Non sempre è oro quel che luccica

02/07/2013

Tutti i limiti del decreto appena varato sull'occupazione giovanile. Perchè a scoraggiare le assunzioni non sono solo il costo del lavoro o il cuneo fiscale ma soprattutto le prospettive di vendita. E senza domanda aggiuntiva le imprese non creeranno occupazione aggiuntiva

“Ora tocca alle imprese che possono assumere giovani”. Questa l’opinione del Presidente Letta dopo il varo del decreto sull’occupazione giovanile e a conclusione del vertice europeo. Questo riferimento alle responsabilità delle imprese è divenuto una parola d’ordine dei principali esponenti politici nei giorni successivi.

Ai provvedimenti oggetto del decreto giovani, annunciati con molta enfasi, vanno mosse alcune obbiezioni di un certo rilievo. La prima è che stiamo parlando non di circa 800 milioni di euro, ma di 200 milioni all’anno, il valore di qualche centinaio di appartamenti. La seconda è che non è chiaro come si arrivi a stabilire questa spesa, visto che molti dei provvedimenti non prevedono fondi chiusi, esauriti i quali i provvedimenti non vengono più concessi o vanno rifinanziati (ciò che, incidentalmente, dovrebbe sollevare ulteriori obbiezioni dal punto di vista della affidabilità della previsione di spesa e, quindi, della copertura). La terza è che tutti i riferimenti agli aspetti formativi sono vaghi e non sembrano fare i conti con lo stato attuale della capacità di fare formazione professionale in Italia. La quarta infine, sulla quale intendo qui aprire delle riflessioni, riguarda l’enfasi, sbagliata, posta nei richiami alle responsabilità delle imprese nel determinare il successo della strategia governativa.

Queste riflessioni sono importanti perché si annunciano ulteriori provvedimenti che dovrebbero essere meglio delineati in una ulteriore riunione dei ministri del lavoro europei. Si sa già, comunque, che essi prenderanno spunto dalle migliori pratiche che vengono seguite in Europa (attenzione: non tutti i paesi hanno eguali contesti nei quali ha senso inserire le best practices; si pensi solo alle differenze che riguardano l’apparato formativo) e si baseranno anch’essi sulla “presa in carico” da parte del soggetto pubblico dei giovani che cercano lavoro, non appena superate certe soglie che riguardano la durata della disoccupazione e alcune condizioni soggettive. Presa in carico che non significa schematicamente “assunzione pubblica”, ma solo assunzione di responsabilità nei confronti dei giovani, impegno a fare qualcosa per essi; qualcosa che – lo dico subito – considero un fatto estremamente positivo, un recupero di decenza nei rapporti tra Stato e cittadini.

Se manca domanda aggiuntiva le imprese non hanno ragione di creare occupazione aggiuntiva

Il problema che val la pena di porre è un altro, riguarda i provvedimenti già decisi e ha a che fare con l’opinione del Presidente Letta. È chiaro che le imprese “possano” assumere i giovani. Hanno sempre “potuto” farlo. A maggior ragione potranno farlo ora se le misure saranno adeguate e di conseguenza i giovani costeranno meno degli altri lavoratori. Ma l’impedimento alle assunzioni non è – e comunque non è solo – il costo del lavoro e il cuneo fiscale. A scoraggiare le assunzioni sono le prospettive di vendita di ciò che viene fatto produrre da chi viene assunto.

Pertanto, in presenza della stessa domanda attesa di prima dei provvedimenti, il totale di quelli che verranno occupati non potrà che restare invariato, mentre il minor costo del lavoro dei giovani non potrà che portare ad una sostituzione di lavoratori in età matura o anziana con lavoratori giovani, a meno che la produttività soggettiva dei primi, dovuta all’esperienza, non compensi il minor costo dei secondi. Si potrà quindi avere, se va bene, qualche giovane occupato in più, compensato da qualche anziano in meno, con un modesto aumento virtuale dei profitti di qualche impresa. La via maestra è quindi quella dell’aumento della domanda. Se per il momento una tale strada non può essere percorsa e se al contempo si vuole privilegiare, ma solo aggiuntivamente, l’occupazione giovanile, la strada da percorrere è più complessa.

Per chiarire in che senso ritorniamo per un momento sulla questione generale della domanda. La domanda privata dipende da molte cose, tra le quali il reddito conseguito dai privati e le imposte che su di essi gravano; la domanda totale dipende anche da investimenti, spesa pubblica ed esportazioni. L’aumento dell’occupazione totale dipende quindi dal gioco di queste componenti e dei loro effetti. Tali effetti sono connessi ai famigerati “moltiplicatori”, quelli che, secondo i ripensamenti di Blanchard e dell’Fmi, erano stati mal stimati, tanto da portare ad un eccesso di austerità fiscale di cui ha fatto la massima spesa la Grecia, seguita dagli altri paesi mediterranei. “Moltiplicatori” vuol dire che gli effetti sulla produzione di ogni euro sottratto o aggiunto tramite il bilancio possono essere e sono diversi a seconda dell’uso che si faceva dell’euro sottratto e si fa di quello aggiunto. Va ulteriormente chiarito che l’eventuale aumento della domanda complessiva è fatto dall’aumento di tante domande specifiche diverse. A parità di effetti sulle specifiche domande che vengono attivate dalle azioni di bilancio, gli effetti sull’occupazione sono diversi a seconda della quantità di lavoro che deve essere usata per soddisfarle.

Il problema è: alla luce di quanto appena chiarito è possibile attendersi effetti occupazionali aggiuntivi usando solo strumenti che agiscono dal lato dell’offerta (costo del lavoro), come nelle strategie del decreto appena pubblicato e come indicato dal Presidente Letta? Vediamo.

Occorre saldare produzioni aggiuntive a occupazione aggiuntiva

Praticare le politiche per l’occupazione prospettate comporta spesa. Questa potrebbe avere riflessi sulla domanda, a meno che non venga compensata da maggiori imposte. Tuttavia il problema ulteriore non è solo quali possano essere gli effetti netti sulla domanda complessiva, bensì gli effetti sulle domande specifiche che dovrebbero andare a stimolare la produzione proprio di quelle imprese che hanno –in ipotesi- assunto aggiuntivamente (e non sostitutivamente) i giovani (cosa praticamente impossibile da determinare). Non è questa quindi la strategia da perseguire se si vuole evitare che incentivando l’assunzione di giovani si finisca per portare solo ad una discriminazione tra lavoratori.

Ciò che occorre è invece usare le poche risorse a disposizione per concepire insieme un piano che colleghi specifiche produzioni aggiuntive a occupazione giovanile aggiuntiva. Qualcosa cioè che emuli, in un contesto moderno e di mercato, ciò che avveniva in società contadine o feudali, dove il lavoro veniva usato flessibilmente, per ruoli, professionalità e stagionalità, per fare le cose che servivano.

Questo è possibile solo collegando gli interventi per i giovani a progetti finanziati pubblicamente e realizzati aggiuntivamente. Gli estremi di base per concepire e sviluppare questa strategia di azione sono contenuti nel Piano del Lavoro della Cgil (www.lavoce.info/wp-content/uploads/2012/09/Piano_Del_Lavoro_CGIL_gen13.pdf), soprattutto nelle pagine 5 e 11-12.

Si tratta di mere indicazioni di metodo, da usare per pervenire rapidamente ad ideare e valutare progetti specifici. È probabile che molti progetti, magari predisposti ad altri scopi, siano disponibili presso amministrazioni centrali e locali, soprattutto nel campo della manutenzione del territorio e nella conservazione del patrimonio artistico.

Quanto ai progetti, quello che occorre evitare è che si determini uno stallo nella selezione dei progetti da finanziare, che scattino operazioni a controllo clientelare o mafioso, che si perda troppo tempo in situazioni di contenzioso territoriale o settoriale. Problemi non da poco, come si può immaginare, ma certamente superabili. Superabili, certo, ma a patto di comprendere che questi sono i nodi problematici, non altri.

Progetti aggiuntivi e durata dei rapporti di lavoro

Vi è infine un ultimo equivoco da chiarire. Le misure del decreto tendono con chiarezza a favorire i contratti a tempo indeterminato da parte delle imprese. Ben vengano, nei limiti già chiariti. Se tuttavia si sceglie di realizzare i progetti che creano occupazione nella misura in cui producono tutela, conservazione e valorizzazione del territorio o del patrimonio artistico (tanto per esemplificare), allora occorre, almeno in una prima fase, lasciar cadere la propensione a favore dei contratti a tempo indeterminato. Ciò va detto con chiarezza e con altrettanta chiarezza va detto che non bisogna ripetere l’esperienza della stabilizzazione dei giovani che vennero a suo tempo coinvolti nei “lavori socialmente utili”. Se si connette, come qui indicato, la maggiore occupazione giovanile alla attivazione di specifici progetti nel territorio, ha senso solamente premiare le assunzioni in relazione alla realizzazione dei progetti.

Al contempo va chiarito che la realizzazione dei progetti non implica necessariamente occupazione diretta nel settore pubblico; i lavori relativi possono in tutto o in parte essere affidati a soggetti privati (imprese, cooperative, ecc.) con apposite commesse, ma sarebbe contraddittorio prescrivere ai soggetti privati che ricevono commesse legate al progetto che assumano a tempo determinato.

L’uso di contratti a tempo indeterminato aveva senso nel Piano del Lavoro solo perché quel Piano puntava ad un cambiamento complessivo e permanente della politica della domanda e della politica industriale, associato ad un impegno di spesa rilevante e ad una ristrutturazione della spesa stessa ancor più rilevante. Qui stiamo parlando, purtroppo, di ben poche risorse, qualcosa che può servire solo ad una primissima sperimentazione di taluni frammenti di quanto era stato concepito nel più ambizioso Piano del Lavoro. L’incentivazione alla stipulazione di contratti di lavoro a tempo indeterminato deve essere perseguita, ma non velleitariamente. Il processo non può che avvenire di fatto, attraverso la manifestazione di una intenzione seria di continuare a finanziare le tipologie di progetto/intervento cui si è fatto cenno, trasformandole progressivamente in linee di azione permanente.

La propensione a stipulare contratti a tempo indeterminato, in altri termini, non può che derivare dal prevalere, presso le aziende private, di aspettative di espansione stabile a medio e lungo termine. Del resto si tratta solo di ripercorrere in forma diversa il passato. Storicamente parlando infatti il passaggio dal prevalere di rapporti di lavoro precari (si pensi alle assunzioni al cancello della fabbrica o della miniera) a rapporti permanenti è avvenuto per il diffondersi di aspettative espansive relativamente stabili ed insieme a seguito della scoperta, da parte delle imprese più moderne ed efficienti dell’inizio del secolo scorso, della convenienza, in termini di incentivi e di produttività, ad avere lavoratori stabili (penso ai c.d. “mercati interni del lavoro”, ai fenomeni di evoluzione delle relazioni industriali analizzati da Clark Kerr in Industrialism and Industrial Man del 1964 e a quelli, catturati nel 1962 dal famoso articolo di Oi, “Labor as a quasi fixed Factor”).

È per questo che trovo che confondere le acque vincolando gli incentivi alla stipulazione di contratti a tempo indeterminato mi sembra inutile nelle presenti circostanze e poco più che ordinaria demagogia.

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decreto lavoro/2

Miopia di governo

01/07/2013

In tutti i paesi avanzati le politiche pubbliche sono da tempo rivolte a incentivare gli investimenti delle imprese in ricerca, innovazione, conoscenza e capitale umano. Per il governo delle larghe intese invece le aziende italiane hanno bisogno di altro: lavoratori con basso livello di istruzione e macchine

Il governo Letta ha da poco varato il decreto lavoro preceduto dal decreto “del fare”. Oltre alla pochezza di risorse messe in campo, i due decreti condividono un altro più grave aspetto: quello di accentuare lo stato di arretratezza del nostro sistema economico. Con la scusa dell’emergenza, il governo rinuncia a interventi lungimiranti, incentivando invece le imprese ad assumere lavoratori che costano poco e acquistare macchinari. L’opposto di quello che dovrebbero fare le aziende di un paese avanzato nell’era dell’economia della conoscenza.

L’aspetto sconfortante del decreto lavoro è che le agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato riguardano i giovani sotto i 30 anni privi, addirittura, del diploma di scuola secondaria superiore. I laureati, infatti, le imprese italiane non li vogliono. D’altro canto, un diplomato costa di più di un giovane senza titolo di studio. L’obiettivo del governo è quindi quello di massimizzare i posti di lavoro con le poche risorse a disposizione. Poco importa che si tratti di mansioni a bassissima qualifica (siamo in emergenza, soprattutto nel Mezzogiorno). Poco importa che il messaggio inviato alle famiglie sia esiziale per il futuro del nostro paese (meno istruzione più opportunità di lavoro per i figli).

Meno scalpore ha destato una misura introdotta nel decreto “del fare” che, a mio avviso, segue la stessa logica miope e retrograda: i finanziamenti a tasso agevolato per l’acquisto di nuovi macchinari, impianti e attrezzature da parte di piccole e medie imprese (Pmi). Si tratta di contributi pubblici in conto interesse, non a fondo perduto: in sostanza, le imprese riceveranno un contributo pari a circa la metà degli interessi richiesti dalle banche che finanzieranno i loro acquisti di macchinari. I finanziamenti agevolati ammonteranno a 2.5 miliardi di euro che potranno (ma non necessariamente) arrivare a 5. Sembrano tanti soldi ma si distribuiscono su otto anni (dal 2014 al 2021). A fronte di questi crediti (debiti per le imprese), i contributi pubblici che abbatteranno gli interessi ammonteranno a circa 190 milioni, sempre distribuiti su otto anni.

Per il 2014, i contributi previsti sono solo 7.5 milioni di euro a cui dovrebbero corrispondere poco più di 100 milioni di finanziamenti. Supponendo un investimento medio per impresa di 200 mila euro (non molto per un macchinario avanzato), nel prossimo anno potranno beneficiare di questo intervento 500 Pmi italiane (solo nell’industria ce ne sono circa 500 mila). Ognuna risparmierà circa 13 mila euro di interessi.

Le banche che concederanno i finanziamenti potranno intascare tassi di interesse alti mentre il credito concesso avrà come garanzia reale il macchinario. Per loro, quindi, si tratta di un altro grande affare a basso rischio e alto rendimento (e potranno anche dire di aver aumentato i crediti al sistema produttivo!).

Per le Pmi in grado di indebitarsi il vantaggio, come abbiamo visto, sarà limitato. Ma per fare cosa? Semplicemente, quello che qualsiasi impresa deve fare a cadenze temporali più o meno lunghe: sostituire gli impianti e macchinari obsoleti o usurati con dei nuovi. Non è quindi pensabile che, in presenza di questi bassi incentivi e a fronte di incerte prospettive, le Pmi italiane anticiperanno il processo di sostituzione o addirittura espanderanno la loro capacità produttiva. I benefici, seppur modesti, andranno alle imprese che questi investimenti li avrebbero fatti comunque. Anche assumendo che i nuovi macchinari non andranno a sostituire lavoro, l’incremento dell’occupazione generato da questi investimenti sarà pressoché nullo.

Si potrebbe obiettare che con questo intervento aumenterà il fatturato e l’occupazione delle imprese italiane che producono macchine, come è avvenuto, in Italia, con la Legge Sabatini. Questa, introdotta nel 1965 e rifinanziata con successo per altri 25 anni e più, introdusse il credito agevolato per l’acquisto di macchinari e diede un grande impulso all’industria meccanica italiana. Tra l’altro, essa prevedeva che gli stessi venditori di macchine potessero scontare, a tassi agevolati, i loro crediti presso le banche.

Ma i tempi sono cambiati, e parecchio!

La legislazione dell’Unione europea non consente più, come avveniva nel passato, di assegnare una corsia preferenziale ai produttori italiani. Ne consegue che, attualmente, i vantaggi indiretti di un intervento simile andrebbero condivisi con molti altri produttori europei i quali, avendo investito di più in ricerca, innovazione e servizi post-vendita, sono in grado di offrire soluzioni sempre più avanzate e appetibili per le Pmi italiane.

Ma ciò che più rileva è un altro elemento. Gli anni Settanta e Ottanta videro l’emersione e lo sviluppo del modello di industrializzazione diffusa nelle regioni del centro e del nord-est. Questo processo determinò un flusso rilevante di investimenti in macchinari e impianti a cui si associavano incrementi occupazionali. Anche negli anni Ottanta le Pmi che investivano di più in capitale tangibile erano quelle che aumentavano gli addetti. Si trattava quindi di investimenti espansivi, non di rimpiazzi. Inoltre, i nuovi macchinari consentivano alle aziende non solo di aumentare la produttività ma anche lo spettro di fasi produttive e prodotti.

Incentivare oggi questa strategia competitiva basata sugli investimenti in capitale fisico è una scelta folle e irresponsabile. La stessa macchina che può acquistare un’impresa italiana può essere utilizzata, in modo altrettanto efficace, da tantissime imprese localizzate in molti e differenti paesi, non solo europei. Attualmente, la competitività delle Pmi italiane risiede nella loro autonoma capacità di innovare soprattutto i prodotti, le modalità organizzative, gestionali e commerciali. Tale capacità dipende dagli investimenti immateriali che le imprese riescono a cumulare e che, una volta raggiunta una soglia consistente, si degradano più lentamente degli investimenti in capitale fisico.

È per questo che in tutti i paesi avanzati le politiche pubbliche sono da tempo rivolte a incentivare gli investimenti delle imprese in ricerca, innovazione, conoscenza e capitale umano. Dovevamo aspettare il governo delle larghe intese per sentirci dire che le aziende italiane, invece, hanno bisogno d’altro: lavoratori con basso livello di istruzione e macchine.

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info.