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Nell'inferno delle miniere cinesi |
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Liberazione 22-10-04 |
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Con un incremento annuo del 15
per cento la Cina è il primo produttore mondiale di carbone. Cruento il
prezzo: nei primi sei mesi del 2004 sono morti 4.153 minatori |
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Faccia sporca,
sguardo sperso ma idee chiare: «In Cina manca tutto, tranne le persone». A
parlare è il personaggio principale di "Pozzo cieco", il film del
regista cinese Li Yang che ha provato a dare un volto e dei sentimenti a dei
minatori come quelli che, mercoledì, sono morti nell'ennesimo incidente sul
lavoro. Yang ha ambientato la sua fiction nel nord-ovest mentre la realtà ci
porta nella provincia centrale dell'Henan, ma il prodotto non cambia: 56
morti e 92 dispersi secondo l'agenzia Xinhua News. Con un incremento annuo
del 15 per cento la Cina è diventata, secondo France Presse, il primo
produttore e consumatore di carbone del mondo, obiettivo raggiunto con un
notevole tributo di sangue: nei primi sei mesi del 2004 sono morti 4.153
minatori, con un incremento di incidenti sul lavoro del 13 per cento l'anno. L'incidente di
mercoledì è stato probabilmente dovuto a una fuga di gas che si è verificata
intorno alle dieci del mattino nella miniera di Doping, di proprietà del
gruppo Zhengmei, quando erano al lavoro 446 minatori. Nel "pozzo
cieco" sono rimaste intrappolate almeno 148 persone e, considerati gli
standard dei sistemi di sicurezza e di soccorso cinesi, è assai improbabile
che si riescano a tirare fuori dei sopravvissuti anche perché, come dichiarato
dal responsabile dell'Ufficio per la supervisione della sicurezza delle
miniere dell'Henan, l'aria è talmente satura di gas da rendere quasi
impossibili le operazioni di soccorso. La buona notizia è che
l'esplosione ha fatto notizia. La direzione della miniera non si è limitata a
coprire l'incidente con la complicità dei lavoratori terrorizzati di perdere
il posto di lavoro, una pratica così frequente da spingere il regista Li Yang
a farci un film. Secondo quanto risulta al China Labour Bulletin (associazione
che si occupa di diritti del lavoro di base a Hong Kong), la pratica di
coprire gli incidenti allungando una mazzetta ai sopravvissuti è abbastanza
comune. Per quanto possa essere costoso è sempre più economico dei
risarcimenti stabiliti dalla legge o dell'eventualità di ritrovarsi la
miniera chiusa per non avere rispettato gli standard di sicurezza, peraltro
estremamente permissivi. In realtà, per coprire gli incidenti nelle miniere
in passato sono state prese misure ben più drastiche. Nel maggio del 2002,
secondo quanto diffuso dai media cinesi ufficiali, 21 minatori intrappolati
da un'esplosione in una miniera nel nord-ovest del paese, sono stati sepolti
vivi. Invece di tentare di salvarli il padrone si è affrettato a cancellare i
loro nomi dal libro paga, sperando di mettere tutto a tacere. Un altro
episodio è emerso nel giugno del 2003, quando le autorità hanno scoperto una
fossa comune che conteneva i corpi di 36 uomini uccisi da un'esplosione in
una miniera d'oro: il loro occultamento era servito per evitare il blocco dei
lavori. L'incredibile crescita
economica cinese ha dei costi sociali altissimi. I minatori che accettano di
occultare la sorte dei propri compagni fanno parte di quell'esercito di
manodopera a basso costo - un centinaio di milioni di persone - che sciamano
dalle campagne impoverite verso le zone industriali e che non possono
assolutamente permettersi di perdere il lavoro. Mentre per alcuni aspetti il
governo cinese si è mantenuto alla larga da alcuni degli assiomi della
globalizzazione liberista, per altri si iscrive perfettamente nella sua
logica. Grazie al regime speciale previsto dal Wto la Cina ha potuto
mantenere uno stretto controllo sui capitali e sull'economia ma ha puntato
tutto sull'esportazione ignorando il mercato interno, come prescrivono i
teorici del mercato globale. Le grandi masse cinesi sono state messe a
disposizione per produrre a bassissimo costo le merci del mondo intero e, a
parte qualche flebile allarme sul conflitto che potrebbe scoppiare qualora le
disparità fra una ristrettissima minoranza occidentalizzata e la massa dei
diseredati aumentassero troppo, il "prodotto di punta" della Cina
continua a essere la sua forza lavoro diseredata e disposta a tutto. Inevitabile? Niente
affatto, secondo Walden Bello la Cina potrebbe addirittura candidarsi a
guidare una globalizzazione non corporativa, ovvero non finalizzata
unicamente ad accrescere i profitti delle corporation. Per farlo deve però
sganciarsi dal ruolo assegnatole dal libero mercato - quello appunto di fornire
manodopera economica per il mercato globale - e imboccare con decisione una
strada completamente differente. Al primo posto Bello mette la crescita della
domanda interna attraverso un aumento dei salari che diminuisca le disparità
sociali e sganci la Cina dal mortale abbraccio della manifattura a basso
costo. In secondo luogo il paese deve farsi carico dell'enorme devastazione
ambientale che la crescita accelerata sta provocando, e per farlo deve
mantenere un forte controllo statale sul processo di sviluppo. Solo in questo
modo la Cina può candidarsi a guidare l'integrazione regionale - la
sonnolenta Asean che riunisce i paesi del sud-est asiatico - e fare da
contrappeso alla declinante potenza americana. Sabina Morandi |