materiali_ass2014.htm

Vieni all'assemblea annuale di alpcub 13 dicembre 2014 ore 14.30-

 

locandina 778 : LO SCIOPERO GENERALE DEL 14 NOVEMBRE. Dignitosa riuscita della manifestazione a Torino grazie ad una buona presenza di studenti con questa iniziativa dello sciopero sociale. Buona anche la presenza dell'ALP/Cub con lavoratrici e lavoratori dalle fabbriche, enti locali, Asl, Scuola e pensionati.  volantino sciopero pdf

Firenze 8 novembre: E' stata importante l'assemblea “NO Austerity” che ci ha permesso di entrare in contatto con le altre realtà del sindacalismo di base e di lotta dal sud al nord dell'Italia. In particolare la presenza del sindacato di base Brasiliano e l'adesione di Francesi e Spagnoli. Erano presenti i lavoratori in lotta della logistica e facchini, in gran parte lavoratori immigrati che si sono ribellati al modello “schiavista” presente in molte situazioni, denunciando i metodi fascisti delle forze dell'ordine nei loro confronti. Ora dobbiamo mantenere e incrementare la nostra partecipazione a queste iniziative e alle realtà di lotta.

Pensioni: 35 anni al due per cento, questo era lo slogan a fine anni 90 con le grandi lotte contro Berlusconi e gli accordi truffa fatti dai confederali con i "governi amici". Ora occorrono 43 anni di lavoro per pensioni molto più basse, ma non per tutti. E' uscita sui giornali in questi giorni la situazione di Bonanni ex segretario della Cisl: 8.593 Euro lordi al mese... e sono la conseguenza degli stipendi percepiti negli ultimi anni: 171.652 nel 2007, 201.681 nel 2008 e 255.579 nel 2009, fino al 2011 con 336.260 Euro.. complimenti.!!!

IMMIGRATI: Le NOVE (9) BALLE sull'immigrazione smentite dai dati. Sul retro le le prime tre e le altre prossimamente. Leggete attentamente è utile. VEDI sotto

>>>Ufficio Vertenze: ll Martedi ore 18 – 19,30

>>>PMT (ex Beloit): 15 lavoratori hanno deciso di accettare la mobilità anche se la direzione non ha messo nessun incentivo. Continua invece la grave situazione dell'azienda. Occorre muoverci anche esternamente.

>>> "Il Sorriso": Dopo l'assemblea si chiederà un incontro con il CDA e ci si prepara per iniziative che coinvolgano istituzioni, popolazione. Senza fare emergere la grave situazione ci sembra difficile mantenere gli obbiettivi di difesa delle condizioni e dell'occupazione.

>>>Amtek-Tekfor: L'Amma a nome della Amtek Tekfor ha respinto la nomina della RSA, cosa per altro prevedibile. Abbiamo subito attivato l'Incontro con il legale per decidere le iniziative Giudiziarie da mettere in campo. In tanto le RSA dell'ALP/Cub presenteranno una piattaforma con richiesta di incontro urgente alla Amtek-Tekfor sugli accordi non rispettati.

COSA DICE ALP/CUB Il Presidio di Valle si è ritrovato ad ALP e ha deciso di continuare e di trovare un altro luogo per incontrarsi visto che la Comunità Montana lo ha sfrattato e il sindaco di Perosa ha fatto storie per una sala. Resta la volontà delle operaie e gli altri militanti di non chiudere l'ultima esperienza collettiva sul lavoro in valle pur con tutte le difficoltà.

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NOVE BALLE SULL'IMMIGRAZIONE - A.Colasuonno - smentite dai dati -

graphic Gio, 20/11/2014 - 00:16 | graphic Redazione
ESSE è un blog che per spiegare “chi siamo” inizia con BUONGIORNO! Benvenuto a chi nuota controcorrente, a fatica, e sa benissimo che seguire l’onda del momento sarebbe più comodo. Ma non lo fa.”. Segue un lungo ironico elenco indicante chi debba astenersi dal leggerlo. Andrea Colasuonno, su quel sito, ha replicato con dati alle principali nove grandi balle sull’immigrazione.
Spesso la retorica che accompagna la protesta per quanto produce l’immigrazione irregolare, lo stazionamento o i campi rom, è pura demagogia a buon mercato che però offre una possibilità di protesta a chi è giustamente indignato più per l’assenza del ruolo delle istituzioni ( per garantire un’accoglienza dignitosa con diritti basilari e rispetto di elementari doveri) che della presenza di immigrati ancorcé irregolari.  Ecco i nove punti pubblicati su www.esseblog.it che vi invitiamo a diffondere.
Le 9 balle sull’immigrazione, smentite dai numeri !
Andrea Colasuonno   15 novembre 2014
Negli ultimi tempi fra le provocazioni di Salvini, i blitz di Borghezio e Casapound, le aggressioni in autobus o per strada ai danni di africani accusati di portare l’Ebola, gli scontri di Tor Sapienza, le esternazioni di Grillo circa il trattamento da riservare a chi arriva dal mare, il clima attorno agli stranieri si è di nuovo fatto abbietto e a tratti pericoloso. Ho voluto allora confutare punto per punto le argomentazioni più usate dai razzisti a vario titolo, tanto per fare chiarezza e dimostrare che il razzismo rimane un basso istinto che va semplicemente educato e soppresso e non ha alcuna ragione razionale per essere professato.
1) “Vengono tutti in Italia” . Gli stranieri in Italia sono poco più di 5 milioni e mezzo, ossia l’8% della popolazione. Solo 300 mila sono gli irregolari. Il Regno Unito è il paese europeo al primo posto per numero di nuovi immigrati con circa 560.000 arrivi ogni anno. Seguono la Germania, la Spagna e poi l’Italia. La Germania è invece il paese Ue con il maggior numero di stranieri residenti con 7,4 milioni di persone. Segue la Spagna e poi l’Italia. Siamo sesti inoltre per numero di richieste d’asilo (27.800). Da notare che il paese col più alto numero di immigrati è anche l’unico che in questo momento sta crescendo economicamente.
2) “Li manteniamo con i nostri soldi”. Gli stranieri con il loro lavoro contribuisco al Pil italiano per l’11%, mentre per loro lo stato stanzia meno del 3% dell’intera spesa sociale. Inoltre gli immigrati ci pagano letteralmente le pensioni. L’età media dei lavoratori non italiani è 31 anni, mentre quella degli italiani 44 anni. Bisognerà aspettare il 2025 perché gli stranieri pensionati siano uno ogni 25, mentre gli italiani pensionati sono oggi 1 su 3. Ecco che i contributi versati dagli stranieri (circa 9 miliardi) oggi servono a pagare le pensioni degli italiani.
3) “Ci rubano il lavoro”. “La crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani”, è la Banca d’Italia a parlare. Il lavoro straniero in Italia ha colmato un vuoto provocato da fattori demografici. Prendiamo il Veneto. Fra il 2004 e il 2008 ci sono stati 65.000 nuovi assunti all’anno, 43.000 giovani italiani e 22.000 giovani stranieri. Nel periodo in cui i nuovi assunti sono presumibilmente nati, negli anni dal 1979 al 1983, la natalità è stata di 43.000 unità all’anno. È facile vedere allora che se non ci fossero stati gli immigrati, 22.000 posti di lavoro sarebbero rimasti vacanti. Questo al Centro-Nord. La situazione è un po’ più problematica al Sud, perché in un’economia fragile e meno strutturata spesso gli stranieri accettano paghe più basse e condizioni lavorative massacranti, rubando qualche posto agli italiani. A livello nazionale, ad ogni modo, il fenomeno non è apprezzabile.
4) “Non rispettano le leggi”. Negli ultimi 20 anni la presenza di stranieri in Italia è aumentata vertiginosamente, fra il 1998 e 2008 del 246% dice l’Istat. Eppure la delinquenza non è aumentata, ha avuto solo trascurabili variazioni: nel 2007 il numero dei reati è stato simile al 1991. Di solito si ha una percezione distorta del fenomeno perché si considerano fra i reati degli stranieri quelli degli irregolari che all’87% sono accusati di reato di clandestinità il quale consiste semplicemente nell’aver messo piede su territorio italiano.
5) “Portano l’Ebola”. L’Africa è un continente enorme, non una nazione. Le zone in cui l’Ebola ha maggiormente colpito sono Liberia e Sierra Leone. Da queste zone non giungono immigrati in Italia dove invece arrivano da Libia, Eritrea, Egitto e Somalia. I sintomi dell’Ebola poi si manifestano in 3 o 4 giorni e un migrante contagiato non potrebbe mai viaggiare per settimane giungendo fino a noi. Infine il caso ebola è scoppiato ad aprile 2014, nei primi 8 mesi del 2014 in Italia sono arrivati circa 100 mila immigrati e neanche uno che ci abbia trasmesso l’Ebola.
6) “Aiutiamoli a casa loro”. È la frase con cui i razzisti di solito si autoassolvono, come se aiutarli a casa loro non abbia dei costi e dei rischi, e come se i nostri governi non abbiano già lavorato per affossare questa possibilità. Nel 2011 il governo italiano ha operato un taglio del 45% ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, stanziando effettivamente 179 milioni di euro, la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. Destiniamo a questo ambito lo 0,2 del Pil collocandoci agli ultimi posti per stanziamenti fra i paesi occidentali.
Nel 2013 il Servizio Civile ha messo a disposizione 16.373 posti di cui solo 502 all’estero, in sostanza il 19% di posti finanziati in meno rispetto al bando del 2011.
7) “Sono avvantaggiati nelle graduatorie per la casa”. Ovviamente fra i criteri per l’assegnazione delle case popolari non compare la nazionalità. I parametri di cui si tiene conto sono il reddito, numero di componenti della famiglia se superiore a 5 unità, l’età, eventuali disabilità. Gli immigrati di solito sono svantaggiati perché giovani, in buona salute e con piccoli gruppi famigliari (poiché non ricongiunti). Nel bando del 2009 indetto dal comune di Torino il 45% dei richiedenti era straniero, solo il 10% di essi si è visto assegnare una casa. Nel comune di Genova, su 185 abitazioni messe a disposizione, solo 9 sono andate ad immigrati. A Monza su 100 assegnazioni solo 22 agli stranieri. A Bologna su 12.458 alloggi popolari assegnati, 1.122 agli stranieri.
8) “Prova a costruire una chiesa in un paese islamico”. È l’argomento che molti usano perché non si costruiscano moschee in Occidente o perché si lasci il crocifisso nei luoghi pubblici. È un argomento davvero bislacco: per quale motivo se gli altri sono incivili dovremmo esserlo anche noi? E comunque gli altri non sono incivili. In Marocco i cattolici sono meno dello 0,1% della popolazione eppure ci sono 3 cattedrali e 78 chiese. Si contano 32 cattedrali in Indonesia, 1 cattedrale in Tunisia, 7 cattedrali in Senegal, 5 cattedrali in Egitto, 4 cattedrali e 2 basiliche in Turchia, 4 cattedrali in Bosnia, 1 cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, 3 monasteri in Siria, 7 cattedrali in Pakistan e così via.
9) “I musulmani ci stanno invadendo”. Al primo posto fra gli stranieri presenti in Italia ci sono i rumeni che sono oltre un milione. I rumeni per la maggior parte sono ortodossi. In seconda posizione ci sono gli albanesi, quasi 600 mila, per il 70% non praticanti (lascito della dominazione sovietica) e, fra i rimanenti, al 60% musulmani e al 20% ortodossi. Seguono i marocchini, quasi 500 mila, quasi totalmente musulmani, e ancora i cinesi, circa 200 mila, quasi tutti atei. Dunque in larga parte gli stranieri in Italia sono cristiani, oppure atei, solo in piccola parte professanti l’Islam.
“Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione”. A. Bloch

 

VEDI ANCHE http://www.sinistrainrete.info/societa/4342-girolamo-de-michele-carmilla-immigrati-costi-e-numeri-quelli-veri.html

 


 RESOCONTO DELL'ASSEMBLEA DELL'8 
                         NOVEMBRE A FIRENZE
               CONTRO IL JOBS ACT E CONTRO L'ACCORDO
                    VERGOGNA SULLA RAPPRESENTANZA

                             Sul sito 
                  www.coordinamentonoausterity.org 
                                  
       tutte le foto dell'assemblea, i saluti internazionali
   e un contributo contro il maschilismo delle Donne in lotta di 
                            No Austerity 

Sabato 8 novembre a Firenze circa 120 attivisti sindacali provenienti da tante situazioni di 
lotta di tutto il Paese, oltre a studenti, disoccupati, compagne e compagni di tante realtà 
politiche e sociali di tutta Italia, si sono riuniti per dire no a Jobs Act, Legge di Stabilità, 
accordo della vergogna e leggi razziste. 
Erano presenti in sala ed hanno partecipato al dibattito delegati di realtà sindacali territoriali 
diverse - Cub, Usi, Si.Cobas, Fiom, sinistra Cgil - uniti nella volontà di costruire un percorso 
comune di lotta e resistenza agli attacchi del governo e dei padroni. Un risultato straordinario 
e unico nel panorama sindacale italiano, usualmente caratterizzato da una forte 
frammentazione. 

Un dibattito partecipato e internazionale
Erano seduti al tavolo della presidenza Sandro Bruzzese dell'Usi (unica confederazione 
sindacale nazionale che ha aderito, per ora, alla campagna promossa da No Austerity), Ivan 
Maddaluni (ferroviere della Cub Trasporti Toscana), Patrizia Cammarata (rsu del Comune di 
Vicenza) e Fabiana Stefanoni (del coordinamento nazionale di No Austerity). 
Il dibattito - introdotto da una relazione di Ivan Maddaluni e concluso da Fabiana Stefanoni - 
è stato molto partecipato, con interventi di delegati delle seguenti realtà: coordinamento No 
Austerity, Confederazione sindacale Usi, Flmuniti Cub Parma, rsu Cub Cobas Telecom 
Puglia, Allca Cub Bolzano, Si.Cobas Bergamo, Associazione Lavoratori Pinerolesi, Fisac Cgil 
Cremona, Cub Toscana, Rsu Bordo 47 Trenitalia, Licenziati politici Esselunga di Pioltello, Il 
sindacato è un'altra cosa-opposizione Cgil Cremona, rsa Fiom Ferrari, Cub Sur nazionale, 
attivisti Cub Vicenza, Cub Sanità di Salerno e Firenze, Cub Telecom Toscana, operai del 
presidio Dielle di Cassina de' Pecchi, studenti dei collettivi, coordinamento disoccupati 
milanesi, Associazione donne immigrate, Donne in lotta di No Austerity, ecc. 
Pur non avendo aderito all'assemblea, anche il Si.Cobas nazionale ha portato un contributo 
al dibattito con un intervento di Fabio Zerbini. 
Molto applaudito l'intervento di Cacau Pereira, responsabile esteri della Csp Conlutas del 
Brasile, che ha portato i saluti del suo sindacato e della Rete Sindacale Internazionale di 
Solidarietà e di Lotta (a cui aderisce anche il coordinamento No Austerity, insieme con 
centinaia di sindacati conflittuali e comitati di lotta di tutto il mondo). Sono stati letti anche i 
saluti del sindacato di base francese Solidaires e dei Co.Bas di Spagna, che ci hanno 
incoraggiati a proseguire sulla strada dell'unità delle lotte, sia in Italia che su scala 
internazionale, ribadendo il loro sostegno alla campagna contro l'accordo della vergogna e 
contro il Jobs Act. 

Le decisioni dell'assemblea 
L'assemblea ha ribadito con fermezza la contrarietà all'accordo vergogna sulla 
rappresentanza siglato il 10 gennaio 2014, che intende smantellare qualsiasi libertà 
sindacale e agibilità per tutti i sindacati che non accettano di diventare complici dei padroni. 
E' stata discussa e approvata all'unanimità una risoluzione per proseguire unitariamente la 
lotta contro Jobs Act, Legge di Stabilità, razzismo e accordo della vergogna, con l'impegno di 
tutte le realtà presenti a portarsi solidarietà reciproca: una dimostrazione della volontà di 
proseguire con determinazione la battaglia contro queste misure che attaccano frontalmente 
il sindacalismo conflittuale e il diritto di sciopero, misure attraverso cui padroni e governo 
cercano di indebolire le lotte dei lavoratori. 
L'assemblea ha anche fatto appello - sia nella risoluzione votata sia negli interventi dalla 
presidenza e della platea - a promuovere e rafforzare lo sciopero generale e sociale del 14 
novembre, proclamato dal sindacalismo di base (e dalla Fiom nel Nord Italia), dagli studenti, 
dai comitati dei precari e dei disoccupati, dai movimenti di lotta ("strike meeting"): una 
giornata fondamentale per rafforzare l'opposizione di classe al governo Renzi.
Sono infine stati votati due ordini del giorno, uno in solidarietà agli operai metalmeccanici 
della Embraer di Sao José dos Campos del Brasile, che sono in sciopero a oltranza a difesa 
del salario, e uno contro la repressione delle lotte, in solidarietà ai tanti lavoratori che 
subiscono la repressione poliziesca, tra cui gli operai dell'Ast e i lavoratori della logistica. 
La giornata si è conclusa nell'entusiasmo di tutti i compagni presenti per aver rafforzato un 
percorso di unificazione delle lotte, difficile ma imprescindibile per creare i rapporti di forza 
necessari per respingere gli attacchi del governo e rafforzare un'alternativa di lotta alla 
violenza del sistema capitalistico.

No Austerity - Coordinamento delle Lotte


                                  
                La risoluzione votata all'unanimità 
                           dall'assemblea 

Il governo Renzi sta attaccando violentemente il tessuto sociale di questo Paese e tutti i diritti 
fondamentali ed universali. Il Jobs Act ridimensionerà ulteriormente l'articolo 18, già 
fortemente messo in discussione dalla "riforma Fornero" del governo Monti, con l´appoggio 
del Pd e l'avallo delle direzioni dei sindacati collaborativi.
Se il Jobs Act diventa legge, eventuali assunzioni a tempo indeterminato saranno prive di 
tutela di legge perché alle aziende sarà concessa la libertà di licenziare senza alcuna 
motivazione. Il lavoratore diventerà una merce a uso e consumo del mercato del lavoro. 
Gli occupati a tempo indeterminato/determinato non potranno avere nessuna garanzia per il 
futuro e ciò genererà solo disoccupazione e sotto-occupazione. 
L´art.18, che già è stato riformato dalla Fornero, deve essere ripristinato nella sua versione 
iniziale e deve essere esteso a tutti i lavoratori di grandi e piccole aziende. 

Ma non è solo l'articolo 18 ad essere messo in discussione col Jobs Act:
* peggiora l'erogazione degli ammortizzatori sociali, a vantaggio delle aziende e a svantaggio 
dei lavoratori;
* verrà introdotto un sistema di spionaggio dei lavoratori tramite telecamere;
* le mansioni degli operai potranno essere modificate a piacimento dei padroni; 
* le agenzie interinali (alcune gestite dai sindacati collaborativi) riceveranno compensi dallo 
Stato;
* è prevista una nuova sperimentazione di un orario minimo applicabile, sul modello delle 
cooperative del ministro Poletti;
* viene rivista la legge 104, con un aggravio per lavoratori (che dovranno "scambiarsi" 
vicendevolmente delle ore per poter assistere i famigliari).

Parallelamente la Legge di Stabilità prevede più di 4 miliardi di tagli:
* tagli a sanità, trasporti, servizi sociali;
* blocco degli scatti stipendiali per i lavoratori pubblici fino al 2015 (blocco da cui sono esclusi 
non a caso solo poliziotti, militari e diplomatici, cioè funzionari del governo);
* aumento dell'iva (e quindi del costo della vita); 
* sgravi fiscali ingenti per le imprese;
Il baratto!

* 80 euro di sgravi fiscali in busta paga, forse anche per il prossimo anno 2015 (che non 
riguardano, tra l'altro, tutti i lavoratori);
* 80 euro di mini-bonus al mese per le neo-mamme: una presa in giro per le donne 
lavoratrici, su cui ricade spesso un doppio lavoro (tanto più di fronte allo smantellamento dei 
servizi pubblici come asili, mense, ecc.);
* il Tfr in busta paga, che sono sempre soldi dei lavoratori che il Pd e Renzi fingono di 
regalarci, a vantaggio della loro propaganda elettorale.

Intanto

* Aumenteranno o saranno tagliati i servizi, quali: sanità, trasporti, scuola, asili, università, Iva 
e tasse comunali, provinciali e regionali.

Razzismo e attacchi agli immigrati

Tutto questo avviene in un quadro di pesanti attacchi ai lavoratori immigrati, con 
l'inasprimento di politiche razziste e di esclusione:
* leggi razziste che uccidono i nostri fratelli immigrati (come dimostrano le continui stragi in 
mare);
* permanenza dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione), veri e propri lager per gli 
immigrati;
* negazione del diritto di cittadinanza agli immigrati e difficoltà nel conseguire il permesso di 
soggiorno;
* ricatti sul lavoro, come dimostra lo schiavismo delle cooperative, in particolare nel settore 
della logistica, dove la maggioranza degli impiegati sono immigrati e immigrate;
* differente trattamento salariale tra immigrati e nativi.

Per i disoccupati solo miseria 

* Aumenta sempre più la disoccupazione: chi ha perso il lavoro o chi non riesce a trovarlo è 
costretto a vivere nella miseria, senza alcuna tutela. 
* Rivendichiamo un salario minimo garantito per tutti i disoccupati e tutte le disoccupate! 

E il dissenso?

* Il dissenso operaio è soffocato con la violenza! Ricordiamo due esempi recenti tra i tanti: gli 
operai dell'Ast (violentemente aggrediti dalla polizia) e i lavoratori e le lavoratrici della 
logistica (che hanno subito in questi anni una violenta repressione in occasione di scioperi e 
picchetti). Esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori aggrediti! 
* Il disagio sociale è criminalizzato e la marginalizzazione è ignorata!

    L'assemblea respinge il Jobs Act e l'Accordo della Vergogna!
NON ci riconosciamo e siamo culturalmente, idealmente e sindacalmente 
         distanti da chi li impone e da chi li sottoscrive!

                      L'accordo della vergogna

Parte centrale dell'attacco del governo e dei padroni è l'accordo vergogna sulla 
rappresentanza del 10 gennaio 2014 (siglato da Confindustria, Confcooperative, Cgil, Cisl, 
Uil e altri) che tenta di indebolire e cancellare il sindacalismo conflittuale: lo scopo di questo 
accordo è quello di eliminare ogni possibile risposta di lotta agli attacchi del governo e dei 
padroni, emarginando gli attivisti sindacali combattivi. 
L'obiettivo dell´accordo è l'omologazione della democrazia sindacale nelle aziende private, 
estendendo il modello "Marchionne", già in vigore nel gruppo Fiat, a tutte le aziende private. 
E' un accordo liberticida, che cancella i più elementari diritti dei lavoratori a partire dal diritto 
di sciopero.

Il Coordinamento No Austerity, le organizzazioni e i singoli attivisti riuniti oggi a Firenze:
* si impegnano a contrastare in maniera unitaria e solidale le vergognose politiche 
economiche e del lavoro del governo Renzi;
* si impegnano a continuare la battaglia per i diritti di rappresentanza dei lavoratori, contro il 
nuovo vergognoso Testo unico sulla rappresentanza;
* si impegnano a diffondere un vademecum informativo tra i lavoratori sui contenuti 
dell'accordo dello Jobs Act e dell´accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 sulla 
limitazione dello sciopero e ad organizzare nei prossimi mesi, su tutto il territorio nazionale, 
iniziative unitarie di lotta contro l'accordo della vergogna;
* propongono il sostegno ad ogni azione giuridica, politica e sindacale che abbia l´intendo di 
contrastare l'accordo sulle rsu/rsa;
* propongono che la lotta contro l'accordo della vergogna sia inserita in tutte le piattaforme 
di rivendicazione di ogni vertenza contrattuale ed in ogni azione di sciopero settoriale o 
generale;
* fanno appello a sostenere, costruire e rafforzare la giornata di sciopero generale del 14 
novembre al fine di costruire una grande mobilitazione fino a respingere Jobs Act, Legge di 
Stabilità, accordo della vergogna, leggi razziste. 

                                             Firenze, 8 novembre 2014


         Per aderire al coordinamento No Austerity scrivere 
                                 a 
                 info@coordinamentonoausterity.org 

 NEWS eco del chisone 26nov2014


INTERNAZIONALE

 

Walden Bello: «Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici»

Intervista a Walden Bello

«Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo hanno perso molta credibilità e sono dunque sulla difensiva»

In parallelo al Ttip, gli Usa stanno negoziando un accordo molto simile con 11 paesi dell'Asia Pacifico, chiamato Trans-Pacific Partnership (Tpp). In occasione del Forum dei popoli Asia-Europa, tenutosi a Milano dal 10 al 12 ottobre, abbiamo incontrato Walden Bello, celebre teorico del movimento anti-globalizzazione, a cui abbiamo chiesto di spiegarci qual’è la strategia globale che lega i due trattati.

Oggi i negoziati bilaterali e multilaterali, come il Ttip e il Tpp, hanno di fatto sostituito i negoziati all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione?

Sì, penso che possiamo dichiarare definitivamente conclusa la fase trionfalista della globalizzazione, che ha raggiunto il culmine negli anni novanta per poi entrare in crisi dopo la storica manifestazione contro il vertice dell'Omc di Seattle, nel 1999. Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo, rei di aver provocato la peggiore crisi economica dal dopoguerra in poi, hanno perso molta credibilità, e sono dunque sulla difensiva. Possiamo dire che è il concetto stesso di globalizzazione neoliberista ad essere entrato in crisi. Ma ovviamente esistono degli interessi consolidati molto forti che continuano a spingere in quella direzione, e che sono sostenuti dalle élite tecnocratiche e da buona parte del mondo accademico 

Quanto ha contribuito il movimento noglobal di fine anni novanta e inizio 2000 a mettere in crisi il paradigma della globalizzazione neoliberista?

Il merito principale è stato quello di aver mandato in frantumi la credibilità e la narrazione trionfalista della globalizzazione corporativa.

L'importanza storica delle mobilitazioni di Seattle sta proprio in questo: nell'aver mostrato al mondo intero che l'imperatore era nudo. Anche prima di quella manifestazione, infatti, abbondavano le ricerche che dimostravano che la globalizzazione stava generando l'opposto di quello che prometteva, che stava provocando un aumento della povertà e delle disuguaglianze, ma è Seattle che il paradigma è stato definitivamente infranto, svelando a tutti il lato oscuro della globalizzazione.

Il progressivo indebolimento dell'Omc, da quel momento in poi - dopo Seattle, abbiamo assistito al fallimento dei negoziati di Cancún, e poi a quelli di Bali, l'anno scorso, che di fatto hanno messo in stallo tutta la macchina - è da considerarsi una grande vittoria, in quanto l'Omc era lo strumento di punta della globalizzazione neoliberista. La decisione di resuscitare il vecchio modello dei negoziati bilaterali o multilaterali, per mezzo di accordi come il Ttip o il Tpp, va visto dunque come una scelta di ripiego, anche un po' disperata, dettata dal fallimento del «sogno» di giungere a un consenso universale in fatto di diritto commerciale, attraverso l'Omc. Ma sono accordi che presentano molti elementi di fragilità, a partire dall'enorme resistenza che stanno incontrando sia da parte dell'opinione pubblica (lo dimostra la rapida ascesa del movimento «Stop Ttip» in Europa), sia da parte di settori importanti dell'economia (come quello dell'agribusiness in molti paesi asiatici). Detto questo, non dobbiamo fare l'errore di pensare di avere la vittoria in tasca: la sfida che abbiamo di fronte è ancora lunga.

 Cosa accomuna il Ttip e il Tpp?

I due trattati sono per molti versi speculari. In primo luogo, in entrambi i casi i negoziati stanno avvenendo nella massima segretezza, ed è facile capire il perché: come ha detto Ron Kirk, l'ex rappresentante per il Commercio statunitense, se i contenuti degli accordi fossero resi pubblici, la gente vi si rivolterebbe contro. In secondo luogo, non riguardano tanto gli scambi commerciali in sé quanto l'ampliamento del potere delle multinazionali su ogni aspetto della nostra vita, per mezzo dei cosiddetti diritti di proprietà intellettuale e di strumenti come l'Isds, che limitano la sovranità nazionale, permettendo alle multinazionali d fare causa ai governi nel caso in cui un intervento legislativo comporti una diminuzione dei loro profitti. In terzo luogo, entrambi gli accordi hanno una componente geopolitica molto importante: nel caso del Ttip, esso si può considerare l'estensione economica della Nato, ed è evidente che uno dei suoi obiettivi principali è contenere il potere della Russia; nel caso del Tpp, l'obiettivo è chiaramente la Cina. Più in generale, sia il Ttip che il Tpp mirano a contenere il tentativo dei Brics di creare un blocco economico alternativo a quello occidentale. In questo senso, hanno anche una dimensione ideologica che non è da sottovalutare: essi incarnano i «sani» valori occidentali - il libero commerciale, la civiltà, lo stato di diritto, ecc. -, rispetto ai valori alieni dell'« altro». Questo rivela anche l'ipocrisia dell'ideologia del «libero mercato«: se fosse veramente tale, questi accordi dovrebbero essere estesi anche a paesi come la Russia e la Cina, ma ovviamente questo non è minimamente contemplato dagli Usa o dall'Ue.

 Sarebbe corretto vedere questi accordi come una forma di neocolonialismo o di neoimperialismo, in continuità con gli accordi di libero commercio imposti dagli Usa in passato ai paesi in via di sviluppo (anche in Asia)?

Considerando che sia nel caso del Ttip che del Tpp non siamo di fronte a dei "semplici" accordi multilaterali di libero commercio, ma a dei trattati in cui la componente geopolitica e securitaria è importante tanto quanto quella economica, non sarebbe esagerato definirli una forma di neoimperialismo. Attraverso questi trattati, le potenze egemoni (Stati Uniti ed Europa) puntano innanzitutto a rafforzare la loro sfera di influenza e ad arginare quelle forze che minacciano la supremazia dell'Occidente. In questo senso, così come il Ttip è da considerarsi un'estensione economica della Nato, anche il Tpp è strettamente legato alla politica di espansionismo militare degli Stati Uniti in Asia, detto "pivot to Asia". In questo senso, questi trattati rischiano di avere un effetto fortemente destabilizzante dal punto di vista geopolitico.

Lei ha citato l'aspetto della segretezza, che è uno dei punti su cui i movimenti anti-Ttip battono maggiormente il chiodo. Nel caso dell'Europa, sappiamo che in molti casi anche gli stessi parlamenti nazionali sono tenuti all'oscuro dei negoziati, che sono gestiti dalla Commissione europea. Nel caso del Tpp, dove gli Stati uniti non hanno un interlocutore «privilegiato» come la Commissione con cui dialogare, come si svolgono i negoziati?

Nella maggior parte dei casi sono i rappresentanti commerciali di alto livello a gestire le trattative per conto dei vari governi. Ai negoziati hanno accesso anche i rappresentanti delle multinazionali, ma sono esclusi i rappresentanti della società civile e persino gli stessi parlamenti nazionali. Trovo sconcertante che i parlamenti non protestino più vigorosamente contro questa mancanza assoluta di trasparenza e di rispetto dei più basilari princìpi democratici. Questo è in buona parte imputabile al fatto che i paesi che sono interessati da questi accordi sono dominati da partiti conservatori che sono ideologicamente affini al neoliberalismo e hanno forti legami col grande capitale transnazionale. Lo stesso, ovviamente, vale per l'Europa.

 Molti paesi asiatici - penso per esempio al caso delle ex «tigri asiatiche» - hanno reagito agli effetti devastanti delle politiche di aggiustamento strutturale imposte dall'Fmi e dalla Banca mondiale negli anni novanta perseguendo politiche più protezionistiche che hanno per certi versi «invertito» il processo di globalizzazione che era stato avviato nel continente, con risultati economici e sociali perlopiù positivi. Che influenza sta avendo questo sui negoziati intorno al Tpp, che invece va esattamente nella dizione opposta?

La globalizzazione neoliberista è sempre stata caratterizzata da una forte enfasi sulle esportazioni, ma la crisi economica, che ha fortemente depresso la domanda negli Stati uniti e in particolar modo in Europa, da sempre i principali mercati delle esportazioni asiatiche, ha costretto molti paesi dell'Asia a rivedere i loro modelli di politica economica.

Di fatto, si sono visti costretti ad abbandonare il modello strettamente neomercantilista degli anni ottanta e novanta e a perseguire una politica incentrata molto di più sulla domanda interna e su una più equa distribuzione del reddito. Nei limiti delle regole attuali, hanno anche cercato di perseguire politiche più protezionistiche, per esempio imponendo standard sanitari e di altro tipo per limitare le importazioni di beni e controlli di capitale per limitare i flussi finanziari, ottenendo persino il beneplacito dell'Fmi, che ha recentemente riconosciuto l'efficacia dei controlli di capitale nel prevenire le crisi. In questo senso, accordi come il Ttip e il Tpp, che hanno l'obiettivo di arrestare questo processo di de-globalizzazione, rappresentano un pericoloso anacronismo storico. Lo stesso si può dire della politica neomercantilista perseguita dall'Europa a guida tedesca.

A proposito di Europa, è impossibile non pensare al movimento no-global dei primi anni 2000 e alla sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone contro la globalizzazione neoliberista, una sfida che oggi appare quasi impossibile, nonostante l'accordo in questione, il Ttip, li riguardi molti più da vicino degli accordi del passato.

Penso che le dinamiche dei movimenti siano strettamente legate alle dinamiche spesso contradditorie della crisi economica. Il fatto che la crisi, in molti paesi europei, abbia determinato uno spostamento a destra dell'elettorato è un fatto che merita una seria riflessione, per esempio. Ad ogni modo, sono convinto che il disastro sociale provocato dalle politiche di austerità stia creando le condizioni perché riemerga un forte movimento anti-neoliberista e anti-corporativo. La domanda è: chi sarà a catalizzare la rabbia della gente, la sinistra anti-liberista o la destra populista? Purtroppo al momento quest'ultima sembra essere nettamente in vantaggio.

http://www.sinistrainrete.info/index.php?option=com_content&view=article&id=4220:walden-bello-lttip-e-tpp-sono-soprattutto-strumenti-geopoliticir&catid=83:politica-estera&Itemid=63

sul web 24 ottobre 2014

VEDI ANCHE http://www.sinistrainrete.info/europa/4338-alberto-bagnai-ttip-la-storia-si-ripete.html


 

I sindacati che non attaccano la Troika non contano: articolo 18 e Jobs Act ne sono la prova

I sindacati che non attaccano la Troika non contano: articolo 18 e Jobs Act ne sono la prova

Lavoro & Precari -di Lidia Undiemi | 27 dicembre 2014

 Le strategie del sindacato contro il palese attacco del governo Renzi ai lavoratori appaiono inutili e inadeguate rispetto ai reali termini del conflitto sociale che si sta velocemente delineando in tutta l’eurozona.

Per comprenderne i motivi bisogna partire dal “cuore” della riforma del lavoro attualmente in discussione: la modifica dell’articolo 18 incentrata sulla perdita del diritto al reintegro in specifici casi di licenziamento illegittimo. Siccome la verità è difficile da far digerire, hanno trasformato una clamorosa sconfitta dei lavoratori in un “contratto di lavoro a tutele crescenti”. Una banale operazione di marketing politico spacciata per bontà giuridica. Per un’analisi dettagliata dovremo attendere i testi definitivi.

L’idea parte da molto lontano, il dibattito sull’articolo 18 ha iniziato a prendere piede con il Libro Bianco del 2001, il quale non contiene un riferimento esplicito alla suddetta norma ma prevede degli interventi sul piano processuale – gli arbitrati in alternativa ai giudici del lavoro – che di fatto indeboliscono l’efficacia della tutela (possibilità di conferire al collegio arbitrale di optare per la reintegrazione o per il licenziamento). Il progetto di riforma relativo al processo del lavoro e in via marginale all’articolo 18 venne poi accantonato, complici le proteste provenienti dal mondo sindacale; la Cgil di Cofferati riuscì a radunare al Circo Massimo oltre due milioni di persone.

Della modifica dell’articolo 18 se ne ricominciò a discutere nel 2006 con i disegni di legge Treu-Salvi (n. 1047) e Sacconi (1163). Accantonati anche questi.

Nel 2009 ci riprova Pietro Ichino che propone, assieme ad altri parlamentari, due disegni di legge (1873 e 1481), incentrati sulla previsione di un Codice del Lavoro in sostituzione dello Statuto del Lavoratori, e del “contratto di lavoro unico a stabilità crescente”, sostanzialmente quello di cui si discute in merito al Jobs Act, un modo per indebolire l’articolo 18. Ma anche questo ulteriore tentativo di Ichino viene messo da parte, niente da fare.

Colpo di scena! La storica modifica viene attuata nel 2012 dal governo ‘tecnico’ di Monti (cosiddetta riforma Fornero), al primo tentativo laddove la destra italiana aveva sempre fallito. Di quali istanze politiche si fa portavoce Monti? Basta leggere il contenuto della famosa lettera inviata nel 2011 dalla Bce al governo Berlusconi per rendersene conto: i ‘mercati’ mediati dalle rappresentanze dell’Ue (“ce lo chiede l’Europa”) nella veste di Troika. Anche il FMI, infatti, aveva e continua ad esprimere valutazioni politiche sul nostro sistema di tutele pressando il paese affinché vengano indeboliti i diritti dei lavoratori, anche con l’introduzione un “contratto unico di assunzione a tutele crescenti”.

Da almeno tre anni, le politiche economiche e del lavoro vengono di fatto decise dalla Troika, che detta di fatto le regole per la gestione politica del conflitto sociale a favore del capitale internazionale. Siamo quindi nel pieno di una lotta di classe che vede come principale interlocutore politico dal lato del “padrone” enti finanziari internazionali e l’Ue. Sempre in merito all’articolo 18, è stato lo stesso presidente di Confindustria Squinzi che proprio in merito alle modifiche apportate dalla riforma “Fornero” aveva dichiarato che “la licenziabilità dei dipendenti è forse l’ultimo dei nostri problemi”, anche se ultimamente ha cambiato idea circa l’importanza della sua abolizione, ma questa è un’altra storia.

Stiamo quindi assistendo ad un mutamento radicale delle forze politiche in campo, la Troika con il benestare del governo ha fatto saltare i tavoli di concertazione, e questo spiega probabilmente l’affondo di Renzi contro le organizzazioni sindacali che, proprio perché non adeguano la propria azione sindacale all’evolversi del quadro economico, finanziario e politico di riferimento, sono sostanzialmente innocue. Dopo quarant’anni dalla sua entrata in vigore, la modifica dell’articolo 18 tanto voluta dalla destra italiana ha visto la luce solo perchè rispecchia le politiche neoliberiste su cui si fonda l’operato della Troika.

Fin quando l’Italia esercitava un certo grado di autonomia politica, l’equilibrio di forze fra capitale e lavoro veniva più o meno garantito, ed in effetti sino all’arrivo del governo Monti una certa parte sindacale era riuscita ad arginare i tentativi di scardinamento strutturale del lavoro “stabile”, nonché della stessa forza di rappresentanza collettiva. Adesso che tramite una serie di trattati e accordi internazionali gli obiettivi del capitale finanziario internazionale e delle multinazionali sono stati anteposti agli interessi dei lavoratori e della piccola e media impresa italiana (da qui l’aumento di tasse e politiche di restrizione dei consumi, svalutazione del lavoro e ingenti piani di salvataggio europei delle banche internazionali con soldi pubblici), o il sindacato si rinnova e si riposiziona nel nuovo conflitto di classe, oppure esce di scena.

Per fare ciò è ovviamente necessario che esso affronti i grandi temi da cui dipende il futuro del lavoro in Italia: finanziarizzazione dell’economia, avvento delle politiche neoliberiste, un modello di sviluppo delle multinazionali che non è adeguato ad una crescita democraticamente sostenibile, il ruolo politico delle organizzazioni finanziarie internazionali, il pareggio di bilancio, l’euro ed altre importanti questioni di cui avremo modo di discutere e che ho ampiamente descritto nel mio libro “Il ricatto dei mercati”.

Non ci si può lamentare della deriva del nostro diritto del lavoro se non si affronta la radice del problema, la Troika è solo una delle sue ramificazioni, il capitale finanziario aveva già manifestato la sua forza dirompente, specialmente nel mondo del precariato, e nulla di importante è stato fatto per arginarlo. I call center sono stati un vero e proprio campanello d’allarme, ed anche di questo avremo modo di parlare.


http://www.sindacalmente.org/search/node/cina  ARCHIVIO

ARTICOLI DI ANALISI

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DATI

http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/4348-antonio-carlo-capitalismo-2014-a-fondo-nella-grande-depressione.html

1) L’economia mondiale e la ripresa che non c’è (dopo sette anni);

2) Gli USA: un’economia “forte” che affonda tra debiti, disoccupati, sottoccupati, inattivi e scoraggiati;

3) Europa: sempre più in un vicolo cieco tra impotenza e ricette fallimentari;

4) Italia. Arriva il nuovo Salvatore della Patria e siamo alla catastrofe;

5) Cina e Giappone nulla di nuovo rispetto al passato;

6) Postilla. A proposito di un’inconsistente ideologia: la decrescita serena.


 

 

   Foto: sinistra sta. Di Mauro Biani pagina

Ecco chi sono i padroni del mondo
Secondo l'economista Glattfelder, "meno dell'1% delle multinazionali guida il 40% del totale". L'un per cento di queste multinazionali sono per la maggior parte banche. "Affermare che le banche governano il mondo e che, tra loro, vi sono accordi non scritti che influenzano le vite delle Nazioni è forse un'affermazione un po' forte, ma certo è molto plausibile. Chi le controlla? I loro nominati sono a capo dei governi?". Quindi, ecco l'elenco delle prime 30 multinazionali della piramide.

1. Barclays
2. Capital Group Companies Inc
3. Fmr Corportation
4. Axa
5. State Street Corporation
6. Jp Morgan Chase & co.
7. Legal & General Group Plc
8. Vanguard Group Inv
9. Ubs Ag
10. Merrill Lynch
11. Wellington Management Co Llp
12. Deutsche Bank Ag
13. Franklin Resources Inc
14. Credit Suisse Group
15. Walton Enterprise Llc
16. Bank of New York Mellon Corp
17. Natixis
18. Goldman Saxhs Group Inc
19. T. Rowe Price Group Inc
20. Legg Mason Inc
21. Morgan Stanley
22. Mitsubishi Ufj Financial Group
23. Northern Trust Corporation
24. Société Générale
25. Bank of America Corporation
26. Lloyds TSB Group Plc
27. Invesco Plc
28. Allianz Se
29. Tiaa
30. Old Mutual Public Limited Company



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Questa è la società dei padroni, che produce riproduce se stessa.

Dicono che Renzi abbia tenuto un "discorso programmatico". Lo dicono, ma nessuno sa dire cos'abbia detto. Neppure quelli che al Senato c'erano. Dunque: sotto il vestito niente. Stupore? No, dopo il discorsetto del siluramento di Letta tenuto al cospetto della direzione piddina niente può più stupire.


La sensazione è quella di una banda assetata di potere, che giunta al traguardo ancor prima del previsto adesso non sa bene cosa fare. Se questa è l'ultima carta del regime oligarchico che incatena l'Italia alla gabbia europea, allora questo regime è veramente alla frutta.

http://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/3463-leonardo-mazzei-renzi-sotto-il-vestito-niente.html

www.alpcub.com/2515_07_2012_Strumia_Le_banche_e_la_crisi.pdf

 

ci cuociono a fuoco lento...

perchè la gente non si ribella?"/Badiale e commenti

Dopo tante analisi sociopoliticoeconomiche, possiamo dire di aver capito, almeno in linea general, cosa “lorsignori” stanno facendo, e perché. Ma la possibilità di una politica di contrasto ai ceti dominanti è appesa a questa domanda: perché la gente non si ribella?

> l'autore adotta un approccio al problema che condivido molto è un antidoto al populismo intendendo per populismo la divisione semplice della storia in buoni e cattivi, e capri espiatori. meriterebbe fare un manifesto con quel titolo e poi una riunione in cui ciascuno parli di sè e non della gggente che non so bene che cosa sia. ciao mario

http://buenobuonogood.com/2010/11/05/berlusconi-fa-male-all-italia-liberta-informazione-siamo-al-49-posto/

virus letale

scheda sui pensionati.

I pensionati italiani sono in totale 16.699.617.

Sono 800.585 i pensionati che prendono un assegno lordo fino a 249 euro;
2.029.894 i pensionati da 250 a 499 euro lordi;
3.183.904 i pensionati da 500 a 749 euro lordi;

1.956.239 i pensionati da 750 a 999 euro lordi;
2.246.613 i pensionati da 1.000 a 1.249 euro lordi;
1.716.629 i pensionati da 1.250 a 1.499 euro lordi;

1.339.232 i pensionati da 1.500 a 1.749 euro lordi;
980.054 i pensionati da 1.750 a 1.999 euro lordi;

731.046 i pensionati da 2.000 a 2.249 euro lordi;
482.617 i pensionati da 2.250 a 2.499 euro lordi;
533.068 i pensionati da 2.500 a 2999 euro lordi;

669.736 i pensionati oltre i 3.000 euro lordi;
dei quali 33.000 sono quelli oltre 90.000 euro annui

Dei pensionati che prendono più di 3.000 euro lordi al mese,
212.566 sono residenti nel Nord-Ovest dell’Italia;
122.728 nel Nord-Est;
178.907 nel Centro;
96.912 nel Sud e nelle Isole;
2.753 all’Estero.

manifesto 27mar2014

http://www.iltuosalario.it/main/stipendio/stipendi-medi-per-settore