali filiali delle multinazionali dell'auto operanti in partenariato con società cinesi. L'esportazione di automobili dalla Cina è ancora minima, prevalentemente verso alcune zone asiatiche e fra un po' verso la Turchia. Ciò significa che la sfida posta dall'emergere di Pechino si gioca tuttora sulla produzione e sul mercato interno. Con Torino la sfida cinese non c'entra. La politica della Fiat nei confronti di Torino è invece tutta in rapporto al mercato interno italiano e europeo. La strategia è derivata dall'esperienza della deindustrializzazione americana aggravata dalla stagnazione europea e dalle perdite di quote di mercato. Negli Stati uniti il requisito sociale per dare corpo al processo di delocalizzazione verso zone low cost per riesportare verso la più ricca madrepatria è stato il forte declino sindacale a partire dagli anni Ottanta. Man mano che si indebolivano, i sindacati accettavano di incorporare le esigenze delle aziende e per poi ritrovarsi con minore capacità negoziale mentre la delocalizzazione continuava. Vedi il documentario di Michael Moore sulla devastazione di Flint, sede della General Motors. Non è un caso che, come elencato da Maurizio Zipponi al Tg3 di Linea Notte il 4/5 gennaio, si conoscano i programmi di produzione della Fiat per la Serbia, la Turchia, la Polonia ma poco o niente sull'Italia. L'idea che le nuove condizioni contrattuali possano portare a spettacolari incrementi di produttività è fallace. Per ottenere significativi aumenti di produttività tali da avere effetti competitivi e di diffusione sul territorio, è necessario che le innovazioni tecnologiche si accompagnino a un salto della scala di produzione verso valori di gran lunga superiori alle 500-600 mila unità attuali. Se questo fosse il vero obiettivo, gli investimenti e la lista dei modelli da produrre si concentrerebbero sull'Italia e secondariamente altrove. Tuttavia, le aspettative circa l'allargamento della scala di produzione dipendono principalmente dalla dinamica della domanda aggregata, cioè dai redditi dell'insieme dei salariati europei. La domanda è stagnante ed i salari reali sono in calo, quindi spazi per espandere la scala di produzione non ce ne sono. Anzi, le innovazioni dovranno assumere per forza di cose delle caratteristiche tipo downsizing che comporta l'outsourcing. Ne discende l'importanza primaria delle zone low cost, finanziate con molti soldi pubblici, della Polonia e della Serbia nonché della Turchia, per poter poi riesportare verso l'Europa occidentale. La malleabilità richiesta ai lavoratori di Mirafiori è per Torino la strada della deindustrializzazione, della disoccupazione e della precarizzazione di massa.

Come all'indomani del delitto Matteotti

di Alberto Burgio

su Liberazione del 07/01/2011

 

Scivoliamo su un piano inclinato e ci illudiamo di star fermi. Non è così. Berlusconi è sempre Berlusconi ma qualcosa accade. Il 14 dicembre ha dato avvio a un ulteriore imbarbarimento del Paese. Voci nel deserto, non ci stanchiamo di dirlo: la democrazia italiana corre gravissimi rischi.
Il golpe di Marchionne non riguarda solo la Fiat, prelude all’azzeramento dei diritti di tutto il lavoro dipendente. Oggi nel privato, domani nel pubblico. La Cisl si illude di vincere perché la logica partecipativa diventa teoria ufficiale delle relazioni industriali. Domani pagherà anch’essa la distruzione della contrattazione alla quale sta dando sciaguratamente man forte.
Il ministro Sacconi (architetto, con Tremonti, dello smantellamento della Costituzione e dello Stato sociale) critica la resistenza «ideologica» della Fiom nel nome del pragmatismo, maschera ideologica degli interessi padronali. Quasi nessuno esce dal coro degli opportunisti. Nemmeno nel Pd che – per dirla con l’on. Bersani – «traccheggia» (e di fatto avalla), come se l’unità (traballante) di un partito valesse ciò che rimane dei diritti dei lavoratori. Anche costoro si illudono: che ne sarà della loro base sociale quando gli ultimi presidi della forza organizzata del lavoro saranno stati spazzati via?
Intanto infuria la guerra contro la stampa libera. Con la scusa dei conti pubblici una cinquantina di testate vengono strozzate. Tra loro Liberazione, il manifesto, forse l’Unità, nata giusto ottant’anni fa per iniziativa di Gramsci sull’onda della speranza di un’imminente liberazione delle masse proletarie. Non ha nulla da dire al riguardo il presidente della Repubblica, garante di una Costituzione che annovera la libertà di stampa tra i cardini dello Stato democratico?
Infine, mentre si avvicina il giorno del giudizio sul «legittimo impedimento», le cronache riferiscono dell’ennesimo attacco di Berlusconi alle «toghe comuniste». Berlusconi non conosce scrupoli né remore. Lo ripetiamo: pur di salvarsi da una condanna penale che porrebbe fine alla sua avventura, non esiterebbe a precipitare il Paese in uno scontro totale.
Ci aspettano giorni cruciali, come a suo tempo all’indomani del delitto Matteotti. Allora il regime fu a un passo dal crollo, Mussolini resistette e il Paese si avviò verso la catastrofe. La situazione attuale è diversa ma non meno rischiosa, soprattutto per l’assenza di un’opposizione che sappia trasmettere all’opinione pubblica la coscienza del pericolo. Nel dibattito finale sulla Gemini la senatrice Finocchiaro, capogruppo del Pd, reagì alla gazzarra del Pdl e, rivolta al presidente Schifani, protestò l’inaccettabilità di espressioni di scherno indegne – disse – di un’«opposizione responsabile». Responsabile nei confronti di chi, senatrice Finocchiaro?

Cofferati:
«Profonda lesione
democratica»

«E' una lesione democratica profonda». Sergio Cofferati in un'intervista a Left oggi in edicola torna a bocciare l'accordo di Mirafiori, «peggiore anche di quello di Pomigliano». «Governo subalterno», attacca l'ex leader della Cgil ed europarlamentare Pd. Fiat, afferma, «invece di investire sulla qualità, cancella i diritti dei lavoratori». «Se la Fiom decide veramente di non firmare un accordo - spiega - non è che per questo gli devono essere negati i diritti contrattuali. E' come se in Parlamento i partiti che non votano la Finanziaria venissero privati della possibilità di presentarsi alle elezioni successive».
07/01/2011

 

liberazione 7 gen

Torino, nelle reazioni il clima di paura che dominerà il referendum
Gli operai Fiat parlano alla città
gli umori divisi di piazza Castello

Maurizio Pagliassotti
Torino
L'elenco delle rimostranze che si sentono quando si distribuiscono i volantini della Fiom in centro a Torino non è lungo ma racconta in quale clima si svolgerà quello che viene definito referendum.
Ecco qualche esempio: «A me manca il lavoro da due anni beati voi che ancora lo avete...» Oppure: «Perché vi lamentate? Guadagnerete molto di più». Ancora: «Fossi in voi voterei sì. Marchionne vi chiude la fabbrica se alzate troppo la testa. Non si scherza con la Fiat». Ancora bis: «Parlate tanto di diritti lesi… Ma non pensate a chi ha un mutuo da pagare?» Ancora tris: «In Polonia lo stesso numero di operai di Mirafiori produce molte più automobili e guadagna meno. Dovete adeguarvi».
Ed infine un vecchio torinese: «Il pane del padrone ha sette croste ed un crostone! Questa è l'unica legge che vale tra chi lavora e chi fa lavorare».
Queste invece sono la parole di chi apprezza gli sforzi della Fiom e soprattutto di chi sta in piazza con tre gradi sotto zero, magari vestita da befana, a distribuire volantini e caramelle. Signora con cappello verde e marito: «Se foste un partito tornerei a votare». Signore anziano con i baffi: «Siete l'ultimo baluardo contro il fascismo. Tenete duro». Signora con marito e cane: «Ma con questo freddo venire in piazza?! Ma quel Marchionne… che ci andasse lui in fabbrica!». Giovane ragazzo vestito di nero: «Spero che vinciate voi. Non ne so molto ma mi sembra che agli operai la stiano mettendo in...».
La Fiom ieri ha portato nel cuore di Torino la sua volontà di resistere. Nella centrale piazza Castello un po' tutti hanno manifestato negli ultimi tempi: innumerevoli ditte in crisi, Notav, comitati pro qualcosa o contro qualcosa…l'elenco è lungo. Ma il clima di ieri pomeriggio non si è mai respirato. Forse per l'unione finalmente raggiunta, almeno su questa dirimente storia che prende il nome di Fiat contro civiltà. Oltre al sindacato metalmeccanico c'era la Fds, Sinistra e Libertà, sindacati di base, esponenti del popolo viola, qualche solitario esponente locale del Pd: la sinistra che si stringe intorno ai lavoratori e ai loro diritti perché ancora in grado di riconoscerli.
Giorgio Airaudo presente al presidio ha commentato le ultime voci lanciate da Fim e Uilm secondo cui il Sì vincerebbe con l'ottanta per cento dei consensi: «Si cerca di nascondere il merito di quell'accordo perché invece di votare su cosa c'è scritto, dai turni di lavoro al tipo di vita che i lavoratori dovranno fare, dalle mense spostate a fine turno alle malattie che non saranno più retribuite, si vuol far decidere ai lavoratori della carrozzeria di Mirafiori sulla vita o la morte del loro posto di lavoro».
Paolo Ferrero, segretario Prc, anche lui presente, ha rincarato la dose: «Il problema è che se passa l'accordo di Mirafiori si distruggerà l'intero contratto nazionale. Questo renderà la situazione particolarmente grave soprattutto per i giovani che rimarranno precari e ricattabili tutta la vita. Comunque sia, quello di Mirafiori non è un referendum. E' una rapina dove c'è un delinquente che arriva con la pistola e dice ai lavoratori: o la borsa o la vita. La paura incide moltissimo e per questo diciamo che parlare di referendum non ha senso. Ci vorrebbe uno sciopero generale come segnale forte. Ma la Cgil purtroppo traccheggia, perché non capisce che Marchionne è la punta di diamante di Confindustria non è soggetto diverso».
Da domani volantinaggio a tappeto della Fiom in tutti mercati della città, davanti alle università ed alle fabbriche. Perché non deve essere solo Mirafiori a dire No al ricatto di Marchionne.


07/01/2011

 

 

 

Marchionne fa scuola. Anche Fincantieri scalpita

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 07/01/2011

Edili della Fillea, agrolimentari Flai e Cgil Lazio: «Lo sciopero Fiom è sacrosanto». In lotta i sindacati Usb

Un voto sotto ricatto, quello di Sergio Marchionne, e anche sotto pressione. Man mano che si avvicina la data del referendum tra gli operai di Mirafiori sull'accordo Fiat, aumentano le prese di posizione tra quelli che ben poco hanno a che vedere con il mondo del lavoro. Intellettuali, professori, politici, faccendieri: tutti si sentono di dire la loro opinione. L'ultima viene dalla "illuminante" prosopopea del professor Pietro Ichino che ha definito l'eventuale vittoria del No al referendum una vera e propria «catastrofe».
Ichino si è aggiunto agli impiccioni che in queste ore, a vario titolo, stanno cercando di influenzare in tutti i modi l'esito del voto. Il professore, deputato di un Pd mai così lacerato, non solo ha dato prova di essere un "sincero democratico", rispettoso delle regole, per carità, ma ha anche ribadito che nell'accordo di Mirafiori «non c'è alcuna violazione della legge italiana, né tanto meno della Costituzione». In attesa che Ichino venga chiamato a far parte della Corte Costituzionale, gli interessi in gioco intorno alla partita di "Fabbrica Italia" vanno crescendo. All'interno di Confindustria la situazione ormai è nel caos più completo. Lo strappo di Marchionne comincia a far scuola. Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, ha preso carta e penna per sottolineare le sue lamentele alla Confindustria di Genova e a quella di Gorizia. Motivo del contendere? Vecchi e nuovi rancori attorno alle poltrone, ma il punto non è questo. Il punto è che Fincantieri ha deciso di uscire. Un segnale, nemmeno tanto trascurabile, del clima che si sta creando nell'associazione diretta Emma Marcegaglia. Ecco perché è importante fare presto.
Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ha deciso di accelerare i tempi ed arrivare "preparata" al confronto con la Confindustria. Al direttivo del 15 gennaio la proposta sarà quella di una legge sulla rappresentanza nel settore privato, che abbia una soglia da "maggioranza qualificata". La logica è quella della "coalizione", ovvero dello strumento che dovrebbe tornare a favorire le aggregazioni tra i sindacati (Cgil, Cisl e Uil), e quindi a rompere con il brutto periodo degli accordi separati, da una parte, e sbarrare il passo al referendum, dall'altra. Cisl e Uil hanno già fatto sapere che non sono d'accordo. La proposta introdurrebbe una difformità con la legge che già vige nel pubblico impiego. Ma il punto non è questo. E' che Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti vogliono tenersi le mani libere. Da veri "sindacati supermarket" vogliono scegliere di volta in volta i soggetti delle loro aggregazioni.
Buone notizie per la Fiom arrivano da Fillea, Flai e Cgil Roma, che hanno dichiarato di volersi schierare «con forza e con nettezza» a fianco della Fiom a partire dallo sciopero proclamato per il 28 gennaio. È quanto si legge in una nota congiunta di Walter Schiavella, segretario Fillea Cgil (nazionale), Claudio Di Berardino segretario Cgil Roma e Lazio e Stefania Crogi segretario Flai Cgil (nazionale). «L'accordo separato di Pomigliano prima e, ancor più gravemente, quello di Mirafiori, costituiscono - si legge nella nota - un attacco di inaudita gravità ai principi democratici e di rappresentanza nei luoghi di lavoro oltre a definire, per forma e contenuti, un arretramento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori e un inaccettabile modello di sindacato aziendalista». «In questa battaglia, a partire da quella a sostegno dello sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio, siamo con forza e nettezza insieme alla Fiom, al suo gruppo dirigente e ai lavoratori metalmeccanici perché, dall'esito di questo confronto può dipendere non solo il loro futuro ma anche quello di tutti i lavoratori italiani e dello stesso sindacato. Proprio per questo è giusto che la Cgil si sia schierata per il no al referendum di Mirafiori perché così si potrà comunque gestirne l'esito e rimanere in gioco». Arriva fino a qui la solidarietà di Di Berardino, Schiavella e Crogi: il resto è un invito alle tute blu, nemmeno tanto velato, ad accettare l'esito del referendum e a rientrare nei ranghi. La strada del conflitto, osservano, «non può essere l'unica strada, tanto più che è stata quella prioritariamente seguita finora; ad essa occorre affiancare una capacità tutta sindacale e quindi da giocarsi necessariamente dentro e non fuori i luoghi di lavoro, di scardinare i limiti imposti da questi accordi e dal modello contrattuale scaturito dall'accordo separato del gennaio 2010, come la Cgil ha dimostrato di saper fare con i circa 60 Ccnl rinnovati unitariamente dalle sue categorie e che oggi ci fanno dire che quello è un accordo superato nei fatti».
A scendere a fianco della Fiom anche i sindacati di base di Usb, che hanno proclamato lo sciopero nella stessa giornata.
«Lo sciopero del 28 è uno sciopero sacrosanto - si legge nel comunicato - a tutela della categoria dei metalmeccanici ma non può essere scambiato per quell'azione generale che da mesi la Fiom, e non solo, richiedono alla Cgil».
«Le lotte che, in questi mesi, precari, lavoratori pubblici, operai, immigrati, licenziati, cassaintegrati, sfrattati hanno messo in campo - si legge ancora - necessitano di un momento di sintesi generale e generalizzato che non può essere surrettiziamente agitato sovrapponendolo allo sciopero dei metalmeccanici»

liberazione 7 gen

Stessa ricetta: ricatti e pressioni. Più carichi di lavoro, meno salario e meno diritti
Il "metodo" del diktat avanza anche nel commercio

Anna Cealti* Sabrina Scuttari*
Che l'offensiva sferrata da Marchionne contro i lavoratori della Fiat fosse un modello esportabile è apparso subito chiaro a chiunque avesse la mente libera da pulsioni centriste.
In occasione del rinnovo del Ccnl del commercio è ormai consuetudine che, oltre alle organizzazioni sindacali di categoria, anche l'associazione datoriale presenti la sua piattaforma il cui obiettivo, per questa tornata, è il contenimento del costo del rinnovo entro il 4,51%. Per il raggiungimento di tale obiettivo, Confcommercio propone la riduzione delle ferie a quattro settimane, la riduzione dei permessi che ad oggi permettono di effettuare un orario settimanale di 38 ore, col ripristino delle 40 ore a parità di salario, la riduzione dei costi derivanti da scatti di anzianità e altri automatismi e, ovviamente, in nome del contrasto all'assenteismo, il non pagamento dei primi tre giorni di malattia.
Non possiamo non notare il comportamento contraddittorio di Confcommercio che, se da un lato, per poter incrementare le vendite, sollecita una riduzione della pressione fiscale, dall'altro, con le misure richieste, di fatto riduce il personale comprimendo la capacità di spesa di una parte di popolazione. Invece di preoccuparsi dell'eccessivo incremento di aperture di nuovi punti vendita al di sopra del fabbisogno del bacino di utenza che determina difficoltà per tutti, non si trova di meglio che penalizzare i lavoratori con la ricetta: più carichi di lavoro, meno salario, meno diritti. Infatti, per non farsi mancare nulla, la controparte prevede anche la diminuzione dei diritti sindacali "razionalizzando" permessi e rappresentanza. Del resto che Confcommercio giudicasse superfluo il ruolo del sindacato si era già capito tre anni fa quando concesse un ridicolo aumento salariale in maniera unilaterale proprio per delegittimare chi stava dall'altra parte del tavolo.
Il percorso per il rinnovo contrattuale è ancora più in salita se si considera che Cisl e Uil potrebbero firmare qualsiasi cosa in qualsiasi momento come già fecero nel 2008. Quell'accordo separato sanciva una percentuale di obbligatorietà del lavoro festivo, fino ad allora facoltativo, e l'aumento dell'orario settimanale per gli apprendisti che andava a compensare in parte l'aumento contrattuale degli altri lavoratori. Questa vergognosa operazione fu accettata l'anno successivo anche dalla Filcams-Cgil in cambio di una generica dichiarazione d'intenti di Confcommercio per fronteggiare congiuntamente eventuali situazioni di crisi. Parole in cambio di diritti certi. Il segretario Martini, nelle motivazioni che scrisse per l'apposizione della firma, dichiarò che questi aspetti negativi sarebbero stati recuperati nel prossimo rinnovo contrattuale e che tutto sommato i lavoratori apprendisti erano in numero esiguo.
Queste dichiarazioni "singolari" vengono smentite oggi, come era facilmente prevedibile, dalle richieste dell'associazione datoriale che rendono anche evidente l'inopportunità dell'accettazione di quell'accordo peraltro sottoposto a referendum e approvato a larga maggioranza. Peccato che i lavoratori abbiano dovuto decidere nello spazio di un'ora di assemblea spesso condotta senza contradditorio. Quando si ricorre giustamente a forme di democrazia occorre che le medesime non siano di facciata specialmente in casa Cgil. Sedersi oggi a quel tavolo di trattativa senza pretendere la rimozione in toto delle pregiudiziali poste da Confcommercio può dare un segnale pericoloso di cedimento che non possiamo permetterci.
Sta principalmente in capo ai lavoratori, unitamente alla società civile, reagire fattivamente alle derive di ogni genere indotte dalle politiche liberiste delle destre. L'emarginazione del lavoro subalterno dalla sua rappresentanza sociale e politica è il presupposto per un decisivo attacco alla nostra democrazia, ecco perché la saldatura delle lotte è quanto mai necessaria e cogente e lo sciopero generale deve rappresentarne l'avvio.
Ci rendiamo conto di appartenere ad una categoria debole, scarsamente sindacalizzata, in cui il lavoro frammentato, le differenze salariali, la dilagante precarietà riducono in maniera significativa il potenziale di lotta, ma è altrettanto vero che se siamo giunti a questo punto non è per maledizione divina, ma grazie ad un trentennale di moderazione politica e sindacale capace solo di ripiegamenti che rappresentano già di per sé una sconfitta.
La lotta che strenuamente sta portando avanti la Fiom per la difesa del contratto nazionale e della funzione del sindacato deve diventare la lotta di tutti e deve costituire la linea di demarcazione, senza più commistioni tra chi difende le politiche mercatiste e chi invece crede nella piena attuazione del dettato costituzionale che non riconosce il primato dell'impresa né tantomeno lo sdoganamento del servaggio.
*Rsu Ipersmply Viadana (Mn)


liberazione 7 gen

Edili della Fillea, agrolimentari Flai e Cgil Lazio: «Lo sciopero Fiom è sacrosanto». In lotta i sindacati Usb
Marchionne fa scuola.
anche Fincantieri scalpita

Fabio Sebastiani
Un voto sotto ricatto, quello di Sergio Marchionne, e anche sotto pressione. Man mano che si avvicina la data del referendum tra gli operai di Mirafiori sull'accordo Fiat, aumentano le prese di posizione tra quelli che ben poco hanno a che vedere con il mondo del lavoro. Intellettuali, professori, politici, faccendieri: tutti si sentono di dire la loro opinione. L'ultima viene dalla "illuminante" prosopopea del professor Pietro Ichino che ha definito l'eventuale vittoria del No al referendum una vera e propria «catastrofe».
Ichino si è aggiunto agli impiccioni che in queste ore, a vario titolo, stanno cercando di influenzare in tutti i modi l'esito del voto. Il professore, deputato di un Pd mai così lacerato, non solo ha dato prova di essere un "sincero democratico", rispettoso delle regole, per carità, ma ha anche ribadito che nell'accordo di Mirafiori «non c'è alcuna violazione della legge italiana, né tanto meno della Costituzione». In attesa che Ichino venga chiamato a far parte della Corte Costituzionale, gli interessi in gioco intorno alla partita di "Fabbrica Italia" vanno crescendo. All'interno di Confindustria la situazione ormai è nel caos più completo. Lo strappo di Marchionne comincia a far scuola. Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, ha preso carta e penna per sottolineare le sue lamentele alla Confindustria di Genova e a quella di Gorizia. Motivo del contendere? Vecchi e nuovi rancori attorno alle poltrone, ma il punto non è questo. Il punto è che Fincantieri ha deciso di uscire. Un segnale, nemmeno tanto trascurabile, del clima che si sta creando nell'associazione diretta Emma Marcegaglia. Ecco perché è importante fare presto.
Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ha deciso di accelerare i tempi ed arrivare "preparata" al confronto con la Confindustria. Al direttivo del 15 gennaio la proposta sarà quella di una legge sulla rappresentanza nel settore privato, che abbia una soglia da "maggioranza qualificata". La logica è quella della "coalizione", ovvero dello strumento che dovrebbe tornare a favorire le aggregazioni tra i sindacati (Cgil, Cisl e Uil), e quindi a rompere con il brutto periodo degli accordi separati, da una parte, e sbarrare il passo al referendum, dall'altra. Cisl e Uil hanno già fatto sapere che non sono d'accordo. La proposta introdurrebbe una difformità con la legge che già vige nel pubblico impiego. Ma il punto non è questo. E' che Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti vogliono tenersi le mani libere. Da veri "sindacati supermarket" vogliono scegliere di volta in volta i soggetti delle loro aggregazioni.
Buone notizie per la Fiom arrivano da Fillea, Flai e Cgil Roma, che hanno dichiarato di volersi schierare «con forza e con nettezza» a fianco della Fiom a partire dallo sciopero proclamato per il 28 gennaio. È quanto si legge in una nota congiunta di Walter Schiavella, segretario Fillea Cgil (nazionale), Claudio Di Berardino segretario Cgil Roma e Lazio e Stefania Crogi segretario Flai Cgil (nazionale). «L'accordo separato di Pomigliano prima e, ancor più gravemente, quello di Mirafiori, costituiscono - si legge nella nota - un attacco di inaudita gravità ai principi democratici e di rappresentanza nei luoghi di lavoro oltre a definire, per forma e contenuti, un arretramento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori e un inaccettabile modello di sindacato aziendalista». «In questa battaglia, a partire da quella a sostegno dello sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio, siamo con forza e nettezza insieme alla Fiom, al suo gruppo dirigente e ai lavoratori metalmeccanici perché, dall'esito di questo confronto può dipendere non solo il loro futuro ma anche quello di tutti i lavoratori italiani e dello stesso sindacato. Proprio per questo è giusto che la Cgil si sia schierata per il no al referendum di Mirafiori perché così si potrà comunque gestirne l'esito e rimanere in gioco». Arriva fino a qui la solidarietà di Di Berardino, Schiavella e Crogi: il resto è un invito alle tute blu, nemmeno tanto velato, ad accettare l'esito del referendum e a rientrare nei ranghi. La strada del conflitto, osservano, «non può essere l'unica strada, tanto più che è stata quella prioritariamente seguita finora; ad essa occorre affiancare una capacità tutta sindacale e quindi da giocarsi necessariamente dentro e non fuori i luoghi di lavoro, di scardinare i limiti imposti da questi accordi e dal modello contrattuale scaturito dall'accordo separato del gennaio 2010, come la Cgil ha dimostrato di saper fare con i circa 60 Ccnl rinnovati unitariamente dalle sue categorie e che oggi ci fanno dire che quello è un accordo superato nei fatti».
A scendere a fianco della Fiom anche i sindacati di base di Usb, che hanno proclamato lo sciopero nella stessa giornata.
«Lo sciopero del 28 è uno sciopero sacrosanto - si legge nel comunicato - a tutela della categoria dei metalmeccanici ma non può essere scambiato per quell'azione generale che da mesi la Fiom, e non solo, richiedono alla Cgil».
«Le lotte che, in questi mesi, precari, lavoratori pubblici, operai, immigrati, licenziati, cassaintegrati, sfrattati hanno messo in campo - si legge ancora - necessitano di un momento di sintesi generale e generalizzato che non può essere surrettiziamente agitato sovrapponendolo allo sciopero dei metalmeccanici».


07/01/2011

 

 

Il regalo del governo serbo in cambio di...niente
Zastava Auto chiude:
a casa 1.600 operai
Il Lingotto ringrazia

La Zastava Auto chiude i battenti. Il governo della Serbia, che doveva aprire una trattativa con il sindacato sul destino di circa 1.600 lavoratori, ha improvvisamente comunicato la chiusura della società e il conseguente licenziamento di tutto l'organico. La notizia arriva direttamente da membri del sindacato Samostanli di Kragujevac, cittadina a poche decine di chilometri da Belgrado dove ha sede la Zastava. La Zastava fu bombardata dagli aerei della Nato durante la guerra del Kosovo con la scusa che nell'impianto si producevano armi.
Il licenziamento è in qualche modo legato alla vicenda della Fiat in Serbia. La Zastava Auto, infatti, è quel che rimane della vecchia società che Sergio Marchionne ha deciso di prendersi nel tentativo di aprire un polo produttivo all'Est. Attualmente, quindi, le aziende sono due: Fiat Auto Serbia (Fas), cioè la parte acquisita dalla Fiat (tutti gli stabilimenti e 1000 lavoratori) e Zastava Auto (la "bad company", cioè quella parte dei lavoratori rimasti a carico del governo). I lavoratori Fas sono circa 1000, come prima, mentre in Zastava Auto sono circa 1600. La fabbrica al momento è un grande cantiere dove entrano sia lavoratori Fas che Zastava Auto. I lavoratori Fas assemblano la Punto nella unica linea rimasta, mentre gli altri lavorano sulla ricostruzione dei reparti. Il salario attuale medio per un lavoratore Fas è di 320 euro per un mese completo di lavoro, cosa che non accade mai (ottobre 2010). In Zastava Auto i salari medi sono di 250-260 euro al mese. La situazione anche in Fas è molto tesa.
A ottobre il Sindacato ha chiesto un aumento dei salari in Fas e proclamato uno sciopero per il 19 ottobre. La Fiat ha risposto dichiarando il 19 ottobre giorno non lavorativo. Per il 2010 la Fas aveva previsto il montaggio di 30.000 Punto, ma la Fiat è ancora molto lontana dagli obiettivi per i quali ha preso molti soldi dal governo serbo. Per il 2010 c'è stato il bonus governativo di 1000 euro per vettura nuova; nulla si sa per il 2011. Comunque in relazione alla crisi economica sempre più forte sono calate anche le vendite e il governo ha abbassato le tasse sulla importazione di macchine usate, perché la popolazione ha sempre meno risorse disponibili.
Secondo il sindacato fino ad ora l'investimento reale della Fiat è stato pari a zero. Hanno versato 100 milioni, che sono in qualche conto di qualche banca, ma non sono stati usati per lo stabilimento; tutti gli investimenti attuati finora sono avvenuti con fondi del governo, il resto sono chiacchiere.
Fa.Se.


07/01/2011


 

ven, 07 gen @ 13:31operai contro
STUDENTI E LAVORATORI?
Pubblicato in:: Numero869-11
Operai pubblichiamo di seguito una lettera firmata " Le studentesse e gli
studenti dell’Unione degli Studenti Genova "
Operai pubblichiamo questa lettera perché non siamo d'accordo sui suoi contenuti.

Operai, gli studenti ci chiedono di votare NO al referendum sull'accordo di
Mirafiori, ma con quale motivazione?

Da  oltre una settimana pubblichiamo un documento in cui si afferma:
L’accordo di Natale a Mirafiori va letto e riletto con attenzione. Un
documento in cui la schiavitù moderna è formalizzata con tanto di allegati e rimandi
tecnici a sistemi internazionali di organizzazione del lavoro. L’industria moderna và
in questa direzione. Torna indietro ed esprime in forma nuova il suo contenuto
antico: operai se volete sopravvivere lo potete fare solo vendendo a noi padroni la
vostra forza lavoro e noi siamo disposti a comprarla alle nostre condizioni,
altrimenti? Altrimenti morite di fame. Dopo gli operai di Pomigliano tocca quelli di
Mirafiori scegliere con un referendum, ma come andrà a finire è ancora da vedere.
Andiamo con ordine.

 
Il ricatto è espressamente scritto nella premessa. Mirafiori svilupperà nuove
produzioni a condizione che diventino “operative e praticabili” le norme contenute
nell’accordo e ciò sarà possibile solo se la maggioranza dei lavoratori le approverà.
Come è democratico Marchionne, o le approvate o è chiaro che rimarrete in mezzo ad
una strada. Bisogna assolutamente chiedersi come è possibile che si eserciti un
ricatto così primitivo, così assoluto, che incide sul livello di esistenza di
migliaia di persone senza che susciti nessuna reazione, nessun grido allo scandalo,
nemmeno dei campioni della democrazia.  Tante volte ci siamo chiesti come la
democrazia ateniese potesse dirsi tale pur poggiandosi su una base di schiavitù, la
modernità ci ha fornito gli strumenti per capirlo. Le classi superiori possono
democraticamente mediare i loro interessi politici ed economici alla sola condizione
che qualcuno, da qualche parte, venga costretto al lavoro industriale forzato. In fin
dei conti Marchionne dallo sfruttamento dei suoi operai estrae un ricchezza che non
trattiene tutta per lui e i suoi azionisti. Una parte viene divisa socialmente per
mantenere in vita tutta la sovrastruttura politico sindacale che lo appoggia,
altrimenti perché lo dovrebbero sostenere, perché si lasciano gli operai di Torino,
soli, davanti ad una pressione del genere?

Nessuno ci puo' fare la predica. 

Operai, voteremo No e cercheremo di far riuscire lo sciopero del 28.

Ma nessuno ci metterà sulla testa nuovamente una cappa di piombo.

Noi operai lottiamo per il potere, noi operai combattiamo per mettere nella fossa per
sempre i padroni e il loro Stato.

Noi non lottiamo per gestire e aumentare la produzione.

Noi non lottiamo per un nuovo 25 Aprile.

Noi non lottiamo per unificare gli operai e gli studenti.

Operai, non abbiamo bisogno di pastori.

Operai è ora di finirla con i calderoni.

Operai costruiamo il nostro Partito
-------------------------------------
Lettera degli studenti genovesi ai lavoratori di Mirafiori

pubblicata da Spartaco Uds Genova il giorno giovedì 6 gennaio 2011 alle ore 15.22
Lettera ai lavoratori dagli studenti
 
Compagni lavoratori, stiamo assistendo ad un periodo buio per la nostra società,
specie per le classi più deboli.  Nel giro di pochi giorni abbiamo visto l'
approvazione del DDL Gelmini, che cancella quel poco di pubblico rimasto nelle
università e l' accordo FIAT sullo stabilimento di Mirafiori.
 
Sono segni inequivocabili che i diritti, degli studenti e dei lavoratori, conquistati
con anni di durissime lotte, sono ormai sempre più ignorati e calpestati da questa
classe dirigente. Una classe dirigente che non ci rappresenta per nulla, che va da
Marchionne alla Gelmini fino a tutti coloro, politici imprenditori e banchieri, che,
in nome del profitto e dell' arricchimento, sono responsabili di questa crisi che
vogliono far pagare ai ceti più deboli: operai, studenti e precari.
Questo sistema capitalistico ci vuole infatti sempre più ignoranti ed incapaci di far
sentire la nostra voce, privandoci del diritto allo studio, della conoscenza e del
diritto ad avere un lavoro sicuro e dignitoso.
 
Noi che studiamo la storia nelle nostre scuole, abbiamo assistito al più grande
inganno che i padroni abbiano mai architettato nella storia dell’uomo:  sono riusciti
a trasformare nell’immaginario collettivo il termine “lotta di classe”, che non è più
la lotta tra due classi contrapposte ma un attacco a senso unico del padronato verso
i lavoratori, nella “beneficienza” che fanno i grandi manager salvando le aziende e i
lavoratori italiani.  Cosa sarà mai la perdita di qualche diritto a confronto della
salvaguardia del posto di lavoro e del salario?  Cosa saranno mai turni da 10 ore al
posto delle 8 ore conquistate con il sangue dai nostri padri e i nostri nonni, pur di
conservare il lavoro e dare da mangiare ai vostri figli?
 
Dobbiamo quindi reagire a questa condizione di sfruttamento, sempre peggiorata negli
ultimi decenni, e che peggiorerà ulteriormente se restiamo passivi e continuiamo a
lottare solo settorialmente, senza un obbiettivo comune che ci unisca; ci sembra
infatti necessario unire i fronti della protesta e del crescente disagio sociale,
uniti, perché crediamo che solo così sia possibile ottenere qualcosa di veramente
concreto e migliorare le condizioni e le opportunità di chi lavora e chi studia.
 
Ci appelliamo a voi perché pensiamo che abbiate figli a scuola e all'università, ai
quali immaginiamo vorreste dare la possibilità di studiare e di avere un futuro
dignitoso alla portata di tutti e che non sia un bene esclusivo di classe. Inoltre in
voi vediamo ciò che potrebbe essere il nostro futuro, molti di noi magari un giorno
lavoreranno a Mirafiori o a Pomigliano, e non vogliamo rimanere lavoratori sfruttati,
sottopagati, precari, con la continua minaccia della cassaintegrazione e senza alcun
diritto, per questo le nostre lotte sono le vostre e viceversa.
 
Nell' immediato vi chiediamo di votare NO al referendum sull' accordo di Mirafiori.
Dobbiamo rispondere con forza a questo attacco al lavoro e ai diritti e l’unica
risposta possibile è la lotta di classe.  Se come dice Marchionne,  la Fiat non ha
bisogno di Mirafiori e può trasferire all’estero al produzione, allo stesso modo gli
operai e Mirafiori, che saprebbero gestire e aumentare la produzione meglio di
chiunque altro, non hanno bisogno della Fiat e meno che mai di Marchionne.
 
Questo paese ha bisogno di un nuovo 25 aprile, di una nuova Liberazione, e tutto ciò
deve nascere dall’unione tra studenti e lavoratori, tra tutte le persone colpite
dalla crisi e che non sono più disposte ad abbassare il capo di fronte alle
ingiustizie.
Uniamo le lotte, riappropriamoci dei diritti, costruiamo lo sciopero generale e
generalizzato.
 
Le studentesse e gli studenti dell’Unione degli Studenti Genova

 

 

Cofferati: «Firma tecnica? Lo statuto Cgil vieta accordi così»

di Rocco Di Michele

su il manifesto del 06/01/2011

Sono 25.000 le firme già raccolte da MicroMega, oltre 700 le adesioni a «Lavoro e libertà»

La battaglia dei lavoratori Fiat e la resistenza incentrata intorno alla Fiom sta sollevando una partecipazione civile che non si vedeva da tempo. L'associazione «Lavoro e libertà» lanciata pochi giorni fa su questo giornale da Rossana Rossanda, Sergio Cofferati, Luciano Gallino, Stefano Rodotà, Aldo Tortorella, Fausto Bertinotti, Francesco Garibaldo, ecc, ha già superato le 700 adesioni. Persone provenienti dagli ambienti più diversi - dalla coppia di pensionati al docente universitario di fisica teorica - hanno scelto di impegnarsi in prima persona dentro questa battaglia (un'associazione, ricordiamo, richiede una partecipazione ben maggiore di un semplice appello da firmare).
Anche l'appello promosso dalla rivista MicroMega, su input di nomi famosi come Margherita Hack, Andrea Camilleri, Paolo Flores D'Arcais, sta andando molto bene. In meno di 48 ore sono state superate le 25.000 firme; l'obiettivo minimo dichiarato sono 100.000, ma andando di questo passo sarà abbastanza agevole superare la soglia.
Uno dei soggetti portanti di entrambe le iniziative è senza dubbio l'ex segretario generale della Cgil, nonché ex sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Che ha ovviamente garantito la propria presenza in piazza il 28 gennaio, giorno dello sciopero generale dei metalmeccanici. Un'attività non solo solidaristica, ma direttamente «politica». Non solo perché attualmente è un europarlamentare del Pd, quanto per «il merito» su cui si esprime.
Durissima la sua critica, per esempio, alla proposta avanzata dall'attuale segretario generale Cgil, Susanna Camusso: una «firma tecnica» sotto l'«accordo» di Mirafiori, per restare dentro lo schema della rappresentanza voluto da Marchionne anche senza condividerne il testo. La stessa idea era stata avanzata qualche mese fa davanti al diktat per Pomigliano. «La proposta della Camusso di firma tecnica? Lo vieta un articolo dello statuto della Cgil ripreso poi dallo stesso statuto della Fiom. Il quale vieta esplicitamente all'organizzazione di presentare piattaforme o di firmare accordi lesivi dei diritti delle persone, i diritti sanciti dal contratto e dalla legge».
A rinforzare il giudizio, Cofferati aggiunge una valutazione più generale sul modo di interpretare e gestire l'azione sindacale in una fase difficile come questa: «le grandi organizzazioni hanno credibilità e capacità di agire con consenso solo quando rispettano in primo luogo le regole che loro stessi si sono dati». Un sindacato - ne consegue - che violasse il proprio statuto solo per non «restare fuori» da tavoli di trattativa sui quali sono state apparecchiate decisioni unilaterali e non mediabili (su questo lo stesso Marchionne è stato esplicito oltre ogni ragionevole dubbio interpretativo) si incamminerebbe su una strada davvero molto scivolosa. C'è un'altra via, insomma. E passa per la mobilitazione generale. Il 28 gennaio, ma anche dopo.

I movimenti in piazza il 28

di Roberto Ciccarelli

su il manifesto del 06/01/2011

Verso lo sciopero

Generalizzare lo sciopero di 8 ore che la Fiom ha dichiarato venerdì 28 gennaio e trasformare l'opposizione al modello delle relazioni industriali e sociali voluto dall'ad Fiat Sergio Marchionne in una proposta politica che garantisca il welfare e protegga le persone dalle forme neo-schiavistiche del lavoro. È a partire da questo presupposto che i movimenti aderiscono all'appello rivoltogli dal segretario della Fiom Maurizio Landini dalle colonne de Il Manifesto. Si tratta di un'adesione ragionata che viene da un mondo schiavo dell'ossessione del lavoro, come della sua intermittenza, che versa i contributi alla gestione separata anche se non avrà una pensione decente. «Sia pure con ritardo, e con non poche colpe - afferma Peppe Allegri, docente a contratto e formatore, firmatario dell'appello «uniti contro la crisi» - la Fiom si è resa conto che non è più possibile difendere la cittadella assediata dei garantiti. La precarietà si è generalizzata a tutte le forme del lavoro e riguarda più di una generazione alla quale devono essere riconosciute nuove forme di Welfare e di reddito garantito». Poche parole che rimettono ordine in un dibattito che sta scivolando verso l'ordinario gossip politico: cosa farà la Fiom con l'Idv? E con Vendola? Si separerà dalla Cgil? E così via strologando. «È un fatto - aggiunge Allegri - che la Fiom stia coprendo uno spazio dal quale la sinistra è scomparsa. Pensare però di creare un partito del lavoro significa perdere in partenza. Bisogna invece immaginare un sindacato che permetta agli esseri umani di vivere una vita autonoma e degna e lotti per una nuova idea di politiche pubbliche a partire dalla centralità della conoscenza, dei saperi e dei beni comuni». L'appello di Landini viene giudicato «molto positivamente perchè insieme ai metalmeccanici, studenti precari e ricercatori bloccheranno questo paese anche il 28» dice Alex Foti, editor milanese, anche lui firmatario dell'appello «uniti contro la crisi». «Mi si permetta però un rilievo amichevole - aggiunge - È ora di finirla con manifestazioni simboliche che non incidono sui rapporti di forza con la controparte imprenditoriale e governativa. Bisogna scegliere l'organizzazione. Propongo al coacervo di forze che affianca la Fiom in questa battaglia di creare una piattaforma politica e sindacale contro l'austerità che rilanci la spesa sociale e le regole di rappresentanza sindacali progressive». Anche per Andrea Alzetta di Action, consigliere comunale a Roma, il problema non è solo sindacale, ma politico. «Dopo Genova i movimenti hanno perso un treno - precisa Alzetta - sono stati cannibalizzati dai partiti in un verso o nell'altro. Con la Fiom abbiamo iniziato a discutere gli elementi base di un programma, ora però dobbiamo formulare una nuova agenda politica senza la quale per i movimenti non cambierà mai niente». Alzetta ricorda che non sono bastati due anni di gigantesche mobilitazioni nella scuola e nell'università per abbozzare le premesse di un dialogo sul lavoro e il welfare con un ceto politico sempre meno all'altezza. In questo modo i movimenti rischiano di restare soli, mentre dalla cittadella politica continueranno ad arrivare accuse di «conservatorismo». «I veri conservatori sono gli Inchino, i D'Alema e tutti quelli che da sinistra appoggiano Marchionne e pensano che non esista più un antagonista del capitalismo - accusa Luca Casarini dei centri sociali del Nord-Est - Noi invece stiamo assistendo ad una ridefinizione dei rapporti di forza che impone di superare le divisioni tra lavoro materiale e immateriale, tra lavoratori a tempo indeterminato e determinato, tra reddito e salario, tra produzione ed ecologia». Dunque, un salto di paradigma nell'analisi, come nell'organizzazione. Ma per fare cosa? «Ne parleremo con Landini nel seminario a Marghera il 22 e 23 gennaio a Marghera - risponde Casarini - il vero problema della nostra epoca è trovare una forma comune di welfare per tutte le figure del lavoro».

Ecco perché la FIAT sta vendendo fumo

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 06/01/2011

 

Referendum su cosa? Sarà sull'accordo ovviamente. Ma quell'accordo non ha un'unghia di cosiddetto "piano industriale". E' su questo aspetto, non secondario, che l'altro giorno Massimo Mucchetti, analista economico del "Corriere della Sera" ha posto l'accento. Mucchetti se la cava con una formula diplomatica: «Marchionne non ha dato sufficienti informazioni per capire se la Fiat in Italia si ridurrà a una fabbrica cacciavite o se conserverà la sua intelligenza, spesso svenduta al passato». E' vero. Così come è vero che oltre a non "dare informazioni" l'Ad della Fiat ha messo sul tavolo anche troppi punti interrogativi. Anche Francesco Garibaldo è d'accodo nel sottolineare la scarsezza di informazioni, ma una cosa in più la dice: «Mirafiori non dovrà che assemblare parti di auto, segnatamente il motore e il pacchetto del cambio che arrivano da fuori, mentre Pomigliano si darà da fare su un prodotto che appartiene alla gamma bassa, quindi con bassissimi margini di profitto».
A guardare bene, poi, il problema di Sergio Marchionne in questo momento non è nemmeno tanto quello industriale. Tra il 51% che deve raggiungere nel pacchetto azionario della società che ha inglobato la Chrysler e le risorse da restituire al governo degli Stati Uniti d'America, il gioco in questo momento è tutto in campo finanziario e tutti gli eventuali "obiettivi industriali", sono, per dirla sempre con le parole di Garibaldo, «declinati al futuro». «Prodotti e posizionamento strategico sono i due nodi che ha di fronte la Fiat», sottolinea Garibaldo. «In Europa i grandi produttori sono in ripresa e la Fiat, invece, perde quote di mercato nel proprio paese». «Il mercato Europeo - conclude Garibaldo - è segmentato e lo sarà sempre di più. Non sembra che attualmente la Fiat sia all'altezza della sfida». Secondo Roberto Romano, economista della Cgil, la cui analisi viene citata da Mucchetti, «l'Europa sta affrontando una fase di mercato in cui rimarranno in piedi quei "player" in grado di soddisfare una domanda orientata verso la green economy e, comunque, caratterizzata da prodotti con dentro molta tecnologia». «Ma anche lo stesso mercato cinese (sul quale la Fiat è quasi del tutto assente, ndr) - ha delle caratteristiche tali che non rispondono al nostro mercato così come era agli inizi». Insomma, il punto è che per "fare auto" occorrono le cosìddette "dimensioni di impresa" la cui soglia si va alzando sempre di più. Con Marchionne la Fiat scelse anni fa la classica "via di mezzo" attraverso la formula della "geometria variabile", ovvero stringere accordi con i più grandi per stare dentro via via ai singoli progetti produttivi. Ma oggi quella strategia si sta rivelando perdente, perché non solo non garantisce più nemmeno la sopravvivenza ma costringe a salti sempre più repentini verso la parte bassa della gerarchia della divisione internazionale del lavoro. Tanto che la cessione della Fiat, o di parti di essa, non sembra più una ipotesi teorica. A parlarne esplicitamente è proprio Romano. «La struttura della Fiat è così piccola rispetto al mercato globalmente inteso che tutto questo non si capisce se non in funzione di una sua cessione». Anche Giorgio Airaudo non nega che la cessione è una chiave importante di cui tener conto nell'analisi del "fare" di Marchionne. «Lo spin off dell'auto lo aiuta in questa direzione. Del resto deve restituire dei soldi e salire al 51% di Chrysler, altrimenti si accolla tutti i debiti». Piano finanziario invece che piano industriale? «Lui è un uomo che viene dalla finanza», ribatte Airaudo. «Alla fine i debiti che ha seminato negli Usa li dovranno pagare i lavoratori italiani».
In fondo, è la stessa sottolineatura sul costo del lavoro, che Marchionne non manca mai di formulare, a far capire che per la Fiat ormai siamo nella fase dell'avvitamento verso il basso. «In una impresa del settore automotive il costo del lavoro vale mediamente intorno al 10% dei costi», dice Romano. Ciò che conta ai fini della remunerazione è la classica penetrazione nei mercati. E su questo anche Mucchetti spende più di un argomento. Se per la Fiat il costo del lavoro assume una importanza così straordinaria tanto da scatenare contro il sindacato un attacco senza precedenti è per il semplice motivo che non ha altre fonti da cui trarre la remunerazione. Nelle altre fasi della sua storia, la Fiat si è mossa tra una svalutazione competitiva, un incentivo all'acquisto, piuttosto che qualche forte successo, del tutto episodico, legato a modelli azzeccati. Oggi tutto questo è tramontato, grazie anche agli scarsi investimenti effettuati nel corso degli anni.
«Tutti stanno uscendo con nuovi prodotti meno che la Fiat, che al massimo ha effettuato qualche restyling», sottolinea Airaudo. «La Volkswagen presto metterà sul mercato la sua risposta alla "500". Sono proprio curioso di vedere cosa accadrà a quel punto».

«Prima di dare giudizi dovrebbero conoscere la vita in fabbrica»

di Maurizio Pagliassotti

su Liberazione del 06/01/2011

Intervista all'operaio della Thyssenkrupp divenuto parlamentare del PD

Antonio Boccuzzi è parlamentare del Pd ma soprattutto è un ex operaio. Lavorava alla ThyssenKrupp, fabbrica che nei gangli del dogma "prima il profitto, ha inghiottito le vite di sei persone, arse vive.Quale idea si è fatto della vicenda Fiat?

«E' una situazione molto grave», ci risponde. «Le pressioni che si stanno scatenando sui lavoratori sono fortissime e li portano ad essere confusi ed impauriti. Siamo di fronte alla scelta tra la minestra e la finestra. Non so se questo si possa chiamare ricatto ma sicuramente gli assomiglia molto. Di sicuro quello della prossima settimana sarà un referendum sotto minaccia. E questo mi lascia molto perplesso. Sarebbe importante conoscere davvero quali sono le prospettive, i contenuti e le proiezioni degli investimenti. Quale opportunità di scelta può avere un lavoratore consapevole che fuori dalla fabbrica c'è il deserto? Quale scelta può fare un lavoratore di fronte a questo governo di parte che dimentica quanto gli italiani hanno dato alla Fiat con le varie sovvenzioni pubbliche, incapace di chiedere un minimo di tutela per i lavoratori? Il problema del nostro Paese non credo sia legato realmente al costo del lavoro ma alla povertà di idee. Un tempo la Fiat era in grado di progettare auto che segnavano un'epoca, una moda, un modo di pensare l'auto di famiglia; oggi non accade più.

E la posizione del Pd?

Il mio partito ha al suo interno molte anime e ognuna può esprimere democraticamente il proprio pensiero. Ma proprio l'eterogeneità delle anime richiederebbe più cautela nelle valutazioni ed una maggiore onestà. Insomma, se da una parte è legittimo dare un giudizio, dall'altro sarebbe opportuno specificare rispetto a quali conoscenze della vita operaia quel giudizio viene espresso. Mi sento molto più vicino a Cofferati che a Chiamparino. Perché è in discussione la vita delle persone, perché parlare delle loro pause sul lavoro, dei turni di notte, è schierarsi. Io queste situazioni le ho vissute e so cosa significhino. E che dire poi dei diritti? Quando sento parlare di un assenteismo e di una scarsa produttività che sarebbero difesi dai sindacati non capisco di cosa si parli. Se è accaduto in passato ora certo non è più così. Si tratta di posizioni critiche senza fondamento.

Cosa pensa dell'organizzazione del lavoro voluta dalla Fiat?

Sento molto parlare di una lotta di classe portata avanti dalla Fiom fuori tempo massimo. A me sembra piuttosto che la lotta di classe sia portata avanti dalla Fiat e dal governo, Sacconi in testa. Questi soggetti spacciano l'idea che i diritti conquistati siano ormai degli onerosi privilegi che non ci si può più permettere. Marchionne ha ribadito che senza l'Italia la Fiat farebbe anche meglio, dimenticando che il suo mercato più grande è proprio il nostro Paese. L'amnesia dell'amministratore delegato porta anche una mistificazione sulla qualità dei prodotti: posso acquistare un'auto prodotta da un operaio di cui neanche il suo amministratore delegato ha stima? Il lavoratore è invece una ricchezza che può fare la differenza. Siamo tornati ai tempi della rivoluzione industriale. E' necessario rimboccarsi le maniche per riprenderci i diritti sempre più messi in discussione da un sistema che trova nella crisi un valido alleato, nonché un alibi molto sfruttato.

Come giudica la grave frattura sindacale?

Questo è un altro dramma che investirà la vita dei lavoratori. Sindacato diviso significa lavoratori deboli e peggiori condizioni di vita nella fabbrica. Le discussioni su diverse posizioni sono diventate contrapposizioni insuperabili. Dire che il sindacato abbia cessato di esistere nel 1980 è troppo ma forse non è lontano dalla verità e in questo contesto l'esclusione della Fiom è un enorme errore per tutti.

Dunque, sciopero generale?

Lo sciopero generale è sempre un'extrema ratio, ma quali alternative ha la Fiom per ribadire le proprie ragioni ? Non si tratta di accettare il giudizio di un referendum, è una consultazione che non pone davvero due alternative, ma una sola pressoché costrittiva.


liberazione 6 gen 2011 pg 2

1.'Organizzato in fretta,senza informare gli operai' denuncia Airaudo della Fiom

'Voto della paura' il 13 e 14 gennaio'

2. Assemblea Fiom a Mirafiori. 'Parlare a tutti spiegando ce il ricatto può saltare'

Timori, orgoglio e coraggio nella battaglia più difficile.

vedi PDF

pg 12

SanPrecario 'Nessuno sfugge a questa stretta. Si veda il caso Fiat'

...dacci oggi la nostra precarietà quotidiana

vedi PDF


 

L'Unità 5 gennaio 2011
 La beffa delle tasse: Marchionne
paga la metà dell'operaio
 
Gli operai, anche quelli in cassa integrazione, pagano il doppio delle tasse dell’ad del Lingotto, pur guadagnando infinitamente di meno, anche se considerati tutti insieme. «La modernità dischiusa da Fabbrica Italia è efficacemente rappresentata da due dati» denuncia il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, «nel 2011 i capital gain di Marchionne sulle sue stock options Fiat sono attesi in circa 120 milioni di euro, una somma superiore ai salari e stipendi percepiti da tutti gli operai e quadri delle Carrozzerie Mirafiori se lavorassero a tempo pieno per tutto l’anno, ma purtroppo faranno tanti mesi di cassa integrazione».

E ci si mette pure il fisco: «Sui suoi stellari capital gain, Marchionne verserà, come gli altri azionisti Fiat, un’imposta sostitutiva del 12,5%. Gli operai sulla cassa integrazione e sui loro salari pagheranno in media un’Irpef del 25%, i quadri avranno un carico intorno al 33%. È il mondo post ideologico tanto caro e celebrato dal nostro modernissimo ministro Sacconi».
 
5 gennaio 2011

 

corriere della SERA

gli operai dovranno approvare o respingere l'accordo tra sindacati e azienda

Mirafiori, referendum il 13-14 gennaio

Il risultato della consultazione tra i lavoratori della fabbrica Fiat sarà noto già in serata

gli operai dovranno approvare o respingere l'accordo tra sindacati e azienda

Mirafiori, referendum il 13-14 gennaio

Il risultato della consultazione tra i lavoratori della fabbrica Fiat sarà noto già in serata

MILANO
- Tempi stretti per la consultazione sulle nuove regole valide per lo stabilimento Fiat di Mirafiori. Il referendum sull'accordo per il rilancio della fabbrica torinese si terrà infatti nelle giornate del 13-14 gennaio. È quanto si apprende da fonti sindacali, secondo le quali l'esito della votazione si potrà conoscere già nella serata di venerdì.

FIOM - «È il referendum della paura» ha detto Giorgio Airaudo, responsabile del settore auto della Fiom, che non ha firmato l'accordo di Mirafiori. «La Fiat ha chiaramente premuto per anticipare il referendum - ha aggiunto Airaudo nel corso di una conferenza stampa - dispiace che i sindacati che hanno firmato l'accordo abbiano ceduto a questa pressione. Non verranno fatte le assemblee per informare i lavoratori ed il referendum sarà tra il 13 e il 14, come se si avesse fretta». Secondo Airaudo, «è grave perchè si vuol far votare i lavoratori non informandoli, ma solo sulla loro paura. Si vuole un referendum della paura - che trovo illegittimo, perchè, al di là degli annunci propagandistici, io non credo alla chiusura di Mirafiori».

Redazione online
05 gennaio 2011


Marchionne come i padroni del vapore dell'Ottocento

di Nicola Melloni

su Liberazione del 05/01/2011

 

E lo chiamano accordo storico. Al contrario, la linea adottata da Marchionne e dalla Fiat e sottoscritta dai novelli sindacati gialli Uil e Cisl è una scelta anti-storica che rischia di condannare il nostro paese alla marginalità economica, politica e sociale. Quello che giornalisti maldestri, politici incapaci (quando va bene) e commentatori prezzolati cercano di farci credere è che l'unica maniera per competere nel mondo globalizzato sia ridurre i privilegi (!) dei lavoratori che sono il vero handicap del sistema produttivo italiano. La bella storiella va avanti descrivendo la Fiom come un sindacato conservatore legato a logiche antiquate e Marchionne come moderno eroe, disposto a fare investimenti in Italia nonostante sia più conveniente investire in Serbia ed in Polonia.
La realtà è assai diversa. Cominciamo innanzittutto ad intenderci sul linguaggio di cui, negli ultimi decenni, si sono appropriati astutamente liberisti e padronato. I privilegi che vogliono essere cancellati sono in realtà diritti fondamentali - come il diritto di sciopero che non è disponibile e non può essere modificato attraverso contratti privati - o conquiste storiche del movimento dei lavoratori - pause e malattia - che sono costati lacrime e sangue e sono parte fondamentale di quel contratto sociale che ha permesso alle economie europee di diventare, nel corso degli ultimi sessant'anni, più floride e più giuste. Marchionne non è un innovatore, anzi, è un reazionario della peggior specie ed adotta un modello di relazioni industriali che non ha nulla di nuovo e di moderno. E' il modello dei padroni del vapore dell'Ottocento che pensano che i lavoratori non siano esseri umani, ma semplicemente fattori di produzione, da spremere, sfruttare e buttar via quando obsoleti o danneggiati. E ci viene pure a raccontare che la lotta di classe non esiste più! La Fiom forse difenderà modelli contrattuali che risalgono a vent'anni fa, ma Marchionne vuol tornare indietro di quasi un secolo. Chi è il vero modernizzatore?
Il problema, però, va oltre i cancelli di Mirafori ed investe l'intero sistema paese. Il modello Fiat è un sistema di ricatto (investimenti in cambio di repressione del movimento dei lavoratori) tipico delle grandi multinazionali, come infatti l'industria torinese sta cercando di diventare.
Il modello classico di globalizzazione degli ultimi trent'anni si è basato sullo strapotere del grande capitale che si presentava ai paesi in via di sviluppo con progetti di investimento accompagnati da una serie di clausole capestro: niente scioperi, salari bassi, facilitazioni fiscali. In caso di titubanze del paese ospite, le multinazionali ritiravano l'offerta e sceglievano un paese più malleabile. Era la gara a trovare il paese più schiavo, il famoso dumping sociale che ha caratterizzato lo sviluppo economico diseguale di tanti paesi del terzo mondo.
Una gara che ora coinvolge anche alcuni dei paesi una volta definiti ricchi che si trovano ora davanti ad una scelta dirimente. Accettare il nuovo modello di contratto sociale imposto dal capitalismo internazionale - quello che ha portato alla crisi degli ultimi anni - o rilanciare un approccio diverso, democratico e partecipativo allo sviluppo economico, sociale ed ecologico. I paesi che si danno una prospettiva storica di crescita e che vogliono far parte dell'elite economica e politica mondiale nei prossimi decenni non accettano la competizione sul prezzo, sullo sfruttamento, sulla riduzione dei diritti. Per quella strada non c'è futuro, esisterà sempre qualche centinaio di milioni di indiani e cinesi pronti a ridursi il salario e a rinunciare allo sciopero, alle pause e ai giorni di malattia. Col modello Marchionne, in realtà, si lastrica la strada del sottosviluppo e della povertà, mascherandolo con investimenti che porteranno denaro solo nelle casse del capitale, distruggendo nel frattempo lo stato sociale, la contrattazione nazionale, i diritti dei lavoratori, quegli elementi che hanno caratterizzato la crescita nei decenni di benessere ed hanno attutito l'impatto del declino economico italiano negli ultimi vent'anni.
L'alternativa alla guerra tra vecchi e nuovi poveri è un sistema economico che punti sull'innovazione, sul sostegno alla domanda interna, sul riequilibro tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Nei paesi dell'Europa centrale, ricordiamolo, gli operai guadagnano il doppio che in Italia, ricerca e sviluppo assorbono una parte importante della quota di investimento industriale e i padroni del vapore alla Marchionne sono stati messi alla porta senza molti complimenti, come è successo in Germania nei mesi scorsi. In Italia, invece, non solo abbiamo un governo che ha fatto della macelleria sociale il suo tratto caratterizzante e che quindi trova nell'ad della Fiat il suo migliore campione, ma abbiamo pure la maggiore forza di opposizione incapace di cogliere la vera natura del problema e che nella sostanza fiancheggia Marchionne, assumendosi una responsabilità storica non solo davanti ai lavoratori, ma al paese intero.
Il problema del lavoro, del modello di sviluppo, del futuro del paese rappresentano scelte dirimenti in cui il balbettio e l'ignavia non sono ammessi. Lo scontro tra Marchionne e la Fiom impone una scelta chiara: o di quà o di là, tertium non datur. La sinistra italiana riparta dalla Fiom e dal suo coraggio e su questa pietra miliare ponga le basi per la sua rinascita politica. Alleanze e compromessi, su questi punti, non se ne possono fare.


«Il modello Fiat colpisce tutti»

di Rocco Di Michele

su il manifesto del 05/01/2011

Intervista a Maurizio Landini, segretario generale Fiom. «Tutta la Cgil giudica inaccettabile l'accordo. Le 'firme tecniche' non esistono». Si prepara lo sciopero di 8 ore del 28 gennaio: manifestazioni regionali aperte a tutta l'opposizione sociale

È come al solito tranquillo, Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, il sindacalista più amato e odiato degli ultimi anni. Cominciamo chiedendogli lumi sui diversi interventi sui giornali di lunedì (Di Vico sul Corsera, Farina della Fim) preoccupati di trovare una soluzione per far «rientrare» la Fiom in Fiat. Come se si capisse solo ora l'enormità dello strappo strappo sulla rappresentanza, se si tiene fuori il sindacato più rappresentativo.
«È evidente che in Italia non c'è una legge sulla rappresentanza. Di fronte al pluralismo sindacale reale, se non c'è una legge che riconosce ai lavoratori il diritto di eleggere i propri delegati e poter decidere sempre sugli accordi che li riguardano, un sistema di relazioni industriali non regge. L'elemento di novità è questo: accordo separato dopo accordo separato, il sistema non tiene perché è un modello antidemocratico che cerca di realizzare un cambiamento di natura del sindacato. Marchionne e la Fiat sono andati anche oltre: siamo al cambio del modello di gestione di impresa, per cui il sindacato esiste solo se aderisce alle idee dell'azienda. Qui c'è la differenza tra un sindacato puramente aziendale o corporativo e un sindacato confederale. Il primo ha il suo orizzonte in quell'azienda lì, e si hanno diritti solo se quell'azienda funziona. Il secondo si pone il problema che un lavoratore, a prescindere da dove lavora, sia dotato di diritti. La novità dell'accordo Fiat non è che vuol lasciare fuori la Fiom e la Cgil - che è già grave - ma che le persone non abbiano dei diritti e non possano decidere. Sindacati importanti come Fim e Uilm, che insieme a noi hanno conquistato i diritti che i lavoratori ancora hanno, accettando una logica di questo genere cambiano la loro natura».
Cambiano anche le prospettive. Non servono davvero quattro sindacati per dire «sì»...
La norma in testa agli accordi di Pomigliano e Mirafiori - eventuali «parti terze» che decidessero di aderire potrebbero farlo solo se tutti i firmatari sono favorevoli - introduce, come negli Usa, il principio che il sindacato può essere presente solo se lo vuole il 50% più uno dei lavoratori. È un modello che non c'entra nulla con la storia europea. Paradossale poi che si voglia importare un modello di relazioni proprio nel momento della sua massima crisi. Una delle ragioni che ha mandato fuori mercato i produttori di auto Usa è che, non esistendo contratto nazionale né stato sociale, giapponesi o coreani hanno avuto mano libera nel produrre lì con salari più bassi. Al punto che anche negli Usa si stanno ora ponendo il problema di costruire un minimo di welfare.

Anche per questo - caso Opel - in Germania hanno respinto l'ingresso della Fiat?

Di sicuro dimostra cosa significa avere un governo che si interessa di politica industriale, che impone il rispetto di regole e leggi. Molti oggi parlano del «modello tedesco». Bene. In Italia c'è uno stabilimento che produce auto per Volkswagen: la Lamborghini. Quell'azienda, la scorsa settimana, ha fatto un accordo con le Rsu che accetta il contratto metalmeccanico del 2008 (l'ultimo firmato da tutti i sindacati, ndr). I tedeschi, qui, per continuare a costruire auto, non hanno scelto il «modello Marchionne», ma il sistema esistente in Italia.

Sembra in discussione anche la credibiltà di Confindustria. Non tutte le imprese possono dire «o si fa come dico io o me ne vado»...

Di sicuro c'è un «rischio imitazione», che può svilupparsi in due direzioni. «Imprese» che non si associano e non applicano nessun contratto, in Italia, già ci sono; è un punto su cui farebbero bene a interrogarsi le forze politiche e sociali. L'apertura alle deroghe al contratto nazionale, poi, anche senza arrivare al punto di Marchionne, implica comunque imprese che ti chiedono, per farti lavorare, qualche diritto o un po' di salario in meno. Tanto più che siamo dentro una crisi che non è finita. E siccome le ragioni che l'hanno prodotta, purtroppo, non sono state affrontate, ecco che le deroghe o il «modello Fiat» indicano una falsa via d'uscita; che può però tentare molte imprese. Comunque aziende importanti hanno continuato a fare accordi con la Fiom, per esempio Indesit, che vede l'impegno dell'azienda a non licenziare nessuno. Oppure l'Ilva di Taranto, dove si sono assunti tutti i lavoratori interinali. Non è vero che in Italia per investire bisogna cancellare leggi e diritti. Viene il sospetto che chi spinge invece su questa linea stia cercando la scusa per dire che in in Italia non si può rimanere. Lo ha ammesso lo stesso Marchionne, quando ha detto che il suo obiettivo resta l'acquisizione del 51% della Chrysler. Dove li prende i soldi? A questo punto le voci sulla vendita di pezzi di marchi o rami d'impresa acquistano un altro senso. Si va verso un rafforzamento o una smobilitazione della produzione di auto in Italia? A noi sembra vera la seconda. Confindustria e Federmeccanica, ora, hanno un problema: non possono continuare a dire che va bene sia la Fiat che il contrario. Le due cose non stanno insieme. La nostra dichiarazione di sciopero generale il 28 vuol dare proprio questo segnale, oltre al sostegno ai lavoratori di Pomigliano e Mirafiori, i più esposti. Chiediamo a ogni singolo metalmeccanico di scioperare per dire con forza che lui non vuole che nella sua azienda succeda quel che sta avvenendo in Fiat. Un messaggio che deve arrivare alle controparti. Se si vuol andare su questa strada si apre un conflitto senza precedenti, sul piano sindacale e su quello giuridico.

E la Cgil? Pensionati e pubblico impiego vi hanno appoggiato, poi anche la segretaria dell'Emilia Romagna. Sta cambiando qualcosa?

Il giudizio di inaccettabilità dell'accordo è comune a tutta la Cgil. Il problema che si sta ponendo è: qual è l'azione sindacale migliore per rispondere a un attacco come quello portato dalla Fiat? Il Comitato centrale della Fiom ha deciso, senza un solo voto contrario, in presenza della segreteria Cgil, che quell'accordo non si può firmare e che il referendum voluto dalla Fiat non è legittimo. Come si tutelano quei lavoratori? Insieme ai compagni di Torino e Napoli stiamo discutendo delle azioni di lotta e legali da mettere in campo. Ma è evidente che le «forme tecniche» non esistono. Gli accordi si firmano oppure no. Lo strumento del referendum per noi deve diventare un diritto universale. Ma deve avere due caratteristiche: i lavoratori debbono poter dire liberamente sì o no (e invece qui avvertono che, se «no», si chiude la fabbrica), e dentro un quadro di regole condivise.

Ci vuole una legge sulla rappresentanza o basta un «accordo interconfederale»?

Perché un diritto sia esercitabile ci vuole una legge. Quel che sta succedendo non riguarda solo chi lavora a Mirafiori o i metalmeccanici. Serve una discussione esplicita, che faccia i conti con la novità drammatica delle scelte Fiat. Siamo davanti a un attacco senza precedenti che riguarda assolutamente tutti. Mi ha colpito molto che gli studenti, nella loro lotta, si siano resi conto che la cancellazione dei diritti del lavoro riguarda anche loro, ora e in futuro. È una novità assoluta che rimette insieme generazioni che per anni non si sono parlate. Tutta la Cgil dovrebbe essere il luogo di questa discussione. Perché queste idee divengano egemoni nel paese e portino a definire un equilibrio diverso nei rapporti sociali.

Per il 28 si segue lo schema del 16 ottobre anche quanto ad «alleanze»?

È uno sciopero di 8 ore. Una scelta impegnativa in più che chiediamo ai metalmeccanici. Dobbiamo lavorare per informare i lavoratori, essere presenti sui posti. Faremo tante manifestazioni regionali. Ci rivolgiamo però anche a tutti i soggetti che hanno condiviso con noi il 16 ottobre, alle altre categorie, studenti, movimenti per l'acqua, ecc. Insomma a tutti i cittadini che ritengono sia a rischio la Costituzione e i diritti. Vogliamo fare di quella giornata una mobilitazione che dice che un altro modello sociale è possibile e che si può uscire da questa crisi mettendo al centro il lavoro. In ogni città pianteremo delle tende in piazza come luoghi informativi. Incontriamo le forze politiche e non solo. Siamo pronti a parlare con chiunque abbia voglia di confrontarsi con noi.

 

 


RASSEGNA.IT- 5 GEN

Fiat: Bonanni, Camusso risolva l'anomalia Fiom

"La Cgil ragiona correttamente, l'unica particolarità è la Fiom. E noi dovremo piegare tutto il resto a un'anomalia o risolvere questa anomalia? Tocca a Camusso farlo". Così il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, intervistato oggi (5 gennaio) dal Corriere della Sera sulla situazione della Fiat.

La nuova segretaria della Cgil deve risolvere "l'anomalia Fiom", a suo giudizio, perchè "Cgil, Cisl e Uil vanno d'accordo in tutti i territori e in tutte le categorie, tranne nei metalmeccanici". Sulla questione della rappresentanza, Bonanni sostiene che i sindacati "l'accordo l'hanno fatto nel 2008, ma lo sa perchè è rimasto sulla carta? Perchè la Fiom ha bloccato la Cgil".

 

 

RIFLESSIONI SULLA VERTENZA FIAT . blog dei corsari di Milano

Il 2 Ottobre 1925 Mussolini, la Confindustria e i sindacati corporativi fascistifirmavano a Palazzo Vidoni un accordo che cancellava le elezioni delle commissioniinterne.Notate qualche assonanza con la situazione attuale?Se sì è il caso di iniziare a muoversi…La FIAT è storicamente un terreno di battaglia sul quale si misurano i rapporti diforza all’interno della società italiana. Nonostante anni di propaganda liberistasulla fine del lavoro operaio ed altre amenità del genere, l’Italia rimane uno deipiù importanti paesi manifatturieri del mondo con milioni di operai. Più che illavoro operaio ad essere finita è l’unità di quel mondo ed il suo peso politico.Dopola battaglia della Innse qualcosa però sembra essere cambiato ed il mondo del lavoro,pur a costo di durissime battaglie, sembra esser riuscito a riprendere la parola.Ma torniamo alla FIAT.Già negli anni ’50 dettava la linea al paese (in contrasto con la prudente linea diConfindustria) seguendo le direttive che venivano dagli Stati Uniti. Comedimenticarsi del famigerato ingegner Valletta, della caccia al comunista e deireparti confino. Ma se è vero che alla FIAT si sono sperimentate le iniziativepadronali essa è stata anche il terreno in cui si è sperimentata la rispostaoperaia.Le prime forme di “autonomia operia” (intesa come insubordinazione alle strutturetradizionali del movimento operaio) si sono sperimentate nel 1962 durante la rivoltadi Piazza Statuto. Ed è solo quando gli operai della FIAT si sono buttati nella lottache l’Autunno del 1969 è diventato veramente caldo. Come dimenticarsi anchel’occupazione selvaggia di Mirafiori del 1973, quella dei “fazzoletti rossi”?Ed è sempre alla FIAT che inizia la controrivoluzione liberista in Italia.Controrivoluzione che avrà tra i suoi massimi alfieri negli anni ’80 il PresidenteAmericano Ronald Reagan e la premier inglese Margaret Thatcher. Entrambi alfieridella destra ultralibersita. Nell’Ottobre 1979 Cesare Romiti, all’epocaAmministratore delegato del Lingotto, tasta il terreno licenziando 61 operai accusatidi violenze in fabbrica e connivenze col terrorismo rosso. L’anno dopo l’aziendaannuncia 15.000 licenziamenti. La fabbrica viene occupata per 35 giorni, ma la Marciadei Quarantamila chiude la partita.E’ l’inizio dei terribili anni ‘80. E’ la sconfitta storica che ancora paghiamo.Da lì la FIAT ha via via ridimensionato il suo organico.Le ultime lotte dure si sono avute nel 2002 quando la prospettiva di un fallimentodell’azienda sembrava imminente. Lo stabilimento di Mirafiori conta ormai solo (si faper dire) 6.000 addetti. Nonostante la delocalizzazione che ha portato a produrrediversi modelli in varie parti del mondo, sembra quasi che la FIAT intenda mantenereun certo numero di operai in Italia per avere comunque un certo controllo e un certopotere di ricatto verso i vari governi italiani. Del resto la FIAT ha ottenuto la suaposizione dominante grazie, prima alla connivenza con il regime fascista che ne hasostenuto l’espansione nel mercato interno con l’autarchia. Ed in seguito con lauteconcessioni dai governi democristiani fino ai giorni nostri.La casa di Torino ha infatti ricevuto nei decenni aiuti statali diretti e indirettisottoforma di incentivi, cassa integrazione, privilegi negli appalti per forniremezzi agli apparati statali e così via. I lauti profitti derivati sono stati invecedivisi tra i soliti nomi della finanza italiana attraverso la famosa finanziaria IFI(ora Exor). Come a dire: privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite.Il ringraziamento per questo trattamento di favore è sempre stato lo stesso:ridimensionamento e progressiva desertificazione di alcuni siti produttivi “storici”(leggi Alfa Romeo e Lancia), cassa integrazione, licenziamenti, aumento dellosfruttamento e delocalizzazione… Il tutto accompagnato da continue ed insopportabilirecriminazioni sulla presunta scarsa produttività degli operai italiani…Ci troviamo di fronte ad un’aziende sanguisuga che succhia e spreme territori, soldipubblici, lavoratori fino all’osso e poi se ne va, producendo dove costa meno (mavendendo le merci allo stesso prezzo di chi produce in Europa) e lasciandosi allespalle devastazione sociale e naturale (leggi aree dismesse).Gli Agnelli ed il loro management sono sempre stati in prima linea nella resistenzacontro le richieste di migliori condizioni avanzate dai lavoratori e, una voltaindeboliti i sindacati e minata l’unità degli operai, nella progressiva demolizionedi quanto ottenuto faticosamente negli anni. Ora Marchionne vuole imporre un modelloamericano e sceglie una strada un po’ diversa da quella dei suoi predecessori… alloscontro frontale, alle persecuzioni, alla repressione attuata con il solito aiutodegli sbirri, che nelle lotte operaie hanno svolto sempre il servizio di guardiaprivata dei padroni, lui preferisce l’esclusione dal tavolo del soggetto con cui nonintende trattare, cambiando le regole del gioco con l’uscita dal Contratto Nazionale.Inutile, come fa Susanna Camusso, appellarsi alla ragionevolezza di Confindustria… E’una palese dimostrazione di debolezza e subalternità… Oltre a dimostrare la mancanzadi una strategia complessiva e di un’idea alternativa di paese.Il peso politico della battaglia è massimo.Non che l’accordo voluto da Marchionne introduca nulla di nuovo…Il mercato del lavoro italiano conosce già condizioni di precarità altissima esfruttamento vergognoso (in primis verso i migranti). Il problema è che se a veniresconfitti sono i metalmeccanici, da sempre la categoria più combattiva, le ricadutesul resto del mondo del lavoro (precari in primis) saranno devastanti. Marchionnetenta di importate in Italia il modello americano. E tenta di smantellare ilContratto Nazionale di Lavoro (una delle poche garanzie che rimangono anche ailavoratori più deboli). La prospettiva ormai concreta è la precarietà totale comenegli States.Il punto più vergognoso dell’accordo non sta nell’aumento degli straordinari, nelladiminuzione delle pause e nel maggiore controllo della malattia. Il punto nodale èl’attacco frontale alla Fiom, che non avendo firmato, non potrà eleggere suoidelegati all’interno dell’aziende. Il sindacato con più iscritti e più votato delgruppo FIAT verrà escluso dalla rappresentanza sindacale. I vari servi ed utiliidioti di Cisl e Uil già si sfregano le mani…La Fiom sta tentando di rompere l’accerchiamento aprendo ai movimenti sociali congiornate importanti come il 16 Ottobre ed il 14 Dicembre. Ma è il mondo del lavoro adoversi muovere in modo compatto. Al di là delle singole e durissime vertenze degliultimi due anni (Innse, Mangiarotti, Metalli Preziosi, Alcoa, Eutelia, Pomigliano edecine di altre…).Quello che sembra mancare totalmente al momento è una sponda politica. L’attacco allaFiom è un triplice attacco che vede ai suoi vertici il PDL, il PD eMarchionne/Confidustria. Ognuno ovviamente recita la sua parte in commedia… E’ suquesto che si gioca la battaglia del lavoro oggi. Togliere di mezzo coloro i qualiesigono diritti e richiedono politiche sociali. La battaglia dei poteri forti è unabattaglia tutta politica contro il complesso mondo della sinistra radicale quindi.Quell’ectoplasma politico ( chiamato Partito Democratico si dibatte nellaconfusione e nell’irrilevanza ed i più fanno a gare a lodare le iniziative diMarchionne come “politiche modernizzatrici”…come se il ritorno dello schiavismo fossemodernità! Le uscite pubbliche di questi giorni di D’Alema e Bersani, del resto,parlano chiaro.Anche la Cgil sembra piena di dubbi ed incertezze.Sta anche a noi quindi, coi nostri limiti ed il nostro peso relativo, spingere.Lo sciopero generale diventa una necessità per respingere l’attacco frontale el’emergenzialità. Bisognerebbe, però attraverso lo sciopero, sviluppare non solo unNO al modello Marchionne ma anche un modello di lavoro, o di welfare state daproporre. Il welfare state potrebbe diventare la battaglia del movimento e delsindacalismo.

NO all’ACCORDO FIAT

SI’ allo SCIOPERO GENERALE

 


 

Gli operai, la fiat e il PD

di Piero Bevilacqua

su il manifesto del 04/01/2011

 

Per comprendere meglio ciò che accade a Mirafiori e a Pomigliano è necessario affondare lo sguardo nelle tendenze storiche che muovono il capitalismo del nostro tempo. E bisogna scomodare Marx, che aveva colto come «legge fondamentale dell'accumulazione capitalistica» una tendenza già evidente ai suoi tempi e oggi conclamata: «Dato che la massa di lavoro vivo impiegato diminuisce costantemente in rapporto alla massa di lavoro oggettivato da essa messo in movimento (cioè ai mezzi di produzione...) anche la parte di questo lavoro vivo che non è pagato e si oggettiva nel plusvalore, dovrà essere in proporzione costantemente decrescente rispetto al valore del capitale complessivo impiegato».
Nel corso del suo sviluppo, dunque, il capitalismo riduce costantemente la quota di lavoro per unità di prodotto, cercando di sfuggire alla caduta tendenziale del saggio di profitto e di sostenere la competizione. Quella competizione che oggi si fa a se stesso, delocalizzando parte delle imprese nei paesi a bassi salari. Ma il capitale che espelle lavoro cerca di sfruttare più intensivamente quello che impiega, perché più ridotta diventa nel frattempo la quota da cui può estrarre plusvalore. André Gorz ha riassunto questa contraddizione che stritola i lavoratori: «Più la quantità di lavoro per una data produzione diminuisce, più il valore prodotto per lavoratore - la sua produttività - deve aumentare affinché la massa del profitto realizzabile non diminuisca. Si ha dunque questo apparente paradosso per cui più la produttività aumenta, più è necessario che aumenti ancora per evitare che il volume del profitto diminuisca».
«La corsa alla produttività tende così ad accelerarsi, gli impiegati effettivi a essere ridotti, la pressione sul personale a inasprirsi, il livello e la massa dei salariati a diminuire». In questa morsa oggi, letteralmente, si soffoca. Chi ha la pazienza di leggersi la grande inchiesta della Fiom del 2008, cui hanno partecipato 100 mila lavoratrici e lavoratori, può farsene un'idea.
Siamo dunque giunti a una fase storica nella quale o noi costringiamo il capitalismo a cambiare il suo modello di accumulazione, o esso trascinerà l'intera società industriale nella barbarie. Non è un'espressione di maniera. Non è uno slogan. Chi oggi, anche in buona fede, difende il nuovo contratto imposto da Marchionne, crede che il cedimento sia accettabile come un compromesso temporaneo, dovuto alla crisi in atto e ai vincoli della competizione mondiale. E' un gravissimo errore. Questa idea fa parte di una campagna pubblicitaria che punta a far arretrare ulteriormente i rapporti di classe con un argomento puramente propagandistico: oggi occorre tirare la cinghia per poter ritornare allo splendore di prima. Ma prima il cielo era davvero così splendido? Che questa sia una menzogna è possibile illustrarlo con una semplice analisi storica, con fatti scientificamente verificabili.
Prima della crisi, nel 2000, nei paesi dell'Ocse si contavano 35 milioni di lavoratori disoccupati. Come ha spesso illustrato Luciano Gallino, i nuovi posti di lavoro creati in Europa sono stati in gran parte «a tempo» e precari. Negli Usa, non solo i nuovi posti di lavoro - per lo più nei servizi e con ampie quote di part-time femminile - sono stati gonfiati dal sistema di rilevazione statistica: una sola settimana di lavoro poteva «fare» un impiego annuale nelle stime generali sull'occupazione. Ma in quegli anni sparivano dalle statistiche oltre 2 milioni di persone «occupate» nelle carceri di Stato (e in quelle private). E qualche hanno fa abbiamo scoperto che tra il 1973 e il 2005 il reddito dei lavoratori «è lievemente diminuito». Ma sul paese più ricco del mondo, epicentro della crisi mondiale, voglio aggiungere due dati che persuaderanno il lettore. Nel 1995 il numero dei bambini al di sotto della linea ufficiale di povertà assommavano al 26,3%, quasi alla pari con la Russia di Yeltsin (26,6%), allora in vendita ai predoni di tutto il mondo e in mano alle mafie locali. In tale statistica - da un'inchiesta comparativa su 25 paesi - figuravano al 3° e 4° posto il Regno Unito (21,3%) e l'Italia (21,2), i paesi più zelanti nell'applicare verbo e dettami del pensiero neoliberista. E sempre per restare negli USA, già nel 1990 la National Association of State Board of Education aveva dichiarato senza mezzi termini: «Mai prima una generazione di teenagers americani è stata meno sana, meno curata, meno preparata per la vita di quanto lo fossero i loro genitori alla stessa età».
Potremmo continuare. Ma qui è sufficiente ricordare è che già prima della crisi il capitale aveva saccheggiato il lavoro salariato e i redditi dei ceti medi, senza risolvere il drammatico problema della disoccupazione e diffondendo la precarietà. In Italia, dopo decenni di asservimento del ceto politico - di centro-sinistra e centro-destra - alle ragioni dell'impresa, è andata anche peggio. Nell' utilizzare il termine asservimento, non mi riferisco solo alle vendite del patrimonio pubblico, alla liberalizzazione di tanti servizi municipali. In questo caso penso alla deliberata volontà di scaricare sul lavoro i rischi dell'impresa, rendendo il lavoratore flessibilmente subordinato alle sue necessità. Dalla Legge Treu del 1997, alla Legge 30 del 2003, il capitalismo italiano ha potuto godere di condizioni di generosa disponibilità nell'uso della forza lavoro. Con quale esito? Mi è sufficiente sintetizzare i risultati di tale geniale strategia con un bilancio recente (2008) del Governatore della Banca d'Italia: «Negli ultimi vent'anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte». Tasse relativamente più gravose per gli operai che - secondo un'indagine Ires - tra il 2002 e il 2008 hanno lasciato al fisco, mediamente, 1.182 euro delle loro misere paghe. E per finire (dati Banca d'Italia 2008), la metà più povera della popolazione possedeva il 10% della ricchezza nazionale, mentre il 10% di quella più ricca deteneva il 44%.
E allora torniamo alla Fiat, agli operai, ai partiti politici. Quanto abbiamo ricordato significa innanzi tutto una cosa: la politica moderata del centro-sinistra, che ha attuato - non diversamente dal centro-destra - le ricette neoliberiste, non è minimamente servita a difendere i ceti operai, anzi li ha ulteriormente impoveriti. Non ha ottenuto maggiori investimenti da parte delle imprese, ha contribuito a fare arretrare il paese nel suo complesso. Continuare su questa linea fallimentare, con l'idea di «uscire dalla crisi» secondo la ricetta moderata, costituirà una sciagura di portata incalcolabile per le masse popolari e per tutta la società industriale italiana. Il tracollo economico in cui siamo immersi non è la solita crisi ciclica. Altrimenti non avremmo avuto così tanta disoccupazione e povertà prima che essa esplodesse. Nelle fasi alte del ciclo - come sappiamo dalla lunga storia storia dei tracolli capitalistici - crescono ricchezza e occupazione. Noi abbiamo avuto soltanto la bolla finanziaria, cresciuta sul debito. La «crisi» di questi anni è il risultato di un gigantesco saccheggio di reddito che il capitale ha compiuto in una fase storica di debolezza del suo avversario di classe e del movimento operaio organizzato. Perciò dal presente imballo sistemico non si esce se non attraverso una altrettanto gigantesca opera di redistribuzione della ricchezza.
Un compito di ampia portata, ne siamo consapevoli. Ma bisognerebbe innanzitutto incominciare a dichiararlo. Poi predisporre le forze. Perché oggi, per essere all'altezza delle sfide, bisogna mettere in piedi un fronte di conflitto sociale di non comune ampiezza. Il comportamento «moderato» di tanti dirigenti del Pd, sostanzialmente favorevoli ad accettare la strategia di Marchionne, è a mio avviso un fatto drammatico, che impone una presa d'atto di tutte le persone che militano oggi nella sinistra.
Il Pd: «un amalgama malriuscito» è stato definito da chi conosce la materia, avendo ridotto la politica all'arte di «amalgamare» capipartito. Credo che sia stato qualcosa di ben più grave. La scelta veltroniana del «bipartitismo perfetto» rivela una lettura di retroguardia delle tendenze politiche mondiali. Laddove esso è stato storicamente dominante (Usa e UK) oggi appare una barriera all'esercizio della democrazia. Gli scienziati della politica hanno coniato in proposito il termine di cartel party, cartello di partiti, per indicare questo assetto di duopolio che emargina le voci e le culture politiche dissenzienti e realizza invariabilmente le medesime politiche alternandosi alla guida degli esecutivi.
Ma è la scelta di equidistanza tra le classi, il moderatismo sociale, che oggi fa del Pd - sia detto con tutta la responsabilità che l'argomento e il momento richiedono - un partito inservibile. Ha privato la società italiana di una opposizione che portasse i bisogni del paese dentro il Parlamento. Qualcuno dei lettori ha mai sentito D'Alema, Veltroni, Bersani parlare - poniamo - di legge urbanistica e di problemi della città, di assetto del territorio, di riscaldamento climatico, di agricoltura biologica, di ritmi di lavoro e di sfruttamento in fabbrica, di beni comuni? Non aggiungo all'elenco precarietà e disoccupazione, perché sono presenti nel loro vocabolario, ma come slogan privi di qualunque contenuto. Mi permetto di continuare con le domande. Quanto, la sfida che Marchionne ha lanciato alla Fiom e alla classe operaia di Pomigliano e di Torino, si fonda sul calcolo di un'opposizione benevola di tanta parte del Pd? E infine una questione generale, relativa alla vita politica italiana recente: quanto il dilagare della Lega nelle zone operaie del Nord o la permanenza del potere berlusconiano, anche in queste ultime settimane, dipendono direttamente dall'assoluta incapacità del Pd - culturale ancor prima che politica - di rappresentare gli interessi delle masse popolari, di offrire agli italiani un progetto e almeno un'immagine diversa di società?
Il moderatismo politico non è oggi una scelta di prudenza, di politica dei piccoli passi. È piuttosto un galleggiamento sull'esistente. Ma l'esistente, dominato oggi da forze predatorie, non rimane fermo, tanto meno procede verso il meglio. Si indietreggia lentamente sul terreno sociale, dei diritti, della democrazia. In una fase storica in cui solo la ripresa del conflitto può ridare equilibrio alla macchina economica e alla società, come anche significato e forza alla politica, i partiti moderati sono inservibili. Sono oligarchie parassitarie. Danno ospitalità permanente a professionisti che vivono di politica. E dobbiamo amaramente concludere: a che serve un Pd che crede di uscire dalla situazione in cui siamo precipitati replicando la politica che ci ha condotti sino a questo punto?

Le esitazioni Cgil nel momento clou

di Rocco Di Michele

su il manifesto del 04/01/2011

La Fiom prepara lo sciopero

Che la Cgil non sia stata un fulmine di guerra nella tutela dei suoi metalmeccanici - la attaccatissima Fiom - è fatto troppo palese per poter essere negato. Che i media vicini alla Fiat (come l'impagabile Corsera delle ultime settimane) inzighino apertamente per allontanare ancora di più la segreteria confederale dalla categoria, nemmeno. Una situazione pericolosa, per i metalmeccanici che si trovano a sostenere lo scontro sindacale più importante del dopoguerra, e da cui verranno decise - come allora - le «relazioni industriali» del prossimo futuro per tutti i lavoratori italiani.
Le smagliature nel rapporto interno al sindacato sono state numerose. Tra le più rilevanti, sul piano simbolico (ossia «politico») sono state due. L'assenza del segretario generale Susanna Camusso al Comitato Centrale del 29 dicembre (al suo posto Vincenzo Scudiere, della segreteria confederale), che era stata ovviamente invitata. E l'insistenza del segretario della Cgil campana, Michele Gravano, nel chiedere alla Fiom una «firma tecnica» al cosiddetto «accordo» per lo stabilimento di Pomigliano. Non solo i giornali l'hanno interpretata come una esternazione «per conto terzi».
Non è pensabile che la Cgil possa andare avanti a lungo così. Una presa di posizione ufficiale è arrivata dalle due categorie più numerose della Cgil (pensionati e funzione pubblica), che si sono schierate apertamente con la Fiom e la posizione che ha preso nei confronti della Fiat. Ieri è arrivata anche la nota del segretario generale della regione con più iscritti - naturalmente l'Emilia Romagna - Antonio Mattioli: «dobbiamo sostenere il 'no' al referendum di Torino e tradurre l'assemblea delle Camere del lavoro (a Chianciano, la prossima settimana, ndr) in un confronto di merito che superi la contrapposizione congressuale». Una presa di posizione forte a preoccupata, che giudica «non sopportabile che, in assenza di un confronto serrato, anche in Cgil ci si parli a mezzo stampa». Con un richiamo forte alla perdita di credibilità che può derivare da una linea negoziale incerta: «dopo i due direttivi nazionali di dicembre, nei quali non si è discusso della vicenda contrattuale e democratica del nostro paese, si pensa di risolvere tutto con un paio di interviste?»
La segreteria della Fiom ha perciò deciso di chiedere alla Cgil un incontro urgente tra la segreteria di categoria e quella confederale «per respingere il disegno messo in atto dalla Fiat che attraverso un attacco senza precedenti ai diritti, alle libertà sindacali e alla democrazia mette in discussione l'esistenza stessa del sindacalismo confederale».
Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, ha spiegato ancora una volta che nello statuto della Cgil (quindi anche in quello della Fiom) «si prevede di non poter sottoporre a referendum accordi che mettono in discussione diritti indisponibili». Come quello di sciopero, garantito dalla Costituzione come diritto individuale (non dei sindacati) e quindi non sanzionabile al di là della normale trattenuta sullo stipendio.
Proprio questo è invece il punto irrinunciabile per la Fiat. Sergio Marchionne, ancora ieri, lo ha ribadito con molta chiarezza: «la Fiat ha bisogno di libertà gestionale», e quindi «la condizione dell'accordo è garantire la governabilità dello stabilimento». Senza alcuna opposizione reale, ovvero senza scioperi. Del resto, lo prevede un punto specifico del testo firmato dai quattro sindacati (Cisl, Uil, Ugl e Fismic, più l'associazione dei quadri e dirigenti) che avranno «l'onore» di nominare i «delegati». Senza alcuna elezione da parte dei lavoratori.
«La Fiat - ha detto Landini - ha deciso i sindacati che possono esistere e quelli che non possono», creando un serio problema: «pensa davvero che le sue fabbriche possano funzionare senza consenso?». Espellere la democrazia dai luoghi di lavoro è un vecchio sogno del Lingotto, che stavolta trova però un governo che secondo Marchionne «ci ha dato tutto l'appoggio necessario per portare avanti il discorso». Appoggio arrivato anche dall'opposizione (Pd e «grande centro»), mentre Idv, Federazione della sinistra e Sel incontreranno la Fiom oggi e nei prossimi giorni dando il proprio sostegno alla sua resistenza.
Il «discorso» della Fiat è del resto il più banale e feroce dei ricatti: «se a Mirafiori vince il no con il 51% non faremo l'investimento», ha ripetuto anche ieri Marchionne. Tanto «la Fiat è capace di produrre macchine con o senza la Fiom». Sfida subito accolta da Landini: «certo, anche senza Fim e Uilm, perché le vetture le fanno i lavoratori».
Parte intanto la preparazione dello sciopero generale di categoria indetto per il 28 gennaio, oltre alla campagna di raccolta firme fra lavoratori e cittadini «per un vero contratto nazionale senza deroghe, per le libertà sindacali, la democrazia, un lavoro stabile con diritti».

«Se vince il no, non investiamo»

di Antonio Sciotto

su il manifesto del 04/01/2011

Ultimatum di Marchionne agli operai in vista del referendum di Mirafiori. Bene in Borsa la nuova Fiat, ma perde ancora quote di mercato

Debutto positivo per la scissione della Fiat in Piazzaffari: l'esordiente Fiat Industrial (camion Iveco, macchine agricole e movimento terra Cnh) ha guadagnato il 3,05%, chiudendo a 9 euro netti, mentre Fiat spa (dove resta l'automobile) ha totalizzato addiittura un +4,91%, concludendo a 7,02 euro e segnalandosi come il miglior titolo quotato a Milano. Un nuovo successo per l'ad «pigliatutto», Sergio Marchionne, che ieri in mattinata aveva accompagnato i suoi gioiellini nella sede della Borsa per augurare loro un buon anno. In quella sede non ha perso l'occasione per ribadire l'irremovibilità delle proprie scelte e gli attacchi alla Fiom, e ha lanciato l'avvertimento ai dipendenti di Mirafiori: se vince il no, addio investimenti.
Ma se da un lato i listini hanno premiato lo spin off deciso da Marchionne, dal fronte del mercato - sempre ieri - sono arrivati dati negativi rispetto alle vendite del 2010. Male sono andate le immatricolazioni, diminuite del 16,73% rispetto al 2009 (589.195 nuove automobili contro le 707.591 dello scorso anno); ma soprattutto si è ridotta la quota di mercato del gruppo, a testimoniare che se tutto il mercato non è certo andato bene, c'è però anche uno specifico problema Fiat: nel 2010 il gruppo ha segnato in Italia una quota di mercato del 30,06%, in calo rispetto al 32,77% registrato nel 2009. I concorrenti hanno rosicchiato dunque oltre il 2%, riducendo la fetta Fiat.
Una replica diffusa dal Lingotto tende a tranquillizzare: «In un mercato 2010 in calo del 9,2%, è stato positivo per Fiat Group Automobiles il trend degli ultimi mesi, con la quota che cresce dal 27,5% di ottobre e dal 28,5% di novembre al 29,7% di dicembre». «Si conferma inoltre - dice ancora la Fiat - in controtendenza il marchio Alfa Romeo, che a dicembre aumenta i volumi del 17,9%».
«Di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel mercato - ha detto Marchionne al momento dell'avvio delle contrattazioni a Piazzaffari - non potevamo più continuare a tenere insieme settori che non hanno nessuna caratteristica economica e industriale in comune. Questo è un momento molto importante per la Fiat, perché rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza. La scissione permette a Fiat e a Fiat Industrial di focalizzasi ognuna sul proprio business con obiettivi chiaramente identificati e riconoscibili dal mercato». L'ad del gruppo torinese ha poi aggiunto che «è possibile che si salga al 51% di Chrysler, nel 2011, se questa decide di andare sul mercato». «Penso che sia possibile, ma non probabile - ha precisato subito dopo - Non è pianificata oggi una fusione fra Fiat e Chrysler».
Quanto alla questione della permanenza o meno della Fiat nell'associazione degli industriali guidata da Emma Marcegaglia, Marchionne ha detto che «una Confindustria senza Fiat la vedo come possibile, ma non probabile». E poi ha aggiunto: «La Fiat non può continuare a essere condizionata». Il governo - ha continuato l'ad del Lingotto cambiando argomento - ha avuto un atteggiamento «molto incoraggiante» nelle trattative condotte da Fiat con i sindacati sul futuro degli stabilimenti in Italia: «Ci ha dato tutto l'appoggio necessario per portare avanti il discorso, riconoscendo in quello che sta facendo la Fiat una cosa buona per il Paese».
Marchionne si fa poi più critico rispetto all'opposizione (o alcuni suoi pezzi) e i sindacati (Fiom e Cgil) che continuano a chiedere il dettaglio dei piani Fiat: «Chiedere i dettagli del piano lo trovo ridicolo. È offensivo. Vogliono vedere il resto degli investimenti? Ma che scherziamo? Sono appena tornato dal Brasile, dove ho inaugurato con l'ex presidente Lula una fabbrica a Pernambuco: lì nessuno si sarebbe mai permesso di farsi dare i dettagli. Smettiamola di comportarci da provinciali: quando serviranno gli altri 18 miliardi del piano li metteremo».
Infine, il nuovo attacco ai metalmeccanici della Cgil: «La Fiat è capace di produrre vetture con o senza la Fiom». E l'ultimatum indirizzato agli operai che voteranno il referendum a Mirafiori: «Se il no raggiungerà il 51%, niente investimenti».


IL COMMENTO

Così rischiamo di minare
le radici della democrazia

Le centinaia di lavoratori che occupano la fabbrica senza macchine perché sono state spedite all'estero, fanno lo sciopero della fame, bloccano  l'autostrada. Democrazia è la possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura ad esse, poter discutere del proprio destino; magari per accettarlo, alla fine, anche se ingrato

di LUCIANO GALLINO "QUI c'è un problema serio di rapporto tra il capitale e la democrazia". Non lo ha detto uno dei soliti sindacalisti che, a quanto si legge, ostacolano la modernizzazione produttiva. Ma il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, in un'assemblea con i lavoratori della Eaton di Massa svoltasi poco prima di Natale. Trecento persone che dopo due anni di cassa integrazione hanno ricevuto a metà ottobre 2010 altrettante lettere di licenziamento. Forse perché l'azienda era invecchiata, le sue tecnologie superate, i prodotti rifiutati dal mercato? Niente affatto. La Eaton produceva componenti avanzati per motori d'auto, venduti ai maggiori costruttori europei, con buoni margini di utile.

Ma è successo che nell'Ohio, sede dell'azienda madre, qualcuno ha fatto due calcoli e ha scoperto che in Polonia si possono produrre gli stessi componenti a un costo inferiore. Si sa, laggiù costa tutto meno: il lavoro, i terreni, i servizi. Quindi il management ha deciso di chiudere lo stabilimento di Massa e spostare la produzione in quel paese. Gli azionisti apprezzeranno.

È un'azione di chiara razionalità economica, si dirà. Che c'entra la democrazia? La risposta sta in quelle centinaia di lavoratori che occupano la loro fabbrica senza macchine perché sono state spedite all'estero, che fanno lo sciopero della fame, bloccano per qualche ora l'autostrada. Democrazia è la possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura ad esse, poter discutere del proprio destino; magari per accettarlo, alla fine, anche se ingrato.

A modo loro, quei lavoratori ripropongono un detto che ebbe peso agli esordi stessi della democrazia: siamo tanti, non contiamo niente, vorremmo contare qualcosa. Ci ricordano pure che c'è qualcosa di profondamente distorto in un sistema economico e politico che separa il lavoro dalla persona. Il primo è considerato una merce che un'impresa ha pieno diritto di comprare al prezzo che le conviene, o buttare da parte perché non serve più. La seconda è un essere umano che ha una storia, sentimenti, rapporti familiari, desideri, amicizie, un senso di dignità. È possibile, dobbiamo chiederci, che dinanzi al rischio di restare senza lavoro, che significa anche perdere gran parte dell'identità di persona perché la società intera è stata costruita attorno all'idea di lavoro retribuito, nessuno in pratica abbia il diritto riconosciuto di discutere se ci sono soluzioni possibili, altre strade meno impervie, di affermare che una razionalità economica che non lascia nessuna voce agli interessati al di fuori degli azionisti è una forma di irrazionalità che sta minando alle radici la democrazia?

Bisogna dire che nel caso particolare della Eaton il comune e la regione, insieme con i sindacalisti e un certo numero di politici, sono stati ad ascoltare la voce dei lavoratori. Hanno formulato controproposte alla casa madre, hanno messo sul tavolo capitali per mantenere anche in altre forme la produzione industriale nell'area. Finora le risposte della società dell'Ohio, per la quale lo stabilimento di Massa, Italia, è forse solo un paio di pixel sullo schermo dei computer centrali, sono state in prevalenza negative. Si può sperare vi sia ancora qualche margine per ottenere ulteriori sostegni al reddito, e recuperare un'attività produttiva che ridia prospettive di occupazione stabile agli ex dipendenti. Ma l'occupazione da parte degli operai della fabbrica svuotata delle sue macchine pone la politica, e tutti noi, dinanzi a una questione che il prosieguo della Grande Crisi farà diventare sempre più impellente. C'è un problema generale di rapporto tra capitale e democrazia, che non si risolverà anche se qui e là si porrà rimedio a problemi locali.

( 04 gennaio 2011

 

 

 


«Alla Cgil dico: sotto ricatto i diritti di tutti»

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 04/01/2011

Intervista a Maurizio Landini, segretario generale della FIOM - CGIL

La Fiat sarà in grado davvero di produrre senza la Fiom, visto che non siete una parte proprio insignificante di Mirafiori?

Il punto vero è che con questa impostazione la Fiat cancella la libertà dei lavoratori di potersi organizzare in sindacato e di contrattare la propria condizione. Un attacco alla esistenza delle libertà sindacali. Questo dovrebbe essere un punto di riflessione per un sindacato che ha una natura confederale, perché si introduce un modello aziendalistico e corporativo.


La Cgil insiste per la firma tecnica e la Fim dichiara che non si opporrà a un vostro eventuale ingresso in "squadra"...

Le firme tecniche non esistono. O si firma o non si firma. Il punto vero è che questo accordo l'ha imposto la Fiat. Non è che altri possono parlare in nome dell'azienda. Oggi non sono certo loro nella condizione di decidere cosa si può fare o casa non si può fare. La scelta della Fiat è chiara ed è addirittura accompagnata dall'uscita da Confindustria.


Temi anche tu che questa posizione della Fiat si possa trasformare in uno smottamento generale?

Intanto parto dalla considerazione che tutte le altre imprese hanno continuato a fare accordi che vedono il coinvolgimento di tutte le organizzazioni sindacali compresa la Fiom. Penso all'Indesit o alle assunzioni dei lavoratori interinali all'Ilva. E proprio per questa ragione se si vuole impedire l'idea di Marchionne si allarghi c'è proprio bisogno che anche Confindustria e Federmeccanica assumano una posizione precisa altrimenti la loro stessa rappresentanza viene messa in discussione. Lo sciopero generale della nostra categoria vuole avere questo significato. Non siamo disponibili al far west delle relazioni sindacali.


Non è una novità che Fiat avrebbe fatto in borsa un passaggio importante. Possibile che questo non abbia contato nella trattativa?

E' la conferma che avendo accettato il ricatto di Pomigliano ieri, oggi lo spazio contrattuale non c'è più. E' la Fiat che detta le condizioni. Su questo dovrebbero riflettere. La vicenda della Fiat in Piazza Affari rende evidente che il piano complessivo dell'azienda sta modificando sia gli assetti proprietari sia le prospettive ed è per questo che è davvero poco comprensibile un atteggiamento sindacale che discute singolo stabilimento per singolo stabilimento senza avere un quadro complessivo. Non è un mistero che la quotazione in borsa è fatta per cedere parti del gruppo Fiat e voci sempre più insistenti parlano della possibilità di cessione anche di altri marchi. La Fiat per far riuscire il progetto Chrysler ha bisogno di risorse; cioè restituire i soldi pubblici dati e soddisfare i fondi pensionistici del sindacato americano. La vicenda rende evidente l'errore e la sudditanza del governo italiano che non ha avuto la volontà di aprire un vero tavolo nazionale.


Dopo il vostro sciopero del 28 si creerà una situazione paradossale in Cgil, non credi?

Mi limito ad osservare che ciò che sta succedendo in Fiat è una questione che ha un carattere generale che non può essere né ricondotta sui lavoratori di Pomigliano e Mirafiori né al solo settore metalmeccanico, anche perché questo accordo mette in forse l'esistenza stessa di un sindacato confederale. E questo meriterebbe una iniziativa generale che non sia solo dei metalmeccanici. Nel dichiarare il nostro sciopero ci siamo rivolti a tutti i soggetti che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre, movimenti sociali, pensionati, alcune categorie e gli studenti. Era chiaro già da allora che la Fiat andasse nella direzione dell'attacco alla Costituzione italiana.


L'accordo Fiat potrebbe non superare l'esame di costituzionalità. Secondo voi perché?

Innanzitutto siamo di fronte a una lesione che riguarda la libertà sindacale. Non può essere la Fiat a decidere quali sono i sindacati che esistono in una fabbrica. Devono essere i lavoratori a decidere. Tanto più se parliamo di un sindacato che ha più iscritti e voti a livello nazionale. Il secondo punto è la cancellazione del contratto nazionale di lavoro. C'è poi il fatto che consideriamo grave la costituzione di una newco. Ai lavoratori verrà chiesto di essere riassunti firmando una cosiddetta cessione individuale del contratto collettivo. Un elemento che non sta molto in piedi perché vengono aggirate le norme del codice civile sui cambi di proprietà delle imprese così come alcune deroghe legislative sulla salute e la sicurezza sul lavoro. Il profilo costituzionale non sostituisce l'azione sindacale che vogliamo mettere in campo all'interno dell'azienda.


Questa vicenda richiama molto i "35 giorni" del 1980

Vedo una differenza sostanziale. La Fiat non mise in discussione l'esistenza del sindacato. Oggi siamo di fronte al tentativo di importare nel nostro paese un modello che si rifà abbastanza al modello americano con la contraddizione che si riporta qui un modello che ha prodotto la crisi della Chrysler e degli altri grandi gruppi negli Usa e che punta a far diventare il sindacalismo confederale aziendalista e corporativo.


Questa vicenda investirà o no il movimento sindacale internazionale?

Con il sindacato americano abbiamo dei rapporti. C'è ache al loro interno una discussione per come si evita una competizione tra lavoratori. Se Chrysler e Gm sono arrivati alla bancarotta è perché, non esistendo uno stato sociale e non esistendo il contratto nazionale collettivo, negli anni scorsi le imprese straniere sono sbarcate negli Usa abbassando i diritti.

Marchionne: «Al via anche senza la Fiom»

di ----

su Liberazione del 04/01/2011

La minaccia dell'Ad del Lingotto mentre esordiscono a Piazza Affari le due Fiat

Mentre le due "nuove" Fiat, Fiat Industrial e Fiat spa post-scissione, ieri esordivano positivamente in borsa con una quotazione di 9 euro la prima e 6,9 la seconda, sul futuro prossimo del Lingotto continuano a pesare i nodi sindacali irrisolti, in vista soprattutto del referendum sull'accordo di Mirafiori. «Questo è un momento molto importante per la Fiat, perchè rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza», ha detto l'Ad Sergio Marchionne alla cerimonia per il debutto di Fiat Industrial in Borsa. «Di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel mercato - ha spiegato - non potevamo più continuare a tenere insieme settori che non hanno nessuna caratteristica economica e industriale in comune». Una scissione che ha riscontrato come dicevamo un certo interesse visto che a metà seduta erano già state trattate 15 milioni di azioni Fiat Industrial e 24 milioni di Fiat spa, quando nell'ultimo mese gli scambi Fiat avevano segnato una media scambi per seduta attorno ai 26,9 milioni di pezzi. Per il resto, le due nuove Fiat sono state piuttosto volatili per tutta la mattina. Industrial si è mossa tra un minimo di 8,75 euro e un massimo di 9,09 euro, per portarsi sui minimi verso mezzogiorno. Fiat spa nelle battute iniziali è stata anche fermata brevemente per eccessiva volatilità e si è poi mossa tra un minimo di 6,90 euro e un massimo di 7,30 euro, per portarsi quindi attorno a 7,03 a metà seduta. Ai prezzi di metà seduta le due Fiat divise segnavano comunque un premio del 2,2% rispetto alla Fiat "unica" di giovedì scorso. Ma, come dicevamo, su tutta questa partita grava ancora e con forza lo scontro con la Fiom, e dunque con una buona parte dei lavoratori. «La Fiat è capace di produrre vetture con o senza la Fiom» ha detto il top manager italo-canadese a muso duro, aggiungendo che se al referendom dello stabilimento torinese «vince il no con il 51% la Fiat non farà l'investimento».
Per Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, «quello della Fiat nei confronti degli operai di Mirafiori si configura
come un ricatto di tipo mafioso.
O accetti di rinunciare ai diritti tutelati dal contratto nazionale,
dalle leggi e dalla Costituzione o chiudo lo stabilimento. Si tratta di un modo di agire inaccettabile in uno stato democratico in cui le regole non sono soggette ad essere modificate dalla forza bruta perché servono esattamente a contenere l'arbitrio e i ricatti del più forte nei confronti dei più deboli».

 

Quelle analogie impressionanti con il patto di Palazzo Vidoni

di Maria G. Meriggi

su Liberazione del 04/01/2011

Nel 1925 l'accordo tra la Confindustria e i sindacati fascisti

La vicenda dell'accordo imposto dalla Fiat allo stabilimento di Mirafiori impone a tutti coloro che hanno a cuore la democrazia quale è stata costruita nella storia repubblicana una presa di posizione non dettata dalla "semplice" solidarietà ma dalla consapevolezza delle autentiche poste in gioco.
Seguendo con ansia le vicende della Fiat fin da questa estate sono stata colpita dall'affermazione di Giorgio Cremaschi sull'analogia fra la forzatura della Fiat e il patto di Palazzo Vidoni. Ne sono stata colpita anche perché quelle vicende fanno parte dei miei temi di studio. La lettura parola per parola del testo conferma questo gravissimo giudizio, confermato indirettamente anche dalle osservazioni di Luciano Gallino su questo stesso giornale del 31 dicembre. Ma guardiamo più da vicino queste possibili analogie per fare qualche riflessione sul presente.
Innanzitutto il patto di palazzo Vidoni nasceva da una fortissima pressione del fascismo in corso di diventare regime per rafforzare la scarsissima rappresentatività dei sindacati fascisti. Che si erano imposti nelle campagne con la violenza ma anche sostituendo le leghe bracciantili nel monopolio del collocamento che da elemento di forza si era trasformato in debolezza per la Federterra. Nell'industria fra il '24 e il '25 la forza della Fiom e della corrente comunista si era affermata nelle elezioni di commissione interna e nello sciopero di marzo che aveva imposto ai sindacati fascisti una faticosa rincorsa nel conflitto soprattutto a Milano. Le elezioni dei rappresentanti della Cassa Mutua Fiat e della sua CI avevano dato complessivamente a Fiom e comunisti 9.640 voti (divisi circa a metà) contro 767 ai fascisti.
Fino ad allora gli industriali esitavano ad affidarsi per le trattative a organizzatori così poco rappresentativi ed avevano dunque continuato a trattare con le CI. Dopo lo scampato pericolo dell'ccupazione delle fabbriche essi volevano certamente approfittare della situazione economica critica per ridurne le competenze ma non intendevano certo accettare dei partners forti e per di più poco rappresentativi. Il patto di palazzo Vidoni dunque parte dalle esigenze del fascismo regime di dotarsi della esclusiva rappresentanza degli operai, la classe sociale che nelle sue componenti adulte che avevano sperimentato l'esordio di vita democratica nei luoghi di lavoro manifestava una profonda resistenza alla fascistizzazione.
Una impressionante analogia con l'accordo di Mirafiori è che la volontà di escludere il sindacato conflittuale non passò dalla sua messa fuori legge ma dallo svuotamento delle sue competenze con il riconoscimento reciproco fra Confindustria e sindacati fascisti del monopolio della contrattazione esponendo gli iscritti alla Fiom al sospetto e alla persecuzione. Le CI interne venivano abolite e avrebbero dovuto essere sostituite da fiduciari di fabbrica nominati dal sindacato esterno interrompendo quel rapporto diretto fa sindacati e lavoratori in produzione liberamente eletti che era stato la grande innovazione del primo Dopoguerra. Ma il patto non nominava esplicitamente i fiduciari che sarebbero stati introdotti dopo alcuni anni e sempre contestati nelle loro attribuzioni. Il patto di palazzo Vidoni fu accelerato dall'indignazione dei fascisti per l'accordo stipulato nell'agosto '25 dalla Fiat con i comunisti della CI. Ne seguirono minaccie e violenze che costrinsero le CI alle dimissioni e in ottobre al famigerato Patto.
In che senso queste vicende possono suggerire un ragionamento anche per il presente? Nel senso che la speranza di ereditare un potere di contrattazione, una volta superata la crisi, che anima evidentemente la Cisl di Bonanni è destinata alla sconfitta: innanzitutto per la maggiore affidablità dei sindacati più rappresentativi - a cui Landini, un dirigente la cui radicalità è fatta di esperienza concreta e di conoscenza dei rapporti di forza fa spesso riferimento. Un sindacato poco rappresentativo è semplicemente inutile se non per la gestione di servizi ed enti bilaterali. D'altra parte la nomina dei rappresentanti interrompe quella relazione fra il sindacato-istituzione e il sindacato organizzatore diretto delle lotte che è stata la grande innovazione democratica iniziata a partire dal '69. Mirafiori prepara semplicemente una fabbrica e un sistema industriale in cui gli imprenditori non riconoscono altre fonti di potere e di decisione se non se stessi, in assenza anche di una qualsiasi politica industriale.
Questo deserto e questo svuotamento della legittimità del sindacato quando rinuncia a un proprio autonomo modo di agire, difendere gli interessi dei lavoratori e per ciò fare politica economica, sono ancor più gravi in un momento in cui si afferma la «partecipazione per via gerarchica», l'aspirazione di Marchionne. Una fase che richiede da parte di un sindacato che voglia continuare a svolgere il suo ruolo, il massimo di conoscenza dei processi e di creatività nel conflitto, che possono venire solo da uno scambio continuo con i delegati e i rappresentanti eletti. La Fiom ha infatti da tempo presentato una proposta di legge di iniziativa popolare sulla rapresentanza di cui purtroppo nessun governo, neanche di centro sinistra, ha fatto una sua priorità.
L'ingresso della Costituzione nei luoghi di lavoro - la cui estraneità aveva colpito così amaramente il giovane Foa - deve oggi preoccupare e dunque mobilitare un pubblico più vasto di noi, "vecchi compagni", di noi che abbiamo fatto del mondo del lavoro anche il nostro soggetto di studio. Ed è un'emergenza democratica a cui è chiamata davvero come un passaggio di legittimità l'intera Cgil. Molte speranze della democrazia passano da un sostegno convinto alla Fiom.


A Mirafiori sinistra impreparata

LUCIA ANNUNZIATA    La Stampa 4 gennaio 2011

Chi ha ragione delle due sinistre che guardano alla Fiat? Hanno ragione gli uomini del Pd, cioè i suoi principali leader, che si sono schierati per l’accordo con Marchionne - sia pur con una serie di distinguo - o i dirigenti della Fiom che lo hanno respinto senza se e senza ma?

Il lodo Marchionne, che come tale si è ormai configurato, comunque lo si guardi, è, innanzitutto, per il centrosinistra forse la prima decisione che deve affrontare senza poterla circumnavigare.

Senza il soccorso di un «ma anche»; è il primo luogo mentale cui non si può sottrarre. In questo senso, la cosa più ovvia da dire oggi, alla vigilia del referendum Mirafiori che si terrà fra un paio di settimane, è che l’appuntamento è per la sinistra una presa d’atto, ovvia, pubblica, definitiva, di una sconfitta.

Il piano Fiat ne tocca in effetti la cassaforte di famiglia, il suo core business, lo zoccolo duro dei suoi elettori, e la idea stessa di mondo che ci ha proposto nell’ultimo mezzo secolo. In particolare per la sinistra italiana, lavoro e diritti sono sempre stati presentati come armoniosamente (e utilmente) compatibili, una realtà inscindibile. In questo senso, quando la Fiat chiede nuovi termini di organizzazione, qualunque essi siano, e qualunque ne sia la ragione, le nuove condizioni costituiscono obiettivamente per questa area politica la conclusione di un intero ciclo storico. Qualunque parte le varie anime della sinistra sceglieranno di giocare in questa trattativa, quella di chi lavora con Marchionne o quella di chi lo rifiuta, qualcosa è già perso, comunque - da Mirafiori non uscirà nessun vincitore.

Sono condizioni nuove di cui si discuterà con accanimento per molto tempo. Ma intanto c’è molto da ragionare sul fatto che, dopo sedici anni di Silvio Berlusconi, identificato da molti addirittura come costruttore di un «regime», la sinistra sia stata messa con le spalle al muro non dal Premier ma da un manager di una antica azienda. Manager e Azienda entrambi - è utile qui ripeterlo - considerati dei seri interlocutori da parte di questa stessa sinistra. Un vero e proprio paradosso, una sorta di poetica vendetta della storia. Come è stato possibile? Avanzo qui solo alcune delle moltissime, possibili, spiegazioni.

La prima è che Silvio Berlusconi, a dispetto di tutti i suoi modi forti, le sue leggi ad personam, i suoi assalti alla Costituzione, si riveli alla fine un avversario meno efficace di quel che si teme. Il viceversa di questa possibilità è che la sinistra abbia trascorso più di un decennio a capire chi era Berlusconi, e a dividersi su come combatterlo, perdendo di vista la società che, intorno, galoppava in tutt’altre direzioni. L’elemento della vicenda Fiat che più colpisce, alla fine, forse è proprio questo: quanto impreparata sia arrivata la classe politica del centrosinistra all'appuntamento con Marchionne. Le domande che si sta facendo ora nella spirale finale delle decisioni, in realtà avrebbero dovuto essere se non anticipate, sicuramente affrontate prima. Il Pd - e non solo, dal momento che questa è una storia che fa cambiare il volto alla industrializzazione dell’Italia - avrebbe dovuto sapere, anticipare, dirigere, insomma.

E non è che Marchionne abbia messo tutti dinanzi a un fatto compiuto: della Fiat si sa tutto, la vicenda si è sviluppata in perfetta trasparenza da almeno un paio di anni, e dall’estate scorsa, cioè dal referendum per Pomigliano, la conflittualità fra Fiom e manager Fiat è passata al calor bianco. Ma lo scontro è rimasto per mesi nel ghetto delle «relazioni industriali», come si dice in gergo per indicare che è rimasta tutta una questione di fabbriche e di sindacati. La storia che in questi giorni arriva alla conclusione è maturata - è necessario ricordarlo - confusa in mezzo alle varie agende della politica.

Il governo per mesi è stato a guardare perché non aveva - per divisioni interne - il ministro dello Sviluppo economico, il Pd si è perso nella lotta interna fra le sue varie anime (veltroniane, dalemiane, popolari, centriste, cattoliche di ordinanza o meno) dopo la nomina di Bersani, mentre i centristi seguivano affascinati la «rupture» fra Fini e Berlusconi.

 Se un giorno qualche ragazzo in vena di fare i conti con questo Paese farà una ricerca per la sua tesi di laurea sul giornalismo nell’anno 2010 troverà (possiamo anticiparlo) molto più spazio dedicato alle escort di Silvio, alle case di Montecarlo, e allo scontro fra Palazzo Chigi e Magistratura. Un ordine di interessi perfettamente riscontrabile anche sui fogli di informazione di sinistra.

Di operai si è parlato poco, negli ultimi anni. Solo lo stretto necessario. Con una fondamentale incredulità della trasformazione in corso nel mondo. L’agenda politica intorno a cui la sinistra si è avviluppata nel 2010, a guardarsi indietro, ci appare oggi come estremamente laterale, se non addirittura irrilevante. Questa è la vera responsabilità dell’area democratica: essersi fatta bloccare da Berlusconi come un cervo abbagliato dai fari di una macchina, mentre il resto del Paese e del mondo continuavano a correre.

Oggi che l’operazione Marchionne si scopre decisiva, la sinistra vi arriva così troppo tardi per avere soluzioni diverse, o anche solo per avviare una discussione.

Ma può sempre fare peggio: può ad esempio, di fronte alla difficoltà, cedere alla tentazione di lacerarsi - come sa fare benissimo, e come effettivamente già sembra incline, anche questa volta, a fare.

 


Marchionne: «La Fiat produce anche senza Fiom»

di ----

su l'Unità - edizione internet del 03/01/2011

 

Se vincerà al referendum "il 'no' con il 51%, la Fiat non farà l'investimento a Mirafiori". Lo ha affermato l'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, a margine della cerimonia inaugurale di Fiat Industrial in Borsa, sottolineando invece che "se il referendum a Mirafiori arriverà al 51% (di consensi, ndr) andremo avanti con il progetto". 'La Fiat e' capace di produrre vetture con o senza la Fiom'', ha poi agiunto l'ad.

Nell'ambito della trattativa sindacale, che ha visto la Fiom non firmare l'accordo, Marchionne ha sottolineato di "non aver lasciato nessuno fuori: se qualcuno ha deciso di non firmare - ha proseguito - non significa che io abbia deciso di lasciar fuori qualcuno". Secondo Marchionne "la Fiat ha bisogno di libertà gestionale e non può essere condizionata da accordi, che non hanno più senso".

Marchionne ha anche annunciato che "è possibile che si salga al 51% di Chrysler, nel 2011, se questa decide di andare sul mercato. Penso che sia possibile, ma non probabile. Non e' pianificata oggi una fusione fra Fiat e Chrysler".

I due titoli Fiat post scorporo dell'auto, Fiat Spa e Fiat Industrial, han debuttato stamani a Piazza Affari. E' quindi operativa in Borsa la scissione del Lingotto, dopo 112 anni di storia unitaria: da una parte è quotato il business dell'auto e dall'altra quello industriale, che comprende, come asset principali, Iveco e i trattori di Cnh.

E' stato l'amministratore delegato Sergio Marchionne a tenere a battesimo a Piazza Affari le nuove società. Il primo responso della Borsa sul valore dell'Industrial con i mezzi pesanti e della Spa con il business dell'auto è stato questo: Fiat Spa e' subito tornata alle contrattazioni, dopo un breve stop per l'eccessiva volatilita', e viene trattata 7,13 euro. Fiat Industrial segna intanto un prezzo di 9,04 euro. Buoni gli scambi, con volumi per 5,3 milioni di pezzi su entrambi i titoli. L'azionista Exor sale intanto dello 0,77% a 24,87 euro.

La performance borsistica di Fiat nell'ultimo periodo è stata di tutto rilievo: in un mese il titolo è salito di quasi il 20%, in sei mesi di circa l'80% e in un anno del 49,52%. Il tutto con l'indice principale di Piazza Affari che ha chiuso l'anno con una flessione di oltre il 12%.

 

 


 

 

repubblica 2 gen 2011

La Fiat dopo lo spin off
Ecco come sarà in Piemonte

Domani il Lingotto si divide in due società: uno da 18 mila dipendenti (l'auto), l'altro da seimila (l'industrial)

Mentre Mirafiori aspetta il referendum delle tute blu, la Fiat si divide e sotto la Mole, culla del Lingotto, si formeranno due gruppi, uno da 18 mila dipendenti, l'Auto, e l' altro da 6 mila persone, l'Industrial, con il perno nell' ex stabilimento Iveco di lungo Stura Lazio. Il centro di Fiat Auto è Mirafiori, anche il futuro rimane sospeso: all' interno del perimetro lavorano 14 mila persone. Rimane il più grande sito italiano e anche la parte delle ex-Meccaniche, ora sotto Fiat Power Train, finirà sotto l' ala Fiat Auto. Nei confini delle quattro ruote ricadranno anche Comau, i due stabilimenti di Grugliasco e Beinasco, e tutta la parte Magneti Marelli, tra Venaria e Rivalta oltre alle ex fabbriche Ergom. Contenitore che avrà dentro pure lo stabilimento ex Bertone, e i suoi 1.100 operai, la ex Itca di Grugliasco, e le partecipazioni editoriali, unico pezzo che non ha affinità con il resto. Dall' altra parte, in Fiat Industrial, finisce lo stabilimento ex Iveco di lungo Stura Lazio, dove sono impegnate cinquemila persone, la maggior parte in Fiat Power Train per produrre cambi e motori per i veicoli pesanti: questa parte della società finirà nel nuovo gruppo nato dalla divisione dall'auto. Anche la Cnh di San Mauro, dove sono impegnate 600 persone, entra nell' Industrial. 

(02 gennaio 2011repubblica.it

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  • Due Fiat da collocare a un prezzo complessivamente più alto in Borsa, una Fiom da mettere fuori a un prezzo conflittuale più basso possibile. Il progetto di Sergio Marchionne va avanti, con non pochi palettti su cui gli investitori è presumibile stiano ragionando: 1) Il 3 gennaio inizia un nuovo decennio borsistico per Fiat. Ma chi avesse investito in azioni del Lingotto dal 2000 a oggi, avrebbe perduto il 30% ogni anno (stima Sole 24 ore). Giusto per la cronaca e giusto per capire perché alla vigilia c’è incertezza sui nuovi prezzi. 2) Nel 2010, la borsa di Milano ha premiato il titolo Fiat con un aumento del 50%, secondo in Europa soltanto a quello del gruppo Bmw (+86%), grazie al balletto di voci sullo scorporo che hanno eccitato Piazzaffari fino all’annuncio ufficiale del 21 aprile scorso. Ma sempre per la cronaca, è stata una crescita appunto di Borsa e nulla più: i margini di Fiat Auto sono stati dell’1,8% contro l’oltre 7% del fenomeno Bmw. E  quasi tutti provenienti dal Brasile, dove Fiat viaggia intorno al 10%. Quel mercato è in crescita, con un tasso di 113 automobili ogni 1000 abitanti, ma in Italia è di 609 e nei paesi dell’Unione europea di 470. Dunque, o la domanda brasiliana fa Bing Bang o nulla cambia a breve. 3) I margini veri restano dentro Fiat Industrial, cioè Cnh e Iveco, con previsioni a due cifre di Marchionne entro il 2013. Ma l’altra Fiat, quella con l’auto, ha dentro la Ferrari, che da sola vale più della metà dell’impresa. Sul destino azionario della Rossa la partita è dura. L’anno scorso, Luca Cordero di Montezemolo ‘avrebbe voluto la Ferrari  in Industrial, ha perso e a seguire ha perso la presidenza Fiat. Ora qualcuno gli ha letto recentemente in viso (e qualcun altro lo legge nelle mani libere che ormai agita Marchionne) che il prossimo marzo non sarà riconfermato alla presidenza di Maranello. Nonostante un atteso ottimo bilancio 2010, o nessuna pausa da accorciare. Ferrari a parte, la nuova Fiat Auto, infine, vale quanto un cubo di Rubik: è smontabile per fusioni o cessioni (Alfa Romeo), molto complessa per risolverla una volta per tutte.

di fpaterno- il manifesto.it
pubblicato il 2 gennaio 2011

Il Lingotto La svolta Intervista «L' accordo è negativo e i lavoratori dovrebbero bocciarlo, il modello Torino toglie il contratto nazionale»

 


«Fiom accetti il referendum di Mirafiori se vince il sì dobbiamo rispettare il voto»

Intervista a  Susanna Camusso

L' accordo è un fatto positivo ma avrà bisogno dell' apporto responsabile di tutti Monsignor Cesare Nosiglia, vescovo di Torino Landini traccia scenari apocalittici, ma di fatto la Fiom sta uscendo delle relazioni industriali Rocco Palombella, Uilm Il leader Cgil: «Siamo stati sconfitti, necessario rientrare» Cremaschi e Landini sbagliano. Marchionne non è fascista, gli operai non sono schiavi Il ministro Sacconi è stato complice dell' impresa anziché arbitro della trattativa Non abbiamo bisogno di frenesie scissioniste Bene Napolitano: ai giovani non si può offrire soltanto precarietà.

ROMA - I lavoratori di Mirafiori, tra un paio di settimane, dovranno votare in un referendum sull' accordo con la Fiat per il rilancio dello stabilimento, che la Fiom-Cgil non ha firmato. Che cosa dice loro il segretario generale della Cgil? «Che sono consapevole che hanno di fronte una scelta difficile, perché il referendum è stato presentato in definitiva come una scelta per il posto di lavoro - risponde Susanna Camusso -. Ma, pur rispettando questo travaglio, credo che sia giusto ribadire che l' accordo è sbagliato e che si possa quindi votare no».

Farete campagna in questo senso? «I delegati della Fiom la stanno già facendo. Spiegando che, per esempio, l' accordo tocca materie indisponibili, come il diritto di sciopero o l' esclusione dalla fabbrica di un sindacato, la Fiom». Se lei è per impegnarsi nel voto, di conseguenza è pronta anche ad accettarne il risultato. «L' ho già detto, anche alla Fiom. Se si è teorizzato che il referendum è sempre lo strumento di accertamento della volontà dei lavoratori, allora bisognerà prendere atto del risultato anche questa volta, facendo però delle scelte».

Che significa in caso di vittoria del sì? «Che si può accettare il risultato per quanto riguarda tutte le materie contrattuali dell' accordo, ma non per quelle che sono appunto indisponibili».

E come si fa? La Fiom dovrebbe dire: riconosco il risultato, ma con riserva? Solo per le parti che mi stanno bene e non per le altre? Un po' complicato.

 «La soluzione tecnica si vedrà al momento opportuno, anche perché il vero elemento di complicazione lo hanno introdotto i firmatari dell' accordo con una clausola senza precedenti, scritta nella prima pagina dell' intesa».

Quale? «Quella che dice che un sindacato che vuole aderire successivamente all' intesa può farlo solo se tutti gli altri firmatari, azienda e organizzazioni sindacali, sono d' accordo». Insomma ci vuole il consenso unanime per rendere possibile il rientro della Fiom in fabbrica? «Esatto. E se questa sia una clausola rispettosa degli altri sindacati, di quelli che dissentono, mi piacerebbe tanto chiederlo innanzitutto alla Fiat»

Perché non telefona all' amministratore delegato, Sergio Marchionne? «A parte che questo si può sempre fare, continuo a chiedermi che concetto di democrazia ci sia dietro le decisioni di escludere un sindacato rappresentativo come la Fiom e di non permettere più ai lavoratori di eleggere i loro delegati, che invece verranno designati dall' alto dai sindacati firmatari dell' accordo. Insomma, bisognerebbe parlare non degli errori della Fiom, ma delle scelte della Fiat e di un ministro del Lavoro, Sacconi, complice dell' impresa, anziché arbitro».

Non crede che il modello Marchionne, centrato sul contratto aziendale che prende il posto di quello di categoria, rappresenti la soluzione migliore per la produttività e i salari? «No, rappresenta una privazione rispetto agli attuali due livelli di contrattazione, nazionale e integrativo. E non va bene per un sistema produttivo frammentato e articolato come il nostro, dove le grandi imprese sono appena 1.800».

Per la Fiom, Giorgio Cremaschi, ha dato del «fascista» a Marchionne e il segretario, Maurizio Landini, ha parlato di «operai schiavi». È d' accordo? «No. Bisogna sempre usare le parole giuste. Io che sono molto preoccupata della vera schiavitù del lavoro, quella che abbiamo visto a Rosarno, non uso questo termine per la Fiat. Così come, se definisco illiberali le norme che tengono fuori dall' azienda la Fiom, non accuso di fascismo Marchionne. La Fiom a volte esagera nell' interpretare se stessa come avanguardia. E invece non dobbiamo mai dimenticare che siamo prima di tutto un sindacato e che quindi non possiamo esorcizzare le paure dei lavoratori semplicemente lanciando la palla più avanti. Dobbiamo invece trovare delle soluzioni per restare vicini a questi stessi lavoratori e fornire delle risposte concrete ai loro problemi».

Ecco perché lei auspica il rientro della Fiom in Fiat attraverso una presa d' atto di quello che sarà il risultato del referendum? «Continuo a pensare che sia preferibile restare dentro la fabbrica e, a partire dalle proprie posizioni, provare a cambiare le cose piuttosto che subire un disegno di esclusione ai danni della Fiom».

Che invece ha già deciso, con una mozione approvata dal Comitato centrale, una linea completamente diversa: cioè che il referendum è illegittimo e che quindi non ne riconoscerà il risultato.

Le sue sono allora parole al vento? «Nella Fiom c' è una discussione aperta. Il tema è come uscire da questa situazione: alla Fiat c' è stata una sconfitta e si impone una riflessione anche su cosa debba fare il sindacato. Io propongo una strada diversa da quella che per ora ha scelto la maggioranza della Fiom e mi auguro che alla fine cambino idea».

La sua è poco più che una speranza. Ma perché, si chiedono in molti, la Cgil non ha il coraggio di andare fino in fondo con i ribelli della Fiom? Visto che da tanti anni sono su una linea diversa, più vicina a quella dei Cobas, una scissione non farebbe chiarezza, lasciando la Cgil libera dal pesante condizionamento di Cremaschi e compagni? «No, non è questo il tema. Non è vero che con la Fiom ci sia un dissenso radicale di linea. E, restando alla vicenda Fiat, sul giudizio negativo dell' intesa siamo d' accordo.

La Cgil poi è sempre stata un' organizzazione plurale e per nessuno sarebbe un successo se la dialettica interna si traducesse nell' uscita di una parte dall' organizzazione. Non abbiamo certo bisogno di essere presi dalla frenesia scissionista che tanti guai ha causato alla sinistra politica».

Lo storico Giuseppe Berta, in un articolo sul Sole 24ore, ha ricordato che nel ' 98 la Cgil, per normalizzare la Fiom, mandò alla sua guida un riformista come Fausto Vigevani. «Era una situazione completamente diversa e oggi il problema non è il gruppo dirigente della Fiom, ma trovare una risposta per non lasciare soli gli iscritti e i delegati del nostro sindacato e i lavoratori che simpatizzano con noi».

Teme che il modello Marchionne si estenda lasciando fuori la Fiom da molte fabbriche? «Spero che, nonostante tanti anni di berlusconismo, i termini rappresentanza e democrazia conservino un significato anche per i nostri interlocutori». Con i quali era partita una trattiva sul «Patto per la crescita» di cui si sono perse le tracce. «Abbiamo raggiunto delle prime intese ma adesso, dopo quello che è successo con la Fiat, è evidente che per noi è un po' complicato fare un confronto con qualcuno che pensa che la Cgil debba sparire. Vogliamo insomma capire di questo disegno che cosa ne pensano Confindustria e Cisl e Uil. Ho apprezzato il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, quando ha detto che a lui non piacevano alcuni contenuti dell' accordo con Marchionne, ma che è stato costretto a firmare. Apprezzo, ma vorrei chiedergli se non poteva almeno evitare che si cancellasse il diritto dei lavoratori di eleggere i loro delegati sindacali. È evidente che adesso la priorità è diventata quella delle regole sulla rappresentanza».

Lei ha proposto di aprire su questo un tavolo. Cisl e Uil, però, le rimproverano di aver rimesso in discussione l' intesa che avevate trovato nel 2008, perché ora lei vorrebbe una maggioranza qualificata, anziché del 51%, per accettare accordi e contratti validi per tutti. Così, però, si consegnerebbe il diritto di veto alla Fiom. «Nel 2008 la piattaforma comune era frutto di una stagione di unità nella quale nessuno immaginava accordi separati. Oggi credo che fermarsi al 51% significherebbe per i sindacati sancire in molti casi la divisione tra i lavoratori. Meglio allora, in questi casi, fare una verifica tra gli stessi lavoratori prima di firmare un accordo. Cosa che non sarebbe necessaria, invece, in caso di maggioranze più ampie tra le organizzazioni. Capisco che la mia proposta sia stata interpretata come una mossa pro-Fiom, ma vorrei osservare che in molte situazioni al 51% arriverebbe da sola la Cgil e dunque la mia idea muove da un' altra preoccupazione: allargare il consenso attorno a decisioni che riguardano tutti i lavoratori».

Lei ha apprezzato il discorso del presidente della Repubblica centrato sui giovani. Molti però si interrogano sulla reale consistenza e durata del movimento giovanile, pure sostenuto dalla Cgil. «Se il movimento reggerà, in assenza della politica, è difficile dirlo.

Ma il tema vero è un altro: possiamo permetterci un Paese dove due generazioni pensano ormai di non avere un futuro? O alle quali si continua a dire "fate i lavoretti"? Quelli li facevamo anche noi, che però avevamo una prospettiva. Ecco perché la Cgil continuerà ad avere tra le sue priorità la richiesta di un Piano per il lavoro che metta l' occupazione al centro della politica. Perché l' unico futuro possibile non resti quello del passaggio da una precarietà all' altra».

Enrico Marro

Altri articoli **** La Confindustria e la Cgil I protagonisti Emma Marcegaglia, presidente degli industriali Susanna Camusso con Emma Marcegaglia. «La Confindustria che ne pensa del disegno di escludere la Cgil?», si chiede il segretario della Confederazione **** La Fiom e il negoziato con il Lingotto Maurizio Landini, segretario dei metalmeccanici Per il leader Cgil, il segretario Fiom Maurizio Landini dovrebbe tener conto della sconfitta: «Se ha teorizzato che il referendum è sempre lo strumento di accertamento della volontà dei lavoratori, vale anche questa volta».

**** La firma della Cisl e la clausola Il segretario generale Cisl, Raffaele Bonanni A Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl, Camusso chiede: «Perché non ha evitato almeno la soppressione del diritto dei lavoratori di eleggere i propri rappresentanti in fabbrica?».

Marro Enrico

Pagina 13
(2 gennaio 2011) - Corriere della Sera

 

 


Quell'eversivo di Sergio Marchionne

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 02/01/2011

Nicola Mancino, ex vice-presidente del Csm, sulla vicenda Fiat indica il pronunciamento della Corte costituzionale

«La preclusione unilaterale di non ammettere a far parte di organismi rappresentativi dei dipendenti i rappresentanti delle organizzazioni sindacali che non hanno firmato l'accordo non è legittima». A parlare così della spinosa vicenda della Fiat, ovvero i due accordi separati a Pomigliano e a Mirafiori, è Nicola Mancino, ex vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura. Un linguaggio giuridico che non nasconde la sostanza del problema: la Fiat ha assunto un comportamento antisindacale nei confronti della Fiom e incostituzionale verso i lavoratori. Il castello di carte costruito dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, con la complicità di Fim, Uilm, Ugl e Fiscmic, potrebbe cadere proprio in forza dei codici di legge. L'"antisindacalità" è punita con l'articolo 28 della legge 300 del '70 (Statuto dei lavoratori). Per svariati anni senatore, Mancino ha usato parole molto chiare e, in qualche modo, indicato una delle tante "pieghe" che assumerà lo scontro tra la Fiat e la Fiom, quella legale. «Spiace aprire un conflitto - conclude - ma è inevitabile che su un diritto irrinunciabile sancito dallo Statuto dei lavoratori si pronunci un organo terzo di natura costituzionale».
All'ultimo Comitato centrale della Fiom, l'ipotesi di battere a tappeto la via legale era uscita dalle parole dello stesso leader della Fiom Maurizio Landini. «Abbiamo in programma un incontro con la Consulta giuridica della Cgil», aveva detto Landini.
Alla Consulta possono ricorrere solo i giudici, ma è chiaro che accendendo il ricorso in tribunale (una delle basi potrebbe essere l'antisindacalità).
«Un giudizio molto importante che viene da una fonte insospettabile di simpatie con la Fiom - commenta a caldo il presidente del Comitato centrale della Fiom Giorgio Cremaschi -. Sicuramente le cause si faranno. La Fiat ha scelto di esporsi».
«Dubbi molto seri» e «forti perplessità» sulla legittimità di alcuni punti specifici del piano Fiat erano giù stati espressi da due noti costituzionalisti all'indomani della firma dell'accordo a Pomigliano d'Arco (www.blitzquotidiano.it).
Massimo Luciani, docente di diritto costituzionale all'Università di Roma La Sapienza, e Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Consulta, avevano ravvisato la lesione di un diritto tutelato dalla Costituzione innanzitutto nella punibilità del lavoratore che proclama sciopero se l'azienda ha comandato lo straordinario per esigenze di avviamento, recuperi produttivi e punte di mercato.
«Il diritto allo sciopero non è derogabile: la Costituzione lo prevede per assicurare la tutela alla parte più debole nel rapporto di lavoro. E' un diritto che non è nella disponibilità di colui che ne è titolare e dunque - sottolinea Luciani - non può far parte di una pattuizione. Su questo punto ci sono dubbi molto seri di costituzionalità, seppure nel mondo del diritto la certezza non si ha se non in presenza della pronuncia di un giudice».
A nutrire perplessità sullo stesso punto è anche l'ex presidente della Corte Costituzionale: «Così facendo si fa dipendere da un contratto aziendale la limitazione di un diritto sancito dall'art. 40 della Costituzione - dice Capotosti -. E' vero che per i pubblici servizi esistono limitazioni al diritto di sciopero (ad esempio per fasce orarie), ma queste avvengono in forza di una legge ‘ad hoc' e non sulla base di un contratto aziendale. Per giunta, sul piano dell'efficacia va valutato che il diritto allo sciopero economico viene posto in discussione limitatamente ad un'azienda e solo per l'area di Pomigliano. I dubbi dal punto vista costituzionale sono forti».
«Ancorché il contratto aziendale sia stato sottoscritto dalle altre sigle sindacali - spiega Luciani - la clausola sullo sciopero è da intendersi come nulla, perché si è in presenza di un diritto riconosciuto dalla Costituzione».
Capotosti aggiunge: «Se non firmato, l'accordo resterebbe inefficace nei confronti dei lavoratori Fiom. Secondo la giurisprudenza, infatti, questo è un contratto peggiorativo (in pejus, ndr) rispetto al precedente e dunque non è opponibile».
Per il professor Giovanni Alleva non è solo l'articolo 28 dello Statuto dei lavoratori ad essere violato, ma anche il 14 e il 15, che vietano la discriminazione dei singoli lavoratori. Discriminazione che scatterebbe al momento della riassunzione nella "newco" dei soli "non iscritti" o "non appartenenti" alla Fiom. C'è un ultimo punto, poi, che riguarda il profilo del contratto nazionale, messo sempre in evidenza da Alleva: la mancata applicazione del contratto nazionale potrebbe precludere alla Fiat la fruzioni di sgravi fiscali e contributivi. Ma qui il discorso si fa inevitabilmente politico.

Solo la FIOM sa fare la cosa giusta?

di Dino Greco

su Liberazione del 02/01/2011

 

Dà un po' di voltastomaco ascoltare con quanto disinvolto cinismo ineffabili commentatori, per lo più professionisti della politica, del giornalismo e non, i quali dispongono di un posto fisso, sicuro e non insalubre, gratificante e ottimamente retribuito, ruggiscano contro i lavoratori della Fiat, intimando loro di accettare senza tante storie le condizioni dettate da Marchionne. Costoro pontificano e sproloquiano senza posa su ciò che palesemente non conoscono, né sono interessati a conoscere. Mi riferisco alla realtà del lavoro seriale, alla catena di montaggio. Che tale è in ogni senso. Lì si assemblano pezzi, secondo la metrica ed i ritmi imposti dall'azienda: operazioni che durano una manciata di secondi per ripetersi infinite volte, gesti sempre uguali a se stessi, usuranti e alienanti insieme; lì si sta come cani al guinzaglio. E lì si contraggono malattie e stress psicofisico oggi accentuati dai turni prolungati e dal taglio delle pause, la vita trasformata in una funzione della fabbrica, la persona ridotta ad un'appendice, ad una protesi della macchina.
La pura riproduzione della forza-lavoro: ecco, in termini brutali ma veritieri, cosa significa, nella sua essenza il modello che incarna il mito della modernità. Tutto ciò in cambio di un salario ridicolo e - per sovrapprezzo - della privazione del diritto di esprimere un punto di vista, di difendersi, di organizzarsi in un sindacato che rappresenti davvero i lavoratori e che unendo gli uni agli altri trasformi in forza la debolezza, così da attenuare l'enorme sproporzione delle due parti. Sproporzione che fa dell'operaio isolato una vittima sacrificale. E tuttavia, firmano, firmano tutto e comunque, senza batter ciglio, la Cisl e la Uil, ormai in gara avvincente col sindacato "giallo" per antonomasia, il Fismic, nel prostrarsi ai piedi dell'azienda, nella speranza che i servigi resi possano essere ripagati dal padrone, nell'attesa servile che egli li munifichi gettando nel loro recinto qualche osso da rosicchiare.
Si illudono anch'essi, perché la Fiat li userà fino a quando riterrà il loro "lavoro" utile, ma quando quell'apporto risulterà superfluo, non ce ne sarà per nessuno. E allora anche un simulacro sindacale sarà di troppo, potendo l'azienda amministrare direttamente il rapporto con ogni singolo dipendente, senza prendersi il disturbo di foraggiare degli intermediari. E' già accaduto, ma l'ignoranza del passato e l'incultura del presente congiurano nel replicare tragedie già vissute.
Fa ancora qualche effetto e produce un amaro senso di pena, nonostante tutto, vedere ex dirigenti comunisti, cresciuti nella temperie di una grande storia, averne totalmente smarrito memoria e insegnamenti e allinearsi alle tesi violentemente autoritarie di Marchionne, manifestando nei suoi confronti un consenso così acritico da creare qualche imbarazzo perfino in quella parte del mondo imprenditoriale che sa bene come la competizione sugli idolatrati mercati non si vince semplicemente mettendo la mordacchia agli operai. A questo, tuttavia - bisogna che tutti se ne facciano una ragione - è giunta l'involuzione culturale e politica di quella burocrazia di partito (non mi viene un'altra definizione) che dopo la Bolognina, di abiura in abiura, di rimozione in rimozione, di cedimento in cedimento, ha finito per recidere ogni adiacenza col mondo del lavoro per aderire, senza sostanziali riserve, a quella che nel tempo presente si configura come la più ruvida dittatura del capitale.
La Costituzione, al cospetto della realtà squadernata sotto i nostri occhi, sembra il prodotto di marziani, tale è l'estraneità dei fondamenti culturali e politici che ne informano i principi ispiratori, rispetto al conformismo politico che vede la destra, il centro e quell'indefinibile "ircocervo" che è il Pd uniti, senza eccessivi distinguo, nel riplasmare sull'impresa e le sue più unilaterali pretese il bene comune.
Non impressiona di meno, sia detto con tutta la necessaria franchezza, l'atteggiamento della Cgil. Tre giorni fa avevamo titolato la nostra prima pagina con una sorta di auspicio rivolto a Susanna Camusso. Quel «Fai la cosa giusta» alludeva alla speranza che tutta l'organizzazione si stringesse attorno alla Fiom, cogliendo sino in fondo portata e conseguenze dell'offensiva scatenata dalla Fiat contro tutto il mondo del lavoro. Così non è stato. Di più e di peggio: la segretaria della Cgil ha ritenuto che «la cosa giusta» fosse invitare Maurizio Landini ad accettare il referendum sul diktat del padrone e a piegarsi ad un eventuale esito di esso favorevole all'azienda, quasi ci si trovasse di fronte ad un accordo, cioè ad un compromesso liberamente scelto, e non già ad un ricatto, pesantemente lesivo di quelli che sino a ieri erano ritenuti, persino dalla legge, diritti indisponibili.
Ora la Fiom si appresta a fronteggiare da sola un impatto durissimo. Non c'è in questa scelta coraggiosa alcuna «oltranzista rigidità», non c'è traccia alcuna di una rinuncia «aventiniana», come invece mostra di credere Roberto Mania, che sulle colonne de la Repubblica criticava un presunto arroccamento settario dei metalmeccanici della Cgil. C'è, semmai, la lucida consapevolezza che una volta abbattuto quell'argine, fra i padroni galopperebbe la convinzione che tutto sarà loro concesso. A maggior ragione se anche la Fiom vi apponesse, sia pure obtorto collo, il proprio sigillo, equivalente ad una dichiarazione di disarmo e di resa. Allora la regressione diventerebbe inarrestabile e vivremmo forme estreme di barbarie sociale.
Perciò, se la deriva non viene arrestata, ora, attraverso la lotta più ferma e incisiva, diventerà molto più arduo farlo domani, perché a quel punto, introiettata la sconfitta senza lottare, soccombere alla legge della prepotenza apparirà come il solo atto ragionevole, suggerito dall'istinto di sopravvivenza. Sottoscrivere atti di umiliazione e di autolesionismo: ecco quello che mai e poi mai un sindacato degno di tal nome dovrebbe in alcun caso permettersi. La Fiom questo lo sa. E fa bene a non disperdere un così grande patrimonio di esperienza, di sapienza politica, di moralità. Sappiano, anche i lavoratori e le lavoratrici, le sindacaliste e i sindacalisti che combattono su una trincea così esposta, che molte persone, giovani e meno giovani, guardano con speranza a questa battaglia di democrazia e che ad essa sono disposte ad unirsi. Sappiano pure che noi siamo e saremo con loro. Sempre e sino in fondo.

 

 


 

 

manifesto 2 gen 2011

Scrivi Fiat, leggi Toyota
«Partecipazione gerarchica» e «flessibilità rigida», gli ossimori di Marchionne per governare l'impresa
Mario Sai

«Nostra patria è il mondo intero»: è in buona sostanza quello che Sergio Marchionne ha buttato in faccia ad un'attonita Emma Marcegaglia. Alla telefonata natalizia di Raffaele Bonanni, che in nome del comune pragmatismo abruzzese gli chiederà di stare dentro l'accordo confederale separato, è probabile che risponda «E' la globalizzazione, bellezza!».
Se la sfida è questa, l'unico modo serio per raccoglierla è quello del segretario generale Fiom: un contratto per l'industria che abbia un orizzonte europeo e una rinnovata capacità di contrattare l'organizzazione del lavoro.
Nelle imprese ristrutturare e vincenti sono in atto grandi cambiamenti: meno gerarchia, più motivazione; meno mansioni, più «ruoli», cioè più responsabilità, capacità di risolvere problemi, di intervenire in contesti mutevoli. Si teorizza che la fiducia sia la condizione che porta alla produttività, che orienta i lavoratori alla innovazione e alla cooperazione.
Ma come si governa questo processo? La via europea, a partire dagli anni '70 nella Svezia della co-determinazione, è stata caratterizzata dalla contrattazione d'anticipo. Nell'ambito di linee guida pubbliche e di accordi tra imprese e sindacato, i lavoratori hanno potuto partecipare in modo consapevole e critico alla progettazione organizzativa del loro lavoro.
Su questa base si sono sviluppati accordi nei principali Paesi del centro-nord Europa. Il Libro Verde della Commissione Europea «Partenariato per le nuove forme di organizzazione del lavoro» (1997) ha ribadito l'efficacia di questo modello fondato sulla contrattazione d'anticipo.
Il sondaggio sull'impresa europea 2009 - realizzato tra dirigenti d'azienda e rappresentanti dei lavoratori da Eurofound - segnala che in più del 22% delle imprese è attiva un'organizzazione del lavoro a squadre autonome nell'ambito del sistema di impresa flessibile con risultati positivi in materia di qualità del lavoro e produttività. Nel 60% delle aziende c'è una rappresentanza sindacale il cui ruolo, rispetto all'organizzazione del lavoro, va dall'informazione a forme più pregnanti di consultazione e negoziato, in materia di cambiamenti nell'organizzazione del lavoro e della produzione.
Se si esce dall'area scandinava, dei Paesi Bassi e della Germania cresce, invece, la percentuale di «manager» che ritiene la partecipazione dei sindacati una perdita di tempo e preferisce la consultazione diretta con i lavoratori.
È qui che cresce l'adesione al Wcm (il metodo Toyota in salsa occidentale) per cui spetta all'alta direzione motivare i lavorati, informandoli e ascoltandoli direttamente, senza la mediazione sindacale. La governabilità dell'impresa si fonda su due ossimori: «partecipazione in via gerarchica» e «flessibilità rigida»: solo imponendo semplicità, disciplina, standardizzazione, ripetitività, si può sviluppare la capacità di accogliere e gestire la variabilità crescente della domanda, e dotare l'impresa di quella flessibilità che è sempre più funzionale per la sopravvivenza nell'arena competitiva internazionale.
Solo dopo di questa riconquistata «governabilità» della forza lavoro, si potrà puntare sullo sviluppo del lavoro di squadra a tutti i livelli, nella produzione come nelle relazioni sindacali. A tredici anni dal Libro Verde, ora la Commissione Europea ha varato un progetto («Challenge Towards World Class Manufacturing») per consentire ai manager europei di visitare le aziende giapponesi più avanza e studiare l'effettivo funzionamento del Wcm.
La priorità assegnata da Sergio Marchionne alla governabilità della fabbrica non è una tattica contrattuale (strappare migliori condizioni), ma una scelta di strategia. Conta quanto i nuovi modelli o l'allocazione degli investimenti.
Già negli anni Novanta la Nissan per subentrare all'Alfa di Arese proponeva un'organizzazione del lavoro incompatibile con il contratto di categoria sia per l'inquadramento professionale sia per le retribuzioni (decise in un rapporto diretto tra imprese e lavoratori, seppur con l'assistenza di un «sindacalista di fiducia»), sia per i tempi e i metodi di lavoro (smantellando quella che era stata una delle prime esperienze di lavoro a squadre).
Allora i sindacati insieme dissero no, perché era ancora chiaro che alla base di ogni proposta di ristrutturazione produttiva è necessario mettere un proprio modello di organizzazione del lavoro, costruendolo a partire dalla concreta esperienza dei lavoratori. Oggi l'impresa globale chiede la trasformazione del sindacato in organizzazione aziendale, garante della produttività del sistema. Il professor Ichino lo ha ben chiaro: il futuro saranno tanti contratti aziendali e un contratto nazionale minimo come garanzia di ultima istanza per chi non avrà nemmeno questo.
Questo è il punto: Cisl, Uil e anche Confindustria non si facciano illusioni.

 

 

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Padroni che sbagliano
Alessandro Robecchi

Vorrei sapere esattamente, possibilmente con dovizia di particolari, articoli, commi, disposizioni transitorie e norme certe, cosa si rischia a schierarsi con gli operai metalmeccanici della Fiom e non con don Marchionne Santo Subito. Confesso che battersi contro un pensiero unico che va da D'Alema a Sacconi, da Fassino a Bonanni, da Chiamparino alla destra confindustriale, passando magari per Feltri e Belpietro, Angeletti, il Corsera, Pietro Ichino e altri plaudenti mette un po' i brividi. Al fronte per la beatificazione di Marchionne mancano solo Landrù e la buonanima di Cossiga, in compenso qualcuno ha scongelato Giampaolo Pansa che alla Fiom dedica pensierini degni degli anni di piombo. Quella del consenso obbligatorio pare un po' la cifra con cui si apre questo 2011, e non è una novità. Non è una novità nemmeno il testacoda delle parole, per cui è «progressista» chi teorizza un garrulo ritorno agli anni Cinquanta e invece «conservatore» chi vuole mantenere un diritto di rappresentanza tra i lavoratori. «Pomigliano, da gennaio 4.600 assunzioni», titolava l'altro giorno il Corriere. Perbacco che ripresa! Solo che poi, leggendo il pezzo, si scopre che quei 4.600 sono cassintegrati Fiat che verrebbero riassunti (non assunti) a condizioni più gravose (no iscritti Fiom e perditempo). La formuletta «se ci stai bene, se non ci stai sei un terrorista premoderno e scriteriato» è antica e polverosa, ma funziona sempre. Per sentirci in compagnia non c'è che aspettare domani, quando a votare per la beatificazione di Marchionne saranno gli azionisti, chiamati a scommettere moneta sonante sul nuovo titolo Fiat Auto scorporato dal resto del Gruppo. Chissà, potrebbe essere che al miracolo di Marchionne non crederanno nemmeno loro, investitori e speculatori. Sarà difficile accusarli di nostalgie da anni Settanta, ma non disperiamo, anzi, suggeriamo ai marchionisti di stretta ordinanza un'elegante via d'uscita dialettica: padroni che sbagliano. Modernissimo, eh!

LETTERE - il manifesto
30/12/2010
  • UNA CITAZIONE A SPROPOSITO DI SUSANNA CAMUSSO da Pietro Ancona
    Per suffragare con una autorità moralmente indiscussa il suo attacco alla Fiom la signora Camusso cita Giuseppe Di Vittorio che avrebbe affermato: Quando c'è una sconfitta non possono non essere stati commessi degli errori. Nessuna grande sconfitta è figlia solo della controparte."
    Non credo che Giuseppe Di Vittorio abbia mai fatto simile affermazione ed in ogni caso bisogna leggerla nel contesto in cui è stata scritta. Ma ammesso che Di Vittorio l'abbia mai pronunziata non è detto che sia vera e che sia giusta. La sconfitta può essere il portato di una serie infinita di variabili e metto tra queste l'isolamento della Fiom dovuto ad un atteggiamento anormale della sua stessa Confederazione ed al passaggio di quello che dovrebbe essere il partito di opposizione parlamentare dalla difesa operaia  alla destra al campo della Confindustria e di Marchionne in particolare. Purtroppo il PD è erede del PCI che fu autonomo dalla Fiat fino a Berlinguer. Se oggi la Fiom è sola a fronteggiare l'attacco della tigre confindustriale fiancheggiata da numerosi sciacalli che sperano di spolpare qualcosa della sua carcassa certo questo non è addebitabile a suoi errori quanto alla sua coerenza e fedeltà agli interessi non solo dei metalmeccanici ma di tutti i lavoratori italiani.
     Forse la signora Camusso non sa o finge di non sapere che la CGIL non è nuova a processi degenerativi che dal riformismo padano l'hanno condotta all'apostasia degli ideali fondativi che l'hanno animata. A causa di uno di questi processi Giuseppe Di Vittorio uscì dalla CGIL per fondare una nuova organizzazione sindacale l'USI su posizioni di autentica difesa dei lavoratori italiani.  Di Vittorio era riformista e rivoluzionario. Difese con le armi la Camera del Lavoro di Bari assediata dai fascisti. Il suo riformismo era liberazione dei lavoratori dalle catene dello sfruttamento con ferma e costante gradualità senza mai cedere sui contenuti essenziali della libertà e della dignità. La stessa cosa non si può dire del "riformismo" della Camusso e del PD che è proteso alla cancellazione di tutte le conquiste realizzate nel corso del novecento.
     Ieri la CGIL si è collocata apparentemente in una posizione terza tra la Fiom e la Fiat. Ha attaccato come autoritario Marchionne ma ha addebitato alla Fiom la fattura della sconfitta subita prima a Pomigliano e poi a Mirafiori e non dubito che ne esigerà il pagamento nelle prossime settimane.  In effetti mi aspetto una sorta di pogrom del gruppo dirigente "ribelle"
    della Fiom mentre andrà avanti la realizzazione di una parte importante del Piano Rinascita di Gelli e dei piani concordati a Bildelberg di spoliazione dei lavoratori di ogni loro diritto
    fino a cambiare il giuslavorismo da garante di diritti a summa di obblighi imposti ai prestatori d'opera.
     Non si farà lo sciopero generale chiesto dalla Fiom anche se Sacconi indica il carattere generale valevole per tutta l'industria italiana degli accordi fatti a Torino. Lo sciopero generale non si farà perchè ci sono patti parasociali al patto sociale stipulato a partire dagli incontri Marcegaglia- Epifani di Genova che lo vietano. Infatti la Camusso ha programmato una serie di ridicole e grottesche marcette per il lavoro di carattere territoriale per dare sfogo  a quanti chiedono che si faccia qualcosa contro la crisi e contro l'attacco ai diritti.
     Ha ragione Cremaschi a paragonare quanto sta succedendo in Fiat agli eventi del 1925 che cancellarono il sindacato in fabbrica a vantaggio del corporativismo padronale sostenuto da Mussolini. Ma c'è di più e di peggio. C'è la truffa della newco e cioè della Fiat che cambia pelle come un serpente e si sostituisce a se stessa con altro nome per sfuggire agli obblighi
    assunti appunto come Fiat. Trattasi di un fumus, di una truffa realizzata sotto gli occhi di tutti con la complicità del mondo politico e confindustriale che ne ricava un esempio per fare altrettanto quando gli farà comodo. Ed anche della truffa del contratto aziendale, una invenzione da legulei per danneggiare i lavoratori ed imporre loro, nella continuità vera della impresa con denominazione diversa e con contratto diverso, condizioni financo anticostituzionali e del tutto illegali. La CGIL avrebbe potuto impugnare legalmente questa
    truffa che non bisogna essere dimostrata perchè è palese al pubblico. Se fosse ancora un Sindacato dei lavoratori avrebbe  dovuto non riconoscere le newco della fiat come entità
    legittime. Ma nè la CGIL nè il PD si sognano di fare qualcosa del genere dal momento che sono inglobati sia pure con qualche apparente maldipancia nel gruppo che sta cambiando radicalmente la costituzione materiale ed il diritto del lavoro a vantaggio della imprenditoria che si è dato un programma che sta realizzando a tappe forzate dalla legge Biagi al collegato lavoro allo scippo pensionistico alla riforma della contrattazione.
     Perchè la CGIL fa tutto questo? Perchè ormai non è più se stessa. Ora è una holding, una conglomerata di partecipazioni societarie a centinaia e centinaia di enti bilaterali che gestiscono un badget di miliardi di euro e dispongono di migliaia di dipendenti molti dei quali ingaggiati con la legge Biagi. Gli interessi della CGIL sono oramai simili ed omologati a quelli della Confindustria e sono entrati in conflitto con quelli dei lavoratori.
     La dottrina dietro la quale si nasconde questa tumorale degenerazione è quella della sussidarietà che per prosperare ha bisogno di crisi sempre più acute del welfare. Ecco quindi che il conflitto si estende financo allo Stato sociale.
     Questa è la grande patologia italiana: Sindacati che sono compromessi con il padronato con legami assai forti in centinaia e centinaia di enti bilaterali ed un Parlamento fatto tutto di partiti favorevoli o strumenti della Confindustria. Nel mondo, ad eccezione degli USA, non è così: i sindacati stanno dalla parte dei lavoratori ed in Parlamento c'è quasi dappertutto un partito socialista o socialdemocratico o comunista che non tiene il sacco alla destra al potere.
    Pietro Ancona
    http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

     

 


31 dic 2010

pdf un documento di operaicontro: fabbrica Italia produce schiavi


manifesto 30