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rassegna ARTICOLI E COMUNICATI - MIRAFIORI
gli articoli seguenti sono ordinati per data ascendente
locandina alpcub 1-5 febbraio 2011

Settimana
densa di impegni e iniziative per ALP/Cub.
L'assemblea pubblica,
lo sciopero, la manifestazione a Torino,volantini, striscioni, telefonate,
pullman......
L'assemblea pubblica
da noi sollecitata e voluta, se ha visto una buona partecipazione (il
Teatro del Lavoro era pieno), non è riuscita negli obbiettivi che
pensavamo: partire dalla vicenda Fiat, fare lo sciopero, ma pensare di
vedere un po' più in avanti, per ricostruire, nel nostro territorio, un
rapporto con i lavoratori, i precari, gli studenti; darci uno strumento di
collegamento e informazione.
Pochi gli interventi
di lavoratori, molte adesioni rituali alla Fiom che con un suo funzionario
ci ha spiegato la sua linea, tanto che nel passaggio sulla difesa dello
sciopero, quando ha accennato alla proposta fatta dalla Fiom sul
“raffreddamento del conflitto”, qualche operaio scazzato è uscito...
La manifestazione
l'abbiamo preparata con cura, abbiamo riempito un pullman di operaie,
operai, impiegate, impiegati pubblici e privati, giovani, precari,
pensionati.
A Torino è stato un
problema entrare nel corteo. Il servizio d'ordine della Fiom e della Cgil
non ha voluto la contaminazione di altri soggetti (che pure avevano
scioperato e non erano in permesso sindacale come molti della Cgil..) e ci
hanno gentilmente ordinato di andare in fondo dove era relegato, ”per
accordo”, il sindacato di base.
Alla fine ci siamo
stufati e ci siamo infilati
con i NOTAV...
In piazza, in tutti
gli interventi, non abbiamo sentito, “neanche sottovoce”, che anche altri soggetti avevano partecipato, scioperato,
lottato, oltre alla “Cgil unita..” e alla potente Fiom.
Qualcuno al ritorno ha
chiesto e anche noi ce lo chiediamo:
Perchè fare
tutti questi sforzi,
sacrifici, impegni per “dare una mano” alla Fiom, organizzare
un'assemblea pubblica, tutta organizzata da noi compreso il pagamento del
Teatro, lavorare per lo sciopero, portare il più possibile persone a
Torino, chiedere il permesso di partecipare al corteo, perchè?.
PERCHE',
noi dobbiamo sostenere i lavoratori, precari, immigrati, che lottano per
la loro dignità, che siano della Fiom, della Cub dei Cobas, del Usb,
dell'Usi, di nessun sindacato.
PERCHE' la
dove c'è conflitto per la dignità ALP e
i suoi militanti devono non solo partecipare ma essere i promotori
(se siamo in grado)..
PERCHE'
noi non abbiamo fatto tutto questo per difendere “l'organizzazione Fiom
o Cgil ” che sono sufficientemente potenti e istituzionali per
difendersi da soli a volte
passando sopra i diritti di altri più piccoli (e lo abbiamo toccato con
mano).
PERCHE'
dobbiamo, lottando, ricostruire una coscienza collettiva e la
consapevolezza che il futuro è nelle mani delle lavoratrici,dei
lavoratori e nella solidarietà con gli ultimi, al di la dei grandi
partiti o delle grandi organizzazioni sindacali.
PERCHE'
con la dichiarazione dello sciopero generale della Cub Piemonte, abbiamo
dato a molti la possibilità di partecipare e per alcuni era la prima
volta.
PERCHE'
la lotta a fianco di altri è, con lo studio, la miglior formazione dei
militanti.
PERCHE'
il lavoro senza dignità è servitù.
Per questi motivi
penso che abbiamo fatto bene ad impegnarci e dovremo farlo ancora in
futuro per arginare l'arretramento e pensare qualcosa per i nostri
figli...
Enrico Lanza
Tute blu, orari e contratti
a confronto
Fiat e Chrysler "sognano" la Germania- il
manifesto (31 gennaio 2011)
Tra le differenze che
caratterizzano le tre aziende, un diverso concetto di diritto di sciopero.
Tutti i dati della ricerca realizzata dall'associazione "Lavoro e
welfare" di
PAOLO GRISERI
.
TORINO
- Hans, John e Francesco indossano la tuta blu da trent'anni. Producono
automobili a Wolfsburg, quartier generale della Volkswagen, Detroit, dove
ha sede la Chrysler, e a Mirafiori, cuore del sistema Fiat. Hanno
contratti molto diversi tra loro. Francesco teme di fare la fine di John e
spera di vivere un giorno come Hans. Hans si difende dall'incubo di finire
come gli altri due. John considera Francesco un privilegiato e spera che
perda un po' di salario per poter trasferire in America il denaro
sufficiente a pagargli il dentista nei prossimi anni. Il sugo della
storiella è che Hans, John e Francesco non si incontrano mai e per questo
si fanno la guerra.
Il confronto tra i contratti di Fiat, Chrysler e Volkswagen è stato
promosso dall'associazione "Lavoro e Welfare" presieduta dall'ex
ministro del lavoro, Cesare Damiano. I risultati della ricerca vengono
presentati oggi pomeriggio alle 18 nei locali della sede nazionale del Pd
a Roma. Lo storico Giuseppe Berta ha analizzato il contratto di Detroit,
Piero Pessa ha studiato l'accordo di Mirafiori mentre Francescantonio
Garippo, del consiglio di fabbrica di Wolfsburg, illustra il contratto
Volkswagen.
John ha perso molto con la crisi Chrysler di due anni fa. Ciononostante
John fa più pause di Francesco: in Chrysler ci si ferma 5 minuti ogni ora
lavorata. Questo significa che John si ferma 40 minuti perché lavora 8
ore. Francesco, che ne lavora solo 7,30 (perché ha la mezz'ora di mensa
retribuita) si ferma 30 minuti mentre se fosse a Detroit avrebbe
diritto a 37,5 minuti. Hans si ferma più di tutti:
perché ai 35 minuti di pausa pagata ne aggiunge 20 di pausa non
retribuita. Se vogliamo aggiungere ai 30 minuti di pausa di Francesco la
mezz'ora della mensa, l'italiano si ferma un'ora, il tedesco un'ora e 5
minuti e il povero John è ultimo con 40 minuti. Dagli studi comparativi
dei ricercatori è chiaro che per Francesco l'America è in Germania. Dove
il sindacato è forte. La settimana lavorativa di Hans dipende dalla
produzione: può essere di 25 ore o di 33 (per chi è stato assunto dopo
il 2005, di 35). Il salario è sempre uguale: "Questo - spiega
Garippo - è il motivo per cui le aziende non riducono la produzione in
Germania trasferendola altrove. Perché anche se la produzione scende i
salari vanno pagati lo stesso". Ogni ora di straordinario viene
contrattata con il consiglio di fabbrica. A Mirafiori invece la settimana
lavorativa è di 40 ore ma l'azienda può ordinare 120 ore annue di
straordinario senza trattative.
Un altro punto che divide le tre tute blu è il diritto di sciopero. John
non ce l'ha: fino al 2015 non se ne parla. Francesco può scioperare solo
su materie non regolate dal contratto di lavoro (che è molto
dettagliato). Hans lo sciopero lo può fare se il 75 per cento degli
iscritti al suo sindacato lo approva. A Wolfsburg la Ig metall rappresenta
il 96 per cento dei dipendenti. Ma spesso rappresenta solo la metà dei
lavoratori: così una minoranza può votare lo sciopero. Per 52 giorni
dall'inizio di una vertenza non si potrebbe scioperare. Ma le aziende
tollerano fermate spontanee.
Ovviamente anche sul salario le differenze sono enormi. John porta a casa
1.300 euro ma deve pagarsi la pensione e l'assistenza sanitaria. Francesco
ha una busta paga netta di 1.200 euro ma sta meglio di John perché ha la
mutua e la pensione. Hans guarda tutti dall'alto: con una settimana di
notte e un figlio porta a casa 3.700 euro lordi, 2.500 netti. Un ultimo
particolare: l'azienda di Hans contende a Toyota e Gm la leadership
mondiale.
(31 gennaio 2011)
Fiat, il problema non è il
lavoro ma il mercato
di Bruno Contini
su il manifesto
del 30/01/2011
Nel dibattito sulla Fiat manca
qualsiasi dato che consenta di avere le idee più chiare sul problema.
Sorprende molto che non li richiedano i sindacati (e il governo); un po’
meno che non li fornisca la Fiat di propria sponte. Due anni fa Marchionne
affermava che il peso del costo del lavoro diretto in Fiat non superava il
7% sul valore del prodotto. Sarebbe utile capire se questa affermazione, a
prima vista sorprendente, abbia qualche implicazione per ciò di cui si
sta discutendo. L’elemento decisivo per inquadrare il problema è
l’impatto dei costi fissi, conseguenza diretta dell’utilizzo degli
impianti. Quale che sia il livello di produzione di uno stabilimento (ad
esempio, Mirafiori), i costi diretti per ogni vettura sono sempre quelli.
A titolo puramente esemplificativo - le cifre non le conosco, e le invento
sul momento (augurandomi che Fiat le fornisca): 3.000 di acquisti
dall’esterno (motori, freni, sedili, etc.), e 5 ore di manodopera sulla
linea di montaggio, per un totale di 300 a 60/ora. Totale costi diretti:
3.300/vettura. I costi indiretti sono di due tipi: da un lato
l’ammortamento dell’impianto (costo fisso), dall’altro gli oneri
finanziari, di R&D, di distribuzione (costo quasi fisso). Supponiamo
che l’impianto valga 4 miliardi da ammortizzare in 10 anni, e che gli
altri costi fissi ammontino a 200 milioni /anno se le vetture prodotte
sono 1 milione, poco meno se sono la metà. Lo stabilimento consente di
produrre, a capacità completamente utilizzata, 1 milione di vetture
/anno. In tale caso il costo totale per vettura sarà: 3.000 + 300 + 400
(ammortamenti) + 200 (oneri + distribuzione) = 3.900. Il costo del lavoro
incide per il 7,7%.
Se però Fiat produce solo per metà della capacità potenziale, 500 mila
vetture/anno, il costo totale per vettura sarà: 3.000 + 300 + 800
(ammortamenti) + 350 (oneri + distribuzione) = 4.450. L’incidenza degli
ammortamenti deve raddoppiare, quella della distribuzione non proprio, ma
ci va vicina. Il costo del lavoro scende al 6,7%. Se la produzione si
riducesse ulteriormente, l’incidenza del costo del lavoro si ridurrebbe
ulteriormente.
Cosa se ne deduce? Escluderei che il motivo per cui Fiat abbia
recentemente prodotto solo metà delle vetture che produceva qualche anno
fa sia da attribuire a problemi dell’organizzazione di fabbrica (scarsa
flessibilità, scioperi, difficoltà di gestire gli straordinari,
assenteismo, quant’altro che abbia a che fare con il lavoro). Il
problema è di mercato: la Fiat non vende abbastanza, forse perché
mancano i modelli, perché la qualità non è quella richiesta, forse per
via della concorrenza spietata, per la crisi, la saturazione del mercato,
o per tutti questi motivi assieme. Certo è che se Fiat avesse pensato di
poter vendere 1 milione di vetture, le avrebbe assemblate anche senza
avere risolto tutti i problemi di organizzazione di fabbrica che oggi
sembrano essere sul tappeto e alla base dell’accordo contestato da tante
parti.
Morale: i veri problemi della Fiat sono altri. Hanno relativamente poco a
che fare con l’organizzazione del lavoro. Che anche su quel fronte si
possa fare di meglio è probabile. Un accordo negoziato sarebbe stato
auspicabile e possibile. Certamente non è stato neppure tentato. Accordo
non è stato, ma una imposizione su cui la Fiat non era disposta a cedere
nulla. Oggi c’è solo da sperare che le promesse di nuovi investimenti
non solo vengano mantenute, ma che consentano alla Fiat di ripresentarsi
sul mercato mondiale con nuove e più convincenti carte in mano.
La FIOM in piazza
di Loris Campetti
su il
manifesto del 29/01/2011
L'orgoglio operaio da
Mirafiori a Pomigliano: ora lo sciopero generale
«Tempo, vibrazione/ tempo,
veloce/ tempo, veloce/ avvitare, veloce/ avvitare, veloce/ cazzo, la
schiena...». Un vero spettacolo, una catena di montaggio simulata dagli
«Artisti operai» che per giorni hanno battuto la Metropolitana, la
Circumvesuviana, le funicolari di Napoli per mettere in scena il lavoro
operaio, «la fatica». Hanno sensibilizzato l'area partenopea per
coinvolgere la popolazione intorno allo sciopero generale dei
metalmeccanici indetto dalla Fiom. Ora sfilano per le vie di Pomigliano
con il loro striscione e ripetono lo spettacolo, stanno subito dietro 'E
Zezi gruppo operaio, una presenza storica dentro i conflitti di classe, da
queste parti. A Milano in piazza Duomo c'è una vera catena per far
provare a tutti che vuol dire avvitare lo stesso bullone per otto ore, e
far capire le ragioni della rabbia operaia contro Marchionne.
L'ad vuole ridurre le pause, accelerare i ritmi, portare i turni anche a
10-11 ore consecutive, espellere la Fiom, cancellare i contratti
nazionali, togliere ai lavoratori il diritto di votare e scegliere da chi
farsi rappresentare. A Napoli, a Pomigliano anzi, si recita in strada con
attori veri lo stesso sfruttamento, l'alienazione, la sofferenza. Così si
capisce la dignità di chi nelle fabbriche Fiat ha avuto il coraggio di
dire no al ricatto «lavoro contro diritti». Lo capiscono le persone
affacciate alle finestre e ai terrazzi che partecipano emotivamente al
grandissimo corteo operaio che avvolge la capitale di quella che una volta
si chiamava «Alfa sud». Erano i tempi in cui si cantava «tira tira
quella leva/ spingi a fondo quel bottone/ tu non sai quello che fai/ te lo
ordina il padrone» e al cinema impazzava Mimì metallurgico.
Un boccone tira l'altro, come capita con gli scioperi generali. Ieri è
toccato ai metalmeccanici che hanno superato con forza la sfida, domani,
ma non un domani troppo lontano magari aspettando il sol dell'avvenire,
dovrebbe toccare alla Cgil il compito di chiamare tutto il mondo del
lavoro e i pensionati a fermare il paese, prima che precipiti
definitivamente nell'abisso. Lo chiedono i cortei in tutte le città
italiane, lo chiedono i palchi metalmeccanici, lo chiedono gli studenti
che la Gelmini non è riuscita a mettere dietro la lavagna, i ricercatori,
i precari, le cooperative sociali, i movimenti contro le discariche, in
difesa del territorio e dei beni comuni. E il lavoro che cos'è, se non «un
bene comune» come recita lo striscione d'apertura di quelli che «non si
piegano», quelli che »non mollano»? Pomigliano è l'inizio, il seguito
si chiama Mirafiori. Ma il modello Marchionne non è roba che riguardi
solo gli operai metalmeccanici, né l'insieme dei lavoratori: riguarda
l'intera società. Un modello che distrugge risorse, saperi, dignità,
territorio, lavoro, brucia diritti e Costituzione in nome del mercato e
della globalizzazione, cancella i contratti collettivi e il futuro di un
paio di generazioni. Ecco perché lo sciopero dev'essere generale, e
generalizzato a tutti coloro che pagano sia la crisi che le ricette
autoritarie per uscirne che rendono i poveri più poveri, possibilmente
schiavi, e i ricchi più ricchi, sfrontati, intoccabili. A Susanna Camusso
devono essere fischiate le orecchie, giovedì a Bologna e ieri a
Pomigliano, Torino, Milano, Genova, Massa, Ancona, Bari, Melfi, Termini
imerese, Padova e in tutte le piazze variopinte che gridavano in coro «sciopero
generale». Lo chiedevano ai dirigenti della Cgil che hanno presenziato
tutti i comizi, senza però rispondere. Per questo si sono sentiti anche
fischi, e non si può dire che in piazza ci fossero provocatori. C'erano
tutte le persone che tengono aperta una speranza di salvezza del paese.
Piazze piene e fabbriche vuote. Federmeccanica, Marchionne, giornali,
teleberlusconi e telepiddì e teleruby possono dire quel che vogliono, lo
sciopero più difficile della Fiom è riuscito benissimo. Si è visto in
18 piazze, 19 con quella «anticipata» dell'Emilia. E si è anche visto
un nuovo spettro aggirarsi nella società, di nome «uniti contro la crisi»,
che sta radicandosi da Padova a Palermo, dalla Campania alle Marche;
costruisce relazioni e momenti di analisi e di lotta politico-sociale. Non
sostituisce, non potrebbe e non vuole sostituire la politica, anche perché
si sostituisce qualcosa che esiste. Invece l'opposizione politica al
berlusconismo e al marchionnismo non esiste, non si è vista se non per
alcuni frammenti. A Pomigliano, per fare un esempio, si parlava di
democrazia, partecipazione e rappresentanza del lavoro mentre a Napoli si
parlava di primarie fatte per scherzo e già mandate in discarica. Mentre
Andrea Amendola, segretario dei metalmeccanici Fiom della Campania,
gridava dal palco «dalla Fiat non ci faremo mai buttar fuori», a Napoli
si intensificavano le indagini su amministratori che hanno stracciato le
speranze di tanta gente perbene. Ma bisogna anche dire che mentre la
dirigente nazionale della Fiom Francesca Re David chiedeva lo sciopero
generale, come Landini a Milano o Airaudo a Torino o Cremaschi a Padova,
altrettante bocche confederali pronunciavano parole altre, troppo vaghe
rispetto a una domanda semplice, logica, precisa.
Quaggiù a Pomigliano dove tutto è cominciato riaffiora l'orgoglio
meridionale. Quaggiù dove impazza l'illegalità, dove la criminalità
organizzata è l'unico aspetto non precario della vita collettiva, si
canta e si recita il lavoro, ricordando a troppi gattini ciechi che
qualsiasi rinascita, persino culturale, passa attraverso una nuova cultura
del lavoro e dei diritti. È un ragionamento di massa supportato da
pratiche collettive, fabbriche e università, movimenti e centri sociali,
associazionismo, ambientalismo. C'è di che prendere appunti per chi
volesse rifondare una rappresentanza politica. Un embrione di
rappresentanza sociale esiste già, e ruota intorno alla Fiom che è e
vuole continuare a essere un sindacato. Potrebbe estendersi fino a far
diventare la Cgil, il più grande invaso democratico rimasto in Italia,
una casa comune.
A Melfi sul furgone della «Primavera»:
«Non ci piegate»
di Antonio Sciotto
su il manifesto
del 29/01/2011
Il furgoncino non è esattamente
quello della gloriosa «Primavera» di Melfi, i 21 giorni di lotta che nel
2004 hanno cambiato lo stabilimento lucano della Fiat e i ragazzi del
vecchio «prato verde», ormai quasi tutti over 40: è un regalo dello Spi
siciliano, i pensionati, ed è perfettamente attrezzato per fare da palco.
Viene allestito davanti ai cancelli della Fiat Sata, non solo per
richiamare quei giorni sempre impressi nella mente e nel cuore di questi
operai, ma perché ormai - con gli «accordi» di Marchionne che tendono a
estromettere i sindacati critici dalle fabbriche - il moderno sindacalista
deve essere lui a raggiungere i lavoratori. Lo sciopero indetto dalla sola
Fiom, che comunque qui è molto forte - il primo sindacato, con quasi il
30% dei consensi alle ultime elezioni delle Rsu - fa un «pienone» da
50%-60% di adesioni, bloccando completamente una linea e costringendo al
«singhiozzo» un'altra, che si muove con lo stop & go anche perché
dall'indotto i pezzi non arrivano con continuità.
Il presidio è meno partecipato: meteorologicamente c'è una bufera.
Pioggia, freddo, nebbia, e tanti operai abitano a un'ora e mezzo-due ore
dallo stabilimento, con le strade lucane così scandalosamente arretrate
che rischi un incidente ogni chilometro, dunque hanno scelto di aderire
allo sciopero ma di non sobbarcarsi la fatica e i pericoli del viaggio. I
«fiommini» però sono arrabbiati, e ripetono i loro «no»
all'amministratore delegato Fiat, che vorrebbe «calare» il suo modello
già passato a Pomigliano e Mirafiori, anche qui: propone il taglio delle
pause, la possibilità di comandare la mezz'ora di mensa e 120 ore di
straordinario. E poi chissà, la cosa non è ancora esplicita, ma forse
Marchionne potrebbe arrivare a proporre anche qui le giornate di 10 ore,
come a Torino, e forse addirittura i 18 turni, già rifiutati qualche
tempo fa dagli operai, che attualmente hanno firmato per 17.
Il primo a parlare è il segretario regionale della Fiom, Emanuele De
Nicola: «Diciamo no al ricatto imposto dalla Fiat, che vuole cancellare
100 anni di conquiste dei lavoratori, i diritti sanciti dalle leggi e
dalla Costituzione - urla al microfono dal camioncino - Si vogliono operai
che abbassano la testa: o dici sì o non avrai più il tuo posto. Mentre
Marchionne promette investimenti di miliardi sull'Italia, su cui non si
impegna, e invece, nella realtà, chiude Termini Imerese e si sposta
sempre più negli Usa. Dobbiamo unificare le lotte di lavoratori, precari,
studenti: chiediamo alla Cgil di indire lo sciopero generale, al più
presto». Applausi.
Subito dopo interviene Annamaria Dente, dipendente dell'azienda del
presidente degli industriali lucani: «Quello che è accaduto a Mirafiori
- dice - parla a tutti noi. Vogliono il "fascismo" nelle
fabbriche, ti impongono il sindacato a cui iscriverti e non ti fanno
eleggere i rappresentanti. Non è vero che a Mirafiori la Fiom è stata
sconfitta, quei no sono stati importantissimi. E a Susanna Camusso, che
non ha parlato di sciopero generale a Bologna, voglio dire che è il
momento di farlo».
Poi parla Giovanni Barozzino, il delegato Fiom licenziato insieme a due
colleghi, e poi reintegrato: «Lo sciopero è l'ultimo strumento di difesa
che abbiamo, per questo ce lo vogliono togliere», dice. L'universitario
Francesco Pavese, 24 anni, porta la solidarietà degli studenti in lotta:
«Come la Fiat vi nega la possibilità di esprimervi come sindacato, così
a noi è negata dalla ministra Gelmini la rappresentanza in quanto
studenti». Vincenzo Russo, del Failms, paragona gli accordi Fiat alla
Carta del lavoro fascista: «Il regime sciolse tutti i sindacati e ammise
solo quelli consenzienti e corporativi». Un rappresentante Cub ricorda
alla Fiom che «adesso voi subite quello che noi sindacati di base abbiamo
vissuto per anni, esclusi dal Patto del 1993».
Il comizio si conclude con un «botta e risposta» tra Franco Martini,
segretario Filcams, che porta le posizioni Cgil, e Sabina Petrucci, della
Fiom nazionale. Martini non prende i fischi come tanti della Cgil nelle
altre piazze Fiom, anzi viene moderatamente applaudito, perché in effetti
apre allo sciopero: «Se il governo, se i padroni non cambiano linea,
siamo tutti d'accordo che si debba procedere fino allo sciopero generale».
Ma alla Fiom non basta: «Basta con tutti questi "se" - dice
Petrucci - Ne aggiungo uno io: se non ora, quando? Cosa dobbiamo aspettare
che ci facciano questo governo, la Confindustria e Marchionne, per
dichiarare lo sciopero generale?». Applausi. Poi alla Fiat: «È
"eversiva": non riconosce le sentenze dei giudici, non rispetta
le leggi e la Costituzione, fa saltare unilateralmente gli accordi.
Trascura l'Italia, si sposta sempre più verso Chrysler e gli Usa. Intanto
Confindustria balbetta, e Federmeccanica pare voler applicare il modello
Fiat a tutto il settore, creando contratti ad hoc e newco che derogano
tutti i diritti».
La richiesta è una sola: «Sciopero
generale»
di Maurizio Pagliassotti
su Liberazione
del 29/01/2011
Torino: tutti e tutte con
la Fiom. E tanta sinistra. Non pervenuto il Pd
«Troppe zoccole e troppo
Berlusconi in Italia. Sono venuta in piazza per stare con gente seria».
Il parere è di Raffaella Rosadi, milanese, non metalmeccanica. Già,
perché ieri a Torino non c'erano solo le tute blu. E quella di Raffaella
non era una voce isolata nel corteo che ieri ha attraversato Torino. Certo
la stragrande maggioranza dei manifestanti erano operai e impiegati del
settore metalmeccanico, ma una fetta consistente della città, umiliata
dalle cronache recenti, ha trovato sfogo nel corteo della Fiom. Così, a
Torino, ieri si sono saldate diverse lotte: quella contro i papponi
collusi con mafia ladri ed evasori, quella contro Marchionne e la sua idea
di sindacato giallo «dalla vergogna», quella contro il trio Sacconi,
Gelmini, Tremonti. Ma anche contro il Pd, di cui ieri non c'era nemmeno
mezza bandiera presente. Bandiere rosse a profusione, invece, divenute
oggetto di un passaggio di Giorgio Airaudo nel suo comizio: «Le bandiere
rosse, caro dottor Marchionne, in Italia hanno un passato glorioso perché
ricordano battaglie per la civiltà, l'uguaglianza e i diritti». Delirio
di applausi. E se la manifestazione di Torino era contro molte cose era
anche molto pro. Pro diritti, pro sicurezza sul lavoro, pro ricerca, pro
cultura, pro libertà. E osservando la moltitudine che ha trovato nella
Fiom la propria interprete, viene da domandarsi cosa accadrà a Mirafiori
quando questa non dovesse esserci, ed a gestire il dilagante malcontento
degli operai rimanessero solo Fismic , Fim, Uilm e Ugl. Auguri. Un dato
interessante: sempre dal palco Airaudo ieri ha citato lo studio de
Lavoce.info che evidenzia come l'ottanta per cento di coloro che hanno
votato sì al referendum di Mirafiori lo hanno fatto perché «necessario
per salvare il posto di lavoro». E' la prova che dentro le carrozzerie
oggi circa il 90% degli operai non crede né a Marchionne, né ai
sindacati firmatari che due settimane fa si sono detti «soddisfatti della
vittoria». Il corteo è partito alle dieci del mattino da Porta Susa ed
ha raggiunto piazza Castello dove si sono svolti gli interventi finali.
Era aperto dagli operai delle carrozzerie di Mirafiori che recavano lo
striscione «Fiat: l'accordo della vergogna». Dietro di loro le
rappresentanze di decine di fabbriche metalmeccaniche del torinese.
Qualche nome: Lear, Sandretto, Iveco, Ceva, Bertone, trentacinque pullman
operai in arrivo da tutto il Piemonte. Massiccia anche la presenza di
tutti i sindacati di base. Un serpentone fatto di facce nuove e non i
soliti noti che si vedono ai cortei torinesi. L'adesione alla Powertrain
secondo la Fiom è stata pari all'ottanta per cento. Cifre contestate
dagli industriali e dai "loro" sindacati. Dopo circa due ore di
marcia tutti i manifestanti si sono raccolti per ascoltare gli interventi
dei relatori. Il segretario confederale della Cgil Enrico Panini è stato
autore di un disperato intervento coperto da una folla urlante che lo ha
severamente contestato,scandendo lo slogan «sciopero generale». Ad
iniziare la contestazione i ragazzi dei centri sociali, poi seguiti dal
grosso della folla. Giorgio Airaudo, ormai semiconvinto dalle Rsu Fiom a
non lasciare il sindacato, ha concluso la manifestazione con queste
parole: «Con la nostra forza e con il rispetto che dobbiamo alla Cgil
diciamo che sono maturi i tempi per lo sciopero generale. La Cgil deve
mettersi alla testa di questo movimento per un Paese migliore, per mandare
a casa un governo che ha fatto solo del male ai lavoratori. Noi non
rinunceremo mai al contratto nazionale e lotteremo fabbrica per fabbrica
per riconquistarlo». In mezzo alla folla Paolo Ferrero, segretario del
Prc: «L'attacco di Marchionne riguarda tutti i lavoratori e quindi ci
vuole una risposta generale. La Cgil deve fare un salto di qualità non
lasciando da sole le persone che hanno bisogno di un riferimento sicuro.
Sul versante politico è criminale mantenere le divisioni quando c'è
bisogno di un punto di vista unitario».
Grande sciopero e
partecipazione senza precedenti
di Alessia Candito
su Liberazione
del 29/01/2011
50 mila a Milano con la
Fiom
Nebbia spessa, freddo che
oltrepassa maglioni e cappotti, lampioni accesi già dalle prime ore del
mattino, cielo sul marciapiede. A Milano, inizia presto, molto presto, la
giornata di mobilitazione convocata dalla Fiom per protestare contro il
tentativo di Marchionne di ridisegnare le relazioni industriali in Italia
e imporre nelle fabbriche un regime di lavoro vessatorio e ottocentesco.
Sono da poco passate le cinque del mattino quando il primo gruppo di
operai e studenti del Coordinamento Lavoratori Uniti Contro la Crisi,
insieme ai "devoti" di S. Precario si dà appuntamento davanti
allo stabilimento del gruppo Marcegaglia, di proprietà della famiglia
della leader di Confindustria. Cancelli bloccati per circa mezzora, un
breve corteo che paralizza la circolazione su viale Sarca, poi i 200
manifestanti si dirigono verso il centro, all'appuntamento centrale di
questa giornata di sciopero generale.
Almeno 90 pullman sono partiti da tutte le province lombarde. E sono
tanti, oltre 50mila gli operai che hanno risposto all'appello del
sindacato dei metalmeccanici. Altissima l'adesione allo sciopero: il 75%
degli addetti oggi ha incrociato le braccia, con punte del 100% nello
stabilimento milanese del gruppo Marcegaglia. Ma in piazza non c'erano
solo le tute blu. Dietro lo striscione «La Scala si inFiomma», i
lavoratori del teatro simbolo di Milano sono scesi in piazza per
denunciare che «il modello Mirafiori è ormai una realtà anche da noi».
Rsu della Fillea, della Filcams, della Flc, hanno deciso di ignorare le
resistenze della segretaria generale Susanna Camusso e si sono schierate
accanto alla Fiom nel chiedere lo sciopero generale. In coda al corteo,
studenti medi e universitari, militanti e attivisti della sinistra
milanese, partiti e sindacati di base, dall'Usb, ai Cobas, alla Cub.
«C'è stata una partecipazione senza precedenti - ha commentato Luciano
Muhlbauer della segreteria provinciale del Prc -, la presenza in piazza di
altre categorie è un segnale importante perché, di fronte a un'offensiva
generale, si può dare solo una risposta generale». Come già il 16
ottobre a Roma, ha commentato il segretario provinciale del Prc, Nello
Patta, «questa mobilitazione testimonia il ruolo di catalizzatore della
ripresa di un percorso unitario che la Fiom sta assumendo e in cui noi
crediamo molto».
Nonostante la manifestazione sia stata un rotondo successo, il clima in
piazza è preoccupato e teso. «Il diktat Mirafiori è già entrato nelle
nostre fabbriche, non esiste solo alla Fiat. Adesso se dici di no, ti
rispondono "stai zitta e lavora o ti chiudo il reparto". La
gente forse ancora non se ne rende conto, ma siamo tutti sotto ricatto,
per questo oggi siamo qui», dice una lavoratrice della Corazzi di
Cremona.
Preoccupazioni a cui Landini risponde tornando a chiedere la convocazione
urgente di uno sciopero generale: «So che è difficile organizzarlo -
dice dal palco il segretario della Fiom - so che non risolve tutti i
problemi, ma solo la Cgil può cambiare questa situazione. Bisogna osare
anche se non si sa come va a finire, perché se non si fa niente si è già
perso».
sciopero
28 gennaio: adesso sciopero generale
da
Repubblica 28 gen 2011
Metalmeccanici a migliaia in corteo con la
Fiom Sciopero generale proclamato dai meccanici della Cgil che contestano
le norme contrattuali di Mirafiori e rivendicano gli accordi nazionali e i
diritti acquisiti. In piazza anche studenti e precari. A Roma
manifestazione nazionale dei sindacati di base
(Aggiornato alle 12:49 del 28 gennaio
2011)
12:49Melfi (Potenza): trecento in presidio 51
– Circa trecento persone stanno partecipando stamani al presidio
organizzato dalla Fiom-Cgil davanti allo stabilimento di Melfi (Potenza)
della Fiat: all'iniziativa - che si sta svolgendo sotto una leggera
pioggia - hanno aderito i rappresentanti di Cgil, pensionati, funzione
pubblica e precari della scuola, ma anche i sindacati Failms e Cobas ed i
componenti di alcuni partiti politici, fra cui Idv, Sel e Rifondazione
comunista.
12:46Cassino, slogan e proteste: "Marchionne
speculatore" 50 – 'Marchionne speculatore, no ai sindacati di
comodo''. Questi gli slogan urlati al megafono da alcuni sindacalisti
Cub-Flm nel corso del corteo organizzato dalla Fiom a Cassino. Il corteo
sta attraversano le strade della città in provincia di Frosinone fra
migliaia di bandiere rosse e cori 'Bella ciao'. ''Marchionne non è un
industriale - urlano alcuni sindacalisti al megafono - è uno speculatore
bello e buono, alla faccia dei lavoratori che si ammalano in catena di
montaggio''.
12:44Genova, cassonetti in fiamme davanti sede Confindustria
49 – Sei cassonetti sono stati dati alle fiamme davanti alla sede di
Confindustria Genova dove è passato il corteo di Fiom Cgil. Un gruppo di
manifestanti ha spostato i cassonetti in piazza Verdi e li ha incendiati,
alcuni giovani hanno lanciato pietre e bottiglie. La maggior parte dei
manifestanti ha lasciato la zona, sul posto sono rimasti un centinaio di
giovani. Alla dimostrazione hanno partecipato, con i manifestanti della
Fiom, anche studenti, gruppi anarchici, giovani gravitanti intorno ai
centri sociali, collettivi universitari.
12:41Fiom: "Del 75% adesione
sciopero in Lombardia" 48 – Lo sciopero di 8 ore indetto dalla Fiom
Cgil ha avuto adesioni medie pari al 75% dei lavoratori delle aziende
metalmeccaniche lombarde. È quanto comunica il sindacato mentre è in
corso la manifestazione a Milano, che vede gran parte di piazza del Duomo
occupata dai partecipanti. Nel dettaglio, l'adesione dei lavoratori della
Marcegaglia di Mantova è stata pari al 70%, mentre nello stabilimento
milanese del gruppo che fa capo alla presidente di Confindustria
l'adesione è pari al 100%. Nelle fabbriche lombarde del gruppo Fiat si è
avuta invece un'adesione media dell'80%
12:34Colleferro, arrivano i
blindati 47 – Sono arrivati quattro blindati della polizia in tenuta
antisommossa alla stazione di Colleferro, dove dalle dieci di questa
mattina quattrocento studenti romani - perlopiù dell'Università La
Sapienza - in un primo tempo diretti al corteo Fiom di Cassino, stanno
occupando otto binari bloccando il traffico ferroviario in quel tratto
regionale. Trenitalia non ha accettato alcuna trattativa: era stata la
Digos, alla stazione Termini di Roma, a far salire gli studenti sul treno
nonostante fossero privi di biglietto. Alcuni portavoce della Sapienza
hanno iniziato una raccolta di denaro e nchiesto la possibilità di un
biglietto collettivo: Trenitalia si è opposta. La situazione resta tesa.
12:27Fiom, per sindacato 8mila in corteo a Termini Imerese 46 – Sono
ottomila, secondo le stime della Fiom Cgil, i metalmeccanici che hanno
partecipato a Termini Imerese (Palermo) alla manifestazione regionale per
lo sciopero dei metalmeccanici. 12:25Landini: "Anche Cgil valuta
sciopero generale" 45 – "Anche nella Cgil si è aperta la
discussione sulla possibilità di arrivare allo sciopero generale".
Lo ha affermato il segretario nazionale della Fiom, Maurizio landini,
all'indomani della manifestazione di Bologna 12:24Manifestazioni anche a
Trento e Bolzano 44 – Cinquecento lavoratori hanno preso parte a Bolzano
alla manifestazione indetta per protestare contro l'accordo stipulato per
la Fiat. I manifestanti si sono trovati davanti allo stabilimento dell'Iveco
ed hanno espresso il timore che l'accordo sia esteso anche al loro
contratto. Un centinaio di lavoratori ha manifestato anche nelle vie di
Trento.
12:22Milano, tensione davanti a sede Assolombarda 43 – Lancio di
petardi e fumogeni contro gli agenti in assetto antisommossa da parte di
un gruppo di studenti del centro sociale Cantiere, cui si sono aggiunti
alcuni lavoratori Cobas. È successo in piazza Missori nel corso del
corteo studentesco parallelo a quello della Fiom, giunto nel frattempo in
piazza Duomo, dopo il tentativo dei manifestanti di raggiungere la sede di
Assolombarda, blindata dalle forze dell'ordine. Gli studenti si sono poi
diretti verso piazza Fontana e i lavoratori si sono fermati in via Larga.
12:19Firenze, traffico in tilt e scritte sui muri 42 – Lancio di uova e
le scritte 'Cisl servi', con una stella rossa completamente colorata e
'Potere operaio', con il simbolo della falce e martello, sono state
lasciate su alcuni muri nei pressi della stazione di Santa Maria Novella
durante il passaggio del corteo dei Cobas per la manifestazione in corso a
Firenze. Secondo gli organizzatori sono oltre 2.000 i partecipanti. Il
passaggio del corteo sta creando diversi disagi al traffico: in
particolare la circolazione è rimasta bloccata per oltre 20 minuti sui
viali Rosselli e Belfiore in entrambi i sensi di marcia.
12:18Genova,
tensione e lancio di pietre davanti sede Confindustria 41 – Lanci di
pietre, bottiglie, fumogeni e bombe carta contro la sede di Confindustria
Genova, da parte di un gruppo di anarchici che si è infiltrato nelle
retrovie del corteo organizzato dalla Fiom.Momenti di tensione tra
anarchici e operai, che hanno ricompattato il corteo e che si stanno
dirigendo verso il ponte monumentale. Al corteo, partito questa mattina
dalla stazione Principe, partecipano oltre ai metalmeccanici, Rifondazione
Comunista e Sel, Arci Liguria, gli studenti del Movimento no Gelmini e
delegazioni Cgil di altre categorie.
12:11Fs: "Mai promesso viaggi
gratis per Cassino" 40 – Al contrario di quanto affermato da un
portavoce dei manifestanti, in una dichiarazione rilasciata ad un'agenzia
di stampa, le Ferrovie dello Stato rendono noto che ''non è mai stato
promesso alcun viaggio gratis ai circa 400 manifestanti diretti in treno a
Cassino, attualmente sprovvisti di biglietto''. Ferrovie dello Stato
conferma infatti la sua posizione, sintetizzata molte volte e da anni
nello slogan 'No ticket, no parti' che impone il rispetto del pagamento
del biglietto a tutti i viaggiatori, in qualsiasi circostanza e qualunque
sia il motivo del viaggio. I manifestanti che dalle 9.50 di questa mattina
stanno occupando i binari della stazione di Colleferro, bloccando la
circolazione ferroviaria sulla Roma - Cassino - Napoli, saranno denunciati
per interruzione di pubblico servizio, insolvenza fraudolenta e per tutti
i danni collegati.
12:09Ancona, manifestanti bloccano il porto 39 –
Settemila manifestanti del corteo della Fiom-Cgil nelle Marche sono
entrati da poco nella ''zona rossa'' del Porto di Ancona, mentre due
gruppi di circa 150 persone - formati uno da esponenti dei centri sociali
e l'altro da operai cassaintegrati della Fincantieri - hanno bloccato i
due accessi all'area portuale locale. Al momento passeggeri, mezzi e merci
di due grandi navi appena giunte dalla Grecia non possono sbarcare nel
porto dorico, e allo stesso tempo nessun automezzo può entrare o uscire
dall'area interessata.
12:06Stazione bloccata, Ferrovie: "Denunceremo
per interruzione di pubblico servizio" 38 – "I manifestanti
che dalle 9.50 di questa mattina stanno occupando i binari della stazione
di Colleferro, bloccando la circolazione ferroviaria sulla Roma - Cassino
- Napoli, saranno denunciati per interruzione di pubblico servizio,
insolvenza fraudolenta e per tutti i danni collegati". Lo comunica,
in una nota, Ferrovie dello Stato. 12:05A Cassino 6-7 mila manifestanti 37
– Un elicottero della polizia contingenti del reparto mobile di Napoli e
un imponente servizio d'ordine sta seguendo il corteo di scioperanti della
Fiom-Cgil organizzato a Cassino e che ha visto arrivare nella cittadina
ciociara, secondo la Questura, tra le 6 e le 7 mila persone provenienti da
tutta la regione Lazio.
12:03Torino, contestato segretario confederale
Cgil Panini 36 – Il segretario confederale della Cgil Enrico Panini è
stato contestato dalle tute blu in piazza a Torino durante il comizio in
piazza Castello. Dai lavoratori è partito sempre più forte l'urlo
'sciopero generale tra i fischi, ma Panini ha potuto comunque concludere
il suo intervento.
11:58Milano, blindata sede di Assolombarda 35 – La
sede di Assolombarda, in via Pantano a Milano, è letteralmente blindata
da un ingente numero di forze dell'ordine in assetto antisommossa. Circa
trecento tra studenti dei Collettivi e militanti dello Slai Cobas al
termine del corteo partito da largo Cairoli, hanno raggiunto l'incrocio
tra via Pantano via Larga fermandosi davanti alle camionette della polizia
che sbarrano l'accesso a via Pantano. Presso la sede degli industriali
lombardi sono in arrivo, inoltre, anche centinaia di giovani che si sono
staccati dal corteo della Fiom che è già arrivato in piazza del Duomo
dove sono in corso i comizi conclusivi
11:54Landini: "Con Cgil
discussione aperta" 34 – A proposito degli attriti tra Fiom e Cgil,
dopo che ieri il segretario nazionale Susanna Camusso è stata contestata
a Bologna per il mancato annuncio dello sciopero generale, il leader della
Fiom, Maurizio Landini smussa le tensioni. ''Non c'è nulla di tutto
questo. C'è una discussione aperta - ha sottolineato - la piazza l'ha
resa esplicita e riguarda come si continua questa iniziativa''. Del resto,
ha sottolineato, ''anche nella Cgil si è aperta una discussione sulla
possibilità di arrivare a uno sciopero generale''.
11:51Bombassei
(Confindustria): "Sciopero Fiom non è democratico" 33 – Lo
sciopero dei metalmeccanici indetto oggi Fiom non è democratico. Ne è
convinto il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei che ha
partecipato questa mattina alla presentazione della F150, l'ultima nata in
casa Ferrari per il GP.
11:50Landini: "Piazze piene" 32 –
"Un risultato straordinario, le piazze sono strapiene in tutta Italia
e le fabbriche si sono svuotate", ha detto Maurizio Landini,
segretario generale della Fiom Cgil nel corso della manifestazione di
Milano.Landini ha poi sottolineato come lo sciopero abbia avuto adesioni
"qui in Lombardia dall'azienda della presidente di Confindustria Emma
Marcegaglia a quella del presidente di Federmeccanica (Pierluigi Ceccardi,
ndr)".
11:49Arcore, dopo freccette uova su immagine premier 31 –
Dopo le freccette, le immagini del premier Silvio Berlusconi, del
presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, dell'ad Fiat Sergio
Marchionne e del ministro all'Istruzione Maria Stella Gelmini, sono state
bersagliate da centinaia di uova scagliate dai manifestanti che stanno
partecipando al presidio organizzato dalla CUB davanti alla villa del
Cavaliere ad Arcore. 11:47Landini: "Se Confindustria come Fiat, sarà
conflitto" 30 – "Se gli industriali fanno quello che fa la
Fiat, succede un conflitto che non ha precedenti nel nostro Paese".
Lo ha detto il segretario nazionale della Fiom, Maurizio Landini, a
margine della manifestazione a Milano, sottolineando che "allo stato
attuale nessuno degli industriali ha detto che Marchionne fa male a fare
quello che fa. Se ci sono differenze - ha esortato - che emergano".
11:42Torino, presidio davanti a municipio 29 – A Torino un gruppo di
partecipanti al corte, soprattutto studenti, ha raggiunto la sede del
Municipio di Torino, davanti al quale ha organizzato un presidio. Gli
studenti hanno portato in corteo lo striscione: 'Ci avete tolto troppo, ci
riprendiamo tutto'. C'è anche lo 'squalo Sergio', lo squalo in gommapiuma
già presente alla Porta 2 di Mirafiori nei giorni precedenti in
referendum. Tra i manifestanti anche un finto Marchionne in gommapiuma che
porta una grossa pistola su cui c'è scritto 'Uilm, Fim, Fismic, Governo'
mentre altri con le catene alle caviglie portano sulle spalle dei sacchi
con le scritte 'meno salario, istruzione, più carichi di lavorò.
11:36Cofferati: "Sciopero generale è opportuno" 28 –
"Credo che lo sciopero generale sia opportuno perché è evidente che
c'è un tentativo in atto di far sparire il contratto nazionale e di
proporre il modello di competizione per le imprese che si basa sulla
rimozione delle protezioni sociali e dei diritti". Lo ha detto l'europarlamentare
Sergio Cofferati che sta sfilando a Genova al fianco dei lavoratori
metalmeccanici. "Quella di Marchionne è una linea sbagliata e
secondo me controproducente anche per le imprese ed è giusto che la Fiom
la contrasti con gli strumenti ch eha a disposizione".
11:32Torino,
blitz dei manifestanti in agenzia interinale 27 – Momenti di tensione
alla manifestazione della Fiom in corso a Torino. Una parte di corteo,
aperta da striscione ''Assemblea studenti lavoratori'' e che vede la
presenza di alcuni appartenenti a centri sociali e all'area di Autonomia,
hanno fatto irruzione in un'agenzia di lavoro interinale in via Bertola.
Sono stati accesi alcuni fumogeni e su una vetrina è stato scritto:
''servi dei padroni''
11:26Ancona, su striscione: "Bonanni e
Angeletti servi" 26 – Una grande fotografia del segretario della
Cisl, Raffaele Bonanni, e di quello della Uil, Luigi Angeletti, con la
scritta ''Servi!'' e ''Le mosche del capitale'' apre il corteo ad Ancona a
cui partecipano tute blu arrivate da tutte le Marche. Ma partecipano alla
manifestazione anche centinaia di giovani dei centri sociali,
sindacalisti, studenti universitari, immigrati ed anche esponenti e
militanti di partito. Il corteo si dirige verso il porto
11:24Fiom:
"A Cassino 65% operai Fiat in sciopero" 25 – Secondo le stime
della Fiom nello stabilimento Fiat di Cassino ha aderito allo sciopero
oltre il 65% degli operai. Molti di loro questa mattina stanno
manifestando in piazza Miranda da dove partirà il corteo organizzato per
dire no al 'modello Marchionne'. Dalla piazza, il delegato Rsu Fiom dello
stabilimento di Cassino, Pompeo Rasi, riferisce: ''Oggi, secondo le nostre
stime, ha aderito allo sciopero più del 65% dei lavoratori di Cassino.
Questa mattina la Fiat ha abbassato di oltre la metà gli obiettivi di
produzione, spostando la cosiddetta 'impostazionè delle vetture da
produrre da 460 a 230''
11:21Arcore, tiro a segno contro gigantografie
Berlusconi e Marchionne 24 – I lavoratori della Confederazione unitaria
di base hanno inscenato un fitto tiro a segno, a pochi passi dalla
residenza del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ad Arcore, contro
quattro gigantografie che rappresentano i volti del premier, dell'ad Fiat
Sergio Marchionne, della leader di Confindustria Emma Marcegaglia e del
ministro all'Istruzione Mariastella Gelmini. L'iniziativa fa parte della
mobilitazione organizzata dalla Cub per lo sciopero nazionale indetto per
oggi dal sindacato
11:15Lanciano (Chieti): più di tremila persone in
corteo 23 – Oltre 1.500 lavoratori partecipano a Lanciano (Chieti),
sotto una fitta pioggia, alla manifestazione regionale della Fiom contro
gli accordi Fiat e la paventata crisi che potrebbe investire anche la
Sevel di Atessa. La manifestazione è iniziata con oltre un'ora di
ritardo, a causa della pioggia battente.Secondo una prima stima le assenze
ufficiali rese note dalla Sevel parlano di un assenteismo al lavoro del
55%, mentre per la Fiom l'astensione dal lavoro si aggira tra il 70 e
l'80%. Alla manifestazione partecipano altri sindacati di base, partiti
politici, associazioni, lavoratori delle altre aziende della Val di Sangro
e decine di sindaci del comprensorio
11:12Bari, migliaia sfilano sotto la
pioggia 22 – Alcune migliaia di persone hanno partecipato a Bari alla
manifestazione regionale promosso dalla Fiom. Nonostante la pioggia, il
corteo, avviatosi da piazza Castello, ha percorso alcune vie del centro
murattiano per concludersi in piazza della Libertà con gli interventi del
coordinatore Fiom Puglia Donato Stefanelli, del segretario generale della
Cgil Puglia Gianni Forte e di Massimo Brancato della Fiom Cgil nazionale.
Al corteo, aperto dallo striscione "Il lavoro è un bene
comune", hanno partecipato anche alcune centinaia di studenti, nonché
delegazioni di altre categorie, in particolare dei precari della scuola e
degli edili.
11:03Milano, vernice, petardi, fumogeni e uova contro sede
Edison 21 – Vernice rossa, petardi, fumogeni e uova sono stati lanciati
contro la sede della Edison e contro diversi istituti scolastici privati e
una delle sedi dell'Università Cattolica dagli studenti e dai militanti
del centro sociale Cantiere che stanno sfilando nel centro di Milano. Il
corteo di circa 500 persone partito da largo Cairoli alle 9.15 si sta
muovendo parallelamente a quello della Fiom nel giorno dello sciopero
generale dei metalmeccanici 10:56Pisapia: "Fiom sarà sempre nelle
fabbriche" 20 – "La Fiom c'è e ci sarà sempre nelle
fabbriche. Il suo è un contributo importante per la dialettica
sindacale". A dirlo è Giuliano Pisapia, candidato sindaco del
centrosinistra a Milano, che partecipa alla manifestazione indetta dalla
Fiom. Lo sciopero di oggi della Fiom, ha aggiunto, "come ogni
mobilitazione che ha la finalità di chiedere più democrazia e
soprattutto di uscire dalla crisi, è un momento importante di
sensibilizzazione per la città e per il Paese".
10:53Genova,
migliaia a sostegno degli operai 19 – Quasi duemila persone tra operai e
studenti sono scesi in piazza questa mattina a Genova per protestare
contro gli accordi separati negli stabilimenti Fiat di Pomigliano e
Mirafiori. Al corteo, che sta creando rallentamenti e disagi alla
circolazione nel centro cittadino, partecipano anche delegazioni di
lavoratori di altre categorie, pensionati, precari ed esponenti dei centri
sociali. 10:48Termini Imerese, partito il corteo 18 – È partito il
corteo degli operai a Termini Imerese. Ad aprirlo è uno striscione dei
lavoratori della Fiat, dove proprio oggi è scattato un nuovo periodo di
cassa integrazione: le tute blu rientreranno in fabbrica il 7 febbraio,
poi torneranno in cassa integrazione il 14 e il 21 febbraio e dal 28
febbraio al 4 marzo. Il corteo di lavoratori sfilerà per le strade di
Termini Imerese fino a raggiungere piazza Duomo dove il segretario
nazionale di Fiom per il settore auto, Enzo Masini, concluderà il
comizio. A fianco dei metalmeccanici ci sono rappresentanti di altre
categorie di lavoro e studenti.
10:40Di Pietro a Cassino "per
tutelare operai italiani" 17 – In piazza a Cassino "per
tutelare tutti gli operai italiani da chi, pur guadagnando milioni di
euro, pretende di risanare i bilanci con il loro stipendio". Lo ha
detto il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro da Cassino, dove
è in corso la manifestazione di protesta organizzata dalla Fiom-Cgil.
"In Italia bisogna fare lotta all'evasione fiscale", ha aggiunto
Di Pietro, "per risollevare le sorti della crisi e evitare inutili
sperperi di denaro come le missioni in Afghanistan. Due ore in compagnia
di questi operai e di questi manifestanti sperando in qualcosa di
diverso". Con Di Pietro manifestano i senatori dell'Idv
10:38Binari
bloccati, studenti: "Non ci muoviamo finché non riparte il
treno" 16 – "Stiamo bloccando i binari della stazione di
Colleferro e non ci muoveremo da qui finché il nostro treno non ripartirà
per Cassino". A parlare è Luca C. un rappresentante degli studenti
dell'università La Sapienza diretti a Cassino per partecipare alla
manifestazione della Fiom. "Ci sentiamo presi in giro - continua Luca
- Ferrovie dello Stato e la Digos ci avevano assicurato a Termini che ci
avrebbero fatto arrivare a Cassino invece a Colleferro il nostro treno si
è misteriosamente fermato. Siamo circa 500 tra studenti, precari e
rappresentanti dei centri sociali. Vogliono impedirci di manifestare.
Rimarremo sui binari finché il nostro treno non ripartirà".
10:37Firenze, migliaia in piazza 15 – "Che la crisi la paghino i
padroni" è lo striscione che apre la manifestazione organizzata dai
Cobas a Firenze: un corteo composto al momento da circa un migliaio di
persone è partito da piazza San Marco per raggiungere il Polo
universitario di Novoli, attraversando le strade del centro della città.
"Oggi scioperiamo contro il governo e le lobby dell'economia - hanno
spiegato i promotori -. Appoggiamo anche lo sciopero della Fiom". Al
corteo partecipano anche tanti studenti, medi e universitari,
rappresentanti dei Comitati No Tav, Lotta per la casa, esponenti dei
centri sociali e precari della scuola.
10:35Padova, treno in ritardo per
biglietti No Global 14 – È partito con un forte ritardo il treno
Venezia-Padova per il controllo del personale dei biglietti di circa 150
esponenti dei centri sociali del nord-est diretti alla manifestazione
della Fiom a Padova, nell'ambito dell'intesa studenti-lavoratori 'Uniti
contro la crisi'. Ma stavolta, ha spiega Luca Casarini, tornato dopo un
periodo di assenza come portavoce dei centri sociali, tutti i
disobbedienti avevano il biglietto.
10:33Pomigliano, su striscione: "Marchionne
posa i soldi" 13 – Al grido ''Posa i soldi Marchionne, posa i soldi
ladro'' è partito il corteo organizzato dalla Fiom a Pomigliano D'Arco
(Napoli). Al corteo, che secondo una prima stima delle forze dell'ordine
conta circa duemila persone, stanno partecipando, tra gli altri, Francesca
Re David, della segreteria nazionale della Fiom, Andrea Amendola,
segretario generale Fiom Napoli, Michele Gravano e Giuseppe Errico della
Cgil, politici ed esponenti della sinistra nonché alcuni parroci della
cittadina partenopea. In testa al corteo è stato esposto uno striscione
con la scritta: 'Da Pomigliano a Mirafiori il lavoro è un bene comune.
Difendiamo ovunque contratto e diritti''. Alla manifestazione hanno
aderito anche i Cobas, Cgil, Failms, tra gli altri. Prima della partenza
alcuni manifestanti hanno fatto esplodere numerosi e forti petardi
10:32Landini apre corteo di Milano 12 – Si muove in direzione di piazza
Duomo il corteo della Fiom Cgil organizzato a Milano. In testa al corteo
il segretario nazionale Maurizio Landini, che lo ha percorso tutto,
salutando diversi manifestanti. Numerose le manifestazioni di stima nei
confronti del sindacalista tra applausi e incitazioni a ''tenere duro''.
''Maurizio difendici'', uno dei messaggi ricorrenti.
10:29Da tutta la
Sicilia a Termini per difendere operai 11 – ''Ribadiamo oggi che i
lavoratori metalmeccanici non devono e non possono rinunciare ai loro
diritti. Tentare di distruggere il contratto nazionale come stanno facendo
gli industriali italiani è una scelta ingiusta non solo per i lavoratori
ma anche per il nostro Paese. La crisi c'è, ma va risolta attraverso il
confronto e con gesti di grande solidarieta'''. Lo ha detto Enzo Masini,
responsabile auto nazionale per Fiom Cgil, aprendo il corteo che si svolge
a Termini Imerese in occasione dello sciopero nazionale indetto dal
sindacato dei metalmeccanici. Nella città dove ha sede lo stabilmento
automobilistico che la Fiat chiuderà alla fine di quest'anno, e che per
questo è diventata un luogo simbolo della battaglia della Fiom, il
sindacato ha chiamato a raccolta gli iscritti di tutta la Sicilia, che
sono giunti con pullman appositamente organizzati.
10:28Airaudo: "È
come se in piazza ci fossero anche Fim e Uilm" 10 – "In piazza
c'è una forza superiore a quella che noi rappresentiamo e che dà il
polso dell'umore del Paese, è come se con noi ci fossero anche Fim e
Uilm". Lo afferma Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom, che
partecipa al corteo di Torino. "E' uno - osserva - sciopero che serve
a unire e a dire che il Paese ha bisogno di un'alternativa. Un governo in
disfacimento ha lasciato soli i lavoratori ed è gravissimo quello che ha
detto ieri Sacconi secondo il quale bisogna limitare il diritto di
sciopero".
10:27Bertinotti: "Marchionne ha riportato indietro il
Paese" 9 – "Marchionne, con il suo progetto, ha riportato
indietro le lancette dell'orologio a prima della Costituzione italiana. La
speranza per il nostro Paese ora sono i giovani". Questa la
dichiarazione di Fausto Bertinotti appena arrivato in piazza a Cassino
dove è in corso la manifestazione organizzata dalla Fiom e Cigl.
10:24Roma, partito da piazza della Repubblica corteo di studenti e Cobas 8
– È partito da piazza della Repubblica a Roma il corteo di studenti e
Cobas in appoggio allo sciopero generale indetto dalla Fiom in tutta
Italia contro gli accordi di Mirafiori. In piazza alcune centinaia di
persone tra i quali studenti medi e sindacati di base. Un'altra
manifestazione, sempre nella regione, è invece in corso a Cassino in
appoggio agli operai della fabbrica Fiat.
10:23Cagliari, corteo sotto la
pioggia 7 – È un lungo corteo sotto la pioggia quello dei
metalmeccanici della Fiom-Cgil partito attorno alle 10 da Piazza Garibaldi
a Cagliari in concomitanza con altre 21 manifestazioni organizzate dal
sindacato in tutta Italia per dire no al 'modello Marchionne' di lavoro
nelle fabbriche. I manifestanti - sono attese 3.000 persone da tutta la
Sardegna - percorreranno le vie pedonali del centro storico fino a Piazza
del Carmine, dove parlerà Fausto Durante della segreteria nazionale della
Fiom. Da tutta l'isola sono in arrivo 26 pullman in particolare dalle
fabbriche del Pulcis come la Portovesme Srl e Alcoa, Idea Motore del
nuorese, Keller di Villacidro e delle aziende di appalto. Con gli operai
sfilano anche numerosi studenti e lavoratori di altre categorie iscritti
alla Cgil.
10:20Studenti bloccano binari stazione di Colleferro 6 –
Circa 400 studenti diretti a bordo di un treno alla manifestazione della
Fiom a Cassino, che si svolge oggi, hanno occupato i binari della stazione
di Colleferro. Lo hanno riferito gli stessi universitari. I giovani hanno
spiegato che "Trenitalia aveva deciso di farci scendere perché non
abbiamo il biglietto, per questo protestiamo e occupiamo la stazione fin
quando non ci faranno risalire sul treno e andare a manifestare a
Cassino"
10:19Airaudo: "Fabbriche vuote e piazze piene" 5
– "Volevamo le fabbriche vuote e le piazze piene e ci siamo
riusciti". Così il responsabile nazionale auto della Fiom commenta
la partecipazione di migliaia di persone alla manifestazione regionale
promossa a Torino nell'ambito delle otto ore di sciopero generale
proclamato dai metalmeccanici della Cgil contro gli accordi siglati alla
Fiat di Mirafiori e Pomigliano e per dire no alla cancellazione del
contratto nazionale.
10:18Bertinotti a Cassino 4 – Fausto Bertinotti è
arrivato a Cassino dove è in corso la manifestazione di protesta
organizzata dalla Fiom-Cgil. In Piazza Miranda fino a questo momento si
sono raccolti circa 3.500 manifestanti arrivati da ogni parte del Lazio.
10:16Fiom: "Alle meccaniche di Mirafiori adesione all'80%" 3 –
Secondo la Fiom ha raggiunto l'80% l'adesione allo sciopero alle
meccaniche di Mirafiori. "Il 25% è una percentuale da sciopero
generale confederale - dice il responsabile nazionale auto della Fiom,
Giorgio Airaudo, commentando i dati forniti dall'azienda - i lavoratori ci
sono tutti, non ci sono tutti i sindacati. Noi li aspettiamo"
10:14Torino, apre il corteo: "Mirafiori, l'accordo della
vergogna" 2 – Migliaia di lavoratori partecipano al corteo della
Fiom a Torino, partito dalla stazione di Porta Susa. Quaranta pullman sono
arrivati da tutto il Piemonte. Aprono il corteo gli striscioni "Mirafiori,
l'accordo della vergogna" e 'Per la libertà del lavoro', dietro al
quale sfilano i metalmeccanici Fiom con pettorina gialla e casco rosso.
Tra le presenze significative quelle dei lavoratori della Bertone, della
De Tomaso, della Powertrain. Rilevante la presenza della Cgil Piemonte,
con oltre 3.000 persone. In corteo anche i Cobas, i sindacati di base, i
No Tav, la Federazione della Sinistra, gli studenti con numerosi
striscioni tra i quali uno che dice "Ci avete tolto troppo, ci
riprendiamo tutto". E c'è anche "lo squalo Sergio" in
gommapiuma, che allude all'a. d. del Lingotto, Sergio Marchionne, e tra le
cui fauci spuntano dollari e dei teschi insanguinati, realizzato
dell'Assemblea studenti lavoratori.
10:13Milano, cinquecento in strada 1
– Un corteo composto principalmente da circa 500 studenti delle medie
superiori, antagonisti e militanti dell'unione sindacale di base (usb)
sono partiti in corteo da piazza Cairoli a Milano per una manifestazione
parallela a quella principale organizzato dalla fiom in partenza da Porta
Venezia. Tra musica e slogan contro berlusconi queste diverse centinaia di
studenti e lavoratori si muoveranno in corteo lungo via carducci, de
amicis, missori, mazzini, orefici, cordusio per poi ritornare nel luogo
dove sono partiti in largo cairoli. Questo corteo e quello della Fiom
dunque non si dovrebbero incrociare. Guardato a vista dalle forze
dell'ordine il corteo si sta svolgendo in maniera assolutamente ordinata e
pacifica. Nella giornata dello sciopero generale indetto dalla fiom, la
confederazione unitaria di base (cub) ha invece organizzato un presidio
davanti alla villa di arcore del presidente del consiglio silvio
berlusconi, al quale, secondo le previsioni, dovrebbero partecipare
qualche centinaio di lavoratori.
speciali 28 gennaio
Il lavoro e
i diritti, il futuro dell'auto e quello dell'industria italiana
On
line lo speciale il manifesto – Sbilanciamoci per lo sciopero
generale dei metalmeccanici
Lo speciale, frutto di un'iniziativa comune de il manifesto
e Sbilanciamoci, e diffuso in edicola oggi con il manifesto, contiene
scritti e interviste di: Giorgio Airaudo, Piergiovanni Alleva, Loris
Campetti, Vincenzo Comito, Anna Donati, Aldo Enrietti, Lia Fubini,
Francesco Garibaldo, Andrea Ginzburg, Antonio Lettieri, Giulio Marcon,
Gerardo Marletto, Mario Pianta, Marco Revelli , Roberto Romano, Adriano
Serafino, Alessandro Sterlacchini, Guido Viale.
Grosso
guaio a Mirafiori- speciale il manifesto-
sbilanciamoci
per lo sciopero del 28 gennaio 2011 pdf
Una mobilitazione costituente
di Giorgio Cremaschi
su Liberazione
del 28/01/2011
La splendida manifestazione di
Bologna ha già annunciato che quella di oggi sarà una grande giornata.
In tutte le regioni d'Italia scenderanno in sciopero e in piazza i
metalmeccanici e con essi lavoratrici e lavoratori di tutte le altre
categorie, studenti, centri sociali, cittadini e cittadine che vogliono
difendere la democrazia.
E' lo sciopero dei metalmeccanici, ma è anche una giornata di lotta che
parla a tutto il mondo del lavoro. Che ha già cominciato a rispondere.
Voglio qui ricordare, e so di far torto ai tanti che trascuro, le Rsu
della Margheritelli di Perugia, contratto del legno, quelle della Boglioli
di Brescia, tessili, quelle delle università di Torino, i lavoratori del
commercio, dei trasporti privati di Trento, e tante e tanti altri,
lavoratrici e lavoratori che domani daranno i primi segnali di uno
sciopero generale che coinvolga tutte le categorie. Lo stesso faranno le
lavoratrici e i lavoratori che sciopereranno con i Cobas, l'Usb, la Cub,
il sindacalismo di base, che hanno scelto con intelligenza di far propria
la giornata di lotta della Fiom senza primogeniture di date o di sigle.
Questo grande movimento di lotta ha un preciso punto di avvio. Quando nel
giugno dell'anno scorso, a Pomigliano, la Fiom prima e poi oltre il 40%
degli operai dissero "no" al primo dei tanti ricatti messi in
piedi da Marchionne, forse non era ancora chiara la portata costituente di
quel rifiuto. Eppure così è stato. Da allora le relazioni sociali, i
conflitti, le istituzioni e la democrazia, si sono sempre più ridefinite
sul modello proposto da Marchionne e sull'opposizione ad esso. Sin
dall'inizio era chiaro che quello dell'amministratore delegato della Fiat
non era semplicemente un modello produttivo particolarmente feroce e
ingiusto, ma un progetto reazionario per tutta la società italiana. Il
primo sostegno entusiasta alla Fiat è venuto dalla ministra
dell'istruzione. Mariastella Gelmini subito dichiarò che le sue riforme
scolastiche si ispiravano al modello di Marchionne. E' proprio così.
L'amministratore delegato della Fiat ha messo in moto la sua macchina
distruttrice dei diritti e della democrazia sulla strada asfaltata da anni
di governi di Berlusconi e di cedimenti della sinistra moderata al
liberismo estremo.
Con la crisi, invece che provare a cambiare qualcosa nel modello liberista
che l'ha prodotta, le classi dirigenti, i ricchi, la casta dei manager e
la grande borghesia hanno scelto una linea di pura regressione sociale.
Fabbrica per fabbrica, territorio per territorio, scuola per scuola ci si
propone la cura della Grecia: pagare tutto noi perché loro possano
conservare tutto. Così Marchionne ha interpretato lo spirito generale
della casta dei padroni e lo ha trasformato in ideologia combattente. Gli
operai sono ricomparsi sulla scena dell'informazione per subire l'accusa
di essere i veri artefici della crisi. Con il loro contratto nazionale, il
loro assenteismo, i loro scioperi e la mancanza di voglia di lavorare.
Questa offensiva reazionaria ha conquistato gran parte della stampa e
dell'informazione e la maggioranza dell'opposizione a Berlusconi. Il
quale, nonostante il precipitare della sua crisi personale, si è visto
così confermare la sua politica e la sua ideologia. Marchionne ha preso
il posto di Berlusconi, è diventato la nuova bandiera del liberismo e
dell'attacco ai diritti. La Lega Nord, che per anni ha chiesto i voti agli
operai contro Roma ladrona e contro le grandi imprese multinazionali e la
Fiat, è diventata il cane da guardia di Marchionne.
Di fronte alla forza e all'arroganza di questa offensiva si poteva temere
un crollo della nostra democrazia e invece il no della Fiom di Pomigliano
è diventato costituente di una sempre più grande opposizione sociale,
culturale, morale. La notte in cui si sono scrutinate le schede di
Mirafiori mezza Italia è rimasta sveglia, per seguire quel voto con più
passione che se fossero state elezioni politiche generali ed in fondo era
così. Con quel referendum ricatto, si imponeva ai lavoratori la rinuncia
a tutto, ma si dava anche spazio a tutti coloro che volevano tirare su la
testa. E così gli operai di Mirafiori in 2300 hanno detto no per conto di
milioni di persone che non ne possono più e vogliono lottare. Gli operai
di Mirafiori hanno detto no per conto e assieme a tutte le lavoratrici e i
lavoratori che vogliono difendere le loro libertà, il contratto
nazionale, lo stato sociale. Hanno detto no assieme agli studenti, che
peraltro hanno subito sentito la vicinanza della loro lotta a quella dei
metalmeccanici. Hanno detto no assieme a milioni di lavoratrici e
lavoratori precari che hanno capito l'imbroglio di chi, anche a sinistra,
spiegava che i loro guai venivano dai privilegi degli operai. Hanno detto
no assieme ai migranti che lottano contro l'apartheid e le persecuzioni
della legge Bossi-Fini. Hanno detto no assieme a tutti quei movimenti che
sull'ambiente, sui beni comuni, sulla democrazia e i diritti, lottano
contro l'arroganza del potere e le privatizzazioni.
Il no della Fiom è diventato uno spartiacque sociale e politico: chi sta
con Marchionne sta di là, chi sta contro Marchionne sta di qua. Così si
è messo in moto un processo unitario di massa, che certo esclude i
dirigenti complici di Cisl e Uil, quei sindaci e politici della sinistra
che hanno perso l'anima schierandosi con Marchionne, quel mondo
dell'informazione che sbatte i tacchi appena arrivano le veline
dell'amministratore delegato della Fiat. Ora si tratta di andare avanti.
Bisogna chiedere con forza e ottenere dalla Cgil lo sciopero generale.
Bisogna costruire un movimento in grado di durare e sconfiggere il modello
sociale di Marchionne. Bisogna ricostruire una politica democratica che
porti a un altro modello di sviluppo e che affermi finalmente eguaglianza
e giustizia sociale. Per questo chi è in piazza oggi ha bisogno anche di
ricostruire gli strumenti e i canali della propria rappresentanza. C'è un
palazzo che ha ceduto armi e bagagli alla prepotenza delle multinazionali
e del regime dei padroni, ma c'è un'opposizione sociale che cresce e
produce impegno e cultura. Lo sciopero di oggi è dunque costituente di un
grande movimento unitario e di nuove identità politiche. In pochi mesi si
è rimessa in moto l'Italia, adesso bisogna andare avanti.
«Oggi è il giorno
dell'alternativa»
di ----
su il manifesto
del 28/01/2011
Movimenti, studenti e
precari in piazza
Studenti, precari dello
spettacolo, lavoratori della conoscenza, insieme ai dipendenti pubblici e
privati aderenti ai Cobas. La manifestazione regionale della Fiom è a
Cassino (56 pullman in partenza da Roma), mentre la piazza romana (con
corteo da piazza della Repubblica alle 10) ricomporrà tutte le realtà
sociali protagoniste delle mobilitazioni di questi mesi. «Il confronto è
mancato tanto nella scrittura del ddl Gelmini, quanto nell'accordo per lo
stabilimento di Mirafiori - scrivono gli studenti della Rete della
conoscenza (che in corteo partiranno dalla Sapienza alle 9,30 - L'unico
modo per rispondere all'autoritarismo è stato rispondere con più forza
di quella che si avesse in corpo e molti operai di Mirafiori hanno avuto
la forza sovrumana di dire no al taglio di diritti in cambio di lavoro».
Saranno 19 le manifestazioni regionali in tutta Italia a scandire oggi lo
sciopero generale di 8 ore dei metalmeccanici della Cgil contro gli
accordi separati degli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori. A
Milano (corteo dalle 9,30 in piazza Venezia), dove in questi giorni le
tute blu hanno allestito una 'simbolica' catena di montaggio per spiegare
alla città cos'è il lavoro operaio oggi, e con il segretario Maurizio
Landini a concludere la manifestazione.
A Torino il corteo partirà da orta Susa alle 9 e arriverà a piazza
Castello. Cortei sono previsti nei luoghi Fiat del paese: a Pomigliano
d'arco, a Melfi e anche a Termini Imerese.
Diverse sono anche le iniziative organizzate da Uniti contro la crisi che
convergeranno nelle piazze della Fiom. A Padova (dove il comizio
conclusivo spetterà a Giorgio Cremaschi), tra i protagonisti della
mobilitazione ci saranno i migranti, i movimenti per i beni comuni e anche
il comitato genitori e insegnanti per la scuola pubblica. Nelle Marche (la
manifestazione regionale sarà ad Ancona) accanto alle tute blu ci saranno
studenti, precari, con lo slogan «Uniti con la Fiom». In sicilia,
studenti, precari, il Laboratorio Zeta e Uniti contro la crisi saranno a
Termini Imerese. Come pure a Torino, Bari, a Massa Carrara, a Pomigliano
d'Arco, a Udine, e a Trento. Il portale Global Project seguirà tutte le
iniziative in diretta streaming video e audio.
- Marco Revelli
VENERDI' SCIOPERO FIOM. Il territorio e gli
operai
Mirafiori torna nell'ombra, dopo essere stata, per alcune
settimane, sotto la luce dei riflettori. Via le gigantesche
paraboliche dei network televisivi, sparita la siepe di telecamere che
facevano muro al cambio turno, più niente giornalisti. Vista da qui,
dai piazzali di nuovo deserti e grigi, prima che un lungo anno di
cassa integrazione, come prevede l'accordo, la reimmerga nel silenzio,
è difficile pensare che proprio qui - in questo apparente reperto di
archeologia industriale fordista - si è giocato, ancora una volta, un
"cambio del tempo". Una di quelle svolte che periodizzano e
scandiscono le epoche. Eppure è così.
Più passano i giorni, più si posa la polvere mediatica dell'evento,
e più si mostra il suo carattere esemplare. E cioè il fatto che nel
breve percorso tra Pomigliano e Torino, tra l'estate e l'inverno di
questo 2010 di passioni tristi, è emerso il profilo della nuova
natura del conflitto sociale: il suo essere sempre di meno
contrapposizione localizzata tra i fattori fondamentali della
produzione - tra capitale e lavoro, appunto, come teoria e pratica
novecentesche ci avevano insegnato - e sempre di più tensione
dirompente e tendenzialmente devastante, tra flussi e luoghi.
Tra le dinamiche di un capitale mobile, liquido, ubiquo dentro
le derive lunghe dei flussi finanziari e un lavoro inchiodato -
potremmo dire "imprigionato" - nella coriacea materialità
dei propri luoghi, delle proprie fabbriche, dei propri insediamenti
produttivi. In questo sta, appunto, l'abissale dislivello di forza
tra Marchionne - il "signore dei flussi", l'uomo della
finanza, l'anima immateriale della ricchezza, quello che muove tra
Torino e Detroit senza mai atterrare in alcun luogo, pronto a brindare
là se perde qua - e i suoi operai, i 5.500 di Mirafiori, ostaggi dei
propri mutui, delle proprie famiglie, dei propri corpi cui si chiede
di sottomettersi alla nuova metrica del lavoro, quella che ragiona in
termini di centomillesimi di ora. In questo sta l'essenza
"epocale" di quell'inaccettabile aut aut, che se accettato
ci mette di fronte a un orizzonte fino a oggi inimmaginabile.
Non è un "caso eccezionale". L'anomalia di un momento, cui
seguirà il ritorno alla normalità. O la bizzarria di un padrone
fattosi, per sopravvivere, americano. È la realtà, divenuta
conclamata, del nuovo paradigma produttivo. È il mondo col quale ci
dovremo misurare d'ora in poi. Riflette la misura dei suoi, mutati,
rapporti di forza. Dei suoi, abnormi, criteri di giudizio.
È l'essenza tradotta in termini sociali e conflittuali - cioè
finalmente dispiegata - di quello che finora chiamavamo, senza
coglierne tutte le implicazioni, globalizzazione. Parola, non per
nulla, usata come una clava per piegare le resistenze, per convincere
dell'ineluttabilità della resa, per teorizzare l'irresistibile marcia
della modernità dietro quell'ultimatum. Ed è appunto alla luce di ciò
che occorrerebbe, per un verso - da parte di tutti, non solo di noi
che abbiamo fatto il tifo per la Fiom - riconoscere la grandezza di
quegli oltre 2.200 operai che hanno saputo, nonostante tutto,
nonostante quella abissale sproporzione di forze, dire di no. E
dicendo di no, mostrare a tutti che «si può». E, per altro
verso, tentare alcune elementari precisazioni e repliche su quello
stesso concetto di globalizzazione che pare divenuta l'unica,
operativa, costrittiva e dogmatica "costituzione materiale"
del nostro tempo.
Per esempio: ci è stato detto che nell'«epoca della globalizzazione
le macchine si fanno così». Che l'ad Marchionne non fa che tradurre
in Italiano un codice universale del "pianeta auto". Con la
rotazione su tre turni per 5 o, a scelta sua, 6 giorni settimanali
(sabato compreso) oppure su due turni di 10 ore aumentabili
ulteriormente con il ricorso allo straordinario (obbligatorio), con le
pause ridotte all'osso dei bisogni fisiologici, e magari la mensa a
fine turno, dopo otto ore filate di lavoro. Hanno aggiunto che
dappertutto i lavoratori fanno sacrifici, "per competere", a
cominciare dagli operai tedeschi. Non ci dicono che quelli della
Volkswagen, per prendere i più rappresentativi, hanno accettato sì,
fin dal 2006, di sacrificarsi sull'orario, ma passando da una
settimana lavorativa di quattro giorni a una di cinque (dalle 28 ore
stabilite fin dal 1993 a 33, prima, e ultimamente a 35, non di più).
Che hanno ceduto, certo, sulle pause, ma per "scendere" a
una pausa di 5 minuti per ogni ora di lavoro. Che hanno fatto
sacrifici salariali, ma per ottenere, dopo il "taglio",
remunerazioni lorde che vanno dai 2.800 ai 3.500 euro mensili (tra il
30 e il 60% superiori a quelle italiane, con un costo della vita del
tutto paragonabile o addirittura più favorevole). Nella
globalizzazione, le auto non si fanno ovunque nello stesso modo.
Ci è stato detto - dallo stesso Marchionne - che qui si trattava di
scegliere se stare nel primo (votando sì) o nel secondo mondo
(votando no). Bisogna sapere che se venisse applicato questo accordo,
e se si diffondesse, le condizioni di lavoro italiane sarebbero
omologate a quelle del cerchio periferico del sistema economico
europeo, cadrebbero nel suo girone esterno, con Polonia, Turchia,
Grecia, lontano dal nucleo centrale che sta sull'asse Germania,
Francia, Olanda... Che è questo il certificato di appartenenza al
"secondo mondo".
È stato detto che non c'erano alternative. Che davvero non restava
che «arrendersi o perire», di fronte alla indiscutibilità
dell'ultimatum dell'amministratore delegato della Fiat. L'ha detto
soprattutto la politica, dal ministro Sacconi al candidato in pectore
a sindaco di Torino Fassino: quegli stessi che dall'alto dei propri
seggi di "rappresentanti" e di "decisori pubblici"
hanno scaricato la responsabilità di quella scelta
"mortale" - di quella decisione da cui dipendeva il destino
di quei lavoratori ma anche di quel territorio - sulle loro fragili
spalle (limitandosi a invitarli ad un sì che era una resa). Senza
accorgersi di quale infamia fosse, quella diserzione pilatesca. Quel
chiamarsi fuori da una responsabilità che non poteva che essere
collettiva e pubblica. Ma anche - e forse soprattutto - senza
cogliere il carattere di suicidio che, con quel sottrarsi, la politica
compiva. Senza mostrare di percepire, neppure lontanamente, i compiti
nuovi - e per certi versi le nuove chances - che l'inedita
forma del conflitto post-moderno come tensione tra flussi e luoghi
offre ad essa. All'azione collettiva "di territorio".
Perché, fin dal primo profilarsi del confronto aperto da Marchionne,
il sindaco di Torino, il presidente della regione, gli organi di
rappresentanza "locale" (dunque, dei luoghi), non
hanno aperto una "vertenza di territorio" nei confronti dei
signori del flussi? Ci si riempie continuamente la bocca, a
proposito e a sproposito, del termine territorio, fino a farlo
diventare quasi impronunciabile. Perché per una volta non hanno fatto
sentire la voce del territorio? Non hanno messo sul tappeto le sue
esigenze e le sue risorse? Non hanno tentato di sparigliare i giochi?
Di renderli a "somma positiva"? Di riequilibrare i poteri in
gioco?
Saranno sempre più questi gli scenari del futuro. I lavoratori, da
soli, non ce la potranno fare. Potranno dare, come a Pomigliano, come
a Mirafiori, straordinarie dimostrazioni di dignità. Potranno
mostrare a tutti che si può tenere alta la testa: e in questi giorni
se ne sono viste tante, di persone, camminare con la testa alta, dopo
quel no. Ma senza l'intervento di una società pronta a difendere la
propria coesione, i diritti dei propri cittadini, la validità delle
proprie regole, i valori della propria comunità - senza questo ruolo
nuovo che potrebbe restituire alla politica il suo onore perduto - la
"furia del dileguare" dei flussi è destinata a piegarli. E
allora, davvero, finiremmo per essere piegati tutti.
GRAZIE MIRAFIORI
Una festa a Torino per gli operai: «Siamo con
voi, resistete»
Loris Campetti
TORINO
Grazie Mirafiori, grazie ai suoi operai.
Quelli che hanno avuto il coraggio di votare no al diktat di
Marchionne perché la dignità non ha prezzo, e i diritti viaggiano
insieme al lavoro. Ma un grazie anche a chi non ce l'ha fatta
sopraffatto dalla paura per il futuro, dalla preoccupazione dei figli
da mantenere e dei mutui da pagare e ha votato sì. La Fiom ha
invitato i torinesi a ringraziare le tute blu di Mirafiori che mandano
un segnale forte, di speranza e di dignità a tutta la società.
Al Palasport di Torino ieri sera sono passati in tanti. Per ascoltare
musica e testimonianze, ma soprattutto per dire sto con voi, sto con
la Fiom. Un lungo andirivieni iniziato alle 19 e durato fino a tarda
ora. Moni Ovadia in video è stato netto: la battaglia della Fiom e di
questi operai è una battaglia per la democrazia, ci riguarda e ci
aiuta tutti quanti. Vauro non ha mandato una testimonianza in video
né una vignetta, è arrivato di persona e ha raccolto applausi a
scena aperta quando ha detto che il segnale di Mirafiori, insieme a
quello degli studenti, dei precari, di chi si batte in difesa
dell'ambiente e del territorio sono gli unici frutti non avvelenati di
un campo devastato. La Fiom, per il nostro vignettista, è isolata
dalla politica e dall'informazione ma è forte e riconosciuta nella
società. E gli operai, ha concluso, non sono poveri sbianchettati, a
Mirafiori come a Pomigliano ci hanno ricordato che sono la classe
operaia. E poi Di Pietro in video, «con il cuore e con la ragione sto
con voi». L'Italia dei valori ha fatto sua la proposta di legge sulla
democrazia e la rappresentanza.
I diritti, il contratto, l'orgoglio, lo sciopero generale di domani.
Di questo si è parlato e si è cantato ieri sera. Sul palco sono
saliti operai di Mirafiori e delle altre fabbriche torinesi. Troppo
tardi per noi sono state proiettate le testimonianze di solidarietà
di Niki Vendola e Paolo Ferrero. Non poteva mancare alla festa il
segretario generale Maurizio Landini. Non c'era invece Piero Fassino
quello che «se fossi un operaio voterei sì». Maurizio Landini ha
detto che, alla faccia di Mirafiori che vorrebbe espellere la Fiom
dalla Fiat, la Fiom vuole rappresentare tutti i lavoratori, quelli del
sì e quelli del no. E in tanti, a Mirafiori, hanno detto a Landini
«resistete, non firmate, stateci vicini». Colpisce se a dirlo sono
militanti della Film e della Uilm, un buon segnale per lo sciopero di
domani così come un buon segnale è stata la presenza al Palazzetto
dello sport degli studenti e dei tanti giovani che anche a Torino
stanno intrecciando con la Fiom le loro relazioni e le loro battaglie.
Ma che ci aspetta se il
Cavaliere si toglie di mezzo?
di Alessandro Dal Lago
su il
manifesto del 27/01/2011
C'era una volta un tizio barbuto
che parlava del matrimonio come sistema di prostituzione legalizzata. Un
secolo dopo, un suo omonimo, Groucho Marx, disse: "Il matrimonio è
un istituto meraviglioso, ma chi vorrebbe vivere in un istituto?". Le
due affermazioni «marxiane» mi sono tornate in mente assistendo ai
dibattiti sui vari aspetti, pubblici e privati (politici, giudiziari,
morali ecc.) delle prodigiose performance amatorie, vere o presunte, di
Silvio Berlusconi.
Nell'arena mediale del nostro paese si assiste a un curioso gioco delle
parti. Ci sono quelli che blaterano di libertà individuale e difesa della
privacy dalle intrusioni mediali e giudiziarie, rispolverando, in chiave
di perdono preventivo, il principio evangelico del «chi è senza peccato
scagli la prima pietra». E, guarda un po', sono i governativi, tutti
cattolici e difensori dell'ordine costituito. All'opposto, ci sono quelli
che sbandierano in faccia ai primi le austere parole degli uomini del
Vaticano, in tema di sobrietà della vita privata. E tra i secondi
troviamo giornalisti d'assalto e antiberlusconiani di ogni tendenza,
insomma l'opposizione soprattutto mediale. Va bene che in guerra ogni
argomento o espediente è lecito, ma, accidenti, non è facile
raccapezzarsi in questo spettacolare girotondo morale. Certo, noi non
crediamo ai primi, i quali emanano decreti sul pubblico decoro o contro il
mercimonio, quando riguarda povere ragazze migranti, e assolvono il Capo a
testa bassa quando distribuisce bustarelle a signorine procaci in cambio
di dance lascive e altro ancora. Ma io non sono convinto neanche dai
secondi, i quali spacciano, nelle loro inchieste o esecrazioni, un
moralismo legalitario e voyeuristico, che lascia trapelare un'idea di
Legge che fa impallidire quella moseica. Un'ossessione per la santità
delle istituzioni e del decoro - Dio, patria e famiglia - che pensavamo, a
sinistra, superate dopo un secolo di critica marxiana, freudiana,
foucaultiana. Ma che invece prorompe dalle requisitorie dei nostri piccoli
Torquemada televisivi. E allora, tutti a intrupparci all'ombra del la
morale cattolica e del Diritto - il che ci fa facilmente immaginare una
società senza peccato e senza infrazioni, in cui magari lavoratori alla
catena e precari senza speranza si consolano, felici, con l'austerità dei
costumi dei loro padroni.
Già sento le obiezioni. Ma non capisci che ora è la volta buona, sotto
il fuocherello incrociato delle supreme autorità morali del Paese, che
Berlusconi si levi di torno? No, non capisco e non credo. Su queste pagine
Christian Raimo ha spiegato benissimo come le intemperanze del cavaliere
corrispondano mirabilmente alla pornografia diffusa e alle doppie morali
imperanti nella società italiana. Altrimenti, perché una quota pur
sempre maggioritaria di concittadini, sorda agli ammonimenti del Vaticano,
si identificherebbe in Berlusconi e lo voterebbe? Ma se anche il Cavaliere
si togliesse di mezzo, che cosa ci aspetta? Dov'è uno straccio di
politica alternativa alla destra quando, sulle questioni che contano, su
Marchionne, sullo scempio della scuola e dell'università,
sull'immigrazione, sul carcere, sulla guerra il consenso è così
trasversale? La destra, in Italia più che altrove, ha lavorato a fondo
nella perversione dei rapporti sociali primari, illudendo metà del paese
che la felicità di tutti si conquista a spese delle minoranze prive di
potere; facendo credere che lo sviluppo si ottiene togliendo le pause agli
operai a costringendoli alla contrattazione aziendale con i padroni del
vapore globali; privando di diritti gli stranieri; strozzando le classi
scolastiche ed emarginando quel po' di ricerca disinteressata che ancora
sopravvive nelle nostre università anchilosate. E la sinistra le è
andata dietro, tatticismo dopo tatticismo, concessione dopo concessione,
sconfitta dopo sconfitta. Fino al punto che oggi la partita finale si
giocherebbe nell'alcova del cavaliere e in un'aula di tribunale. Ma per
l'amor del cielo!
Se si dimostrerà che Berlusconi ha fatto sesso con una minorenne, che sia
punito e se ne vada. Sarà una liberazione, per cominciare estetica. Ma
nessuno si illuda che il berlusconismo sia finito. Anzi. Perché è tra
noi, in questo blaterare di morale che rimuove le sofferenze reali. In
questa ossessione per il diritto che copre le ingiustizie sostanziali. In
questi risibili tentativi di colpire il potere mediale a colpi di media. E
ciò proprio mentre dall'altra parte del mare, in Tunisia, Algeria, Egitto
ed Albania ci giungono lezioni sulla ribellione all'ingiustizia che
nessuno dei nostri brillanti politici aveva previsto e che, visibilmente,
si ostina ad ignorare.
Reazione a catena sotto la
Madonnina
di Giorgio Salvetti
su il manifesto
del 27/01/2011
Un nastro trasportatore e due
bulloni in mano. Una piccola catena di montaggio a Milano. Così la Fiom
spiega alla città le ragioni dello sciopero di domani. Oggi lo stop in
Emilia. A Milano la Fiom fa provare a tutti il lavoro operaio e si prepara
alla manifestazione di domani con Landini
Avvita. Svita. Avvita. Svita. Per
tutta la vita. No. Solo per qualche secondo. Ma è più che sufficiente.
Volete provare cos'è la catena di montaggio? Eccovi serviti, signore e
signori a passeggio in piazza Duomo. Il gioco è semplice. Tre postazioni,
un nastro trasportatore che non dà il tempo di pensare e due bulloni in
mano. Cosa siete capaci di fare? Come colonna sonora, la sirena e un
martellante rumore di fabbrica, tanto per creare l'atmosfera. Vi prestano
anche la giacca come per entrare in parlamento: una bella tuta blu. La
Fiom di Milano non ha usato solo parole convincenti per preparare lo
sciopero dei metalmeccanici di domani (la manifestazione parte alle 9,30
da porta Venezia). Da una settimana ha messo in piedi una piccola catena
montaggio in stile luna park a pochi passi dalla Madonnina. Il principio
pedagogico è lo stesso dei laboratori per i bambini in età prescolare.
Non sanno leggere e scrivere, e neppure parlare bene. Per capire e
imparare hanno bisogno di fare pratica in prima persona.
Funziona benissimo anche per gli adulti che sanno leggere e scrivere ma
non riescono proprio a capire. Due giri di nastro e tutto è molto più
chiaro. «Altro che dieci minuti di pausa in meno - spiega una signora
elegante - io non tiro neanche dieci secondi a fare 'sta roba». E allora
tutti a firmare l'appello della Fiom. In pochi giorni le firme hanno
superato quota settecento. E siccome non basta metterci nome e cognome c'è
anche chi è disposto a metterci la faccia. In tanti si sono lasciati
fotografare e stampare il volto sui volantini che arredano il singolare
gazebo metalmeccanico (per partecipare a questo facebook molto speciale
basta mandare una propria foto a amicidellafiom@libero.it) Sono facce di
impiegati, insegnanti, dottori, architetti, attori, precari, studenti. È
il segno più evidente che il No della Fiom ormai non è più solo una
questione operaia. È uscito dalle fabbriche e sta contagiando il paese.
La manifestazione di domani sarà segnata dall'orgoglio metalmeccanico. Le
assemblee nelle fabbriche sono state molto partecipate e gli operai sono
pronti a scioperare anche a costo di perdere i pochi giorni di lavoro
retribuito dopo lunghi periodi di cassa integrazione. Ma con la Fiom
sfileranno studenti, precari e tanti lavoratori di altre categorie che per
esserci, raccontano, «dovremo fare i numeri, in attesa dello sciopero
generale di tutte le categorie».
La Lombardia resta la regione più produttiva del paese. La crisi da
queste parti si sente fortissima. Le aziende che chiudono sono sempre di
più e le ore di cassa integrazione hanno superato ogni record. Milano
forse non è più la città delle fabbriche, è l'emblema del passaggio al
terziario e alla speculazione edilizia sulle aree dismesse. Ma resta la
città del lavoro. Tanti lavori diversi uniti solo dalla crescente
precarietà e perdita dei diritti. Il segretario generale della Fiom
Maurizio Landini domani sarà proprio qui. Concluderà il corteo in piazza
Duomo. Con lui sul palco ci saranno Gad Lerner, don Gallo e Gino Strada in
collegamento telefonico. Apparirà anche San Precario unito contro la
crisi con i lavoratori della Maflow e di altre aziende in lotta. Prima di
attraversare il corteo sarà in presidio permanente in viale Sarca davanti
ai cancelli di un polo aziendale che comprende anche pezzi del gruppo
Marcegaglia. Propagherà il verbo: «Siamo tutti precari». Garantiti e
non garantiti, sulla stessa barca che affonda. Studenti medi, centro
sociale Cantiere e Usb invece animeranno un altro corteo con partenza da
piazza Cairoli.
Nell'attesa e nel gelo la catena di piazza Duomo unisce tutti a fianco di
una storica tutta rossa dell'Alfa Romeo e sotto un manifesto degli anni
Settanta. Mimì metallurgico è tornato di moda? «No - spiega una
giovanissima - io in fabbrica non ci voglio andare, ma i diritti per cui
lottano gli operai di oggi sono anche i miei diritti. Non sono loro che
sono vetero è il mondo che sta tornando indietro».
Ci saranno anche i braccianti africani della Piana di Gioia Tauro il
prossimo 28 gennaio a Vibo marina, per lo sciopero dei metalmeccanici. In
ideale continuità con la manifestazione del 7 gennaio scorso, che ha
visto scendere in piazza a Rosarno e Reggio Calabria alcune centinaia di
lavoratori africani con la reteRadici e la Comunità migrante di Rosarno,
i migranti parteciperanno con una delegazione alla manifestazione in
programma presso lo stabilimento «Nuovo Pignone». Per «fare fronte
comune» e sostenere la lotta per i diritti sociali che il sindacato dei
metalmeccanici sta portando avanti.
Noi ferrovieri in sciopero
pensando alle tute blu
di Dante De Angelis
su il
manifesto del 27/01/2011
Sabato e domenica prossima i
ferrovieri più esposti al peggioramento delle condizioni di lavoro, cioè
macchinisti e capitreno, scioperano chiamati dall'Orsa, sindacato di base,
per contrastare lo smantellamento del settore merci, la riduzione
dell'equipaggio ad un solo macchinista e per arginare l'ulteriore
flessibilizzazione dei turni di lavoro, già fortemente atipici, attuata
mediante un sistema semiautomatico che produce turni individuali, diversi
per ciascun lavoratore.
Uno sciopero che non può coincidere con quello dei metalmeccanici della
Fiom perché è frutto di ripetuti rinvii imposti dalle precettazioni del
ministro Matteoli, dal demenziale calendario della legge antisciopero e
per non ostacolare la mobilitazione e le manifestazioni in programma. Lo
sciopero generale indetto dalla Fiom per il 28 gennaio parla a tutte le
categorie sociali, non solo al lavoro dipendente. È vero che l'attacco
alle condizioni e alla dignità dei lavoratori, iniziato da tempo, è
stato molto più forte nei settori esposti alla concorrenza e soggetti al
ricatto chiusura e delocalizzazione: Pomigliano e Mirafiori ne sono solo
l'esempio più eclatante. Ma quanto sta accadendo nelle ferrovie e nel
trasporto pubblico in genere, non deve essere trascurato perché è
insieme, un affondo al nostro Ccnl, oggi in via di demolizione,
considerato «di riferimento» per molte altre categorie, alle condizioni
di lavoro di migliaia di lavoratori già disagiati, e alla quantità e
qualità del servizio offerto agli utenti. Anche se non subiremo «l'infame
ricatto» di Pomigliano e Mirafiori, ma solo perché non è possibile
delocalizzare fisicamente il servizio ferroviario, subiamo un attacco di
efficacia equivalente per imporre anche in questo settore un nuovo schema
di relazioni industriali, in cui il valore del lavoro e delle persone che
lo compiono sono totalmente subordinati alla produzione e, in prospettiva
alle scorribande dei nuovi padroni del vapore. A cominciare
dall'accondiscendenza ai disegni aziendali dei sindacati confederali che
nelle Fs già da tempo si allenano a fare gli «enti bilaterali», dalla
cosiddetta «concorrenza» che attua il dumping sociale utilizzando
contratti al ribasso, finanche individuali, per inquadrare i macchinisti
delle nuove imprese a condizioni che rasentano la vessazione ed alla forte
carenza di democrazia sindacale.
Il processo di smantellamento del modello di relazioni industriali e
l'attacco ai diritti, anche quelli indisponibili, riguarda tutti, in primo
luogo i lavoratori dipendenti ed a seguire tutti i settori sociali che
hanno fruito delle conquiste civili e democratiche ottenute dal mondo del
lavoro. La Fiom è stata capace di difendere gli interessi degli operai
metalmeccanici sollevando problemi comuni a tutti i settori e
contemporaneamente farsi portavoce di una rappresentanza generale di
quella parte della società che vuole tenere insieme i diritti del lavoro
e quelli civili, i valori democratici e di solidarietà che trovano
riferimento nella Costituzione. Per questo i ferrovieri, consapevoli
dell'importanza della vertenza aperta dalla Fiom, in attesa di poter
effettuare uno sciopero generale che unifichi tutte le lotte in corso nel
nostro paese, oltre a partecipare alle manifestazioni della Fiom, sabato
29 e domenica 30 sciopereranno pensando al coraggio ed all'intelligenza
dei metalmeccanici della Fiom che stanno rendendo un enorme servizio a
tutti i lavoratori.
«Dureremo un giorno in più
di Marchionne»
di Ro. Ci.
su il
manifesto del 26/01/2011
Maurizio Landini agli
studenti
Non è la prima volta che il
segretario della Fiom Maurizio Landini parla del reddito di cittadinanza.
Lo ha fatto anche ieri alla facoltà di lettere della Sapienza dov'è
arrivato di primo mattino per parlare con gli studenti dello sciopero
generale voluto dai metalmeccanici della Cgil venerdì 28 gennaio.
L'appuntamento per la manifestazione regionale è a Cassino, sede di uno
degli stabilimenti della Fiat. Gli studenti si raduneranno alla stazione
Termini alle 7,30 per raggiungere la cittadina laziale e partecipare al
corteo che arriverà in Piazza De Gasperi.
«Fino a poco tempo fa - ha detto Landini in un lungo intervento che si è
chiuso tra gli applausi degli studenti - ero contrario: non mi piace
l'idea che uno non lavora e viene pagato. Perché questa persona dovrebbe
lottare per trasformare la propria vita?». È un ragionamento «da
sindacalista», ha riconosciuto Landini, che però oggi deve registrare un
elemento nuovo: la disoccupazione colpisce i giovani e gli atipici
licenziati in gran massa a causa della crisi. I dati Istat lo hanno
confermato: nel 2009 sono stati quasi la metà del totale di chi ha perso
il lavoro. Per Landini sono questi i casi in cui è utile ricorrere al
reddito di cittadinanza. «Ma questa misura deve rientrare in una riforma
complessiva dello Stato sociale - ha proseguito Landini - e del sistema
pensionistico».
Il segretario della Fiom ha poi spiegato come si potrebbe elaborare una
riforma di questa portata: «Bisogna prevedere tre, massimo quattro
contratti nazionali attraverso i quali garantire a tutti diritti e
condizioni minime. Dai metalmeccanici ai servizi ci sarebbe così una
legge sui contratti valida erga omnes». Per gli atipici, invece, è
necessario semplificare il numero dei contratti, oggi sono 33, limitandoli
a quelli che regolano una flessibilità controllata prima dell'inserimento
al lavoro.
«E' solo in questo modo - ha aggiunto il segretario della Fiom - che un
giovane che lavora con un contratto atipico può essere sottratto al
ricatto di chi aspetta oltre 10 anni per essere assunto solo grazie ad un
favore. Il sindacato deve rompere questo schema perché altrimenti non gli
verrà mai riconosciuto il diritto di rappresentanza».
Su queste basi prosegue il confronto tra i metalmeccanici e il movimento
studentesco che chiede «un nuovo welfare che garantisca autonomia sociale
a studenti e precari» e parteciperà alle manifestazioni della Fiom «non
solo per solidarietà, ma «per progettare un terreno comune di
alternativa, reclamando lo sciopero generale di tutte le categorie».
Il successo dello sciopero di venerdì è determinante anche per
continuare questo rapporto. «Aderirà gente che questo mese lha lavorato
solo quella settimana perchè prima era in cassa integrazione. Il 50 per
cento dei metalmeccanici è in queste condizioni, vuol dire rinunciare ad
un bel pezzo di salario. E rinunciare a 70-80 euro non è poco». Ladini
però si è mostrato fiducioso non solo perché il consenso alle posizioni
del suo sindacato ha superato le fabbriche, ma perché ha fatto capire
agli stessi operai che «lo sciopero non è solo per solidarietà verso
gli altri, ma anche per loro stessi. Così dici al tuo padrone che si apre
un problema se fa quella roba lì».
L'obiettivo della Fiom è «durare un giorno in più di Marchionne - ha
detto Landini - non è che lui decide se esiste o no la Fiom, questa c'era
prima di lui e ci sarà dopo di lui. Chi è lui per deciderlo?». Dopo lo
sciopero generale, i metalmeccanici faranno scioperi articolati «per fare
un danno maggiore all'azienda». A decidere le modalità e i tempi sarà
l'assemblea dei delegati prevista per il 3 e 4 febbraio. Gli scioperi non
riguarderanno solo la Fiat, ma tutte le fabbriche metalmeccaniche.
«La gente ha capito - ha aggiunto Landini alla fine dell'assemblea - che
quello che passa in Fiat riguarda anche loro. Confindustria e
Federmeccanica hanno detto chiaramente di voler superare il contratto
nazionale. Il contratto nazionale va difeso».
GELSOMINI
CONTAGIOSI
Giuliana Sgrena
Effetto a catena. S'incendia tutto il Mediterraneo.
Ora tocca all'Egitto, dopo Albania, Tunisia, Algeria, Marocco, Giordania e
Mauritania. È solo effetto della rivoluzione dei gelsomini? Certo,
l'esplosione della Tunisia che sembrava il regime più solido nella sua
repressione ha provocato un effetto dirompente. In meno di un mese Ben Ali
è stato costretto alla fuga. Forse non solo per merito della piazza, la
spallata finale l'ha data l'esercito che ora si erge a garante della
rivoluzione. Ma i tunisini non abbandonano i propri obiettivi. Ben Ali non
era l'unico despota della regione, la concorrenza è sfrenata con Mubarak,
Bouteflika e Berisha.
Molti gli obiettivi comuni della rivolta: cambio di regime, giustizia,
lotta alla corruzione e miglioramento delle condizioni di vita. In alcuni
casi, come la Tunisia, si è partiti dalle condizioni sociali per arrivare
al cambio di potere. Il contagio è stato immediato: in Egitto alcuni
giovani si sono dati fuoco, incuranti della fatwa di al Azhar che vieta il
suicidio. Da un paio d'anni l'Egitto è in ebollizione, ma la
manifestazione di ieri rappresenta un salto di qualità: in piazza «contro
la tortura, la povertà, la corruzione, la disoccupazione» non erano più
solo i militanti, ma il popolo. Il nuovo agitatore di massa nel
Mediterraneo è il blogger: un egiziano su Facebook ieri scriveva: «25
gennaio, l'inizio della fine». Ma per ora a fuggire è stato solo Gamal
Mubarak, il figlio candidato alla successione.
Anche in altri paesi «contagiati» dalla protesta come l'Algeria le
condizioni di vita sono state l'elemento scatenante. Alla base vi è il
forte squilibrio tra chi sfrutta la rendita petrolifera e chi invece
continua a vivere in condizioni di estrema povertà, senza lavoro e senza
futuro. L'Algeria con l'aumento del prezzo del petrolio ha accumulato
riserve per 160 miliardi di dollari ma non ha investito nei settori
produttivi. Il populismo di Bouteflika non fa più presa e la protesta ha
ridato protagonismo all'opposizione laica che sembrava soffocata dal senso
di impotenza.
Se la rivolta porterà all'abbattimento delle repubbliche monarchiche si
vedrà, quel che è certo è che l'Europa e l'Italia dovranno fare i conti
con la rivoluzione dei gelsomini. E ora che la protesta è arrivata anche
al Cairo, a preoccuparsi sono anche gli Stati uniti, mentre Hillary
Clinton assicura che «Mubarak è stabile». Una rivolta si può
soffocare, una rivoluzione no, tanto più che tocca i più fedeli alleati
dell'occidente. Finora l'Europa si è limitata a costruire la propria
fortezza sfruttando i mercati e la manodopera dell'altra sponda del
Mediterraneo, oltre che la collaborazione nel respingimento degli
immigrati. Domani forse ci chiederanno il conto.
LAVORO
«Inadatti» i giovani o chi ci governa?
Loris Campetti
Non hanno pudore né vergogna. Se i giovani non
trovano lavoro, se i laureati sono costretti a fuggire all'estero, se chi
ha venti o anche trent'anni non è in condizioni di immaginare un futuro
ed è costretto a vivere con i genitori, non si chiedono dove hanno
sbagliato, ma perseverano. Anzi peggiorano la situazione e arrivano a
insultare le loro vittime.
Proprio un bel trio, i ministri Sacconi, Gelmini e Meloni. Presentando il
«Piano di azione per l'occupabilità dei giovani» partono dal principio
che essi soffrono di «inattitudine all'umiltà».
Invece di piagnucolare perché non trovate lavoro, che aspettate ad
accettare «un contratto d'apprendistato»? Invece di perdere tempo «imparate
un mestiere». Il trio ministeriale, recuperata la filosofia fascista del
«me ne frego», non ascoltano le parole di Napolitano sul paese che non
esce dalla crisi e non cresce, a differenza di quella Germania che governo
e imprenditori presentano come modello, ma al fine improprio di bastonare
chi non si piega ai loro diktat. Non leggono i dati allarmanti di un
organismo tutt'altro che neutrale come il Fondo monetario, o
l'Organizzazione internazionale del lavoro. I genitori che già sopportano
il ruolo loro imposto di povera banca per dei poveri figli, sono anch'essi
dei depravati. Invece di regalare l'automobile ai fannulloni «inadatti
all'umiltà» dovrebbero investire i soldi in pensioni private per gli
oziosi, visto che dallo stato non l'avranno mai.
Sacconi, Gelmini, Merloni. Hanno anche il coraggio di annunciare che
andranno a raccontare queste porcherie in tutte le scuole italiane il
prossimo 20 maggio, il primo appuntamento annuale a cui hanno dato il nome
di «Un giorno per il futuro». Gli studenti saranno così «sensibilizzati»
sul tema delle pensioni, anche se non potranno sapere a quanto
ammonteranno perché bisognerà pur peggiorare ancora la legge e mettere
il destino di tutti in mano al mercato. Ha detto proprio così Sacconi.
Invece che gli avvocati, ha aggiunto Meloni, questi fannulloni si mettano
la divisa da infermieri (un vero affare: ci libereremmo anche di quegli
accattoni degli immigrati). E poi ecco pronto un miliardo (1 miliardo) per
stimolare l'occupazione giovanile, attivare stage e contrastare il lavoro
sommerso giovanile perché si sa, gli «inadatti all'umiltà» ci godono a
farsi scorticare al nero. Facessero lavoro manuale, i giovani, perché qui
ricerca e innovazione non è prevista. Andassero a farsi sfruttare con
umiltà. E in un delirio ideologico quanto immorale, Sacconi ha precisato
il suo obiettivo: «Occorre scardinare il sistema Italia, fare una
rivoluzione culturale che sia in grado di tirarci fuori dal '68».
Questo governo è un pericolo pubblico, ogni giorno in più di vita ne
cancellano cento agli «inadatti all'umiltà». E le immoralità più
gravi, probabilmente, non sono le notti di Arcore di Berlusconi. Ma qui
siamo in Italia, la Tunisia, l'Egitto e l'Albania sembrano ancora lontane.
INTERVISTA
«Un nuovo welfare per i nuovi lavori»
Parla lo studioso Massimo Paci
Roberto Ciccarelli
Il paese dei giovani che per il governo «soffre di
inattitudine all'umiltà» è da almeno 5 anni intrappolato nel lavoro
temporaneo, poco qualificato e a basso salario e rischia di restare a
lungo inattivo. Per il sociologo del lavoro Massimo Paci, già presidente
dell'Inps dal 1999 al 2002, uno dei massimi studiosi italiani di riforma
del Welfare, la situazione è drammatica e deve essere affrontata con una
riforma di portata epocale. «Solo cinque anni fa - afferma - pensavamo
che il lavoro atipico non fosse una sciagura, ma un'occasione per
disegnare un modello diverso di società del lavoro. La nostra convinzione
è stata aggredita dalla crisi globale, oltre che dalla drastica riduzione
delle prospettive di sviluppo del lavoro dei giovani e dei padri di
famiglia con un lavoro stabile. Quando parlo oggi con gli studenti, mi
dicono di volere un lavoro e un sostegno generalizzato al reddito.
Vogliono una scuola e un'università di qualità, ma sono costretti a
difendere il minimo delle garanzie per sopravviere. Pochi anni fa questo
sembrava scontato. Oggi non lo è più».
Il presidente dell'Inps Antonio Mastropasqua ha detto che «se
dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati
rischieremmo un sommovimento sociale». Come lo interpreta?
È un grido di allarme. Quello che i parasubordinati hanno messo
in cassa non gli darà una pensione minimante pari al loro reddito
attuale. Ma questo è un dramma che investe anche chi ha un lavoro fisso e
versa da sempre i contributi. Rientrando nella riforma Dini del 1995,
anche loro avranno una pensione inferiore rispetto a chi ha usufruito
delle norme precedenti. Quando ho presieduto l'Inps anch'io ho detto la
stessa cosa. Già allora dalle simulazioni risultava che i giovani che
hanno iniziato a lavorare dopo il 1995 sarebbero andati in pensione con il
sistema contributivo. Nel 2035 la riforma andrà a regime e capiremo che
questa situazione non riguarderà solo i parasubordinati, ma tutte le
forme di lavoro. Un lavoratore autonomo avrà meno del 40 per cento del
suo ultimo reddito, i dipendenti subiranno una decurtazione del 25 per
cento. La riforma è stata voluta dal governo Prodi per salvare la cassa
delle pensioni. Trovo però che la sua formula oggi sia economicamente
punitiva.
Esiste una ragionevole soluzione per queste disuguaglianze?
Bisogna rafforzare le forme tradizionali di difesa del reddito,
istituire un reddito minimo per chi non ha un lavoro fisso, estendere
l'indennità di sostegno al reddito e alla disoccupazione agli atipici e
ai precari. Bisogna pensare ad una pensione minima garantita per chi ha
lavorato da precario e si trova sul lastrico. E poi ad una pensione
standard uguale per tutti finanziata dallo Stato che elimina i mille
rivoli della spesa assistenziale e dà vita ad una fascia di sostegno al
reddito per chi ha più di 60 anni. Prevedere inoltre un salario minimo
come vuole Obama negli Usa, dove non si può lavorare a meno di 12 dollari
all'ora. Non si può continuare a legiferare per compartimenti e la
contrattazione collettiva ne deve tenere conto. Dobbiamo invece adottare
una prospettiva incentrata sui diritti individuali capace di promuovere la
realizzazione dei cittadini senza però smantellare le conquiste delle
lotte degli operai organizzati. Per fare questo si può erogare
un'indennità universale di disoccupazione che può essere destinata al
lavoratore stabile come al giovane disoccupato. Quest'ultimo potrebbe cosi
beneficiare di una cifra che non ha la stessa portata del lavoratore capo
di famiglia. Tutti i paesi europei hanno questa «indennità di
disoccupazione dedicata» tranne l'Italia e la Grecia.
Come spiega questa assenza?
Perché il sindacato si è occupato dei lavoratori fissi. La sua
battaglia ha creato un'indennità di natura assicurativa e contributiva
che i lavoratori finanziano insieme ai loro datori di lavoro. In Italia lo
Stato è poi intervenuto integrando con propri fondi le casse della
disoccupazione, ma non ha creato norme universali che coprono tutti i
lavoratori a tempo determinato. Spero che la marea montante del precariato
lo spinga ad affrontare questo problema con maggiore efficacia. Dall'inizio
della crisi il governo Berlusconi è mai intervenuto su questa situazione?
Ha messo una pezza allargando le maglie della disoccupazione dei
braccianti che si chiama «indennità a requisiti ridotti» estendendola
ai supplenti della scuola. Ma si tratta di un'indennità irrisoria che
inizia un anno dopo la fine dell'insegnamento e viene erogata in maniera
proporzionale al numero dei giorni lavorati. Nulla a che vedere con il
regime universale che esiste in Francia o in Germania. Lì nessuno aspetta
un anno e l'indennità scatta immediatamente.
Sarà mai possibile una vera riforma del Welfare in Italia?
Per fare una simile riforma è auspicabile che le opposizioni
ritrovino un'unità politica anche se ho l'impressione che siano in
disfacimento. Il nostro paese si trova ancora in una fase predemocratica.
C'è bisogno di una lunga fase di gestazione culturale prima che una
democrazia riesca ad attecchire. A noi non sono bastati 60 anni per
costruirla. Ho il timore che la classe politica non se ne renda conto e
non abbia il minimo interesse per farla progredire. Il rischio che stiamo
correndo è così grande che dobbiamo preservare le forme democratiche
stabilite dalla costituzione e dalla resistenza. È a quello spirito che
dobbiamo tornare.
MARCHIONNEMENTE
«Tutti i nostri no»
Fabbriche in fermento per lo sciopero dei
metalmeccanici indetto dalla Fiom dopodomani. Parla Giovanni Barozzino,
uno degli operai licenziati dalla Fiat di Melfi: «Marchionne vuole
imporre anche a noi condizioni peggiori, ma non ci stiamo». «Qui a
Melfi? Il no andrebbe almeno come a Torino»
Antonio Sciotto
Gli operai di Melfi dopodomani si riuniranno davanti
ai cancelli della storica «primavera» 2004: fervono i preparativi per lo
sciopero Fiom in uno degli stabilimenti più importanti della Fiat, la
Sata della piana di San Nicola. Una delle tre tute blu licenziate l'estate
scorsa, il delegato Fiom Giovanni Barozzino, spiega che la fabbrica è in
grande fermento, soprattutto dopo il referendum di Mirafiori. «I
lavoratori hanno atteso i risultati con attenzione - dice - e hanno capito
il valore di quel voto: Marchionne infatti non fa mistero di voler
applicare lo schema di Torino e Pomigliano anche a Melfi e Cassino».
Come avete vissuto le ultime settimane? Il conflitto, il voto di
Mirafiori.
Io la notte del voto ero al turno di notte, in fabbrica. Ho
ricevuto tantissime telefonate, gli operai chiedevano aggiornamenti sul
voto. Abbiamo vissuto quel referendum con un pieno coinvolgimento. I
lavoratori qui sanno cosa vogliono dire quelle condizioni di lavoro «proposte»
da Marchionne, per così dire, e dai cosiddetti «accordi» di Mirafiori e
Pomigliano: ricordiamoci che nella lotta della Primavera del 2004, i 21
giorni che tutti ricordiamo, abbiamo combattuto proprio condizioni di
lavoro molto pesanti. Abbiamo detto addio alla «doppia battuta», ma
ancora oggi ad esempio abbiamo il turno notturno, anche per le donne.
Abbiamo migliorato tante cose in fabbrica, conquistato anche un clima più
vivibile, fuori dal terrore che si viveva.
Volete dire che temete un ritorno di quelle condizioni così
pesanti per voi?
Non le stesse, ma abbiamo letto le interviste di Marchionne,
proprio dopo il referendum, e dice senza misteri di voler applicare lo
schema di Mirafiori e Pomigliano anche a noi, e a Cassino. Proprio oggi
(ieri per chi legge, ndr) l'azienda ha deciso di far saltare un incontro
che aveva convocato da inizio dicembre. L'ultima volta che ci siamo visti,
aveva annunciato di voler applicare il nuovo sistema ergonomico ErgoUas,
quello degli accordi di Mirafiori e Pomigliano, anche a noi, a partire dal
31 gennaio. Così l'incontro saltato avrebbe dovuto essere la conferma di
questo schema: ma noi in dicembre abbiamo contestato punto per punto
questo progetto, abbiamo portato un nostro esperto in ergonomia che ha
prospettato tutti i rischi per i lavoratori. Abbiamo detto di essere
contrari al taglio di 10 minuti di pausa, se prima non si valutano i reali
miglioramenti ergonomici: e l'ErgoUas non è stato mai verificato
congiuntamente da azienda e sindacato. Sarebbe una imposizione di
Marchionne, e noi abbiamo detto no: ora l'incontro è stato rinviato al 23
febbraio prossimo.
Dunque una prima piccola «vittoria», se l'azienda decide di
aspettare un mese.
Beh, certamente hanno influito le nostre proteste, e
congiuntamente tutti i fatti nazionali: il referendum di Mirafiori, e poi
lo sciopero del 28 gennaio. La Fiat sa che nello stabilimento di Melfi ci
sono tanti problemi irrisolti e per questo avrà voluto soprassedere. Noi
abbiamo detto che non accettiamo diktat, ma siamo disponibili a valutare
tutto insieme, azienda e sindacati.
Ma attualmente voi non applicate lo schema del Tmc2? E vi va bene?
Non sarebbe da cambiare, dato che ha causato danni alla salute di tanti
lavoratori?
Certo, non ci sognamo mica di difendere il Tmc2. È un sistema di
lavoro alla linea che da noi ha fatto sì di avere oggi ben il 50% di
operai con «ridotte capacità lavorative»: dati non nostri, ma
certificati dai medici aziendali. E siamo una fabbrica dove la media di età
non è altissima, attualmente è di 37 anni. Noi vogliamo cambiare quel
metodo di lavoro, quei ritmi, ma questo non vuol dire che dobbiamo
accettare a scatola chiusa l'ErgoUas, il taglio delle pause, l'imposizione
che la mensa, che noi abbiamo già a fine turno, possa essere comandata
come straordinario.
Marchionne chiede stabilimenti più produttivi, voi cosa
rispondete?
Ma noi siamo già lo stabilimento più produttivo d'Europa: ogni
operaio produce in media 73 vetture l'anno, siamo ai livelli degli
stabilimenti brasiliani. Noi operiamo già sui 15 turni, anche di notte, e
a dire il vero abbiamo firmato per i 17, che l'azienda potrebbe dunque
chiedere quando vuole. La verità è che Fiat oggi vende meno, e così
l'anno scorso abbiamo fatto almeno 10 settimane di cassa integrazione, cioè
2 mesi e mezzo. Non è colpa nostra se si produce meno: è un problema di
mercato e di volumi, la produttività del lavoratore è già alta.
Come sta andando la causa per il vostro licenziamento?
Al primo grado la sentenza ha dato ragione a noi: antisindacalità
dell'azienda e nostro reintegro. Oggi non siamo ancora ammessi in
produzione: passiamo quasi tutto il tempo nella saletta sindacale, e solo
io e l'altro delegato, Antonio Lamorte, possiamo girare un po' per i
reparti, viste le nostre funzioni; Marco Pignatelli, che non è delegato,
passa tutte le 7 ore e mezza nella saletta. Attendiamo l'appello: abbiamo
presentato nuove prove e registrazioni. Anche un sms che una compagna mi
inviò 40 giorni prima del licenziamento, con cui mi metteva in guardia
dal comportamento del gestore operativo che poi ci accusò di aver
bloccato quel famoso robot alla linea.
Ma se oggi Marchionne vi chiedesse di scambiare i vostri diritti
con il posto di lavoro, da voi vincerebbe il sì o il no?
Premesso che certi diritti sono indisponibili, e che per noi quel
referendum sarebbe illegittimo, io penso che a Melfi il «no»
raggiungerebbe almeno il risultato di Mirafiori, già altissimo. O anche
di più.
DOPO
MARGHERA- il manifesto 25 gennaio
L'ambizione di un'alternativa
Luca Casarini
Gianni Rinaldini
Dopo la straordinaria due giorni di Marghera, potremmo
lasciarci cullare dalla soddisfazione collettiva che ha invaso i luoghi
del meeting e che ha accompagnato ognuno nel viaggio di ritorno verso
casa. Non è cosa da niente, di questi tempi, poter essere soddisfatti di
una scommessa politica e culturale che per noi si chiama
uniticontrolacrisi. Ma indugiare troppo non ci è concesso, sarebbe come
premere il tasto della pausa e trasformare un film appena iniziato in una
fotografia: bellissima, ma ferma. Sia chiaro, non foss'altro per tutti
quelli che si sono dannati per far riuscire l'appuntamento al meglio, la
prima cosa è essere contenti di com'è andata. Il numero delle persone
che sono state «attratte», e non cooptate o obbligate, a partecipare
(perché la nostra pratica della democrazia non ha niente a che fare con
le pratiche di Marchionne), è un fatto importante. La qualità di questa
presenza, espressa non solo attraverso quasi duecento interventi, ma anche
e soprattutto in un modo di stare insieme fondato più sulla pazienza che
sulle pretese, animato dalla disponibilità e non sul pregiudizio, ha
creato il «clima». È opera di tutti quello che è potuto succedere: di
un modo di pensarla, prima, questa occasione di incontro, e di come di
essa ci si è collettivamente appropriati poi. Se la pratica del comune è
innanzitutto esemplarità e non linea o modello, va da sé che Marghera
segna una tappa di riferimento fondamentale. La formalità rituale che
queste cose si portano dietro, anche se uno non vuole, perché è
difficile e complesso trovarsi in tante e tanti e discutere, prendere
delle decisioni, essere aperti ma non vaghi, includenti e non ambigui, ha
avuto come correttivo la fiducia reciproca.
Un'altra cosa che, come la pazienza, non assume mai la dignità di
categoria della politica, restando confinata nel recinto delle cose che si
dicono per intendere il contrario. A Marghera no. L'abbiamo tutti voluta
usare, la fiducia, in dosi massicce, come precondizione per poterci
parlare, di nuovo o per la prima volta. È l'intelligenza collettiva che
ci dice di fare così. La situazione che stiamo vivendo impone di mettersi
sul serio a costruire una storia nuova, e se non ne sentiamo l'urgenza, o
se pensiamo che per farlo basti allargare le nostre biografie di partenza,
allora non c'è nulla da fare: non incontreremo mai nessuno in mezzo alla
folla, e continueremo a chiederci perché la gente non capisce e le cose
non cambino mai. Abbiamo, dopo Marghera, iniziato un percorso di accumulo
che deve diventare amplissimo: sensazioni, contatti, scambi, confronti,
questioni, obiettivi, linguaggi. Tutto ciò che concorre a costruire un
sentire condiviso dove il rapporto tra singolarità e collettivo sia non
solo possibile, ma visibile. Come diavolo dovrebbe fare ad esserlo? Non c'è
solo il rifiuto condiviso della privatizzazione, ma anche un'evoluzione
che arricchisce il concetto di pubblico: il discorso che abbiamo
cominciato è immediatamente rivolto dentro di noi, alla soggettività che
contribuisce a formarlo, e fuori di noi, a una società intera.
Ha l'ambizione di essere una proposta di alternativa. A Marchionne e alla
Gelmini, alla privatizzazione dell'acqua e al nucleare. Alle ingiustizie
che costruiscono, tragedia dopo tragedia, la crisi e la rendono, nel suo
incedere senza uscita, insopportabile. Ma anche un'alternativa a noi
stessi, a come abbiamo fatto e pensato fino ad ora, a come abbiamo subito
e ci siamo arresi. Sta in questo il grande interrogativo che ci siamo
posti sulla democrazia, che ha attraversato ogni riflessione, ogni
dibattito. E sulla politica, che come la crisi, pretenderebbe di risolvere
i problemi riproponendo i meccanismi che li hanno generati, invece che
tentare di superarli.
La pratica di un comune sociale che vive dentro le modificazioni epocali
del lavoro, del suo divenire vita messa al lavoro, del suo essere
espropriato di ogni diritto e ogni garanzia, e che vuole definire un
comune politico capace di dire di no come a Mirafiori e di dire di sì
come per l'acqua bene comune, di tracciare degli obiettivi che disegnino
la traiettoria di un'alternativa al capitalismo della crisi e dello
sfruttamento, è anche, un'alternativa al modo di rapportarci con la
rappresentanza e la sua crisi. Senza delegare niente a nessuno,
semplicemente perché la posta in gioco è più alta e più seria. La
crisi di questo paese, la delegittimazione delle istituzioni, la crisi
della politica, devono diventare l'occasione, anche qui, per costruire una
nuova storia, dove il protagonismo sociale delle lotte non sia affidato a
chi lo dilapida in cose già viste e già sconfitte.
Ci siamo lasciati con appuntamenti importanti: primo fra tutti il 28
gennaio, a fianco della Fiom. Non diamo per scontato che tutto sia
semplice, e inventiamoci, ognuno e tutti insieme, come far sì che ogni
piazza, ogni presenza a sostegno di questa battaglia, diventi anche un
contributo alla costruzione di un percorso includente. Per far questo ci
vuole l'umiltà di chi non ha nulla da insegnare e molto da offrire, di
chi ha chiaro che parlare e farsi capire da decine di migliaia di persone
in carne e ossa, non è la stessa cosa che discutere tra amici di vecchia
data. Ma siamo certi che con questo atteggiamento, anche le fabbriche
diverranno luoghi dove gli studenti andranno a fare assemblee, e
all'università i delegati operai non saranno come gli ospiti stranieri.
Siamo convinti che di riconversione produttiva in senso ecologico
cominceremo a parlare con chi lavora dentro le industrie che inquinano,
come di mobilità sostenibile con gli operai dell'auto. Ma niente è
facile o già fatto, e tutto dipende da noi, sia che siamo dentro la Fiom
o in un centro sociale, sia che militiamo in un'associazione ambientalista
o contro il razzismo. Ecco, Marghera è già passata, non abbiamo tempo.
Il film riprende e nessuno ha ancora visto il finale. Dovremo scriverlo
insieme.
FRONTE
DEL PORTO
Ora Marghera progetta futuro
Il «modello Marchionne» mette in movimento
anticorpi sociali imprevisti. Prende il via un percorso di unificazione
delle lotte: metalmeccanici, centri sociali, No Tav, No dal Molin,
precari, ambientalisti... Perché i beni sono «comuni»
Rocco Di Michele
Tirare le somme del meeting di Marghera può esser
semplice o difficilissimo. Nel primo caso si rischia di perdere il
dettaglio, nel secondo il dato unitario. Fortissimo.
Mettere insieme i metalmeccanici della Fiom, i centri sociali, gli
abitanti de L'Aquila, i No Dal Molin, i No Tav, gli ambientalisti di lungo
corso e i «guerrieri di Chiaiano», era una scommessa quasi azzardata. Ma
un passo deciso in avanti, sulla strada del «conoscersi reciprocamente»
- anche lasciandosi alle spalle pezzi di «identità», evidentemente non
decisivi - è stato fatto. Due giorni di discussione hanno messo in primo
piano i molti «no» che ogni soggetto sociale aveva pronunciato nella sua
lotta, ricavandone però il senso di diversi «sì» che ora diventano
quasi dei punti di programma.
Partendo per forza di cose dalla Fiat e dal «modello Mirafiori», tutti
hanno capito che prima di poter dire qualcosa in positivo bisogna opporsi
a un modello di produzione che cerca di imporsi come modello di società,
di stampo apertamente autoritario. Quel «no», insomma, è
«costituente». Detto in altro modo, sulla linea di demarcazione
tracciata da Marchionne non c'è spazio per gli equilibrismi: si accetta
in blocco o la si rifiuta. «Chi sta con lui è contro di noi», ormai è
senso comune.
Quasi l'intera politica italiana non ha perciò più nulla da dire a
questo popolo che fa i conti ogni giorno con la crisi: «il nostro è un
percorso che non delega più nulla alla politica, vogliamo costruire
un'alternativa sociale». E un progetto che sappia fare i conti con la
realtà brutale di fronte a tutti. «La risposta del capitale alla crisi
è un grande rilancio dello stesso modello che ha portato alla crisi»,
sintetizza Gianni Rinaldini. Una strada che prevede aumento della
disoccupazione e - non è un paradosso - aumento dei carichi di lavoro per
chi conserva il posto; generalizzazione della precarietà (a livello
europeo, «non è diverso da quel che succede nell'Italia di
Berlusconi»), superamento dei diritti universali con operazioni
corporative (gli asili o la sanità aziendale, il collocamento privato,
scuola e università a misura d'azienda, enti bilaterali impresa-sindacato
che gestiscono forme di welfare). Un incubo.
Proprio sul welfare la discussione è stata complessa. Tutti d'accordo che
occorre avere l'obiettivo del «reddito di cittadinanza», ma «attenti a
dire che va sostituito il welfare lavorista con uno tutto diverso, perché
questo lo dicono anche Boeri e Ichino». Argomento direttamente connesso
alla lotta alla precarietà e che implica una «politica fiscale», non
agevole in un paese dove «i padroni» le tasse quasi non le pagano. Un
esempio in positivo viene dall'Ilva di Taranto, dove gli operai
«stabili» si sono battuti per l'assunzione degli interinali in scadenza.
Più semplice individuare i «sì» partendo dai «beni comuni»,
categoria che «ha fatto accendere una lampadina nel cervello di tutti
noi». Beni che non sono «cose», tantomeno merci; ma ciò che viene
individuato come tale nella «pratica» dei movimenti popolari. L'acqua,
certamente, su cui ci sarà necessità di organizzare la partecipazione al
referendum «accompagnando la gente a votare». Ma anche il ciclo di
rifiuti, che ha scosso un Mezzogiorno dalla «subalternità», senza però
innescare derive «leghiste» all'incontrario. Beni che hanno e
favoriscono un «linguaggio comune», permettendo di aggregare un mare di
iniziative altrimenti diverse, ma che bisogna sapere spiegare in modo
comprensibile «alla zia Titina». Beni che sfuggono alla trappola della
«legalità formale» (a là Repubblica, insomma), «troppo spesso
complice del saccheggio» delle risorse o dell'ambiente. Beni che spingono
alla partecipazione perché disegna un modello decentrato, mentre - col
nucleare, per esempio - il potere cerca la centralizzazione e la
militarizzazione.
La formula non è nuova («agire locale, pensare globale»); è nuova la
concretezza con cui viene messa in pratica. Dai beni comuni a «contro la
proprietà privata» il passo è davvero breve, e si incarna in due nodi:
«giustizia sostanziale» e «democrazia». Ma siccome le idee camminano
sulle gambe degli uomini, le «organizzazioni politiche ed istituzionali»
di questo percorso sono necessariamente diverse da sindacati e partiti per
come li abbiamo conosciuti finora.
Le «cose da fare» sono un collante e un discrimine. C'è ovviamente la
partecipazione allo sciopero dei metalmeccanici questo venerdì (giovedì
per l'Emilia Romagna). Subito dopo la battaglia referendaria sull'acqua,
una legge di iniziativa popolare per L'Aquila; e poi un momento specifico
per affrontare i problemi dei migranti, l'idea di un seminario
internazionale («euro-mediterraneo, visto quel che che sta montando qui
vicino a noi»). Con l'orizzonte a Genova, in luglio, quando in tre
diverse giornate - 22, 23 e 24 - «oltre alle manifestazioni, dovremo
organizzare altri momenti di approfondimento come questo». Insieme ai
tanti altri soggetti che, nel 2001, avevano dato vita a una stagione
intensa ma purtroppo breve. Stavolta, però, per costruire una continuità
ambiziosa: verso un nuovo modello di sviluppo sociale. 28 GENNAIO,
VENERDÌ I metalmeccanici in piazza per lo sciopero generale di categoria.
Con loro i movimenti, a partire da scuole e università. Con una sola
parola d'ordine: «sciopero generale, mandiamoli tutti a casa». Davvero
1.500 «ACCREDITI» Cioè, persone che hanno dedicato un weekend alla
ricerca di un punto di vista comune tra diversità esistenti da decenni.
La crisi macina le tare ideologiche, costringendo tutti a misurarsi col
«fare=lottare» 445 CONOSCENTI» Tanti sono i partecipanti provenienti da
scuole e università. Trait d'union, la «formazione asservita alle
esigenze delle imprese». Che prediligono ignoranti, non «cittadin 22
LUGLIO Per il decennale del G8 di Genova il movimento si prepara a tornare
massicciamente nel capoluogo ligure. A testimoniare una continuità ideale
e politica tra quel movimento e l'attuale. E la volontà di non
dimenticare.
IL
28 GENNAIO INIZIA IL VIAGGIO CONTRO LA CRISI
Loris Campetti
La cosa più grave di questa stagione non è tanto la crisi globale, di
sistema, quanto piuttosto la ricetta scelta dai poteri forti mondiali e
dai governi per uscirne fuori. I criteri, e le persone fisiche che guidano
il processo di redistribuzione dei poteri, delle regole e della ricchezza
sono gli stessi, neoliberisti, che l'hanno provocata. C'è un solo
pensiero - per semplicità lo chiamiamo pensiero unico - dietro
l'operazione autoritaria che cancella i diritti sociali, del lavoro e di
cittadinanza e al tempo stesso riprone un modello di sviluppo energivoro
diventato incompatibile con l'ambiente e con la democrazia. Un modello che
inquina il territorio (fino a militarizzarlo con il nucleare, a
cementificarlo con Tav e ponti improbali, ad armarlo con le basi
americane) e l'ambiente con il suo percolato di veleni e di mafie.
Se fosse così, e se la percezione di questo disastro fosse diffusa,
sarebbe normale che alla preparazione e alla realizzazione di uno sciopero
generale dei lavoratori metalmeccanici a cui si vuole cancellare dignità
e soggettività, partecipassero tutti i soggetti e le figure sociali
colpite dalla crisi e schiaffeggiate dalle ricette autoritarie
neoliberiste. Qualcosa di simile sta realmente avvenendo intorno
all'appuntamento di venerdì della Fiom. Ma non è normale bensì
straordinario, quasi rivoluzionario, che la Fiom partecipi alle assemblee
nelle università con studenti e precari, o che indìca manifestazioni
insieme ai comitati che si battono contro le discariche, o propongono
diversi consumi, diversa mobilità e la salvaguardia dei beni comuni.
Altrettanto straordinario è che una città, Torino o almeno la sua parte
migliore, torni in sintonia con i suoi operai e prepari in grande il
ringraziamento ai carrozzieri di Mirafiori che con i loro no - e persino
con molti sì costretti - hanno difeso la dignità di tutti dai diktat di
Marchionne. O che gli studenti romani della Sapienza si organizzino per
andare a Cassino a manifestare insieme agli operai della Fiat in sciopero,
o quelli partenopei a Pomigliano, o quelli siciliani a Termini Imerese. È
straordinario che in tanti centri sociali, da Jesi a Palermo al Nordest,
si riuniscano in affollatissime assemblee le vittime della crisi per far
crescere la partecipazione alle manifestazioni della Fiom in ogni regione
italiana, in ogni luogo della crisi produttiva o democratica.
Certo, non è la prima volta che gli studenti vanno a volantinare davanti
alle fabbriche, o che gli operai e i sindacalisti intervengono nelle
scuole e nelle università. Ma è la prima volta che questo avviene non
per pura solidarietà, sentimento peraltro nobile e da valorizzare come ha
precisato Maurizio Landini a Marghera, ma per condizione sociale. La
distruzione del lavoro, dei diritti, del sapere, della cultura, della
libera informazione, la precarizzazione di massa che impedisce a più di
una generazione ormai di progettare il proprio futuro, se da un lato tenta
di scatenare una guerra tra poveri, tra generi, tra lavoratori dei nord e
dei sud dei mondo, dall'altro lato rende più simili figure diverse
colpite allo stesso modo.
Questo piccolo miracolo sostenuto dall'esperienza di Uniti contro la crisi
è solo l'inizio di un cammino che potrebbe essere lungo, sicuramente
difficile e contraddittorio. A renderlo difficile è il suo pregio: non
punta sulla sommatoria di culture esperienze e sigle diverse, non è
l'ennesimo, stucchevole intergruppi. Come dicono oggi sul «manifesto» le
due persone che più hanno lavorato alla costruzione di questo
«caravanserraglio» (luogo di accoglienza di chi migra e dunque cammina),
bisogna costruire una cultura, dei linguaggi e delle pratiche nuove
comuni. Buon viaggio e buon 28 gennaio.
APPELLO
Dalla Sapienza a Cassino
Abbiamo ripetuto spesso in questi mesi come ci sia un filo rosso tra i
processi di dismissione dell'università pubblica e l'attacco alle
garanzie e ai diritti sindacali. Questo legame è emerso in queste
settimane in forma ancora più nitida, sia dal punto di vista dell'azione
del governo, sia da quello, forse più importante, dei percorsi di
resistenza nel campo della formazione e del lavoro.
Il progetto del governo è stato ben chiarito dal leit motiv ripetuto
continuamente dagli esponenti della maggioranza, «farla finita con gli
anni '70», ovvero smantellare un modello sociale che poneva al centro
delle scelte produttive e industriali del nostro paese, la rivendicazione
dei diritti dei lavoratori e la contrattazione salariale, conquistata, in
quegli anni, attraverso le lotte dei lavoratori stessi. La retorica della
«competitività in tempo di crisi» diventa invece la giustificazione al
baratto dei diritti con il mantenimento di un posto di lavoro in
condizioni peggiori.
Pensare di poter disporre dei diritti dei lavoratori, costringendoli ad un
ricatto sul loro futuro e delegittimando le loro proteste, è uno dei più
gravi attacchi alla democrazia e ai diritti sociali, che un paese non può
permettersi di sopportare in silenzio. Allo stesso modo utilizzare la
retorica del merito e dell'efficienza per smantellare il diritto allo
studio e l'università pubblica, provando a delegittimare e reprimere le
proteste del movimento studentesco, non è che l'altra faccia della
medaglia di un governo che si dichiara apertamente dalla parte di
Marchionne, della Fiat e di Confindustria.
Non è un caso che su questi due terreni si stia giocando una partita dal
forte valore simbolico, oltre che politico. Se l'attacco è generalizzato,
generale deve essere la risposta non solo dei lavoratori e dei soggetti
politici, ma di tutte le componenti coscienti della società, capaci di
contrapporre un ragionamento critico alla semplificazione imposta dalla
classe dirigente attuale.
Il referendum di Mirafiori ci consegna un risultato importante e per nulla
scontato. L'esito di questa votazione significa, per noi, che in Italia è
possibile creare un'opposizione dal basso a questa classe dirigente e a
questo governo, che non si pieghi ai ricatti e che costringa la politica a
confrontarsi con le istanze sociali reali di questo paese. Contro questo
attacco senza eguali ai diritti fondamentali del lavoro e dell'istruzione
la Fiom ha convocato per il 28 gennaio uno sciopero generale di categoria
con manifestazioni regionali. Hanno successivamente aderito i sindacati di
base, che hanno convocato uno sciopero generale. Uno sciopero generale
che, è bene ricordarlo, gli studenti e le lotte sociali chiedono ormai da
mesi e che la Cgil ancora non reputa opportuno convocare in quanto, a
detta del segretario generale Camusso, «i tempi non sono ancora maturi».
Il 28 gennaio scenderemo in piazza a Cassino per manifestare al fianco di
tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici e per ribadire il legame che
unisce le nostre lotte: lotte che non vogliono difendere l'esistente ma
costruire un futuro migliore. Un legame che si è costruito innanzitutto
sul terreno del rifiuto del ricatto e nell'opposizione a processi di
riforma autoritari e che si esprime nell'affermazione di una dignità e di
una forza immediatamente capaci di evocare un'alternativa possibile. Non
una battaglia di testimonianza, , ma una mobilitazione generalizzata che
abbia l'ambizione di superare l'esistente e di costruire collettivamente
un futuro migliore (...)
Sapienza in mobilitazione
www.ateneinrivolta.org
Sacconi piange: «Marcegaglia ingenerosa» con
il governo
La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, è stata «ingenerosa»
nel parlare ieri di governo «insufficiente» negli ultimi sei mesi. La
nota indispettita arriva dal ministro del Lavoro (un caso di «neolingua»
orwelliana), Maurizio Sacconi, secondo cui non ha tenuto conto degli
«accordi a Pomigliano e Mirafiori, che un governo diverso avrebbe
certamente osteggiato» (da quel che dicono Veltroni e Bersani, non ci
giureremmo). Sacconi ha fatto la sua risentita esternazione a margine di
una conferenza nell'ambito della «scuola di formazione» del Pdl. Emma
Marcegaglia - ha detto Sacconi - «domenica in tv ospite di Fabio Fazio a
'Che tempo che fa', nel giudicare il governo mi è parsa ingenerosa
rispetto al recente passato». Che ricorda alla leader degli industriali
(oltre alle newco della Fiat) anche «la riforma dell'Università, che
Confindustria aveva sostenuto e condiviso». Invece, conclude Sacconi, la
presidente di Confindustria «per un verso riconosce al governo la
stabilità di finanza pubblica, che era tutt'altro che scontata all'inizio
della crisi ed è il risultato di un attento lavoro di disciplina di
bilancio. Così come la coesione sociale attuata con gli ammortizzatori
sociali». Che pagano i lavoratori.
MARGHERA - 1502 iscritti al meeting: studenti,
precari, operai. E tante donne
Dreadlocks e tute blu, identikit di un movimento
Orsola Casagrande
MARGHERA
Sono state 1502 le persone che sabato e domenica hanno compilato la scheda
di accredito all'ingresso del meeting di Uniti contro la crisi al centro
sociale Rivolta di Marghera. Una foto di gruppo molto varia e colorata.
Capelli bianchi e dreadlocks, studenti e lavoratori, donne e uomini da
tutto il continente e non solo in un melting pot che non si vedeva da un
pezzo. Rilassati, a loro agio, in questa casa comune, Rivolta Pvc,
accogliente e calda grazie al lavoro di decine di uomini e donne, che
magari non hanno compilato l'accredito perché erano a casa loro, e che
hanno reso possibile il meeting.
1502 persone provenienti da ogni parte d'Italia - ma c'erano pure due
persone provenienti dalla Svezia, due dalla Gran Bretagna e una dalla
Francia. Erano giovani (soprattutto) ma anche meno giovani in un intreccio
di età e generazioni che non è così usuale. C'erano molte donne,
giovani e comunque la maggior parte sotto i 45 anni. Studentesse, ragazze
impegnate in associazioni ambientaliste e di solidarietà, donne
lavoratrici nel mondo dello spettacolo e precarie.
Esponenti del mondo associativo, reti studentesche e attivisti di spazi
sociali sono state le categorie che più hanno risposto all'appello di
Uniti contro la crisi. Nello specifico ecco allora i numeri: 445 sono
stati quelli che hanno detto di far parte di reti studentesche, medi e
universitari. Naturalmente moltissimi universitari, pur scegliendo la
categoria «reti studentesche», hanno confermato di svolgere lavoretti di
vario genere durante l'anno, quindi rientrano pure a pieno titolo nella
categoria «lavoratori precari».
Il mondo associativo è stato rappresentato da 410 persone. E anche qui si
tratta di una costellazione che va dalle associazioni ambientaliste più o
meno grandi e note (da Greenpeace ai vari comitati contro le discariche,
contro gli inceneritori, e chi più ne ha più ne metta) alle associazioni
di solidarietà con i migranti. Associazioni collocate in ogni angolo
della penisola.
Gli attivisti di spazi sociali sono stati 430. Anche qui molte donne, e
militanti che provengono dai centri sociali più tradizionali così come
dalle realtà che lavorano sulla questione della casa.
Il mondo sindacale è stato, come era del resto prevedibile, l'altra corno
del meeting. Sono stati 150 quelli che si sono descritti come appartenenti
al mondo sindacale. Tra questi sindacalisti, delegati, lavoratori. I meno
curiosi di quanto si sta muovendo nei territori, e anche questo in fondo
era prevedibile sono stati i partiti politici: soltanto 27 persone si sono
qualificate come tali. Infine ci sono state 30 persone che si sono
qualificate come senza appartenenze specifiche e dieci come esponenti dei
media.
Accanto agli ambiti di appartenenza e lavoro, le efficienti redattrici di
GlobalProject (molte donne anche per il sito di riferimento di questo
movimento) hanno anche scorporato i dati per provenienza geografica.
Così, se dal Veneto sono arrivate ben 600 persone, la regione più
presente a Marghera è stata senza dubbio il Lazio con 250 persone.
Dall'Emilia Romagna sono arrivate 170 persone, mentre da Marche, Friuli,
Lombardia e Trentino sono arrivate in totale 240 persone. Il sud è stato
rappresentato da 25 persone arrivate dalla Campania, 5 dalla Calabria e 20
dalla Puglia. In dieci sono arrivati dalla Sicilia. Dall'Umbria sono
arrivati in 40, dalla Toscana in 50, dal Piemonte in 45, dall'Abruzzo in 5
e dalla Liguria in 7.
Ai 1502 che hanno seguito la due giorni dal vivo bisogna aggiungere poi
quanti l'hanno fatto attraverso il portale di GlobalProject, che ha
mandato in diretta tutto il meeting.
Nella giornata di sabato hanno seguito la dirette e visitato il sito più
di 5000 persone: i contatti sono arrivati anche dall'Europa. Più di 400
quelli che si sono collegati da Inghilterra, Spagna, Francia e Germania.
Dal resto del mondo si sono collegate oltre 200 persone, in particolare
dal continente americano. Un notevole aumento di visitatori si è
registrato nella giornata di domenica: gli accessi sono arrivati a 7000,
dei quali più di un migliaio sono arrivati da fuori Italia. Nel complesso
delle due giornate la homepage di GlobalProject ha raggiunto le 24000
visualizzazioni.
repubblica 24 gennaio
Verso il 28 gennaio
Lavoro, diritti e cittadinanza. Dialogo tra Maurizio Landini e Luciano
Gallino
Dopo anni nei quali il ‘lavoro’ è stato completamente rimosso dal
dibattito pubblico e dall’attenzione del mondo politico, la manifestazione
della Fiom dello scorso 16 ottobre ha nuovamente acceso i riflettori su
di esso. I metalmeccanici della Cgil hanno saputo radunare attorno alla
propria iniziativa una galassia vastissima di forze: come dare continuità
a questa lotta? Cosa chiede il mondo del lavoro a un eventuale futuro
governo di centro-sinistra?
dialogo tra Maurizio Landini e Luciano
Gallino, a cura di Emilio Carnevali, da MicroMega
8/2010
LA
SOCIETA' CIVILE CON LA FIOM - FIRMA L'APPELLO
MicroMega: Quella dello scorso 16 ottobre è stata una
straordinaria manifestazione di popolo. Ciò che più ha colpito gli
osservatori – oltre naturalmente ai «numeri» davvero impressionanti
della partecipazione – è stata la capacità della Fiom di aggregare
attorno alla propria iniziativa uno spettro di forze vastissimo, non
solo soggettività legate alla condizione operaia: studenti, lavoratori
della conoscenza, movimenti per l’acqua pubblica, associazioni di
cittadini impegnati sui temi della legalità, popolo viola eccetera.
Qual è secondo voi la ragione di questo grande successo, di questa
capacità della Fiom di parlare a tanta gente che con la questione di
Pomigliano non ha direttamente a che fare?
Maurizio Landini: Io credo che la capacità del 16 di
ottobre di unire tante persone, tanti soggetti diversi, nasca
dall’aver proposto una «strada diversa» per uscire da questa crisi.
Partendo dalla vicenda di Pomigliano noi abbiamo cercato di denunciare
le disuguaglianze sociali di questo paese – nel mondo del lavoro e non
solo – indicando al contempo la possibilità di perseguire un diverso
modello sociale di sviluppo. È questo che ci ha permesso ad esempio di
parlare con gli studenti, con i movimenti per l’acqua pubblica, con le
associazioni che si battono per la tutela del territorio, per un modello
produttivo sostenibile tanto da un punto di vista sociale quanto da un
punto di vista ambientale.
L’idea di fare la manifestazione il 16 ottobre nasce il 1° luglio a
Pomigliano: per noi è partito tutto da lì. Ma non abbiamo mai
considerato Pomigliano un caso a sé: fin dall’inizio abbiamo capito
che lì si giocava una partita più generale. Ciò che veniva messo in
discussione era il diritto stesso delle persone di poter contrattare
collettivamente la propria condizione in fabbrica. Si cercava in quel
modo di far definitivamente saltare il sistema sociale, il sistema di
relazioni industriali che bene o male in questi anni ha garantito una
certa mediazione fra i diversi interessi. Per questo Pomigliano si
portava dietro questo enorme carico di novità che è stato subito
compreso nella sua importanza.
Ora però dobbiamo porci delle domande sul dopo 16 ottobre. Come andare
avanti? Come dare seguito a un percorso che è stato in grado di
mobilitare così grandi energie? Qui io farei una riflessione su due
livelli.
Il primo è quello sindacale. Noi dobbiamo dare risposte a tutte quelle
persone che sono scese in piazza e che hanno posto con forza la
questione della condizione del lavoro in Italia. Dobbiamo difendere il
contratto nazionale e cercare di ricostituire una riunificazione del
lavoro che oggi è diviso, separato, frammentato. Allo stesso tempo
dobbiamo affrontare la questione della democrazia sindacale, del diritto
dei lavoratori a poter votare come condizione imprescindibile per
ridefinire anche un’azione sindacale unitaria. Poi c’è un problema
che riguarda la politica industriale, cioè il come debbono essere
riorganizzate le imprese in questo paese. Sono tutte questioni
tipicamente sindacali che richiederanno un impegno enorme da parte
nostra.
La manifestazione del 16 ottobre ha però posto anche delle domande di
natura più propriamente «politica». Io credo che moltissime persone
che hanno partecipato a quel corteo si aspettino dalla politica una
diversa attenzione verso il mondo del lavoro, un diverso approccio anche
nel fare opposizione al governo Berlusconi: è ora di finirla di dire
solo che «Berlusconi è cattivo». Occorre essere in grado di
contrapporgli un diverso modello di produzione e un diverso modello di
società.
Noi, come Fiom, dobbiamo sviluppare la nostra azione con quella
autonomia che ci caratterizza e che è necessaria oggi per fare il
sindacato. Ma non dobbiamo rinunciare a stimolare e sollecitare le forze
politiche su questi temi, affinché anche il mondo della politica faccia
la sua parte e torni a dare al lavoro la centralità che merita.
Luciano Gallino: La novità del 16 ottobre può essere
colta da diversi punti di vista. Ma io credo vada ricollegata a quello
che è successo e che sta succedendo in diversi altri paesi in questi
mesi. Sembrava che pochissimi avessero capito qualcosa delle ragioni
della crisi, dei suoi sviluppi, delle modalità con le quali sono stati
distribuiti i suoi costi. Invece manifestazioni come quella del 16
ottobre e come altre che ci sono state nelle settimane successive in
Francia, in Germania, a Bruxelles e altrove hanno mostrato che c’è
tanta gente che ha capito quali sono i motivi della crisi e quanto sia
alto il rischio che chi l’ha già pagata una volta la paghi
eventualmente una seconda o una terza volta. È interessante ed è molto
significativo che abbiano partecipato ai cortei e alle manifestazioni
tanti giovani. E questo per diverse ragioni, a partire dal fatto che
nemmeno la scuola spiega alcunché riguardo a quello che è successo. A
scuola non si parla di globalizzazione, di delocalizzazioni, di crisi
finanziaria eccetera. C’era da temere – e per certi versi c’è
ancora da temere – che i giovani fossero indifferenti a queste cose
così apparentemente «lontane» dalla loro condizione quotidiana e dai
loro specifici problemi. E invece in tanti – giovani e meno giovani
– sono andati in strada a gridare in sostanza: «Non vogliamo pagare
una seconda volta la crisi»; in tanti hanno compreso che la crisi non
è solo finanziaria, ma è anche industriale, affonda le sue radici
nell’economia reale. I problemi sindacali che pone sono anche problemi
politici, dal momento che la politica tutto sommato ha a che fare con
questo fondamentale interrogativo: chi, e a quale prezzo, deve pagare la
crisi?
Per questo motivo per il sindacato sarebbe molto importante avere una
controparte politica, soprattutto in una fase di emergenza sociale come
quella che stiamo vivendo. È vero che il sindacato deve avere la sua
autonomia, ed entro questa sfera di autonomia deve portare avanti le sue
vertenze, le sue battaglie, le sue iniziative. Ma è anche vero che deve
avere – lo voglio dire in modo volutamente secco – un «partito di
riferimento». E questo perché a un certo punto le proposte che
costituiscono le piattaforme delle manifestazioni, le relazioni dei
convegni, le richieste formulate dal microfono di un palco di fronte a
una piazza strapiena, possono diventare leggi oppure rimanere dei
semplici proclami. E se vogliamo che diventino leggi devono passare
attraverso un parlamento, dove ci deve essere qualcuno che sostenga
quelle istanze e le trasformi in norme dello Stato.
In ogni caso mi è parso che il 16 ottobre abbia dato dei buoni segnali.
Dopo anni in cui sembrava che il lavoro fosse ormai fatto solo di camici
bianchi, monitor di computer, scorrere di mouse, si è dato voce a una
parte del mondo del lavoro – quella dell’industria, degli operai –
ancora consistente e tuttavia completamente ignorata dalla politica.
Il salto di qualità che ora è necessario – lo ripeto – è fare in
modo che tutto ciò non rimanga lettera morta, semplice materiale di
studio, ma sia raccolto da formazioni politiche in grado di portare le
istanze del 16 ottobre nelle istituzioni, là dove si approvano le
leggi, si decidono i destini del lavoro, la distribuzione del reddito
del paese, le regole della contrattazione e tante altre cose.
Landini: Io credo che se il sindacato non vuole
scomparire debba percorrere un itinerario di evoluzione che punti a una
completa autonomia. La Fiom è arrivata perfino a parlare di
indipendenza. Nel senso che il sindacato deve essere in grado di
costruire un proprio autonomo progetto sociale con il quale poi
confrontarsi alla pari con le forze politiche e con i governi. Non può
esserci secondo me un sindacato di governo o di opposizione: ci deve
essere un sindacato democratico, autonomo, che si confronta alla pari
con tutti e che costruisce questa sua capacità di confronto dentro un
rapporto diretto con i lavoratori.
Detto questo sono assolutamente d’accordo sul fatto che occorrono
delle forze politiche – di sinistra o perlomeno di centro-sinistra –
che si facciano carico dei problemi del mondo del lavoro, che propongano
un diverso punto di vista su come uscire dalla crisi e che ovviamente
siano in grado di tradurre tali propositi in concrete misure di
cambiamento. Penso ad esempio a quanto sarebbe importante fare una legge
sulla rappresentanza, cancellare o modificare sostanzialmente la legge
30, adottare provvedimenti per il sostegno dei redditi, promuovere
finalmente una politica industriale con un intervento pubblico che in
questo paese non esiste.
Penso che il problema di un concreto «sbocco politico» per molte
azioni sindacali che alludono a un più generale modello diverso di
società sia effettivamente assai rilevante. Mi auguro quindi che la
manifestazione del 16 ottobre possa contribuire a smuovere le acque.
Negli ultimi anni non ci sono state molte differenze fra le varie forze
politiche e i vari schieramenti nel modo di affrontare i problemi del
mondo del lavoro. È quasi come se ci fosse stato un «pensiero unico»:
di fronte ai fenomeni che hanno accompagnato il processo di
globalizzazione si è tentato al più di «limitare i danni». Non si è
cercato di elaborare un approccio diverso, alternativo.
È evidente quindi che fra le richieste che con più forza sono state
sollevate dalla piazza del 16 ottobre c’era quella di un cambiamento
radicale del quadro politico. A partire – lo dico in maniera molto
esplicita – dalla necessità di cambiare questo governo.
Vorrei ricordare che mai come adesso il governo – assieme alla
Confindustria – sta mettendo in discussione tutto il sistema dei
diritti e delle regole sul quale era stato costruito il nostro patto
sociale.
Voglio fare un esempio molto concreto. Ciò che nel 2001 c’era scritto
nel Libro bianco del ministro del Lavoro Maroni oggi viene messo
sistematicamente in pratica. Penso all’assalto al contratto nazionale
di lavoro, al Collegato lavoro appena approvato dal parlamento, alla
modifica del ruolo del sindacato (che è destinato a diventare non più
un soggetto contrattuale ma, con la bilateralità, un soggetto che
assieme alle imprese gestisce le assunzioni, la formazione e tutto il
resto). Penso agli annunci fatti sulla necessità di tornare a mettere
in discussione lo Statuto dei diritti dei lavoratori.
Di fronte a tutto ciò mi pare evidente che c’è bisogno di un
cambiamento sostanziale. Per realizzare gli obiettivi che la
manifestazione del 16 di ottobre si è posta sul piano sindacale è
evidente che c’è bisogno anche di un cambiamento delle politiche del
governo. E perché questo cambiamento di politiche avvenga è necessario
– sebbene non sufficiente – un cambiamento anche di governo. Questo
noi lo abbiamo detto in modo molto esplicito.
Quando però parlo di autonomia è perché penso che il sindacato non
debba prendere in prestito da quella o da quell’altra forza politica
un’analisi di quello che sta succedendo nel mondo e in Italia. Deve
avere un proprio punto di vista, una propria elaborazione all’altezza
della complessità delle sfide che abbiamo di fronte. Tanto più che il
problema è condiviso dalle stesse forze politiche. Lo dico in modo
molto chiaro: se la sinistra e il centro-sinistra in questi anni hanno
perso è perché anche sul piano culturale, sul piano dei valori, sono
stati fatti passare altri messaggi; si è persa la capacità di
rappresentare chi lavora. In questi anni le persone che per vivere
debbono fare un lavoro dipendente non sono diminuite: sono aumentate. Ed
è aumentata la loro precarietà e la loro possibilità di essere
sfruttate.
Noi della Fiom siamo pienamente consapevoli di non poter fare tutto da
soli. Pur con la nostra forza, pur con il grande consenso che abbiamo
saputo attirare su di noi, sappiamo bene che non possiamo cambiare da
soli questa situazione. Per questo motivo abbiamo concluso la nostra
manifestazione chiedendo ad esempio che tutta la Cgil arrivi alla
proclamazione dello sciopero generale. C’è bisogno di dare una
continuità a questa domanda di cambiamento che il 16 ottobre ha
dimostrato essere presente e che può unificare in modo nuovo anche
soggetti che in questi anni sono stati tra loro divisi e separati. C’è
proprio bisogno di un cambiamento! E anche le forze che si dicono di
opposizione a questo governo abbiano la capacità di essere
un’opposizione vera! Non credo che in una situazione così grave il
problema sia quello di limitare i danni. Credo ci voglia una strategia
sindacale ma anche politica che sia in grado di trasformare questa
società, che vada finalmente ad aggredire le contraddizioni di fondo
che stanno emergendo con questa crisi. Le disuguaglianze sociali che si
sono prodotte e sono cresciute in questi anni sono giunte a un livello
assolutamente inaccettabile.
Gallino: Mi pare che su questo punto non ci sia molto
da aggiungere. Direi soltanto che il sindacato non corre assolutamente
il rischio di dover accettare una lettura di ciò che accade nel mondo
subalterna a quella proveniente dalla politica, per il fatto che questa
semplicemente non esiste. Fatta eccezione per singole personalità, dal
mondo politico, dai partiti di centro-sinistra e, ahimè, anche da
quelli della sinistra vera e propria, non è venuta fuori alcuna seria
analisi di quel processo eminentemente politico che è stato ed è la
globalizzazione. Il livello di elaborazione teorica è stato fin qui del
tutto carente.
La manifestazione del 16 ottobre ha messo in evidenza molto bene come
allo stato attuale ci siano più idee e analisi realistiche nel mondo
sindacale che nel mondo politico.
C’è dunque da augurarsi che il grande successo di quella
manifestazione possa contribuire a far capire al centro-sinistra
italiano che occorre mettersi al lavoro per elaborare un’analisi
critica della realtà, un’interpretazione del mondo che non sia una
specie di fotocopia sbiadita di quella del centro-destra. Ci vuole un
salto di qualità non solo organizzativo, propagandistico o elettorale,
ma anche nella capacità di costruzione teorica, di comprensione delle
dinamiche reali dei processi nei quali siamo immersi e che bisognerebbe
cercare di governare assumendo un punto di vista autonomo rispetto a
coloro che quei processi hanno attivato e guidato.
Negli ultimi trent’anni è intervenuto un mutamento davvero epocale.
Intorno al 1980 è iniziata una sorta di controrivoluzione: sono state
messe in discussione tutte le conquiste – in prevalenza sindacali, ma
anche politiche – che i lavoratori, soprattutto in Europa, avevano
ottenuto nel secondo dopoguerra. Anche in Italia erano stati introdotti
miglioramenti di grandissimo peso: la settimana corta, le quattro
settimane di ferie retribuite, lo Statuto dei lavoratori, un consistente
miglioramento nella distribuzione del reddito. Tra la fine degli anni
Settanta e l’inizio degli Ottanta il trend però si è invertito e
tutto è vorticosamente peggiorato.
La controrivoluzione si è dispiegata grazie alla possibilità di
portare la produzione là dove salari, diritti, tutele ambientali, orari
di lavoro, condizioni di vita erano sostanzialmente più bassi,
inferiori agli standard affermatisi in Europa occidentale e negli Stati
Uniti. Le delocalizzazioni hanno rappresentato soprattutto il tentativo
– un tentativo, occorre riconoscere, molto ben riuscito – di
rimettere nell’angolo il movimento dei lavoratori, di distruggere le
sue conquiste. E questo facendo pagare a interi paesi un costo
pesantissimo. Ad esempio gli Stati Uniti hanno praticamente smantellato
il loro sistema industriale: l’industria americana è una frazione di
quello che era trenta o quarant’anni fa, perché hanno portato tutto
in Cina, in India, in Madagascar, in Indonesia, nelle Filippine e in
mille altri luoghi dove invece di 25 dollari l’ora, i lavoratori erano
pagati 50 centesimi, o 1 dollaro quando andava bene. L’Europa gli è
poi corsa dietro, ha fatto la sua parte anche con le liberalizzazioni
del capitale degli anni Ottanta, ponendo tra l’altro le premesse per
una crisi – al tempo stesso finanziaria e industriale – che è
scoppiata nel 2007-2008, ma è cominciata in realtà negli anni Duemila,
e sta tuttora procedendo, come mostrano sia i dati sulla disoccupazione
nella Ue e in Usa, sia le condizioni dei bilanci pubblici di molti paesi
europei.
Nell’insieme si è trattato di una grande redistribuzione del reddito
dal basso verso l’alto ottenuta frammentando e sparpagliando la
produzione in centinaia di paesi per ottenere quei risparmi di costo
consentiti dalle enormi differenze di salari e di diritti che esistevano
tra il mondo occidentale, Stati Uniti compresi, e i paesi emergenti.
È vero che attualmente la situazione non è più quella del 1980. I
salari cinesi, indiani, filippini e degli altri paesi emergenti sono
saliti. Ma resta fortissima la spinta a comprimere ulteriormente i
salari e i diritti dei lavoratori dei paesi occidentali. Molto di ciò
che è avvenuto negli ultimi anni, compresa la vicenda di Pomigliano, va
inserito in questo quadro più generale.
Landini: L’affresco appena fornito da Gallino ci fa
vedere quanto sia difficile in un contesto del genere fare il sindacato.
È certamente molto più difficile oggi che trenta, quarant’anni fa.
Che fare allora? Io credo che in primo luogo occorra porsi il problema
di come riunificare il mondo del lavoro non più a un livello solo
nazionale, ma a un livello europeo e anche più generale.
Sono d’accordo con Gallino quando colloca la data di inizio di questa
controrivoluzione nel 1980. In Italia quella data ha un significato
molto denso e molto preciso anche da un punto di vista simbolico: ci fu
la sconfitta alla Fiat. Il superamento della divisione del mondo in due
blocchi ha poi avuto come innegabile conseguenza il fatto che il
capitalismo, diciamo così, non ha più trovato di fronte a sé barriere
di nessun genere. Un capitalismo che fra l’altro è cambiato
tantissimo in un lasso di tempo relativamente breve: da industriale si
è trasformato in «capitalismo finanziario», nel quale domina appunto
la finanza e quindi il profitto a breve, che prevale su ogni altra cosa.
Il ruolo degli Stati nazionali nelle funzioni di governo e di controllo
dell’economia è praticamente venuto meno, tanto che fra le ragioni
che hanno determinato questa crisi ci sono una disuguaglianza sociale
sempre crescente e una precarietà dilagante, oltre che una finanza cui
è stato permesso di fare tutto ciò che voleva.
Oggi è in corso una spietata competizione tra paesi e tra lavoratori
che appare inarrestabile: in giro per il mondo di persone pronte a
lavorare per un euro o un dollaro in meno di quello che prendi tu ne
puoi trovare finché ne vuoi…
Allora io dico: di fronte a una situazione del genere dobbiamo ritrovare
l’ambizione di riflettere – sia da un punto di vista sindacale che
da un punto di vista politico – su un modello di sviluppo, su un
modello sociale completamente diverso. Come si esce da questa crisi? Io
vedo la necessità di rimettere al centro della nostra iniziativa
l’idea di contratto.
Faccio questo semplice esempio: negli Stati Uniti la crisi di grandi
gruppi come Chrysler o General Motors – cioè di aziende che erano
arrivate alla bancarotta – nasce anche dall’assenza di un adeguato
Stato sociale in quel paese: le pensioni sono pensioni aziendali, la
sanità è sanità aziendale… non c’è nemmeno un contratto
nazionale che stabilisca dei minimi sotto i quali nessuno può scendere!
Ad esempio negli Stati Uniti avevano permesso a gruppi stranieri –
penso ai grandi gruppi giapponesi, ma non solo – di applicare
condizioni inferiori sullo stesso territorio americano di quelle
applicate dalle aziende «locali».
Ma la situazione non è troppo differente in Europa. Se uno si chiede:
perché la Fiat va in Serbia? Perché la Fiat va in Polonia? Perché va
in altri paesi? (Stiamo parlando di paesi europei, non del Sud-Est
asiatico!) Semplice: perché in Europa siamo in presenza di sistemi di
diritti e di condizioni di lavoro sostanzialmente diversi. Questa
frammentarietà, questa eterogeneità mette in discussione anche le
conquiste nelle zone dove fino a poco tempo fa era stato realizzato il
compromesso più avanzato.
Io non mi nascondo che questa crisi mette in discussione l’esistenza
stessa del sindacato come soggetto che è in grado di contrattare
collettivamente le condizioni di chi lavora. C’è davvero il rischio
che tutto ciò venga meno, che si compia questo enorme passo indietro
oserei dire «di civiltà». Di fronte all’importanza della sfida che
ci troviamo di fronte oggi, il sindacato deve dunque muoversi con un
disegno generale, con una strategia di ampio respiro. Le cose che si
fanno giorno per giorno debbono essere inserite all’interno di una
costruzione più articolata che vada nella direzione di una progressiva
riunificazione contrattuale. Io ad esempio penso che in Italia – dove
si sta cercando di andare verso il superamento dei contratti nazionali
– noi dovremmo rispondere puntando a un unico contratto
dell’industria, un unico contratto dei servizi, un unico contratto di
tutto il pubblico impiego. Naturalmente inserendo queste azioni in una
dimensione europea, puntando a forme di unificazione e standard
condivisi in tutto il continente.
Poi c’è il discorso sull’urgente necessità di una diversa politica
industriale. Io non credo che si possa uscire da questa crisi puntando
semplicemente a una crescita dei consumi privati. Credo invece che sia
necessario rimettere al centro la qualità della struttura produttiva e
un’idea diversa dell’uso dei beni comuni. Occorre in altre parole un
intervento pubblico che accompagni anche l’economia privata verso
obiettivi di sostenibilità ambientale.
La discussione che riguarda il ruolo del sindacato e la difesa dei
contratti nazionali di lavoro va collocata all’interno del quadro più
ampio che ho appena tratteggiato.
Fino alla controrivoluzione cominciata nel 1980, le imprese non avevano
messo in discussione l’assunto per cui tra il mercato e la prestazione
lavorativa dovessero intervenire dei vincoli sociali, vincoli appunto
mediati attraverso un contratto. Quest’ultimo era uno strumento di
coesione sociale riconosciuto anche dalla controparte. Oggi tutto questo
rischia di saltare. Il punto vero che è in questione a Pomigliano –
al di là dell’oggettivo peggioramento delle condizioni di lavoro –
è proprio questo. Dentro quell’accordo viene messo in discussione il
diritto delle singole persone, se vogliono, di potersi collettivamente
organizzare per contrattare la propria prestazione lavorativa.
L’impresa ritiene che le persone non possano più autonomamente
contrattare guardando anche ai propri interessi di lavoratori: debbono
semplicemente aderire alle direttive aziendali e sostenere gli obiettivi
dell’impresa. Questi ultimi debbono essere riconosciuti nella loro
assoluta centralità.
Io penso che un’idea di questo genere non solo sia autoritaria, ma non
sia nemmeno in grado di fare i conti con i processi che abbiamo appena
richiamato e quindi con una strategia lungimirante ed efficace di uscita
dalla crisi.
Gallino: Landini ha toccato dei punti importanti.
Bisogna tenere presente che le difficoltà fondamentali che le
organizzazioni dei lavoratori incontrano oggi derivano dal fatto che
sono andate in pezzi le «tre unità» sulle quali si è fondata
l’affermazione storica del sindacato. Sono andate in pezzi l’«unità
di padrone», l’«unità di tetto» e l’«unità delle condizioni di
lavoro». Dagli albori della storia sindacale, quando dopo il 1824,
l’anno in cui furono abolite le leggi contro le «combinazioni»
sindacali, nacquero in Inghilterra le prime Trade Unions, fino a circa
la metà del XX secolo, il padrone era uno, il padrone era il signor
tale o il signor tal altro, oppure la tale società. Ma era uno e uno
soltanto.
Il tetto era comune: 500, 1.000 o 10 mila operai si trovavano nella
stessa fabbrica, sotto lo stesso capannone ed erano tutti, per così
dire, «a portata di voce». Non a caso, per decenni uno degli strumenti
principali dell’attività sindacale, della quotidiana attività dei
sindacalisti, è stato il megafono. Sotto quell’unico tetto si poteva
parlare simultaneamente a migliaia di persone.
Infine il contratto e le condizioni di lavoro praticamente erano uniche.
Se uno era metalmeccanico aveva un contratto da metalmeccanico. Punto.
Lavorava con un certo contratto, in una certa fabbrica meccanica, sotto
un certo padrone.
Tutto questo a partire dalla seconda metà del Novecento, ma in modo
ancor più accelerato a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso
(come si è già detto), è andato in pezzi. In moltissimi casi nessuno
sa chi in realtà sia il padrone. Anche quando il padrone sembra unico
– come ad esempio la Fiat – in realtà ci troviamo di fronte a
un’attività manifatturiera che una grande corporation di proprietà
di dozzine di azionisti, tra i quali primeggiano investitori
istituzionali sconosciuti ai più, ha frammentato fra centinaia o
migliaia di società piccole, medie e grandi sparse in tutto il mondo.
Non parliamo poi del «tetto». I 10 mila operai tutti insieme a
lavorare non ci sono praticamente più. Quanti sono gli stabilimenti
industriali italiani nei quali ci sono non dico 10 mila ma anche solo 2
mila operai sotto il medesimo tetto? Credo che si contino sulle dita di
una mano…
Il meccanismo dell’esternalizzazione ha sistematicamente portato fuori
dalle aziende madri la produzione dei componenti in tutti i campi
produttivi immaginabili e contemporaneamente si sono moltiplicati i
contratti. In Italia abbiamo più di 40 tipi di contratti atipici, ma
abbiamo anche i «terzisti» che vanno a lavorare all’interno di una
singola azienda senza essere legati ad essa da alcun vincolo
contrattuale.
Sotto il medesimo tetto si trovano ora poche centinaia di persone e
magari fra loro ci sono 10 o 15 contratti diversi stipulati da 5 o 6
aziende diverse: qualcuno è a progetto con una tal ditta, qualcuno è
temporaneo con una tal altra ditta, qualcuno è in affitto e via
dicendo.
Per il sindacato tutto ciò rappresenta una terribile montagna da
scalare. E se non si modifica la morfologia di quella montagna penso che
la vita per il sindacato sarà sempre più dura. Infatti la
frammentazione dei padroni e delle condizioni di lavoro comporta anche
un’enorme frammentazione di interessi: anche persone che lavorano
gomito a gomito in realtà – in queste condizioni – di interessi
comuni ne hanno ben pochi.
A questo si può aggiungere – e fa piacere ritrovare questa sensibilità
nei ragionamenti di un leader sindacale come Landini – che questo
modello di produzione appare sempre più insensato. In un mio articolo
recente ho riportato l’esempio di un elettrodomestico le cui 30 o 40
parti percorrono 30 mila chilometri attorno al mondo prima di essere
assemblate e finire sullo scaffale di un supermercato. Questo avviene
per gli elettrodomestici, per le auto e praticamente per tutti gli altri
manufatti; e le motivazioni sono di carattere eminentemente finanziario:
quanto più è piccola l’azienda che mi produce il tal componente che
sta nelle Filippine o altrove, tanto più facile è venderla, passarla a
qualcun altro o chiuderla del tutto.
È una follia ecologica che si sta anche rivelando una follia
industriale.
Dunque il grande problema che ci troviamo a fronteggiare è questa
estrema frammentazione. È un problema difficilissimo da risolvere, ma
se non partiamo da qui le cose andranno sempre peggio.
Landini: Questo discorso di Gallino sul «tetto» è
molto efficace, rende molto bene l’idea della situazione. Quando io,
trent’anni fa, ho cominciato a lavorare sono stato assunto come
apprendista dopo 12 giorni di prova. Ma in quell’azienda lì tutti –
dal centralinista al progettista – avevano lo stesso contratto ed era
indubbiamente più facile fare attività sindacale.
Oggi le imprese, per comprimere i costi, hanno esternalizzato,
moltiplicato i contratti, fatto massiccio uso di cooperative, appalti,
subappalti eccetera. Nel nostro settore ci sono dei casi davvero
clamorosi. Se uno entra in un cantiere navale, ogni mille dipendenti di
Fincantieri ne trova altri 3-4-5 mila di ditte che lavorano per
costruire la stessa nave, ma che hanno contratti diversi: sono impiegati
da ditte in appalto, da cooperative, con diritti e inquadramenti
professionali molto differenti l’uno dall’altro.
Per i petrolchimici il discorso è lo stesso. E anche in una classica
azienda metalmeccanica, se si va in magazzino i lavoratori sono gli
stessi, fanno lo stesso lavoro di prima, ma gli viene applicato un altro
contratto.
Di fronte a tutto ciò io credo che la prospettiva su cui bisogna
lavorare è quella di arrivare a un unico contratto nel settore
industriale. Sennò la divaricazione e la contrapposizione fra
situazioni e interessi diversi non la si potrà mai superare.
Allo stesso modo io penso che sia assurdo avere 40 diversi rapporti di
lavoro. Quando in un paese esistono, oltre al contratto a tempo
indeterminato, il contratto a termine regolato per poter affrontare
determinate situazioni, il contratto part-time (che adesso può essere
giornaliero, settimanale, mensile) e uno che inquadri il periodo di
formazione, io credo ci siano tutti gli strumenti dei quali si può
obbiettivamente avere bisogno per dare risposte alle varie esigenze di
tipo tecnico-organizzativo nei più disparati processi di produzione.
Questa frammentazione pazzesca alla lunga non serve nemmeno alle
imprese.
Certamente non dobbiamo nasconderci le difficoltà, che possono essere
individuate anche all’interno dello stesso campo sindacale. È inutile
girarci intorno, nascondersi dietro a un dito: in Italia ci sono altri
sindacati – penso in particolare a Cisl e Uil – che hanno fatto le
proprie scelte non considerando più la contrattazione collettiva come
lo strumento principe del lavoro sindacale. Penso che il loro
ragionamento si fondi su una sorta di presa d’atto che non esistono
alternative e bisogna ridurre il danno. E a questo punto è meglio che
un sindacato si metta a gestire le assunzioni, la formazione, e tutti
questi aspetti all’interno di una cornice bilaterale.
Ma questa non è la sola strategia presente in Europa in ambito
sindacale. Nei giorni scorsi abbiamo incontrato i sindacati francesi,
spagnoli e tedeschi in vista del Congresso della Federazione europea dei
metalmeccanici che si svolgerà nel 2011. L’oggetto della discussione
è stato l’unificazione delle tre categorie industriali più
importanti: i tessili, i chimici e i metalmeccanici. In Europa si
discute da un pezzo di cose sulle quali qui in Italia siamo sinceramente
un po’ in ritardo. Aggiungo che in Francia, in Spagna e in diversi
altri paesi europei stiamo assistendo a mobilitazioni molto consistenti
che per la prima volta dopo trent’anni vedono l’unità di tutte le
organizzazioni sindacali. L’Italia in questa fase è l’unico paese
che sta andando esattamente nella direzione opposta.
Qui da noi la divisione è maturata anche a causa di un disegno tutto
politico perseguito dall’attuale governo. Ma le organizzazioni che
ritengono che oggi non c’è alternativa a «ridurre il danno» secondo
me si sbagliano.
Quanto all’assurdità di certe delocalizzazioni alle quali ha fatto
cenno prima Gallino, faccio un esempio tratto da una esperienza dei
giorni scorsi. Alla Ducati Energia di Bologna, azienda del dottor Guidi,
sono stati licenziati quattro tra quadri e dirigenti addetti al
controllo qualità, perché secondo l’azienda c’erano dei difetti in
prodotti provenienti dalla Cina. C’è stata una rivolta in fabbrica,
hanno scioperato tutti – cosa che la dirigenza dell’azienda certo
non si aspettava. Spero che nei prossimi giorni si possa trovare una
soluzione, ma ad ogni modo questo della Ducati rappresenta l’ennesimo
caso che ci indica una cosa molto semplice: e cioè che non è così
facile andare a produrre in giro per il mondo dove costa meno; non è
detto che dal punto di vista produttivo, industriale sia quella la
soluzione più efficace.
Questo discorso ci porta a un ragionamento più generale che credo sia
giunto il momento di affrontare anche da parte del sindacato. Credo sia
opportuno cominciare a riflettere su «che cosa è il prodotto» oggi.
Faccio l’esempio del settore dell’auto. Io sono sempre più convinto
che dobbiamo entrare nell’ordine di idee di non pensare più
semplicemente al prodotto come alla singola auto, al singolo camion o al
singolo trattore. Dobbiamo cominciare a ragionare sul fatto che il
prodotto deve diventare la «mobilità», cioè come si spostano le
persone e come si spostano le merci e – di conseguenza – come
dobbiamo costruire le città.
Come dicevo prima, per affrontare queste questioni il sindacato deve
diventare sempre di più un soggetto capace di pensare a un diverso
modello di sviluppo.
Gallino: Landini ha fatto un interessante accenno alla
situazione del movimento sindacale in Europa che penso sia importante
approfondire, anche – perché no? – con uno sguardo più esteso.
Il sindacato è stato oggetto di un attacco formidabile a partire dalla
fine degli anni Settanta. Negli Stati Uniti il presidente Reagan –
eletto proprio nel 1980 – ha condotto una sistematica operazione di
demolizione dei potenti sindacati americani cominciando con il
licenziamento di 13 mila controllori di volo. E non parliamo di quello
che è successo nel Regno Unito con i governi Thatcher. Ma qualcosa di
più o meno simile – se pure con un diverso livello di intensità
dello scontro – è avvenuto anche negli altri paesi europei.
Il primo risultato di quella stagione e di quelle politiche fu che
l’adesione ai sindacati da parte dei lavoratori europei e americani
scese drammaticamente. Nell’industria manifatturiera americana il
livello di sindacalizzazione è sceso di 20 o 30 punti percentuali ed è
oggi ai minimi termini. Negli Usa il dato medio nazionale è tenuto un
po’ più in alto dall’iscrizione ai sindacati del pubblico impiego,
in genere insegnanti o funzionari degli enti locali, ma nell’industria
il sindacato è diventato davvero una presenza quantitativamente modesta
a causa degli attacchi di cui è stato sistematicamente oggetto.
Detto questo penso che sul piano globale, sul piano internazionale, i
sindacati qualcosa di più avrebbero potuto fare. In primo luogo
cercando di far capire maggiormente quello che stava succedendo con i
processi di globalizzazione. In secondo luogo alzando un po’ di più
la voce.
Faccio un esempio concreto. Nel 2008, mi pare il primo gennaio, il
governo cinese ha introdotto una nuova legge sul lavoro che prevedeva
tra l’altro l’innalzamento del minimo salariale a – attenzione –
75 centesimi di dollaro l’ora! Essa prevedeva anche l’introduzione
di una modesta indennità di licenziamento. L’anno precedente, in
vista dell’approvazione di questa legge, le camere di commercio degli
Stati Uniti e dell’Unione Europea avevano fatto fuoco e fiamme dicendo
che se il costo del lavoro balzava così in alto, cioè saliva da 65
centesimi – quanto pagavano numerose multinazionali – a nientemeno
che 75 centesimi di dollaro, le loro imprese avrebbero dovuto
delocalizzare, perché a quei costi non potevano più lavorare in Cina.
Una trentina di deputati, sia democratici che repubblicani, avevano
quindi scritto all’allora presidente George W. Bush una lettera
dicendo di vergognarsi per il fatto che le rappresentanze di aziende
americane prendevano partito in questo modo contro un miglioramento
modestissimo delle condizioni di lavoro in Cina.
La domanda è questa: qualcuno ha sentito al proposito la voce del
sindacato? I sindacati americani ma anche quelli europei, quelli
italiani, francesi, tedeschi eccetera si sono per caso mobilitati per
dire che bisognava tutelare i diritti dei lavoratori cinesi ad avere un
salario un po’ meno indecente? O per sostenere le altre migliorie
introdotte da quella legge contro la quale le camere di commercio si
erano scagliate?
Non mi pare di ricordare alcun tipo di mobilitazione, alcun tipo di
azione significativa. E invece c’erano almeno due ottime ragioni per
difendere ad alta voce i diritti dei lavoratori cinesi: in primo luogo
perché sono lavoratori anche quelli, sono esseri umani che hanno pari
dignità di un lavoratore europeo o americano; in secondo luogo perché
ci conviene: è infatti nel nostro interesse far salire quei salari e
quei diritti, perché tutti conosciamo bene le dinamiche della
competizione fondata su bassi salari e bassi diritti.
Non mancano le esperienze dalle quali prendere esempio. Nel settore
dell’abbigliamento i sindacati americani si sono dati da fare per
prendere accordi soprattutto con l’India, che è il grande tessitore e
sarto del mondo, e hanno fatto in modo che in India fossero migliorate
le condizioni dei lavoratori. E tutto questo è stato fatto partendo da
un sindacato che ha base a New York, dove l’industria del tessile,
dell’abbigliamento di massa, ha ancora un qualche peso, nonostante la
falcidia terribile subita con i processi di delocalizzazione.
A settembre a Bruxelles la Confederazione europea dei sindacati si è
fatta sentire con una manifestazione abbastanza vivace. Salvo poi
permettere al suo segretario generale di dirsi in sostanza d’accordo
con il presidente Barroso circa la necessità di ridurre di molto – di
smantellare, se uno non vuole girare intorno alle parole – il modello
sociale europeo, perché ormai non è più sostenibile. Detto da un
rappresentante di una grande confederazione sindacale è una cosa che
lascia un po’ perplessi.
Ora, è evidente che il sindacato ha i suoi problemi che deve affrontare
giorno per giorno, alba per alba, ora per ora. Però sono convinto che
qualche iniziativa un po’ più energica per far salire i salari e i
diritti dei lavoratori dei paesi emergenti la potrebbe prendere. Per i
due motivi che ho ricordato: perché è giusto e perché ci conviene.
Landini: Io credo che occorra riconoscere che su queste
cose c’è un effettivo ritardo da parte dei sindacati. Dobbiamo
assumerci le nostre responsabilità. Faccio questo semplice esempio. Ciò
che ha portato molte imprese a delocalizzare verso i paesi dell’Est
Europa non è solo il fatto che lì c’era un costo del lavoro
inferiore. E che lì non c’erano proprio i contratti. E inoltre
c’era un «modello sociale» compatibile con oneri bassissimi dal
punto di vista fiscale: niente sanità pubblica, niente scuola pubblica
eccetera.
Abbiamo costruito l’Europa unita nella moneta ma non l’«Europa
sociale», l’Europa unita nei diritti, nelle garanzie, negli standard
di tutela sociale.
Un po’ di tempo fa Marchionne è andato in televisione da Fabio Fazio
e ha rilasciato quella famosa intervista che non ha mancato di suscitare
numerose perplessità anche al di fuori del mondo sindacale. Tutti hanno
detto, allarmati: la Fiat vuole andare via dall’Italia.
Nei giorni successivi ha poi smentito dicendo che non era vero, che la
Fiat vuole rimanere in Italia. E allora di nuovo tutti contenti. In
realtà cosa ha proposto Marchionne e cosa sta facendo per rimanere in
Italia?
A Pomigliano ha annunciato di voler fare una newco, cioè una nuova
società per riassumere i lavoratori che sono già suoi dipendenti e che
però, per essere riassunti e continuare a lavorare, debbono
sottoscrivere individualmente tutte le condizioni presenti nel
famigerato accordo che ha ricevuto la bocciatura di quasi il 40 per
cento degli operai.
Marchionne ha inoltre annunciato che questa newco potrebbe non aderire
alla Confindustria ed eventualmente non applicare il contratto
nazionale. Lo stesso percorso sembra previsto per Mirafiori.
Lo ritengo un fatto di una gravità inaudita. Non è mai successa una
cosa del genere nella storia delle relazioni sindacali italiane. Ed è
l’ulteriore dimostrazione che senza una strategia sindacale che punti
a riunificate, alzando i diritti e le condizioni di lavoro là dove sono
più bassi, succederà esattamente l’opposto, e cioè che là dove
eventualmente avevi ottenuto dei diritti, avevi strappato delle
conquiste, ti verranno progressivamente cancellati.
Io comunque in questo discorso vorrei inserire anche una forte denuncia
del ritardo della politica. La politica – e questo è un altro
messaggio che abbiamo voluto lanciare il 16 ottobre, per tornare al tema
sul quale si è aperto il nostro dibattito – deve tornare a occuparsi
dell’interesse generale del paese. Bisogna smetterla di dire che
l’interesse dell’impresa coincide con l’interesse del paese.
Purtroppo alla diffusione di questo discutibilissimo assunto ha
contribuito anche la grande debolezza del sindacato (oltre al diretto
intervento di chi ha precisi interessi nel far pensare che sia così).
Negli ultimi anni il numero dei lavoratori dipendenti in Italia è
aumentato, ma è calato il numero delle persone che si sono iscritte al
sindacato. Lo stesso fenomeno è stato registrato nel resto d’Europa,
anche nei paesi dove il sindacato era tradizionalmente più forte e
radicato.
Di fronte al rischio concreto di una spirale calo degli
iscritti-indebolimento del sindacato-ulteriore calo degli iscritti, il
nostro dovere, il nostro ineludibile compito se vogliamo sopravvivere,
è quello di procedere verso l’innovazione: dobbiamo mettere al centro
la contrattazione, il diritto collettivo delle persone a poter
contrattare la propria condizione, e allo stesso tempo riaprire una
discussione su ciò che si produce, su quale modello sociale è sotteso
a determinati processi industriali. Altrimenti da questa crisi non si
esce. Anzi, rischiamo di pagarla due, tre, quattro volte se non si
interviene sulle ragioni che l’hanno determinata.
Ciò che spesso – anche nel rapporto con la politica – mi fa
arrabbiare è l’impressione che si cerchi di curare una malattia così
grave come questa crisi semplicemente tenendo sotto controllo la febbre,
limitando la manifestazione dei sintomi. Se non si vanno a curare la
cause della malattia il disastro sociale che cominciamo ad avere sotto
gli occhi non farà che aggravarsi!
MicroMega: A proposito di «innovazione», fra le
parole d’ordine della manifestazione del 16 ottobre c’era il «reddito
di cittadinanza». Il sindacato è sempre stato portatore di una cultura
«lavorista», di un’«etica del lavoro» fondata sull’obiettivo
della giusta retribuzione e della piena occupazione. Ci sbagliamo
dicendo che questa proposta rappresenta una grossa novità?
Landini: No, si tratta certamente di un elemento di
grande innovazione. Debbo dire che io stesso per molto tempo ho pensato
che se uno non lavorava non avesse diritto a un reddito (se non nella
forma di un sussidio per i periodi di disoccupazione fra un impiego e
l’altro). Ma il quadro di disuguaglianze sempre crescenti e questa
crisi così acuta mi hanno fatto cambiare idea.
Pensiamo ad esempio al mondo della scuola e dell’università. Noi
stiamo tornando verso quella situazione in cui se uno è figlio di un
operaio, di un lavoratore a basso reddito, non ha più la possibilità
di studiare. Chi lavora oggi è spesso povero: riesce a malapena a
mantenere se stesso, figuriamoci se può mantenere un figlio che studia,
magari in un’altra città. Mi pare uno dei fenomeni più gravi che
caratterizzano la nostra società, una delle ingiustizie più grandi.
Quindi mi sono interrogato su come affrontare il problema, posto che
oggi non è più possibile riflettere sulle questioni del lavoro
separate dalle questioni del sapere. Il reddito di cittadinanza potrebbe
essere uno strumento attraverso il quale diamo opportunità di studio e
dunque di promozione sociale a chi queste opportunità se le vede sempre
più precluse dal momento che non può in alcun modo pesare sulle spalle
della propria famiglia.
C’è poi un altro aspetto di assoluta rilevanza di cui tenere conto.
Il sistema di ammortizzatori sociali presente nel nostro paese è
importante e va mantenuto. Ma tutti gli strumenti di sostegno previsti
sono in qualche modo legati alla figura del lavoratore impiegato con un
rapporto stabile e continuativo. Oggi con la diffusione della precarietà
abbiamo centinaia di migliaia di persone – e forse ormai, con questa
crisi, siamo arrivati a superare il milione – che hanno avuto rapporti
di lavoro precari e poi sono state mandate a casa. Queste persone non
possono usufruire di alcuna forma di sostegno al reddito: non hanno
nulla!
Sono problemi che vanno affrontati. L’introduzione di strumenti come
il reddito di cittadinanza potrebbe permettere da un lato di studiare
senza gravare sulle spalle di genitori che già da soli non arrivano
alla fine del mese, dall’altro di essere meno vincolati o sotto
ricatto pur vivendo una condizione di precarietà.
Il sindacato tradizionale ha molte difficoltà a parlare con i giovani
(perché poi sono soprattutto i più giovani che si trovano a vivere le
situazioni di precarietà). Se vogliamo cominciare a costruire un
rapporto, dobbiamo partire da basi diverse. Non è che possiamo dire: i
nostri iscritti non sono precari, quindi questi sono problemi vostri e
arrangiatevi. Oggi il sindacato deve porre al centro della propria
iniziativa le nuove condizioni di lavoro; proposte come quella sul
reddito di cittadinanza hanno proprio l’obiettivo di avviare un
dibattito, costruire un ponte, uscire fuori dai territori tradizionali
ed esplorare nuovi percorsi.
C’è poi la questione dei «costi», delle risorse che si dovrebbero
rendere disponibili per una misura del genere. Anche in questo caso il
sindacato non deve avere paura di indicare alcune fondamentali linee di
intervento. Nel nostro paese c’è un’evasione fiscale che ha
raggiunto livelli ormai del tutto inaccettabili: il 90 per cento delle
entrate provengono da lavoratori dipendenti e pensionati. Questo è un
problema che va affrontato una volta per tutte. Finiamola di dire che
tutti devono pagare meno tasse: è una presa in giro! Chi deve pagare
meno tasse sono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Chi sta evadendo
– chi continua a utilizzare i servizi pubblici che noi, che paghiamo
le tasse, garantiamo a tutti – deve cominciare a tirare fuori i soldi.
E chi è ricco deve pagare più tasse, non meno tasse. Anche la nostra
Costituzione contiene il principio della progressività
dell’imposizione fiscale, sebbene negli ultimi anni abbiamo fatto
parecchi passi indietro su questo punto.
Gallino: Devo dire che apprezzo molto le parole di
Landini sul reddito di cittadinanza, anche se io preferisco chiamarlo «reddito
di base» o «reddito garantito» (ma, insomma, il concetto è quello).
Le parole di Landini segnano un cambio di impostazione rilevante
rispetto alle posizioni del sindacato non solo italiano, ma più in
generale europeo, su tale questione.
Il sindacato ha sempre guardato con sospetto al reddito di base. E non
senza ragioni, dal momento che alcuni progetti del reddito di base
provenivano da economisti di estrema destra. Negli anni Settanta c’è
stata ad esempio la proposta di Milton Friedman che diceva più o meno
così: diamo un reddito anche abbastanza elevato a tutti, ma poi non gli
diamo più niente in termini di assistenza sanitaria, pensioni,
istruzione... nulla! Ciascuno badi a se stesso!
Inoltre rispetto a come erano configurate molte proposte di reddito di
base c’era il rischio che diventasse un modo per ridurre di fatto il
salario minimo.
Questa diversa posizione del segretario della Fiom, invece, è
apprezzabile e innovativa per diverse ragioni. Ne menzionerò due.
Un aspetto fondamentale della controrivoluzione in corso è quello di
chiudere di fatto le porte dell’istruzione superiore alle famiglie dei
lavoratori. È una cosa che sta avvenendo in tutti i paesi. Pensiamo ad
esempio al progetto del governo Cameron di elevare le tasse per le
università di medio livello (non stiamo parlando dei poli di
eccellenza) dalle circa 3 mila sterline attuali a 9 mila sterline
l’anno. Il che vuol dire sbattere la porta in faccia a centinaia di
migliaia di famiglie di lavoratori, anche della classe media.
L’Italia, con i massicci tagli alla scuola e all’università, pare
aver imboccato una strada analoga.
Un reddito garantito, un reddito di base, un reddito di cittadinanza o
come vogliamo chiamarlo, potrebbe almeno limitare queste iniquità.
C’è poi la questione dell’occupazione. Secondo i dati del Fondo
monetario e di altre istituzioni internazionali, i posti di lavoro persi
con questa crisi – se tutto va bene, e non è affatto detto che tutto
vada bene – saranno recuperati solo intorno al 2017. Abbiamo davanti,
quindi, 7 anni di buchi occupazionali. Buchi che l’esaurimento della
cassa integrazione, dei sussidi di disoccupazione e di altri tipi di
indennità non faranno che rendere più ampi. È dunque indispensabile,
ormai, pensare seriamente a un sostegno, sia pure modesto, sia pure
inizialmente limitato ad alcuni e non a tutti, che però separi
nettamente il reddito dall’occupazione.
Come ricordava giustamente Landini, adesso in Italia per avere il
sussidio di disoccupazione – che da noi è peraltro poca cosa rispetto
ad esempio a quello tedesco o a quello danese, ma che comunque permette
di sopravvivere per qualche mese – bisogna aver lavorato stabilmente e
a lungo: bisogna cioè aver versato contributi per almeno 52 settimane
nei due anni precedenti.
I nostri cosiddetti ammortizzatori sociali – termine fra l’altro
orrendo – sono tuttora strettamente legati all’occupazione. E in una
situazione in cui l’occupazione si sta riducendo ed è destinata a
rimanere su livelli di allarme per ancora molti anni, non è difficile
capire verso quale disastro sociale stiamo andando incontro. Ben venga
allora qualche iniziativa, come il progetto del reddito di base.
So già che molti, di fronte a una proposta del genere, cominceranno a
strillare denunciandone i «costi elevatissimi» (e manco a dirlo
insostenibili per lo stato delle nostre finanze pubbliche). Ma se
facciamo seriamente un conto di quanto costano oggi la cassa
integrazione ordinaria, quella straordinaria, quella in deroga, i
sussidi di disoccupazione, i piani di mobilità, più l’integrazione
delle pensioni al minimo, i sostegni alle famiglie povere eccetera, se
veramente andiamo a vedere qual è la somma complessiva di questi
addendi, otteniamo già un bel capitale da cui partire.
Non si tratta di chiedere la luna. Nella Francia del governo di destra
guidato da Nicolas Sarkozy esiste da anni un istituto che prima si
chiamava «reddito minimo di inserimento» e dal 2009 «reddito di
solidarietà attiva», che permette a un buon numero di giovani di non
cadere nella disperazione della mancanza temporanea di lavoro e di
reddito e che si applica anche a famiglie disagiate e a lavoratori in
attività ma con un reddito sotto la soglia di povertà.
Si tratta quindi di una riforma che è già stata sperimentata – dando
buona prova del proprio funzionamento – in un paese vicino. Non
sarebbe una cattiva idea imitare la Francia in questo. Fra l’altro
potrebbe costituire un tema di grande impatto dal punto di vista
politico per la prossima campagna elettorale. Se solo la politica avesse
ancora voglia di occuparsi di ciò che sta succedendo nel nostro paese e
nel mondo...
MicroMega: Landini è stato molto chiaro sulla
questione dell’autonomia del sindacato. Però è evidente che possono
esistere interlocutori politici più o meno sensibili a determinate
istanze. Se volessimo ipotizzare l’avvento nel prossimo futuro di un
governo di centro-sinsitra, quali sono le tre questioni prioritarie che
il sindacato dovrebbe porre? Potreste indicarmi tre leggi precise che
sarebbe urgente far approvare nell’ipotesi – del tutto teorica –
di avere un governo di centro-sinistra capace di essere «ricettivo»
verso queste tematiche?
Landini: Prima di tutto una legge sulla rappresentanza.
E qui specifico che a mio avviso la novità da introdurre è il diritto
delle lavoratrici e dei lavoratori di votare attraverso il referendum
tutti gli accordi che li riguardano, siano essi nazionali, aziendali o
interconfederali. Accanto naturalmente al diritto di poter eleggere i
propri delegati e di votare in tutte le imprese, anche sotto i 15
dipendenti, per misurare l’effettiva rappresentatività di ogni
organizzazione.
Io credo che questa sia la condizione per ricostruire una vera unità
sindacale nel nostro paese.
La seconda legge penso debba essere una riforma che riduca drasticamente
le forme di lavoro. Continuo a pensare che quando ci sono quattro,
cinque forme di rapporto di lavoro si è in grado di affrontare in modo
concreto ed efficace ogni situazione produttiva.
Al terzo posto ci metto il reddito di cittadinanza. Se potessi
scegliere, queste sono le tre grandi questioni che porrei al centro del
programma di un eventuale governo di alternativa.
Gallino: Sono sostanzialmente d’accordo con
l’elenco di Landini. Forse, se vogliamo cimentarci con il gioco delle
posizioni in classifica, metterei al primo posto una legge che preveda
il lavoro a tempo pieno e indeterminato come contratto normale di
lavoro, con la possibilità di quattro o cinque deroghe. Se ci fosse una
maggioranza dotata di reale volontà politica, è una cosa che si
potrebbe fare in quattro e quattr’otto.
Se posso aggiungere un ulteriore punto, però, vorrei spendere qualche
parola su un tema che in qualche modo si collega alla vicenda Pomigliano,
ma del quale anche il sindacato, mi pare, non parla abbastanza: la
qualità del lavoro, il peso del lavoro sono un aspetto fondamentale
della qualità della vita, ma anche dell’equità sociale. Chi fa un
lavoro pesante – e lavorare su tre turni alternando ogni settimana il
turno del mattino, quello del pomeriggio e quello di notte è
sicuramente un lavoro molto pesante – subisce delle conseguenze
importanti sia per quanto riguarda la salute che per quanto riguarda la
speranza di vita.
Purtroppo non disponiamo, per quanto ne so, di dati robusti relativi
all’Italia. Ma vi sono molti dati relativi alla Francia, alla Germania
e all’Inghilterra i quali ci dicono che rispetto a un impiegato, a un
quadro superiore, a un dirigente o anche a un insegnante, un operaio che
fa lavori mediamente pesanti, non parliamo di quelli pesantissimi, per
25 o 30 anni di seguito ha 5 o 6 anni di speranza di vita di meno. E non
soltanto la sua vita sarà più breve, ma gli anni della pensione
saranno anche maggiormente intaccati da malattie e patologie varie.
Quindi non soltanto vivrà meno anni ma vivrà peggio gli anni che gli
restano.
Su Pomigliano, ma anche su altri stabilimenti Fiat, si potrebbero fare
molti studi di questo genere, volti a verificare l’ipotesi che non
c’è nulla di più nocivo dei turni alternati, come nociva,
pesantemente nociva, è la riduzione delle pause: solo chi non ha mai
provato a lavorare o non ha mai visto una fabbrica non si rende conto di
quanto contino dieci minuti di pausa in più o in meno per uno che fa un
lavoro fisicamente massacrante tutto il giorno.
Credo sia giunto il momento di affrontare tali questioni non solo sotto
l’aspetto della 626, della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro
eccetera. Questi sono problemi prioritari di giustizia sociale: non vedo
per quale motivo si debbano negare a milioni di persone cinque anni di
vita e magari otto o dieci anni di salute rispetto a chi il destino ha
diversamente favorito. Sarebbe importante fare su questo delle inchieste
parlamentari oltre che delle iniziative di legge.
Landini: Sono totalmente d’accordo. Penso che una
delle ragioni per cui si è arrivati al 16 ottobre sta nel fatto che a
Pomigliano i lavoratori non hanno accettato lo scambio tra il
peggioramento delle loro condizioni di vita e il poter continuare a
lavorare. Questo sussulto di dignità ha fatto sì che in Italia, fra le
altre cose, si potesse ricominciare a discutere, almeno per un po’, di
quelle che sono le condizioni di lavoro in una fabbrica, cosa forse
sconosciuta alla maggioranza delle persone e ai politici in particolare.
È un tema che negli ultimi anni è stato completamente rimosso dal
dibattito pubblico. Il 16 ottobre è nato proprio dalla capacità delle
persone di tornare a indignarsi, di non accettare questo scambio al
ribasso anche di fronte a una crisi così pesante. Occorre tornare a
concepire il lavoro come qualcosa che serve alla realizzazione di un
individuo. E quindi dobbiamo ricominciare a parlare dei contenuti del
lavoro, della sua qualità. E questo ci riporta al discorso che facevamo
prima sulla qualità dello sviluppo, su quale modello di produzione e
quale modello sociale vogliamo sostenere.
È una questione sulla quale ho potuto registrare una sensibilità molto
diffusa anche fuori dal mondo della fabbrica, per esempio nelle
assemblee di studenti a cui ho partecipato nel corso della preparazione
del 16 ottobre.
Tutta questa discussione che a volte si fa sulla produttività del
lavoro, senza tener conto del fatto che i veri incrementi di produttività
si ottengono con la qualità del lavoro, con la capacità di creare
valore aggiunto da processi innovativi e ad alto contenuto di conoscenza
e non semplicemente dalla «spremitura» e dallo sfruttamento delle
persone, meriterebbe ben altro approfondimento rispetto alle tante
chiacchiere che ho avuto modo di sentire negli ultimi mesi.
Venendo più nello specifico a quanto ha appena detto Gallino, in Italia
si parla da sempre di lavori usuranti. Ma in realtà non si è mai fatto
nulla, perché prendere atto dei dati citati prima dal professore
significherebbe anche agire di conseguenza sul piano previdenziale, sul
piano delle condizioni di lavoro in senso generale, sul piano delle
riduzioni di orario, della minore esposizione ad ambienti e processi
nocivi.
Ecco un argomento sul quale sarebbe importante sperimentare una nuova
sinergia fra il mondo del «sapere» – le università, gli uffici
progettazione eccetera – e quello del lavoro. Ora, io non voglio
arrivare a dire che bisogna superare domani mattina la catena di
montaggio – magari! – però mi pongo anche il problema di come oggi
in molti casi, quando si progetta un nuovo prodotto o nuove linee, non
si tenga in alcuna considerazione la qualità del lavoro. Non si presta
la minima attenzione alle persone che su quelle linee dovranno andare a
lavorare, al fatto che con degli accorgimenti anche minimi si potrebbe
ridurre di molto il grado di usura cui questi lavoratori sono
sottoposti. Occorre una nuova sensibilità e anche i programmi
scolastici e universitari dovrebbero prestare maggiore attenzione a
questi aspetti.
Gallino: Prima di concludere – se mi è permesso –
vorrei spendere una parola per ricordare il professor Massimo Roccella,
che è venuto improvvisamente a mancare lo scorso 4 novembre. È una
grave perdita sia per la comunità scientifica che per il mondo del
lavoro, perché è sempre stato impegnato in modo diretto sulle
tematiche che abbiamo trattato anche in questo dialogo.
Landini: Il professor Roccella ha collaborato molto
anche con la Fiom. Davvero viene a mancare una persona importante. Mi fa
molto piacere poterlo ricordare anche in questa circostanza.
(24 gennaio 2011)
LA
RIVOLTA COMUNE
Loris Campetti -23
gennaio - il manifesto
Il 16 ottobre nasce Uniti contro la crisi in
piazza San Giovanni al fianco delle tute blu, il 17 si interroga
all'assemblea della Sapienza, il 14 dicembre si cimenta di nuovo con la
piazza degli studenti, il 28 gennaio farà le prove generali nello
sciopero generale e un po' generalizzato della Fiom. Nel mezzo, due giorni
di seminario in corso di svolgimento a Marghera, tutti ospiti del Centro
sociale Rivolta.
Cos'è Uniti contro la crisi? Non è e non vuol essere un'organizzazione né
una sommatoria di sigle o movimenti. Pensare di federare tutte le isole
non cementificate dal pensiero unico, ciascuna con la sua bandierina e la
sua identità mummificata in un tempo indistinto, non porterebbe da
nessuna parte. Al centro del suo agire, Uniti contro la crisi, che nasce
dal rifiuto dell'ossificazione dei due tempi, pensiero e azione, c'è la
crisi di sistema e la pretesa del capitalismo di uscirne con le stesse
regole e persino le stesse persone che l'hanno scatenata. Allora come
fanno a costruire insieme una nuova storia i metalmeccanici della Fiom con
gli studenti, i precari della conoscenza con gli attivisti dei movimenti
sorti in difesa dei beni comuni, dell'ambiente, del territorio? Cosa
scriveranno di condiviso gli operai dell'auto con chi si batte per un
diverso, ribaltato modello di sviluppo? È la domanda formulata in lingue
e toni diversi dai mille, millecinquecento avventurosi, giovani e
giovanissimi studenti, operai, ricercatori, intellettuali che si alternano
tra sedute plenarie e workshop al Rivolta.
Il metodo è merito, e si chiama democrazia. A Mirafiori dove gli operai
alla catena di montaggio hanno fatto lezione di dignità, come
all'università, nella cultura come nelle battaglie per l'acqua pubblica.
O nell'informazione. L'attacco alla democrazia, che sia portato avanti da
Marchionne o da Sacconi, dai Tremonti o dai Bondi di turno, mira allo
stesso scopo: ridurre alla subalternità e all'obbedienza le persone
singole e gli aggregati sociali cancellandone soggettività e diritti. Se
le notti di Berlusconi pongono un problema di moralità, i giorni e le
notti alla catena di Pomigliano e le stock option di Marchionne, non
pongono forse lo stesso problema? E non è forse un problema di
democrazia, prima ancora che morale?
Riaprire un confronto a tutto campo sul presente e il futuro tra diversi,
resi più simili da un presente e un futuro precario è possibile soltanto
se chiunque voglia entrare in questa storia è disposto ad appendere al
chiodo le sue presunte appartenenze usate come armi improprie. Senza rese,
ma confrontando le antiche certezze con i processi reali. Dentro un centro
sociale del nordest, esempio di efficienza e organizzazione, di ospitalità
e di lavoro liberato dal profitto, Luca Casarini ha il coraggio di
liberarsi di un elemento identitario come «il lavoro immateriale», che
«non esiste, semmai la merce può essere immateriale, mai il lavoro». E
chi come il segretario della Fiom Maurizio Landini è figlio di una storia
sindacale novecentesca che ha sempre concepito il lavoro come unica
ragione e condizione del reddito, nell'analisi dei processi reali, con la
precarizzazione globale che divide i soggetti e unifica al ribasso le
condizioni materiali, dentro un processo di redistribuzione della
ricchezza che toglie ai poveri per dare ai ricchi, trova ragionevole
l'obiettivo del reddito di cittadinanza.
Questo è il metodo di confronto che vive dentro Uniti contro la crisi, in
un seminario fondativo che trova le sue radici nel lavoro: una nuova
storia, con molti capitoli da scrivere ma con la certezza che la crisi
democratica e delle forme tradizionali della politica fa pulizia della
scissione tra lotte sociali e mediazione politica, nessuna delega è più
immaginabile, e in questo senso analisi e azione - e rappresentanza -
debbono camminare insieme. Sostenuti dalla passione che anima le giornate
di Marghera e dalla consapevolezza dei limiti di un pensiero critico che
deve mettere in connessione gambe e testa, se vuole liberarsi del pensiero
unico. Il confronto è partito, con un metodo che ricorda i momenti
migliori delle giornate di Genova pur tenendone ben presenti i limiti e le
derive. I no di Pomigliano e Mirafiori aiutano, e indicano il cammino.
L'alternativa c'è, su la testa
Rocco Di Michele
MARGHERA
Qualcosa si sta muovendo. Richiede attenzione
e un po' di sensibilità rinnovata per i cambiamenti. Perché c'è
un travaglio reale nelle «anime» che stanno convergendo in
questo processo sotto lo striscione «Uniti contro la crisi». Si
ascoltano sortite inaspettate fino a poche settimane fa. Come «la
fine delle illusioni sul capitalismo cognitivo», a lungo
scambiato per «la possibilità di un progresso lineare senza più
crisi», dove sparivano la fatica e la distinzione tra figure
produttive (e non).
Detto da «padovani» storici o da leader dei ricercatori precari,
fa sicuramente effetto. Così come sentire da Maurizio Landini,
segretario generale dei metalmeccanici, avanzare l'obiettivo del
«reddito di cittadinanza», con cui «per molto tempo non mi sono
trovato d'accordo». Ma quando una fetta crescente e
rilevantissima di popolazione si trova stretta tra disoccupazione,
precarietà, ricatti espliciti, ecco che la necessità di «far
vivere tutti» richiede proposte nuove sul piano del welfare. E
siccome la ricchezza non nasce sotto i cavoli, la crisi stessa -
«sistemica», non occasionale o solo finanziaria - si incarica di
far vedere la necessità pratica di un «sistema alternativo», in
cui ci si chiede di nuovo «cosa, come, perché produrre».
Il centro sociale Rivolta ospita un popolo di attivisti
proveniente da esperienze molto diverse. Ma che, come spiega
Gianni Rinaldini (coordinatore dell'area «La Cgil che vogliamo»),
sono qui per «individuare percorsi di discussioni e
approfondimento»; un «luogo, uno spazio comune, per promuovere
iniziative e formulare proposte».
Il punto di partenza è questa crisi che non passa, che ha rotto
il vecchio cliché «crisi-lotte-nuovo sviluppo». E la via
d'uscita individuata dal capitale è «la riproposizione del
modello che ha prodotto la crisi». Ma con «un salto di qualità»
che punta esplicitamente alla «precarizzazione di massa,
l'aumento delle disegualianze, un rapporto distruttivo con la
natura, demolizione delle reazioni sociali e contrattuali, delle
tutele e dei diritti». In Italia è evidente il filo nero che
unisce «il collegato lavoro, la riforma Gelmini, la finanziaria
che toglie risorse ai servizi sociali e ai territori, la
cancellazione delle libertà sindacali». Evidenti anche le
risposte (studenti, metalmeccanici, movimenti per l'acqua, ecc).
Il tentativo, qui, è di «costruire un percorso complessivo che
tenga insieme in modo sistemico i temi del lavoro, istruzione,
diritti, ambiente» e quant'altro, e con «la democrazia come
elemento centrale». Un percorso di «fuoriuscita dal perimetro
della politica» presente in questo parlamento e che «si
autorappresenta» per mettere davanti i «problemi della vita di
tutti».
Neanche Luca Casarini è una new entry, ma prova a disegnare il
salto di qualità che qui si cerca di fare. «Si è partiti da un
appello fra soggetti, non fra organizzazioni», e «non cerchiamo
di seguire il paradigma della ricomposizione» perché «la
centralità non sta oggi in un soggetto, ma nella crisi».
Insomma, è «la pratica del comune» a tracciare la strada di «una
nuova storia». Far convergere anche la retorica da centro sociale
con la durezza del conflitto di fabbrica non è semplice, ma un
terreno comune è già chiaro: «Quale rapporto tra giustizia e
legalità»? Nella crisi, i criteri di gestione diventano quelli
della «governance», autoritaria e senza ricerca del compromesso.
E quindi «giustizia non è uguale a legge» (i cultori della «legalità»
astratta si trovano già ora in grave difficoltà), ed anche lo
sciopero - diritto messo in mora dal «modello Marchionne» - deve
essere reinventato investendo «il funzionamento della
circolazione». L'ambizione che muove il percorso stacca
decisamente «con il passato che ognuno di noi rappresenta» e
punta a far diventare l'alternativa «nuovamente centrale nel
paese, parlando e muovendo milioni di persone». Perché se «il
futuro ce l'hanno già tolto, dobbiamo costruircelo noi».
La concretezza metalmeccanica di Landini avverte subito che «se
stanno realizzando ora, in modo lucido e pensato, quel che c'era
nel Libro Bianco di Maroni, ai tempi di Genova 2001, vuol dire che
nel nostro modo di contrastarli qualcosa non ha funzionato». Ora
«siamo di fronte a una svolta epocale, sia nel modo di produrre
che nelle relazioni sindacali». Non è infatti in gioco solo «l'esistenza
della Fiom e o della Cgil, ma il diritto delle persone che
lavorano di decidere di organizzarsi collettivamente e contrattare
la condizione di lavoro». E non c'è da fermarsi a pensare: «Azione
e analisi vanno di pari passo; rischiamo di fare errori, certo, ma
se ci fermiamo un attimo ci fanno fuori tutti». Proprio «la
radicalità dell'attacco della Fiat, che supera e spiazza la
normale dialettica sindacale» è alla base della reazione dei
lavoratori di Pomigliano e Mirafiori. I quali hanno potuto opporre
quella reazione al ricatto perché «hanno sentito una solidarietà
vera, e hanno capito che non stavano lottando soltanto per sé».
Intorno a loro, intorno allo sciopero del 28 gennaio («dove ci
conteranno dentro ogni fabbrica»), quanti scenderanno in piazza
«ci staranno per dire che non si è disposti ad accettare, in
ogni posto di lavoro e nella vita sociale, condizioni come quelle
che la Fiat vuole imporre». E sarà una tappa, non la fine della
battaglia.
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BENI COMUNI
Lavoro e ambiente, l'incontro tra i due «grandi
sfruttati»
Ugo Mattei
MARGHERA
Intorno al workshop «Democrazia e beni
comuni: tra crisi ecologica e riconversione produttiva per un
nuovo modello di sviluppo» si è articolata a Marghera una ricca
discussione che ha tratto spunto da due relazioni introduttive
affidate a Beppe Caccia e Guido Viale. I lavori hanno prodotto
un'ottima sintesi nella dialettica fra la dimensione teorica e
quella pratica del percorso che sui beni comuni si sta compiendo
in Italia. La principale novità politica emersa a Marghera si
riscontra nel superamento dello storico conflitto fra
ambientalismo e movimento sindacale, un conflitto che da almeno
trent'anni ha impedito alla ricetta rosso-verde di conquistare
un'egemonia politica. Infatti, a partire dai primi classici dell'ambientalismo
militante, basti pensare alla «Primavera Silenziosa» di Raquel
Carson , la convivenza in occidente fra le esigenze del lavoro e
quelle dell'ambiente è stata piuttosto difficile. Nel discorso
dominante, le esigenze della tutela ambientale sono interpretate
come limitative dell'attività di impresa, sicché in un paradigma
che pone al centro la crescita quantitativa, il lavoro non poteva
che schierarsi con quest'ultima propro contro l'ambiente. Le
trasformazioni globali dei processi produttivi sembrano
strutturare a livello globale proprio quel conflitto, nella misura
in cui il capitale, nella sua corsa a margini di profitto sempre
più alti sceglie come luoghi dell'investimento proprio quelle
piazze in cui la protezione ambientale è più debole. Con
l'emigrazione del capitale cresce il tasso di disoccupazione e
cresce quindi, anche al centro ed in semiperiferia, la pressione
per ridurre i limiti allo sfruttamento della natura e del lavoro.
In Italia la consapevolezza di questa dinamica è stata acquisita
con brutalità inusitata proprio a partire dalla ristrutturazione
del rapporto fra capitale e lavoro tentata dalla Fiat a Pomigliano
e poi a Mirafiori. Forse inaspettatamente questo drammatico
episodio, oltre a produrre un appiattimento dei sindacati
collaborazionisti sulla visione egemonica dominante ha prodotto un
fenomeno controegemonico nella decisione della Fiom di resistere
intorno alla piattaforma del lavoro come «bene comune». Ed è
stata dunque propro questa nuova fondamentale nozione teorica,
ancora nebulosa nei suoi contorni, ma già capace di fondare un
discorso ed un linguaggio comune alle più diverse esperienze di
lotta, ad aver creato il terreno di incontro fra lavoro ed
ambiente, i due «grandi sfruttati» del modello di sviluppo
dominante. I beni comuni, infatti, non sono mera categoria
merceologica ma momenti concreti di consapevolezza politica capace
di emergere soltanto nella lotta. Una lotta appunto volta al
raggiungimento di un nuovo modello di sviluppo, capace di
marginalizzare la dimensione avidamente quantitativa a favore di
una visione qualitativa fondata sulla giustizia ecologica e sulle
necessità di riconversione tanto produttiva quanto, soprattutto,
culturale. Infatti, sebbene il modello di sviluppo globale
dominante continui a essere proposto con protervia irresponsabile
attraverso tutto l'occidente (ed imposto al Sud), è oggi chiaro
alle avanguardie di tutto il mondo che ad esso bisogna far
dichiarare fallimento per la salvezza stessa del nostro pianeta.
Per farlo, occorre tuttavia che la riconversione del nostro
modello di sviluppo, fondata sulla centralità dei beni comuni,
sia capace di raggiungere egemonia a livello globale,
trasformandosi in una nuova ideologia, fondata sull'emancipazione
dell'ecologia dall'economia. Una sfida epocale, drammaticamente
urgente, che richiede la capacità di ridurre ad unità e porre in
comunicazione fra loro l'insieme variegatissimo delle pratiche di
coloro che lottano per un mondo più bello e più giusto. A
Marghera tale processo di recupero dell'egemonia sembra essere
partito con il piede giusto.
LAVORO
Niente distinguo, la crisi obbliga tutti a «fare»
R. D. M.
MARGHERA
Convergere. Facile a dirsi, faticoso a farsi.
Ma ci si prova. La diversità di culture si può misurare bene nel
workshop su «Democrazia e welfare; salario, reddito,
redistribuzione della ricchezza». Si alternano al microfono
giovani precari, maturi quadri sindacali di scuola Pci,
altrettanto maturi esponenti della scuola «negriana». Bisogna
demolire un po' di convincimenti storici, e quindi si può
allibire sorridendo se un padrone di casa (regno dei «padovani»)
ammette che «è stato un errore parlare di lavoro immateriale,
perché il lavoro è sempre fatica e sfruttamento». E poi sentir
ripetere ragionamenti che vedono la redistribuzione della
ricchezza quasi come un bottino da spartire, dall'origine incerta
(sul piano teorico) e a volte confondibile con le allucinanti
retribuzioni dei manager (record assoluto di citazioni per
Marchionne: «1.037 volte il salario operaio»). O anche sull'«estrazione
del plusvalore in ogni ambito della vita».
Dall'altra parte, un'attenzione mai vista prima a rivendicazioni
sociali (come il «reddito di cittadinanza»), ma inquadrandole
come cornice necessaria alla «possibilità di dire no in
fabbrica, trovando nuovi strumenti di difesa se nel farlo ti
licenziano»). E glissando a ragion veduta sulle asprezze del
contrattualismo sindacale, sul nesso tra lotta, conquiste, diritti
formalizzati e scritti.
Si cerca di indirizzare il ragionar comune in senso «pragmatico»,
sul cosa fare e come farlo, tenendo insieme «azione e riflessione»,
misurando ogni proposta col metro dell'«efficacia delle
iniziative». E' il metro giusto, si vede presto, che lascia
fumigar nell'aria le formule retoriche o filosofiche e riporta
sempre «al presente». La crisi, del resto, sta obbligando tutti
a «fare». En passant, salta per aria come normale una
distinzione teorica con 40 anni di storia: quella «tra garantiti
e non, tra stabili e precari». Perché - ed è un ragazzo, nella
media, a dirlo - «non c'è più la percezione che la precarietà
sia una condizione transitoria legata all'età giovanile».
Paradossalmente è vista come «una realtà stabile». Una presa
di coscienza che ha coinvolto soprattutto gli universitari, che
hanno preso le distanze culturali dall'«Onda», in cui è stata
riconosciuta una «sopravvivenza corporativa». E dai ricercatori
che si sono resi «indisponibili» a far lezione al posto dei
cattedratici, ovvero a lavorare senza retribuzione e senza
contratto.
A dominare tutto c'è la realtà della «povertà», che coinvolge
ora «la condizione operaia e gli stessi ceti medi». Non è più,
se mai lo è stata, «un effetto collaterale della
finanziarizzazione dell'economia, ma un dato strutturale». Ed
implica «una disponibilità ad accettare qualsiasi condizione di
lavoro». Qui torna, ma in termini concreti, la funzione del
contratto nazionale di lavoro come «rigidità imposta dal basso»,
«livello minimo sotto cui non si può andare». Si può anche
provare a declinare il reddito garantito come sostitutivo di
questo ruolo - c'è chi è intervenuto in tal senso - ma resta in
sospeso quale livello di «contrattazione sociale» possa
garantire lo stesso risultato che persino «lo stare al lavoro»
copre sempre meno.
FIAT
«La fabbrica incerta». Un film su
Pomigliano prima dell'era Marchionne
La fatica e la speranza degli
operai nel documentario di Luca Rossomando. Quando il
reparto confino di Nola anticipava il «dopo Cristo»
Francesca Pilla
NAPOLI
«Cosa ho imparato dalla fabbrica?
Niente, perché monti sempre gli stessi pezzi, per mesi,
per anni fai sempre la stessa cosa». «Con le macchine
semiautomatiche devi solo aprire ed estrarre il pezzo, ci
metti dieci secondi per gli altri 40 non sai che fare, è
un tempo dilatato all'infinito. Ho visto gente passeggiare
nervosamente come tigri in gabbia». Ciro Rippa e Vincenzo
Chianese sono due operai dello stabilimento di Pomigliano,
insieme ad altri sei lavoratori sono diventati i
protagonisti della «Fabbrica incerta», il docufilm di
Luca Rossomando, prodotto dal mensile Napolimonitor, dal
sito di informazione Parallelo 41 e presentato venerdì
sera a Napoli, al cinema Astra.
Otto testimonianze, otto storie diverse e allo stesso
tempo uguali che riescono a scattare un'istantanea del
nuovo modello Marchionne, mettendone in rilievo i limiti
dal punto di vista del sacrificio umano. Attraverso la
tensione espressiva gli operai diventano attori
involontari capaci di comunicare tutta la propria
rassegnazione per una condizione quasi irreversibile, ma
allo stesso tempo sono anche in grado di infondere nello
spettatore un forte sentimento di stima per quella dignità
che solo un lavoratore porta con sé, inequivocabilmente.
«Sono entrata quando avevo 22 anni ero orgogliosa,
montavo da sola il tergilunotto dell'Alfa 33», ora dopo
anni e anni passati a ripetere identici movimenti, Maria
Baratto ha sviluppato diverse patologie, prende gli
psicofarmaci, ha ma per tutta risposta è stata
trasferita nel centro logistico di Nola. Un luogo di
deportazione, come lo definiscono gli intervistati, «per
tutte le teste calde», per quelli che danno fastidio,
scioperano, rivendicano diritti, il 90% sono iscritti
Cobas e Fiom, il resto uomini e donne che lavorando si
sono ammalati. «Un giorno - racconta ancora Maria - sono
arrivata a Nola con la macchina, pioveva, avevo il
giubbino, il corsetto che devo indossare per la mia
malattia, l'ombrello, le buste per il cambio e il pranzo,
mi sono messa in fila ad aspettare il bus aziendale, era
un caos di uomini e donne. Mi sentivo goffa, sono andata
in panico mi è venuta la nausea e ho fatto altri 20
giorni di malattia».
Il centro logistico non era un segreto nemmeno prima del
docufilm, girato fra l'altro nel 2009, quando da pochi
mesi era iniziata la cassa integrazione (ormai siamo al
terzo anno), ancora nessuno sapeva di dover votare un
referendum-ricatto, mentre Nola rappresentava solo
l'anticipo della strategia per «governare» la fabbrica.
«Noi siamo come dei carcerati - racconta guardando fisso
la telecamera Davide Cerullo ex gestore di palestre, uno
dei suoi tanti sogni infranti - per 8 ore possono fare di
te quello che vogliono. Quando esco dai cancelli mi sento
libero. Sto cercando un altro lavoro». L'alienazione, la
fatica di chi lavora al montaggio e quel senso di
oppressione che si portano dentro, scenicamente vengono
amplificate dagli acquerelli dI Cyop&Caf, graffitisti
tra i maggiori esponenti della street art partenopea, che
inquadrati da Daria D'Antonio, con la colonna sonora di
Luca Iovino, irrompono nella narrazione del vissuto alle
linee di produzione. «Io mi sveglio alle 5 del mattino,
io sono la classe operaia e non me lo scordo mai. Quando
sono stato assunto mio padre mi ha portato a Pomigliano e
mi ha detto: io vi ho cresciuto così, questo ora dà a te
la possibilità di mantenere i tuoi figli». Giovanni
Orlando non è diplomato lo dice mentre finisce di fumare
una sigaretta, vive a Barra: «La conoscete tutti per la
criminalità organizzata, ma questo è anche un posto di
operai, gente che va a lavorare ogni giorno».
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di Luciano Muhlbauer
su Liberazione
del 22/01/2011
Nella politica e nella vita
esistono meteore e fatti costituenti. Pomigliano e Mirafiori appartengono
indubbiamente alla seconda fattispecie. Con essi, molto semplicemente, è
cambiato il quadro entro il quale dobbiamo ragionare, progettare ed agire.
Certo, per molti versi è piovuto sul bagnato, perché una moltitudine di
lavoratori e lavoratrici, tra precarietà, outsourcing e polverizzazione
dell'impresa, sta vivendo da molto tempo quanto Marchionne pretende oggi
dagli operai. Ma, come insegnano i classici, ci sono dei momenti in cui
l'accumulo di quantità si traduce in un salto di qualità e quanto sta
avvenendo in Fiat rappresenta e incarna esattamente questo.
Mettere in discussione l'insieme dei diritti e delle libertà conquistati
dai lavoratori negli anni 60-70, o persino quelli codificati nella
Costituzione repubblicana, non in un qualche sottoscala di periferia, ma
al centro, in un luogo simbolico e sfidando sulla pubblica piazza la più
combattiva categoria sindacale, significa innescare una valanga che tende
a travolgere e ridisegnare tutto.
Infatti, a soli sei mesi dal referendum di Pomigliano, la cosiddetta
"eccezione" è sbarcata a Mirafiori e domani toccherà, come ha
subito chiarito Marchionne, anche a Cassino e Melfi. Peraltro, nel
frattempo l'accordo capestro è pure peggiorato, considerato che ora
l'abolizione dell'elezione dei delegati sindacali e l'espulsione dalla
fabbrica dei dissidenti, cioè di Fiom e sindacati di base, sono norma
contrattuale.
L'operazione di Marchionne, inoltre, era fuoriuscita quasi subito dai
confini Fiat, trasformandosi in richieste sempre più diffuse di derogare
al contratto nazionale e sfociando il 29 settembre scorso in un apposito
accordo nazionale tra i ligi Fim e Uilm e Federmeccanica. Ma non era che
l'inizio. E così, all'indomani del referendum-ricatto di Mirafiori, il
ministro Sacconi ha precisato che il contratto aziendale «non è tanto
deroga al contratto nazionale, ma legittima uscita da esso». Poi, il
giorno dopo, Federmeccanica, in accordo con Confindustria, ha chiesto
pubblicamente ai sindacati di introdurre il principio della "alternatività"
tra contratto aziendale e nazionale. In altre parole, la valanga sta
travolgendo anche i contratti separati di chi, come Cisl e Uil, ha pensato
di poter cavalcare la tigre. A meno che, ovviamente, Bonanni non fosse sin
dall'inizio pienamente consenziente rispetto alla riduzione dei sindacati
a semplici strutture di vigilanza dell'azienda. Ma in tal caso, dovrebbe
spiegarlo ai suoi iscritti.
Insomma, siamo all'idea della tabula rasa. Niente più diritti e libertà
sul luogo di lavoro e niente contrattazione collettiva, ma soltanto
contratti individuali e comando esclusivo del padrone. Una concezione
totalitaria dell'impresa, che non tollera rappresentanza autonoma del
lavoro, conflitto e democrazia, e che gode del tifo militante del Governo
Berlusconi, il quale si appresta a varare la revisione dello Statuto dei
Lavoratori. Con quella concezione non si può trattare o mediare. In gioco
è il modello sociale - e non solo - per il dopo-crisi e, pertanto, il
pareggio non è previsto. Così stanno le cose, altro che la lotta di
classe non c'è più, e far finta di non capirlo è di una miopia
tremenda.
Eppure, sebbene il fronte sociale e politico pro-referendum fosse talmente
ampio e trasversale da sembrare invincibile, l'offensiva di Marchionne ha
trovato una resistenza straordinaria e sorprendente proprio nei soggetti
più ricattati, perché in cassa integrazione e minacciati di chiusura
della fabbrica, cioè gli operai e le operaie di Pomigliano e Mirafiori.
Anzi, nonostante la pistola puntata e una campagna mediatica senza
precedenti, il "no" di Mirafiori è stato ancora più rumoroso
di quello di Pomigliano.
Ed è stata quella resistenza operaia, con il suo carico di dignità e
determinazione, ad aver cambiato a suo volta il quadro generale. Non solo
ha rimesso al centro del dibattito politico il lavoro e la questione
sociale, diradando per un attimo i fumi tossici del bunga bunga, ma ha
anche provocato, anzitutto grazie all'azione limpida ed intelligente della
Fiom, una convergenza di lotte e movimenti, a partire da quello degli
studenti. Insomma, ha agito da centro di gravità, favorendo l'emergenza
di un possibile fronte sociale alternativo.
Oggi la possibilità di definire un modello, un percorso e una pratica
alternativi passa necessariamente da lì. E, aggiungiamo, da lì passano
anche le strade per rifare una sinistra politica all'altezza della
situazione. Per questo è importante e prezioso il seminario/meeting
nazionale di "Uniti contro la crisi" che inizia oggi al Cso
Rivolta di Marghera (Ve). Ma soprattutto è fondamentale e decisivo
lavorare per la riuscita e la generalizzazione dello sciopero nazionale
dei metalmeccanici del 28 gennaio, proclamato dalla Fiom, utilizzando a
questo fine anche le proclamazioni di sciopero di tutte le categorie
promosse dai sindacati di base.
E ORA SU LA TESTA
Rossana Rossanda
il
manifesto 22 gennaio
Non è piacevole essere oggi un'italiana all'estero.
Tanto meno se si è stata una sia pur minuscola tessera di ceto politico,
due volte consigliere comunale e una volta deputata, una cui
l'antipolitica fa venire il nervoso. E perdipiù comunista libertaria,
specie rarissima, orgogliosa di sé e di un paese che, fino agli anni
Sessanta e con diverse code nei Settanta, pareva il laboratorio politico
più interessante d'Europa.
Oggi gli amici che incontro non dicono più: ma che disgrazia quel vostro
Berlusconi! Mi chiedono: Com'è che l'avete votato tre volte? Che è
successo all'Italia? Una come me si trova a balbettare. Perché hanno
ragione, non si può più fare del premier il caso personale di uno che ha
fatto troppi soldi, che ha tre televisioni, che prende il paese per
un'azienda di sua proprietà, che sa che molti sono acquistabili e li
acquista, e adesso, gallo attempato, si vanta dei suoi exploits su un
numero illimitato di pollastrine: «Vorreste tutti essere come me, eh??».
E' vero che l'Italia lo ha votato e rivotato. E' vero che non c'è traccia
di una destra formalmente civile che di lui ne ha abbastanza, né di un
sedicente centro deciso a liberarsene. E neanche di una sinistra capace di
rischiare un «buttiamolo fuori con le elezioni». La destra tutta perché
gli è ancora complice, il centro perché lo è stato, la sinistra perché
il sistema elettorale bipolare le faceva comodo contro le sue ali meno
docili. Metà dell'Italia è berlusconiana, l'altra metà è azzittita, e
non c'è imputazione - ignoranza, prevaricazione, corruzione, soldi,
attentato ai minori - mossa al personaggio che sia in grado di scuoterla.
Anzi. C'è qualche verità nelle vanterie di costui, se più se ne sente
più tutti si accucciano per calcoli loro. Perfino i media, che sarebbero
di opposizione, sono diventati un buco della serratura per voyeurs intenti
a sfogliare pagine su pagine o ad ascoltare minuti su minuti di dialoghi
sul prezzo per un appalto o per togliersi le mutande.
Che ci è successo? Da quando? Perché? Sarebbe una discussione
interessante. Si potrebbe sprofondare in una storia secolare di servaggi,
Francia o Spagna pur che se magna. O di una unità nazionale sotto una
monarchia codina, tardiva e ben epurata di ogni fermento rivoluzionario -
i giacobini napoletani decapitati o appesi nel giubilo dei lazzari e
sanfedisti, la repubblica romana repressa, e soltanto le tracce
dell'ammodernamento giuridico di Napoleone al nord. Non sarà del tutto
casuale che siamo stati noi a inventare il primo fascismo europeo. Ci deve
essere qualcosa di guasto nella coscienza della penisola. Alcuni di noi
pensano che soltanto la presenza di un partito comunista che non mollava
sui diritti sociali ha costretto il paese alla democrazia, come un tessuto
fragile ma fortemente intelaiato, che non si è lacerato finché i
comunisti non si sono uccisi da soli.
Tutto da vedere, se se ne avesse voglia. Ma chi ne ha? Lo slogan nazionale
è: fatti gli affari tuoi. Vota chi si fa i suoi. Non è una storia
soltanto italiana, tutta l'Europa va a destra. Ma da noi si esagera. In
Francia un vecchio ed elegante signore, Stephan Hessel, che non alza la
voce ma non ha mai taciuto, ha scritto un opuscolo: Indignatevi! Ne sono
sparite subito quasi un milione di copie. Una settimana fa voleva parlare
della Palestina, glielo hanno impedito. E lui e i suoi lettori si sono
trovati fuori, in migliaia, di notte, con un freddo polare, nella piazza
del Pantheon, a gridare: Basta! Perché noi no? Si sta meglio con la testa
alta, invece che fra le spalle e gli occhi a terra. Non so se lo farà
Vendola. Non credo che lo farà Bersani. Ma chiudiamo con il cinismo del
chi se ne frega. Indigniamoci!
COLLEGATO LAVORO
Diecimila precari fanno ricorso
Scuola e non solo. Sono circa 10 mila, secondo i dati
della Cgil, le vertenze aperte contro il collegato lavoro, al netto dei
ricorsi della scuola. A queste vanno aggiunte, come spiegano dalla stessa
Cgil, altre migliaia di impugnazioni di altre sigle sindacali. «E tutto
questo è avvenuto - spiega Fulvio Fammoni, segretario confederale a corso
d'Italia - nonostante i termini capestro di 60 giorni imposti dal governo
(a partire dall'entrata in vigore della legge il 24 novembre scorso ndr) e
nonostante il ricatto occupazionale in questo periodo di crisi: in questa
situazione sfavorevole, migliaia di lavoratori hanno deciso di non lasciar
cadere i loro diritti e così la tagliola è scattata per il governo,
responsabile di una legge sbagliata, ma anche per le tante imprese che
hanno pensato di poter lucrare su questo colpo di spugna». Il termine
ultimo previsto dal «collegato lavoro» per potere ricorrere contro
l'abuso di contratti a tempo determinato è scaduto infatti ieri. «Come
avevamo previsto - dice Fammoni - questa prima fase si rivela un boomerang
per chi l'ha pensata, ma restano gravi i problemi per il futuro. Non
bisogna scordarsi di chi, non raggiunto dall'informazione, da lunedì vedrà
decadere il suo diritto. Tuteleremo queste persone e anche questo tema
finirà per arrivare rapidamente in Corte Costituzionale come è già
successo per l'indennità onnicomprensiva di risarcimento per chi vince la
causa per contratti a termine irregolari», conclude Fammomi.
Si allarga la slavina delle imprese
verso il «modello Fiat»
Il contratto da sogno? Un vestito stile '600
Tommaso De Berlanga
Uno straccio di contratto. Questa la grande
idea del mondo delle imprese - e di qualche gazzettiere generoso
di penna - per tracciare la via d'uscita italiana dalla crisi. Del
«modello Marchionne» non si parla più come un evento «irripetibile»
(fu giurato, nei giorni di Pomigliano), ma come dell'esempio da
seguire il prima possibile. Mettiamo in fila qualche fatto e anche
qualche dichiarazione impegnativa (anche gli imprenditori, in
Italia, parlano troppo, ma un po' meno a vanvera dei politici), in
modo da darvi la cornice per intuire dove si vuole andare.
Il presidente di Federmeccanica, Pierluigi Ceccardi, ha cercato di
spiegare che la decisione presa dalla sua associazione non è così
devastante: che problema c'è se un'impresa - a piacere - diventa
libera di scegliere tra il contratto nazionale di categoria o uno
disegnato su misura per sé? Risposta: il contratto nazionale sarà
a quel punto applicato solo dalle piccole imprese e quindi, per
non «strozzarle», sarà un contratto «minimo», con dentro poco
o niente.
Anche Confindustria, tramite il presidente Emma Marcegaglia, si
appresta ad «autoriformarsi», tagliando costi, spese, personale
e - naturalmente - dandosi una struttura più federalista, o «territoriale»,
per dare assistenza da vicino alle singole imprese. «Non abbiamo
intenzione di radere al suolo il sindacato, voglio solo adeguare
la contrattazione al dopo crisi». L'obiettivo dichiarato è
aumentare la produttività (ma senza investimenti questo significa
solo aumento dell'intensità del lavoro, non creazione di maggiore
valore per ora lavorata); la promessa - vaga - è «aumentare i
salari».
Per entrambi si accenna al «modello tedesco», in cui circa il 7%
delle aziende ha scelto di star fuori dal contratto nazionale, ma
senza dire in che direzione: e in Germania, è noto, le imprese più
grandi ed efficienti offrono condizioni migliori, non più
degradate. Ma non tutto fila liscio nemmeno in Confindustria.
Paolo Andreani, presidente della «sezione» Marche, invita a fare
attenzione: «le esigenze della Fiat sono sacrosante», perché
un'impresa multinazionale «deve» omogeneizzare (al ribasso) le
condizioni di lavoro nei vari stabilimenti diffusi nel mondo. In
un «contesto di piccola industria manifatturiera», come quella
marchigiana, però, «se bisogna rivedere il contratto abbiamo
bisogno di farlo insieme al sindacato». Dire «o così, o me ne
vado», insomma, non è un comportamento che tutti si possano
permettere.
Dal mondo delle piccole imprese arrivano anche segnali diversi. Il
settore della concia (pellame, ecc) chiede ora di rinnovare il
contratto collettivo copiando da quello di Mirafiori: flessibilità
oraria, niente malattia pagata per i primi tre giorni, nuova
occupazione solo con contratti a termine o interinali. In cambio,
aumenti salariali di 80 euro (ma la richiesta sindacale era di
135). Sembra insomma plausibile che la maggioranza delle imprese,
con i margini di profitto erosi dalla crisi, si getteranno in
massa nella direzione tracciata dall'a.d. del Lingotto.
I sindacati come reagiscono?. Fiom e sigle di base sciopereranno
il 28, si è detto.
Mentre i «complici» (Cisl, Uil, Ugl) si mostrano preoccupati («ogni
accordo che firmano viene smentito e corretto poco dopo dalle
controparti», ironizza Giorgio Airaudo, segretario anzionale
Fiom). Un bel problema a pochi giorni dal secondo incontro per
discuetere di un «contratto auto» (leggi: Fiat). Ma giurano che
il 24 si parlerà solo di questo e non anche della dell'«alternatività»
tra contratto nazionale e aziendale. La Cgil tace. Ma dopo il 28
dovrà pur dire qualcosa.
Intanto Francesco Giavazzi, noto ultrà liberista del Corriere, dà
finalmente un esempio concreto della sua filosofia modernizzatrice
citando Carlo Cipolla: le cause del declino italiano nel '600
furono «salari non coerenti con la produttività, elevato carico
fiscale e corporazioni che bloccarono l'innovazione». Tagliate i
salari; non vedete quant'era «moderno» il '600?
|
Repubblica
di venerdì 21 gennaio 2011,
pagina 28
Intervista ad Alain Touraine
- "Inseguire i Paesi emergenti tagliando gli stipendi è
sbagliato meglio qualità e innovazione"
di Gambaro Fabio
L'intervista Il sociologo franceseTouraine giudica il voto a
Mirafiori: i lavoratori hanno dimostrato vitalità "Inseguire i
Paesi emergenti tagliando gli stipendi è sbagliato meglio qualità e
innovazione"
FABIO GAMBARO PARIGI
— «Nonostante la sconfitta oggettiva di chi si è opposto
all'accordo su Mirafiori, quel 46% di voti contrari è un importante
segnale della resistenza del mondo operaio italiano».Alain Touraine
giudica i risultati del referendum alla Fiat di Torino, che «nella
situazione di decomposizione politica del paese mostrano lavitalità
dei lavoratori e la loro capacità di mobilitarsi. «Il celebre
sociologo francese, autore di molti saggi tra cui "La globalità
e la fine del sociale" e "Après la crise" (appena
uscito in Francia da Seuil), lo sottolinea, dal suo ufficio alla
prestigiosa cole des Hautes l tudes en Sciences Sociales: «Il no di
quasi la metà dei lavoratori sarà anche un appello disperato, come
sostiene qualcuno, ma mostra che è possibile provare a difendere gli
interessi dei lavoratori, anche sullo sfondo di un contesto
estremamente sfavorevole e con il rischio reale di perdere il posto di
lavoro. In Francia, in casi analoghi gli operai hanno accettato senza
fiatare le condizioni imposte dalle imprese o hanno assistito
impotenti alle delocalizzazioni. Da quando è iniziata la crisi, nel
2008, ha sempre prevalso quello che ho chiamato "il silenzio
delle vittime", spesso accompagnato dalla logica del si salvi chi
pub. Questa volta le vittime hanno deciso di non rimanere silenziose.
Per me è una novità importante. « Perché dice che il contesto era
sfavorevole? «Stiamo vivendo la fine di un lungo periodo che ha
segnato il progressivo trionfo del neoliberalismo, con il conseguente
indebolimento di quell'alleanza tra capitalismo, democrazia e stato
sociale che aveva favorito lo sviluppo economico del dopoguerra. Oggi
il ciclo dell'ultraliberali-smo sta probabilmente finendo, ma per il
momento ne viviamo ancora le conseguenze più negative». Ad esempio?
«L'economia occidentale è dominata dal grande capitalismo
finanziario e industriale, mentre le forze sociali sono dappertutto
sulla difensiva. La crisi economica generata dalla finanza ha favorito
il rafforzamento delle forze del capitale. Dappertutto aumentano i
redditi da capitale mentre diminuiscono i redditi da lavoro, per non
parlare dello smantellamento del welfare. Il paradosso della crisi
innescata dalla finanza è che si chiede ai lavoratori di pagame il
conto. Ma non sono certo gli eccessi di protezione dello Statuto dei
lavoratori che hanno prodotto la crisi economica in Italia o in
Francia».
Chi difende l'accordo su Mirafiori dice però che bisogna fare i
conti con la globalizzazione e il costo del lavoro dei paesi
emergenti. Lei che ne pensa? «Non credo a questo ragionamento. E'
vero che viviamo in un'economia globalizzata, dove i singoli paesi
hanno una capacità d'intervento molto ridotta. Ed è chiaro che è
molto difficile pensare contemporaneamente economia nazionale ed
economia globale. Detto cib perb i paesi occidentali sono ancora i più
grandi paesi industrializzati al mondo, con il più alto livello di
qualificazione e di ricerca. Più che cercare di drogare la domanda
interna o inseguire il costo del lavoro dei paesi emergenti, devono
puntare sulla qualità e l'innovazione, perché solo così si
conquistano nuovi mercati. Come sta facendo Ia Germania». Molte
imprese però delocalizzano la produzione... «Non bisogna confondere
la delocalizzazione delle mansioni poco qualificate con la
delocalizzazione dei centri studi e dei tecnici specializzati. Sarebbe
una catastrofe perla Fiat e per l'Italia, se il cuore dell'azienda
dovesse lasciare l'Italia. Marchionne sfrutta con un certo cinismo la
situazione di forza che gli è consentita dalla crisi, ma non credo
che i risultati della Fiat dipendano dalla soppressione della pause
durante i turni. Se oggi pub proporre lavoro contro maggiore
flessibilità è anche perché il mondo operaio è stato
progressivamente marginalizzato nella società. Ciò è dipeso da
ragioni economiche, ma anche dall'indebolimento del mondo operaio
accelerato dalla crisi del mondo comunista, cui quel mondo era
inevitabilmente legato.« Cosa possono fare i sindacati in questo
contesto? «Occorre ritornare alla grande tradizione della
socialdemocrazia svedese, da sempre favorevole all'apertura
dell'economia ai mercati mondiali, ma difendendo al contempo la
ridistribuzione della ricchezza e la protezione sociale. Non
bisogna scegliere tra difesa dell'economia, e quindi delle imprese, e
difesa dei lavoratori. Vanno difesi insieme contro l'economia
speculativa che sottrae capitali alla produzione. Quando si parla di
deindustrializzazione non bisogna pensar solo alla chiusura delle
fabbriche e alle delocalizzazioni, ma anche a tutto quel denaro che,
investito in rendite finanziarie e in operazioni speculative, è
sottratto al ciclo produttivo. Anche questa è una conseguenza del
trionfo ultraliberale che occorre combattere fortemente».
La base della crisi Non sono gli eccessi di protezione dello
Statuto dei lavoratori che hanno prodotto la crisi economica Il
silenzio delle vittime Da quando è iniziata la crisi ha sempre
prevalso il silenzio delle vittime, Questa volta le vittime non sono
state zitte ***
seguono
articoli de il manifesto 20 gen2011
No
operaio, i conti giusti
Loris Campetti -
«Abbiamo vinto anche tra gli operai», è il grido di
Bonanni, Angeletti, Marchionne e delle ruote di scorta, il sindacato
giallo (Fismic) e quello di comodo (Associazione dei capi). I numeri
parlano da soli: i sì al referendum/ricatto della Fiat tra gli operai
alla catena sono 1.382 contro 1.576 no, è evidente la bocciatura. Ma
mettendo insieme il voto operaio di tutti i settori, i sì (2.314)
prevalgono sui no (2.305) per 9 voti, di cui 2 contestati. Questo fa dire
ai «vincitori» che la partita è chiusa, chi vince prende tutto, non si
fanno prigionieri e non si tiene in minimo conto che la maggioranza degli
operai destinatari delle attenzioni di Marchionne sia contraria. È la
democrazia nell'anno 1 dopo Cristo. Ma bisogna fare attenzione ai numeri.
Mentre in tutti i settori di Mirafiori si sono separati i voti operai da
quelli di impiegati e capi, al turno di notte hanno votato in 373 (111 no
e 262 sì) in un'unica urna. Peccato che queste schede siano state messe
tutte in conto agli operai, comprese le 20 della gerarchia aziendale che
hanno votato sì (lo testimonia il risultato degli altri impiegati: 95,5%
sì). Come la mettiamo? Il risultato finale riporta in testa per una
decina di voti il no operaio.
Sarebbe il caso che i «vincitori» si dessero una calmata e
parcheggiassero nel capace garage di Mirafiori la loro macchina da guerra
Metà
dei giovani né studenti né lavoratori Alle donne va peggio. Quale
futuro?
LA FIAT A SCUOLA
Guido Viale
A tutti i «modernizzatori» che hanno salutato il
referendum di Mirafiori come l'ingresso delle relazioni industriali
italiane nella «modernità» va ricordato che la Modernità, o «Età
moderna», è iniziata nel 1492 con la scoperta dell'America. A quel
tempo, nella Modernità, l'Italia delle Signorie era già entrata. Nei
secoli successivi ha avuto alti e bassi (attualmente sta sicuramente
attraversando un basso); ma se il 14 gennaio 2011 dovesse diventare una
data storica, starebbe a segnare non l'entrata ma l'uscita del paese dalla
Modernità: per ripiombare in un nuovo Medioevo; oppure, per instaurare
una forma nuova di «feudalesimo aziendale». Perché?
Non mi soffermo sulla limitazione del diritto di sciopero - accordata dal
nuovo contratto - che ogni lavoratore dovrà poi sottoscrivere
individualmente; né sulla abolizione della rappresentanza elettiva a
favore di una gestione dei contenziosi affidata ai sindacati firmatari
(trasformati così in missi dominici: ovvero, agenti del padrone); temi già
ampiamente trattati da altri. Ma che cosa succederà in produzione?
Gli operai verranno messi in cassa integrazione, prima ordinaria, poi
straordinaria, motivata da un «evento improvviso e imprevisto» (così il
contratto; che però prevede «l'imprevisto» con assoluta certezza) e
finanziata con fondi Inps attinti dalla «gestione speciale» dei
lavoratori precari (che in questo modo verranno scorticati delle loro già
irrisorie pensioni) e da contributi statali aggiuntivi (alla faccia della
rinuncia della Fiat agli aiuti di Stato). Nel frattempo - oltre un anno -
i lavoratori verranno convocati uno a uno per la firma del contratto
individuale per vincolarli indissolubilmente ai termini dell'accordo. E
per essere selezionati. Molti verranno scartati per una ragione o
un'altra. È quello che Fiat sta già facendo con gli operai della Zastava,
nonostante i generosi aiuti della Bei e del governo serbo. Marchionne sa
bene che maestranze con un'età media di 48 anni (nel 2012), per il 30%
composte da donne, e per un altro 30% certificate Rcl (ridotte capacità
lavorative) non possono reggere i ritmi di lavoro previsti dall'accordo.
Poi verrà costituita la NewCo - sembra che si chiamerà Mirafiori Plant -
ristrutturando gli impianti con fondi Chrysler e Fiat (il famoso miliardo:
ma chi sa quanto sarà poi effettivamente speso?). A febbraio 2012, se
tutto «va bene», comincerà la produzione. Di che cosa?
Di Suv (che modernità!) con marchio Chrysler e Alfa, assemblati su
pianali e con motori prodotti negli Usa, e poi rispediti negli Usa per
essere venduti.CONTINUA|PAGINA10COMMENTO Galapagos a pagina 6 Mercato
permettendo: anche con nuovi motori, i suv restano pur sempre i veicoli più
energivori, quelli che avevano mandato a picco la produzione dei tre big
di Detroit nel 2008; e il petrolio sta risalendo verso i cento dollari al
barile. Ma che senso ha questo andarivieni tra Italia e Usa, quando
persino lo stabilimento di Termini Imerese era stato giudicato
improduttivo perché troppo lontano dai fornitori di componenti? Il senso
è che tra le condizioni poste da Obama per consentire la scalata di
Marchionne alla Chrysler c'è quella di esportare dagli Usa, e fuori
dall'ambito Nafta (Canada e Messico), prodotti per almeno 1,5 mld di
dollari. Dunque, pianali e motori trasferiti da Detroit a Torino (cioè da
Chrysler a Fiat Plant: due società differenti anche se controllate dallo
stesso management) dovranno concorrere nella misura maggiore possibile al
raggiungimento dell'obiettivo. Ovvio che l'esportazione di componenti verrà
sovrafatturata (lo ha già prospettato anche Massimo Mucchetti sul Corsera)
e i margini di Mirafiori ridotti all'osso (o erosi completamente per
giustificare successivi ridimensionamenti o la chiusura dello
stabilimento); con tanti saluti per coloro che dalla produzione di nuovi
modelli a più alto valore aggiunto - cioè più grandi, più complicati,
più lussuosi, più spreconi, per soli ricchi - si aspettano la rimessa in
sesto del Gruppo. Ma quale Gruppo?
L'accordo di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, dopo la dismissione di
Termini Imerese, dopo lo spin-off di Fiat Industrial - la separazione
dall'auto di Cnh e Iveco, i settori più redditizi rimasti in mano agli
Agnelli - e in attesa di nuovi accordi anche per Cassino e Termoli (Melfi,
cioè Sata, sta già per conto suo), prelude alla dissoluzione di Fiat
Group. Intanto va notato che: a) Mirafiori - «nocciolo storico» del
gruppo - non produrrà più macchine Fiat e diventerà una «fabbrica
cacciavite» che lavora per altri; b) Pomigliano eredita le produzioni e
l'organizzazione della fabbrica polacca di Tychy, che è di Fiat ma lavora
anche per Ford e che, in attesa di chiarimenti, lavorerà sempre di più
per altri; c) Magneti Marelli è in vendita; d) Maserati, Alfa, Lancia e
Ferrari sono oggi, con l'eccezione dell'ultima, soprattutto marchi: che
possono essere venduti come «marchi senza fabbrica», così come Tychy e
Mirafiori sono o possono diventare «fabbriche senza marchio». E poi?
Poi la crisi è tutt'altro che superata. Le finanze di tre quarti dei
paesi dell'Ue sono a rischio. I consumi ristagnano. Il mercato europeo
dell'auto (a differenza di quelli Usa e asiatico) non dà segni di
ripresa. A livello mondiale la capacità produttiva è di 100 milioni di
veicoli all'anno mentre la domanda è stata di 60 milioni (sarà forse di
70 quest'anno). C'è un eccesso di capacità non solo in Europa e negli
Usa, ma anche in Giappone, Cina e Corea, i cui produttori sono pronti a
scalare la classifica delle vendite in Europa. Qualcuno si è chiesto
quali siano i vantaggi competitivi con cui Marchionne conta di vendere
ogni anno in Europa un milione in più di vetture fabbricate in Italia.
Cioè di portare via almeno un milione di vendite annuali a Volkswagen,
senza perdere colpi di fronte a Daimler e Kia-Yundai, in piena ascesa, o a
Reanult-Nissan e Toyota, molto più solide, per non parlare dello sbarco
in Europa dei produttori cinesi.
Alcuni oggi si chiedono che chance può avere una competitività ottenuta
strizzando ancor più gli operai, il cui costo incide per non più del 7%
sul prezzo finale del veicolo. Molti meno si sono chiesti che senso ha
paragonare i 100 o 80 veicoli annui per addetto prodotti da Fiat in
Polonia o in Brasile con i 30 degli stabilimenti italiani. A parte la
differente complessità dei modelli e il differente confine tra fornitura
esterna e fasi internalizzate, come si fa a paragonare la produttività di
fabbriche che lavorano a pieno ritmo con quella di impianti dove le
giornate di cassa sono più di quelle lavorate? La verità è che se
Marchionne vuole vendere, o affittare, o dare in uso ad altri i suoi
impianti, ciascuno dei quali farà capo a una diversa società, il valore
aggiunto di una manodopera messa alle corde è molto maggiore di quello
degli impianti dello stabilimento che li impiega. Ma le due cose sono
indisgiungibili. È questo il feudalesimo aziendale a cui ci sta portando
l'accordo di Mirafiori; quello che fa degli operai i nuovi «servi della
gleba» dell'impresa globalizzata.
Marchionne e i suoi azionisti se riescono a portare a termine la scalata a
Chrysler possono anche permettersi di mandare a fondo i lavoratori della
Fiat, dopo averli legati con un accordo capestro ai loro rispettivi
stabilimenti. Ne ricaveranno un aumento di utili e stock option. Ma chi
vive del suo lavoro non può farlo. Però il futuro degli impianti, del
knowhow e del lavoro che oggi fanno ancora capo a Fiat o al suo indotto
non riposa più sull'industria dell'auto. I settori che hanno un avvenire
sono quelli che conducono verso la sostenibilità: rinnovabili, efficienza
energetica, ecoedilizia, riassetto del territorio, mobilità flessibile,
agricoltura e alimentazione biologiche. Il tutto - tendenzialmente - a
rifiuti e a km zero.
Ma la conversione ecologica dell'apparato produttivo e dei nostri consumi
avrà ancora bisogno per un tempo per ora indefinibile di industria,
economie di scala, grandi flussi di materiali, grandi impianti (il
contrario dei chilometri zero) e di lavoratori impegnati, seppure in
maniera più creativa e intelligente, su di essi. Sono temi ineludibili.
Ma chi può mai lavorare a una prospettiva del genere?
Gli accordi capestro della Fiat avvicinano quello che un tempo era
l'esercito dei «garantiti» alla condizione di un sempre più diffuso
precariato. Mentre i temi e i modi in cui è andata crescendo la lotta
contro la distruzione di scuola, università, ricerca e cultura fa di quel
movimento, composto da precari attuali (ricercatori e studenti che
lavorano per mantenersi agli studi) e futuri (milioni di giovani a cui è
stato rubato il futuro), il segmento più organizzato dell'oceano del
precariato italiano.
La domanda di saperi che non servano a costruire operatori, tecnici,
insegnanti e ricercatori asserviti a datori di lavoro estemporanei o a
imprese ed enti fantasma, dove nessuno avrà mai la sicurezza di un
reddito né la possibilità di realizzare le proprie potenzialità, non
traduce solo il rigetto della riforma Gelmini e la critica pratica delle
forme e dei modi in cui la trasmissione dei saperi viene organizzata e
finanziata. Esprime soprattutto la rivendicazione - che può farsi
proposta, pratica attiva, percorso di realizzazione - di una riforma della
ricerca e dei saperi che investa i contenuti della conoscenza, le sue le
finalità, la frantumazione dei saperi in tanti ambiti disciplinari
privati di qualsiasi consapevolezza. Per questo il tema centrale di ogni
possibile riforma di scuola, università, saperi, cultura dovrebbe essere
la conversione ecologica: una prospettiva che richiede l'integrazione di
conoscenze sociali, tecniche, giuridiche, economiche, storiche con
pratiche fondate sul confronto e la lotta, ma anche sulla capacità di
fare proposta e di promuovere organizzazione. Pratiche che possono trovare
punti di riferimento e di applicazione concreti nelle lotte dei precari,
dei lavoratori delle fabbriche in crisi, dell'opposizione esplicita o
soffocata (come i «sì» di Mirafiori) all'avvento del nuovo feudalesimo
aziendale.
www.guidoviale@blogspot.com
ISTAT «Noi Italia», scatti di un paese alla
deriva
Un giovane su cinque senza studio né lavoro
Roberto Tesi
Un'Italia in chiaro-scuro quella fotografata dall'Istat, ma con abbondanza
di contrasti e purtroppo con una dominanza dello scuro. La ricerca Istat
(si tratta del secondo anno di pubblicazione) presentata ieri si chiama «Noi
Italia: 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo» e offre -
come dichiara l'Istituto - «un quadro d'insieme dei diversi aspetti
economici, sociali, demografici e ambientali del paese, della sua
collocazione nel contesto europeo e delle differenze regionali».
Il dato più dolente, come al solito, è quello che riguarda il lavoro: in
Italia un giovane su cinque nel 2009 non studiava né lavora: i ragazzi «non
più inseriti in un percorso scolastico-formativo, ma neppure impegnati in
un'attività lavorativa, sono più di due milioni, cioè il 21,2% della
popolazione tra i 15-29 anni». Si tratta - aggiunge l'Istat - «della la
quota più elevata a livello europeo». Un altro dato decisamente negativo
è che quasi una donna su due non ha un'occupazione e neppure la cerca: il
tasso di inattività femminile italiano nel 2009 era al 48,9%, il secondo
livello più alto dell'Ue a 27, inferiore solo a quello di Malta. Eppure
l'Italia avrebbe bisogno del lavoro dei giovani e della donne visto che è
seconda (con 100 giovani ogni 144 anziani) solo alla Germania in termini
di anzianità, con evidenti ricadute sulla spesa sociale.
Altro dato negativo: la distribuzione dei redditi: nel 2009, le famiglie
in condizioni di povertà relativa sono il 10,8% delle famiglie residenti.
In totale si tratta di 7,8 milioni di individui poveri, il 13,1% della
popolazione residente. La povertà assoluta coinvolge il 4,7% delle
famiglie, coinvolgendo 3,1 milioni di individui. Di più: nel 2008, circa
il 61% delle famiglie residenti ha conseguito un reddito netto inferiore a
quello medio (29.606 euro, circa 2.467 euro al mese). La distribuzione più
diseguale si rileva in Sicilia, Campania, Lazio e Molise. Nel 2009,
invece, il 15,3% delle famiglie presentava almeno tre delle difficoltà
considerate nel calcolo dell'indice sintetico di deprivazione. E il
panorama regionale mette in evidenza il forte svantaggio dell'Italia
meridionale e insulare, con valori più che doppi rispetto alla media
nazionale.
Nel 2009, il Pil pro capite ai prezzi di mercato è diminuito del 5,7% in
termini reali rispetto al 2008, con un permanente e invariato divario tra
Mezzogiorno e Centro-Nord. In particolare, «il livello del Pil pro
capite, misurato in parità di potere d'acquisto, è pari a 24.400 euro,
valore che colloca l'Italia al dodicesimo posto della graduatoria europea,
sopra la Spagna ma sotto Francia, Regno Unito e Germania rispettivamente
di 1.000, 2.000 e 3.000 euro». L'Istat sottolinea che l'Italia è tra i
Paesi dell'Ue caratterizzati da «un rapporto debito-Pil molto elevato:
nel 2009 si è attestato al 116,0%, valore inferiore solamente a quello
della Grecia». Quanto alla pressione fiscale, sempre nel 2009 si è
attestata al 43,2%, «il valore più elevato dal 1997».
Sul fronte delle strutture produttive c'è un dato che illustra alla
perfezione il perché delle difficoltà dell'Italia: si contano quasi 66
imprese ogni mille abitanti, a testimonianza del prevalere delle imprese
di ridotte dimensioni. La dimensione media delle imprese italiane (circa 4
addetti) nell'Ue è superiore solo a quella di Portogallo e Grecia. La
specializzazione dell'economia italiana è simile a quella della Germania,
ma la composizione dimensionale è molto differente: in Germania prevale
la grande impresa. E questo garantisce ricerca e innovazione diffuse. E, a
proposito di spesa per ricerca e sviluppo, in Italia è pari all'1,23% del
Pil, valore distante dai paesi europei più avanzati. La conclusione è
che «il livello di redditività/competitività delle imprese italiane è
pari a circa 125,5 euro di valore aggiunto ogni 100 euro di costo unitario
del lavoro, più basso di quello registrato nel 2001. Il dato colloca
l'Italia agli ultimi posti nella graduatoria europea».
Dove, invece, l'Italia primeggia è il tasso di motorizzazione: «è
passato da 501 autovetture ogni mille abitanti nel 1991 a 604 nel 2009,
con un incremento medio annuo pari all'1,0%». Neanche a dirlo, «uno dei
tassi più alti al mondo e il secondo nell'Ue a 27». Non va meglio sul
fronte della cultura. La spesa complessiva è agli ultimi posti nella Ue e
«poco più di un italiano su due (55%) legge un quotidiano almeno una
volta a settimana, poco più di uno su cinque utilizza Internet per
leggere on-line o scaricare da Internet giornali, news o riviste. Quanto
all'istruzione e alla formazione, l'Italia ha speso nel 2008 il 4,6% del
Pil, valore inferiore a quello dell'Ue. E, dato tremendo, il 46% della
popolazione ha conseguito come titolo di studio più elevato soltanto la
licenza si scuola media inferiore. Un abisso con la media europea che è
del 27,9%.
48,9%
IL TASSO d'inattività femminile, certificato dall'Istat. Questo dato ci
vede sostenere un primato in Europa, il tasso d'inattività femminile è
superiore solo a Malta. 4 GLI ADDETTI medi nell'impresa italiana. Abbiamo
una struttura simile a quella tedesca per specializzazione, ma
terribilmente sottodimensionata. Cosa che spiega le difficoltà della
nostra industria.
TerraTerra
2020, tumulti per il pane
Marinella Correggia
Mentre gli aumenti dei prezzi delle derrate
alimentari combinati con fenomeni speculativi provocano rivolte e
cadute di governi in Nordafrica, un bando all'export alimentare in
India e grandi guadagni agli Stati Uniti - i più forti
esportatori agricoli al mondo - allarma anche nella prospettiva
del 2020 un rapporto dell'organizzazione di ricerca Universal
Ecological Funds presente negli Usa e in Argentina. Il rapporto,
intitolato «The Food Gap. The Impacts of Climate Change on Food
Production: A 2020Perspective», si basa su un'analisi dei
documenti chiave pubblicati dall'Ipcc (il panel di scienziati
climatici dell'Onu) e sostiene che quei tragici 2,4 gradi in più
di temperatura terrestre che l'anno 2020 vedrà se continuiamo di
questo passo, avranno ramificazioni negative sulla produzione
alimentare globale, in un mondo al quale si saranno aggiunte 900
milioni di altre bocche umane, per arrivare a 7,8 miliardi. Così
gli affamati potrebbero aumentare (ancora!): da uno su sette a uno
su cinque. Particolarmente preoccupato, fra gli altri, il «Times
of India», e non a caso: in questo scenario da business-as-usual
l'India - il secondo produttore mondiale di riso e frumento -
sarebbe fra i paesi più colpiti, con un 30% di riduzione dei
raccolti. A livello globale, per le temperature più calde e
l'accentuarsi della crisi idrica (sia il cambiamento della
pluviometria sia per l'aumento della necessità di acqua), la
produzione globale vedrebbe un deficit del 14% fra l'offerta e la
domanda di frumento, dell'11% per quanto riguarda il riso e del 9%
per quanto riguarda il mais. Solo la produzione di soia potrebbe
registrare un surplus del 5% circa.
Un aumento di produzione del frumento dovrebbe interessare Cina,
Usa, Canada e Argentina, mentre una diminuzione colpirebbe India,
Egitto, Russia, Ucraina, Italia, Pakistan, Francia, Germania,
Iran, Romania, Australia, Turchia, Regno Unito, Kazakhstan,
Polonia e Spagna. L'aumento della produzione di riso dovrebbe
riguardare Cina, Usa, Indonesia, Vietnam, Filippine, Giappone,
Thailandia, Myanmar, Cambogia, Corea e Laos. La riduzione
riguarderà invece India, Brasile, Egitto, Nigeria, Pakistan,
Bangladesh, Nepal, Sri Lanka e Madagascar.
I paesi che vedranno un aumento di produzione attesa di mais
sarebbero: Cina, Usa, Indonesia, Canada e Filippine. Una
diminuzione è invece attesa in India, Brasile, Egitto, Nigeria,
Russia, Ucraina, Italia, Argentina, Francia, Germania, Romania,
Sud Africa, Messico, Ungheria e Serbia.
Un aumento della produzione di soia è atteso in Cina, Usa,
Indonesia, Brasile, Canada, Argentina, Vietnam, Giappone, Serbia,
Paraguay, Bolivia, Uruguay e Corea del Nord. Una diminuzione è
invece prevista in India, Nigeria, Russia, Ucraine, Italia, Iran e
Sud Africa.
Etiopia a parte (ma il rapporto si sofferma sulla sua produzione
di caffé...), l'Africa sarebbe messa peggio di tutti: nel 2025
potrebbe aver perso fino a due terzi della terra coltivabile, a
causa della siccità. In America Latina è previsto
complessivamente un calo fra il 2,5 e il 5 per cento di tutte le
coltivazioni di frumento, riso, mais, e soia. Con ben minore
impatto sociale soffriranno anche i paesi mediterranei: Italia,
Francia e Spagna.
Si tratta ovviamente solo di stime e interpretazioni. Molto
dipende già, e molto dipenderà nel 2020, da tanti fattori:
l'impegno a ridurre drasticamente le emissioni e quindi l'aumento
della temperatura, i modelli alimentari, i sistemi produttivi, la
distribuzione del cibo e dei redditi, la lotta alle speculazioni
sul cibo.
RITRATTO DI UN PAESE CHE (NON) VA
Galapagos
«L'Italia che va» è il titolo di una
popolare trasmissione della radio dedicata alle cose buone del
paese. Purtroppo c'è una Italia molto più ampia (quella
descritta dall'Istat) che proprio non va. È un paese dicotomico
nella distribuzione del reddito, spaccato tra Nord e Sud, nel
quale lavorano pochi giovani e la maggior parte delle donne è
incatenata al lavoro domestico che da alcuni anni viene nobilitato
definendolo lavoro di «cura». È un'Italia che legge poco: sia
libri che giornali. Un paese con livelli di abbandono scolastico
tremendi: il 46% della popolazione ha solo la scuola media
inferiore, contro una media europea inferiore al 30%. E oltre 2
milioni di giovani non cercano lavoro e non seguono processi
formativi. Sono i cosiddetti «nè, né». O se preferite i «bamboccioni»
come li definì Padoa Schioppa.
Ma perché esistono i bamboccioni? Perché c'è un enorme
abbandono scolastico? Perché sono pochissime le donne che
lavorano? A quest'ultima domanda si potrebbe rispondere citando il
microscopico numero di asili nido. Ma, forse, non è solo questo,
visto che c'è una cultura ancora dominante che «impone» ai
bambini di crescere con le madri, mentre, «ovviamente», i padri
vanno al lavoro. L'Istat con i numeri evidenzia i problemi,
compito della politica risolverli. Ma chi lo fa? L'immagine che
fotografa l'Istat è quella di un paese vecchio, non solo
anagraficamente, visto che per ogni 100 giovani ci sono 144
anziani. Un paese che andrebbe rivoltato «come un pedalino» con
una politica economica mirata a eliminare le diseguaglianze. Perché
le statistiche (corrette) che l'Istat ci comunica mensilmente
sulle forze di lavoro, sul tasso di disoccupazione inferiore a
quello medio europeo, assumono un altro aspetto se correlate con
le informazioni fornite ieri.
L'unica abbondanza che abbiamo in Italia è quella delle
automobili (oltre 600 ogni mille abitati) e delle imprese (66 ogni
mille abitanti). Il primo record è il frutto della mancanza di
una politica del trasporto pubblico a favore del privato. E su
questo punto le responsabilità della Fiat sono enormi. Il secondo
aspetto è serissimo visto che consegna all'Italia una struttura
produttiva simile a quella tedesca per specializzazione, ma
diversissima per dimensione delle imprese che in Italia è di
circa 4 dipendenti. Ancora una volta vale la pena ripetere che «piccolo
non è bello»: le imprese microscopiche non fanno ricerca,
innovazione e quando investono (ma non solo loro) lo fanno solo
con innovazione di processo, cioè per sfruttare meglio e di più
i lavoratori in una rincorsa al basso costo del lavoro che non
potrà mai competere con quello dei paesi emergenti. Tutto questo
richiederebbe una politica economica diversa, idee nuove, ma tutto
quello che circola sono idee (quando ci sono) vecchie, di
conservazione degli attuali rapporti di classe. E state certi che
sommersi dalla vicenda Ruby, oggi i media parleranno molto poco
dell'Istat. E ancora una volta Berlusconi tirerà un sospiro di
sollievo.
LINGOTTO Con la
cig ci sono 50 milioni di aiuti di Stato
Pomigliano, dove l'incubo «cassa»
non finisce più
Francesca Pilla NAPOLI
NAPOLI
«Invito chiunque a svegliarsi alle 4,30 del mattino,
stare in catena di montaggio e poi alle 13,30 dire
soddisfatto: bene ora mi metto a tavola». Sebastiano
D'Onofrio sintetizza così una delle nuove regole del
modello Marchionne che sposta la mensa a fine turno, è un
Rsu della Fiom e lavora da 22 anni alla lastrosaldatura
dell'Alfa di Pomigliano, o meglio sarebbe dire ex Alfa
perché qui a partire dal 2012 si costruirà la nuova
Panda, reimportata dalla Polonia.
Lo scorso 22 giugno con il referendum-gemello di Mirafiori
e con lo «spauracchio» di lasciare la produzione agli
operai di Tychy, l'ad della Fiat ha detto ai
lavoratori-terroni e sfaticati (nonostante i livelli di
astensionismo si attestino ben al di sotto la soglia
fisiologica) che se volevano i 700 milioni di euro
d'investimenti dovevano abdicare ai loro diritti. Il 40%
ha votato no, ma il 29 dicembre l'azienda è andata oltre,
firmando con Fim, Uilm e Fismic l'accordo per istituire
una newco ed estromettere dallo stabilimento la Fiom che
potrebbe capeggiare il dissenso. «Per il momento il
nostro morale è altissimo - dice D'Onofrio - non ci
aspettavamo che tra gli operai di Mirafiori lo scarto tra
favorevoli e contrari fosse di soli 9 voti. Se restano così
le cose siamo fuori dalla fabbrica, ma noi siamo già
pronti a battagliare legalmente e davanti i cancelli».
La prossima tappa è lo sciopero nazionale del 28, il
presidio della Fiom fuori lo stabilimento inizierà alle
cinque, poi alle dieci tutti nel centro di Pomigliano per
il corteo. «Non abbiamo nessuna intenzione di accettare
un nuovo caporalato - aggiunge Franco Percuoco altro
delegato - l'azienda vuole scegliere le nuove Rsa della
fabbrica per "eleggere" qualcuno che non dia
fastidio, questa cosa non può essere legale». Ieri e
fino a domani saranno gli unici tre giorni del mese, nel
terzo anno di cig, in cui l'azienda ha deciso di
riconvocare per due turni gli operai alle linee del
Giambattista Vico: «Andremo avanti con volantinaggi e
assemblee per spiegare cosa ci attende nelle prossime
settimane», dice Percuoco. Di sicuro in cassa
integrazione si resterà almeno fino ad agosto: «E questo
dimostra come quando Marchionne afferma di non avere
chiesto soldi allo stato fa solo propaganda - sbotta
Maurzio Mascoli, segretario regionale Fiom - con la cig ci
sono almeno 50 milioni a carico di regione e Inps». Nel
nuovo contratto c'è anche lo straordinario «selvaggio»
che può arrivare a 60 ore, e l'aumento annuo di 3740 euro
è solo una magra consolazione: «giusto il dovuto per il
lavoro extra e di notte», aggiunge Mascoli. Per D'Onofrio
«Marchionne dovrebbe cambiare mestiere»: «Può fare il
ministro dell'economia, speculare in borsa, ma un capitano
d'industria deve vendere macchine. Mi dite senza mettere
sul mercato modelli credibili, con le vetture che restano
nei depositi che senso ha lavorare 18 turni?».
Ma chi ha firmato il contratto la pensa diversamente.
Spiega il segretario regionale Fim Giuseppe Terracciano:
«abbiamo aiutato i lavoratori a ripartire con in tasca
una speranza per il futuro, questo sarà l'impianto del
futuro dove dopo la Panda si potrà produrre qualsiasi
cosa». E pazienza se il consenso tra i lavoratori è
bassissimo e se i rappresentanti del no vengono,
antidemocraticamente, messi alla porta: «È la legge -
spiega Giovanni Sgambati segretario Uilm - Tra le
posizioni della Fiom e quelle della Fiat siamo sempre
stati in mezzo». Di sicuro con queste regole e con
l'accordo "vergine" da firmare individualmente a
Pomigliano si consumerà più di una battaglia.
Don Peppino Cambardella parroco della chiesa di San
Felice, patrono di Pomigliano è molto preoccupato: «La
mia grande paura è che si verifichino licenziamenti e
discriminazioni contro chi ha votato no, tutti gli operai
invece devono ricominciare a lavorare al più presto,
senza eccezione». Don Peppino ha seguito tutte le fasi
dell'accordo ed è sempre stato presente alle assemblee e
alle manifestazioni, per primo ha denunciato il rischio
che corrono i cassintegrati nell'essere esposti all'usura:
«Con 700 euro al mese è naturale che le famiglie non
riescano a tirare avanti, è un sottobosco che esiste, per
questo dico di fare presto, ma non lasciare nemmeno un
lavoratore per strada a qualsiasi sigla sindacale
appartenga». Per il momento la cig è ancora lunga, ed è
poco probabile che come previsto dal piano Marchionne il
prossimo settembre inizi la nuova produzione, i lavori per
riconvertire le linee non sono nemmeno partiti.
LA GRANDE CRISI
Tutti dietro Fiat Addio
contratto
Federmeccanica adotta il «modello
Marchionne» e lascia libera ogni azienda di
scegliere tra contratto nazionale e accordo
aziendale. Tutti spiazzati, la Fiom ne trae forza
per lo sciopero del 28
Rocco Di Michele
Il contratto nazionale non c'è più. Almeno per i
metalmeccanici. Questa è l'unica conclusione
possibile dopo aver esaminato il comunicato con
cui, ieri, Federmeccanica (l'associazione delle
imprese del settore) ha chiuso la sua riunione.
La mossa di Sergio Marchionne - due «nuove società»
per lo stabilimento di Pomigliano e le Carrozzerie
di Mirafiori, fuori da Confindustria e
Federmeccanica in modo da non dover applicare
nessun contratto nazionale - ne aveva del resto
minato la rappresentatività. La proposta di un «contratto
per l'auto» era parsa subito una «mediazione»
per prospettare il rientro della Fiat
nell'associazione in un prossimo futuro.
Ieri, si diceva, lo strappo definitivo con il
vecchio sistema contrattuale. Il testo va letto
per bene. Il Consiglio ritiene che «il processo
di flessibilizzazione e decentramento delle
relazioni contrattuali, avvito con l'Accordo
interconfederale del 2009 (non firmato dalla Cgil,
ndr) e sviluppato con il contratto nazionale di
categoria» vada «accelerato». Come? Integrando
quell'accordo «con la previsione della possibile
alternatività tra contratto specifico per
determinate situazioni aziendali e contratti
nazionali». Insomma, ogni azienda può scegliere
di applicare quello che c'è oppure - come la Fiat
- farsene un altro «con i sindacati che ci stanno».
Un far west puro che rende patetico, oltre che
contraddittorio, il successivo invito «all'apertura
di un tavolo sulla rappresentanza che abbia come
finalità quella di garantire regole certe per la
stipula dei contratti». Una presa in giro mai
vista in 65 anni: quali «regole certe» si
possono stabilire se ogni impresa è legittimata a
procedere come meglio crede?
Su questo punto la risposta della Fiom oscilla tra
l'ironico e l'indignato: «nessuna delle nostre
strutture si è mai sognata di dire che noi non la
rappresentiamo; in Federmeccanica sì; c'è un
evidente problema di completa inaffidabilità da
parte delle imprese». Il ragionamento non fa una
grinza: «chi rappresenta la stessa Confindustria
se chi vuole può uscire o rientrare se e quando
gli serve? E quali 'regole certe' si possono
stabilire con chi vuol derogare persino a quelle
appena sottoscritte con i sindacati più
disponibili?». E infine «mettere in alternativa
il contratto aziendale con quello nazionale lascia
gli imprenditori da soli con i loro lavoratori. Li
si fa morire per Fiat. E non credo che ne valga la
pena».
Anche Cisl e Uil, in effetti, sono sembrate
spiazzate - lì per lì - da questa decisione.
Raffaele Bonanni, nel suo solito linguaggio
approssimativo, ha richiamato le imprese a «non
mettere il carretto davanti ai buoi», visto che
«abbiamo un contratto (separato, ndr) che vale
ancora due anni». Rocco Palombella (Uilm) ha
protestato parlando di «posizione non condivisa».
Ma la difesa del contratto nazionale, da queste
parti, suono poco convincente, dopo tanta «disponibilità»
verso i contratti aziendali. E soprattutto dopo il
«carta bianca» affidato a Marchionne su
Pomigliano e Mirafiori.
Dal testo di Federmeccanica si capisce
perfettamente quale sia la «certezza» che le
imprese ricercano: «regole e procedure
impegnative per tutti i soggetti circa l'esercizio
del diritto di sciopero». Abbattere le possibilità
di «resistenza» del lavoro ai comando aziendali,
questo è l'obiettivo non più nascosto. E chi se
ne frega se quel diritto è sancito dalla
Costituzione. Né sembra un caso che il ministro
del welfare (un caso di «neolingua» orwelliana),
Maurizio Sacconi, abbia ancora una volta
magnificato la «svolta» Fiat che «apre la
strada a ulteriori evoluzioni delle relazioni
industriali e dei rapporti tra le organizzazioni».
Rapporti «complici», aveva detto, o nessun
rapporto.
La Fiom, com'è noto, risponderà con lo sciopero
generale di categoria il 28 gennaio, allargato a
tutte le forze sociali e appoggiato anche dai
sindacati di base (Usb e Cobas). Per la Cgil,
intanto, il segretario generale Susanna Camusso ha
risposto quasi incredula: ««Se fosse vero quanto
ho letto, Federmeccanica sbaglia per la quarta
volta: dopo il contratto separato, dopo le
deroghe, dopo l'idea di inventarsi un nuovo
contratto». Domanda: cos'altro devono fare le
imprese per convincere il più grande sindacato
italiano a uscire dall'immobilismo?
Pro e contro
il nuovismo
BOMBASSEI
Sulla modifica del modello contrattuale con la
previsione della possibile alternatività tra
contratto nazionale e aziendale «sta lavorando la
Federmeccanica» ma se l'associazione lo propone
«sarà una roba di buonsenso». Lo afferma il
vicepresidente della Confindustria Alberto
Bombassei, precisando che l'associazione degli
industriali è rispettosa dell'autonomia delle
categorie.
CREMASCHI
«La proposta della Federmeccanica è un puro
megafono delle posizioni della Fiat, è
socialmente devastante ed è la fine formale del
contratto nazionale», dice il presidente del
comitato centrale della Fiom. «So bene che adesso
ci spiegheranno che in questo o in quel paese del
mondo si fa così ma la realtà è che si vuole
semplicemente distruggere il sistema contrattuale
e di diritti che c'è in Italia. Chi continua a
illudersi che quella della Fiat sia un'eccezione
ormai ha tutti i motivi per ricredersi. È in atto
il più grave attacco ai diritti dei lavoratori
italiani dal 1945 ad oggi».
CAMUSSO
«Ho letto l'intervento dell'a.d. Marchionne,
spero ci sia davvero un'occasione in cui ci
spiegano cos'è Fabbrica Italia». È quanto ha
affermato segretario generale della Cgil, Susanna
Camusso, a proposito della possibilità di
estendere il modello Pomigliano e Mirafiori anche
negli stabilimenti di Cassino e Melfi, ventilato
da Marchionne.
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L'Italia non cresce. Male
l'occupazione. Ripresa incerta
di Galapagos
su il manifesto del 19/01/2011
Una buona notizia: «le
prospettive di crescita dell'economia mondiale appaiono più solide e
diffuse rispetto a tre mesi fa»: una notizia meno buona: in Italia «l'espansione
del prodotto lordo conserverà il baso ritmo di crescita del 2010 -
intorno all'1% - anche nel 2011 e nel 2012». E questo significa che che
il Pil italiano aumenterà a un ritmo «inferiore a quello dell'area
dell'euro». Infine una notizia decisamente brutta: in questo scenario «non
si avrebbe una robusta ripresa dell'occupazione», mentre l'inflazione
rialzerebbe un po' la testa e i prezzi al consumo si «attesterebbero sul
2% nel biennio 2011-2012». Questo è il nuovo quadro previsionale della
Bankitalia che ieri ha pubblicato il tradizionale Bollettino economico».
Nel contesto dell'economia globale si conferma «la robusta crescita delle
economie emergenti e, tra i paesi avanzati, della Germania». Inoltre,
secondo via Nazionale «migliorano le valutazioni sulla dinamica
dell'economia americana». Il quadro internazionale, tuttavia, non sembra
in grado di fare da traino all'economia italiana. Anche perché, quasi
certamente quest'anno la Germania (unica locomotiva d'Europa) dovrebbe
tirare un po' il fiato dopo la crescita tumultuosa del 2010 che ha quasi
riportato il Pil ai livelli pre-crisi, mentre per l'Italia - se tutto va
bene - dovremo attendere il 2015 e probabilmente qualcosina in più per
quanto riguarda il Pil pro capite.
Le prospettive sembrano la fotocopia del trend di tutti gli anni duemila:
l'Italia cresce poco e, purtroppo meno, degli altri paesi dell'Unione
europea. E il basso tasso di crescita non può non influenzare
l'occupazione. La previsione, infatti, è per un arresto della distruzione
di posti di lavoro e poi una mediocre crescita del numero degli occupati.
A essere messi peggio sono i giovani che dovranno accontentarsi di lavori
precari. Insomma, non c'è da stare allegri: in questa situazione
probabilmente la distribuzione del reddito tenderà a peggiorare
ulteriormente. A battere la fiacca è soprattutto la produzione
industriale: «nella media del quarto trimestre del 2010 l'attività
industriale avrebbe segnato un modesto calo». Dai dati più recenti a
disposizione, aggiunge Via Nazionale, «trova conferma il ritardo con cui
la produzione italiana sta risalendo verso i livelli precedenti la crisi
nel confronto con le altre maggiori economie dell'area: lo scorso novembre
- si legge - l'attività industriale in Italia risultava inferiore ai
valori della primavera del 2008 di circa 18 punti percentuali, contro 10 e
7 punti in Francia e in Germania, rispettivamente». Che fare per crescere
di più? Bankitalia non ha dubbi: «è essenziale che vengano rimossi gli
ostacoli strutturali che hanno finora impedito all'economia italiana di
inserirsi pienamente nella ripresa dell'economia mondiale».
Bankitalia è, invece, un po' più ottimista del governo per quanto
riguarda i conti pubblici: «sulla base delle informazioni disponibili
l'indebitamento netto si sarebbe portato al di sotto dell'obiettivo del 5%
del prodotto». Negativo, però, che il miglioramento è conseguente alla
riduzione delle spese in conto capitale. Per quanto riguarda, invece, il
rapporto debito/Pil via Nazionale stima per il 2010 un aumento al 119%
circa dal 116% del 2009 (118,5% la stima del Governo). «Parte di tale
aumento - si legge nel Bollettino - che è inferiore a quello stimato per
il complesso dei paesi dell'area euro dalla Commissione Ue.
Preoccupano, invece, le tensioni sul debito pubblico sovrano di alcuni
paesi dell'area dell'euro. «Negli ultimi mesi del 2010 i rendimenti dei
titoli pubblici a lungo termine nelle maggiori economie avanzate sono
gradualmente aumentati. Dall'inizio di novembre sono tornate a inasprirsi
le tensioni sui mercati del debito sovrano di alcuni paesi dell'area
dell'euro, dopo un temporaneo allentamento in ottobre. Vi hanno concorso
timori di contagio innescati dalle gravi difficoltà del sistema bancario
irlandese. I differenziali di rendimento dei titoli di Stato decennali di
Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, rispetto a quelli tedeschi, hanno
segnato un deciso aumento (...). Nella seconda settimana di gennaio le
pressioni si sono mitigate». Le conclusioni dell'analisi di Bankitalia
non sono univoche: lo scenario ha forti elementi di incertezza. In senso
negativo le tensioni sulla solvibilità dei debiti sovrani in alcuni paesi
potrebbero riflettersi in un aumento dei costi di finanziamento anche per
il settore privato. In senso positivo, perché la crescita della domanda
mondiale potrebbe rivelarsi più vigorosa di quella ipotizzata del 7%.
In
piazza anche le tute blu dei sindacati di base (Usb)
Non solo Fiom. Come già preannunciato la scorsa
settimana, l'esecutivo nazionale dell'Unione Sindacale di Base (Usb) ha
deliberato lo sciopero nazionale del settore metalmeccanici, proclamato
per l'intera giornata del prossimo 28 gennaio. «Usb parteciperà alle
manifestazioni che nella giornata dello sciopero si svolgeranno in tutta
Italia». Lo sciopero è indetto a sostegno delle rivendicazioni dei
metalmeccanici, naturalmente «a partire dalla vertenza Fiat, ed a difesa
delle condizioni di lavoro, del contratto nazionale e della democrazia nei
posti di lavoro». Come per lo sciopero nazionale dei lavoratori del
trasporto pubblico locale - 26 gennaio - e le altre mobilitazioni in atto,
«per Usb l'azione di lotta dei metalmeccanici è interna al percorso di
preparazione di uno sciopero generale che coinvolga tutti i lavoratori,
generalizzando la piattaforma rivendicativa ed estendendo la
partecipazione attiva a tutti i soggetti collettivi che operano nel
sociale e sui territori».
PERCHÉ STIAMO CON GLI OPERAI DI MIRAFIORI
Un patrimonio comune di diritti da salvare
«Che viso avrà, a chi somiglia, di quale potrei
essere amica...». Cominciava così la bella introduzione di Rossana
Rossanda al libro (Una storia Tante storie. Operaie della Bloch a Reggio
Emilia 1924-1978) sulla fabbrica fallita nel 1978 dopo oltre 50 anni di
presenza sul mercato della calzetteria, dopo aver visto la presenza e la
crescita di varie generazioni di donne e 3 anni di lotte per evitarne la
chiusura. I visi delle operaie e operai Fiat li abbiamo visti in questi
giorni davanti ai cancelli o nel centro di Torino a dispensare volantini,
spiegare le ragioni del loro voto al referendum/ricatto voluto
dall'amministratore delegato Sergio Marchionne e dall'azienda. Visi tirati
dalla preoccupazione, dalla paura: «Sappiamo che è un ricatto, ma il
rischio che non faccia l'investimento a Torino, non possiamo correrlo:
abbiamo figli, il mutuo». Altri e altre gridano che non è giusto cedere,
non si possono accettare limitazioni di diritti fondamentali: la
rappresentanza sindacale, lo sciopero, mentre sono previste ritorsioni
durante la malattia, la cancellazione di contratti e il peggioramento
della condizione di vita e della salute con l'aumento dei turni e degli
orari. Chiedono di contrattare, non di subire le scelte che riguardano la
loro vita.
Li abbiamo visti grazie alla Fiom che ha detto no a un simile ricatto. Li
abbiam visti qualche mese fa a Pomigliano. Erano anni che non si parlava
di loro, ridotti a figure marginali. Non creava scandalo sentire definire
il lavoro: interinale, intermittente, a tempo determinato; lavoro sempre
più scarso, meno sicuro, con meno diritti. Dove la decantata flessibilità
introduceva la precarietà che ha sconvolto e impoverito la società, ha
reso le persone uguali a merci, ha tolto alle nuove generazioni anche il
diritto di sperare nel futuro.
Noi delegate e delegati tessili abbiamo vissuto un'altra stagione, un
tempo in cui le grandi aziende, oltre alla fatica e ai problemi
consentivano esperienze comuni, lotte di emancipazione economica e dalla
subalternità (sopratutto per le donne). Il lavoro non solo come necessità
di affrancarsi dalla povertà, ma come avanzamento verso l'uguaglianza, le
richieste di scuole per l'infanzia, le mense, il controllo della salute.
Si arrivava ad affezionarsi alla macchina e al prodotto che si contribuiva
a realizzare.
C'era l'orgoglio operaio (come abbiamo visto scritto sulle maglie dei
lavoratori Fiom ai cancelli). Tutte rose? Ovviamente no! Avevamo Maramotti
precursore di Marchionne, alla Max Mara il sindacato, le lavoratrici erano
ostacolate nell'esercizio dei diritti che nelle altre fabbriche erano
condizioni e relazioni normali. Le condizioni di lavoro determinate dal
cottimo hanno rappresentato umiliazioni, divisioni, problemi di salute
(vedi le testimonianze nel libro Lavorare e vivere a Max Mara del 1987).
Abbiamo vissuto il tempo della soggettività operaia, del protagonismo
delle donne e attraverso le lotte, la conquista di diritti fondamentali
aggrediti pesantemente negli ultimi 30 anni. I processi di
ristrutturazione che a metà degli anni Settanta hanno ridimensionato le
grandi aziende e prodotto il famoso «piccolo è bello», sconvolgendo
l'apparato produttivo, riducendolo alle miriadi di piccole aziende che
oggi, oltre ad aver ridotto i diritti ne ha indebolito la possibilità di
competere in questo selvaggio sistema che è la globalizzazione. Queste
nostre considerazioni vogliono dire che non c'è un solo modo di
affrontare i problemi. Che le imposizioni, solo perchè si è in posizioni
dominanti e privilegiate, non costruiscono buone relazioni, né sviluppo
equilibrato, né la sbandierata modernità. L'atteggiamento Fiat, con il
ricatto «votate si altrimenti chiudo», è l'affermazione più antica che
le lavoratrici e i lavoratori conoscono. Come le disparità di reddito che
questi manager incarnano; antiche nella modalità, scandalose nella
quantità. Disparità che fa il paio con il concetto di modernità di
questo governo e di molti politici: chiedere a chi lavora di accettare
sacrifici e aumento di produttività, straordinario non contrattato,
riduzione delle pause. Mentre nel nostro Paese si registra il più alto
numero di parlamentari, ministri, sottosegretari, i compensi più alti al
mondo a fronte della più bassa presenza in parlamento e dei peggiori
risultati sociali ed economici a livello europeo.
A tutto questo, si aggiunge la divisione a sinistra nell'esprimere una
valutazione sull'attacco portato a chi lavora. Il Pd ha preferito non
prendere posizione a favore delle lavoratrici e dei lavoratori perché
diviso e perché non li ritiene più soggetto di riferimento fondamentale.
A Reggio Emilia si sono scomodati 24 sindaci (tra loro diverse sindache
purtroppo) del Pd che hanno invitato a valutare nuove relazioni sindacali
basate sulla presenza dei dipendenti nei cda (alla tedesca, dicono) o la
loro presenza nel capitale tramite fondi finanziari (all'americana).
Consigliamo loro di approfondire meglio le differenze tra le realtà
citate e la reale situazione del nostro Paese. Altro consiglio: valutino
meglio le condizioni di lavoro, i diritti e il salario di chi lavora nelle
cosiddette cooperative a cui affidano pezzi di servizi pubblici. Li
esternalizzano proprio perché il costo del lavoro è inferiore. A scapito
di chi? È forse tale contraddizione che ha impedito un giudizio severo
sull'atto d'imperio di Marchionne?
Il voto a Mirafiori ha dato un risultato chiaro. La risicata maggioranza
dei sì non dà carta bianca alla Fiat e ai sindacati che hanno firmato
l'accordo di cancellare diritti e democrazia così duramente conquistati.
Hanno detto no in maggioranza i lavoratori e le lavoratrici che avrebbero
dovuto subirlo sulla loro pelle. È con loro che stiamo, partecipando a
tutte le iniziative di lotta che nei prossimi giorni decideranno, a
partire dallo sciopero che in Emilia sarà il 27 gennaio.
Marisa Iori (delegata calzificio Bloch), Edda Montecchi (delegata Confit
confezione), Franco Spaggiari (delegato Max Mara), Anna Scappi (delegata
Max Mara), Paola Vezzosi (delegata Max Mara), Paola Tirelli (delegata Coop.Nord
Emilia), Piera Vitale (delegata calzificio Bloch)
«Dignità, Marchionne»
di Francesco Paternò
su il manifesto
del 19/01/2011
Intervista a Maurizio
Landini (Fiom)
Maurizio Landini, cosa rispondi a
Sergio Marchionne quando nell'intervista a Repubblica promette
partecipazioni agli utili per i lavoratori?
Credo, intanto, sarebbe importante che i lavoratori potessero partecipare
e trattare sulle condizioni di lavoro e sui modelli organizzativi
utilizzati. La realizzazione delle persone nel lavoro non passa
semplicemente attraverso i soldi.
Per Marchionne «l'auto nel mondo si fa così» e «chi viene in fabbrica
lo sa».
Non è assolutamente vero che questo sia l'unico modo di produrre. Primo,
c'è un problema che riguarda anche la progettazione delle linee, sarebbe
importante che si pensasse a questo, oltre che a studiare le nuove
automobili. Secondo, per esempio in Germania, non è vero che i metodi di
lavoro siano questi. Terzo, la Fiat impedisce con questo accordo la
possibilità di poter contrattare i carichi di lavoro e introduce un
elemento che non esiste né in Italia né in nessuna altra parte d'Europa,
cioè l'impedimento della possibilità di contestarli e di negoziare i
contenuti e le quantità di lavoro.
Nell'intervista, il manager parla di «discorso chiuso» a Mirafiori, ma
di non aver cercato una «rottura».
La cosa vera è che la Fiat non ha mai fatto nessuna vera trattativa. Si
è semplicemente presentata prima a Pomigliano e poi a Mirafiori dicendo o
così, o me ne vado. Con l'idea di cancellare non solo il contratto
nazionale ma l'esistenza stessa della libertà dei lavoratori di
contrattare la loro condizione.
Per Marchionne, è stata la Fiom a non «aver capito la scommessa».
No. La Fiom ha capito talmente bene cosa stava succedendo che ha chiesto
di fare una trattativa. In gioco non è l'esistenza della Fiom, ma
l'esistenza della contrattazione collettiva e della libertà delle persone
che lavorano.
Il manager ribadisce che diritti e «protezioni costituzionali» non sono
stati toccati.
Basta leggere l'accordo. 1) La Fiat non si associa più a Confindustria;
2) non esiste più il contratto nazionale di lavoro; 3) si limita il
diritto di sciopero, cioè siamo a una lesione costituzionale; 4) si
cancella la contrattazione perché non esistono più i delegati eletti dai
lavoratori, ma nominati; 5) esistono i sindacati che decide Marchionne, si
è perfino inventato l'associazione quadri; 6) siamo in presenza di un
aumento dell'orario e di mano libera nella gestione della impresa della
forza lavoro.
Per voi un unico complimento tra virgolette: la «Fiom ha costruito un
capolavoro mediatico».
Mi pare che sia la Fiat a essere proprietaria di due giornali, che abbia
speso una grande quantità di soldi per campagne pubblicitarie e che abbia
una qualche influenza anche sui media televisivi. La vera nostra forza è
stata quella di parlare delle reali condizioni di vita e di lavoro delle
persone. Ciò che ha fatto saltare il coperchio è stato il no dei
lavoratori di Pomigliano, i lavoratori licenziati a Melfi che non hanno
accettato di essere pagati senza lavorare e oggi la dignità e il coraggio
dei lavoratori di Mirafiori. Chi è riuscito a parlare al paese è stata
la dignità del lavoro, Marchionne l'ha messa in discussione.
Sostiene che la Fiom ha solo obiettivi politici, al contrario del
sindacato statunitense Uaw.
Se lui pensa di trasportare un modello di un sindacato che non ha alcun
ruolo contrattuale, noi lo rifiutiamo. Siamo in Europa e facciamo il
sindacato che contratta. Ma la cosa che trovo davvero straordinaria è che
continui a dire che non spiegherà mai l'intero piano, ma lo farà pezzo
per pezzo e tutti devono essere d'accordo. Nel silenzio di governo e forze
politiche.
Nell'intervista dice di voler provare a recuperare quei tanti no. Si
governa una fabbrica con il 50 per cento?
Sono d'accordo con lui. Dice anche che vorrebbe recuperare quelli che
hanno detto sì per paura. Ciò dimostra che sa perfettamente che la
maggioranza dei lavoratori in Fiat non sono d'accordo e la cosa più
saggia che dovrebbe fare è riaprire una trattativa. Sono convinto che
senza il consenso di chi lavora alle linee, le fabbriche non funzionano.
Come andrà a Melfi e a Cassino, dove la Fiat vuole estendere l'accordo?
E' sbagliato e ci auguriamo che si fermino. In caso contrario metteremo in
campo tutte le iniziative giuridiche contrattuali e sindacali per
contrastare l'estensione di questo modello.
Ha smentito nuovamente una vendita dell'Alfa Romeo.
Marchionne continua anche a dire che vuole arrivare al 51 per cento della
Chrysler al più presto. Per farlo, ha bisogno di soldi e non so dove
possa trovarli. Discutere del piano industriale significherebbe capire con
trasparenza anche quali sono le scelte che intende compiere.
"Tutti in piazza il 28
Gennaio!"
di Maurizio Landini
su altre
testate del 18/01/2011
"Lo straordinario risultato
di Mirafiori, frutto del coraggio e della dignità delle lavoratrici e dei
lavoratori della Fiat, parla a tutto il paese. Dice che è necessario
difendere insieme il lavoro, i diritti e la democrazia, perché sono la
condizione per un nuovo modello di sviluppo e per una nuova giustizia
sociale nelle fabbriche e nel paese.
Per questo, il 28 di gennaio è importante che allo sciopero generale dei
metalmeccanici partecipino anche tutte le persone che ritengono che in
questo momento la lotta dei lavoratori di Mirafiori e Pomigliano è una
lotta generale. Ed è per questo importante sostenere anche gli appelli
che sono stati lanciati, a partire da quello di MicroMega, in cui le
persone, qualsiasi idea abbiano e qualsiasi posizione sociale ricoprano,
si esprimano a fianco della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori Fiat.
Credo che sia un atto di civiltà perché siamo di fronte a una fase che
mette a nudo queste questioni. Del resto c'è una lontananza e una
latitanza del governo e della politica dal lavoro, e invece a partire
dalla dignità e dal coraggio dei lavoratori di Mirafiori è possibile
aprire una fase nuova.
Per questo, oltre a invitare tutti a partecipare il 28 alle manifestazioni
che si faranno regione per regione in occasione dello sciopero generale
dei metalmeccanici, credo che sia importante sostenere queste lotte
firmando gli appelli di sostegno che sono stati promossi, a partire da
quello di MicroMega".
INTERVISTA-repubblica.it 18
gen2011
"La mia sfida per la nuova Fiat
salari tedeschi e azioni agli operai"
Marchionne: ma l'intesa Mirafiori non si tocca e verrà estesa.
"Nessun diritto intaccato, ma non si può beneficiare di un contratto
se non si è contraenti"
di EZIO MAURO
TORINO - DOTTOR Marchionne, lei ha vinto il referendum,
ma mezza fabbrica le ha votato contro. Eppure era in ballo il lavoro, il
posto, il destino di Mirafiori. Si aspettava questo risultato?"Io so
che il progetto della Fiat è passato, perché ha convinto la maggioranza.
Questo è ciò che conta. Per il resto, chi è stato qui con me fino alle
tre e mezza di notte, venerdì, sa che non ho mai dato il risultato per
scontato. Anzi, le confido una cosa. Quando me ne sono andato a casa per
provare a dormire (poi sono stato sveglio fino alle sei e mezza del
mattino) ho lasciato sul tavolo due comunicati. Uno se prevaleva il sì.
L'altro se vinceva il no".
E davvero in caso di sconfitta la Fiat sarebbe andata via da
Mirafiori?
"Non c'è alcun dubbio. E non certo per una ridicola rivincita.
Semplicemente, non avremmo avuto altra scelta".
Ma si possono mettere i lucchetti ad una fabbrica per una sconfitta
sindacale, e non per una legge di mercato?
"Ma lei sa quanta legge di mercato ci sarebbe stata dietro quella
scelta? Di cosa stiamo parlando? Non è un problema di lucchetti e
tantomeno di muscoli. Cosa dovevo fare? Avrei detto venga qui chi vuole,
chi è più bravo di me, usi questi spazi per far meglio. Ma io certo non
mi sarei seduto a rinegoziare con il sindacato".
E perché no, se magari si intravedeva la strada di un accordo?
"Perché questo contratto
c'è già a Pomigliano, e io non posso avere due sistemi diversi per la
stessa azienda e lo stesso lavoro".
E adesso che invece ha vinto, non le viene in mente di sedersi a
un tavolo e allargare il consenso, recuperando quella metà di fabbrica
che non ci sta, come le chiedono in molti?
"Più che altro, io non capisco. Non sono un ingenuo, ma sinceramente
non capisco. E' la logica del retrade, del negoziato continuo per il
negoziato, non per arrivare a un risultato. Sono allibito. Mi dispiace, ma
sabato mattina alle sei le urne hanno detto che il sì ha avuto la
maggioranza. Il discorso è chiuso, anche se dentro quella maggioranza
molti cercano il pelo nell'uovo".
E' più di un pelo, e lei lo sa bene. Senza gli impiegati il sì
sarebbe passato con uno scarto di appena 9 voti. Cosa vuol dire questo?
"Niente. Possiamo esercitarci all'infinito, togliere i lavoratori
alti, quelli bassi, quelli coi baffi. Conta il saldo, cioè il risultato,
nient'altro".
Ci sono due questioni dentro quel saldo. Tra i 440 impiegati, 300
sono capi, 40 sono della direzione del personale. Tra gli operai, al
Montaggio e alla Lastratura, le lavorazioni in linea dove si scaricano gli
effetti delle nuove condizioni di lavoro previste dall'accordo, ha vinto
il no. Cosa ne pensa?
"Il referendum non l'ho chiamato io (anche se avrei partecipato
volentieri, spiegando ai lavoratori le ragioni dell'accordo) né sono io
che ho fatto le regole. Per me Mirafiori ha deciso, e io sto al risultato,
che è un risultato molto importante".
Lei ha detto che è una svolta e una prova di fiducia. Che fiducia, con un
lavoratore su due che dice no?
"Senta, se vuole che le dica la mia valutazione non sul risultato, ma
sulla campagna che lo ha preceduto, è presto fatto: la Fiom ha costruito
un capolavoro mediatico, mistificando la realtà, ma ci è riuscita. Noi,
che siamo presenti in tutto il mondo, con una forza di 245 mila persone,
ebbene dal punto di vista culturale siamo stati una ciofeca, la più
grande ciofeca, e la colpa è soltanto mia".
Perché?
"Perché ho sottovalutato l'impatto mediatico di questa partita, ho
sottovalutato un sindacato che aveva obiettivi politici e non di
rappresentanza di un interesse specifico, come invece accade negli Usa.
Vede, io sono convinto che le nostre ragioni sono ottime. Ma non sono
riuscito a farle diventare ragioni di tutti. Mi sembrava chiaro: io
lavoratore posso fare di più se mi impegno di più, guadagnando di più.
E invece ha preso spazio la tesi opposta, l'entitlement, e cioè il
diritto semplicemente ad avere, senza condividere il rischio. Ma questo va
bene per uno statale, non per un'azienda privata che deve lottare sul
mercato".
Non crede che invece a spiegare il 46 per cento di no ci sia la
convinzione che l'accordo chiede di scambiare il lavoro coi diritti?
"Lei deve pensare che non siamo fessi, e nemmeno arroganti. Il
contratto firmato contiene tutte le protezioni costituzionali. Le dico di
più: io, Sergio Marchionne, non voglio togliere nulla di ciò che fa
parte dei diritti dei lavoratori. Ma guardi che qui si parla d'altro: la
Fiom è scesa in guerra non per i diritti, ma per il suo ruolo di
minoranza bloccante, perché qui salta l'accordo interconfederale secondo
cui chi non ha firmato beneficia delle protezioni del contratto senza mai
impegnarsi a rispettarlo".
Si può dire in modo opposto: i lavoratori hanno il diritto di scegliersi
i rappresentanti che vogliono, e non solo quelli che hanno firmato
l'accordo con l'azienda, per di più nominati dai vertici sindacali e non
dalla base. Cosa risponde?
"Lo dica pure così, e io le dico che in qualsiasi sistema legale non
puoi beneficiare di un contratto se non sei contraente, se non ti metti in
gioco e non ti assumi le tue responsabilità di fronte a quelle della
controparte. Insomma, non puoi andare a ufo".
Ma lei cercava la rottura o ha davvero provato a trovare un
accordo?
"Perché avrei dovuto volere la rottura? Quel che volevo rompere era
questo sistema ingessato, dove tutti sanno che noi imprese italiane siamo
fuori dalla competitività, non possiamo farcela, eppure tutti fanno finta
di niente. Ho tirato avanti per quasi sette anni, poi una notte ad aprile
mi sono detto basta. Io metto sul piatto 20 miliardi, accetto la sfida, ma
voglio che quei soldi servano, dunque voglio garantire la Fiat e chi ci
lavora. Cambiamo le regole per garantire l'investimento attraverso il
lavoro. E' l'unica strada. Non solo: a dire il vero è l'ultima
strada".
Poi?
"Poi ho cominciato a parlarne, non con la politica ma con i miei e
con il sindacato. Ma ho capito che eravamo sopra una torre di Babele. Io
parlavo una lingua, loro un'altra. Tutti facevamo riferimento alla realtà:
ma io alla realtà di oggi, così com'è nel mondo globale, la Fiom alla
realtà del passato, quella che si è trascinata fin qui impantanandoci
fino al collo, come Italia".
Lo sa che lei si è mangiato un patrimonio trasversale di
consenso, accumulato negli anni in cui ha salvato la Fiat?
"Non sapevo di averlo, non ne ho visto i benefici, e in questa
trattativa non mi sono accorto di avere alcun credito, in Italia. Questo
mi spiace, non per me, ma perché evidentemente non sono riuscito a far
capire certe cose alla mia gente".
Sta dicendo che ha sbagliato?
"Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004:
giravo tutti gli stabilimenti, e poi quando tornavo a Torino il sabato e
la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere quel che volevo
io, le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Cose obbrobriose, stia a
sentirmi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità
agli operai e a farli vivere in uno stabilimento così degradato? In più,
la Fiat era tecnicamente fallita, se il fallimento significa non avere i
soldi in casa per pagare i debiti. Perdevamo 2 milioni al giorno, non so
se mi spiego. E invece sette anni dopo abbiamo ribaltato lo schema,
l'animale è vivo, il patto che associa Fiat e lavoratori è vitale e va
al di là del contratto in questione. C'era prima di me e oggi sappiamo
che ci sarà dopo di me. Anzi tutta questa personalizzazione è
fuorviante. Perché se Marchionne fosse il problema, basterebbe poco. Ma
tolto Marchionne, il problema resta".
Resta anche l'idea, in molti, che Marchionne non creda molto in
Torino: è così?
"Guardi, io non ho mai fatto un investimento di così pessima qualità
per l'azienda come quelli di Mirafiori e di Pomigliano. Vuol dire
crederci, questo, o che altro?"
Vuol dirmi che l'accordo contestato dalla Fiom non soddisfa
nemmeno chi lo ha scritto e firmato?
"Voglio dirle che in qualsiasi parte del mondo mi avessero sottoposto
un accordo con queste condizioni io mi sarei alzato e me ne sarei andato.
Tra Natale e Capodanno ho inaugurato con il presidente Lula uno
stabilimento a Pernabuco nel Nordeste brasiliano: bene, l'accordo è
un'ira di Dio per copertura finanziaria, concessione dei terreni,
condizioni fiscali, come capita anche in Serbia".
E' come se lei dicesse che da noi manca lo Stato, a creare queste
condizioni per l'investimento, no?
"Ma lo Stato ci ha incoraggiati. E che dire del sindacato? Una parte
del sindacato è mancata molto di più, perché non ha capito la
scommessa, non si è messa in gioco incalzando l'azienda sullo sviluppo,
come Solidarnosc che in Polonia, quando ho spostato la Panda a Pomigliano,
è venuto a chiedermi il terzo turno".
Il dubbio sull'impegno in Italia riguarda anche la famiglia
Agnelli, lo sa?
"Io non ho mai conosciuto l'Avvocato ma mi sono letto per bene la
storia della Fiat. E le dico che se c'è un momento in cui la famiglia fa
le cose giuste è proprio questo. Hanno varato l'aumento di capitale nel
2003 quando l'azienda era morta, l'hanno salvata con soldi propri, non
dello Stato. E oggi stanno cercando di darle un futuro senza mettere i
piedi nella gestione politica del Paese, ma restandone ben fuori".
Lei con l'operazione Chrysler li ha liberati dal vincolo
centenario con l'automobile italiana, ma anche dal vincolo di
responsabilità con il Paese: è così?
"No. Garantiscono la continuità di un capitale intelligente,
mettendolo a rischio e affidano la responsabilità di gestione a Pinco
Pallino, seguendolo e appoggiandolo. Mi lasci dire che non è un
comportamento molto italiano. Tenga conto che hanno trent'anni, un arco
temporale molto lungo davanti, sono cresciuti e hanno studiato fuori, come
John".
Anche lei è molto poco italiano: nella biografia o nelle scelte?
"Questa è la cosa che mi fa incazzare di più. "Manager
canadese", è l'ultima di tutta una serie che arriva a dipingermi
addirittura come anti-italiano, pur di minare la mia identità di manager.
Io ho il passaporto italiano, esattamente come lei. Rispetto lo Stato, il
Paese e soprattutto i lavoratori, perché credo sia giusto".
Ma per lei non si possono negoziare insieme produttività e tutela
dei diritti acquisiti?
"Sì, i diritti personali e sociali, ma non le inefficienze".
Quindi lei ha firmato l'accordo per Mirafiori - che altrove non
avrebbe firmato - solo perché è italiano?
"Diciamo per la sfida-Italia. E badi che non voglio affatto far
politica, sia chiaro, anzi credo che in questa vicenda ci sia stato un
sovraccarico ideologico. Ma ecco il ragionamento che ho fatto. Fiat ha un
privilegio rispetto ad altre aziende: ha un'alternativa, può produrre qui
o in altri Paesi, dove vuole. Ma io sono convinto che se riusciamo a
condividere l'obiettivo, possiamo cambiare l'azienda e renderla davvero
competitiva. Ci sono strade più corte e più facili fuori dall'Italia. Ma
io e John abbiamo deciso di prenderci la sfida, e non accettare il
declino. Si può fare, dunque si deve fare".
Se l'accordo è condiviso, lei dice: e quel 50 per cento di no?
"Questo è il mio compito, e comincia adesso. Devo recuperarli,
comunque abbiano votato, e portarli dentro il progetto. Ci sono due voti
che mi preoccupano: quello di chi ha votato no su informazioni sbagliate e
quello di chi ha votato sì per paura. Voglio convincerli, spiegare chi
sono. E' impossibile che negli Usa dicano che gli ho salvato la pelle e
qui la pelle vogliano farmela".
Non crede che ci sia chi ha votato no semplicemente perché vede
una compressione dei diritti legati al lavoro?
"Non abbiamo compresso alcun diritto".
Le pause, la rappresentanza, lo sciopero, la malattia: qui le
condizioni cambiano.
"Un conto è parlarne da fuori, politicamente, un conto è parlarne
in fabbrica. La rappresentanza, oggi un lavoratore su due a Mirafiori
sceglie di non averla non iscrivendosi a nessun sindacato. Cambiano le
pause, ma abbiamo fatto un gran lavoro per rendere meno pesante il lavoro
in linea, e lo faremo ancora. Il no allo sciopero riguarda solo gli
straordinari, è un obbligo contrattuale. Sulla malattia interveniamo solo
sui picchi di assenteismo".
A Melfi, la metà dei lavoratori ha "ridotte capacità
lavorative" per i lavori in linea: non crede che queste nuove
condizioni che lei minimizza pesino?
"Non credo, ma voglio anche dirle che noi facciamo automobili e
l'auto nel mondo si fa così. Chi viene in fabbrica lo sa".
Ma ha il diritto di sapere anche se l'investimento che lei promette ha un
futuro: cosa risponde, con un'assenza di nuovi modelli e la quota di
mercato Fiat che in Europa si riduce del 17 per cento?
"Staccata la spina degli incentivi, il mercato va giù. Lo sapevamo.
Aspettiamo che si svuoti il tubo, nella seconda metà del 2011, e vediamo.
Per quel momento avremo la nuova Y e la nuova Panda. Sta arrivando tutta
la gamma Lancia, rifatta con gli americani, la Giulietta è appena uscita,
la Jeep verrà prodotta qui in 280 mila esemplari all'anno, per tutto il
mondo. E grazie a Chrysler, l'Alfa arriverà in America, con una rete di 2
mila concessionari, e farà il botto".
Dunque non la vende?
"Fossi matto. E' roba nostra".
E i veicoli industriali?
"Manco di notte. E l'arroganza tedesca, gliela raccomando. Quando
volevo comprare Opel, non me l'hanno data perché ero italiano..."
Al lavoratore italiano cosa porta Chrysler?
"La possibilità di fare sistema. Per ottenere i nuovi volumi
produttivi, avrei dovuto creare nuovi stabilimenti in America. Invece
utilizzo tutte le fabbriche del sistema, porto qui le lavorazioni e metto
il know how Fiat a disposizione di Chrysler. Gli impianti girano, i costi
si ammortizzano, la gente lavora".
Ma il costo del lavoro che voi riducete con l'accordo pesa solo il 7 per
cento sul costo complessivo di un'auto: lei come garantisce che sta
lavorando per migliorare anche quel 93 per cento restante?
"Quel 93 per cento che lei cita ha proprio a che fare con il costo di
utilizzo di ogni impianto. Fatemelo migliorare e alzerò i salari.
Possiamo arrivare al livello della Germania e della Francia. Io sono
pronto".
Anche alla partecipazione dei lavoratori agli utili?
"Sì, e le dico che ci arriveremo. Voglio arrivarci. Ma prima di
parteciparli, gli utili dobbiamo farli".
Mi pare di capire che dopo Pomigliano e Mirafiori il nuovo
contratto investirà anche Melfi e Cassino: è così?
"Non c'è alternativa. Non possiamo vivere in due mondi. Io spero
che, visto l'accordo alla prova, non vorranno vivere nel secondo mondo
nemmeno gli operai".
Cosa resterà di italiano nelle nuove auto prodotte a Mirafiori?
"Il Centro Stile rimane qui, dunque il design, ma anche i progetti,
le piattaforme di origine: la piattaforma della Giulietta è nata qui, è
stata riadattata negli Usa adesso torna qui per fare da base ai Suv Jeep e
Alfa. E la motoristica è qui".
E la testa?
"Bisognerà abituarsi al fatto che avremo più teste, a Torino, a
Detroit, in Brasile, in Turchia, spero in Cina. E un cuore solo. Così
rimarranno vive quelle quattro lettere del marchio Fiat. Vediamole.
Fabbrica: produciamo ancora, vogliamo produrre di più. Italiana: siamo
qui, e non vendiamo nulla. Automobili: resta il cuore del business.
Torino: se ha dei dubbi, apra la mia finestra e guardi fuori".
«La Fiat non ci piegherà».
Gara di dignità operaia
di Loris Campetti
su il
manifesto del 18/01/2011
Mirafiori vista
dall'operaio Antonio
«Hai visto? Per festeggiare il
150° dell'Unità abbiamo rifatto l'Italia: Pomigliano e Mirafiori uniti
nella lotta». Antonio Di Luca è uno dei motori della fabbrica partenopea
che per prima ha messo un bastone tra le ruote della macchina da guerra di
Marchionne. Al manifesto ha già raccontato la sua storia e la sua vita in
occasione del primo referendum, quello napoletano in cui gli operai hanno
votato al 40% contro il ricatto Fiat. Giovane, padre di due bambini,
moglie senza lavoro. Il suo è l'unico stipendio a entrare in casa. La
busta paga di dicembre diceva meno di 1000 euro, a cui si aggiungono gli
assegni familiari. Ai cancelli di Mirafiori non è riuscito a salire con i
suoi compagni, era impegnato a coinvolgere intellettuali e artisti nello
sciopero del 28 della Fiom.
Antonio ha festeggiato il risultato torinese, naturalmente, certo non ha
«rosicato» perché il no operaio di Mirafiori ha superato quello di
Pomigliano («Ma quando mai»). La sua prima considerazione è pregna di
amarezza prima che di rabbia: «Mi ha distrutto vedere in tv vecchi operai
in lacrime, liti tra compagni di fatica. La guerra tra poveri scatenata da
un riccone è una vera barbarie. Vogliono dividerci, umiliarci per
sconfiggerci. E se penso a tutti quelli che si oppongono a Berlusconi e
poi osannano il modernissimo padrone del vapore, mi cadono le braccia. Tu
le conosci le facce degli operai, nei giorni di Pomigliano e di Mirafiori
hanno disegnato un antico dolore». Telefono, facebook, internet, tutti
gli strumenti utili alla comunicazione operaia sono stati messi in campo,
«ho seguito passo passo le fatiche di Sisifo dei compagni di Torino,
uguali alle nostre. E sai che ti dico? Che sia qui che lì abbiamo vinto
noi. Fa male Marchionne a contare i voti fingendo di non sapere che il
consenso, che neanche è un consenso ma l'accettazione disperata di un
ricatto, gli è arrivato da chi lavora lontano dalle catena. Ma sono
proprio gli operai di linea i destinatari dell'attacco sadico di
Marchionne, gli stessi che hanno gli detto no a maggioranza assoluta».
Insiste Antonio, e si appassiona. Ragiona per immagini, quelle immagini ai
cancelli che spiegano il dolore di chi ha detto sì e la rabbia di chi ha
detto no. «Marchionne non ha sfondato proprio perché non ha dalla sua la
gente che si consuma alle linee, dalla sua ha solo i capò della Fim e
della Uilm trasformati in cani da guardia. Deve saperlo che le fabbriche
così sono ingestibili». Antonio ha scritto nella memoria le speculazioni
di Marchionne, quando accusava gli operai di Pomigliano di assenteismo per
giustificare il suo attacco ai diritti. «Lo sai che io non ho fatto un
giorno di malattia in cinque anni? Quando si è trattato di bombardare
Mirafiori ha detto quel che tutti noi ripetevamo al tempo del nostro
referendum e cioè che a Pomigliano l'assenteismo è sotto il tasso
fisiologico. Di nuovo l'ha detto per dividerci, prima ci ha infamati e poi
ci ha sbandierato come esempio positivo accusando di fancazzismo i
compagni di Mirafiori, operai piegati dalle malattie contratte in linea di
montaggio. Sono 1.500 in quella fabbrica gli operai con ridotte capacità
lavorative. È ovvio che quelli così ridotti, con un'età media molto più
alta della nostra, si ammalino di più». È arrabbiato con chi, anche
nella Cgil e nel Pd, ripeteva che Pomigliano era un caso a sé, non si
sarebbe ripetuto. «Avevamo ragione da vendere noi della Fiom, a
controbattere che Marchionne stava sperimentando sulla nostra pelle un
modello da estendere a tutta la Fiat. Un modello che fa gola ad altri
padroni. Ma la gente che fa politica che dice di essere contro Berlusconi,
lo capisce o no che Marchionne è l'altra faccia della stessa medaglia?».
L'ultima volta che Antonio è entrato in fabbrica per lavorare è stato il
14 maggio del 2010, «poi sono stato convocato per il referendum, quando
mi sono dovuto sorbire due-tre ore di filmati di Marchionne in cui ci
minacciavano: se non votate sì chiudo baracca e burattini. Una vergogna,
nessun rispetto per la sofferenza operaia». Dopo anni di lavoro in linea
come «battipalo» per dare il cambio ai suoi colleghi, o sostituto
assente che dir si voglia, Antonio è passato alla «qualità», revisione
montaggio a fine linea. Adesso è in cassa, come tutti a Pomigliano, da
mesi e per molti mesi ancora. Marchionne si lamenta che in Italia il
numero di automobili per dipendente è la più bassa del mondo: «Che
faccia tosta». Loris Campetti
«Hai visto? Per festeggiare il 150° dell'Unità abbiamo rifatto
l'Italia: Pomigliano e Mirafiori uniti nella lotta». Antonio Di Luca è
uno dei motori della fabbrica partenopea che per prima ha messo un bastone
tra le ruote della macchina da guerra di Marchionne. Al manifesto ha già
raccontato la sua storia e la sua vita in occasione del primo referendum,
quello napoletano in cui gli operai hanno votato al 40% contro il ricatto
Fiat. Giovane, padre di due bambini, moglie senza lavoro. Il suo è
l'unico stipendio a entrare in casa. La busta paga di dicembre diceva meno
di 1000 euro, a cui si aggiungono gli assegni familiari. Ai cancelli di
Mirafiori non è riuscito a salire con i suoi compagni, era impegnato a
coinvolgere intellettuali e artisti nello sciopero del 28 della Fiom.
Antonio ha festeggiato il risultato torinese, naturalmente, certo non ha
«rosicato» perché il no operaio di Mirafiori ha superato quello di
Pomigliano («Ma quando mai»). La sua prima considerazione è pregna di
amarezza prima che di rabbia: «Mi ha distrutto vedere in tv vecchi operai
in lacrime, liti tra compagni di fatica. La guerra tra poveri scatenata da
un riccone è una vera barbarie. Vogliono dividerci, umiliarci per
sconfiggerci. E se penso a tutti quelli che si oppongono a Berlusconi e
poi osannano il modernissimo padrone del vapore, mi cadono le braccia. Tu
le conosci le facce degli operai, nei giorni di Pomigliano e di Mirafiori
hanno disegnato un antico dolore». Telefono, facebook, internet, tutti
gli strumenti utili alla comunicazione operaia sono stati messi in campo,
«ho seguito passo passo le fatiche di Sisifo dei compagni di Torino,
uguali alle nostre. E sai che ti dico? Che sia qui che lì abbiamo vinto
noi. Fa male Marchionne a contare i voti fingendo di non sapere che il
consenso, che neanche è un consenso ma l'accettazione disperata di un
ricatto, gli è arrivato da chi lavora lontano dalle catena. Ma sono
proprio gli operai di linea i destinatari dell'attacco sadico di
Marchionne, gli stessi che hanno gli detto no a maggioranza assoluta».
Insiste Antonio, e si appassiona. Ragiona per immagini, quelle immagini ai
cancelli che spiegano il dolore di chi ha detto sì e la rabbia di chi ha
detto no. «Marchionne non ha sfondato proprio perché non ha dalla sua la
gente che si consuma alle linee, dalla sua ha solo i capò della Fim e
della Uilm trasformati in cani da guardia. Deve saperlo che le fabbriche
così sono ingestibili». Antonio ha scritto nella memoria le speculazioni
di Marchionne, quando accusava gli operai di Pomigliano di assenteismo per
giustificare il suo attacco ai diritti. «Lo sai che io non ho fatto un
giorno di malattia in cinque anni? Quando si è trattato di bombardare
Mirafiori ha detto quel che tutti noi ripetevamo al tempo del nostro
referendum e cioè che a Pomigliano l'assenteismo è sotto il tasso
fisiologico. Di nuovo l'ha detto per dividerci, prima ci ha infamati e poi
ci ha sbandierato come esempio positivo accusando di fancazzismo i
compagni di Mirafiori, operai piegati dalle malattie contratte in linea di
montaggio. Sono 1.500 in quella fabbrica gli operai con ridotte capacità
lavorative. È ovvio che quelli così ridotti, con un'età media molto più
alta della nostra, si ammalino di più». È arrabbiato con chi, anche
nella Cgil e nel Pd, ripeteva che Pomigliano era un caso a sé, non si
sarebbe ripetuto. «Avevamo ragione da vendere noi della Fiom, a
controbattere che Marchionne stava sperimentando sulla nostra pelle un
modello da estendere a tutta la Fiat. Un modello che fa gola ad altri
padroni. Ma la gente che fa politica che dice di essere contro Berlusconi,
lo capisce o no che Marchionne è l'altra faccia della stessa medaglia?».
L'ultima volta che Antonio è entrato in fabbrica per lavorare è stato il
14 maggio del 2010, «poi sono stato convocato per il referendum, quando
mi sono dovuto sorbire due-tre ore di filmati di Marchionne in cui ci
minacciavano: se non votate sì chiudo baracca e burattini. Una vergogna,
nessun rispetto per la sofferenza operaia». Dopo anni di lavoro in linea
come «battipalo» per dare il cambio ai suoi colleghi, o sostituto
assente che dir si voglia, Antonio è passato alla «qualità», revisione
montaggio a fine linea. Adesso è in cassa, come tutti a Pomigliano, da
mesi e per molti mesi ancora. Marchionne si lamenta che in Italia il
numero di automobili per dipendente è la più bassa del mondo: «Che
faccia tosta».
Referendum, una lezione al
paese
di Felice Roberto Pizzuti
su il manifesto
del 18/01/2011
Nella situazione italiana, il
risultato del referendum a Mirafiori è una vittoria morale per chi ha
votato No e una lezione che gli operai hanno dato al Paese e a quanti,
anche tra le forze progressiste e di sinistra, hanno dato segni
d'inconsapevolezza del reale valore della posta in gioco alla Fiat e delle
sue molteplici dimensioni economiche, di democrazia e etiche.
Sul piano economico, la Fiat ha riproposto la logica che in anni di
dibattito è stata riconosciuta come la causa strutturale del declino
economico (e non solo) del nostro Paese; essa è consistita nel perseguire
con miopia la competitività essenzialmente sul piano dei prezzi -
riducendo il costo del lavoro e aumentando la sua flessibilità d'impiego
(la cosiddetta corsa al ribasso delle condizioni economico-sociali) -
anziché puntare sulla più lungimirante innovazione tecnologica e
qualitativa e sul corrispondente maggior impiego di lavoro stabile e
qualificato che identificano i paesi nella fascia alta della divisione
internazionale del lavoro ( e dello sviluppo economico-sociale). Sul piano
economico aziendale è particolarmente significativo che l'incentivo dato
al top management che propone e attua la strategia aziendale sia legato a
risultati finanziari di breve periodo (il valore delle stock options) e
non ai risultati produttivi; e infatti, le quote di mercato della Fiat
sono in caduta libera mentre il valore delle sue azioni crescono!
Il referendum di Mirafiori poneva e pone in discussione anche questioni
che riguardano le regole della democrazia del lavoro e della democrazia
tout-court. Come si può ammettere un voto cui si partecipa con la pistola
puntata alla tempia che minaccia i lavoratori, in caso di esito sgradito
all'impresa, di eliminare il posto di lavoro, cioè la fonte di
sostentamento per loro e la loro famiglia?
Più ancora la vicenda Fiat dovrebbe imporre all'attenzione aspetti
morali. La Fiat è guidata da un manager la cui paga base è circa
quattrocento volte il salario dei suoi operai (con le stock options il
rapporto sale a diverse migliaia di volte), e opera per conto di una
proprietà i cui membri storici più "illustri" solo pochi mesi
fa hanno accettato una transazione giudiziaria con il fisco italiano che
contestava loro evasione fiscale ed esportazione illegale di capitali
all'estero per miliardi di euro; così stando le cose, come si può
criticare la resistenza dei lavoratori al ricatto di accettare un
ulteriore peggioramento delle condizioni minime di lavoro rispetto a
quanto avviene nelle altre grandi imprese automobilistiche europee dove i
salari sono superiori anche del 30-40%, l'orario di lavoro è inferiore, i
bilanci aziendali sono positivi e le quote di mercato sono crescenti? E
come è possibile che queste posizioni, che paradossalmente si ammantano
di modernità, possano beneficiare di un consenso molto diffuso anche tra
le forze progressiste e di sinistra?
Quest'ultima domanda rivela essa stessa la situazione di crisi drammatica
in cui versa il nostro Paese che è non solo economica, ma anche civile e
morale. Se è vero che un uomo è quello che fa, un paese è cosa produce,
come lo produce, come assegna e impiega inizialmente le sue risorse (a
cominciare dal tempo di formazione, di lavoro e libero), come ripartisce
la responsabilità e l'informazione concernenti le decisioni produttive e
come ne distribuisce i risultati. Il declino del nostro paese in atto da
almeno due decenni è connesso a peggioramenti progressivi su tutti questi
piani che concorrono allo sviluppo economico, sociale e civile. I beni
prodotti e le tecniche utilizzate sono sempre più "maturi"; ne
segue che non abbiamo bisogno di ricerca e di istruzione (i tagli ai
finanziamenti della scuola e dell'università non sono un caso e non
dipendono solo dalla crisi; come è noto, «la cultura non si mangia» e
questo non è più un paese per persone istruite); si cercano invece
lavoratori dequalificati da impiegare in modo "flessibile" e
basso costo; il reddito e la ricchezza in senso lato crescono meno e
necessariamente vengono distribuiti nel modo sempre più sperequato
corrispondente all'organizzazione produttiva; le condizioni dei diritti
delle condizioni del lavoro e sociali necessariamente devono essere
adeguati al ribasso.
Il voto No espresso dagli operai di Mirafiori va inteso come un segnale di
resistenza e d'inversione rispetto a questa china; le forze progressiste
del Paese non dovrebbero ignorare questo segnale, ma accoglierlo e
valorizzarlo. E a proposito di questioni etiche, sarebbe opportuno che la
necessità di riportare l'attenzione sulle problematiche connesse alla
vicenda Fiat non venisse "distratta" più di tanto dalla
deprimente discussione sulle abitudini sessuali del premier, poiché
pregiudicare le regole democratiche e la dignità del lavoro è una
questione incomparabilmente più grave, che intacca la struttura portante
della nostra convivenza.
il manifesto
16 gennaio 2011
AIRAUDO Il no forte nella fabbrica simbolo
«Alla Fiat non è riuscito il colpaccio anti Fiom»
Antonio Sciotto
«Sergio Marchionne conosce il simbolismo legato a
Mirafiori, e non a caso ha scelto quella fabbrica per la sua
"rivoluzione": avrebbe voluto darci un colpo fatale in uno dei
luoghi simbolo dei metalmeccanici Cgil. Ma quel 46% di no è la prova che
non c'è riuscito, e per giunta nel salotto della Fiat, a Torino. Anzi,
rispetto al 36% di no a Pomigliano, ha perso ben 10 punti di consenso».
Giorgio Airaudo, segretario nazionale Fiom Cgil, analizza gli esiti del
referendum e traccia gli scenari in fabbrica già a partire dalle prossime
settimane.
I sì hanno vinto, seppur di misura. Come leggete il voto?
Prima e forse più importante del voto, c'è la riapertura di un dialogo
che dopo anni ho visto a Mirafiori: quella fabbrica era ancora ferita
dalla sconfitta del 1980, e adesso ho visto che è tornata ad avere
fiducia in noi. Abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, ci
fermavano persino sotto le pensiline del bus per dirci come stavano
andando le assemblee. Prima del referendum non era così: c'era
indifferenza, per tutto il sindacato, la gente tirava dritto ai cancelli,
spesso neanche ti guardava. Adesso le assemblee erano affollatissime, si
parlava molto.
Analizzando il voto, i no hanno vinto nei reparti più di fatica.
Senza dubbio ha influito il peggioramento delle condizioni di lavoro
imposto da quell'accordo, che si va a scaricare sui reparti di montaggio e
lastratura, ma un testa a testa tra i sì e i no in realtà lo vediamo
anche in verniciatura. È in linea che la cancellazione della pausa fa più
male, dove la mensa non è solo un fatto di civiltà, ma 30 minuti
preziosi per far riposare gli arti. Però non è soltanto la condizione di
lavoro, ma credo che abbia pesato - e questo lo si vede un po' in tutti i
reparti - anche il «metodo Marchionne», l'aver imposto quell'intesa con
un ricatto. Infatti il no ha avuto un 30% tra i «pipistrelli», i
lavoratori notturni che guadagnano il 60% in più degli altri e sono lì
grazie a un accordo con l'azienda: la Fiom non ha neanche un delegato a
quel turno.
E la perdita del diritto di sciopero, quella ha contato meno?
Non credo: se per un lavoratore che non sta alla linea il diritto di
sciopero è importante, ma resta un principio nobile, per chi sta in
linea, con i tempi vincolati a una macchina che non si ferma mai,
rappresenta l'unica forma di difesa contro le prepotenze della gerarchia,
quando i ritmi imposti e la fatica sono insostenibili, l'ambiente è
inquinato o fa troppo caldo o troppo freddo. È l'unico mezzo di
resistenza che hanno anche solo quattro o cinque lavoratori, prima ancora
che arrivi il sindacato, inscindibile quindi dalle concrete condizioni di
lavoro.
Questi sono i no. E invece i sì? Li avete analizzati?
Certo, e innanzitutto vanno «depurati» del voto di quasi tutti gli
impiegati. In realtà i famosi 440 «impiegati» non sono tutti classici
colletti bianchi, ma ben 300 sono capi Ute, cioè pura gerarchia
aziendale, e altri 40 sono responsabili delle relazioni sindacali, i
cosiddetti «vaselina»: hanno un salario diverso, con indennità e paghe
di mandato, a loro non frega nulla di uno straordinario in più o del
diritto di sciopero. Per il resto, molti sì io li definisco «coraggiosi»,
perché sono stati di persone che conoscevano la propria condizione e la
propria paura, e che te ne spiegavano i motivi, magari piangendo:
capifamiglia con il mutuo, madri separate. Era gente incazzata, che ha
dovuto votare sì per forza.
Anche iscritti alla Fiom?
Ma certo, come tantissimi «non Fiom» hanno votato no: noi abbiamo 700
iscritti a Mirafiori, e i no sono stati oltre 2300.
E adesso cosa farete? L'accordo vi esclude come sindacato.
Ci sono ancora le Rsu, e contro la furbizia della newco agiamo anche per
vie legali. Abbiamo sempre gli iscritti. Possiamo raggiungere un migliaio
di lavoratori con gli sms e mettere tre postazioni mobili giorno e notte
davanti ai cancelli. Dobbiamo ringraziare i nostri 27 esperti e delegati,
e i 190 lavoratori che hanno formato il comitato del no, sono la nostra
prima presenza fabbrica. Ricordiamo adesso lo sciopero del 28, e il
messaggio che da Mirafiori parla a tutte le altre imprese: ci pensino due
volte prima di imitare Marchionne.
CGIL Il Direttivo nazionale accoglie con un
applauso il voto di Mirafiori, ma non ne trae la conseguenza logica: lo
sciopero generale<
Democrazia e rappresentanza: Corso Italia cerca
interlocutori affidabili
Rocco Di Michele
La notte di Mirafiori cambia le cose anche all'interno
della Cgil, anche se è presto per vedere quanto. La dimensione del «no»
a Mirafiori, infatti, chiarisce in abbondanza che la Fiom ha interpretato
al meglio bisogni, ragioni, interessi e timori del popolo delle
Carrozzerie. Di più. Per il ruolo di «campione statistico con effetti
generali» che era stato affidato - da imprese, politica, media - a questa
consultazione abnorme, il risultato parla a tutti i lavoratori italiani.
Mentre studenti, ricercatori, precari di tutti i mestieri, vanno chiedendo
da mesi alla confederazione di decidere finalmente la mobilitazione
generale, in modo da catalizzare in un movimento unitario energie
altrimenti spese in iniziative solitarie, faticose, pressoché invisibili
e dall'esito incerto. Una mobilitazione insomma contro la politica
economica del governo, sì; ma anche contro le imprese che vogliono
ottenere il massimo di destrutturazione della normativa sul lavoro.
Paradossalmente, però, non c'era traccia di ciò nell'ordine del giorno
del Direttivo nazionale, iniziato ieri mattina dopo un'ora di faccia a
faccia tra il segreterio generale Susanna Camusso e il segretario delle
tute blu, Maurizio Landini. Il Direttivo, su richiesta della Camusso, ha
rivolto un applauso alle rsu e la Fiom di Mirafiori, e invitato tutta la
confederazione «a mobilitarsi per avere la piena riuscita dello sciopero
generale dei metalmeccanici del 28 gennaio». E per un giorno è finita
nel dimenticatoio l'idea della «firma tecnica», che tanto aveva diviso
nei giorni scorsi.
La discussione si è svolta però su un tema altrettanto strategico:
democrazia sui luoghi di lavoro e rappresentanza sindacale. È ormai
evidente l'avvio di una «slavina» nel sistema delle relazioni
industriali. Il «modello Fiat» rifiuta il principio stesso della
contrattazione, sia con i lavoratori che con le sigle sindacali che non
dicono subito «sì». Sullo sfondo si intravede con chiarezza un sistema
in cui è l'azienda a scegliersi l'interlocutore più disponibile, con
questo convenire «accordi» non più contestabili.
La proposta avanzata dal segretario generale mira a riaprire un confronto
con Cisl e Uil e Confindustria, per poi avviare un'iniziativa legislativa
(che questo governo «non farà mai»). Sul merito, l'area «La Cgil che
vogliamo» ha avanzato diverse obiezioni. La validazione degli accordi -
secondo la bozza - viene affidata al «voto certificato» (le assemblee
sui posti di lavoro) oppure al referendum. La possibilità di convocare
quest'ultimo, però, risulta così farraginosa da renderlo di fatto
proprietà esclusiva dei sindacati maggiori. La minoranza chiedeva di dare
questo potere anche a una singola organizzazione sindacale ammessa alle
trattative (con almeno il 5% dei consensi in quel luogo di lavoro,
azienda, o categoria); ma non l'ha spuntata. Il secondo punto di frizione
riguardava le «materie da escludere dalla contrattazione» (oltre ai «diritti
indisponibili» si volevano inserire anche le «procedure di licenziamento»).
Preoccupante, infine - nel clima di questi giorni - il riferimento alla «cogenza»
degli accordi («un modo di fare aperture senza contropartita», il
commento); per lavoratori e sindacati le «sanzioni» sono intuibili, per
le imprese no. Altri emendamenti sono invece stati accettati. Alla fine la
minoranza si è astenuta. Voto contrario invece sull'ordine del giorno che
affida a «una campagna per la democrazia e la rappresentanza» il compito
di contrastare la slavina. Una risposta considerata «minimalista» di
fronte all'attacco delle imprese. In questo caso tornano le due
impostazione che si sono confrontate anche nel congresso: «limitare i
danni e rientrare in gioco» oppure «far saltare gli accordi separati e
riaprire le trattative». Il voto di Mirafiori, in materia, sembra aver
fornito una risposta inequivoca.
LA LUNGA NOTTE DI TORINO
Orsola Casagrande
Fa freddo. C'è nebbia. Un'umidità che penetra le
ossa. Eppure davanti alla Porta 2 di Mirafiori è stato un via vai tutto
il giorno (per la verità è da giovedì all'alba che è così). Anche il
turno del venerdì pomeriggio ha votato e adesso inizia la lunga attesa.
Ore 21
«Una notte che non si dimenticherà per anni», commenta Paolo Fanni, ex
operaio e delegato Fiom alla Mandelli. È in pensione ma è venuto alla
Porta 2 per essere con i suoi. Guarda i giovani e ricorda di quando, «era
la metà degli anni 80, ci hanno mandato in fonderia i primi contratti di
formazione lavoro. Dei giovani che non sapevano nemmeno cos'era una
fonderia. Ma c'eravamo noi, che ci siamo fatti carico di loro. E anche dei
loro problemi - ricorda Fanni - perché quelli erano anni difficili,
alcuni usavano droghe e non fu facile farli rimanere in fabbrica e farli
assumere». Ci riuscirono Paolo Fanni e gli altri operai
"anziani". Storie che si incrociano, ricordi, emozioni, volti
che si riconoscono, si abbracciano. «Anche tu qui eh?». Nessuna
nostalgia, nessun rimpianto di tempi passati. La consapevolezza di
rivendicazioni giuste, di battaglie dure, vinte.
Di diritti conquistati con fatica e determinazione. Perché Mirafiori,
come dice Marco Revelli, è ancora una comunità. E non è un caso che
l'ad della Fiat, Marchionne, abbia voluto iniziare proprio da qui. Lo
sottolineano in tanti. Il tempo passa, l'attesa cresce.
Ore 21.30
Il camper della Fiom è un crocevia. C'è un capannello perenne di uomini
e donne che chiede notizie. Il furgone dei Cobas trasmette un po' di
musica, si battono i piedi per il freddo, ma gli animi sono caldi.
Bisognerà aspettare ancora per avere i primi risultati.
Ore 22
Gracchia il microfono. Vengono annunciati i risultati del primo seggio
scrutinato, il 9, uno dei tre seggi del montaggio. 362 no e 300 sì. C'è
un boato e un applauso. Beh, comincia bene. Anche se gli operai sanno che
questo del montaggio è un reparto «per il no». «È il reparto più
duro - dice un delegato - quello dove la gente si spezza le ossa».
Ore 23.40
Il microfono gracchia di nuovo. Il secondo seggio scrutinato è l'8,
ancora montaggio. Un altro applauso liberatorio: 440 no 362 sì. I sorrisi
si allargano. Il freddo punge, ma tra un punch caldo, un caffè e un ginepì,
si tira avanti.
Ore 24.30
Dal microfono questa volta arriva la notizia di uno stallo. Mancano 58
schede dal seggio 8 quindi il conteggio è bloccato.
Ore 01.30
È passata un'ora e ancora nulla. Da dentro non arrivano notizie. Fuori
invece il via vai continua. Ci sono due giovani operai metalmeccanici che
non lavorano in Fiat ma «siamo passati qui perché comunque quello che
tanti anche in fabbrica non capiscono è che se passa il sì le cose
andranno male anche per noi».
Ore 02.30
Finalmente la situazione al seggio 8 si è sbloccata. Le schede mancanti
sono state ritrovate in un'altra urna. Si va avanti. Qualcuno tra i
delegati Fiom comincia a dire che saranno gli impiegati a fare la
differenza, in peggio. Cioè a far prevalere il sì. I risultati del terzo
seggio del montaggio, il 7, conferma questa ipotesi. Anche qui vincono i
no. «Gli operai sanno che cosa significa perdere diritti», commenta un
giovane lavoratore.
Ore 2.48
Anche al seggio 6 (montaggio) vincono i no con 433 voti. I voti sono stati
372. Tutti al bar, diventato il luogo per scaldarsi un po' e commentare
con un grappino quanto sta accadendo.
Ore 3.30
Arriva il risultato del seggio degli impiegati, il 5. Prevale il sì, che
ottiene 421 voti. I no sono 20, «perché qualche caso di coscienza - dice
un delegato Fiom - c'è anche tra i capi». Si capisce che quei 400 sì
peseranno sul resto della votazione.
Ore 4.50
Al seggio 4 (verniciatura e magazzinaggio) vince il sì, con 113 voti. È
stato un testa a testa e i no infatti hanno preso 103 voti.
Ore 5.30
Il seggio 3 fa segnare una nuova vittoria per i sì, che ottengono 140
voti. I no sono 93.
Ore 6.00
Arriva il risultato del seggio 2 (lastricatura), di segno opposto al 3.
Vincono i no, 218 voti. I sì sono stati 202. Anche questo è un reparto,
commentano gli operai, dove si sa bene che cos'è la fatica. Da dentro
arriva la notizia di un operaio Fiom che ha avuto un malore. I sostenitori
del sì alla certezza matematica della vittoria hanno esultato e gli animi
si sono surriscaldati. L'operaio si è sentito male e viene chiamata
l'ambulanza. Riprende lo spoglio. Ma a questo punto è certa la vittoria
del sì. 2525 voti. I no hanno ottenuto 2120 voti. Quattrocento voti di
differenza. Quelli degli impiegati.
Ore 11.00
Facce assonnate, occhi gonfi. Alla conferenza stampa della Fiom nonostante
la stanchezza c'è la voglia di ribadire che questo è un grande
risultato. «Marchionne ha vinto con i suoi uomini, noi con gli operai,
quelli che lui vuole fare lavorare di più e con meno diritti», dice
Giorgio Airaudo, responsabile nazionale auto. «Questo 46% di no è molto
impegnativo, lo è per noi ma dovrebbe esserlo anche per Fiat. C'è una
maggioranza determinata dagli impiegati che alle carrozzerie non sono
colletti bianchi ma strutture gerarchiche, 300 capi e 40 uomini del
personale». Questo voto, dice Airaudo, «chiama tutti alle proprie
responsabilità, non è né minoritario né residuale o collocabile
politicamente. È un voto sindacale». La Fiom ora penserà a preparare «lo
sciopero generale del 28 gennaio perché il modello della Fiat non è
estendibile a altre aziende. Gli imprenditori dicano se vogliono costruire
il rapporto che imposto da Fiat o tornare al negoziato». Federico Bellono,
segretario Fiom di Torino, aggiunge che «questa vicenda non si esaurisce
a Mirafiori ma riguarda l'intera categoria dei metalmeccanici. È
inaccettabile che sia l'azienda a decidere da chi i lavoratori devono
farsi rappresentare. La democrazia non si ferma davanti ai cancelli».
Mirafiori sarà in cassa integrazione domani. In fabbrica, la Fiat, deve
aver pensato che è meglio evitare commenti.
TORINO
Voto di libertà, un altro accordo ora è possibile
Loris Campetti
TORINO
Le luci rimangono accese a Mirafiori. Questa volta è andata diversamente
dall'autunno '80, non ci sono lacrime di disperazione, nessuno grida al
tradimento perché c'è un sindacato vero, sia pure solo uno, al fianco di
chi si è giocato la partita più difficile sulle linee di montaggio.
Domani o quando la cassa integrazione darà una tregua i carrozzieri
varcheranno di nuovo i cancelli di Mirafiori, passeranno il tesserino a
quello che una volta si chiamava «l'imparziale» perché fermava per i
controlli chi voleva, supereranno i tornelli, indosseranno la tuta e si
collocheranno alla catena nel luogo e con la mansione che verrà loro
assegnata. CONTINUA | PAGINA 4
In tanti, la maggioranza al montaggio, lo faranno a testa alta per aver
retto l'urto terribile contro un padrone delle ferriere globalizzato che
voleva tutto da loro, corpo e anima, e invece dovrà accontentarsi di un
eventuale acquisto che non potrà che essere contrattato della forza
lavoro. L'anima è salva, i diritti si possono difendere collettivamente.
Il corpo è piegato dalla fatica, come prima.
Questo dice l'applauso che alle 22 scatta alla porta 2, in una notte
storica che finirà solo all'alba con il risultato sul voto del diktat di
Sergio Marchionne. Lui, il monarca amato a destra e a sinistra che parla
di modernità fasulla e ingiusta, sta nel suo ufficio al Lingotto, anche
lui aspetta per sapere quanti chili di dignità operaia avrà strappato,
quanto sarà riuscito a lacerare lavoratori e sindacati, e più
pomposamente quanto avrà cambiato l'Italia. I numeri sono bugiardi, hanno
vinto i perdenti e chi dice di aver vinto ha perso la scommessa e la
dignità. Mentre la notte scorre alla porta 2 il clima cambia, i dati
delle urne al montaggio confermano che non è iniziato un secondo autunno
operaio davanti a questi cancelli. Per raggiungere il 54% dei sì, la Fiat
che con il suo esercito di ascari sindacali partiva dal 71%, ha dovato
cammellare alle urne le sue truppe scelte, cioè le peggiori: capi,
capetti e quadri, yesmen usi a obbedir tacendo che hanno fatto la
differenza, insieme ad altri ascari in tuta operaia: i «pipistrelli»
della notte, ruffiani della gerarchia ripagati con la regalia del turno
notturno che porta in tasca trenta denari in più. Quattrocento quarantuno
yesmen hanno votato in massa, tranne una ventina di eroi, per il grande
capo e così ha fatto il 70% dei pipistrelli. Numeri prevedibili, e
previsti dal vostro cronista, che avrebbero potuto essere anche più
impietosi.
Qualcuno ai cancelli piange, ma di commozione quando si accumulano i dati
dei vari seggi che spiegano una metafora sociale: chi è vincolato alla
catena di montaggio, ripete tutti i minuti, le ore, i giorni, gli anni
della sua vita lo stesso movimento, si ammala di tendiniti e tunnel
carpale, ha urlato il suo no a chi lo vuole non solo vincolato,
subordinato, ma schiavo. Poi, via via che l'innovazione tecnologica riduce
la quantità di lavoro vivo necessario a unità di prodotto, via via che
la durata delle mansioni (la «battuta» in gergo operaio) si allunga, si
sopportano un po' di più i soprusi fino a viverli come regalo, di notte o
in camice invece che in tuta. I «vaselina» che manipolano il personale
non si sono mai sognati di disobbedire in vita loro, a forza di far
abbassare la testa e la schiena ai sottoposti non riescono più a drizzare
le loro, di teste e schiene. Eccola l'analisi sociale del voto di
Mirafiori, parla di quelle condizioni materiali su cui si può passare con
le scarpe chiodate per i Chiamparini, i Fassini, i Bersani. E dire che
qualcuno si era indignato quando, sia pure in modo più elegante di quanto
noi si scriva, il segretario della Fiom Maurizio Landini aveva consigliato
loro di fare una capatina alla catena di montaggio e poi darsi una
regolata.
Chi è stato per giorni ai cancelli di Mirafiori queste cose le sa, tutti
conoscevano la differenza tra lavorare in linea, in lastratura, in
verniciatura, di giorno o di notte, in giacchetta e sapevano che quelle
differenze avrebbero trovato un riscontro nel voto. Sapevano che il sì
con la pistola puntata alla tempia avrebbe vinto di poco, non si sono
fatti ingannare dal voto strepitoso dei montatori. Speravano
orgogliosamente che i no fossero almeno un punto sopra i no di Pomigliano,
in una sana competizione territoriale della dignità operaia. Albeggia
quando i numeri confermano le speranze, si applaude e ci si abbraccia. In
città, la città dell'auto ferita da un trentennio di ideologia
anti-operaia, uno striscione portato dagli amici delle tute blu e della
Fiom (l'associazione Terra del fuoco) scende dalla Mole antonelliana per
ringraziare i 2.325 no degli eroi di Mirafiori. Ma bisogna ringraziare,
finalmente, anche la città, che non si è nascosta in casa, non ha fatto
il tifo per i ricchi prepotenti, si è ricordata che ogni cittadino ha un
padre che ha passato la vita a Mirafiori, un figlio che fa l'interprete
precario per la Fiat, un nonno licenziato da Valletta o Romiti, o lavora
nell'indotto dell'auto, in uno show room, in una «piola» davanti alla
fabbrica. Questa volta Torino, la sua parte migliore troppo a lungo
silente, ha detto che la Fiat ha esagerato, Marchionne se ne potrebbe
anche andare in Canada o a Detroit, si chiede dove si siano imboscati
rampolli e nipotini di primo, secondo e terzo letto degli Agnelli:
nascosti, o fuggiti come i Savoia nel '43. Torino democratica, invece, ha
rimesso i piedi fuori casa perché ci si può piegare fino a un certo
punto, un po' di dignità ci vuole, concetto che qui si traduce con «ciuc
ma dignitous».
Pietro dai cancelli non s'è mai mosso in questi giorni di fuoco, se non
per correre in piazza Statuto per la fiaccolata di mercoledì scorso. Il
compagno Pietro, una vita alle presse di Mirafiori, libero da diversi
anni; quando se ne andò dalla fabbrica scrisse una lettera di dimissioni
all'avvocato Agnelli e per conoscenza al manifesto: «Ho scelto questa
data simbolica, il 25 aprile, per riprendermi la mia libertà». Ora fa il
creativo, «organico» al movimento operaio. È lui che aveva disegnato il
Marx dei 35 giorni, è suo il disegno delle mani operaie che aprono le
sbarre con cui è scritto l'acronimo Fiat. Ascolta i risultati del voto
trasmessi alla porta 2, si ricorda la vergogna dell'80 «quando ci si piegò
ai capi in marcia senza rispondere». I suoi occhi dicono che questa volta
è diverso, un'altra storia può cominciare.
La paura del voto sì, strappato alla coscienza; l'orgoglio e la dignità
del voto no, con la Fiom, un voto di rispetto per sé e per i figli, una
speranza accesa sul futuro. Anche sul nostro di futuro. Per fare che? Per
rovesciare quel contratto fasullo e scriverne un altro, con il confronto
tra uguali e non tra servi e padrone. È l'alba di un nuovo giorno, il
clima è incerto ma la nebbia s'è un po' diradata, la nottata è passata
e le luci non si sono spente a Mirafiori. Noi del manifesto stiamo con
questo operai, noi stiamo con la Fiom. Le ultime notti le abbiamo passate
fisicamente e metaforicamente alla porta 2. Non in un ufficio all'ultimo
piano del Lingotto come ha fatto, forse solo metaforicamente, la politica
della vergogna.
L'ONORE DI CIPPUTI
Rossana Rossanda
Hanno votato tutti i salariati, ieri a Mirafiori,
sull'accordo proposto dall'amministratore delegato Marchionne. Tutti, una
percentuale che nessuna elezione politica si sogna. E sono stati soltanto
il 54% i sì e il 46% i no, un rifiuto ancora più massiccio di quello di
Pomigliano. Quasi un lavoratore su due ha respinto quell'accordo capestro,
calato dall'alto con prepotenza, ed esige una trattativa vera.
Per capire il rischio e la sfida di chi ha detto no, bisogna sapere a che
razza di ricatto - questa è la parola esatta - si costringevano i
lavoratori: o approvare la volontà di Marchionne al buio, perché non
esiste un piano industriale, non si sa se ci siano i soldi, vanno buttati
a mare tutti i diritti precedenti e al confino il solo sindacato che si è
permesso di non firmare, la Fiom, o ci si mette contro un padrone che,
dichiarando la novità ed extraterritorialità di diritto della joint
venture Chrysler Fiat, si considera sciolto da tutte le regole e pronto ad
andare a qualsiasi rappresaglia. L'operaia che è andata a dire a Landini
«io devo votare sì, perché ho due bambini e un mutuo in corso, ma voi
della Fiom per favore andate avanti» dà il quadro esatto della libertà
del salariato. E davanti a quale Golem si è levato chi ha detto no. Tanto
più nell'epoca che Marchionne, identificandosi con il figlio di Dio, ha
definito «dopo Cristo», la sua.
Si vedrà che farà adesso, con la metà dei dipendenti che gli ha fatto
quel che in Francia chiamano le bras d'honneur e la sottoscritta non sa
come si dica in Italia, ma sa come si fa; perché alla provocazione c'è
un limite, o almeno c'era. Nulla ci garantisce, né ci garantirebbe anche
se avesse votato «sì» l'80 per cento delle maestranze, che Marchionne
sia interessato a tenere la Fiat, a farla produrre quattro volte quanto
produce ora, a presentare quali modelli e se li venderà in un mercato
europeo stagnante, nel quale la Fiat stagna più degli altri. Se avesse
intelligenza industriale, o soltanto buon senso, riaprirebbe un tavolo di
discussione, scoprirebbe le sue carte, affronterebbe il da farsi con chi
lo dovrà fare. Questo gli hanno mandato a dire i lavoratori di Pomigliano
e quelli di Mirafiori.
Da soli, solo loro. Perché la famiglia Agnelli, già così amata dalla
capitale sabauda da aver pianto in un corteo interminabile sulle spoglie
dell'ultimo della dinastia che aveva qualche interesse produttivo,
l'avvocato, non ha fatto parola. In questo frangente si è data forse
dispersa, non si vede, non si sente, pensa alla finanza.
Né ha fatto parola il governo del nostro scassato paese, che pure, quale
che ne fosse il colore, ha innaffiato la Fiat di miliardi, ma si lascia
soffiare l'ultimo gioiello in nome della vera modernità, che consiste nel
sapere che non si tratta di difendere né un proprio patrimonio
produttivo, né i propri lavoratori - quando mai, sarebbe protezionismo,
da lasciare soltanto agli Usa, alla Francia e alla Germania che si
prestano a raccogliere le ossa dell'ex Europa. A noi sta soltanto
competere con i salari dell'Europa dell'Est, dell'India e possibilmente
della pericolosa Cina. CONTINUA | PAGINA 3
Tutti i soloni della stampa italiana hanno perciò felicitato Marchionne
che, sia pur ingloriosamente e sul filo di lana, è passato.
La sinistra poi è stata incomparabile. Quella politica e le
confederazioni sindacali. Aveva dalla sua parte storica, che è poi la sua
sola ragione di esistere, una Costituzione che difende come poche i
diritti sociali in regime capitalista. Gli imponeva - gli impone - quel
che chiamano il modello renano, un compromesso non a mani basse,
keynesiano, fra capitale e società, che garantisce in termini ineludibili
la libertà sindacale. Fin troppo se le confederazioni sono riuscite fra
loro, attraverso qualche articolo da azzeccagarbugli dello statuto dei
lavoratori, a impegolarsi in accordi mirati a far fuori i disturbatori,
tipo i fatali Cobas, per cui oggi nessuno osa attaccarsi all'articolo 39,
che - ripeto - più chiaro non potrebbe essere. La Cgil ha strillato un
po' ma avrebbe preferito che la Fiom mettesse una «firma tecnica» a quel
capolavoro suicida. Quanto ai partiti non c'è che da piangere. D'Alema,
che sarebbe dotato di lumi, Fassino, Chiamparino, Ichino, il Pd tutto
hanno dichiarato che se fossero stati loro al posto degli operai Fiat -
situazione dalla quale sono ben lontani - avrebbero votato sì senza
batter ciglio. Diamine, non c'erano intanto 3.500 euro da prendere? Ma che
vuole la Fiom, per la quale è stato coniato lo squisito ossimoro di
estremisti conservatori?
Molto basso è l'onore d'Italia, scriveva un certo Slataper. Da ieri lo è
un po' meno. Salutiamo con rispetto, noi che non riusciamo a fare granché,
quel 46% di Cipputi che a Torino, dopo Pomigliano, permette di dire che
non proprio tutto il paese è nella merda.
MIRAFIORI
Ora è tutto più chiaro
Gabriele Polo
Ci sono luoghi e fatti che diventano rivelatori. A
volte inspiegabilmente, raccolgono in sé un tasso di verità estrema.
Cruda, persino crudele. In questo senso l'unico pregio del diktat imposto
da Sergio Marchionne ai lavoratori Fiat, consiste nella rivelazione di
Mirafiori. Costringendo, loro malgrado, i 5.300 delle carozzerie a
squarciare il velo di mille finzioni e ipocrisie. E tutto è apparso più
chiaro: dall'inesistenza del progetto industriale evocato alla
strumentalità finanziaria del suo enunciatore, dalle complicità dei
sindacati di mercato alla pesante responsabilità di chi vuole
rappresentare la centralità del lavoro, dalla solitudine politica degli
operai al loro dover scegliere tra diritti e occupazione. CONTINUA |
PAGINA 7
Tutto squadernato in maniera «pura», cruda, realista, fino all'esito di
un voto che, pur estorto e non libero, ha definito la mappa della
fabbrica: la divisione del lavoro e della fatica (il no vincente dove più
pesanti sono le condizione e più radicali i peggioramenti della «cura
Marchionne», il sì decisivo dei più tutelati, gli impiegati e i
lavoratori notturni); la soggettività della scelta che spacca, tra chi è
costretto a piegare la testa e chi comunque non lo fa.
Con queste crude realtà da domani si misurerà il futuro, non solo quello
di Torino e dei suoi lavoratori. Per Marchionne, il management e la
proprietà sarà più complicato continuare a nascondere le vere
intenzioni di trasformare Fiat in una sottomarca di Chrysler e fugare il
sospetto - per molti una certezza - di voler sbarazzarsi sia di Mirafiori
che di Pomigliano. Inoltre il voto di venerdì frena l'operazione
autoritaria che riduce il lavoro a merce e i lavoratori in servitù. E,
forse, più di un'impresa italiana già pronta a disdire il contratto
nazionale e costruirsene uno a proprio uso e consumo, ci ripenserà
sperando di evitare i conflitti più che annunciati dalle settimane di
Mirafiori. Dove si è consumata una frattura sindacale anch'essa
emblematica: con i sindacati «complici» che hanno sposato e
rappresentato presso i lavoratori gli interessi dell'azienda (concepita
come unica comunità possibile, magari combattente con altre), mentre la
Fiom rimasta da sola con la propria indipendenza è ora chiamata a reggere
tutto il peso della rappresentanza nel pieno di una crisi che è ormai
l'habitat consueto della globalizzazione. E con la Cgil a dover scegliere
tra i due modelli dispiegati a Mirafiori, in primis sulla questione
democratica, decidendo se «una testa un voto» (sul lavoro e
nell'organizzazione) sia o meno la pratica fondante del sindacato. Quanto
alla politica e alla sinistra... beh, per affrontare la propria
irrilevanza dovrà ripensarsi e scegliere da che campo ripartire: il patto
tra produttori non funziona più nemmeno nell'«Emilia rossa e democratica».
Ma a fare i conti con la verità cruda di questi giorni saranno
soprattutto le donne e gli uomini che hanno detto «no». Di quel coraggio
loro porteranno il peso, insieme a chi li ha sostenuti. Sapendo però di
essere ancora in piedi. Non hanno nulla di cui esultare, ma basta
guardarli per capire quanto siano felici di aver difeso un futuro da
condividere. Con i loro simili. Amici. Persino compagni.
«Partita aperta»
«Sarebbe un atto di saggezza da parte di
Fiat riaprire una trattativa vera, perché le fabbriche senza il
consenso dei lavoratori non funzionano». Così il segretario
della Fiom, Maurizio Landini: «Capisco chi ha votato sì, noi non
lasceremo solo nessuno»
Tommaso De Berlanga
Un ciclone di fisicità in uno studio
televisivo che ha fatto dell'understatement intelligente il suo
tratto distintivo. Maurizio Landini, segretario generale della
Fiom, ma soprattutto apprendista metalmeccanico entrato in
fabbrica all'età di 15 anni, ha portato una ventata di verità in
una discussione - nelle ultime settimane - totalmente deformata,
priva di informazioni, estranea a quello che materialmente si
decideva nel voto delle Carrozzerie di Mirafiori.
Fabio Fazio ha fatto qualche fatica a contenerne l'irruenza
reggiana, per proporre le domande che la giornata imponeva («cosa
farete adesso?», «la Cgil metterà una firma tecnica?», «riconoscete
il risultato?», ecc). Per scoprire che quelle domande non
riguardano il vero cuore del problema: il terremoto nelle
relazioni industriali implicito nel «modello Marchionne», una
visione sociale composta da imprese libere di fare qualsiasi cosa,
lavoratori abbrutiti e silenti come nel film Metropolis e una «politica
assente, in tutt'altra cose affaccendata».
Per chi segue la cronaca sindacale, le risposte di Landini erano
in qualche misura intuibili. «È successa una cosa straordinaria:
pur sotto ricatto metà degli operai ha votato no, e nelle
assemblee - che solo noi abbiamo fatto, distribuendo il testo
integrale dell'accordo, che nessuno aveva potuto leggere - anche
quelli che dicevano avrebbero votato sì, ci davano ragione».
Perché «capisco che sono sotto ricatto, con il mutuo da pagare o
il figlio da mandare all'università, e non sanno cos'altro fare».
Ma non ne deriva una divisione tra lavoratori («conviene solo a
Marchionne»), piuttosto la certezza - da parte della Fiom, «di
rappresentare tutti, ben al di là dei nostri iscritti (600) e dei
voti che avevamo preso con le Rsu (900 su 5.500)». Ieri notte
sono diventati 2.326. «La Fiat dovebbe ragionare su questo voto,
e riaprire la trattativa». Perché «senza consenso, la fabbrica
non può funzionare».
La fisicità del lavoro alla catena riconquista prepotentemente la
scena tv - se ne accorge, Fazio - mettendo in fila numeri
semplici: «a Melfi, fabbrica giovane, su 5.500 operai, 2.200
hanno ridotta capacità lavorativa; vuol dire che a quei ritmi in
pochi anni si sono rotti legamenti, articolazioni, ecc». Ad
evitare questo servono anche quei «10 minuti di pausa» che
qualche cronista ha citato come una quisquilia.
Fisicità del mercato. «Se in Italia la Fiat produce poco non è
perché gli operai non hanno voglia di lavorare; stanno sempre in
cassa integrazione, la Fiat non mette in campo nuovi modelli», al
contrario di quel che ha fatto la concorrenza. Non investe, né è
sollecitata dal governo a farlo (al contrario di Obama o della
Germania). Tocca qui un tasto delicato (la globalizzazione), con i
governi invitati a occuparsi solo di salvare banche e finanza,
invece di «dare indirizzi», gestire una politica industriale.
Fisicità anche della democrazia: «un lavoro senza diritti non è
un lavoro; se non puoi scegliere il tuo sindacato o dire la tua,
non sei libero». In questo «accordo» vengono toccati - oltre a
tempi, turni, pause, straordinari - «diritti indisponibili» (per
Costituzione o per legge). E quindi la Fiom - l'unica, dentro la
Cgil, ad avere la titolarità di fare un accordo, «non lo fimerà»
e «resterà in fabbrica» anche se malaccetta. L'aveva detto
prima: «quel referendum è illegittimo, perché non c'è libertà
di scelta». Se voti sì perdi i diritti, se voti no perdi il
posto di lavoro. Una vera «proposta che non si può rifiutare»,
che avrebbe suscitato l'ammirazione persino di don Vito Corleone
(Il Padrino film, ovvio).
54,05% PER IL SÌ Hanno votato l'opzione Marchionne 2.735
lavoratori su un totale di 5.431 aventi diritto. Affluenza record:
94,6%. 59 le schede nulle e bianche. Cioè 5.119 votanti in tutto.
A spostare l'ago della bilancia il seggio 5, quello degli
impiegati: su 449 iscritti hanno votato in 441 e 421 hanno detto sì
all'accordo.
45,95% PER IL NO 2.325 lavoratori hanno bocciato l'accodo
separato. Fra le oltre 4.500 tute blu, al montaggio e alla
lastratura si è registrato il 53% di no. Tra gli i sindacati
firmatari dell'accordo (Fim-Cisl, Uilm, Fismic, Ugl) il 68% si è
espresso a favore dell'intesa, mentre il 32% ha votato contro.
9 TUTE BLU Nel conteggio complessivo dei soli operai delle
Carrozzerie, il sì ha prevalso soltanto per 9 voti: 2.315 contro
2.306 tute blu.
CISL E UIL
«Un modello non perfetto», il
fronte del sì festeggia in parrocchia, ma è un boccone
amaro
Mauro Ravarino
TORINO
E il fronte del sì festeggia in chiesa. Nel seminterrato
della parrocchia del Redentore, qualche centinaia di metri
più in là dalla Porta 2 di Mirafiori, tra prati umidi e
vetri appannati che non scaldano una vittoria di Pirro.
Seduti, nella sala gremita da giornalisti, ci sono i
segretari di ogni sigla firmataria; sullo sfondo due
bandiere della Cisl. Si dicono tutti soddisfatti, anche di
fronte a un risultato innegabilmente poco tondo per i
sindacati favorevoli all'intesa. Ci tengono a ribadire che
la loro è una vittoria operaia, non solo di impiegati: «Il
risultato del referendum è importante perché, se si
considerano le preferenze degli operai, il sì ha vinto di
9 voti» commenta il segretario generale della Fismic,
Roberto Di Maulo.
«Abbiamo vinto pure nei reparti più comunisti e pieni di
Cobas», rivendica orgoglioso Maurizio Peverati, Uilm
Torino, che in tempi non sospetti aveva ipotizzato un
plebiscito per l'accordo: «L'obiettivo di partecipazione
che contiamo di ottenere - disse lo scorso 5 dicembre - è
tra il 90% e il 95% delle maestranze e di contare un 80%
di Sì». Non è andata così (l'ampio voto al no è un
boccone amaro) e il più cauto Claudio Chiarle, segretario
Fim-Cisl di Torino, precisa: «Ho sempre detto che si
vinceva con un voto in più, il risultato rispecchia le
tensioni degli ultimi giorni. L'importante è che sia
emerso un segnale positivo e che si investa presto il
miliardo previsto dall'azienda, affinché migliorino le
condizioni di lavoro per i dipendenti». Per Bruno Vitali,
segretario nazionale Fim Cisl «è nato lo stabilimento
del futuro». E, all'alba, già sottolineava: «È il
primo referendum che vinciamo a Mirafiori da 15 anni ma è
il più importante».
Sul fronte dei diritti, i sindacati del sì mettono le
mani avanti: «L'accordo non lede nessun diritto
indisponibile o costituzionale, perché, in quei punti, è
identico a quello di Pomigliano e la Fiom non ha finora
mosso alcuna causa legale» spiega Di Maulo che poi
aggiunge: «L'intesa offre un modello non perfetto perché
poggia su una legislazione non perfetta, ma dà una spinta
fortissima ai tavoli confederali e al rinnovamento del
sistema di relazioni sindacali». Sulla rappresentanza, la
Fim vorrebbe, invece, proporre, nei 18 mesi prima della
joint-venture. una proposta di legge che corregga i limiti
dell'attuale intesa.
Tocca, poi, a Eros Panicali, responsabile nazionale auto
della Uilm, sollecitare Marchionne: «È costretto a fare
l'investimento e vorrei proprio vedere la sua faccia dopo
lo scherzetto che gli hanno fatto i lavoratori di
Mirafiori, che sono andati a votare numerosissimi. Da
lunedì, gli chiederemo di conoscere la destinazione degli
altri 18 miliardi di investimenti in Italia». Infine,
secondo il segretario della Cisl di Torino, Nanni Tosco,
«è un risultato che l'intera comunità torinese si
aspettava, perché secondo uno studio dell'Unione
industriale la crescita del Pil locale che ne deriverà
per i prossimi anni è del 6-7% e la crescita in termini
quantitativi è pari a 7 miliardi».
sbilanciamoci .info
I soldi che intasca Marchionne e
quelli degli altri
Vincenzo Comito
Oggi la remunerazione complessiva
degli alti dirigenti operanti nelle imprese della maggior
parte del mondo si compone di almeno tre voci; 1) la parte
fissa, 2) i cosiddetti bonus, premi in genere annuali - ma
ci sono anche quelli straordinari- collegati, almeno in
teoria, al raggiungimento di certi obiettivi aziendali,
infine 3) la distribuzione di azioni, voce a sua volta
suddividibile in due strumenti differenti, stock option,
strumento attraverso il quale è possibile, in genere
nell'arco di un certo numero di anni, per il dirigente
interessato, acquistare azioni della società ad un prezzo
predeterminato e stock grant, distribuzione di azioni
gratuita. Anche questa terza voce, come i bonus, dovrebbe
spingere i dirigenti a migliorare le prestazioni
aziendali.
La crisi in atto ha rinfocolato le polemiche intorno a
degli strumenti che portano la remunerazione dei manager a
livelli intollerabili e pari in molti casi a diverse
centinaia di volte, se non di più, rispetto a quella
degli stipendi medi esistenti in un'azienda e a punte
ancora più elevate rispetto a quelli degli operai meno
pagati. Va anche ricordato come alcuni decenni fa il
rapporto tra la paga di un top manager e quella di un
dipendente nella scala bassa della gerarchia fosse in
occidente "soltanto" pari ad alcune decine di
volte.
(...) Nel 2009, anno di crisi, in cui il gruppo Fiat ha
perso circa 800 milioni di euro, l'amministratore
delegato, S. Marchionne, come ci informa il documento di
bilancio aziendale, ha ricevuto come parte fissa della sua
remunerazione circa 3.430.000 euro e a titolo di bonus
1.350.000, per un totale di 4.780.000 euro, mentre la
remunerazione complessiva di L. Cordero di Montezemolo,
presidente del gruppo e contemporaneamente della Ferrari,
è stata uguale a 5.170.000 euro e quella di J. Elkan, che
non aveva incarichi operativi, "soltanto" a
631.000 euro.
C'è chi in Italia nello stesso anno ha fatto anche
meglio; così C. Puri Negri, amministratore delegato di
Pirelli Re, nonostante i pessimi risultati dell'azienda da
lui diretta, ha ricevuto un totale 14.000.000 di euro, più
del suo capo, M. Tronchetti Provera, che ha guadagnato
5.664.000 euro, di nuovo nonostante il non brillante
andamento del gruppo Pirelli.
Ma torniamo alla Fiat. La retribuzione media annua lorda
di un operaio del settore metalmeccanico è stata nel 2009
pari (dati Istat), a 21.600 euro. Così Marchionne ha
guadagnato in tale anno circa 222 volte quanto un operaio
di linea. M. Mucchetti, sul Corriere della sera del 9
gennaio 2011, ci ricorda che nel periodo 2004-2010
l'amministratore delegato ha comunque ottenuto in media
6.300.000 euro all'anno. In questo caso, prendendo in
considerazione tutto il periodo di lavoro del manager
presso la Fiat, il confronto con il salario dell'operaio
metalmeccanico nel 2009 darebbe un rapporto di circa 292
volte.
Ma la storia non finisce certo qui. Bisogna anche
considerare che da quando Marchionne ha preso le redini
del gruppo nel 2004 egli ha avuto in assegnazione gratuita
4.000.000 di azioni, cedibili sul mercato a partire dalla
fine del 2012. Il loro valore nei primi giorni del 2011
era di 69.800.000. Inoltre, egli ha anche ottenuto nel
tempo delle stock option per un numero complessivo di
19.420.000 milioni di azioni circa, che, sempre nei primi
giorni del 2011, avevano un valore netto di 143.800.000
euro.
(la versione completa dell'articolo su
www.sbilanciamoci.info)
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SACCONI
«Adesso via agli investimenti»
«Adesso tocca a Fiat realizzare gli investimenti
promessi e continuare il confronto sugli altri siti produttivi», per il
ministro del Lavoro Maurizio Sacconi contano più le promesse di
Marchionne che i fatti concreti. E così alla luce della vittoria del sì
al referendum di Mirafiori il ministro si sdraia completamente
sull'accordo dello stabilimento torinese che «costituisce - dice - la
premessa per attrarre altri investimenti e sviluppare quella grande
impresa che in Italia è stata anche frenata dalle relazioni industriali».
Poi sferra l'ennesimo attacco della settimana al segretario della Fiom
Maurizio Landini: «Anche gli impiegati sono lavoratori. Mi spiace che la
Fiom non li consideri lavoratori». Una replica alle obiezioni dei
metalmeccanici della Cgil che sottolineanno come per la vittoria dei sì
sono stati determinanti i voti dei colletti bianchi per i quali il
contratto non avrebbe effetto.
MARCHIONNE Grazie a chi ha scelto il sì, ma
troppi gli attacchi frustranti
«Lavoratori lungimiranti, con voi una svolta storica»
an. sci.
Un lungo comunicato inviato ai giornali alle 11,20, a
poche ore dai risultati definitivi: l'amministratore delegato della Fiat
Sergio Marchionne giudica l'esito del referendum «una svolta storica».
Si dice lieto che «la maggioranza dei lavoratori di Mirafiori abbia
compreso l'impegno della Fiat». Persone «lungimiranti», che «hanno
scelto di prendere in mano il loro destino, di assumersi la responsabilità
di compiere una svolta storica e di diventare gli artefici di qualcosa di
nuovo e di importante».
Poi l'attacco a chi ha criticato la Fiat negli ultimi mesi: «La maggior
parte delle nostre persone non si sono fatte condizionare dalle tante
accuse che ci sono piovute addosso, dagli attacchi che sono stati fatti in
modo strumentale sulla loro pelle - prosegue Marchionne - ma hanno scelto
di stare dalla parte di chi si impegna, di chi intende mettere le proprie
qualità e la propria passione per fare la differenza».
E un messaggio al fronte del no: «Mi auguro che le persone che hanno
votato no, messe da parte le ideologie e i preconcetti prendano coscienza
dell'importanza dell'accordo che salvaguarda le prospettive di tutti i
lavoratori. Il piano è molto ambizioso: la società tra Fiat e Chrysler
ci permetterà di installare a Mirafiori una nuova piattaforma per i Suv
di classe superiore, sia per il marchio Jeep che per l'Alfa Romeo, da
esportare in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti».
Poi una lunga spiegazione sul perché l'accordo «serve solo a far
funzionare meglio la fabbrica, senza intaccare nessun diritto». «Non
penalizza i lavoratori in nessun modo e mantiene inalterate tutte le
condizioni positive che sono previste non solo dal contratto collettivo ma
anche da tutti i trattamenti che la Fiat nel tempo ha riconosciuto alle
proprie persone». «L'organizzazione del lavoro è in realtà la stessa
che a Mirafiori si sta sperimentando da più di 2 anni e che tiene conto
del grado di affaticamento dovuto al tipo di lavoro svolto.L'introduzione
dei 18 turni comprende quello del sabato sera che è il più disagiato.
Per questo abbiamo concordato che, pur essendo sempre retribuito, venga
effettuato solo se c'è una reale necessità e che comunque, in questo
caso, sia pagato come straordinario. Il pieno utilizzo dei 18 turni
permetterà, inoltre, di aumentare i salari di circa 3.500 euro l'anno».
«Rivedere il sistema della pause, inoltre, riducendole a 30 minuti e
monetizzando la differenza, ci permette di adeguarci a quello che succede
nelle fabbriche del resto d'Europa e del mondo. Quanto alle malattie, su
cui si sono dette tante assurdità, l'accordo prevede semplicemente di
monitorare il tasso di assenteismo, per evitare eventuali abusi. Sarà una
commissione congiunta con il sindacato a valutare caso per caso il non
riconoscimento dell'indennità a carico dell'azienda. La verità è che
questa clausola serve soprattutto a richiamare l'attenzione sul problema,
a smuovere le coscienze e il senso di responsabilità e mi auguro che non
venga mai applicata».
«Le critiche che abbiamo ricevuto sono state ingiuste e spesso frustranti
- conclude Marchionne - Quando vedi che i tuoi sforzi vengono mistificati,
a volte ti chiedi se davvero ne valga la pena. La maggioranza dei
lavoratori di Mirafiori ha detto che vale sempre la pena di impegnarsi per
costruire qualcosa di migliore».
Soddisfatto il presidente Fiat, John Elkann: chiede di «archiviare le
polemiche e le contrapposizioni» e conferma «il pieno e convinto
sostegno» della famiglia Agnelli. La presidente degli industriali Emma
Marcegaglia dice che «ora si può investire» e che «Marchionne ha già
un accordo con Confindustria: Fiat rientrerà quando faremo un contratto
per l'auto».
INDUSTRIALI
Emma Marcegaglia: «Fiat rientrerà in
Confindustria»
Emma Marcegaglia rilancia il «patto di New York» con
Sergio Marchionne, per chiudere in tempi brevi la partita
Confindustria-Fiat. La leader degli industriali si è schierata senza più
riserve con il Lingotto alla vigilia del referendum a Mirafiori,
accantonando i nodi aperti dallo strappo dei Fiat. Come anticipato sul
«manifesto» dall'ex sindaco di Torino Diego Novelli, via dell'Astronomia
- dice oggi Marcegaglia - «ha già un accordo con Sergio Marchionne e
John Elkann per far sì che, nel più breve tempio possibile, quando noi
faremo un contratto per auto, Fiat rientrerà in Confindustria». Un nuovo
contratto specifico per il settore dell'auto, che recepirà le regole ad
hoc decise da Marchionne, sarà la soluzione per far rientrare nel sistema
Pomigliano e Mirafiori (che escludono dalle nuove rappresentanze sindacali
aziendali chi non ha firmato gli accordi, come la Fiom). «Con Cisl e Uil
da due anni lavoriamo» per nuove relazioni industriali, ha detto Emma
Marcegaglia.
MIRAFIORI DI BASE
Cobas e Usb: «Successo importante, generalizzare le
lotte»
Non solo Fiom. Alle Carrozzerie altri due sindacati
hanno dato un robusto contributo al successo del «no»: Cobas e Unione
sindacale di base (Usb). Le valutazioni sul voto sono abbastanza simili,
ovviamente, e partono dal fatto che «ora Marchionne dovrà tirare fuori i
soldi promessi per gli investimenti e ai sindacati firmatari toccherà
fare da cani da guardia della rabbia operaia e dei conflitti che l'accordo
inevitabilmente produrrà» (Usb). Il risultato «costituisce un grande
esempio che deve tradursi in uno stimolo per tutti i salariati e i settori
popolari per una rivolta di grandi dimensioni contro l'arroganza padronale
e governativa, a partire dallo sciopero dei metalmeccanici convocato per
il 28 gennaio dalla Fiom ed esteso dai Cobas a sciopero generale». Forte
anche il richiamo al divieto costituzionale di fare «sigle di comodo» e
«la necessità improcrastinabile di una legge, non di un accordo pattizio,
sulla rappresentanza». Il tema dell'unità di tutti i settori sociali
torna anche in una proposta di sciopero generale da effettuare verso fine
febbraio-inizio marzo.
A Marchionne un NO chiaro ed
inequivocabile
di Giorgio Cremaschi
su Liberazione
del 16/01/2011
Con le lacrime agli occhi, di
gioia stavolta, i lavoratori italiani hanno accolto il voto di Mirafiori.
Al di là di qualche piccolo escamotage dell'ultima ora oramai è chiaro
che la maggioranza degli operai non ha detto sì a Marchionne e che la
netta maggioranza di coloro che subiscono il più duro attacco alle
condizioni di lavoro, gli addetti ai montaggi e alla lastroferratura ha
detto un no chiaro ed inequivocabile. Il sì passa sostanzialmente per la
valanga di voti favorevoli degli impiegati che, come da tradizione in
Fiat, hanno deciso che era giusto che gli operai lavorassero a condizioni
che essi non subiranno mai.
La portata immediata di questo voto è enorme. Questo vuol dire che il
disegno di Marchionne di cancellare la libertà e l'autonomia del lavoro
in fabbrica è, allo stato attuale, privo del consenso e della forza
necessaria per affermarsi. Le tante mosche cocchiere politiche e sindacali
possono anche affrettarsi a dire che ha vinto il sì, ma Marchionne sa
perfettamente di avere perso. Ora si apre la via per mettere in
discussione questo accordo. C'è il tempo necessario anche perché ai
lavoratori a cui è stata chiesta una rinuncia preventiva a tutto, spetta
ancora un anno di cassaintegrazione. Altro che i 3.500 euro in più.
Bisogna costruire una risposta sindacale, politica e giuridica, vista la
quantità di violazioni di leggi e diritti che sono contenuti nelle
clausole capestro dell'accordo. Ma ancora più grande è la portata di
fondo di questo voto. Il no degli operai di Mirafiori ci dice che la
politica del lavoro usa e getta, la negazione di piani industriali seri e
credibili, l'assenza di reali programmi per il futuro, non possono più
essere spacciati come la modernità che risolve la crisi.
Si è creato lo spazio oggi per costruire un programma economico e sociale
alternativo a quello di Marchionne e del liberismo selvaggio e per
sostenerlo con un grande movimento di lotta.
Il no degli operai di Mirafiori parla a tutto il mondo del lavoro che non
vuol più piegare la testa, parla ai giovani e agli studenti, a tutti i
movimenti. Questo no dice a tutti che è possibile respingere il ricatto e
incrinare quel regime di ingiustizie e sopraffazione che solo sul ricatto
fonda la sua forza. Il no degli operai di Mirafiori parla alla Cgil e le
chiede con chiarezza di mettersi a fianco di tutti i movimenti di lotta e
di programmare finalmente quello sciopero generale che è oramai
nell'ordine delle cose. Infine questo no parla alla politica. Le anime
morte della sinistra che hanno spiegato al mondo che come operai di
Mirafiori avrebbero votato sì, oggi si identificano solo con il voto
degli impiegati. La sinistra che non capisce più gli operai e la
questione sociale e che si innamora di ogni Marchionne che le vende
modernità a basso costo, ha finito il suo percorso nel nostro Paese. Gli
operai di Mirafiori chiedono di essere rappresentati da altro.
Infine è giusto che tutti e tutte noi ringraziamo i militanti della Fiom
e del sindacalismo di base, le loro Rsu che a Mirafiori, contro tutto il
regime mediatico e tutte le intimidazioni, hanno creduto in questa
battaglia. Certo grandi sono i meriti della Fiom, e provo orgoglio nel
ricordarli. Ma so anche che il merito principale di questa organizzazione
è quello di essere in sintonia con quella parte crescente del nostro
Paese che non ha più voglia di piegare la testa e che considera che il
regime del ricatto nel nome del profitto non sia più socialmente e
moralmente tollerabile.
Così il no degli operai di Mirafiori accompagna un'altra grande buona
notizia. Il successo della prima rivoluzione del ventunesimo secolo:
quella dei giovani e degli operai tunisini che hanno travolto la dittatura
che li opprimeva. Proprio in queste settimane la Tunisia, assieme alla
Serbia, era diventata uno di quei paesi utilizzati per spiegare agli
operai italiani che debbono rinunciare a tutto altrimenti lì va a finire
il loro lavoro. Come si vede anche questi ricatti alla fine hanno una
prospettiva corta perché tutto il mondo comincia a ribellarsi al
supersfruttamento dell'economia globalizzata. E proprio in questi giorni,
anche in Serbia, gli operai stanno scioperando contro i ricatti della
Fiat. Grazie operai e operaie di Mirafiori, con voi oggi ci sentiamo tutti
più liberi e un po' più forti. Ci ritroveremo subito tutti assieme in
piazza il 28 gennaio.
Ecco l'Italia che non si
piega
di Claudio Grassi
su Liberazione
del 16/01/2011
Ieri le operaie gli operai di
Mirafiori hanno scritto una pagina che lascerà una traccia nella storia
di questo paese.
La vittoria numerica dei “sì” –che pure va giudicata molto
negativamente per le conseguenze che comunque avrà sui lavoratori, non
solo di Mirafiori- non deve però far velo alla considerazione che la
vittoria politica, per certi versi inaspettata, è certamente quella del
fronte del “no”. Sappiamo bene in quali condizioni è maturato e si è
svolto questo referendum. Marchionne e Berlusconi (e con loro i vari Cota
e Chiamparino) hanno alimentato un clima di vero e proprio ricatto nei
confronti dei lavoratori: o voti sì o perdi il posto di lavoro. Senza
contare la stucchevole retorica dei giorni scorsi contro la Fiom, accusata
di essere incapace di fare i conti con la “modernità” e con lo
“sviluppo”, in grado di “dire solo dei no”, laddove la Fiom ha
fatto la sola cosa che deve fare un sindacato degno di questo nome,
difendere gli interessi e i diritti dei lavoratori contro un attacco così
arrogante e vergognoso, condotto contemporaneamente da azienda,
Confindustria, Governo, mass media.
In questo contesto le operaie e gli operai di Mirafiori, che in molti e da
più parti hanno cercato in tutti i modi di umiliare e di intimidire,
hanno dato una splendida lezione a tutti. Una lezione morale, politica,
anche di orgoglio, rivendicando implicitamente e con forza la dignità del
proprio lavoro. Operaie e operai a cui a cui veniva chiesto di rinunciare
al diritto di sciopero, alla malattia, alla pausa pranzo, agitando lo
spettro della chiusura della fabbrica.
Ebbene, queste lavoratrici e questi lavoratori hanno ancora una volta
dimostrato che c’è un’Italia che non si piega, che resiste e
reagisce. Da un lato infatti c’è l’Italia degli eversori, quella di
Berlusconi e di Marchionne, eversori delle leggi e della Costituzione:
un’Italia arrogante, menzognera, padronale, che non si ferma di fronte a
nulla pur di battere la resistenza di chi rivendica diritti e giustizia
sociale.
Dall’altro lato c’è un’Italia che alza la testa, che non accetta i
ricatti, che pretende di ragionare in termini di giustizia e diritti, che
si ostina –disperatamente, inaspettatamente- a non considerare
“naturale” che il cosiddetto “sviluppo” passi per l’umiliazione
della vita dei lavoratori e della dignità del lavoro.
L’esito di questo referendum va perciò considerato un importante punto
di ripartenza dopo la già decisiva manifestazione del 16 ottobre. Intanto
per riaprire una nuova stagione di rivendicazioni e di lotte, in nome
della riconquista dei diritti perduti. Il referendum di Mirafiori ci dice
che è possibile. Al fianco della Fiom e delle lavoratrici e dei
lavoratori, per ribadire che non si può immaginare di governare una
fabbrica come Mirafiori contro le operaie e gli operai, e che dunque, alla
luce del voto di ieri, è necessario riaprire la trattativa fra le parti.
E allo stesso tempo per impedire che qualcuno provi a estendere il modello
Marchionne altrove. La prima tappa di questo percorso sarà lo sciopero
indetto dalla Fiom per il 28 gennaio. Un appuntamento che oggi diventa
ancora più importante e decisivo. Anche per questo auspichiamo che la
CGIL faccia quello che ormai è improcrastinabile: indire lo sciopero
generale, trasformare la giornata del 28 gennaio nello sciopero generale
indetto dalla CGIL: se non ora, quando?
In secondo luogo l’esito del referendum sottolinea la distanza che
dobbiamo purtroppo ancora registrare fra la forza di chi è in grado di
agire il conflitto (oggi le operaie e gli operai, ieri studenti e
ricercatori), e la debolezza della sinistra di alternativa nel suo
complesso, divisa e frammentata, fuori dal Parlamento, ancora incapace di
offrire una sponda politica all’altezza della sfida e dello scontro.
Come si vede, l’importantissimo e positivo esito della consultazione di
Mirafiori parla al paese intero. A parlare è un pezzo di quell’Italia
che ancora resiste. Ad ascoltare, fra gli altri, dovremmo esserci anche
noi, per rilanciare la loro sfida, affiancarli ancora nella loro lotta,
costruire con ancora più efficacia insieme a loro la prospettiva per una
nuova stagione di conflitto.
Dopo il referendum di
Mirafiori
di Luca Michelini
su
altre testate del 16/01/2011
Ricatto: la Fiat ha vinto il
referendum di pochissimo grazie al puro e semplice ricatto e impone
condizioni di lavoro disumane, violando diritti individuali
imprescindibili, sbandierando un piano industriale evanescente, in assenza
di un dibattito di politica industriale sulle sorti e sui tipi della
mobilità (trasporti) e del loro ruolo per la competitività (produttività)
del sistema-paese. Certo, ci sono molti modi per condurre un’azienda: il
“Corriere della sera”, con un’editoriale di Mucchetti, auspica
addirittura la cogestione, sul modello tedesco, che opportunamente ricorda
essere nato non sul terreno sindacale, ma su quello eminentemente
politico1. Quindi le relazioni industriali sembrerebbero non vivere
necessariamente sul ricatto. E tuttavia Marchionne e Berlusconi ricordano
a tutti noi che il mercato del lavoro è proprio sul continuo ricatto che
si fonda. Questo ricatto può essere più o meno violento, a seconda della
forza contrattuale dei lavoratori (se sono sindacalizzati o meno, se sono
divisi, se vi è più o meno disoccupazione ecc.) e della sponda
politico-istituzionale che essi trovano e si sono costruiti (in
Parlamento, nel Governo, nelle istituzioni intermedie ecc.). E’ però
bene comprendere che il mercato, il capitalismo, si fonda su una
fondamentale asimmetria di potere, su una diseguaglianza fondamentale dei
“punti di partenza”, quella esistente tra lavoratori e “datori di
lavoro”. La crisi economica esaspera questo stato di fatto, ma non lo
crea: o si accettano le “proposte” (sic!) dei “datori di lavoro”,
oppure costoro sceglieranno altri territori ove impiantare le proprie
aziende. Al tempo stesso, la crisi non colpisce in modo uniforme la società,
poiché perpetua la fondamentale asimmetria che la caratterizza.
Il “Giornale”, con la penna di Porro, opportunamente ricorda a tutti
noi che la presa di posizione di Berlusconi a favore di Marchionne ha
significato fare una “cosa di destra, di destra liberale”2. Ma quando
Porro afferma che “nessuno può oggi ragionevolmente pensare che per
trattenere una fabbrica in Italia si adottino politiche industriali fatte
da un impasto di vetero sindacalismo e aiuti di Stato”, e quindi quando
l’editorialista tenta di spacciare Marchionne e Berlusconi come campioni
di liberismo e di pura imprenditorialità apolitica, in effetti si
dimentica di ricordare alcuni importanti dati di fatto. Primo: la Fiat
compie scelte di localizzazione proprio ove questi aiuti di Stato sono più
corposi (vedi Chrysler e Serbia, senza poi parlare del caso Italia).
Secondo: l’appoggio del Governo italiano a Marchionne è tutt’altro
che un non-intervento dello Stato; il Governo auspica che il caso Fiat
segni la nascita di “nuove relazioni industriali”. Terzo: Berlusconi
personifica un modello imprenditoriale che non potrebbe esistere senza la
strettissima connessione con lo Stato e con il Governo, più in generale
con la politica (a cominciare dalle concessioni Tv ecc.). E’ dunque bene
ricordarsi che il liberismo si fonda su un’altra importantissima
asimmetria: libero (da diritti, da sindacati, da tutele) dev’esse il
mercato del lavoro, aiutatissimo dallo Stato deve essere il ruolo
dell’imprenditore capitalista.
A dispetto di quanto pensano alcuni studiosi ed opinionisti, destra e
sinistra sono termini che hanno ancora un senso preciso e gli schieramenti
politici si definiscono ancora ed anzitutto sulla base di ciò che si
pensa in merito al lavoro, come categoria fondamentale dell’economia e
della società. Di destra è pensare che i diritti individuali siano
sacrificabili sull’altare del profitto; di destra è pensare che lo
sviluppo dell’industria implichi necessariamente il sacrificio dei
diritti individuali e delle opportunità di vita di chi lavora. Di destra
è pensare che Marchionne e la proprietà attuale di Fiat abbiano un
qualsiasi “merito” particolare nel ricoprire la posizione che ora
ricoprono e nell’ ottenere i risultati che ottengono (o che dicono di
raggiungere) dal punto di vista industriale. Di destra è considerare
individuale una proprietà che è largamente frutto di uno sforzo
collettivo. Di destra è utilizzare lo Stato, e quindi il frutto del
lavoro collettivo, a fini privati, spacciandoli per interessi generali. Di
destra è non porsi l’obiettivo di indirizzare la produzione, p. es. di
mezzi di trasporto, per cancellare i costi sociali e le inefficienze di
sistema che genera.
Il risultato del referendum, e l’agenda politica dei prossimi mesi,
confermano la centralità del lavoro. E’ infatti da verificare se il
risultato del referendum costituisca anche una vittoria morale per la Fiat
e per Berlusconi: anche molti di coloro che hanno votato sì o che per il
sì si sono schierati, lo hanno fatto a denti stretti, percependo la
violenza del ricatto. Politicamente, il referendum rafforza Berlusconi
perché il PD è incapace di prendere una posizione netta e chiara; in
ogni caso, il ricatto rende evidente che in Italia si ricostituirà una
nuova forza politica “di sinistra” (probabilmente per implosione e
ricomposizione di alcune opposizioni oggi esistenti) e che la dialettica
politica e sociale potrebbe riprendere le forme di quella un tempo
tipicamente europea3, che tanta civiltà ha generato. Il referendum ha
reso evidente che se questa nuova forza politica non prenderà forma, la
coesione sociale del nostro paese è destinata a disgregarsi, la vita
politica assumerà nuove forme di dispotismo e di classismo, l’industria
languirà sempre più, divenendo subordinata a quella di ben più
lungimiranti nazioni. La crisi è tutt’altro che passata e gli effetti
della manovra fiscale ancora devono rivelarsi in tutta la loro portata; lo
stesso federalismo fiscale in ultima analisi riporta il dibattito politico
ad interessarsi delle diseguaglianze socio-economiche del paese, cioè
della sua capacità contributiva, di come viene distribuito e
redistribuito tra i ceti sociali il frutto del lavoro. Le vicende di
Mirafiori, insomma, spingono di nuovo a porsi le domande fondamentali, le
uniche sulle quali può costruirsi un’identità politica e nazionale:
che cos’è la ricchezza? chi produce ricchezza? come viene ripartita? Da
qui necessariamente deve ripartire il paese per ripensare se stesso, per
ritrovare l’orgoglio e la necessità di essere Nazione.
libero news-15 gen
Sull'esito del referendum di Mirafiori giunge anche l'atteso
commento di Susanna Camusso, segretario della Cgil. Che
ancora una volta attacca Sergio Marchionne. L'esito del voto, secondo la
leader sindacale, "dimostra che non c'è la possibilità di
governare la fabbrica senza il consenso dei lavoratori e quindi nega il
ritorno del modello autoritario delle fabbriche-caserme. Sappiano
Marchionne e Confindustria che così non si governa". La Camusso
quindi insiste: "La Cgil è sempre stata d’accordo con il
concetto di pluralismo sindacale. Ma il pluralismo va riconosciuto
sempre ed è in contraddizione con gli accordi ad excludendum.
Alla Marcegaglia, di cui ho sentito dichiarazioni strane, dico che non
si può pensare che non sia un vulnus per il paese un accordo ad
excludendum che impedisca di scegliere i propri rappresentanti e di
associarsi liberamente". Secondo la numero uno della Cgil, infine,
"il voto di Mirafiori conferma l'esigenza di definire regole
di rappresentanza e democrazia per tutti. L'obiettivo è
raggiungere un accordo con gli altri sindacati e le associazioni
di impresa che dovrà essere poi la base di una legge che abbia valenza
erga omnes. Il risultato del voto di Mirafiori lo riconosciamo ma stiamo
discutendo del valore. Riconoscere il risultato vuol dire anche
riconoscere che i lavoratori hanno votato 'no'".
MARCHIONNE: "SVOLTA STORICA" - "Dai
lavoratori un segnale di fiducia nel loro futuro, è una svolta storica.
Le critiche che ho ricevuto sono ingiuste e frustranti". Questo il
primo commento di Sergio Marchionne, amministratore
delegato della Fiat, a poche ore dall'esito del referendum di Mirafiori,
che ha visto approvato il suo piano di rilancio con il 54% dei voti.
Marchionne ha celebrato "il coraggio di compiere un passo avanti
contro l'immobilismo di chi parla soltanto o aspetta che le cose
succedono", chiaro messaggio al fronte del 'no' sostenuto dalla
Fiom e da parte del centrosinistra.
La
vittoria del sì al referendum: decisivo il voto dei 'colletti bianchi'.
GOVERNO SODDISFATTO - "Si apre un'evoluzione nelle
relazioni industriali soprattutto nelle grandi fabbriche che dovrebbe
consentire un migliore uso degli impianti e effettiva crescita dei
salari. Ora via agli investimenti". Questo il commento a caldo del
ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sul voto di
Mirafiori. Il Pdl, per bocca del portavoce Daniele Capezzone,
esprime soddisfazione per una vittoria che "ha un valore storico, e
sarà ricordata come la marcia dei 40mila o come il referendum sulla
scala mobile".
Anche da Cisl e Uil arrivano chiari
segnali di soddisfazione, nonostante la vittoria più risicata del
previsto. "Come per tutti i veri cambiamenti la decisione è stata
sofferta. Alla fine hanno vinto le ragioni del lavoro", ha
commentato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti.
"Il sì all'accordo - ha detto - ci fa vedere con più ottimismo il
futuro di Mirafiori e dell'industria automobilistica nel nostro
Paese".
"Nulla sarà più come prima - annuncia all'alba il segretario
confederale Uil Paolo Pirani -, è una scelta
importante perché garantisce un futuro a Mirafiori e all'industria in
Italia". "Dopo la trattativa, dobbiamo fare in modo che gli
accordi si concretizzino", aggiunge Claudio Chiarle,
segretario della Fim di Torino. Roberto Di Maulo,
segretario generale Fismic, sottolinea il "segnale importante non
solo per Mirafiori e il Piemonte ma per tutta l'economia
nazionale". "Da lunedì - anticipa Eros Panicali,
responsabile auto Uilm - vorremmo iniziare una nuova avventura del piano
Fabbrica Italia, dopo gli accordi per Pomigliano e Mirafiori. Oggi
vorrei guardare negli occhi Sergio Marchionne per vedere se è
contento". Per Nanni Tosco, segretario provinciale
Cisl di Torino, il voto "rappresenta una spinta al superamento
della crisi" mentre Gianni Cortesi, segretario per
la provincia di Torino della Uilm, elogia la "grande prova di
maturità dei lavoratori di Mirafiori nonostante le pressioni e la
disinformazione. "E' il primo referendum della storia che vinciamo
a Mirafiori - esulta Maurizio Peverati, segretario
provinciale Uil Torino -. Politicamente in fabbrica è stato un
ribaltone".
LA FIOM NON MOLLA - Delusione dal fronte Fiom,
'tradita' dagli impiegati e dai quadri medi del Lingotto. Il sindacato
di sinistra non rinuncia ad attaccare Marchionne forte dell'ampio
consenso raccolto nella catena di montaggio. "La maggioranza degli
operai ha detto no. E' un atto di coraggio eccezionale e una colossale
sconfitta politica e morale per Marchionne ed i suoi sostenitori -
incalza il presidente del comitato centrale Giorgio Cremaschi
-. C'è la forza per andare avanti e rovesciare l'accordo della
vergogna".
Molto cauto Pierluigi Bersani, segretario del Pd:
"Il risultato va rispettato, così come quel tanto di disagio che
rappresenta". Più aggressivo, invece, Nichi Vendola,
leader di Sinistra e Libertà e aspirante guida del centrosinistra
italiano, che parla di "vittoria più amara per Marchionne e
sconfitta più gratificante per la Fiom". "La partita -
annuncia - non si è chiusa ma si è riaperta, il no vince tra gli
operai e il sì con i capi e i capetti".
Anche Paolo Ferrero (Rifondazione comunista) trova modo
di esultare: "Nonostante il ricatto mafioso della Fiat, gli operai
di Mirafiori hanno dato una grande lezione di dignità bocciando il
dictat di Marchionne". Poi l'attacco alla Cgil di Susanna Camusso:
"Pieno appoggio alla Fiom in ogni iniziativa volta ad impedire
l'applicazione di questo vergognoso accordo a partire dalla
partecipazione dello sciopero del 28. Cosa aspetta la Cgil a
trasformarlo in uno sciopero generale?".
Il responsabile dell'auto, Giorgio Airaudo spiega:
"Gli operai delle linee di montaggio hanno detto di no. Di fatto
sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori sono in gran parte
capi e struttura gerarchica". Tende la mano il segretario generale
Fismic, Di Maulo: "Bisogna lavorare con pazienza e ricostruire le
ragioni di largo consenso che necessita un investimento così
importante".
15/01/2011
IL FATTO-repubblica
Fiat, Mirafiori dice sì a Marchionne
l'accordo promosso col 54% dei voti
La lunga notte del referendum si è conclusa quasi all'alba. II no in
vantaggio grazie agli operai delle catene di montaggio, poi la scossa
decisiva dal seggio degli impiegati. Operazioni di spoglio in ritardo
per un errore sulle schede che ha anche fatto rettificare l'affluenza al
94,6%. Rissa al termine dello spoglio: la Fismic esulta, ne nasce un
diverbio, un rappresentante Fiom colto da malore
di PAOLO GRISERI
TORINO - Il sì prevale di misura a Mirafiori. Al
termine di una lunghissima notte di scrutinio (i seggi si son chiusi
alle 19.30, i risultati finali si sono avuti dopo le 6 del mattino), i
voti favorevoli all' sono stati il 54%, quelli
contrari il 46%. Altissima l'adesione al referendum, che ha superato il
94,6% (circa 5.139 persone) degli aventi diritto. Il segretario generale
della Uil, Luigi Angeletti: "Hanno vinto le ragioni del
lavoro".
Tensione prima della fine dello spoglio delle schede. Quando si è avuta
la certezza matematica della vittoria del sì, un esponente della Fismic
ha esultato, e ne è nato un violento diverbio con alcuni rappresentanti
della Fiom; uno di questi è stato colto da un malore ed è stato
necessario l'intervento di un ambulanza. Un episodio che ha
ulteriormnente rallentato il conteggio definitivo dei voti.
Il risultato è decisamente al di sotto di quello di Pomigliano, dove
quest'estate i sì avevano ottenuto il 63% e i no si erano fermati al
36%. Decisivo, per la vittoria del sì a Mirafiori, l'apporto degli
impiegati, che hanno votato in massa a favore dell'accordo voluto da
Marchionne: su 441 voti espressi, solo 20 tra i colletti bianchi hanno
respinto l'intesa, mentre 421 l'hanno approvata.
Il peso degli impiegati alla fine è stato risolutivo per far pendere la
bilancia a favore del sì, anche se il voto favorevole è prevalso di un
soffio, solo 9 schede su oltre 4mila 500 anche tra le tute blu. Nelle
aree operaie dove maggiore sarà l'effetto della rivoluzione di
Marchionne, infatti, i sì e i no sono praticamente arrivati pari. Al
montaggio e in lastratura la riduzione delle pause, e la nuova
turnistica che potrebbe anche arrivare a prevedere dieci ore di lavoro
consecutivo, sono stati bocciati dalle tute blu: al montaggio con oltre
il 53% di no, mentre in lastratura la percentuale di coloro che hanno
respinto l'accordo è stata leggermente inferiore. A sostegno del sì
invece, oltre agli impiegati, il voto della verniciatura e di coloro che
svolgono in modo continuativo il turno di notte, quello che viene
considerato un privilegio concesso dall'azienda per l'aumento in busta
paga determinato dalle indennità per l'orario di lavoro particolarmente
disagiato.
"Come per tutti i veri cambiamenti la decisione è stata sofferta.
Alla fine hanno vinto le ragioni del lavoro - ha commentato il
segretario generale della Uil, Luigi Angeletti - il sì
all'accordo ci fa vedere con più ottimismo il futuro di Mirafiori e
dell'industria automobilistica nel nostro Paese". E il leader della
Uilm, Rocco Palombella: "Anche i lavoratori, che hanno ritenuto di
comportarsi in modo opposto, da oggi come gli altri saranno tutelati nel
loro lavoro in fabbrica e in quella che sarà la loro prossima azione
sindacale".
Il segretario nazionale della Fiom responsabile del
settore auto, Giorgio Airaudo, ha precisato che "bisogna apprezzare
il grande coraggio e l'onesta di una grandissima parte dei lavoratori di
Mirafiori che hanno detto di no all'accordo. Come gli operai delle linee
di montaggio. Di fatto sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori
sono in gran parte capi e struttura gerarchica".
Con la vittoria del sì "nasce lo stabilimento del futuro":
questo il primo commento del segretario nazionale della Fim Cisl,
Bruno Vitali, che aggiunge: "Ora festeggia Torino, sbaglia chi
pensa che Marchionne va a festeggiare a Detroit. E' il primo referendum
che vinciamo a Mirafiori da quindici anni, ma è il più
importante".
(
15 gennaio 2011
) mattina
Rocco Di Michele- sito webil manifesto.it
15 gennaio
Io non ho paura
Il risultato che il “fronte del no”, prima del voto, avrebbe
sottoscritto senza problemi come una vittoria. Ma che dopo i quattro seggi
del reparto montaggio – i “no” avevano prevalso in modo
decisamente inatteso col 53% – suona come una beffa. Alla fine i “sì”
hanno prevalso solo grazie al voto degli impiegati (421 favore, 20
contro), i meno toccati dall”accordo” nelle condizioni di lavoro.
La conclusione è giunta verso le sette di mattina, dopo una lunga notte
in cui le operazioni sono andate decisamente a rilento anche a causa del
“giallo” della sparizione di 58 schede al seggio numero 8, uno dei
quattro del reparto montaggio. Poi si è visto che in realtà la
commissione elettorale aveva sbagliato al momento della vidimazione delle
schede, timbrandone appunto 58 in più. Questo dato cambia anche quello
sull'affluenza: invece del 96,07% registrato inizialmente, in totale ha
votato il 94,89 degli aventi diritto (5,154 lavoratori).
Dunque, come ha detto a caldo il segretario nazionale della Fiom, Giorgio
Airaudo, «bisogna apprezzare il grande coraggio e l'onesta di una
grandissima parte dei lavoratori di Mirafiori che hanno detto di no
all'accordo. Gli operai delle linee di montaggio hanno detto di no. Di
fatto sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori sono in gran parte
capi e struttura gerarchica».
Come e meglio di Pomigliano (dove i “no” avevano raggiunto un 36%
impensabile all'inizio), il risultato non permette a Marchionne di
prendere cappello e chiudere la fabbrica, ma gli consegna un corpo sociale
che nella sua maggioranza “vera” (gli operai di linea, quelli che
“fanno” la macchina) non è affatto piegato al suo volere e lo ha
detto con forza.
Per poter dare una valutazione seria di questo risultato occore ricordare
che il fronte dei sindacati pro-accordo (Fim Cisl, Uilm, Ugl, Fismic)
aveva prima di ieri il 71% dei voti nelle Rsu, mentre il “fronte del
no” (Fiom, in primo luogo, più Cobas e Usb) soltanto il 29. Si è
quindi verificato un “quasi” perfetto rovesciamento degli equilibri
interni a questa fabbrica, da molti anni dipinta come “rassegnata” e
ormai estranea al conflitto sociale.
Se riguardiamo il film dei giorni scorsi, fino al voto, dobbiamo ricordare
le centinaia di persone, uomini e donne spesso in lacrime, che spiegavano
alle telecamere che avrebbero detto “sì” solo perché messi di fronte
a un ricatto in piena regola, un autentico “o la borsa o la vita”.
Dobbiamo quindi sapere tutti – Marchionne, i “sindacati complici”,
l'inguardabile classe politica di questo paese – che persino in questo
microcosmo di 5.400 persone messe con le spalle al muro non trova
“consenso” autentico uno imbarbarimento delle vite e un annullamento
dei diritti che vuol riportare il lavoro nelle condizioni degli inizi
dell'800.
Di fatto dunque, e non per paradosso, si tratta del risultato peggiore
possibile per i sostenitori di questa “modernizzazione” a rovescio:
dovete fare quel che avete detto, ma sapendo di avere la maggioranza
contro. Qui, nel paese del bunga-bunga e dell'affidarsi a qualche santo.
Da questo dato prende una spinta decisiva anche tutto il movimento che va
preparando lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio:
“vincere è possibile”, come aveva spiegato Maurizio Landini prima del
voto. Bisogna smetterla di farsi inchiodare dalla paura e dal pessimismo
sistematico. In fondo, ci sono già riusciti a Tunisi...
il manifesto 15 gen
TORINO
Affluenza record ai seggi Al reparto montaggio i «no»
partono in testa
Loris Campetti
TORINO
Mirafiori, porta 2, trenta anni dopo. Stesso freddo, stessa nebbiolina
torinese, stesse bandiere rosse, solo i simboli sono cambiati e al posto
dei piccoli fuochi dentro i bidoni di latta ci sono le luci sparate delle
tv. Si aspetta l'esito della partita di ritorno dell'Ottanta (purtroppo ad
un'ora troppo tarda per noi). Dentro la fabbrica più grande e più
illuminata sta iniziando lo spoglio di un referendum che è un ricatto:
vuoi lavorare o vuoi i tuoi diritti? Chi ha votato si l'ha fatto con
rabbia e rassegnazione, per paura di un milionario che scatena il suo odio
di classe contro i più deboli, lui guadagna come tutti i 5.400 operai da
cui vuole braccia, gambe e anima in cambio di una promessa da mercante, un
lavoro che non arriverà perché senza modelli le auto non si vendono. La
Fiat sta andando a picco non per colpa degli operai o della
globalizzazione ma perché a Marchionne sta a cuore solo la Chrysler e il
suo portafoglio. Chi vota no grida il suo orgoglio ai cancelli, ma alle 22
di sera non si capisce ancora nulla degli umori della fabbrica più
imponderabile.
Si conosce solo lo spoglio delle prime 700 schede al montaggio (il 12-23%
del totale): nelle linee di montaggio c'è una prevalenza del no di
sessanta schede, che lascia immaginare un risultato almeno analogo a
quello di Pomigliano, forse migliore. In gioco c'é la sopravvivenza di un
sindacato autonomo dal padrone, l'ultima resistenza a una omologazione
assoluta, in cui il comando di tutto è in una sola mano. In gioco c'è la
dignità delle persone che non vogliono farsi ridurre ad appendice delle
macchine. In gioco ci sono la Costituzione, il contratto nazionale, lo
statuto dei lavoratori. Persino il futuro autonomo e indipendente della
Fiom sta ballando dentro le urne di Mirafiori.
Per tutto il giorno ai cancelli si è affollato quel pezzo di Torino che
rappresenta la memoria della città, mentre operai e operaie entravano e
uscivano dal mostro meccanico, caricati di una responsabilità troppo
pesante per delle spalle già segnate dalla fatica del lavoro vincolato.
Dentro girano le catene di montaggio, fuori i pulmini della Fiom e dell'Usb
mandano musica di lotta. Si aspetta e si spera, non in un miracolo ma in
uno scatto di dignità operaia. Qualcuno piange, i telefonini che
collegano il fuori e il dentro sono roventi. Persino i giornalisti, questa
notte, dopo giorni passati ai cancelli, sembrano un po' più umani. Facile
dire chi manca: manca la politica, dissolta tra le nebbie torinesi. Gli
operai sono soli. Anzi no, un pezzo di città è qui, Mirafiori porta 2.
Forse non ci sarà il plebiscito preteso da Marchionne. Forse un'altra
storia può ancora cominciare. Non sarà la vendetta rispetto alla
sconfitta di trent'anni fa, hanno spremuto Mirafiori, l'hanno quasi
svuotata ma non sono ancora riusciti a mangiarle l'anima.
Dall'implacabile microfono dello Slai-Cobas
rimbomba «Me ne vado in Canada» mentre gli operai del primo turno si
affollano all'uscita, costretti a passare tra due ali di telecamere
schivando una selva di microfoni e giornalisti che chiedono «come ha
votato?». È comunque una pressione meno pesante di quella a cui sono
sottoposti in fabbrica, in questi giorni in cui alla fatica del lavoro
vincolato alla catena di montaggio si aggiungono le sollecitazioni di
capi, capetti, sottocapi e team leaders che devono fare bella figura con i
superiori, e i superiori con il monarca, con una valanga di sì.
È difficile fare previsioni nella fabbrica più imprevedibile. Ascoltate
questa: «Ho votato sì perché non sono libera, ma spero che vincano i no
e la Fiom continui a difendere i miei diritti». O quest'altra: «Ho una
sola libertà in questo posto di merda, la libertà di non dire come ho
votato». Decodificato, ho votato no ma con la telecamera che mi riprende
non posso dirlo sennò il capo mi fa il culo. Terzo commento, che si
trasforma in un no a telecamere spente: «Dovevo scegliere tra essere
ferita e essere uccisa. Ma vinca il sì o vinca il no non vedo un futuro,
delle promesse di Marchionne non mi fido».
La tensione è altissima ai cancelli, chi entra per il secondo turno è
subissato di volantini per il no. Ci sono i militanti della Fiom e quelli
dei Cobas che rappresentano il 22 e il 7% dei carrozzieri. C'è lo
Slai-Cobas che non è presente in fabbrica ma è rumoroso fuori, c'è l'Usb.
Fuori tutti per il no, salvo un paio di eroismi (mal riposti) della Fim.
Nel casino più deflagrante arriva un gruppo di ragazzini guidati da un
professore. È una classe di un liceo il cui nome non si può fare «perché
non si sa mai». Il professore di una materia che non si può dire spiega
che «è giusto far vedere a questi giovani torinesi cosa succede nella
loro città, cose molto gravi». Ma che paese di merda è questo, con le
fabbriche trasformate in caserme e la società civile che ha paura di
esporsi? Comunque, onore a questo professore e a questi ragazzi,
soprattutto ragazze, che commentano arrossendo in viso «fanno bene a far
casino, anche loro hanno una dignità».
Non sono la maggioranza ma sono molti gli operai e le operaie che si
fermano a rispondere ai giornalisti. Soprattutto le operaie, non sarà che
le donne hanno più coraggio, magari il prodotto di una rabbia triplicata
dalla condizione che vivono in fabbrica, in casa, in città? Torino però
è sveglia, aspetta con ansia l'esito di un voto costretto, imposto ai
deboli dai (pre)potenti. Chi non è con noi alla porta 2 telefona per
sapere, con Marco Revelli abbiamo una linea rossa sempre attiva, ascolta e
commenta: «È il fallimento della politica, chi dovrebbe governarci e chi
dovrebbe battersi per un governo migliore non muove un dito per allentare
la tensione di queste persone».
Un politico c'è, a dire la verità. Ex operaio di Mirafiori, ex
parlamentare del Pci o forse di un suo sottoprodotto postumo, ultimo
segretario dei Ds torinesi. Si chiama Rocco La Rizza, ci tiene a dire «se
fossi ancora in fabbrica voterei no. La Fiat ti chiede solo di obbedire,
senza poter discutere e contrattare» e qualcuno che in passato ha
polemizzato con Rocco commenta «che dio ti benedica».
Votano tutti, nel turno di notte oltre il 97% e nel primo turno la
percentuale è analoga. È la partecipazione «spintanea». Entra una
signora, viola nel vestiario e nelle gote perché è «incazzata come un
lupo». Si avvicina a Giorgio Airaudo - lui non sa chi è, certo non una
militante - e si sfoga: «Non ci abbandonate, da 32 anni sono a Mirafiori.
Mi hanno spezzato le braccia alla catena e adesso mi dicono o ti
inginocchi oppure ti butto fuori. Ci siamo fatti un culo così qua dentro,
questo trattamento non ce lo meritiamo. Quelli che ci danno gli ordini e
ci fanno i ricatti al massimo sollevano una penna o un cellulare, io ho
sollevato non so quante migliaia di pezzi di automobile e non sono
disposta a farmi umiliare». Airaudo può solo darle ragione, la speranza
sta nella dignità di donne e uomini come lei che riescono a contagiare i
sindacalisti. Una parola nobile, sindacalista, che vale ormai per pochi, i
pochi che non si piegano perché pensano al futuro e dicono «questo
diktat va rifiutato perché è possibile scrivere un accordo vero».
Un'altra storia è possibile.
Il no si rivendica, il sì si sussurra o si tace. Chi sussurra parla di
mutui, figli, problemi a tirare avanti ma nessuno dice che l'accordo è
giusto. Che se ne farà Marchionne di quei sì? Forse neanche gli
basteranno, perché non saranno l'80% o perché accetta solo i signorsì.
«Ho votato no e torno a casa con la schiena dritta», è ancora una donna
a parlare. Chi esce a testa bassa, e non sono pochi, forse ha la schiena
piegata. Ne sentiamo sola una dire «voto sì perché il futuro è
progresso». Non risponde a chi le domanda «e che cazzo vuol dire?»,
procede sicura, passa il tesserino al tornello ed entra in fabbrica.
Ecco si avanza un ragazzo, «sono l'operaio più giovane di Mirafiori,
l'ultimo assunto quattro anni fa. Ho votato no perché ho 24 anni, sono
diplomato e anche se va male qualcosa da fare lo troverò. Sta messo
peggio chi è più anziano, ha figli disoccupati da mantenere, mutui da
pagare ed è terrorizzato per il futuro».
Alle sei del mattino sono usciti i «pipistrelli», quelli della notte.
Sono i più penalizzati ma si sentono i più fortunati perché guadagnano
2-300 euro più degli altri. «Sono ruffiani e i capi li ripagano
concedendo il visto a buttar sangue di notte alla catena». In molti
escono a testa bassa, che vorrà dire? Dita incrociate, gesti tipici
maschili di scaramanzia, tanta ansia. Certo, questo non è un voto ma un
ricatto; certo, i sì strappati valgono niente; però il risultato di
questa prepotenza, l'ennesima, la più grave, è veramente importante per
misurale il tasso di coraggio di questo mondo antico, «un mondo senza il
quale non si riparte», commenta Marco Revelli.
E se Marchionne se ne va? E se la politica resta muta e subalterna? «Marchionne
se può anche andare in Canada, il lavoro resta qua. Magari con un altro
padrone. Noi sappiamo far macchine, c'è qualcuno che ce le voglia far
costruire?».
Cgil alla resa dei conti oggi pesa l'ultimo
voto
Al direttivo la linea Landini contro quella di
Camusso
Antonio Sciotto
Direttivo teso, quello che si svolgerà oggi in Cgil,
convocato di sabato proprio per giocare a caldo i numeri usciti questa
notte da Mirafiori. Cifre che non conosciamo ancora alla chiusura del
nostro giornale. Molto attese: una vittoria del sì sarebbe un viatico per
mettere a regola la Fiom, finora unica categoria «ribelle» della
confederazione, con il suo no deciso alla firma, fino all'ultimo, contro
la linea più morbida preferita dalla segreteria Cgil. Susanna Camusso ha
più volte ribadito che se dovessero vincere i sì bisognerebbe comunque
tenerne conto, per rimanere in fabbrica e non essere esclusi dalle
rappresentanze sindacali, come prevede l'accordo (si era parlato anche di
apporre una «firma tecnica», proposta però mai ufficializzata dalla
Cgil). Se dovessero vincere i no, come sembrava profilarsi ieri dai primi
scrutini, o raggiungere comunque una entità ragguardevole (almeno
superiore al 36% di Pomigliano), allora questa «resa dei conti» sarebbe
certamente impossibile.
Inutile fare previsioni, tantopiù che quando leggerete questo articolo
l'esito del voto sarà già stato reso pubblico. Vale la pena, però,
proprio in vista del Direttivo, ricordare gli opposti «schieramenti» che
si contrapporranno oggi in Corso d'Italia. Innanzitutto, come sappiamo, in
Fiom è ampiamente maggioritaria la linea del leader Maurizio Landini, con
una minoranza guidata da Fausto Durante che ha sempre sostenuto (lui più
esplicitamente della segreteria Cgil) la necessità di una firma tecnica.
All'assemblea delle camere del lavoro di Chianciano della settimana
scorsa, Durante propose di far firmare l'accordo alle sole Rsu, avendone
loro la titolarità, anche contro il parere della Fiom nazionale. Proposta
al momento «tenuta bassa», anche perché i delegati torinesi stanno
perlopiù con Landini, tanto che alcuni hanno formato un comitato del no.
Notorio anche che la minoranza «La Cgil che vogliamo», portavoce Gianni
Rinaldini (ex leader Fiom), e tra gli esponenti Carlo Podda e Giorgio
Cremaschi, sia tra i più attivi sostenitori della linea Fiom: d'altra
parte l'area critica Cgil ha una base fortissima proprio tra i
metalmeccanici della Fiom.
Ancora, la Cgil dell'Emilia Romagna è molto propensa ad appoggiare
Landini: anche qui la «Cgil che vogliamo» ha ottimi numeri, e d'altra
parte una esplicita uscita pro-Fiom l'ha fatta Antonio Mattioli, che della
Cgil emiliana è segretario generale (e non è una regione che conti poco
nella geografia Cgil e dello stesso centrosinistra).
Ma è anche, e soprattutto, lo sciopero indetto dalla Fiom per il 28
gennaio a catalizzare adesioni e importanti endorsement. Innanzitutto la
grossa e potente categoria dei pensionati, lo Spi Cgil, guidato da Carla
Cantone (da soli fanno la metà degli iscritti Cgil), che ha annunciato la
«partecipazione e il sostegno» alla protesta della Fiom. Ma poi, a
ruota, il comparto più numeroso dei lavoratori attivi, i pubblici della
Fp Cgil, guidati da Rossana Dettori, ha comunicato che sarà in piazza a
Bologna con la Fiom il 27 gennaio, e accanto ai metalmeccanici per lo stop
del 28.
Solidarietà ai meccanici, con l'invito a studenti e ricercatori a fare
proprie le ragioni degli operai, anche dal segretario Flc Mimmo Pantaleo.
Dalla Slc (telecomunicazioni) parla il segretario nazionale Alessandro
Genovesi, della «Cgil che vogliamo», che chiede «una discussione dentro
la Cgil senza rinchiudersi in facili recinti, burocratismi o dissapori
personali». Così una lettera di solidarietà ai delegati di Mirafiori e
alla Fiom è arrivata ieri dai delegati Filctem Cgil della Glaxo di
Verona.
Più vicini alla linea della segreteria Camusso si sono invece espressi i
segretari di Flai, Fillea e Cgil Lazio, Stefania Crogi, Walter Schiavella
e Claudio Di Berardino, che in una lettera congiunta spiegano che «la
strada del conflitto non può essere l'unica» e che «bisogna conservare
la presenza nei luoghi di lavoro». Analoga posizione l'ha presa il
segretario Fisac (bancari) Agostino Megale, secondo cui «in una
democrazia normale l'esito del voto deve valere sempre, anche per la Fiom».
ENTI CENTRALI Solidali con le Carrozzerie
Quell'«altra Fiat» che non va ai seggi
Orsola Casagrande
TORINO
A volantinare davanti alla Porta 2 delle carrozzerie ci sono gli operai
Fiat che non sono stati coinvolti nel referendum voluto dall'azienda. Uno
dei paradossi di questo referendum infatti è questo: se è vero che gli
investimenti di cui parla l'accordo Fiat riguardano solo le carrozzerie è
altrettanto vero che per molti operai questo indica la volontà
dell'azienda di trattare come corpi separati un unico corpo che è lo
stabilimento di Mirafiori. Per questo c'è preoccupazione, paura. «Ti
prende lo stomaco», dice Raffaele Maiorano, rsu Itca. I sentimenti di
tutti li riassume Tito Gallo, rsu Fiom alle presse. «La preoccupazione
nostra alle presse è a partire da domani (oggi ndr). Che cosa ha in mente
Fiat? Perché è chiaro - aggiunge - che senza investimenti, e per ora per
le presse non se ne parla, non c'è futuro». A Gallo fa eco Enzo Tripodi
delegato Fiom agli Enti Centrali. «Viviamo questo referendum - dice -
come una nostra lotta. La discussione di Fiat è monca, non si può solo
discutere delle carrozzerie. Questo è un sito che ha 15 mila dipendenti.
Fiat non dice che cosa vuol fare con la progettazione, e noi sappiamo che
ormai questo è uno stabilimento con due teste che progettano, una a
Torino e una a Detroit».
A Torino agli Enti Centrali lavorano 5000 persone, come alle carrozzerie e
come negli Usa. «Quando abbiamo chiesto di sapere che piano ha Fiat per
tutto lo stabilimento - dice Tripodi - non ci è stato risposto. I
progetti qui a Torino sono pochi e molti arrivano già precotti dagli
Usa». Agli Enti Centrali si aspetta l'annuncio di cassa integrazione.
«La prossima settimana - dice Tripodi - temiamo verrà annunciata nuova
cassa, che riguarderà qualcosa come 2000 persone. Naturalmente Fiat
aspetta di annunciare la cassa dopo il referendum». Che ci sarà nuova
cassa Tripodi lo dà per scontato, anche perché «Fiat a inizio anno si
è rifiutata di rifare l'accordo di aprile 2010 per il contenimento della
cassa». Con quell'accordo le persone interessate alla cig non potevano
essere più del 50%. Adesso non si sa. Cassa integrazione è la norma
anche alle presse, dove ormai la cig ordinaria è agli sgoccioli. Fin qui
si sono fatti turni variabili. Una settimana si lavora tutti, una
settimana due giorni e tre si sta a casa. «Ma è chiaro - dice Gallo -
che noi stiamo in una sorta di limbo, con l'azienda che si rifiuta di
dirci se ci saranno investimenti per le presse o meno».
Raffaele Maiorano, lavora alla Itca (400 dipendenti) da 27 anni. È
davanti alla Porta 22 di Mirafiori. «Siamo Fiat a tutti gli effetti -
dice - ma l'azienda non ci fa votare. Siamo solidali con i nostri compagni
delle Carrozzerie e incazzati e delusi con i sindacati che hanno firmato
l'accordo e anche con la politica che dovrebbe stare dalla nostra parte e
invece ci ha lasciati soli». Che il referendum sia un ricatto è chiaro.
C'è solidarietà con i lavoratori delle Carrozzerie. «Hanno una
responsabilità enorme - dice Maiorano - e capisco quando dicono che
voterebbero no ma per i loro figli sono costretti a votare sì. Ecco, io
però dico che proprio per i loro figli dovrebbero votare no». Che le
Carrozzerie siano una sorta di prova generale per il resto dello
stabilimento, se vincerà il sì, lo pensano tutti. «Ci chiediamo - dice
Maiorano - quando toccherà a noi? Perché è chiaro che dopo le
Carrozzerie si andranno a colpire gli altri pezzi dello stabilimento».
Preoccupati anche gli operai della Bertone. Sono in 1100, ormai in cassa
integrazione da cinque anni. Nel luglio del 2009 sono stati comprati da
Fiat. «Con un accordo - dice Pino Viola, rsu Fiom - che prevedeva una
produzione di vetture di alta gamma, due anni di cassa con il rientro
degli ultimi operai entro l'ultimo trimestre del 2011. Ma noi non ci
crediamo». Anche perché anche qui come nel resto degli stabilimenti
Fiat, non si sa che intenzioni ha l'azienda. «Ancora non sappiamo - dice
Viola - quali saranno i modelli da produrre. Stanno ancora finendo di
rottamare i vecchi impianti». Cataldo Ballistrieri di Powertrain aggiunge
che mai si era vista una cosa simile. «I capi che fanno le assemblee -
dice - i lavoratori hanno paura. Questo referendum è illegittimo, un
ricatto che Fiat vorrebbe fare anche a noi».
INDUSTRIALI Le conseguenze del «modello Fiat»
su Confindustria
Chi esce e chi deroga. Effetto Lingotto in corso da
Fincantieri a Marcegaglia
Tommaso De Berlanga
Che succede in Confindustria? La sortita di Sergio
Marchionne rischia di mettere in moto la famosa slavina, che arrivando a
valle non lascerebbe intatta neppure l'associazione degli industriali: a
che servirebbe infatti un «sindacato delle imprese» se non ci sono più
trattative per i contratti nazionali di lavoro? Al massimo sarebbero
sufficienti dei «cenacoli» locali, per consentire agliimprenditori di
una zona di scambiarsi informazioni e consigli su come risolvere i
problemi con le rispettive manodopera. La newco per le carrozzerie di
Mirafiori non aderirà a Confindustria per esser libera di applicare un
contratto aziendale (pardon, di reparto) totalmente svincolato dagli
accordi siglati a livello nazionale tra le parti sociali. Ovviamente molto
più «performante» per l'impresa Fiat. Perché mai gli altri
imprenditori non dovrebbero desiderare la stessa libertà? In fondo
Maurizio Sacconi, ministro del welfare, ha già reso nota la sua bozza di
«Statuto dei lavori» che lascia totale campo libero alle «intese tra le
parti», anche in deroga alle leggi esistenti. Non fa berlusconianamente
una grinza: ogni «privato» deve potersi librare - come lui - al di sopra
delle pastoie della giustizia.
L'unico problema sembra perciò rappresentato da Confindustria, destinata
in quest'ottica a deperire come qualsiasi altra struttura «burocratica e
centralista». Non è un problema filosofico, quanto di prosaiche quote di
iscrizione, non esattamente «popolari».
Si è già visto qualcosa del genere il mese scorso, quando Giuseppe Bono,
a.d. di Fincantieri, ha sospeso il versamento delle quote relative alle
sezioni di Genova (340mila euro) e Gorizia. In quel caso era stato negato
l'«effetto Marchionne», relegando la decisione a esempio di beghe locali
(il nuovo presidente dell'Unione industriali ligure non avrebbe lasciato
neppure un posto di vicepresidente per gli uomini di Bono, che pure ne
aveva sostenuto l'elezione). Se anche fosse vero, non si tratterebbe certo
di una dimostrazione di solidità dei rapporti fra gli associati.
Ma dall'Unione industriali di Torino - come rivelato dall'ex sindaco Diego
Novelli su questo giornale - arrivano notizie «attendibili».
Confindustria sarebbe stata «tranquillizzata» dalla Fiat: completata
l'operazione «Fabbrica Italia», con l'estensione del «modello
Pomigliano peggiorato» a tutto il settore auto, il Lingotto rientrerà
nell'associazione. Naturalmente, Federmeccanica dovrebbe usare il tempo
per far passare il «metodo Marchionne» nell'intero settore
metalmeccanico. A conferma della buona volontà, Fiat continuerà comunque
a versare le quote associative.
Altri indizi sostanziali di questo mutamento epocale vengono direttamente
dal gruppo Marcegaglia. Nei suoi stabilimenti dovrebbe assumere in pianta
stabile circa 250 precari. Sembra una notizia in controtendenza. In
realtà, però, l'azienda vorrebbe che questa assunzioni - ormai
obbligatorie per legge - venissero effettuate «in deroga» al contratto
nazionale. «I neoassunti dovrebbero lavorare a ciclo continuo, quindi sia
di sabato sia di domenica, con 26 ore di straordinario al mese», dice
Mirco Rota, segretario Fiom Lombardia; «e agli apprendisti non verranno
pagati i premi di risultato e di produzione per un valore di circa 400
euro al mese». Altri ancora «verrà inserita in regimi di orario diversi
con retribuzioni di poco superiori a quelle previste dal contratto
collettivo nazionale, cioè poco più di 1.000 euro al mese». Prove
tecniche, insomma, per rendere concreta l'era del «dopo Cristo»
disegnata da Marchionne.
Mirafiori, è la notte della verità
Affluenza record al referendum-lastampa.it
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| Fotografi ed operatori tv all'esterno della
porta 2 di Mirafiori
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MULTIMEDIA
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Sacconi: no sarebbe irreversibile
TORINO
Affluenza record alle urne delle carrozzerie di Mirafiori per il
referendum sull’accordo per il rilancio dello stabilimento Fiat: ha
votato oltre il 95% dei lavoratori presenti superando così la già
altissima affluenza che si era registrata per il voto l’accordo di
Pomigliano di quest’estate.
Le urne si sono chiuse alle 19.30, i risultati sono attesi in tarda
serata. Prosegue intanto la polemica tra i sostenitori del sì e quelli
del no sul futuro dello stabilimento. Il ministro del Lavoro Maurizio
Sacconi si è detto convinto che con la vittoria del no la situazione
sarebbe «sostanzialmente irreversibile il giorno dopo» con il rischio
di perdere un investimento «decisivo per l’intera filiera dell’auto
italiana».
Sul risultato del voto regna l’incertezza anche se prevale la fiducia
su un risultato positivo. «Penso che vinceranno i sì con percentuale
piuttosto elevata e che quindi vincerà il buonsenso» - ha detto questa
mattina il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi mentre in quella
parte del sindacato che ha firmato l’accordo (Fim,Uilm, Fismic e Ugl
mentre Fiom e Cobas hanno detto no) c’è ottimismo sulla vittoria del
sì ma non ci si sbilancia sulle percentuali. «I lavoratori che
voteranno "sì", che sono fiducioso saranno la maggioranza,
non solo voteranno con la schiena dritta al pari degli altri ma daranno
prova di buonsenso e di avere sale nella zucca», ha detto il numero uno
della Fim, Giuseppe Farina rispondendo alle dichiarazioni di Luigi de
Magistris (Idv) di «autocertificazione di schiavitù».
«È un referendum importante - ha detto il leader della Uilm Rocco
Palombella - ma dal risultato incerto. Sono comunque fiducioso che la
maggioranza dei lavoratori voterà si. Non credo la percentuale sia
molto ampia». «Sul risultato - dice il numero uno della Fismic,
Roberto di Maulo - sono fiducioso che i lavoratori di Mirafiori anche
questa volta avranno la lucidità e la maturità di difendere il proprio
posto di lavoro». L’alta partecipazione al referendum secondo il
segretario nazionale Ugl Antonio d’Anolfo - è il «segnale del fatto
che i dipendenti di Mirafiori hanno capito l’importanza di esprimersi
su un accordo che garantirà loro stabilità e occupazione». «L’unico
dato che abbiamo è una affluenza significativa, assolutamente
prevedibile - dice il segretario Fiom di Torino Federico Bellono - c’e
una pressione fortissima sulle persone. Non avremmo dubbi sulla vittoria
del no all’accordo se si trattasse di un referendum libero. Pensiamo
che in tutti i casi, sia di vittoria di sì che del no non sarà un
plebiscito».
Comunque andrà il referendum la Cgil si augura che le modalità che
propone la Fiat non si diffondano: «Le ipotesi e le modalità che
propone la Fiat - ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna
Camusso - non fanno parte della cultura di questo Paese e non devono
diffondersi. Se l’accordo Fiat è moderno - ha detto ancora - ben
venga la conservazione perch‚ dentro quell’accordo non c’è
nessuna modernità, c’è l’idea antica del comando autoritario e del
rapporto puramente gerarchico tra il lavoratore e l’impresa».
14 gen sera
Referendum di Mirafiori
Fiat: una scelta cruciale per il Paese
Davide Rosso- riforma.it
Mentre, dopo la cassa integrazione, è ripartita dal
10 gennaio la produzione, negli stabilimenti della Fiat Mirafiori la
settimana che stiamo vivendo si presenta sicuramente intensa. Per fare
il punto sul clima che si sta vivendo in questi giorni che precedono
il referendum sull’accordo sottoscritto dall’azienda torinese e da
Fim, Uilm Fismic e Ugl (ma non dalla Fiom-Cgil), basta percorrere il
calendario degli appuntamenti.
Si è cominciato il 9 gennaio con l’incontro
tra i vertici di Fiom e Cgil a Roma, proseguito il 10 con il
volantinaggio di fronte ai cancelli di Mirafiori sia dei sostenitori
del no sia dei sostenitori del sì al referendum. Martedì 11 invece
vi sarà a Torino un’incontro Fiat-sindacati (compresa la Fiom) sui
permessi sindacali e a Chianciano l’assemblea delle Camere del
Lavoro Cgil sulla contrattazione sociale e territoriale. Il 13 e 14
l’attenzione è nuovamente per Torino, dove si svolgerà il
referendum sull’accordo. Gli appuntamenti proseguiranno poi per la
Fim-Cisl con l’incontro del 19-21, in cui l’esecutivo del
sindacato discuterà di «situazione Fiat», e per la Fiom il 28
gennaio, con lo sciopero generale proclamato «contro l’accordo».
Il 12 a Torino si terrà anche una fiaccolata
organizzata ancora dalla Fiom, a cui parteciperà tra gli altri anche
Paolo Flores D’Arcais, direttore di Micromega, che porterà «la sua
solidarietà alla Fiom» dopo aver lanciato sul sito della rivista un
appello a favore «delle tute blu della Cgil» insieme a Andrea
Camilleri e Margherita Hack, appello che ha raggiunto le 40.000
adesioni.
Ma perché tanto fermento? La domanda potrebbe
sembrare retorica, e la risposta scontata: «perché si sta parlando
del posto di lavoro di migliaia di persone». Ma a leggere i vari
documenti che stanno circolando non pare essere tutto così ovvio.
Vale la pena, per esempio, dare una scorsa alla lettera aperta alla
Fiat diffusa recentemente, che ha come primi firmatari una quarantina
di economisti italiani. In essa si evidenzia come «il conflitto
Fiat-Fiom scoppiato sul progetto per lo stabilimento di Mirafiori –
che segue l’analoga vicenda per lo stabilimento di Pomigliano
d’Arco – sia importante per il futuro economico e sociale del
paese». I fatti, per gli economisti, ci dicono che nel 2009 la Fiat
ha prodotto 650.000 auto in Italia, appena un terzo di quelle
realizzate nel 1990, e «che spende per investimenti produttivi e per
ricerca e sviluppo quote di fatturato inferiori a quelle dei suoi
principali concorrenti europei». Negli ultimi anni la Fiat non ha
introdotto nuovi modelli e la sua quota di mercato in Europa è scesa
al 6,7%. «Al tempo stesso, tuttavia, nel terzo trimestre del 2010 la
Fiat guida la classifica di redditività per gli azionisti, con un
ritorno sul capitale del 33%. La recente divisione tra Fiat Auto e
Fiat Industrial e l’interesse a acquisire una quota di maggioranza
nella Chrysler segnalano che le priorità della Fiat sono sempre più
orientate verso la dimensione finanziaria, a cui potrebbe essere
sacrificata in futuro la produzione in Italia e la stessa proprietà
degli stabilimenti».
A fare le spese di questa gestione, a parere
degli economisti, sono stati soprattutto i lavoratori scesi da 74.000
a 54.000 addetti: di questi, poi, appena 22.000 lavorano in Italia.
Nella lettera si chiede «una politica industriale da parte del
governo che non si limiti agli incentivi per la rottamazione, ma
definisca la direzione dell’innovazione e degli investimenti verso
produzioni sostenibili e di qualità; le condizioni per mercati più
efficienti; l’integrazione con le politiche della ricerca, del
lavoro, della domanda. Su tutti questi temi è necessario un
confronto, un negoziato e un accordo con i sindacati che rappresentano
i lavoratori».
Di parere ovviamente differente sono alla
Fim-Cisl, in particolare Giuseppe Farina, segretario generale del
sindacato, che definisce il referendum di Mirafiori «una speranza».
«I lavoratori – per Farina – dicendo sì potranno scegliere per
se stessi e per l’intera comunità torinese un futuro più sereno
fatto di lavoro e di maggiore retribuzione. Allo stesso modo è nelle
loro mani la possibilità di dimostrare che nel nostro paese è ancora
conveniente investire. I lavoratori saranno chiamati a lavorare con
maggiore intensità e le nuove condizioni di lavoro previste
comporteranno per molti un cambio di abitudini e ritmi di vita.
Eravamo consapevoli di tutto ciò firmando l’accordo. C’era
tuttavia altrettanta consapevolezza che nessun diritto sarebbe stato
toccato e che senza l’accordo parlare di condizioni di lavoro e
diritti da conservare sarebbe stato del tutto inutile». Per Farina
l’alleanza con Chrysler e il progetto Fabbrica Italia «è la sola e
forse l’ultima opportunità dell’industria dell’auto del nostro
paese». Quindi per Farina, nessun ricatto (come dice la Fiom) «ma
scelta per il futuro».
Su queste posizioni a favore o contro – non
all’accordo ma alle scelte di politica industriale – che stanno
dietro a esso si sta spaccando anche la politica locale e nazionale, e
intanto il 13 e 14 gennaio i lavoratori dovranno scegliere se dire sì
o no all’accordo. Un accordo che parla tra l’altro di assenteismo
che dovrà essere inferiore al 3%; di lavoro straordinario portato da
contratto a 120 ore obbligatorie; di riduzione delle pause di 10
minuti e di spostamento della mensa a fine turno; di aumenti di 0,177
euro all’ora; di una nuova organizzazione dei turni con la
possibilità di 18 turni o di 12 turni su 6 giorni con turni di 10 ore
per 4 giorni e 2 di riposo. Il tutto, ovviamente, fuori dal Contratto
nazionale dei metalmeccanici.
Una scelta difficile, quella degli operai di
Mirafiori. Una scelta che rischia di segnare una svolta fondamentale
per il Paese.
(14 gennaio 2011)
«Non c'è democrazia senza
controllo ed equilibrio tra le istituzioni»
di Guido Caldiron
su Liberazione del
14/01/2011
Intervista a Nadia Urbinati,
docente di Teoria politica alla Columbia University, politologa
Docente di Teoria politica alla
Columbia University, Nadia Urbinati è una delle maggiori politologhe
italiane, autrice di molti studi e ricerce, ha pubblicato recentemente per
Donzelli il saggio Democrazia rappresentativa. Sovranità e controllo dei
poteri (pp. 248, euro 23,50), in cui spiega come la democrazia
rappresentativa non sia una sorta di "ripiego" rispetto al
modello ideale di democrazia diretta, bensì una forma originale di
governo democratico che è peculiare della società moderna e nella quale
forme di partecipazione diretta e forme di politica rappresentata si
integrano in maniera articolata e ricca. La rappresentanza è, dunque, una
forma complessa di partecipazione, un processo politico che genera e si
sostiene su un continuo flusso di influenza, controllo e comunicazione tra
cittadini e rappresentanti.
Da destra si denuncia il ruolo "politico" della Consulta: ma
quale funzione assolve questa istituzione nella nostra democrazia?
La Corte Costituzionale controlla che le leggi siano sempre d'accordo con
il testo della Costituzione e rappresenta una delle istituzioni poste a
garanzia del nostro sistema democratico. Nel costituzialismo moderno le
istituzioni hanno un ruolo chiave. Per questa via si garantisce
l'affermazione della sovranità popolare attraverso istituzioni che
possano rendere sicura questa espressione. C'è un modo di dire tra gli
studiosi che spiega con una battuta questa funzione: le Costituzioni sono
come le regole fatte da Tizio quando è sobrio pensando che domani, o
prima o poi, potrebbe non essere più sobrio. In altre parole, le
istituzioni servono a un popolo che vuole proteggere se stesso e le sue
libertà dagli errori che lui stesso può sempre compiere.
Tra le soluzioni a quella che appare come la crisi della nostra
democrazia, nel suo libro lei indica la necessità di un "surplus di
politica": è nella partecipazione il vero antidoto?
La democrazia rappresentativa, che non è racchiudibile solo
nell'espressione del voto popolare, vive solo se c'è un rapporto continuo
con il mondo attivo della società, vale a dire le associazioni, i
partiti, i singoli cittadini - attraverso petizioni, referendum, leggi di
iniziativa popolare. Il fatto è che con la crisi dei vecchi partiti
ideologici, si avverte anche il declino di questo dialogo tra le
istituzioni e i cittadini, con il rischio che chi anima le istituzioni si
ritrovi a giocare un ruolo pressoché assoluto nel gioco democratico. Per
evitare questo rischio si dovrebbe intervenire sia modificando le leggi
che lavorando a una ripresa delle forme associative di tipo politico.
Quale la sfida che il populismo pone in questo contesto?
I populismi sono l'equivalente per le democrazie rappresentative odierne
di ciò che hanno rappresentato le tirannie per le democrazie antiche. Il
populismo propone un azzeramento della rappresentanza perché indica
un'autoaffermazione di rappresentatività di chi è leader che si proclama
"espressione dell'intero popolo" indipendentemente dall'esito
elettorale. L'uso continuo dei sondaggi per calibrare di volta in volta
l'attività dei politici, serve proprio a questo: si dice di fare
riferimento all'opinione dei cittadini, ma in realtà si tratta di
"un'opinione" che molto spesso viene manipolata o piegata ai
propri fini per potersene poi dichiarare i pieni rappresentanti.
Fiat, solidarietà
dall'Europa alle tute blu
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del
14/01/2011
I metalmeccanici francesi
sono pronti a sostenere lo sciopero del 28 gennaio
Andare «avanti per il bene» del
Paese. Sergio Marchionne, dopo l'ok del presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi la butta in chiave nazionalista. Al Governo, però, dell'automotive
non gliene importa un fico secco.
Nonostante questo clima, però, il "paese reale" per la prima
volta nel pieno dell'abbuffata edonista di stampo berlusconiano ha avuto
modo di accorgersi che c'è un pezzo che suda e soffre sulle linee di
produzione. E domani si accorgerà, dovesse passare il "Sì",
che esistono le "fabbriche-caserme", come ha definito la Fiat,
ieri, la segretaria della Cgil Susanna Camusso.
La vicenda Fiat ha attirato l'interesse anche dei sindacati europei.
La proposta di Marchionne «è totalmente inaccettabile», dichiara il
consigliere federale della Cgt Mètallurgie, Patrick Correa. «Appoggiamo
la Fiom in questa azione contro un accordo che sferra un attacco
fondamentale al diritto sindacale, alla contrattazione collettiva e alla
carta sociale». La Cgt Mètallurgie aderisce allo sciopero generale del
28 gennaio indetto dalla Fiom e alle manifestazioni che si svolgeranno in
quell'occasione. La Cgt guarda «con molta attenzione» a questa vicenda,
che rappresenta un «cattivo segnale inviato a livello europeo». Da parte
della Fiat, aggiunge Correa, «si tratta di un ricatto fatto ai lavoratori
che peggiora le condizioni di lavoro e riduce il peso dei sindacati. È un
cattivo segnale inviato dalla Fiat e temiamo che possa estendersi altrove,
anche se la situazione sindacale in Italia non è la stessa rispetto agli
altri paesi europei». In Francia e in Europa, infatti, sottolinea il
sindacalista metalmeccanico della Cgt, «c'è più unità sindacale:
Berlusconi e Marchionne hanno rotto questa unità sindacale in Italia».
«Un attacco delle dimensioni di quello sferrato dalla Fiat in Italia in
Francia e in Europa -sottolinea Correa- ancora non si avverte, anche se
assistiamo da parte delle imprese a reazioni sempre più dure. In Francia
nel corso delle ultime mobilitazioni rappresentanti sindacali sono stati
sanzionati per aver scioperato e per noi questo dimostra solo la debolezza
del padronato». Per il sindacato delle tute blu francesi, servirebbero
nuove iniziative a livello europeo come la mobilitazione dei sindacati
europei del 29 settembre scorso a Bruxelles contro le politiche di
bilancio. «Con la crisi c'è stato una specie di ripiegamento nazionale
mentre la riposta dovrebbe essere non solo nazionale ma anche a livello
europeo. In Europa -in Spagna, in Francia, in Grecia, in Portogallo e in
Germania- stiamo assistendo ad una moltiplicazione dei conflitti. Sarebbe
auspicabile una convergenza dei sindacati».
E la Ces che dice? Nulla. Il segretario generale John Monks si limita ad
osservare accordi come quello di Mirafiori, che introducono più
flessibilità nel lavoro, «a volte funzionano, a volte no». La vicenda
assomiglia a tante altre in giro per l'Europa. «È una storia che in
Inghilterra conosciamo molto bene - ha spiegato - avendola vissuta più
volte negli ultimi 20 anni». Senza entrare nel merito delle polemiche che
in Italia hanno diviso i sindacati, Monks ha commentato solo le parole
dell'ad di Fiat, Sergio Marchionne, che ha minacciato di lasciare l'Italia
se al referendum vincerà il "no": «È quello che pensano tutte
le imprese in Europa, non solo la Fiat», ha tagliato corto.
A ricordare che contro la minaccia di portare la Fiat all'estero si può
opporre la Costituzione è Publio Fiori, ex ministro e oggi leader della
Federazione dei democratici cristiani. «La delocalizzazione della più
importante industria italiana (che fra l'altro ha usufruito di
notevolissimi aiuti pubblici) è contraria all'interesse nazionale. E gli
Art. 42 e 43 della Costituzione ne consentono l'espropriazione».
Il metodo argentino di
Marchionne. In fabbrica paura e sfruttamento
di Lorena Capogrossi*,
Elisabetta Della Corte**, Paolo Caputo**
su Liberazione del
14/01/2011
Alla Fiat di Cordoba 12 ore
di lavoro per 6 giorni alla settimana. Per gli operai pressioni, fatica,
straordinari, malanni e punizioni
Non si uccidono così anche i
cavalli? E' un film di Sidney Pollack del 1969. Nell'America in crisi
degli anni '30 un gruppo di persone, costrette a fare di tutto per vivere,
partecipa ad una maratona di ballo in vista di un premio in soldi. Ballare
per ore e ore, muoversi melanconicamente per necessità fino allo
sfinimento; alcuni dopo ore si ritirano, altri stramazzano al suolo. Da
qui la domanda: non si uccidono così anche i cavalli? Pensate ora ad un
operaio Fiat argentino, costretto a lavorare anche per dodici ore al
giorno, per sei giorni a settimana, con i tendini infiammati, la schiena a
pezzi e lacrime che scorrono giù lungo il viso per il dolore. Ma non si
uccidono così anche i cavalli? Veniamo al caso italiano, al nuovo
contratto Fiat per gli operai di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, e
alle analogie e differenze con il caso argentino. Marchionne ha in testa
un modello di governabilità del tipo "obbedire per competere",
che somiglia molto a quello argentino, e lo ha imposto di forza anche in
Italia con la compiacenza di Cisl e Uil. Fuori dai piedi, quindi, i vecchi
diritti, con l'imposizione della mordacchia per la riluttante Fiom; e via
libera alla flessibilità spazio-temporale e al disciplinamento stretto
degli operai. In tempo di crisi, anche se la Fiat ha infilzato all'amo un
piccolo investimento di 700 milioni di euro, non pochi sono disposti ad
abboccare. E dal momento che il manager fa bene il suo lavoro, e sa che,
minacciando di spostare la produzione verso nuovi "paradisi"
dello sfruttamento, avrà più possibilità di imporre ciò che vuole ad
un'italietta sempre pronta a genuflettersi ai piedi di un imprenditore
globale, non c'è da meravigliarsi dei risultati dei referendum. L'operaio
ideale che dovrebbe uscire dalla disciplina Marchionne dovrà parzialmente
rinunciare al diritto di sciopero, accettare turni di lavoro umanamente
insostenibili e straordinari sotto il ricatto di punizioni e
licenziamenti, come già accade in Argentina. A differenza dell'Italia, lì,
però, gli operai sono pagati con un salario che per la realtà Argentina
è alto: circa 4000 pesos è quello base (un maestro ne guadagna quasi
3000) che con gli straordinari arriva a circa 7000, quasi 1400 euro.
Tuttavia, quel salario, ha un costo umano enorme; a spiegarcelo sono gli
stessi operai Fiat di Cordoba: anche se il contratto prevede otto ore
giornaliere, con due pause da 15 minuti a cui si sommano i trenta della
mensa a fine turno, gli straordinari sono diventati di ordinaria
amministrazione. Lo straordinario, secondo quanto stipula il contratto
collettivo di lavoro e la legge laboral vigente, sono opzionali. Però in
pratica si utilizzano sottili meccanismi di pressione che obbligano i
lavoratori a sottomettersi a giornate di lavoro prolungate. In questo modo
si viene inghiottiti dalla fabbrica alle sei del mattino e se ne esce dopo
12 ore; poi il tempo di tornare a casa, cenare e via a dormire, ogni
giorno per sei giorni a settimana. Dopo un po' di tempo iniziano i malanni
fisici anche nel caso di operai giovani; sicché molti sono quelli che,
nonostante i dolori lancinanti, non lasciano la linea per paura di perdere
il posto. Salario e miedo (paura) sono i termini che più di frequente
ritornano nelle interviste con gli operai Fiat di Cordoba, li usano per
spiegare le ragioni per cui accettano quelle condizioni di lavoro. E'
necessario tenere presente che l'esperienza degli anni '90 ha lasciato la
sua impronta nella memoria collettiva dei lavoratori. Con livelli di
disoccupazione che superavano il 13% della Pea (Popolazione economicamente
attiva) nel 1999 e la pauperizzazione crescente di milioni di lavoratori,
il miedo, la paura, diventò un'arma fondamentale del capitale per imporre
le sue condizioni di sfruttamento. Anche così, oggi, nonostante il peso
di quel passato e l'aggiunta di incentivi per favorire la fidelizzazione
all'impresa, quel regime di prestazione psico-fisica, fatto di attenzione
e forza fisica, che sfiancherebbe anche un giocatore di rugby, fa sì che
il controllo della forza-lavoro vacilli di frequente. Quasi ogni mese,
spiega un operaio, la politica del "miedo" viene ribadita con le
punizioni esemplari, ovvero, i licenziamenti utili non solo per
allontanare le "pecore nere" ma anche per riportare alla docilità
gli altri operai. I licenziati, però, non devono comparire come tali ma
come dimissionari, perché la Fiat, nell'accordo siglato con il governo di
Cordoba - in base alla legge 9727 del programma di promozione e sviluppo
industriale della provincia - si impegnava a non licenziare in cambio di
consistenti agevolazioni, come, ad esempio, un forte sconto sul costo
dell'energia elettrica. Fatta la legge trovato l'inganno: gli operai vanno
via, nella maggior parte dei casi, con un foglio di dimissioni e un po' di
soldi in tasca, una sorta di incentivo all'uscita. Ma cerchiamo di capire
come si è arrivati a questo e quali altre similitudini presenta il caso
argentino con quello italiano. Nei primi anni '90, in Argentina, sempre in
tempo di crisi, così come in Italia oggi, si mandarono al macero una
parte dei diritti sul lavoro per attrarre gli insediamenti delle
multinazionali favorendo le contrattazioni di secondo livello, quelle
aziendali. Da lì in poi le multinazionali dell'auto Fiat, Peugeot,
Volkswagen, hanno potuto fare a Cordoba il bello e il cattivo tempo,
ognuna con il suo contratto e con un solo sindacato (Smata), che registra
molti tesserati ma pochi consensi. Anche in Argentina in quegli anni
prevalse il discorso sull'efficacia degli investimenti per la ripresa
economica ed occupazionale, trasformando gli sfruttatori in benefattori;
anche lì si gonfiarono i dati sulla presunta ricaduta occupazionale e si
dragarono in cambio vantaggi e incentivi. In fondo tutti sanno, operai,
sindacalisti e sociologi del lavoro, che in quelle fabbriche - dove il
sistema di produzione è stato adeguato al World class manufacturing (Wcm),
il nuovo cavallo di troia ideato dai padroni del settore auto per ampliare
controllo e disciplina sotto l'apparente neutralità delle esigenze
produttive - le condizioni di lavoro sono peggiorate. Questo è lo
scenario che gli operai Fiat di Pomigliano e Mirafiori si troveranno a
vivere nei prossimi mesi. Anche se è prevedibile che questo regime
disciplinare sia destinato a provocare resistenze, dallo sciopero generale
alle proteste fabbrica per fabbrica, rimane il fatto che spremere come
limoni migliaia di operai per favorire un settore decotto come quello
dell'auto sia una scelta strategica catastrofica non solo in termini
economici ma anche e soprattutto umani. Prima di assecondare il modello
Marchionne, come fanno Chiamparino, Fassino e altri invasati del tardo
industrialismo, ci si dovrebbe chiedere quali saranno le conseguenze tanto
sui produttori quanto sui consumatori.
*Università di Cordoba, Argentina **Unical
Partita doppia
di Ida Dominijanni
su il manifesto del
14/01/2011
Per quanto la Corte
costituzionale abbia cesellato sul legittimo impedimento un bicchiere
tanto pieno da dare a Berlusconi soddisfazione sul principio e tanto vuoto
da restituire ai giudici il potere di valutare se e quando accordargli la
sospensione delle udienze, è difficile pensare che il premier accetterà
serenamente di tornare a far parte di una comunità di cittadini tutti
uguali di fronte alla legge. Dunque è prevedibile che, a onta delle sue
dichiarazioni della vigilia sulla «ininfluenza» della sentenza sulla
durata e l'attività del governo, Berlusconi userà il verdetto della
Corte per rilanciare la sua crociata contro la magistratura e riportare
l'asse del dibattito pubblico su se stesso, guadagnando così tempo di
governo ma di fatto allenando i muscoli per la campagna elettorale. E
inasprendo di nuovo il confronto sulle regole, in modo da togliere
ulteriori margini di manovra al disegno terzopolista della grande
ammucchiata per le riforme che nei sogni di Fini e Casini dovrebbe tenere
insieme e rinvigorire tutto l'arco di forze che va dai supposti «malpancisti»
del Pdl al Pd.
Non per questo ne guadagnerà la strategia delle alleanze di Pierluigi
Bersani, che l'ammucchiata vorrebbe invece limitarla al centro-sinistra ma
dal centro ha già ricevuto una sostanziale indisponibilità. Bersani
sembra del resto averlo realizzato, quando vira le sue conclusioni della
riunione di direzione di ieri più sulla «autonomia» e la «centralità»
del Pd (versione aggiornata della «vocazione maggioritaria» veltroniana,
ma depurata del solipsismo) che sulla ricerca delle alleanze e il
corteggiamento degli alleati. Senonché l'enfasi sull'autonomia chiama, o
dovrebbe, inevitabilmente una precisazione dei contenuti: e qui, come al
solito, nel Pd l'asino continua a cascare. O rischia di rizzarsi in piedi
il 22 gennaio al Lingotto, quando i cosiddetti Modem, che ieri si sono
differenziati dal segretario posizionandosi a favore dell'accordo di
Mirafiori, prevedibilmente sostanzieranno la «centralità» del Pd con
un'agenda di contenuti marcatamente «centristi».
La vertenza Fiat diventa così un fattore dirimente di chiarezza
nell'opacità del gioco politico. E non solo la vertenza Fiat, in verità.
Più passano le settimane, più si capisce il ruolo di spartiacque giocato
dalla giornata del 14 dicembre scorso, nel duplice scenario del Palazzo e
della strada. E' chiaro da allora che la partita si va biforcando:
sconfitta la prospettiva di un'uscita soft dal berlusconismo con un
governo trasversale di transizione, il gioco si fa più duro fra una
ricomposizione politica tutta interna al campo di centro-destra e una
radicalizzazione del conflitto sociale. Per la «centralità» del Pd non
sono affatto tempi facili. E la Direzione di ieri non scongiura affatto il
rischio che essa non regga a lungo agli effetti a catena provocati dalla
fine del bipolarismo. Anche per chi la lavora ai fianchi da sinistra, c'è
materia di una iniziativa che non si limiti solo alla rivendicazione delle
primarie.
Noi studenti della Sapienza
complici di chi non si piega
di Studenti e precari della
Sapienza in mobilitazione
su il manifesto
del 14/01/2011
Cari operai, siamo parte degli
studenti e studentesse che si stanno mobilitando da mesi, anzi da anni,
contro la sistematica erosione di diritti e contro le politiche che
cercano di smantellare il sistema di formazione pubblica nel nostro paese.
Non viviamo la realtà del lavoro in fabbrica ma conosciamo il lavoro in
nero e sottopagato dei ristoranti e dei call center; il ricatto dei
contratti a tempo, degli stage gratuiti, l'angoscia della disoccupazione.
La nostra generazione non sa cosa vuol dire avere un lavoro stabile e una
continuità di reddito, ma conosce l'orizzonte infinito della precarietà.
(...) Crediamo di vivere, nella diversità dei casi, la vostra medesima
condizione di ricattati e sfruttati, siamo convinti perciò che dobbiamo
condividere il desiderio di ribaltare il piano, lo sforzo di immaginare
un'alternativa. La riforma Gelmini e il diktat di Marchionne hanno in
fondo la stessa aspirazione: ridurre il lavoro, come il sapere, a merce
senza qualità, i lavoratori e gli studenti a macchine senza soggettività,
utili e spendibili a proprio piacimento. Vi scriviamo questa lettera per
comunicarvi la nostra vicinanza e solidarietà. Quando un infame accordo,
come quello che vi sottopongono, mette in gioco la dignità, i diritti, la
democrazia, la mette in gioco per tutti, perciò venerdì 28 gennaio
saremo in piazza al fianco di chi non ci sta a sottomettersi a questo
sporco gioco. (...) Vi scriviamo questa lettera per dichiararci complici
di chi non abbasserà la testa.
Una sponda politica per il
lavoro, per i lavoratori
di Alberto Burgio e Claudio
Grassi
su redazione
essere comunisti del 14/01/2011
Partiamo dall’argomento forte
dei sostenitori dell’”accordo” di Mirafiori. I sacrifici sarebbero
imposti dalla concorrenza delle economie emergenti dove il lavoro costa un
ventesimo che da noi (così Scalfari, Romano e Sartori). Peccato che
questi signori ci avevano spiegato, a suo tempo, che la globalizzazione
avrebbe portato ricchezza e benessere per tutti. Ma il loro è un
ragionamento solido soltanto in apparenza. Non solo perché porterebbe a
giustificare qualsiasi imposizione, sino alla riduzione dei lavoratori in
schiavitù. Il punto è che il costo del lavoro (in Italia già tra i più
bassi d’Europa) non c’entra affatto. Se il termine di paragone fossero
davvero i salari cinesi o coreani, sarebbero fuori gioco anche tutti i più
agguerriti concorrenti della Fiat, a cominciare da quelli europei – le
case tedesche (Volkswagen) e francesi (Renault, Peugeot e Citroën) –
che, se non crescono come ai tempi del boom della motorizzazione di massa,
se la passano comunque meglio della Fiat e pagano salari decisamente più
alti (un operaio di linea alla Volkswagen guadagna più del doppio di
quello della Fiat). Del resto lo stesso Marchionne ammise in tempi non
sospetti che alla Fiat il costo del lavoro non incide oltre il 7-8% sul
valore del prodotto finito.
In realtà, il problema è squisitamente politico. Non riguarda la
produzione in sé e per sé, ma il rapporto di forze in fabbrica (e in
tutta la società). E questo è evidente se si guarda al dispositivo del
cosiddetto accordo. La Fiat non si impegna ad alcun investimento, si apre
la strada verso il licenziamento collettivo (senza alcun impegno alla
riassunzione) e stabilisce che eventuali nuovi assunti saranno precari
(con contratti di lavoro somministrato, a termine o di apprendistato). Non
bastasse, la disciplina dei turni e dello straordinario conferisce
all’azienda il potere di decidere unilateralmente di far lavorare i
dipendenti per 4 mesi di fila (senza nemmeno un giorno di riposo). Come
dire che gli operai debbono smetterla di considerarsi persone. Sono merce,
animali da lavoro.
Che il cuore dell’“accordo” sia il potere lo dicono soprattutto il
divieto (anticostituzionale) di scioperare, la pretesa (anch’essa
anticostituzionale) di escludere i sindacati che non sottostanno al diktat
padronale e lo stesso ruolo riservato ai sindacati consenzienti. I quali
vengono letteralmente comprati (gli si concede un potere di veto rispetto
ad eventuali competitori e gli si regalano nomine di dirigenti e permessi
retribuiti in aggiunta a quelli previsti dallo Statuto dei lavoratori) in
cambio del ruolo di cani da guardia della Fiat. L’art. 1 della Clausola
di responsabilità parla chiaro in proposito: i sindacati firmatari hanno
l’obbligo di impedire «comportamenti individuali e/o collettivi idonei
a violare in tutto o in parte e in misura significativa le clausole del
presente accordo». Si capisce che questa musica abbia evocato i
precedenti fascisti, dall’accordo del 1923 tra la Fiat e la Fiom che
piace tanto al riformista Veltroni al patto siglato nel ’25 a Palazzo
Vidoni tra la Confindustria e i sindacati fascisti. Secondo noi il
commento più pertinente a quanto sta succedendo è opera di Gramsci. Che
osservando dal carcere le trasformazioni in atto nell’economia italiana
parla di regressione alla fase «economico-corporativa», nella quale si
cerca di «sfruttare le masse popolari fino all’estremo consentito dalle
condizioni di forza, cioè di ridurle alla vegetatività biologica». E ne
deduce che la borghesia italiana concepisce come «necessità primordiali»
il «lavoro prolungato» e la «miseria cronica» dei sottoposti.
Siamo con ogni evidenza a un passaggio decisivo. Ci si gioca l’osso del
collo perché non sono in gioco soltanto i diritti del lavoro e la
democrazia sui luoghi di lavoro, ma l’intero sistema di garanzie
democratiche che nelle tutele del lavoro ha il proprio fondamento
politico, culturale e simbolico. Mai come in questo momento è stato
evidente il nesso tra le lotte del lavoro e il conflitto sociale a difesa
dei diritti democratici. Mai è risaltata con tale fulgore la centralità
del lavoro consacrata nella Costituzione (e non sempre riconosciuta in
questi anni nemmeno dalla sinistra di alternativa). Marchionne mette nero
su bianco, senza ipocrisie, le intenzioni del capitale e dei poteri
dominanti (non solo nei rapporti di lavoro, anche sul piano della
democrazia). E costringe la parte più retriva del «riformismo»
sindacale e politico a uscire allo scoperto. A proposito di Veltroni, è
semplicemente inaudito che un dirigente del Pd assuma a propri modelli il
«modernizzatore» Marchionne e il capo di Federmeccanica per indicare
nella «rigidità» del contratto nazionale la fonte dei problemi che
affliggono l’industria italiana (scarsi investimenti produttivi e bassi
salari) ignorando evidentemente tutto delle ragioni del declino
industriale del Paese. Non siamo più all’articolazione delle posizioni
nel campo dello schieramento liberal, ma a un’opzione dichiaratamente
antioperaia e francamente reazionaria. Il Pd non può illudersi di
svolgere un ruolo di opposizione alla destra politica e sociale tenendo
nel proprio seno posizioni di questo genere, che segnano un salto di
qualità persino rispetto alle scelte che nel giro di vent’anni hanno
prodotto la drastica riduzione del diritto di rappresentanza (bipolarismo)
e lo scardinamento del sistema politico costituzionale (esautoramento del
Parlamento). Né può illudersi, il Pd, di conservare ancora a lungo la
propria forza andando avanti di questo passo e mandando al massacro la sua
gente (che infatti lo vota sempre meno, a cominciare proprio dagli operai
del Nord).
Sta di fatto che la lotta della Fiom non riguarda soltanto le maestranze
della Fiat e nemmeno i soli lavoratori metalmeccanici. coinvolge tutto il
mondo del lavoro operaio e dipendente, privato e pubblico, poiché un
effetto-domino del ricatto di Marchionne sarebbe inevitabile (con effetti
dirompenti, considerato che la Fiom è il sindacato maggioritario in gran
parte delle aziende del settore). Se passa l’attacco della Fiat, tutte
le future lotte saranno molto più difficili, ed è questo il vero motivo
per cui intorno alla Fiom si è stretto un assedio concentrico. Ma proprio
per questo è vitale che lo sciopero generale del 28 gennaio riesca al
meglio, riprendendo e sviluppando il discorso aperto con la straordinaria
piazza del 16 ottobre. La lotta della Fiom dev’essere sostenuta con la
più massiccia adesione, che va preparata sin d’ora diffondendo la
conoscenza dei termini del ricatto padronale e moltiplicando le iniziative
di massa in vista dello sciopero. A questo riguardo una prima vittoria è
già stata conseguita. Al di là del risultato del referendum (ma che
referendum è quello in cui chi dissente rischia di perdere tutto, a
cominciare dal diritto alla rappresentanza?), è molto importante che
diverse forze politiche (Fds, Sel, Idv, parte del Pd) e significativi
settori del mondo della cultura e dell’economia si siano espressi a
sostegno della Fiom e delle ragioni dei lavoratori. Anche queste sono
forze del 16 ottobre, che debbono trovare le forme possibili di unità per
fornire alle lotte del lavoro la “sponda politica” oggi ancora
assente.
In Cina sta per esplodere la
«bolla» automobilistica
di Galapagos
su il manifesto del
14/01/2011
La delocalizzazione
minaccia la produzione nei paesi industrializzati
Come accade spesso da alcuni
anni, la notizia «bomba» è arrivata dalla Cina: starebbe per esplodere
una nuova «bolla», quella dell'automobile, causata da una domanda
stagnante a fronte di una capacità produttiva crescente. Secondo quanto
affermato dallo stesso Marchionne, già oggi siamo di fronte a una capacità
produttiva annua di circa 100 milioni di auto, ma la domanda è ferma a
poco più di 60 milioni. Certo, c'è l'Eldorado, la terra promessa. Ovvero
la Cina, che negli ultimi anni ha conosciuto uno sviluppo enorme del
trasporto privato, e che ha ingolosito tutti i principali gruppi
multinazionali. Ma le prospettive non sono buone e c'è il rischio che si
cada nel baratro di una sovraproduzione che non troverà, perciò, sbocchi
di mercato.
Certo, le ultime notizie dalla Cina sono ottime: nel 2010 sono state
vendute oltre 18 milioni di nuove vetture, come mai in nessun altro paese
del mondo. In un solo anno le immatricolazioni sono cresciute del 30%. Ma
questo trend può continuare? I dubbi non mancano. Sicuramente il mercato
cinese è destinato a crescere ancora, ma a ritmi molto più blandi, anche
se giganteschi. Per il 2011, infatti è atteso un forte rallentamento
delle vendite che dovrebbero crescere «soltanto» del 10-15 per cento.
Alla base del rallentamento la situazione di saturazione delle rete
viaria, la pessima distribuzione dei redditi e la politica economica del
governo. Il boom del mercato dell'auto cinese negli ultimi due anni è
stato, infatti, drogato dagli incentivi sulle piccole auto: il governo ha
drasticamente ridotto la tassa al 5 per cento. Ma dal primo gennaio non ci
saranno più sconti per nessuno e la tassa tornerà al 10%, innescando una
minore crescita delle vendite.
L'euforia del boom aveva contagiato i maggiori produttori mondiali. La
Ford, ad esempi, sta espandendo del 50% la sua capacità produttiva. E
anche la Gm (che copre circa il 13% del mercato) sta progettando
ampliamenti degli impianti. A questo punto cosa accadrà? Recentemente
Mark Reuss, presidente della Gm Nord America, ha confessato che il suo
gruppo sta studiando la possibilità di esportare automobili prodotte in
Cina negli Usa. Per ora se se ne farà nulla: gli standard statunitensi
sulla sicurezza sono troppo superiori a quelli cinesi, anche se ovviamente
gli standard si possono sempre modificare. Insomma, questo lascia
prevedere che la tendenza alla delocalizzazione produttiva è destinata a
crescere e che nei paesi «sviluppati» rimarranno le produzioni di alto
livello (con piccoli numeri) e i centri di ricerca per sviluppare nuovi
modelli e nuove tecnologie. In questo, la strategia annunciata da
Marchionne è perdente: il costo del lavoro (anche se minimo rispetto al
costo totale dell'auto) non consente ai paesi industrializzati di reggere
la concorrenza con le auto prodotte in paesi in via di
industrializzazione.
il manifesto 13
gennaio
CORAGGIO SOVRUMANO
Gabriele Polo
Lui vuole «cambiare l'Italia». Ora
finalmente è chiaro perché è pagato tanto, perché a lui si
affida tanta parte delle élite politiche e massmediologiche
nostrane, perché «dopo di lui il diluvio». Ovvio che, se la
missione di Sergio Marchionne è modernizzare e salvare l'Italia,
tutto può e deve essergli concesso. Anche le bugie su fabbriche (Mirafiori
e Pomigliano) che in realtà vuole chiudere. Anche imporre a un
gruppo tutto sommato ristretto di persone di caricarsi il peso -
su sua ispirazione e per suo conto - di un'ipoteca epocale per
loro stessi e per gli altri. Questo chiede il manager col golfino
a 5.300 operai torinesi: avallare un piano industriale
inesistente, un'organizzazione del lavoro insopportabile e un
comando incostituzionale non per costruire assurdi Suv o
incredibili jeep, ma per un «fine generale».
Per Mirafiori è vecchia storia: non è una novità che lì si
annunciano tante cose in materia di relazioni sociali, economiche,
sindacali. Fin dalla sua inaugurazione, alla vigilia della seconda
guerra mondiale, con un Mussolini rabbioso per la fredda
accoglienza di operai stanchi di aspettarlo e preoccupati per il
clima militaresco. Nuovo, invece, è il paradosso di un progetto
industriale semiclandestino e indiscutibile, agitato solo per
ricattare ma dipinto come salvifico. Nuovo è chiedere a donne e
uomini in carne e ossa di approvare con un voto il proprio stato
di servitù, costringerli a decidere - per trasposizione - anche
il futuro di tutti gli altri. Una responsabilità che
l'amministratore delegato della Fiat non si prenderebbe mai.
Questo peso Sergio Marchionne - e tanti suoi corifei - scaricano
addosso oggi e domani a lavoratori ridiventati fondamentali per
due soli giorni. Lo fa con la leggiadria di chi può «tornare a
brindare a Detroit», quando avrà smesso di cambiare l'Italia;
che di quelli lì - e di tutti gli altri - che «costano» 450
volte meno di lui, non gli frega più di tanto. Come dell'antica
fabbrica torinese (o di quell'altra, meno antica, campana), come
può capire chiunque leggendo «accordi» sindacali che neanche un
superatleta reggerebbe, o ragionando su progetti industriali
insensati.
Loro, le donne e gli uomini che dovrebbero sacrificare se stessi e
gli altri, quella leggiadria non se la possono permettere, né
oggi né mai. E non potranno votare con freddo distacco ma
scegliendo tra rabbia e paura, tra orgoglio e necessità, tra
cuore e stomaco. Restando comunque diversi da chi li comanda ogni
giorno, sospettosi di chi li descrive ogni tanto, lontani da chi
li blandisce a ogni elezione. Spente le luci referendarie,
torneranno a fare i conti con la propria condizione: tanto meno
servile quanto più avranno il sovrumano coraggio di dire no alla
domanda del disumano.
Lettera al Presidente della
Repubblica
Rossana Rossanda
All' on. Giorgio Napolitano
Presidente della Repubblica
Signor Presidente,
non credo di mettere in causa l'esercizio del Suo mandato
al di sopra delle parti politiche e sociali, chiedendoLe,
da semplice cittadina che ha avuto, anche se solo per età,
il privilegio di seguire il lavoro dei costituenti, di
voler intervenire con un richiamo al paese su quel che la
Costituzione prescrive in tema di diritti sindacali. Gli
articoli 39 e 40 infatti non sono, come può constatare
anche una non giurista, principi ottativi che testimoniano
di un indiscutibile spirito dei costituenti ma cui, per
mancanza delle articolazioni successive, un cittadino non
si può appellarsi per veder riconosciuto un suo diritto.
Sono del tutto inequivoci e la loro attuazione è stata
regolamentata dalle leggi.
Ora, ferma restando la libertà di opinione dell'attuale
amministratore delegato della Fiat che si propone di
mutare le relazioni industriali del paese, è legittimo
che egli decida della libertà sindacale nella sua azienda
contro il dettato costituzionale? Non credo. L'art. 39
della Costituzione più chiaro di così non potrebbe
essere: l'organizzazione sindacale è libera e nessuna
legge la può impedire salvo l'obbligo per i sindacati di
essere registrati. Una volta registrato un sindacato ha
personalità giuridica e rappresenta i suoi iscritti ed è
in grado di stipulare contratti collettivi di lavoro con
efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla
categoria alla quale il contratto si riferisce.
Non sono in grado di sapere se sia ammissibile che una
azienda privata possa obbligare i dipendenti a un
referendum che, se proposto su scala nazionale, la Corte
Costituzionale non ammetterebbe. Ma mi permetto di
chiederLe se giovi al clima politico che Lei auspica che
nella maggiore azienda italiana si indica un referendum
fra lavoratori su un «accordo» con la proprietà che
preveda la sospensione di alcuni diritti sindacali di
fondo, come quello di sciopero garantito dall'art. 40 e
dalle successivi leggi di attuazione. E se anche si
considera che tale referendum possa essere tenuto, è
legittimo che in quell'accordo si dichiari che il
sindacato che non lo avesse firmato sarà interdetto di
ogni attività nell'azienda? So che alcuni sindacati si
appellano al non particolarmente trasparente art.19 dello
Statuto dei lavoratori, per negare tale diritto a un
sindacato che senza osteggiare il referendum dichiara di
non approvarne l'oggetto, ma la loro interpretazione è
quanto meno assai discutibile.
Sarebbe prezioso che Lei, la cui imparzialità nei
confronti delle diverse parti sociali nessuno può negare,
intervenisse su questo aspetto decisivo dei diritti
indisponibili del cittadino, richiamando tutti allo
spirito e alla lettera della nostra legge fondamentale. Se
la possibilità di agire d'un sindacato, fra l'altro ad
oggi il più fortemente rappresentativo, è messa in causa
nella maggiore azienda italiana, cade uno dei diritti
fondamentali che distinguono una democrazia da una
dittatura. Per questo esso sta a cuore ad ognuna e ognuno
di noi, e sono certa che Lei condivide questa
preoccupazione.
Voglia scusare l'irritualità di questo mio rivolgersi
alla Sua persona, e, in attesa d'un suo cenno, La
ringrazio fin d'ora per l'ascolto.
CONVEGNO Intellettuali e
sindacati di base
Marchionne unisce quel che era diviso
TORINO
C'è tanta gente al convegno alla Sala Valdese organizzato
da Forum Diritti/Lavoro e Unione Sindacale di Base (Usb).
Ennesima dimostrazione dell'attenzione che la città
riserva alla Fiat e ai suoi lavoratori, poi tutti in
piazza per la fiaccolata.
Angelo D'Orsi fa un'incursione storica. Parte dal 1920,
dallo «sciopero delle lancette». Gli operai si
opponevano all'applicazione dell'ora legale. Le lotte
portano all'occupazione delle fabbriche e ai consigli di
fabbrica. Alla Fita Brevetti, per protesta, vennero
portate indietro di un'ora le lancette di tutti gli
orologi dello stabilimento. La dirigenza dell'azienda
rispose licenziando. «Mi sembra - dice D'Orsi - che oggi
come allora gli operai sono costretti a accettare la lotta
sul terreno dell'avversario. È chiaro che la lotta degli
anni '20 aveva anche un valore simbolico: chi comanda in
fabbrica?»
La stessa domanda è implicita oggi. D'Orsi ricorda che
Gramsci notava «la solitudine in cui erano stati lasciati
gli operai, che dopo lo sciopero delle lancette, sempre
nel '20 avevano occupato le fabbriche. Quando rientrarono
al lavoro - aggiunge D'Orsi - Gramsci chiede che non
vengano insultati perché sono uomini, sconfitti nel corpo
ma non nell'animo». Oggi la situazione è inversa. «I
lavoratori di Mirafiori non sono soli. C'è una reazione
corale in città che non si vedeva da anni, forse dagli
anni '70». E se la marcia dei 40 mila del 1980 era la
marcia della maggioranza silenziosa, oggi, trent'anni dopo
«la maggioranza silenziosa siamo noi. Maggioranza, ne
sono certo. Silenziosa, perché ci hanno costretti al
silenzio, ci hanno tappato la bocca, ma un po' ci siamo
autoconfinati al silenzio».
D'Orsi sottolinea come ci si dimentichi spesso del fatto
che il lavoro significa fatica fisica, muscoli
rattrappiti, pause a comando, pipì collettive. Il nuovo
contratto è un «ricatto. E credo, anche leggendo di
progetti di produzione di Suv e jeep a Torino previsti nel
piano industriale, che Marchionne abbia già abbandonato
Torino».
Franco Turigliatto, di Sinistra Critica, sottolinea che il
ricatto Marchionne «funzionerebbe molto meno se alcune
forze si opponessero con determinazione. Penso a quel
centrosinistra in cui tanti dicono che voterebbero sì, ma
anche ad altri che voterebbero no, ma se avessero famiglia
voterebbero sì. E allora, che messaggio passa? comunque
un voto per il sì».
Dalla USB viene la proposta per il dopo referendum. «Noi
ci impegniamo perché vinca il no, - sottolinea Paolo
Leonardi - per il dopo pensiamo alla creazione di un
Osservatorio permanente che utilizzi i saperi per tenere
sotto mira quello che questo accordo produrrà se dovesse
prevalere il sì».
Tutti i mezzi Fiat per ottenere
un sì
L'azienda ferma eccezionalmente la
produzione e organizza le sue assemblee per indottrinare i
lavoratori e convincerli a votare a favore dell'accordo
separato. Davanti ai cancelli di Mirafiori la tensione è
alta tra gli operai
Loris Campetti TORINO
TORINO
Lo chiamavano l'uomo dei miracoli, quello che aveva
salvato la Fiat, il manager con il golfino che parlava
americano e usava le buone maniere con i sindacati, quello
che «il costo del lavoro incide per il 6-7% sul costo
globale di un'automobile, la crisi non dipende certo dagli
operai». Miracoli non ne ha fatti però, la quota Fiat è
precipitata in Italia e in Europa, nuovi modelli (come gli
investimenti) non se ne vedono all'orizzonte, figuriamoci
se tra 18 mesi triplicherà la produzione in Italia.
Adesso però, dopo aver detto di voler conquistare il
cuore delle sue «maestranze» gliel'ha strappato,
chiedendo tutto in cambio di niente. Un solo miracolo è
riuscito a fare Marchionne: ha riportato indietro le
lancette dell'orologio. Ai tempi di Valletta e della
caccia alla Fiom e ai comunisti. Invece, alla porta 2 di
Mirafiori sembrerebbe di essere tornati agli anni
Settanta, se non fosse che i pullman e i tram che
continuano a vomitare operai e operaie delle periferie
sono nuovi fiammanti, persino la vecchia baracca dei
panini a fianco del dormitorio per i senza fissa dimora è
nuova di zecca: però, come allora, si affollano ai
cancelli centinaia di operai, sindacalisti, giornalisti,
le più impensabili sigle politiche della costellazione di
sinistra, persino volantini con Marx, Lenin e Mao.
Megafoni che urlano «non vendetevi al padrone, difendete
la vostra dignità» e gli operai che rispondono «meno
mele che ce lo dite voi». Studenti delle Università
torinesi, Palazzo Nuovo e Palazzo Campana che portano
solidarietà: «Se passa il progetto Marchionne lo
pagheremo anche noi».
C'è Nichi Vendola che non riesce a parlare con gli operai
del primo turno che entrano e con quelli del secondo che
escono perché una barriera umana - si fa per dire - di
giornalisti lo avvolge tra gomitate ai fianchi e
telecamerate in testa. A ogni angolo gruppetti di operai
litigano sul voto da dare al diktat Fiat. «Io sono dei
Cobas ma voto sì perché devo pur campare», dice
un'operaia cinquantenne a un suo compagno della Fiom, e lo
insulta perché «neanche della Fiom ci si può fidare
perché sta nella Cgil e la Cgil ha venduto l'anima e
vuole firmare». Un vecchio amico sindacalista mi spiega
che prima di aderire ai Cobas questa donna «era del Sida»,
il sindacato giallo che adesso si chiama Fismic. Il
segretario generale del Fismic, Di Maulo, è circondato da
un gruppo di operai che gli dicono perentoriamente «facci
vedere la tua busta paga, la nostra eccola, 900 euro».
Negli anni Settanta avrebbero risolto con un solo
aggettivo, che qua e là ritorna: «Venduti».
Poveri operai di Mirafiori, età media vicina ai
cinquant'anni, fatica e malattie e sconfitte sulle spalle,
lasciati soli da quasi tutti. Ora escono a fatica, si
fanno spazio nella calca, evitano le telecamere oppure ci
si ficcano dentro per dire «No, perché non do tutto in
cambio di niente», oppure «Sì perché ho il mutuo e due
figli piccoli, se quello se ne va in Canada a brindare io
che faccio? Però questo accordo fa schifo». Il
segretario locale della Fim Claudio Chiarle, che domenica
aveva detto «abbiamo firmato per salvare gli investimenti
ma l'accordo è brutto», dopo essere stato messo in mezzo
dai colleghi complici e dai superiori ora diffonde una
nota in cui «l'accordo è ottimo». Un delegato della
Uilm: «Con il no se ne va via la Fiat». Interviene un
operaio giovane: «Sì, va a festeggiare in Canada. Voglio
vederli a chiudere Mirafiori, ci vogliono solo ricattare
con la pistola alla tempia». E allora quello della Uilm
si arrampica sui vetri, riesce anche a spiegare che
Marchione «è stato frainteso, tutta colpa della Fiom».
Un gruppo di facinorosi del Fismic di fronte a Vendola
sventola fotocopie del Giornale che titola «Vendola in
Puglia è come Marchionne». Il gruppo viene buttato fuori
al grido antico «il potere dev'essere operaio».
Chi esce racconta l'ultima di Marchionne: «Preoccupato
dalle assemblee della Fiom che racconta l'accordo per filo
e per segno ha fatto convocare le assemblee dai suoi capi.
Spiegano che è cambiato e quello distribuito dalla Fiom
è vecchio. Peccato sia identico al testo pubblicato sul
sito del Sole 24 ore». Siamo a questo, la Fiat che si
sostituisce ai sindacati complici e convoca le assemblee.
«Dove non riescono a farle perché non vogliono essere
sputtanati da noi della Fiom prendono gli operai uno a uno
per indottrinarli: o votate sì o la Fiat va all'estero».
In verniciatura, ci racconta un'operaia appena uscita, «i
team leader e i capi Ute stanno facendo i sondaggi,
chiedono a tutti tranne a noi - dice un delegato Fiom -
per chi voteremo e trascrivono nome e cognome». «È uno
schifo. Ieri hanno fermato una linea alle 20,30 in
verniciatura - racconta Mercurio - e per un'ora e un
quarto hanno fatti i comizi per votare sì. Neanche quando
è morto Gianni Agnelli avevano fermato le linee».
Dall'interno della fabbrica si vede avanzare un corteo
verso i cancelli, davanti c'è uno striscione rosso con
scritto «Sono un operaio e voto no», un messaggio
all'aspirante sindaco di Torino Piero Fassino che aveva
declamato urbi et orbi «se fossi un operaio voterei sì».
Sono quelli del Comitato per il no al referendum, li
accoglie all'uscita una mezza ovazione, applausi e qualche
lacrimuccia. È l'orgoglio operaio, di operai incazzati
con il mondo ma sostanzialmente con la politica, gente che
non ne può più e sa che «l'unica speranza è la
pensione». Un giovane carrozziere del montaggio riesce ad
arrivare a qualche metro dal Vendola assediato dai media e
gli urla contro il centrosinistra. Un'altra operaia da un
angolo spiega che «il Pd fa un'opposizione pessima e se
andasse al governo farebbe un governo pessimo. Se non
tornerà a occuparsi del lavoro la sinistra si scioglierà
come neve al sole».
Rabbia, tanta. Ci sono volti noti ai cancelli. C'è anche
il vecchio sindaco Diego Novelli che si dice incredulo, e
fa i paragoni con i tempi duri, quelli di Valletta. Ci
sono operai pensionati, precari, studenti. Torino torna a
parlare e a parlarsi, ai cancelli, nei tram, nei negozi.
Con la rabbia di chi si chiede dove sia finita la famiglia
Agnelli, anch'essa dissolta al sole in mille rivoletti
rinsecchiti e neanche troppo trasparenti: «Marchionne non
è il padrone, i padroni dove sono? Possono permettersi la
fuga dalla città che hanno spremuto per più di un
secolo?». Nina, delegata Fiom, si dice ottimista: «Dentro
si discute, i capi sono nervosi perché temono l'esito del
voto, e invitano a non andare alle assemblee della Fiom di
domani (oggi, ndr) ma alle loro». «Al montaggio c'è un
buon clima per noi - è la volta di un promotore del
Comitato per il no - in verniciatura è più dura».
Previsioni non se ne fanno, chi annuncia che voterà sì
per il mutuo, i figli, la paura, è più incazzato di chi
voterà no. E chi vota no, oltre a essere incazzato con la
sinistra, ha una certezza: «Mettere la firma sotto questa
porcheria sarebbe un insulto a noi che ci battiamo in
fabbrica nelle condizioni che vedi. Diglielo alla Camusso».
Bentornati a Mirafiori.
Oggi le assemblee della Fiom, poi il voto. Chissà se
anche a Mirafiori, come ha già fatto la Fiat a Pomigliano
e come fanno da sempre mafia e camorra, i capi chiederanno
agli operai di autocertificarsi il voto con il telefonino.
SERBIA-INTERVISTA Quel che
la Fiat ha in serbo
«Hanno licenziato i lavoratori
Zastava»
Tommaso Di Francesco
La svolta era arrivata nel settembre del 2008 con la firma
tra Marchionne e il ministro dell'economia Mladjan Dinkic
dell'accordo tra Zastava e Fiat per uno dei più
importanti investimenti in Serbia, con la creazione di una
società mista, la Fjiat Automobili Srbja (Fas) al 67%
Fiat e al 33% dello stato serbo, con l'obiettivo di
produrre una nuova monovolume. Con la promessa di
investire 700milioni di euro - quasi l'equivalente di
quello promesso a Pomigliano - la Fiat portava a casa un
grosso premio: 50 milioni di capitale dal governo di
Belgrado, più 150 milioni in incentivi, e dalle autorità
locali l'esenzione dai dazi e dalle tasse locali per dieci
anni; e gratis dal Comune di Kragujevac i terreni per i
nuovi stabilimenti. Intanto si costituiva una «new
corporation», Zastava automobili, che incorporava la
vecchia fabbrica, per andare alla liquidazione della
società e mettere in mobilità tutti i suoi lavoratori,
ma con l'impegno della Fiat e del governo serbo ad una
loro riassunzione nella nuova società, pur azzerando
mansioni e anzianità. Gli operai e i sindacati, gli
stessi che avevano difeso le linee della Zastava dai
bombardamenti «umanitari» della Nato nel 1999,
ricostruendone larga parte, sono stati insieme scettici -
migliaia di lavoratori del settore auto nel frattempo sono
stati licenziati - e pieni di speranza per questo «ritorno»
della Fiat che già dal 1953 aveva contribuito ad
impiantare la produzione della mitica «Yugo». Così
hanno cominciato a lavorare per attivare la nuova
produzione. Poi la doccia fredda, a fine anno. La Zastava
automobili - ufficialmente non la Fiat ma il governo
serbo, vale a dire il premier Mirko Cvetkovic e il
ministro dell'economia Mladjan Dinkic - ha licenziato
tutti i 1.600 dipendenti. In Italia - tranne Liberazione -
non se n'è accorto nessuno. Ne parliamo con Rajka
Veljovic, responsabile affari internazionali e adozioni a
distanza del Sindacato serbo Samostalni, che ci risponde
da Kragujevac.
Che sta accadendo e come avete passato la fine dell'anno e
l'inizio del nuovo?
Sì, è stato proprio il governo che ci ha licenziati e
quando i giornalisti hanno chiesto al portavoce della Fiat
in Serbia, Giuseppe Zaccaria - (ex inviato de La Stampa
nei Balcani ndr) - ha risposto «giustamente» che Fiat
non c'entrava per nulla perché sono affari tra la Zastava
e il governo serbo. Sono state le uniche parole che si
sono sentite dalla Fiat. Fiat non c'entra però noi
abbiamo capito molto bene che si tratta di una truffa.
Perché nel contratto firmato nel 2008 tra il governo
serbo e la Fiat si diceva che non saremmo stati assunti
nella prima ondata dalla Fiat, ma successivamente sì. O
dalla Fiat o dai fornitori che sarebbero dovuti arrivare a
Kragujevac. Invece, cinque giorni prima di capodanno, è
apparso un articolo su Politika, il giornale più diffuso
in Serbia, che annunciava il nostro licenziamento.
Parlando, fra l'altro di «programma sociale» per 800
lavoratori, e che comunque Zastava automobili sarebbe
stata chiusa, ufficialmente dal 5 gennaio 2011.
Quanti erano i dipendenti della Zastava automobili e che
lavoro svolgevate?
Quelli rimasti ancora non assunti dalla Fas, la Fiat
serba, erano 1.600. Si è spesso parlato di soli 800
lavoratori, perché 800 sono quelli più giovani, ai quali
mancano più di 5 anni per la pensione. Altri 800 - allora
già invisibili - sono quelli a cui mancano meno di 5 anni
alla pensione. Dopo l'accordo del 2008, il governo serbo e
la Fiat hanno incaricato imprese d'appalto per la
ricostruzione e solo una piccola parte dei lavoratori
della Zastava. Su questo il nostro sindacato ha combattuto
molto, perché una delle nostre richieste era che la
ricostruzione degli impianti per la nuova produzione della
Fiat, venisse avviata dai lavoratori qualificati della
Zastava.
Peraltro voi avete ricostruito le linee produttive della
fabbrica dopo la distruzione dell'azienda da parte dei
bombardamenti della Nato...
Certo, siamo stati noi a presidiare la fabbrica anche
sotto i bombardamenti, e a rimetterla in piedi. E ora non
chiediamo di ricostruire quel che c'era ma di essere
impegnati anche sulle nuove produzioni previste dalla Fiat
serba.
Come avete reagito alle notizie di «Politica» e che cosa
chiedete al governo serbo?
Abbiamo subito iniziato a scioperare, abbiamo scioperato 5
giorni in piazza, a temperatura sotto zero, abbiamo
presidiato il Comune e alla fine siamo stati piegati.
Dovevamo firmare perché il governo, per bocca del
ministro dell'economia Mladjan Dinkic, ci ha promesso una
indennità e ha detto: «Se continuate con gli scioperi
non avrete nemmeno l'indennità». Sono ventimila dinari,
200 euro al mese. Per capire le condizioni di vita in
Serbia, qui il paniere mensile è di 450 euro al mese solo
per comprare farina, zucchero, le cose elementari per
vivere insomma. Al governo serbo chiedevamo il
prolungamento delle sovvenzioni e il mantenimento
dell'occupazione per i lavoratori della Zastava automobili
ancora in carica, di non fare licenziamenti. Abbiamo
perduto. Siamo stati costretti alla resa dal nostro
ministro dell'economia, quello che ha firmato l'accordo
con la Fiat nel 2008. C'è un'altra cosa che vogliamo
denunciare: la Fiat serba ha già cominciato ad assumere
dall'ufficio di collocamento qualche lavoratore perché
loro prenderanno - se davvero si realizza la previsione di
200mila vetture all'anno dal 2012 - una sovvenzione
statale per ogni nuovo assunto. Insomma, i nuovi assunti
Fiat saranno praticamente pagati dal governo serbo, lo
stesso che scarica i lavoratori Zastava.
Che messaggio inviate ai lavoratori italiani della Fiat
impegnati in questo momento in uno scontro decisivo?
Che almeno i lavoratori Fiat nel mondo devono essere uniti
e coordinare le iniziative di lotta. Come uno sciopero
internazionale. Solo così si può vincere questa
battaglia. Lo ripetiamo dal '99. Insistiamo perché si
realizzi al più presto un nuovo coordinamenti sindacale
in Italia. Anche perché ora si prevede che la Fiat serba,
Fas, monterà la Punto entro il mese di maggio, per
avviare la produzione di 9mila vetture di scorta, ma poi
anche la Fas sarà chiusa per sei mesi, per finire tutte
le ricostruzioni e le preparazioni per la nuova produzione
prevista.
IN PIAZZA Tanti torinesi con
Fiom e Micromega
Fiaccole a non finire per le tute blu
resistenti
TORINO
Scava scava, alla fine Torino viene fuori, esce dal suo
guscio e abbandona le rimozioni, si ricorda di quando
essere una città operaia voleva dire solidarietà e
affetti collettivi. Marchionne ha esagerato, i suoi
padroni sono nascosti dietro cumoli di azioni e di
vergogna e la città ha battuto un colpo schierandosi
accanto alla Fiom, l'unico sindacato che non si è fatto
piegare dalla prepotenza imbrogliona di chi vuole giocare
a birilli con la vita delle persone. Migliaia di fiaccole
hanno sfilato in centro per rivendicare «lavoro, diritti,
democrazia». Mancava solo il Pd, anzi uno tra i numerosi
candidati sindaci, Ardito, è stato intravisto. C'era il
resto della sinistra, c'erano i torinesi, salvo i 3-400
rinchiusi alla Galleria d'arte moderna corsi alla chiamata
del fronte del sì al ricatto di Marchionne, Fim, Uilm e
l'Unione degli industriali sabaudi. Quelli che «siamo
tutti sulla stessa barca». Fim e Uilm remavano.
Il corteo si è dato appuntamento in un luogo simbolo di
Torino, Piazza Statuto. Il palazzo che ospitava la Uil nel
'62, quando venne assaltato dagli operai di Mirafiori e
dai proletari della città-fabbrica dopo un accordo
separato, ora è splendente, tirato a lucido. Ma chi se lo
ricorda quell'accordo separato, troppi ne sono seguiti da
allora e i tempi delle rivolte sono finiti, forse.
C'erano gli operai torinesi, anche quelli che alla
ThyssenKrupp non sono bruciati. I lavoratori dei servizi,
della scuola, del pubblico impiego, gli studenti e la
Valle di Susa è scesa in città: «No Tav, No Ricatti».
La Torino democratica «Le nostre vite valgono più dei
vostri profitti» con i libretti rossi di Borsellino.
C'era il direttore di Micromega Paolo Flores d'Arcais con
l'appello a sostegno della Fiom forte di più di 60 mila
firme «perché - dice - nell'opinione pubblica
democratica la Fiom non è isolata, lo è nel mondo
separato degli apparati politici. Ma sono loro a essere
isolati».
Maurizio Landini è il dirigente sindacale più amato, dai
suoi operai e da chi ha a cuore la democrazia. Il
segretario Fiom è sinceramente incazzato per le parole
indecenti di Berlusconi dalla Germania: «È arrivato a
dire che se vincono i no fa bene la Fiat ad andarsene
dall'Italia. Piuttosto - ci dice tra una stretta di mano e
una foto - farebbe bene a chiedere a Merkel perché ha
detto no a Marchionne, e perché in Germania i salari sono
il doppio dei nostri e i diritti tutelati. Qui si
difendono solo gli interessi e i privilegi dei più forti».
Landini denuncia l'atteggiamento antisindacale della Fiat
che si organizza in proprio le assemblee in fabbrica.
I militanti Fiom non sono soli, tra quelle migliaia di
torce. Qualcuno ricorda un'altra marcia, terribile, quella
dei quarantamila capi e servi dell'80 e dice: «Avremmo
dovuto già allora organizzare una risposta invece di
piegarci al Marchionne di turno, che si chiamava Romiti».
Subito l'uomo della memoria viene corretto dal vicino: «Romiti
era meglio, non minacciava brindisi in Canada, non
cancellava il diritto allo sciopero, alla mensa, alle
pause. Anzi era meglio anche Valletta che guadagnava 20
volte più di un operaio e non come i 5.400 delle
carrozzerie». «Comunque vada il referendum non si
chiude, anzi si apre una straordinaria stagione di lotte e
di diritti», commenta Giorgio Cremaschi.
I comizi si concludono, Torino sembra una città un po' più
umana.
Assalto alle statue contro
l'accordo della vergogna
Blitz di alcuni giovani
dell'associazione «Terra del Fuoco» sui monumenti del
centro di Torino: al collo del Duca Emanuele Filiberto in
sella al Caval 'd Brons, in piazza San Carlo, e del Conte
Verde, davanti a Palazzo Civico, sono stati appesi
cartelli con la scritta «Io sto con Torino. Non me ne
vado». «Noi che non siamo operai e che non facciamo
finta di esserlo - spiegano - cerchiamo però di capire e
far capire cosa possano rappresentare 5' di pausa su una
catena di montaggio».
ALLA PIAGGIO
Sciopero ieri mattina alla Piaggio di Pontedera (Pisa) in
sostegno dei lavoratori Fiat di Mirafiori indetto dalla
Fiom-Cgil. Lo sciopero è stato proclamato dopo il rientro
in fabbrica, lunedì scorso, al termine dello stop
produttivo cominciato il 6 dicembre 2010. I lavoratori di
Pontedera attendono la comunicazione dell'incontro,
rimandato lo scorso novembre, tra l'azienda e i sindacati
che si dovrebbe svolgere nella seconda metà di gennaio
per discutere delle strategie e degli eventuali
investimenti a livello di gruppo Piaggio. A preoccuparli
fortemente anche la difficile situazione dell'indotto
dello stabilimento con alcune imprese che sarebbero pronte
ad aprire procedure di mobilità per la riduzione degli
organici.
ARCI
«È inaccettabile che in un Paese civile e democratico le
persone siano poste di fronte all'alternativa di dover
scegliere fra perdere il posto di lavoro e rinunciare ai
propri diritti, fra il diritto a lavorare e la dignità
del proprio lavoro», solidarietà ai lavoratori della
Fiat arriva da Paolo Beni, presidente nazionale dell'Arci.
LAVORO ATIPICO A Rho
(Milano), due giorni di workshop e incontri per la
costruzione di un futuro degno e condiviso
R-esistenze a confronto agli Stati
Generali della Precarietà
Diana Santini MILANO
MILANO
Dopo l'esordio di ottobre, sabato e domenica nuovo
appuntamento degli Stati Generali della Precarietà (info:
precaria.org). La due giorni si terrà alla Fornace di Rho
(Mi). Ne parliamo con Stefano Mansi di San Precario.
I giovani sono protagonisti di proteste e rivolte in
Europa e alle sue porte. Questa generazione riuscirà a
riprendersi il futuro?
Il corteo di Roma di dicembre è stato uno spartiacque.
C'erano non una, ma molte generazioni armate della sola
consapevolezza che non c'è futuro, perchè questo sistema
produce precarietà e paura. Parlare di giovani però è
fuorviante, chi perde il lavoro sprofonda nel precariato
anche a 50 anni. E per loro è ancora più difficile,
magari hanno un figlio o un mutuo da pagare.
Come siamo arrivati a questo?
La colpa è nostra. Per troppo tempo ci siamo cullati
nell'illusione che i diritti conquistati dal movimento dei
lavoratori fossero inalienabili. Ci siamo occupati di
fotografia e di web... e ci siamo dimenticati di
difenderli quei diritti. Così il precariato è passato,
prima di tutto a livello culturale. Ci stupiamo adesso?
A Mirafiori cosa voterebbe SanPrecario?
Voterebbe sì, perchè ha una famiglia da mantenere.
Cos'altro dovrebbe fare un lavoratore? Fa una gran
tristezza. Ma quantomeno questa vicenda ha portato alla
luce un problema: adesso se ne sono accorti tutti, anche i
garantiti, di cosa vuol dire non avere diritto alla
malattia, alle ferie. E magari qualcosa inizierà a
muoversi, fuori dai triti schemi della politica sindacale.
Anche i migranti si stanno ribellando, le proteste sulla
gru a Brescia e sulla torre a Milano... Come far
convergere le lotte?
Abbiamo in programma un workshop dedicato al lavoro
migrante. Gli immigrati pagano il prezzo più alto e noi
siamo al loro fianco perchè condividiamo con loro questa
sorta di status di cittadini di serie b. Ora che ci siamo
riconosciuti, il prossimo passo è aprire un dibattito
pubblico e una stagione di lotte per affermare diritti di
cittadinanza per tutti.
La precarietà è una condizione che sconvolge l'esistenza
delle persone. Esiste uno strumento per uscire da questa
gabbia? E cosa deve accadere ancora perchè facciano la «rivoluzione»?
Il reddito è lo strumento, naturalmente. La previdenza
per la manodopera precaria, la maternità erano previste
perfino nella fascistissima Carta del Lavoro. Perchè oggi
non siamo in grado di trovare una formula, visto che le
aziende non sono più disposte, per pagare queste
garanzie? Stiamo precipitando in un incubo senza
precedenti. I contributi: chi li paga? E cosa faranno le
persone quando non potranno più lavorare? Ruberanno? Non
si tratta di fare la rivoluzione. Basta adeguare il
sistema di sussidi alla realtà. Ce l'hanno Cipro e la
Bulgaria il reddito di cittadinanza, perchè noi no? Non
sarà la rivoluzione, ma quando abbiamo iniziato a parlare
di precarietà, non era nemmeno una voce sul dizionario.
Oggi è all'ordine del giorno. E siamo solo all'inizio.
Premier padrone «Fiat America»
L'ex ministro dell'Industria
Berlusconi rinnega il suo passato "operaio": «Se
vince il no le aziende fanno bene ad andare via
dall'Italia». Marcegaglia si allinea subito: «Il
problema è reale». Ma l'auto vale più dell'11% del Pil
Matteo Bartocci
Silvio Berlusconi non solo «vota» Marchionne ma arriva a
legittimare perfino la fuga delle imprese dal suo-nostro
paese. «La direzione della Fiat è giusta - afferma il
premier a Berlino accanto alla cancelliera tedesca Angela
Merkel - serve maggiore flessibilità del lavoro in
accordo con i sindacati». Poi però l'antico (?) mestiere
del padrone ha evidentemente il sopravvento sul ruolo
istituzionale: «Ove non vincessero i sì a quell'accordo,
chiaramente imprese e imprenditori avrebbero buone
motivazioni per spostarsi in altri paesi».
Un intervento tanto più rumoroso perché alla vigilia del
voto di Mirafiori, con tutte le tensioni - politiche e
sociali - viste davanti ai cancelli. Il commento di
Giorgio Airaudo, responsabile auto Fiom, è nero: il
Cavaliere è «l'unico leader del mondo ad auspicare una
delocalizzazione al contrario, scaricando questa
responsabilità su 5.500 lavoratori». Le parole di
Berlusconi fanno il miracolo di far parlare con una voce
sola Fiom, Cgil e Pd. «Il presidente del consiglio sta
facendo una gara con l'amministratore delegato della Fiat
tra chi fa più danno al nostro paese. Mi piacerebbe -
dice la segretaria generale Cgil Susanna Camusso - che il
mondo delle imprese e della politica oggi dicesse che, se
questa è la sua idea del paese, è meglio che se ne vada».
Non sarà accontentata. Anche lei a Berlino, Emma
Marcegaglia (Confindustria) è fedele alla linea: «Il
problema degli scarsi investimenti esteri e della poca
produttività è reale. Le cose che Fiat sta chiedendo ci
sono in altri paesi da molto tempo».
Nel Pd Bersani (e non solo lui) la reazione è inviperita:
«Berlusconi non se ne accorge perché è un miliardario
ma noi gli paghiamo uno stipendio per fare gli interessi
del paese e non per fare andare via le aziende». Il
responsabile economico Stefano Fassina chiede l'audizione
in parlamento direttamente di Marchionne: «Siamo l'unico
paese al mondo che non ha messo in campo un'idea di
politica industriale per affrontare la crisi, l'unico
paese al mondo che asseconda scelte negative come il
minacciato abbandono dell'Italia da parte di Fiat. Il
governo Berlusconi e, in particolare il ministro Sacconi,
avrebbero dovuto e potuto tentare di portare il confronto
in Fiat su un terreno costruttivo». Protesta l'Idv ma
anche un pro-Marchionne come Bruno Tabacci dell'Udc: «Berlusconi
ha sbagliato taglio e misura. Un conto è il giudizio
sulla proposta della Fiat, un altro conto sono le
conseguenze che il governo auspica che si traggano
dall'esito del referendum».
Per un premier che è stato per quasi sei mesi il ministro
dell'Industria ad interim capirlo dovrebbe essere facile.
Invece no. La svolta «craxista» del Cavaliere non è
affatto una mossa estemporanea. Un pasdaran berlusconiano
come Osvaldo Napoli (Pdl) pare uscito dal Ventennio: «Marchionne
sta splendidamente completando ciò che Berlusconi ha
coraggiosamente avviato: cambiare pelle alla società e
agli italiani. Da imprenditore e da politico Berlusconi
innova, cambia e rivoluziona».
Eppure chiudere l'auto in Italia non sarebbe indolore. Nel
2009 il settore ha fatturato circa 165 miliardi: più
dell'11,4% del Pil (oltre il 30% dell'industria
manifatturiera). In ballo ci sono 400mila addetti, 1
milione considerando tutto l'indotto. L'Italia è l'unico
grande paese il cui governo ha finanziato senza condizioni
la propria azienda «nazionale». Obama ha investito solo
su Chrysler 16,9 miliardi di dollari. In cambio, il 65%
delle azioni è in mano ai sindacati Usa e il 9,2% alla
stessa Casa Bianca. In tutto, Fed e governo hanno speso in
due anni a sostegno esclusivo di banche, assicurazioni e
auto 5mila miliardi di dollari. Quasi il doppio del costo
totale americano della Seconda guerra mondiale (3,6
trilioni).
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CGIL
Confronto tra i segretari di categoria
Sulla rappresentanza una bozza che divide
Rocco Di Michele
Il muro contro muro non piace a nessuno. Tantomeno quando - come sta
accadendo alla Cgil - ci si trova alle prese con l'offensiva più
devastante mai messa in campo contro il sistema della relazioni
industriali, condotta in prima persona dall'unica vera «multinazionale»
italiana.
L'assenza di una legge sulla rappresentanza sindacale (esiste solo per il
pubblico impiego) è uno - non l'unico - varco legislativo da cui ha fatto
irruzione la Fiat cercando di imporre un «modello» in cui solo i
sindacati che firmano documenti in bianco hanno diritto di stare sul posto
di lavoro. Anche a prescindere dal grado di «rappresentatività» di
ciascuna sigla, fino all'assurdo oggi in campo: si cerca di «far fuori»
la Fiom, il sindacato con più iscritti, più voti e che, nell'intero
settore, raccoglie da solo la maggioranza assoluta dei consensi.
Nella tarda serata di martedì, a Chianciano, la riunione dei segretari di
categoria ha iniziato al discussione su una bozza di proposta sulla «democrazia
e la rappresentanza», che dovrà probabilmente essere approvato dal
Direttivo nazionale convocato per sabato. Non sarà questo,
presumibilmente, l'unico tema in discussione, visto che a quel punto
saranno noti i risultati del «referendum» voluto da Marchionne e - se
dovesse prevalere il «sì» - si farebbero enormi le pressioni per
costringere le tute blu a «cedere» e cercar di rientrare nel quadro
dell'«accordo». Che pure non prevede «finestre», se non a prezzi
politici insostenibili per chiunque.
La segreteria confederale, nel presentare la sua «bozza», non ha
concesso nulla né alla minoranza de «La Cgil che vogliamo» né alla
Fiom, che aveva raccolto oltre 100.000 firme per una legge di iniziativa
popolare proprio sulla rappresentanza. Per quanto ancora in forma di «estratti»,
il testo con cui Susanna Camusso vorrebbe riallacciare i rapporti con Cisl
e Uil - oggi sfilacciati al massimo, almeno ufficialmente - non sembra
infatti raccoglierne nessuna suggestione. A cominciare dall'istituto del
referendum, che i metalmeccanici vorrebbero far svolgere sia per
l'approvazione delle piattaforme sia dell'accordo finale. Nella proposta
Cgil, invece, sembrerebbe previsto solo come extrema ratio nella forma «abrogativa»
di accordi già firmati.
L'obiettivo è quindi un accordo interconfederale e con Confindustria, per
arrivare poi anche a una iniziativa legislativa. Il minimo indispensabile
per arginare la «balcanizzazione» delle relazioni industriali se dovesse
- come appare certo - generalizzarsi il «metodo Fiat». I punti di merito
abbastanza chiari riguardano per ora solo la soglia minima perché un
sindacato sia ammesso alle trattative di ogni livello (il 5% in una media
ponderata tra iscritti e voti raccolti nelle elezioni delle Rsu) e il «rafforzamento
del ruolo delle Rsu» previsto dagli accordi del luglio '93 (com'è noto,
la Fiat ammette invece solo «delegati nominati» dai sindacati firmatari,
ovvero la Rsa).
Ben poco chiari, invece, i meccanismi di validazione di piattaforme e
accordi, quantomeno esposti a grossi rischi «interpretativi» e
depotenzianti. Complicato anche definire concretamente cosa significhi il
«privilegiare la logica di coalizione, superando la maggioranza semplice»
all'interno dei percorsi di validazione. Non suona bellissimo, in questo
frangente, neppure il riferimento agli accordi «generali, omogenei ed
esigibili» (termine ossessivamente ripetuto negli ultimi tempi da
Marchionne), perché è chiarissimo cosa si intenda per «sanzioni» nei
confronti di lavoratori e sindacati, mentre altrettanto non si può
proprio dire per le aziende.
La presentazione della proposta, in assenza di dettagli più precisi,
appare perciò un segnale politico: la volontà della Cgil di uscire
dall'isolamento rispetto alle altre sigle confederali (molto meno nei
rapporti con le imprese e Confindustria) o del governo.
Accompagnato dall'esibita noncuranza verso le posizioni della minoranza
interna. Al punto di preferire un'approvazione a maggioranza rispetto a
una soluzione unitaria e condivisa (e ovviamente emendata).
SU REPUBBLICA.IT
Polemica
su data del referendum a Mirafiori, oggi la conferma del 13 e 14. Il
segretario Cgil (video)
a Landini: "Vi appoggiamo, ma se sarà sì dobbiamo stare nelle
fabbriche". Ad
Fiat: "Siete voi che ricattate". D'Alema: "Vendola
ai cancelli? Un errore"
di R. MANIA
SPECIALE SUL REFERENDUM A MIRAFIORI
I fatti dietro l'accordo sullo stabilimento di Mirafiori, il
ridimensionamento produttivo della Fiat in Italia e il crescente
orientamento finanziario, le alternative alla strategia dell'azienda.
Lettera di 46 economisti sul conflitto Fiat-Fiom
di * * *
E' vero, la Fiat non è competitiva. Ma per colpa dei costi fissi, non
di quelli variabili. Tocca all'Europa inventare una politica industriale
per superare la crisi dell'auto
di Roberto Romano
REFRESH. La caduta della quote di mercato, le scelte strategiche
di business, l'andamento della Chrysler e quello della Fiat, le ipotesi
di cessioni clamorose. Le ultime cifre dal mercato dell'automobile e dal
pianeta Marchionne
di Vincenzo Comito
Fantacronaca dal 2028. Calano le emissioni di CO2 dai trasporti, salgono
le 3B: bus, bici e batterie. Ecco come è nata l'industria del trasporto
sostenibile
di Gerardo Marletto
Ricchezze immeritate, diseguaglianze ingiustificabili, società
immobile. Perché accettiamo tutto ciò? "Ricchi e poveri", un
libro di M. Franzini
di Roberta Carlini
Mirafiori, il sì diviso
di Antonio Sciotto
su il manifesto
del 12/01/2011
I promotori del referendum si
spaccano, Fim e Ugl vorrebbero rinviare il voto al 18 gennaio. Marchionne
risponde a Cgil e Fiom: «Io non insulto, voglio cambiare l'Italia.
Camusso dica quel che vuole, ma se vince il sì è giusto che accettino il
risultato». Oggi fiaccolata a Torino
È piena bufera nel comitato
promotore del referendum di Mirafiori: i sindacati si sono divisi tra
loro. Motivo del contendere, la data delle votazioni: i delegati della Fim
Cisl e dell'Ugl nella commissione di garanzia avrebbero voluto rinviarle
di qualche giorno rispetto all'appuntamento già fissato (domani e
dopodomani), portandole al 18 gennaio. Contrari quelli di Uilm e Fismic.
L'apposita riunione organizzativa ieri pomeriggio è finita e pesci in
faccia ed è stata riaggiornata a oggi. Si potrebbe ipotizzare che i dubbi
siano motivati da una incertezza sugli esiti, ma la Fim adduce «problemi
tecnici». La tensione è alta, insomma, e il voto sembra preoccupare in
qualche modo anche l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne,
che ancora una volta ieri è tornato a intervenire sul referendum
torinese.
La divisione ieri avrebbe trovato una prima ricomposizione nel voto finale
della riunione, con Fismic e Uilm che hanno optato per la conferma domani
e dopodomani, i Cobas a favore di un rinvio, mentre Fim, Ugl e Fiom si
sono astenute. Così per il momento, almeno a ieri sera, la data resta
confermata. Le paure sarebbero motivate dal fatto che giusto poche ore
prima del voto si dovrebbero chiudere le assemblee della Fiom, e i
promotori avrebbero temuto un effetto «convincimento» sugli operai,
mettendo a rischio i già incerti esiti del referendum. Va ricordato un
elemento interessante: quando indirono il voto, alcuni promotori si
spinsero a dire che i sì all'accordo avrebbero avuto l'80% dei consensi;
ma l'indomani fu la stessa Fim, più cauta, a ridimensionare le
aspettative, affermando che si sarebbe accontentata di un 51%. Oggi i
nuovi dubbi.
Ieri dall'assemblea delle camere del lavoro Cgil, a Chianciano, la
segretaria Susanna Camusso aveva detto che Marchionne «insulta l'Italia»;
l'ad Fiat ha risposto senza farsi attendere: «Non si può confondere il
cambiamento con un insulto all'Italia - ha replicato dal salone dell'auto
di Detroit - Se introdurre un nuovo modello di lavorare in Italia
significa insulto mi assumo le mie responsabilità, ma non lo è. Il fatto
che sia un modo nuovo non lo metto in dubbio e nemmeno che sia dirompente
perché cambia il sistema delle relazioni storiche, ma che in questo si
veda una mancanza di affetto verso l'Italia è ingiustificato. È uno
sforzo sovraumano, non lo farebbe nessun altro». Subito dopo, Marchionne
ha aggiunto: «Non ce l'ho nè con la Cgil, nè con Camusso, con la Fiom e
nemmeno con Landini. Hanno punti di vista completamente diversi dal nostro
che non riflettono quello che vediamo noi a livello internazionale.
Nessuno sta dicendo loro di cambiare punto di vista - ha spiegato - ma
questo non permette loro di accusare gli altri di non volere bene
all'Italia».
Poi, relativamente alla richiesta Cgil di vedere il piano industriale
Fiat, Marchionne ha risposto per le rime: «La signora Camusso può dire
quello che vuole, ma vada a guardare il piano industriale della Volkswagen,
che arriva fino al 2018, e mi spieghi quanti dettagli ci sono. Non c'è
una pagina con una riga sugli investimenti. Il piano della Volkswagen l'ho
letto anch'io. Noi perlomeno lo abbiamo quantificato e abbiamo dato anche
uno spazio temporale».
Infine, un riferimento diretto alle votazioni: «In qualsiasi società
civile quando la maggioranza esprime un'opinione anche con il 51%, la
minoranza ha perso. È un concetto di civiltà comune. Quando si perde si
perde. Io ho perso tantissime volte in vita mia e sono stato zitto. Sono
andato avanti e non ho reclamato. Se venerdì vince il sì ha vinto il sì
e il discorso è chiuso. Non possiamo fare le votazioni 50 mila volte.
Capisco che nessuno voglia perdere, ma una volta che ha perso ha perso».
Infine Marchionne ha sbottato, e ha attaccato i metalmeccanici Cgil: «Ogni
volta che si va a votare si dice che è sotto ricatto. Ma qual è
l'alternativa al voto? Devo fare un investimento, non è un ricatto, è
una scelta da farsi. Ma allora perché non è un ricatto alla Fiat quello
della Fiom che detta le condizioni per l'investimento?».
Ieri comunque è stato definito il quesito del referendum: «Sei
favorevole all'accordo del 23 dicembre 2010?», e i 5400 dipendenti delle
carrozzerie Fiat dovrebbero votare su 9 seggi, nei tre turni di fabbrica
(dalle 22 del 13 gennaio alle 22 del 14). Si è formato poi un nuovo
comitato del no, che si è aggiunto a quello già attivo dei Cobas: è
formato soprattutto da iscritti alla Fiom e due dei tre portavoce sono
delegati della Fiom.
Da Torino, dove oggi si terrà una fiaccolata organizzata dalla Fiom, con
Micromega (il cui appello ieri ha superato quota 50 mila firme), parla il
segretario nazionale della Fiom Giorgio Airaudo: «Marchionne, cercando
consensi, in realtà ha avuto un doppio dissenso: non solo quello di chi
voterà no, ma dei tanti che ammettono che voteranno sì perché si
sentono sotto ricatto. Marchionne è colpito da una idea di onnipotenza,
ma in realtà è solo un dipendente Fiat molto ben pagato; peraltro,
grazie alle stock options, per i risultati di Borsa e non per quelli
produttivi».
Noi, i cervelli in fuga,
stiamo con la FIOM
di ***
su il
manifesto del 12/01/2011
Siamo un gruppo di italiani sotto
i 40 anni che vivono e lavorano all'estero, ma che continuano ad avere
contatti diretti con il nostro Paese. Paese a cui ci legano affetto e
nostalgia, accompagnati dalla rabbia di vederlo in costante declino.
Nessuno di noi si è finora impegnato direttamente in politica, pur
essendo tutti simpatizzanti per la sinistra nel suo significato più
ampio, ma ciò che sta succedendo in questi giorni non può lasciarci
indifferenti. Per questo abbiamo deciso di manifestare le nostre
preoccupazioni su alcuni temi importanti: il ricatto di Marchionne; un
contratto imposto e non negoziato; la convocazione di un referendum
pericolosamente somigliante ai plebisciti del Ventennio in cui l'unica
scelta è tra la disoccupazione e le condizioni imposte dal padrone; la
deroga a diritti costituzionali riconosciuti attraverso la stipula di
contratti privati; la rinuncia al contratto collettivo nazionale nel
silenzio di Confindustria e di gran parte dei sindacati (che a priori
avrebbero dovuto rifiutarsi di firmare un contratto diverso da quello
nazionale per gli operai di Mirafiori); l'esclusione del più grande
sindacato metalmeccanico dalla rappresentazione sindacale. Consideriamo
tutto ciò molto grave. Lo troviamo ancora meno accettabile in un periodo
di crisi economica e rigettiamo il tentativo di far pagare ai lavoratori i
costi del fallimento del neo-liberismo. Ci stupiamo di fronte al silenzio
imbarazzante di gran parte dell'opposizione, soprattutto quella
parlamentare, e pensiamo che sia il momento di schierarsi nettamente.
La Fiom non difende solamente i lavoratori di Mirafiori, difende la
Costituzione, la democrazia, la libertà di scelta. Difende, in sostanza,
la possibilità di un futuro per il nostro Paese, che ci sembra sempre più
lontano. Schierarsi oggi dalla parte dei diritti dei lavoratori vuol dire
difendere un modello sociale basato non solo su solidarietà e uguaglianza
- concetti che sarebbe ridicolo definire datati - ma anche su una più
equa distribuzione del reddito, così da evitare crisi di sovrapproduzione
e bolle speculative. Significa rigettare lo sfruttamento intensivo della
forza lavoro, tipico dei paesi in via di sviluppo e non certo delle
economie avanzate. Non sono riformisti coloro che vogliono riportare
indietro le lancette della storia, ma reazionari. Non sono eroi quelli
che, fomentando una guerra tra poveri, ci portano sulla strada del
sottosviluppo. Non sono innovatori coloro che, invece di puntare sulla
ricerca e l'investimento in capitale umano, cercano semplicemente di
abbattere i costi col dumping sociale.
Siamo per altro convinti che gli attacchi alla Costituzione, ai diritti,
al nostro contratto sociale e, in breve, al futuro del nostro Paese, si
possano fermare. Questa speranza si lega a due elementi: lo sdegno per la
realtà delle cose e il coraggio di cambiarle. Per questo non abbiamo
dubbi: stiamo con la Fiom.
*** Laura Andrazi, Parigi; Alessio Baldini, Univ. Leeds, Uk; Giorgia Maria
Battistello, Six Telekurs, Londra; Tommaso Cavazza, Barcellona; Francesca
Congiu, Univ. of Leeds; Ilaria Giglioli, Univ. California Berkeley; Matteo
Giglioli, Palo Alto, California; Simone Giovetti, United Cities of France
(Cooperazione Francese); Silvia Gurrieri, Parigi; Giandomenico Iannetti,
University College London; Salvatore Marchese, Brno, Repubblica Ceca;
Nicola Melloni, London Metropolitan University; Vasco Molini, Maputo,
Mozambico; Valentina Rigamonti, Usaid, Afghanistan; Pietro Roversi, Oxford
University, Uk; Davide Sormani, Brno, Repubblica Ceca; Gigliola Sulis,
Univ. Leeds, Uk; Elia Valentini, University College London; Alessandro
Volpi, Londra.
«Noi con la Fiom, ma
restiamo in fabbrica»
di Rocco Di Michele
su il
manifesto del 12/01/2011
Camusso ai meccanici.
Landini: non firmiamo
I giorni più difficili della
storia della Cgil - nel dopoguerra, almeno - stanno scorrendo veloci. Ogni
ora prevede «sortite». Per condizionare il voto degli operai delle
carrozzerie di Mirafiori e la politica, oppure incitare la confederazione
guidata da Susanna Camusso ad «ammorbidire» le sue tenacissime tute blu.
Anche qui il «caso Fiat» tiene banco e passa davanti a tutto, anche se
si dovrebbe discutere solo di «contrattazione sociale e territoriale»,
per dare una risposta a quelle figure sociali che non sono coperte dalle
storiche categorie sindacali e che rappresentano ormai un mondo fatto di
milioni di lavoratori poveri o ex.
La stessa Camusso è costretta a partire dall'attualità per poi cercare -
senza grande convinzione - di virare la discussione sul tema originale. Se
la prende più con il governo («fa il tifoso contro il lavoro», «cerca
il rigore dei conti con tagli lineari») che non con le imprese. Delinea i
punti di una piattaforma (riequilibrio fiscale detassando buste paga e
pensioni, patrimoniale alla francese, lotta a evasione e corruzione, ecc),
anche perché la stessa Confindustria mostra evidenti «imbarazzi»
nell'accettare la linea Fiat. Ma non può evitare di dichiarare il proprio
appoggio alla Fiom in questo scontro «per impedire che lo strappo della
Fiat si estenda a tutto il sistema». E quindi «tutta la Cgil sarà in
piazza il 28», giorno dello sciopero generale dei metalmeccanici, «perché
parla della contrattazione, di rappresentanza e democrazia».
Un appoggio critico, però, chiedendo di «riflettere sul fatto che non si
può restare fuori dalle fabbriche», altrimenti «si diventa dipendenti
dalle alleanze costruite fuori di esse». Con altre parole, ha riproposto
l'idea della «firma tecnica»; o «l'accettazione del risultato del voto»
se dovessero prevalere i «sì». Ragionamento ripreso dal coordinatore
della minoranza Fiom, Fausto Durante, costretto però a distinguere tra
giusta linea nazionale e scelte territoriali («le strutture territoriali
della Fiom e le Rsu interessate dagli stabilimenti Fiat hanno la titolarità
a negoziare»).
Un esercizio da equilibristi che Maurizio Landini, segretario generale
Fiom, ha facile gioco nel demolire. «Negli accordi vale quello che c'è
scritto; e nel testo di Mirafiori si prevede che i lavoratori non
eleggeranno più le loro rappresentanze (Rsu, ndr), mentre i delegati
verranno nominati dai sindacati che hanno detto sì alla Fiat (Rsa, ndr)».
Un invito insomma a vedere che nell'intesa non c'è una porta per il «rientro».
E anche chi ha firmato e quindi è «dentro», ricorda Landini, «non potrà
cambiare assolutamente nulla, perché è prevista la sanzione per
qualsiasi tentativo di mutare le clausole dell'accordo». Anzi, i «delegati»
non dovrebbero far altro che «i controllori» dei lavoratori, impedendo
loro «comportamenti» non previsti.
La prova che Fiat non vuole più nessuna relazione sindacale vera, per
Landini, sta nel fatto - sicuramente «innovativo» - che il responsabile
aziendale del settore (Paolo Rebaudengo, da decenni in quel ruolo) «dal
31 non svolge più questa funzione e non è previsto nessun sostituto».
E quindi «è vero che la questione Fiat ha valore generale» (argomento
sollevato da più parti per spingere la Cgil a subentrare alla Fiom nella
gestione), «ma proprio per questo c'è bisogno di una nostra radicalità
d'analisi che sia almeno all'altezza di quella che fa la Fiat».
Altrimenti non si riesce a prendere «iniziative adeguate».
Proprio il sindacato generale, confederale, «viene messo in discussione
dal modello Mirafiori». Se tutto viene ridotto al livello aziendale,
senza contratti nazionali, e se l'impresa «può scegliersi o inventarsi»
il soggetto con cui trattare, non c'è più spazio logico e politico per
un sindacato confederale. Del resto, proprio sulla «derogabilità dei
contratti» la Cgil - con Guglielmo Epifani alla guida - si era
coerentemente rifiutata di firmare l'accordo sulla riforma della
contrattazione.
L'indicazione di Landini diventa quindi duplice: da un lato «diciamo agli
operai di Mirafiori che siamo con loro e non firmeremo l'accordo qualunque
sia l'esito del voto». Dall'altro, visto che «la vertenza Fiat riguarda
tutto il paese, non solo i metalmeccanici», «dobbiamo avere un
piattaforma generale», «far saltare l'accordo, renderlo non applicabile
ed essere in grado di riconquistare i diritti; in termini sindacali
significa riaprire la trattativa e considerare la vertenza ancora aperta».
Lo sciopero del 28, in questa visione, «deve diventare l'avvio di una
fase di mobilitazione più ampia».
Tutta da costruire. Ma dentro la Cgil aumentano i settori (per esempio «gli
emiliani», oltre a pensionati, pubblico impiego e conoscenza) che dicono
apertamente che «su questa vicenda non si può girare la testa da
un'altra parte». Quando in sala si apprende che Fim e Ugl hanno chiesto
di rinviare il referendum (notizia che poi diventa un giallo...) diventa
più chiaro che quel «si può ancora vincere» pronunciato da Landini è
una valutazione soppesata, non solo un moto del cuore
Ora c'è chi ha paura del
voto operaio
di Paolo Persichetti
su Liberazione
del 12/01/2011
Mirafiori, Fim e Ugl
chiedono un rinvio del referendum poi fanno marcia indietro
Un gustoso retroscena delle
ultime ore spiega molte cose del clima che si respira in questi giorni a
Mirafiori. Il fronte del sì al referendum ha perso molta della sua
sicumera iniziale. L'opinione libera degli operai sta suscitando molta
paura. Il ricatto di Marchionne non sembra affatto aver piegato la volontà
di chi lavora sulle linee e così in certi ambienti la democrazia fa
novanta. La Fim e l'Ugl avrebbero chiesto ieri mattina, durante una
riunione della commissione elettorale, il rinvio della data del
referendum. Secondo l'indiscrezione diffusa dal sito online di Repubblica
nel corso del pomeriggio, per i rappresentanti di queste due sigle
sindacali «non ci sarebbero ancora le condizioni tecniche per chiamare al
voto gli operai». Motivo: le urne si aprirebbero troppo a ridosso delle
assemblee organizzate dalla Fiom. Ragione che porterebbe Fim e Ugl a
temere che questo particolare possa condizionare il voto delle tute blu.
Secondo queste sigle sindacali ci vorrebbe ancora qualche giorno in più
di terrorismo aziendale, condito di minacce e ricatti del tipo, «se vince
il no sbaracchiamo l'azienda», per convincere gli indecisi. La proposta
ha diviso la commissione elettorale: mentre i rappresentanti di Fismic e
Uilm rimanevano dell'opinione che la consultazione avrebbe dovuto
svolgersi il 13 e 14, come precedentemente concordato, per il rinvio hanno
votato i due rappresentanti dei Cobas mentre Fim e Ugl, che avevano
lanciato l'idea, e la Fiom, che partecipa come osservatore, si sono
astenuti. Tuttavia nel pomeriggio, soprattutto dopo il clamore suscitato
dalla diffusione della notizia, la Fim è corsa ai ripari e terminato un
rapido giro di consultazioni ha deciso di tornare sui suoi passi. «C'è
stato uno scambio di idee per valutare l'ipotesi di un breve rinvio,
spostando la data a lunedì o martedì. Una valutazione fatta anche su
richiesta dei nostri rappresentanti - ha spiegato il segretario generale
della Fim, Giuseppe Farina - poi è stata confermata la data inizialmente
prevista». A metterci una toppa è arrivato anche il segretario generale
Cisl, Raffaele Bonanni e l'Ugl con una nota ufficiale. Tuttavia il numero
uno provinciale delle tute blu della Cisl non ha chiuso la porta alla
possibilità di un rinvio spiegando che la commissione elettorale tornerà
a riunirsi oggi, «per stabilire la data in modo definitivo». Il
presidente del Comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, ha
chiosato lapidario l'intera vicenda: «Questa sceneggiata dimostra che il
referendum è indetto dalla Fiat, non dai sindacati, che si limitano a
obbedire».
Rappresentanza, Camusso cerca
l'intesa con la Cisl
di Fabio Sebastiani
su Liberazione
del 12/01/2011
E la segretaria attacca
Sergio Marchionne, «insulta ogni giorno il paese», e il governo che non
reagisce
Proposta, e accordo con la Cisl,
sulla rappresentanza, «propedeutico» alla legge. Intanto, cominciare a
seminare la pianta della "contrattazione sociale". La Cgil cerca
di uscire così dall'angolo in cui l'hanno costretta Sergio Marchionne e
Raffaele Bonanni, disegnando un percorso, però, di lungo periodo. E i
rapporti con la Fiom? Dall'assemblea delle Camere del lavoro in corso a
Chianciano proprio sul tema della contrattazione sociale, la segretaria
generale della Cgil Susanna Camusso non cita mai la parola "firma
tecnica" ma il senso del suo discorso sull'urgenza del
"dopo" è molto chiaro: «a Mirafiori bisognerà continuare a
starci». E l'accento cade proprio su quella pratica della «presenza nei
luoghi di lavoro» che, essendo rimasta nella simbologia fondante del
sindacato, non può che strappare un paio di applausi convinti. Nel
merito, Susanna Camusso dimentica un po' troppo "sportivamente"
la clausola di responsabilità, uno dei punti più contrastati di Fabbrica
Italia. A risponderle è il presidente del Comitato centrale della Fiom,
Giorgio Cremaschi. «La firma tecnica è, per dirla in modo chiaro,
tecnicamente impossibile. Chi dice che per stare dentro bisogna firmare
dimentica che nell'accordo c'è la fine del fare sindacato. Se vuoi
realmente tutelare i lavoratori sulle condizioni di lavoro devi essere
fuori da quell'accordo». Ma il cahier de doleance non finisce qui: la
Cgil sta per formalizzare una proposta sulla rappresentanza e sulla
democrazia sindacale che, pur tra diversi punti di avanzamento, ripropone
il referendum come differenza con la Fiom. In sostanza non c'è la formula
del "referendum automatico". C'è sì un referendum abrogativo
ma solo in casi particolari. «Se in fase di conclusione negoziale - si
legge nella proposta - ante-firma sussistono reiterati dissensi tra i
negoziatori e le organizzazioni sindacali favorevoli alla firma non
raggiungono il 60% della rappresentatività, si avvia un percorso di
verifica del mandato a concludere il negoziato mediante il voto dei
lavoratori». Maurizio Landini, intervenendo dal palco di Chianciano,
spiega così la non perfetta coincidenza di vedute: «Lavoratori e
lavoratrici devono sempre decidere sul loro contratto». La soglia della
rappresentanza, al 5%, viene mutuata dalla legge che regola la stessa
materia nel pubblico impiego ( "media tra peso associativo e peso
elettorale").
Le asce di guerra sono solo provvisoriamente sotterrate. E verranno
dissotterrate con i risultati del referendum in mano. Il "No",
con la Fiom che a Mirafiori ha il 30%, non potrà totalizzare meno di
Pomigliano (36). Tra i sindacalisti un po' di ottimismo c'è. E la stessa
richiesta di rinviare il referendum «perché troppo vicino alle assemblee
indette dalla Fiom», testimonia che il clima a Mirafiori sta cambiando.
Intanto, lo sciopero generale di categoria del 28 gennaio farà la sua
figura. E sarà anche la prima occasione per tentare di cancellare
l'eventuale risultato negativo che dovesse arrivare da Mirafiori. Ma ciò
che stenta a venir fuori, e la platea di Chianciano ne ha rappresentato
l'ulteriore conferma, è una vera battaglia generale contro l'attacco ai
diritti dei lavoratori. E' la stessa Susanna Camusso, dal palco, a dolersi
di una situazione difficile, in cui l'esempio Fiat potrebbe «fare scuola».
«Marchionne insulta ogni giorno il Paese» ha detto la segretaria del
principale sindacato italiano, che ha attaccato il Governo «che non
reagisce di fronte alle offese lanciate da Marchionne». La risposta non
va, però, oltre un generico invito alle imprese a non seguire quella
strada. A Cisl e Uil, Camusso offre e chiede un confronto più sereno, «senza
inseguire ogni giorno una dichiarazione di Marchionne». «E' possibile
fare qualcosa insieme affinchè i posti di lavoro non diventino caserme e
i sindacati silenti?», chiede ancora ricordando però a Bonanni ed
Angeletti come sia possibile «coniugare l'autonomia del sindacato con
l'accettazione di norme che escludano un sindacato da una fabbrica». «Senza
rispetto di una singola organizzazione non c'è pluralismo», incalza
rivolta a via Po, a Roma, nel tentativo di respingere i ripetuti attacchi
alla Fiom.
Nel suo intervento, Landini ha ribadito uno per uno tutti i punti
inaccettabili dell'accordo di Mirafiori ed ha invitato la Cgil a «farlo
saltare». «Non siamo di fronte ad un brutto accordo o ad un ennesimo
accordo separato ma siamo di fronte ad un cambio d'epoca», ha detto
Landini. «Per questo - aggiunge - servono risposte straordinarie da
pensare insieme. Tutto il sindacato, tutta la Cgil capisca quello che sta
succedendo». Il «problema vero è far saltare quell'accordo con
iniziative in tutta la Fiat e nel Paese», prosegue Landini. «Chi ci
vieta di fare scioperi, di eleggere delegati, di organizzarci? Chi lo
vieta?, domanda il leader della Fiom. «Niente vieta alla Fiom di parlare
con i lavoratori, di organizzarsi anche in modo straordinario con una sede
permanente lì. Chi lo vieta, nessuno - ripete - e se c'è da fare una
fase straordinaria di impegno e di solidarietà per i lavoratori di
Pomigliano e Mirafiori, lo faremo».
A Mirafiori in gioco la
democrazia
di Loris Campetti
su il
manifesto del 11/01/2011
C'è un signore con la borsetta
che gira il mondo cercando di vendere la sua merce a prezzo fisso. Non è
un mercante arabo, nessuna trattativa è prevista: se vi va è così,
altrimenti tanti saluti. Il liberismo nella globalizzazione non è un suq,
la crisi e la concorrenza non perdonano e il '900 è morto e sepolto con i
suoi lacci e diritti. Il nostro mercante si chiama Sergio Marchionne,
parla americano e detesta i dialetti, che sia sabaudo o partenopeo. È più
capace nel vendere promesse in cambio di cieca obbedienza che non
automobili. Nessuno le vuole, è merce vecchiotta. Ma lui giura che
rinnoverà e triplicherà la produzione, darà lavoro a tutti, tanto
lavoro. 10 ore al dì anzi 11, pause ridotte, mensa solo se c'è tempo,
sciopero nisba, neanche un'influenza. È scritto sul contratto: se voti sì
ti riassumo, investo per il futuro tuo e della fabbrica, sennò riparto
con la mia valigetta e qualche pezzente più pezzente di te in qualche
stato più pezzente di quello italiano lo troverò di sicuro.
Ecco il referendum con cui il 13 e il 14 Marchionne chiederà a 5.300
operai delle Carrozzerie di Mirafiori di prendere o lasciare: il 51% di sì
farà vivere la fabbrica, il no la chiuderà. Che c'è di nuovo rispetto a
Pomigliano? Una raffinatezza: i sindacati che non hanno firmato l'accordo
non avranno più accesso alle linee di montaggio. Nessun delegato, del
resto, neanche quelli dei sindacati complici, potrà essere eletto dai
lavoratori, saranno nominati d'ufficio dagli stati maggiore.
Ci sono tre reazioni al diktat. La prima, maggioritaria in politica, al
governo, tra i sindacati e gli imprenditori, batte le mani e minaccia gli
operai: che aspettate a piegare quella schiena? Non vorrete perdere
investimenti e lavoro per un principio ammuffito? Guai a voi se farete
fuggire all'estero la Fiat. La seconda reazione è quella della Fiom, che
si oppone ai ricatti e informa gli operai di quel che stanno per votare,
indicendo assemblee e distribuendo a tutti il testo dell'accordo. Così
potranno decidere con cognizione di causa se il gioco vale la loro dignità.
Ci sono diritti non vendibili scritti in leggi, contratti, nello Statuto e
nella Costituzione e gli accordi o sono frutto di contrattazione o non
esistono. La Fiom non riconosce la validità del referendum-truffa. Poi c'è
una terza reazione, uguale alla seconda ma con un finale diverso: noi
siamo contrari, ma se il ricatto vincesse la Fiom dovrà riconoscere il
risultato, adeguarsi e apporre la propria firma per non essere espulsa
dalla fabbrica. È il punto di vista della maggioranza del gruppo
dirigente Cgil.
Non sempre il pragmatismo riduce i danni. La forza accumulata dalla Fiom
si fonda sull'ascolto dei lavoratori, sulla condivisione, sulla
rappresentanza democratica. È tutta da dimostrare la possibilità che la
Fiat possa cancellare il sindacato più rappresentativo, mentre è
prevedibile che una rinuncia della Fiom a difendere la dignità della sua
gente spezzerebbe quel legame straordinario e un'aspettativa che va
crescendo ben oltre le fabbriche. In questa settimana, ancora una volta a
Torino, si gioca una partita che riguarda la democrazia italiana.
Marchionne non aspetta le
urne: «Se vince il no, via da Torino»
di A.M.
su Liberazione
del 11/01/2011
Fiat sale al 25% di
Chrysler, da Detroit l'ad attacca la Fiom: «Per loro tutto illegittimo»
Marchionne fa l'americano in
tutto per tutto e da Detroit annuncia che la Fiat è salita fino al 25%
dell'azionariato dell'americana Chrysler e che, probabilmente, non finirà
qui. Infatti l'accordo fra la casa torinese e quella di Detroit prevede
nuove scalate, a colpi di 5%, in base agli obiettivi raggiunti, il primo
dei quali è quello che ieri le ha permesso di salire dal 20 al 25%:
l'inizio della produzione commerciale del motore Fire nel suo stabilimento
di Dundee in Michigan. Così adesso le azioni della Chrysler di dividono
fra il 63% dei sindacati americani, il 25% Fiat, il 9,2% del Tesoro
statunitense e il 2,3% del governo canadese. Gli altri
due"eventi" che interesseranno la Fiat sono l'aumento dei ricavi
e delle vendite al di fuori dell'area Nafta e la produzione commerciale
negli Stati Uniti di una autovettura basata su una piattaforma Fiat con
prestazioni di almeno 40 miglia per gallone. «Sono cauto ma ottimista sul
futuro» dice Marchionne che poi si sbilancia sul futuro d'Oltreoceano: «L'Alfa
Romeo sbarcherà negli Usa probabilmente nel 2012 e il nostro obiettivo è
di portare tutta la gamma Alfa in America, inclusa la macchina che
dovrebbe essere prodotta a Mirafiori». Mentre per quanto riguarda i
mercati emergenti, spazio alla Cina: «Stiamo lavorando per migliorare la
nostra posizione in Cina dove sappiamo di essere in ritardo. Mi cospargo
il capo di cenere. Abbiamo iniziato tre volte, le prime due non sono
andate bene, ma ora abbiamo il partner giusto. Lo stabilimento parte nel
2012, cominceremo a vendere Fiat, stiamo importando le Jeep, abbiamo
creato la rete». Quanto all'India «abbiamo il partner giusto, è il più
grande gestore di attività industriali in quel Paese. Dobbiamo mettere più
enfasi sull'aspetto commerciale».
Abbandonato l'estero l'ad Fiat torna a parlare di Italia e, sulla scia di
quanto detto in precedenza da John Elkann, assicura: «Ci teniamo stretto
tutto, anche se ci offrono un sacco di soldi». Ma il tema caldo è,
ovviamente, il referendum a Mirafiori che si terrà giovedì e venerdì .
Classe ed eleganza vorrebbero che tal parte in causa qual è Marchionne
tacesse nei giorni precedenti o perlomeno che non si comportasse come un
qualsiasi caporale da quattro soldi. Ma si sa, Detroit riporta alla mente
storie di gang e intimidazioni e quindi Marchionne non si sottrae al ruolo
del minacciatore nei confronti della Fiom: «Se a Mirafiori vincesse il no
ci sono moltissime alternative. Venerdì scorso ero in Canada a Brampton
per lanciare il charger della Chrysler. Ci hanno invitato a investire e
aumentare la capacità produttiva. C'è un grande senso di riconoscimento
per gli investimenti che abbiamo fatto là. Stanno aspettando di mettere
il terzo turno, trovo geniale che la gente voglia lavorare, fare anche il
terzo turno. Lavorare sei giorni alla settimana è una disponibilità
incredibile, in Europa questo è un problema, Brampton è una possibilità,
ma ce ne sono moltissime altre dappertutto come Sterling Heights». Come
dire agli operai italiani che se il voto non sarà gradito ai vertici Fiat
tanti saluti e grazie. Come farsi a fuggire poi l'occasione di fare nomi e
cognomi? «Non voglio entrare in polemica con Landini perché non
risolviamo niente - dice Marchionne - ma è impossibile discutere con
qualcuno che considera qualsiasi cosa che facciamo illegittima,
considerano illegittimo finanche il referendum voluto dai sindacati. È
un'iniziativa partita da loro e adesso persino quella è considerata
illegittima. È sempre colpa della Fiat. Ci sarà pure qualcosa di
legittimo. Essere trattati così è veramente osceno». Ripetuto il mantra
per cui in America è tutto rose e fiori («con i sindacati americani si
fa l'accordo e si va avanti, se vince il no torniamo a Detroit»)
Marchionne non si perde l'ultima stoccata della giornata: «La Fiom vuole
ricorrere ai giudici del lavoro sull'accordo per Mirafiori? Lo faccia pure».
Fiat, la Fiom rilancia lo
sciopero. «La partita non è chiusa»
di Fabio Sebastiani
su Liberazione
del 11/01/2011
«Non siamo quelli del
"No". Firmati oltre mille accordi». Landini lancia una
sottoscrizione straordinaria
«Per noi la vertenza con la Fiat
rimane aperta». Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, fino
ad oggi noto per la mitezza nell'atteggiamento unita ad una decisione nei
contenuti, lancia un vero e proprio guanto di sfida a Sergio Marchionne.
Lo fa circondato da un nugolo di telecamere e di block notes dal bunker di
Corso Trieste, storica sede della ex-Flm (l'organizzazione sindacale che
univa sotto un'un ica bandiera Fiom, Fim e Uilm), nel corso della
conferenza stampa di presentazione dello sciopero generale del 28 gennaio.
Il clima è talmente carico che un cronista inesperto titola
"Possiamo vincere la partita", lasciando intendere il
referendum.
Quasi impossibile vincere il referendum, ma la Fiom in questa fase ce la
sta mettendo tutta. Tra le altre ipotesi anche il ricorso legale. Su
questo, dopo gli incoraggianti segnali che sono arrivati nei giorni scorsi
dagli ambienti vicini alla Corte Costituzionale, è in programma un
incontro con la Consulta giuridica della Cgil.
Intanto, i metalmeccanici della Cgil rilanciano tutte le ragioni dello
sciopero, che a questo punto si configura sempre di più come uno sciopero
politico contro l'attacco alla Costituzione italiana e ai diritti dei
lavoratori. E poi apre «una sottoscrizione straordinaria» il cui
obiettivo non è solo quello di valutare la solidarietà in termini di
risorse ma anche in termini di consenso. La sottoscrizione si può fare
anche attraverso internet.
A pochi giorni dal referendum sul futuro dello stabilimento, fissato per
giovedì e venerdì, ieri ripartita la produzione a Mirafiori, dopo tre
settimane di cassa integrazione. Da mercoledì saranno nello stabilimento
tutti i 5.500 operai. I primi a rientrare sono stati gli operai dell'Alfa
Mito (300 con il primo turno, alle 6; altri 500 negli altri due turni
della giornata).
Ad accoglierli c'era un opuscolo della Fiom con il testo integrale
dell'accordo: una pubblicizzazione che nemmeno Fim, Uilm, Ugl e Fismic,
avevano ancora tentato. Strano, eppure loro dovevano considerarsi i
diretti interessati.
Sul frontespizio la Fiom ha scritto: «Se cedi un dito ti prendono il
braccio»: un vecchio slogan del '68 torinese sempre attuale.
Sarà sulla base di quell'opuscolo che la Fiom proprio in questi giorni
terrà le assemblee a Mirafiori.
A "rimanere aperto", poi, è anche il confronto con la Cgil. Il
"pari e patta" di domenica lascia aperti tutti i nodi
strategici. Non a caso ieri sera c'è stato un incontro tra la segretaria
generale della Cgil Susanna Camusso e la minoranza della Fiom. Nel
"sindacalese" stretto equivale ad un aperto atto di ostilità.
Landini, nel corso della conferenza stampa, invece, ha sottolineato come
lo sciopero sarà ampiamente partecipato e sostenuto dai segretari
nazionali della Cgil, presenti in moltissimi comizi di chiusura. Susanna
Camusso sarà a Bologna nella iniziativa che, però, è stata anticipata
in questo caso al 27 gennaio. Insomma, nessun cenno ai dissensi e nemmeno
alla partita della "firma tecnica", che a questo punto viene
sostenuta solo all'interno del Pd. Al summit di Corso d'Italia non si è
parlato di sciopero generale. Ma a questo punto è chiaro che a tutti
convenga fare un passo alla volta. Il primo lo farà oggi Camusso che dal
palco della assemblea delle Camere del lavoro a Chianciano parlerà della
proposta Cgil sulla rappresentanza.
Maurizio Landini ci tiene a ribadire un concetto: «Siamo il sindacato che
firma più accordi nel Paese». Oltre mille gli accordi che hanno
coinvolto circa 230 mila metalmeccanici, dalla Ferrari alla Brembo, dalla
Indesit alla Lamborghini che è tedesca. Non è finita, perché nei
rinnovi delle rsu per le quali hanno votato complessivamente 30 mila
lavoratori la Fiom, dichiara Landini, «è l'unica categoria che ha
aumentato voti e delegati passando dal 61,7% al 66,6%, per i primi e dal
62,7% al 70% per i secondi. La Fim, invece, in termini di voti è passata
dal 21,7% al 18,3% mentre in termini di delegati è passata dal 20,6% al
17,2%. Così come la Uilm è passata dal 13,2% al 10,7% in termini di voti
e dal 14,2% al 10,3% in termini di delegati.
Ieri la Fiom ha incontrato i vertici della Federazione della Sinistra, di
Sinistra critica e del Partito democratico. Per Oliviero Diliberto,
portavoce di Fds, «la vicenda Mirafiori rappresenta oggi un punto
cruciale e dirimente per la sinistra e per la democrazia. Non c'è spazio
per ambiguità. In casi come questi ci si schiera. E la Federazione della
Sinistra si schiera senza tentennamenti con i lavoratori metalmeccanici e
con la Fiom attorno a cui nel Paese sta nascendo una vasta solidarietà
probabilmente inaspettata per tutti gli sponsor delle imprese e del
mercato 'a prescindere».
Sinistra Critica, infine, ha ribadito la totale solidarietà alla
battaglia dei lavoratori della Fiat per difendere il lavoro e i diritti,
nonchè il sostegno alla Fiom e alle iniziative intraprese per contrastare
l'offensiva padronale, lesiva di fondamentali tutele democratiche. Ha
anche sottolineato la necessità «di un'ampia convergenza tra i soggetti
che stanno pagando i costi della crisi, per contrastare la guerra sociale
scatenata in Europa da governi ed imprese». La proposta è quella di un
«Forum delle opposizioni sociali».
10 gennaio-
prima pagina - audio-
Ilvo Diamanti(ampio spazio su Fiat) RADIO3
gad lerner-
l'infedele 10 gennaio- video REFERENDUM O ULTIMATUM? -LA7
10 gen
-repubblica
SINDACATO
Camusso tenta il blitz su Landini
"Non è una vertenza solo vostra"
La leader: "La questione Fiat è generale, la Cgil non può stare
fuori". Ma i metalmeccanici resistono. "Non vi caccerò, non
sono Bonanni, né firmerò al posto vostro perché lo statuto lo
vieta" di ROBERTO MANIA
SUSANNA Camusso tenta il blitz, quasi un mini-commisariamento dei duri
della Fiom. Ma dopo quasi sei ore di riunione nella sala "Fernando
Santi" al primo piano del palazzone di Corso d'Italia, sede della
Cgil, non riesce a piegare le resistenze di Maurizio Landini, leader della
Fiom. Da una parte i nove segretari confederali, dall'altra i quattro dei
metalmeccanici. Due modi di concepire l'azione sindacale, il rapporto con
la politica, il conflitto con i "padroni" nell'epoca della
globalizzazione, ma anche la delega dei lavoratori.
Una discussione lunga e tesissima. Un clima pesante. Senza un punto di
incontro finale. Divisi. La Fiom andrà da sola verso un'orgogliosa
sconfitta al referendum tra i cinquemila lavoratori della newco
Fiat-Chrysler di Mirafiori, senza che la Cgil possa entrare in campo.
Perché questo era l'obiettivo del segretario generale Camusso: far
gestire alla confederazione, cioè alla Cgil, l'inedita
vertenza-Marchionne. "Questa - ha sostanzialmente argomentato Camusso
- è una vertenza generale che riguarda tutto il sindacato, gli strumenti
della rappresentanza, la contrattazione. Non è solo una questione di
categoria. Riguarda tutti". Landini ha detto no. L'ha detto in
sindacalese: "La titolarità è nostra". E le regole della Cgil
sono dalla sua parte. È il nocciolo dello scontro ormai decennale tra la
Cgil e i suoi metalmeccanici arrivati nella seconda metà degli anni
Novanta a teorizzare addirittura l'"indipendenza" della Fiom
pure rispetto
alla Confederazione. Oggi la Fiom non è solo la federazione dei
metalmeccanici è anche la minoranza della Cgil, sconfitta all'ultimo
congresso dalla linea Epifani-Camusso, l'83 per cento contro il 17. La
Fiom è di fatto, con tutte le contraddizioni del caso, la
"quarta" confederazione, massimalista, antagonista e
movimentista.
Il tentativo di imbrigliare i metalmeccanici non è riuscito. Eppure
Susanna Camusso, che nella Fiom subì l'onta della "cacciata"
proprio ad opera di Claudio Sabattini di cui Landini è il più giovane
erede, pure ieri ha rilanciato: "Facciamo la campagna per il no. Ma
poi dobbiamo accettare l'esito del referendum. Dobbiamo esserci dentro la
fabbrica. Non lasciamo soli i lavoratori". Perché l'idea che si
possa fare il sindacato stando in un camper all'esterno degli
stabilimenti, Susanna Camusso, continua a considerarlo un errore. Un grave
errore. Landini alla Camusso: "Non capisco il fatto di accettare il
referendum. Quel referendum è illegittimo. Non dobbiamo accettare il
terreno di Marchionne. Scaricare tutte le responsabilità sui lavoratori
di Mirafiori è un errore: sono lavoratori sotto ricatto. Qui non siamo di
fronte a un brutto accordo bensì a un cambio epocale delle relazioni
industriali. Qui è in gioco il ruolo e il futuro stesso del sindacato
confederale e della sua attività principale: la contrattazione. È una
novità assoluta. Apriamo una discussione ampia, superando le rispettive
posizioni congressuali perché siamo tutti convinti, voi e noi, che quelle
per Pomigliano e Mirafiori siano intese inaccettabili".
Sono due linee che torneranno a scontrarsi domani e dopodomani a
Chianciano all'Assemblea (la seconda in cento anni) di tutte le 130 Camere
del lavoro della Cgil. E poi ancora nel Direttivo confederale di sabato
prossimo dove Camusso porterà la sua proposta per la rappresentanza e la
democrazia sindacali. Lì Camusso vincerà, a maggioranza, contro la Fiom
che ha un'altra proposta tradotta addirittura in un disegno di legge di
iniziativa popolare consegnata al Parlamento. Quella di ieri è solo una
tappa della resa dei conti.
Camusso non poteva andare oltre. E ha voluto precisare che mai firmerà un
accordo al posto della Fiom o di un'altra sua categoria: "La Cgil non
può sostituirsi a voi. Non fa parte della nostra storia, non lo consente
il nostro Statuto". Poi una battuta: "E nemmeno vi caccerò. Io
non sono Bonanni!". "E nemmeno io sono Trentin!", ha detto
Landini ricordando il segretario che si dimise dopo aver firmato il patto
del '92 con Giuliano Amato a Palazzo Chigi. Landini: "Io non ho
violato il mandato dei lavoratori e non mi dimetto". Sorrisi. A denti
stretti, però.
- manifesto
9 gen
- Rocco Di Michele
"La Fiat torna al fascismo"
L'«accordo di Mirafiori»
appartiene al genere delle «cose note» di cui ben pochi conoscono il
contenuto. A pochi giorni dal «voto» dei lavoratori interessati ci
è sembrato utile chiedere un parere infomato a Carlo Guglielmi,
avvocato e presidente del Forum Diritti-Lavoro.
Cosa c'è in questa «proposta che non si può rifiutare?»
C'è una «parte transitoria» e una «definitiva» con i contorni di
un vero e proprio contratto collettivo di stabilimento. Già nella
prima ci sono passaggi rivelatori. Per esempio, si prevede la cassa
integrazione per tutti per un anno; ma «non sarà previsto e
richiesto a carico azienda alcuna integrazione o sostegno al reddito
sotto qualsiasi forma diretta o indiretta», neppure durante i corsi
di formazione preparatori per la newco. Non è insomma una cig per
ristrutturazione, ma per «evento improvviso», oltre che per la crisi
di mercato.
Quale?
Non è detto. Per me può essere anche la stessa firma dell'accordo. O
i tre voti al governo Berlusconi.
E non si applica l'art. 2112?
Affermano che non c'è perché «nell'operazione societaria non si
configura il trasferimento di ramo d'azienda».
Com'è possibile?
Sono possibili diverse interpretazioni. La più semplice è che
serviva solo a costringere i lavoratori a firmare individualmente
l'accordo, in modo che fossero loro stessi ad accettare la
discontinuità tra passato e futuro. Le altre sono peggio. Una sta in
un comma poco noto del 2112 che dice che la «sostituzione» tra un
contratto e l'altro, in caso di cessione d'azienda, può avvenire solo
tra contratti del medesimo livello. Un giudice potrebbe sostenere che
un contratto aziendale - come quello per Mirafiori - non lo è e
quindi continua ad applicarsi il contratto dei metalmeccanici,
compresa la Rsu. La terza è il modello Alitalia, ossia un fallimento
controllato della vecchia società. Ma è talmente enorme che nessuno
ci può pensare.
Ma non è una «nuova società». Stabilimento, personale,
prodotto, marchio, capitale sono gli stessi...
Infatti è una menzogna dichiarata. Ma tutti la prendono per buona,
altrimenti l'«accordo» non ha fondamento. Nessuno ha mosso questa
obiezione.
Tutti licenziati e tutti riassunti?
Anche qui va «letto». Penso cheMarchionne non abbia ancora deciso.
Può essere che alla fine chieda «dimissioni volontarie» contestuali
alla «nuova assunzione». Quantomeno a Mirafiori faranno una «pulizia
etnica» generazionale, lasciando fuori tutti i più anziani, che sono
anche lo «zoccolo duro» dei sindacalizzati. Ma da nessuna parte si
afferma che saranno tutti riassunti. Né che ci sarà davvero un
investimento. Il testo dice che «prioritariamente» ci si rivolgerà
agli ex dipendenti ( ma senza conservare i livelli di inquadramento).
Se poi ci dovesse essere occupazione supplementare, avverrà solo con
contratti precari. Hanno voluto anche specificarlo...
Non c'è l'investimento?
Non c'è nessun impegno scritto né per l'investimento, né per
l'occupazione sicura. Eppure tutti ne parlano...
E per il diritto di sciopero?
I giuslavoristi vicini alla Fiat sostengono che l'accordo non è
anticostituzionale perché... esiste la Costituzione. Il riferimento
al divieto di sciopero, comunque, c'era nel testo di Pomigliano, ma
qui l'anno sostituito.
In meglio?
In peggio. C'è un discorso genericissimo e più minaccioso a «quei
comportamenti individuali e/o collettivi idonei a violare... in misura
significativa le clausole del presente accordo... inficiando lo
spirito che lo anima».
Come si fa soppesare lo spirito?
E infatti non c'è bisogno nemmeno dello sciopero. Basta forse il
malumore, o il votare in modo non gradito. Questa è una clausola «sentimentale»,
ampiamente discrezionale.
Ma la produttività c'entra qualcosa?
Nulla. Avrebbero potuto risolverla molto facilmente anche con il
contratto metalmeccanico del 2008 (quello firmato anche dalla Fiom,
ndr). Se veramente potessero arrivare a quei picchi di produzione, non
ci sarebbe problema a spendere qualche euro in più per saturare gli
impianti. È come se Marchionne avesse detto: «non so cosa voglio
fare, ma quando lo deciderò nessuno si deve poter mettere di traverso».
Il risultato viene dal combinato disposto con lo straordinario.
Potrebbero decidere, con questo accordo, di far fare sei mesi di
seguito 7 giorni su 7. Fantascienza, certo. ma questo è il potere che
viene dato a Fiat.
E la rappresentanza sindacale?
L'unico sindacato ammesso è quello che ha firmato. Vado a memoria, ma
la Carta del lavoro del 1927 (sotto il fascismo, ndr), fondativa
dell'ordinamento corporativo, prevedeva gli stessi principi, con le
stesse parole. Uno stato debole che si chiude e che attacca per prima
cosa la democrazia sindacale.
E' previsto un potere di veto per l'ingresso di altre
rappresentanze?
Si mescolano due cose. Il referendum del '95, voluto dalla sinistra
sindacale, che stabilisce: la rappresentanza ce l'ha chi firma gli
accordi. Attutito però dal fatto che due anni prima era stato siglato
l'accordo sulle Rsu. Gli unici a rimetterci, da allora in poi, erano
stati i sindacati di base, fuori dal protocollo del '93. Adesso viene
tolto l'«ammortizzatore» del '93 e diventa assolutamente evidente
che i «rappresentanti dei lavoratori» vengono selezionati
dall'azienda. Può «rappresentare» il lavoro solo chi dice sì al
padrone. L'altro elemento è la clausola della «unanimità» per
l'adesione. Se anche la Fiom andasse col cappello in mano dagli altri
sindacati per poter firmare, basterebbe che uno solo (magari
l'associazione dei capi Fiat) dicesse no per lasciarla fuori. Alla
faccia della «firma tecnica»!
A chi non firma cosa resta?
Abbiamo uno Statuto che prevede diritti «onerosi» per il datore di
lavoro (bacheca, permessi, ritiro quote sindacali, assemblea). Tutto
questo non lo può più fare. Ma Marchionne ha voluto anche di più:
è entrato nel diritto «non oneroso», ossia il proselitismo. Che in
un'azienda avanzata viene fatto col sistema informatico (zero costi!).
I sindacati che firmano hanno autorizzato l'azienda a «perquisire»
caselle e-email e telefoni aziendali dei dipendenti, in deroga allo
Statuto.
E nessuna informazione deve trapelare fuori dalla fabbrica...
Il trait d'union tra conflitto e democrazia è l'informazione.
Tagliandola, chiudi il cerchio ideologico di questo «accordo».
L'irrealizzabile modello Marchionne
Guido Viale
Ci sarà pur una ragione per cui la totalità
dell'establishment italiano, dal Foglio della ex coppia
Berlusconi-Veronica a Pietro Ichino - quel che resta della componente
pensante di un partito ormai decerebrato) - converge nel chiamare
«modernizzazione» il diktat di Marchionne («o così, o si
chiude»). Che per gli operai di Mirafiori (età media, 48 anni;
ridotte capacità lavorative - provocate dal lavoro alle linee - 1500
su 5200; molte donne) vuol dire: 18 turni; tre pause di dieci minuti
per soddisfare - in coda - i bisogni fisiologici (a quell'età la
prostata comincia a pesare; e nessuno lo sa meglio dell'establishment
italiano, ormai alla grande sopra i 60); mensa anche a fine turno
(otto ore di lavoro senza mangiare); 120 ore di straordinario
obbligatorio, divieto di ammalarsi in prossimità delle feste, più -
è un altro discorso, ma non meno importante - divieto di sciopero per
chi non accetta e «rappresentanti» degli operai scelti tra, e da,
chi è d'accordo con il padrone. Mentre «converge», l'establishment
nel chiamare invece «conservazione» - o anche «reazione»; così
Giovanni Sartori sul Corriere dell'8 gennaio - la scelta di opporsi a
questo massacro. Nessuno di quei sostenitori della modernità si è
però chiesto se il progetto «Fabbrica Italia» della Fiat, nel cui
nome viene imposto questa nuova disciplina del lavoro, ha qualche
probabilità di essere realizzato.
Vediamo. Nessuno - tranne Massimo Mucchetti - ha rilevato che i 20
miliardi dell'investimento investimento non sono in bilancio e non si
sa da dove verranno. Nessuno può né deve sapere a chi e che cosa
saranno destinati. Per ora le promesse sono 1.700 milioni di
«investimenti» per due fabbriche, 10.700 lavoratori e tre nuovi
«modelli» di auto, per una produzione complessiva di circa mezzo
milione di vetture all'anno. Fanno, poco più di 150mila euro per
addetto e, supponendo che un modello resti in produzione circa tre
anni, poco più di mille euro per vettura (calcolando una media, tra
Suv, Alfa e Panda, di 20mila euro a vettura, il 5 per cento del loro
prezzo). Se una parte dei nuovi impianti, come è ovvio, servirà
anche per i modelli successivi, l'investimento per vettura è ancor
meno. Non gran che.
Nessuno - o quasi - si è chiesto quante possibilità ha Marchionne di
vendere in Europa un milione all'anno in più delle vetture che
promette di produrre in Italia. Di fronte a un mercato di
sostituzione, nella migliore delle ipotesi, stagnante, vuol dire
sottrarre almeno un milione di vendite alla Volkswagen o alle imprese
francesi ben sostenute dal loro governo. Difficile crederci proprio
ora che Fiat perde colpi e quote di mercato sia in Italia che in
Europa. Per riuscire a piazzare mezzo milione all'anno di Alfa
(vetture, non marchio), è già stato detto che dovrà venderle sulla
Luna. Che le quotazioni della Fiat crescano è solo il segno che la
Borsa è ormai una bisca fatta per pelare il «risparmiatore».
Nessuno - nemmeno Giovanni Sartori, che pure «aveva previsto tutto»
ed è molto in ansia per le sorti del pianeta - si è veramente
chiesto che futuro abbia, tra picco del petrolio, contenimento delle
emissioni e misure anticongestione e inquinamento, l'industria
dell'automobile in Europa e nel mondo. CONTINUA|PAGINA7 Eppure il tema
meriterebbe qualche riflessione. In Europa c'è già un eccesso di
capacità produttiva del 30-40 per cento; negli Stati Uniti anche: Il
sole24ore del 6 gennaio ci informa che "nei prossimi cinque
anni" anche in Cina - la nuova frontiera del mercato
automobilistico mondiale - ci sarà una sovracapacità produttiva del
20 per cento.
Per il momento - la Repubblica, 7 gennaio - apprendiamo che «Pechino
soffoca tra i gas» (e per ingorghi e congestione); tanto che sono
stati contingentati e sottoposti a un sorteggio i permessi di
circolazione. E qualche tempo fa una coda di cento chilometri alle
porte di Pechino si è sciolta dopo un mese. Non sono buone notizie
per l'industria automobilistica. Ma anche il governo della
«locomotiva del mondo» comincia a pensare ai suoi guai «La
desertificazione è il problema ecologico più grave del paese» ha
affermato Liu Tuo, capo dell'ufficio cinese per il controllo della
desertificazione (il manifesto, 6 gennaio). Niente a che fare con la
produzione e la messa in circolazione di 17 milioni di auto,
aggiuntive, non sostitutive, in un anno?
La conclusione è chiara: la «modernizzazione» al sostegno della
quale è sceso in campo, con spirito militante, tutto l'establishment
italiano, è questa: una corsa verso il basso delle condizioni di chi
lavora, facendo delle maestranze di ogni fabbrica una truppa in guerra
contro le maestranze della concorrenza (sono peggiorate molto anche
quelle degli operai tedeschi e francesi, nonostante i salari più
alti: basta considerare l'aumento delle malattie professionali) e,
come premio per tanti sacrifici, la desertificazione del pianeta
Terra.
Se questa è la «modernizzazione» - e che altro, se no? - diventa
anche chiaro che cosa significa opporsi alla sua sostanza e alle sue
conseguenze.
Non la «conservazione» dell'esistente - sarebbe troppo comodo - come
sostengono i fautori delle magnifiche sorti e progressive della
globalizzazione, ma la progettazione, la rivendicazione e la
realizzazione di un mondo totalmente altro, dove la condivisione
sostituisce la competizione e la cura dei beni comuni sostituisce la
corsa all'appropriazione privata di tutto e di tutti: il che
ovviamente non è questione di un giorno o di un anno - e in parte
nemmeno di uno o due decenni - né di una semplice dichiarazione di
intenti, per quanto articolata e documentata possa essere.
Quel mondo va costruito pezzo per pezzo. A partire quasi da zero. Ma
sapendo che nel mondo una «moltitudine inarrestabile» composta da
migliaia di comunità e da milioni e forse miliardi di esseri umani),
ciascuno a modo suo, cioè secondo le condizioni specifiche in cui si
trova a operare e a cooperare con il suo prossimo, aspira e già
lavora in questa stessa direzione. Nello stesso numero citato de il
sole24ore, un articolo dal titolo "Tra gli operai, un sì per il
futuro" (ma il testo dice esattamente l'opposto) registra una
condanna unanime del nuovo accordo (nessuno lo considera, come fa
invece l'establishment, un passo avanti); ma tutti piegano la testa
dicendo che non c'è alternativa. «Però - sostiene un quadro della
Fiom - la posta in palio è il lavoro, e chi si fa blandire dalle
sirene degli estremismi e dalle ideologie sbaglia strada». «O sa -
aggiunge - di avere qualche alternativa pronta».
Il problema è proprio questo. Non ci sono «alternative pronte».
Quindi bisogna approntarle e non è un lavoro da poco. Ma ormai, che
l'alternativa è la conversione ecologica del sistema industriale e
innanzitutto, per il suo peso, il suo ruolo e le sue devastazioni,
dell'industria automobilistica - che non vuol dire automobili
ecologiche, che è un ossimoro, ma mobilità sostenibile - lo ha
capito anche la Fiom. La «modernizzazione» di Marchionne sta
cambiando a passi forzati il ruolo dei sindacati. Quelli firmatari
hanno scelto per sé la funzione di guardiani del regime di fabbrica:
che era quella dei sindacati «sovietici» ed è quella dei sindacati
della Cina «comunista».
Cambia anche il ruolo dei sindacati che non rinunciano alla difesa dei
lavoratori e al conflitto. Che per mantenere la sua indipendenza deve
cercare sostegno e offrire una prospettiva anche a chi si batte fuori
delle fabbriche Così il raggruppamento Uniti contro la crisi, a cui
aderiscono anche molti membri della Fiom, ha convocato per il 22 e il
23 a Marghera un primo seminario per discuterne e affrontare il
problema della riconversione. È un progetto che intende coinvolgere
la totalità dei movimenti ambientalisti, gran parte dei comitati e
dei collettivi che si sono battuti in questi anni per «un altro mondo
possibile». E, soprattutto, un movimento degli studenti, dei
ricercatori e dei docenti schierati contro la distruzione della
scuola, dell'università, della ricerca e della cultura imposta dal
governo, che su questi temi può trovare il terreno più fertile per
dare continuità e respiro strategico al proprio impegno
(www.guidoviale.blogspot.com).
Sbilanciamoci .info Non è il lavoro
la zavorra della Fiat
Roberto Romano
Se compariamo la Fiat con le principali
società del settore a livello europeo si percepisce che la
Fiat non è un player adeguato del mercato, manifestando una
distanza di struttura dalle altre società che la portano ad
essere già fuori dal mercato. E poiché esiste un processo di
sovrapproduzione mondiale, non è fuori luogo pensare che
qualche "debole" debba sparire, cambiare mestiere o
trovare un acquirente.
La crisi del settore non è un fenomeno aneddotico, piuttosto
l'effetto di un graduale e inesorabile processo di
ridimensionamento del comparto nell'ambito della produzione
industriale complessiva; occorre un progetto all'altezza.
Nell'area della triade industriale il settore ha perso il
23,96% tra il 1999 e il 2008; l'Europa il 28,98%; il nord
America il 38%. Solo il Giappone aumenta il peso percentuale
dell'automotive nell'ambito della produzione manifatturiera
del 7,09%, anche se nel corso degli ultimi 2 anni ha perso ben
3 punti percentuali, contro una media del 2%. A grandi linee
si profilano due mercati di riferimento: da un lato si
manifesta la necessità di produrre vetture di nuova
generazione a basso consumo ed impatto ambientale per i
mercati rigidi dei paesi ricchi; dall'altro lato la necessità
di realizzare vetture a basso costo per i mercati a ridotto
tasso di motorizzazione. Quindi la ristrutturazione del
settore in termini di dimensione di scala (adeguata) e di
tipologia di prodotto è ineluttabile e, probabilmente,
l'unica condizione per sopravvivere. Il confronto tra i
principali paesi-competitors del settore (Germania, Francia e
Italia), tra il 2002 e il 2008 per occupazione e produzione,
fa emergere alcune caratteristiche interessanti. La produzione
in Francia e Italia è crollata, rispettivamente del -29,15% e
del -28,87%, mentre la produzione in Germania è salita del
9,23%. Questo trend ha modificato la divisione europea del
lavoro. (...). Sostanzialmente la Germania e il Giappone, in
misura minore gli USA, sono i principali players del settore,
con attività e dimensioni che condizionano la
ristrutturazione (necessaria) del settore. Inoltre, tra i
principali competitors la Fiat è, indiscutibilmente, la meno
attrezzata. L'assenza di una politica capace di agire sui
costi fissi e la maggiore attenzione della Fiat sui costi
variabili (lavoro in primis), sono un tratto caratteristico
della gestione di una società prima della sua
"privatizzazione-cessione". Il crollo del ROE
(indice di redditività del capitale proprio) tra il 2008 e il
2009 impressiona. Tutte le principali società hanno perso
"redditività", ma il meno 26% della Fiat è poco
più del doppio delle altre società: Toyota meno 2,4%,
Volkswagen meno 12,9%, Dalmier meno 12,5%, Honda motor meno
3,1%. Forse è giunto il momento di coinvolgere la Commissione
Europea per guidare il necessario processo di ristrutturazione
del settore delle automotive, in particolare quello dell'auto.
Se l'Europa non interviene come agente economico, l'unico
equilibrio del settore è quello determinato dal dumping
fiscale e salariale che si realizza nei paesi. Sostanzialmente
la ristrutturazione si realizza non sul principio della
corretta allocazione delle risorse (scarse) e dei vantaggi
comparati, ma agirebbe solo dal lato dei costi fiscali. Un
esito che, paradossalmente, allontana dal mercato tutte le
case automobilistiche. Altro che globalizzazione. Per queste
ragioni l'Europa dovrebbe assumere un ruolo di guida del
necessario processo di ristrutturazione del settore, sulla
base delle competenze, delle economie di scala, e
dell'orizzonte che l'Europa assegna alla green economy.
(...)
La versione completa dell'articolo su www.sbilanciamoci.info
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Il lavoro non è una merce
I metalmeccanici della Fiom torinese in piazza
tutti i giorni per informare i cittadini. In fabbrica, invece, i
«complici» impediscono le assemblee che dovrebbero chiarire a tutti
su cosa si va realmente a «votare»
Mauro Ravarino TORINO
TORINO
Il camper metalmeccanico targato Fiom macina chilometri e slogan, tra
piazze e mercati. Ha i suoi anni ma non perde colpi. A pochi giorni
dal referendum sul futuro di Mirafiori, che si svolgerà il 13 e il 14
gennaio, la strada contro «l'accordo della vergogna» è breve,
impervia e fitta di appuntamenti. Le tute blu della Cgil lo sanno bene
e ce la mettono tutta per informare lavoratori e cittadini. Ieri, il
camper è tornato in piazza Castello, per rallentare la frenetica
corsa ai saldi, perché «il lavoro non è una merce - dice Giorgio
Airaudo, responsabile Auto della Fiom - e non può essere trattato
come un oggetto in saldo». Ancora una volta sono stati tanti i
torinesi che si sono stretti agli operai in lotta. Gente comune,
studenti, pensionati, lavoratori. I loro cartelli spiegano meglio di
tanti giri di parole quello che pensano: «No ai ricatti», «Vogliamo
diritti legalità e democrazia», «Operai e cittadini, non schiavi e
sudditi», «Gli dai un dito e ti prendono una mano».
È una triste storia che si ripete, in forme nuove, anche più
insidiose. Pietro Perotti, operaio e storico delegato Flm alla Fiat
dal 1969 al 1985, ne è convinto: «La Fiat non è cambiata, ha solo
modificato il look. Marchionne e Valletta sono della stessa pasta».
Si licenziò, non a caso, il 25 aprile del 1985, a 40 anni dalla
liberazione dal fascismo: «Volevo avere una vita che fosse vera.
Uscivo dalla fabbrica non dalla lotta. E come vedete oggi sono ancora
qui in piazza». Vicino a lui anche i lavoratori dell'indotto Fiat:
Raffaele Maiorano dell'Itca, «Prima era solo Pomigliano, poi
Mirafiori, ora rischiamo anche noi» e Giacomo Zulianello della
Bertone, «la nostra sorte è ancora un interrogativo».
Tra i passanti, in una piazza tappezzata dalle lettere di sostegno
agli operai raccolte da Micromega. c'è chi prende i volantini, chi si
avvicina ai delegati e chi si informa. Ma c'è anche chi si gira
dall'altra parte e non ne vuole sapere. Meno, però, di altre volte.
«Noto grande interesse da parte dei cittadini - racconta Federico
Bellono, segretario della Fiom torinese - soprattutto dei giovani, che
hanno capito come la vicenda di Mirafiori oggi riguarda i lavoratori
dello stabilimento Fiat, ma domani potrà coinvolgere tutti, anche chi
deve ancora entrare nel mondo del lavoro». Ecco, perché l'esito del
referendum non è scontato come sembrerebbe.
Il fronte del sì (Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione capi e
quadri), che sarà oggi in centro a volantinare, ha già
ridimensionato le previsioni. Se mercoledì prefigurava un successo
bulgaro dell'80%, ora si accontenta del 51%, come la Fiat. «Non è
incoraggiante - aggiunge Bellono - questa rincorsa ai numeri, anche
perché gli operai di Mirafiori sono imprevedibili». Nella storia
delle Carrozzerie non sono rare le bocciature, come quando nel 2007
gli operai si opposero ai 17 turni nonostante il via libera di tutte
le sigle. «Il referendum rimane una partita truccata, nasconde il
merito dell'accordo, ti pone di fronte a un ricatto: vuoi o non vuoi
l'investimento».
Forse, sull'esito della consultazione si capirà qualcosa di più da
lunedì in poi. Dal giorno in cui gli operai rientreranno in fabbrica
dalla cassa integrazione. Prima solo in 800, quelli impiegati sulla
linea della Mito, poi il 12, il resto dei 5500 lavoratori delle
Carrozzerie. Nemmeno il tempo di rimettersi la tuta e già saranno
chiamati a votare. Tempi stretti.
Solo la Fiom farà un'assemblea in fabbrica, giovedì; gli altri
sindacati lo considerano uno strumento desueto («Ci incontreremo
altrove, le assemblee sono ormai diventate una bolgia dove chi si erge
a paladino della democrazia non lascia parlare gli altri», dice la
Fim). I firmatari distribuiranno davanti ai cancelli un opuscolo per
spiegare le ragioni dell'intesa. In evidenza, le frasi: «Diamo un
futuro a Mirafiori e ai nostri figli», «vota e fai votare si»,
«senza lavoro non hai diritti».
La Fiom ha, invece, annunciato una fiaccolata in via Garibaldi per
mercoledì 12 gennaio. Ci sarà anche Maurizio Landini, segretario
generale della Fiom: «Sarà un corteo per la libertà del lavoro - ha
spiegato Airaudo - e per fare in modo che i lavoratori non si sentano
soli».
MARCHIONNEMENTE COBAS
Non solo meccanici Il 28 gennaio sciopero
generale
Piero Bernocchi *
Il potere economico e politico liberista, che ha trascinato l'Italia e
parte del mondo nella più grave crisi del dopoguerra, invece di
pagare per la sua opera distruttiva, cerca di smantellare ciò che
resta delle conquiste sociali,politiche e sindacali dei salariati/e e
dei settori popolari. Nell'ultimo biennio il governo Berlusconi, sulla
scia del centrosinistra prodiano, ha cancellato centinaia di migliaia
di posti di lavoro nelle fabbriche e nelle strutture pubbliche (a
partire dalla scuola: 140 mila posti in meno ed espulsione in massa
dei precari), ingigantito il precariato lavorativo e di vita, imposto
catastrofiche «riforme» della scuola e dell'Università, nel
Pubblico Impiego bloccato i contratti e con il decreto Brunetta
sequestrata la contrattazione e i diritti lavorativi e sindacali, come
fatto a livello generale con il «collegato lavoro».
In parallelo, il capo-banda Fiat Marchionne guida l'assalto di un
padronato parassitario e aggressivamente reazionario contro ciò che
resta dei diritti degli operai, sperimentando alla Fiat la riduzione
dei lavoratori/trici a «neo-schiavi» dell'arbitrio padronale. In
queste settimane, però, il movimento antiliberista ha rialzato la
testa e, grazie al forte contributo del movimento studentesco, in
rivolta contro le umilianti «riforme» Gelmini, sta delineando un
potenziale fronte sociale unito antipadronale e antigovernativo.
L'accordo fascistoide che Marchionne, con il sostegno del governo,
della sedicente «opposizione» parlamentare (con il Pd in prima fila)
e dei sindacati collaborazionisti Cisl e Uil, vuole imporre a
Mirafiori - dopo quello infame di Pomigliano - può essere la goccia
che fa traboccare il vaso. I Cobas stanno lavorando perché l'accordo
ignobile venga respinto dal «NO» referendario dei lavoratori/trici
Fiat, ma ritengono anche decisivo che venga esteso a tutti i
lavoratori/trici lo sciopero che la Fiom ha indetto per i
metalmccanici il 28 gennaio.
La richiesta Fiom alla Cgil di convocazione di uno sciopero generale
non verrà mai accolta, perché la Cgil condivide le politiche
liberiste, ha sottoscritto in questi anni ogni cedimento al padronato
e ai governi, ed è stata la principale responsabile, con Cisl e Uil,
della distruzione dei diritti sindacali e di sciopero, prima ai danni
dei Cobas e del sindacalismo di base, poi di chiunque non accettasse
le politiche concertative.
Spetta dunque ai Cobas la responsabilita' di convocare per il 28
gennaio lo sciopero generale di tutti i lavoratori/trici pubblici e
privati per l'intera giornata, rispondendo anche alle richieste di
generalizzazione dello sciopero venute dal movimento degli studenti
medi e universitari e da tante strutture del conflitto sociale,
territoriale e ambientale.
Mettiamo in campo il 28 il più ampio fronte sociale per battere
l'arroganza padronale e governativa, smascherare la finta
«opposizione» parlamentare e i sindacati collaborazionisti, per
riconquistare i posti di lavoro, il reddito, le pensioni, le strutture
sociali pubbliche, a partire da scuola, sanità, trasporti ed energia,
i beni comuni (acqua in primis), i diritti politici, sociali e
sindacali.
Che la crisi sia pagata da chi l'ha provocata!
* portavoce nazionale COBAS
MIRAFIORI
Lettera aperta dei delegati Fiom alla
Camusso
Al segretario generale nazionale
della Cgil Susanna Camusso.
Cara Susanna
Siamo le delegate e i delegati della Fiom-Cgil delle
carrozzerie di Mirafiori. In questi giorni si parla molto del
nostro stabilimento, del suo futuro, di come garantire un
investimento da un miliardo di euro e si dà per scontato che
le lavoratrici e i lavoratori non possano far altro che
accettare l'ultimatum che la Fiat ha già imposto ai sindacati
che hanno firmato l'intesa.
Parliamo di ultimatum perché la trattativa non si è mai
avviata. La Fiat non ha mai modificato la sua impostazione
fino al testo conclusivo nonostante le proposte alternative
che noi, ma anche altre sigle, hanno formulato. Nulla di
rilevante per i lavoratori è stato recepito. Noi che siamo
operaie e operai di quella fabbrica pensiamo invece che non
possiamo cedere a quell'ultimatum, che dobbiamo in tutti i
modi provare a riaprire la trattativa perché con
l'organizzazione del lavoro che ci propongono si peggiora la
nostra condizione e si aumentano i rischi per la salute,
impedendo ai lavoratori di difendersi, limitando il diritto
allo sciopero, e trasformando il ruolo e la natura del
sindacato di fabbrica, che non sarà più determinato dalle
lavoratrici e dai lavoratori.
Tutto ciò fuori dal contratto nazionale di lavoro, lasciando
ogni lavoratore da solo di fronte al impresa e costringendolo
a mettere le proprio tempo, anche quello dedicato agli
affetti, alla cura della famiglia e al tempo libero a
disposizione del mercato e della competizione una volta per
tutte senza più contrattazione. Una trasformazione
dell'umanità che lavora in merce.
Ma noi siamo donne e uomini liberi,cittadine e cittadini, non
merci !
Noi pensiamo che quell'accordo vada rigettato e che la
consultazione voluta dalla Fiat con la minaccia della chiusura
di Mirafiori sia una consultazione non libera, a cui noi
lavoratrici e lavoratori della Cgil non ci sottraiamo perché
innanzitutto su di noi ricadono le conseguenze di quell'intesa
e perché la consultazione con il voto delle lavoratrici e dei
lavoratori non può essere svalutata, anche quando viene
brandita contro di loro, visto anche come oggi si svaluta
nella nostra fabbrica lo strumento dell'assemblea, considerata
dagli altri sindacati un luogo inutile, di confusione, da non
convocare neanche per illustrare l'intesa.
Per questo abbiamo deciso con il nostro sindacato, la
Fiom-Cgil, di non firmare ed è per questo che chiediamo al
nostro sindacato di tenere aperta la vertenza con la Fiat
comunque vada la consultazione di Marchionne: a noi non
servono escamotage tecnici.
Perché le lavoratrici e i lavoratori da Pomigliano a
Mirafiori - sia quelli che hanno potuto o potranno dire di no,
sia quelli che non hanno potuto o non potranno farlo - hanno
diritto al sostegno di tutto il nostro sindacato e alla
prosecuzione di una vertenza che riaffermi pienamente i
principi e i valori della Costituzione repubblicana e
riconquisti per tutti il contratto nazionale, il diritto a
scegliersi i propri delegati e il proprio sindacato, a
migliorare la propria condizione di vita e di lavoro nella
solidarietà confederale.
Non è accettabile che l'unico modo per mantenere o attrarre
il lavoro in Italia sia pagato esclusivamente dal lavoro, che
già sopporta tutti i costi della crisi; ma soprattutto non è
credibile perché il costo del lavoro per unità di prodotto
vale in Fiat auto circa l'8%. Come è possibile che, non
intervenendo su tutti gli altri fattori economici e
strutturali, anche del paese (logistica, infrastrutture,
tecnologie e innovazione), come ha ricordato anche il
presidente della
I temi posti oggi a noi sono temi che
riguardano tutto il mondo del lavoro e la società, perché
sono in discussione il valore del lavoro, gli spazi
democratici e di coesione sociale, le libertà individuali e
collettive e il futuro oltre la crisi. Che noi vogliamo
immaginare migliore per noi e per quei nostri figli, che in
questi mesi hanno riempito le piazze e rianimato la democrazia
italiana chiedendo futuro, libertà, cittadinanza e
democrazia.
Ci piacerebbe nei prossimi giorni incontrarti per dirti che
noi vogliamo sentire tutta la Cgil vicina in questo scontro,
che noi non abbiamo né voluto né cercato. Noi stiamo facendo
la nostra parte: facciamolo insieme.
Un abbraccio fraterno
* Seguono le 27 firme di tutti i delegati e gli esperti della
Fiom-Cgil della Carrozzeria di Mirafiori.
liberazione
9 gen
Il testacoda del Pd
sul nodo Fiat |
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Dino Greco
Su Il Foglio di ieri (fra i pochissimi quotidiani ad
avere capito quale partita si giochi intorno alla
vicenda Fiat) è apparso un articolo a firma di Stefano
Fassina - responsabile economico del Pd - che merita la
massima attenzione. L'incipit, o meglio il pretesto, è
del tutto irrilevante, riferendosi esso all'osservazione
di Adriano Sofri che ironizzava sulla convocazione della
Direzione nazionale dei democratici per il 13 gennaio, a
ridosso del voto referendario in Fiat, circostanza che
pare studiata apposta per baipassare «una difficile
discussione su Fabbrica Italia». L'interesse del testo,
però, sta altrove e riguarda piuttosto il contenuto
delle considerazioni di Fassina. Il quale, a differenza
di molti suoi colleghi di partito, sembra avere davvero
capito tutto. Nell'ordine: «che a Pomigliano e a
Mirafiori siamo di fronte ad un atto unilaterale della
Fiat, dove è evidente la regressione del lavoro, ma è
assente la minima contropartita nell'apertura della
governance dell'impresa (...); che si torna alle
rappresentanze dei lavoratori e delle lavoratrici
nominate dai vertici sindacali (...); che non è vero
che siamo di fronte ad un accordo "giusto e
necessario", come non è vero che l'interesse del
lavoro coincide con l'interesse del capitale (...); che
non è vero che la competitività di un'impresa dipende
in misura prevalente o finanche significativa dalle
condizioni del lavoro o dalla contrattazione di secondo
livello, come i giuslavoristi alla moda ripetono».
Eancora, «che il capitale finanziario fa shopping nel
mercato globale del lavoro, mentre le forze politiche e
sindacali, riformiste o radicali, sono prigioniere nelle
gabbie nazionali».
Fassina, dunque, "vede" con limpida chiarezza
quel duro conflitto fra capitale e lavoro,
quell'asimmetrico scontro di classe che si sta svolgendo
su scala planetaria e nel nostro Paese, con pesanti
conseguenze per i rapporti sociali e per la stessa
tenuta della democrazia. Fassina coglie con pronta
sensibilità il significato dell'ingiustizia profonda,
della disuguaglianza crescente, del contenuto ideologico
sottesi al modello Marchionne, che tutto è meno che il
solo modo realistico di costruire automobili nel tempo
della competitività globale. Ma poi, inopinatamente,
egli si libera con un colpo di reni di questa non banale
analisi per concludere che bene farà la Fiom a
«riconoscere i risultati del voto di Mirafiori e ad
impegnarsi a ristabilire le condizioni di piena
agibilità sindacale in Fiat». Insomma, il responsabile
economico del Pd suggerisce una sorta di espediente
tattico, molto prossimo, anzi identico, a quella
"firma tecnica" che Susanna Camusso vorrebbe
imporre alla Fiom come minore dei mali, come ritirata
strategica necessaria per impedire, così si crede, che
lo scacco si trasformi in una sconfitta epocale. Ma è
vero l'esatto contrario. Chi riavvolga il nastro della
storia per ricavarne qualche utile insegnamento non
faticherà a ricordare che negli anni cinquanta e lungo
buona parte del decennio successivo, la Cgil - tutta
intera - non accettò mai di accodarsi agli accordi
separati che le altre due confederazioni stipulavano in
perfetto accordo con le direzioni aziendali. E che
proprio questa tenace resistenza, anche nella momentanea
sconfitta, le consentì di non perdere credibililità
tanto nei confronti di coloro che rifiutavano di
piegarsi quanto di coloro i quali, pur non reggendo al
ricatto delle controparti, sapevano dove stesse la
verità e su chi si potesse davvero far conto. Proprio
questo atteggiamento, proprio questa indisponibilità a
introiettare la resa hanno consentito di riprendere il
cammino e preparare la stagione della riscossa. La
difesa delle proprie buone ragioni - se vi sono - è
sempre un buon investimento che, prima o poi, paga. E
così sarà anche questa volta. Viceversa, piegarsi a
condizioni che peggiorano la vita in fabbrica e ledono
persino diritti sanciti dalla Carta, sottoscriverne
l'applicazione punitiva, significa, per dir così,
costituzionalizzare un nuovo sistema di relazioni
industriali, renderlo irreversibile e rinunciare,
scientemente, all'esercizio di una funzione autonoma di
rappresentanza. Di più: significa autorizzare tutto il
padronato, in qualsivoglia impresa e settore
merceologico, di ogni dimensione, del pubblico o del
privato, a replicare quel modello, senza più disporre
né degli argomenti né della forza per opporvisi.
Se la Fiom prestasse ascolto a chi oggi le chiede, con
varietà di accenti e di moventi, di capitolare, non
sarebbe in alcun modo possibile, come invece mostra di
pensare Fassina, «ristabilire le condizioni di piena
agibilità sindacale in Fiat». L'esito sarebbe quello
di una "normalizzazione" della Fiom, segno
inequivocabile e ohinoi definitivo di una partita che si
chiude, non di un'opportunità che faticosamente si
tiene aperta.
09/01/2011
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| Segreteria divisa e
Camusso con poche frecce. Attesa per il direttivo del 15 |
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Cgil, oggi l'incontro
con la Fiom su Fiat
ma il nodo è la strategia |
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Fabio Sebastiani
La Fiom non firmerà comunque l'accordo sullo
stabilimento di Mirafiori, indipendentemente dal
risultato del referendum che l'organizzazione considera
«illegittimo». Maurizio Landini, segretario generale
della Fiom, aveva già espresso questa posizione così
"radicale" sulla vicenda Fiat. Ma ripetuta
alla vigilia dell'incontro tra la segreteria della Cgil
e quella della Fiom assume un valore del tutto
particolare.
La segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ha
chiesto con insistenza alla Fiom la firma
"tecnica". Ed è con questa posizione che oggi
andrà al confronto con le tute blu ben sapendo di non
riuscire a fare troppa breccia nell'organizzazione
sindacale. Il risultato sarà il più classico
"nulla di fatto". Tuttavia, servirà come test
per valutare il clima interno. I segretari nazionali
dovranno infatti fare i conti con una precisa regola
dello Statuto della Cgil che vieta l'adesione ad accordi
che mettono in discussione i diritti indsponibili. E
l'accordo separato Fiat è uno di questi. Il principio
è stato ribadito ultimamente proprio da Nicola Nicolosi,
membro della segreteria nazionale della Cgil.
Rimane il punto politico su come andare avanti. E'
chiaro, infatti, che c'è bisogno di una strategia
generale in grado di togliere la Cgil dall'angolo e
sottrarre la Fiom al clima da linciaggio. Escluso lo
sciopero generale e la mobilitazione, la proposta di
ripartire dalla legge sulla rappresentanza non sembra
essere in grado, da sola, di ridare alla Cgil la forza
giusta in questa direzione. La Cisl si oppone fortemente
ad una soluzione legislativa. E comunque diffcilmente
mollerà l'arma degli accordi separati, che le hanno
consentito di portare a casa tanti "risultati"
utili nel quadro del modello neocorporativo.
Sono due gli appuntamenti in cui il tema sarà oggetto
di discussione: uno, informale, l'assemblea delle Camere
del lavoro in programma a Chianciano martedì e
mercoledì prossimi, e il Direttivo nazionale della Cgil
convocato per sabato 15 gennaio (a ridosso dei risultati
del referendum a Miragiori). Sarà in questa sede
formale che la Cgil potrebbe arrivare a una proposta
finale sulla rappresentanza. Anche in questo caso rimane
il nodo del referendum sugli accordi, proposto dalla
Fiom e non previsto dalla Cgil.
Non è escluso, quindi, che potrebbe tornare a
riaccendersi un confronto proprio sulle strategie
generali e sullo sciopero generale. Molte categorie sono
in difficoltà. Stanno sperimentando sulla loro pelle
una difficilissima convivenza con la Cisl, come nel caso
del Pubblico impiego che deve subire il blocco,
politico, proprio delle elezioni delle rappresentanze
sindacali dei lavoratori. Aiuti alla Camusso non sembra
che possano arrivare nemmeno dalla Confindustria, che in
questo momento è impegnata a non perdere pezzi. Dopo la
defezione di Fiat anche Finmeccanica è sul piede di
guerra.
«Abbiamo chiesto l'incontro alla Cgil - afferma Landini
- perchè non siamo solo di fronte a un brutto accordo
ma a una novità assoluta, alla messa in discussione
dell'esistenza del sindacato confederale. È a rischio
il sistema della rappresentanza democratica, questa
vicenda non riguarda solo i metalmeccanici, dobbiamo
decidere che cosa fare». Landini si dice convinto che
la Cgil metterà in campo tutto il suo impegno per la
riuscita dello sciopero dei metalmeccanici proclamato
per il 28 gennaio. «Sono manifestazioni regionali - ha
detto rispondendo a una domanda sulla presenza alle
iniziative della giornata del segretario generale della
Cgil Susanna Camusso - ma non ho dubbi sull'impegno
della Cgil così come c'è sempre stato. Tutti dicono
che quell'accordo è inaccettabile. Anche la Cgil
condivide la nostra posizione sul fatto che è un
ricatto». Oggi quindi si discuterà anche delle
iniziative da mettere in campo «a difesa dei
lavoratori» dopo lo sciopero del 28. Sciopero generale
di tutte le categorie? «L'abbiamo già chiesto - dice
Landini - la discussione adesso deve affrontare quello
che è successo e che cosa fare».
Più netto il giudizio di Giorgio Cremaschi, presidente
del Comitato centrale della Fiom: la segretaria generale
della Cgil «o ha il coraggio di far fuori la Fiom
oppure la deve sostenere. E non può continuare a non
rispondere nulla a Cisl e Uil che hanno chiesto la testa
dei metalmeccanici della Cgil».
09/01/2011
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| Volantinaggi in
strada, le adesioni all'appello di "Micromega"
in piazza Castello |
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Referendum, voglia di farcela,
mobilitazione in tutta la città |
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Maurizio Pagliassotti
Torino
Maurizio Peverati, segretario torinese della Uilm, due
giorni fa durante una conferenza stampa ha preannunciato
una vittoria del Si con l'ottanta per cento dei
consensi. Vestiva una bella felpa blu con la scritta
bianca enorme: Fiat. Peverati si è fatto vincere da
eccessivi entusiasmi perché le sue trionfali cifre sono
state smentite dai vertici nazionali di Cisl e Uil, che
hanno ammesso che la battaglia referendaria di Mirafiori
è molto incerta. In questo contesto ieri la Fiom ha
dato via ad una giornata di mobilitazione su tutto il
territorio cittadino. Al mattino i maggiori centri
commerciali di Torino sono stati battuti con
volantinaggi mentre nel pomeriggio gli operai hanno
allestito un muro nella centralissima Piazza Castello
sul quale hanno esposto le oltre quarantamila adesioni
all'appello lanciato da Micromega "Sì ai diritti,
no ai ricatti". Come due giorni fa la
manifestazione è stata molto partecipata nonostante il
freddo polare. In piazza tutta la sinistra torinese.
Oltre ai partiti un po' tutti i sindacati di base e
perfino gli studenti dei vari collettivi. Tutti tranne
il Movimento a Cinque Stelle che non si è mischiato con
la Fiom restando a venti metri di distanza con il suo
gazebo. Presenti invece i centri sociali con gli stessi
ragazzi che a settembre contestarono Raffaele Bonanni
durante la festa del Pd. E' la ricomposizione di un
blocco sociale che sembrava perduto e ora,
paradossalmente grazie ad un vero padrone che dice cose
da padrone, torna a lavorare insieme per un obbiettivo
comune. Andrea, studente lavoratore, commentava:
«Quando ci sono dei problemi che investono la vita
delle persone i settarismi si superano. Comunque vada il
referendum è una conquista per la sinistra: oggi
abbiamo un confine ben definito. Oggi in piazza c'è la
sinistra che unisce genitori e figli, sindacati diversi
e partiti diversi. Un buon momento».
In particolare gli studenti universitari di diversi
collettivi annunciano per la prossima settimana una
serie di azioni ad impatto mediatico, il cosiddetto
flash mob. Nelle giornate clou di mercoledì e giovedì
Torino verrà scombussolata un po'. La Fiom invece
inizierà a volantinare lunedì mattina alle Carrozzerie
di Mirafiori, quando rientreranno dopo lunghe settimane
di cassa integrazione i primi ottocento operai che
lavorano sulla linea della Mito. Il volantinaggio
continuerà per tutta la settimana ad ogni cambio turno.
Alla fiaccolata del 12 gennaio ci saranno anche Maurizio
Landini, segretario generale della Fiom, e Paolo Flores
d'Arcais, direttore di Micromega. Attraverserà il
centro di Torino e si svolgerà in concomitanza con
l'assemblea pro-accordo organizzata alla Gam di Torino
da Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione Capi e Quadri.
«Sarà una fiaccolata per la libertà del lavoro - ha
spiegato Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom -
e per fare in modo che i lavoratori non si sentano
soli». Landini sarà a Torino per partecipare alle
assemblee con i lavoratori delle Carrozzerie di
Mirafiori che la Fiom svolgerà il 12 e il 13 gennaio.
Insomma, il massimo sforzo possibile per riuscire a
raggiungere il cinquantuno per cento di No.
Anche se i vertici della Fiom non lanciano speranze di
questo tipo, la base lavora per il raggiungimento di
questo risultato che appare a portata di mano.
09/01/2011
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«Quello
di Marchionne è un bluff.
La Fiat
lascerà l’Italia comunque» di VIncenzo Comito -pdf
|
manifesto
8 gen
La sinistra ai piedi di Marchionne
Antonio Lettieri
Vi è qualcosa di tristemente paradossale nel modo
come Marchionne ha diviso il Pd, oltre ai sindacati. Per Susanna Camusso,
Marchionne ha rivelato un atteggiamento autoritario e antidemocratico, in
altre parole, ricattatorio. Per una parte del Pd si tratta, al contrario,
di un richiamo alla realtà della globalizzazione e alla necessità di
adeguarvi la strategia del sindacato. L'unica obiezione per questa
posizione è l'esclusione della Fiom dalla rappresentanza dei lavoratori.
Obiezione sacrosanta - sarebbe stupefacente il contrario - ma
insufficiente. Questa è solo la punta dell'iceberg.
Per ragionare del piano di Marchionne bisogna partire dal fatto che il suo
destino di manager internazionale è definitivamente legato alla Chrysler.
Sarà Detroit a decretare il suo successo o il suo fallimento. La Chrysler
viene da un passato travagliato. Negli ultimi decenni è stata
ripetutamente sull'orlo del fallimento. Emarginata dal grande mercato
americano, non può stupire che quando nel 2009 Barack Obama decise, dopo
la procedura di fallimento, il salvataggio della Gm e della Chrysler,
nessun imprenditore americano si fece avanti per porre mano alla Chrysler
con la quale si era cimentata la tedesca Daimler, produttrice della
Mercedes Benz, rimettendoci miliardi di dollari, prima di ritirarsi nel
2007.
Ma per le ambizioni di Marchionne si trattava di un'occasione imperdibile.
La Chrysler era ceduta a titolo gratuito con una dotazione del 20 per
cento delle azioni e la possibilità di acquisire prima il 35 per cento, e
poi la maggioranza del pacchetto azionario (ora nelle mani del sindacato
dell'auto), una volta ripagato il debito di oltre sette miliardi di
dollari ai governi americano e canadese. Non è difficile comprendere come
per Marchionne riuscire a rilanciare la "Terza grande" di
Detroit, acquisendone il controllo è l'impresa della sua vita. E come la
Fiat vi gioca un ruolo complementare e, per alcuni aspetti, residuale.
Proviamo a riassumere alcuni dati. Nel 2010 la Chrysler ha prodotto
all'incirca un milione di auto (e veicoli leggeri). A metà di questo
decennio ne aveva prodotte più di due milioni. Marchionne si è fissato
l'obiettivo di arrivare a 2.800.000, poco meno del triplo della produzione
corrente, entro il 2014. Per gli analisti più scettici è un traguardo
velleitario. Ma nello schema strategico di Marchionne è un obiettivo
essenziale per raggiungere il traguardo di cinque milioni e mezzo/sei
milioni di unità fissato per l'alleanza Fiat-Chrysler.
CONTINUA|PAGINA10 Nel disegno strategico di Marchionne, il ramo più
importante del gruppo Fiat è quello brasiliano, dove la Fiat è tra i
produttori il numero uno, precedendo Volkswagen e General Motors. Non a
caso, per la fabbrica di Betim alla periferia di Belo Horizonte, che è
una delle più grandi fabbriche automobilistiche del mondo, la Fiat ha
stanziato investimenti che consentiranno un aumento della capacità
produttiva fino a un milione di unità. Un'altra fabbrica sarà costruita
nello stato di Pernambuco per 200 mila unità. Con un milione e duecento
mila auto, il doppio di quelle costruite nel 2010 in Italia, Fiat
consolida il suo primato sul mercato brasiliano. Se a Detroit spetterà,
con la Chrysler, il ruolo di capofila dell'alleanza, il Brasile diverrà
il sito più importante del gruppo Fiat.
Se i due terzi del piano produttivo sono affidati alla Chrysler e al ramo
brasiliano della Fiat, all'Europa non può che spettare un ruolo di
supporto con diverse variabili. La Polonia consoliderà la sua posizione
con una produzione di 600.000 unità a Tychy. Il "progetto
Serbia", per il quale esiste un accordo col governo serbo che
conferisce i due terzi della proprietà a Fiat e un terzo allo Stato,
prevede a regime la produzione di 200.000 unità negli stabilimenti
ristrutturati della vecchia Zastava. Altre 100.000 unità sono in
produzione a Bursa in Turchia. Ciò che rimane del grande progetto
"globale" Chrysler-Fiat (a partire dalle 600.000 unità attuali,
ma l'Alfa Romeo dovrebbe passare alla Volkswagen) potrà essere
distribuito fra gli stabilimenti italiani, a seconda delle circostanze e
delle convenienze.
Non può sorprendere che Marchionne rifiuti di mostrare il suo piano di
investimenti in Italia. Sarebbe dura anche per i suoi più volenterosi
estimatori del Pd e dei sindacati firmatari degli accordi di Pomigliano e
Mirafiori prendere atto che della vecchia Fiat - Fabbrica Italiana Auto di
Torino - non rimarrà che una pallida ombra, con il centro trasmigrato a
Detroit e la principale diramazione in America latina.
Rispetto al killeraggio della Fiat la globalizzazione evocata con forza da
Sergio Romano e da Eugenio Scalfari è un alibi inconsistente. La Toyota,
la Volkswagen, la Ford e la Gm, come il gruppo Psa e la Renault francesi
sono imprese "globali"che producono e vendono in diversi
continenti, ma a nessuno verrebbe in mente di negare che, in primo luogo,
si tratta di imprese i cui centri di riferimento, di ricerca e di sviluppo
sono in Giappone, in Germania, negli Stati Uniti e in Francia.
Nel 2010 il gruppo Fiat avrà collocato sul mercato dell'Unione europea
all'incirca un milione di auto, i due maggiori gruppi francesi tre milioni
e i produttori tedeschi sei milioni. Dobbiamo questo scarto drammatico
all'ingordigia dei sindacati italiani - in particolare, della Fiom -
ignari dell'avvento della globalizzazione? Al rifiuto di adeguare i salari
italiani a quelli polacchi e - perché no? - cinesi? Ma il Sole 24 ore (28
ottobre) onestamente ci ricorda che alla Volkswagen Il salario lordo di
base degli operai della linea di montaggio è di 2.700 euro al mese e
quello degli operai della manutenzione di 3.300-3.500 euro. E non si
tratta solo di salario. I rappresentanti dei lavoratori occupano il 50 per
cento dei seggi del Consiglio di sorveglianza (come in tutte le grandi
imprese tedesche), dove si discute la strategia dell'impresa, gli
investimenti e le garanzie dell'occupazione. Quando un'impresa sostituisce
un diktat alla pratica di un normale negoziato e al sindacato che dissente
è negata la cittadinanza in fabbrica, il problema non è la
globalizzazione, ma l'americanizzazione delle relazioni industriali.
Ma vi è qualcosa di più, qualcosa di tristemente grottesco. Tra la
Germania, punta di diamante dell'industria europea e gli Usa in piena
crisi, una parte della sinistra e del sindacato sceglie il modello
americano di Marchionne. Il modello della contrattazione aziendale che ha
messo in ginocchio l'Afl-Cio, quello che fu il potente sindacato americano
ridotto all'otto per cento di iscritti nel settore privato. L'America
dove, dopo Reagan e nonostante Barack Obama, chi sciopera può essere
sostituito a tempo indeterminato dai crumiri. Dove, si può lavorare nello
stesso posto di lavoro con la metà del salario.
Landini ha detto: provate voi a lavorare alla catena di montaggio prima di
parlare di ritmi, cadenze, pause, turni. Una questione banalmente
demagogica per chi ragiona secondo i grandi paradigmi della
globalizzazione e della modernizzazione. Eppure questo è il mestiere del
sindacato. In ogni caso, basterebbe chiedersi se Marchionne avrebbe potuto
presentare il suo progetto di marginalizzazione, se non di definitiva
distruzione, della Fiat e di smantellamento del sistema di relazioni
industriali, a un normale governo di destra come quello tedesco o
francese, o a un sindacato come l'Ig Metall, senza essere sbeffeggiato e
considerato un semplice provocatore, bizzarro e arrogante. In Italia
assume, invece, le sembianze di un "modernizzatore" e di un
riformatore lungamente atteso. Ed è stupefacente che non sia stato già
proposto come candidato alla guida di un futuribile ipotetico governo di
centro-sinistra.
MARCHIONNEMENTE
Sms e Facebook e la Fiat sarà tua
La guerra mediatica per vincere il referendum di
Mirafiori è già partita: volantini, camper, convegni, ma anche
messaggini sugli I-phone e «post» sulle bacheche di Internet. La Fiom
rifiuta l'accordo e lancia lo sciopero del 28 gennaio. Il fronte del sì
riflette sulle difficoltà del voto e modera le previsioni: si passa dal
trionfalistico «80%» ad accontentarsi del 51%. Seggi il 13 e 14. E
intanto il titolo Fiat fa man bassa di miliardi in Borsa
Antonio Sciotto
«Il lavoro non è in saldo»: la Fiom sceglie il tema
dei saldi per il presidio di oggi a Torino, in piazza Castello, per far
conoscere i contenuti dell'accordo sul futuro di Mirafiori. Le tute blu
della Cgil allestiranno un muro simbolico sul quale presenteranno i testi
di sostegno alla Fiom Cgil raccolti attraverso l'appello lanciato dalla
rivista MicroMega (oltre 33 mila adesioni). «Visto che il lavoro umano
non è una merce - spiega Giorgio Airaudo, responsabile del settore auto
per la Fiom - vogliamo utilizzare questa giornata per dire che il lavoro
non è in saldo, nè a Mirafiori nè altrove. Per queste ragioni - è la
conclusione - sono indispensabili i contratti nazionali e non sono
accettabili contratti solo aziendali e individuali, che lascerebbero i
lavoratori da soli».
Mancano ormai pochi giorni al referendum del 13 e 14 gennaio, la macchina
della propaganda è partita e lunedì anche Fim e Uilm diffonderanno
volantini di spiegazione agli operai. Tra l'altro, c'è da notare che la
Fim ha preferito correggere il tiro rispetto alle previsioni
trionfalistiche emerse qualche giorno fa durante la conferenza stampa dei
promotori del voto (che formano anche il comitato per il sì): si era
parlato di una vittoria all'80%. Ma ieri Bruno Vitali, segretario e
responsabile auto per la Fim Cisl, ha moderato le cifre: «Il risultato
non è scontato - ha detto - bisogna augurarsi che si ottenga il 50% più
uno dei voti a favore».
Il segretario Fim ricorda che nel reparto Powertrain (ex meccaniche) di
Mirafiori nel 2007 l'accordo unitario sui 17 turni fu bocciato dalla
maggioranza dei lavoratori. Le tute blu Fiat hanno detto no anche al Patto
sulla riforma del welfare nel 2007 (quello che conteneva la riforma dello
scalone per l'accesso alle pensioni di anzianità, del governo Prodi) e
poi a una proposta sul lavoro straordinario nel sabato nel 2006. Insomma,
la fabbrica simbolo della Fiat non è facile. «La posta in gioco è
altissima - ha concluso Vitali - spero prevalga il senso di responsabilità
di tutti. Io penso che l'accordo sia positivo e spero che sia apprezzato».
Ieri intanto il titolo della neonata Fiat Industrial (veicoli commerciali
e agricoli), dopo qualche giorno in cui aveva mostrato difficoltà, ha
preso il volo in Borsa: ha segnato un +6%. A conclusione della prima
settimana di contrattazioni, la somma di Fiat Industrial e Fiat auto vale
2,1 miliardi di euro in più di quanto valesse la «vecchia» Fiat al
tramonto dell'anno passato. Includendo le azioni di risparmio e le
privilegio, la capitalizzazione di Fiat Industrial è di 11,77 miliardi di
euro mentre Fiat auto vale 9,25 miliardi. La capitalizzazione complessiva
delle due società sale così a 21 miliardi di euro contro i 18,9 miliardi
della vecchia Fiat.
Insomma, un nuovo successo per Sergio Marchionne, ma adesso tutti i fari
sono puntati su Mirafiori e il referendum. Bisogna ricordare l'importante
incontro di domani, tra le segreterie di Fiom e Cgil, che cercherà di
sanare le divergenze e tracciare una linea comune. Come si ricorderà, la
segretaria generale Cgil Susanna Camusso aveva sposato la tesi della
minoranza Fiom, che preme per siglare l'intesa in caso di vittoria dei sì:
la firma sarebbe però solo «tecnica», pur di non perdere i delegati in
fabbrica (il nuovo contratto infatti nega rappresentanti sindacali ai non
firmatari). Dall'altro lato, il segretario generale Fiom Maurizio Landini,
e con lui la maggioranza dei metalmeccanici Cgil, continua a sostenere che
l'accordo non va firmato in nessun caso, perché anche una eventuale
vittoria del sì sarebbe «estorta», per così dire, in forza del ricatto
posto da Marchionne («o accettate o non investiamo su Mirafiori»).
Inoltre, gli stessi contenuti sarebbero illegittimi, perché violerebbero
diritti costituzionali come quello fondamentale di sciopero.
Nei prossimi giorni la battaglia mediatica si intensificherà, usando
anche gli sms e facebook. Allo sciopero del 28 gennaio della Fiom
parteciperanno anche Usb e Cobas, mentre sull'altra metà del campo gioca
l'alleanza Fim-Uilm-Fismic-Ugl e Associazione capi e quadri. Il segretario
della Fismic, Roberto Di Maulo, invita addirittura a «boicottare Rai 3 e
La 7», perché simpatizzerebbero troppo con la Fiom. Su facebook invece
si può leggere qualche post del fronte del no: «Nuova Fiat Panda: è
tutto compreso, schiavi in mano», affigge in bacheca il gruppo aperto «Mirafiori
in diretta». Lunedì mattina torneranno al lavoro i primi 800 addetti
dell'Alfa Mito e il camper della Fiom sarà ai cancelli di Mirafiori a
distribuire volantini. Ma ci saranno anche Fim, Uilm, Fismic e Ugl, con il
loro volantino. Martedì il camper Fiom sosterà di fronte al consiglio
comunale e regionale; mercoledì il «fronte del si« organizzerà
un'assemblea pubblica alla Gam (Galleria d'arte moderna). In serata, con
l'inizio del turno di notte, la Fiom darà il via alle assemblee in
fabbrica, che proseguiranno anche al primo e al secondo turno del giorno
successivo. Con il terzo turno di giovedì partirà il referendum e si
attenderanno i risultati, previsti per venerdì sera. IL BOOM IN BORSA
E chi la ferma più la Fiat? Ieri a Piazzaffari il titolo della neonata «Industrial»
(commerciali e agricoli) ha segnato quotazioni record OPERAI COINVOLTI
Il referendum di Mirafiori riguarda le condizioni contrattuali e di lavoro
delle tute blu delle storiche carrozzerie torinesi
L'APPELLO PER SOSTENERE LA FIOM
È nata l'associazione «Lavoro e libertà». Ecco
come e dove aderire
Sono centinaia e centinaia le adesioni arrivate dopo
la pubblicazione, il 29 dicembre scorso, dell'appello per la costituzione
dell'associazione «Lavoro e libertà». L'appello è nato con l'obiettivo
di «ridare centralità politica al lavoro, riportarlo al centro
dell'agenda politica, nell'azione di governo, nei programmi dei partiti,
nella battaglia delle idee», perché questa è oggi «la via maestra per
la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione
della vita pubblica dalle derive e dall'autoreferenzialità che
attualmente gravemente la segnano. È stato promosso da Fausto Bertinotti,
Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo,
Paolo nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella e Mario
Tronti. Per aderire si può inviare una mail a fgaribaldo@gmail.com
oppure andare sul sito http://web.me.com/garibaldof/Sito
8 gennaio
liberazione
Marchionne
spiegato
a chi ancora
non capisce |
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Dino Greco
Ieri, Francesco Forte - al quale non fa difetto la chiarezza, e
questo è un merito di fronte alla palude ipocrita dei
professionisti del "ma anche" - imperversava sulla stampa
italiana, da Il Giornale a Il Foglio, somministrando giudizi e
ricette più o meno su tutto. In particolare sul quotidiano di
Giuliano Ferrara, l'ex ministro craxiano ha tirato fuori il meglio
di sé in un articolo che è già tutto riassunto nel titolo, a metà
tra l'invocazione e l'ordine perentorio: «Marchionizzare l'Italia».
Dove il sugo, depurato del troppo e del vano, sta nella
rivendicazione, esplicita e senza bardature retoriche, della
primazia del capitale, della dittatura dell'impresa proposta, senza
infingimenti, come l'espressione del bene, contro il vecchiume
passatista e paralizzante delle ideologie che ancora si attardano a
parlare di una lotta di classe «morta e sepolta». Marchionne - per
il nostro - ha ragione. Su tutto. Soprattutto quando, da moderno
demiurgo, vuole rifondare - pardon, riscrivere - l'intero sistema
dei rapporti sociali secondo lui ingessati dentro un involucro
concertativo che ha inesorabilmente fatto il suo tempo. Forte va
subito al nocciolo della questione che è quanto e come si sgobba.
La storiella secondo cui il fattore lavoro vale il 10 per cento dei
costi di produzione importa poco, perché è proprio «con quel 10
per cento che si fa lavorare (si mette a profitto, ndr) il 90 per
cento che è capitale fisso e circolante e se si lavora tutto il
tempo, e non solo di giorno, nei giorni feriali, e ci sono poche
assenze, quel 90 per cento è pienamente utilizzato». In altri
termini, ma la chiosa è forse superflua, più spremi l'olio di
gomito, più spezzi le ossa a chi lavora, più inchiodi alla catena
anche i malati, più sbaragli quei noiosi (e costosi) intralci che
si chiamano diritti, e più metti a profitto l'investimento
industriale: come si vede siamo prossimi alla genialità e dobbiamo
essere grati a Francesco Forte per questo innovativo contributo alla
teoria economica e alla politica sociale. Ma il bello viene adesso.
Sentite: «Compito dei sindacati è quello di generalizzare lo
schema di Mirafiori e di Pomigliano». E chi non ci sta? Chi ha
rifiutato di firmare e sottoscrivere questa allegra prospettiva?
Semplice: quel sindacato non ha alcun diritto alla rappresentanza in
azienda, perché «cosa ci fa lì dentro?» Evidentemente «è là
per piantare grane o è là per dire "vorrei ma non posso"».
Meglio, dunque, metterlo nelle condizioni di non nuocere, perchè le
classi sono sì scomparse, ma non si sa mai.
Ecco dunque il modello di relazioni industriali praticato da
Marchionne e mirabilmente tradotto in prosa dall'editorialista de Il
Foglio: una Confindustria trasformata in «associazione fra
operatori economici dotati di libertà di contratto» e un sindacato
che si acconcia ad assecondarne i desideri, fungendo da
ammortizzatore delle tensioni che, fatalmente, un modello del tutto
autocentrato sull'impresa genererebbe.
Poi ce n'è anche per la politica, che se deve stare alla larga dai
rapporti sociali (perché - in coerenza il modello di Marchionne -
occorrono «più contratti di diritto privato e meno di diritto
pubblico»), deve tuttavia fare una cosa importantissima, vale a
dire «tassare meno i profitti, non soltanto quelli reinvestiti, ma
anche quelli che vanno in dividendi, perché anche questi - secondo
il nostro ineffabile commentatore - attirano il nuovo capitale».
Non fa niente, come la storia di questi trent'anni ci ha insegnato,
se ogni regalo fiscale ai profitti si è tradotto in investimenti
speculativi che nulla hanno portato alla competitività d'impresa e
men che meno alle retribuzioni e ai redditi da lavoro rimasti da
decenni al palo.
Poi, il botto conclusivo, un sublime cammeo, l'invito rivolto agli
intellettuali italiani ad «abbandonare sia il pensiero debole, sia
le astrazioni (…) e a guardare non all'America di Barack Obama, ma
a quella dei Tea Party di Sarah Palin, per quanto sgradevole».
Complimenti!
Ecco, se questo è il giro del fumo, se le cose stanno come con
crudezza le descrive Francesco Forte, viene da esclamare, con Mario
Monicelli, «Facciamo la rivoluzione».
08/01/2011
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| Usb scende in campo con uno sciopero
di categoria. Per Cobas e Cub è l'occasione per l'iniziativa
generale |
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Sindacalismo di base
in lotta il 28 gennaio |
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Sindacalismo di base in fermento dopo la
proclamazione dello sciopero di categoria da parte della Fiom per il
28 gennaio. L'Unione sindacale di base ha dichiarato anche lei uno
sciopero di categoria, mentre i Cobas sono già per lo sciopero
generale, sempre lo stesso giorno. Ancora, la Cub Scuola-Università-Ricerca,
ha indetto una giornata di astensione dal lavoro con manifestazioni
regionali sempre per venerdì 28 gennaio. Lo sciopero, oltre che per
i problemi che riguardano i lavoratori del comparto, è un segnale
di condivisione - ha spiegato il coordinatore nazionale Cosimo
Scarinzi - «nei fatti e non a parole, di quanto chiesto con grande
forza dal movimento degli studenti sviluppatosi negli ultimi mesi»
ed «espressione della solidarietà ai lavoratori metalmeccanici
colpiti dalla pretesa della Fiat di distruggere i diritti elementari
dei lavoratori».
Più o meno le stesse argomentazioni dei Cobas che in un comunicato
spiegano di aver risposto in questo modo «anche alle richieste di
generalizzazione dello sciopero venute dal movimento degli studenti
medi e universitari e da tante strutture del conflitto sociale,
territoriale e ambientale». «Mettiamo in campo il 28 il più ampio
fronte sociale - ha dichiarato il leader dei Cobas Piero Bernocchi -
per battere l'arroganza padronale e governativa, smascherare la
finta opposizione parlamentare e i sindacati collaborazionisti, per
riconquistare i posti di lavoro, il reddito, le pensioni, le
strutture sociali pubbliche, a partire da scuola, sanità, trasporti
ed energia, i beni comuni (acqua in primis), i diritti politici,
sociali e sindacali».
Parallelamente alla indizione da parte dei Cobas, a scendere in
campo saranno anche un "cartello" di delegati delle sigle
più varie (Usb, Cobas, Slai-Cobas e Cub) e di entrambi i settori,
pubblico e privato, che hanno deciso la giornata del 28 gennaio per
portare in piazza «le ragioni di chi viene colpito in prima persona
e la solidarietà di chi vede, sente il pericolo che dopo toccherà
ad altri». «Per respingere l'attacco in corso ai diritti e alle
condizioni di lavoro non basterà la piena riuscita dello sciopero e
delle manifestazioni del 28 gennaio (che potranno avere una
conclusione che vada oltre la Fiom anche sulla base della estensione
e partecipazione di altri settori nelle piazze) - si legge in un
comunicato firmato singolarmente da un aventina di delegati - ma
sicuramente il livello di generalizzazione dello sciopero, potrà
essere il volano per successive iniziative. Rafforzando le ragioni
di chi a Mirafiori e Pomigliano si oppone ai diktat di Marchionne e
aprendo una fase nuova in cui i lavoratori e le lavoratrici tornino
ad essere realmente protagonisti delle loro lotte».
Per la Usb, «dal punto di vista dei contenuti», le posizioni della
Fiom nella vertenza Fiat sono in gran parte condivisibili. Pur non
mancando di osservare che questo sindacato di categoria «è ormai
isolato nell'ambito delle confederazioni
"collaborazioniste" e "concertative"», giudica
sacrosanto lo sciopero del 28 è uno sciopero. L'iniziativa,
tuttavia, «non può essere scambiata per quell'azione generale che
da mesi la Fiom, e non solo, richiedono alla Cgil». Insomma, se
sciopero generale ha da essere, non può che situarsi lungo un
percorso di maggiore confronto e coesione, «magari tra la fine di
febbraio e gli inizi di marzo», come dichiara a Liberazione uno dei
due portavoce nazionali di Usb, Fabrizio Tommaselli.
«Le lotte che in questi mesi precari, lavoratori pubblici, operai,
immigrati, licenziati, cassaintegrati, sfrattati hanno messo in
campo - silegge nel comunicato di Usb - necessitano di un momento di
sintesi generale e generalizzato che non può essere
surrettiziamente agitato sovrapponendolo allo sciopero dei
metalmeccanici».
L'Unione Sindacale di Base dà indicazione a tutte le sue strutture
della categoria di aderire allo sciopero del 28 Gennaio «per
impedire che la ‘dottrina Marchionne' passi e si estenda,
auspicando al contempo l'apertura di un confronto immediato tra
tutte le componenti del sindacato conflittuale per decidere un vero
e proprio Sciopero Generale e Generalizzato, da collocare tra la
fine di febbraio e la prima decade di marzo».
Fa. Seba.
08/01/2011
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«Lanciamo un appello dalla Serbia a tutti i
lavoratori italiani»
Fabio Sebastiani
«Lanciamo un appello a tutti i lavoratori
italiani e alle loro organizzazioni sindacali perché ci siano vicini a
noi in questo drammatico momento». Rajka Veljovic è una lavoratrice e
sindacalista della Zastava auto di Kragujevac. Il governo della Serbia ha
messo la parola fine sull'azienda di automobili lasciando a casa centinaia
di tute blu. A febbraio scorso la Fiat era entrata in possesso degli
stabilimenti della fabbrica Zastava per farne un polo produttivo per l'Est
creando una nuova società la Fiat Auto Serbia (FAS) ed aveva assunto 1000
lavoratori (facendo firmare un contratto individuale) sul totale di 2600
che erano ancora in carico all'azienda. Il salario medio in FAS è di
circa 320 euro. Cosi' si erano create due aziende, a FAS proprietaria
degli stabilimenti e con 1000 dipendenti ed una azienda (chiamata Zastava
Automobili), che risultava in pratica una scatola vuota, rimasta di
proprietà pubblica a cui venivano affidati i restanti 1600 lavoratori.
Stipendio medio 250 euro. E' il nuovo modello Marchionne: la creazione di
una new company a cui conferire le produzioni e gli stabilimenti e una bad
company su cui scaricare debiti e lavoratori in eccesso. La scelta
improvvisa è arrivata proprio nei giorni di ferie. In Serbia il Natale
ortodosso si festeggia proprio in questi giorni. In poche parole, il
Governo serbo ha fatto il classico "lavoro sporco" chiudendo la
parte pubblica del gruppo Zastava. Per i 1600 lavoratori della Zastava
Auto si sono spalancate le porte della disoccupazione. Circa 600 di loro,
i piu' anziani, saranno "accompagnati'' verso la pensione con
ammortizzatori economici molto deboli, ma circa 1000 riceveranno 300 euro
di liquidazione per ogni anno lavorato e un sussidio di meno di 200 euro
al mese per un anno e di meno di 150 per un secondo anno. Visto che in
Serbia la disoccupazione viaggia sopra il 20% significa condannarli ad una
condizione di precarietà che durerà per tutta la loro vita. Che cosa è
accaduto precisamente? E' comparso un articolo sui giornali che parlava di
circa 800 lavoratori della Zastava auto, che dovevano essere considerati
in eccedenza. In realtà i dipendenti sono il doppio, quindi è come se
gli altri 800 fossero stati cancellati. Come erano gli accordi con Fiat?
Gli accordi erano che solo per far ripartire le produzioni avrebbe
assorbiti subito circa 1.000 lavoratori la cui selezione è avvenuta
tramite un test di cui però non conosciamo i risultati. Quel programma ha
avuto molti ritardi. Quando la Fiat avrà bisogno di altri lavoratori dove
li prenderà? Me lo chiedo anche io. Mi sono fatta un a idea precisa,
perché è già accaduto anche in altri parti della Serbia, che li prenderà
attraverso l'Ufficio di collocamento pubblico e questo gli frutterà, da
quello che abbiamo sentito, intorno ai 5000-7000 euro di contributo
governativo per agni assunto. E' chiaro il giochino? Adesso il governo
della Serbia toglie alla Fiat la patata bollente e poi la premierà dando
ulteriori contributi. Contributi che vanno ad aggiungersi a quelli già
incassati. Il vostro sindacato, il Samostalni, cosa ha detto? Per quello
che ne so è stato preso alla sprovvista. Quando si sono sparse le prime
voci abbiamo reagito prontamente entrando in sciopero e con un tentativo
di occupazione del Comune di Kragujevac. La Fiat come ha reagito? La Fiat
se ne è lavata le mani, ha detto che era una questione che riguardava il
Governo. In realtà ha ottenuto quello che le occorreva, la cancellazione
del marchio Zastava, la proprietà degli impianti e un ampio serbatoio di
lavoratori a cui attingere pagati pochissimo. 08/01/2011
manifesto - 7
gen
La bufala della sfida dei paesi
emergenti
Joseph Halevi
Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso la
Fiat effettuò massicci licenziamenti concentrandosi sugli operai della
Fiom e dando avvio alla pratica dei «reparti confino», ove venivano
inviati gli operai comunisti, socialisti e gli iscritti alla Fiom. Allora
sia il Pci che la Cgil interpretavano il capitalismo italiano come
dominato dai grandi monopoli e destinato pertanto a una prolungata
stagnazione. In risposta alla percepita stasi e crisi dell'industria e
dell'auto in particolare, Vittorio Foa elaborò per la Cgil la proposta di
sviluppare la produzione lanciando l'idea di una «vetturetta» popolare.
In realtà era quello che la Fiat stava programmando, dato che l'economia
italiana, capitanata dal gruppo Iri, stava imboccando la via della grande
trasformazione postbellica. Poco dopo da Mirafiori uscì l'epocale
Seicento. I licenziamenti avevano quindi due obiettivi: ristrutturare
completamente l'apparato tecnico produttivo dell'azienda e cambiare in
senso fordista la forza lavoro, indebolendo quanto più possibile ogni
autonoma controparte sociale, la Fiom appunto. Il successo della politica
di Valletta fu dovuto all'insieme della crescita del paese che con
l'incremento della massa dei redditi, nonché della spesa pubblica in
autostrade, generalizzò la domanda e l'uso dell'auto. Oggi il paragone
con quel periodo, buio dal lato dei diritti sindacali in fabbrica tant'è
che il Pci promosse una campagna per far entrare la Costituzione nelle
fabbriche, risiede nella volontà aziendale di rendere la forza lavoro
malleabile a piacere, volendo formalmente espellere la Fiom che non
accetta i criteri imposti dall'azienda. È come se Valletta, che fino ai
grandi scioperi del 1962 privilegiava il sindacato aziendale Sida e la
Uilm, avesse bandito la Fiom dal correre alle elezioni della commissione
interna; cosa allora impossibile malgrado il clima di violenta repressione
antioperaia. La differenza cruciale tra oggi e quel lontano periodo sta
nell'assenza di prospettive di un sostenuto sviluppo capitalistico per
l'economia europea. Non c'è nessuna crescita europea e italiana capace di
rilanciare la Fiat. La crescita dei paesi emergenti è fuori tiro perché,
a eccezione del Brasile, la presenza Fiat è inconsistente. In questi
giorni,senza nemmeno sollecitare la Fiat a rendere pubblici i piani di
produzione per l'Italia, i media dominanti si sono sbracciati nel
difendere l'operato politico dell'azienda giustificandolo con la sfida
proveniente dai paesi emergenti. Pura ideologia antisindacale. Infatti se
si vuole raccogliere la sfida cinese in Cina bisogna esserci. Nel 2010 la
produzione cinese di auto è stata di 17 milioni di unità, provenienti
nella stragrande maggioranza dalle locali filiali delle multinazionali
dell'auto operanti in partenariato con società cinesi. L'esportazione di
automobili dalla Cina è ancora minima, prevalentemente verso alcune zone
asiatiche e fra un po' verso la Turchia. Ciò significa che la sfida posta
dall'emergere di Pechino si gioca tuttora sulla produzione e sul mercato
interno. Con Torino la sfida cinese non c'entra. La politica della Fiat
nei confronti di Torino è invece tutta in rapporto al mercato interno
italiano e europeo. La strategia è derivata dall'esperienza della
deindustrializzazione americana aggravata dalla stagnazione europea e
dalle perdite di quote di mercato. Negli Stati uniti il requisito sociale
per dare corpo al processo di delocalizzazione verso zone low cost per
riesportare verso la più ricca madrepatria è stato il forte declino
sindacale a partire dagli anni Ottanta. Man mano che si indebolivano, i
sindacati accettavano di incorporare le esigenze delle aziende e per poi
ritrovarsi con minore capacità negoziale mentre la delocalizzazione
continuava. Vedi il documentario di Michael Moore sulla devastazione di
Flint, sede della General Motors. Non è un caso che, come elencato da
Maurizio Zipponi al Tg3 di Linea Notte il 4/5 gennaio, si conoscano i
programmi di produzione della Fiat per la Serbia, la Turchia, la Polonia
ma poco o niente sull'Italia. L'idea che le nuove condizioni contrattuali
possano portare a spettacolari incrementi di produttività è fallace. Per
ottenere significativi aumenti di produttività tali da avere effetti
competitivi e di diffusione sul territorio, è necessario che le
innovazioni tecnologiche si accompagnino a un salto della scala di
produzione verso valori di gran lunga superiori alle 500-600 mila unità
attuali. Se questo fosse il vero obiettivo, gli investimenti e la lista
dei modelli da produrre si concentrerebbero sull'Italia e secondariamente
altrove. Tuttavia, le aspettative circa l'allargamento della scala di
produzione dipendono principalmente dalla dinamica della domanda
aggregata, cioè dai redditi dell'insieme dei salariati europei. La
domanda è stagnante ed i salari reali sono in calo, quindi spazi per
espandere la scala di produzione non ce ne sono. Anzi, le innovazioni
dovranno assumere per forza di cose delle caratteristiche tipo downsizing
che comporta l'outsourcing. Ne discende l'importanza primaria delle zone
low cost, finanziate con molti soldi pubblici, della Polonia e della
Serbia nonché della Turchia, per poter poi riesportare verso l'Europa
occidentale. La malleabilità richiesta ai lavoratori di Mirafiori è per
Torino la strada della deindustrializzazione, della disoccupazione e della
precarizzazione di massa.
Come all'indomani del delitto
Matteotti
di Alberto Burgio
su Liberazione
del 07/01/2011
Scivoliamo su un piano inclinato
e ci illudiamo di star fermi. Non è così. Berlusconi è sempre
Berlusconi ma qualcosa accade. Il 14 dicembre ha dato avvio a un ulteriore
imbarbarimento del Paese. Voci nel deserto, non ci stanchiamo di dirlo: la
democrazia italiana corre gravissimi rischi.
Il golpe di Marchionne non riguarda solo la Fiat, prelude
all’azzeramento dei diritti di tutto il lavoro dipendente. Oggi nel
privato, domani nel pubblico. La Cisl si illude di vincere perché la
logica partecipativa diventa teoria ufficiale delle relazioni industriali.
Domani pagherà anch’essa la distruzione della contrattazione alla quale
sta dando sciaguratamente man forte.
Il ministro Sacconi (architetto, con Tremonti, dello smantellamento della
Costituzione e dello Stato sociale) critica la resistenza «ideologica»
della Fiom nel nome del pragmatismo, maschera ideologica degli interessi
padronali. Quasi nessuno esce dal coro degli opportunisti. Nemmeno nel Pd
che – per dirla con l’on. Bersani – «traccheggia» (e di fatto
avalla), come se l’unità (traballante) di un partito valesse ciò che
rimane dei diritti dei lavoratori. Anche costoro si illudono: che ne sarà
della loro base sociale quando gli ultimi presidi della forza organizzata
del lavoro saranno stati spazzati via?
Intanto infuria la guerra contro la stampa libera. Con la scusa dei conti
pubblici una cinquantina di testate vengono strozzate. Tra loro
Liberazione, il manifesto, forse l’Unità, nata giusto ottant’anni fa
per iniziativa di Gramsci sull’onda della speranza di un’imminente
liberazione delle masse proletarie. Non ha nulla da dire al riguardo il
presidente della Repubblica, garante di una Costituzione che annovera la
libertà di stampa tra i cardini dello Stato democratico?
Infine, mentre si avvicina il giorno del giudizio sul «legittimo
impedimento», le cronache riferiscono dell’ennesimo attacco di
Berlusconi alle «toghe comuniste». Berlusconi non conosce scrupoli né
remore. Lo ripetiamo: pur di salvarsi da una condanna penale che porrebbe
fine alla sua avventura, non esiterebbe a precipitare il Paese in uno
scontro totale.
Ci aspettano giorni cruciali, come a suo tempo all’indomani del delitto
Matteotti. Allora il regime fu a un passo dal crollo, Mussolini resistette
e il Paese si avviò verso la catastrofe. La situazione attuale è diversa
ma non meno rischiosa, soprattutto per l’assenza di un’opposizione che
sappia trasmettere all’opinione pubblica la coscienza del pericolo. Nel
dibattito finale sulla Gemini la senatrice Finocchiaro, capogruppo del Pd,
reagì alla gazzarra del Pdl e, rivolta al presidente Schifani, protestò
l’inaccettabilità di espressioni di scherno indegne – disse – di
un’«opposizione responsabile». Responsabile nei confronti di chi,
senatrice Finocchiaro?
Cofferati:
«Profonda lesione
democratica» |
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«E' una lesione democratica profonda». Sergio
Cofferati in un'intervista a Left oggi in edicola torna a bocciare
l'accordo di Mirafiori, «peggiore anche di quello di Pomigliano».
«Governo subalterno», attacca l'ex leader della Cgil ed
europarlamentare Pd. Fiat, afferma, «invece di investire sulla
qualità, cancella i diritti dei lavoratori». «Se la Fiom decide
veramente di non firmare un accordo - spiega - non è che per questo
gli devono essere negati i diritti contrattuali. E' come se in
Parlamento i partiti che non votano la Finanziaria venissero privati
della possibilità di presentarsi alle elezioni successive».
07/01/2011
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liberazione
7 gen
| Torino, nelle reazioni il clima
di paura che dominerà il referendum |
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Gli operai Fiat parlano alla città
gli umori divisi di piazza Castello |
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Maurizio Pagliassotti
Torino
L'elenco delle rimostranze che si sentono quando si distribuiscono i
volantini della Fiom in centro a Torino non è lungo ma racconta in
quale clima si svolgerà quello che viene definito referendum.
Ecco qualche esempio: «A me manca il lavoro da due anni beati voi
che ancora lo avete...» Oppure: «Perché vi lamentate?
Guadagnerete molto di più». Ancora: «Fossi in voi voterei sì.
Marchionne vi chiude la fabbrica se alzate troppo la testa. Non si
scherza con la Fiat». Ancora bis: «Parlate tanto di diritti
lesi… Ma non pensate a chi ha un mutuo da pagare?» Ancora tris:
«In Polonia lo stesso numero di operai di Mirafiori produce molte
più automobili e guadagna meno. Dovete adeguarvi».
Ed infine un vecchio torinese: «Il pane del padrone ha sette croste
ed un crostone! Questa è l'unica legge che vale tra chi lavora e
chi fa lavorare».
Queste invece sono la parole di chi apprezza gli sforzi della Fiom e
soprattutto di chi sta in piazza con tre gradi sotto zero, magari
vestita da befana, a distribuire volantini e caramelle. Signora con
cappello verde e marito: «Se foste un partito tornerei a votare».
Signore anziano con i baffi: «Siete l'ultimo baluardo contro il
fascismo. Tenete duro». Signora con marito e cane: «Ma con questo
freddo venire in piazza?! Ma quel Marchionne… che ci andasse lui
in fabbrica!». Giovane ragazzo vestito di nero: «Spero che
vinciate voi. Non ne so molto ma mi sembra che agli operai la stiano
mettendo in...».
La Fiom ieri ha portato nel cuore di Torino la sua volontà di
resistere. Nella centrale piazza Castello un po' tutti hanno
manifestato negli ultimi tempi: innumerevoli ditte in crisi, Notav,
comitati pro qualcosa o contro qualcosa…l'elenco è lungo. Ma il
clima di ieri pomeriggio non si è mai respirato. Forse per l'unione
finalmente raggiunta, almeno su questa dirimente storia che prende
il nome di Fiat contro civiltà. Oltre al sindacato metalmeccanico
c'era la Fds, Sinistra e Libertà, sindacati di base, esponenti del
popolo viola, qualche solitario esponente locale del Pd: la sinistra
che si stringe intorno ai lavoratori e ai loro diritti perché
ancora in grado di riconoscerli.
Giorgio Airaudo presente al presidio ha commentato le ultime voci
lanciate da Fim e Uilm secondo cui il Sì vincerebbe con l'ottanta
per cento dei consensi: «Si cerca di nascondere il merito di
quell'accordo perché invece di votare su cosa c'è scritto, dai
turni di lavoro al tipo di vita che i lavoratori dovranno fare,
dalle mense spostate a fine turno alle malattie che non saranno più
retribuite, si vuol far decidere ai lavoratori della carrozzeria di
Mirafiori sulla vita o la morte del loro posto di lavoro».
Paolo Ferrero, segretario Prc, anche lui presente, ha rincarato la
dose: «Il problema è che se passa l'accordo di Mirafiori si
distruggerà l'intero contratto nazionale. Questo renderà la
situazione particolarmente grave soprattutto per i giovani che
rimarranno precari e ricattabili tutta la vita. Comunque sia, quello
di Mirafiori non è un referendum. E' una rapina dove c'è un
delinquente che arriva con la pistola e dice ai lavoratori: o la
borsa o la vita. La paura incide moltissimo e per questo diciamo che
parlare di referendum non ha senso. Ci vorrebbe uno sciopero
generale come segnale forte. Ma la Cgil purtroppo traccheggia, perché
non capisce che Marchionne è la punta di diamante di Confindustria
non è soggetto diverso».
Da domani volantinaggio a tappeto della Fiom in tutti mercati della
città, davanti alle università ed alle fabbriche. Perché non deve
essere solo Mirafiori a dire No al ricatto di Marchionne.
07/01/2011
|
Marchionne fa scuola. Anche
Fincantieri scalpita
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del
07/01/2011
Edili della Fillea,
agrolimentari Flai e Cgil Lazio: «Lo sciopero Fiom è sacrosanto». In
lotta i sindacati Usb
Un voto sotto ricatto, quello di
Sergio Marchionne, e anche sotto pressione. Man mano che si avvicina la
data del referendum tra gli operai di Mirafiori sull'accordo Fiat,
aumentano le prese di posizione tra quelli che ben poco hanno a che vedere
con il mondo del lavoro. Intellettuali, professori, politici, faccendieri:
tutti si sentono di dire la loro opinione. L'ultima viene dalla
"illuminante" prosopopea del professor Pietro Ichino che ha
definito l'eventuale vittoria del No al referendum una vera e propria «catastrofe».
Ichino si è aggiunto agli impiccioni che in queste ore, a vario titolo,
stanno cercando di influenzare in tutti i modi l'esito del voto. Il
professore, deputato di un Pd mai così lacerato, non solo ha dato prova
di essere un "sincero democratico", rispettoso delle regole, per
carità, ma ha anche ribadito che nell'accordo di Mirafiori «non c'è
alcuna violazione della legge italiana, né tanto meno della Costituzione».
In attesa che Ichino venga chiamato a far parte della Corte
Costituzionale, gli interessi in gioco intorno alla partita di
"Fabbrica Italia" vanno crescendo. All'interno di Confindustria
la situazione ormai è nel caos più completo. Lo strappo di Marchionne
comincia a far scuola. Giuseppe Bono, amministratore delegato di
Fincantieri, ha preso carta e penna per sottolineare le sue lamentele alla
Confindustria di Genova e a quella di Gorizia. Motivo del contendere?
Vecchi e nuovi rancori attorno alle poltrone, ma il punto non è questo.
Il punto è che Fincantieri ha deciso di uscire. Un segnale, nemmeno tanto
trascurabile, del clima che si sta creando nell'associazione diretta Emma
Marcegaglia. Ecco perché è importante fare presto.
Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ha deciso di accelerare i
tempi ed arrivare "preparata" al confronto con la Confindustria.
Al direttivo del 15 gennaio la proposta sarà quella di una legge sulla
rappresentanza nel settore privato, che abbia una soglia da
"maggioranza qualificata". La logica è quella della
"coalizione", ovvero dello strumento che dovrebbe tornare a
favorire le aggregazioni tra i sindacati (Cgil, Cisl e Uil), e quindi a
rompere con il brutto periodo degli accordi separati, da una parte, e
sbarrare il passo al referendum, dall'altra. Cisl e Uil hanno già fatto
sapere che non sono d'accordo. La proposta introdurrebbe una difformità
con la legge che già vige nel pubblico impiego. Ma il punto non è
questo. E' che Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti vogliono tenersi le mani
libere. Da veri "sindacati supermarket" vogliono scegliere di
volta in volta i soggetti delle loro aggregazioni.
Buone notizie per la Fiom arrivano da Fillea, Flai e Cgil Roma, che hanno
dichiarato di volersi schierare «con forza e con nettezza» a fianco
della Fiom a partire dallo sciopero proclamato per il 28 gennaio. È
quanto si legge in una nota congiunta di Walter Schiavella, segretario
Fillea Cgil (nazionale), Claudio Di Berardino segretario Cgil Roma e Lazio
e Stefania Crogi segretario Flai Cgil (nazionale). «L'accordo separato di
Pomigliano prima e, ancor più gravemente, quello di Mirafiori,
costituiscono - si legge nella nota - un attacco di inaudita gravità ai
principi democratici e di rappresentanza nei luoghi di lavoro oltre a
definire, per forma e contenuti, un arretramento delle condizioni e dei
diritti dei lavoratori e un inaccettabile modello di sindacato
aziendalista». «In questa battaglia, a partire da quella a sostegno
dello sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio, siamo con forza e
nettezza insieme alla Fiom, al suo gruppo dirigente e ai lavoratori
metalmeccanici perché, dall'esito di questo confronto può dipendere non
solo il loro futuro ma anche quello di tutti i lavoratori italiani e dello
stesso sindacato. Proprio per questo è giusto che la Cgil si sia
schierata per il no al referendum di Mirafiori perché così si potrà
comunque gestirne l'esito e rimanere in gioco». Arriva fino a qui la
solidarietà di Di Berardino, Schiavella e Crogi: il resto è un invito
alle tute blu, nemmeno tanto velato, ad accettare l'esito del referendum e
a rientrare nei ranghi. La strada del conflitto, osservano, «non può
essere l'unica strada, tanto più che è stata quella prioritariamente
seguita finora; ad essa occorre affiancare una capacità tutta sindacale e
quindi da giocarsi necessariamente dentro e non fuori i luoghi di lavoro,
di scardinare i limiti imposti da questi accordi e dal modello
contrattuale scaturito dall'accordo separato del gennaio 2010, come la
Cgil ha dimostrato di saper fare con i circa 60 Ccnl rinnovati
unitariamente dalle sue categorie e che oggi ci fanno dire che quello è
un accordo superato nei fatti».
A scendere a fianco della Fiom anche i sindacati di base di Usb, che hanno
proclamato lo sciopero nella stessa giornata.
«Lo sciopero del 28 è uno sciopero sacrosanto - si legge nel comunicato
- a tutela della categoria dei metalmeccanici ma non può essere scambiato
per quell'azione generale che da mesi la Fiom, e non solo, richiedono alla
Cgil».
«Le lotte che, in questi mesi, precari, lavoratori pubblici, operai,
immigrati, licenziati, cassaintegrati, sfrattati hanno messo in campo - si
legge ancora - necessitano di un momento di sintesi generale e
generalizzato che non può essere surrettiziamente agitato sovrapponendolo
allo sciopero dei metalmeccanici»
liberazione
7 gen
| Stessa ricetta: ricatti e
pressioni. Più carichi di lavoro, meno salario e meno diritti |
|
| Il "metodo" del diktat
avanza anche nel commercio |
|
|
Anna Cealti* Sabrina Scuttari*
Che l'offensiva sferrata da Marchionne contro i lavoratori della
Fiat fosse un modello esportabile è apparso subito chiaro a
chiunque avesse la mente libera da pulsioni centriste.
In occasione del rinnovo del Ccnl del commercio è ormai
consuetudine che, oltre alle organizzazioni sindacali di categoria,
anche l'associazione datoriale presenti la sua piattaforma il cui
obiettivo, per questa tornata, è il contenimento del costo del
rinnovo entro il 4,51%. Per il raggiungimento di tale obiettivo,
Confcommercio propone la riduzione delle ferie a quattro settimane,
la riduzione dei permessi che ad oggi permettono di effettuare un
orario settimanale di 38 ore, col ripristino delle 40 ore a parità
di salario, la riduzione dei costi derivanti da scatti di anzianità
e altri automatismi e, ovviamente, in nome del contrasto
all'assenteismo, il non pagamento dei primi tre giorni di malattia.
Non possiamo non notare il comportamento contraddittorio di
Confcommercio che, se da un lato, per poter incrementare le vendite,
sollecita una riduzione della pressione fiscale, dall'altro, con le
misure richieste, di fatto riduce il personale comprimendo la
capacità di spesa di una parte di popolazione. Invece di
preoccuparsi dell'eccessivo incremento di aperture di nuovi punti
vendita al di sopra del fabbisogno del bacino di utenza che
determina difficoltà per tutti, non si trova di meglio che
penalizzare i lavoratori con la ricetta: più carichi di lavoro,
meno salario, meno diritti. Infatti, per non farsi mancare nulla, la
controparte prevede anche la diminuzione dei diritti sindacali
"razionalizzando" permessi e rappresentanza. Del resto che
Confcommercio giudicasse superfluo il ruolo del sindacato si era già
capito tre anni fa quando concesse un ridicolo aumento salariale in
maniera unilaterale proprio per delegittimare chi stava dall'altra
parte del tavolo.
Il percorso per il rinnovo contrattuale è ancora più in salita se
si considera che Cisl e Uil potrebbero firmare qualsiasi cosa in
qualsiasi momento come già fecero nel 2008. Quell'accordo separato
sanciva una percentuale di obbligatorietà del lavoro festivo, fino
ad allora facoltativo, e l'aumento dell'orario settimanale per gli
apprendisti che andava a compensare in parte l'aumento contrattuale
degli altri lavoratori. Questa vergognosa operazione fu accettata
l'anno successivo anche dalla Filcams-Cgil in cambio di una generica
dichiarazione d'intenti di Confcommercio per fronteggiare
congiuntamente eventuali situazioni di crisi. Parole in cambio di
diritti certi. Il segretario Martini, nelle motivazioni che scrisse
per l'apposizione della firma, dichiarò che questi aspetti negativi
sarebbero stati recuperati nel prossimo rinnovo contrattuale e che
tutto sommato i lavoratori apprendisti erano in numero esiguo.
Queste dichiarazioni "singolari" vengono smentite oggi,
come era facilmente prevedibile, dalle richieste dell'associazione
datoriale che rendono anche evidente l'inopportunità
dell'accettazione di quell'accordo peraltro sottoposto a referendum
e approvato a larga maggioranza. Peccato che i lavoratori abbiano
dovuto decidere nello spazio di un'ora di assemblea spesso condotta
senza contradditorio. Quando si ricorre giustamente a forme di
democrazia occorre che le medesime non siano di facciata
specialmente in casa Cgil. Sedersi oggi a quel tavolo di trattativa
senza pretendere la rimozione in toto delle pregiudiziali poste da
Confcommercio può dare un segnale pericoloso di cedimento che non
possiamo permetterci.
Sta principalmente in capo ai lavoratori, unitamente alla società
civile, reagire fattivamente alle derive di ogni genere indotte
dalle politiche liberiste delle destre. L'emarginazione del lavoro
subalterno dalla sua rappresentanza sociale e politica è il
presupposto per un decisivo attacco alla nostra democrazia, ecco
perché la saldatura delle lotte è quanto mai necessaria e cogente
e lo sciopero generale deve rappresentarne l'avvio.
Ci rendiamo conto di appartenere ad una categoria debole,
scarsamente sindacalizzata, in cui il lavoro frammentato, le
differenze salariali, la dilagante precarietà riducono in maniera
significativa il potenziale di lotta, ma è altrettanto vero che se
siamo giunti a questo punto non è per maledizione divina, ma grazie
ad un trentennale di moderazione politica e sindacale capace solo di
ripiegamenti che rappresentano già di per sé una sconfitta.
La lotta che strenuamente sta portando avanti la Fiom per la difesa
del contratto nazionale e della funzione del sindacato deve
diventare la lotta di tutti e deve costituire la linea di
demarcazione, senza più commistioni tra chi difende le politiche
mercatiste e chi invece crede nella piena attuazione del dettato
costituzionale che non riconosce il primato dell'impresa né
tantomeno lo sdoganamento del servaggio.
*Rsu Ipersmply Viadana (Mn)
|
liberazione
7 gen
| Edili della Fillea, agrolimentari
Flai e Cgil Lazio: «Lo sciopero Fiom è sacrosanto». In lotta i
sindacati Usb |
|
Marchionne fa scuola.
anche Fincantieri scalpita |
|
|
Fabio Sebastiani
Un voto sotto ricatto, quello di Sergio Marchionne, e anche sotto
pressione. Man mano che si avvicina la data del referendum tra gli
operai di Mirafiori sull'accordo Fiat, aumentano le prese di
posizione tra quelli che ben poco hanno a che vedere con il mondo
del lavoro. Intellettuali, professori, politici, faccendieri: tutti
si sentono di dire la loro opinione. L'ultima viene dalla
"illuminante" prosopopea del professor Pietro Ichino che
ha definito l'eventuale vittoria del No al referendum una vera e
propria «catastrofe».
Ichino si è aggiunto agli impiccioni che in queste ore, a vario
titolo, stanno cercando di influenzare in tutti i modi l'esito del
voto. Il professore, deputato di un Pd mai così lacerato, non solo
ha dato prova di essere un "sincero democratico",
rispettoso delle regole, per carità, ma ha anche ribadito che
nell'accordo di Mirafiori «non c'è alcuna violazione della legge
italiana, né tanto meno della Costituzione». In attesa che Ichino
venga chiamato a far parte della Corte Costituzionale, gli interessi
in gioco intorno alla partita di "Fabbrica Italia" vanno
crescendo. All'interno di Confindustria la situazione ormai è nel
caos più completo. Lo strappo di Marchionne comincia a far scuola.
Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, ha preso
carta e penna per sottolineare le sue lamentele alla Confindustria
di Genova e a quella di Gorizia. Motivo del contendere? Vecchi e
nuovi rancori attorno alle poltrone, ma il punto non è questo. Il
punto è che Fincantieri ha deciso di uscire. Un segnale, nemmeno
tanto trascurabile, del clima che si sta creando nell'associazione
diretta Emma Marcegaglia. Ecco perché è importante fare presto.
Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ha deciso di
accelerare i tempi ed arrivare "preparata" al confronto
con la Confindustria. Al direttivo del 15 gennaio la proposta sarà
quella di una legge sulla rappresentanza nel settore privato, che
abbia una soglia da "maggioranza qualificata". La logica
è quella della "coalizione", ovvero dello strumento che
dovrebbe tornare a favorire le aggregazioni tra i sindacati (Cgil,
Cisl e Uil), e quindi a rompere con il brutto periodo degli accordi
separati, da una parte, e sbarrare il passo al referendum,
dall'altra. Cisl e Uil hanno già fatto sapere che non sono
d'accordo. La proposta introdurrebbe una difformità con la legge
che già vige nel pubblico impiego. Ma il punto non è questo. E'
che Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti vogliono tenersi le mani
libere. Da veri "sindacati supermarket" vogliono scegliere
di volta in volta i soggetti delle loro aggregazioni.
Buone notizie per la Fiom arrivano da Fillea, Flai e Cgil Roma, che
hanno dichiarato di volersi schierare «con forza e con nettezza» a
fianco della Fiom a partire dallo sciopero proclamato per il 28
gennaio. È quanto si legge in una nota congiunta di Walter
Schiavella, segretario Fillea Cgil (nazionale), Claudio Di Berardino
segretario Cgil Roma e Lazio e Stefania Crogi segretario Flai Cgil
(nazionale). «L'accordo separato di Pomigliano prima e, ancor più
gravemente, quello di Mirafiori, costituiscono - si legge nella nota
- un attacco di inaudita gravità ai principi democratici e di
rappresentanza nei luoghi di lavoro oltre a definire, per forma e
contenuti, un arretramento delle condizioni e dei diritti dei
lavoratori e un inaccettabile modello di sindacato aziendalista».
«In questa battaglia, a partire da quella a sostegno dello sciopero
dei metalmeccanici del 28 gennaio, siamo con forza e nettezza
insieme alla Fiom, al suo gruppo dirigente e ai lavoratori
metalmeccanici perché, dall'esito di questo confronto può
dipendere non solo il loro futuro ma anche quello di tutti i
lavoratori italiani e dello stesso sindacato. Proprio per questo è
giusto che la Cgil si sia schierata per il no al referendum di
Mirafiori perché così si potrà comunque gestirne l'esito e
rimanere in gioco». Arriva fino a qui la solidarietà di Di
Berardino, Schiavella e Crogi: il resto è un invito alle tute blu,
nemmeno tanto velato, ad accettare l'esito del referendum e a
rientrare nei ranghi. La strada del conflitto, osservano, «non può
essere l'unica strada, tanto più che è stata quella
prioritariamente seguita finora; ad essa occorre affiancare una
capacità tutta sindacale e quindi da giocarsi necessariamente
dentro e non fuori i luoghi di lavoro, di scardinare i limiti
imposti da questi accordi e dal modello contrattuale scaturito
dall'accordo separato del gennaio 2010, come la Cgil ha dimostrato
di saper fare con i circa 60 Ccnl rinnovati unitariamente dalle sue
categorie e che oggi ci fanno dire che quello è un accordo superato
nei fatti».
A scendere a fianco della Fiom anche i sindacati di base di Usb, che
hanno proclamato lo sciopero nella stessa giornata.
«Lo sciopero del 28 è uno sciopero sacrosanto - si legge nel
comunicato - a tutela della categoria dei metalmeccanici ma non può
essere scambiato per quell'azione generale che da mesi la Fiom, e
non solo, richiedono alla Cgil».
«Le lotte che, in questi mesi, precari, lavoratori pubblici,
operai, immigrati, licenziati, cassaintegrati, sfrattati hanno messo
in campo - si legge ancora - necessitano di un momento di sintesi
generale e generalizzato che non può essere surrettiziamente
agitato sovrapponendolo allo sciopero dei metalmeccanici».
07/01/2011
|
| Il regalo del governo serbo in
cambio di...niente |
|
Zastava Auto chiude:
a casa 1.600 operai
Il Lingotto ringrazia |
|
|
La Zastava Auto chiude i battenti. Il governo della
Serbia, che doveva aprire una trattativa con il sindacato sul
destino di circa 1.600 lavoratori, ha improvvisamente comunicato la
chiusura della società e il conseguente licenziamento di tutto
l'organico. La notizia arriva direttamente da membri del sindacato
Samostanli di Kragujevac, cittadina a poche decine di chilometri da
Belgrado dove ha sede la Zastava. La Zastava fu bombardata dagli
aerei della Nato durante la guerra del Kosovo con la scusa che
nell'impianto si producevano armi.
Il licenziamento è in qualche modo legato alla vicenda della Fiat
in Serbia. La Zastava Auto, infatti, è quel che rimane della
vecchia società che Sergio Marchionne ha deciso di prendersi nel
tentativo di aprire un polo produttivo all'Est. Attualmente, quindi,
le aziende sono due: Fiat Auto Serbia (Fas), cioè la parte
acquisita dalla Fiat (tutti gli stabilimenti e 1000 lavoratori) e
Zastava Auto (la "bad company", cioè quella parte dei
lavoratori rimasti a carico del governo). I lavoratori Fas sono
circa 1000, come prima, mentre in Zastava Auto sono circa 1600. La
fabbrica al momento è un grande cantiere dove entrano sia
lavoratori Fas che Zastava Auto. I lavoratori Fas assemblano la
Punto nella unica linea rimasta, mentre gli altri lavorano sulla
ricostruzione dei reparti. Il salario attuale medio per un
lavoratore Fas è di 320 euro per un mese completo di lavoro, cosa
che non accade mai (ottobre 2010). In Zastava Auto i salari medi
sono di 250-260 euro al mese. La situazione anche in Fas è molto
tesa.
A ottobre il Sindacato ha chiesto un aumento dei salari in Fas e
proclamato uno sciopero per il 19 ottobre. La Fiat ha risposto
dichiarando il 19 ottobre giorno non lavorativo. Per il 2010 la Fas
aveva previsto il montaggio di 30.000 Punto, ma la Fiat è ancora
molto lontana dagli obiettivi per i quali ha preso molti soldi dal
governo serbo. Per il 2010 c'è stato il bonus governativo di 1000
euro per vettura nuova; nulla si sa per il 2011. Comunque in
relazione alla crisi economica sempre più forte sono calate anche
le vendite e il governo ha abbassato le tasse sulla importazione di
macchine usate, perché la popolazione ha sempre meno risorse
disponibili.
Secondo il sindacato fino ad ora l'investimento reale della Fiat è
stato pari a zero. Hanno versato 100 milioni, che sono in qualche
conto di qualche banca, ma non sono stati usati per lo stabilimento;
tutti gli investimenti attuati finora sono avvenuti con fondi del
governo, il resto sono chiacchiere.
Fa.Se.
07/01/2011
|
| ven, 07 gen @
13:31operai contro |
STUDENTI
E LAVORATORI?
Pubblicato in:: Numero869-11 |
Operai pubblichiamo di seguito una lettera firmata " Le studentesse e gli
studenti dell’Unione degli Studenti Genova "
Operai pubblichiamo questa lettera perché non siamo d'accordo sui suoi contenuti.
Operai, gli studenti ci chiedono di votare NO al referendum sull'accordo di
Mirafiori, ma con quale motivazione?
Da oltre una settimana pubblichiamo un documento in cui si afferma:
L’accordo di Natale a Mirafiori va letto e riletto con attenzione. Un
documento in cui la schiavitù moderna è formalizzata con tanto di allegati e rimandi
tecnici a sistemi internazionali di organizzazione del lavoro. L’industria moderna và
in questa direzione. Torna indietro ed esprime in forma nuova il suo contenuto
antico: operai se volete sopravvivere lo potete fare solo vendendo a noi padroni la
vostra forza lavoro e noi siamo disposti a comprarla alle nostre condizioni,
altrimenti? Altrimenti morite di fame. Dopo gli operai di Pomigliano tocca quelli di
Mirafiori scegliere con un referendum, ma come andrà a finire è ancora da vedere.
Andiamo con ordine.
Il ricatto è espressamente scritto nella premessa. Mirafiori svilupperà nuove
produzioni a condizione che diventino “operative e praticabili” le norme contenute
nell’accordo e ciò sarà possibile solo se la maggioranza dei lavoratori le approverà.
Come è democratico Marchionne, o le approvate o è chiaro che rimarrete in mezzo ad
una strada. Bisogna assolutamente chiedersi come è possibile che si eserciti un
ricatto così primitivo, così assoluto, che incide sul livello di esistenza di
migliaia di persone senza che susciti nessuna reazione, nessun grido allo scandalo,
nemmeno dei campioni della democrazia. Tante volte ci siamo chiesti come la
democrazia ateniese potesse dirsi tale pur poggiandosi su una base di schiavitù, la
modernità ci ha fornito gli strumenti per capirlo. Le classi superiori possono
democraticamente mediare i loro interessi politici ed economici alla sola condizione
che qualcuno, da qualche parte, venga costretto al lavoro industriale forzato. In fin
dei conti Marchionne dallo sfruttamento dei suoi operai estrae un ricchezza che non
trattiene tutta per lui e i suoi azionisti. Una parte viene divisa socialmente per
mantenere in vita tutta la sovrastruttura politico sindacale che lo appoggia,
altrimenti perché lo dovrebbero sostenere, perché si lasciano gli operai di Torino,
soli, davanti ad una pressione del genere?
Nessuno ci puo' fare la predica.
Operai, voteremo No e cercheremo di far riuscire lo sciopero del 28.
Ma nessuno ci metterà sulla testa nuovamente una cappa di piombo.
Noi operai lottiamo per il potere, noi operai combattiamo per mettere nella fossa per
sempre i padroni e il loro Stato.
Noi non lottiamo per gestire e aumentare la produzione.
Noi non lottiamo per un nuovo 25 Aprile.
Noi non lottiamo per unificare gli operai e gli studenti.
Operai, non abbiamo bisogno di pastori.
Operai è ora di finirla con i calderoni.
Operai costruiamo il nostro Partito
-------------------------------------
Lettera degli studenti genovesi ai lavoratori di Mirafiori
pubblicata da Spartaco Uds Genova il giorno giovedì 6 gennaio 2011 alle ore 15.22
Lettera ai lavoratori dagli studenti
Compagni lavoratori, stiamo assistendo ad un periodo buio per la nostra società,
specie per le classi più deboli. Nel giro di pochi giorni abbiamo visto l'
approvazione del DDL Gelmini, che cancella quel poco di pubblico rimasto nelle
università e l' accordo FIAT sullo stabilimento di Mirafiori.
Sono segni inequivocabili che i diritti, degli studenti e dei lavoratori, conquistati
con anni di durissime lotte, sono ormai sempre più ignorati e calpestati da questa
classe dirigente. Una classe dirigente che non ci rappresenta per nulla, che va da
Marchionne alla Gelmini fino a tutti coloro, politici imprenditori e banchieri, che,
in nome del profitto e dell' arricchimento, sono responsabili di questa crisi che
vogliono far pagare ai ceti più deboli: operai, studenti e precari.
Questo sistema capitalistico ci vuole infatti sempre più ignoranti ed incapaci di far
sentire la nostra voce, privandoci del diritto allo studio, della conoscenza e del
diritto ad avere un lavoro sicuro e dignitoso.
Noi che studiamo la storia nelle nostre scuole, abbiamo assistito al più grande
inganno che i padroni abbiano mai architettato nella storia dell’uomo: sono riusciti
a trasformare nell’immaginario collettivo il termine “lotta di classe”, che non è più
la lotta tra due classi contrapposte ma un attacco a senso unico del padronato verso
i lavoratori, nella “beneficienza” che fanno i grandi manager salvando le aziende e i
lavoratori italiani. Cosa sarà mai la perdita di qualche diritto a confronto della
salvaguardia del posto di lavoro e del salario? Cosa saranno mai turni da 10 ore al
posto delle 8 ore conquistate con il sangue dai nostri padri e i nostri nonni, pur di
conservare il lavoro e dare da mangiare ai vostri figli?
Dobbiamo quindi reagire a questa condizione di sfruttamento, sempre peggiorata negli
ultimi decenni, e che peggiorerà ulteriormente se restiamo passivi e continuiamo a
lottare solo settorialmente, senza un obbiettivo comune che ci unisca; ci sembra
infatti necessario unire i fronti della protesta e del crescente disagio sociale,
uniti, perché crediamo che solo così sia possibile ottenere qualcosa di veramente
concreto e migliorare le condizioni e le opportunità di chi lavora e chi studia.
Ci appelliamo a voi perché pensiamo che abbiate figli a scuola e all'università, ai
quali immaginiamo vorreste dare la possibilità di studiare e di avere un futuro
dignitoso alla portata di tutti e che non sia un bene esclusivo di classe. Inoltre in
voi vediamo ciò che potrebbe essere il nostro futuro, molti di noi magari un giorno
lavoreranno a Mirafiori o a Pomigliano, e non vogliamo rimanere lavoratori sfruttati,
sottopagati, precari, con la continua minaccia della cassaintegrazione e senza alcun
diritto, per questo le nostre lotte sono le vostre e viceversa.
Nell' immediato vi chiediamo di votare NO al referendum sull' accordo di Mirafiori.
Dobbiamo rispondere con forza a questo attacco al lavoro e ai diritti e l’unica
risposta possibile è la lotta di classe. Se come dice Marchionne, la Fiat non ha
bisogno di Mirafiori e può trasferire all’estero al produzione, allo stesso modo gli
operai e Mirafiori, che saprebbero gestire e aumentare la produzione meglio di
chiunque altro, non hanno bisogno della Fiat e meno che mai di Marchionne.
Questo paese ha bisogno di un nuovo 25 aprile, di una nuova Liberazione, e tutto ciò
deve nascere dall’unione tra studenti e lavoratori, tra tutte le persone colpite
dalla crisi e che non sono più disposte ad abbassare il capo di fronte alle
ingiustizie.
Uniamo le lotte, riappropriamoci dei diritti, costruiamo lo sciopero generale e
generalizzato.
Le studentesse e gli studenti dell’Unione degli Studenti Genova
|
Cofferati: «Firma tecnica?
Lo statuto Cgil vieta accordi così»
di Rocco Di Michele
su il
manifesto del 06/01/2011
Sono 25.000 le firme già
raccolte da MicroMega, oltre 700 le adesioni a «Lavoro e libertà»
La battaglia dei lavoratori Fiat
e la resistenza incentrata intorno alla Fiom sta sollevando una
partecipazione civile che non si vedeva da tempo. L'associazione «Lavoro
e libertà» lanciata pochi giorni fa su questo giornale da Rossana
Rossanda, Sergio Cofferati, Luciano Gallino, Stefano Rodotà, Aldo
Tortorella, Fausto Bertinotti, Francesco Garibaldo, ecc, ha già superato
le 700 adesioni. Persone provenienti dagli ambienti più diversi - dalla
coppia di pensionati al docente universitario di fisica teorica - hanno
scelto di impegnarsi in prima persona dentro questa battaglia
(un'associazione, ricordiamo, richiede una partecipazione ben maggiore di
un semplice appello da firmare).
Anche l'appello promosso dalla rivista MicroMega, su input di nomi famosi
come Margherita Hack, Andrea Camilleri, Paolo Flores D'Arcais, sta andando
molto bene. In meno di 48 ore sono state superate le 25.000 firme;
l'obiettivo minimo dichiarato sono 100.000, ma andando di questo passo sarà
abbastanza agevole superare la soglia.
Uno dei soggetti portanti di entrambe le iniziative è senza dubbio l'ex
segretario generale della Cgil, nonché ex sindaco di Bologna, Sergio
Cofferati. Che ha ovviamente garantito la propria presenza in piazza il 28
gennaio, giorno dello sciopero generale dei metalmeccanici. Un'attività
non solo solidaristica, ma direttamente «politica». Non solo perché
attualmente è un europarlamentare del Pd, quanto per «il merito» su cui
si esprime.
Durissima la sua critica, per esempio, alla proposta avanzata dall'attuale
segretario generale Cgil, Susanna Camusso: una «firma tecnica» sotto l'«accordo»
di Mirafiori, per restare dentro lo schema della rappresentanza voluto da
Marchionne anche senza condividerne il testo. La stessa idea era stata
avanzata qualche mese fa davanti al diktat per Pomigliano. «La proposta
della Camusso di firma tecnica? Lo vieta un articolo dello statuto della
Cgil ripreso poi dallo stesso statuto della Fiom. Il quale vieta
esplicitamente all'organizzazione di presentare piattaforme o di firmare
accordi lesivi dei diritti delle persone, i diritti sanciti dal contratto
e dalla legge».
A rinforzare il giudizio, Cofferati aggiunge una valutazione più generale
sul modo di interpretare e gestire l'azione sindacale in una fase
difficile come questa: «le grandi organizzazioni hanno credibilità e
capacità di agire con consenso solo quando rispettano in primo luogo le
regole che loro stessi si sono dati». Un sindacato - ne consegue - che
violasse il proprio statuto solo per non «restare fuori» da tavoli di
trattativa sui quali sono state apparecchiate decisioni unilaterali e non
mediabili (su questo lo stesso Marchionne è stato esplicito oltre ogni
ragionevole dubbio interpretativo) si incamminerebbe su una strada davvero
molto scivolosa. C'è un'altra via, insomma. E passa per la mobilitazione
generale. Il 28 gennaio, ma anche dopo.
I movimenti in piazza il 28
di Roberto Ciccarelli
su il
manifesto del 06/01/2011
Verso lo sciopero
Generalizzare lo sciopero di 8
ore che la Fiom ha dichiarato venerdì 28 gennaio e trasformare
l'opposizione al modello delle relazioni industriali e sociali voluto
dall'ad Fiat Sergio Marchionne in una proposta politica che garantisca il
welfare e protegga le persone dalle forme neo-schiavistiche del lavoro. È
a partire da questo presupposto che i movimenti aderiscono all'appello
rivoltogli dal segretario della Fiom Maurizio Landini dalle colonne de Il
Manifesto. Si tratta di un'adesione ragionata che viene da un mondo
schiavo dell'ossessione del lavoro, come della sua intermittenza, che
versa i contributi alla gestione separata anche se non avrà una pensione
decente. «Sia pure con ritardo, e con non poche colpe - afferma Peppe
Allegri, docente a contratto e formatore, firmatario dell'appello «uniti
contro la crisi» - la Fiom si è resa conto che non è più possibile
difendere la cittadella assediata dei garantiti. La precarietà si è
generalizzata a tutte le forme del lavoro e riguarda più di una
generazione alla quale devono essere riconosciute nuove forme di Welfare e
di reddito garantito». Poche parole che rimettono ordine in un dibattito
che sta scivolando verso l'ordinario gossip politico: cosa farà la Fiom
con l'Idv? E con Vendola? Si separerà dalla Cgil? E così via strologando.
«È un fatto - aggiunge Allegri - che la Fiom stia coprendo uno spazio
dal quale la sinistra è scomparsa. Pensare però di creare un partito del
lavoro significa perdere in partenza. Bisogna invece immaginare un
sindacato che permetta agli esseri umani di vivere una vita autonoma e
degna e lotti per una nuova idea di politiche pubbliche a partire dalla
centralità della conoscenza, dei saperi e dei beni comuni». L'appello di
Landini viene giudicato «molto positivamente perchè insieme ai
metalmeccanici, studenti precari e ricercatori bloccheranno questo paese
anche il 28» dice Alex Foti, editor milanese, anche lui firmatario
dell'appello «uniti contro la crisi». «Mi si permetta però un rilievo
amichevole - aggiunge - È ora di finirla con manifestazioni simboliche
che non incidono sui rapporti di forza con la controparte imprenditoriale
e governativa. Bisogna scegliere l'organizzazione. Propongo al coacervo di
forze che affianca la Fiom in questa battaglia di creare una piattaforma
politica e sindacale contro l'austerità che rilanci la spesa sociale e le
regole di rappresentanza sindacali progressive». Anche per Andrea Alzetta
di Action, consigliere comunale a Roma, il problema non è solo sindacale,
ma politico. «Dopo Genova i movimenti hanno perso un treno - precisa
Alzetta - sono stati cannibalizzati dai partiti in un verso o nell'altro.
Con la Fiom abbiamo iniziato a discutere gli elementi base di un
programma, ora però dobbiamo formulare una nuova agenda politica senza la
quale per i movimenti non cambierà mai niente». Alzetta ricorda che non
sono bastati due anni di gigantesche mobilitazioni nella scuola e
nell'università per abbozzare le premesse di un dialogo sul lavoro e il
welfare con un ceto politico sempre meno all'altezza. In questo modo i
movimenti rischiano di restare soli, mentre dalla cittadella politica
continueranno ad arrivare accuse di «conservatorismo». «I veri
conservatori sono gli Inchino, i D'Alema e tutti quelli che da sinistra
appoggiano Marchionne e pensano che non esista più un antagonista del
capitalismo - accusa Luca Casarini dei centri sociali del Nord-Est - Noi
invece stiamo assistendo ad una ridefinizione dei rapporti di forza che
impone di superare le divisioni tra lavoro materiale e immateriale, tra
lavoratori a tempo indeterminato e determinato, tra reddito e salario, tra
produzione ed ecologia». Dunque, un salto di paradigma nell'analisi, come
nell'organizzazione. Ma per fare cosa? «Ne parleremo con Landini nel
seminario a Marghera il 22 e 23 gennaio a Marghera - risponde Casarini -
il vero problema della nostra epoca è trovare una forma comune di welfare
per tutte le figure del lavoro».
Ecco perché la FIAT sta
vendendo fumo
di Fabio Sebastiani
su Liberazione
del 06/01/2011
Referendum su cosa? Sarà
sull'accordo ovviamente. Ma quell'accordo non ha un'unghia di cosiddetto
"piano industriale". E' su questo aspetto, non secondario, che
l'altro giorno Massimo Mucchetti, analista economico del "Corriere
della Sera" ha posto l'accento. Mucchetti se la cava con una formula
diplomatica: «Marchionne non ha dato sufficienti informazioni per capire
se la Fiat in Italia si ridurrà a una fabbrica cacciavite o se conserverà
la sua intelligenza, spesso svenduta al passato». E' vero. Così come è
vero che oltre a non "dare informazioni" l'Ad della Fiat ha
messo sul tavolo anche troppi punti interrogativi. Anche Francesco
Garibaldo è d'accodo nel sottolineare la scarsezza di informazioni, ma
una cosa in più la dice: «Mirafiori non dovrà che assemblare parti di
auto, segnatamente il motore e il pacchetto del cambio che arrivano da
fuori, mentre Pomigliano si darà da fare su un prodotto che appartiene
alla gamma bassa, quindi con bassissimi margini di profitto».
A guardare bene, poi, il problema di Sergio Marchionne in questo momento
non è nemmeno tanto quello industriale. Tra il 51% che deve raggiungere
nel pacchetto azionario della società che ha inglobato la Chrysler e le
risorse da restituire al governo degli Stati Uniti d'America, il gioco in
questo momento è tutto in campo finanziario e tutti gli eventuali
"obiettivi industriali", sono, per dirla sempre con le parole di
Garibaldo, «declinati al futuro». «Prodotti e posizionamento strategico
sono i due nodi che ha di fronte la Fiat», sottolinea Garibaldo. «In
Europa i grandi produttori sono in ripresa e la Fiat, invece, perde quote
di mercato nel proprio paese». «Il mercato Europeo - conclude Garibaldo
- è segmentato e lo sarà sempre di più. Non sembra che attualmente la
Fiat sia all'altezza della sfida». Secondo Roberto Romano, economista
della Cgil, la cui analisi viene citata da Mucchetti, «l'Europa sta
affrontando una fase di mercato in cui rimarranno in piedi quei "player"
in grado di soddisfare una domanda orientata verso la green economy e,
comunque, caratterizzata da prodotti con dentro molta tecnologia». «Ma
anche lo stesso mercato cinese (sul quale la Fiat è quasi del tutto
assente, ndr) - ha delle caratteristiche tali che non rispondono al nostro
mercato così come era agli inizi». Insomma, il punto è che per
"fare auto" occorrono le cosìddette "dimensioni di
impresa" la cui soglia si va alzando sempre di più. Con Marchionne
la Fiat scelse anni fa la classica "via di mezzo" attraverso la
formula della "geometria variabile", ovvero stringere accordi
con i più grandi per stare dentro via via ai singoli progetti produttivi.
Ma oggi quella strategia si sta rivelando perdente, perché non solo non
garantisce più nemmeno la sopravvivenza ma costringe a salti sempre più
repentini verso la parte bassa della gerarchia della divisione
internazionale del lavoro. Tanto che la cessione della Fiat, o di parti di
essa, non sembra più una ipotesi teorica. A parlarne esplicitamente è
proprio Romano. «La struttura della Fiat è così piccola rispetto al
mercato globalmente inteso che tutto questo non si capisce se non in
funzione di una sua cessione». Anche Giorgio Airaudo non nega che la
cessione è una chiave importante di cui tener conto nell'analisi del
"fare" di Marchionne. «Lo spin off dell'auto lo aiuta in questa
direzione. Del resto deve restituire dei soldi e salire al 51% di Chrysler,
altrimenti si accolla tutti i debiti». Piano finanziario invece che piano
industriale? «Lui è un uomo che viene dalla finanza», ribatte Airaudo.
«Alla fine i debiti che ha seminato negli Usa li dovranno pagare i
lavoratori italiani».
In fondo, è la stessa sottolineatura sul costo del lavoro, che Marchionne
non manca mai di formulare, a far capire che per la Fiat ormai siamo nella
fase dell'avvitamento verso il basso. «In una impresa del settore
automotive il costo del lavoro vale mediamente intorno al 10% dei costi»,
dice Romano. Ciò che conta ai fini della remunerazione è la classica
penetrazione nei mercati. E su questo anche Mucchetti spende più di un
argomento. Se per la Fiat il costo del lavoro assume una importanza così
straordinaria tanto da scatenare contro il sindacato un attacco senza
precedenti è per il semplice motivo che non ha altre fonti da cui trarre
la remunerazione. Nelle altre fasi della sua storia, la Fiat si è mossa
tra una svalutazione competitiva, un incentivo all'acquisto, piuttosto che
qualche forte successo, del tutto episodico, legato a modelli azzeccati.
Oggi tutto questo è tramontato, grazie anche agli scarsi investimenti
effettuati nel corso degli anni.
«Tutti stanno uscendo con nuovi prodotti meno che la Fiat, che al massimo
ha effettuato qualche restyling», sottolinea Airaudo. «La Volkswagen
presto metterà sul mercato la sua risposta alla "500". Sono
proprio curioso di vedere cosa accadrà a quel punto».
«Prima di dare giudizi
dovrebbero conoscere la vita in fabbrica»
di Maurizio Pagliassotti
su Liberazione
del 06/01/2011
Intervista all'operaio
della Thyssenkrupp divenuto parlamentare del PD
Antonio Boccuzzi è parlamentare
del Pd ma soprattutto è un ex operaio. Lavorava alla ThyssenKrupp,
fabbrica che nei gangli del dogma "prima il profitto, ha inghiottito
le vite di sei persone, arse vive.Quale idea si è fatto della vicenda
Fiat?
«E' una situazione molto grave», ci risponde. «Le pressioni che si
stanno scatenando sui lavoratori sono fortissime e li portano ad essere
confusi ed impauriti. Siamo di fronte alla scelta tra la minestra e la
finestra. Non so se questo si possa chiamare ricatto ma sicuramente gli
assomiglia molto. Di sicuro quello della prossima settimana sarà un
referendum sotto minaccia. E questo mi lascia molto perplesso. Sarebbe
importante conoscere davvero quali sono le prospettive, i contenuti e le
proiezioni degli investimenti. Quale opportunità di scelta può avere un
lavoratore consapevole che fuori dalla fabbrica c'è il deserto? Quale
scelta può fare un lavoratore di fronte a questo governo di parte che
dimentica quanto gli italiani hanno dato alla Fiat con le varie
sovvenzioni pubbliche, incapace di chiedere un minimo di tutela per i
lavoratori? Il problema del nostro Paese non credo sia legato realmente al
costo del lavoro ma alla povertà di idee. Un tempo la Fiat era in grado
di progettare auto che segnavano un'epoca, una moda, un modo di pensare
l'auto di famiglia; oggi non accade più.
E la posizione del Pd?
Il mio partito ha al suo interno molte anime e ognuna può esprimere
democraticamente il proprio pensiero. Ma proprio l'eterogeneità delle
anime richiederebbe più cautela nelle valutazioni ed una maggiore onestà.
Insomma, se da una parte è legittimo dare un giudizio, dall'altro sarebbe
opportuno specificare rispetto a quali conoscenze della vita operaia quel
giudizio viene espresso. Mi sento molto più vicino a Cofferati che a
Chiamparino. Perché è in discussione la vita delle persone, perché
parlare delle loro pause sul lavoro, dei turni di notte, è schierarsi. Io
queste situazioni le ho vissute e so cosa significhino. E che dire poi dei
diritti? Quando sento parlare di un assenteismo e di una scarsa
produttività che sarebbero difesi dai sindacati non capisco di cosa si
parli. Se è accaduto in passato ora certo non è più così. Si tratta di
posizioni critiche senza fondamento.
Cosa pensa dell'organizzazione del lavoro voluta dalla Fiat?
Sento molto parlare di una lotta di classe portata avanti dalla Fiom fuori
tempo massimo. A me sembra piuttosto che la lotta di classe sia portata
avanti dalla Fiat e dal governo, Sacconi in testa. Questi soggetti
spacciano l'idea che i diritti conquistati siano ormai degli onerosi
privilegi che non ci si può più permettere. Marchionne ha ribadito che
senza l'Italia la Fiat farebbe anche meglio, dimenticando che il suo
mercato più grande è proprio il nostro Paese. L'amnesia
dell'amministratore delegato porta anche una mistificazione sulla qualità
dei prodotti: posso acquistare un'auto prodotta da un operaio di cui
neanche il suo amministratore delegato ha stima? Il lavoratore è invece
una ricchezza che può fare la differenza. Siamo tornati ai tempi della
rivoluzione industriale. E' necessario rimboccarsi le maniche per
riprenderci i diritti sempre più messi in discussione da un sistema che
trova nella crisi un valido alleato, nonché un alibi molto sfruttato.
Come giudica la grave frattura sindacale?
Questo è un altro dramma che investirà la vita dei lavoratori. Sindacato
diviso significa lavoratori deboli e peggiori condizioni di vita nella
fabbrica. Le discussioni su diverse posizioni sono diventate
contrapposizioni insuperabili. Dire che il sindacato abbia cessato di
esistere nel 1980 è troppo ma forse non è lontano dalla verità e in
questo contesto l'esclusione della Fiom è un enorme errore per tutti.
Dunque, sciopero generale?
Lo sciopero generale è sempre un'extrema ratio, ma quali alternative ha
la Fiom per ribadire le proprie ragioni ? Non si tratta di accettare il
giudizio di un referendum, è una consultazione che non pone davvero due
alternative, ma una sola pressoché costrittiva.
liberazione
6 gen 2011 pg 2
1.'Organizzato in fretta,senza informare gli operai' denuncia Airaudo
della Fiom
'Voto della paura' il 13 e 14 gennaio'
2. Assemblea Fiom a Mirafiori. 'Parlare a tutti spiegando ce il ricatto
può saltare'
Timori, orgoglio e coraggio nella battaglia più difficile.
vedi PDF
pg 12
SanPrecario 'Nessuno sfugge a questa stretta. Si veda il caso Fiat'
...dacci oggi la nostra precarietà quotidiana
vedi PDF
L'Unità 5 gennaio
2011
La beffa delle tasse: Marchionne
paga la metà dell'operaio
Gli operai, anche quelli in cassa integrazione, pagano
il doppio delle tasse dell’ad del Lingotto, pur
guadagnando infinitamente di meno, anche se considerati tutti
insieme. «La modernità dischiusa da Fabbrica Italia è
efficacemente rappresentata da due dati» denuncia il responsabile
economico del Pd, Stefano Fassina, «nel 2011 i capital gain di
Marchionne sulle sue stock options Fiat sono attesi in circa 120
milioni di euro, una somma superiore ai salari e stipendi percepiti
da tutti gli operai e quadri delle Carrozzerie Mirafiori se
lavorassero a tempo pieno per tutto l’anno, ma purtroppo faranno
tanti mesi di cassa integrazione».
E ci si mette pure il fisco: «Sui suoi stellari capital gain,
Marchionne verserà, come gli altri azionisti Fiat, un’imposta
sostitutiva del 12,5%. Gli operai sulla cassa integrazione e sui
loro salari pagheranno in media un’Irpef del 25%, i quadri avranno
un carico intorno al 33%. È il mondo post ideologico tanto caro e
celebrato dal nostro modernissimo ministro Sacconi».
5 gennaio 2011
corriere della SERA
gli operai dovranno approvare o respingere l'accordo tra sindacati e
azienda
Mirafiori, referendum il 13-14 gennaio
Il risultato della consultazione tra i lavoratori della fabbrica Fiat
sarà noto già in serata
gli operai dovranno approvare o respingere l'accordo
tra sindacati e azienda
Mirafiori, referendum il 13-14 gennaio
Il risultato della consultazione tra i lavoratori
della fabbrica Fiat sarà noto già in serata
MILANO - Tempi stretti per la consultazione sulle nuove
regole valide per lo stabilimento Fiat di Mirafiori. Il referendum
sull'accordo per il rilancio della fabbrica torinese si terrà infatti
nelle giornate del 13-14 gennaio. È quanto si apprende da fonti
sindacali, secondo le quali l'esito della votazione si potrà conoscere
già nella serata di venerdì.
FIOM - «È il referendum
della paura» ha detto Giorgio Airaudo, responsabile del settore auto
della Fiom, che non ha firmato l'accordo di Mirafiori. «La Fiat ha
chiaramente premuto per anticipare il referendum - ha aggiunto Airaudo
nel corso di una conferenza stampa - dispiace che i sindacati che hanno
firmato l'accordo abbiano ceduto a questa pressione. Non verranno fatte
le assemblee per informare i lavoratori ed il referendum sarà tra il 13
e il 14, come se si avesse fretta». Secondo Airaudo, «è grave perchè
si vuol far votare i lavoratori non informandoli, ma solo sulla loro
paura. Si vuole un referendum della paura - che trovo illegittimo, perchè,
al di là degli annunci propagandistici, io non credo alla chiusura di
Mirafiori».
Marchionne come i padroni del
vapore dell'Ottocento
di Nicola Melloni
su Liberazione
del 05/01/2011
E lo chiamano accordo storico. Al
contrario, la linea adottata da Marchionne e dalla Fiat e sottoscritta dai
novelli sindacati gialli Uil e Cisl è una scelta anti-storica che rischia
di condannare il nostro paese alla marginalità economica, politica e
sociale. Quello che giornalisti maldestri, politici incapaci (quando va
bene) e commentatori prezzolati cercano di farci credere è che l'unica
maniera per competere nel mondo globalizzato sia ridurre i privilegi (!) dei
lavoratori che sono il vero handicap del sistema produttivo italiano. La
bella storiella va avanti descrivendo la Fiom come un sindacato conservatore
legato a logiche antiquate e Marchionne come moderno eroe, disposto a fare
investimenti in Italia nonostante sia più conveniente investire in Serbia
ed in Polonia.
La realtà è assai diversa. Cominciamo innanzittutto ad intenderci sul
linguaggio di cui, negli ultimi decenni, si sono appropriati astutamente
liberisti e padronato. I privilegi che vogliono essere cancellati sono in
realtà diritti fondamentali - come il diritto di sciopero che non è
disponibile e non può essere modificato attraverso contratti privati - o
conquiste storiche del movimento dei lavoratori - pause e malattia - che
sono costati lacrime e sangue e sono parte fondamentale di quel contratto
sociale che ha permesso alle economie europee di diventare, nel corso degli
ultimi sessant'anni, più floride e più giuste. Marchionne non è un
innovatore, anzi, è un reazionario della peggior specie ed adotta un
modello di relazioni industriali che non ha nulla di nuovo e di moderno. E'
il modello dei padroni del vapore dell'Ottocento che pensano che i
lavoratori non siano esseri umani, ma semplicemente fattori di produzione,
da spremere, sfruttare e buttar via quando obsoleti o danneggiati. E ci
viene pure a raccontare che la lotta di classe non esiste più! La Fiom
forse difenderà modelli contrattuali che risalgono a vent'anni fa, ma
Marchionne vuol tornare indietro di quasi un secolo. Chi è il vero
modernizzatore?
Il problema, però, va oltre i cancelli di Mirafori ed investe l'intero
sistema paese. Il modello Fiat è un sistema di ricatto (investimenti in
cambio di repressione del movimento dei lavoratori) tipico delle grandi
multinazionali, come infatti l'industria torinese sta cercando di diventare.
Il modello classico di globalizzazione degli ultimi trent'anni si è basato
sullo strapotere del grande capitale che si presentava ai paesi in via di
sviluppo con progetti di investimento accompagnati da una serie di clausole
capestro: niente scioperi, salari bassi, facilitazioni fiscali. In caso di
titubanze del paese ospite, le multinazionali ritiravano l'offerta e
sceglievano un paese più malleabile. Era la gara a trovare il paese più
schiavo, il famoso dumping sociale che ha caratterizzato lo sviluppo
economico diseguale di tanti paesi del terzo mondo.
Una gara che ora coinvolge anche alcuni dei paesi una volta definiti ricchi
che si trovano ora davanti ad una scelta dirimente. Accettare il nuovo
modello di contratto sociale imposto dal capitalismo internazionale - quello
che ha portato alla crisi degli ultimi anni - o rilanciare un approccio
diverso, democratico e partecipativo allo sviluppo economico, sociale ed
ecologico. I paesi che si danno una prospettiva storica di crescita e che
vogliono far parte dell'elite economica e politica mondiale nei prossimi
decenni non accettano la competizione sul prezzo, sullo sfruttamento, sulla
riduzione dei diritti. Per quella strada non c'è futuro, esisterà sempre
qualche centinaio di milioni di indiani e cinesi pronti a ridursi il salario
e a rinunciare allo sciopero, alle pause e ai giorni di malattia. Col
modello Marchionne, in realtà, si lastrica la strada del sottosviluppo e
della povertà, mascherandolo con investimenti che porteranno denaro solo
nelle casse del capitale, distruggendo nel frattempo lo stato sociale, la
contrattazione nazionale, i diritti dei lavoratori, quegli elementi che
hanno caratterizzato la crescita nei decenni di benessere ed hanno attutito
l'impatto del declino economico italiano negli ultimi vent'anni.
L'alternativa alla guerra tra vecchi e nuovi poveri è un sistema economico
che punti sull'innovazione, sul sostegno alla domanda interna, sul
riequilibro tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Nei paesi
dell'Europa centrale, ricordiamolo, gli operai guadagnano il doppio che in
Italia, ricerca e sviluppo assorbono una parte importante della quota di
investimento industriale e i padroni del vapore alla Marchionne sono stati
messi alla porta senza molti complimenti, come è successo in Germania nei
mesi scorsi. In Italia, invece, non solo abbiamo un governo che ha fatto
della macelleria sociale il suo tratto caratterizzante e che quindi trova
nell'ad della Fiat il suo migliore campione, ma abbiamo pure la maggiore
forza di opposizione incapace di cogliere la vera natura del problema e che
nella sostanza fiancheggia Marchionne, assumendosi una responsabilità
storica non solo davanti ai lavoratori, ma al paese intero.
Il problema del lavoro, del modello di sviluppo, del futuro del paese
rappresentano scelte dirimenti in cui il balbettio e l'ignavia non sono
ammessi. Lo scontro tra Marchionne e la Fiom impone una scelta chiara: o di
quà o di là, tertium non datur. La sinistra italiana riparta dalla Fiom e
dal suo coraggio e su questa pietra miliare ponga le basi per la sua
rinascita politica. Alleanze e compromessi, su questi punti, non se ne
possono fare.
«Il modello Fiat colpisce
tutti»
di Rocco Di Michele
su il
manifesto del 05/01/2011
Intervista a Maurizio Landini,
segretario generale Fiom. «Tutta la Cgil giudica inaccettabile l'accordo.
Le 'firme tecniche' non esistono». Si prepara lo sciopero di 8 ore del 28
gennaio: manifestazioni regionali aperte a tutta l'opposizione sociale
È come al solito tranquillo,
Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, il sindacalista più amato
e odiato degli ultimi anni. Cominciamo chiedendogli lumi sui diversi
interventi sui giornali di lunedì (Di Vico sul Corsera, Farina della Fim)
preoccupati di trovare una soluzione per far «rientrare» la Fiom in Fiat.
Come se si capisse solo ora l'enormità dello strappo strappo sulla
rappresentanza, se si tiene fuori il sindacato più rappresentativo.
«È evidente che in Italia non c'è una legge sulla rappresentanza. Di
fronte al pluralismo sindacale reale, se non c'è una legge che riconosce ai
lavoratori il diritto di eleggere i propri delegati e poter decidere sempre
sugli accordi che li riguardano, un sistema di relazioni industriali non
regge. L'elemento di novità è questo: accordo separato dopo accordo
separato, il sistema non tiene perché è un modello antidemocratico che
cerca di realizzare un cambiamento di natura del sindacato. Marchionne e la
Fiat sono andati anche oltre: siamo al cambio del modello di gestione di
impresa, per cui il sindacato esiste solo se aderisce alle idee
dell'azienda. Qui c'è la differenza tra un sindacato puramente aziendale o
corporativo e un sindacato confederale. Il primo ha il suo orizzonte in
quell'azienda lì, e si hanno diritti solo se quell'azienda funziona. Il
secondo si pone il problema che un lavoratore, a prescindere da dove lavora,
sia dotato di diritti. La novità dell'accordo Fiat non è che vuol lasciare
fuori la Fiom e la Cgil - che è già grave - ma che le persone non abbiano
dei diritti e non possano decidere. Sindacati importanti come Fim e Uilm,
che insieme a noi hanno conquistato i diritti che i lavoratori ancora hanno,
accettando una logica di questo genere cambiano la loro natura».
Cambiano anche le prospettive. Non servono davvero quattro sindacati per
dire «sì»...
La norma in testa agli accordi di Pomigliano e Mirafiori - eventuali «parti
terze» che decidessero di aderire potrebbero farlo solo se tutti i
firmatari sono favorevoli - introduce, come negli Usa, il principio che il
sindacato può essere presente solo se lo vuole il 50% più uno dei
lavoratori. È un modello che non c'entra nulla con la storia europea.
Paradossale poi che si voglia importare un modello di relazioni proprio nel
momento della sua massima crisi. Una delle ragioni che ha mandato fuori
mercato i produttori di auto Usa è che, non esistendo contratto nazionale né
stato sociale, giapponesi o coreani hanno avuto mano libera nel produrre lì
con salari più bassi. Al punto che anche negli Usa si stanno ora ponendo il
problema di costruire un minimo di welfare.
Anche per questo - caso Opel - in Germania hanno respinto l'ingresso della
Fiat?
Di sicuro dimostra cosa significa avere un governo che si interessa di
politica industriale, che impone il rispetto di regole e leggi. Molti oggi
parlano del «modello tedesco». Bene. In Italia c'è uno stabilimento che
produce auto per Volkswagen: la Lamborghini. Quell'azienda, la scorsa
settimana, ha fatto un accordo con le Rsu che accetta il contratto
metalmeccanico del 2008 (l'ultimo firmato da tutti i sindacati, ndr). I
tedeschi, qui, per continuare a costruire auto, non hanno scelto il «modello
Marchionne», ma il sistema esistente in Italia.
Sembra in discussione anche la credibiltà di Confindustria. Non tutte le
imprese possono dire «o si fa come dico io o me ne vado»...
Di sicuro c'è un «rischio imitazione», che può svilupparsi in due
direzioni. «Imprese» che non si associano e non applicano nessun
contratto, in Italia, già ci sono; è un punto su cui farebbero bene a
interrogarsi le forze politiche e sociali. L'apertura alle deroghe al
contratto nazionale, poi, anche senza arrivare al punto di Marchionne,
implica comunque imprese che ti chiedono, per farti lavorare, qualche
diritto o un po' di salario in meno. Tanto più che siamo dentro una crisi
che non è finita. E siccome le ragioni che l'hanno prodotta, purtroppo, non
sono state affrontate, ecco che le deroghe o il «modello Fiat» indicano
una falsa via d'uscita; che può però tentare molte imprese. Comunque
aziende importanti hanno continuato a fare accordi con la Fiom, per esempio
Indesit, che vede l'impegno dell'azienda a non licenziare nessuno. Oppure
l'Ilva di Taranto, dove si sono assunti tutti i lavoratori interinali. Non
è vero che in Italia per investire bisogna cancellare leggi e diritti.
Viene il sospetto che chi spinge invece su questa linea stia cercando la
scusa per dire che in in Italia non si può rimanere. Lo ha ammesso lo
stesso Marchionne, quando ha detto che il suo obiettivo resta l'acquisizione
del 51% della Chrysler. Dove li prende i soldi? A questo punto le voci sulla
vendita di pezzi di marchi o rami d'impresa acquistano un altro senso. Si va
verso un rafforzamento o una smobilitazione della produzione di auto in
Italia? A noi sembra vera la seconda. Confindustria e Federmeccanica, ora,
hanno un problema: non possono continuare a dire che va bene sia la Fiat che
il contrario. Le due cose non stanno insieme. La nostra dichiarazione di
sciopero generale il 28 vuol dare proprio questo segnale, oltre al sostegno
ai lavoratori di Pomigliano e Mirafiori, i più esposti. Chiediamo a ogni
singolo metalmeccanico di scioperare per dire con forza che lui non vuole
che nella sua azienda succeda quel che sta avvenendo in Fiat. Un messaggio
che deve arrivare alle controparti. Se si vuol andare su questa strada si
apre un conflitto senza precedenti, sul piano sindacale e su quello
giuridico.
E la Cgil? Pensionati e pubblico impiego vi hanno appoggiato, poi anche la
segretaria dell'Emilia Romagna. Sta cambiando qualcosa?
Il giudizio di inaccettabilità dell'accordo è comune a tutta la Cgil. Il
problema che si sta ponendo è: qual è l'azione sindacale migliore per
rispondere a un attacco come quello portato dalla Fiat? Il Comitato centrale
della Fiom ha deciso, senza un solo voto contrario, in presenza della
segreteria Cgil, che quell'accordo non si può firmare e che il referendum
voluto dalla Fiat non è legittimo. Come si tutelano quei lavoratori?
Insieme ai compagni di Torino e Napoli stiamo discutendo delle azioni di
lotta e legali da mettere in campo. Ma è evidente che le «forme tecniche»
non esistono. Gli accordi si firmano oppure no. Lo strumento del referendum
per noi deve diventare un diritto universale. Ma deve avere due
caratteristiche: i lavoratori debbono poter dire liberamente sì o no (e
invece qui avvertono che, se «no», si chiude la fabbrica), e dentro un
quadro di regole condivise.
Ci vuole una legge sulla rappresentanza o basta un «accordo
interconfederale»?
Perché un diritto sia esercitabile ci vuole una legge. Quel che sta
succedendo non riguarda solo chi lavora a Mirafiori o i metalmeccanici.
Serve una discussione esplicita, che faccia i conti con la novità
drammatica delle scelte Fiat. Siamo davanti a un attacco senza precedenti
che riguarda assolutamente tutti. Mi ha colpito molto che gli studenti,
nella loro lotta, si siano resi conto che la cancellazione dei diritti del
lavoro riguarda anche loro, ora e in futuro. È una novità assoluta che
rimette insieme generazioni che per anni non si sono parlate. Tutta la Cgil
dovrebbe essere il luogo di questa discussione. Perché queste idee
divengano egemoni nel paese e portino a definire un equilibrio diverso nei
rapporti sociali.
Per il 28 si segue lo schema del 16 ottobre anche quanto ad «alleanze»?
È uno sciopero di 8 ore. Una scelta impegnativa in più che chiediamo ai
metalmeccanici. Dobbiamo lavorare per informare i lavoratori, essere
presenti sui posti. Faremo tante manifestazioni regionali. Ci rivolgiamo però
anche a tutti i soggetti che hanno condiviso con noi il 16 ottobre, alle
altre categorie, studenti, movimenti per l'acqua, ecc. Insomma a tutti i
cittadini che ritengono sia a rischio la Costituzione e i diritti. Vogliamo
fare di quella giornata una mobilitazione che dice che un altro modello
sociale è possibile e che si può uscire da questa crisi mettendo al centro
il lavoro. In ogni città pianteremo delle tende in piazza come luoghi
informativi. Incontriamo le forze politiche e non solo. Siamo pronti a
parlare con chiunque abbia voglia di confrontarsi con noi.
RASSEGNA.IT- 5 GEN
Fiat: Bonanni, Camusso risolva l'anomalia Fiom
"La Cgil ragiona correttamente, l'unica particolarità è
la Fiom. E noi dovremo piegare tutto il resto a un'anomalia o risolvere
questa anomalia? Tocca a Camusso farlo". Così il segretario
generale della Cisl, Raffaele Bonanni, intervistato oggi (5
gennaio) dal Corriere della Sera sulla situazione della Fiat.
La nuova segretaria della Cgil deve risolvere "l'anomalia
Fiom", a suo giudizio, perchè "Cgil, Cisl e Uil
vanno d'accordo in tutti i territori e in tutte le categorie, tranne nei
metalmeccanici". Sulla questione della rappresentanza, Bonanni
sostiene che i sindacati "l'accordo l'hanno fatto nel 2008, ma lo
sa perchè è rimasto sulla carta? Perchè la Fiom ha bloccato la
Cgil".
RIFLESSIONI SULLA VERTENZA FIAT
. blog dei corsari di Milano
Il 2 Ottobre 1925 Mussolini, la Confindustria e i sindacati corporativi fascistifirmavano a Palazzo Vidoni un accordo che cancellava le elezioni delle commissioniinterne.Notate qualche assonanza con la situazione attuale?Se sì è il caso di iniziare a muoversi…La FIAT è storicamente un terreno di battaglia sul quale si misurano i rapporti diforza all’interno della società italiana. Nonostante anni di propaganda liberistasulla fine del lavoro operaio ed altre amenità del genere, l’Italia rimane uno deipiù importanti paesi manifatturieri del mondo con milioni di operai. Più che illavoro operaio ad essere finita è l’unità di quel mondo ed il suo peso politico.Dopola battaglia della Innse qualcosa però sembra essere cambiato ed il mondo del lavoro,pur a costo di durissime battaglie, sembra esser riuscito a riprendere la parola.Ma torniamo alla FIAT.Già negli anni ’50 dettava la linea al paese (in contrasto con la prudente linea diConfindustria) seguendo le direttive che venivano dagli Stati Uniti. Comedimenticarsi del famigerato ingegner Valletta, della caccia al comunista e deireparti confino. Ma se è vero che alla FIAT si sono sperimentate le iniziativepadronali essa è stata anche il terreno in cui si è sperimentata la rispostaoperaia.Le prime forme di “autonomia operia” (intesa come insubordinazione alle strutturetradizionali del movimento operaio) si sono sperimentate nel 1962 durante la rivoltadi Piazza Statuto. Ed è solo quando gli operai della FIAT si sono buttati nella lottache l’Autunno del 1969 è diventato veramente caldo. Come dimenticarsi anchel’occupazione selvaggia di Mirafiori del 1973, quella dei “fazzoletti rossi”?Ed è sempre alla FIAT che inizia la controrivoluzione liberista in Italia.Controrivoluzione che avrà tra i suoi massimi alfieri negli anni ’80 il PresidenteAmericano Ronald Reagan e la premier inglese Margaret Thatcher. Entrambi alfieridella destra ultralibersita. Nell’Ottobre 1979 Cesare Romiti, all’epocaAmministratore delegato del Lingotto, tasta il terreno licenziando 61 operai accusatidi violenze in fabbrica e connivenze col terrorismo rosso. L’anno dopo l’aziendaannuncia 15.000 licenziamenti. La fabbrica viene occupata per 35 giorni, ma la Marciadei Quarantamila chiude la partita.E’ l’inizio dei terribili anni ‘80. E’ la sconfitta storica che ancora paghiamo.Da lì la FIAT ha via via ridimensionato il suo organico.Le ultime lotte dure si sono avute nel 2002 quando la prospettiva di un fallimentodell’azienda sembrava imminente. Lo stabilimento di Mirafiori conta ormai solo (si faper dire) 6.000 addetti. Nonostante la delocalizzazione che ha portato a produrrediversi modelli in varie parti del mondo, sembra quasi che la FIAT intenda mantenereun certo numero di operai in Italia per avere comunque un certo controllo e un certopotere di ricatto verso i vari governi italiani. Del resto la FIAT ha ottenuto la suaposizione dominante grazie, prima alla connivenza con il regime fascista che ne hasostenuto l’espansione nel mercato interno con l’autarchia. Ed in seguito con lauteconcessioni dai governi democristiani fino ai giorni nostri.La casa di Torino ha infatti ricevuto nei decenni aiuti statali diretti e indirettisottoforma di incentivi, cassa integrazione, privilegi negli appalti per forniremezzi agli apparati statali e così via. I lauti profitti derivati sono stati invecedivisi tra i soliti nomi della finanza italiana attraverso la famosa finanziaria IFI(ora Exor). Come a dire: privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite.Il ringraziamento per questo trattamento di favore è sempre stato lo stesso:ridimensionamento e progressiva desertificazione di alcuni siti produttivi “storici”(leggi Alfa Romeo e Lancia), cassa integrazione, licenziamenti, aumento dellosfruttamento e delocalizzazione… Il tutto accompagnato da continue ed insopportabilirecriminazioni sulla presunta scarsa produttività degli operai italiani…Ci troviamo di fronte ad un’aziende sanguisuga che succhia e spreme territori, soldipubblici, lavoratori fino all’osso e poi se ne va, producendo dove costa meno (mavendendo le merci allo stesso prezzo di chi produce in Europa) e lasciandosi allespalle devastazione sociale e naturale (leggi aree dismesse).Gli Agnelli ed il loro management sono sempre stati in prima linea nella resistenzacontro le richieste di migliori condizioni avanzate dai lavoratori e, una voltaindeboliti i sindacati e minata l’unità degli operai, nella progressiva demolizionedi quanto ottenuto faticosamente negli anni. Ora Marchionne vuole imporre un modelloamericano e sceglie una strada un po’ diversa da quella dei suoi predecessori… alloscontro frontale, alle persecuzioni, alla repressione attuata con il solito aiutodegli sbirri, che nelle lotte operaie hanno svolto sempre il servizio di guardiaprivata dei padroni, lui preferisce l’esclusione dal tavolo del soggetto con cui nonintende trattare, cambiando le regole del gioco con l’uscita dal Contratto Nazionale.Inutile, come fa Susanna Camusso, appellarsi alla ragionevolezza di Confindustria… E’una palese dimostrazione di debolezza e subalternità… Oltre a dimostrare la mancanzadi una strategia complessiva e di un’idea alternativa di paese.Il peso politico della battaglia è massimo.Non che l’accordo voluto da Marchionne introduca nulla di nuovo…Il mercato del lavoro italiano conosce già condizioni di precarità altissima esfruttamento vergognoso (in primis verso i migranti). Il problema è che se a veniresconfitti sono i metalmeccanici, da sempre la categoria più combattiva, le ricadutesul resto del mondo del lavoro (precari in primis) saranno devastanti. Marchionnetenta di importate in Italia il modello americano. E tenta di smantellare ilContratto Nazionale di Lavoro (una delle poche garanzie che rimangono anche ailavoratori più deboli). La prospettiva ormai concreta è la precarietà totale comenegli States.Il punto più vergognoso dell’accordo non sta nell’aumento degli straordinari, nelladiminuzione delle pause e nel maggiore controllo della malattia. Il punto nodale èl’attacco frontale alla Fiom, che non avendo firmato, non potrà eleggere suoidelegati all’interno dell’aziende. Il sindacato con più iscritti e più votato delgruppo FIAT verrà escluso dalla rappresentanza sindacale. I vari servi ed utiliidioti di Cisl e Uil già si sfregano le mani…La Fiom sta tentando di rompere l’accerchiamento aprendo ai movimenti sociali congiornate importanti come il 16 Ottobre ed il 14 Dicembre. Ma è il mondo del lavoro adoversi muovere in modo compatto. Al di là delle singole e durissime vertenze degliultimi due anni (Innse, Mangiarotti, Metalli Preziosi, Alcoa, Eutelia, Pomigliano edecine di altre…).Quello che sembra mancare totalmente al momento è una sponda politica. L’attacco allaFiom è un triplice attacco che vede ai suoi vertici il PDL, il PD eMarchionne/Confidustria. Ognuno ovviamente recita la sua parte in commedia… E’ suquesto che si gioca la battaglia del lavoro oggi. Togliere di mezzo coloro i qualiesigono diritti e richiedono politiche sociali. La battaglia dei poteri forti è unabattaglia tutta politica contro il complesso mondo della sinistra radicale quindi.Quell’ectoplasma politico ( chiamato Partito Democratico si dibatte nellaconfusione e nell’irrilevanza ed i più fanno a gare a lodare le iniziative diMarchionne come “politiche modernizzatrici”…come se il ritorno dello schiavismo fossemodernità! Le uscite pubbliche di questi giorni di D’Alema e Bersani, del resto,parlano chiaro.Anche la Cgil sembra piena di dubbi ed incertezze.Sta anche a noi quindi, coi nostri limiti ed il nostro peso relativo, spingere.Lo sciopero generale diventa una necessità per respingere l’attacco frontale el’emergenzialità. Bisognerebbe, però attraverso lo sciopero, sviluppare non solo unNO al modello Marchionne ma anche un modello di lavoro, o di welfare state daproporre. Il welfare state potrebbe diventare la battaglia del movimento e
delsindacalismo.
NO all’ACCORDO FIAT
SI’ allo SCIOPERO GENERALE
Gli operai, la fiat e il PD
di Piero Bevilacqua
su il manifesto
del 04/01/2011
Per comprendere meglio ciò che
accade a Mirafiori e a Pomigliano è necessario affondare lo sguardo nelle
tendenze storiche che muovono il capitalismo del nostro tempo. E bisogna
scomodare Marx, che aveva colto come «legge fondamentale
dell'accumulazione capitalistica» una tendenza già evidente ai suoi
tempi e oggi conclamata: «Dato che la massa di lavoro vivo impiegato
diminuisce costantemente in rapporto alla massa di lavoro oggettivato da
essa messo in movimento (cioè ai mezzi di produzione...) anche la parte
di questo lavoro vivo che non è pagato e si oggettiva nel plusvalore,
dovrà essere in proporzione costantemente decrescente rispetto al valore
del capitale complessivo impiegato».
Nel corso del suo sviluppo, dunque, il capitalismo riduce costantemente la
quota di lavoro per unità di prodotto, cercando di sfuggire alla caduta
tendenziale del saggio di profitto e di sostenere la competizione. Quella
competizione che oggi si fa a se stesso, delocalizzando parte delle
imprese nei paesi a bassi salari. Ma il capitale che espelle lavoro cerca
di sfruttare più intensivamente quello che impiega, perché più ridotta
diventa nel frattempo la quota da cui può estrarre plusvalore. André
Gorz ha riassunto questa contraddizione che stritola i lavoratori: «Più
la quantità di lavoro per una data produzione diminuisce, più il valore
prodotto per lavoratore - la sua produttività - deve aumentare affinché
la massa del profitto realizzabile non diminuisca. Si ha dunque questo
apparente paradosso per cui più la produttività aumenta, più è
necessario che aumenti ancora per evitare che il volume del profitto
diminuisca».
«La corsa alla produttività tende così ad accelerarsi, gli impiegati
effettivi a essere ridotti, la pressione sul personale a inasprirsi, il
livello e la massa dei salariati a diminuire». In questa morsa oggi,
letteralmente, si soffoca. Chi ha la pazienza di leggersi la grande
inchiesta della Fiom del 2008, cui hanno partecipato 100 mila lavoratrici
e lavoratori, può farsene un'idea.
Siamo dunque giunti a una fase storica nella quale o noi costringiamo il
capitalismo a cambiare il suo modello di accumulazione, o esso trascinerà
l'intera società industriale nella barbarie. Non è un'espressione di
maniera. Non è uno slogan. Chi oggi, anche in buona fede, difende il
nuovo contratto imposto da Marchionne, crede che il cedimento sia
accettabile come un compromesso temporaneo, dovuto alla crisi in atto e ai
vincoli della competizione mondiale. E' un gravissimo errore. Questa idea
fa parte di una campagna pubblicitaria che punta a far arretrare
ulteriormente i rapporti di classe con un argomento puramente
propagandistico: oggi occorre tirare la cinghia per poter ritornare allo
splendore di prima. Ma prima il cielo era davvero così splendido? Che
questa sia una menzogna è possibile illustrarlo con una semplice analisi
storica, con fatti scientificamente verificabili.
Prima della crisi, nel 2000, nei paesi dell'Ocse si contavano 35 milioni
di lavoratori disoccupati. Come ha spesso illustrato Luciano Gallino, i
nuovi posti di lavoro creati in Europa sono stati in gran parte «a tempo»
e precari. Negli Usa, non solo i nuovi posti di lavoro - per lo più nei
servizi e con ampie quote di part-time femminile - sono stati gonfiati dal
sistema di rilevazione statistica: una sola settimana di lavoro poteva «fare»
un impiego annuale nelle stime generali sull'occupazione. Ma in quegli
anni sparivano dalle statistiche oltre 2 milioni di persone «occupate»
nelle carceri di Stato (e in quelle private). E qualche hanno fa abbiamo
scoperto che tra il 1973 e il 2005 il reddito dei lavoratori «è
lievemente diminuito». Ma sul paese più ricco del mondo, epicentro della
crisi mondiale, voglio aggiungere due dati che persuaderanno il lettore.
Nel 1995 il numero dei bambini al di sotto della linea ufficiale di povertà
assommavano al 26,3%, quasi alla pari con la Russia di Yeltsin (26,6%),
allora in vendita ai predoni di tutto il mondo e in mano alle mafie
locali. In tale statistica - da un'inchiesta comparativa su 25 paesi -
figuravano al 3° e 4° posto il Regno Unito (21,3%) e l'Italia (21,2), i
paesi più zelanti nell'applicare verbo e dettami del pensiero
neoliberista. E sempre per restare negli USA, già nel 1990 la National
Association of State Board of Education aveva dichiarato senza mezzi
termini: «Mai prima una generazione di teenagers americani è stata meno
sana, meno curata, meno preparata per la vita di quanto lo fossero i loro
genitori alla stessa età».
Potremmo continuare. Ma qui è sufficiente ricordare è che già prima
della crisi il capitale aveva saccheggiato il lavoro salariato e i redditi
dei ceti medi, senza risolvere il drammatico problema della disoccupazione
e diffondendo la precarietà. In Italia, dopo decenni di asservimento del
ceto politico - di centro-sinistra e centro-destra - alle ragioni
dell'impresa, è andata anche peggio. Nell' utilizzare il termine
asservimento, non mi riferisco solo alle vendite del patrimonio pubblico,
alla liberalizzazione di tanti servizi municipali. In questo caso penso
alla deliberata volontà di scaricare sul lavoro i rischi dell'impresa,
rendendo il lavoratore flessibilmente subordinato alle sue necessità.
Dalla Legge Treu del 1997, alla Legge 30 del 2003, il capitalismo italiano
ha potuto godere di condizioni di generosa disponibilità nell'uso della
forza lavoro. Con quale esito? Mi è sufficiente sintetizzare i risultati
di tale geniale strategia con un bilancio recente (2008) del Governatore
della Banca d'Italia: «Negli ultimi vent'anni la nostra è stata una
storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi
consumi, tasse alte». Tasse relativamente più gravose per gli operai che
- secondo un'indagine Ires - tra il 2002 e il 2008 hanno lasciato al
fisco, mediamente, 1.182 euro delle loro misere paghe. E per finire (dati
Banca d'Italia 2008), la metà più povera della popolazione possedeva il
10% della ricchezza nazionale, mentre il 10% di quella più ricca deteneva
il 44%.
E allora torniamo alla Fiat, agli operai, ai partiti politici. Quanto
abbiamo ricordato significa innanzi tutto una cosa: la politica moderata
del centro-sinistra, che ha attuato - non diversamente dal centro-destra -
le ricette neoliberiste, non è minimamente servita a difendere i ceti
operai, anzi li ha ulteriormente impoveriti. Non ha ottenuto maggiori
investimenti da parte delle imprese, ha contribuito a fare arretrare il
paese nel suo complesso. Continuare su questa linea fallimentare, con
l'idea di «uscire dalla crisi» secondo la ricetta moderata, costituirà
una sciagura di portata incalcolabile per le masse popolari e per tutta la
società industriale italiana. Il tracollo economico in cui siamo immersi
non è la solita crisi ciclica. Altrimenti non avremmo avuto così tanta
disoccupazione e povertà prima che essa esplodesse. Nelle fasi alte del
ciclo - come sappiamo dalla lunga storia storia dei tracolli capitalistici
- crescono ricchezza e occupazione. Noi abbiamo avuto soltanto la bolla
finanziaria, cresciuta sul debito. La «crisi» di questi anni è il
risultato di un gigantesco saccheggio di reddito che il capitale ha
compiuto in una fase storica di debolezza del suo avversario di classe e
del movimento operaio organizzato. Perciò dal presente imballo sistemico
non si esce se non attraverso una altrettanto gigantesca opera di
redistribuzione della ricchezza.
Un compito di ampia portata, ne siamo consapevoli. Ma bisognerebbe
innanzitutto incominciare a dichiararlo. Poi predisporre le forze. Perché
oggi, per essere all'altezza delle sfide, bisogna mettere in piedi un
fronte di conflitto sociale di non comune ampiezza. Il comportamento «moderato»
di tanti dirigenti del Pd, sostanzialmente favorevoli ad accettare la
strategia di Marchionne, è a mio avviso un fatto drammatico, che impone
una presa d'atto di tutte le persone che militano oggi nella sinistra.
Il Pd: «un amalgama malriuscito» è stato definito da chi conosce la
materia, avendo ridotto la politica all'arte di «amalgamare» capipartito.
Credo che sia stato qualcosa di ben più grave. La scelta veltroniana del
«bipartitismo perfetto» rivela una lettura di retroguardia delle
tendenze politiche mondiali. Laddove esso è stato storicamente dominante
(Usa e UK) oggi appare una barriera all'esercizio della democrazia. Gli
scienziati della politica hanno coniato in proposito il termine di cartel
party, cartello di partiti, per indicare questo assetto di duopolio che
emargina le voci e le culture politiche dissenzienti e realizza
invariabilmente le medesime politiche alternandosi alla guida degli
esecutivi.
Ma è la scelta di equidistanza tra le classi, il moderatismo sociale, che
oggi fa del Pd - sia detto con tutta la responsabilità che l'argomento e
il momento richiedono - un partito inservibile. Ha privato la società
italiana di una opposizione che portasse i bisogni del paese dentro il
Parlamento. Qualcuno dei lettori ha mai sentito D'Alema, Veltroni, Bersani
parlare - poniamo - di legge urbanistica e di problemi della città, di
assetto del territorio, di riscaldamento climatico, di agricoltura
biologica, di ritmi di lavoro e di sfruttamento in fabbrica, di beni
comuni? Non aggiungo all'elenco precarietà e disoccupazione, perché sono
presenti nel loro vocabolario, ma come slogan privi di qualunque
contenuto. Mi permetto di continuare con le domande. Quanto, la sfida che
Marchionne ha lanciato alla Fiom e alla classe operaia di Pomigliano e di
Torino, si fonda sul calcolo di un'opposizione benevola di tanta parte del
Pd? E infine una questione generale, relativa alla vita politica italiana
recente: quanto il dilagare della Lega nelle zone operaie del Nord o la
permanenza del potere berlusconiano, anche in queste ultime settimane,
dipendono direttamente dall'assoluta incapacità del Pd - culturale ancor
prima che politica - di rappresentare gli interessi delle masse popolari,
di offrire agli italiani un progetto e almeno un'immagine diversa di
società?
Il moderatismo politico non è oggi una scelta di prudenza, di politica
dei piccoli passi. È piuttosto un galleggiamento sull'esistente. Ma
l'esistente, dominato oggi da forze predatorie, non rimane fermo, tanto
meno procede verso il meglio. Si indietreggia lentamente sul terreno
sociale, dei diritti, della democrazia. In una fase storica in cui solo la
ripresa del conflitto può ridare equilibrio alla macchina economica e
alla società, come anche significato e forza alla politica, i partiti
moderati sono inservibili. Sono oligarchie parassitarie. Danno ospitalità
permanente a professionisti che vivono di politica. E dobbiamo amaramente
concludere: a che serve un Pd che crede di uscire dalla situazione in cui
siamo precipitati replicando la politica che ci ha condotti sino a questo
punto?
Le esitazioni Cgil nel
momento clou
di Rocco Di Michele
su il manifesto del
04/01/2011
La Fiom prepara lo sciopero
Che la Cgil non sia stata un
fulmine di guerra nella tutela dei suoi metalmeccanici - la attaccatissima
Fiom - è fatto troppo palese per poter essere negato. Che i media vicini
alla Fiat (come l'impagabile Corsera delle ultime settimane) inzighino
apertamente per allontanare ancora di più la segreteria confederale dalla
categoria, nemmeno. Una situazione pericolosa, per i metalmeccanici che si
trovano a sostenere lo scontro sindacale più importante del dopoguerra, e
da cui verranno decise - come allora - le «relazioni industriali» del
prossimo futuro per tutti i lavoratori italiani.
Le smagliature nel rapporto interno al sindacato sono state numerose. Tra
le più rilevanti, sul piano simbolico (ossia «politico») sono state
due. L'assenza del segretario generale Susanna Camusso al Comitato
Centrale del 29 dicembre (al suo posto Vincenzo Scudiere, della segreteria
confederale), che era stata ovviamente invitata. E l'insistenza del
segretario della Cgil campana, Michele Gravano, nel chiedere alla Fiom una
«firma tecnica» al cosiddetto «accordo» per lo stabilimento di
Pomigliano. Non solo i giornali l'hanno interpretata come una esternazione
«per conto terzi».
Non è pensabile che la Cgil possa andare avanti a lungo così. Una presa
di posizione ufficiale è arrivata dalle due categorie più numerose della
Cgil (pensionati e funzione pubblica), che si sono schierate apertamente
con la Fiom e la posizione che ha preso nei confronti della Fiat. Ieri è
arrivata anche la nota del segretario generale della regione con più
iscritti - naturalmente l'Emilia Romagna - Antonio Mattioli: «dobbiamo
sostenere il 'no' al referendum di Torino e tradurre l'assemblea delle
Camere del lavoro (a Chianciano, la prossima settimana, ndr) in un
confronto di merito che superi la contrapposizione congressuale». Una
presa di posizione forte a preoccupata, che giudica «non sopportabile
che, in assenza di un confronto serrato, anche in Cgil ci si parli a mezzo
stampa». Con un richiamo forte alla perdita di credibilità che può
derivare da una linea negoziale incerta: «dopo i due direttivi nazionali
di dicembre, nei quali non si è discusso della vicenda contrattuale e
democratica del nostro paese, si pensa di risolvere tutto con un paio di
interviste?»
La segreteria della Fiom ha perciò deciso di chiedere alla Cgil un
incontro urgente tra la segreteria di categoria e quella confederale «per
respingere il disegno messo in atto dalla Fiat che attraverso un attacco
senza precedenti ai diritti, alle libertà sindacali e alla democrazia
mette in discussione l'esistenza stessa del sindacalismo confederale».
Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, ha spiegato ancora una
volta che nello statuto della Cgil (quindi anche in quello della Fiom) «si
prevede di non poter sottoporre a referendum accordi che mettono in
discussione diritti indisponibili». Come quello di sciopero, garantito
dalla Costituzione come diritto individuale (non dei sindacati) e quindi
non sanzionabile al di là della normale trattenuta sullo stipendio.
Proprio questo è invece il punto irrinunciabile per la Fiat. Sergio
Marchionne, ancora ieri, lo ha ribadito con molta chiarezza: «la Fiat ha
bisogno di libertà gestionale», e quindi «la condizione dell'accordo è
garantire la governabilità dello stabilimento». Senza alcuna opposizione
reale, ovvero senza scioperi. Del resto, lo prevede un punto specifico del
testo firmato dai quattro sindacati (Cisl, Uil, Ugl e Fismic, più
l'associazione dei quadri e dirigenti) che avranno «l'onore» di nominare
i «delegati». Senza alcuna elezione da parte dei lavoratori.
«La Fiat - ha detto Landini - ha deciso i sindacati che possono esistere
e quelli che non possono», creando un serio problema: «pensa davvero che
le sue fabbriche possano funzionare senza consenso?». Espellere la
democrazia dai luoghi di lavoro è un vecchio sogno del Lingotto, che
stavolta trova però un governo che secondo Marchionne «ci ha dato tutto
l'appoggio necessario per portare avanti il discorso». Appoggio arrivato
anche dall'opposizione (Pd e «grande centro»), mentre Idv, Federazione
della sinistra e Sel incontreranno la Fiom oggi e nei prossimi giorni
dando il proprio sostegno alla sua resistenza.
Il «discorso» della Fiat è del resto il più banale e feroce dei
ricatti: «se a Mirafiori vince il no con il 51% non faremo l'investimento»,
ha ripetuto anche ieri Marchionne. Tanto «la Fiat è capace di produrre
macchine con o senza la Fiom». Sfida subito accolta da Landini: «certo,
anche senza Fim e Uilm, perché le vetture le fanno i lavoratori».
Parte intanto la preparazione dello sciopero generale di categoria indetto
per il 28 gennaio, oltre alla campagna di raccolta firme fra lavoratori e
cittadini «per un vero contratto nazionale senza deroghe, per le libertà
sindacali, la democrazia, un lavoro stabile con diritti».
«Se vince il no, non
investiamo»
di Antonio Sciotto
su il manifesto del
04/01/2011
Ultimatum di Marchionne
agli operai in vista del referendum di Mirafiori. Bene in Borsa la nuova
Fiat, ma perde ancora quote di mercato
Debutto positivo per la scissione
della Fiat in Piazzaffari: l'esordiente Fiat Industrial (camion Iveco,
macchine agricole e movimento terra Cnh) ha guadagnato il 3,05%, chiudendo
a 9 euro netti, mentre Fiat spa (dove resta l'automobile) ha totalizzato
addiittura un +4,91%, concludendo a 7,02 euro e segnalandosi come il
miglior titolo quotato a Milano. Un nuovo successo per l'ad «pigliatutto»,
Sergio Marchionne, che ieri in mattinata aveva accompagnato i suoi
gioiellini nella sede della Borsa per augurare loro un buon anno. In
quella sede non ha perso l'occasione per ribadire l'irremovibilità delle
proprie scelte e gli attacchi alla Fiom, e ha lanciato l'avvertimento ai
dipendenti di Mirafiori: se vince il no, addio investimenti.
Ma se da un lato i listini hanno premiato lo spin off deciso da Marchionne,
dal fronte del mercato - sempre ieri - sono arrivati dati negativi
rispetto alle vendite del 2010. Male sono andate le immatricolazioni,
diminuite del 16,73% rispetto al 2009 (589.195 nuove automobili contro le
707.591 dello scorso anno); ma soprattutto si è ridotta la quota di
mercato del gruppo, a testimoniare che se tutto il mercato non è certo
andato bene, c'è però anche uno specifico problema Fiat: nel 2010 il
gruppo ha segnato in Italia una quota di mercato del 30,06%, in calo
rispetto al 32,77% registrato nel 2009. I concorrenti hanno rosicchiato
dunque oltre il 2%, riducendo la fetta Fiat.
Una replica diffusa dal Lingotto tende a tranquillizzare: «In un mercato
2010 in calo del 9,2%, è stato positivo per Fiat Group Automobiles il
trend degli ultimi mesi, con la quota che cresce dal 27,5% di ottobre e
dal 28,5% di novembre al 29,7% di dicembre». «Si conferma inoltre - dice
ancora la Fiat - in controtendenza il marchio Alfa Romeo, che a dicembre
aumenta i volumi del 17,9%».
«Di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel mercato - ha detto
Marchionne al momento dell'avvio delle contrattazioni a Piazzaffari - non
potevamo più continuare a tenere insieme settori che non hanno nessuna
caratteristica economica e industriale in comune. Questo è un momento
molto importante per la Fiat, perché rappresenta allo stesso tempo un
punto di arrivo e un punto di partenza. La scissione permette a Fiat e a
Fiat Industrial di focalizzasi ognuna sul proprio business con obiettivi
chiaramente identificati e riconoscibili dal mercato». L'ad del gruppo
torinese ha poi aggiunto che «è possibile che si salga al 51% di
Chrysler, nel 2011, se questa decide di andare sul mercato». «Penso che
sia possibile, ma non probabile - ha precisato subito dopo - Non è
pianificata oggi una fusione fra Fiat e Chrysler».
Quanto alla questione della permanenza o meno della Fiat nell'associazione
degli industriali guidata da Emma Marcegaglia, Marchionne ha detto che «una
Confindustria senza Fiat la vedo come possibile, ma non probabile». E poi
ha aggiunto: «La Fiat non può continuare a essere condizionata». Il
governo - ha continuato l'ad del Lingotto cambiando argomento - ha avuto
un atteggiamento «molto incoraggiante» nelle trattative condotte da Fiat
con i sindacati sul futuro degli stabilimenti in Italia: «Ci ha dato
tutto l'appoggio necessario per portare avanti il discorso, riconoscendo
in quello che sta facendo la Fiat una cosa buona per il Paese».
Marchionne si fa poi più critico rispetto all'opposizione (o alcuni suoi
pezzi) e i sindacati (Fiom e Cgil) che continuano a chiedere il dettaglio
dei piani Fiat: «Chiedere i dettagli del piano lo trovo ridicolo. È
offensivo. Vogliono vedere il resto degli investimenti? Ma che scherziamo?
Sono appena tornato dal Brasile, dove ho inaugurato con l'ex presidente
Lula una fabbrica a Pernambuco: lì nessuno si sarebbe mai permesso di
farsi dare i dettagli. Smettiamola di comportarci da provinciali: quando
serviranno gli altri 18 miliardi del piano li metteremo».
Infine, il nuovo attacco ai metalmeccanici della Cgil: «La Fiat è capace
di produrre vetture con o senza la Fiom». E l'ultimatum indirizzato agli
operai che voteranno il referendum a Mirafiori: «Se il no raggiungerà il
51%, niente investimenti».
IL COMMENTO
Così rischiamo di minare
le radici della democrazia
Le centinaia di lavoratori che occupano la fabbrica senza macchine perché
sono state spedite all'estero, fanno lo sciopero della fame, bloccano
l'autostrada. Democrazia è la possibilità di avere voce nelle
decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura ad
esse, poter discutere del proprio destino; magari per accettarlo, alla
fine, anche se ingrato
di LUCIANO GALLINO
"QUI c'è un problema serio di rapporto tra il capitale e la
democrazia". Non lo ha detto uno dei soliti sindacalisti che, a
quanto si legge, ostacolano la modernizzazione produttiva. Ma il
presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, in un'assemblea con i
lavoratori della Eaton di Massa svoltasi poco prima di Natale. Trecento
persone che dopo due anni di cassa integrazione hanno ricevuto a metà
ottobre 2010 altrettante lettere di licenziamento. Forse perché
l'azienda era invecchiata, le sue tecnologie superate, i prodotti
rifiutati dal mercato? Niente affatto. La Eaton produceva componenti
avanzati per motori d'auto, venduti ai maggiori costruttori europei, con
buoni margini di utile.
Ma è successo che nell'Ohio, sede dell'azienda madre, qualcuno ha fatto
due calcoli e ha scoperto che in Polonia si possono produrre gli stessi
componenti a un costo inferiore. Si sa, laggiù costa tutto meno: il
lavoro, i terreni, i servizi. Quindi il management ha deciso di chiudere
lo stabilimento di Massa e spostare la produzione in quel paese. Gli
azionisti apprezzeranno.
È un'azione di chiara razionalità economica, si dirà. Che c'entra la
democrazia? La risposta sta in quelle centinaia di lavoratori che
occupano la loro fabbrica senza macchine perché sono state spedite
all'estero, che fanno lo sciopero della fame, bloccano per qualche ora
l'autostrada. Democrazia è la possibilità di avere voce nelle
decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura ad
esse, poter
discutere del proprio destino; magari per accettarlo, alla fine, anche
se ingrato.
A modo loro, quei lavoratori ripropongono un detto che ebbe peso agli
esordi stessi della democrazia: siamo tanti, non contiamo niente,
vorremmo contare qualcosa. Ci ricordano pure che c'è qualcosa di
profondamente distorto in un sistema economico e politico che separa il
lavoro dalla persona. Il primo è considerato una merce che un'impresa
ha pieno diritto di comprare al prezzo che le conviene, o buttare da
parte perché non serve più. La seconda è un essere umano che ha una
storia, sentimenti, rapporti familiari, desideri, amicizie, un senso di
dignità. È possibile, dobbiamo chiederci, che dinanzi al rischio di
restare senza lavoro, che significa anche perdere gran parte
dell'identità di persona perché la società intera è stata costruita
attorno all'idea di lavoro retribuito, nessuno in pratica abbia il
diritto riconosciuto di discutere se ci sono soluzioni possibili, altre
strade meno impervie, di affermare che una razionalità economica che
non lascia nessuna voce agli interessati al di fuori degli azionisti è
una forma di irrazionalità che sta minando alle radici la democrazia?
Bisogna dire che nel caso particolare della Eaton il comune e la
regione, insieme con i sindacalisti e un certo numero di politici, sono
stati ad ascoltare la voce dei lavoratori. Hanno formulato
controproposte alla casa madre, hanno messo sul tavolo capitali per
mantenere anche in altre forme la produzione industriale nell'area.
Finora le risposte della società dell'Ohio, per la quale lo
stabilimento di Massa, Italia, è forse solo un paio di pixel sullo
schermo dei computer centrali, sono state in prevalenza negative. Si può
sperare vi sia ancora qualche margine per ottenere ulteriori sostegni al
reddito, e recuperare un'attività produttiva che ridia prospettive di
occupazione stabile agli ex dipendenti. Ma l'occupazione da parte degli
operai della fabbrica svuotata delle sue macchine pone la politica, e
tutti noi, dinanzi a una questione che il prosieguo della Grande Crisi
farà diventare sempre più impellente. C'è un problema generale di
rapporto tra capitale e democrazia, che non si risolverà anche se qui e
là si porrà rimedio a problemi locali.
(
04 gennaio 2011
«Alla Cgil dico: sotto
ricatto i diritti di tutti»
di Fabio Sebastiani
su Liberazione
del 04/01/2011
Intervista a Maurizio
Landini, segretario generale della FIOM - CGIL
La Fiat sarà in grado davvero di
produrre senza la Fiom, visto che non siete una parte proprio
insignificante di Mirafiori?
Il punto vero è che con questa impostazione la Fiat cancella la libertà
dei lavoratori di potersi organizzare in sindacato e di contrattare la
propria condizione. Un attacco alla esistenza delle libertà sindacali.
Questo dovrebbe essere un punto di riflessione per un sindacato che ha una
natura confederale, perché si introduce un modello aziendalistico e
corporativo.
La Cgil insiste per la firma tecnica e la Fim dichiara che non si opporrà
a un vostro eventuale ingresso in "squadra"...
Le firme tecniche non esistono. O si firma o non si firma. Il punto vero
è che questo accordo l'ha imposto la Fiat. Non è che altri possono
parlare in nome dell'azienda. Oggi non sono certo loro nella condizione di
decidere cosa si può fare o casa non si può fare. La scelta della Fiat
è chiara ed è addirittura accompagnata dall'uscita da Confindustria.
Temi anche tu che questa posizione della Fiat si possa trasformare in uno
smottamento generale?
Intanto parto dalla considerazione che tutte le altre imprese hanno
continuato a fare accordi che vedono il coinvolgimento di tutte le
organizzazioni sindacali compresa la Fiom. Penso all'Indesit o alle
assunzioni dei lavoratori interinali all'Ilva. E proprio per questa
ragione se si vuole impedire l'idea di Marchionne si allarghi c'è proprio
bisogno che anche Confindustria e Federmeccanica assumano una posizione
precisa altrimenti la loro stessa rappresentanza viene messa in
discussione. Lo sciopero generale della nostra categoria vuole avere
questo significato. Non siamo disponibili al far west delle relazioni
sindacali.
Non è una novità che Fiat avrebbe fatto in borsa un passaggio
importante. Possibile che questo non abbia contato nella trattativa?
E' la conferma che avendo accettato il ricatto di Pomigliano ieri, oggi lo
spazio contrattuale non c'è più. E' la Fiat che detta le condizioni. Su
questo dovrebbero riflettere. La vicenda della Fiat in Piazza Affari rende
evidente che il piano complessivo dell'azienda sta modificando sia gli
assetti proprietari sia le prospettive ed è per questo che è davvero
poco comprensibile un atteggiamento sindacale che discute singolo
stabilimento per singolo stabilimento senza avere un quadro complessivo.
Non è un mistero che la quotazione in borsa è fatta per cedere parti del
gruppo Fiat e voci sempre più insistenti parlano della possibilità di
cessione anche di altri marchi. La Fiat per far riuscire il progetto
Chrysler ha bisogno di risorse; cioè restituire i soldi pubblici dati e
soddisfare i fondi pensionistici del sindacato americano. La vicenda rende
evidente l'errore e la sudditanza del governo italiano che non ha avuto la
volontà di aprire un vero tavolo nazionale.
Dopo il vostro sciopero del 28 si creerà una situazione paradossale in
Cgil, non credi?
Mi limito ad osservare che ciò che sta succedendo in Fiat è una
questione che ha un carattere generale che non può essere né ricondotta
sui lavoratori di Pomigliano e Mirafiori né al solo settore
metalmeccanico, anche perché questo accordo mette in forse l'esistenza
stessa di un sindacato confederale. E questo meriterebbe una iniziativa
generale che non sia solo dei metalmeccanici. Nel dichiarare il nostro
sciopero ci siamo rivolti a tutti i soggetti che hanno partecipato alla
manifestazione del 16 ottobre, movimenti sociali, pensionati, alcune
categorie e gli studenti. Era chiaro già da allora che la Fiat andasse
nella direzione dell'attacco alla Costituzione italiana.
L'accordo Fiat potrebbe non superare l'esame di costituzionalità. Secondo
voi perché?
Innanzitutto siamo di fronte a una lesione che riguarda la libertà
sindacale. Non può essere la Fiat a decidere quali sono i sindacati che
esistono in una fabbrica. Devono essere i lavoratori a decidere. Tanto più
se parliamo di un sindacato che ha più iscritti e voti a livello
nazionale. Il secondo punto è la cancellazione del contratto nazionale di
lavoro. C'è poi il fatto che consideriamo grave la costituzione di una
newco. Ai lavoratori verrà chiesto di essere riassunti firmando una
cosiddetta cessione individuale del contratto collettivo. Un elemento che
non sta molto in piedi perché vengono aggirate le norme del codice civile
sui cambi di proprietà delle imprese così come alcune deroghe
legislative sulla salute e la sicurezza sul lavoro. Il profilo
costituzionale non sostituisce l'azione sindacale che vogliamo mettere in
campo all'interno dell'azienda.
Questa vicenda richiama molto i "35 giorni" del 1980
Vedo una differenza sostanziale. La Fiat non mise in discussione
l'esistenza del sindacato. Oggi siamo di fronte al tentativo di importare
nel nostro paese un modello che si rifà abbastanza al modello americano
con la contraddizione che si riporta qui un modello che ha prodotto la
crisi della Chrysler e degli altri grandi gruppi negli Usa e che punta a
far diventare il sindacalismo confederale aziendalista e corporativo.
Questa vicenda investirà o no il movimento sindacale internazionale?
Con il sindacato americano abbiamo dei rapporti. C'è ache al loro interno
una discussione per come si evita una competizione tra lavoratori. Se
Chrysler e Gm sono arrivati alla bancarotta è perché, non esistendo uno
stato sociale e non esistendo il contratto nazionale collettivo, negli
anni scorsi le imprese straniere sono sbarcate negli Usa abbassando i
diritti.
Marchionne: «Al via anche
senza la Fiom»
di ----
su Liberazione del
04/01/2011
La minaccia dell'Ad del
Lingotto mentre esordiscono a Piazza Affari le due Fiat
Mentre le due "nuove"
Fiat, Fiat Industrial e Fiat spa post-scissione, ieri esordivano
positivamente in borsa con una quotazione di 9 euro la prima e 6,9 la
seconda, sul futuro prossimo del Lingotto continuano a pesare i nodi
sindacali irrisolti, in vista soprattutto del referendum sull'accordo di
Mirafiori. «Questo è un momento molto importante per la Fiat, perchè
rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza»,
ha detto l'Ad Sergio Marchionne alla cerimonia per il debutto di Fiat
Industrial in Borsa. «Di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel
mercato - ha spiegato - non potevamo più continuare a tenere insieme
settori che non hanno nessuna caratteristica economica e industriale in
comune». Una scissione che ha riscontrato come dicevamo un certo
interesse visto che a metà seduta erano già state trattate 15 milioni di
azioni Fiat Industrial e 24 milioni di Fiat spa, quando nell'ultimo mese
gli scambi Fiat avevano segnato una media scambi per seduta attorno ai
26,9 milioni di pezzi. Per il resto, le due nuove Fiat sono state
piuttosto volatili per tutta la mattina. Industrial si è mossa tra un
minimo di 8,75 euro e un massimo di 9,09 euro, per portarsi sui minimi
verso mezzogiorno. Fiat spa nelle battute iniziali è stata anche fermata
brevemente per eccessiva volatilità e si è poi mossa tra un minimo di
6,90 euro e un massimo di 7,30 euro, per portarsi quindi attorno a 7,03 a
metà seduta. Ai prezzi di metà seduta le due Fiat divise segnavano
comunque un premio del 2,2% rispetto alla Fiat "unica" di giovedì
scorso. Ma, come dicevamo, su tutta questa partita grava ancora e con
forza lo scontro con la Fiom, e dunque con una buona parte dei lavoratori.
«La Fiat è capace di produrre vetture con o senza la Fiom» ha detto il
top manager italo-canadese a muso duro, aggiungendo che se al referendom
dello stabilimento torinese «vince il no con il 51% la Fiat non farà
l'investimento».
Per Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, «quello della
Fiat nei confronti degli operai di Mirafiori si configura
come un ricatto di tipo mafioso.
O accetti di rinunciare ai diritti tutelati dal contratto nazionale,
dalle leggi e dalla Costituzione o chiudo lo stabilimento. Si tratta di un
modo di agire inaccettabile in uno stato democratico in cui le regole non
sono soggette ad essere modificate dalla forza bruta perché servono
esattamente a contenere l'arbitrio e i ricatti del più forte nei
confronti dei più deboli».
Quelle analogie
impressionanti con il patto di Palazzo Vidoni
di Maria G. Meriggi
su Liberazione del
04/01/2011
Nel 1925 l'accordo tra la
Confindustria e i sindacati fascisti
La vicenda dell'accordo imposto
dalla Fiat allo stabilimento di Mirafiori impone a tutti coloro che hanno
a cuore la democrazia quale è stata costruita nella storia repubblicana
una presa di posizione non dettata dalla "semplice" solidarietà
ma dalla consapevolezza delle autentiche poste in gioco.
Seguendo con ansia le vicende della Fiat fin da questa estate sono stata
colpita dall'affermazione di Giorgio Cremaschi sull'analogia fra la
forzatura della Fiat e il patto di Palazzo Vidoni. Ne sono stata colpita
anche perché quelle vicende fanno parte dei miei temi di studio. La
lettura parola per parola del testo conferma questo gravissimo giudizio,
confermato indirettamente anche dalle osservazioni di Luciano Gallino su
questo stesso giornale del 31 dicembre. Ma guardiamo più da vicino queste
possibili analogie per fare qualche riflessione sul presente.
Innanzitutto il patto di palazzo Vidoni nasceva da una fortissima
pressione del fascismo in corso di diventare regime per rafforzare la
scarsissima rappresentatività dei sindacati fascisti. Che si erano
imposti nelle campagne con la violenza ma anche sostituendo le leghe
bracciantili nel monopolio del collocamento che da elemento di forza si
era trasformato in debolezza per la Federterra. Nell'industria fra il '24
e il '25 la forza della Fiom e della corrente comunista si era affermata
nelle elezioni di commissione interna e nello sciopero di marzo che aveva
imposto ai sindacati fascisti una faticosa rincorsa nel conflitto
soprattutto a Milano. Le elezioni dei rappresentanti della Cassa Mutua
Fiat e della sua CI avevano dato complessivamente a Fiom e comunisti 9.640
voti (divisi circa a metà) contro 767 ai fascisti.
Fino ad allora gli industriali esitavano ad affidarsi per le trattative a
organizzatori così poco rappresentativi ed avevano dunque continuato a
trattare con le CI. Dopo lo scampato pericolo dell'ccupazione delle
fabbriche essi volevano certamente approfittare della situazione economica
critica per ridurne le competenze ma non intendevano certo accettare dei
partners forti e per di più poco rappresentativi. Il patto di palazzo
Vidoni dunque parte dalle esigenze del fascismo regime di dotarsi della
esclusiva rappresentanza degli operai, la classe sociale che nelle sue
componenti adulte che avevano sperimentato l'esordio di vita democratica
nei luoghi di lavoro manifestava una profonda resistenza alla
fascistizzazione.
Una impressionante analogia con l'accordo di Mirafiori è che la volontà
di escludere il sindacato conflittuale non passò dalla sua messa fuori
legge ma dallo svuotamento delle sue competenze con il riconoscimento
reciproco fra Confindustria e sindacati fascisti del monopolio della
contrattazione esponendo gli iscritti alla Fiom al sospetto e alla
persecuzione. Le CI interne venivano abolite e avrebbero dovuto essere
sostituite da fiduciari di fabbrica nominati dal sindacato esterno
interrompendo quel rapporto diretto fa sindacati e lavoratori in
produzione liberamente eletti che era stato la grande innovazione del
primo Dopoguerra. Ma il patto non nominava esplicitamente i fiduciari che
sarebbero stati introdotti dopo alcuni anni e sempre contestati nelle loro
attribuzioni. Il patto di palazzo Vidoni fu accelerato dall'indignazione
dei fascisti per l'accordo stipulato nell'agosto '25 dalla Fiat con i
comunisti della CI. Ne seguirono minaccie e violenze che costrinsero le CI
alle dimissioni e in ottobre al famigerato Patto.
In che senso queste vicende possono suggerire un ragionamento anche per il
presente? Nel senso che la speranza di ereditare un potere di
contrattazione, una volta superata la crisi, che anima evidentemente la
Cisl di Bonanni è destinata alla sconfitta: innanzitutto per la maggiore
affidablità dei sindacati più rappresentativi - a cui Landini, un
dirigente la cui radicalità è fatta di esperienza concreta e di
conoscenza dei rapporti di forza fa spesso riferimento. Un sindacato poco
rappresentativo è semplicemente inutile se non per la gestione di servizi
ed enti bilaterali. D'altra parte la nomina dei rappresentanti interrompe
quella relazione fra il sindacato-istituzione e il sindacato organizzatore
diretto delle lotte che è stata la grande innovazione democratica
iniziata a partire dal '69. Mirafiori prepara semplicemente una fabbrica e
un sistema industriale in cui gli imprenditori non riconoscono altre fonti
di potere e di decisione se non se stessi, in assenza anche di una
qualsiasi politica industriale.
Questo deserto e questo svuotamento della legittimità del sindacato
quando rinuncia a un proprio autonomo modo di agire, difendere gli
interessi dei lavoratori e per ciò fare politica economica, sono ancor più
gravi in un momento in cui si afferma la «partecipazione per via
gerarchica», l'aspirazione di Marchionne. Una fase che richiede da parte
di un sindacato che voglia continuare a svolgere il suo ruolo, il massimo
di conoscenza dei processi e di creatività nel conflitto, che possono
venire solo da uno scambio continuo con i delegati e i rappresentanti
eletti. La Fiom ha infatti da tempo presentato una proposta di legge di
iniziativa popolare sulla rapresentanza di cui purtroppo nessun governo,
neanche di centro sinistra, ha fatto una sua priorità.
L'ingresso della Costituzione nei luoghi di lavoro - la cui estraneità
aveva colpito così amaramente il giovane Foa - deve oggi preoccupare e
dunque mobilitare un pubblico più vasto di noi, "vecchi
compagni", di noi che abbiamo fatto del mondo del lavoro anche il
nostro soggetto di studio. Ed è un'emergenza democratica a cui è
chiamata davvero come un passaggio di legittimità l'intera Cgil. Molte
speranze della democrazia passano da un sostegno convinto alla Fiom.
A
Mirafiori sinistra impreparata
LUCIA
ANNUNZIATA
La
Stampa 4 gennaio 2011
Chi
ha ragione delle due sinistre che guardano alla Fiat? Hanno ragione gli
uomini del Pd, cioè i suoi principali leader, che si sono schierati per
l’accordo con Marchionne - sia pur con una serie di distinguo - o i
dirigenti della Fiom che lo hanno respinto senza se e senza ma?
Il
lodo Marchionne, che come tale si è ormai configurato, comunque lo si
guardi, è, innanzitutto, per il centrosinistra forse la prima decisione
che deve affrontare senza poterla circumnavigare.
Senza
il soccorso di un «ma anche»; è il primo luogo mentale cui non si può
sottrarre. In questo senso, la cosa più ovvia da dire oggi, alla vigilia
del referendum Mirafiori che si terrà fra un paio di settimane, è che l’appuntamento
è per la sinistra una presa d’atto, ovvia, pubblica, definitiva, di una
sconfitta.
Il
piano Fiat ne tocca in effetti la cassaforte di famiglia, il suo core
business, lo zoccolo duro dei suoi elettori, e la idea stessa di mondo che
ci ha proposto nell’ultimo mezzo secolo. In particolare per la sinistra
italiana, lavoro e diritti sono sempre stati presentati come
armoniosamente (e utilmente) compatibili, una realtà inscindibile. In
questo senso, quando la Fiat chiede nuovi termini di organizzazione,
qualunque essi siano, e qualunque ne sia la ragione, le nuove condizioni
costituiscono obiettivamente per questa area politica la conclusione
di un intero ciclo storico. Qualunque parte le varie anime della
sinistra sceglieranno di giocare in questa trattativa, quella di chi
lavora con Marchionne o quella di chi lo rifiuta, qualcosa è già perso,
comunque - da Mirafiori non uscirà nessun vincitore.
Sono
condizioni nuove di cui si discuterà con accanimento per molto tempo. Ma
intanto c’è molto da ragionare sul fatto che, dopo sedici anni di
Silvio Berlusconi, identificato da molti addirittura come costruttore di
un «regime», la sinistra sia stata messa con le spalle al muro non dal
Premier ma da un manager di una
antica azienda. Manager e Azienda entrambi - è utile qui ripeterlo -
considerati dei seri interlocutori
da parte di questa stessa sinistra. Un vero e proprio paradosso, una
sorta di poetica vendetta della storia. Come è stato possibile? Avanzo
qui solo alcune delle moltissime, possibili, spiegazioni.
La
prima è che Silvio Berlusconi, a dispetto di tutti i suoi modi forti, le
sue leggi ad personam, i suoi assalti alla Costituzione, si riveli alla
fine un avversario meno efficace di quel che si teme. Il viceversa di
questa possibilità è che la sinistra abbia trascorso più di un decennio
a capire chi era Berlusconi, e a dividersi su come combatterlo, perdendo
di vista la società che, intorno, galoppava in tutt’altre direzioni.
L’elemento della vicenda Fiat che più colpisce, alla fine, forse è
proprio questo: quanto impreparata sia arrivata la classe politica del
centrosinistra all'appuntamento con Marchionne. Le domande che si sta
facendo ora nella spirale finale delle decisioni, in realtà avrebbero
dovuto essere se non anticipate, sicuramente affrontate prima. Il Pd - e
non solo, dal momento che questa è una storia che fa cambiare il volto
alla industrializzazione dell’Italia - avrebbe dovuto sapere,
anticipare, dirigere, insomma.
E
non è che Marchionne abbia messo tutti dinanzi a un fatto compiuto: della
Fiat si sa tutto, la vicenda si è sviluppata in perfetta trasparenza da
almeno un paio di anni, e dall’estate scorsa, cioè dal referendum per
Pomigliano, la conflittualità fra Fiom e manager Fiat è passata al calor
bianco. Ma lo scontro è rimasto per mesi nel ghetto delle «relazioni industriali», come si dice in
gergo per indicare che è rimasta tutta una questione di fabbriche e di
sindacati. La storia che in questi giorni arriva alla conclusione è
maturata - è necessario ricordarlo - confusa in mezzo alle varie agende
della politica.
Il
governo per mesi è stato a guardare perché non aveva - per divisioni
interne - il ministro dello Sviluppo economico, il Pd si è perso nella
lotta interna fra le sue varie anime (veltroniane, dalemiane, popolari,
centriste, cattoliche di ordinanza o meno) dopo la nomina di Bersani,
mentre i centristi seguivano affascinati la «rupture» fra Fini e
Berlusconi.
Se
un giorno qualche ragazzo in vena di fare i conti con questo Paese farà
una ricerca per la sua tesi di laurea sul giornalismo nell’anno 2010
troverà (possiamo anticiparlo) molto più spazio dedicato alle escort di
Silvio, alle case di Montecarlo, e allo scontro fra Palazzo Chigi e
Magistratura. Un ordine di interessi perfettamente riscontrabile anche sui
fogli di informazione di sinistra.
Di
operai si è parlato poco, negli ultimi anni. Solo lo stretto necessario.
Con una fondamentale incredulità della trasformazione in corso nel mondo.
L’agenda politica intorno a cui la sinistra si è avviluppata nel 2010,
a guardarsi indietro, ci appare oggi come estremamente laterale, se non
addirittura irrilevante. Questa è la vera responsabilità dell’area
democratica: essersi fatta bloccare da Berlusconi come un cervo abbagliato
dai fari di una macchina, mentre il resto del Paese e del mondo
continuavano a correre.
Oggi
che l’operazione Marchionne si scopre decisiva, la
sinistra vi arriva così troppo tardi per avere soluzioni diverse, o anche
solo per avviare una discussione.
Ma
può sempre fare peggio: può ad esempio, di fronte alla difficoltà,
cedere alla tentazione di lacerarsi - come sa fare benissimo, e come
effettivamente già sembra incline, anche questa volta, a fare.
Marchionne: «La Fiat produce
anche senza Fiom»
di ----
su l'Unità
- edizione internet del 03/01/2011
Se vincerà al referendum
"il 'no' con il 51%, la Fiat non farà l'investimento a Mirafiori".
Lo ha affermato l'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, a
margine della cerimonia inaugurale di Fiat Industrial in Borsa,
sottolineando invece che "se il referendum a Mirafiori arriverà al
51% (di consensi, ndr) andremo avanti con il progetto". 'La Fiat e'
capace di produrre vetture con o senza la Fiom'', ha poi agiunto l'ad.
Nell'ambito della trattativa sindacale, che ha visto la Fiom non firmare
l'accordo, Marchionne ha sottolineato di "non aver lasciato nessuno
fuori: se qualcuno ha deciso di non firmare - ha proseguito - non
significa che io abbia deciso di lasciar fuori qualcuno". Secondo
Marchionne "la Fiat ha bisogno di libertà gestionale e non può
essere condizionata da accordi, che non hanno più senso".
Marchionne ha anche annunciato che "è possibile che si salga al 51%
di Chrysler, nel 2011, se questa decide di andare sul mercato. Penso che
sia possibile, ma non probabile. Non e' pianificata oggi una fusione fra
Fiat e Chrysler".
I due titoli Fiat post scorporo dell'auto, Fiat Spa e Fiat Industrial, han
debuttato stamani a Piazza Affari. E' quindi operativa in Borsa la
scissione del Lingotto, dopo 112 anni di storia unitaria: da una parte è
quotato il business dell'auto e dall'altra quello industriale, che
comprende, come asset principali, Iveco e i trattori di Cnh.
E' stato l'amministratore delegato Sergio Marchionne a tenere a battesimo
a Piazza Affari le nuove società. Il primo responso della Borsa sul
valore dell'Industrial con i mezzi pesanti e della Spa con il business
dell'auto è stato questo: Fiat Spa e' subito tornata alle contrattazioni,
dopo un breve stop per l'eccessiva volatilita', e viene trattata 7,13
euro. Fiat Industrial segna intanto un prezzo di 9,04 euro. Buoni gli
scambi, con volumi per 5,3 milioni di pezzi su entrambi i titoli.
L'azionista Exor sale intanto dello 0,77% a 24,87 euro.
La performance borsistica di Fiat nell'ultimo periodo è stata di tutto
rilievo: in un mese il titolo è salito di quasi il 20%, in sei mesi di
circa l'80% e in un anno del 49,52%. Il tutto con l'indice principale di
Piazza Affari che ha chiuso l'anno con una flessione di oltre il 12%.
repubblica 2 gen 2011
La Fiat dopo lo spin off
Ecco come sarà in Piemonte
Domani il Lingotto si divide in due società: uno da 18 mila dipendenti
(l'auto), l'altro da seimila (l'industrial)
Mentre Mirafiori aspetta il referendum delle tute blu, la Fiat si
divide e sotto la Mole, culla del Lingotto, si formeranno due gruppi,
uno da 18 mila dipendenti, l'Auto, e l' altro da 6 mila persone, l'Industrial,
con il perno nell' ex stabilimento Iveco di lungo Stura Lazio. Il centro
di Fiat Auto è Mirafiori, anche il futuro rimane sospeso: all' interno
del perimetro lavorano 14 mila persone. Rimane il più grande sito
italiano e anche la parte delle ex-Meccaniche, ora sotto Fiat Power
Train, finirà sotto l' ala Fiat Auto. Nei confini delle quattro ruote
ricadranno anche Comau, i due stabilimenti di Grugliasco e Beinasco, e
tutta la parte Magneti Marelli, tra Venaria e Rivalta oltre alle ex
fabbriche Ergom. Contenitore che avrà dentro pure lo stabilimento ex
Bertone, e i suoi 1.100 operai, la ex Itca di Grugliasco, e le
partecipazioni editoriali, unico pezzo che non ha affinità con il
resto. Dall' altra parte, in Fiat Industrial, finisce lo stabilimento ex
Iveco di lungo Stura Lazio, dove sono impegnate cinquemila persone, la
maggior parte in Fiat Power Train per produrre cambi e motori per i
veicoli pesanti: questa parte della società finirà nel nuovo gruppo
nato dalla divisione dall'auto. Anche la Cnh di San Mauro, dove sono
impegnate 600 persone, entra nell' Industrial.
(02 gennaio 2011repubblica.it
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Due Fiat da collocare a un prezzo complessivamente
più alto in Borsa, una Fiom da mettere fuori a un prezzo conflittuale
più basso possibile. Il progetto di Sergio Marchionne
va avanti, con non pochi palettti su cui gli investitori è
presumibile stiano ragionando: 1) Il 3 gennaio inizia
un nuovo decennio borsistico per Fiat. Ma chi avesse investito in
azioni del Lingotto dal 2000 a oggi, avrebbe perduto il 30% ogni anno
(stima Sole 24 ore). Giusto per la cronaca e giusto per capire
perché alla vigilia c’è incertezza sui nuovi prezzi. 2) Nel
2010, la borsa di Milano ha premiato il titolo Fiat con un
aumento del 50%, secondo in Europa soltanto a quello del gruppo Bmw
(+86%), grazie al balletto di voci sullo scorporo che hanno eccitato
Piazzaffari fino all’annuncio ufficiale del 21 aprile scorso. Ma sempre
per la cronaca, è stata una crescita appunto di Borsa e nulla più: i
margini di Fiat Auto sono stati dell’1,8% contro l’oltre 7%
del fenomeno Bmw. E quasi tutti provenienti dal Brasile,
dove Fiat viaggia intorno al 10%. Quel mercato è in crescita, con un
tasso di 113 automobili ogni 1000 abitanti, ma in Italia è di 609 e
nei paesi dell’Unione europea di 470. Dunque, o la domanda
brasiliana fa Bing Bang o nulla cambia a breve. 3) I
margini veri restano dentro Fiat Industrial, cioè Cnh e
Iveco, con previsioni a due cifre di Marchionne entro il 2013. Ma
l’altra Fiat, quella con l’auto, ha dentro la Ferrari, che da sola
vale più della metà dell’impresa. Sul destino azionario della
Rossa la partita è dura. L’anno scorso, Luca Cordero di
Montezemolo ‘avrebbe voluto la Ferrari in Industrial, ha perso
e a seguire ha perso la presidenza Fiat. Ora qualcuno gli ha
letto recentemente in viso (e qualcun altro lo legge nelle mani libere
che ormai agita Marchionne) che il prossimo marzo non sarà
riconfermato alla presidenza di Maranello. Nonostante un atteso
ottimo bilancio 2010, o nessuna pausa da accorciare. Ferrari a
parte, la nuova Fiat Auto, infine, vale quanto un cubo di Rubik: è
smontabile per fusioni o cessioni (Alfa Romeo), molto complessa per
risolverla una volta per tutte.
di fpaterno- il manifesto.it
pubblicato il 2 gennaio 2011
Il Lingotto La svolta Intervista «L' accordo è
negativo e i lavoratori dovrebbero bocciarlo, il modello Torino toglie il
contratto nazionale»
«Fiom accetti il referendum di
Mirafiori se vince il sì dobbiamo rispettare il voto»
Intervista a
Susanna Camusso
L' accordo è un fatto
positivo ma avrà bisogno dell' apporto responsabile di tutti Monsignor
Cesare Nosiglia, vescovo di Torino Landini traccia scenari apocalittici,
ma di fatto la Fiom sta uscendo delle relazioni industriali Rocco
Palombella, Uilm Il leader Cgil: «Siamo stati sconfitti, necessario
rientrare» Cremaschi e Landini sbagliano. Marchionne non è fascista, gli
operai non sono schiavi Il ministro Sacconi è stato complice dell'
impresa anziché arbitro della trattativa Non abbiamo bisogno di frenesie
scissioniste Bene Napolitano: ai giovani non si può offrire soltanto
precarietà.
ROMA - I lavoratori di Mirafiori, tra un paio
di settimane, dovranno votare in un referendum sull' accordo con la Fiat
per il rilancio dello stabilimento, che la Fiom-Cgil non ha firmato. Che
cosa dice loro il segretario generale della Cgil? «Che sono consapevole
che hanno di fronte una scelta difficile, perché il referendum è stato
presentato in definitiva come una scelta per il posto di lavoro - risponde
Susanna Camusso -. Ma, pur rispettando questo travaglio, credo che sia
giusto ribadire che l' accordo è sbagliato e che si possa quindi votare
no».
Farete campagna in questo senso? «I delegati
della Fiom la stanno già facendo. Spiegando che, per esempio, l' accordo
tocca materie indisponibili,
come il diritto di sciopero o l' esclusione dalla fabbrica di un
sindacato, la Fiom». Se lei è per impegnarsi nel voto, di conseguenza è
pronta anche ad accettarne il risultato. «L' ho già detto, anche alla
Fiom. Se si è teorizzato che il referendum è sempre lo strumento di
accertamento della volontà dei lavoratori, allora bisognerà prendere
atto del risultato anche questa volta, facendo però delle scelte».
Che significa in caso di vittoria del sì? «Che
si può accettare il risultato per quanto riguarda tutte le materie
contrattuali dell' accordo, ma non per quelle che sono appunto indisponibili».
E come si fa? La Fiom dovrebbe dire:
riconosco il risultato, ma con riserva? Solo per le parti che mi stanno
bene e non per le altre? Un po' complicato.
«La
soluzione tecnica si vedrà al momento opportuno, anche perché il vero
elemento di complicazione lo hanno introdotto i firmatari dell' accordo
con una clausola senza precedenti, scritta nella prima pagina dell' intesa».
Quale? «Quella che dice che un sindacato che
vuole aderire successivamente all' intesa può farlo solo se tutti gli
altri firmatari, azienda e organizzazioni sindacali, sono d' accordo».
Insomma ci vuole il consenso unanime per rendere possibile il rientro
della Fiom in fabbrica? «Esatto. E se questa sia una clausola rispettosa
degli altri sindacati, di quelli che dissentono, mi piacerebbe tanto
chiederlo innanzitutto alla Fiat»
Perché non telefona all' amministratore
delegato, Sergio Marchionne? «A parte che questo si può sempre fare,
continuo a chiedermi che concetto di democrazia ci sia dietro le decisioni
di escludere un sindacato rappresentativo come la Fiom e di non permettere
più ai lavoratori di eleggere i loro delegati, che invece verranno
designati dall' alto dai sindacati firmatari dell' accordo. Insomma,
bisognerebbe parlare non degli errori della Fiom, ma delle scelte della
Fiat e di un ministro del Lavoro, Sacconi, complice dell' impresa, anziché
arbitro».
Non crede che il modello Marchionne, centrato
sul contratto aziendale che prende il posto di quello di categoria,
rappresenti la soluzione migliore per la produttività e i salari? «No,
rappresenta una privazione rispetto agli attuali due livelli di
contrattazione, nazionale e integrativo. E non va bene per un sistema
produttivo frammentato e articolato come il nostro, dove le grandi imprese
sono appena 1.800».
Per la Fiom, Giorgio Cremaschi, ha dato del
«fascista» a Marchionne e il segretario, Maurizio Landini, ha parlato di
«operai schiavi». È d' accordo? «No. Bisogna sempre usare le parole
giuste. Io che sono molto preoccupata della vera schiavitù del lavoro,
quella che abbiamo visto a Rosarno, non uso questo termine per la Fiat.
Così come, se definisco illiberali le norme che tengono fuori dall'
azienda la Fiom, non accuso di fascismo Marchionne. La
Fiom a volte esagera nell' interpretare se stessa come avanguardia. E
invece non dobbiamo mai dimenticare che siamo prima di tutto un sindacato
e che quindi non possiamo
esorcizzare le paure dei lavoratori semplicemente
lanciando la palla più avanti. Dobbiamo invece trovare delle
soluzioni per restare vicini a questi stessi lavoratori e fornire delle
risposte concrete ai loro problemi».
Ecco perché lei auspica il rientro della
Fiom in Fiat attraverso una presa d' atto di quello che sarà il risultato
del referendum? «Continuo a pensare che sia preferibile restare dentro la
fabbrica e, a partire dalle proprie posizioni, provare a cambiare le cose
piuttosto che subire un disegno di esclusione ai danni della Fiom».
Che invece ha già deciso, con una mozione
approvata dal Comitato centrale, una linea completamente diversa: cioè
che il referendum è illegittimo e che quindi non ne riconoscerà il
risultato.
Le sue sono allora parole al vento? «Nella
Fiom c' è una discussione aperta. Il tema è come uscire da questa
situazione: alla Fiat c' è stata
una sconfitta e si impone una riflessione anche su cosa debba fare il
sindacato. Io propongo una strada
diversa da quella che per ora ha scelto la maggioranza della Fiom e mi
auguro che alla fine cambino idea».
La sua è poco più che una speranza. Ma
perché, si chiedono in molti, la Cgil non ha il coraggio di andare fino
in fondo con i ribelli della Fiom? Visto che da tanti anni sono su una
linea diversa, più vicina a quella dei Cobas, una scissione non farebbe
chiarezza, lasciando la Cgil libera dal pesante condizionamento di
Cremaschi e compagni? «No, non è questo il tema. Non è vero che con la
Fiom ci sia un dissenso radicale di linea. E, restando alla vicenda Fiat,
sul giudizio negativo dell' intesa siamo d' accordo.
La Cgil poi è sempre stata un'
organizzazione plurale e per nessuno sarebbe un successo se la dialettica
interna si traducesse nell' uscita di una parte dall' organizzazione. Non
abbiamo certo bisogno di essere presi dalla frenesia scissionista che
tanti guai ha causato alla sinistra politica».
Lo storico Giuseppe Berta, in un articolo sul
Sole 24ore, ha ricordato che nel ' 98 la Cgil, per normalizzare la Fiom,
mandò alla sua guida un riformista come Fausto Vigevani. «Era una
situazione completamente diversa e oggi il problema non è il gruppo
dirigente della Fiom, ma trovare una risposta per non lasciare soli gli
iscritti e i delegati del nostro sindacato e i lavoratori che simpatizzano
con noi».
Teme che il modello Marchionne si estenda
lasciando fuori la Fiom da molte fabbriche? «Spero che, nonostante tanti
anni di berlusconismo, i termini rappresentanza e democrazia conservino un
significato anche per i nostri interlocutori». Con i quali era partita
una trattiva sul «Patto per la crescita» di cui si sono perse le tracce.
«Abbiamo raggiunto delle prime intese ma adesso, dopo quello che è
successo con la Fiat, è evidente che per noi è un po' complicato fare un
confronto con qualcuno che pensa che la Cgil debba sparire. Vogliamo
insomma capire di questo disegno che cosa ne pensano Confindustria e Cisl
e Uil. Ho apprezzato il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, quando ha detto
che a lui non piacevano alcuni contenuti dell' accordo con Marchionne, ma
che è stato costretto a firmare. Apprezzo, ma vorrei chiedergli se
non poteva almeno evitare che si cancellasse il diritto dei lavoratori di
eleggere i loro delegati sindacali. È
evidente che adesso la priorità è diventata quella delle regole sulla
rappresentanza».
Lei ha proposto di aprire su questo un
tavolo. Cisl e Uil, però, le rimproverano di aver rimesso in discussione
l' intesa che avevate trovato nel
2008, perché ora lei vorrebbe una
maggioranza qualificata, anziché del 51%, per accettare accordi e
contratti validi per tutti. Così, però, si consegnerebbe il diritto
di veto alla Fiom. «Nel 2008 la piattaforma comune era frutto di una
stagione di unità nella quale nessuno immaginava accordi separati. Oggi
credo che fermarsi al 51% significherebbe per i sindacati sancire in molti
casi la divisione tra i lavoratori. Meglio allora, in questi casi,
fare una verifica tra gli stessi lavoratori prima di firmare un accordo.
Cosa che non sarebbe necessaria, invece, in caso di maggioranze più ampie
tra le organizzazioni. Capisco che la mia proposta sia stata interpretata come
una mossa pro-Fiom, ma vorrei osservare che in molte situazioni al 51%
arriverebbe da sola la Cgil e dunque la mia idea muove da un' altra
preoccupazione: allargare il consenso attorno a decisioni che riguardano
tutti i lavoratori».
Lei ha apprezzato il discorso del presidente
della Repubblica centrato sui giovani. Molti però si interrogano sulla
reale consistenza e durata del movimento giovanile, pure sostenuto dalla
Cgil. «Se il movimento reggerà, in assenza della politica, è difficile
dirlo.
Ma il tema vero è un altro: possiamo
permetterci un Paese dove due generazioni pensano ormai di non avere un
futuro? O alle quali si continua a dire "fate i lavoretti"?
Quelli li facevamo anche noi, che però avevamo una prospettiva. Ecco
perché la Cgil continuerà ad avere tra le sue priorità la richiesta di
un Piano per il lavoro che metta l' occupazione al centro della politica.
Perché l' unico futuro possibile non resti quello del passaggio da una
precarietà all' altra».
Enrico Marro
Altri articoli **** La Confindustria e la
Cgil I protagonisti Emma Marcegaglia, presidente degli industriali Susanna
Camusso con Emma Marcegaglia. «La Confindustria che ne pensa del disegno
di escludere la Cgil?», si chiede il segretario della Confederazione ****
La Fiom e il negoziato con il Lingotto Maurizio Landini, segretario dei
metalmeccanici Per il leader Cgil, il segretario Fiom Maurizio Landini
dovrebbe tener conto della sconfitta: «Se ha teorizzato che il referendum
è sempre lo strumento di accertamento della volontà dei lavoratori, vale
anche questa volta».
**** La firma della Cisl e la clausola Il
segretario generale Cisl, Raffaele Bonanni A Raffaele Bonanni, segretario
generale Cisl, Camusso chiede: «Perché non ha evitato almeno la
soppressione del diritto dei lavoratori di eleggere i propri
rappresentanti in fabbrica?».
Quell'eversivo di Sergio
Marchionne
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del
02/01/2011
Nicola Mancino, ex
vice-presidente del Csm, sulla vicenda Fiat indica il pronunciamento della
Corte costituzionale
«La preclusione unilaterale di
non ammettere a far parte di organismi rappresentativi dei dipendenti i
rappresentanti delle organizzazioni sindacali che non hanno firmato
l'accordo non è legittima». A parlare così della spinosa vicenda della
Fiat, ovvero i due accordi separati a Pomigliano e a Mirafiori, è Nicola
Mancino, ex vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura. Un
linguaggio giuridico che non nasconde la sostanza del problema: la Fiat ha
assunto un comportamento antisindacale nei confronti della Fiom e
incostituzionale verso i lavoratori. Il castello di carte costruito
dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, con la
complicità di Fim, Uilm, Ugl e Fiscmic, potrebbe cadere proprio in forza
dei codici di legge. L'"antisindacalità" è punita con
l'articolo 28 della legge 300 del '70 (Statuto dei lavoratori). Per
svariati anni senatore, Mancino ha usato parole molto chiare e, in qualche
modo, indicato una delle tante "pieghe" che assumerà lo scontro
tra la Fiat e la Fiom, quella legale. «Spiace aprire un conflitto -
conclude - ma è inevitabile che su un diritto irrinunciabile sancito
dallo Statuto dei lavoratori si pronunci un organo terzo di natura
costituzionale».
All'ultimo Comitato centrale della Fiom, l'ipotesi di battere a tappeto la
via legale era uscita dalle parole dello stesso leader della Fiom Maurizio
Landini. «Abbiamo in programma un incontro con la Consulta giuridica
della Cgil», aveva detto Landini.
Alla Consulta possono ricorrere solo i giudici, ma è chiaro che
accendendo il ricorso in tribunale (una delle basi potrebbe essere l'antisindacalità).
«Un giudizio molto importante che viene da una fonte insospettabile di
simpatie con la Fiom - commenta a caldo il presidente del Comitato
centrale della Fiom Giorgio Cremaschi -. Sicuramente le cause si faranno.
La Fiat ha scelto di esporsi».
«Dubbi molto seri» e «forti perplessità» sulla legittimità di alcuni
punti specifici del piano Fiat erano giù stati espressi da due noti
costituzionalisti all'indomani della firma dell'accordo a Pomigliano
d'Arco (www.blitzquotidiano.it).
Massimo Luciani, docente di diritto costituzionale all'Università di Roma
La Sapienza, e Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Consulta,
avevano ravvisato la lesione di un diritto tutelato dalla Costituzione
innanzitutto nella punibilità del lavoratore che proclama sciopero se
l'azienda ha comandato lo straordinario per esigenze di avviamento,
recuperi produttivi e punte di mercato.
«Il diritto allo sciopero non è derogabile: la Costituzione lo prevede
per assicurare la tutela alla parte più debole nel rapporto di lavoro. E'
un diritto che non è nella disponibilità di colui che ne è titolare e
dunque - sottolinea Luciani - non può far parte di una pattuizione. Su
questo punto ci sono dubbi molto seri di costituzionalità, seppure nel
mondo del diritto la certezza non si ha se non in presenza della pronuncia
di un giudice».
A nutrire perplessità sullo stesso punto è anche l'ex presidente della
Corte Costituzionale: «Così facendo si fa dipendere da un contratto
aziendale la limitazione di un diritto sancito dall'art. 40 della
Costituzione - dice Capotosti -. E' vero che per i pubblici servizi
esistono limitazioni al diritto di sciopero (ad esempio per fasce orarie),
ma queste avvengono in forza di una legge ‘ad hoc' e non sulla base di
un contratto aziendale. Per giunta, sul piano dell'efficacia va valutato
che il diritto allo sciopero economico viene posto in discussione
limitatamente ad un'azienda e solo per l'area di Pomigliano. I dubbi dal
punto vista costituzionale sono forti».
«Ancorché il contratto aziendale sia stato sottoscritto dalle altre
sigle sindacali - spiega Luciani - la clausola sullo sciopero è da
intendersi come nulla, perché si è in presenza di un diritto
riconosciuto dalla Costituzione».
Capotosti aggiunge: «Se non firmato, l'accordo resterebbe inefficace nei
confronti dei lavoratori Fiom. Secondo la giurisprudenza, infatti, questo
è un contratto peggiorativo (in pejus, ndr) rispetto al precedente e
dunque non è opponibile».
Per il professor Giovanni Alleva non è solo l'articolo 28 dello Statuto
dei lavoratori ad essere violato, ma anche il 14 e il 15, che vietano la
discriminazione dei singoli lavoratori. Discriminazione che scatterebbe al
momento della riassunzione nella "newco" dei soli "non
iscritti" o "non appartenenti" alla Fiom. C'è un ultimo
punto, poi, che riguarda il profilo del contratto nazionale, messo sempre
in evidenza da Alleva: la mancata applicazione del contratto nazionale
potrebbe precludere alla Fiat la fruzioni di sgravi fiscali e
contributivi. Ma qui il discorso si fa inevitabilmente politico.
Solo la FIOM sa fare la cosa
giusta?
di Dino Greco
su Liberazione del
02/01/2011
Dà un po' di voltastomaco
ascoltare con quanto disinvolto cinismo ineffabili commentatori, per lo più
professionisti della politica, del giornalismo e non, i quali dispongono
di un posto fisso, sicuro e non insalubre, gratificante e ottimamente
retribuito, ruggiscano contro i lavoratori della Fiat, intimando loro di
accettare senza tante storie le condizioni dettate da Marchionne. Costoro
pontificano e sproloquiano senza posa su ciò che palesemente non
conoscono, né sono interessati a conoscere. Mi riferisco alla realtà del
lavoro seriale, alla catena di montaggio. Che tale è in ogni senso. Lì
si assemblano pezzi, secondo la metrica ed i ritmi imposti dall'azienda:
operazioni che durano una manciata di secondi per ripetersi infinite
volte, gesti sempre uguali a se stessi, usuranti e alienanti insieme; lì
si sta come cani al guinzaglio. E lì si contraggono malattie e stress
psicofisico oggi accentuati dai turni prolungati e dal taglio delle pause,
la vita trasformata in una funzione della fabbrica, la persona ridotta ad
un'appendice, ad una protesi della macchina.
La pura riproduzione della forza-lavoro: ecco, in termini brutali ma
veritieri, cosa significa, nella sua essenza il modello che incarna il
mito della modernità. Tutto ciò in cambio di un salario ridicolo e - per
sovrapprezzo - della privazione del diritto di esprimere un punto di
vista, di difendersi, di organizzarsi in un sindacato che rappresenti
davvero i lavoratori e che unendo gli uni agli altri trasformi in forza la
debolezza, così da attenuare l'enorme sproporzione delle due parti.
Sproporzione che fa dell'operaio isolato una vittima sacrificale. E
tuttavia, firmano, firmano tutto e comunque, senza batter ciglio, la Cisl
e la Uil, ormai in gara avvincente col sindacato "giallo" per
antonomasia, il Fismic, nel prostrarsi ai piedi dell'azienda, nella
speranza che i servigi resi possano essere ripagati dal padrone,
nell'attesa servile che egli li munifichi gettando nel loro recinto
qualche osso da rosicchiare.
Si illudono anch'essi, perché la Fiat li userà fino a quando riterrà il
loro "lavoro" utile, ma quando quell'apporto risulterà
superfluo, non ce ne sarà per nessuno. E allora anche un simulacro
sindacale sarà di troppo, potendo l'azienda amministrare direttamente il
rapporto con ogni singolo dipendente, senza prendersi il disturbo di
foraggiare degli intermediari. E' già accaduto, ma l'ignoranza del
passato e l'incultura del presente congiurano nel replicare tragedie già
vissute.
Fa ancora qualche effetto e produce un amaro senso di pena, nonostante
tutto, vedere ex dirigenti comunisti, cresciuti nella temperie di una
grande storia, averne totalmente smarrito memoria e insegnamenti e
allinearsi alle tesi violentemente autoritarie di Marchionne, manifestando
nei suoi confronti un consenso così acritico da creare qualche imbarazzo
perfino in quella parte del mondo imprenditoriale che sa bene come la
competizione sugli idolatrati mercati non si vince semplicemente mettendo
la mordacchia agli operai. A questo, tuttavia - bisogna che tutti se ne
facciano una ragione - è giunta l'involuzione culturale e politica di
quella burocrazia di partito (non mi viene un'altra definizione) che dopo
la Bolognina, di abiura in abiura, di rimozione in rimozione, di cedimento
in cedimento, ha finito per recidere ogni adiacenza col mondo del lavoro
per aderire, senza sostanziali riserve, a quella che nel tempo presente si
configura come la più ruvida dittatura del capitale.
La Costituzione, al cospetto della realtà squadernata sotto i nostri
occhi, sembra il prodotto di marziani, tale è l'estraneità dei
fondamenti culturali e politici che ne informano i principi ispiratori,
rispetto al conformismo politico che vede la destra, il centro e
quell'indefinibile "ircocervo" che è il Pd uniti, senza
eccessivi distinguo, nel riplasmare sull'impresa e le sue più unilaterali
pretese il bene comune.
Non impressiona di meno, sia detto con tutta la necessaria franchezza,
l'atteggiamento della Cgil. Tre giorni fa avevamo titolato la nostra prima
pagina con una sorta di auspicio rivolto a Susanna Camusso. Quel «Fai la
cosa giusta» alludeva alla speranza che tutta l'organizzazione si
stringesse attorno alla Fiom, cogliendo sino in fondo portata e
conseguenze dell'offensiva scatenata dalla Fiat contro tutto il mondo del
lavoro. Così non è stato. Di più e di peggio: la segretaria della Cgil
ha ritenuto che «la cosa giusta» fosse invitare Maurizio Landini ad
accettare il referendum sul diktat del padrone e a piegarsi ad un
eventuale esito di esso favorevole all'azienda, quasi ci si trovasse di
fronte ad un accordo, cioè ad un compromesso liberamente scelto, e non già
ad un ricatto, pesantemente lesivo di quelli che sino a ieri erano
ritenuti, persino dalla legge, diritti indisponibili.
Ora la Fiom si appresta a fronteggiare da sola un impatto durissimo. Non
c'è in questa scelta coraggiosa alcuna «oltranzista rigidità», non c'è
traccia alcuna di una rinuncia «aventiniana», come invece mostra di
credere Roberto Mania, che sulle colonne de la Repubblica criticava un
presunto arroccamento settario dei metalmeccanici della Cgil. C'è,
semmai, la lucida consapevolezza che una volta abbattuto quell'argine, fra
i padroni galopperebbe la convinzione che tutto sarà loro concesso. A
maggior ragione se anche la Fiom vi apponesse, sia pure obtorto collo, il
proprio sigillo, equivalente ad una dichiarazione di disarmo e di resa.
Allora la regressione diventerebbe inarrestabile e vivremmo forme estreme
di barbarie sociale.
Perciò, se la deriva non viene arrestata, ora, attraverso la lotta più
ferma e incisiva, diventerà molto più arduo farlo domani, perché a quel
punto, introiettata la sconfitta senza lottare, soccombere alla legge
della prepotenza apparirà come il solo atto ragionevole, suggerito
dall'istinto di sopravvivenza. Sottoscrivere atti di umiliazione e di
autolesionismo: ecco quello che mai e poi mai un sindacato degno di tal
nome dovrebbe in alcun caso permettersi. La Fiom questo lo sa. E fa bene a
non disperdere un così grande patrimonio di esperienza, di sapienza
politica, di moralità. Sappiano, anche i lavoratori e le lavoratrici, le
sindacaliste e i sindacalisti che combattono su una trincea così esposta,
che molte persone, giovani e meno giovani, guardano con speranza a questa
battaglia di democrazia e che ad essa sono disposte ad unirsi. Sappiano
pure che noi siamo e saremo con loro. Sempre e sino in fondo.
manifesto 2 gen 2011
Scrivi Fiat, leggi Toyota
«Partecipazione gerarchica» e «flessibilità
rigida», gli ossimori di Marchionne per governare l'impresa
Mario Sai
«Nostra patria è il mondo intero»: è in buona
sostanza quello che Sergio Marchionne ha buttato in faccia ad un'attonita
Emma Marcegaglia. Alla telefonata natalizia di Raffaele Bonanni, che in
nome del comune pragmatismo abruzzese gli chiederà di stare dentro
l'accordo confederale separato, è probabile che risponda «E' la
globalizzazione, bellezza!».
Se la sfida è questa, l'unico modo serio per raccoglierla è quello del
segretario generale Fiom: un contratto per l'industria che abbia un
orizzonte europeo e una rinnovata capacità di contrattare
l'organizzazione del lavoro.
Nelle imprese ristrutturare e vincenti sono in atto grandi cambiamenti:
meno gerarchia, più motivazione; meno mansioni, più «ruoli», cioè più
responsabilità, capacità di risolvere problemi, di intervenire in
contesti mutevoli. Si teorizza che la fiducia sia la condizione che porta
alla produttività, che orienta i lavoratori alla innovazione e alla
cooperazione.
Ma come si governa questo processo? La via europea, a partire dagli anni
'70 nella Svezia della co-determinazione, è stata caratterizzata dalla
contrattazione d'anticipo. Nell'ambito di linee guida pubbliche e di
accordi tra imprese e sindacato, i lavoratori hanno potuto partecipare in
modo consapevole e critico alla progettazione organizzativa del loro
lavoro.
Su questa base si sono sviluppati accordi nei principali Paesi del
centro-nord Europa. Il Libro Verde della Commissione Europea «Partenariato
per le nuove forme di organizzazione del lavoro» (1997) ha ribadito
l'efficacia di questo modello fondato sulla contrattazione d'anticipo.
Il sondaggio sull'impresa europea 2009 - realizzato tra dirigenti
d'azienda e rappresentanti dei lavoratori da Eurofound - segnala che in più
del 22% delle imprese è attiva un'organizzazione del lavoro a squadre
autonome nell'ambito del sistema di impresa flessibile con risultati
positivi in materia di qualità del lavoro e produttività. Nel 60% delle
aziende c'è una rappresentanza sindacale il cui ruolo, rispetto
all'organizzazione del lavoro, va dall'informazione a forme più pregnanti
di consultazione e negoziato, in materia di cambiamenti
nell'organizzazione del lavoro e della produzione.
Se si esce dall'area scandinava, dei Paesi Bassi e della Germania cresce,
invece, la percentuale di «manager» che ritiene la partecipazione dei
sindacati una perdita di tempo e preferisce la consultazione diretta con i
lavoratori.
È qui che cresce l'adesione al Wcm (il metodo Toyota in salsa
occidentale) per cui spetta all'alta direzione motivare i lavorati,
informandoli e ascoltandoli direttamente, senza la mediazione sindacale.
La governabilità dell'impresa si fonda su due ossimori: «partecipazione
in via gerarchica» e «flessibilità rigida»: solo imponendo semplicità,
disciplina, standardizzazione, ripetitività, si può sviluppare la
capacità di accogliere e gestire la variabilità crescente della domanda,
e dotare l'impresa di quella flessibilità che è sempre più funzionale
per la sopravvivenza nell'arena competitiva internazionale.
Solo dopo di questa riconquistata «governabilità» della forza lavoro,
si potrà puntare sullo sviluppo del lavoro di squadra a tutti i livelli,
nella produzione come nelle relazioni sindacali. A tredici anni dal Libro
Verde, ora la Commissione Europea ha varato un progetto («Challenge
Towards World Class Manufacturing») per consentire ai manager europei di
visitare le aziende giapponesi più avanza e studiare l'effettivo
funzionamento del Wcm.
La priorità assegnata da Sergio Marchionne alla governabilità della
fabbrica non è una tattica contrattuale (strappare migliori condizioni),
ma una scelta di strategia. Conta quanto i nuovi modelli o l'allocazione
degli investimenti.
Già negli anni Novanta la Nissan per subentrare all'Alfa di Arese
proponeva un'organizzazione del lavoro incompatibile con il contratto di
categoria sia per l'inquadramento professionale sia per le retribuzioni
(decise in un rapporto diretto tra imprese e lavoratori, seppur con
l'assistenza di un «sindacalista di fiducia»), sia per i tempi e i
metodi di lavoro (smantellando quella che era stata una delle prime
esperienze di lavoro a squadre).
Allora i sindacati insieme dissero no, perché era ancora chiaro che alla
base di ogni proposta di ristrutturazione produttiva è necessario mettere
un proprio modello di organizzazione del lavoro, costruendolo a partire
dalla concreta esperienza dei lavoratori. Oggi l'impresa globale chiede la
trasformazione del sindacato in organizzazione aziendale, garante della
produttività del sistema. Il professor Ichino lo ha ben chiaro: il futuro
saranno tanti contratti aziendali e un contratto nazionale minimo come
garanzia di ultima istanza per chi non avrà nemmeno questo.
Questo è il punto: Cisl, Uil e anche Confindustria non si facciano
illusioni.
VOI SIETE QUI
Padroni che sbagliano
Alessandro Robecchi
Vorrei sapere esattamente, possibilmente con dovizia
di particolari, articoli, commi, disposizioni transitorie e norme certe,
cosa si rischia a schierarsi con gli operai metalmeccanici della Fiom e
non con don Marchionne Santo Subito. Confesso che battersi contro un
pensiero unico che va da D'Alema a Sacconi, da Fassino a Bonanni, da
Chiamparino alla destra confindustriale, passando magari per Feltri e
Belpietro, Angeletti, il Corsera, Pietro Ichino e altri plaudenti mette un
po' i brividi. Al fronte per la beatificazione di Marchionne mancano solo
Landrù e la buonanima di Cossiga, in compenso qualcuno ha scongelato
Giampaolo Pansa che alla Fiom dedica pensierini degni degli anni di
piombo. Quella del consenso obbligatorio pare un po' la cifra con cui si
apre questo 2011, e non è una novità. Non è una novità nemmeno il
testacoda delle parole, per cui è «progressista» chi teorizza un
garrulo ritorno agli anni Cinquanta e invece «conservatore» chi vuole
mantenere un diritto di rappresentanza tra i lavoratori. «Pomigliano, da
gennaio 4.600 assunzioni», titolava l'altro giorno il Corriere. Perbacco
che ripresa! Solo che poi, leggendo il pezzo, si scopre che quei 4.600
sono cassintegrati Fiat che verrebbero riassunti (non assunti) a
condizioni più gravose (no iscritti Fiom e perditempo). La formuletta «se
ci stai bene, se non ci stai sei un terrorista premoderno e scriteriato»
è antica e polverosa, ma funziona sempre. Per sentirci in compagnia non
c'è che aspettare domani, quando a votare per la beatificazione di
Marchionne saranno gli azionisti, chiamati a scommettere moneta sonante
sul nuovo titolo Fiat Auto scorporato dal resto del Gruppo. Chissà,
potrebbe essere che al miracolo di Marchionne non crederanno nemmeno loro,
investitori e speculatori. Sarà difficile accusarli di nostalgie da anni
Settanta, ma non disperiamo, anzi, suggeriamo ai marchionisti di stretta
ordinanza un'elegante via d'uscita dialettica: padroni che sbagliano.
Modernissimo, eh!
LETTERE - il manifesto
30/12/2010
- UNA CITAZIONE A SPROPOSITO DI SUSANNA CAMUSSO da
Pietro Ancona
Per suffragare con una autorità moralmente indiscussa il suo attacco
alla Fiom la signora Camusso cita Giuseppe Di Vittorio che avrebbe
affermato: Quando c'è una sconfitta non possono non essere stati
commessi degli errori. Nessuna grande sconfitta è figlia solo della
controparte."
Non credo che Giuseppe Di Vittorio abbia mai fatto simile affermazione
ed in ogni caso bisogna leggerla nel contesto in cui è stata scritta.
Ma ammesso che Di Vittorio l'abbia mai pronunziata non è detto che
sia vera e che sia giusta. La sconfitta può essere il portato di una
serie infinita di variabili e metto tra queste l'isolamento della Fiom
dovuto ad un atteggiamento anormale della sua stessa Confederazione ed
al passaggio di quello che dovrebbe essere il partito di opposizione
parlamentare dalla difesa operaia alla destra al campo della
Confindustria e di Marchionne in particolare. Purtroppo il PD è erede
del PCI che fu autonomo dalla Fiat fino a Berlinguer. Se oggi la Fiom
è sola a fronteggiare l'attacco della tigre confindustriale
fiancheggiata da numerosi sciacalli che sperano di spolpare qualcosa
della sua carcassa certo questo non è addebitabile a suoi errori
quanto alla sua coerenza e fedeltà agli interessi non solo dei
metalmeccanici ma di tutti i lavoratori italiani.
Forse la signora Camusso non sa o finge di non sapere che la
CGIL non è nuova a processi degenerativi che dal riformismo padano
l'hanno condotta all'apostasia degli ideali fondativi che l'hanno
animata. A causa di uno di questi processi Giuseppe Di Vittorio uscì
dalla CGIL per fondare una nuova organizzazione sindacale l'USI su
posizioni di autentica difesa dei lavoratori italiani. Di
Vittorio era riformista e rivoluzionario. Difese con le armi la Camera
del Lavoro di Bari assediata dai fascisti. Il suo riformismo era
liberazione dei lavoratori dalle catene dello sfruttamento con ferma e
costante gradualità senza mai cedere sui contenuti essenziali della
libertà e della dignità. La stessa cosa non si può dire del
"riformismo" della Camusso e del PD che è proteso alla
cancellazione di tutte le conquiste realizzate nel corso del
novecento.
Ieri la CGIL si è collocata apparentemente in una posizione
terza tra la Fiom e la Fiat. Ha attaccato come autoritario Marchionne
ma ha addebitato alla Fiom la fattura della sconfitta subita prima a
Pomigliano e poi a Mirafiori e non dubito che ne esigerà il pagamento
nelle prossime settimane. In effetti mi aspetto una sorta di
pogrom del gruppo dirigente "ribelle"
della Fiom mentre andrà avanti la realizzazione di una parte
importante del Piano Rinascita di Gelli e dei piani concordati a
Bildelberg di spoliazione dei lavoratori di ogni loro diritto
fino a cambiare il giuslavorismo da garante di diritti a summa di
obblighi imposti ai prestatori d'opera.
Non si farà lo sciopero generale chiesto dalla Fiom anche se
Sacconi indica il carattere generale valevole per tutta l'industria
italiana degli accordi fatti a Torino. Lo sciopero generale non si farà
perchè ci sono patti parasociali al patto sociale stipulato a partire
dagli incontri Marcegaglia- Epifani di Genova che lo vietano. Infatti
la Camusso ha programmato una serie di ridicole e grottesche marcette
per il lavoro di carattere territoriale per dare sfogo a quanti
chiedono che si faccia qualcosa contro la crisi e contro l'attacco ai
diritti.
Ha ragione Cremaschi a paragonare quanto sta succedendo in Fiat
agli eventi del 1925 che cancellarono il sindacato in fabbrica a
vantaggio del corporativismo padronale sostenuto da Mussolini. Ma c'è
di più e di peggio. C'è la truffa della newco e cioè della Fiat che
cambia pelle come un serpente e si sostituisce a se stessa con altro
nome per sfuggire agli obblighi
assunti appunto come Fiat. Trattasi di un fumus, di una truffa
realizzata sotto gli occhi di tutti con la complicità del mondo
politico e confindustriale che ne ricava un esempio per fare
altrettanto quando gli farà comodo. Ed anche della truffa del
contratto aziendale, una invenzione da legulei per danneggiare i
lavoratori ed imporre loro, nella continuità vera della impresa con
denominazione diversa e con contratto diverso, condizioni financo
anticostituzionali e del tutto illegali. La CGIL avrebbe potuto
impugnare legalmente questa
truffa che non bisogna essere dimostrata perchè è palese al
pubblico. Se fosse ancora un Sindacato dei lavoratori avrebbe
dovuto non riconoscere le newco della fiat come entità
legittime. Ma nè la CGIL nè il PD si sognano di fare qualcosa del
genere dal momento che sono inglobati sia pure con qualche apparente
maldipancia nel gruppo che sta cambiando radicalmente la costituzione
materiale ed il diritto del lavoro a vantaggio della imprenditoria che
si è dato un programma che sta realizzando a tappe forzate dalla
legge Biagi al collegato lavoro allo scippo pensionistico alla riforma
della contrattazione.
Perchè la CGIL fa tutto questo? Perchè ormai non è più se
stessa. Ora è una holding, una conglomerata di partecipazioni
societarie a centinaia e centinaia di enti bilaterali che gestiscono
un badget di miliardi di euro e dispongono di migliaia di dipendenti
molti dei quali ingaggiati con la legge Biagi. Gli interessi della
CGIL sono oramai simili ed omologati a quelli della Confindustria e
sono entrati in conflitto con quelli dei lavoratori.
La dottrina dietro la quale si nasconde questa tumorale
degenerazione è quella della sussidarietà che per prosperare ha
bisogno di crisi sempre più acute del welfare. Ecco quindi che il
conflitto si estende financo allo Stato sociale.
Questa è la grande patologia italiana: Sindacati che sono
compromessi con il padronato con legami assai forti in centinaia e
centinaia di enti bilaterali ed un Parlamento fatto tutto di partiti
favorevoli o strumenti della Confindustria. Nel mondo, ad eccezione
degli USA, non è così: i sindacati stanno dalla parte dei lavoratori
ed in Parlamento c'è quasi dappertutto un partito socialista o
socialdemocratico o comunista che non tiene il sacco alla destra al
potere.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
31 dic 2010
pdf
un documento di
operaicontro: fabbrica Italia produce schiavi
manifesto 30 dic
SCIOPERO GENERALE
La Fiom mobilita la dignità operaia
Loris Campetti
ROMA
Il referendum è uno strumento democratico in cui le
persone possono dire la loro su un tema che li riguardi direttamente.
Imporre lo strumento del voto perché si accetti di non poter votare mai
più, non è un paradosso o un ossimoro, è un gigantesco imbroglio, che
si trasforma in un odioso ricatto nel momento in cui la formulazione del
quesito referendario suona così: accetti di rinunciare ai tuoi diritti,
compreso quello di ammalarti, scioperare, persino mangiare se la domanda
di automobili dovesse schizzare in alto, eleggere i tuoi rappresentanti
sindacali, in cambio della salvezza del posto di lavoro?
Siamo a Mirafiori, Pianeta Italia, fabbrica Chrysler perché la Fiat nei
fatti non esiste più, salvo essere trasformata in uno spezzatino di newco
da mettere sul mercato qualora a Marchionne i soldi da restituire a Barack
Obama non dovessero bastare. Cosa dovrebbe dire la Fiom, se non che questo
referendum, frutto di un accordo separato, è illegittimo e dunque i
metalmeccanici della Cgil non possono riconoscerne la validità? Cosa
dovrebbe fare la Fiom, se non indire per il 28 gennaio uno sciopero
generale di tutta la categoria in difesa della democrazia, della
Costituzione repubblicana, del contratto nazionale e dello Statuto dei
lavoratori? Semmai, con questi chiari di luna, con un governo della
deregulation liberista, con la diseguaglianza che cresce insieme alla
povertà, bisognerebbe chiedersi come mai non sia l'intera Cgil a chiedere
al paese di fermarsi.
Ieri si è riunito uno dei pochi organismi dirigenti democratici
sopravvissuti alla berlusconizzazione (o marchionizzazione) del nostro
paese, opposizioni e sindacati compresi: il Comitato centrale della Fiom.
Una sede in cui la scelta degli operai iscritti è legge, una sede in cui
quando una risoluzione del Comitato centrale non fosse in consonanza con
il popolo lavoratore, verrebbe cambiata la risoluzione e non il popolo. È
stato deciso lo sciopero generale con 102 voti a favore e i 29 astenuti
della minoranza Fiom che fa riferimento alle posizioni della segretaria
della Cgil Susanna Camusso. Gli astenuti, guidati da Fausto Durante,
sostengono che la Fiom dovrebbe comunque accettare l'esito del referendum
imposto dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. Peccato
che così si legittimerebbe un voto su diritti indisponibili, cosa che non
avrebbe precedenti nella storia della Cgil. I militanti della Fiom dello
stabilimento torinese costituiranno un comitato per il No, ribadendo che
un'eventuale vittoria dei Sì non verrebbe riconosciuta perché non è
consentito mettere al voto diritti costituzionali indisponibili, non
trattabili.
Il 28 gennaio, quando i metalmeccanici incroceranno le braccia per non
piegare la schiena, si terranno manifestazioni in tutte le città italiane
ma già dall'inizio di gennaio si organizzeranno presidi, iniziative,
tende nei centri delle città per coinvolgere la popolazione. Il
segretario generale Maurizio Landini si è rivolto a tutti i soggetti, i
movimenti, gli intellettuali, gli studenti, i precari che il 16 ottobre
hanno manifestato a Roma al fianco della Fiom, per invitarli a partecipare
alle proteste. Non è vero che la Fiom è sola. Non è vero che è
minoritaria nelle fabbriche, come testimoniano l'aumento degli iscritti e
la crescita dei consensi e dei delegati in tutte le aziende in cui si è
votato per rinnovare le Rsu (250 nel 2010). Non sarà proprio per questo,
per la sua irriducibile adesione a leggi, norme, Costituzione, per il suo
rapporto di mandato con chi rappresenta, che è diventata inaccettabile
per la Fiat, e via via per una fetta crescente di padronato? Non sarà per
questo che non si riesce più a indire un referendum sugli accordi
sindacali, con l'eccezione di quelli anticostituzionali imposti da
Marchionne?
Maurizio Landini è un signore, oltre che un operaio. Il segretario della
Fiom, ai giornalisti che gli chiedono un giudizio sul Pd che non esprime
giudizi o ne esprime troppi e opposti, e sull'aspirante sindaco di Torino
Piero Fassino che ha detto «se fossi un operaio di Mirafiori voterei sì»,
non risponde in torinese va' a travaje', barbun. Risponde invece: «Chi
dice che voterebbe sì dovrebbe provare a vedere il mondo dal punto di
vista di chi lavora alla catena di montaggio, a cui si riducono le pause,
si sposta o si toglie la mensa, si impone di lavorare su turni di 10 ore
più una di straordinario, gli si toglie il diritto allo sciopero e alla
malattia, per portare a casa, se gli va molto bene e non è in cassa
integrazione, 1.300 euro al mese». Del resto, se l'opposizione politica
italiana avesse provato a vedere il mondo dal punto di vista degli operai,
se non avesse cancellato dall'agenda il lavoro e i lavoratori, forse le
vicende politiche italiane sarebbero andate diversamente.
A chi difende il metodo Marchionne perché «salva il lavoro», i tanti
intervenuti alla riunione del Comitato centrale hanno risposto raccontando
quel che l'accordo comporta. Per esempio, non solo è negato a chi non
firma il diritto a esercitare fare sinindacato, fino a non poter
presentare candidati alle elezioni per le Rsu; nell'accordo separato
firmato da Fim, Uilm, Fismic (sindacato giallo, già Sida), persino Ugl
(ex sindacato fascista Cisnal) e addirittura il neopromosso soggetto
sindacale «Associazione dei capi e quadri», si impedisce agli operai di
votare, le Rsu non esistono più. Si ritorna alle Rsa (rappresentanze
sindacali d'azienda), con quote pariteche tra i sindacati firmatari che
nominano direttamente i loro terminali in fabbrica, 15 a organizzazione.
Ma quale cecità ha spinto la Fim a firmare un'oscenità del genere?
Qualora la Newco Chrysler-Fiat in futuro volesse liberarsi anche di Fim e
Uilm potrebbe farle far fuori dagli altri tre «sindacati». «Si arriverà
alla compravendita, con tanti Scilipoti in tuta blu», commenta il
responsabile per il settore auto della Fiom, Giorgio Airaudo.
Mentre il gruppo dirigente Fiom votava lo sciopero generale, i compagni di
merenda (Fim, Uilm, ecc.) firmavano con la Fiat il nuovo contratto di
lavoro per Pomigliano. Val la pena di considerare che il falò dei
diritti, da Napoli a Torino, avviene mentre i salari del lavoratori
vengono e verranno falcidiati dalla cassa integrazione. A Mirafiori dei
nuovi modelli (promessi) legati agli investimenti (promessi ) di 1
miliardo di euro si parlerà tra più di un anno, sempre che la Fiat
esisterà ancora. I modelli previsti sono un suv e una jeep, ma i motori
verranno da Oltreoceano, là dove le vetture saranno in gran parte
commercializzate. È l'automobile a chilometro zero. Anche a Pomigliano il
lavoro per costruire la nuova Panda tolta ai polacchi di Tychy inizierà
chissà quando nel 2012 (intanto la Fiat minaccia i polacchi che fanno
qualche timida resistenza di trasferire la produzione in Serbia). Tra
Mirafiori e Pomigliano gli investimenti annunciati ammontano a 1,7
miliardi, a fronte dei 20 promessi. Dei 32 nuovi modelli per l'Italia nel
quinquennio già 16 sono volati all'estero, degli altri nulla si sa, perché
Marchionne il suo piano è disposto a discuterlo solo con se stesso.
Dunque, dietro il falò dei diritti potrebbe nascondersi un gigantesco
paccotto. Vaglielo a spiegare a D'Alema, Fassino, Chiamparino: se 11 ore,
vi sembran poche...
Sarà uno scontro durissimo quello di Mirafiori, una fabbrica
imprevedibile e ingovernabile per tutti, abitata da operai con un'età
media di 47 anni, incattiviti, in rotta di collisione con la politica e
gran parte dei sindacati, in attesa di una sola cosa: la pensione. Persone
consumate dalla fatica e dalle delusioni, stufe, pronte a fischiare quasi
chiunque si avvicini alla loro fabbrica perché si sentono abbandonate e
tradite. Persone con una dignità, però. L'esito del referendum è
tutt'altro che scontato.
SINISTRA PRO-MARCHIONNE
Fassino non è il nostro candidato
Ugo Mattei
Piero Fassino, se fosse un operaio, voterebbe sì al
referendum di Mirafiori. In questo segue Marchionne e i cosiddetti
«poteri forti», quella borghesia collinare che da quindici anni gestisce
con arroganza e insipienza il Comune di Torino disastrandone le finanze
(il supersindaco Chiamparino lascerà un buco di 5 miliardi) e svendendone
il territorio per far cassa.
L'ex segretario dei Ds e aspirante primo cittadino per il centrosinistra
ha anche affermato la settimana scorsa che, se fosse sindaco di Torino,
venderebbe le quote delle partecipate comunali.
In questo promette di dar seguito alle alzate di ingegno
dell'attuale sindaco che, per eccesso di zelo e ansia da naufragio
annunciato, in piena campagna referendaria, cerca di anticipare gli
effetti del Decreto Ronchi. Il Comune sta privatizzando tram e spazzatura
e trasferendo a Iren (cioè a Genova) per un piatto di lenticchie la Smat,
municipalizzata dell'acqua. Le banche hanno lasciato la Mole per la
Madonnina. I beni pubblici per il capoluogo ligure. E si fa un gran
parlare di continuità con la giunta Chiamparino!
Qualche mese fa mi ha telefonato l'ambasciatore boliviano per chiedermi
che stesse succedendo alla sinistra in Italia. Fassino, responsabile
esteri del Pd, aveva invitato a rappresentare la Bolivia a un convegno
romano del suo partito la figlia di Paz Estenssoro, ex presidente
neoliberista di La Paz. All'ambasciatore Elmer che protestava per questo
assurdo sgarbo Fassino ha spiegato che Morales, il campione dei beni
comuni, è un dittatore. Nemmeno Bush si era spinto a tanto.
A fine gennaio sotto la Mole dovrebbero tenersi le primarie di coalizione
che a Roma cercano di far saltare sapendo che se Vendola sceglie un buon
candidato ci sarà il Pisapia 2. Bisogna lavorare perché la consultazione
popolare si tramuti in un referendum per votare anche qui sì come farebbe
Fassino a Mirafiori e come speriamo a giugno facciano gli italiani
sull'acqua. Sì al rinvio al mittente romano dell'ex segretario dei Ds.
Fassino è il solo candidato del centrosinistra con serie probabilità di
perdere. Possibile che la sconfitta di Rutelli a Roma non abbia insegnato
nulla?
FIAT
10 ore al giorno alla catena Ecco la nuova Pomigliano
Siglata l'intesa separata anche per lo stabilimento
campano
Adriana Pollice
Sergio Marchionne, Ugl, Fim, Uilm, Fismic e
l'associazione dei quadri Fiat che brindano alla firma del contratto per
la newco che gestirà lo stabilimento di Pomigliano d'Arco: questa
l'istantanea dell'accordo siglato nel primo pomeriggio di ieri a Roma,
quello che getta definitivamente in discarica il contratto nazionale di
lavoro dei metalmeccanici. Un successo da esportare a Mirafiori, secondo
Rocco Palombella della Uilm, con buon pace di Pierluigi Bersani convinto,
qualche mese fa, che infierire solo sullo stabilimento napoletano, al
Lingotto sarebbe bastato. Ma quali sono i contenuti? A partire da gennaio
i dipendenti (adesso sono circa 4.600) saranno chiamati singolarmente a
sottoscrivere il contratto sulla base dell'accordo separato del 15 giugno.
Per primi i tecnici e gli impiegati, fedelissimi all'azienda, nella tarda
primavera gli operai, che faranno formazione. Sbloccati i 700 milioni di
investimento promessi da Fiat, la produzione della nuova Panda dovrebbe
andare a regime a fine 2011.
Il 'successo' starebbe in qualche soldo in più e un inquadramento degli
operai più simile agli impiegati. In busta paga dovrebbero andare dai 30
fino a 100 euro lordi in più al mese rispetto al contratto del 2009. Per
l'inquadramento, sono previsti cinque gruppi che vanno dall'alto verso il
basso con fasce intermedie nelle categorie operaie. I lavoratori potranno
percepire il Tfr e potranno cominciare di nuovo a maturare 5 scatti di
anzianità, mantenendo quanto finora maturato in cifra. Per le relazioni
sindacali viene applicato il modello Mirafiori, con l'esclusione dei
sindacati non firmatari (Fiom e Cobas). Divieto di sciopero sui contenuti
del contratto e durante gli straordinari.
Il testo siglato non l'ha ancora letto Andrea Amendola, segretario
provinciale della Fiom di Napoli, ma alla retorica del successo oppone
molti dubbi: «Rispetto agli aumenti bisogna essere cauti. C'è il
contratto nazionale e ci sono gli accordi interni per ogni singolo
stabilimento, sempre più alti rispetto al primo. Quindi quello che è
successo non è una novità ma un'ovvietà. È in nome di questo che
buttiamo a mare le tutele del contratto nazionale in favore di uno
aziendale? Poi bisogna vedere se gli aumenti saranno veri o solo il frutto
di accorpamenti di voci in busta paga. Inoltre, una quota di reddito
deriva dall'aver rinunciato a una parte delle pause, soldi contro salute».
Altro dubbio: dei 4.600 dipendenti impegnati su due linee, adesso che ne
resta una, quanti verranno realmente assorbiti? si chiede Amendola. Anche
gli sbandierati nuovi inquadramenti non sembrano colpire il sindacalista
Fiom: «Il contratto firmato nel 2008 già prevedeva la nuova
organizzazione da attuare entro otto anni».
Di nuovo c'è che a Pomigliano Cobas e Fiom non possono entrare: «Abbiamo
500 iscritti, ma i no al referendum di giugno sono stati 1.700, lo
scontento è molto alto. Vogliono togliere il diritto di voto ai
lavoratori, la possibilità di creare nuove rappresentanze sindacali. Da
adesso le Rsu le sceglie l'azienda, in numero pari per ogni sigla
firmataria a prescindere dalla sua consistenza numerica. Vedremo se
saranno in grado di buttarci fuori». L'azienda potrà scegliere, a sua
discrezione, tra tre differenti organizzazioni del lavoro: 18 turni, 15
turni oppure 40 ore settimanali da 10 ore al giorno per 6 giorni con due
di riposo, ma al secondo si può essere richiamati per lo straordinario.
«Inumano - ribatte Amendola -. A Melfi si è già dimostrata
l'insostenibilità dei 18 turni, pure contrattati, fino ad arrivare a 20
giorni di sciopero. Le innovazioni tecnologiche promesse sulla linea sono
solo fantasie. La Fiom si opporrà, davanti a noi ci aspettano le vie
legali e il conflitto». Se la Fiom annuncia 8 ore di sciopero il 28
gennaio e lo Slai Cobas promette battaglia in fabbrica e nei tribunali, la
Uil accusa i metalmeccanici Cgil di essere un movimento politico che non
ha a cuore il futuro dei lavoratori, per l'Ugl la manifestazione avrebbe
il solo risultato di confondere e dividere, per Fim «quello che ci
interessa è dare norme di tutela».
Operai Fiat in parlamento, D'Alema in officina
a Mirafiori
tommaso di francesco
Il segretario della Fiom Maurizio Landini era stato
tutt'altro che duro. «Chi nel Pd dichiara che è pronto a votare sì al
referendum di Marchionne a Mirafiori, provi a mettersi nei panni di chi
deve andare in fabbrica a subire quelle condizioni». Così, educatamente.
Senza dire quel che più sarebbe stato giusto, cioè «andate voi allora a
lavorare». Si devono essere sentiti piccati, consapevoli della loro
povertà d'immaginazione, tanti esponenti del Partito democratico. Al
punto che Massimo D'Alema, intervistato dal Tg3, ha risposto sposando
capre a cavoli: la proposta di Marchionne e l'accordo di Pomigliano sono
un «buon risultato», negativa è solo «l'esclusione della Fiom». Come
se nella logica dell'ad. della Fiat le due cose non fossero gravemente
collegate. Poi alla domanda sulla richiesta di «immedesimazione» rivolta
da Landini ad alcuni leader Pd, con uno sguardo sornione - che Luigi
Pintor definiva «il pappagone di Luigi De Filippo» - D'Alema ha fatto
una pausa ...e via la battuta: «Nemmeno Landini mi pare che lavori alla
catena». Ora è comprovato che l'attuale segretario dei metalmeccanici
Fiom ha cominciato a lavorare in fabbrica all'età di 15 anni. Mentre
Massimo D'Alema, pur esperto di «guerre umanitarie», questa del lavoro
in fabbrica se l'è davvero persa. Lui e tanti altri nel Pd.
Pomigliano, siglato il contratto Fiat
Fim, Uilm, Fismic e Ugl firmano l'accordo per la newco
e portano i 4.600 lavoratori dello stabilimento campano fuori dal ccnl. La
Fiom proclama lo sciopero generale per il 28 gennaio. Landini: "E' un
attacco a democrazia e diritti che non ha precedenti"
di rassegna.it
Fim, Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, l'Associazione dei quadri Fiat e
il Lingotto hanno firmato nel pomeriggio di oggi, mercoledì 29
dicembre, il nuovo contratto di lavoro per i 4.600 dipendenti dello
stabilimento di Pomigliano, che a partire da gennaio 2011 saranno
riassunti dalla Newco, sulla base dell' accordo
di giugno per la produzione della nuova Panda.
Le assunzioni scatteranno a gennaio con un primo gruppo formato da
tecnici e impiegati, mentre nella tarda primavera sarà assunta
la maggior parte degli operai, che faranno formazione. La
produzione della nuova Panda andrà quindi a regime alla fine
dell'autunno del 2011.
La sigla è arrivata dopo una stretta finale iniziata ieri e continuata
oggi presso la sede romana della Fiat. Le novità del contratto siglato
oggi, secondo fonti sindacali, riguardano: l'incremento salariale, che
con un rialzo medio si dovrebbe attestare a 360 euro lorde l'anno a
regime ( 30 euro lorde al mese); l'altro aspetto è
relativo alla semplificazione dell'inquadramento professionale (da sette
a cingue gruppi), con fasce intermedie all'interno dei gruppi per
facilitare gli avanzamenti professionali. Quanto alle relazioni
sindacali, si apprende sempre da fonti sindacali, viene seguito il
modello di Mirafiori, che esclude dalla rappresentanza chi non ha
sottoscritto l'accordo.
La Fiom risponde con lo sciopero generale
"La Fiat vuole cancellarci, noi reagiremo chiamando a raccolta
tutti i lavoratori metalmeccanici perché, se passa questo
imbarbarimento generale vengono lesi i diritti di tutti". Con
queste parole, Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil, ha
annunciato oggi lo sciopero generale delle tute blu della Cgil per il
prossimo 28 gennaio. La proposta dello sciopero è stata approvata dal
massimo organismo della Fiom con 102 voti a favore, 29 astenuti
e senza nessun voto contrario. Un voto che secondo Landini conferma
"che tutta la Fiom è unita contro un accordo che giudichiamo
inaccettabile".
E lo sciopero deciso dalla Fiom è "necessario" contro
"un attacco alla democrazia e ai diritti senza precedenti", ha
spiegato Landini al termine del Comitato centrale della Fiom Cgil,
rivolgendo poi un appello "a tutte le forze autenticamente
democratiche" perché siano vicine ai lavoratori. "Lanceremo -
ha detto inoltre il segretario - una raccolta di firme
in tutte le fabbriche del paese, incontreremo le forze politiche e
chiederemo di parlare nelle assemblee elettive perché questo è un
attacco senza precedenti ai diritti. Ma la Fiom - ha avvertito ancora
Landini - non la cancella la Fiat con un accordo separato. Questa è una
pia illusione".
Per Fim e Uilm l'accordo è un "grande risultato"
"Un grande risultato che dimostra la concretezza dell'agire
sindacale contro ogni forma di speculazione propagandistica". Così
Rocco Palombella, segretario generale della Uilm tra i
firmatari dell'accordo di Pomigliano. "Lo stabilimento di
Pomigliano ha un nuovo contratto - spiega Palombella - l'intesa di oggi
tra sindacato e Fiat sblocca definitivamente i 700 milioni di euro di
investimento; garantisce occupazione per circa 4.700 addetti diretti e
per altri 5.300 dell'indotto collegato al sito produttivo; dalla
prossima settimana l'azienda darà il via alle assunzioni".
Per Bruno Vitali, segretario nazionale della Fim Cisl,
"sono tre i punti fondamentali dell'accordo: il nuovo inquadramento
professionale, gli aumenti economici di circa 30 euro mensili e
l'aumento dei minimi tabellari. Insomma è un contratto migliorativo
rispetto a quello dei metalmeccanici. Si tratta di 58 pagine molto
importanti".
Sacconi: "Ben venga discontinuità in relazioni
industriali"
'La firma di oggi consolida l'investimento promesso, e già
avviato, mentre migliora le condizioni retributive e le potenzialità di
progressione reddituale e professionale dei lavoratori. Il
Governo ha fatto la sua parte con la detassazione al dieci per
cento di tutta la parte del salario che si può ricondurre alle intese
per la maggiore produttività del lavoro". Questa la dichiarazione
del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi dopo la firma dell'accordo per
Pomigliano. "Tutto ciò - ha aggiunto Sacconi - nasce da esigenze
pratiche e non da disegni ideologici. Ben venga tuttavia un'utile
discontinuità nel sistema di relazioni industriali,
soprattutto là ove il vecchio impianto politico-culturale fondato
sull'inesorabile conflitto sociale ha prodotto bassi salari e bassa
produttività. E' ora il tempo di accelerare tutto ciò che, al
contrario, può far crescere tanto i redditi da lavoro quanto la
competitività delle imprese perché le relazioni industriali hanno un
ruolo primario nell'attrazione di investimenti".
La replica di Landini a Fassino e Chiamparino
Il segretario Fiom non ha mancato di polemizzare con quegli esponenti
politici del Pd che si sono schierati a favore dell'intesa, come
Chiamparino e Fassino che ha dichiarato "Se fossi un operaio Fiat
voterei sì al referendum di MIrafiori". "E' legittimo che
ognuno dica il suo pensiero - ha affermato a proposito Landini - ma
invito coloro nel Pd che dicono di essere favorevoli all'accordo su
Mirafiori di andare sulle catene di montaggio. Poi
vediamo se ragionano nello stesso modo". "Sarebbe utile - ha
poi aggiunto - che facessero uno sforzo per capire il punto di vista di
chi lavora nelle fabbriche in condizioni di ricatto. Stiamo parlando di
lavoratori che guadagnano 1.300 euro al mese". In precedenza il
presidente del comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi,
era stato anche più duro nei confronti di Fassino. "Se fossi un
cittadino di Torino - aveva detto Cremaschi - non voterei Fassino".
La Cgil: lo scopo di Fiat è escludere la Fiom
"L’accordo di Mirafiori nasconde una natura politica che mira a
cancellare la Fiom, non è quindi quest’ultima l’anomalia ma è la
Fiat a fare politica”. E’ quanto affermato dal segretario
confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, nel corso
del suo intervento al Comitato Centrale della Fiom, secondo il quale
l’accordo separato siglato il 23 dicembre denota “da parte di Fiat
una scelta di carattere autoritario dettata da una visione subalterna
alla crisi per cui vanno messi in discussione i diritti dei lavoratori
per fare gli investimenti: non è vero che tutto ciò è imposto dalla
‘globalizzazione’". Secondo il dirigente sindacale "a
leggere bene l’accordo, oltre le questioni di natura sindacale, emerge
con forza il suo carattere politico, ovvero la decisione di escludere la
Fiom". Le stesse organizzazioni sindacali firmatarie di
quell’accordo, ha fatto notare Scudiere, "stanno pericolosamente sottovalutando
la portata di quell’accordo che, per dirla brutalmente, butta
via la Fiom. Anche perché siamo in una condizione per cui non è vero
che quello che si concede oggi si riconquista domani". Alla
luce delle diverse posizioni emerse all’interno del sistema imprese,
il segretario confederale della Cgil ha aggiunto: "Bisogna intervenire
sulle contraddizioni aperte dalle scelte di Fiat all’interno
del sistema delle imprese: non tutte vogliono fare a meno della Fiom ma,
al contrario, con questa organizzazione vogliono accompagnare i processi
imposti dalla crisi". Quanto poi alla cancellazione dell’accordo
interconfederale del ’93, Scudiere ha sottolineato che "se il
sistema democratico della rappresentanza non ha funzionato e non sta
funzionando, bisogna mettere mano alle regole partendo dalla difesa
dell’accordo del ’93 per innovarlo allo stesso tempo, tramutando poi
un nuovo accordo condiviso in una legge". Infine, quanto al
referendum che dovrà convalidare l’accordo di Pomigliano, Scudiere ha
detto: "Bisogna esplicitare chiaramente la posizione circa
il voto sul referendum anche se quest’ultimo non può essere
usato come una clava, un vero e proprio ricatto, perché - ha concluso -
non bisogna lasciare soli i lavoratori o solo con il comitato per il
no".
Nasce "Lavoro e liberta", un'associazione per
"fermare la deriva autoritaria"
Un'associazione per coinvolgere 'il numero più alto possibile di
forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e
rovesciare la deriva autoritaria' contro i diritti democratici dei
lavoratori. E' questo lo scopo che si sono dati i promotori
dell'associazione "Lavoro e libertà", tra cui ci sono Fausto
Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco
Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo
Tortorella e Mario Tronti. La neonata associazione si dice
"indignata" dal fatto che sui nuovi scenari che si stanno
profilando nel mercato del lavoro e nelle relazioni industriali, 'non si
eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16
ottobre, una assunzione di responsabilita' che coinvolga il numero piu'
alto possibile di forze sociali'
DOPO POMIGLIANO, MIRAFIORI. DOPO MIRAFIORI, TUTTA LA FIAT.
PASSO DOPO PASSO, NON RESTERA’ NESSUNA GARANZIA CONTRATTUALE PER
MILIONI DI LAVORATORI.
Quello
firmato a Mirafiori da Fiat, Fim, Uilm, Fismic, Ugl e l’Associazione
quadri è un accordo vergognoso. La Fiat impone in fabbrica e nel sistema
delle relazioni industriali italiane un modello aziendalista e
neocorporativo, in quanto:
1.
Si costituisce un contratto unico nazionale per le aziende del settore
auto della Fiat alternativo ai contratti nazionali di lavoro, che peggiora
le condizioni di lavoro, a partire dall’introduzione del modello
Pomigliano anche a Mirafiori.
2.
Con questi accordi Marchionne vuole imporre un modello amerikano
di relazioni industriali. Si sancisce la fine della contrattazione
nazionale e creano le condizioni per la loro sostituzione, al ribasso, dei
contratti aziendali, abbandonando di fatto milioni di lavoratori di
piccole e medie aziende.
3.
Con questo accordo, non c’è spazio per sindacati dissenzienti,
estendendo a tutti i sindacati che non condividono questi accordi, e
quindi anche alla Fiom-Cgil, le discriminazioni riservate ai sindacati di
base. Praticando uno strappo costituzionale gravissimo perché si limita
la libera scelta di associazione sindacale, viene infatti introdotto il
criterio secondo il quale chi non firma gli accordi non può usufruire dei
diritti sindacali indipendentemente dalla sua rappresentatività e
consenso tra i lavoratori.
4.
Si
cancellano le Rsu e quindi la possibilità per i lavoratori di scegliere i
propri delegati.
5.
L’intesa prevede il pieno utilizzo degli impianti su sei giorni
lavorativi, il lavoro a turni avvicendati che mantiene l’orario
individuale a 40 ore settimanali, il mantenimento della pausa per la mensa
nel turno fino a che la joint venture non andrà a regime (quindi solo
fino al 2012), la compensazione di 32 euro mensili per l’abolizione
della pausa di 10 minuti.
6.
L’accordo prevede inoltre 120 ore di straordinario all’anno
obbligatorie, cancella le pause previste sulle linee di montaggio, porta a
fine turno la pausa mensa, per utilizzare così la mezz’ora di mensa
anche con straordinari per recuperi produttivi ogni qualvolta l’azienda
ne avrà bisogno.
7.
Con questi accordi si punta inoltre a portare le assenze dal lavoro dall'8% attuale al 3%, non garantendo la copertura economica dei
primi giorni di malattia a carico aziendale e dando maggiore possibilità
a Fiat di sanzionare i lavoratori malati. Mentre si aumenta lo
sfruttamento dei lavoratori abolendo pause di lavoro e aumentando i
carichi di lavoro con il taglio dei tempi, senza nessuna misura contro gli
infortuni sul lavoro, i lavoratori non avranno più riconosciuta la
copertura economica dei primi giorni di malattia a carico dalla Fiat.
L’
A.L.Cobas-Cub nel respingere duramente questo accordo, ritiene che si
debba mettere al centro dell’iniziativa sindacale nazionale la lotta
alla “dottrina Marchionne”, sia dentro che fuori gli stabilimenti
della Fiat, proponendo a tutti i sindacati una comune mobilitazione
nazionale.
MARCHIONNE
COME MUSSOLINI!
ABOLISCE I
DIRITTI SINDACALI IN FIAT!
OCCORRE
QUINDI RESISTERE CONTRO IL FASCISMO AZIENDALE E I SUOI SERVITORI!
Associazione
lavoratori COBAS - Confederazione CUB
rassegna
stampa del lavoro- audio articolo1-cgil speciale mirafiori 29 dic 2010

liberazione 28 dic
il manifesto - 28 dic
A SINISTRA
La lezione del conflitto
Alberto Burgio
Siamo al contraccolpo della spallata fallita. Scampato
il pericolo della bocciatura parlamentare, Berlusconi e Bossi, Tremonti e
Sacconi dilagano. L'università è sfigurata, la stampa libera ha un
bavaglio che la soffocherà, il lavoro è messo in riga, pronto per il
nuovo che avanza grazie a Marchionne e Bonanni. Può darsi sia il
crepuscolo del piduismo in salsa berlusconiana, anche se la popolarità
della cricca al potere non scema. Di certo è un tramonto velenoso.
Devastante. Cupo come l'ultima macabra stagione del fascismo
repubblichino, al quale il protagonismo dei Gasparri e dei La Russa
rimanda.
Ci stiamo avvitando con rapidità vertiginosa in una crisi generale di
inedite proporzioni. I dati sulla povertà di massa, la disoccupazione
giovanile e la precarietà del lavoro dipendente mettono nero su bianco il
senso di un'intera fase storica durata almeno due decenni, nel corso della
quale i poteri forti hanno riconquistato con gli interessi il terreno
perduto con le lotte degli anni Sessanta e Settanta.
Ma se la destra trionfa, ciò accade anche per l'inerzia e
l'inconsapevolezza del progressismo democratico.
Torniamo alla mancata spallata del 14 dicembre. Tutti facevano il tifo per
Gianfranco Fini, inopinatamente assurto al rango di eroe dell'Italia
democratica. Chi sia Fini ce l'hanno ricordato in questi giorni i
documenti pubblicati da WikiLeaks sulle vicende seguite all'assassinio di
Calipari. Ma perché tanta voglia di illudersi? Perché tutto questo
bisogno di dimenticare? Forse perché non c'è molto altro in quei paraggi
(parliamo del Palazzo) in cui riporre qualche speranza. Questo è il
punto. C'è più o meno mezzo Paese che sogna un nuovo 25 aprile ma non sa
a che santo votarsi.
La si giri pure come si vuole, ma questo fatto suona come il più
impietoso atto d'accusa nei confronti del Partito democratico. Che non
solo non è in grado di rappresentare l'ansia di liberazione che pervade
quello che un tempo chiamavamo «popolo della sinistra», ma ne impedisce
l'espressione, ne frustra le potenzialità, ne devia l'energia verso
sentieri interrotti. La stessa scena dell'incontro tra gli studenti e il
presidente della Repubblica lo dimostra. Si va al Quirinale perché non si
scorge in nessuna delle forze politiche presenti in Parlamento chi voglia
davvero ascoltare e raccogliere le ragioni della protesta. Dire tutto
questo sarà poco corretto politicamente, ma le cose stanno in questi
termini e la verità non va sottaciuta. È questo il nodo oggi al pettine.
Venticinque anni di radicamento dell'ideologia neoliberale hanno stravolto
la «sinistra moderata», che ora non riesce a prendere congedo dalla
gestione reazionaria della crisi sociale e civile del Paese: dalla logica
dei tagli alla spesa, del primato dell'impresa, della privatizzazione dei
beni comuni. Anche l'ultimo ignominioso capitolo della distruzione
dell'università pubblica sta dentro questo discorso.
La destra si è ripresa tutto il potere reale: il comando sull'economia e
sul lavoro, il controllo delle risorse, il monopolio del discorso
pubblico. Ma ancora oggi, come se nulla fosse, chi dovrebbe contrastarla
ciancia di modernità e di merito, di guerre democratiche e di libero
mercato.
Sul filo di lana, sale sui tetti e urla nell'aula del Senato. Crede forse
che la nostra memoria si sia a tal punto indebolita da cancellare il
ricordo delle cose dette e scritte in tutti questi anni e ancora negli
ultimi mesi in tema di università, dalla legge sull'autonomia che ha
trasformato gli atenei in aziende al famigerato 3+2, dall'idea delle
Fondazioni universitarie alla proposta di aprire i consigli di
amministrazione alle imprese, dalla messa ad esaurimento del ruolo dei
ricercatori all'idea della concorrenza tra università, come se si
trattasse di fabbriche di salumi e non di una istituzione chiamata a
svolgere un servizio pubblico fondamentale per l'intera cittadinanza?
Come uscirne? È senz'altro giusto dire che il Pd «dovrebbe sbrigarsi» e
impegnarsi nella «battaglia generale» per la salvezza della democrazia
italiana. È altrettanto sensato augurarsi che lo stesso coraggio dimostri
la Cgil, che ancora tituba, rimandando a tempi migliori la proclamazione
dello sciopero generale, come se tempi migliori potessero sopraggiungere
senza mobilitare nello scontro tutte le forze ancora disponibili. Ma
intanto questi giorni hanno impartito una lezione che sarebbe diabolico
non imparare a memoria.
Due mesi fa il segretario generale della Fiom a piazza san Giovanni disse
con chiarezza che quel maestoso movimento di popolo cercava un
interlocutore politico che ne raccogliesse esigenze e domande. Le forze
della sinistra erano in quella piazza, ma in Parlamento le parole di
Landini sono rimaste senza risposta. Poi sono insorti gli studenti e il
mondo del precariato universitario. Anche in questo caso la sinistra era
nelle lotte, ma ciò non ha impedito che la controriforma dell'università
divenisse legge dello Stato. Tutto ciò, ci pare, significa una cosa
soltanto. L'unica speranza qui e ora riposa sul conflitto di classe,
operaio e sociale, sulla forza dei movimenti e sull'unità delle forze del
cambiamento: sulla loro capacità di imporre al Paese un'agenda politica e
precisi obiettivi di lotta.
Tutte le ragioni della Fiom
Sergio Cofferati condanna il silenzio e i ritardi
della sinistra e di parte della Cgil: la strategia di Marchionne è
regressiva e esula dalla Costituzione.«L'accordo di Mirafiori cancella i
diritti individuali e collettivi, chi l'ha firmato è autolesionista»
Loris Campetti
Sergio Cofferati, europarlamentare del Pd con
esperienze alle spalle che segnano, da segretario della Cgil a sindaco di
Bologna, ci tiene a fare una premessa: «Io sono un riformista moderato,
lo sai, e non sono diventato improvvisamente radicale». Lo so, e sono
pronto a testimoniarlo in ogni sede, rispondo. «È ridicolo pensare che
io abbia cambiato natura perché condivido le battaglie della Fiom per
impedire il totale smantellamento delle relazioni industriali, praticato
da Marchionne per colpire la Fiom, la Cgil e, soprattutto, i lavoratori e
i loro diritti sanciti dalla Carta costituzionale e dallo Statuto».
Sulla vicenda di Pomigliano avevi espresso, proprio sul manifesto,
un giudizio molto negativo. Come commenti l'accordo separato di Mirafiori?
Molto negativamente. È un «accordo» addirittura peggiore di
quello di Pomigliano e conferma che nella fabbrica napoletana non si agì
in uno stato di necessità, si voleva dare inzio a una strategia oggi
confermata e aggravata a Mirafiori. Le newco vengono usate per azzerare i
diritti individuali e collettivi sanciti da accordi pregressi. Si cancella
il contratto nazionale, è ridicolo esaltare il valore del contratto
aziendale, che da che mondo è mondo si chiama contratto di 2° livello,
il 1° è il contratto nazionale. A Mirafiori si scavalca il modello
Pomigliano cancellando il diritto a contrattare, e persino a essere
rappresentato, al sindacato che non firma l'accordo. In quell'«accordo»
si dice alla Fiom: o firmi o ti cancello. Il perché è chiaro: la si
vuole espellere dalle fabbriche perché è l'unico sindacato che
contratta, discutendo la strategia complessiva della Fiat.
Qualcuno disse, a sinistra e in Cgil, che Pomigliano era un
unicum, irripetibile e la Fiom avrebbe dovuto far buon viso a cattiva
sorte, poi tutto sarebbe tornato alla normalità...
Si può sbagliare valutazione, credere in buona fede che
Pomigliano rappresentasse l'eccezione e non l'inizio di un nuovo sistema
di relazioni che cancella persino il diritto di sciopero. Ma chi disse «bisogna
fare di necessità virtù» oggi non riconosce la sua miopia e arriva a
giustificare anche l'obbrobrio di Mirafiori.
Tu hai un'antica frequentazione e unità con Cisl e Uil, anche se
in momenti straordinari hai fatto con la Cgil scelte solitarie. Come
interpreti la loro firma a Mirafiori?
È autolesionismo. Come spiegano a una persona normale che 15
giorni dopo aver rifiutato di firmare l'estromissione di un sindacato
giovedì hanno apposto la loro firma sotto il testo di Marchionne, che nel
frattempo non era cambiato di una virgola? Fim e Uilm hanno rinunciato a
svolgere un ruolo contrattuale, condannandosi alla subalternità e, alla
lunga, alla scomparsa.
Dio acceca chi vuol perdere?
Penso che l'unico sindacato che manterrà una rappresentanza
reale è la Fiom, chi firma testi come quello rinuncia a ogni ratio
negoziale.
Cosa c'è dietro l'attacco alla Fiom?
Una strategia pericolosissima: si punta a recuperare margini di
profitto ridimensionando i diritti individuali e collettivi e aumentando
lo sfruttamento, tralasciando quel che l'azienda produce, o meglio non
produce. Marchionne teorizza che il piano è roba sua e assegna agli enti
locali un ruolo ancor più ancillare di quello attribuito ai sindacati,
assegnando loro il solo compito di occuparsi delle gravi conseguenze
sociali delle scelte aziendali. Anche per i sindacati parlo di un ruolo
ancillare, perché la rappresentanza è considerata accettabile solo se
non è conflittuale.
Se lo strappo di Mirafiori è così grave, come valuti le reazioni
sottotono, i silenzi, quando non il consenso aperto a Marchionne che si
registra tra le forze democratiche e nel tuo partito?
Trovo grave che persino la cancellazione dell'accordo del '93
sulle rappresentanze sindacali passi in silenzio, anche da parte di chi
quell'accordo aveva giustamente voluto. Sono preoccupanti certe
affermazioni e i silenzi nel Pd, c'è chi non si rende conto che la
strategia della Fiat è regressiva. Ripeto, posso ammettere che qualcuno
in buona fede abbia sottovalutato la portata dell'accordo di Pomigliano,
ma su Mirafiori che lo conferma in peggio non può esserci accettazione in
buona fede.
La nuova segretaria della Cgil, Susanna Camusso, critica la
strategia di Marchionne ma non risparmia accuse alla Fiom annunciandone la
sconfitta e promette un serrato confronto con la Confindustria.
Io nel mio lavoro in Cgil ho avuto sempre rapporti vitali con la
Fiom, a volte anche dialettici. Ma ora non si può non capire che
l'attacco di Marchionne è di una gravità inaudita, anche un cieco può
vederlo. È come se Berlusconi decretasse che chi non è d'accordo con lui
non ha diritto a presentarsi alle elezioni. In alcuni settori della Cgil
si rischia di sottovalutare l'effetto della linea Marchionne. E chiedo:
che senso ha discutere di regole con la Confindustria, proprio qualndo la
Fiat decide di uscire da Federmeccanica e Confindustria? Non vedo alcuna
sconfitta della Fiom, che ha un atteggiamento sindacalmente razionale e
rigoroso e aumenta i consensi in tutte le fabbriche in cui si rinnovano le
Rsu.
Dunque è sbagliato accusare la Fiom di rigidità?
Come si fa a dirlo? Io constato che quel che avviene
nell'imprenditoria metalmeccanica non avviene tra i chimici. Mi si può
contestare che nella chimica c'è una produzione ad alto valore aggiunto,
e allora parliamo dei tessili: ne gli uni né gli altri hanno avanzato
strategie che richiamino, sia pur lontanamente, i diktat di Marchionne.
L'accordo separato di Mirafiori è contestuale allo spettacolo
indecente del governo e del parlamento rispetto alle proteste studentesche
e allo schiaffo di Tremonti all'informazione democratica.
In ambiti diversi c'è lo stesso attacco, teso a ridurre gli
spazi di democrazia ed è grave che non generi reazioni adeguate alla
pericolosità del momento, per la sinistra e non solo.
Non trovi che ci sarebbero tutti gli ingredienti perché la Cgil
proclami lo sciopero generale?
Le condizioni ci sono tutte, a partire dalla crescita della
disoccupazione soprattutto giovanile e dai tagli allo stato sociale che
sortiranno effetti drammatici nei prossimi mesi. Penso dunque che la Cgil
potrebbe proporlo a Cisl e Uil; qualora la risposta fosse negativa, lo
sciopero generale potrebbe essere promosso comunque dalla Cgil, nella
logica prosecuzione delle iniziative di questi mesi.
RELAZIONI SINDACALI
Oggi il tavolo su Pomigliano Cremaschi:
«Gravissimo»
Dopo l'accordo separato di Mirafiori, arriva al dunque
anche l'intesa (ugualmente separata) siglata per Pomigliano. Questa
mattina a Roma, la Fiat e i sindacati (Fiom esclusa) si riuniranno per
scrivere il nuovo contratto della newco pronta a partire nello
stabilimento campano. Anche a Pomigliano, come a Mirafiori, i sindacati
non firmatari resteranno fuori dall'azienda. Giorgio Cremaschi, presidente
del comitato centrale della Fiom, attacca la politica di Marchionne,
definendo l'accordo di Mirafiori come «il più grave atto antidemocratico
verso il mondo del lavoro dai tempi del fascismo» e rilanciando sulla
necessità che la Cgil convochi uno sciopero generale. Cosa che non pare
affatto tra le priorità individuate dal nuovo segretario generale della
Cgil Susanna Camusso. Secondo i segretari della Cgil piemontese e campana,
Alberto Tomasso e Michele Gravano, dopo la firma di Mirafiori, «è
evidente che la Fiat non c'è più: quella firma dimostra il disegno di
Marchionne di creare le condizioni per annullare le differenze che ci sono
tra il produrre in Italia o in qualsiasi altro paese, organizzando aziende
diverse come a Pomigliano e le Carrozzerie di Mirafiori, che avranno
contratti diversi l'uno dall'altro». Ancora: secondo Tomasso e Gravano,
«non si può considerare un successo, come fanno Cisl e Uil, un accordo
che, oltre a peggiorare le condizioni di lavoro in fabbrica, nega libertà
sindacali e diritti democratici, e sancisce uno dei più gravi attacchi
alle relazioni sindacali italiane». Di tutt'altro tenore i commenti che
arrivano da parte di Cisl e Uil. Secondo il segretario della Fim, Giuseppe
Farina, «l'accordo assicura investimenti e prospettive a Mirafiori».
«È certamente un accordo impegnativo per lavoratori e sindacati -
ammette Farina - ma lo scambio e vantaggioso, soprattutto considerando le
conseguenze del mancato accordo».
POLITICA
I silenzi e le contraddizioni del Pd di fronte al
mostro di Marchionne
Il testa-coda del centrosinistra sulla strada di
Mirafiori
Luca Fazio
MILANO
Ottimo. Benino. Inaccettabile. E se fosse... Tre
posizioni (o trecento) sono peggio che una. E il Pd - di fronte
all'accordo di Mirafiori che facendo carta straccia degli elementari
diritti sul lavoro diventa la questione politica che riguarda tutti -
ancora una volta è maestro nel non procedere (in disordine sparso).
Se il giuslavorista Pietro Ichino, senatore del Pd, quasi si mette a fare
salti di gioia auspicando che la Fiom adesso non si trasformi in un
«maxi-Cobas», il sindaco Sergio Chiamparino, pur arrivando a dire che
«si tratta di un'intesa positiva non solo per la fabbrica ma per l'interà
città», fuori tempo massimo - e con il sottofondo di Piero Fassino - ha
almeno il buon cuore di augurarsi che «nella gestione dello stabilimento
venga coinvolto anche chi non ha firmato». Poi c'è Stefano Fassina, il
responsabile dell'Economia del partito, uomo di Bersani, che senza se e
senza ma parla apertamente di «accordo regressivo che apre alla negazione
della democrazia sindacale». E ancora Cesare Damiano, capogruppo Pd in
Commissione lavoro alla Camera ed ex ministro, che definisce «opportuna»
la filosofia di Marchionne a proposito dell'aumento dei carichi di lavoro
e, nello stesso tempo, «inaccettabile la clausola che conferisce la
possibilità di avere rappresentanti sindacali nei luoghi di lavoro
soltanto se firmatari dell'accordo». Come se una cosa fosse indipendente
dall'altra. Ma la sintesi, come si conviene ad ogni segretario che si
rispetti, tocca a Bersani, che cerca invano di non perdere l'equilibrio su
un'infilata di se e anche : «L'iniziativa della Fiat è molto forte. Se
porterà, come spero, a sollecitare una riforma, che ci vuole, dei
meccanismi di partecipazione e di rappresentanza del mondo del lavoro,
sarà un fatto che avrà un esito buono; se invece porterà, come è anche
possibile, ad una disarticolazione dei rapporti sociali, allora sarà un
fatto molto negativo». Morale? «Ne discuta il parlamento». Insomma,
forse è poco per immaginare il primo partito dell'opposizione impegnato a
contrastare un accordo che, per dirla con Susanna Camusso, non un Cobas,
significa un ritorno agli anni Cinquanta (ma senza i '60 alle porte).
Logico che tocchi al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, suonare la
carica per spingere «un accordo che farà scuola». Ecco il dito nella
piaga: «All'interno di cornici di carattere generale, l'azienda è
destinata ad essere il luogo nel quale si stabiliscono accordi che devono
consentire alle parti di condividere il futuro e la crescita dell'azienda:
fatiche ma anche risultati». E tocca ancora a Stefano Fassina (sarà la
linea?) attaccare Sacconi, «in una fase così difficile per l'economia
dire che l'accordo farà scuola è da irresponsabili».
Dentro quella «scuola», caldeggiata da un ampio fronte antidemocratico
che non si limita al governo Berlusconi, non finiranno solo i lavoratori
della Fiat, eppure è presto per capire quale politica riuscirà ad
aggregare forze in grado di mettere in piedi una mobilitazione generale
(che non è «solo» uno sciopero), per contrastare un modello di sviluppo
che non prevede un futuro decente per le persone che lavorano. Pezzetti
del Pd, forse. Il Prc, che chiama alla mobilitazione generale. Il Pdci,
che parla di «medioevo» e «accordo indegno di un paese civile». E
l'Italia dei Valori, «è un accordo illegittimo perché vìola il
principio costituzionale secondo cui i sindacati devono essere liberi e
autonomi». Questo è quanto. L'impressione è che ora tocchi alla Cgil
fare politica, e sindacato.
CGIL
Sciopero generale subito
Gianni Rinaldini
Nella giornata del 23 dicembre 2010, abbiamo avuto
contemporaneamente l'approvazione della legge Gelmini, il colpo di mano
nelle mille proroghe che ha ridotto ulteriormente il finanziamento
all'editoria e colpisce gli organi di informazione - come il manifesto -
che non sono sostenuti finanziariamente da lobby economiche; e infine la
Fiat che (dopo Pomigliano), ha imposto un regolamento aziendale a
Mirafiori, sottoscritto da organizzazioni sindacali compiacenti che
cancella non solo il contratto nazionale, ma la democrazia nei luoghi di
lavoro con il pieno sostegno di Marcegaglia e Berlusconi.
Non ho mai condiviso l'accusa al governo di non fare nulla perché,
viceversa, governo e Confindustria stanno facendo molto, stanno «semplicemente»
ridisegnando l'assetto democratico e sociale del paese in senso
autoritario, riducendo gli spazi di democrazia perché considerano il
conflitto sociale un fatto eversivo. In questo modo si costruisce una
Costituzione materiale che ne prefigura il cambiamento formale a partire
dal primo articolo. Tagliare le radici, togliere cittadinanza alla
possibilità di fare vivere un altro punto di vista, autonomo e
democratico nei luoghi di lavoro, nel mondo della scuola,
nell'informazione e nel territorio, rappresenta l'obiettivo che governo e
Confindustria perseguono. Tutto è subordinato alla logica del liberismo,
dalla condizione umana a quella ambientale, nell'interesse del capitale
finanziario e industriale assunto come interesse generale. Non soltanto le
istanze storiche proprie della sinistra, ma la stessa idea di società e
di Stato di natura liberal-democratica viene negata, annullata dentro lo
schema «assuefazione-rivolta» che il sistema ha da sempre contemplato e
previsto.
Questo, anche simbolicamente, è avvenuto nella giornata del 23 dicembre.
Dopo il «Collegato lavoro» che apre la strada alla distruzione del
sistema dei diritti e delle tutele e, in attesa dello «Statuto dei lavori»,
la Fiat ha definito un accordo «di primo livello», cioè sostitutivo e
peggiorativo del Ccnl (contratto nazionale di lavoro) che afferma un
concetto molto semplice: le organizzazioni sindacali che firmano questo
regolamento potranno «esistere» nello stabilimento, mentre quelle che
dissentono non avranno più alcuna agibilità, dai permessi sindacali al
diritto di assemblea, alla trattenuta per l'iscrizione al sindacato.
Inoltre si aggiunge che se qualcuno «sgarra» e protesta, perché scoprirà
nel 2012 che quell'organizzazione del lavoro non è sostenibile, che si
tratti di una organizzazione sindacale o di un singolo lavoratore, sarà
oggetto di provvedimenti punitivi. In sostanza il sindacato come soggetto
negoziale non esiste più, la lavoratrice, il lavoratore non possono più
eleggere democraticamente i loro delegati e il loro libero consenso. È
paradossale che la Fiat promuova un referendum sull'esercizio della
democrazia nello stabilimento con il ricatto occupazionale, come fosse
zona franca dai diritti di cittadinanza definiti dalla Costituzione.
La Confindustria ha reagito sostenendo che la New-co (con relativa uscita
dalla associazione) dev'essere transitoria e nel frattempo vanno costruite
le condizioni per un suo futuro rientro attraverso un nuovo accordo sulle
Rsu che superi quello del 1993 e con un accordo specifico per il settore
auto (le soluzione tecniche possono essere diverse).
Di male in peggio. La Fiat detta le condizioni, in un percorso aperto con
l'accordo separato confederale sulla struttura contrattuale che dimostra
in questa fase il suo significato di carattere generale per le relazioni
industriali. Non siamo di fronte a un altro accordo separato, ma a una
scelta strategica, dove Fiat e alcune organizzazioni sindacali decidono di
negare ad altre l'agibilità nello stabilimento, il diritto democratico
delle lavoratrici e dei lavoratori di eleggere i loro rappresentanti, come
dire «esistete soltanto se accettate le mie condizioni, se siete al mio
servizio».
Sarebbe inverosimile che la Cgil accettasse questo terreno di confronto
senza tirarne le dovute conseguenze per aprire una nuova fase di
mobilitazione in tutto il paese, di cui lo sciopero generale è soltanto
uno degli strumenti. In questo contesto si dovrebbe collocare la
rivendicazione di un sistema di regole democratiche fondate sul diritto
delle lavoratrici e dei lavoratori di votare con referendum le
piattaforme, gli accordi nazionali e categoriali e di eleggere su base
proporzionale i propri rappresentanti sindacali. Vuole dire costruire una
piattaforma sulla democrazia nei luoghi di lavoro. In caso contrario
saremmo di fronte alla resa, «al cappello in mano di fronte all'agrario».
A fronte di questa situazione, con il disagio sociale destinato ad
aumentare, è necessario unire sul terreno della democrazia, della libertà
e del lavoro ciò che altri vogliono dividere, sapendo leggere il senso,
il significato profondo di quel che sta avvenendo per costruire
un'alternativa sociale. Una proposta alternativa di uscita dalla crisi.
Questo è il senso che abbiamo dato alle prime iniziative di «Uniti
contro la crisi» di questi mesi e che saranno oggetto di ricerca e
approfondimento nel seminario previsto per il 22 e 23 gennaio 2011.
Ma torniamo al 23 dicembre, a quel che è stato deciso in quella giornata,
e allora domandiamoci se non è il caso che il manifesto si faccia
promotore di un'iniziativa, un incontro tra mondo dell'informazione, della
scuola, del lavoro in modo particolare dei metalmeccanici, per individuare
terreni e percorsi di iniziativa comune.
* coord. dell'area programmatica «La Cgil che vogliamo»
FIAT/APPELLO ALLE FORZE DI SINISTRA
Una risposta immediata
Paolo Ferrero
Cari compagni e compagne, l'accordo separato firmato
con la Fiat su Mirafiori rappresenta una svolta di enorme gravità nella
storia del paese e non può essere considerato una questione sindacale.
Non rappresenta solo la demolizione dei diritti sanciti da leggi e
Contratto Nazionale. Non prevede solamente un netto peggioramento delle
condizioni di lavoro in fabbrica. Il dictat di Mirafiori disegna un ruolo
per i sindacati e i lavoratori che è in radicale contrapposizione al
quadro di regole stabilite dalla Costituzione repubblicana.
L'unica sovranità riconosciuta è quella dell'azienda, da cui tutto
promana, compresa la possibilità dei lavoratori di vedere riconosciuta
una propria rappresentanza sindacale. Si tratta di una logica opposta
all'impianto costituzionale che tutela i diritti dei lavoratori e delle
lavoratrici, che garantisce la libertà di associazione sindacale e che -
in generale- basa la democrazia su un bilanciamento tra i poteri.
È del tutto evidente che l'offensiva di Marchionne e quella di Berlusconi
non sono che le due facce della stessa medaglia. È del tutto evidente che
questa offensiva congiunta punta allo scardinamento costituzionale e a un
vero e proprio cambio di regime. È la Repubblica nata dalla resistenza e
fondata sul lavoro che è messa in discussione da queste iniziative. Non
si tratta di una questione sindacale ma politica.
Per questo ritengo necessario appellarmi a voi per costruire una risposta
unitaria immediata. Per questo vi propongo di condividere e costruire
unitariamente iniziative di informazione e mobilitazione, per questo vi
propongo di fare unitariamente un appello alla Cgil affinché venga
proclamato al più presto lo sciopero generale. Non si può scaricare
sulle spalle dei lavoratori della Fiat il peso di un attacco che è
generale e non si può stare a guardare di fronte ad una offensiva
eversiva che ha un unico precedente nel nostro paese: l'avvento del
fascismo.
* segretario di Rifondazione comunista
repubblica -28 dic
FIAT
Camusso all'attacco di Marchionne
"Antidemocratico e autoritario"
La leader Cgil: Cisl e Uil sono ormai sindacati aziendalisti. E parla di
ritorno agli anni Cinquanta con l'intesa su Mirafiori e l'esclusione
della Fiom, che pure ha fatto degli errori, dalla fabbrica
di ROBERTO MANIA
ROMA - "Sergio Marchionne? Un antidemocratico,
illiberale e autoritario", risponde Susanna Camusso, segretario
generale della Cgil, che per la prima volta parla dell'accordo separato
alla Fiat-Chrysler raggiunto alla vigilia di Natale. Un'intesa - dice -
che la Cgil non avrebbe mai firmato perché "non si può concordare
l'esclusione di un sindacato". Camusso attacca Cisl e Uil: "Si
sono trasformate in sindacati aziendalisti che propagano la posizione
della Fiat". Poi la Confindustria: "O fa sentire la sua
autorevolezza nel sistema delle imprese oppure prevarranno le regole
della giungla. Non può limitarsi a guardare perché è in atto
un'offensiva pure nei suoi confronti". Ma ci sono anche errori
della Fiom, sostiene il leader della Cgil: "Dovremo discuterne al
nostro interno". Nessuno sciopero in vista (a parte quello della
Fiom) ma una grande campagna sul tema della libertà sindacale. E il Pd?
"Bene Bersani - risponde Camusso - ma troppo spesso a sinistra si
sviluppa uno stucchevole dibattito sull'innovazione senza accorgersi che
può rappresentare anche un profondo arretramento".
Cosa significa l'esclusione della Fiom da Mirafiori, fabbrica
simbolo nella storia industriale italiana?
"Significa il ritorno agli anni Cinquanta. Allora c'erano i reparti
confino, oggi c'è l'esclusione della rappresentanza sindacale. L'idea,
tuttavia, è esattamente la stessa. E cioè quella di costruire un
sindacato non
aziendale bensì aziendalista il cui unico scopo è quello di propagare
le posizioni dell'impresa".
Non le pare un po' offensivo nei confronti della Cisl e della Uil?
"Guardi, nel suo libro "Il tempo della semina", Bonanni
racconta con orgoglio come, proprio negli anni Cinquanta, la Cisl rifiutò
la richiesta della Fiat di inserire nelle liste cisline per l'elezione
delle Commissioni interne alcuni nomi graditi all'azienda. È Bonanni
che illustra bene come il sindacato aziendale sia la negazione di quello
confederale. Ora dovrebbe spiegarci lui come considera un accordo che
contiene al suo interno le regole per escludere un altro sindacato
confederale".
Si sta prefigurando un sistema di relazioni industriali senza la
Cgil?
"Secondo me la Fiat ha deliberatamente costruito una successione di
eventi per negare la libertà sindacale".
Marchionne ha sempre detto che tesi di questo genere non stanno
né in cielo né in terra.
"E allora, perché non applica l'accordo interconfederale del '93
sulla libertà sindacale? Vorrei poi ricordare a Confindustria che non
può restare immobile se vuole evitare che salti, come ha riconosciuto,
il sistema della rappresentanza sindacale. Se non si vuole rischiare che
il conflitto sociale diventi ingovernabile bisogna al più presto
trovare un accordo sulla rappresentanza e la democrazia sindacali che
completi il protocollo del '93".
Spetta alla Confindustria aprire il negoziato?
"È irrilevante chi lo fa. Io credo che Cisl e Uil abbiano
sottovalutato l'effetto dell'intesa per Mirafiori. Perché quando si
permette a una grande impresa di escludere un sindacato, si sa con chi
si comincia ma non si sa con chi si finisce".
Considera Marchionne un innovatore o, come si diceva un tempo,
un reazionario?
"Penso che il tratto distintivo di quell'accordo sia il suo essere
anti-democratico. Direi che Marchionne è un anti-democratico e
illiberale. Il tema vero è questo. Aggiungo che non può esserci un
modello partecipativo che si fondi sull'impedimento della libertà
sindacale".
Ma la Fiom non poteva firmare "turandosi il naso",
rimanendo però all'interno della fabbrica?
"È difficile applicare il principio del voto con il naso turato
nelle trattative sindacali. La Fiom, possibilmente con la Cgil, dovrà
aprire una discussione su questa sconfitta. Perché, l'ho già detto, un
sindacato non può limitarsi all'opposizione altrimenti rinuncia alla
tutela concreta dei lavoratori".
Sta criticando la Fiom. Le colpe, allora, sono anche a casa sua?
"Quando c'è una sconfitta non possono non essere stati commessi
degli errori. Nessuna grande sconfitta è solo figlia della controparte.
Ce l'ha insegnato Di Vittorio: se anche ci fosse una responsabilità in
percentuale minima, su quella ci si deve interrogare".
Perché condivide il no all'accordo per Mirafiori?
"Perché quella proposta è poco rispettosa della fatica del
lavoro. Non si può applicare ai lavoratori la cosiddetta "clausola
di responsabilità", secondo la quale non è possibile opporsi
all'intesa e scioperare anche se le condizioni di lavoro diventano
insopportabili. Una clausola di quel tipo possono sceglierla sindacati e
imprese ma non possono subirla i lavoratori".
Dunque, questo è il motivo del no?
"Questo è il motivo . Comunque la Cgil non firmerebbe mai un
accordo che escludesse un altro sindacato".
Ammetterà almeno che Cisl e Uil hanno reso possibile
l'investimento della Fiat e così il futuro produttivo di Mirafiori?
"Capisco questo ragionamento e lo considero un tema importante.
Tuttavia mi piacerebbe sapere qual è il progetto "Fabbrica
Italia" e come la Fiat pensi di colmare il ritardo che ha
accumulato rispetto ai suoi concorrenti sul versante dei modelli. Ma
anche per questo continuo a non comprendere quale necessità ci fosse di
ricorrere a un modello autoritario che ci riporta agli anni
Cinquanta".
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27 dicembre 2010
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FIAT
Accordo Mirafiori, la Fiom incalza la Cgil
"Svolta fascista, serve lo sciopero generale"
Cremaschi, presidente del Comitato centrale del sindacato
metalmeccanico, invita la Camusso alla mobilitazione e a non sperare
nell'aiuto di Confindustria: "Non lo fecero neppure nel 1925".
Bersani: "Portare il caso in Parlamento, e la rappresentanza va
riformata, non disarticolata"
ROMA - Dopo l'accordo separato su Mirafiori e quella
che la leader della Cgil Susanna Camusso chiama la
"svolta autoritaria" della Fiat, l'unica risposta possibile è
lo sciopero generale. E' questa la posizione di Giorgio Cremaschi,
presidente del Comitato centrale della Fiom.
Il 29 dicembre, ricorda Cremaschi, si terrà un comitato
"straordinario" in cui verranno prese delle decisioni.
"E' vero che l'accordo di Mirafiori è storico - dice Cremaschi -
ha un solo precedente: il 2 ottobre 1925 quando Mussolini, la
Confindustria e i sindacati fascisti e nazionalisti sottoscrissero
l'abolizione delle commissioni interne. Oggi Marchionne Cisl e Uil
aboliscono in Fiat e Mirafiori le Rsu e le elezioni democratiche. E' un
atto di un autoritarismo senza precedenti nella storia della Repubblica:
nemmeno negli anni '50 si tolse ai lavoratori Fiat il diritto a votare
per le loro rappresentanze. Per Cisl e Uil è una vergogna
assoluta".
Alla Cgil e a Susanna Camusso Cremaschi dice: "Deve finirla di
illudersi che la Confindustria isoli la Fiat: non è successo nel 1925 e
non succederà oggi, quindi l'unica risposta alla svolta autoritaria è
lo sciopero generale". Lo scorso 22 dicembre, incontrando una
delegazione del movimento studentesco romano, la segretaria della Cgil,
rispondendo alla richiesta di uno sciopero generale
da convocare anche a sostegno della protesta contro i tagli
all'istruzione, aveva però precisato che "i tempi non sono
maturi".
Bersani all'attacco. Il leader del Pd è preoccupato.
Per il segretario democratico la questione "deve essere oggetto di
una discussione in Parlamento". E il tema della rappresentanza
sindacale è assai delicato: "Va riformata, non
disarticolata".
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27 dicembre 2010
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Più straordinari, pause corte
e meno giorni pagati di malattia
L'operaio che sciopererà contro il contratto, da lui stesso
sottoscritto, sarà licenziato. Possibili turni di 10 ore più una di
straordinario. I critici: "Rischi per la salute"
di PAOLO GRISERI
TORINO - Trentasei pagine più allegati. Il contratto
di Mirafiori, destinato per unanime ammissione di tutti i protagonisti a
modificare radicalmente il sistema di relazioni industriali in Italia,
sarà sottoposto a referendum a gennaio, probabilmente tra il 18 e il 20
del mese. "Pomigliano è stato un sasso che ha cominciato a
rotolare lungo un pendio pieno di neve. Mirafiori lo dimostra",
dice il leader del Fismic, Roberto di Maulo, capofila dei sindacati
favorevoli all'intesa. "Di Maulo ha ragione - risponde Giorgio
Airaudo della Fiom - e per questo vogliamo provare a fermare la valanga.
Il rischio è un modello aziendalista in cui i sindacati vengono usati
come fornitori del consenso alle tesi dell'impresa".
Ecco i punti principali dell'accordo della discordia.
Orario di lavoro
Nella nuova società in joint-venture tra Fiat e Chrysler (che nascerà
nel 2012) saranno possibili 4 tipi di orario a seconda delle esigenze
produttive. Oltre all'attuale con due turni di 8 ore al giorno per
cinque giorni alla settimana (5 per 2), è previsto uno schema con
l'introduzione del turno di notte su cinque giorni lavorativi (5 per 3)
e un altro schema con il turno di notte su sei giorni compreso il sabato
(6 per 3). Al momento del passaggio da un sistema all'altro,
"l'azienda avvierà un esame con i sindacati". La procedura
dovrà durare "al massimo 15 giorni", dopodiché l'azienda
applicherà l'orario da lei prescelto.
Al momento del passaggio dal sistema "5 per 3" al sistema
"6 per 3", "le parti valuteranno anche l'eventuale
sperimentazione, per un periodo non inferiore ai 12 mesi" di uno
schema che prevede turni di 10 ore (due al giorno) per sei giorni alla
settimana. I lavoratori che lavoreranno dieci ore per quattro giorni
potranno riposare i successivi tre. L'azienda avrà mano libera sugli
straordinari: potrà ordinare ai lavoratori fino a 120 ore all'anno
(oggi sono 40) e contrattare con i sindacati altre 80 ore per ogni
lavoratore.
I sindacati favorevoli sottolineano che "il ricorso massiccio ai
turni di notte e agli straordinari produrrà un incremento in busta paga
fino a 3.700 euro lordi all'anno". I contrari osservano che
"far lavorare per 10 ore consecutive una persona in linea e poi
chiedere anche l'undicesima ora di straordinario mette a rischio la
salute".
Pause e mensa
Le tre pause di ciascun turno di lavoro saranno di 10 minuti ciascuna
per un totale di 30 minuti. Oggi la loro durata complessiva è di 40
minuti. I dieci minuti lavorati in più verranno monetizzati: 45 euro
lordi al mese. La pausa mensa (mezz'ora) non sarà a fine turno, ma la
questione verrà nuovamente discussa quando nascerà la joint-venture
con Chrysler. Nel caso di turni di 10 ore, le pause rimarranno invece di
40 minuti complessivi. Il nuovo sistema di pause entrerà in vigore dal
4 aprile 2011. Per i sindacati favorevoli "con i nuovi metodi di
lavoro la fatica è minore e dunque il taglio di dieci minuti di pausa
non è così grave". Per i contrari "anche la riduzione delle
pause può diventare un rischio per la salute, così come dimostrano le
più recenti indagini mediche".
Malattia e assenteismo
L'accordo collega assenteismo e malattia. Quando il tasso di assenteismo
è giudicato eccessivo (il 6% a luglio 2011, il 4% a gennaio 2012, il
3,5% dal 2013) non si paga il primo giorno di malattia a chi si sia
ammalato subito prima di un giorno di riposo o di ferie, negli ultimi 12
mesi. Sono escluse patologie gravi. "Un sistema per colpire i
furbi", dicono i sindacati favorevoli. "Se un lavoratore è
ammalato lo stabilisce il medico, non il caposquadra", ribattono i
contrari.
Contratto e scioperi
"Il nuovo contratto non aderisce al sistema confindustriale" e
dunque non prevede l'elezione dei delegati di fabbrica. Solo i sindacati
firmatari possono nominare dei rappresentanti aziendali. I sindacati che
sciopereranno contro l'accordo potranno essere puniti con l'annullamento
dei permessi. L'azienda inoltre rinuncerà a trattenere le quote di
iscrizione dalle buste paga (scaricando sul sindacato l'onere di
raccogliere i soldi). I lavoratori che sciopereranno contro l'intesa
potranno essere licenziati. Ognuno di loro avrà personalmente firmato
il nuovo contratto al momento della nascita della joint-venture.
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27 dicembre 2010
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lunedì, 27 dicembre 2010
il Bastardo