Enrico Deaglio: storia di un eroe scomodo- unita' 7.10.09
Venerdì
27 novembre 1998, a Milano, nella sede della Fondazione Feltrinelli
si presentava un libro: Il guardiano. Marek Edelman racconta, di
Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn, edito da Sellerio. Era presente il
protagonista. Nella sala saremo stati più o meno in ottanta: pochi.
Nessun esponente della città a salutarlo. E dire che, se noi non
siamo stati sommersi - ognuno di noi che oggi vive, e vive bene - è
perché poggiamo i piedi sulle spalle di Marek Edelman. Così si è
raccontato nel libro di Assuntino e Goldkorn: «Sono nato nel 1921 a
Homel, oggi Bielorussia. I dodici fratelli di mia madre erano
socialisti rivoluzionari, per i bolscevichi, nemici mortali. Un
giorno i comunisti, credo che fosse l’anno della mia nascita, li
hanno fucilati tutti e dodici. Si salvò solo mia madre, che andò a
stare a Varsavia. Mia madre era un’attivista del Bund, di
professione infermiera. È morta che ero ragazzo, nel 1934».
Nessuno (o solo pochi studiosi) sa che cosa fu il Bund, per una
ragione tanto semplice quanto tragica: i suoi membri sono stati
tutti uccisi, quel popolo non esiste più. Il Bund era il partito
socialista dei sei milioni di ebrei della Russia, della Polonia e
della Lituania, dello «yiddish dal Don alla Vistola».
Era un partito forte: organizzava colonie e sanatori per i
tubercolotici, scuole, sindacati tra i facchini e gli ambulanti,
squadre di autodifesa dai pogrom. Il Bund avversava il sionismo e
voleva la propria autonomia culturale in Polonia. Autonomia che
voleva dire, per esempio, permettere in tribunale a un imputato
ebreo di esprimersi in yiddish: negli anni Trenta, a Varsavia, città
di unmilione di abitanti, trecentomila ebrei parlavano yiddish. Il
Bund, il primo maggio sfilava a Varsavia insieme al partito
socialista polacco e cantava il suo inno: «Il nostro oceano salato
di lacrime umane, questo oceano noi lo svuoteremo». I ragazzi del
Bund apprezzavano il socialista francese Leon Blum, sapevano che il
socialista italiano Giacomo Matteotti era stato ucciso dal fascista
Mussolini. Il Bund non andava per niente d’accordo con i
bolscevichi e i suoi due più importanti dirigenti, Alter e Erlich,
rifugiati aMoscanel 1941, Stalin li fece ammazzare. Poco dopo
l’invasione della Polonia nel 1939, i nazisti crearono a Varsavia
il ghetto: nel 1942 vi viveva mezzo milione di persone e cinquemila
morivano di tifo ogni mese. Giorno dopo giorno, seimila persone
vennero radunate sul piazzale di trasferimento - l’Umshlagplatz -
e caricate sui treni, destinazione i campi di sterminio di Treblinka,
con tre filoni di pane eunvasetto di marmellata. La voce del ghetto
diceva: «Non è vero che ci mandano a morire, altrimenti non ci
darebbero da mangiare».Marek Edelmanaveva allora ventun anni e
lavorava come portantino di ospedale. Militante clandestino del Bund
era uno dei pochi ebrei ad avere il permesso di recarsi nella parte
ariana di Varsavia. Sapeva quel ragazzo che cosa stava succedendo? Sì.
Il Bund lo scriveva a ciclostile nel ghetto. «Trasferimento uguale
morte, ribelliamoci». Sapeva il mondo quello che sta succedendo nel
ghetto di Varsavia? Sì. Londra ne era stata informata, nei
dettagli, fin dalla fine del 1941. L’ospedale in cui lavorava il
giovane Edelman era vicino al piazzale dell’Umschlagplatz. Lì
medici eroici distribuirono anche zollette di cianuro a malati e
bambini e qualche volta, dalle finestre dell’ospedale, si riuscì
a far volare a terra un grembiule bianco e chi – nella fila –
riuscì prenderlo e a metterselo, scampò al rastrellamento.Edelman
ricorda il colossale, quotidiano, silenzio («al massimo si sentiva
il pianto di qualche bambino, ma mai ho sentito un’invocazione di
pietà») con il quale gli ebrei andavano a morire. Vecchi, adulti e
giovani, poderosi facchini del Bund resi fragili dalla fame, madri
con i loro figli.
All’età di 22 anni, Marek Edelman, quando ormai nel ghetto
vivevano solo sessantamila persone, è stato il vicecomandante della
Zob, Organizzazione Ebraica di Combattimento. Capo era «Marian »
Anielevski, 24 anni. La Zob era composta di 220 ragazzi e ragazze
che, con alcune migliaia di dollari paracadutati a Varsavia dal
Joint Distribution Committee, erano riusciti a raccattare dai
contrabbandieri un pugno di pistole, due mine, cinque granate, dieci
fucili. Cominciarono a combattere nella primavera del 1943 e tennero
testa alla Wehrmacht e alle SS, il più potente esercito del mondo,
per cinque settimane. Operarono dai tetti e con le molotov,
impedirono ulteriori razzie, uccisero decine di soldati tedeschi.
Una militante della Zob si suicidò, ma ci mise sei colpi di pistola
per centrarsi la tempia: Edelman ha ricordato che piansero la
compagna, ma anche i i cinque proiettili sprecati. Furono il primo
esempio – appena dei ragazzi, e per di più reduci da tre anni di
sfinimento – di resistenza armata all’esercito nazista in
Europa. In un pomeriggio di battaglia un drappello di SS addirittura
si presentò a trattare con una bandiera bianca. Non venendo a capo
della resistenza, decisero la distruzione totale del ghetto. In
dieci giorni dell’inizio del maggio 1943 con bombe, lanciafiamme,
bombardamenti aerei, tank, granate e gas, le SS al comando del
generale Juergen Stroop rasero al suolo il ghetto di Varsavia.
Dei combattenti della Zob, molti si suicidarono, alcuni si salvarono
passando per le fogne e sbucando – neri e orribili – nella parte
ariana. Marek Edelmanè l’unico sopravvissuto tra di loro.
Nonesistono fotografie di Edelman da giovane, ma lui un giorno si è
ricordarto che nelle settimane dell’insurrezione indossava un bel
maglione rosso, d’angora, che aveva rubato nella casa di un ricco
ebreo. Portava le bretelle incrociate sul petto e, nei pantaloni,
due revolver. Ora è tempo di guardare la sua faccia: Marek Edelman,
settantasettenne cardiologo ancora in servizio all’ospedale
municipale di Lodz, è un uomo di media statura, di corporatura
spessa, che ha mantenuto tutti i suoi capelli. La sua faccia è,
allo stesso tempo, soffusa e intrisa di rughe: è stata la sua vita,
certo, a costruirla, ma a quest’opera hanno contribuito anche le
Gauloise, la vodka e il whisky. Tra l’indice e il medio
dellamanodestra, il vecchio dottore ha il giallo della nicotina. Il
suo vestito è polacco: inutile quindi descriverlo; la sua camicia
bianca è di terital. La sua bocca, che è piccola, si piega il più
delle volte verso il basso. Anche le mani sono piccole, e – ahimè
– non sono secche. Ma gli occhi sono ancora grandi. Se un tempo
furono innamorati, imperiosi, rapidi, oggi quegli occhi ancora neri
appaiono, in qualche maniera, buddisti: ne hanno la lunghezza, il
languore e la serietà.
Tutta la geografia e la memoria dei sentimenti, il volto diEdelman
l’ha trasferita sotto gli occhi, depositandola indue grandi borse
che lo segnano: zac e zac, due colpi alla Ricasso. Marek Edelman,
una volta uscito dalle fogne, ha combattuto nell’insurrezione di
Varsavia del 1944, si è laureato in medicina ed è diventato
cardiologo all’ospedale di Lodz. Nel 1968, quando Gomulka lanciò
una campagna antisemita, gli tolsero il posto in ospedale, ma il
personale costrinse le autorità a reintegrarlo. Negli anni Settanta
e Ottanta difese il Kor, il gruppo di dissidenti comunisti di
autodifesa degli operai, poi partecipò a Solidarnosc. Trattò con
il potere, venne arrestato da Jaruzelski, messo in cella, liberato
per le pressioni internazionali. Gli chiesero di trasferirsi in
America o in Israele e non l’ha fatto. Portò la sua solidarietà
a Sarajevo assediata. Rivide il generale Stroop nel 1946, al
processo che poi avrebbe deciso la sua impiccagione. Quando Edelman
entrò a testimoniare, Stroop si alzò, sbattè i tacchi e disse –
e non si capì se eraunadichiarazione o un’implorazione – «Keine
Rache», nessuna vendetta. «Avrà avuto una cinquantina d’anni, i
capelli grigi e corti. Più che un militare Stroop era un politico,
un burocrate. Rispondeva ai suoi superiori su quanti ebrei riusciva
ad ammazzare. Bruciò il ghetto per la sua carriera, non per
altro... Ma queste sono storie vecchie. Voi italiani chiedete sempre
dei sentimenti! Cosa provo quando passeggio per Varsavia? Niente, la
mia gente non c’è più... Il Bund neanche c’è più, tutti lo
vogliono dimenticare. Tutto l’archivio dove avevamo scritto tutto,
le relazioni giorno per giorno, i rapporti da tutti i paesi della
Polonia, è andato perduto. Lo conservavamo nel ghetto, in un
palazzo che venne sbriciolato dalle bombe. Poi lì, dopo la guerra,
costruirono. Oggi è la sede dell’ambasciata cinese a Varsavia.
Bisognerebbe scavare lì sotto, ma non lo faranno ».