Quarta tappa del viaggio nel lavoro.
Che fine ha fatto il tessile veneto?
In fuga da Valdagno. Senza saper
che fare
Imprese senza
strategie per il territorio, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore
lavoro si trovano ora spiazzate e fuori schema. Non sono in grado di competere
nell'high tech con le aree avanzate d'Europa ma neanche di sostenere l'urto di
Cina e India sul terreno del costo del lavoro...
PAOLO CIOFI
VALDAGNO
«Il Veneto
ricco e prospero - mi dice Luciano Righi, studioso del territorio, che è stato
parlamentare Dc e assessore al lavoro della regione - nasce da chi si è messo
in proprio lavorando duramente, sacrificandosi e anche copiando ciò che
facevano gli altri. Eravamo una regione agricola povera, con tassi altissimi di
emigrazione, e siamo diventati ricchi». Mi vengono in mente i cinesi, e anche i
marchigiani, poveri come i veneti e grandi lavoratori, che nel dopoguerra hanno
popolato intere borgate di Roma. Adesso anche le Marche sono un'altra regione.
Ma dietro la luccicante vetrina del benessere c'era, e c'è, una dura realtà di
sfruttamento, persino di sé medesimi. Qui alcune grandi imprese, come la
vecchia Pellizzari e anche la Marzotto, hanno fatto da incubatrici di competenze
e di cultura industriale per operai e tecnici che hanno tentato l'avventura, per
necessità o anche per vocazione: molti nuovi imprenditori provengono proprio
dall'industria «storica», che ha inseminato l'impresa diffusa, sospinta anche
dalla voglia d'intraprendere. Il problema è l'assenza di una politica per la
piccola impresa, capace di indirizzarne la crescita e lo spontaneismo vorace,
come risultante del culto del fai da te e dell'antistatalismo sfrenato della
Lega.
Politiche assenti
Assente una politica per la difesa del territorio e la
tutela dell'ambiente, con effetti devastanti sul traffico e il movimento delle
merci, e con elevatissimi costi economici e sociali: Vicenza nel mese di marzo
aveva battuto tutti i record nazionali d'inquinamento. Assente una politica per
la formazione e per la ricerca. Si sa che il livello di scolarizzazione nel
Veneto è basso, forse non si sa che la spesa regionale per la ricerca è vicina
allo zero: 0,6% sul Pil, molto al di sotto della già evanescente spesa
nazionale. «Solo il Trentino Alto Adige e la Calabria-Basilicata fanno peggio
del Veneto», annota uno studio della Camera di commercio. Il risultato è che
gli addetti alla Ricerca & Sviluppo sono in totale 9.652: «risalta
l'arretratezza del Veneto in cui solo il 33,9% delle merci esportate presenta un
contenuto tecnologicamente avanzato», contro il 47,4% nel Nord Ovest.
Per dirla in breve, al di là dell'immagine accreditata dai
media, questo è un modello culturalmente arretrato e non innovativo. E ciò
spiega la vastità e la profondità della crisi. Si aggiunga l'assenza di una
strategia, non solo per la piccola impresa. Parlo di una strategia complessiva,
in grado di definire il ruolo di quest'area, cerniera d'importanza geopolitica
fondamentale, nel rapporto tra Europa occidentale e paesi ex socialisti. Nel
momento in cui si aprono i mercati il Nord Est, avendo puntato tutto sulla
compressione del fattore lavoro, si trova spiazzato e fuori schema. Non è in
grado di competere nell'high tech con le aree più avanzate d'Europa, ma
non può neanche sostenere l'urto di Cina e India sul terreno del costo del
lavoro. E allora si va all'estero, a Timisoara o a Samorin: una fuga, un
ripiegamento verso l'arretratezza. Siamo di fronte a una crisi di fondo, che è
anche identitaria e psicologica, e che non si risolve né con la svalutazione
dell'euro né con l'innalzamento di barriere doganali. Si chiede innovazione, e
nell'ora della crisi tutti si dichiarano innovatori.
Anche il dottor Calearo, presidente degli industriali
vicentini oltre che di Federmeccanica, e uomo chiave nella Confindustria di
Montezemolo. Ma la sua proposta di «un nuovo patto tra imprese e lavoratori per
andare dal governo a chiedere ciò che serve» non sembra proprio una grande
innovazione. Tanto più che «ciò che serve», secondo lui, sono «la
flessibilità del lavoro e la velocità nel dare e trovare risposte ai problemi».
Come dire che occorre spingere velocemente verso una nuova fase di flessibilità
con dolcezza, cioè con il consenso dei sindacati dei lavoratori. Pensieri
vecchi, e vecchie strade. Non c'è l'ombra di un'autocritica, e tanto meno il
tentativo d'impostare una nuova politica industriale per dare qualità allo
sviluppo, nel momento in cui i principali gruppi veneti scelgono la rendita di
posizione, come Benetton che si sta rimpannucciando al riparo di Autostrade SpA,
o la finanziarizzazione, come Marzotto che si trasforma in holding
transnazionale, abbandonando il territorio e chi lo abita al loro destino.
L'aria pesante di Valdagno si taglia col coltello quando
incontro i rappresentanti sindacali dello storico marchio vicentino, che insieme
a Graziano Besaggio della Filtea sono reduci da una trattativa con i dirigenti
dell'azienda. La situazione è difficile. «Chiediamo informazioni su ciò che
vogliono mantenere qui e su ciò che vogliono delocalizzare, sull'organizzazione
del lavoro e sulla formazione, ma loro non rispondono», osserva Besaggio. La
parola d'ordine è: fare, collaudare ed eseguire. Cioè, loro comandano e tu
esegui, per il resto non hai alcuna voce in capitolo. E' chiaro che impostare
una trattativa in queste condizioni è un controsenso. Infatti, le relazioni
sindacali sono notevolmente peggiorate, sui lavoratori piovono lettere di
contestazione disciplinare. La colpevolizzazione del subalterno è la regola, e
le donne - il 70% nel tessile e il 90% nell'abbigliamento - sono le più
penalizzate. Già è dura con un salario di 800-900 euro, ma poi - aggiunge
Monica - «non ci sono più servizi sociali per le donne che lavorano. Qui siamo
quasi tutte sposate, ma non c'è asilo nido, e in quelli comunali vai in lista,
non hai la precedenza perché lavori». Si chiede il part-time, ma di regola
viene negato, perché l'azienda fa sapere che non tratta problemi personali.
Insomma, dal paternalismo del conte Marzotto siamo passati allo stile
manageriale del presidente Favrin.
Anche qui si sente, e si vede, l'incertezza del futuro. Non
si sa quali effetti produrrà la riorganizzazione finanziaria del gruppo, con la
separazione in due distinte società dell'abbigliamento e del tessile. Sta di
fatto che se nel duemila la Marzotto occupava 3.400 persone nel distretto
vicentino, oggi ne sono rimaste circa la metà tra Schio, Piovene e Valdagno,
dove è concentrato l'abbigliamento, e dove dovrebbero restare la progettazione,
i prototipi e il controllo. Intanto c'è la Cassa integrazione in atto, e poi
hanno già trasferito il «cervello» del gruppo a Milano. Dicono che lasceranno
qui la «testa», cioè alcuni uffici amministrativi. Ma la testa senza cervello
non è un granché. Il consiglio di amministrazione ha già approvato la
scissione delle attività del settore abbigliamento, con la concentrazione di
Valentino, Marlboro Classics, M Missoni e Hugo Boss in una nuova società
controllata denominata Valentino Fashion Group e quotata a Piazza Affari. In
sintesi: da una parte l'abbiglimento (85% del fatturato), trasformato in sistema
moda sotto le insegne di Valentino, dall'altra il tessile (15%), che resta
marchiato Marzotto.
E' la conclusione della trasformazione del gruppo da
manifatturiero in finanziario, con l'uscita del capofamiglia Pietro e la
formazione di un patto tra diversi azionisti guidato da Antonio Favrin, il cui
appannaggio è di 1.211.000 di euro. Ormai l'Italia pesa meno del 20% nel
fatturato consolidato del gruppo, che nel 2004 è stato di 1.824 milioni di
euro. L'80% proviene dagli stabilimenti dislocati in Germania, Svizzera,
Repubblica Ceca, Lituania, Stati uniti, Tunisia e Turchia. Ma bisogna anche
considerare che intere linee di Valentino vengono fabbricate interamente in
Cina.
Responsabilità buttate via
In definitiva, questo è un esempio pessimo di
internazionalizzazione, in cui l'impresa butta via, al tempo stesso,
responsabilità sociale e responsabilità nazionale. Tuttavia la risposta non
sta nell'arroccamento localistico, che ci fa solo arretrare. Il problema è se
questo tipo di capitalismo è in grado di assicurare una prospettiva al paese.
In ogni caso, per evitare la frantumazione globale delle classi lavoratrici e un
conflitto permanente tra poveri, servirebbe davvero una cosa nuova, vale a dire
l'unità transnazionale dei lavoratori.
Oscar Mancini, segretario della Cgil di Vicenza, osserva
che intanto, per contrastare la fuga delle imprese dalle loro responsabilità,
occorre far avanzare una diversa qualità dello sviluppo che recuperi la
centralità del valore sociale del lavoro. Certo, la questione ha un'evidente
risvolto politico. Ma anche il sindacato può fare di più, impegnandosi in un
diffuso rapporto di massa con i lavoratori e costruendo con loro forme più
stabili e penetranti di democrazia.
Condivido. E tirando le somme di queste giornate trascorse
tra il Nord Est e il Nord Ovest, rilevo la presenza di tre costanti, pur nella
grande varietà delle situazioni: la dissipazione del lavoro, e una difficile
condizione materiale e psicologica dei lavoratori, che genera insicurezza e
infelicità; il respiro corto e l'egoismo del ceto capitalistico dirigente,
vecchio e nuovo, che vede solo i suoi interessi di classe, e cioè profitti,
rendite e patrimoni esentasse; l'assenza della politica, separata e distante dal
mondo del lavoro.
La parabola
storica della fabbrica totale
Con i nuovi
assetti societari orientati alla costruzione dell'impresa globale, si compie una
lunga parabola del gruppo Marzotto, che giunge al punto esattamente opposto dal
quale era partito. Dalla territorialità come componente organica della
produzione alla deterritorializzazione, dall'impresa produttiva che ingloba
nella sua logica anche la vita dei dipendenti, alla finanza del manager che
rifiuta ogni responsabilità sociale. Il percorso ha inizio nel 1836, quando a
Valdagno, piccolo borgo veneto sotto la dominazione degli Asburgo, nasce il
Lanificio Luigi Marzotto e figli. Il primo passaggio cruciale si compie un
secolo dopo, negli anni 20-30 del Novecento, quando Gaetano Marzotto, in
concomitanza con una pesante ristrutturazione, dà vita alla «Città sociale»,
o «Valdagno Nuova», o «Città dell'Armonia». Un modello
produttivo-sociale-urbanistico dettato dal capitalista padre-padrone, dentro il
quale l'operaio e la sua famiglia devono compiere il ciclo intero della vita.
Una modalità sociale della cancellazione del conflitto e della dominazione del
capitale. Fino al `68, quando l'abbattimento della statua del conte Gaetano da
parte degli operai simboleggia il recupero della dignità e dell'autonomia del
lavoro.Poi, con l'avvento di Pietro, la fase dell'internazionalizzazione e delle
acquisizioni a partire dagli anni `80: Bassetti con il Linificio e Canapificio
Nazionale, Lanerossi, Gabello, Hugo Boss, Lanificio Nova Moselana di Brno,
Fabbrica lituana di Kaunas, infine Valentino SpA nel 2002. Quindi
ristrutturazioni e delocalizzazioni, che cominciano ben prima della
liberalizzazione del commercio con la Cina. Dopo la chiusura dello stabilimento
di Manerbio (Brescia), che avviene senza un'efficace mobilitazione dei
lavoratori dell'intero gruppo, nel 2003 vengono espulsi dagli stabilimenti
Marzotto altri 800 lavoratori a Valdagno, Mortara, Schio, Piovene, Praia a Mare.
Se la «missione» è «creare valore per gli azionisti», i lavoratori e il
territorio non contano, sono solo un fardello. E se l'Italia pesa sempre meno
nel fatturato del gruppo, Valdagno ormai è solo un punto nella mappa del mondo
Marzotto. Un ciclo si chiude. Il nuovo assetto, dice il presidente Favrin, «rende
l'azienda più libera». Dalla città dell'armonia all'irresponsabilità
sociale. a cura dell'associazione “articolouno”