|
Se devo rischiare per donna Emma
La futura presidente di Confindustria
non è in regola con le norme di
sicurezza nello stabilimento di Boltiere
Antonio Sciotto- il manifesto 10.3.08
Bergamo
Tutti pazzi per Emma: un sondaggio tra i
«saggi» di Confindustria dà al 95% il
gradimento di Marcegaglia, prossima
presidente degli industriali (in carica
da maggio, sostituirà Luca Cordero di
Montezemolo). Ma è più interessante, a
proposito, un altro sondaggio realizzato
dal settimanale Economy e dalla
Fondazione Istud su 221 manager e
imprenditori italiani: la percentuale di
quelli che chiedono alla nuova
Confindustria di mettere mano allo
Statuto dei lavoratori e alla «flessibilità
in uscita» (la manomissione
dell'articolo 18, promossa ormai non
solo da Berlusconi ma anche dal Pd di
Colaninno, Ichino & Calearo) è pari
al 43% degli intervistati, mentre il
48,9% ritiene che non si dovrebbe
intervenire. Che la base dei manager sia
meno ideologica dei vertici? Le risposte
confortano.
In ogni caso abbiamo verificato con mano che all'interno delle fabbriche del gruppo Marcegaglia - il presidente e fondatore è il padre Steno, mentre Emma è tra i consiglieri - i lavoratori non se la passano troppo bene, in special modo sul fronte della sicurezza; ritorna insomma l'«incubo» della Confindustria, che in questi giorni ha dato immagine pessima di sé rifiutando le giuste sanzioni che il governo ha messo in cantiere per le imprese che violano le leggi: e dopo i fatti della Thyssenkrupp e di Molfetta è davvero increscioso che ci sia anche un solo cittadino del nostro paese che possa respingere un giro di vite sul tema. Vedremo se Emma saprà innovare, dando un'immagine di maggior rigore e accettando che la società metta dei paletti al profitto libero. Per ora quello che accade nel suo stabilimento di Boltiere, nel bergamasco, però non lascia ben presagire: c'è un gruppo di lavoratori, concentrato nel reparto stoccaggio, che rischia ogni giorno la vita. Un breve ritratto del gruppo Marcegaglia ci parla di un colosso specializzato nella trasformazione dell'acciaio, in particolare per produrre tubi e trafilati, con 47 stabilimenti, 6500 dipendenti e un fatturato annuo di 4 miliardi di euro (2007). Il centro è a Gazoldo degli Ippoliti, nel mantovano, dove nacque nel 1959 il primo laboratorio, fondato appunto da Steno, e dove oggi c'è l'impianto più grosso, con oltre 1200 operai; notevoli anche i siti di Ravenna (più di 600) e Forlì (quasi 400); Boltiere e Casalmaggiore, in Lombardia, contano rispettivamente 240 e 340 dipendenti. Come ci racconta Luca Pescalli, Rsu Fiom di Boltiere, da Casalmaggiore arrivano ogni giorno circa 15 camion di tubi, con singoli carichi tra i 5-600 chili fino a 30-40 quintali. A Boltiere, da qualche tempo e dopo lunghe richieste, è finalmente disponibile l'elettromagnete che solleva i carichi. Il problema è che da Casalmaggiore i tubi non arrivano adeguatamente imbragati, dunque l'elettromagnete è di fatto inutilizzabile. Gli operai di ogni turno devono dunque salire su una scaletta, e stare sospesi a un'altezza di sei metri sopra i tubi, per agganciarli manualmente. Non sono neppure assicurati a un cavo: se i tubi si muovono e se un operaio dovesse scivolare, farebbe un volo di sei metri. Lo stabilimento di Boltiere non è nuovo a questi problemi. Nel 2007 un edile albanese, che lavorava in nero per una ditta in appalto che costruiva una palazzina per gli impiegati, è morto cadendo da un'altezza di 7 metri: è stato trasportato dai colleghi in ospedale, e all'inizio denunciato come «infortunio domestico». Nel 2006 un operaio è finito in rianimazione per il contraccolpo di un carico di tubi sganciato d'improvviso. E lo scorso dicembre i dipendenti hanno scioperato perché l'azienda ha fatto smantellare un tetto in amianto poco distante dai reparti senza avvertire le Rsu e bloccare la produzione. Le Rsu sono ora impegnate in trattative con Marcegaglia. Bergamo registra comunque dati pesanti sul fronte infortuni: 35 morti nel 2007, in crescita sul 2006; la provincia è seconda in Lombardia solo a Milano. Alla fonderia Pilenga si è verificato qualche mese fa il caso di un operaio sospeso perché segnalava i rischi sulla sicurezza. Alla Technimont di Castelli Caleppio, denuncia il delegato Fiom, parlare di sicurezza è un tabù. «Dobbiamo fare tutti uno sforzo - spiega Mirco Rota, Fiom - Ma soprattutto non funziona il sistema dei controlli dell'Ispettorato: intervengono da 6 mesi a un anno dopo le segnalazioni, un tempo che vanifica il nostro lavoro». Sempre
più lontane dall'Europa. Nel
marzo 2000 a Lisbona i paesi europei
decisero un piano sull'occupazione femminile
intesa non solo come una questione di genere
ma come volano per l'economia nazionale. I
paesi partirono da poche ma precise
considerazioni: se la donna lavora entra più
ricchezza in famiglia - a patto che ci sia
un sistema di servizi sociali adeguato -
aumenta il reddito e nascono più bambini.
Fu deciso, era il Duemila, che l'obiettivo
era raggiungere - dieci anni dopo, nel 2010
- quota 60 per cento: cioè il sessanta per
cento delle donne devono per quella data
risultare impiegate, con un lavoro autonomo
o dipendente. La situazione, a due anni da
quella scadenza, è che la media europea si
aggira sul 57, 4 per cento e quella italiana
è fissa sul 46,3 per cento. Penultimi,
appunto, nell'Europa dei 27 paesi membri, a
dieci lunghezze dall'isola di Malta. In
nostra compagnia, sotto il 50%, ci sono
Polonia e Grecia. Slovacchia, Romania,
Bulgaria viaggiano ben sopra il 50 per
cento. Cipro è già al 60%. La Slovenia,
appena entrata nella Ue, è al 61,8 per
cento. La Danimarca guida la classifica con
una percentuale del 73,4%. ( 11 febbraio
2008 – repubblica- Claudia Fusani )
c'è chi scherza: La «modesta proposta» di Silvio
Berlusconi che assomiglia a quella di Swift,
ma è meno feroce
vedi dati donne in provincia di Torino al
2005:
|


riforma mar 08