Quando ho letto che i 33 minatori
del Cile erano ancora vivi dopo 17 giorni dal crollo della miniera
ho interrotto i miei appunti. Da aprile mi stavo segnando le
notizie apparse sulla stampa internazionale con al centro il
lavoro in miniera.
Aprile 2010. Crolla miniera di carbone in Virginia. Venticinque
morti e dieci dispersi. Aprile 2010. Cina, trovati cinque cadaveri
nella miniera del "miracolo. I soccorritori hanno
miracolosamente estratto vivi 115 minatori, sopravvissuti a una
settimana sottoterra mangiando corteccia e bevendo acqua lurida.
Maggio 2010. Siberia, esplosioni in una miniera. Trenta morti,
decine di feriti e dispersi. Maggio 2010. Russia. Esplode miniera
di carbone. Dentro 312 minatori, 12 morti. Maggio 2010. Turchia,
scoppio in miniera. 28 minatori morti, 2 dispersi. Giugno 2010.
Nigeria. Strage di bambini tra i minatori. 111 morti nella corsa
all'oro illegale.
Non stavo tenendo la lista delle stragi. Stavo prendendo appunti
per il libro che sto scrivendo sui lavoratori dei cantieri delle
grandi opere in Mugello. Fra le tute arancione ci sono i minatori,
quelli che scavano le gallerie di strade e ferrovie. Minatori di
infrastrutture moderne che lavorano nelle pance delle montagne.
Pur tenendo presente la differenza di mansioni, di contratti, di
diritti, di condizione di vita e di salute, sia per i minatori in
Mugello che per quelli americani, cinesi, cileni, russi, turchi,
nigeriani pensiamo siano solo fotografie del passato, fantasmi che
vagano in qualche angolo della memoria e che ci scuotono dal
torpore solo quando muoiono in massa o si salvano per miracolo.
Invece ci sono, emigrano per lavorare in miniera o in galleria,
vivono in baracche o campi base, non vedono crescere i loro figli,
si ammalano di silicosi. Vicino a noi e nel silenzio.
Sono ancora attuali le considerazioni di Orwell quando indagò sui
minatori, su quelli che ai suoi occhi sono statue di ferro battuto
«con la liscia polvere di carbone che si appiccica loro dalla
testa ai piedi». Nel 1937 scriveva infatti: «Uno può vivere una
vita senza sentir parlare dei minatori, una maggioranza
preferirebbe addirittura non sentirne parlare. (...) La stessa
cosa avviene con tutte le specie di lavori manuali, ci tengono in
vita e noi ci dimentichiamo che esistono».
Mi ha colpito molto il messaggio dei 33 minatori cileni, scritto
su un foglio con una penna rossa, intrappolati, ma salvi a 700
metri di profondità. Volevano avvertire familiari e parenti che
stavano bene. Attraverso la lettera di Mario, hanno scritto anche
che è giusto far sapere come hanno passato gli ultimi mesi, che
problemi avevano in galleria, la mancanza di sicurezza. I
trentatre minatori cileni hanno mandato un messaggio al mondo
globalizzato. Siamo ancora vivi. Anche se vi dimenticate spesso di
noi e del lavoro che facciamo. Noi siamo qua a ricordarvi della
nostra presenza e questa volta non vi potete girare da un'altra
parte. E quella televisione e quei giornali che parlavano solo
delle morti in miniera hanno iniziato a raccontare le loro storie,
le loro famiglie in attesa, le promesse di matrimonio, i figli.
Quella vita che c'è sempre stata, ma di cui nessuno parla.
L'attenzione per il grande evento. Settanta giorni di grande
fratello in miniera, diritti acquistati dalle tv, migliaia di
giornalisti accampati nella valle di Acatama. Strumentalizzazione,
spettacolo, commercio? Sì, ma proprio tutta quell'attenzione, gli
occhi del mondo su di loro, ancora sottoterra, ma vivi, tutti quei
soldi smossi dalle tv, li hanno salvati. Il silenzio e
l'indifferenza li avrebbe uccisi come succede ogni giorno nel
mondo del lavoro. Uno ad uno che escono dal bui, dalla gola della
terra ci ricordano quante vite e quante storie e nomi ci stanno
dentro il lavoro. Ci dicono che sono mineros e non stelle,
regalano pietre e anche se ringraziano e abbracciano quel
presidente che ha bocciato il piano sulla sicurezza nel lavoro,
ripetono chiaramente «incidenti così non devono più accadere».
Per una volta, vedere un paese che festeggia perché salva dei
lavoratori, a me fa brillare gli occhi. Inutile negarlo. E spero
che questa attenzione la utilizzino al meglio per quello che sono:
minatori. E lo sono stati là sotto minatori, dandosi
un'organizzazione, ruoli e compiti, tenendosi su il morale,
sentendosi solidali e uniti, continuando a vivere, a comunicare, a
giocare, dando a tutti una lezione di vita, di comunità, di
civiltà, di tenuta di nervi e di cuore. Da quando è crollata la
miniera duecento sono senza stipendio. Ai 33 promettono regali da
nababbo e loro rispondono ancora da gruppo, pensando alla loro
condizione che li ha ingoiati nella terra e poi risputati, che
vogliono fare una fondazione per i minatori. Le operazioni di
salvataggio con uomini e donne di tutto il mondo, competenze e
macchinari, esperienze di altri minatori, ingegneri, geologi,
tecnici, scienziati ha dimostrato che la sicurezza sul lavoro si
può attuare. Se siamo andati sulla Luna, possiamo andare anche
sottoterra, possiamo impedire che ogni giorno muoiano lavoratori
di tutto il mondo in tanti lavori. Volontà e intenti di tutti.
Anche con le bandiere di un paese a festeggiare come avesse vinto
la nazionale a calcio e invece, per un giorno, ha vinto il lavoro.
Il 22 settembre è morto un amico in galleria. Pietro era un
minatore calabrese delegato sindacale e alla sicurezza che per
tutta la vita si è battuto per far conoscere la loro condizione
di lavoratori migranti. Figli d'arte perché figli di altri
minatori. È morto in Svizzera. Oggi sarebbe stato contento, ma
avrebbe ricordato a quelli che scrivono, che filmano, che
fotografano, che raccontano di non smettere. Ci sono gallerie e
miniere vicine, in Italia, in Europa, buie e oscure ai più con
condizioni di lavoro inaccettabili. Lavori e lavoratori che ci
tengono in vita e che ci dimentichiamo che esistono.
* Autrice del romanzo «Figlia di una vestaglia blu», sui
minatori del Mugello nei cantieri dell'alta velocità