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Luglio 1960
«… tra il maggio e il luglio [1960], l’Italia attraversò una delle
più gravi crisi politiche della sua storia. Finito ormai l’equilibrio
fragile e innaturale del centrismo, che aveva retto il Paese per
quindici anni, grandi forze popolari premevano e chiedevano la
modificazione di strutture, che per la maggior parte risalivano al
fascismo o ancora all’Italia pre-aventiana. In quei giorni veniva a
maturazioni il processo politico e di riforme che prenderà il nome di
centro-sinistra: processo lento, travagliato, ostacolato in maniera
forsennata dal grande capitale, dalla stampa conservatrice e
sovvenzionata, e dalle gerarchie ecclesiastiche.Dalle contraddizioni,
dalle tensioni della situazione italiana di allora, nasce
l’esperimento Tambroni. E’ un piano disperato o è un tentativo ben
ponderato di spostare a destra, definitivamente, l’asse del Paese? I
problemi politici ed economici attendono soluzioni tempestive ed esse
possono essere date solo in due modi: o attraverso le riforme, sulla via
di una società più giusta e socialista; o attraverso
l’autoritarismo, il pugno di ferro. Il governo Tambroni, appoggiato
dalle destre, era condannato dalla storia. Ma prima di tutto doveva
essere annientato dalla grande reazione popolare, da quella ondata di
collera, di sdegno,che fece ritrovare tra i partiti democratici
l’alleanza antifascista, lo spirito della Resistenza (…).
– La cronologia degli eventi –
07.01.1960 – “L’Osservatore Romano” definisce inammissibile
ogni apertura a sinistra.
21.02.1960 – Il partito liberale ritira il suo appoggio al governo
Segni.
09.03.1960 – Segni è incaricato di formare il nuovo governo.
21.03.1960 – Segni rinuncia all’incarico.
25.03.1960 – Tambroni presenta al presidente Gronchi il suo ministero.
04.03.1960 – Tambroni presenta il governo alla Camera.
22.04.1960 – Fanfani rinuncia all’incarico.
23.04.1960 – Gronchi invita Tambroni a presentarsi al Senato per
completare l’iter costituzionale.
05.05.1960 – Nasce il governo Tambroni.
26.06.1960 – Congresso provinciale del MSI a Genova.
28.06.1960 – Pertini tiene un comizio a cui partecipano trentamila
persone.
30.06.1960 – Sciopero generale a Genova. Scontri tra tra cittadini e
polizia in Piazza De Ferrari.
01.07.1960 – Sciopero generale a Milano, Livorno, Ferrara.
02.07.1960 – Il congresso del MSI non viene più tenuto a Genova. I
neofascisti laciano la città protetti dalla polizia.
03.07.1960 – Grande assemblea unitaria delle forze antifasciste al
Teatro Duse di Genova. Presenti tra gli altri Longo, Secchia, Terracini,
Parri, Antonicelli, Peretti, Griva.
05.07.1960 – Il Senato approva per alzata di mano il bilancio del
ministero degli interni.
06.07.1960 – La polizia carica deputati e manifestanti a Porta San Paolo
a Roma. Scopero generale in tutta l’Italia.
07.07.1960 – Strage di Reggio Emilia: cinque morti [ndr: Lauro Ferioli,
Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli] e decine di
feriti tra la popolazione.08.07.1960 – Scioperi di protesta in tutta
Italia. Strage a Palermo: due morti e decine di feriti. Un morto a
Catania.
09.07.1960 – L’agenzia tambroniana Eco di Roma afferma che
“l’ordine e la legalità sono stati ristabiliti in tutto il Paese”.
Centomila persone partecipano a Reggio Emilia al funerale dei caduti.
12.07.1960 – Dibattito alla Camera: Nenni, Saragat, Togliatti chiedono
che Tambroni se ne vada.
14.07.1960 – Tambroni difende alla Camera l’operato del suo governo e
accusa i comunisti di aver mobilitato la “piazza” contro la legalità.
17.07.1960 – Manifestazioni in tutta Italia contro il governo.
19.07.1960 – Ultimo consiglio dei ministri del governo Tambroni.
21.07.1960 – A porta San Paolo, grande comizio antifascista di Ferrucio
Parri.
26.07.1960 – Nasce il governo Fanfani.
18.02.1963 – Tambroni muore d’infarto a Roma.
«Tambroni viene sepolto a spese dello Stato».
Tratto da: “Il luglio 1960” di Piergiuseppe Murgia (Sugar
editore, 1968
Sui fatti di Reggio Emilia Fausto Amodei compose una splendida canzone.
http://www.youtube.com/watch?v=WmFYVEiXGyA
di Gianpasquale Santomassimo
Magliette a strisce
Nell'estate di 50 anni fa una generazione di
ragazzini, tenuta a battesimo dalle piazze di Genova e di Porta San
Paolo a Roma, dai morti di Licata, Palermo, Catania e Reggio Emilia,
avviava una nuova stagione della democrazia italiana e dell'antifascismo
In quella estate, e solo in quella, ragazzini, adolescenti, giovani,
indossavamo magliette a righe orizzontali rosse o blu, ma nelle foto in
bianco e nero sembravano tutte uguali, quasi una divisa generazionale,
che le foto degli scontri di Genova nel luglio Sessanta restituiscono a
cinquant'anni di distanza. Era l'avvio del cammino di una generazione,
idealmente tenuta a battesimo dalla piazza di Genova, dalle cariche dei
carabinieri a cavallo a Porta San Paolo a Roma, dai morti di Licata,
Palermo, Catania, fino all'eccidio
di Reggio Emilia.
Fu il momento più alto e drammatico di una gestione dell'ordine
pubblico non nuova, ma mai così cruenta e determinata, che sembrava
prefigurare, in coerenza con l'ingresso dei fascisti nell'area
governativa, un salto nel buio che poteva essere senza ritorno.
A quindici anni dalla fine della guerra l'antifascismo tornava ad essere
valore concreto e operante, fuori dalle imbalsamazioni retoriche, luogo
di tensione e di raccordo della democrazia italiana. Nasceva di fatto un
«arco costituzionale», e si affermava un limite invalicabile destinato
a durare a lungo. Ma il luglio 1960 è anche lo snodo di una storia più
lunga, e complicata, che il paese aveva vissuto sottotraccia, quasi
senza rendersene conto, ma che ora giungeva improvvisamente al momento
di una scelta ineludibile.
Il luglio Sessanta chiude una fase e ne apre un'altra, determina il
futuro prossimo del paese tra due opzioni che erano sul campo già dal
1953, e che si fronteggiavano all'interno della Democrazia Cristiana.
Detto in terminimolto banali si trattava di scegliere, una volta
constatata la precarietà del centrismo come formula di governo di un
paese in trasformazione tumultuosa, se «aprire» a sinistra oppure se
appoggiarsi esplicitamente e non più sottobanco alla destra monarchica
e fascista.
La discussione sembrava avere tempi lunghissimi e inconcludenti,
destinati ad estenuarsi ancora a lungo, fino alla brusca e imprevista
accelerazione del governo Tambroni, nato con intenti di decantazione
perché, nelle intenzioni del presidente della Repubblica, favorisse il
maturare di un dialogo con i socialisti, ma trasformatosi in maniera
torbida in qualcosa d'altro, con l'accettazione del voto esplicito dei
fascisti in Parlamento. Il giornalismo storico del politicamente
corretto piange da tempo sull'occasione mancata di uno «sdoganamento»
della destra italiana, proiettando anacronisticamente scenari di fine
millennio su quelli di metà secolo, senza ricordare cosa fosse
all'epoca la destra di Michelini,ma anche di Almirante e di Caradonna. Né
si comprende perché il caso Tambroni avrebbe «costretto» la destra a
rinserrarsi in una cultura politica fatta di sogni e dimaneggi attorno a
colpi di stato, nell'attesa di uomini forti e colonnelli, anziché
elaborare una propria visione della democrazia fuori da nostalgismi e
mitologie che nel 1960 apparivano inaccettabili o incomprensibili alla
grande maggioranza degli italiani.
Non fu la «piazza» a far cadere il governo, dando vita a una mistica
della «spallata» popolare che avrebbe condizionato a lungo la sinistra
secondo Paolo Mieli emolti altri: il governo cadde per le dimissioni
degli esponenti della sinistra democristiana, e fu una decisione
politica ragionata e razionale, di fronte alla prospettiva che quel tipo
di governo del paese e dell'ordine pubblico apriva a chiunque avesse
occhi per vedere. Poco meno di due mesi dopo, le Olimpiadi di Roma,
bellissime per cornice e risultati, rappresentarono la prima grande
vetrina internazionale dell'Italia repubblicana, da poco ammessa nelle
Nazioni Unite. Rimossa dall'Italia «moderata» e «benpensante»,
l'ombra del passato fascista era ancora ben presente presso l'opinione
pubblica internazionale. Arrivare a questo appuntamento con un governo
di fascisti e filofascisti sarebbe stato semplicemente catastrofico per
la nostra immagine.
Prendeva avvio la particolare formadi una modernità italiana ricca di
contraddizioni e di vitalità, in cui finalmente politica e cultura,
sindacati e partiti, si interrogavano sulle vie di uno sviluppo adeguato
alla grande trasformazione economica che il paese aveva vissuto negli
anni precedenti. Il luglio Sessanta dava avvio agli anni più intensi
della nostra storia, di lotte, di drammi e di conquiste: un ventennio in
cui prendeva forma una intelaiatura sociale, istituzionale e legislativa
che rappresenta il nucleo estenuatoma resistente di quanto ancora rimane
della nostra democrazia.
Il tributo di sangue dei cittadini mitragliati a Genova, Roma, Licata e
Reggio Emilia aveva reso possibile questa storia, e non si osa pensare a
cosa sarebbe potuto accadere negli anni Sessanta italiani se il braccio
di ferro attorno al governo Tambroni si fosse concluso con la vittoria
di un blocco clericofascista e reazionario.
- di Giovanni De Luna
LUGLIO '60
L'insurrezione legale della gioventù del «miracolo»
Mezzo secolo dopo è abbastanza facile collocare storicamente il
«luglio '60». Basta la cronologia. Basta il confronto con l'anno
precedente, il 1959, (quando la lira ottenne l'Oscar per la moneta
più stabile da parte del Financial Times), e con quello seguente,
il 1961, quando i dati del censimento rivelarono che in dieci anni
eravamo diventati la quinta potenza industriale del mondo. Si
trattava del «miracolo italiano». Il mutamento non interessò
soltanto la struttura economica ma rimbalzò sulle strutture
sociali e demografiche, sull'assetto territoriale, sulle
caratteristiche professionali della forza-lavoro, sul
funzionamento dei servizi pubblici, sull'organizzazione scolastica
e su quella assistenziale. Cambiò anche la politica. Il centrismo
degasperiano aveva alle spalle un'Italia sessuofobica, bigotta,
contadina; la nuova Italia trovò nel centrosinistra la formula
governativa per accettare la sfida di una modernizzazione
improvvisa e tumultuosa.
Il luglio '60 si inserisce in questa sequenza di eventi, così che
Genova con la sua insurrezione contro il Congresso del Msi, Reggio
Emilia con i suoi morti sparati dalla polizia (così come Palermo,
Licata, Catania), Roma con le cariche dei carabinieri a cavallo a
Porta San Paolo, rappresentano oggi nitidamente i luoghi in cui la
«grande trasformazione» che aveva investito la struttura
profonda del nostro paese si manifestò nelle forme più esplicite
del conflitto ideologico e della partecipazione politica.
Senza il boom non ci sarebbe stato il luglio '60. Senza il boom
non ci sarebbero stati «i giovani delle magliette a striscie»
che ne furono i protagonisti e l'icona simbolica. In quei dieci
anni erano diventati produttori (entrando tumultuosamente nel
mercato del lavoro), erano diventati consumatori (ci fu allora per
la prima volta una loro musica, il rock, un loro modo di vestire,
i jeans, il loro percepirsi in una netta discontinuità rispetto
alla frugalità delle generazioni precedenti); nelle piazze del
luglio '60 scoprirono la politica e l'impegno. Lasciando tutti
stupiti. I partiti politici e un'opinione pubblica quasi incredula
nei confronti delle «rivelazione» di cosa era maturato nelle
pieghe profonde di una «gioventù» che semmai si credeva
orientata più verso i valori della destra. Tutti gli osservatori
furono allora colpiti proprio da questo tratto della rivolta: «Non
sono soltanto i figli che ripetono fedelmente e riprendono la
tradizione lasciata dai padri - notava Carlo Levi- sono questi
giovani degli uomini autonomi, con caratteri nuovi, differenziati,
diversi, sono i ragazzi di Palermo, sono gli operai e gli studenti
di Genova, sono i giovani di ogni parte d'Italia che danno un
senso nuovo alla lotta sindacale, che affermano la necessità e il
diritto dello sciopero politico, sono i giovani senza ricordi di
servitù con la volontà di essere uomini».
Il luglio '60 cambiò la storia d'Italia almeno fino al 1992-1994.
Fino ad allora, dal 1948 in poi, era stato l'anticomunismo il
valore di riferimento della leadership politica del paese. La
Costituzione era stata congelata. Codici, leggi, comportamenti
politici erano ancora quelli dettati dal fascismo. Era la
continuità dello stato che si rifletteva negli organigrammi delle
forze dell'ordine, della magistratura, del blocco del potere
economico. Con il luglio '60 l'antifascismo si ripropose come
elemento fondante del nostro paradigma costituzionale. Non più un
«patto sulle procedure» come era stato nel biennio che aveva
portato all'approvazione della Costituzione; non ancora
un'alleanza tra i partiti dell'«arco costituzionale» come
sarebbe diventato dopo, ma un agente della trasformazione sociale,
capace di intercettare e di dialogare con i nuovi fermenti
alimentati dalla «grande trasformazione». «L'ipotesi più
attendibile e più confortante - scrisse allora Passato e Presente
- è che in luglio le masse si sono battute per la libertà: per
una libertà minacciata, sì, ma certo più per una libertà
da conquistare che da difendere. Si è lottato contro la cancrena
diffusa nell'organizzazione sociale e politica attraverso
l'insolente furfanteria dei politicanti, la corruzione del
sottogoverno, la grettezza bigotta della censura, la tracotanza
padronale nella fabbrica, l'avvilimento della scuola, l'istituto
della raccomandazione sostituito al diritto al lavoro, la retorica
nazionalistica sciorinata a coprire le piaghe sociali».
È impressionante notare oggi la vivacità culturale che si
ritrova a cavallo delle giornate del luglio '60. Non solo una
canzone (come quella di Fausto Amodei sui morti di Reggio Emilia)
e l'esperienza liberatoria della musica dei «Cantacronache»; ma
anche il cinema (dopo la glaciazione degli anni '50 - con un unico
e solo film dedicato alla Resistenza, Achtung Banditi di Lizzani
del 1954 - uscirono uno dopo l'altro Il generale Della Rovere, Le
quattro giornate di Napoli, Tutti a casa..), la letteratura,
l'arte e perfino la televisione che nel 1961, dopo 7 anni dalla
sua nascita, mandò in onda per la prima volta un programma
dedicato alla Resistenza. Un paese che si trasformava nella sua
struttura economica e scopriva la strada della modernizzazione
culturale si riconobbe allora pienamente e compiutamente
nell'antifascismo.
Tra gli antifascisti, Piero Caleffi parlò allora a proposito di
Genova di «insurrezione legale». Era un ossimoro, ma oggi
segnala quella che fu allora una percezione diffusa. Venti anni di
fascismo avevano introdotto i germi di due fenomeni difficili da
smaltire: la violenza era stata utilizzata vittoriosamente per
prendere il potere e distruggere le istituzioni dello Stato
liberale; l'unica forma di opposizione politica possibile era
quella legata alla clandestinità e illegalità. Sviluppatosi
contro la dittatura, l'antifascismo era nato nell'illegalità e
nell'illegalità aveva trovato l'unico possibile antidoto
all'oppressione, approdando alla concezione di una legalità
fondata sui principi morali e contro le leggi dello Stato. Questa
legalità superiore era diventata legalità tout court con la
Carta Costituzionale che vietava la ricostituzione del partito
fascista. Gli insorti di Genova si percepirono dentro quella
legalità costituzionale e infransero le leggi con la coscienza di
chi sa che quella disobbedienza è alimentata dai succhi della
democrazia e della lotta per la libertà. Era tutto molto chiaro:
«Da una parte - come scriveva allora Francesco Fancello - esiste
un categorico divieto della nostra carta costituzionale alla
ricostituzione del partito fascista....dall'altra parte l'aspetto
giuridico formale del problema è soverchiato da quello derivante
dalla carica morale-politica che ha trascinato tanti italiani nel
campo dei fuorilegge...durante il tempo del fascismo dominante».
Quel tempo era allora vicino, ancora troppo vicino.
- TAMBRONI
Un dc «borghese, maschio, virile,
antimarxista»
Chi era Fernando Tambroni? Così lo presentava una nota
del suo ufficio stampa: «L'onorevole Tambroni appartiene
a quella borghesia maschia e virile che si affaccia sui
problemi sociali e politici senza infingimenti, ma
soprattutto senza paura. È un lavoratore efficiente e
metodico in un mondo di pigri, un solutore di problemi
legislativi, un difensore strenuo e implacabile di quella
invalicabile linea che distingue la nostra etica politica
dal marxismo della estrema sinistra». 59 anni, originario
di Ascoli Piceno, è cresciuto alla scuola del partito
cattolico. Nel '25 è segretario del Partito popolare di
Ancona. Chiamato davanti al federale, firma un umiliante
atto di sottomissione, riconoscendo «Benito Mussolini
come l'uomo designato dalla provvidenza di Dio a forgiare
la grandezza di un popolo». Così svolge indisturbato la
sua professione di avvocato. Appena si delinea la caduta
del fascismo, torna a farsi notare in ambienti cattolici.
È sottosegretario alla Marina Mercantile nel governo De
Gasperi. Ma è il ruolo di ministro degli interni quello
che più gli si confà. Nel 1955 è ministro degli interni
del governo Segni, è ancora agli Interni con il governo
Zoli e poi nel secondo governo Fanfani nel 1958. Nel suo
ruolo crea un «Uffico psicologico», un «Ufficio
speciale di polizia politica», impiegando il primo
apparato per raccogliere indiscrezioni sulla vita privata
di parlamentari, prelati, giornalisti, ministri,
finanzieri. Nella sua conduzione Tambroni adopera la
maniera forte. Da subito si presenta come difensore delle
istituzioni contro la minaccia social-comunista: «Ogni
tentativo - dichiara - di minaccia alle istituzioni (l'ho
già detto, ma mi pare che nel nostro Paese vi sia molta
gente con l'ovatta nelle orecchie), e quindi di pericolo
per la libertà, sarà decisamente contenuto e, ove sia
necessario, senza esitazioni, e per il bene della
collettività decisamente represso».
di Alberto Piccinini
COLONNA SONORA
LA CANTATA COLTA DI AMODEI SUI MORTI DI
REGGIO EMILIA
«Compagno cittadino, fratello partigiano/ teniamoci per mano in
questi giorni tristi». Ha scritto Umberto Eco che Per i morti
di Reggio Emilia è l'unica canzone che può stare, «per forza
di trascinamento, alla pari con la Marsigliese». A cominciare
dal quel termine, «cittadino» («Aux armes, citoyens»). «Di
nuovo a Reggio Emilia di nuovo giù in Sicilia/ son morti dei
compagni per mano dei fascisti». Fausto Amodei compose Per i
morti di Reggio Emilia nel 1960, a 25 anni. Faceva parte del
gruppo torinese Cantacronache, culla della canzone impegnata
italiana. Musicalmente coltissimo, era innamorato pazzo di
Brassens e Brel. Indossò le vesti dell'autore «straniato»
alla Kurt Weil e alla Hans Eisler per cantare la cronaca
dell'eccidio di Reggio Emilia. Scelse un tema in minore, senza
le modulazioni cabarettistiche che amava, ispirato ai momenti
cantabili di Quadri di un esposizione di Mussorgsky.
«Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera/ fischia il vento
infuria la bufera». Dicono le cronache che la sera del 6 luglio
1960, 300 operai delle Officine Reggiane si fermarono a
manifestare davanti al Monumento ai Caduti di Reggio, cantando
canzoni di protesta. Fu qui che la polizia caricò armi in
pugno, lasciandone cinque uccisi a terra. I più anziani di
loro, Afro Tondelli, Marino Serri, Emidio Reverberi, erano stati
partigiani, e per questo la canzone non solo traccia una linea
di continuità tra vecchi e nuovi partigiani, ma mostra in
maniera teatrale, brechtiana, la piccola folla che canta prima
di essere attaccata dalla polizia. «Uguale è la canzone che
abbiamo da cantare» - è il terzo ritornello - Scarpe rotte
eppur bisogna alzare». Come un gioco di scatole cinesi Per i
morti di Reggio Emilia è perciò una canzone che ne contiene
molte altre. Fischia il vento, Bandiera rossa, persino l'Inno di
Garibaldi del 1858, che cominciava così: «Si scopron le tombe,
si levano i morti/ i martiri nostri son tutti risorti». «A 19
anni è morto Ovidio Franchi/ per quelli che son stanchi o sono
ancora incerti» Uno dei motti dei Cantacronache recitava così:
«Evadere dall'evasione». Contro le canzonette sanremesi, la
musica gastronomica. Amodei incrocia in quel luglio 1960 il
soprassalto della prima generazione dei ventenni
post-Resistenza, gli stanchi e gli incerti, tentati dalle
seduzioni del boom economico. Un'aria di noia e rassegnazione
che lo stesso Amodei aveva appena fotografato in una canzone
splendida: Qualcosa da aspettare, ambientata in certe domeniche
che piove con gli operai e le loro ragazze «dentro i cinema e a
ballare», successivamente interpretata da Enzo Jannacci.
«Lauro Farioli è morto per riparare al torto/ di chi si è
già scordato di Duccio Galimberti/ Son morti sui vent'anni per
il nostro domani/ son morti come vecchi partigiani». Il
soprannome di Lauro Farioli era «Modugno», per vaga
somiglianza col cantante, la faccia più popolare della nuova
canzone italiana. A proposito dei vent'anni, per i Cantacronache
Italo Calvino aveva scritto Oltre il ponte, una elegiaca canzone
sulla Resistenza che iniziava così: «Avevamo vent'anni e oltre
il ponte, oltre il ponte che è in mano nemica, vedevam l'altra
riva la vita...». «Marino Serri è morto, è morto Afro
Tondelli...». L'elenco dei cinque morti di Reggio Emilia, come
se lo leggessimo nella stele del Monumento ai Caduti dove
l'azione si svolge, è incompleto per motivi metrici. Il nome di
Emidio Reverberi si può ascoltare soltanto nella strofa finale
(e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli...), che porta
all'ultimo ritornello: morti di Reggio Emilia uscite dalla
fossa/ tutti a cantar con noi bandiera Rossa. Nella versione
originale di Amodei la canzone fu interpretata dal solo autore,
con lieve arpeggio di chitarra e i vezzi alla Brassens. Furono
gli Stormy Six e il Canzoniere delle Lame, più di dieci anni
dopo, a consegnarci la versione militante in cui il ritornello
è cantato in coro. Fausto Amodei, com'è giusto, lasciò la sua
Morti di Reggio Emilia alla tradizione, continuando a scrivere
canzoni contro il (neo)fascismo e la Resistenza dimenticata. Una
di queste era la parodia del fascistissimo Canto degli Arditi, e
si intitolava Se non li conoscete (1972). Curioso che la stessa
melodia fosse già stata scelta nel 1960 per raccontare le
giornate genovesi delle magliette a strisce in piazza contro il
governo Tambroni. «E piazza de Ferrari in un attimo fu presa -
recitavano quelle strofette - fascisti e celerini chiedevano la
resa/ Poi poi poi ci chiamavano teddy boys». Una voce, forse
solo una suggestione, sostiene che le avesse composte nientemeno
che Fabrizio De Andrè. Un altro innamorato di Brassens, come
Fausto Amodei.
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