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- articoli da il manifesto
- di Arianna Di Genova
ESPRIT Bourgeois
All'età di 98 anni, è scomparsa l'artista
francese che ha esplorato l'identità del Novecento a partire
dalla sua stessa biografia. Con i suoi teatrini da incubo,
disegnati in marmo, ferro e stoffa, questa narratrice di favole
nere, a torto definita semplicemente «surrealista», ha
affrontato il tema del disorientamento restituendolo in forme
bestiali o in fantocci dal dna sconvolto. «È la paura a far
girare il mondo»
Nei Magazzini del Sale di Venezia, dentro la macchina espositiva
concepita da Renzo Piano, andrà in scena per l'ultima volta il 5
giugno prossimo la partitura sentimentale di Louise Bourgeois,
scomparsa lunedì scorso, a New York, alla soglia dei suoi cento
anni per un attacco di cuore. Saranno ancora una volta le sue
sculture oniriche, dal comportamento crudele e poco rassicurante a
vivisezionare la realtà e, per una bizzarra affinità elettiva, i
suoi inediti Fabric Drawings - una produzione di opere realizzate
in stoffa quasi sconosciute - dialogheranno in Laguna con le
pitture tridimensionali di Emilio Vedova (alle Zattere,
nell'antico studio dell'artista), in un crossover voluto da
Germano Celant.
I recenti lavori di Bourgeois allestiti a Venezia - si va dal 2002
al 2008 - abbandonano il gigantismo di molte installazioni
spaventose a cui siamo abituati per recuperare una dimensione più
intima. Abiti dismessi, tessuti intrisi di vita quotidiana mutano
«pelle» per divenire flashback cinematografici e trasformarsi in
trame del ricordo. «Vestirsi è anche un esercizio di memoria. Mi
fa esplorare il passato, come mi sentivo quando indossavo quel
certo abito. I vestiti sono come segnali stradali...». Sarà
Crouching Spider ad aprire il percorso espositivo, ragno non molto
diverso da quello enorme e minaccioso che ha sferrato un attacco
fatale alla Tate Modern, ma più esile e floreale, quasi
decorativo e pronto a una certa ritrosia.
La mostra ai Magazzini si avventura nel territorio preferito da
questa scultrice, nata a Parigi nel 1911 e trasferitasi a New York
nel 1938: l'arte del cucire, attività che affondava le radici
nell'infanzia di Louise Bourgeois quando, bambina agiata,
osservava le donne di casa rammendare e restaurare preziosi arazzi
che suo padre vendeva in seguito a negozio. Curare, esorcizzare i
demoni e l'ansia con pratiche fisiche, la modellazione dei mostri
e il «rattoppo» dei fantasmi (molte stoffe utilizzate fin dagli
anni Sessanta per creare nuove forme appartenevano a vestiti
materni, sopravvivono a quell'assenza di corpo, di matrice). E
quegli amatissimi arazzi, definiti architetture flessibili, sono
stati anche dei formidabili nascondigli, recessi dove far
scomparire parti anatomiche per poi ritrovarne altre, fino a
comporre un puzzle di protesi.
Giunta alla notorietà internazionale in età molto avanzata,
Louise Bourgeois anno dopo anno ha guidato il suo pubblico lungo
impervi sentieri biografici e ogni viaggio da lei proposto è
stato circolare, riconducendo il turista culturale, di passaggio
nelle sue stanze, al punto di partenza. Un gioco ironico il suo,
regolato sul meccanismo dell'allerta, per mettere in guardia e
segnalare la distanza giusta. D'altronde, «la nostalgia non è
mai produttiva, fa perdere tempo...».
Leone d'oro alla Biennale del 1999, questa navigatrice in
solitaria è riuscita a percorrere un secolo irto come il
Novecento procedendo in obliquo, come i granchi. Ha costeggiato le
strade del Surrealismo, o meglio le ha «cavalcate» dall'alto
della sua abitazione (studentessa, viveva in un appartamento sopra
la galleria Gradiva di Parigi, aperta da André Breton) e poi ne
se è allontanata con disprezzo. Arrivata in America, stretta una
tenera amicizia con Joan Mirò e con il gruppo dei surrealisti,
non ha mai esitato a «rabbrividire» di fronte a chi la
inchiodasse in quella corrente artistica. Oltretutto, non correva
buon sangue fra la sua generazione e quella dei maestri. «Duchamp
e Breton mi rendevano violenta, quel loro pontificare... Essendo
un'esule, le figure paterne mi davano i nervi».
In cento anni di esistenza spesi in una «prigionia delle emozioni»,
come ha sempre sostenuto lei stessa, Bourgeois ha realizzato una
produzione immensa, divertendosi a mescolare marmo, ferro,
acciaio, stoffa per far nascere quel suo insistito matrimonio fra
cibo e sesso dai risvolti horror. Erotismo e gastronomia, pane e
peni, baguette falliche e fantocci raggrinziti e imbottiti con un
dna sconvolto da qualche misteriosa radiazione. Un universo
creativo che scolpisce il disagio identitario di una intera epoca
in set da incubo e icone disfunzionali, cariche di tensione.
Louise Bourgeois non è stata molto appoggiata dalla critica
americana. Per molto tempo, ha subìto un certo ostracismo dovuto
alla scacchiera formalista che divideva il campo tra astrazione e
figurazione; poi, negli anni Settanta, si sono accesi i riflettori
internazionali, anche grazie al sostegno e alla lungimiranza degli
studi femministi. Che hanno saputo leggere il disorientamento
dell'artista e trasferirlo fuori dalla sfera personale. «La
spirale - scriveva Bourgeois - è il tentativo di controllare il
caos. Ha due direzioni. Dove si colloca, alla periferia o al
vortice? Cominciare dall'esterno è paura di perdere il controllo;
l'avvolgimento è serrarsi, ritirarsi, comprimersi fino a sparire».
- di Stefano Chiodi
L'ARTISTA
Nelle sue sculture il turbamento di traumi
rimossi
Una vecchia signora in pelliccia nera, dall'aria eccentrica, ci
fissa con sguardo penetrante ed espressione vagamente maliziosa:
sotto il braccio, portato come una borsetta, uno strano oggetto
dalla forma inequivocabilmente fallica. Il grande fotografo
Robert Mapplethorpe aveva ritratto Louise Bourgeois settantenne,
nel 1982, in posa con una delle sue più famose sculture, dal
titolo intenzionalmente fuorviante, Fillette, ovvero
«bambina»; una immagine rivelatrice della mescolanza di
trasgressione, originalità, indipendenza, anticonformismo, di
un'artista che ha attraversato due secoli ed è scomparsa ormai
quasi centenaria lunedì scorso a New York, la città dove
risiedeva dal 1938 e in cui si è dipanata tutta la sua
traiettoria creativa. La scultura di Louise Bourgeois occupa una
posizione unica nel percorso che dall'epoca delle avanguardie
tra le due guerre mondiali conduce alle esperienze degli anni
cinquanta e sessanta e di lì fino agli scenari ormai
postmoderni dell'ultimo trentennio. La sua tardiva «scoperta»,
a partire dalla fine degli anni settanta, è frutto del drastico
cambio di sensibilità che ha segnato la fine dell'egemonia
modernista nelle arti e l'affermazione di esperienze (dalla
performance art alla varie declinazioni della scultura
processuale e antiformale) che mettevano in discussione il
primato formalista, astratto e disincarnato, del «vedere»: i
temi del corpo, della sessualità, della violenza, del
«genere», da sempre presenti nel suo lavoro, ne hanno fatto un
oggetto di studio ideale da parte della critica di matrice
femminista e decostruzionista, mentre artisti e artiste tra
Europa e America ne riprendevano la lezione formale.
Forme organiche o chimeriche, spesso dalle esplicite
connotazioni sessuali, immagini minacciose o intensamente
perturbanti (la sfinge senza testa, il fallo, la mammella, il
ragno), sperimentazioni con i materiali classici della scultura
(marmo, bronzo) ma anche con legno, tessuti, ricami, vetro,
oggetti trovati: l'opera di Louise Bourgeois dipana un dialogo
ininterrotto con le sue fonti (l'opera di Picasso, l'imagerie
surrealista, l'arte «primitiva») ricombinandole in una cifra
intensamente personale, dove reminescenze private e metafore
psicoanalitiche si combinano in dispositivi che spesso
raggiungono la dimensioni di veri e propri ambienti o di
sculture monumentali. Una delle sue opere più rappresentative
è da questo punto di vista l'envinronment The Destruction of
the Father («La distruzione del padre», 1974), vero e proprio
teatro della crudeltà in cui il simbolico sacrificio cruento di
un'ancestrale figura paterna viene inscenato per mezzo di forme
tondeggianti, morbide e ambigue, dai toni che ricordano la carne
e il sangue. Memorabili sono anche le numerose variazioni sul
tema della cella, concentrazioni di strumenti e oggetti che
formano insiemi opprimenti e claustrofobici in cui la Bourgeois
sviluppa un complesso rovesciamento delle pseudomitologie
femminili (come l'isteria), o ancora i ragni colossali che dagli
anni novanta in poi hanno costellato le sue numerose esposizioni
in grandi musei internazionali.
Personalità curiosa e appartata, Louise Bourgeois è stata
un'osservatrice acuta della propria opera e del proprio tempo,
come testimonia in modo vivido il libro di scritti e interviste
tradotti di recente in italiano (Distruzione del padre.
Ricostruzione del padre. Scritti e interviste, Quodlibet 2009).
«La mia scultura - diceva in un'intervista del 1997 - mi
permette di ri-esperire la paura, di darle fisicità, così da
farla a pezzi»: rivivere le emozioni, uscire con un esorcismo
da una condizione di passività autoimposta, dipanare il filo
dei traumi rimossi, appaiono così i motivi-guida di un'opera
che ha fatto dell'esplorazione ostinata dei fantasmi più
potenti e oscuri della psiche umana il proprio baricentro. Come
ha scritto l'artista Pat Steir, le sculture di Louise Bourgeois
hanno l'aspetto familiare di sogni ricorrenti ricordati
all'improvviso, di forme generate da un'instabile amalgama di
memoria, fragilità, solitudine, desiderio bruciante e
abbandono, ricerca di equilibrio e caos irrimediabile: sono
cuori di metallo e di pietra che si rivelano fragili come bolle
di vetro.
di Elena Del Drago
BOURGEOIS
Variazioni sulla maternità, l'ossessione di una
vita
Tra i suoi lavori più simbolici un immenso e
protettivo ragno titolato «Maman»
Poco prima di compiere un secolo si è spenta una delle più importanti
artiste del nostro tempo, Louise Bourgeois, lasciando dietro di sé un
percorso impressionante di sculture realizzate con i materiali più
differenti, tutte però accomunate dalla necessità urgente di
confrontarsi con la propria memoria e con la propria esperienza
biografica. Da una parte l'impossibilità di rimuovere un vissuto
doloroso, la primissima infanzia, la struttura familiare, la figura del
padre e quella della madre, dall'altra l'esperienza lacerante, fisica ed
emotiva, della maternità. È proprio l'essere madre, come proiezione,
desiderio o prova infatti, il centro della riflessione teorica e del
fare artistico di Bourgeois: allo stesso tempo limitazione e rifugio,
dolore viscerale e libertà, la maternità riassume perfettamente quel
contrasto dilaniante attorno al quale ruota gran parte della sua
produzione. È la stessa artista a spiegarlo in molti brani della sua
scrittura bulimica, (scriveva in qualsiasi momento e su ogni supporto,
come commento, analisi, preparazione): quella di sua madre era stata una
figura forte, consapevole, stabile eppure allo stesso tempo colpevole,
debole, una madre motore della vita familiare e del suo sostentamento,
eppure tanto dipendente da accettare in casa la presenza di una tata
divenuta presto amante del padre, una figura detestata e ricordata molto
a lungo. Nel 1982, ormai settantenne, in occasione della prima personale
in un grande museo americano, l'artista raccontò in un
articolo-confessione questa esperienza, con la quale si era dovuta
confrontare per una vita intera. Non a caso una delle sculture simbolo
di Louise Bourgeois è un immenso ragno intitolato in francese, la sua
lingua d'origine, Maman, la madre che tesse quel filo capace di
proteggere e di legare, paziente e indiscutibile come il materiale con
il quale è realizzato. Un'opera centrale, che in qualche modo
sintetizza il pensiero accumulato in un'attività costante e che,
nell'installazione concepita per l'apertura della Tate Modern del 2000,
compariva insieme a tre imponenti torri - totem altrettanto massicci
dove c'erano specchi per riflettere le diverse possibilità di relazione
madre-figlio. L'esperienza diretta della maternità infatti, è
altrettanto contraddittoria e dilaniante, stretta tra un costante senso
di inadeguatezza e un amore assoluto. Un desiderio fortissimo frustrato
dalla paura di non essere fertile, tanto da spingerla, appena incontrato
Robert Goldwater, presto suo marito, ad adottare un bambino seppure con
immense difficoltà, per esorcizzare il timore di non poterne generare.
Poi, invece, le sarebbero nati due figli, tramite gravidanze e parti
esaminati in opere di una forza straordinaria, in cui il materiale di
volta in volta è piegato a significare con immediatezza un aspetto
differente del generare.
In The Woven Child viene materializzata, attraverso il cucito,
l'attività femminile per eccellenza, resa però con la violenza che le
è intrinseca, per quanto costantemente taciuta. E in Do not abandoned
me, l'opera ferma il momento in cui il bambino viene espulso dal corpo
della madre e comincia il suo percorso individuale, con un tessuto rosa,
aghi e filo a mimare i due corpi distesi. Anche una delle serie più
importanti di Louise Buorgeois, Cumuls, realizzata nel marmo di
Pietrasanta che dal 1967 torna a sperimentare in Italia, non è altro se
non una sapiente indagine scultorea del seno che nutre, elemento materno
per eccellenza, capace di concentrare su di sé l'aspetto positivo e
quello negativo di questo ruolo, suggerito in tutta la sua
contraddittorietà proprio attraverso il materiale: tanto duro, freddo,
immobile quanto morbida e sinuosa è la forma che evoca. E come spesso
accade nel lavoro di Louise Bourgeois, accanto al materializzarsi in
installazioni scorre parallela una narrazione che, poetica e
descrittiva, esprime da un'altra prospettiva lo stesso concetto: in un
testo scritto per accompagnare la grande installazione nella Turbine
Hall, I do, I Undo, I Redo, Louise Bourgeois sottolinea gli sforzi per
tendere a una positività universale che sia meno legata alle
contingenze del vivere, e allo stesso tempo esprime il pessimismo che
caratterizza l'esperienza della maternità. Il primo concetto, quello
del fare, è particolarmente commovente perchè è frutto di uno sforzo
lungo quanto la sua intera esistenza: «Fare è uno stato attivo. È
un'affermazione positiva. Ho il pieno controllo e procedo verso uno
scopo, una speranza o un desiderio. Non c'è paura. Nei termini di una
relazione, va tutto bene, tutto è tranquillo. Sono la buona madre. Sono
generosa e premurosa - sono colei che dà, colei che provvede. È il
"Ti amo", qualunque cosa accada.»
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