lotte scuola 

repubblica.it 12 marzo

Costituzione e scuola pubblica
"Siamo un milione"
Speciale
Diretta tv - Video - Foto - Striscioni
Costituzione e scuola pubblica
100 città in piazza
 

 

repubblica.it 9 marzo 2011

Lo spot per "La Costituzione siamo noi"
Cgil: "La Carta garantisce i lavoratori"Ascanio Celestini: "Sabato dobbiamo contarci"
10.000 messaggi / Oltre 90mila firme

il 12 marzo:  Sabato in programma manifestazioni, cortei e sit-in in più di 50 città. Il Pd: l'8 aprile la "Nottebianca della scuola". Il sindacato: "E' un imperativo esserci" di CARMINE SAVIANO
Rai, premier dilaga nei Tg: 402 minuti a gennaiodi L. PALESTINI

 

repubblica.it 7 marzo 2011-

Laureati travolti dalla crisi
E crollano le nuove iscrizioni
In piazza per scuola e Costituzione
10.000 messaggi / 90mila firme

repubblica.it  6 marzo 2011-

Istruzione, via 20 mila cattedre
In piazza per scuola e Costituzione

Facebook, tam tam con Calamandrei

 Le cifre per il prossimo anno, mentre Berlusconi parla di "prof sottopagati". Anche il personale non docente avrà 14 mila posti in meno. 45 mila, pari al 51%, le docenze eliminate al Sud. Cresce la mobilitazione per il 12 marzo: ci saranno anche le forze dell'opposizione di SALVO INTRAVIA e CARMINE SAVIANO VIDEO
SPECIALE REPUBBLICA TV
Come salvare la scuola pubblica (speciale RepTv) (4 marzo 2011)

Con Stefano Rodotà, Mario Rusconi, preside liceo Newton di Roma, Francesco Cappelli, preside "Città del sole" Milano e Marco Lodoli, insegnante e scrittore. Conduce Annalisa Cuzzocrea 

 

-----------------Scuole, la protesta del silenzio    repubblica.it 1marzo 2011
I ragazzi sul web: il 12 in piazza

Oltre 7.000 messaggi a Repubblica.it
Il sì di artisti e intellettuali - firma l'appello

  Scuole,  la protesta del silenzio  I ragazzi sul web: il 12  in piazza

 Da Nord a Sud, lanciata via sms, la protesta simbolica. Nuove adesioni all'appello di Repubblica.it dopo Veronesi, Fo, Camilleri: da Ramazzotti a Jovanotti, alla Consoli, a Paola Turci, a Emma, a Scamarcio a Ozpetek, e molti altri
L'onda degli studenti di MASSIMO GIANNINI
Storia di mia madre, una maestra
di L. MARINANGELI

 

 

video il messaggio di fine anno degli studenti:

http://tv.repubblica.it/politica/il-messaggio-degli-studenti-noi-non-scappiamo-dall-italia/59208?video=&ref=HREC1-2

 

  news/repubblica 23 dicembre

Atenei, sì del Senato video
la riforma Gelmini è legge

Il Senato vara il controverso ddl (scheda) con 161 sì, 98 no e 6 astenuti.  Presidio al Tribunale di Roma. Il racconto dell'incontro al Quirinale (foto)  - Video

 

UNIVERSITA'   rimonta la protesta audio rai3

Giovani che non vedono il futuro
Ecco cosa ha acceso la scintilla

Sistema scolastico in degrado da tempo

 

La “riforma” di Gelmini è il più grande licenziamento di massa (140mila addetti in tre anni) le cui prime vittime sono i precari - TORINO Presidio contro la distruzione della scuola pubblica tutti i giorni h. 15,00 – 20,00 in p.za Castello /v. Garibaldi Basta precarietà: LAVORO DIRITTI DIGNITA’ moltissimi soprannumerari - tantissimi precari che non lavoreranno o si dovranno accontentare di qualche spezzone orario.

 

 Sbancati  dati -dossier scuola il manifesto- pdf

"se ci sono dei ragazzi che invece di dedicarsi a far la corte alle ragazze,

si spendono in queste cose, perdono il lor tempo. Alla loro età facevo altre cose."-Berlusconi

10 anni di articoli sulla scuola

vedi manifesto 26 nov

 

 

 

 

 

Cortei in tutt'Italia
Scontri a Roma .
Roma e Milano sono state attraversate da cortei di studenti, lavoratori, terremotati, tra enormi schieramenti di polizia. Centomila in piazza, forti scontri di gruppi  in vari punti del centro della capitale, intorno a Senato e Camera e in via del Corso. A Milano invasa la sede della Borsa. A Palermo occupato l'aeroporto. Occupazioni a Napoli, Torino, Cagliari

un commento su Roma. Gli scontri.Gli incendi. La violenza anarchicheggiante è un embrionale rifiuto del luogo comune politico, e si esprime in azioni e disordine contro l'ordine esistente;     quella di stato è paura atavica della piazza, e scende attraverso i nervi della borghesia scatenandosi ciecamente per mezzo dei suoi muscoli militari. Ma ci sarà pure un motivo se ogni singolo poliziotto che si dà al pestaggio lo fa nell'ignorante presunzione che ogni manifestante incazzato sia comunista.

La borghesia ha portavoce diversi, ma come classe parla una lingua unica. Per ogni suo Berlusconi che spara sciocchezze sui comunisti ha altre componenti  ben consapevoli di avere un avversario temibile, anche se questo al momento non è in piazza per i suoi propri interessi, come classe per sé. La borghesia ha una esperienza storica di prim’ordine sulle forme di dominio. Mentre le altre classi dominanti della storia ne hanno utilizzato una sola, la borghesia le ha sperimentate tutte, monarchia, repubblica, democrazia, fascismo, teocrazia, liberismo, capitalismo statale, satrapia orientale, ecc. Ciò le fornisce, se non conoscenza dei processi rivoluzionari, sicuramente istinto e paura sufficiente per reprimere qualsiasi cosa possa assomigliare a un rifiuto generalizzato della sua società, meglio ancora, per prevenirla. I governi in tutto il mondo sono irrimediabilmente in ritardo rispetto alla dinamica reale della società, la quale si avvia verso una crisi sistemica di proporzioni mai viste.

Migliaia fra i giovani che hanno partecipato alle manifestazioni da Seattle in poi, vedi Genova,  non sapranno forse cosa sono esattamente il G8, la WTO, il FMI e la Banca Mondiale, ma sanno benissimo che lavoro hanno se lo hanno, quanta parte della loro vita dev'essere devoluta ad altri, quanto viene loro in tasca e quanto sia precaria ogni occupazione in un mondo nel quale la globalizzazione dei mercati significa anche e soprattutto globalizzazione della forza-lavoro a basso prezzo. Trattati come schiavi moderni, carichi di rabbia sacrosanta per l'insensatezza della vita che sono costretti a condurre, infuriati e nello stesso tempo impotenti di fronte alla miseria del mondo, generosamente disposti anche allo scontro, essi vanno periodicamente al macello in simulacri di guerriglia fine a sé stessa contro una polizia mondiale che conosce perfettamente forze e comportamenti degli "organizzatori". Forse ripetono per sentito dire vaneggianti luoghi comuni sull'economia imperialista e sulle multinazionali assassine, ma avvertono istintivamente che le sorti di miliardi di persone sono davvero appese a un filo, e che dipendono dalla direzione presa da ricorrenti ondate di capitali. Seguono parole d'ordine contingenti nella forma e antiche nella sostanza, cadono nella trappola del pacifismo sociale e dell'interclassismo,  spesso praticano con convinzione forme di solidarietà effimera e individuale, ma si portano dentro contraddizioni esplosive che la piazza fa esplodere. E sono pronti a battersi, con entusiasmo degno di miglior causa.  

 

Officine corsare occupazione Rettorato Torino

in margine alle lotte della scuola-

Oggi.
L’attacco alla scuola pubblica, tende a ridurre i costi della riproduzione della futura forza lavoro. Ciò viene realizzato piuttosto che attraverso l’eliminazione degli sprechi e del parassitismo sociale, attraverso la riduzione del personale, l’aumento degli alunni per classi, la non manutenzione degli impianti scolastici, il risparmio sui servizi connessi, dai trasporti alle mense alla strumentazione, e il loro carico sulle famiglie. Ma soprattutto con l’abbreviazione dei corsi di studio presentata come maggiore efficienza, ma in realtà come dequalificazione, a cui fa da contraltare, soprattutto nei livelli più alti, l’orientamento verso la privatizzazione che favorisce la scuola privata, con i master per le classi alte e medio alte. Lo smantellamento della scuola pubblica risponde anche all’esigenza di adeguarsi al carattere flessibile e precario dell’occupazione, dove ormai nessuna forza-lavoro in formazione è sicura di trovare un’occupazione consona al corso di studi prescelto.

Del resto, la tradizionale funzione di trasmissione dell’ideologia dominante da parte della scuola viene anch’essa progressivamente erosa, assorbita e assolta anche meglio dal contesto sociale. I giovani assorbono le ideologie dominanti già fuori della scuola, nella vita sociale a partire dalla famiglia e dagli stili di vita e del cosiddetto tempo libero proposti già a monte della scuola.
Si tratta perciò di una parte del più generale attacco alle condizioni di vita e lavoro.
Inoltre, col rendere la scuola un terreno privato, la classe dominante soddisfa il suo bisogno di far profitti, trovare anche un nuovo settore dove collocarsi a livello dirigenziale, mentre lo Stato soddisfa il suo bisogno di trovare un sicuro flusso d’imposta, anziché soltanto spendere denaro per un servizio pubblico a fondo perduto.
Domani.
La futura società farà a meno della scuola separata e senza alcun legame con la vita, come l’abbiamo conosciuta in questi ultimi secoli e nella sua suprema degenerazione nell’epoca nostra. Il lavoro stesso sarà liberato dal suo carattere estraneo, schiavizzato, forzato e animalesco, non più alienato. Sarà così la vera formazione dell’uomo riconciliato con la propria natura sociale e il tempo libero sarà veramente tale. Non diverso dal tempo di vita e di lavoro, permetterà a tutti di coltivare le aspirazioni conoscitive, scientifiche, artistiche e culturali. Si lavorerà per risolvere problemi di tutti, non come oggi per sopravvivere al solo livello della soddisfazione dei bisogni elementari animali.

Lavoro, studio, scienza e conoscenza non potranno essere separati. Lavoro e produzione saranno per i bisogni dell’uomo evoluto e potenziato e non per il profitto. L’enorme sviluppo delle forze produttive accresciute dall’abolizione del pluslavoro, ridurrà come conseguenza il tempo di lavoro necessario per tutti. Sarà priva di senso quella che finora è stata la dannazione della specie umana, la trasformazione del lavoro in valore.(dante)

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personale della scuola 620.000  insegnanti nel 2008- personale tecnico amministrativo (ata) 220mila  - 7,8 milioni studenti.

-nel 2006 l'intervento pubblico per l'istruzione scolastica è stato di oltre 57 miliardi d'euro

 2007 61.929 (Università e Ricerca) docenti—personale tecnico 60.000- Nel 2006 :personale impegnato in attività di ricerca nelle università italiane 67.700 unità Sono previste altre forme di collaborazione per svolgere attività di ricerca. Tra queste numerose sono le borse di dottorato (24.508 nel 2007), gli assegni di ricerca (11.719) ed i contratti di prestazione autonoma (6.230). Le borse di studio post-dottorato risultano essere 917- 1,8 milioni studenti universitari

 

Mai la scuola italiana aveva raggiunto, nel corso degli ultimi decenni, un livello così basso. Per molti quasi un punto di non ritorno. Lo confermano i dati statistici, lo stato degli atenei italiani, le difficoltà della didattica, gli scarsi risultati degli studenti (rispetto ai coetanei europei). La scuola italiana è al collasso, si sa, nonostante le tante riforme (pseudo-riforme) di questi ultimi anni. Un numero considerevole di tentativi che, invano, hanno cercato di dare un po’ di respiro al settore, senza riuscirci. Anzi, quello che abbiamo davanti è un quadro sempre più cupo, senza prospettive. E così, assistiamo, ad una serie di scandali, di decisioni eclatanti, spesso non conformi neanche alla stessa legge italiana. Lo sa il Ministro dell’Istruzione Gelmini, lo sanno gli operatori della scuola, lo sanno gli studenti. E dalla scuola di Adro al nuovo protocollo firmato fra il Ministro dell’Istruzione Gelmini e il Ministro della Difesa La Russa, il passo è davvero breve. Forse l’ultimo colpo di coda di un’estate “drammatica” per la scuola, che preannuncia un autunno davvero caldo, anzi, incandescente.


Lo chiamano “allenati per la vita” ed è un corso valido come credito formativo rivolto agli studenti dei licei. In realtà sembra un vero e proprio corso “paramilitare”. Non è uno scherzo. E’ un protocollo già firmato fra la Gelmini e La Russa. Ma cosa prevederà? Con grande pace della Gelmini, gli studenti dei licei impareranno a sparare con pistola (ad aria compressa), a tirare con l’arco, ad arrampicarsi, a eseguire perfettamente “percorsi ginnico-militari”. E quale sarebbe l’assurda spiegazione (motivazione) di questa nuova trovata “geniale” del Ministro Gelmini? Ecco la laconica ed “ipocrita” risposta: “Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”. Si tratta, in buona sostanza, di veicolare la pratica del mondo militare in quello della scuola: roba da altri tempi, tempi bui e, speriamo, non riproponibili.
Ma la speranza “muore” leggendo, di fatto, in cosa consisterà la prova finale per il nuovo corso “allenati per la vita” (leggi corso “paramilitare”, ndr): “una gara pratica tra pattuglie di studenti”. No, non è un errore di battitura. La circolare parla proprio di “pattuglie” di studenti. A dir poco equivocabile e senza ritegno il termine utilizzato. Fosse solo il termine! E’ un progetto “innovativo” passato nel silenzio assoluto delle opposizioni. Ma anche questa, purtroppo, non è una novità.

E con la nuova proposta Gelmini – La Russa , si allunga, di fatto, l’elenco degli incomprensibili provvedimenti del Ministro dell’Istruzione. I tagli alle elementari hanno eliminato qualsiasi potenzialità di realizzare il vero tempo pieno e ridotto gli spazi per progetti, uscite didattiche e laboratori. Non c’è un insegnante di sostegno ogni due studenti disabili, come prevede la legge, a tal punto che alcuni alunni vengono seguiti solo per cinque ore settimanali. Il provvedimento che prevede il numero maggiore di studenti per classe, da 27 a 35, viola apertamente il testo sulla sicurezza scolastica: Il D.M. Interno del 26/8/1992, recante “Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica”, al punto 5.0 (“Affollamento”) stabilisce che, al fine dell’evacuazione delle aule, il massimo affollamento ipotizzabile è fissato in 26 persone/aula ed al punto 5.6 (“Numero delle uscite”) che le porte devono avere larghezza di almeno m 1,20 ed aprirsi nel senso dell’esodo quando il numero massimo di persone presenti nell’aula sia superiore a 25 (quante scuole, in tutto il territorio nazionale, non sono in regola? La maggioranza). E la riduzione del tempo scuola nei licei artistici (11%) , nei licei linguistici (17%), negli istituti tecnici e professionali (diminuzione del 30% delle ore di laboratorio) a quale esigenza didattica di rinnovamento rispondono? Forse servono a far posto a pseudo-corsi di natura “paramilitare” come quello messo in campo dal duo Gelmini – La Russa? Tante sono le domande, poche le risposte e le certezze. Quello che appare chiaro, tuttavia, è che non basteranno anni di riforme e provvedimenti ad hoc per far risalire la china alla scuola italiana. E la trovata degli studenti soldato nei licei, a dir poco bizzarra, non va in quella direzione. Siamo al punto più basso della scuola italiana? Peggio di così non può andare? Seppur infinitamente poco consolatoria, dateci almeno questa, di certezza.

Fonte:Famiglia Cristiana
(http://www.famigliacristiana.it/Informazione/News/articolo/la-scuola-militare.aspx)

Emanuele Ameruso


Gioventù bruciata

di BARBARA SPINELLI-repubblica 8 dic2010

Ha ragione Mario Adinolfi a ricordare che è cosa insultante oltre che menzognera, parlare di giovani senza futuro o d'una sola generazione depredata. Un trentasettenne precario non è più giovane, e il fatto che gli tocchi pregare per essere riconosciuto (questa l'etimologia di precario) è lo scandalo che vien mascherato chiamandolo giovane. Una catena di generazioni fatica a preparare prima l'età matura, poi l'anziana. I nati dopo il '70 sono la metà degli italiani: 28 milioni 150.000, non più solo figli ma padri che della vita attiva non conoscono che contratti brevi o niente contratti. Che s'imbarcano in lavori low cost o addirittura gratuiti, come denunciato da Michele Boldrin, professore di economia alla Washington University di St Louis (Il Fatto, 11 novembre).

Lavorare gratis è una pratica in espansione, per chi non ha forze e soldi per fuggire all'estero. È una regressione, nei rapporti sociali e nel riconoscimento reciproco fra l'Italia che ha un posto e l'Italia che ha semplici attività, menzionata di rado. I giovani fanno questa scelta volontariamente, consapevoli d'essere immersi nella Necessità: dare il proprio tempo senza salario li rende visibili, consente di "accumulare punti". Alla fine del tunnel, chissà, il riconoscimento verrà e avrà gli occhi di un lavoro decentemente pagato. Lo sfruttamento s'è fatto banale: è un'usanza dettata dal principe (un bando dell'autorità). È la morale del tempo presente.

Se questa è la realtà, si può capire come la riforma Gelmini sia solo una miccia  -  così Ilvo Diamanti, lunedì su Repubblica  -  che ha acceso risentimenti acuti, non limitati all'istruzione che pure è "crocevia nella vita" d'ognuno. Analoghe micce anti-riforme si moltiplicano, a occidente, ma cruciali non sono le riforme, così come per Heidegger l'essenza della tecnica non è la tecnica ma quel che essa disvela, provoca. Nella rivolta dei giovani francesi la pensione è un pretesto: essi sanno che il paese invecchia, che i soldi dello Stato sociale non bastano. Se protestano con tanto accanimento è perché qualcos'altro è in gioco: il disagio, più radicale, riguarda l'esistere stesso; il perché e il come si vive l'oggi e si pensa, tremando e temendo, il futuro.

In tutti i paesi industrializzati il futuro è programmato penosamente. Adinolfi lo spiega bene nella rivista Week, iniziata il 25 novembre. Basandosi su ricerche dell'Istat e del Center for Research on Pensions and Welfare Policies (Torino), Adinolfi fornisce cifre cupe sulla metà d'Italia che vive il precariato. Al momento, chi va in pensione o sta andandoci è sicuro di ottenere circa il 95 per cento della media dei compensi degli ultimi anni.
Non così il precario nato dopo il '70: la percentuale crolla dal 95 al 36. Fra 20 anni, quando andrà in pensione, riceverà  -  se avrà lavorato 32 anni su 40  -  340 euro al mese. Duro in tali condizioni fabbricare futuro, generare figli che non potremo sostenere e non ci sosterranno, impoveriti anch'essi.

I rivoltosi vedono questo, guardandosi allo specchio: uno scenario che mette spavento. Che ti porta a dire, visto che a nulla è servito il titolo di studio: non resta che farmi menare dalla polizia. Esibisco la mia bile nera, come gli eroi di Moby Dick che è uno dei miei libri-vessillo. Non mi resta, come in Gioventù Bruciata di Nicholas Ray, che il chicken run. Il chicken run è la gara mortale che James Dean ingaggia coi compagni: vince chi guida l'auto sino all'orlo del burrone, tentando di saltar fuori in extremis. Chi fugge la prova è un pollo, un vile. È significativo che a costoro si neghi oggi perfino il diritto a morire, quando sei attaccato a un tubo senz'averlo deciso.

Il chicken run che impregna il tumulto è argomento tabù. Se ne ragiona molto sul Web  -  l'agora di queste generazioni  -  ma poco sui giornali. C'è una complicità tacita, che impedisce alla verità d'esser disvelata. Non ne parlano gli imprenditori, che del lavoro precario o gratuito profittano; e neanche i sindacati, tutori dei pensionati. Nella Cgil, il 53 per cento degli iscritti aderisce al Sindacato dei pensionati italiani (Spi). Se la crisi dice qualcosa  -  sulla crescita che nei paesi sviluppati s'abbasserà stabilmente, sul clima da proteggere, sullo Stato impoverito  -  questo qualcosa dovrà implicare nuove distribuzioni fiscali, e anche una mutazione di linguaggio. Riformismo, accordi bipartisan: sono vocaboli inani, se usati solo per dissimulare tagli. Tutti hanno rovinato l'istruzione, il patto bipartisan già esiste (da Luigi Berlinguer a Mussi, Moratti, Gelmini). L'accordo non va cercato tra partiti ma tra l'Italia che è nello Stato sociale e quella che ne cascherà fuori. Non di patti bipartisan c'è bisogno, ma di dirigenti (politici, imprenditori, sindacati, accademici) che queste cose le guardino in faccia.

Anche il popolo del disagio ha sue responsabilità. È un punto su cui Boldrin insiste crudamente: "Cosa volete fare, ragazzi e ragazze? A favore di cosa siete scesi in piazza, oltre che contro il ddl Gelmini? Perché è questa, non altra, la questione che dovete avere il coraggio d'affrontare". Il risentimento è comprensibile, ma il tema del merito sollevato dalla riforma resta. E che significa rottamare un ceto politico, se non invocare palingenetiche facce giovani? Perché difendere lo status quo universitario, finito in marasma? È come desiderare la crescita squilibrata che nel 2007 causò la crisi economica nel mondo.

Si disserta spesso in Italia della sindrome Peter Pan, che ti reclude nei focolari paterni o materni: secondo l'Istat, il 68 per cento vive coi genitori sino a 35 anni. Lo stesso succede in paesi cattolici dove la famiglia sostituisce il Welfare: Spagna, Irlanda. Ma la vista psicologica è corta, occulta le cause strutturali. Scrive Vincent Venus, direttore del Giovani Federalisti Europei a Berlino, che questa è una generazione diversa: ricorda gli anni '40. Non una conflagrazione militare le ha aperto gli occhi; ma la crisi del lavoro, del pianeta, dell'economia, è un'esperienza interiore di guerra: "È una sfida, quella odierna, che i nostri genitori hanno ignorato. Il compito è talmente vasto che somiglia a quello della generazione postbellica. Unica differenza: non si tratta solo di ricostruire la società, in Europa, ma di mantenere in vita il Welfare". Pur rispettando i conti, oggi esistono cose da preservare: la solidarietà sociale, il lavoro, il pianeta. La distruzione non è più creativa.

Fu così anche nel 1942, quando il Welfare prese la forma di un piano comune di lotta al bisogno: il piano di William Beveridge. "È proprio adesso, con la guerra che tende a eliminare ogni genere di limitazioni e differenze, che si presenta l'occasione. (...) Un periodo rivoluzionario nella storia del mondo è il momento più opportuno per fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi" (Beveridge, La libertà solidale, Donzelli 2010).

Molti si domandano come mai il malcontento non sia esploso prima di Berlusconi, visti gli errori della sinistra. Domanda sensata, ma vista parziale. Lo spirito dei tempi modellato da Berlusconi e dalle sue Tv ha dilatato al contempo i risentimenti dei dannati e lo sprezzo dei salvati, sostituendo lo Stato sociale con la compassione o l'ignoranza. Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, ha detto in Tv: "Se un uomo a 37 anni non può pagarsi il mutuo è colpa sua: vuol dire che è un fallito". Nemmeno gli avversari del '68 usavano aggettivi simili.

Negli italiani è stata svegliata nell'ultimo decennio, e nutrita, ingigantita, la parte peggiore. È come quando, nel febbraio 1932, il socialdemocratico Kurt Schumacher denunciò l'attacco di Goebbels ai socialdemocratici-partito dei disertori: "Tutta la propaganda nazionalsocialista è un costante appello alla brutta canaglia interiore (Schweinehund) che abita ciascun uomo".
 

( 08 dicembre 2010 ) © Riproduzione riservata


 

 

 

 

«Ordine e disciplina», ex militari in aula istruiranno i ragazzi

di Giorgio Salvetti

su il manifesto del 24/09/2010

 

Valori. Tutto qui. Questo, secondo il tenente Paolo Montali, è il senso del corso benedetto da Gelmini e La Russa. I responsabili dell'associazione dei militari in congedo della Lombardia (Unuci) sono convinti di fornire un servizio sociale alle scuole e ai ragazzi. «Insegniamo ad uscire dall'individualismo e a fare attività fisica all'aperto. Offriamo una valida alternativa all'alienazione virtuale davanti al computer e alla play station».
Ma di quali valori parlano? I valori dei militari in congedo, ovviamente. «Crediamo nell'ordine, nella disciplina e nella gerarchia», ammette con orgoglio il tenente. «Si sta creando un caso sul nulla, un can can che non ha motivo di essere. Noi lavoriamo già da tre anni e nessuno si è scandalizzato. I ragazzi e le scuole ci apprezzano, le adesioni sono in continuo aumento. L'uso delle armi è limitato e orientato a finalità sportive». Il corso Allenati per la vita - dicono gli organizzatori - è la principale attività «sociale» dell'Unuci. Gli altri progetti hanno un carattere prettamente militare: riguardano competizioni e addestramento per i soldati in congedo. Il carattere sociale sarebbe confermato anche dal coinvolgimento di enti non militari come la Croce rossa e la Protezione civile. Ai corsi nelle scuole partecipano 15-20 persone per provincia per un totale di 100 persone. Loro si considerano volontari. Lo fanno a titolo gratuito e senza spese per le scuole. Forniscono dispense, bussole, per chi vuole danno anche una mimetica per le escursioni sul campo, in montagna, dove costruiscono rifugi nella neve. «Al massimo ogni ragazzo deve sborsare 25 euro per qualche spesa di poco conto. Se poi a scuola manca la carta igienica questo non dipende da noi. Noi diamo alle scuola qualcosa di extra, fuori bilancio e fuori dall'orario delle lezioni». I corsi sono particolarmente presenti nelle provincie del nord della Lombardia (Varese, Bergamo, Monza). A Milano lavorano sia per scuole pubbliche, come l'istituto tecnico Ettore Conti, che per scuole private, come l'istituto Leopardi. Funziona così. Parlano con il preside che porta la proposta in consiglio d'istituto. Se viene approvata i ragazzi interessati si iscrivono ai corsi. Al termine c'è una gara, una specie di percorso topografico, nel corso del quale «pattuglie» di studenti affrontano varie prove. Ai partecipanti viene rilasciato un attestato di frequenza che vale come credito formativo. Le prime tre edizioni del «saggio finale» si sono tenute al parco di Monza e al parco Nord di Milano, lo scorso anno all'Idroscalo.
Le lezioni a Milano si svolgono nella sede dell'Unuci o in spazi forniti dall'esercito, caserme comprese. Ma sono solo spazi gratuiti come altri, spiegano. Il tiro con le armi si fa al poligono nazionale di Milano. «Si tratta di una disciplina sportiva, olimpica - sostiene il tenente - e poi si usa questa occasione per insegnare il rispetto delle regole». E i corsi di difesa nucleare e batteriologica? «In tempi di terrorismo e incidenti industriali è logico insegnare a difendersi da queste eventualità». Sono soldati, non docenti, e lo ammettono. Ma sentono di avere una lezione di vita da dare ai ragazzi. E sono convinti di essere in grado di farlo. «Le forze armate sono dipinte in modo distorto dalla cinematografia - continua il tenente - adesso che la naja non c'è più se qualcuno grazie ai nostri corsi corregge questa immagine e si avvicina all'esercito ne siamo contenti». I militari-prof pretendono anche di combattere il bullismo. «Noi ufficiali di complemento conosciamo bene il nonnismo nelle caserme e siamo abituati a correggerlo, perché crea problemi psicologici negli uomini ai nostri comandi. Mina ordine e disciplina». Signorsì.


 

Pinerolo

Il CUEA e la crisi del SUMI

Col cambio di direzione regionale mancano i soldi per l’università SUMI a Pinerolo.

Incerto futuro per i dieci dipendenti del CUEA in cassa integrazione.

Problemi storici: (aveva senso questa università a Pinerolo? a 35 km da Torino?) i professori non avevano spazi per ricerca, mancava una biblioteca  manca un radicamento sul territorio pinerolese.Il vice-rettore dell'ateneo, prof. Cavallo-Perin, «Le sedi periferiche sono tutte in discussione. Abbiamo già chiuso Ivrea, ora ci sono problemi anche per Biella e Cuneo». Negli anni Novanta c’è stata una pioggia di università decentrate, senza aumento organici, creando solo problemi ai professori…Pinerolo seguirà dunque le sorti di Ivrea? Dice Fassone: non si può puntare sull’eccellenza? Ad es. Scienza delle Alpi?

sotto scheda eco del chisone

bozza proposta di Elvio fassone - pdf

http://www.cueapinerolo.it/default.asp?info1=53

 

i laureati italiani che lavorano all'estero sono 300mila, lo stato italiano per prepararli ha speso 35 miliardi di euro

 

sintesi ricerca sugli insegnanti- Fond. Agnelli - pdf

2009


Le proposte di riforma della R29A

Audizione alla VII Commissione permanente della Camera dei Deputati (fai click QUI per la versione PDF)

28 settembre 2010


I Ricercatori Universitari della Rete29Aprile, chiedono una riforma organica dell’Università, adeguata agli standard dei Paesi più evoluti. Vogliono che l’Università Italiana sia in grado di competere ai più alti livelli qualitativi e quantitativi, dando piena realizzazione a quelle potenzialità che sono presenti nei ruoli e nelle figure che ruotano intorno all’Università e agli enti di ricerca. Per ottenere questo obiettivo, la Rete29Aprile ritiene indispensabile che si
definisca in modo chiaro quale sia il modello di Università cui si aspira e su quali parametri lo si vuole costruire, prima di intraprendere qualsiasi percorso di riforma. Per definire le strategie è infatti indispensabile definire cosa si vuole ottenere, ma finora duole osservare che non è mai stato aperto uno spazio di confronto, anche solo sugli obiettivi da raggiungere, nonostante l’amplissima mobilitazione dei ricercatori e il forte invito del Presidente della Repubblica.


La Rete29Aprile chiede quindi con fermezza che si apra un vero dialogo che permetta di discutere e confrontarsi sulle proposte di rilancio dell’Università. L’assenza attuale di reali aperture al confronto comporta la doverosa conferma, da parte delle migliaia di ricercatori della Rete, della piena indisponibilità a nascondere le già gravi sofferenze del sistema universitario dovute alle misure governative svolgendo compiti didattici non dovuti per legge. Tale atto di responsabilità e di testimonianza, che comporta non pochi sacrifici per gli stessi ricercatori, è anche dovuto alla opinione pubblica affinché prenda consapevolezza delle conseguenze della politica del Governo sull’Università. Prima di entrare nel dettaglio delle proposte di riforma, è indispensabile sottolineare le gravissime urgenze che in questo momento richiedono interventi tempestivi per garantire la sopravvivenza stessa delle università: il perdurante sostanziale blocco del turn-over degli ultimi anni, nonché il drastico taglio del 50% delle risorse derivanti dai pensionamenti, senza dimenticare l’ingiustificabile riduzione del finanziamento delle università tale che nel prossimo anno le risorse complessive del Fondo di Finanziamento Ordinario saranno minori del costo complessivo degli stipendi e nel 2012 addirittura inferiori a quelle del 2002. Tutti questi vincoli, uniti all’uscita per pensionamento di un terzo degli attuali docenti nei prossimi cinque anni, avranno evidenti conseguenze sotto l’aspetto della qualità e quantità della didattica, della ricerca e del diritto allo studio. Non bisogna infatti dimenticare che l’Italia ha già oggi, secondo i dati OCSE, una bassa
percentuale di studenti universitari, che non potranno che diminuire ulteriormente di fronte ad una drastica riduzione dei docenti. Occorre inoltre eliminare quelle norme che affidano ai soli professori ordinari, il cui potere si dice di voler limitare, il completo controllo delle commissioni di concorso.
In un progetto di rilancio dell’Università italiana con la prospettiva del raggiungimento e mantenimento degli standard internazionali, il primo parametro nella riorganizzazione del personale universitario deve essere l’uso di criteri che siano stabili e non modificabili sulla base di fluttuazioni imprevedibili. Serve, per esempio, garantire un corretto rapporto studenti/docenti e non fissare quindi la numerosità del corpo docente a priori. Ugualmente serve stabilire priorità di sviluppo almeno quinquennali che indirizzino gli investimenti finanziari e di personale su obiettivi strategici di lungo respiro, per preparare i giovani di oggi alle sfide di domani. Discorso analogo vale per la ristrutturazione delle carriere del personale, che deve garantire l’avanzamento di carriera in termini meritocratici funzionali al progresso delle strutture e non solo finanziari.

Nella stessa logica, se si vuole dar spazio alla creatività della ricerca, da sempre motore e chiave di volta dello sviluppo, è indispensabile dare opportuni spazi alla ricerca “di base” che, pur non avendo applicazioni nell’immediato, è quella che ha portato alle scoperte più rilevanti per il nostro tempo e alle applicazioni tecnologiche fondamentali che oggi sono quotidianità, spaziando dalla medicina alle nanotecnologie, senza dimenticare gli altri ambiti culturali.Sulla base quindi di queste riflessioni, le proposte della Rete29Aprile si possono condensare in alcuni concetti chiave:

- Istituzione di un ruolo unico della docenza, con pari diritti per tutti ma con oneri gestionali crescenti all’aumentare del livello interno al ruolo unico. In questo livello devono poter confluire tutti coloro che, appartenendo ai ruoli universitari, attualmente svolgono già attività di docenza. L’ingresso (in qualunque livello interno al ruolo unico) e la progressione di carriera devono essere nettamente separati, legando la seconda a criteri più meritocratici che economici. L’ingresso in ruolo deve essere invece strutturato e organizzato in base a criteri meritocratici e alle strategie di medio/lungo periodo. Fare questo vuol dire eliminare tutti gli attuali vincoli puramente burocratici che rendono la concorsualità italiana di una farraginosità tale da essere completamente inefficace.

- Definire la numerosità del corpo docente pari almeno a quella del 2008, anno in cui, stando ai dati OCSE, l’Università italiana era comunque sottodimensionata rispetto ai nostri diretti concorrenti sul piano internazionale. Fare questo vuol dire prevedere un piano strategico di assunzioni nei prossimi 3-5 anni, unitamente alla definizione di una numerosità dei livelli del ruolo unico funzionale sulla base di obiettivi strategici e non aprioristici. Fare questo vuol dire anche mettersi nelle condizioni di poter elaborare piani pluriennali delle assunzioni in ruolo e delle progressioni, da rendere noti e chiari a tutti per tempo, funzionali al mantenimento e allo sviluppo delle strutture di didattica e di ricerca odierne.

- Creare un unico percorso pre-ruolo che, cancellando l’attuale pletora di figure precarie, permetta di reinserire l’Italia nei canali più normali di ingresso nei ruoli tipici dei paesi avanzati. Questa figura pre-ruolo deve necessariamente essere legata ad una vera tenure track, con accantonamento  preventivo delle risorse finanziarie necessarie per l’assunzione dei meritevoli, non più vincolata quindi a criteri economici ma di merito. Questa strategia permetterà inevitabilmente anche di limitare l’abuso del precariato e costringerà le università a scelte intelligenti e meritocratiche.

- Garantire un vero diritto allo studio, mediante un opportuno rifinanziamento dello stesso, che assicuri a tutti gli studenti meritevoli l’accesso al sostegno allo studio. La certezza di disporre di tali strumenti da parte degli studenti meritevoli avrà inevitabilmente riflessi positivi sulle motivazioni e sui risultati degli stessi, che non subiranno più la pesante frustrazione della consapevolezza di un diritto negato.

- Strutturare il governo degli atenei in modo che in ogni livello di gestione tutte le componenti abbiano una loro corretta rappresentanza. Occorre tuttavia assicurarsi che l’autonomia delle scelte negli ambiti di Ricerca e Didattica resti nelle mani di chi ha la responsabilità, l’onere e le conoscenze necessarie per portare avanti queste scelte sul medio-lungo periodo, garantendo una composizione che impedisca in detti organi di governo maggioranze di persone esterne ai ruoli universitari, siano essi di docenza o di personale tecnico-amministrativo. Serve inoltre garantire che il Consiglio di
Amministrazione e il Senato Accademico mantengano funzioni separate e specifiche, senza sovrapposizioni di ruolo, distinguendo la gestione amministrativa dalla politica della didattica e della ricerca.

- Tutto questo non può prescindere quindi da un adeguato finanziamento degli atenei e della ricerca scientifica, programmato su base pluriennale e strutturato a partire dalla garanzia della copertura dei costi fissi legati agli stipendi. La quota aggiuntiva rispetto ai costi fissi deve essere dimensionata in modo congruo rispetto agli obiettivi strategici nazionali e dei singoli atenei e non può essere determinata in base a valutazioni fatte a priori su quale spesa è ragionevole considerare o meno elevata.

- Garanzie di una politica di sviluppo della ricerca che assicuri l’emissione di bandi per progetti di ricerca con cadenze certe, tempi certi di valutazione e finanziamenti congrui con gli standard internazionali, spostando finalmente l’attenzione di chi si occupa di ricerca dal cercare di far quadrare bilanci ingestibili al fare ricerca ai massimi livelli.

Tutte queste idee discendono dall’idea progettuale dei ricercatori della Rete29Aprile sull’Università. I Ricercatori della Rete29Aprile sono in larga parte persone abituate a lavorare in competizione internazionale e hanno spesso vissuto lunghi periodi in centri di ricerca internazionali, facendosi apprezzare per la qualità del proprio lavoro. Le loro competenze, le loro esperienze, e di conseguenza le loro richieste nascono dal desiderio e dalla volontà di riportare l’Italia sugli standard di efficienza, produttività e merito delle nazioni all’avanguardia nella ricerca scientifica. In questi paesi chi si occupa di ricerca lo fa esclusivamente con progetti strategici pluriennali di lungo respiro, come richiesto fortemente all’Italia dall’Unione Europea nell’ambito dei Programmi Quadro per la ricerca europea.

Particolare attenzione, infine, meritano i problemi che sorgeranno nella fase successiva all’eventuale emanazione della legge, per cui in un periodo non inferiore a tre anni non sarà tecnicamente possibile l’assunzione di professori in ragione dei tempi tecnici di espletamento delle procedure concorsuali. Nello stesso periodo il combinato disposto di contrazione dei finanziamenti e fuoriuscita di personale porterà il sistema universitario italiano indietro di diverse decine d’anni.

La Rete29Aprile si dichiara fin d’ora pienamente disponibile a collaborare con il Governo, il Parlamento e con tutti coloro che hanno a cuore l’Università pubblica per migliorare il presente DDL sulla base di quanto esposto.

 

L'Università: "Dovremo chiudere
le residenze per gli studenti"

 

Il collegio universitario di corso Lione

Dalla Regione 10 milioni
in meno all’Edisu nel 2011
«Così spariranno anche le
12 mila borse di studio»

andrea rossi

torino

Le statistiche del ministero lasciano pochi dubbi: in Piemonte c’è un sistema del diritto allo studio che funziona, uno dei migliori in Italia. Tutti gli studenti universitari che hanno diritto ricevono un sostegno, da 2000 a 4500 euro l’anno. Ci sono regioni in cui - altro che cento per cento - la copertura non supera il quaranta per cento. La Regione ha cresciuto in casa un piccolo gioiello, ma ora rischia di mandarlo in frantumi. «Nel 2011 non potremo erogare le borse di studio e nemmeno tenere aperte le residenze universitarie. Insomma, possiamo chiudere», si sfoga la presidente dell’Ente per il diritto allo studio Maria Grazia Pellerino.

Colpa dei tagli incrociati Miur-Regione. L’Edisu quest’anno chiuderà il bilancio in pareggio a 65 milioni di euro: circa i due terzi sono stati spesi in borse di studio per oltre 12 mila studenti; il resto in servizi, contratti e manutenzioni delle 23 sedi in regione, di cui 15 a Torino. A luglio l’assestamento di bilancio varato dalla giunta Cota ha ridotto lo stanziamento regionale, ad anno in corso, da 25 a 17 milioni di euro. «Ce l’abbiamo fatta solo grazie agli avanzi di bilancio delle gestioni precedenti», spiega la presidente Maria Grazia Pellerino, «segno che avevamo utilizzato le risorse in modo oculato e virtuoso».

L’anno prossimo non sarà più possibile. Le casse si sono svuotate. E nel bilancio di previsione 2011 la Regione ha pressoché azzerato i fondi: da 17 a 7 milioni, una sforbiciata del 60 per cento che va ad aggiungersi alla cura dimagrante imposta dal ministro Gelmini, altri dieci milioni in meno. Venti milioni da sforbiciare su un bilancio di 65 sono un taglio d’accetta da cui nessuno saprebbe uscire indenne. Figurarsi un ente che non ha possibilità di reperire risorse private perché eroga un servizio pubblico. «A malapena riusciremo a far fronte ai contratti per la gestione delle residenze, i fornitori, i servizi». E il resto? «Con queste cifre non potremo erogare servizi».

La presidente dell’Edisu ha scritto al governatore Cota chiedendo che la Regione riveda il taglio. Le ha risposto, indirettamente, l’assessore al Bilancio Giovanna Quaglia: «Credo siano allarmismi prematuri, visto che il bilancio deve ancora essere discusso. Non ci sono elementi concreti a supporto di queste cifre». Secondo Quaglia «i fondi cui si fa riferimento sono residui dei fondi statali, mentre quelli regionali devono ancora essere stabiliti e fanno parte delle risorse che vogliamo discutere e definire in aula». Il riferimento è al tesoretto di 333 milioni ancora da dividere. Ma il chiarimento non convince l’opposizione. Il consigliere del Pd Roberto Placido, che aveva già sollevato il caso a luglio, attacca a testa bassa: «Alla faccia dell’investimento sul futuro dei nostri giovani. Anziché stare in tv Cota pensi a garantire i fondi necessari a mantenere il Piemonte ai livelli di eccellenza che sempre lo hanno contraddistinto».

Un’altra tegola per le università piemontesi, già alle presi con una valanga di problemi. L’altro giorno, di fronte al bilancio regionale di previsione, che riduceva - almeno per ora - i fondi per università e ricerca da 144 a 7 milioni di euro dai rettorati non si è levata alcuna protesta. Ieri nemmeno, in compenso ci hanno pensato gli studenti: «Qui si calpesta la Costituzione», dice Alice Graziano, presidente del Senato degli studenti dell’Università. «L’articolo 34 dice che capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».

 

Scuola, studenti in piazza in 80 città  8 ott 2010

 

Manifestazioni previste anche nei piccoli centri di provincia. Protesta che si fonde con quella dei ricercatori e dei precari. A Roma il corteo si concluderà davanti al ministero di C. ZUNINO