Vieni con noi in Palestina? il manifesto 07/04/02
La politica dei kamikaze mi terrorizza. Quella delle esecuzioni
sommarie, anche. Piango due tragedie, l'unica strada è la fine
dell'occupazione israeliana. Risposta a Gad Lerner
LUISA MORGANTINI
Gad, cari tutte e tutti, ho pianto di fronte al soldato
israeliano che ci stava impedendo di soccorrere un ferito
palestinese. Si era gettato dalla finestra di una casa che i
soldati israeliani stavano bombardando dopo che all'interno vi
era stata una sparatoria tra una pattuglia di soldati israeliani
e due palestinesi. Ho pianto per Ahmed che, disteso per terra ci
chiamava muovendo la mano, ho pianto per la mia impotenza, per la
perdita di umanità del soldato israeliano. Gliel'ho detto:
"Non piango per paura del tuo fucile, ma per te che sei
giovane", piango per Hetty Hillesum che anche nel campo dove
era stata rinchiusa voleva essere "il cuore pensante della
baracca", piango perché mi impedisci di soccorrere un uomo
che sta morendo e che tu sai non stava sparando, piango perché
ti ho visto spingere a terra e inginocchiare con le mani contro
il muro, uomini della polizia palestinese che non ti avevano
sparato, li hai fatti alzare uno ad uno, costretti a denudarsi
per poi bendari e legargli le mani. Erano usciti tutti a mani
alzate dal portone di casa che avevi buttato giù con la forza,
insieme a loro c'era un vecchio che ho visto per anni a Ramallah,
ci salutavamo sempre, kiffek mi diceva, mapsuta gli
rispondevo. Quando prendendolo per il braccio volevate che si
rialzasse non poteva farlo, forse anche lui come me soffre di
sciatica. Poi nella casa avete trovato le armi e scarponi e
vestiti della polizia. Sei venuto da me e mi hai detto "hai
visto, pezzo di m... tu che ci chiedevi di essere umani, questi
avevano le armi e sono stati così codardi che non hanno neanche
sparato". C'erano anche giornalisti con noi, abbiamo visto
tutti che erano armi in dotazione della polizia palestinese,
legali quindi. Piango perché mentre cercavamo di impedire che si
bombardasse la casa di fianco a quella della sparatoria, dalla
finestra di un'altra casa un giovane si era sporto per chiedere
se avevamo del pane e delle sigarette. Piango perché Mohammed
Iska'fi, un medico, ferito più volte, quando, confesso esitando,
gli ho detto che dovevamo recuperare un ferito israeliano, non ha
esitato un attimo, andiamo, è una persona e io sono medico. Ci
siamo precipitati nella strada, fermati dai carri armati e dal
tuo fucile. Non era il soldato israeliano, era già stato portato
via da voi, nella strada era rimasto Ahmed che quando siamo
riusciti a mettere su una rudimentale barella ce lo avete
strappato dalle mani e portato con voi. Vi ho seguiti , ho
mentito, sono una diplomatica, non potete fare questo. Un
ufficiale mi ha detto, non temere, abbiamo i medici, lo porteremo
via noi, tu vattene.
Caro Gad, normali scene di guerra, dolorosa necessità
dell'intervento militare per salvaguardare il futuro dello stato
israeliano minacciato dal fenomeno delle bombe umane che come
dici tu in 15 o 20 anni potrebbero distruggerlo. Penso, insieme a
tanti israeliani con i quali da anni faccio un percorso per la
ricerca di una pace giusta che riconosca il diritto dell'uno e
dell'altro ad un proprio stato, che, per salvare lo Stato
Israeliano, l'unica strada sia la fine dell' occupazione militare
israeliana. Tu dici che la crescita delle colonie, la confisca
delle terre, i coprifuochi, i palestinesi prigionieri nei loro
villaggi, le esecuzioni sommarie, sono errori e li tratti come se
fossero piccoli incidenti di percorso. Non è così Gad, sono
pratiche politiche precise, dichiarate esplicitamente da Sharon
nel suo programma di governo ma anche da partiti della coalizione
di governo che rivendicano il"trasferimento", cioè
deportazione, della popolazione palestinese. La rioccupazione del
territorio e tutte le distruzioni, manifesta la volontà di
annessione coloniale del territorio. Daniel Amit, israeliano,
nella sua lettera al manifesto spiegava molto meglio di me
la situazione.
E' vero, sono terrorizzata dalla politica dei kamikaze,
soprattutto da quando non sono più solo di Jihad o Hamas,
organizzazioni che considero essendo donna, lesive dei miei
diritti oltre che distruttive per tutti. Ho sempre detto
pubblicamente, caro Gad, anche in Palestina, le mie opinioni, non
solo con i miei amici intellettuali ma anche nei campi profughi
dove la disperazione, la mancanza di libertà sono le più
grandi. Ho conosciuto Wafa, che a Gerusalemme si è fatta
saltare, uccidendo altre persone. L'ho incontrata nell'ospedale
di Ramallah dove era stata ricoverata la sua amica Ittihad, che
aveva perso un occhio per una pallottola di gomma (con anima
d'acciaio), mentre stava comprando verdura al campo. Non avrei
mai pensato che Wafa avrebbe potuto trasformarsi in
omicida/suicida. Ittihad non si dà pace. Capisco la paura degli
israeliani, la mia non è certamente così profonda, non è
legata alla persecuzione o alla Shoa, è solo temporale. Però ho
paura quando vado a casa di Lea a Gerusalemme Ovest e prendo
l'autobus 18 o quando insieme a Peace Now, le Donne in nero o
Gush Shalom, manifestiamo di fronte alla casa di Sharon, dove lì
accanto al Moment cafè è scoppiata una bomba. Ma prendo forza
dall'organizzazione dei familiari israeliani e palestinesi che
hanno avuto vittime che insieme dicono che l'occupazione militare
uccide tutte e tutti. Prendo forza anche da un mio amico
palestinese, Jamal Zaquot, deportato nella prima Intifada, sul
corpo i segni delle torture che dice : "Non sopporto che vi
siano attacchi sui civili in Israele, anche se nei territori
palestinesi i bombardamenti, gli attacchi militari, uccidono
civili, non si può rispondere con la logica del dente per dente,
non si può pensare loro ci uccidono, noi abbiamo paura tutti i
giorni, i nostri bambini, i nostri giovani muoiono ogni giorno,
anche loro devono avere paura, anche loro devono morire, sono
contrario politicamente e moralmente non solo perché si uccidono
civili ma perché è la nostra umanità che si perde, è il
futuro del popolo palestinese che non può formarsi con la
cultura della morte e della vendetta, dobbiamo essere in grado di
non sviluppare la sindrome dell'unica vittima e di non pensare
che siccome noi siamo oppressi e umiliati possiamo usare con chi
ci opprime e umilia ogni arma".
Sono piena di dolore per la doppia tragedia, vorrei che tutti
fossimo laggiù insieme a quei palestinesi e israeliani, che
continuano a credere che la migliore sicurezza per ogni popolo,
per ogni individuo siano il riconoscimento reciproco del diritto
di esistere e di vivere nella propria terra in democrazia e
libertà. Shulamit Aloni, israeliana che so rispetti, dichiara
ogni giorno: "Ho combattuto nell'Haganah per avere uno stato
ebraico in Palestina, mi ritrovo con uno stato colonialista. Non
ci sto, ho vergogna di questo esercito, di questi nostri governi
che in nome della sicurezza distruggono ogni nostro valore
umano". Come nei vecchi tempi continuo a credere che valga
la pena vivere per un mondo "dove ciascuno sia d'aiuto
all'altro" e per assumermi insieme a tanti e tante le
responsabilità che l'Europa e la Comunità Internazionale,
compresi i paesi arabi, che dovrebbero morirsi di vergogna per la
loro doppiezza non si assumono, non voglio la vittoria di
nessuno, ma una pace con giustizia. Gad, verresti con noi in
Israele e Palestina?