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Inchiesta val pellice - eco del chisone

Dall'Agricoltura.....

La storia economica della val Pellice rispecchia la sua conformazione geografica: lunga 32 chilometri e, dalla sorgente del Pellice al Comune di Bricherasio, divisa in tre aree. La prima di queste, la bassa valle, ha il suo epicentro nel comune di Luserna San Giovanni, segue una media valle che comprende i territori di Torre Pellice, Villar Pellice e la parte più bassa del comune di Bobbio Pellice e, infine, un'alta valle, con predominanti caratteri alpestri.

In questo composito spazio è intrecciata e si completa un'economia che vede l'industria, in particolare quella tessile, l'estrazione e la lavorazione della pietra, l'agricoltura e, seppur con incidenza parziale, il turismo come elementi trainanti della Valle.

L'agricoltura ha ricoperto un suo spazio importante, in quanto solo il 3% della sua superficie era seminata. Fu proprio Edmondo De Amicis, nei suoi avvincenti bozzetti paesaggistici, a descriverla come luogo "coperto di gelsi e d'alberi fruttiferi, vigneti sopra vigneti, e campi biondi su campi biondi". Un'agricoltura molto frazionata e contenuta nella sua estensione a causa delle caratteristiche geo-morfologiche della Valle. Nel corso del tempo la proprietà terriera, di carattere familiare, si estendeva da 1 a 5 ettari.

Una produzione intensiva, come d'altra parte in tutte le valli alpine, destinata a fornire a ogni famiglia e alla comunità nel suo insieme tutto il necessario quotidiano. Pochi prodotti venivano esportati ( tipo la castagna), per il loro carattere non estensivo.

I catasti ci indicano il frazionamento eccessivo delle proprietà contadina, causato dalla presenza di famiglie con nuclei molto numerosi ed è proprio tra i componenti di questi che il fondo agricolo veniva suddiviso. Intenso fu anche l'allevamento dei bovini, ovini e caprini, i quali venivano portati durante il periodo estivo nei pascoli d'alta valle ("fourest"). La produzione agricola e pastorale diffusa e varia interessava la media e bassa Valle. Se gli abitanti di Bobbio erano in maggioranza pastori, quelli di Luserna S. Giovanni traevano le loro risorse soprattutto dalle coltivazioni. Le attività agricole e di pastorizia tendevano ad equilibrarsi nella valle tra la zona del Pellice e quella dell'Angrogna.

...all'industria

L'industria affonda le proprie radici alla fine del XVIII secolo, quando, nel 1793, Giovanni Daniele Peyrot introdusse "dello stame all'uso inglese e successiva formazione di stoffe di lana", impiegando nel primo ventennio dell'ottocento circa cento operai. E' del 1933 l'impianto di filatura del cotone sorto per opera di Giuseppe Malan a Pralafera, entro i confini del comune di Luserna S. Giovanni, e distrutto da un'incendio nel 1852, che gettò sul lastrico 500 operai. Diversi altri furono gli insediamenti industriali in valle legati al tessile. Possiamo indicare la nascita dei principali nuclei produttivi: 1833 venne fondata la Manifattura Mazzonis di Pralafera, 1885 la Manifattura Mazzonis di Torre Pellice, 1892 la Società Fratelli Turati a Luserna S. giovanni, 1901 la ditta Vaciago a Luserna S. Giovanni, 1904 la Crumière di Villar Pellice.

Le industrie della Valle legate alla produzione tessile passarono poi nelle mani del principale gruppo imprenditoriale della valle: i Mazzonis. Impero industriale che si sgretolò progressivamente fino al fallimento, negli anni sessanta di questo secolo, creando una grave; crisi occupazionale per tutta la Valle: è sufficiente dire che nel 1951 2000 dei 3700 operai occupati nella zona erano dipendenti delle loro fabbriche. La sirena delle fabbriche Mazzonis regolava la vita della zona con un'economia che vedeva intrecciato il lavoro dei campi con quello dell'officina. L'importanza dell'industria tessile ci viene confermata dal fatto che nel 1951 quasi il 90% degli addetti era occupato nel tessile, mentre il secondo settore di maggior occupazione dell'industria era quello del legname, mobili ed arredamento con il 3%, seguito dalla produzione meccanica con il 2%.

Dopo la chiusura della Mazzonis, nel 1964, a Luserna una parte della disoccupazione venne assorbita da una serie di medi e piccoli insediamenti: l'Helca, dolciaria, che adottò il prestigioso marchio della Caffarel, presente sul mercato da oltre centocinquant' anni, la Manifattura Giacche, l'Eurografica e così via.

L'industria estrattiva, con la sua rinomata "pietra di Luserna", era un altro settore produttivo di una certa rilevanza, con le sue cave disperse lungo i pendii della valle: le principali si trovano nei comuni di Rorà, Luserna S. Giovanni e Bagnolo (comune contiguo alla val Pellice). Tale pietra affiora su di un'area di circa 50 chilometri, tra la val Pellice e la valle Po'. La facile lavorabilità, l'alta resistenza e il gradevole aspetto del color grigio chiaro con sfumature verdognole, hanno fatto apprezzare questa caratteristica pietra di Luserna, la quale venne definita il miglior gneiss d'Italia. Essa trovò diffuso utilizzo non solo in Italia, ma progressivamente si affermò sul mercato europeo, in particolare tedesco e francese. Inizialmente, prima del diffondersi del trasporto su strada, fu la ferrovia Torre Pellice-Torino a essere il mezzo principale di trasporto verso i principali centri di consumo e di smistamento.

Oltre alle industrie citate, si deve ricordare che nel 1880 viene creata da G.P. Malan la "Tipografia alpina", mentre è del 1866 l'impianto dolciario della Moré.

Nel 1961 l'occupazione era così suddivisa: il 10,4% nell'agricoltura, il 72,2% nell'industria (estrattiva e manifatturiera) e nelle restanti altre attività il 17,4%.

La sensibili diminuzione dell'occupazione, che passa dai 4053 del 1953 ai 2367 del 1975, é strettamente connessa alla crisi del settore tessile, la realtà produttiva di più antico insediamento nella valle. Dal 1951 al 1961 gli occupati nell'industria in val Pellice passano da 3852 a 3075.

In relazione a questo processo di deindustrializzazione si fa strada il pendolarismo verso altri centri produttivi del Pinerolese e della val Chisone ( RIV-SKF, Indesit, Fiat), senza dimenticare che la crisi produttiva a metà degli anni sessanta non coinvolse solo la Mazzonis ma le principali industrie del pinerolese.

I dati del censimento del 1991 danno un quadro preciso della situazione attua (dal vecchio sito della va Pellice)

 

 

Primordi

L'industria affonda le proprie radici alla fine del XVIII secolo, quando, nel 1793, Giovanni Daniele Peyrot introdusse "dello stame all'uso inglese e successiva formazione di stoffe di lana", impiegando nel primo ventennio dell'ottocento circa cento operai. E' del 1833 l'impianto di filatura del cotone sorto per opera di Giuseppe Malan a Pralafera, entro i confini del comune di Luserna S. Giovanni, e distrutto da un'incendio nel 1852, che gettò sul lastrico 500 operai. Diversi altri furono gli insediamenti industriali in valle legati al tessile. Possiamo indicare la nascita dei principali nuclei produttivi: 1833 venne fondata la Manifattura Mazzonis di Pralafera, 1885 la Manifattura Mazzonis di Torre Pellice, 1892 la Società Fratelli Turati a Luserna S. giovanni, 1901 la ditta Vaciago a Luserna S. Giovanni, 1904 la Crumière di Villar Pellice.

Le industrie della Valle legate alla produzione tessile passarono poi nelle mani del principale gruppo imprenditoriale della valle: i Mazzonis. Impero industriale che si sgretolò progressivamente fino al fallimento, negli anni sessanta di questo secolo, creando una grave; crisi occupazionale per tutta la Valle: è sufficiente dire che nel 1951 2000 dei 3700 operai occupati nella zona erano dipendenti delle loro fabbriche. La sirena delle fabbriche Mazzonis regolava la vita della zona con un'economia che vedeva intrecciato il lavoro dei campi con quello dell'officina. L'importanza dell'industria tessile ci viene confermata dal fatto che nel 1951 quasi il 90% degli addetti era occupato nel tessile, mentre il secondo settore di maggior occupazione dell'industria era quello del legname, mobili ed arredamento con il 3%, seguito dalla produzione meccanica con il 2%.

Dopo la chiusura della Mazzonis, nel 1964, a Luserna una parte della disoccupazione venne assorbita da una serie di medi e piccoli insediamenti: l'Helca, dolciaria, che adottò il prestigioso marchio della Caffarel, presente sul mercato da oltre centocinquant' anni, la Manifattura Giacche, l'Eurografica e così via.

1920

Negli anni del "boom economico" le regioni più direttamente interessate ai processi di grande trasformazione furono segnate da andamenti contradditori. In particolare nell’area piemontese la storia di quel periodo dovette fare i conti con due vistosi fenomeni, strettamente connessi tra loro: da un lato la crescita del capoluogo torinese, investito da forti processi di sviluppo e di immigrazione proveniente da ogni parte d’Italia; dall’altro il declino economico di alcune zone prealpine, che, pur vantando una solida tradizione industriale, soprattutto nel ramo tessile, non seppero rispondere adeguatamente alle nuove esigenze dei mercati, soprattutto dopo l’ingresso dell’Italia nel Mercato Comune Europeo. Tuttavia questo secondo aspetto non può, a mio parere, essere trattato superificialmente limitandosi a segnalare la progressiva emarginazione economica di questa o quell’area, ma merita di essere indagato con maggiore attenzione, cercando di comprendere se i cambiamenti intercorsi abbiano comportato soltanto un passivo economico oppure, al di là dei momenti iniziali di crisi, non abbiano inaugurato piuttosto un riassetto in senso più moderno dell’economia e della società.

Con il presente saggio mi propongo appunto di delineare brevemente l’impatto che il processo di deindustrializzazione degli anni ’60 del ’900 ha prodotto in un’area prealpina a pochi chilometri da Torino, il bacino del Pellice, e formulare alcune ipotesi su come, in seguito, sia cambiato il rapporto della valle con la zona circostante e, in particolare, con la metropoli torinese allora in piena espansione. Prenderò in esame dapprima le vicende di una lunga vertenza contrattuale degli operai tessili della val Pellice all’inizio degli anni Sessanta: un fatto contingente che però può anche essere considerato un segnale di crisi e, al tempo stesso, di grande novità in un’area, almeno dal punto di vista sindacale, tradizionalmente silenziosa. Successivamente ripercorrerò le tappe dell’insedimento dell’industria tessile in una zona che, negli anni Cinquanta, presentava una quota assai elevata di addetti all’industria: 3700 operai su un totale di quasi 20.000 abitanti, dei quali più di 2000 occupati nei due stabilimenti di proprietà della famiglia Mazzonis; essi rappresentavano più della metà della popolazione attiva, anche se le diverse fonti esaminate ci suggeriscono una certa cautela: infatti il predominio dell’industria sull’agricoltura era allora solo apparente; esso nascondeva una lunga consuetudine al part-time.

Particolare attenzione dedicherò poi alle conseguenze immediate della chiusura del Cotonificio Mazzonis (1965) che rappresentò un vero e proprio trauma non solo per gli operai direttamente coinvolti ma per tutta la val Pellice. Sulla base di alcuni significativi indicatori economici e sociali cercherò infine di considerare l’evoluzione dell’intera zona a cavallo tra gli anni Cinquanta e Settanta, mettendo in evidenza, oltre agli elementi di continuità anche le principali novità via via intervenute nell’economia e nella vita degli abitanti della val Pellice, che hanno finito per rendere la zona sempre meno isolata e più permeabile alle sollecitazioni provenienti dall’esterno.

Va segnalato infine che la scelta della Mazzonis e delle sue vicende come osservatorio particolare per studiare la storia industriale della val Pellice è stata determinata non solo dalle dimensioni dell’azienda, ma anche dal suo consolidato radicamento nel tessuto valligiano; infatti il rapporto privilegiato tra quelll’azienda e il contesto circostante durava da quasi un secolo ed ha profondamente segnato la memoria della gente del luogo: gli anziani ancora oggi ricordano che, durante l’occupazione delle fabbriche nel 1920, furono gli operai dello stabilimento di Pralafera a issare per primi la bandiera rossa; che, durante gli scioperi del marzo 1943, furono ancora i tessili della Mazzonis a dare il via all’agitazione che avrebbe ben presto bloccato l’attività produttiva di tutti gli stabilimenti della zona e, infine, che nel 1965, quando l’azienda stava per chiudere, tutta la val Pellice si strinse intorno agli operai che occupavano lo stabilimento di Pralafera, manifestando una solidarietà tanto più forte in quanto a dover essere difesi non erano solo una fabbrica e dei posti di lavoro, ma tutto un sistema di vita e un consolidato equilibrio sociale.

In questi anni ho avuto modo di discutere della mia ricerca con molte persone e ricevere da loro preziose indicazioni. Vorrei ringraziare innanzitutto Fabio Levi, col quale ho cominciato questa avventura nel 1985, per la sua preziosa collaborazione… e pazienza! Gabriella Ballesio, Daniela Fantino e il personale dell’anagrafe del Comune di Luserna San Giovanni che hanno agevolato le mie ricerche d’archivio; Giorgio Tourn, Giorgio Peyrot, Bruna Peyrot, Mariella Tagliero, Marco Pasquet: i due anni trascorsi con loro alla "Società di Studi Valdesi" mi hanno permesso di addentrarmi, non solo nella storia economica e sociale di questa valle, ma anche un po’ in quella culturale e religiosa. Infine Mariena Galetti e gli ex-operai Mazzonis che mi hanno offerto il loro punto di vista sulla fabbrica: i loro nomi non compaiono qui per una scelta concordata con loro di apparire con uno pseudonimo.

-presentazione di una tesi sulla Mazzonis

 

 

Eco del chisone 26-1-2005

Per l'economia della Val Pellice fu uno shock che cambiò il destino di molti lavoratori
Quarant'anni fa il fallimento della Mazzonis
Il 29 gennaio 1965 il gesto eclatante: gli operai occuparono la fabbrica di Pralafera - Fu l¹estremo tentativo di esorcizzare il terrificante spettro della chiusura

Quarant¹anni fa la Manifattura Mazzonis chiudeva definitivamente i battenti degli stabilimenti di Pralafera e della Stamperia in Val Pellice, dopo aver tirato i fili della vita economica e sociale locale per oltre settant¹anni.
Il 29 gennaio 1965 gli operai occuparono la fabbrica di Pralafera nell¹estremo tentativo di esorcizzare il terrificante spettro della chiusura: «I sintomi della crisi si avvertivano da tempo ­ afferma un ex-operaio dello stabilimento ­: c¹erano periodi di lavoro intenso alternati a settimane di inattività: i Mazzonis non hanno mai riorganizzato in maniera funzionale i reparti, non hanno mai investito per acquistare macchinari più all¹avanguardia e tutto questo ha determinato la sconfitta contro quei nuovi paesi concorrenti che iniziavano a comparire sul mercato, in particolare l¹Egitto e la Turchia: questi disponevano delle materie prime e riuscivano a vendere i tessuti a prezzi altamente concorrenziali, cosa che per i Mazzonis non era possibile».
Durante l¹occupazione del 1965 il sindaco di Luserna S. Giovanni, Gastaldetti, venne sollecitato dalle organizzazioni sindacali a requisire lo stabilimento: egli però rassegnò le dimissioni a favore dell¹assessore anziano Benito Martina, che la mattina dell¹8 febbraio procedette con la requisizione; nel pomeriggio tuttavia l¹atto venne annullato dal pretore di Pinerolo in quanto il neo-sindaco non aveva giurato in sua presenza. A marzo alcuni reparti furono rimessi in funzione, ma ben presto arrivarono le prime ingiunzioni di pagamento: ad agosto il Tribunale di Torino ammise la Manifattura alla procedura di amministrazione controllata e ad ottobre, dopo alcune udienze con i creditori, si avviarono le pratiche per la liquidazione definitiva della ditta.
I Mazzonis avevano scelto la Val Pellice come sede dei loro stabilimenti per la notevole disponibilità di manodopera proveniente dalla montagna e per i corsi d¹acqua sfruttabili per la produzione di energia: nel 1879 acquistarono il fabbricato di Pralafera a Luserna S. Giovanni e l¹anno successivo la Stamperia di Torre Pellice. Ben presto diedero vita all¹unico complesso tessile pinerolese con produzione a ciclo integrato, assorbirono o costrinsero alla chiusura i piccoli concorrenti locali e provocarono il trasferimento di interi nuclei famigliari dalla montagna ai Comuni più vicini agli stabilimenti: la Val Pellice era così diventata ³la Val Mazzonis²: «Davano da mangiare a tutti ­ afferma un ex-operaio della Stamperia ­; erano durissimi, ma se qualcuno chiedeva loro aiuto non si tiravano indietro, un posto di lavoro lo concedevano sempre. Quando il cavaliere Giovanni Mazzonis passeggiava per Luserna o per Torre Pellice erano in molti a salutarlo togliendosi il cappello».
Questo fu da una parte motivo di orgoglio, ma dall¹altra costituì un freno che inconsapevolmente limitò la ricerca dell¹innovazione dei macchinari, di un¹organizzazione più razionale delle varie fasi della produzione dei tessuti e di una lettura attenta dell¹andamento del mercato: fino all¹ultimo i padroni lottarono per salvare l¹azienda, ma la crisi iniziata negli Anni '70 non sarebbe stata superata come le numerose attraversate in precedenza: «I Mazzonis sono affondati con la loro nave, rimanendo sul ponte di comando (Š) e non portando con sé le casse di bordo. Di quanti, oggi, si può dire la stessa cosa?» è la riflessione di una signora che per anni ha frequentato la famiglia.
Stefania Ferrero


Dopo le cose
non furono
più le stesse

I segnali di crisi si manifestarono a partire dagli Anni '60: a questi si aggiungevano i salari estremamente bassi, che in alcuni casi erano appena la metà di quelli dei lavoratori metalmeccanici. Così numerosi operai della Manifattura, soprattutto i più giovani, preferirono cercare un¹occupazione altrove, uscendo per la prima volta dai confini della Val Pellice, entrando in contatto con nuove realtà lavorative e sociali, in particolare quelle della vicina Val Chisone, con la Riv di Villar Perosa, e di Torino e dei Comuni limitrofi che gravitavano intorno alla Fiat.
Altri dipendenti rimasero fino alla chiusura, nella speranza che il momento negativo si concludesse, come era già accaduto in passato: quando i cancelli furono sbarrati definitivamente anche per loro rimase solo il pendolarismo.
La Valle iniziò così un percorso di apertura verso l¹esterno mai conosciuto in precedenza: ogni mattina oltre mille persone si servivano del treno per raggiungere il posto di lavoro.
Dalla fine degli Anni '70, poi, nuove fabbriche si insediarono in valle, offrendo nuove opportunità di lavoro agli uomini e soprattutto alle donne, che in molte, dopo il fallimento della Manifattura erano tornate a dedicarsi a tempo pieno alla cura della casa e della famiglia: dall'"Opl" alla "Omef", dalla ³Marini² alla ³Helca²Š


Il futuro sindaco che requisì lo stabilimento
Martina: «Ci voleva coraggio»
«Non ebbi dubbi e mi assunsi ogni responsabilità»

Era un giovane amministratore, Benito Renato Martina, quando - venerdì 29 gennaio 1965 - gli operai occuparono lo stabilimento di Pralafera. Giovane, ma i voti raccolti nelle recenti elezioni lo qualificavano come "assessore anziano".
Fu in questa veste che - quando il sindaco Gastaldetti abbandonò l'incarico - prese una decisione clamorosa: requisire la fabbrica «per gravi motivi di ordine pubblico». Un modo per «non abbandonare le maestranze nella loro lotta disperata».
«Il momento era drammatico - racconta oggi Martina, dalla sua abitazione nel Piacentino -, ci voleva coraggio. Il sindaco Gastaldetti, probabilmente a seguito di pressioni, aveva gettato la spugna. Io non ebbi dubbi: mi assunsi ogni responsabilità. Sapevo di non essere solo: erano al mio fianco tutte le forze politiche, i sindacati, la popolazione lusernese, il Consiglio di valle».
Alle 8 di lunedì 8 febbraio, indossata la fascia tricolore, l'assessore Martina fece il suo ingresso nello storico edificio industriale, accompagnato dai Vigili urbani. L'ordinanza di requisizione venne pubblicata all'Albo pretorio. Ben si sapeva che la reazione sarebbe stata immediata: «La Prefettura annullò l'atto per "eccesso di potere". La Pretura reintegrò la proprietà Mazzonis. Gli operai abbandonarono lo stabilimento e si riunirono in piazza con l'Amministrazione comunale. La lotta continuava».
Il gesto estremo di Martina - che di lì a poco sarebbe stato nominato sindaco - aveva quantomeno sortito l'effetto di portare alla ribalta nazionale il "caso Mazzonis". Creando i presupposti per il riconoscimento della valle come "area depressa", una misura che agevolò l'insediamento di nuove industrie.