Marek Edelman

Un eroe ebreo e antisionista

di Joseph Halevi

su il manifesto del 04/10/2009

E' morto Marek Edelman

Il 2 ottobre è morto nella capitale polacca Marek Edelman che fu vice-comandante dell'insurrezione del ghetto di Varsavia e ne divenne il capo dopo la morte del suo leader Mordechai Anielewicz.
Nato a Homel, oggi in Bielorussia, presumibilmente nel 1919 Edelman proveniva dal Bund, il partito socialista operaio ebraico formatosi nella Russia zarista e decisamente anti-sionista. Prima della Rivoluzione d'ottobre del 1917 tale partito ebraico era più numeroso di quello social-democratico (Posdr) benché quest'ultimo coprisse l'intero territorio dell'impero. Nel 1942 come dirigente della gioventù del Bund, Edelman fondò nella clandestinità l'Organizzazione ebraica di combattimento che unificava nella resistenza ai nazisti il Bund, le organizzazioni socialiste sioniste ed i comunisti.
Nei riguardi dell'epica insurrezione del 1943 Edelman ha sostenuto che, sebbene la sconfitta fosse inevitabile, la rivolta dimostrò le capacità di resistenza degli ebrei una volta sconfitta l'apatia e passività dei dirigenti tradizionali della comunità, passività che portò, prima della rivolta in breve tempo alla deportazione e morte dei due terzi delle 400 mila persone racchiuse dai nazisti nel ghetto della capitale polacca. Marek Edelman riuscì a salvarsi dalla distruzione completa del ghetto fuggendo attraverso le fognature aiutato dai partigiani dell'Armya Ludowa, l'esercito popolare, prevalentemente comunista, cui si associò continuando la resistenza e participando all'insurrezione di Varsavia nel 1944.
Dopo la guerra Edelman si rifiutò di emigrare sia in Israele che negli Stati uniti. Studiò cardiologia a Lodz lavorando poi come cardio-chirurgo. Tuttavia l'orientamento nazionalistico-antisemita dominante nel Poup, il Partito comunista polacco, nel 1968 portò alla sua sospensione dal lavoro. Ma anche in quel frangente Edelman scelse di restare malgrado sua moglie si fosse trasferita a Parigi, dove sarebbe morta nel 2008. Nel 1981 appoggiò il movimento sindacale Solidarnosc e dopo la fine del regime comunista sostenne il Partito della libertà.
I rapporti tra Edelman ed Israele sono stati alquanto problematici per non dire negativi. Ne testimonia anche il laconico e breve necrologio pubblicato ieri sul quotidiano israeliano Haaretz. Il momento di maggiore tensione verte su un episodio del 2002 nel quadro del processo intentato da Israele al leader palestinese Marwan Barghouti. In quell'occasione Edelman inviò una lettera alle autorità militari e della resistenza palestinese, chiamandole proprio con quei termini.
Leggendo la lettera (disponibile in rete), si nota che era notevolmente critica in quanto sosteneva l'impossibilità di vittoria militare della guerriglia in un contesto urbanizzato. Edelman adduceva come esempi positivi il fatto che in Polonia senza sparare un colpo «era stato sconfitto il criminale sistema comunista», nonché la soluzione irlandese. Malgrado ciò il tono formale di rispetto verso gli organismi militari palestinesi suscitò un vespaio in Israele e, proprio su Haaretz, Edelman venne presentato come una persona obnubilata dall'anti-sionismo del Bund.

 

Enrico Deaglio: storia di un eroe scomodo- unita' 7.10.09

Venerdì 27 novembre 1998, a Milano, nella sede della Fondazione Feltrinelli si presentava un libro: Il guardiano. Marek Edelman racconta, di Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn, edito da Sellerio. Era presente il protagonista. Nella sala saremo stati più o meno in ottanta: pochi. Nessun esponente della città a salutarlo. E dire che, se noi non siamo stati sommersi - ognuno di noi che oggi vive, e vive bene - è perché poggiamo i piedi sulle spalle di Marek Edelman. Così si è raccontato nel libro di Assuntino e Goldkorn: «Sono nato nel 1921 a Homel, oggi Bielorussia. I dodici fratelli di mia madre erano socialisti rivoluzionari, per i bolscevichi, nemici mortali. Un giorno i comunisti, credo che fosse l’anno della mia nascita, li hanno fucilati tutti e dodici. Si salvò solo mia madre, che andò a stare a Varsavia. Mia madre era un’attivista del Bund, di professione infermiera. È morta che ero ragazzo, nel 1934». Nessuno (o solo pochi studiosi) sa che cosa fu il Bund, per una ragione tanto semplice quanto tragica: i suoi membri sono stati tutti uccisi, quel popolo non esiste più. Il Bund era il partito socialista dei sei milioni di ebrei della Russia, della Polonia e della Lituania, dello «yiddish dal Don alla Vistola».

Era un partito forte: organizzava colonie e sanatori per i tubercolotici, scuole, sindacati tra i facchini e gli ambulanti, squadre di autodifesa dai pogrom. Il Bund avversava il sionismo e voleva la propria autonomia culturale in Polonia. Autonomia che voleva dire, per esempio, permettere in tribunale a un imputato ebreo di esprimersi in yiddish: negli anni Trenta, a Varsavia, città di unmilione di abitanti, trecentomila ebrei parlavano yiddish. Il Bund, il primo maggio sfilava a Varsavia insieme al partito socialista polacco e cantava il suo inno: «Il nostro oceano salato di lacrime umane, questo oceano noi lo svuoteremo». I ragazzi del Bund apprezzavano il socialista francese Leon Blum, sapevano che il socialista italiano Giacomo Matteotti era stato ucciso dal fascista Mussolini. Il Bund non andava per niente d’accordo con i bolscevichi e i suoi due più importanti dirigenti, Alter e Erlich, rifugiati aMoscanel 1941, Stalin li fece ammazzare. Poco dopo l’invasione della Polonia nel 1939, i nazisti crearono a Varsavia il ghetto: nel 1942 vi viveva mezzo milione di persone e cinquemila morivano di tifo ogni mese. Giorno dopo giorno, seimila persone vennero radunate sul piazzale di trasferimento - l’Umshlagplatz - e caricate sui treni, destinazione i campi di sterminio di Treblinka, con tre filoni di pane eunvasetto di marmellata. La voce del ghetto diceva: «Non è vero che ci mandano a morire, altrimenti non ci darebbero da mangiare».Marek Edelmanaveva allora ventun anni e lavorava come portantino di ospedale. Militante clandestino del Bund era uno dei pochi ebrei ad avere il permesso di recarsi nella parte ariana di Varsavia. Sapeva quel ragazzo che cosa stava succedendo? Sì. Il Bund lo scriveva a ciclostile nel ghetto. «Trasferimento uguale morte, ribelliamoci». Sapeva il mondo quello che sta succedendo nel ghetto di Varsavia? Sì. Londra ne era stata informata, nei dettagli, fin dalla fine del 1941. L’ospedale in cui lavorava il giovane Edelman era vicino al piazzale dell’Umschlagplatz. Lì medici eroici distribuirono anche zollette di cianuro a malati e bambini e qualche volta, dalle finestre dell’ospedale, si riuscì a far volare a terra un grembiule bianco e chi – nella fila – riuscì prenderlo e a metterselo, scampò al rastrellamento.Edelman ricorda il colossale, quotidiano, silenzio («al massimo si sentiva il pianto di qualche bambino, ma mai ho sentito un’invocazione di pietà») con il quale gli ebrei andavano a morire. Vecchi, adulti e giovani, poderosi facchini del Bund resi fragili dalla fame, madri con i loro figli.

All’età di 22 anni, Marek Edelman, quando ormai nel ghetto vivevano solo sessantamila persone, è stato il vicecomandante della Zob, Organizzazione Ebraica di Combattimento. Capo era «Marian » Anielevski, 24 anni. La Zob era composta di 220 ragazzi e ragazze che, con alcune migliaia di dollari paracadutati a Varsavia dal Joint Distribution Committee, erano riusciti a raccattare dai contrabbandieri un pugno di pistole, due mine, cinque granate, dieci fucili. Cominciarono a combattere nella primavera del 1943 e tennero testa alla Wehrmacht e alle SS, il più potente esercito del mondo, per cinque settimane. Operarono dai tetti e con le molotov, impedirono ulteriori razzie, uccisero decine di soldati tedeschi. Una militante della Zob si suicidò, ma ci mise sei colpi di pistola per centrarsi la tempia: Edelman ha ricordato che piansero la compagna, ma anche i i cinque proiettili sprecati. Furono il primo esempio – appena dei ragazzi, e per di più reduci da tre anni di sfinimento – di resistenza armata all’esercito nazista in Europa. In un pomeriggio di battaglia un drappello di SS addirittura si presentò a trattare con una bandiera bianca. Non venendo a capo della resistenza, decisero la distruzione totale del ghetto. In dieci giorni dell’inizio del maggio 1943 con bombe, lanciafiamme, bombardamenti aerei, tank, granate e gas, le SS al comando del generale Juergen Stroop rasero al suolo il ghetto di Varsavia.

Dei combattenti della Zob, molti si suicidarono, alcuni si salvarono passando per le fogne e sbucando – neri e orribili – nella parte ariana. Marek Edelmanè l’unico sopravvissuto tra di loro. Nonesistono fotografie di Edelman da giovane, ma lui un giorno si è ricordarto che nelle settimane dell’insurrezione indossava un bel maglione rosso, d’angora, che aveva rubato nella casa di un ricco ebreo. Portava le bretelle incrociate sul petto e, nei pantaloni, due revolver. Ora è tempo di guardare la sua faccia: Marek Edelman, settantasettenne cardiologo ancora in servizio all’ospedale municipale di Lodz, è un uomo di media statura, di corporatura spessa, che ha mantenuto tutti i suoi capelli. La sua faccia è, allo stesso tempo, soffusa e intrisa di rughe: è stata la sua vita, certo, a costruirla, ma a quest’opera hanno contribuito anche le Gauloise, la vodka e il whisky. Tra l’indice e il medio dellamanodestra, il vecchio dottore ha il giallo della nicotina. Il suo vestito è polacco: inutile quindi descriverlo; la sua camicia bianca è di terital. La sua bocca, che è piccola, si piega il più delle volte verso il basso. Anche le mani sono piccole, e – ahimè – non sono secche. Ma gli occhi sono ancora grandi. Se un tempo furono innamorati, imperiosi, rapidi, oggi quegli occhi ancora neri appaiono, in qualche maniera, buddisti: ne hanno la lunghezza, il languore e la serietà.

Tutta la geografia e la memoria dei sentimenti, il volto diEdelman l’ha trasferita sotto gli occhi, depositandola indue grandi borse che lo segnano: zac e zac, due colpi alla Ricasso. Marek Edelman, una volta uscito dalle fogne, ha combattuto nell’insurrezione di Varsavia del 1944, si è laureato in medicina ed è diventato cardiologo all’ospedale di Lodz. Nel 1968, quando Gomulka lanciò una campagna antisemita, gli tolsero il posto in ospedale, ma il personale costrinse le autorità a reintegrarlo. Negli anni Settanta e Ottanta difese il Kor, il gruppo di dissidenti comunisti di autodifesa degli operai, poi partecipò a Solidarnosc. Trattò con il potere, venne arrestato da Jaruzelski, messo in cella, liberato per le pressioni internazionali. Gli chiesero di trasferirsi in America o in Israele e non l’ha fatto. Portò la sua solidarietà a Sarajevo assediata. Rivide il generale Stroop nel 1946, al processo che poi avrebbe deciso la sua impiccagione. Quando Edelman entrò a testimoniare, Stroop si alzò, sbattè i tacchi e disse – e non si capì se eraunadichiarazione o un’implorazione – «Keine Rache», nessuna vendetta. «Avrà avuto una cinquantina d’anni, i capelli grigi e corti. Più che un militare Stroop era un politico, un burocrate. Rispondeva ai suoi superiori su quanti ebrei riusciva ad ammazzare. Bruciò il ghetto per la sua carriera, non per altro... Ma queste sono storie vecchie. Voi italiani chiedete sempre dei sentimenti! Cosa provo quando passeggio per Varsavia? Niente, la mia gente non c’è più... Il Bund neanche c’è più, tutti lo vogliono dimenticare. Tutto l’archivio dove avevamo scritto tutto, le relazioni giorno per giorno, i rapporti da tutti i paesi della Polonia, è andato perduto. Lo conservavamo nel ghetto, in un palazzo che venne sbriciolato dalle bombe. Poi lì, dopo la guerra, costruirono. Oggi è la sede dell’ambasciata cinese a Varsavia. Bisognerebbe scavare lì sotto, ma non lo faranno ».

06 ottobre 2009