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cronache da melfi dal 20 al 27 aprile

 

liberazione 20-04-04

Sata-Fiat, i lavoratori davanti ai cancelli e pronti allo sciopero se l'azienda non risponde alla richiesta di aprire un tavolo di trattativa su condizioni di lavoro e salario

Melfi in mano alle tute blu

 

 

La scena si è ripetuta praticamente identica a quelle di venerdì e sabato scorsi: i lavoratori delle aziende terziarizzate - questa volta è toccato alla Lear - che entrano in sciopero per il pre-contratto e la Sata-Fiat che "mette in libertà", per ritorsione, tutti i lavoratori del sito di Melfi. Loro, ovviamente, non ci pensano nemmeno un minuto: via dalle linee e corteo interno. I lunghi viali interni si riempiono di gente in meno di un quarto d'ora. Davanti alle quattro entrate principali comincia la lunga sosta dei tir carichi di semilavorati. E poi, nel pomeriggio, dopo l'assemblea un'altra megadelegazione che si reca fin sotto la palazzina della direzione con la lista delle rivendicazioni: prospettive dell'occupazione nel settore dell'auto, rinnovo del contratto aziendale, eliminazione della doppia battuta, equiparazione del trattamento salariale, migliori condizioni di lavoro, utilizzo della cassa integrazione per la copertura delle ore non lavorate. «Ora è l'azienda - dice Giuseppe Cillis, segretario della Fiom di Potenza - che deve parlare. Se n on ci danno risposte chiare valuteremo il da farsi». Le tute blu, dai cancelli di Melfi tengono i vertici sotto timing. Oggi stesso, se l'azienda si ostina nel suo rifiuto, potrebbero partire gli scioperi veri. Questa volta non si può tergiversare.

Che la situazione dovesse tornare a farsi di nuovo calda era nell'aria. Non sbaglia poi di molto Giuseppe Cillis a parlare di un clima di rabbia «come quando vennero quelli di Termini Imerese».

Oggi, i nodi e gli interrogativi sono gli stessi. E i lavoratori di Melfi l'hanno urlato ai quattro venti anche ieri. Il tritacarne del "prato verde" continua ad essere la doppia battuta, ovvero quella organizzazione del lavoro che permette alla Fiat un controllo assoluto dei dipendenti. E poi, perché un lavoratore di Melfi deve avere mediamente il 20% in meno? Ma soprattutto, perché l'azienda deve continuare a rispondere con il silenzio, o con la repressione striscinate?

Questa volta i lavoratori non hanno nessuna intenzione di fare marcia indietro. Questa volta non si concluderà tutto come quando "vennero le tute blu da Termini Imerese". Molto esplicita la dichiarazione del segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini. «A Melfi, le lavoratrici e i lavoratori sono in sciopero per affermare migliori condizioni di lavoro e per richiedere l'apertura di un confronto nazionale sulle prospettive della Fiat in Italia». Ed aggiunge: «Appoggiamo la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di Melfi ai quali esprimiamo tutta la nostra più ampia solidarietà in questo grave momento di crisi perché le loro lotte sono l'espressione più corretta e vera per riaffermare la giustizia nel mondo del lavoro».

Il clima è davvero pesante. E la spontaneità della lotta lo dimostra. I lavoratori non ne possono più non solo delle turnazioni infernali e dei salari da fame, ma anche delle migliaia di provvedimenti disciplinari che la direzione aziendale sparge a piene mani, «anche per un ritardo di pochissimi minuti».

«L'avevamo detto che il giochino dello scambio tra diritto al lavoro e diritti dei lavoratori non poteva continuare all'infinito», sottolinea il segretario della Fiom provinciale Giuseppe Cillis. «In questi dieci anni abiamo continuato a fornire indicazioni ai lavoratori e a tallonare l'azienda con la richiesta di incontri».

Ad esprimere il pieno appoggio alle iniziative di lotta è anche Piero Di Siena, senatore dei Ds, eletto in Basilicata. «Si può ben dire che la misura è colma. Sarebbe necessario che la Regione assumesse una iniziativa in grado di aprire nuove proposte e prospettive. Ma sarebbe necessario anche un intervento del governo».

Fabio Sebastiani  

La lotta dei giovani operai acquista un significato del tutto particolare perché non cede al ricatto dell'azienda

Da Scanzano a Melfi: lavoro è dignità e non sfruttamento

 

 

La Fiat Sata si è fermata. L'intera area industriale di San Nicola di Melfi è muta. Mancano gli odori, i rumori tipici del complesso industriale, ma almeno è vitale. La strada si è riempita di giovani lavoratori di quei giovani che lì in quell'area hanno imparato la precarietà, hanno conosciuto cosa vuol dire nella vita quotidiana l'abbattimento dei diritti, giovani operai che in questi lunghi dieci anni hanno conosciuto la solitudine politica e sociale. Da queste parti infatti il lavoro alla Fiat è percepito come un successo, una sicurezza e solo chi varca i cancelli ad ogni turno sa «quanto sa di sale» quel pane. Doppia battuta, tempi di lavoro medievali, salario da fame, totale assenza di servizi sociali nel territorio: questa è la sicurezza postfordista questo uno dei risultati più rilevanti nel Mezzogiorno della "industrializzazione".

In questi giorni la battaglia della Fiom per i precontratti è partita dall'Indotto e il fermo dell'Indotto ha generato una di quelle situazioni tipo che però questa volta ha dato il via alla protesta. Di fronte allo sciopero dell'Indotto la Fiat Sata ha risposto nel proprio stabilimento con il senza lavoro per i lavoratori Sata, un déjà vu più volte praticato dall'azienda. Questa volta però i lavoratori Sata non sono ritornati a casa a testa bassa, si sono fermati in fabbrica, hanno dato vita a cortei per ben due giorni. Oggi invece hanno fatto qualcosa di più: si sono riuniti di fronte alla fabbrica e hanno lottato tutti insieme, hanno bloccato le strade, hanno fatto assemblee. La battaglia per il precontratto è partita; i lavoratori chiedono alla Sata di ridiscutere salario, condizioni di vita, doppia battuta, Tmc2. Chiedono di discutere un altro lavoro, un'altra prospettiva di vita, un'altro futuro. Questi lavoratori si riscoprono, si sono ritrovati a Scanzano, sono stati protagonisti della lotta di Rapolla, piccolo centro del melfese, e lì hanno imparato che le battaglie di dignità si vincono. Una nuova generazione è ormai visibile in questa Regione, chiede una nuova qualità della vita, chiede un nuovo futuro. Ricomincia a prendersi i luoghi della vita, i territori, e finalmente la fabbrica. I lavoratori della Fiat continuano la loro battaglia e attendono davanti ai cancelli continuando la lotta che si apra il tavolo di trattativa perché anche lì il lavoro possa essere prima di tutto dignità.

Angela Lombardi 

«Occore aprire una vertenza generale»

Rifondazione

 

 

«Esprimiamo il pieno appoggio di Rifondazione comunista alla lotta dei lavoratori della Fiat e delle aziende terziarizzate di Melfi. La radicalità e l'estensione di questa lotta rendono sempre più evidenti due elementi: la situazione salariare è ormai insostenibile ed inaccettabile, in secondo luogo occorre dare urgentemente una risposta efficace alla crisi Fiat, che, al di là delle chiacchiere, è sempre più manifesta». Così il responsabile Lavoro della segretarie nazionale del Prc, Paolo Ferrero, il quale in una nota spiega che «per questo il Prc ritiene quanto mai necessaria ed urgente l'apertura di una vertenza generale verso Governo e Confindustria, una vertenza che si ponga l'obiettivo di ottenere aumenti salariali generalizzati e una politica industriale che veda un deciso intervento pubblico».

 

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LIBERAZIONE 21-04-04

 

L'azienda diserta l'incontro in Regione. La Fiom: «Sciopero a oltranza fino all'intervento del governo»

Rivolta a Melfi, la Fiat sceglie il muro contro muro

 

 

Produzione bloccata per il secondo giorno consecutivo alla Fiat Sata di Melfi, dove si produce la Lancia Y. Prosegue infatti lo sciopero ad oltranza proclamato dalla Fiom, con blocchi stradali e la chiusura degli accessi allo stabilimento. E la protesta non si fermerà, avverte il segretario delle tute blu Cgil di Potenza, Giuseppe Cillis, «fino a quando Palazzo Chigi non chiamerà l'azienda e il sindacato intorno a un tavolo». A dare fuoco alle polveri era stata, lunedì scorso, la provocatoria e unilaterale decisione della Sata di mettere "in libertà" gli operai dello stabilimento Fiat come ritorsione per gli scioperi attuati dalla Fiom nell'indotto. Immediata la reazione dei lavoratori, che hanno incrociato le braccia dando il via, con la Fiom, a una vertenza che riguarda il salario e le condizioni di lavoro. A Melfi, infatti, i turni e i carichi per addetto sono più pesanti rispetto agli altri siti produttivi della Fiat, mentre la buste paga sono più leggere mediamente del 15%.

Il braccio di ferro ha subito richiamato l'attenzione della giunta regionale della Basilicata, che già ieri avrebbe voluto incontrare i vertici dell'azienda per chiarire la situazione. Invito non raccolto dalla Sata, che invece, con la consueta arroganza, ha preferito disertare l'incontro, forse a causa di dichiarazioni a favore dei lavoratori rilasciate da qualche assessore. La Regione non si è però persa d'animo e ha chiesto a sua volta al governo di «convocare in tempi rapidi un tavolo di confronto con la Fiat e le parti sociali, al fine di avere un quadro chiaro della situazione dello stabilimento di Melfi e per concordare insieme una serie di iniziative, rivolte a rafforzare il distretto dell'auto in Basilicata».

Lo scontro tra azienda e Fiom rischia a questo punto di scivolare dal terreno sindacale a quello istituzionale, dal momento che anche il governo sembra avere imboccato la strada del "muro contro muro". Ieri il "moderato" Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare, ha accusato la Fiom di privilegiare «la permanente radicalizzazione dello scontro», utilizzando «ogni occasione per perseguire obiettivi di puro "luddismo"». La tesi di Sacconi è che l'Italia potrà essere competitiva sul mercato «a seconda che prevalga nel sindacato l'approccio cooperativo o quello antagonista». La soluzione «positiva», secondo il sottosegretario, «passa inesorabilmente per la sconfitta politica della Fiom Cgil rispetto alla quale la stessa confederazione dovrà chiarire se ne condivide i contenuti (ripristino scala mobile, appiattimento retributivo nazionale, rifiuto della flessibilità del lavoro) e i metodi».

Giorgio Cremaschi, segretario nazionale dei metalmeccanici Cgil, scuote la testa e colpisce duro: «Abbiamo un sottosegretario al Lavoro che parla sempre contro i lavoratori. La sua è una caricatura macchiettistica del ruolo istituzionale che dovrebbe ricoprire». L'accusa di Sacconi viene respinta al mittente: «E' vero - ammette Cremaschi -, la Fiom è da dieci anni che lavora a Melfi perché i lavoratori non accettino quelle condizioni di lavoro disumane e la differenza di quasi 1500 euro all'anno rispetto a quelli del nord. Adesso finalmente questo nostro difficile, duro impegno diventa vertenza sindacale e di questo ne siamo fieri». Perché la rivolta dei lavoratori di Melfi, spiega Cremaschi «è un segnale a tutto il paese che non si esce né dalla crisi Fiat né dalla crisi industriale con le gabbie salariali e con il supersfruttamento dei lavoratori. Quindi - conclude il dirigente della Fiom - la lotta di Melfi è una lotta avanzatissima, non di retroguardia ma di avanguardia, e la Fiat dovrebbe riflettere sul fatto che il suo modello paternalistico e autoritario è fallito».

Al fianco delle tute blu Cgil si schiera Rifondazione: «La violenza della nuova aggressione alla Fiom da parte del sottosegretario Sacconi - commenta Gigi Malabarba, capogruppo Prc al Senato - rivela la paura del governo di fronte alla ripresa del conflitto sociale, in particolare sul salario».

Solidale con la protesta di Melfi è anche la Fiom siciliana, mentre da Torino arriva un nuovo allarme: «I volumi produttivi di Mirafiori - segnala il segretario provinciale della Fiom, Giorgio Airaudo - sono oggi 793, ben lontani dalle 1.000 unità al giorno previste dal Piano Morchio». In compenso arrivano nuovi manager: Stefan Ketter (ex Volskwagen) sarà il nuovo responsabile della qualità di Fiat Auto mentre Mario Mairano sarà il nuovo direttore delle risorse umane.

Roberto Farneti  

Lotte operaie nella crisi del neoliberismo

 

 

La giornata di ieri è stata caratterizzata da numerosi episodi di lotta operaia. Gli operai di Melfi hanno continuato una mobilitazione straordinaria e che ha rotto definitivamente la pace sociale all'interno dello "stabilimento modello" della Fiat. A Palermo gli operai dell'Imesi di Carini hanno bloccato l'autostrada per protestare contro lo sfascio progressivo dell'azienda in cui lavorano. Ad Asti, i metalmeccanici dell'Arvin, hanno bloccato la ferrovia Torino - Roma dopo aver ricevuto la comunicazione della messa in mobilità di 160 dipendenti su 441. Tutto questo, dopo le grandi lotte degli autoferrotranvieri, mentre si sta indurendo la vertenza Alitalia e nel contesto della campagna dei precontratti della Fiom. Di queste lotte spiccano in primo luogo l'intreccio tra richieste salariali e protesta contro le crisi industriali. Vi è un disagio operaio, accumulato in anni e determinato da una somma di elementi che oramai sta esplodendo. In secondo luogo - in particolare per Melfi - è evidente la contaminazione avvenuta tra le diverse lotte. Ai capannelli operai di Melfi si sente dire "dobbiamo fare come Scanzano": Le lotte dei mesi scorsi contro scorie e tralicci hanno segnato la strada e fatto maturare la convinzione che "la lotta paga", che "uniti si vince".

La radicalità e i contenuti della lotta operaia - come hanno mostrato anche lo sciopero generale e la manifestazione dei pensionati - sono quindi all'altezza del livello dello scontro; quello che manca è un adeguato sostegno politico e una risposta sindacale che trasformi questa disponibilità alla lotta in vertenza.

Anche perché, la risposta delle classi dirigenti è emblematica ed inequivoca: da un lato si schiera la polizia, cercando di trasformare le lotte sociali in questione di ordine pubblico. Dall'altra il governo non fa nulla per rispondere ai problemi salariali e di qualificazione dell'apparato produttivo. Addirittura ieri Finmeccanica ha approvato un piano di ristrutturazione che - se praticato - porterà ad ulteriori chiusure e dismissioni di quello che resta delle partecipazioni statali.

La conquista di qualche risultato non potrà essere quindi frutto di mediazioni e ammiccamenti, ma solo il prodotto di un consapevole movimento di lotta. E' quindi necessario, in primo luogo, sostenere fino in fondo queste lotte, realtà per realtà. E' però indispensabile lavorare per aprire una vera e propria vertenza generale, contro governo e confindustria, sui temi del salario e della riqualificazione dell'apparato produttivo del paese. La nostra campagna sul salario è un primo passo, ma occorre allargarla e sfidare le diverse forze di opposizione e la stessa Cgil, portandole a misurarsi su questo terreno. Dobbiamo fare sul terreno sociale quello che abbiamo fatto sul tema della pace: la costruzione di una ampia mobilitazione, al tempo radicale e di massa, che dia una risposta alla crisi delle ricette neoliberiste; solo così possiamo costruire uno sbocco politico positivo alle lotte operaie di questi giorni.

di Paolo Ferrero 

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LIBERAZIONE 22-04-04

Nello stabilimento Sata-Fiat situazione al limite

Melfi
una lotta operaia

 

 

Quanti costosi convegni buttati via, quanta propaganda aziendale mascherata da modernità sociologica crollano in questi giorni davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat di Melfi. Di fronte alla fabbrica modello, che doveva inaugurare un nuovo sistema di governo della forza lavoro, migliaia di giovani operai sono in sciopero per la dignità e per i loro diritti.

Questa lotta viene da lontano, non è frutto di un temporale improvviso. Da anni la Fiom contesta, spesso in silenzio e solitudine, il modello Melfi. Alla faccia della modernità, nello stabilimento Sata-Fiat di Melfi si lavora con i ritmi e con le procedure del taylorismo più spinto e antico. A Melfi è stato sperimentato, usando le persone in carne ed ossa come cavie, quel TMC2 che riduce del 20 per cento le pause di riposo nei ritmi della catena di montaggio. A Melfi si lavora su tre turni, su sei giorni alla settimana e quando si fa la notte, essa non finisce più. Dopo un'intera settimana di turno di notte, ce n'è subito un'altra. E' questa l'odiatissima "doppia battuta", contro cui da tempo protestano i lavoratori e che desta scandalo in chiunque abbia a mente le più elementari norme di salute e sicurezza sul lavoro. A Melfi i lavoratori ricevono in media 1500 euro all'anno in meno dei loro colleghi degli altri stabilimenti Fiat, i quali peraltro hanno già le paghe più basse tra tutti i lavoratori dell'auto in Europa. Sono queste ingiustizie che vengono da lontano, dal ricatto iniziale verso i lavoratori, il sindacato, le popolazioni del sud, con il quale fu impiantato lo stabilimento in Basilicata. «O accettate queste condizioni, o non se ne fa niente». Dopo molti anni finalmente si ha la forza di rifiutarle quelle condizioni.


La voglia di riscatto del Mezogiorno
La lotta di Melfi è una lotta operaia ma è anche una lotta che esprime il protagonismo delle popolazioni del Mezzogiorno, la loro voglia di riscatto e di dignità. Essa fa eco in fabbrica alla grande mobilitazione di Scanzano. Dopo tanti anni duri e difficili finalmente è scattato quel meccanismo che fa dire: «Adesso basta».

A Melfi vengono così affondate le gabbie salariali e tutti quei disegni padronali e governativi che puntano a fare del Mezzogiorno una nuova terra di lavoro, che deve guadagnarsi il pane rinunciando a diritti e a salario. Sarà per questo clamoroso fallimento che il sottosegretario al lavoro ha reagito con tanta rabbia. Egli ha riproposto i suoi deliri contro la Fiom, e non si è accorto così di annunciare la sconfitta di chi in questi anni ha puntato a distruggere il principale sindacato dei metalmeccanici. Con il suo comportamento caricaturale per un uomo di governo, che dovrebbe teoricamente difendere gli interessi del lavoro, e che invece assume le posizioni più becere e oltranziste a favore dell'azienda, il sottosegretario al Lavoro ha semplicemente manifestato la propria ringhiosa pavidità e impotenza. Ma anche la Fim la Uilm e Fismic i tre sindacati che a Melfi raccolgono oltre il 60% dei consensi dei lavoratori, registrano in queste ore un clamoroso fallimento della loro linea moderata e collaborazionista con l'azienda. Sono i loro iscritti, i loro delegati a scioperare insieme agli altri, anch'essi non ne possono più. Fim e Uilm hanno reagito a tutto questo secondo il copione di quest'ultimi anni, quello degli accordi separati in Fiat e sul contratto nazionale. Ma questa volta le lore parole suonano vuote e inutili, anch'essi sono di fronte alla fine di un disegno, la loro vecchia politica non funziona più.

Ma il fallimento principale è quello della Fiat. Il gruppo torinese in questi anni ha cercato di creare intorno a Melfi un'isola che esorcizasse la crisi del gruppo. Melfi doveva essere una sorta di vetrina del lavoro a basso costo e ad alto rendimento, necessaria per convincere qualcuno all'estero a comprarsi l'intera produzione dell'auto. Questa strategia miope, che non ha puntato sullo sviluppo di Melfi, ma solo sul suo supersfruttamento, è giunta alla fine. Ora chiunque vorrà fare i conti con Melfi sa che non ha più di fronte una scatola di montaggio buona per qualsiasi uso, ma una fabbrica con storie, lavoratori, professionalità e dignità, che come tale vuole essere considerata. Da oggi Melfi vale molto di più.


Una battaglia
che viene da lontano
E' stato duro costruire questa lotta. Per anni la Fiat ha usato i più brutali strumenti della repressione, del ricatto, delle minacce, del licenziamento, per impedire che le lavoratrici e i lavoratori alzasserro la testa. Un autoritarismo da caserma sabauda è stato chiamato beffardamente sistema partecipativo, ma in realtà tutti sapevano che l'unica partecipazione era quella dell'azienda sulle vite, sui destini delle persone che in essa lavorano. Ora tutto questo si infrange di fronte ai cancelli della fabbrica, pare sciogliersi come neve al sole. Voremmo dire ai tanti che periodicamente ci spiegano che il lavoro e gli operai non esistono più, che questa è la lotta di classe, la lotta di popolo, quella che c'è stata a Termini Imerese, quella che c'è stata a Terni, quella che c'è oggi a Melfi, quella che deve crescere dappertutto. Sabato, promossa dalle Rsu e sostenuta dalla Fiom, a Melfi ci sarà una manifestazione dei lavoratori del sito industriale che si preannuncia come un vastissimo appuntamento di solidarietà e di mobilitazione. Questa lotta non deve essere sconfitta. Il governo, se ha ancora un briciolo di dignità istituzionale e di vergogna dal farsi rappresentare unicamente dal suo sottosegretario al Lavoro, deve convocare un incontro per discutere. La Fiat deve finirla con gli atteggiamenti che ha in Turchia o negli altri paesi ove rifiuta le più elementari norme democratiche nelle relazioni sindacali e deve accettare di sedersi a un tavolo. Come sempre una grande lotta operaia diventa una grande questione di democrazia che riguarda tutti.

Giorgio Cremaschi   

Quinto giorno di protesta. Paralizzata la zona industriale

Ancora blocchi

 

 

Zona industriale di Melfi (Pz) ancora paralizzata dai blocchi stradali effettuati dai lavoratori della Fiat-Sata e delle aziende dell'indotto, che durano ormai da cinque giorni. La protesta dei lavoratori, che ha ricevuto l'appoggio di Fiom e Slai-Cobas, è contro la politica delle relazioni sindacali e industriali e per una piattaforma che chiede più salario e diverse condizioni di lavoro (doppia battuta). La regione, attraverso l'assessore al Lavoro, Carmine Nigro, sta cercando di mediare, pur condannando l'atteggiamento di Corso Marconi, che per tutta risposta ha fatto ventilare l'ipotesi di spostare l'assemblaggio delle Y a Termini Imerese. Non solo, secondo quanto denuncia lo stesso segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, la Fiat sta telefonando ai singoli lavoratori per invitarli a tornare al lavoro. Ovviamente, la Fiat è alla ricerca della prova di forza attraverso la strumentalizzazione e il ricatto dei lavoratori. Intanto, oltre cento deputati di quasi tutti i gruppi politici lhanno sottoscritto un appello in cui chiedono in intervento immediato del presidente del Consiglio.

«La tensione che esiste tra gli scioperanti è molto forte - sottolinea Rinaldini - perché l'azienda non vuole fissare la data dell'incontro». Rinaldini avverte: «La responsabilità di questa situazione ricade per intero sulla Fiat».

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LIBERAZIONE 23-04-04

Si fermano anche la Sevel e Termini Imerese. L'azienda: parliamo solo con Fim, Uilm e Fismic. La Fiom: pura provocazione

Melfi, la Fiat cerca sponda tra i sindacati "amici". E la trova

 

 

Tutti contro la Fiom e i lavoratori di Melfi. In primo luogo la Fiat, ovviamente, che sta mettendo in libertà gli operai di altri stabilimenti nel tentativo di dividere i lavoratori e fiaccare la coraggiosa lotta avviata sei giorni fa dalle tute blu lucane, che continuano a bloccare la produzione con l'obiettivo di costringere l'azienda ad aprire una trattativa su salario (a Melfi le retribuzioni sono inferiori in media del 15%) e ritmi di lavoro. Per tutta risposta ieri mattina a Mirafiori circa un migliaio di addetti alle linee "Punto" e "Idea" sono stati di nuovo messi in "senza lavoro" per il mancato arrivo di componenti da Melfi, mentre tra oggi e domani resteranno fermi anche 2500 operai della Sevel, in Val di Sangro, dove si produce il "Ducato" e 1400 tute blu di Termini Imerese (Punto). La Fiat può contare anche sull'aiuto del governo - che fa finta di non vedere quanto sta accadendo, ignorando persino gli appelli della Regione Basilicata - e sulla compiacenza di alcuni sindacati "amici". Quali siano gli interlocutori più graditi, lo ha fatto capire chiaramente il responsabile delle relazioni Industriali del gruppo torinese, Paolo Rebaudengo: «Siamo disponibili alla richiesta fatta da Fim, Uilm e Fismic e stiamo definendo le modalità dell'incontro», ha detto Rebaudengo, aggiungendo che invece «la Fiom non ha chiesto alcun incontro». Una dichiarazione definita dal segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, come «una pura provocazione», dal momento che al primo punto delle richieste dei metalmeccanici Cgil c'è proprio quella dell'apertura di una trattativa. La segreteria nazionale della Fiom parteciperà alla manifestazione di domani a Melfi promossa dalle Rsu della Fiat Sata e delle aziende dell'indotto. Nel frattempo, insiste Rinaldini, «rimaniamo in attesa della convocazione». Quanto alle manovre della Fiat per dividere i lavoratori, «auspico che le altre organizzazioni - conclude il segretario della Fiom - non si prestino a tale operazione». Speranza vana. In soccorso del Lingotto arriva infatti la Uilm di Torino, che «dichiara soddisfazione per la risposta positiva che Fiat ha dato alla richiesta di incontro di Fim, Uilm e Fismic».

 

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LIBERAZIONE 24-04-04

 

Oggi a Melfi,
lunedì
a Mirafiori

 

 

 

 

 

Oggi saremo a Melfi, ad una grande manifestazione operaia e di popolo. Lunedì saremo a Mirafiori con una serie di iniziative a tutte le porte di quello che è stato il simbolo del movimento operaio italiano. Ci troviamo ad un passaggio decisivo. Abbiamo avuto a Melfi una settimana di blocco della produzione, a partire dalla messa in discussione dello sfruttamento e dei livelli salariali. Abbiamo avuto il tentativo della Fiat - fallito - di organizzare una sorta di "marcia dei 40.000" lucana, per aprire la strada ad un accordo separato dei sindacati gialli. Oggi si tratta di misurare la capacità della lotta operaia di essere egemone nel territorio, di coinvolgere la comunità locale in una identificazione di destini ed obiettivi. E' evidente il parallelo con Scanzano e senza quella lotta non sarebbe possibile la manifestazione di oggi. Lo sfruttamento bestiale alla Fiat di Melfi c'è da anni, ma fino a ieri era accettato come una disgrazia immodificabile. La lotta parte non solo dallo sfruttamento, ma dalla percezione che finalmente quella situazione si può cambiare. Scanzano e Rapolla, il movimento no global, Terni e gli autoferrotranvieri hanno detto che si può. Ma nella manifestazione di oggi c'è un salto di qualità che va oltre Scanzano e oltre Terni. A Terni di lotte operaie e della sua comunità ne abbiamo viste per decine di anni; a San Nicola di Melfi questa è la prima. Ma anche oltre Scanzano; qui si tratta di rovesciare un modello che per anni è stato accettato da tutti, dalle organizzazioni sindacali alle istituzioni e che è stato egemone nella società: l'idea che l'unica strada per costruire posti di lavoro al Sud fosse quella di accettare salari più bassi e sfruttamento più alto. Che in nome del posto di lavoro fosse necessario ingoiare qualsiasi rospo. Questa ideologia è stata sconfitta tra i lavoratori anche grazie all'opera della Fiom e di Rifondazione comunista, ma soprattutto grazie all'azione capillare e generosa di operai e operaie, che hanno pagato con montagne di provvedimenti disciplinari e qualche licenziamento il loro impegno quotidiano in fabbrica.


Per questo la lotta di Melfi ci chiama ad un salto di qualità. Dopo la crisi dell'anno scorso noi avevamo proposto la nazionalizzazione della Fiat, come unica strada per salvare i posti di lavoro e qualificare l'apparato industriale, mettendo al centro il nodo della produzione di sistemi di mobilità. La risposta della Fiat e del governo è stata quello di un rilancio del privato e i risultati sono gli occhi di tutti: il supersfruttamento di Melfi e la chiusura di Mirafiori, in un contesto di impossibilità per la Fiat di raggiungere livelli produttivi adeguati a stare sul mercato globalizzato. Oggi la lotta degli operai di Melfi apre la strada per la rimessa in discussione di questa scelta e per riaprire il confronto e la lotta su una modifica strutturale dell'impresa a partire dalla scelta strategica dell'intervento pubblico. Per questo Melfi e Mirafiori stanno insieme e per questo come partito abbiamo deciso di costruire lunedì una iniziativa a Torino. Solo l'uscita dalla logica liberista può dare una risposta ai problemi salariali e di sfruttamento a Melfi come a quelli occupazionali a Torino. Il salto di qualità che ci richiede la manifestazione di oggi è la capacità di costruire nel paese, nell'opposizione e nelle organizzazioni sindacali, un senso comune sulla necessità di superare le politiche neoliberiste, per costruire una uscita congiunta dalla crisi economica e da quella sociale.

Paolo Ferrero  

 

Priorità del sindacato: questione salariale e discussione sul nuovo modello contrattuale

Partire da un'altra qualità dello sviluppo

 

 

Una campagna politica, è una campagna politica, e quella che Rifondazione sta lanciando, "Prima il lavoro e il salario! ", è assolutamente centrata nell'argomento e nel titolo. Ma oltre all'agitazione e alla propaganda è bene scavare un po' più in profondità. Mi pare ci sia un largo consenso sull'analisi, non solo degli interventi su Liberazione, della drammaticità della questione salariale, della drastica riduzione della quota di reddito complessivo prodotto che va ai salari e alle pensioni, dell'estendersi della frammentazione e della precarietà del lavoro (ancor prima degli effetti della legge 30), del degrado dell'apparato produttivo italiano. Il problema semmai è l'efficacia dell'iniziativa politica e sindacale per invertire questa tendenza. Mi pare che parecchi interventi pubblicati, soprattutto dal versante del sindacalismo extraconfederale, non si pongano minimamente la questione. Si preferisce polemizzare con la linea della Cgil, dando ormai come irrimediabilmente conclusa l'inversione di tendenza operata all'ultimo congresso, rispetto alle politiche concertative precedenti al patto per l'Italia. Naturalmente spinte forti in questo senso esistono dentro e fuori la Cgil, ma quest'inversione non è (almeno per ora) avvenuta e si può contrastare (partendo ovviamente dall'assunto che non è desiderabile avvenga). A lavorare in questo senso, pur tra molte contraddizioni, non c'è solo la generosa iniziativa della Fiom, la categoria più esposta all'attacco governativo e confindustriale, né solamente la sinistra di Lavoro Società, ma esistono anche pratiche diffuse dentro la Cgil. Se questa resistenza reggerà ad una ipotesi "neocentrista", che sembra far convergere le posizioni del "triciclo" con il nuovo corso in Confindustria e un nuovo corso di concertazione sindacale, dipende dall'iniziativa sia sindacale che politica (nelle rispettive autonomie) che riusciremo a mettere in campo, e qui torniamo alla questione dell'efficacia.

Per quanto riguarda il sindacato, per porre efficacemente la questione salariale e quindi la discussione sul nuovo modello contrattuale che deve sostituire quello del 23 luglio, occorre partire da una priorità strategica, che io credo possa essere oggi così definita: la necessità di un'altra qualità dello sviluppo a cui legare la valorizzazione del lavoro e quindi la lotta alla precarietà. Se questo è l'orizzonte strategico, il problema non è se deve essere più forte il contratto nazionale o invece la contrattazione decentrata. Serve un forte ruolo del contratto nazionale che recuperi diritti comuni e quote di reddito andate in questi anni ai profitti (quindi non solo adeguamento all'inflazione reale ma anche quote di produttività, di ricchezza prodotta) ma serve anche una forte contrattazione decentrata che sappia contrattare e stimolare l'innovazione, la qualità, quindi: l'organizzazione del lavoro, la formazione, gli inquadramenti, i percorsi di carriera ecc. ma sappia intervenire anche sulle politiche industriali, possibilmente con un'ottica generale e non solo aziendalista. In questo contesto l'architettura contrattuale può trovare diverse soluzioni, ma sicuramente va abbandonato il riferimento all'inflazione programmata, scegliendo invece parametri credibili di inflazione reale e a questo scopo credo andrebbe rivendicata una riforma per la trasparenza dell'Istat e per la definizione di "panieri differenziati" a seconda dei diversi tenori di consumi (single, pensionati, ecc.). La cadenza contrattuale nazionale potrebbe anche tornare ad essere triennale, magari prevedendo una forma vincolante di riallineamento degli scostamenti tra aumenti ottenuti e inflazione reale. Non si tratterebbe di una scala mobile, anche perché, paradossalmente, oggi un meccanismo di scala mobile annuale garantita per legge potrebbe non solo depotenziare il ruolo del contratto nazionale (obiettivo che molti perseguono) ma anche inibire la contrattazione di secondo livello. Naturalmente un nuovo modello contrattuale dovrebbe anche rapportasi alla situazione europea, non per copiarne gli aspetti peggiori (un solo livello contrattuale), ma piuttosto per andare verso un corpo di diritti comuni e accorpamenti contrattuali più ampi. Se il cuore del modello contrattuale è non solo il recupero salariale ma anche un'altra qualità del lavoro e dello sviluppo, la sacrosanta rivendicazione di forme di salario sociale per i disoccupati, per i precari, ecc. non può essere intesa come un reddito minimo garantito che invece di promuovere il contrasto alla precarietà e al lavoro dequalificato e disagiato, rischierebbe di legittimarli.

A livello politico, per Rifondazione, ma anche per tutte le altre forze che si pongono su posizioni antiliberiste, declinare più precisamente cosa significa e cosa implica un'altra qualità dello sviluppo è ancora più necessario, altrimenti la scelta (importante) di una intesa con il centrosinistra, per battere il centrodestra e prospettare una alternativa di governo, risulterebbe subalterna e destinata al fallimento. La scelta di un altro modello di sviluppo, che significa anche sostenibilità ambientale, adeguate politiche economiche, fiscali, industriali, un nuovo intervento pubblico in economia, parla anche ai bisogni e alle aspettative di altri soggetti e movimenti sociali. Ma si tratterebbe di andare oltre la cosiddetta "via alta dello sviluppo" (quella che compete sulla qualità e l'innovazione, contrapposta a quella "bassa" che si rifà unicamente ai tagli ai diritti e al costo del lavoro) progettando uno sviluppo fondato non sulla crescita quantitativa, ma sulla qualità sociale complessiva. Una volta avremmo parlato della necessità di una sponda politica alle lotte sociali e sindacali, oggi forse potremmo dire che le lotte sindacali autonome e coerenti e la battaglia politica per una alternativa di governo, pur nelle rispettive autonomie, possono farsi reciprocamente da sponda e il lavoro tornare ad essere al centro di un progetto di trasformazione sociale.

Vittorio Bardi segreteria Cgil Emilia Romagna  

 

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 liberazione 25-04

Dal 25 aprile al 1 Maggio

 

 

Quest'anno le due date del 25 aprile e del 1 maggio sono davvero qualcosa di più di due ricorrenze importanti e simboliche. Ci propongono la ripresa di un cammino: parlano degli eventi da cui sono nate, ma anche del futuro. Ricordano un passato importante e glorioso, ma indicano anche nuovi obiettivi e nuovi progetti. E soprattutto ci indicano la costruzione di un nuovo movimento operaio. La possibilità - grande - che nasca un nuovo soggetto politico.

Il 25 aprile è la festa della Liberazione, della nostra liberazione dal fascismo. E' l'affermazione di una memoria irriducibile ad ogni interessato revisionismo. Oggi noi celebriamo un grande rito dell'unica religione civile del paese: la religione dell'antifascismo come atto fondante della Repubblica. Ma lo celebriamo con accresciuta passione, perché la storica lotta dei partigiani contro la guerra scatenata dal fascismo e dal nazismo oggi vive di nuovo in un grande movimento mondiale. Essa è il terreno fondamentale di una nuova resistenza alla violenza, alla distruzione, alla guerra e alle guerre che sconvolgono il pianeta.


Il Primo Maggio, festa dei lavoratori, ci richiama al grande tema della liberazione del lavoro, del conflitto che abolisce sfruttamento e alienazione. Una festa antica ma anche profondamente moderna. Perché niente è più evidente oggi a livello globale della questione di classe. Essa si mostra nella divisione fra il nord e il sud del mondo. Ma è viva ogni giorno anche da noi, in questa Europa e in questa Italia, nelle battaglie per i salari devastati dal carovita, nella lotta contro una precarizzazione devastante, nella battaglia per i diritti calpestati dal liberismo.

Questa ricongiunzione di passato e futuro è il simbolo forte della ricomposizione unitaria del soggetto della trasformazione. Già annunciata e vivente nelle lotte di questi anni, quando il movimento operaio è sceso in piazza, con le sue organizzazioni, insieme ai giovani e ai pacifisti.


Un nuovo movimento operaio quindi è di fronte a noi. Esso contiene tutti i segni della continuità con il passato ma anche quelli di una discontinuità. C'è continuità nelle ragioni della "liberazione", ma c'è discontinuità nei modi in cui essa si può e si deve realizzare. L'abbiamo vista nei grandi conflitti che hanno percorso il paese in questi anni - da Scanzano a Melfi, dal movimento altermondialista a quello per la pace. L'abbiamo vista nella riproposizione di forme di lotte inedite, nell'affermazione di una nonviolenza che ripropone tutta la carica forte del cambiamento senza soggiacere alle leggi e ai modi dell'avversario di classe.

Oggi, in questo 25 aprile, è più forte che mai il problema della costruzione della nuova coalizione sociale e culturale e della forma politica che la può rappresentare. E' il problema non inedito dell'unità fra la classe operaia tradizionale e il nuovo proletariato, fra le vecchie e le nuove forme di conflitto, fra liberazione del lavoro e liberazione della vita. Vediamo questa nuova soggettività oggi nelle piazze che celebrano il 25 aprile. La vedremo nel Primo Maggio di Torino, nel Mayday di Milano. Il nuovo movimento operaio è già nato.

Fausto Bertinotti    

L'azienda intanto cerca di dividere i lavoratori. I siti bloccati dalla cig

Maroni: «Problema che non ci riguarda»

 

 

Mentre tutto il pianeta Fiat è bloccato dalle lotte dei lavoratori di Melfi, e l'azienda cerca di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri ripetendo fino alla nausea il leit motiv "è tutta colpa di quelli di Melfi", il governo, per bocca di Maroni, propone... di lavarsi le mani di tutta la vicenda. Un atteggiamento quantomeno sconsiderato. Primo, perché tenta di evitare la politicizzazione della vertenza e insinua una manovra di isolamento della Fiom e della Cgil; secondo, perché lancia un preciso segnale repressivo: la lotta sarà trattata come un mero fatto di ordine pubblico. Maroni docet: il governo non ricomporrà la frattura tra Fiat e Fiom, «perché non è nel suo potere, non è nelle sue competenze e non è nella sua volontà intervenire visto che si tratta di un problema che riguarda un rapporto tra azienda e sindacati». Il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano se la cava con un più modesto «sarebbe bene che questa iniziativa finisse al più presto».

Secco il commento del segretario della Fiom di Torino: «Il governo in questo modo si schiera contro i lavoratori».

Intanto, una ad una tutti si siti della Fiat si stanno avviando verso la paralisi della poduzione.

L'azienda sta "spalmando" cassa integrazione in ogni angolo del suo impero. La copertura ufficiale è quella del "senza lavoro". La cassa è legata solo in parte ai reali problemi di approviggionamento. Serve anche a coprire le magagne e i flop dell'azienda. E' il caso di Cassino, per esempio, dove i livelli produttivi della Stilo continuano a scendere vistosamente. Domani si dovrebbe rientrare dopo due settimane di assenza forzata. Ma il condizionale è d'obbligo. Il secondo turno potrebbe non entrare in fabbrica.

Si naviga a vista anche a Mirafiori. La situazione viene monitorata di due turni in due turni. Fino a lunedì i lavoratori rimarranno a casa. «Il problema - spiega Giorgio Airaudo, segretario provinciale della Fiom - non è tra la Fiat e la Fiom ma tra l'azienda e i lavoratori». Airaudo parla del tentativo dell'azienda di costruire un "sistema" in cui lo storico stabilimento di Torino doveva essere tenuto "a bagno", spostando il baricentro a Melfi. «E' questo disegno che è fallito». A Termini Imerese, poi, i lavoratori vivono praticamente alla giornata da giovedì scorso. La direzione aziendale ha annunciato che sarà così fino a quando «non si sblocca Melfi». Ieri un gruppo di tute blu della Sicilia sono andate a manifestare in Basilicata solidarizzando con i loro colleghi. Più che altro un ritorno, dopo la "visita" di più di un anno fa, quando cominciò la cosiddetta crisi Fiat. «Anche negli altri siti c'è il problema dei ritmi di lavoro e dell'applicazione del Tmc2 (la metrica utilizzata dall'azienda per aumentare artificiosamente del 20% la velocità delle linee di produzione, ndr) - sottolinea Roberto Mastrosimone, delegato Fiom di Termini - proprio perché l'idea era quella di melfizzare tutti i siti. Certo, se la crisi scoppia proprio lì vuol dire che va in crisi tutto il sistema».

Di fatto, la cassa integrazione serve a bloccare le reazioni dei lavoratori. Non è una novità. Ma questo non ferma la protesta. A Termoli, ieri, lo Slai. Cobas ha dichiarato uno sciopero dalle 14 alle 22. Qui, da lunedì alle 22 la Fiat ricorrerà alla cassa integrazione. Anche a Pomigliano lo Slai. Cobas sta indicendo scioperi contro lo straordinario del sabato.

Fabio Sebastiani  

Fiat, oltre 10mila tute blu manifestano davanti alla fabbrica

 

Melfi come
Scanzano

 

 

 

 

 

Melfi (Potenza)
nostro inviato

Gli operai della Fiat Sata di Melfi non sanno che farsene degli accordi separati firmati da Fim, Uilm e Fismic. Non hanno nessuna intenzione di siglare rese umilianti in cambio di niente, come chiede loro l'azienda con l'appoggio dei sindacati venduti al padrone. E' netto e inequivocabile il messaggio che viene dagli oltre diecimila lavoratori che hanno partecipato ieri mattina alla manifestazione indetta dalle Rsu davanti ai cancelli dello stabilimento: la lotta iniziata una settimana fa, con il blocco delle vie di accesso al sito dove sorge l'impianto più moderno e produttivo della casa automobilistica torinese, proseguirà fino a quando la Fiat non metterà da parte l'abituale arroganza e accetterà di sedersi a un tavolo con i rappresentanti dei lavoratori per discutere di contratto, salari e turni di lavoro massacranti. Nel frattempo, gli operai vanno avanti, forti dell'appoggio della Fiom - che a sostegno della vertenza di Melfi ha proclamato ieri quattro ore di sciopero di tutto il gruppo per martedì prossimo - e della solidarietà di Rifondazione comunista, che per domani ha organizzato una iniziativa a Mirafiori e che sostiene in modo attivo la lotta alla Sata: «Siamo qui con loro, ci scambiamo i turni, raccogliamo fondi», riassume Angela Lombardi, segretaria del Prc di Potenza.

Una bella giornata di sole e le verdi colline soprastanti la zona industriale di Melfi fanno da cornice all'imponente corteo che prende il via dagli ingressi della Barilla, una delle tante fabbriche ospitate nel sito. Il colore predominante nella manifestazione, manco a dirlo, è il rosso: quello delle bandiere della Cgil e della Fiom, il cui striscione apre il corteo. Ma il rosso riverbera anche sugli striscioni delle Rsu dell'Alfa di Arese e dei Cobas di Pomigliano. Il tentativo della Fiat di dividere i lavoratori non ha funzionato, sembrano dire con la loro presenza i delegati di Mirafiori, della Sevel Val di Sangro e di Termini Imerese, dove nei giorni scorsi la produzione si è interrotta a seguito del blocco di Melfi. Nonostante il timore di un possibile intervento della polizia sui picchetti, con il pretesto della vergognosa intesa siglata da Fim, Uilm e Fismic, il clima appare tranquillo e disteso. «La lotta è dura e non ci fa paura», grida un gruppo di operai in mezzo al corteo. Evidentemente l'essere così in tanti, insieme, l'uno accanto all'altro, è una garanzia: ci si chiede infatti chi avrà il coraggio di sfidare la rabbia dei lavoratori finché questa avrà un consenso così grande. Non a caso ci sono anche i gonfaloni dei comuni della zona. Presente anche Rocco Rivelli, presidente del consiglio provinciale di Matera. Del resto Scanzano, qui in Basilicata, ha fatto scuola. Ha dimostrato che compatti si può battere persino il governo. «Il vento di Scanzano - sottolinea Nichi Vendola, deputato del Prc - attraversa i cancelli del più inviolabile santuario del capitalismo italiano, la Fiat, per entrare nella fabbrica simbolo di una condizione di lavoro che assomiglia alla Corea del Sud. C'è una comunità che rivendica un nuovo destino. Melfi è stata muta dal punto di vista operaio e splendente nell'autoritarismo che esprimeva. Adesso l'incantesimo si è rotto, gli operai hanno ripreso la parola».

E allora eccoli, gli operai. «La Fiat - attacca Emanuele De Nicola, Rsu Fiom - ha avuto la faccia tosta di sostenere che a Melfi c'era una minoranza che bloccava la maggioranza degli operai che volevano venire a lavorare. Questa manifestazione è la dimostrazione che i lavoratori sono con noi. Dopo Scanzano, dopo Rapolla c'è anche Melfi». Michele Iacovera, anche lui delegato Fiom, collauda le macchine sui rulli: «I ritmi sono pazzeschi. In Fiat si parla di Tmc2 (sistema che incrementa il numero di operazioni da compiere nel tempo dato ndr) ma qui sembra che ci sia il Tmc4». Il clima in fabbrica è insopportabile: «Chi aderisce agli scioperi - riferisce Michele - spesso subisce spostamenti punitivi. Accade persino che chi si mette in malattia viene chiamato personalmente a casa e invitato a tornare al lavoro. Dopo dieci anni di questa vita la gente è arrivata al punto che non ne può più ed è scattata la rivolta». La ribellione ha il volto di Luciana, addetta del reparto verniciatura: «Sono mamma di due bambini e per me fare due settimane di notte consecutive significa non vederli per niente». Se per gli assunti è così, figurarsi per i precari: «Dall'inizio dell'anno - denuncia Roberto, lavoratore interinale - vado avanti con contratti di tre giorni, di una settimana. Ai precari danno carichi di lavoro che vanno oltre le normali mansioni. E noi zitti, altrimenti non ci rinnovano il contratto».

Il bello è che tutto è cominciato con gli scioperi nelle aziende dell'indotto, tremila addetto alle dipendenze di un consorzio, l'Acn, che raggruppa 23 aziende fornitrici della Sata. «Il contratto integrativo è scaduto da anni e non viene rinnovato - spiega Gaetano Cardacino, delegato Fiom alla Reina -. Per questo la battaglia della Fiat si incrocia con la nostra». Va ricordato infatti che a Melfi i salari sono del 15% inferiori rispetto agli altri stabilimenti del gruppo.

Dal palco, l'ultimo affondo è del segretario della Fiom Gianni Rinaldini: «Non è vero che la Fiom è andata via - sottolinea con forza - è stata esclusa. Ci è stata chiesta una dichiarazione che condannava ciò che stavamo facendo. La Fiat voleva prima l'umiliazione e poi la trattativa. Non può avere futuro una trattativa nata dopo aver umiliato i lavoratori». La richiesta della Fiom è chiara: «Il governo convochi l'incontro con l'azienda e i dirigenti sindacali e le Rsu dello stabilimento di Melfi. Se non lo fa - avverte Rinaldini - si assume la responsabilità politica di coprire e di stare con le posizioni della Fiat».

Roberto Farneti   

 

 

Che cosa è
se non crumiraggio?

 

 

 

 

 

 

 

 

La stupenda manifestazione di lavoratori e popolo davanti alla fabbrica vuota a Melfi ha affondato il vergognoso accordo dettato dall'azienda ai sindacati a tutto disposti. La manifestazione, è avvenuta dopo che ai vari turni di cambio lavoro non c'è stato bisogno di discutere o di spiegare: tutti hanno capito che quell'"accordo" era una truffa e un'offesa. Una truffa perché non concedeva nulla e un'offesa perché aveva solo lo scopo di imporre ai lavoratori l'umiliazione della sconfessione della loro lotta. Quanto è avvenuto in queste 24 ore è indicativo delle ragioni di fondo della crisi della Fiat. Esse richiedono prima di tutto nell'ottusità, nell'arroganza, nella prepotenza, nell'incapacità di capire di un gruppo dirigente che nei confronti dei lavoratori è capace solo di comportarsi come un vecchio ufficiale di cavalleria sabauda. Novemila provvedimenti disciplinari in tre anni, in una fabbrica di 5mila persone spiegano da soli la brutalità e la stupidità di un sistema Fiat, contro cui i lavoratori si sono ribellati. L'azienda, messa alle strette dalla lotta ha pensato di fare con i sindacati la stessa cosa che fa con i propri dipendenti: dare ordini e punizioni. L'incontro della notte tra venerdì e sabato è stato un ridicolo trucco organizzato alle spalle dei lavoratori e della Fiom. Si è chiesto di sottoscrivere preventivamente un testo che condannasse l'illegalità delle lotte. Chi firmava veniva ammesso a discutere, chi non firmava no. E' solo a vergogna della Fim e della Uilm, non del Fismic, che è solo il nuovo nome dell'antico sindacato giallo del gruppo Fiat, la sottoscrizione di quel verbale. La Fiom ovviamente non l'ha fatto. Che trattativa è quella che comincia dopo la punizione dei lavoratori in lotta? Tecnicamente un'intesa di questo genere è solo un atto di crumiraggio, serve soltanto a provare a rompere lo sciopero. Ed è proprio in questo che l'intesa è fallita. La Fiat avrebbe dovuto imparare qualcosa proprio dall'esperienza di questi giorni. La lotta a Melfi infatti è iniziata con la ribellione e un piccolo accordo separato. Quando otto giorni fa, i capi convocarono i delegati del primo turno per concordare con loro la mandata a casa dei lavoratori per rappresaglia contro lo sciopero delle aziende dell'indotto, i delegati della Fim, da soli, sottoscrissero la posizione dell'azienda. Allora ci fu la prima ribellione dei lavoratori che si è poi estesa a tutta la fabbrica. Su base più ampia oggi la Fiat ci riprova, chiama i sindacati ad essa servili, chiede la solidarietà della parte più becera e reazionaria del governo, e prova ancora una volta a rompere la lotta e a imporre l'obbedienza alle sue decisioni. Fallirà di nuovo. La Fiat non ha capito una cosa fondamentale che i tempi sono cambiati, lo dimostra un piccolo episodio. Il sindaco di Melfi, unico tra quelli del territorio a non essere in piazza con i lavoratori, d'accordo con i sindacati amici dell'azienda ha tentato di organizzare una piccola marcia dei 40mila. Si sono trovati in una cinquantina di capetti, che tra i frizzi e i lazzi della popolazione hanno fatto 100 passi per le vie di Melfi e poi se ne sono andati a casa. Il popolo della Lucania, quello stesso che ha bloccato la regione per Scanzano, sta con i lavoratori di Melfi. I metalmeccanici di tutt'Italia, le cui delegazioni erano davanti alla fabbrica stanno con i lavoratori di Melfi. Questa è una lotta che suscita entusiasmo e consenso perché è una lotta sacrosanta per i diritti e la dignità del lavoro. La lotta andrà avanti e alla fine le cose dovranno cambiare. Questo dicevano tutti ieri davanti alla fabbrica con determinazione, ma anche con gioia.

Giorgio Cremaschi 

 

 

 

«Adesso
il governo obblighi
la Fiat a trattare»

 

 

 

Rifondazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Un pieno successo, la prima risposta all'accordo separato fatto dai sindacati gialli». Con queste parole Paolo Ferrero, della segreteria nazionale di Rifondazione, commenta da Melfi la grande manifestazione indetta dalle Rsu della Fiat Sata. «Adesso - sottolinea Ferrero - è necessario che intervenga il governo. Berlusconi si tolga la testa di usare l'accordo separato per mettere in atto politiche repressive. Il governo deve invece obbligare la Fiat al tavolo di trattativa per discutere dell'aumento dei salari, della riduzione dei carichi di lavoro e complessivamente degli assetti produttivi del gruppo Fiat». L'impegno del Prc nei prossimi giorni, annuncia Ferrero «è per allargare la lotta di Melfi sul territorio e negli altri stabilimenti della Fiat».

 

 

 

 

 

"Mirafiori day" domani a Torino

 

 

Un'intera giornata dedicata ad un problema urgente, macroscopico e pure invisibile agli occhi dei decisori "che contano". Una giornata in cui riportare prepotentemente all'attenzione pubblica il caso Fiat come caso emblematico. Da questi assunti "categorici" muove l'iniziativa del Prc piemontese per organizzare, domani, un vero e proprio "Mirafiori Day", capace di partire dal cuore malato delle produzioni Fiat per estendersi territorialmente lungo la filiera dell'indotto auto. L'idea è quella di coinvolgere sia i lavoratori e le lavoratrici, sia i livelli istituzionali, sia, più in generale, l'intera cittadinanza. E' ormai evidente, infatti, che senza l'estensione e la radicalizzazione dei momenti di lotta e vertenza a Torino rischia di vincere l'ideologia dell'abbandono delle produzioni legate all'auto; un'ideologia foriera di disastri sociali. Lo sa bene la Fiom che ha avviato, da tempo, un'articolata consultazione con diverse realtà istituzionali e di movimento, con l'obiettivo dichiarato di ottenere un salto di qualità sul terreno della mobilitazione consapevole. L'iniziativa di Rifondazione, incrocerà positivamente quella del sindacato metalmeccanico e rappresenterà un ulteriore elemento moltiplicatore del "campo che non si rassegna".

Nella giornata di domani, dunque, promuoveremo una batteria di interventi. Sosterremo una petizione promossa dai lavoratori che chiede ai candidati alle prossime elezioni ed alle forze di centro sinistra un impegno preciso per la salvaguardia di Mirafiori, anche attraverso l'intervento pubblico. Presenteremo un ordine del giorno in Comune e Provincia di Torino, e Regione. Saremo davanti a dieci porte dello stabilimento Fiat Mirafiori con un volantino portato da compagne e compagni di diversi circoli e da consiglieri circoscrizionali. Alle 12.30, conferenza stampa di fronte alla porta 2 a cui parteciperà il capogruppo al Senato Gigi Malabarba. Quest'ultimo, sempre davanti alla porta 2, insieme alla capogruppo Prc di Torino Marilde Provera, terrà un comizio alle ore 13.00. Alla stessa ora, ma davanti alla porta 20, parleranno con i lavoratori e le lavoratrici i consiglieri regionali e provinciali Rocco Papandrea e Sergio Vallero. Poi volantinaggi e interventi in tutta la città e su insediamenti produttivi a Rivoli, Collegno, Venaria, Grugliasco, Asti. Sui muri sarà affisso un manifesto che chiede di "non spegnere il motore del Piemonte" e di attivare subito l'intervento pubblico.

Per queste ultime sacrosante richieste, per la loro soddisfazione, deve spirare, anche in Piemonte l'aria di Terni e di Scanzano. Con la giornata di domani proveremo a dare un parziale contributo affinchè questo avvenga.

Alberto Deambrogio

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liberazione 26-04 internet

FIAT: FERRERO (PRC), GOVERNO CON AZIENDA SU FRONTE REPRESSIVO

Torino - "E' interessante che il Governo si schieri con la Fiat sul fronte della repressione, ma questo non cambia il fatto che il livello di consenso alla lotta dei lavoratori di Melfi è tale che la produzione non riprende. Il Governo da un lato, infatti, si rifiuta di riaprire la trattativa e dall'altro il sottosegretario Sacconi chiede l'intervento delle Forze di Polizia". Davanti alla Porta 2 dello stabilimento di Mirafiori, Paolo Ferrero, responsabile nazionale del lavoro di Rifondazione Comunista, così commenta l'acuirsi della protesta di Melfi e ribadisce la richiesta di un intervento pubblico. "Una cosa deve essere chiara all'azienda: o si apre un tavolo di trattativa che risponde ai problemi di sfruttameno dei lavoratori di Melfi e che riguarda gli assetti complessivi del gruppo, oppure da questa situazione non si esce. Noi continuamo a chiedere un intervento pubblico, l'unica strada a nostro giudizio possibile, per costruire innovazione sul versante della mobilità: abbiamo proposto la costruzione di un'agenzia pubblica sulla mobilità a partire dalla mobilità urbana". Ed a chi vuole aprire un conflitto tra i diversi stabilimenti Fiat, tra Mirafiori e Melfi, replica Marilde Provera, capogruppo in Consiglio comunale di Rifondazione Comunista a Torino, "in realtà - dice - la lotta di Melfi a noi torinesi interessa molto perché se loro ripristinano la condizione lavorativa precedente, senza il terzo turno con doppia battuta, ossia il turno prolungato di notte, per Torino si riapre la concreta possibilità di recepire parte della produzione della Punto, che per noi è vitale. In realtà, la lotta di Melfi serve per dare vita a Mirafiori". Rifondazione Comunista oggi farà presidi davanti a Mirafiori e a diversi stabilimenti dell'indotto auto "per provare a costruire un livello di unità auspicabile che obbighi la Fiat a discutere seriamente". Infine, Paolo Ferrero polemizza con il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che aveva invitato la Fiom a riprendere la trattativa: "la Fiom è stata esclusa dal tavolo della trattativa - osserva - perché si è rifiutata di firmare un verbale, proposto dalla Fiat, dove si chiedeva di condannare la protesta dei lavoratori. Chiamparino, quindi, straparla quando chiede a Fiom di riprendere la trattativa. Fiom - conclude - è disponibile a trattare, anzi è la prima chiedere un confronto".

Agi (lunedì 26 aprile)


 

 

liberazione 27-04-04

 

Valanga di condanne contro Fiat e governo

Come ai tempi di Tambroni

 

 

Scelba, Tambroni e anche il generale Bava Beccaris. Compaiono quasi tutti i protagonisti delle più brutali repressioni di lavoratori della storia d'Italia nei commenti di condanna di quanto accaduto ieri a Melfi. Che altri aggettivi, o paragoni, usare? «Il governo riferisca in Parlamento», tuonano i capigruppo delle opposizioni. Intanto, ben tredici intellettuali, tra cui Fo, Castellina e Ingrao, danno vita a un appello di solidarietà.

La solidarietà per la Fiom, e la condanna delle cariche, i cui responsabili vengono indicati nel governo (Sacconi, in particolare, che l'ha "preannunciate" il giorno prima) e nella Fiat, sono generali. Nella lista ci sono anche gli esponenti della lista Di Pietro-Occhetto e quelli di "Uniti nell'Ulivo". Scendono in campo perfino Adusbef e Federconsumatori. «Non c'era alcun bisogno di usare la forza in una lotta sindacale non violenta», si legge in una nota della segreteria nazionale della Cgil che sostiene, «con decisione», la richiesta di aprire un vero negoziato. Restano le distanze con Cisl e Uil. Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani punta il dito contro le responsabilità dell'azienda, che «vuol guardare avanti rinnovandosi» ma nel contempo «nelle relazioni industriali torna agli anni cinquanta». Umberto Agnelli, invece di commentare la gravità dei fatti di Melfi, preferisce contare il "mancato guadagno" La Fiat, prosegue Epifani, «ha chiuso gli occhi su una condizione dei lavoratori che non era più sopportabile». Non è come dice il vicepremier Gianfranco Fini, che da New York parla di «posizioni radicali ed estreme della Fiom che mettono in difficoltà anche la Cgil e Epifani». Anche per il senatore del Prc Gigi Malabarba, «il coperchio che comprime da anni la condizione operaia sta saltando. Il sindacato - aggiunge deve unificare il fronte di lotta».

E proprio dal mondo sindacale arriva la solidarietà "senza se e senza ma" ai lavoratori di Melfi e alla Fiom. A partire dalle altre categorie, come la Filtea-Cgil (tessili), la Filcams-Cgil, «i gravi comportamenti attuati dal governo sul tema del lavoro sono un problema dell'insieme del movimento sindacale». La Fp-Cgil ricorda che il ministro Maroni, «lo stesso che si batte duramente affinché non vengano rinnovati i contratti dei pubblici dipendenti», «dà il peggio di sé rifiutandosi di entrare nel merito e mandando la polizia davanti ai cancelli». Stesso tono anche nel comunicato della Fp-Cgil di Verona. Parole di condanna, infine, da numerose altre strutture della Cgil, come lo Snur di Firenze, il direttivo della Cgil Piemonte e la segreteria dello Spi-Cgil.

Giudizi netti e precisi anche dal mondo del sindacalismo di base. «Un atto ingiustificabile e intollerabile», sottolinea Luciano Muhlbauer, della segreteria nazionale del Sin. Cobas. Così come è «grave ed irresponsabile» la decisione di Fim, Uilm e Fismic «si sono accordati con la Fiat aprendo così la stada ai fatti di oggi». Il Sin. Cobas ha proclamato lo sciopero di 4 ore per domani in tutta la categoria dei metalmeccanici. Anche la Confederazione chiama tutti i lavoratori alla lotta per lo stesso giorno. In campo ci sarà anche la FlmUniti-Cub. «Le vostre ragioni sono le nostre ragioni», sottolinea in un telegramma il coordinatore RdB/Cub Pierpaolo Leonardi. Ancora solidarietà dal Sult, dalla Cub-Trasporti, da Attac Italia. «Condanna senza riserve», infine, da parte del Forum sociale europeo, che invita a partecipare alle manifestazioni e ai presidi. «Solidarietà ai lavoratori di Melfi», come si legge in un comunicato dell'Arci. Anche l'associazione di Tom Benetollo sarà presente alla mobilitazione di domani.

Fabio Sebastiani 

«Interventi gravi
e sbagliati. Il governo riferisca in aula»

Le opposizioni unite

 

 

«Gli interventi della polizia nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici della Fiat di Melfi sono gravi di per sé e appaiono particolarmente preoccupanti perché effettuati dopo che un'esplicita richiesta in tal senso era stata avanzata da un sottosegretario su un quotidiano nazionale». E' quanto si legge in una dichiarazione congiunta di tutti i presidenti dei gruppi di opposizione della Camera, che condanna gli interventi della polizia nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori della Fiat di Melfi, giudica necessaria la riapertura delle trattative, anticipa che chiederà oggi in Aula che il governo riferisca sullo svolgimento dei fatti e sulle iniziative che intende assumere per contribuire alla soluzione della vicenda.

«Iniziative di questo genere sono sbagliate ed esasperano il clima. Esse non creano le condizioni per la soluzione della vertenza. Sarebbe necessario al contrario creare tutte le condizioni utili per la riapertura di una trattativa riconoscendo le lotte e le rivendicazioni dei lavoratori. Chiederemo perciò oggi stesso in Aula che il governo venga in Parlamento a chiarire lo svolgimento dei fatti e ad informare in ordine al suo impegno per la soluzione della vicenda».

Il testo è firmato da:
Luciano Violante, Pierluigi Castagnetti, Marco Boato, Franco Giordano, Stefano Cusumano, Marco Rizzo, Ugo Intini, Luana Zanella

Intervista al segretario della Fiom Gianni Rinaldini: «Si apre un capitolo nuovo»

«E domani lo sciopero sarà generale»

 

 

La Fiat, e il governo, sono andati giù pesanti...

La Fiat si è mossa in queste giornate con uno scopo preciso, quello di umiliare la lotta dei lavoratori di Melfi per ribadire il suo assoluto comando sulle condizoni lavorative di turnazione e retributive che improvvisamente entrano in crisi a partire dall'iniziztiva di lotta che durano ormai da una settimana. Come spesso succede l'arroganza e la prepotenza portano a volte a risultati inaspettati come quelli che nascono dal fatto che la Fiat ha risposto costantemente con la messa in libertà dei lavoratori di Fiat Sata tutte le volte che una o più aziende dell'indotto attuavano iniziative di sciopero. Pensando in questo modo di contrapporre i lavoratori di Fiat contro i lavoratori dell'indotto. E' successo esattamente l'opposto ad un certo punto i lavoratori e le lavoratrici hanno dettto basta. Si apre un capitolo nuovo, noi vogliamo aprire un negoziato sulle nostre condizioni di alvoro.


Lo sciopero indetto dalla Fiom si prospetta bene.

Lo sciopero di quattro ore di mercoledì è uno sciopero che è nello stesso atempo a sostegno della lotta dei lavoratori di Melfi contro l'intervento della politiza e per affermare un ruolo della contrattazione che sia in grado a tuttii livelli di incidere sulle condizioni di lavoro. Ad esempio a Melfli non c'è dubbio che una delle questioni più sentite sia quella dei turni notturni per dodici notti di seguito.


Quale è il termometro dei rapporti unitari?

Rapporti unitari, non c'è dubbio che l'accordo separato di pochi giorni fa ha contribuito a determinare questa situazione. No nè un caso che la Fiat ci aveva proposto come condizione la condanna dell'iniziativa dei lavoratori proprio perché finalizzata alle azioni che si stanno producendo. Non è un caso che l'accordo ce lo hanno propoposto venerdì sera, alla vigilia della manifestazione: la richiesta di un puro atto di um iliazione.


Il cosiddetto nuovo corso di Confindustria parte proprio con il piede sbagliato, o no?

Certo che l'atteggiamento della Fiat non mi pare proprio che presenti una novità positiva ripsetto ai rapporti con le organizzazioni sindacali. Non so se questo fa parte del nuovo corso. Se fosse così ci ritroveremo di fronte a scelte simili a quelle di questi anni, con un elemento di gravità ulteriore che riguarda l'intervento diretto della polizia contro li lavoratori. E' ovvio che in tutto questo c'è una rsponsabilità precisa del governo.

Fabio Sebastiani    

A macchia d'olio sit-in e scioperi spontanei. Dai siti della Fiat non esce più nemmeno un bullone.

E domani si ferma tutta la categoria dei metalmeccanici: chiamerà in causa l'intera Confindustria

Da Cassino a Mirafiori: siamo con voi

 

 

Mentre a Melfi il presidio delle tute blu continua davanti agli altri stabilimenti della Fiat c'è tutto un fervore di sit-in e di assemblee volanti. Nonostante la cassa integrazione, e quindi le fabbriche pressocché deserte, i lavoratori hanno voluto ugualmente manifestare la loro protesta. Lo sciopero indetto per domani dalla Fiom, che ha chiamato alla mobilitazione tutta la società civile, in tutto il settore metalmeccanico potrebbe rivelarsi una autentica sorpresa. Ieri si sono svolte diversi scioperi che hanno coinvolto «decine di migliaia di lavoratori», come si legge in un comunicato della Fiom. Ad incrociare le braccia sono state le tute blu del bresciano, della provincia di Bologna. E ancora, in Toscana, in Piemonte, a Napoli. Manifestazioni si sono tenute davanti alla prefettura di Salerno. La Power Train di Termoli ha scioperato.

Davanti alla Porta 2 dello stabilimento di Mirafiori, Marilde Provera (intervenuta con Paolo Ferrero), capogruppo in Consiglio comunale di Rifondazione Comunista a Torino, commenta: «in realtà la lotta di Melfi a noi torinesi interessa molto perché se loro ripristinano la condizione lavorativa precedente, senza il terzo turno con doppia battuta, ossia il turno prolungato di notte, per Torino si riapre la concreta possibilità di recepire parte della produzione della Punto, che per noi è vitale. In realtà, la lotta di Melfi serve per dare vita a Mirafiori». Rifondazione Comunista ha attuato insieme a tanti lavoratori il Mirafioriday, presidi davanti a Mirafiori e a diversi stabilimenti dell'indotto auto «per provare a costruire un livello di unità auspicabile che obbighi la Fiat a discutere seriamente».

Alla lista degli impianti fermi ieri si sono aggiunti anche quelli di Pomigliano d'Arco e Cassino. Avevano interrotto la produzione anche gli impianti di Torino, Termini Imerese e lo stabilimento della Sevel di Val di Sangro.

Ieri mattina, hanno scioperato all'Alfa Romeo di Arese e all'Iveco di Milano, dalle 9,30 alle 11, per «solidarietà con i lavoratori di Melfi». I cortei delle due aziende hanno anche bloccato per poco più di un'ora l'autostrada dei Laghi nei pressi dello stabilimento dell'Alfa. «Quanto è accaduto a Melfi - sostengono alla Fiom di Milano - è vergognoso: picchiare i lavoratori in sciopero è un pesantissimo attacco ai diritti ed alla Costituzione». La Fiom chiama quindi «i lavoratori metalmeccanici milanesi a rispondere subito con fermate spontanee ad un atto di gravità inaudita e ad esprimere solidarietà ai lavoratori di Melfi», in vista anche dello sciopero generale di 4 ore dei metalmeccanici di tutta Italia mercoledì 28: a Milano l'appuntamento è fissato alle 9 proprio davanti ai cancelli dell'Alfa di Arese.

Lo sciopero generale di quattro ore proclamato dalla Fiom avrà a Bologna alcuni momenti centrali: un presidio dinnanzi alla Magneti Marelli di Crevalcore, a pochi chilometri dal capoluogo, dov'è in corso una vertenza che mette a rischio il lavoro di 134 dipendenti; e una manifestazione in piazza a Bologna, con modalità che ancora sono in fase di definizione. Ieri, in alcune aziende metalmeccaniche del Bolognese si sono tenute assemblee e brevi scioperi spontanei dei lavoratori. Un appello alla mobilitazione, rivolto in particolare ai movimenti no-global, viene dal Prc di Bologna, che pensa per mercoledì a un presidio davanti alla prefettura.

Fa. Seba. 

Morchio scrive ai lavoratori in lotta:
rischiate il posto

L'azienda minaccia

 

 

«E' una situazione che rischia di compromettere una parte importante del lavoro fatto. I lavoratori stanno subendo perdite salariali importanti, l'Azienda un danno economico gravissimo». E' quanto scrive l'amministratore delegato della Fiat, Giuseppe Morchio, in una lettera inviata ai dipendenti del gruppo, ai quali chiede di dimostrare «un grande senso di responsabilità». «Sapete tutti - scrive Morchio - che siamo a metà del percorso. L'Auto sta un po' meglio, ma non è ancora guarita... Il 2004 deve essere l'anno della svolta, l'anno del pareggio operativo di Gruppo».

Perché è necessario aprire una vertenza generale

Lavoro, Melfi specchio d'Italia

 

 

Quando si fa un volantinaggio a Mirafiori succede in genere che molti fogli vengano gettati per terra. Ieri, dopo i volantinaggi fatti da Rifondazione Comunista e dalla Fiom alle porte di Mirafiori, di volantini a terra non se ne vedevano. In genere quando - in occasione di comizi - si appendono manifesti alle balaustre delle porte della Fiat, dopo pochi minuti, al termine del comizio, i guardiani Fiat "rimuovono i manifesti", con sabauda efficienza. Ieri, dopo il comizio di Rifondazione Comunista alla porta due di Mirafiori, i manifesti sono rimasti appesi per molto tempo. In questi due piccolissimi segnali, che hanno accompagnato le importanti lotte e le fermate proclamate ieri dalla Fiom in vari stabilimenti piemontesi del gruppo Fiat, si racchiude la reazione torinese alle lotte degli operai di Melfi. Attenzione, tantissima attenzione da parte di lavoratori che temono di veder chiudere la fabbrica e di perdere il posto di lavoro; stupore e tanta indignazione per le cariche della polizia; stupore della gerarchia Fiat - tanto da minarne la tradizionale efficienza repressiva - per una lotta che qui nessuno si aspettava.

Il problema è adesso trasformare questa attenzione e questo stupore in una vera e propria vertenza generale, in primo luogo sulla Fiat. Quando due anni fa avevamo proposto la nazionalizzazione della Fiat molti ci avevano presi per matti. Adesso inizia ad essere chiaro che la Fiat sta operando solo per restituire i debiti alle banche e che per questo strapazza i lavoratori con salari da fame e carichi di lavoro bestiali, che non avranno però alcuna utilità ai fini del rilancio dell'azienda. Il governo da parte sua non interviene sui destini dell'azienda ma solo come braccio repressivo della Fiat, nel tentativo di trasformare un problema sindacale e politico in un problema di ordine pubblico.

E' necessario agire su tutti i piani affinché si obblighi il governo e la Fiat ad aprire un tavolo di trattative vero con al centro l'accoglimento delle richieste degli operai di Melfi e la messa in discussione del piano industriale Fiat. Una trattativa cioè che dia una risposta in avanti alle rivendicazioni operaie, in un contesto di intervento diretto dello stato sui piani industriali e sulla proprietà Fiat. Solo l'allargamento della lotta operaia può obbligare Fiat e governo ad aprire la discussione. Solo la radicale messa in discussione della proprietà Fiat può dare una risposta positiva alle legittime esigenze dei lavoratori. La situazione di Melfi e della Fiat è però paradigmatica del degrado della situazione del lavoro in Italia; non possiamo lasciare la soluzione di questo problema sulle spalle dei lavoratori di Melfi: le organizzazioni sindacali, a partire dalla Cgil, devono dare una risposta in termini di costruzione di una vertenza generale su salario e politiche industriali. Questo è il problema e l'opportunità che pone la lotta di Melfi.

Paolo Ferrero 


A colloquio con Fausto Bertinotti tra gli operai di Melfi

Il conflitto
militarizzato

 

 

«Quando arrivi qui, vedi solo un immane cordone di polizia. Un territorio interamente circondato da forze dell'ordine in assetto minaccioso, con le inferriate messe a protezione dei vetri delle camionette. Dentro quel territorio ci sono gli operai: solo gli operai che presidiano la fabbrica. E' uno spettacolo spettrale, perfino surreale. Come la lunga muraglia dei camion con container fermi davanti a questa cattedrale nel deserto che più cattedrale non si può». Fausto Bertinotti arriva a Melfi poco dopo le violente cariche poliziesche, quando i feriti sono stati portati via e i lavoratori hanno ricomposto le loro fila, con calma e - non sembri un paradosso - con relativa serenità. Aveva deciso questo viaggio - insieme a Walter de Cesaris e Francesco Ferrara - per portare ai lavoratori di Melfi la solidarietà di Rifondazione comunista: ora gli eventi drammatici della mattinata lo trasformano di colpo in un testimonial d'eccezione della lotta.

I lavoratori lo accolgono - acccolgono quelli del Prc - come uno di loro, come uno che sta con loro senza se e senza ma. Effetto speciale della solidarietà di classe, che fa sparire, come d'incanto, ogni diffidenza verso i politici e verso i partiti. E infatti quando Bertinotti prende la parola, su cortese insistenza dei dirigenti nazionali Fiom (uno di loro, Lello Raffo, coordinatore nazionale dell'auto, è ferito alla testa e ad un braccio), il clima si fa ancora più intenso, commosso, perfino festoso.

«Oggi i lavoratori hanno dimostrato che il potere ha la forza ma non il consenso», dice Bertinotti tra gli applausi. «Stanotte la Fiat ha fatto una delle operazioni più vergognose. Quando scatta la militarizzazione a favore del crumiraggio, significa che il paese ufficiale, quello rappresentato dal Governo, e quello reale, rappresentato dai lavoratori, sono l'uno contro l'altro». Qual è il segno dominante? C'è la rabbia, certo, la determinazione, la voglia di continuare la lotta. Ma c'è anche e soprattutto il senso della fraternità e della comunità - la comunità totale dei lavoratori. Lavoratori di tutte le specie, dalla Fiom ai Cobas fino alla Cisl. E c'erano Rinaldini e Raffo, che erano lì in mezzo alla loro gente, senza distanza di sorta: una scelta che dà in sè tutto il modo d'essere, tutto lo stile, del sindacato metalmeccanico.


Il ritono di Valletta
Ma facciamo proseguire allo stesso Bertinotti il racconto della mattinata. «Ho visto i pullmann fatti passare dalle forze dell'ordine: erano vuoti. La scena si è fatta ancor più spettrale: un apparato di repressione di questa entità per consentire a qualche decina di lavoratori e dirigenti di andare a lavorare. Appunto, una militarizzazione tutta e solo a vantaggio di pochi crumiri».

La memoria non può che andare agli anni '50: o è un parallelo eccessivo? «Se cerchiamo di capire che cosa è davvero successo, e perchè, la risposta è chiarissima: la Fiat ha richiamato all'ordine il governo, l'ha schierato senza mezzi termini. Gli scontri di stamani - così credevamo fino a domenica sera - non erano previsti. Qualcosa è successo proprio nella nottata, del resto preannunciato dall'intervista al Giornale del sottosegretario Sacconi. Fino ad allora, il centrodestra era diviso».

Chiaro: questa Fiat neovallettiana, dice il segretario di Rifondazione, vuole colpire la Fiom, il riferimento organizzato che ridà voce e autonomia alla rivolta operaia. Ma cinquant'anni fa la Fiat era un gigante, tanto che si usava dire che «il bene della Fiat è anche il bene dell'Italia»: oggi la Casa di Torino è appena una pallida immagine di quella grande impresa. «Ieri era la forza Fiat a dettare le condizioni, oggi è la sua debolezza. E' vero che la Fiat va male, ma, se non si fa quel che la Fiat vuole, andrà sempre peggio. Del resto, il Governo non si è sempre comportato come a Melfi: anzi, nel corso dei conflitti duri e lunghi dei mesi scorsi - quindici giorni di occupazione delle ferrovie a Metaponto - il ministro degli Interni ha affrontato la situazione con un senso democratico del conflitto. Qual è la differenza tra Scanzano, Terni, e Melfi? Appunto, la Fiat. Il suo nocciolo produttivo che non tollera impaccio alcuno. Se sono i lavoratori a creargli un impaccio, ebbene, i lavoratori vanno mazzolati».


La posta in gioco
A questo pur convincente ragionamento si può opporre il carattere "elementare" della lotta di Melfi. Non chiedono la luna, questi operai, ma solo due cose appunto "elementari": l'eliminazione della doppia battuta (la durata bisettimanale dei turni di notte), che non è in vigore in nessun altro stabilimento italiano, e la realizzazione di un principio vecchio come il movimento operaio: «a parità di lavoro, parità di salario», tanto più all'interno dello stesso gruppo. Che cosa c'è in queste rivendicazioni, che fa impazzire il vertice Fiat? Che cosa spinge la Fiat a una tale violenza? Dice Bertinotti: «Il fatto è che Melfi è ormai il cuore dell'impero Fiat: chiuderà tutto, anche Mirafiori, non Melfi. Che è assurto al modello Fiat per eccellenza, la risposta alla crisi dell'organizzazione del lavoro postayloristica - simboleggita dal Tmc2. Un tale modello può funzionare solo con la pace sociale, l'integrazione: non tollera non dico la lotta di classe, ma ogni forma pur semplice di conflitto. Il sistema-Fiat svela qui il suo assolutismo: anche se i lavoratori rivendicano cose elementari, rivendicano comunque di poter contrattare la loro condizione. Ecco quello che la Fiat non può accettare».

Ecco, si può aggiungere, dove scatta l'altro elemento vallettiano: la divisione sindacale, l'accordo separato. I sindacati vengono divisi - da loro - in «costruttori» e «distruttori»: i primi sono coloro che collaborano, i secondi quelli che promuovono il conflitto. Un paradigma per loro inaccettabile, che scatena una reazione padronale di tipo sostanzialmente, profondamente illiberale. Anche questo è alla radice di questa rivolta operaia, «che è davvero il portato di una fase nuova». Non erano proprio loro il fiore all'occhiello dell'azienda, i lavoratori-modello integrati e a-conflittuali? «Molto il sindacato ha lavorato, in questi anni, per superare questa situazione...» risponde Bertinotti - per un momento il suo ricordo, commosso, va a Claudio Sabattini, che tanto impegno, sindacale e intellettuale, produse proprio sulla Fiat Sata.

«Ma questi non sono lavoratori radicalizzati: sono operai, piuttosto, che da un certo momento in poi si sono ribellati, a difesa di se stessi e della loro compagine lavorativa. Uno scatto di coscienza non linearmente connesso al passato, come spesso accade. La persuasione di esser percepiti dall'azienda come gorilla ammaestrati, privi di ogni capacità di pensiero, La voglia di essere eguali agli altri lavoratori. Padroni e governo hanno pensato anche per questo, chissà, che con un po' di repressione tutto tornerà presto in ordine. Si sbagliano. Nulla sarà più come prima. Quel che ha preso forma è un processo per loro incontrollabile». Chiamiamolo, sì, coscienza di classe.

Rina Gagliardi             

La polizia carica gli operai per rimuovere i blocchi: 13 feriti

La resistenza
di Melfi

 

 

Melfi

E' un freddo invernale, i vapori della campagna rendono quasi spettrale la sequela di edifici bassi e di cancelli lunghi che sono le prigioni operaie targate Fiat. Qui Melfi, cuore di una Lucania ancora segnata dall'orgoglio dei giorni di Scanzano. A tratti una pioggia scrosciante spegne i fuochi dei picchetti che segnano il recinto di un'inedita e imprevista ribellione delle "tute arancioni".

Qui Melfi, terra prescelta dalla famiglia Agnelli per edificare la fabbrica-modello, il laboratorio della "qualità totale" e cioè di una moderna dittatura aziendale sul lavoro e sui suoi tempi e sulla sua sicurezza e sulla sua disciplina e sul suo salario: insomma Melfi, un paradigma dei tempi nostri, un girone infernale per i suoi "ospiti", ma anche un prezioso gioiello "sud-coreano" per la gloria del capitalismo nazionale.

La rivolta è scoppiata improvvisa, covata nel ventre quotidiano di mille umiliazioni e di una sofferenza, di una solitudine di classe, lunga e larga quanto l'arco di un decennio. Ma dopo il sabato dei diecimila - quelli che hanno invaso questi spazi abituati alle teste chine e alla prepotenza dei "capetti" - dopo la straordinaria riuscita della manifestazione che ha esibito quanto la Fiom fosse non una frangia massimalista e fanatica di questo microcosmo produttivo, bensì il sindacato che aveva deciso di rappresentare la domanda generalizzata che sgorgava forte e corale dagli operai di Melfi: ora basta, non si può più subire, non si può più morire di soggezione, non si può più essere trattati come merci strattonate, ora è il tempo di organizzare la ribellione; insomma, dopo il sabato del corteo baciato dal sole, la nuova settimana si apriva sotto i peggiori auspici.

La Fiat suonava le sue cornamuse e mobilitava il "suo" governo. Domenica sera, nei capannelli, la tensione e la speranza si alternano nelle parole dei ragazzi Fiat: con loro si fa notte, raccogliendo notizie sui movimenti dei blindati della polizia, ognuno di noi fa qualcosa per rompere l'idea di un assedio che può precipitarci addosso. I telefonini squillano in continuazione. E' la domenica del 25 aprile, ma qui non è mai giunta la festa della liberazione, la notte si allunga gelida e cupa, cerchiamo di parlare con il governo, con il Viminale, con la questura, con la prefettura, tutto il vertice di Rifondazione è attaccato ad una cornetta del telefono, la Cgil cerca interlocutori che di ora in ora si fanno più sfuggenti. Poi ogni tanto la concitazione si placa, ecco un panino, un caffè, una chiacchiera più rilassata.

Poco dopo mezzanotte cominciano ad arrivare le troupe dei Tg, gli inviati dei grandi quotidiani: è il segno che la Fiat sa di aver guadagnato la stretta repressiva, l'informazione deve poter documentare, con le prevedibili cariche di polizia, il suo trofeo: una sconfitta operaia e un monito per le fabbriche di tutta Italia. L'alba è scura, i picchetti si popolano sempre più. C'è rabbia più di quanto non ci sia paura. Questa è povera gente, strozzata da ritmi seriali che spezzerebbero la salute ad un puledro, senza diritto alla notte, alla domenica, al riposo, alla famiglia: veniteli a vedere a Melfi gli stramaledetti valori della famiglia!

Questi operai sono carcerati, cinquemila carcerati cui sono inflitti duemilacinquecento sanzioni disciplinari all'anno: e si viene sanzionati, perdendo così giornate di lavoro e soldi, perché si è stati in bagno 30 secondi più del previsto o anche perché si è resa testimonianza sull'incidente occorso ad un compagno di lavoro. Questi giovanissimi, la nuova classe operaia meridionale, prendono stipendi già decurtati in partenza, e poi ancora e sempre tagliati dai codici interni della fabbrica-penitenziario. Non ce la fanno più.

La carica è stata decisa a freddo, come omaggio del governo Berlusconi alla signoria della dinastia industriale torinese. Cerchiamo il più possibile di trattare, di mediare. Arrivano tre pullman fantasma, tre pullman per una trentina di capetti, vogliono rompere il picchetto per mandare a dire che si torna al lavoro. Noi proponiamo di accompagnarli a piedi, i trenta crumiri: io mi faccio garante della loro incolumità, gli operai non sono ostili a questa soluzione; gli stessi funzionari di polizia sperano che la mediazione venga accolta, si vede che non hanno molta voglia di manganellare questa gente.

L'ordine è inflessibile e perentorio. Caricare. Gli operai alzano le mani e gridano agli uomini in tenuta antisommossa che non sono né terroristi né mafiosi, gridano che sono lì per difendere la loro dignità e che non c'è ragione di picchiarli. Parte l'attacco. E' una scena consueta eppure inenarrabile: la folla arretra lentamente, mentre una gragnuola di colpi, di pugni, di calci, si abbatte su quei corpi inermi. Picchiano duro, i ragazzi si siedono sulla fanghiglia ma vengono travolti. Sembra un fotogramma di anni Cinquanta, un pezzo del repertorio dell'Italia di Scelba e di Valletta, sembra una sovrapposizione di coreografie cilene sulle campagne della Lucania. Cristo si è fermato a Metaponto.

C'è chi impreca, chi piange, chi dice la vergogna di un Paese in cui la libertà non entra in fabbrica e viene circondata, piegata, caricata, sull'uscio di un luogo in cui si potrebbe tornare a scrivere che il lavoro rende liberi. Liberi di crepare un pochino, un pochino ogni giorno, di trasmutare se stessi in automi, in "gorilla ammaestrati", in merce tra le merci. Picchiano e credono così di vincere. Picchiano ma stanno già perdendo. Perché il giocattolo di Melfi si è rotto per sempre. Perché gli operai si sono alzati in piedi, hanno alzato il capo e non lo chineranno più.

Nichi Vendola 

Il documento
degli intellettuali: «Una pesante intimidazione»

 

 

Tredici importanti esponenti della cultura hanno sottoscritto un documento per protestare contro le cariche della polizia e chiedere la ripresa della trattativa. Nell'appello - sottoscritto da Luciana Castellina, Giuseppe Chiarante, Luigi Ferrajoli, Dario Fo, Pietro Ingrao, Felice Laudadio, Lucio Magri, Giacomo Marramao, Citto Maselli, Gillo Pontecorvo, Franca Rame, Mario Santostasi, Aldo Tortorella - si sottolinea che «le cariche contro i lavoratori ai cancelli della Fiat di Melfi ci riportano ai periodi più bui della nostra Repubblica, a un clima di pesante intimidazione contro chi sciopera per il lavoro. E' l'ennesima conferma che in Italia c'è un governo reazionario che attacca tutti i diritti, con le censure agli intellettuali, con le aggressioni ai lavoratori in lotta - prosegue la nota - siamo con gli operai di Melfi, solidarizziamo con i feriti, chiediamo che il Governo invece di caricare i lavoratori con i reparti mobili della Polizia svolga il suo ruolo di mediazione, portando al tavolo della trattativa gli operai della Fiat e i loro sindacati».

Il Tg1 di Mimun, quando le notizie sono peggio delle manganellate

 

 

Da un lato le manganellate della polizia contro gli operai di Melfi; dall'altro una vergognosa campagna di disinformazione condotta da governo, Fiat e sindacati venduti al padrone, con la complicità di giornali e tv, con l'obiettivo di dividere i lavoratori e indebolire la loro lotta. Tra i più solerti esecutori di questo disegno autoritario spicca ancora una volta il Tg1, il quale domenica scorsa ha mandato in onda un servizio sulla vertenza Fiat talmente fazioso che al confronto il Tg4 sembrava la Bbc. Con la differenza, non da poco, che stiamo parlando di un notiziario del servizio pubblico. Al centro del resoconto del Tg1, la notizia della presunta lettera inviata dai lavoratori di Mirafiori a quelli di Melfi per chiedere di sospendere la protesta, con la motivazione che i blocchi impedivano il rientro in fabbrica dei cassintegrati esponendo lo stabilimento torinese, già in difficoltà, al rischio della chiusura definitiva. Notizia tanto inquietante quanto falsa, se non altro nei termini in cui è stata riportata. «Quella lettera per noi è come un Ufo. Nessuno l'ha vista, nelle bacheche di Mirafiori non è stata appesa», chiarisce il segretario della Fiom di Torino, Giorgio Airaudo. Cosa è successo allora? Come hanno più correttamente riportato ieri alcuni autorevoli quotidiani, la toccante lettera degli operai di Mirafiori era semplicemente una velina di fonte Fim. Clemente Mimun, direttore del Tg1, dovrebbe insegnare al proprio redattore che le fonti vanno verificate. Con una semplice telefonata alla direzione aziendale, il solerte cronista avrebbe scoperto che la lettera in questione non poteva essere stata spedita dalle tute blu di Torino semplicemente perché la fabbrica, dalla sera di mercoledì scorso e fino a ieri mattina, è rimasta vuota, erano tutti in "libertà" o in cig. Nessun lavoratore, quindi, anche ammesso che ne avesse avuto l'intenzione, avrebbe potuto materialmente sottoscrivere l'appello della Fim. L'alta adesione allo sciopero di ieri indetto dalla Fiom ha in ogni caso chiarito da che parte stanno gli operai di Mirafiori. Che il Tg1 sia filogovernativo è cosa nota. Ma quando la faziosità arriva al punto di infrangere la deontologia professionale si corre il rischio di sconfinare nel servilismo. Vero Mimun?

Roberto Farneti

 

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