Il padre-padrone kaputt
La jacquerie operaia di Valdagno mandò all'aria con la statua del conte
Marzotto un secolo di oppressione patriarcale, capitalistica e religiosa e
spezzò le catene congiunte della pietà e dello sfruttamento, strappando i
lacci che impedivano nuove forme di vita
Toni Negri
Ricordo perfettamente quando mi chiamarono presto al telefono, da Thiene, un
vecchio compagno dei Quaderni Rossi mi disse: a Valdagno c'è un casino mai
visto. Gli operai hanno trasformato lo sciopero in sommossa. Mi stropicciai
gli occhi! Sapevo che la lotta era diventata pesante: potere contrattuale,
salario e diritti sindacali erano in ballo; sapevo che i giovani quadri
sindacali avevano rapidamente assunto la direzione della lotta, ma davvero
non mi aspettavo che l'intera popolazione si accompagnasse e si ritrovasse
nello scontro. A mezza mattina mi telefona un altro «vecchio» amico («vecchio»:
aggettivo davvero improprio in quegli anni, quando le amicizie nascevano in
brevissimo tempo e tutto andava così in fretta dentro l'ansia di un
rinnovamento radicale). Mi chiamò dunque un altro amico, un letterato -
Vicenza è terra di letteratura fine, forti radici e grande eleganza: mi
disse che a Valdagno un secolo di oppressione patriarcale, capitalista e
religiosa, stava andando «a ramengo»... poi alla sera telefonò una mia
studentessa che piangeva di gioia nel raccontarmi che la statua del conte
Marzotto stava a gambe all'aria abbattuta in mezzo alla piazza. La
conoscevo, Maria, un'ottima allieva ma tutt'altro che politicamente
impegnata. Mi disse degli scontri che durante tutta la giornata si erano
dati tra operai, cittadini e polizia. La descrizione della statua abbattuta
era poi fatta in uno stile surrealista.
Ecco cosa ne dice lo storico archivista: «E' tutta la popolazione che
protesta e manifesta contro il Marzotto e la Celere. Il monumento a Marzotto
è preso di mira da un gruppo di operai e operaie. Una corda viene legata
attorno al collo della statua che crolla faccia avanti. E' come se crollasse
il simbolo dell'oppressione: lavoratori e popolazione tutta manifestano così
la propria esasperazione contro l'insopportabile condizione di lavoro in
fabbrica e contro l'opprimente 'feudalesimo' a Valdagno».
Quanto era lontana Valdagno, da Venezia dove abitavo e anche da Padova dove
insegnavo. Il Nordest era ancora sconnesso: la stessa provincia di Vicenza,
come tutto il resto della regione, era un arcipelago di isole industriali
che mal comunicavano tra loro. Si parlava di Valdagno, di Galzignano, di
Bassano, del tessile, della metalmeccanica e della motoristica, delle
smalterie, come se fossero mondi diversi: in effetti ognuno di questi luoghi
era più collegato alla Germania, o semplicemente a Milano, di quanto tutti
insieme lo fossero tra loro. Per non parlare delle concerie dove si andava a
morire all'ombra delle ridenti colline, e dove già allora trovavi migranti:
la classe operaia del benzolo e poi quella con le dita mozze dei
calzaturieri lì vicino - le taglierine erano più miti dei veleni,
riconosceva il poeta mio amico. Era insomma una terra dove l'industria si
era affermata e dove l'emigrazione era meno fitta che nella Bassa Veneta,
tra l'Adige e il Po. L'ordine e la miseria erano così intimamente stretti
che sembravano dar l'idea di un certo benessere: «tranquillità», «sapersi
accontentare», il cattolicesimo industriale esprimeva una morale stoica.
Come poteva essere esplosa Valdagno? Non ci provo nemmeno a descriverlo e a
spiegarlo, c'è un intero scaffale di biblioteca. Per dirlo, «l'avvenimento
topico del '68» . Voglio solo raccontare che cosa significasse una cosa del
genere (sciopero operaio, sommossa del paese - più simili a una jacquerie
premoderna che a una rivolta industriale - e poi il rovesciamento, kaputt,
della statua del fondatore, del padre-padrone, del cattolico illuminato -
una tradizione è infranta: questa è terra di nascita o di adozione di
alcuni pontefici, luogo di sperimentazione della cosiddetta dottrina sociale
della Chiesa dove profitto e carità dovrebbero dormire sotto la stessa
coperta. Che cosa dunque significa una cosa del genere? Che messaggio
inviava quella rivolta?
Anche per chi fosse educato alla disciplina operaista e alla promozione
comunista dell'azione insurrezionale, Valdagno risultava un evento
straordinario. Si trattava dunque di decostruirlo, per comprenderlo nella
sua genesi e, meglio, per generalizzarlo. Tracciare la retta della curva di
Lenin, si diceva allora. Semplice, no? Ma perché sarebbe stato più
difficile di quello che volevano allora fare i nostri nemici: ridurre la
complessità? Fra questi ostacoli logici si mosse la ricerca, lo slogan fu:
solo ripetendo Valdagno si sarebbe stati capaci di comprendere.
E' quello che accadde poco dopo. Quando la lotta operaia, che si espanse fra
il '68 e il '69 nel Veneto, nelle zone a più alta concentrazione
industriale (Porto Marghera, Conegliano e Pordenone, Padova), cominciò poi
anche a debordare verso i centri periferici, nel Veneto profondo, quello più
soggetti al controllo delle elites cattoliche e corporative - allora
l'evento di Valdagno si ripetè sovente. Jacquerie operaia, non più
semplicemente contadina. C'erano sindacalisti, ci sono storici e (come
costituiti in un'idea platonica) quadri del movimento operaio, che alla
parola jacquerie si chiudevano il naso come se ci si trovasse di fronte ad
un ritorno di fiamma antico, anarchico e plebeo. Era il contrario: una
rivolta contro la forma e dei simboli del dominio, nella loro totalità.
Quale straordinaria maturità rivelava questa nuova classe operaia che
emergeva dalle nebbie delle campagne padane...ed era stata per anni, per
secoli, carne da macello nelle guerre patriottiche e poi nelle miniere del
Borinage o nella siderurgia della Lorena...Prima di diventare classe operaia
a Billancourt o Wolfsburg, o Torino o appunto a Valdagno. Questa classe
operaia metteva assieme l'odio per la schiavitù contadina e quello per lo
sfruttamento industriale, comprendendovi - nel giusto mezzo - il
colonialismo patriarcale degli industriali cattolici, Marzotto o Conte
Rossi, o Conte Camerini...Per non parlare dei Volpi di Misurata del Conte
Cini e poi dei borghesi Gaggia, Rosa delle Rose, Pinco e Pallino.
Nel '69 - '70 Valdagno si generalizza. La nuova jacquerie, fosse sabotaggio
in fabbrica o distruzione delle sedi del sindacato «giallo», o dei
municipi che collaboravano con i padroni, pur ripetendo gesti di sempre,
dimostrava in questi anni, nel Veneto, una maturazione biopolitica e
un'ansia non più trattenibile di liberazione. Blocco delle autostrade,
barricate sulle vie delle provinciali maggiori, interruzioni dei nodi
stradali centrali: solo così, inserendosi e rappresentandosi all'interno
della nuova circolazione capitalistica, una nuova classe operaia si
emancipava da un millennio di servitù contadina. Non a caso la propaganda,
la lotta, l'organizzazione si fanno soprattutto sulle linee di trasporto
della forza lavoro e i nuclei che danno inizio alla lotte si formano nella
circolazione territoriale degli operai. Sono cose che sono sempre avvenute,
ma, qui nel Veneto, sono diventate pratica di organizzazione e di lotta.
Ma torniamo a Valdagno. Oggi possiamo davvero comprendere quanto quella
statua abbattuta abbia segnato un passaggio di libertà. La rivolta aveva
identificato nella distruzione del simbolo un passaggio ricompositivo di
classe. I lacci che impedivano l'espressione di nuove forme di vita venivano
strappati. Il Marzotto clericale patriarca, tirato in basso, rappresentava
la rottura con la pratica dell'assoggettamento morbido, cattolico, delle
catene congiunte dello sfruttamento e della pietà.
Rompevano, senza darlo a vedere ma comprendendolo fino in fondo - e senza
possibilità di ritorno - i nostri compagni di Valdagno con il
teologico-politico? Può darsi. Si trattava certo di gente strana, operaia,
contadina, migrante, antifascista, resistente, assoggettata alla Chiesa ma
libera nei suoi costumi...Dissero che erano arrivati studenti da Trento a
dare fuoco alla lotta - semmai era il contrario, c'erano operai di Valdagno
che erano andati a Trento per emanciparsi dal lavoro di fabbrica e per
togliersi dal naso la puzza di quei sindacati «gialli», pagati da Marzotto,
che dominavano in fabbrica. Di quell'evento noi subiamo ancora oggi nel
Veneto infinite conseguenze, nel bene e nel male.