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Monicelli, addio a un grande del cinema
Sorriso amaro della commedia all'italiana
Il regista scomparso a 95 anni ci lascia in eredità un lungo elenco di
film indimenticabili, con cui ha regalato ruoli da antologia ai migliori
attori di casa nostra. Da "La grande guerra" ad "Amici
miei". E negli ultimi mesi la battaglia a fianco degli studenti e
contro i tagli alla cultura- repubblica.it
di CLAUDIA MORGOGLIONE
ROMA - Spesso nel corso degli anni, riferendo della
scomparsa di questo o di quel veterano del cinema, i giornali hanno
utilizzato espressioni del tipo "addio all'ultimo dei grandi".
Ma mai come nel caso di questo modo di dire si sgancia dal luogo
comune, diventando verità assoluta: perché questo immenso autore
nostrano è davvero un personaggio unico, nel panorama della settima arte.
Padre fondatore ed esponente più autentico - cinico, disincantato, eppure
carico di passione civile - di quella nobile tradizione che va sotto il
nome di commedia all'italiana.
Un genere che al suo genio, al suo talento, deve tantissimo. Come dimostra
l'elenco dei suoi film più noti (in tutto ne ha girati quasi settanta):
da La grande guerra a I soliti ignoti, da Amici miei
a Guardie e ladri, da L'armata Brancaleone a La
ragazza con la pistola. Così come a lui devono tantissimo i migliori
attori italiani del Novecento, a cui ha regalato ruoli indimenticabili: da
Vittorio Gassman a Totò, da Marcello Mastroianni ad Alberto Sordi
passando per Monica Vitti.
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Toscanaccio di origine e di temperamento, Monicelli nasce a Viareggio il
15 maggio del 1915. Figlio di Tomaso, critico teatrale e giornalista, dopo
la laurea in storia e filosofia a Pisa Mario esordisce nel cinema nel 1932
con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore.
Emigrato nella Roma fascista, il regista si ambienta subito nella capitale
dell'Italia mussoliniana: anche se, come tutti i giovani di temperamento
un po' anarchico, soffre la mancanza di libertà imposta dal regime. E così
è solo nel dopoguerra, nel Paese diventato repubblicano, che insieme ad
autori come Dino Risi, Luigi Comencini e Steno inventa, e rende grande, il
filone aureo della commedia all'italiana. Raccogliendo enormi successi di
pubblico, ma anche riconoscimenti ufficiali: ad esempio il suo Guardie
e ladri ottiene due premi a Cannes nel '51, mentre I soliti
ignoti viene nominato agli Oscar. Per non parlare dell'exploit di La
grande guerra (1959), trionfatore a Venezia con il Leone d'oro.
Opere di enorme valore, che esprimono al meglio lo stile peculiare di
Monicelli: un misto di intelligenza applicata alle cose, di umanità
disincantata e dolente, di amore per i perdenti e per chi non riesce fino
in fondo ad adeguarsi alle regole del mondo. Il tutto filtrato attraverso
un sorriso amaro che ritroviamo sul volto di quasi tutti i protagonisti
dei suoi film.
Dopo aver cavalcato l'onda lunga del genere negli anni Cinquanta e
Sessanta, nei più complessi e travagliati Settanta Monicelli non perde la
sua carica innovativa: nel 1975 raccoglie l'ultima volontà di Pietro
Germi che gli affida la realizzazione di Amici miei, film
diventato un cult assoluto; mentre nel 1977 recupera la dimensione tragica
con Un borghese piccolo piccolo, interpretato da un grande
Alberto Sordi. Seguono, nei decenni successivi, varie altre regie, tra cui
spiccano Il marchese del Grillo (1981), Speriamo che sia
femmina (1985) e il feroce Parenti serpenti (1993).
Dopo un periodo di inattività, dovuto a motivi di salute ma anche in
parte a difficoltà produttive, qualche anno fa, nel 2006, arriva il tanto
desiderato ritorno sul set di un film: è Le rose del deserto,
liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a
Guerra d'Albania di Giancarlo Fusco. Opera impegnativa, sul
filone "italiani brava gente" mandati a morire lontano. Per
Monicelli un ritorno da leone, comunque venga giudicata la pellicola.
Poco dopo, il ritorno alla Mostra di Venezia, per presentare un
cortometraggio dedicato al quartiere romano in cui è vissuto e si è
sempre sentito a casa: il Rione Monti. L'anno dopo, ancora in Laguna, è
tra i personaggi applauditi con più calore, nel corso della cerimonia
inaugurale del festival. Ai cronisti che lo intervistano, al Lido, parla
chiaro come sempre, con una verve e una lucidità invidiabili: parla di
un'Italia "dal pensiero unico", lamenta il rischio vicinissimo
di "un fascismo sotto altre forme". E ai giovani che vogliono
avvicinarsi al cinema, lascia un consiglio prezioso: "Scegliere
storie di una semplicità elementare, che è la cosa più difficile. Non
mettere troppe cose e troppi personaggi nel tentativo di renderle
interessanti. Sono le storie semplici che nel tempo continuano a
emozionare".
Ma non c'è solo voglia di cinema, nella parte finale della sua vita.
Nell'ultimo anno, infatti, il regista fa sentire forte il suo sostegno
alle proteste contro i tagli alla cultura. E qualche mese fa incontra
anche gli studenti in rivolta alla Terza università della capitale. A
dimostrazione della sua volontà di non arrendersi.
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