Le
cifre per il prossimo anno, mentre Berlusconi parla di "prof
sottopagati". Anche il personale non docente avrà 14 mila
posti in meno. 45 mila, pari al 51%, le docenze eliminate al Sud.
Cresce la mobilitazione per il 12 marzo: ci saranno anche le forze
dell'opposizione di SALVO INTRAVIA e CARMINE
SAVIANOVIDEO SPECIALE
REPUBBLICA TV :
Come salvare la scuola pubblica (speciale RepTv) (4 marzo 2011)
Con Stefano Rodotà, Mario Rusconi, preside liceo Newton di Roma, Francesco Cappelli, preside "Città del sole" Milano e Marco Lodoli, insegnante e scrittore. Conduce Annalisa Cuzzocrea
Il Senato vara il controverso ddl (scheda)
con 161 sì, 98 no e 6 astenuti. Presidio al Tribunale di Roma. Il
racconto dell'incontro al Quirinale (foto)
- Video
Cortei
in tutt'Italia
Scontri a Roma . Roma e Milano sono state attraversate da
cortei di studenti, lavoratori, terremotati, tra enormi schieramenti di
polizia. Centomila in piazza, forti scontri di gruppiin vari punti del centro della capitale, intorno a Senato e Camera e
in via del Corso. A Milano invasa la sede della Borsa. A Palermo occupato
l'aeroporto. Occupazioni a Napoli, Torino, Cagliari
un commento
su Roma.
Gli scontri.Gli incendi. La violenza anarchicheggiante è un embrionale rifiuto
del luogo comune politico, e si esprime in azioni e disordine contro
l'ordine esistente;quella
di stato è paura atavica della piazza, e scende attraverso i nervi
della borghesia scatenandosi ciecamente per mezzo dei suoi muscoli militari.
Ma ci sarà pure un motivo se ogni singolo poliziotto che si dà al
pestaggio lo fa nell'ignorante presunzione che ogni manifestante incazzato
sia comunista.
La
borghesia ha portavoce diversi, ma come classe parla una lingua unica. Per
ogni suo Berlusconi che spara sciocchezze sui comunisti ha altre componentiben consapevoli di avere un avversario temibile, anche se questo al
momento non è in piazza per i suoi propri interessi, come classe per sé.
La borghesia ha una esperienza storica di prim’ordine sulle forme di
dominio. Mentre le altre classi dominanti della storia ne hanno utilizzato
una sola, la borghesia le ha sperimentate tutte, monarchia,
repubblica, democrazia, fascismo, teocrazia, liberismo, capitalismo statale,
satrapia orientale, ecc. Ciò le fornisce, se non conoscenza dei processi
rivoluzionari, sicuramente istinto e paura sufficiente per reprimere
qualsiasi cosa possa assomigliare a un rifiuto generalizzato della sua
società, meglio ancora, per prevenirla. I governi in tutto il mondo sono
irrimediabilmente in ritardo rispetto alla dinamica reale della società, la
quale si avvia verso una crisi sistemica di proporzioni mai viste.
Migliaia
fra i giovani che hanno partecipato alle manifestazioni da Seattle in poi,
vedi Genova,non sapranno forse
cosa sono esattamente il G8, la WTO, il FMI e la Banca Mondiale, ma sanno
benissimo che lavoro hanno se lo hanno, quanta parte della loro vita
dev'essere devoluta ad altri, quanto viene loro in tasca e quanto sia
precaria ogni occupazione in un mondo nel quale la globalizzazione dei
mercati significa anche e soprattutto globalizzazione della forza-lavoro a
basso prezzo. Trattati come schiavi moderni, carichi di rabbia sacrosanta
per l'insensatezza della vita che sono costretti a condurre, infuriati e
nello stesso tempo impotenti di fronte alla miseria del mondo, generosamente
disposti anche allo scontro, essi vanno periodicamente al macello in
simulacri di guerriglia fine a sé stessa contro una polizia mondiale che
conosce perfettamente forze e comportamenti degli "organizzatori".
Forse ripetono per sentito dire vaneggianti luoghi comuni sull'economia
imperialista e sulle multinazionali assassine, ma avvertono istintivamente
che le sorti di miliardi di persone sono davvero appese a un filo, e che
dipendono dalla direzione presa da ricorrenti ondate di capitali. Seguono
parole d'ordine contingenti nella forma e antiche nella sostanza, cadono
nella trappola del pacifismo sociale e dell'interclassismo,spesso praticano con convinzione forme di solidarietà effimera e
individuale, ma si portano dentro contraddizioni esplosive che la piazza fa
esplodere. E sono pronti a battersi, con entusiasmo degno di miglior causa.
Officine corsare
occupazione Rettorato Torino
in margine alle lotte della scuola-
Oggi.
L’attacco alla scuola pubblica, tende a ridurre i costi della
riproduzione della futura forza lavoro. Ciò viene realizzato piuttosto
che attraverso l’eliminazione degli sprechi e del parassitismo sociale,
attraverso la riduzione del personale, l’aumento degli alunni per
classi, la non manutenzione degli impianti scolastici, il risparmio sui
servizi connessi, dai trasporti alle mense alla strumentazione, e il loro
carico sulle famiglie. Ma soprattutto con l’abbreviazione dei corsi di
studio presentata come maggiore efficienza, ma in realtà come
dequalificazione, a cui fa da contraltare, soprattutto nei livelli più
alti, l’orientamento verso la privatizzazione che favorisce la scuola
privata, con i master per le classi alte e medio alte. Lo smantellamento
della scuola pubblica risponde anche all’esigenza di adeguarsi al
carattere flessibile e precario dell’occupazione, dove ormai nessuna
forza-lavoro in formazione è sicura di trovare un’occupazione consona
al corso di studi prescelto.
Del resto, la tradizionale funzione di trasmissione dell’ideologia
dominante da parte della scuola viene anch’essa progressivamente erosa,
assorbita e assolta anche meglio dal contesto sociale. I giovani assorbono
le ideologie dominanti già fuori della scuola, nella vita sociale a
partire dalla famiglia e dagli stili di vita e del cosiddetto tempo libero
proposti già a monte della scuola.
Si tratta perciò di una parte del più generale attacco alle condizioni
di vita e lavoro.
Inoltre, col rendere la scuola un terreno privato, la classe dominante
soddisfa il suo bisogno di far profitti, trovare anche un nuovo settore
dove collocarsi a livello dirigenziale, mentre lo Stato soddisfa il suo
bisogno di trovare un sicuro flusso d’imposta, anziché soltanto
spendere denaro per un servizio pubblico a fondo perduto.
Domani.
La futura società farà a meno della scuola separata e senza alcun legame
con la vita, come l’abbiamo conosciuta in questi ultimi secoli e nella
sua suprema degenerazione nell’epoca nostra. Il lavoro stesso sarà
liberato dal suo carattere estraneo, schiavizzato, forzato e animalesco,
non più alienato. Sarà così la vera formazione dell’uomo riconciliato
con la propria natura sociale e il tempo libero sarà veramente tale. Non
diverso dal tempo di vita e di lavoro, permetterà a tutti di coltivare le
aspirazioni conoscitive, scientifiche, artistiche e culturali. Si lavorerà
per risolvere problemi di tutti, non come oggi per sopravvivere al solo
livello della soddisfazione dei bisogni elementari animali.
Lavoro, studio, scienza e conoscenza non potranno essere separati.
Lavoro e produzione saranno per i bisogni dell’uomo evoluto e potenziato
e non per il profitto. L’enorme sviluppo delle forze produttive
accresciute dall’abolizione del pluslavoro, ridurrà come conseguenza il
tempo di lavoro necessario per tutti. Sarà priva di senso quella che
finora è stata la dannazione della specie umana, la trasformazione del
lavoro in valore.(dante)
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personale
della scuola
620.000insegnanti nel 2008-
personale tecnico amministrativo (ata) 220mila- 7,8 milioni studenti.
-nel 2006 l'intervento pubblico per l'istruzione scolastica è
stato di oltre 57 miliardi d'euro
2007
61.929 (Università e
Ricerca) docenti—personale tecnico 60.000- Nel 2006 :personale impegnato in attività
di ricerca nelle università italiane 67.700 unità Sono
previste altre forme di collaborazione per svolgere attività di ricerca.
Tra queste numerose sono le borse di dottorato (24.508 nel 2007), gli
assegni di ricerca (11.719) ed i contratti di prestazione autonoma
(6.230). Le borse di studio post-dottorato risultano essere 917- 1,8 milioni studenti universitari
Mai la scuola italiana aveva raggiunto, nel corso degli ultimi decenni,
un livello così basso. Per molti quasi un punto di non ritorno. Lo
confermano i dati statistici, lo stato degli atenei italiani, le difficoltà
della didattica, gli scarsi risultati degli studenti (rispetto ai coetanei
europei). La scuola italiana è al collasso, si sa, nonostante le tante
riforme (pseudo-riforme) di questi ultimi anni. Un numero considerevole di
tentativi che, invano, hanno cercato di dare un po’ di respiro al
settore, senza riuscirci. Anzi, quello che abbiamo davanti è un quadro
sempre più cupo, senza prospettive. E così, assistiamo, ad una serie di
scandali, di decisioni eclatanti, spesso non conformi neanche alla stessa
legge italiana. Lo sa il Ministro dell’Istruzione Gelmini, lo sanno gli
operatori della scuola, lo sanno gli studenti. E dalla scuola di Adro al
nuovo protocollo firmato fra il Ministro dell’Istruzione Gelmini e il
Ministro della Difesa La Russa, il passo è davvero breve. Forse
l’ultimo colpo di coda di un’estate “drammatica” per la scuola,
che preannuncia un autunno davvero caldo, anzi, incandescente.
Lo chiamano “allenati per la vita” ed è un corso valido come
credito formativo rivolto agli studenti dei licei. In realtà sembra un
vero e proprio corso “paramilitare”. Non è uno scherzo. E’ un
protocollo già firmato fra la Gelmini e La Russa. Ma cosa prevederà? Con
grande pace della Gelmini, gli studenti dei licei impareranno a sparare
con pistola (ad aria compressa), a tirare con l’arco, ad arrampicarsi, a
eseguire perfettamente “percorsi ginnico-militari”. E quale sarebbe
l’assurda spiegazione (motivazione) di questa nuova trovata
“geniale” del Ministro Gelmini? Ecco la laconica ed “ipocrita”
risposta: “Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo
innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla
protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”.
Si tratta, in buona sostanza, di veicolare la pratica del mondo militare
in quello della scuola: roba da altri tempi, tempi bui e, speriamo, non
riproponibili.
Ma la speranza “muore” leggendo, di fatto, in cosa consisterà la
prova finale per il nuovo corso “allenati per la vita” (leggi corso
“paramilitare”, ndr): “una gara pratica tra pattuglie di
studenti”. No, non è un errore di battitura. La circolare parla proprio
di “pattuglie” di studenti. A dir poco equivocabile e senza ritegno il
termine utilizzato. Fosse solo il termine! E’ un progetto
“innovativo” passato nel silenzio assoluto delle opposizioni. Ma anche
questa, purtroppo, non è una novità.
E con la nuova proposta Gelmini – La Russa , si allunga, di fatto,
l’elenco degli incomprensibili provvedimenti del Ministro
dell’Istruzione. I tagli alle elementari hanno eliminato qualsiasi
potenzialità di realizzare il vero tempo pieno e ridotto gli spazi per
progetti, uscite didattiche e laboratori. Non c’è un insegnante di
sostegno ogni due studenti disabili, come prevede la legge, a tal punto
che alcuni alunni vengono seguiti solo per cinque ore settimanali. Il
provvedimento che prevede il numero maggiore di studenti per classe, da 27
a 35, viola apertamente il testo sulla sicurezza scolastica: Il D.M.
Interno del 26/8/1992, recante “Norme di prevenzione incendi per
l’edilizia scolastica”, al punto 5.0 (“Affollamento”) stabilisce
che, al fine dell’evacuazione delle aule, il massimo affollamento
ipotizzabile è fissato in 26 persone/aula ed al punto 5.6 (“Numero
delle uscite”) che le porte devono avere larghezza di almeno m 1,20 ed
aprirsi nel senso dell’esodo quando il numero massimo di persone
presenti nell’aula sia superiore a 25 (quante scuole, in tutto il
territorio nazionale, non sono in regola? La maggioranza). E la riduzione
del tempo scuola nei licei artistici (11%) , nei licei linguistici (17%),
negli istituti tecnici e professionali (diminuzione del 30% delle ore di
laboratorio) a quale esigenza didattica di rinnovamento rispondono? Forse
servono a far posto a pseudo-corsi di natura “paramilitare” come
quello messo in campo dal duo Gelmini – La Russa? Tante sono le domande,
poche le risposte e le certezze. Quello che appare chiaro, tuttavia, è
che non basteranno anni di riforme e provvedimenti ad hoc per far risalire
la china alla scuola italiana. E la trovata degli studenti soldato nei
licei, a dir poco bizzarra, non va in quella direzione. Siamo al punto più
basso della scuola italiana? Peggio di così non può andare? Seppur
infinitamente poco consolatoria, dateci almeno questa, di certezza.
Ha ragione Mario Adinolfi a ricordare che è cosa insultante oltre che
menzognera, parlare di giovani senza futuro o d'una sola generazione
depredata. Un trentasettenne precario non è più giovane, e il fatto
che gli tocchi pregare per essere riconosciuto (questa l'etimologia di
precario) è lo scandalo che vien mascherato chiamandolo giovane. Una
catena di generazioni fatica a preparare prima l'età matura, poi
l'anziana. I nati dopo il '70 sono la metà degli italiani: 28 milioni
150.000, non più solo figli ma padri che della vita attiva non
conoscono che contratti brevi o niente contratti. Che s'imbarcano in
lavori low cost o addirittura gratuiti, come denunciato da Michele
Boldrin, professore di economia alla Washington University di St Louis
(Il Fatto, 11 novembre).
Lavorare gratis è una pratica in espansione, per chi non ha forze e
soldi per fuggire all'estero. È una regressione, nei rapporti sociali e
nel riconoscimento reciproco fra l'Italia che ha un posto e l'Italia che
ha semplici attività, menzionata di rado. I giovani fanno questa scelta
volontariamente, consapevoli d'essere immersi nella Necessità: dare il
proprio tempo senza salario li rende visibili, consente di
"accumulare punti". Alla fine del tunnel, chissà, il
riconoscimento verrà e avrà gli occhi di un lavoro decentemente
pagato. Lo sfruttamento s'è fatto banale: è un'usanza dettata dal
principe (un bando dell'autorità). È la morale del tempo presente.
Se questa è la realtà, si può capire come la riforma Gelmini sia solo
una miccia - così Ilvo Diamanti, lunedì su Repubblica
- che ha acceso risentimenti acuti, non limitati all'istruzione
che pure è "crocevia nella vita" d'ognuno. Analoghe micce
anti-riforme si moltiplicano, a occidente, ma cruciali non sono le
riforme, così come per Heidegger l'essenza della tecnica non è la
tecnica ma quel che essa disvela, provoca. Nella rivolta dei giovani
francesi la pensione è un pretesto: essi sanno che il paese invecchia,
che i soldi dello Stato sociale non bastano. Se protestano con tanto
accanimento è perché qualcos'altro è in gioco: il disagio, più
radicale, riguarda l'esistere stesso; il perché e il come si vive
l'oggi e si pensa, tremando e temendo, il futuro.
In tutti i paesi industrializzati il futuro è programmato penosamente.
Adinolfi lo spiega bene nella rivista Week, iniziata il 25 novembre.
Basandosi su ricerche dell'Istat e del Center for Research on Pensions
and Welfare Policies (Torino), Adinolfi fornisce cifre cupe sulla metà
d'Italia che vive il precariato. Al momento, chi va in pensione o sta
andandoci è sicuro di ottenere circa il 95 per cento della media dei
compensi degli ultimi anni.
Non così il precario nato dopo il '70: la percentuale crolla dal 95 al
36. Fra 20 anni, quando andrà in pensione, riceverà - se
avrà lavorato 32 anni su 40 - 340 euro al mese. Duro in
tali condizioni fabbricare futuro, generare figli che non potremo
sostenere e non ci sosterranno, impoveriti anch'essi.
I rivoltosi vedono questo, guardandosi allo specchio: uno scenario che
mette spavento. Che ti porta a dire, visto che a nulla è servito il
titolo di studio: non resta che farmi menare dalla polizia. Esibisco la
mia bile nera, come gli eroi di Moby Dick che è uno dei miei
libri-vessillo. Non mi resta, come in Gioventù Bruciata di Nicholas Ray,
che il chicken run. Il chicken run è la gara mortale che James Dean
ingaggia coi compagni: vince chi guida l'auto sino all'orlo del burrone,
tentando di saltar fuori in extremis. Chi fugge la prova è un pollo, un
vile. È significativo che a costoro si neghi oggi perfino il diritto a
morire, quando sei attaccato a un tubo senz'averlo deciso.
Il chicken run che impregna il tumulto è argomento tabù. Se ne ragiona
molto sul Web - l'agora di queste generazioni -
ma poco sui giornali. C'è una complicità tacita, che impedisce alla
verità d'esser disvelata. Non ne parlano gli imprenditori, che del
lavoro precario o gratuito profittano; e neanche i sindacati, tutori dei
pensionati. Nella Cgil, il 53 per cento degli iscritti aderisce al
Sindacato dei pensionati italiani (Spi). Se la crisi dice qualcosa
- sulla crescita che nei paesi sviluppati s'abbasserà
stabilmente, sul clima da proteggere, sullo Stato impoverito -
questo qualcosa dovrà implicare nuove distribuzioni fiscali, e anche
una mutazione di linguaggio. Riformismo, accordi bipartisan: sono
vocaboli inani, se usati solo per dissimulare tagli. Tutti hanno
rovinato l'istruzione, il patto bipartisan già esiste (da Luigi
Berlinguer a Mussi, Moratti, Gelmini). L'accordo non va cercato tra
partiti ma tra l'Italia che è nello Stato sociale e quella che ne
cascherà fuori. Non di patti bipartisan c'è bisogno, ma di dirigenti
(politici, imprenditori, sindacati, accademici) che queste cose le
guardino in faccia.
Anche il popolo del disagio ha sue responsabilità. È un punto su cui
Boldrin insiste crudamente: "Cosa volete fare, ragazzi e ragazze? A
favore di cosa siete scesi in piazza, oltre che contro il ddl Gelmini?
Perché è questa, non altra, la questione che dovete avere il coraggio
d'affrontare". Il risentimento è comprensibile, ma il tema del
merito sollevato dalla riforma resta. E che significa rottamare un ceto
politico, se non invocare palingenetiche facce giovani? Perché
difendere lo status quo universitario, finito in marasma? È come
desiderare la crescita squilibrata che nel 2007 causò la crisi
economica nel mondo.
Si disserta spesso in Italia della sindrome Peter Pan, che ti reclude
nei focolari paterni o materni: secondo l'Istat, il 68 per cento vive
coi genitori sino a 35 anni. Lo stesso succede in paesi cattolici dove
la famiglia sostituisce il Welfare: Spagna, Irlanda. Ma la vista
psicologica è corta, occulta le cause strutturali. Scrive Vincent Venus,
direttore del Giovani Federalisti Europei a Berlino, che questa è una
generazione diversa: ricorda gli anni '40. Non una conflagrazione
militare le ha aperto gli occhi; ma la crisi del lavoro, del pianeta,
dell'economia, è un'esperienza interiore di guerra: "È una sfida,
quella odierna, che i nostri genitori hanno ignorato. Il compito è
talmente vasto che somiglia a quello della generazione postbellica.
Unica differenza: non si tratta solo di ricostruire la società, in
Europa, ma di mantenere in vita il Welfare". Pur rispettando i
conti, oggi esistono cose da preservare: la solidarietà sociale, il
lavoro, il pianeta. La distruzione non è più creativa.
Fu così anche nel 1942, quando il Welfare prese la forma di un piano
comune di lotta al bisogno: il piano di William Beveridge. "È
proprio adesso, con la guerra che tende a eliminare ogni genere di
limitazioni e differenze, che si presenta l'occasione. (...) Un periodo
rivoluzionario nella storia del mondo è il momento più opportuno per
fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi" (Beveridge,
La libertà solidale, Donzelli 2010).
Molti si domandano come mai il malcontento non sia esploso prima di
Berlusconi, visti gli errori della sinistra. Domanda sensata, ma vista
parziale. Lo spirito dei tempi modellato da Berlusconi e dalle sue Tv ha
dilatato al contempo i risentimenti dei dannati e lo sprezzo dei
salvati, sostituendo lo Stato sociale con la compassione o l'ignoranza.
Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, ha detto in Tv: "Se un
uomo a 37 anni non può pagarsi il mutuo è colpa sua: vuol dire che è
un fallito". Nemmeno gli avversari del '68 usavano aggettivi
simili.
Negli italiani è stata svegliata nell'ultimo decennio, e nutrita,
ingigantita, la parte peggiore. È come quando, nel febbraio 1932, il
socialdemocratico Kurt Schumacher denunciò l'attacco di Goebbels ai
socialdemocratici-partito dei disertori: "Tutta la propaganda
nazionalsocialista è un costante appello alla brutta canaglia interiore
(Schweinehund) che abita ciascun uomo".
«Ordine e disciplina», ex
militari in aula istruiranno i ragazzi
di Giorgio Salvetti
su il manifesto del 24/09/2010
Valori. Tutto qui. Questo,
secondo il tenente Paolo Montali, è il senso del corso benedetto da
Gelmini e La Russa. I responsabili dell'associazione dei militari in
congedo della Lombardia (Unuci) sono convinti di fornire un servizio
sociale alle scuole e ai ragazzi. «Insegniamo ad uscire
dall'individualismo e a fare attività fisica all'aperto. Offriamo una
valida alternativa all'alienazione virtuale davanti al computer e alla
play station».
Ma di quali valori parlano? I valori dei militari in congedo, ovviamente.
«Crediamo nell'ordine, nella disciplina e nella gerarchia», ammette con
orgoglio il tenente. «Si sta creando un caso sul nulla, un can can che
non ha motivo di essere. Noi lavoriamo già da tre anni e nessuno si è
scandalizzato. I ragazzi e le scuole ci apprezzano, le adesioni sono in
continuo aumento. L'uso delle armi è limitato e orientato a finalità
sportive». Il corso Allenati per la vita - dicono gli organizzatori - è
la principale attività «sociale» dell'Unuci. Gli altri progetti hanno
un carattere prettamente militare: riguardano competizioni e addestramento
per i soldati in congedo. Il carattere sociale sarebbe confermato anche
dal coinvolgimento di enti non militari come la Croce rossa e la
Protezione civile. Ai corsi nelle scuole partecipano 15-20 persone per
provincia per un totale di 100 persone. Loro si considerano volontari. Lo
fanno a titolo gratuito e senza spese per le scuole. Forniscono dispense,
bussole, per chi vuole danno anche una mimetica per le escursioni sul
campo, in montagna, dove costruiscono rifugi nella neve. «Al massimo ogni
ragazzo deve sborsare 25 euro per qualche spesa di poco conto. Se poi a
scuola manca la carta igienica questo non dipende da noi. Noi diamo alle
scuola qualcosa di extra, fuori bilancio e fuori dall'orario delle lezioni».
I corsi sono particolarmente presenti nelle provincie del nord della
Lombardia (Varese, Bergamo, Monza). A Milano lavorano sia per scuole
pubbliche, come l'istituto tecnico Ettore Conti, che per scuole private,
come l'istituto Leopardi. Funziona così. Parlano con il preside che porta
la proposta in consiglio d'istituto. Se viene approvata i ragazzi
interessati si iscrivono ai corsi. Al termine c'è una gara, una specie di
percorso topografico, nel corso del quale «pattuglie» di studenti
affrontano varie prove. Ai partecipanti viene rilasciato un attestato di
frequenza che vale come credito formativo. Le prime tre edizioni del «saggio
finale» si sono tenute al parco di Monza e al parco Nord di Milano, lo
scorso anno all'Idroscalo.
Le lezioni a Milano si svolgono nella sede dell'Unuci o in spazi forniti
dall'esercito, caserme comprese. Ma sono solo spazi gratuiti come altri,
spiegano. Il tiro con le armi si fa al poligono nazionale di Milano. «Si
tratta di una disciplina sportiva, olimpica - sostiene il tenente - e poi
si usa questa occasione per insegnare il rispetto delle regole». E i
corsi di difesa nucleare e batteriologica? «In tempi di terrorismo e
incidenti industriali è logico insegnare a difendersi da queste
eventualità». Sono soldati, non docenti, e lo ammettono. Ma sentono di
avere una lezione di vita da dare ai ragazzi. E sono convinti di essere in
grado di farlo. «Le forze armate sono dipinte in modo distorto dalla
cinematografia - continua il tenente - adesso che la naja non c'è più se
qualcuno grazie ai nostri corsi corregge questa immagine e si avvicina
all'esercito ne siamo contenti». I militari-prof pretendono anche di
combattere il bullismo. «Noi ufficiali di complemento conosciamo bene il
nonnismo nelle caserme e siamo abituati a correggerlo, perché crea
problemi psicologici negli uomini ai nostri comandi. Mina ordine e
disciplina». Signorsì.
Pinerolo
Il
CUEA e la crisi del SUMI
Col cambio di direzione regionale mancano i soldi per
l’università SUMI a Pinerolo.
Incerto futuro per i dieci dipendenti del CUEA in
cassa integrazione.
Problemi storici: (aveva senso questa università a
Pinerolo? a 35 km da Torino?) i professori non avevano spazi per ricerca,
mancava una bibliotecamanca
un radicamento sul territorio pinerolese.Il
vice-rettore dell'ateneo, prof. Cavallo-Perin, «Le sedi periferiche sono
tutte in discussione. Abbiamo già chiuso Ivrea, ora ci sono problemi
anche per Biella e Cuneo». Negli anni Novanta c’è stata una pioggia di
università decentrate, senza aumento organici, creando solo problemi ai
professori…Pinerolo seguirà dunque le sorti di Ivrea? Dice Fassone: non
si può puntare sull’eccellenza? Ad es. Scienza delle Alpi?
I Ricercatori Universitari della Rete29Aprile, chiedono una riforma
organica dell’Università, adeguata agli standard dei Paesi più
evoluti. Vogliono che l’Università Italiana sia in grado di competere
ai più alti livelli qualitativi e quantitativi, dando piena realizzazione
a quelle potenzialità che sono presenti nei ruoli e nelle figure che
ruotano intorno all’Università e agli enti di ricerca. Per ottenere
questo obiettivo, la Rete29Aprile ritiene indispensabile che si
definisca in modo chiaro quale sia il modello di Università cui si aspira
e su quali parametri lo si vuole costruire, prima di intraprendere
qualsiasi percorso di riforma. Per definire le strategie è infatti
indispensabile definire cosa si vuole ottenere, ma finora duole osservare
che non è mai stato aperto uno spazio di confronto, anche solo sugli
obiettivi da raggiungere, nonostante l’amplissima mobilitazione dei
ricercatori e il forte invito del Presidente della Repubblica.
La Rete29Aprile chiede quindi con fermezza che si apra un vero dialogo
che permetta di discutere e confrontarsi sulle proposte di rilancio
dell’Università. L’assenza attuale di reali aperture al confronto
comporta la doverosa conferma, da parte delle migliaia di ricercatori
della Rete, della piena indisponibilità a nascondere le già gravi
sofferenze del sistema universitario dovute alle misure governative
svolgendo compiti didattici non dovuti per legge. Tale atto di
responsabilità e di testimonianza, che comporta non pochi sacrifici per
gli stessi ricercatori, è anche dovuto alla opinione pubblica affinché
prenda consapevolezza delle conseguenze della politica del Governo
sull’Università. Prima di entrare nel dettaglio delle proposte di
riforma, è indispensabile sottolineare le gravissime urgenze che in
questo momento richiedono interventi tempestivi per garantire la
sopravvivenza stessa delle università: il perdurante sostanziale blocco
del turn-over degli ultimi anni, nonché il drastico taglio del 50% delle
risorse derivanti dai pensionamenti, senza dimenticare
l’ingiustificabile riduzione del finanziamento delle università tale
che nel prossimo anno le risorse complessive del Fondo di Finanziamento
Ordinario saranno minori del costo complessivo degli stipendi e nel 2012
addirittura inferiori a quelle del 2002. Tutti questi vincoli, uniti
all’uscita per pensionamento di un terzo degli attuali docenti nei
prossimi cinque anni, avranno evidenti conseguenze sotto l’aspetto della
qualità e quantità della didattica, della ricerca e del diritto allo
studio. Non bisogna infatti dimenticare che l’Italia ha già oggi,
secondo i dati OCSE, una bassa
percentuale di studenti universitari, che non potranno che diminuire
ulteriormente di fronte ad una drastica riduzione dei docenti. Occorre
inoltre eliminare quelle norme che affidano ai soli professori ordinari,
il cui potere si dice di voler limitare, il completo controllo delle
commissioni di concorso.
In un progetto di rilancio dell’Università italiana con la prospettiva
del raggiungimento e mantenimento degli standard internazionali, il primo
parametro nella riorganizzazione del personale universitario deve essere
l’uso di criteri che siano stabili e non modificabili sulla base di
fluttuazioni imprevedibili. Serve, per esempio, garantire un corretto
rapporto studenti/docenti e non fissare quindi la numerosità del corpo
docente a priori. Ugualmente serve stabilire priorità di sviluppo almeno
quinquennali che indirizzino gli investimenti finanziari e di personale su
obiettivi strategici di lungo respiro, per preparare i giovani di oggi
alle sfide di domani. Discorso analogo vale per la ristrutturazione delle
carriere del personale, che deve garantire l’avanzamento di carriera in
termini meritocratici funzionali al progresso delle strutture e non solo
finanziari.
Nella stessa logica, se si vuole dar spazio alla creatività della
ricerca, da sempre motore e chiave di volta dello sviluppo, è
indispensabile dare opportuni spazi alla ricerca “di base” che, pur
non avendo applicazioni nell’immediato, è quella che ha portato alle
scoperte più rilevanti per il nostro tempo e alle applicazioni
tecnologiche fondamentali che oggi sono quotidianità, spaziando dalla
medicina alle nanotecnologie, senza dimenticare gli altri ambiti
culturali.Sulla base quindi di queste riflessioni, le proposte della
Rete29Aprile si possono condensare in alcuni concetti chiave:
- Istituzione di un ruolo unico della docenza, con pari diritti per
tutti ma con oneri gestionali crescenti all’aumentare del livello
interno al ruolo unico. In questo livello devono poter confluire tutti
coloro che, appartenendo ai ruoli universitari, attualmente svolgono già
attività di docenza. L’ingresso (in qualunque livello interno al ruolo
unico) e la progressione di carriera devono essere nettamente separati,
legando la seconda a criteri più meritocratici che economici.
L’ingresso in ruolo deve essere invece strutturato e organizzato in base
a criteri meritocratici e alle strategie di medio/lungo periodo. Fare
questo vuol dire eliminare tutti gli attuali vincoli puramente burocratici
che rendono la concorsualità italiana di una farraginosità tale da
essere completamente inefficace.
- Definire la numerosità del corpo docente pari almeno a quella del
2008, anno in cui, stando ai dati OCSE, l’Università italiana era
comunque sottodimensionata rispetto ai nostri diretti concorrenti sul
piano internazionale. Fare questo vuol dire prevedere un piano strategico
di assunzioni nei prossimi 3-5 anni, unitamente alla definizione di una
numerosità dei livelli del ruolo unico funzionale sulla base di obiettivi
strategici e non aprioristici. Fare questo vuol dire anche mettersi nelle
condizioni di poter elaborare piani pluriennali delle assunzioni in ruolo
e delle progressioni, da rendere noti e chiari a tutti per tempo,
funzionali al mantenimento e allo sviluppo delle strutture di didattica e
di ricerca odierne.
- Creare un unico percorso pre-ruolo che, cancellando l’attuale
pletora di figure precarie, permetta di reinserire l’Italia nei canali
più normali di ingresso nei ruoli tipici dei paesi avanzati. Questa
figura pre-ruolo deve necessariamente essere legata ad una vera tenure
track, con accantonamento preventivo delle risorse finanziarie
necessarie per l’assunzione dei meritevoli, non più vincolata quindi a
criteri economici ma di merito. Questa strategia permetterà
inevitabilmente anche di limitare l’abuso del precariato e costringerà
le università a scelte intelligenti e meritocratiche.
- Garantire un vero diritto allo studio, mediante un opportuno
rifinanziamento dello stesso, che assicuri a tutti gli studenti meritevoli
l’accesso al sostegno allo studio. La certezza di disporre di tali
strumenti da parte degli studenti meritevoli avrà inevitabilmente
riflessi positivi sulle motivazioni e sui risultati degli stessi, che non
subiranno più la pesante frustrazione della consapevolezza di un diritto
negato.
- Strutturare il governo degli atenei in modo che in ogni livello di
gestione tutte le componenti abbiano una loro corretta rappresentanza.
Occorre tuttavia assicurarsi che l’autonomia delle scelte negli ambiti
di Ricerca e Didattica resti nelle mani di chi ha la responsabilità,
l’onere e le conoscenze necessarie per portare avanti queste scelte sul
medio-lungo periodo, garantendo una composizione che impedisca in detti
organi di governo maggioranze di persone esterne ai ruoli universitari,
siano essi di docenza o di personale tecnico-amministrativo. Serve inoltre
garantire che il Consiglio di
Amministrazione e il Senato Accademico mantengano funzioni separate e
specifiche, senza sovrapposizioni di ruolo, distinguendo la gestione
amministrativa dalla politica della didattica e della ricerca.
- Tutto questo non può prescindere quindi da un adeguato finanziamento
degli atenei e della ricerca scientifica, programmato su base pluriennale
e strutturato a partire dalla garanzia della copertura dei costi fissi
legati agli stipendi. La quota aggiuntiva rispetto ai costi fissi deve
essere dimensionata in modo congruo rispetto agli obiettivi strategici
nazionali e dei singoli atenei e non può essere determinata in base a
valutazioni fatte a priori su quale spesa è ragionevole considerare o
meno elevata.
- Garanzie di una politica di sviluppo della ricerca che assicuri
l’emissione di bandi per progetti di ricerca con cadenze certe, tempi
certi di valutazione e finanziamenti congrui con gli standard
internazionali, spostando finalmente l’attenzione di chi si occupa di
ricerca dal cercare di far quadrare bilanci ingestibili al fare ricerca ai
massimi livelli.
Tutte queste idee discendono dall’idea progettuale dei ricercatori
della Rete29Aprile sull’Università. I Ricercatori della Rete29Aprile
sono in larga parte persone abituate a lavorare in competizione
internazionale e hanno spesso vissuto lunghi periodi in centri di ricerca
internazionali, facendosi apprezzare per la qualità del proprio lavoro.
Le loro competenze, le loro esperienze, e di conseguenza le loro richieste
nascono dal desiderio e dalla volontà di riportare l’Italia sugli
standard di efficienza, produttività e merito delle nazioni
all’avanguardia nella ricerca scientifica. In questi paesi chi si occupa
di ricerca lo fa esclusivamente con progetti strategici pluriennali di
lungo respiro, come richiesto fortemente all’Italia dall’Unione
Europea nell’ambito dei Programmi Quadro per la ricerca europea.
Particolare attenzione, infine, meritano i problemi che sorgeranno
nella fase successiva all’eventuale emanazione della legge, per cui in
un periodo non inferiore a tre anni non sarà tecnicamente possibile
l’assunzione di professori in ragione dei tempi tecnici di espletamento
delle procedure concorsuali. Nello stesso periodo il combinato disposto di
contrazione dei finanziamenti e fuoriuscita di personale porterà il
sistema universitario italiano indietro di diverse decine d’anni.
La Rete29Aprile si dichiara fin d’ora pienamente disponibile a
collaborare con il Governo, il Parlamento e con tutti coloro che hanno a
cuore l’Università pubblica per migliorare il presente DDL sulla base
di quanto esposto.
L'Università: "Dovremo chiudere
le residenze per gli studenti"
Il collegio
universitario di corso Lione
Dalla Regione 10 milioni
in meno all’Edisu nel 2011
«Così spariranno anche le
12 mila borse di studio»
andrea rossi
torino
Le statistiche del ministero lasciano pochi dubbi: in
Piemonte c’è un sistema del diritto allo studio che funziona, uno dei
migliori in Italia. Tutti gli studenti universitari che hanno diritto
ricevono un sostegno, da 2000 a 4500 euro l’anno. Ci sono regioni in cui
- altro che cento per cento - la copertura non supera il quaranta per
cento. La Regione ha cresciuto in casa un piccolo gioiello, ma ora rischia
di mandarlo in frantumi. «Nel 2011 non potremo erogare le borse di studio
e nemmeno tenere aperte le residenze universitarie. Insomma, possiamo
chiudere», si sfoga la presidente dell’Ente per il diritto allo studio
Maria Grazia Pellerino.
Colpa dei tagli incrociati Miur-Regione. L’Edisu quest’anno chiuderà
il bilancio in pareggio a 65 milioni di euro: circa i due terzi sono stati
spesi in borse di studio per oltre 12 mila studenti; il resto in servizi,
contratti e manutenzioni delle 23 sedi in regione, di cui 15 a Torino. A
luglio l’assestamento di bilancio varato dalla giunta Cota ha ridotto lo
stanziamento regionale, ad anno in corso, da 25 a 17 milioni di euro. «Ce
l’abbiamo fatta solo grazie agli avanzi di bilancio delle gestioni
precedenti», spiega la presidente Maria Grazia Pellerino, «segno che
avevamo utilizzato le risorse in modo oculato e virtuoso».
L’anno prossimo non sarà più possibile. Le casse si sono svuotate. E
nel bilancio di previsione 2011 la Regione ha pressoché azzerato i fondi:
da 17 a 7 milioni, una sforbiciata del 60 per cento che va ad aggiungersi
alla cura dimagrante imposta dal ministro Gelmini, altri dieci milioni in
meno. Venti milioni da sforbiciare su un bilancio di 65 sono un taglio
d’accetta da cui nessuno saprebbe uscire indenne. Figurarsi un ente che
non ha possibilità di reperire risorse private perché eroga un servizio
pubblico. «A malapena riusciremo a far fronte ai contratti per la
gestione delle residenze, i fornitori, i servizi». E il resto? «Con
queste cifre non potremo erogare servizi».
La presidente dell’Edisu ha scritto al governatore Cota chiedendo che la
Regione riveda il taglio. Le ha risposto, indirettamente, l’assessore al
Bilancio Giovanna Quaglia: «Credo siano allarmismi prematuri, visto che
il bilancio deve ancora essere discusso. Non ci sono elementi concreti a
supporto di queste cifre». Secondo Quaglia «i fondi cui si fa
riferimento sono residui dei fondi statali, mentre quelli regionali devono
ancora essere stabiliti e fanno parte delle risorse che vogliamo discutere
e definire in aula». Il riferimento è al tesoretto di 333 milioni ancora
da dividere. Ma il chiarimento non convince l’opposizione. Il
consigliere del Pd Roberto Placido, che aveva già sollevato il caso a
luglio, attacca a testa bassa: «Alla faccia dell’investimento sul
futuro dei nostri giovani. Anziché stare in tv Cota pensi a garantire i
fondi necessari a mantenere il Piemonte ai livelli di eccellenza che
sempre lo hanno contraddistinto».
Un’altra tegola per le università piemontesi, già alle presi con una
valanga di problemi. L’altro giorno, di fronte al bilancio regionale di
previsione, che riduceva - almeno per ora - i fondi per università e
ricerca da 144 a 7 milioni di euro dai rettorati non si è levata alcuna
protesta. Ieri nemmeno, in compenso ci hanno pensato gli studenti: «Qui
si calpesta la Costituzione», dice Alice Graziano, presidente del Senato
degli studenti dell’Università. «L’articolo 34 dice che capaci e
meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi
più alti degli studi».
Manifestazioni
previste anche nei piccoli centri di provincia. Protesta che si fonde con
quella dei ricercatori e dei precari. A Roma il corteo si concluderà
davanti al ministero di C. ZUNINO