Luglio 1960

scarpe rotte e pur bisogna andare

http://claudiocanal.blogspot.com/2010/07/morti-di-reggio-emilia-uscite-dal-l.html
Luglio 1960
 
«… tra il maggio e il luglio [1960], l’Italia attraversò una delle più gravi crisi politiche della sua storia. Finito ormai l’equilibrio fragile e innaturale del centrismo, che aveva retto il Paese per quindici anni, grandi forze popolari premevano e chiedevano la modificazione di strutture, che per la maggior parte risalivano al fascismo o ancora all’Italia pre-aventiana. In quei giorni veniva a maturazioni il processo politico e di riforme che prenderà il nome di centro-sinistra: processo lento, travagliato, ostacolato in maniera forsennata dal grande capitale, dalla stampa conservatrice e sovvenzionata, e dalle gerarchie ecclesiastiche.Dalle contraddizioni, dalle tensioni della situazione italiana di allora, nasce l’esperimento Tambroni. E’ un piano disperato o è un tentativo ben ponderato di spostare a destra, definitivamente, l’asse del Paese? I problemi politici ed economici attendono soluzioni tempestive ed esse possono essere date solo in due modi: o attraverso le riforme, sulla via di una società più giusta e socialista; o attraverso l’autoritarismo, il pugno di ferro. Il governo Tambroni, appoggiato dalle destre, era condannato dalla storia. Ma prima di tutto doveva essere annientato dalla grande reazione popolare, da quella ondata di collera, di sdegno,che fece ritrovare tra i partiti democratici l’alleanza antifascista, lo spirito della Resistenza (…).

La cronologia degli eventi  –

07.01.1960 – “L’Osservatore Romano” definisce inammissibile ogni apertura a sinistra.
21.02.1960 – Il partito liberale ritira il suo appoggio al governo Segni.
09.03.1960 – Segni è incaricato di formare il nuovo governo.
21.03.1960 – Segni rinuncia all’incarico.
25.03.1960 – Tambroni presenta al presidente Gronchi il suo ministero.
04.03.1960 – Tambroni presenta il governo alla Camera.
22.04.1960 – Fanfani rinuncia all’incarico.
23.04.1960 – Gronchi invita Tambroni a presentarsi al Senato per completare l’iter costituzionale.
05.05.1960 – Nasce il governo Tambroni.
26.06.1960 – Congresso provinciale del MSI a Genova.
28.06.1960 – Pertini tiene un comizio a cui partecipano trentamila persone.
30.06.1960 – Sciopero generale a Genova. Scontri tra tra cittadini e polizia in Piazza De Ferrari.
01.07.1960 – Sciopero generale a Milano, Livorno, Ferrara.
02.07.1960 – Il congresso del MSI non viene più tenuto a Genova. I neofascisti laciano la città protetti dalla polizia.
03.07.1960 – Grande assemblea unitaria delle forze antifasciste al Teatro Duse di Genova. Presenti tra gli altri Longo, Secchia, Terracini, Parri, Antonicelli, Peretti, Griva.
05.07.1960 – Il Senato approva per alzata di mano il bilancio del ministero degli interni.
06.07.1960 – La polizia carica deputati e manifestanti a Porta San Paolo a Roma. Scopero generale in tutta l’Italia.
07.07.1960 – Strage di Reggio Emilia: cinque morti [ndr: Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli] e decine di feriti tra la popolazione.08.07.1960 – Scioperi di protesta in tutta Italia. Strage a Palermo: due morti e decine di feriti. Un morto a Catania.
09.07.1960 – L’agenzia tambroniana Eco di Roma afferma che “l’ordine e la legalità sono stati ristabiliti in tutto il Paese”. Centomila persone partecipano a Reggio Emilia al funerale dei caduti.
12.07.1960 – Dibattito alla Camera: Nenni, Saragat, Togliatti chiedono che Tambroni se ne vada.
14.07.1960 – Tambroni difende alla Camera l’operato del suo governo e accusa i comunisti di aver mobilitato la “piazza” contro la legalità.
17.07.1960 – Manifestazioni in tutta Italia contro il governo.
19.07.1960 – Ultimo consiglio dei ministri del governo Tambroni.
21.07.1960 – A porta San Paolo, grande comizio antifascista di Ferrucio Parri.
26.07.1960 – Nasce il governo Fanfani.
18.02.1963 – Tambroni muore d’infarto a Roma.
«Tambroni viene sepolto a spese dello Stato».

Tratto da: “Il luglio 1960” di Piergiuseppe Murgia (Sugar editore, 1968
 
Sui fatti di Reggio Emilia Fausto Amodei compose una splendida canzone.
http://www.youtube.com/watch?v=WmFYVEiXGyA

 

di Gianpasquale Santomassimo
Magliette a strisce
Nell'estate di 50 anni fa una generazione di ragazzini, tenuta a battesimo dalle piazze di Genova e di Porta San Paolo a Roma, dai morti di Licata, Palermo, Catania e Reggio Emilia, avviava una nuova stagione della democrazia italiana e dell'antifascismo
In quella estate, e solo in quella, ragazzini, adolescenti, giovani, indossavamo magliette a righe orizzontali rosse o blu, ma nelle foto in bianco e nero sembravano tutte uguali, quasi una divisa generazionale, che le foto degli scontri di Genova nel luglio Sessanta restituiscono a cinquant'anni di distanza. Era l'avvio del cammino di una generazione, idealmente tenuta a battesimo dalla piazza di Genova, dalle cariche dei carabinieri a cavallo a Porta San Paolo a Roma, dai morti di Licata, Palermo, Catania, fino all'eccidio
di Reggio Emilia.
Fu il momento più alto e drammatico di una gestione dell'ordine pubblico non nuova, ma mai così cruenta e determinata, che sembrava prefigurare, in coerenza con l'ingresso dei fascisti nell'area governativa, un salto nel buio che poteva essere senza ritorno.
A quindici anni dalla fine della guerra l'antifascismo tornava ad essere valore concreto e operante, fuori dalle imbalsamazioni retoriche, luogo di tensione e di raccordo della democrazia italiana. Nasceva di fatto un «arco costituzionale», e si affermava un limite invalicabile destinato a durare a lungo. Ma il luglio 1960 è anche lo snodo di una storia più lunga, e complicata, che il paese aveva vissuto sottotraccia, quasi senza rendersene conto, ma che ora giungeva improvvisamente al momento di una scelta ineludibile.
Il luglio Sessanta chiude una fase e ne apre un'altra, determina il futuro prossimo del paese tra due opzioni che erano sul campo già dal 1953, e che si fronteggiavano all'interno della Democrazia Cristiana. Detto in terminimolto banali si trattava di scegliere, una volta constatata la precarietà del centrismo come formula di governo di un paese in trasformazione tumultuosa, se «aprire» a sinistra oppure se appoggiarsi esplicitamente e non più sottobanco alla destra monarchica e fascista.
La discussione sembrava avere tempi lunghissimi e inconcludenti, destinati ad estenuarsi ancora a lungo, fino alla brusca e imprevista accelerazione del governo Tambroni, nato con intenti di decantazione perché, nelle intenzioni del presidente della Repubblica, favorisse il maturare di un dialogo con i socialisti, ma trasformatosi in maniera torbida in qualcosa d'altro, con l'accettazione del voto esplicito dei fascisti in Parlamento. Il giornalismo storico del politicamente corretto piange da tempo sull'occasione mancata di uno «sdoganamento» della destra italiana, proiettando anacronisticamente scenari di fine millennio su quelli di metà secolo, senza ricordare cosa fosse all'epoca la destra di Michelini,ma anche di Almirante e di Caradonna. Né si comprende perché il caso Tambroni avrebbe «costretto» la destra a rinserrarsi in una cultura politica fatta di sogni e dimaneggi attorno a colpi di stato, nell'attesa di uomini forti e colonnelli, anziché elaborare una propria visione della democrazia fuori da nostalgismi e mitologie che nel 1960 apparivano inaccettabili o incomprensibili alla grande maggioranza degli italiani.
Non fu la «piazza» a far cadere il governo, dando vita a una mistica della «spallata» popolare che avrebbe condizionato a lungo la sinistra secondo Paolo Mieli emolti altri: il governo cadde per le dimissioni degli esponenti della sinistra democristiana, e fu una decisione politica ragionata e razionale, di fronte alla prospettiva che quel tipo di governo del paese e dell'ordine pubblico apriva a chiunque avesse occhi per vedere. Poco meno di due mesi dopo, le Olimpiadi di Roma, bellissime per cornice e risultati, rappresentarono la prima grande vetrina internazionale dell'Italia repubblicana, da poco ammessa nelle Nazioni Unite. Rimossa dall'Italia «moderata» e «benpensante», l'ombra del passato fascista era ancora ben presente presso l'opinione pubblica internazionale. Arrivare a questo appuntamento con un governo di fascisti e filofascisti sarebbe stato semplicemente catastrofico per la nostra immagine.
Prendeva avvio la particolare formadi una modernità italiana ricca di contraddizioni e di vitalità, in cui finalmente politica e cultura, sindacati e partiti, si interrogavano sulle vie di uno sviluppo adeguato alla grande trasformazione economica che il paese aveva vissuto negli anni precedenti. Il luglio Sessanta dava avvio agli anni più intensi della nostra storia, di lotte, di drammi e di conquiste: un ventennio in cui prendeva forma una intelaiatura sociale, istituzionale e legislativa che rappresenta il nucleo estenuatoma resistente di quanto ancora rimane della nostra democrazia.
Il tributo di sangue dei cittadini mitragliati a Genova, Roma, Licata e Reggio Emilia aveva reso possibile questa storia, e non si osa pensare a cosa sarebbe potuto accadere negli anni Sessanta italiani se il braccio di ferro attorno al governo Tambroni si fosse concluso con la vittoria di un blocco clericofascista e reazionario.

 

  • di Giovanni De Luna
    LUGLIO '60
    L'insurrezione legale della gioventù del «miracolo»
    Mezzo secolo dopo è abbastanza facile collocare storicamente il «luglio '60». Basta la cronologia. Basta il confronto con l'anno precedente, il 1959, (quando la lira ottenne l'Oscar per la moneta più stabile da parte del Financial Times), e con quello seguente, il 1961, quando i dati del censimento rivelarono che in dieci anni eravamo diventati la quinta potenza industriale del mondo. Si trattava del «miracolo italiano». Il mutamento non interessò soltanto la struttura economica ma rimbalzò sulle strutture sociali e demografiche, sull'assetto territoriale, sulle caratteristiche professionali della forza-lavoro, sul funzionamento dei servizi pubblici, sull'organizzazione scolastica e su quella assistenziale. Cambiò anche la politica. Il centrismo degasperiano aveva alle spalle un'Italia sessuofobica, bigotta, contadina; la nuova Italia trovò nel centrosinistra la formula governativa per accettare la sfida di una modernizzazione improvvisa e tumultuosa.
    Il luglio '60 si inserisce in questa sequenza di eventi, così che Genova con la sua insurrezione contro il Congresso del Msi, Reggio Emilia con i suoi morti sparati dalla polizia (così come Palermo, Licata, Catania), Roma con le cariche dei carabinieri a cavallo a Porta San Paolo, rappresentano oggi nitidamente i luoghi in cui la «grande trasformazione» che aveva investito la struttura profonda del nostro paese si manifestò nelle forme più esplicite del conflitto ideologico e della partecipazione politica.
    Senza il boom non ci sarebbe stato il luglio '60. Senza il boom non ci sarebbero stati «i giovani delle magliette a striscie» che ne furono i protagonisti e l'icona simbolica. In quei dieci anni erano diventati produttori (entrando tumultuosamente nel mercato del lavoro), erano diventati consumatori (ci fu allora per la prima volta una loro musica, il rock, un loro modo di vestire, i jeans, il loro percepirsi in una netta discontinuità rispetto alla frugalità delle generazioni precedenti); nelle piazze del luglio '60 scoprirono la politica e l'impegno. Lasciando tutti stupiti. I partiti politici e un'opinione pubblica quasi incredula nei confronti delle «rivelazione» di cosa era maturato nelle pieghe profonde di una «gioventù» che semmai si credeva orientata più verso i valori della destra. Tutti gli osservatori furono allora colpiti proprio da questo tratto della rivolta: «Non sono soltanto i figli che ripetono fedelmente e riprendono la tradizione lasciata dai padri - notava Carlo Levi- sono questi giovani degli uomini autonomi, con caratteri nuovi, differenziati, diversi, sono i ragazzi di Palermo, sono gli operai e gli studenti di Genova, sono i giovani di ogni parte d'Italia che danno un senso nuovo alla lotta sindacale, che affermano la necessità e il diritto dello sciopero politico, sono i giovani senza ricordi di servitù con la volontà di essere uomini».
    Il luglio '60 cambiò la storia d'Italia almeno fino al 1992-1994. Fino ad allora, dal 1948 in poi, era stato l'anticomunismo il valore di riferimento della leadership politica del paese. La Costituzione era stata congelata. Codici, leggi, comportamenti politici erano ancora quelli dettati dal fascismo. Era la continuità dello stato che si rifletteva negli organigrammi delle forze dell'ordine, della magistratura, del blocco del potere economico. Con il luglio '60 l'antifascismo si ripropose come elemento fondante del nostro paradigma costituzionale. Non più un «patto sulle procedure» come era stato nel biennio che aveva portato all'approvazione della Costituzione; non ancora un'alleanza tra i partiti dell'«arco costituzionale» come sarebbe diventato dopo, ma un agente della trasformazione sociale, capace di intercettare e di dialogare con i nuovi fermenti alimentati dalla «grande trasformazione». «L'ipotesi più attendibile e più confortante - scrisse allora Passato e Presente - è che in luglio le masse si sono battute per la libertà: per una libertà minacciata, sì, ma certo più per una libertà da conquistare che da difendere. Si è lottato contro la cancrena diffusa nell'organizzazione sociale e politica attraverso l'insolente furfanteria dei politicanti, la corruzione del sottogoverno, la grettezza bigotta della censura, la tracotanza padronale nella fabbrica, l'avvilimento della scuola, l'istituto della raccomandazione sostituito al diritto al lavoro, la retorica nazionalistica sciorinata a coprire le piaghe sociali».
    È impressionante notare oggi la vivacità culturale che si ritrova a cavallo delle giornate del luglio '60. Non solo una canzone (come quella di Fausto Amodei sui morti di Reggio Emilia) e l'esperienza liberatoria della musica dei «Cantacronache»; ma anche il cinema (dopo la glaciazione degli anni '50 - con un unico e solo film dedicato alla Resistenza, Achtung Banditi di Lizzani del 1954 - uscirono uno dopo l'altro Il generale Della Rovere, Le quattro giornate di Napoli, Tutti a casa..), la letteratura, l'arte e perfino la televisione che nel 1961, dopo 7 anni dalla sua nascita, mandò in onda per la prima volta un programma dedicato alla Resistenza. Un paese che si trasformava nella sua struttura economica e scopriva la strada della modernizzazione culturale si riconobbe allora pienamente e compiutamente nell'antifascismo.
    Tra gli antifascisti, Piero Caleffi parlò allora a proposito di Genova di «insurrezione legale». Era un ossimoro, ma oggi segnala quella che fu allora una percezione diffusa. Venti anni di fascismo avevano introdotto i germi di due fenomeni difficili da smaltire: la violenza era stata utilizzata vittoriosamente per prendere il potere e distruggere le istituzioni dello Stato liberale; l'unica forma di opposizione politica possibile era quella legata alla clandestinità e illegalità. Sviluppatosi contro la dittatura, l'antifascismo era nato nell'illegalità e nell'illegalità aveva trovato l'unico possibile antidoto all'oppressione, approdando alla concezione di una legalità fondata sui principi morali e contro le leggi dello Stato. Questa legalità superiore era diventata legalità tout court con la Carta Costituzionale che vietava la ricostituzione del partito fascista. Gli insorti di Genova si percepirono dentro quella legalità costituzionale e infransero le leggi con la coscienza di chi sa che quella disobbedienza è alimentata dai succhi della democrazia e della lotta per la libertà. Era tutto molto chiaro: «Da una parte - come scriveva allora Francesco Fancello - esiste un categorico divieto della nostra carta costituzionale alla ricostituzione del partito fascista....dall'altra parte l'aspetto giuridico formale del problema è soverchiato da quello derivante dalla carica morale-politica che ha trascinato tanti italiani nel campo dei fuorilegge...durante il tempo del fascismo dominante». Quel tempo era allora vicino, ancora troppo vicino.
  • TAMBRONI
    Un dc «borghese, maschio, virile, antimarxista»
    Chi era Fernando Tambroni? Così lo presentava una nota del suo ufficio stampa: «L'onorevole Tambroni appartiene a quella borghesia maschia e virile che si affaccia sui problemi sociali e politici senza infingimenti, ma soprattutto senza paura. È un lavoratore efficiente e metodico in un mondo di pigri, un solutore di problemi legislativi, un difensore strenuo e implacabile di quella invalicabile linea che distingue la nostra etica politica dal marxismo della estrema sinistra». 59 anni, originario di Ascoli Piceno, è cresciuto alla scuola del partito cattolico. Nel '25 è segretario del Partito popolare di Ancona. Chiamato davanti al federale, firma un umiliante atto di sottomissione, riconoscendo «Benito Mussolini come l'uomo designato dalla provvidenza di Dio a forgiare la grandezza di un popolo». Così svolge indisturbato la sua professione di avvocato. Appena si delinea la caduta del fascismo, torna a farsi notare in ambienti cattolici. È sottosegretario alla Marina Mercantile nel governo De Gasperi. Ma è il ruolo di ministro degli interni quello che più gli si confà. Nel 1955 è ministro degli interni del governo Segni, è ancora agli Interni con il governo Zoli e poi nel secondo governo Fanfani nel 1958. Nel suo ruolo crea un «Uffico psicologico», un «Ufficio speciale di polizia politica», impiegando il primo apparato per raccogliere indiscrezioni sulla vita privata di parlamentari, prelati, giornalisti, ministri, finanzieri. Nella sua conduzione Tambroni adopera la maniera forte. Da subito si presenta come difensore delle istituzioni contro la minaccia social-comunista: «Ogni tentativo - dichiara - di minaccia alle istituzioni (l'ho già detto, ma mi pare che nel nostro Paese vi sia molta gente con l'ovatta nelle orecchie), e quindi di pericolo per la libertà, sarà decisamente contenuto e, ove sia necessario, senza esitazioni, e per il bene della collettività decisamente represso».
di Alberto Piccinini
COLONNA SONORA
LA CANTATA COLTA DI AMODEI SUI MORTI DI REGGIO EMILIA
«Compagno cittadino, fratello partigiano/ teniamoci per mano in questi giorni tristi». Ha scritto Umberto Eco che Per i morti di Reggio Emilia è l'unica canzone che può stare, «per forza di trascinamento, alla pari con la Marsigliese». A cominciare dal quel termine, «cittadino» («Aux armes, citoyens»). «Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo giù in Sicilia/ son morti dei compagni per mano dei fascisti». Fausto Amodei compose Per i morti di Reggio Emilia nel 1960, a 25 anni. Faceva parte del gruppo torinese Cantacronache, culla della canzone impegnata italiana. Musicalmente coltissimo, era innamorato pazzo di Brassens e Brel. Indossò le vesti dell'autore «straniato» alla Kurt Weil e alla Hans Eisler per cantare la cronaca dell'eccidio di Reggio Emilia. Scelse un tema in minore, senza le modulazioni cabarettistiche che amava, ispirato ai momenti cantabili di Quadri di un esposizione di Mussorgsky.
«Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera/ fischia il vento infuria la bufera». Dicono le cronache che la sera del 6 luglio 1960, 300 operai delle Officine Reggiane si fermarono a manifestare davanti al Monumento ai Caduti di Reggio, cantando canzoni di protesta. Fu qui che la polizia caricò armi in pugno, lasciandone cinque uccisi a terra. I più anziani di loro, Afro Tondelli, Marino Serri, Emidio Reverberi, erano stati partigiani, e per questo la canzone non solo traccia una linea di continuità tra vecchi e nuovi partigiani, ma mostra in maniera teatrale, brechtiana, la piccola folla che canta prima di essere attaccata dalla polizia. «Uguale è la canzone che abbiamo da cantare» - è il terzo ritornello - Scarpe rotte eppur bisogna alzare». Come un gioco di scatole cinesi Per i morti di Reggio Emilia è perciò una canzone che ne contiene molte altre. Fischia il vento, Bandiera rossa, persino l'Inno di Garibaldi del 1858, che cominciava così: «Si scopron le tombe, si levano i morti/ i martiri nostri son tutti risorti». «A 19 anni è morto Ovidio Franchi/ per quelli che son stanchi o sono ancora incerti» Uno dei motti dei Cantacronache recitava così: «Evadere dall'evasione». Contro le canzonette sanremesi, la musica gastronomica. Amodei incrocia in quel luglio 1960 il soprassalto della prima generazione dei ventenni post-Resistenza, gli stanchi e gli incerti, tentati dalle seduzioni del boom economico. Un'aria di noia e rassegnazione che lo stesso Amodei aveva appena fotografato in una canzone splendida: Qualcosa da aspettare, ambientata in certe domeniche che piove con gli operai e le loro ragazze «dentro i cinema e a ballare», successivamente interpretata da Enzo Jannacci.
«Lauro Farioli è morto per riparare al torto/ di chi si è già scordato di Duccio Galimberti/ Son morti sui vent'anni per il nostro domani/ son morti come vecchi partigiani». Il soprannome di Lauro Farioli era «Modugno», per vaga somiglianza col cantante, la faccia più popolare della nuova canzone italiana. A proposito dei vent'anni, per i Cantacronache Italo Calvino aveva scritto Oltre il ponte, una elegiaca canzone sulla Resistenza che iniziava così: «Avevamo vent'anni e oltre il ponte, oltre il ponte che è in mano nemica, vedevam l'altra riva la vita...». «Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli...». L'elenco dei cinque morti di Reggio Emilia, come se lo leggessimo nella stele del Monumento ai Caduti dove l'azione si svolge, è incompleto per motivi metrici. Il nome di Emidio Reverberi si può ascoltare soltanto nella strofa finale (e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli...), che porta all'ultimo ritornello: morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa/ tutti a cantar con noi bandiera Rossa. Nella versione originale di Amodei la canzone fu interpretata dal solo autore, con lieve arpeggio di chitarra e i vezzi alla Brassens. Furono gli Stormy Six e il Canzoniere delle Lame, più di dieci anni dopo, a consegnarci la versione militante in cui il ritornello è cantato in coro. Fausto Amodei, com'è giusto, lasciò la sua Morti di Reggio Emilia alla tradizione, continuando a scrivere canzoni contro il (neo)fascismo e la Resistenza dimenticata. Una di queste era la parodia del fascistissimo Canto degli Arditi, e si intitolava Se non li conoscete (1972). Curioso che la stessa melodia fosse già stata scelta nel 1960 per raccontare le giornate genovesi delle magliette a strisce in piazza contro il governo Tambroni. «E piazza de Ferrari in un attimo fu presa - recitavano quelle strofette - fascisti e celerini chiedevano la resa/ Poi poi poi ci chiamavano teddy boys». Una voce, forse solo una suggestione, sostiene che le avesse composte nientemeno che Fabrizio De Andrè. Un altro innamorato di Brassens, come Fausto Amodei.