Mario Dellaqua

GIOVANI DISOCCUPATI E AZIENDE A CACCIA DI OPERAI

i paradossi del lavoro dopo l'addio al posto fisso

Tavola rotonda (im)possibile (febbraio 2001)

Mercato delle osservazioni sul lavoro, i diritti, i doveri, i saperi e i poteri

 

DELLA SERIE: SE NON SON PAZZI

NON LI VOGLIAMO

Sembra una storia della serie: se non son pazzi non li vogliamo. La disoccupazione viaggia sul dieci per cento e chi non ha lavoro non lo accetta quando glielo offrono. Come mai? E' solo perchè, come dice il senso comune, i giovani vogliono tutto per diritto acquisito, non si accontentano mai e non hanno spirito di adattamento? Non hanno ancora imparato che "per far da papa bisogna saper far da sagrestano", come insegnavano i proverbi di padron 'Ntoni?

Mentre si dice che gli stranieri sono un problema perchè ci rubano il lavoro, le imprese non sanno dove sbattere la testa e cominciano ad assumere extracomunitari alla grande in tutto il nord con l'aria di chi non trova di meglio e fa malvolentieri una cosa perchè proprio non ne può fare a meno.

Prima o poi la grana doveva scoppiare. Ho cercato di parlarne in un dialogo a distanza con alcuni protagonisti del mondo del lavoro, dell'impresa, del sindacato, dell'Università e della politica. Solo il dialogo è immaginato, ma i contenuti rispecchiano fedelmente il pensiero espresso da ciascuno degli interlocutori. Ho legittimato punti di vista anche lontani da quelli cui sono affezionato. Volevo comprenderli a ragion veduta, e ho preferito rifiutare di farne prima la caricatura nella speranza, magari, di poterli così demolire meglio. Gli altri esprimono visioni, interessi, aspirazioni da conoscere: non appartengono geneticamente al mondo della corruzione, del complotto e dell'incompetenza, come talvolta per consolarci siamo tentati di pensare.

Non ho sentito soltanto le autorità della ricerca e del sapere. Ho voluto interrogare anche i protagonisti spesso troppo opachi della vita quotidiana. Lavoratori, giovani, donne, senza pretesa di scientificità. L'obiettivo è sempre il solito: alzare la testa, promuovere il dovere dell'impegno per riconquistare i diritti. Trovare il mix, che è la semplicità difficile a farsi, di libertà e responsabilità. Costruire la solidarietà che non può svilupparsi senza la ripresa del conflitto sociale per redistribuire ricchezza e lavoro. Sporgersi oltre l'uscio di casa, pensare in grande e gettare uno sguardo sprovincializzato sugli scenari della globalizzazione. La gradualità cui questi tempi ci chiamano non è un ripiego, una rinuncia, una costrizione, ma nasce dalla consapevolezza che per andare avanti c'è bisogno del tempo, del basso, degli altri.

Questo sembra avere la pretesa di essere un libro scritto, ma invece è un libro aperto, con molte pagine bianche e molti spazi vuoti. Ciascuno, se vuole, li può riempire parlando e ascoltando, insegnando e imparando, togliendo o aggiungendo.

Basta saper vedere le avanzate e le sconfitte della dignità del lavoro quando maturano o si consumano lontano dai riflettori della cronaca, ma a due passi da noi, cioè proprio dove la vita può respirare o soffocare, ingrigire o prendere colore, privare del necessario e suggestionare con il superfluo, opprimere o liberare.

 

SONO TRISTE, DA DUE MESI

FLAVIA DE ROSSI - Sono triste, da due mesi espulsa dal lavoro. Era scaduto il contratto a tempo. Mi aggiro senza meta. Volevo sposarmi e fare un figlio, ma...il mio compagno ha un lavoro saltuario e presto sarà "libero" come me.

FULVIO PERINI - I giovani sono soggetti alla flessibilità del lavoro. Un po' lavorano e un po' no. Un po' di qua e un po' di là. Non alla Fiat, se proprio capita è per pochi. Prima con il contratto a termine e di questi tempi in prestito. Forse c'è di meglio, forse continuare a fare i disoccupati in famiglia è preferibile. Questo però se ti va bene. Se ti va male devi arrangiarti in altri modi. Un po' lavori e un po' no. Un po' vivi e un po' no. Nessun giovane è in grado di dire che cosa farà fra un anno. A nessuna generazione di operai e di lavoratori torinesi è capitato di non avere un'immagine del futuro. Lavorare per stare meglio, immigrare per stare meglio era ovvio, indiscutibile.

PIERRE CARNITI - Da oltre dieci anni non si è fatto altro che introdurre misure di flessibilità. Per dirla con Flaiano, in questo campo come in tanti altri, l'Italia "essendo la patria del diritto, è anche la patria del rovescio". Basti pensare all'ipertrofia dei contratti di formazione e lavoro, o alla particolare formula del contratto di consulenza, di cui si parla poco, ma che in compenso si usa molto. Sono infatti oltre un milione coloro che versano il 10% all'Inps (previsto per questo tipo di contratti).

CLAUDIO SABATTINI- Sì, la flessibilità deve cancellare tutto ciò che è rimasto dei diritti e delle conquiste fatte negli anni Sessanta e Settanta e punta verso l'obiettivo di fondo, cioè la liquidazione della contrattazione collettiva.

- Gli industriali accusano i sindacati di nutrire e coltivare pregiudizi di tipo ideologico nei confronti della flessibilità che può invece diventare "amica" del lavoratore grazie ad una intelligente contrattazione.

PIERRE CARNITI - Dovrebbe essere chiaro ormai a tutti che rapporti di lavoro più flessibili servono sia alle imprese per risolvere problemi organizzativi e produttivi, sia a un buon numero di lavoratori. Ci sono infatti persone che vorrebbero lavorare, ma (per ragini personali o famigliari) sono in grado di farlo solo a determinate condizioni. La flessibilità quindi può essere utile a tutti solo se è contrattata. Se non è unilaterale. Perchè, in tal caso, aggiunge soltanto problema a problema.

CLAUDIO SABATTINI- La flessibilità non può essere contrattata, altrimenti diventa un impaccio, e per questo si liberalizza il rapporto di lavoro - nascono le nuove forme contrattuali - e si chiede al lavoro di sopperire con la propria elasticità alla crescente rigidità dell'impresa. Tanto più l'impresa diventa rigida, tanto più il lavoro deve essere flessibile.

EZIO MARCHISIO - La Confederazione nazionale dell'Artigianato (CNA) torinese pubblica uno studio secondo il quale nelle imprese artigiane della sola provincia di Torino (sono 61mila) mancherebbero dai 10mila ai 15mila operai specializzati.

GIANNI ALASIA - Forse esagera, se la CNA regionale invita alla prudenza, ma il problema c'è perchè si presenta insieme con la denunciata mancanza di una formazione adeguata ai profili richiesti. L'Unione Industriale torinese fa eco all'organizzazione degli artigiani precisando che addirittura il 53% delle sue imprese "non trova specializzati".

EZIO MARCHISIO - Per un fresatore o un aggiustatore i datori di lavoro pagherebbero dai 3 ai 6 milioni netti.

ENRICO LANZA - Sicuramente nel Pinerolese ad un operaio specializzato non si pagano 6 milioni netti al mese. Basta fare un conto: attualmente percepiscono circa 16mila lire all'ora che moltiplicate per 173 fanno 2.750.000 lire lorde. Nelle ditte dove c'è una produzione in serie il fenomeno non è avvertito. Sicuramente chi ha un buon mestiere tradizionale trova minori difficoltà nella ricerca di un lavoro.

FEDERICO BELLONO - Non c'è stato un lavoro di formazione tra i giovani. Se si leggono gli annunci delle agenzie interinali, si cercano figure lavorative di quel tipo, ma per alcune settimane o un paio di mesi. Molti, vista la precarietà dell'offerta, non accettano. Molti mi hanno chiesto: dove sono queste ditte che offrono 6 milioni netti al mese? Purtroppo non esistono.

ENRICO LANZA - Appena è uscita sull'Eco del Chisone la notizia di questi sei milioni al mese ho ricevuto la telefonata ad Alp di un giovane operaio. Voleva sapere l'indirizzo di queste fabbriche disposte a pagare non sei milioni al mese, ma 16mila lire all'ora. Ha già fatto domanda dappertutto, ma nessuna risposta. Da mesi cerca di avvicinarsi. Vive in Val Pellice e fa tutti i giorni 160 km. per raggiungere il Canavese dove si trova il suo posto di lavoro di operaio qualificato.

- Già alla fine del 1999 un organismo bilaterale per la formazione (Cgil-Cisl-Uil e Confindustria) aveva compilato la lista dei lavoratori introvabili e le aziende avevano denunciato addirittura il 60% delle professionalità "assenti": progettisti di prodotto, progettisti meccanici, tecnici dell'area commerciale e del marketing, disegnatori e progettisti cad, tecnici di sistemi di qualità, cuochi e tecnici dell'innovazione dei servizi turistico-alberghieri, tecnici di conduzione di cantiere, operatori polivalenti per opere murarie.

ADRIANO SERAFINO - Torino è piena di storie di giovani, uomini e donne che si adattano a fare ogni sorta di lavori e lavoretti nella precarietà assoluta o quasi, nel lavoro irregolare, sottopagato, a tempo determinato, in affitto, tramite collaborazioni coordinate continuative, partite iva, associazioni in partecipazione, cooperative. Tutto ciò facendo i mestieri più strampalati e poveri: raccattapalle al circolo di tennis, fotografo free-lance, trasportatore di pesce, verniciatore di insegne luminose, magazziniere, venditore a domicilio di oentole, enciclopedie o aspirapolvere, antennista, consegne di pizze a domicilio, baby sitter, cameriera, commessa, collaboratrice domestica, dama di compagnia di anziani, aiuto cuoca o lavapiatti, fattorina, addetta alle pulizie. Non siamo affatto di fronte ad una generazione che rifiuta il lavoro e la flessibilità.

- Gli industriali continuano ad accusare i sindacati di non agevolare la flessibilità. Ma non ne hanno mai abbastanza?

GIANNI ALASIA - No, non sono mai contenti. Però il segretario torinese della Cgil, Scudiere, ha risposto opportunamente che bisogna portare il lavoro al sud e che bisogna qualificare ovunque la formazione. La Cgil fa bene a ricordare polemicamente che dopo dieci anni di contratti di formazione lavoro, con grandi vantaggi per le imprese in termini di alleggerimenti fiscali e contributivi, a Torino non c'è un fresatore disponibile. E l'assessore al lavoro del Comune di Torino, Bruno Torresin (ex segretario della Uil), a sua volta, ha affermato che la formazione viene utilizzata solo per pagare meno i nuovi assunti.

ADRIANO SERAFINO -L'ideale del disoccupato da assumere per molte aziende è "un giovane che sia un po' esperto; che però non costi troppo; formato ma non troppo in modo da plasmarlo in fabbrica; fedele ed attaccato all'azienda ma disponibile a farsi licenziare senza tante storie nel caso diminuisca il lavoro o non se ne avesse più bisogno".

FULVIO PERINI - Nella città di Torino le "imprese individuali" sono 107mila, tre volte di più dei lavoratori dipendenti della Fiat. E non è stato il commercio al dettaglio a spingere la loro crescita.

- Allora vuol dire che l'irruzione sulla scena sociale del lavoratore autonomo di seconda generazione è la spia di una più vasta trasformazione del lavoro.

FULVIO PERINI - I robot non hanno sostituito l'uomo, non è finita come i trattori che hanno sostituito i cavalli nella prima parte di questo secolo nelle campagne. La figura del "conduttore di impianti" che avrebbe sostituito nella produzione dell'automobile tutti gli operai non ha avuto una grande fortuna, ma è servita ai tecnologi della Fiat e agli ideologi della Fondazione Agnelli a giustificare la ristrutturazione e a convincere gli intellettuali e i politici della sinistra torinese che aveva ragione l'impresa.

GIORGIO BOCCA - Il turbocapitalismo, ringalluzzito dalla sua vittoria sul comunismo, ha ridotto al minimo i posti fissi garantiti sostituendoli con i contratti a termine o con nessun contratto. Nel nord l'80% dei contratti degli ultimi contratti sono a tempo determinato. Una grande azienda come la Whirlpool (ex Ignis) ha assunto nel Duemila seicento giovani, ma con contratti a tempo determinato.

 

ORMAI LA REGOLA E'

GIORGIO BOCCA - Ormai la regola è che chi vuole trovare lavoro deve accettare di essere pagato poco e di correre tutti i rischi della flessibilità. La grande industria spera di pagare i lavoratori poco o pochissimo come negli anni del miracolo. Spera di tirare avanti con il turn over continuo degli occupati a tempo. Fin che può lo farà, perchè la mega macchina dei profitti non darà tregua.

- Però l'interesse delle imprese a pagare sempre meno i lavoratori non basta a spiegare il mistero di un paese con tassi record di disoccupazione che non trova il 60% delle figure professionali richieste dal mercato del lavoro.

LUCIANO GALLINO - Può sembrare ovvio, ma l'evoluzione dei modelli organizzativi è molto più rapida degli interventi, anche i più adeguati e mirati, del sistema formativo che impiega mediamente da 6 a 8 anni per creare nuove figure professionali. E poi le imprese finora hanno investito poco nella formazione, soprattutto quella permanente: in media l'1-1,5% del bilancio contro il 3-4% di altri Paesi. E questo è l'unico modo per coprire i deficit e i ritardi dovuti alla lentezza della scuola da un lato, e per tenere il passo con la concorrenza dall'altro.

GIANNI ALASIA - La tanto enfatizzata privatizzazione della formazione non ha saputo dare risposte nemmeno ai privati.

- Quindi sul banco degli imputati finiscono anche le imprese.

LUCIANO GALLINO - Per troppi anni il sistema produttivo ha adottato metodi antichi e adesso, sotto la sollecitazione di trasformazioni molto rapide, si trova a dover rincorrere. Insomma, le responsabilità non sono soltanto della scuola. Le imprese devono scommettere e investire di più nella formazione permanente per essere competitive e per assicurare un rapido adeguamento delle figure professionali alle esigenze produttive. Un mestiere ormai non può essere valido per 10-15 anni come in altre fasi storiche.

- Come assicurare dunque una valida formazione professionale ai nostri giovani?

CARLO CALLIERI - La formazione deve essere considerata un investimento, con un trattamento fiscale premiante. Oggi, le spese formative, se sostenute con costi interni, sono soggette a Irap mentre se sono svolte all'esterno sono soggette a Iva.

ADRIANO SERAFINO - Occorre attivare risorse per la formazione e prevedere l'assegnazione di un pre-salario con un'elevata posibilità di essere assunti al termine del periodo formativo. Altrimenti diventa uno spreco di tempo e di risorse per tutti. Chi partecipa a questi corsi di formazione dovrebbe essere preso in carico dai nuovi servizi con l'obiettivo di una rapida collocazione in posti di lavoro professionalmente coerenti con la formazione acquisita.

LUCIANO GALLINO - I tirocini rappresentano una valida opportunità. In Italia sono un'esperienza limitata che interessa meno del 5% degli studenti universitari e l'1% dei diplomati. L'obiettivo delle politiche formative deve essere di abbassare l'età in cui il giovane entra in contatto con il lavoro. In altri paesi come gli Stati Uniti una cooperazione non episodica tra scuola e lavoro assicura sul lungo periodo la formazione di nuove qualifiche e figure professionali.

GIANNI ALASIA - L'Istituto di Ricerca Regionale parla dell'esigenza di una formazione che "valorizzi la capacità adattiva e creativa della forza lavoro". Si può convenire, purchè si chiarisca: "adattiva" a che cosa? Vi sono anche legittime aspirazioni dei lavoratori ad acquisire una professionalità polivalente, una formazione continua e l'opportunità di muoversi sul mercato del lavoro. La mobilità non è un valore soltanto "aziendalistico".

- Il problema non è nuovo.

GIANNI ALASIA - Quando tempo addietro noi sollevammo la questione, rimanemmo senza risposta e ottenemmo qualche battuta sarcastica nei corridoi. Si perdoni l'immodestia, ma sono dieci anni che poniamo il problema della qualità e dei contenuti della formazione professionale. L'abbiamo fatto a suo tempo con Romano Prodi quando era candidato alla Presidenza del Consiglio. L'abbiamo proposto a vari Ministri che ripetutamente assicurarono il rifacimento della legge quadro 845. Poi nel dicembre 1988 venne a Torino il ministro del lavoro Antonio Bassolino. Nel grande coro della concertazione assicurò "strumenti innovativi" per la formazione. Se non che, a fine '99 il Presidente della Regione affermava che i corsi sono mirati a soddisfare le "specifiche esigenze delle aziende". La Cgil era costretta a ricordare che "le scelte sulla formazione debbono essere compiute con il concorso di tutti gli attori sindacali", mentre "gli industriali disconoscono tale scelta". Gli industriali se la sono presa con i giovani del sud che rifiutano di emigrare, quasi come se al sud le istituzioni scolastiche offrissero opportunità di formazione professionale che al nord non ci sono.

- Il paradosso delle aziende a caccia di personale che convivono con la persistente disoccupazione giovanile non ha tranquillizato chi soffia sul fuoco dell'odio contro gli stranieri. Il razzismo spopola e funziona come sostegno morale per il disoccupato e il lavoratore precario, che trova nel colore della pelle o nell'appartenenza nazionale un diritto in più da vantare nella folle corsa fratricida al posto di lavoro.

 

L'INVITO E' A PRENDERSELA CON CHI STA IN ALTO

JOSE' SARAMAGO - L'invito è a prendersela non con chi sta in alto, ma a farla pagare a chi sta più in basso, è più solo di te, non ne può nulla e nulla ti deve se si trova in condizioni di uguale incertezza o peggiore disperazione sociale.

SUBCOMANDANTE MARCOS - Il destino di milioni di persone sarà di continuare ad essere migranti, una minaccia alla stabilità del lavoro, un nemico utile a nascondere la sagoma del padrone, e un pretesto per dare senso all'insensatezza razzista che il neoliberismo promuove.

GIORGIO BOCCA - Il mercato del lavoro non è più quello regolato e garantito dai grandi sindacati e dal loro interlocutore, l'industria fordista. E' un mercato in perpetuo movimento, incerto, imprevedibile, che vuol far pagare a tutto il paese la sua nevrosi da incertezza.

LIONEL JOSPIN - Il capitalismo è una forza in costante movimento, ma priva di direzione.

- Il mercato capitalistico dei nostri tempi prospera anche su ipocrite bizzarrie.

MARCO MAZZOLI - Chi reclama nuovi immigrati, meglio ancora se extracomunitari, sono proprio gli imprenditori di quelle regioni dove più frequenti sono gli episodi di razzismo e di intolleranza.

EZIO MARCHISIO - La sola Coldiretti del Veneto avrebbe bisogno di 20mila addetti stagionali in più. Il solo Alto Adige ne vorrebbe 15.300 per la raccolta delle sue mele. Solo in Piemonte 1.545.

EDI SOMMARIVA - In Italia mancano da 5 a 7 mila pizzaioli nell'80% degli esercizi commerciali che propongono la pizza e che sono rappresentati dalla Fipe (federazione italiana pubblici esercizi). Il loro stipendio è di 2.200.000 lire lorde al mese.

DANIELLE ROUARD - Secondo un recente sondaggio del molto serio Istituto Censis, l'80% della popolazione italiana è convinta che "ci sono troppi immigrati". Gli imprenditori, per parte loro, si mostrano più pragmatici. Il bisogno di manodopera immigrata extracomunitaria "regolare" è stimato a 105mila persone nel 2001, di cui il 70% è richiesto nel ricco bacino industriale del Nord-Est. Ora, per quest'anno, il governo non ha previsto che 63mila ingressi.

CESARE SALVI - Erano mezzo milione nel 1993 e sono diventati un milione e 300mila nel Duemila. Sono cifre relativamente modeste se messe a confronto con quelle degli altri paesi europei, e confermano che la manodopera straniera ha un effetto di complementarietà e non di concorrenza rispetto a quella nazionale. I lavoratori immigrati coprono ruoli che la manodopera italiana non vuole. Il 76,2% è rappresentato da operai generici, il 18,7% da operai qualificati e il 5,1% da operai specializzati o impiegati. Il 40% degli extracomunitari lavora nell'industria, il 23% in agricoltura e il 37% in "altre attività" come il lavoro domestico o gli esercizi pubblici.

- E' vero che molti lavorano in nero, però bisognerebbe non dimenticare un piccolo particolare: ad ogni lavoratore in nero corrisponde un imprenditore che offre lavoro nero e che ci guadagna a non metterti in regola con libretti e contributi.

SILVIO BERLUSCONI - Qual è il nostro progetto? E' che ci siano meno tasse. Contro le tasse. Contro l'eccesso delle tasse, contro l'oppressione fiscale. Se lo Stato ti porta via più di un terzo del frutto del tuo lavoro, senti che è un sopruso. Se ti porta via il 50% senti che è un furto. Se ti porta via il 60% o anche di più come succede ai professionisti, ai commercianti, ai piccoli imprenditori, senti che è una rapina!

- Si potrebbe obiettare che molti italiani si alzano la mattina e lavorano buona parte della loro giornata non solo per pagare le tasse, ma anche per mantenere e sopportare un modello sociale che assicura a uomini come Berlusconi il diritto di guadagnare 16,2 miliardi all'anno mentre indossano i panni della vittima e si dichiarano oppressi dallo Stato, oscurati dalla televisione, condannati dai complotti dei giudici e perseguitati dalle sinistre.

TITO BOERI - Molto lavoro, soprattutto al sud, continua a rimanere sommerso. Lo sgravio retributivo dei salari più bassi favorirebbe soprattutto l'occupazione dei più giovani, che al sud gonfiano le file dei disoccupati, perchè più elastica è la loro offerta di lavoro e più vicini ai minimi sono i salari di ingresso loro offerti dalle imprese. Il vero problema è stabilire la gamma retributiva cui applicare gli sgravi contributivi e, soprattutto, fissare un plafond retributivo per impedire che le agevolazioni si traducano unicamente in riduzione dei costi per il datore di lavoro e non già anche in aumenti dei salari netti per i dipendenti, cosa per altro indispensabile per incoraggiare i lavoratori ad uscire dal nero. Per far questo occorre introdurre un salario minimo fissato a livelli sostenibili per il Mezzogiorno. Dovrebbe essere fissato dal governo e non nell'ambito della contrattazione collettiva, perchè in questa non vengono rappresentati i disoccupati e i lavoratori in nero.

PAOLO FABBRI - C'è una vasta rete di centinaia di piccole aziende che costituiscono l'arcipelago del sommerso. Non pagano contributi, tasse, assicurazione infortuni e la flessibilità del rapporto di lavoro è totale. Oggi il posto c'è, domani non c'è più.

DORIANA GIUDICI - I giovani chiedono loro stessi di essere pagati in nero. Vogliono tutto in busta paga. Non gli interessa il resto, pensione, previdenza. Occorre che lo Stato incentivi l'emersione del lavoro in nero, che elabori regole certe. Ad esempio, alla flessibilità delle imprese corrisponde oggettivamente la mobilità dei lavoratori. In altre parole si debbono affrontare tempi di non lavoro durante i quali lo Stato dovrebbe garantire un sostegno al reddito. La questione pensioni è gravissima. Anche in questo settore lo Stato deve intervenire per individuare nuove modalità che garantiscano la pensione ai nuovi lavoratori. Insomma, proprio la globalizzazione esige regole e intervento pubblico.

GIORGIO GARDIOL - Come ci sono individui che preferiscono un salario più alto e in nero, così a livello internazionale la bramosia del profitto subito e fuori da ogni regola porta al risultato che il 20% delle nazioni ottiene l'88% della ricchezza globale. In Italia abbiamo avuto un sorpasso per nulla positivo: 18 milioni circa risultano lavoratori dipendenti. Ben 20 milioni sono invece "indipendenti" cioè precari. L'insicurezza del proprio futuro caratterizza moltissime persone. Le aziende si organizzano sempre più in maniera da utilizzare soprattutto lavoro a tempo, in affitto, di stagisti. Il subappalto è generalizzato.

LUCIANO GALLINO - Le norme sul sommerso guardano a questo settore soltanto dal punto di vista delle imprese e non da quello di chi è costretto al lavoro nero. Oggi il sommerso è fatto in gran parte di aziende assolutamente normali che appaltano interi pezzi di produzione negli ambiti della produzione deregolamentata.

- Le agenzie interinali, in questo contesto, non possono svolgere una funzione positiva?

LUCIANO GALLINO - L'interinale non è uno strumento che facilita l'accesso al lavoro. Chi si rivolge all'interinale è un soggetto alla ricerca attiva. E' un po' strano che le agenzie interinali siano più efficienti rispetto ai centri per l'impiego.

- Stiamo assistendo nelle fabbriche al "boom" degli operai in affitto. Sono 472mila i lavoratori interinali avviati l'anno scorso nelle aziende. Due su tre sono operai e hanno una media di 28,6 anni. Quasi 150mila sono metalmeccanici, vale a dire il 44%. Le missioni durano in media 135 giorni e restano per ora concentrate al nord: solo il 57% dei meridionali che hanno scelto questa forma di lavoro trova occupazione in imprese del Sud.

ENZO MATTINA - Anche grazie all'avvio del fondo di formazione, penso sia possibile superare i 900mila contratti e forse arrivare a un milione.

 

DALLE PARTI DELLA TNT DI NONE

- Dalle parti della TNT di None Davide è arrivato grazie ad un'agenzia interinale.

DAVIDE TRON - Mi ero rivolto alla Adecco, un'agenzia di lavoro interinale di Pinerolo. Avevo perso il precedente lavoro. I padroni del negozio di pavimenti, articoli tecnici e materie plastiche di Pinerolo che mi avevano fatto un contratto di due anni come apprendista, mi hanno detto che non mi confermavano. Avevano intenzione di assumere un altro apprendista. Dicevano che se mi avessero confermato, gli sarei costato troppo.

- E quanto guadagnavi in quel negozio?

DAVIDE TRON - Il mio stipendio si aggirava sul milione e trecentomila lire.

- Come ti sei trovato con la Adecco?

DAVIDE TRON - Mi hanno fatto compilare una scheda con il curriculum per essere inserito nella banca dati. Dovevo scrivere che lavoro ero disposto ad accettare, a tempo pieno o parziale, e la distanza dal luogo di dimora. Io ho indicato che sarei stato disposto a lavorare a tempo pieno e con qualifiche operaie.

- E poi che cosa è accaduto?

DAVIDE TRON - Due settimane dopo sono stato chiamato telefonicamente dall'agenzia poichè volevano propormi un lavoro di magazziniere presso la TNT Automotive Logistic. Il giorno dopo mi sono recato in agenzia per firmare il contratto.

- Quanto durava?

DAVIDE TRON - La durata era di due mesi. Mi è stato anche comunicato che il mio datore di lavoro risultava sempre la Adecco, ma dovevo intraprendere la mia missione (così adesso chiamano le assunzioni a tempo) presso il magazzino None 2, dove sono stoccati i ricambi Alfa-Lancia-Fiat. Sono stato inquadrato al 5° livello del Contratto nazionale del commercio e servizi, con una retribuzione equivalente a quella dei lavoratori della TNT.

- Come ti sei trovato nella tua nuova condizione di lavoratore interinale?

DAVIDE TRON - Durante la stipula del contratto, la responsabile del personale dell'agenzia ci ha sottoposto il foglio di adesione al sindacato (confederali) aggiungendo testualmente che 'era meglio non firmarlo' per un'eventuale conferma da parte della TNT. Nulla ci è stato riferito sui nostri diritti. In compenso, però, ci hanno fornito una fotocopia degli articoli dal 146 al 153 del contratto del commercio, e cioè i doveri del personale e le norme disciplinari. Si sono ben guardati dal riferirci la possibilità prevista dalla legge sul lavoro interinale di poterci riunire in assemblea.

- E il lavoro com'era?

DAVIDE TRON - Due giorni dopo ero già in magazzino insieme con altri quattro ragazzi sotto i 30 anni. Il primo giorno abbiamo avuto un colloquio con uno dei responsabili del personale che ci ha decantato la magnificenza della multinazionale TNT e ci ha ventilato la possibilità che se puntini puntini, la TNT ci avrebbe potuto confermare per eventuali periodi. Già il terzo giorno, dopo un addestramento di ben quattro ore con il carrello elevatore, siamo stati adibiti a mansioni svolte da personale con 20 anni di servizio.

- Mansioni che richiedevano una bassa professionalità, dunque. E per quanto riguarda la sicurezza?

DAVIDE TRON - Ci hanno dato il manuale di sicurezza da 'studiare a casa'. Una cosa mi ha incuriosito: la visita medica per verificare l'idoneità al lavoro, ma che dovrebbe anche garantire il lavoratore della propria incolumità sul posto di lavoro, mi è stata fatta dopo 20-25 giorni di lavoro. Alcuni miei colleghi non l'hanno mai effettuata.

- E non ci vuole molta fantasia per prevedere come è andata a finire.

DAVIDE TRON - Dopo due mesi di lavoro il contratto non è stato rinnovato a nessuno dei 12 colleghi che ho conosciuto in stabilimento. Nel frattempo erano entrate ragazze e ragazzi con contratti a 12-15 giorni.

- Verrebbe da dire: impara l'arte e mettiti da parte. A None, i disoccupati iscritti al Centro per l'Impiego di Pinerolo sono 735 su una popolazione attiva di 5571 persone. Erano 707 nel 2000; erano 234 nel 1991 e 590 nel 1995 su una popolazione attiva di 5653 unità. La progressione del tasso di disoccupazione ha dello spaventoso. 419 sono iscritti da più di 24 mesi e 330 hanno 30 anni ed oltre.

La Merloni, che ha rilevato impianti e produzione di elettrodomestici Indesit dopo la crisi verticale del giugno 1980, nel 1996 occupava 753 operai in pianta stabile. Sono diventati 828 l'anno dopo e scesi a 787 nel 1998. Oggi, su 888 operai, 107 sono interinali o con contratto a termine.

ALESSANDRO CAMMUSO - Un viavai di giovani che non resistono ai turni o alla fatica e se ne vanno disperati o che si disperano se non sono riconfermati. L'azienda ricorre agli interinali per sostituire i periodi di malattia, le ferie, le maternità. Se sei interinale aspiri a diventare contrattista a termine. Dopo il contratto a termine, c'è il miraggio dell'assunzione a tempo determinato. In questo modo, tutti i legami di solidarietà tra i lavoratori tendono a spezzarsi.

- Eppure gli affari non vanno male per Merloni, con Candy uno dei principali marchi italiani. Considerato che l'Italia realizza un terzo della produzione europea, i ricavi delle esportazioni nel settore del bianco (cioè degli elettrodomestici di maggiori dimensioni) sono progrediti di oltre il 6% e Merloni ha rafforzato i suoi "livelli di redditività", anche grazie al passaggio della produzione di un milione e 800mila motori all'anno, con i suoi 200 dipendenti, sotto il controllo della Ceset, un'impresa astigiana legata alla multinazionale americana Emerson.

GIUSEPPE MANTEGNA - Alla Streglio la crisi del mercato dolciario a livello nazionale e la concorrenza diventata più agguerrita hanno dato il via a una crisi occupazionale, culminata con la destinazione a mansioni operaie di dieci impiegati. Il cambiamento è avvenuto senza riduzione di paga, ma chi è andato in pensione non è stato sostituito. Alcune lavorazioni sono state affidate a cooperative del settore e non si assumono più lavoratori stagionali. Nel 1999 l'azienda è stata acquisita dalla Cereal Sole, del gruppo Parmalat, che ha garantito la continuità della produzione negli stabilimenti di None agli attuali 85 dipendenti. Ci sono due contratti a part time verticale, che lavorano nove mesi all'anno. Esiste una Rsu e l'impegno della Cgil è costante. Gli orari sono flessibili e si lavorerà anche al sabato, ma con riposi individuali retribuiti.

A None il calvario dell'occupazione si chiama Macello (130 lavoratori): dopo il fallimento del 1996, molti si sono ricollocati alle dipendenze della nuova proprietà, da Raspini o Aimaretti.

Iar-Siltal (64 lavoratori): ho saputo di due dipendenti che per non perdere il lavoro fin dal marzo 1999 hanno accettato di trasferirsi nel milanese. Lì la ditta produttrice di piccoli elettrodomestici e asciugatoi ha dirottato tutti gli impianti dopo aver chiuso a None baracca e burattini. Lavorano solo per la pensione, perchè si smenano gran parte dello stipendio nell'affitto della casa milanese e tornano a None a fine settimana.

Anex (75 lavoratori): la ditta (elettronica, stampaggio in plastica, biciclette) è fallita e sono incerte le prospettive fornite dal possibile acquirente americano, la multinazionale Ghibly corporation. Il Comune sospenderà il pagamento di Ici, rette scolastiche, buoni pasto, tassa raccolta rifiuti.

Simaca: l'azienda produttrice di catene ha mandato via tre lavoratori su 9.

E' una lenta emorragia di posti di lavoro che non trova adeguata opposizione. Quando capita, chiedono tutela sindacale o intervento delle istituzioni anche le fabbriche che negli anni delle vacche grasse si erano sempre aggiustate con contrattazioni individuali. Perciò non avevano ritenuto utile esprimere alcuna rappresentanza collettiva dei loro interessi attraverso l'elezione dei delegati o l'iscrizione al sindacato, spesso considerato proprio dai lavoratori come un cane in chiesa: un disturbo potenziale nell'armonia dei rapporti con l'azienda. "Sai com'è". "Qui veniamo per lavorare". "Siamo come una grande famiglia". "La politica lasciamola fuori della porta". Eccetera. Un altro paradosso atroce.

SERGIO VALLERO - Oggi tutto ruota intorno alla precarietà. E' la disperazione assoluta. E la forza dei padroni è questa: proibire a chi lavora la possibilità di rivendicare nulla. Oggi i ragazzi e le ragazze lavorano il doppio. E' una catastrofe. Chi non c'è dentro non ha idea di cosa succede nei posti di lavoro. Una ragazza che non va periodicamente a sostituire l'assorbente viene tenuta sotto controllo dal caposquadra. Potrebbero licenziarla perchè forse è incinta e un contratto di lavoro interinale è debolissimo. Un lavoratore con contratto interinale lavora il triplo perchè vede il collega nelle stesse condizioni lavorare il doppio. E se gli dicono di non mangiare non mangia, per la speranza di venire assunto nell'azienda in cui lavora senza essere dipendente. Ci sono capireparto laureati assunti (ma sarebbe meglio dire non assunti) tramite agenzie che prendono molto meno degli operai. C'è una competizione incredibile.

GABRIELE POLO - Un grandissimo meccanismo selettivo. Eppure esso dà a ciascuno l'illusione di essere l'uno su mille che ce la fa.

CLAUDIO SABATTINI - Sì, ma deve sempre farcela, perchè alla prima fermata precipita inesorabilmente verso il basso. E' questa una logica che non lascia tempo. Il mercato impone quei tempi, impone una selezione continua e feroce. Il lavoratore è sottoposto al ricatto permanente. Chi non risponde positivamente a queste richieste non viene più richiamato nel processo produttivo. Deve essere ristrutturato o, come oggi si dice con un'orribile espressione padronale, rottamato. Nelle fabbriche, ormai, l'uno accanto all'altro, ci sono lavoratori stabili e lavoratori precari, in perenne concorrenza tra loro.

ANNA PISTIDDA - E' ammissibile che la TNT di Volvera assuma 40 interinali e poi il 1° agosto 2000 trasferisca a Mirafiori 70 suoi dipendenti? E poi è ammissibile che, dopo le ferie, questi lavoratori vengano messi in cassa integrazione realizzando un risparmio per l'impresa a spese dell'Inps? E' ammissibile che i lavoratori appena giunti da Volvera siano costretti a subire due più due settimane di cassa integrazione mentre il loro lavoro viene svolto dagli interinali e mentre l'azienda ricorre in modo massiccio al lavoro straordinario?

- Cassa integrazione, straordinario e lavoro interinale: un coktail micidiale.

LUCA VITALE – La Fiat scende in ampo nel business dell’interinale, acquisendo il 51% della società di fornitura WorkNet. La partecipazione sarà collocata all’interno di Business Solutions e prevede in tre anni di ottenere ricavi superiori a tre miliardi di euro.

 

AI PRIMI DI FEBBRAIO LA LUZENAC

- Ai primi di febbraio 2001 la Luzenac-Val Chisone ha deciso di licenziare Andrea, un giovane precario di 27 anni e non ha riconfermato l'assunzione successiva degli altri lavoratori con contratto di formazione lavoro. "Sei sfigato, che ci vuoi fare" gli ha detto il suo capo per sdrammatizzare. Eppure Andrea era contento del lavoro che faceva da un anno esatto. Aveva imparato a misurarsi con piccone, pala, mazza ed esplosivo. Contemporaneamente l'azienda ha assunto pochi giorni prima altri 12 lavoratori con contratto a termine di 12 mesi. Li ha fatti venire dalla Polonia e li fa dormire nei container. I minatori sono scesi in sciopero da mercoledì 7 febbraio per contrastare la flessibilità e il ricatto della precarietà, e anche per impedire che, appaltando i lavori di coltivazione del talco ad una ditta esterna, i minatori siano spinti ad accettare il loro allontanamento in prospettiva dalle miniere.

ALP - La multinazionale francese dimostra di tenere al talco e non ai suoi minatori. La Luzenac intende aprirsi un futuro prossimo in cui non coltiverà più in proprio la miniera limitandosi a trasformare il talco e a commercializzarlo. Dare in appalto la produzione annulla i contratti, riduce i diritti, mette a grave rischio la salute, non crea prospettive per la valle. La valle deve stringersi intorno alle sue risorse umane e materiali per difendere il lavoro locale e resistere alle richieste crescenti e generalizzate di flessibilità e precarietà del lavoro (pensiamo alla Manifattura, Skf, Stabilus, Sachs, Fiat).

Negli stessi giorni, la Fiat non ha rinnovato 147 contratti ad altrettanti lavoratori di Mirafiori che stavolta sono scesi in sciopero addirittura invadendo con un corteo le strade adiacenti gli stabilimenti.

GIORGIO CREMASCHI - Il messaggio che i lavoratori di Mirafiori mandano al paese è chiarissimo: bisogna voltare pagina, i lavoratori hanno diritto a una considerazione ben diversa rispetto a quella loro riservata in questi anni e, soprattutto, hanno cominciato a rivendicarla.

DIRIGENTE FIAT - Possibile che i sindacati non si rendano conto che noi confermiamo o non confermiamo il lavoro per i contratti a termine, a seconda delle esigenze? Ci stiamo muovendo con il bilancino, cercando di evitare la cassa integrazione. Perchè non dicono che a Pomigliano abbiamo assunto a gennaio con contratti a termine e in formazione lavoro 350 giovani? E' vero che a Mirafiori c'è più lavoro che a Rivalta, e noi il problema lo affrontiamo spostando dipendenti da una fabbrica all'altra. Non siamo cretini. Se non confermiamo questi 147 vuol dire che non ci servono. Se in futuro avremo bisogno a Mirafiori di più lavoratori, e non basteranno gli spostamenti interni, vuol dire che ripescheremo tra questi 147.

RINA GAGLIARDI - Chi parla così non si accorge nemmeno che non sta parlando di patate, o di bulloni, o di pesci da "ripescare", ma di persone in carne e ossa. C'è qui un'arroganza quasi candida, una protervia assoluta e forse perfino inconsapevole.

LORENZA CRINI - I giovani, i ragazzi che sono entrati in Fiat negli ultimi anni io non li capisco. Arrivano in fabbrica e hanno già il macchinone, il cellulare alla moda. Per molti il cellulare è un motivo di vita. Fanno lo straordinario per il Nokia nuovo, per il vestito firmato. Allora ci vuole pazienza e spiegargli che se fai tanti straordinari togli lavoro agli altri. Turtto quello che l'operaio in fabbrica ha, è stato ottenuto con anni di battaglie.

LUCIANO GALLINO - Il precariato influenzerà pesantemente il mercato del lavoro. Tra pochi anni il 40% dei contratti nel mondo del lavoro, e non dei nuovi contratti, sarà precario. Questo comporta il rischio di affermazione di qualificazioni modeste e di bassi salari. Servono provvedimenti che aiutino a non far perdere professionalità tra un passaggio di lavoro e l'altro.

- Torniamo alla scarsa propensione dei giovani meridionali ad emigrare per lavorare.

CESARE SALVI - Non si tratta di portare dei lavoratori al Nord, ma di trasferire il lavoro verso il Sud.

MARCO MAZZOLI - Bisogna anche saper vedere che i giovani meridionali sono costretti a scegliere tra due situazioni precarie. Al sud sei disoccupato con lavori saltuari e irregolari, ma integrati da una rete di protezioni familiari e sociali. Al nord sono più numerose le garanzie e le opportunità, ma il costo della vita è molto più alto, specie per la casa. Molti disoccupati hanno titolo di studio o addirittura una laurea, mentre i posti offerti al nord sono poco qualificati (con l'eccezione del'informatica). Tanto più ingenti sono le risorse personali e familiari che in passato il giovane disoccupato ha dedicato allo studio, tanto più grave è la disperazione necessaria a farti accettare un lavoro dequalificato. Non tutti hanno pronte queste capacità di adattamento.

PAOLO FABBRI - Nell'ambito di una famiglia numerosa, chi lavora c'è sempre, anzi più d'uno, così come c'è quasi sempre chi riceve una pensione, che garantisce un reddito minimo sicuro o chi riesce a conquistare un posto presso un ente pubblico. Aggiungiamo la frequente proprietà della casa e si avrà il risultato di una vita discreta. 40 anni fa, quando i giovani del sud si spostavano per lavorare alla Fiat o alla Pirelli, tale sistema di solidarietà famigliare, che ha un valore economico significativo, esisteva già. Eppure 35-40 anni fa i giovani meridionali venivano al nord piuttosto che starsene a casa con un avvenire senza prospettive. La flessibilità ha molti aspetti negativi per i lavoratori, ma quello di favorirne lo spostamento da Sud a Nord è positivo e dovrebbe essere realizzato subito.

- Questo comporta l'ennesima rinuncia ad ogni progetto di industrializzazione e di decollo economico del Mezzogiorno.

PAOLO FABBRI - Spostare gli investimenti industriali al Sud è un'operazione lunga, complessa e difficile. Soprattutto, non si possono lasciare i giovani del Sud nella precarietà. Meglio un piano pubblico di intervento, che preveda case popolari, sostegno al pagamento degli affitti, facilitazioni nei contatti fra imprenditori e disoccupati, anche pagando i viaggi per i colloqui.

LUIGI ANGELETTI - 10mila imprese del Nord nel corso di quest'anno andranno ad investire fuori dai confini nazionali. O, utilizzando le risorse dell'Unione europea, creiamo le condizioni per rendere appetibile il meridione alle aziende che invece scelgono di lasciare il paese, o tra tre quattro anni, nel momento in cui vi sarà l'allargamento dell'Unione europea, quei fondi non saranno più a disposizione per ridurre il divario tra Nord e Sud.

- E come si può risalire la china?

LUIGI ANGELETTI - Ridurre del 30% il costo del lavoro intervenendo sul cuneo fiscale permetterebbe alle industrie di trovare, anche se non a parità di spesa, più interessante investire in meridione piuttosto che in Romania. Inoltre si possono agganciare i salari alla redditività delle nuove imprese e sospendere per tre anni l'efficacia dello Statuto dei lavoratori per le piccole aziende che superino la soglia dei 15 dipendenti.

TOMMASO PADOA SCHIOPPA – L’introduzione del principio della parità salariale trent’anni fa spiega come mai la disoccupazione al Sud sia tripla rispeto a quella del nord. Se la contrattazione salariale potesse avvenire per ambiti locali più ristretti, potrebbe aderire meglio alle condizioni economiche, al livello della produttività e allo stato di disoccupazione delle diverse regioni.

SAVINO PEZZOTTA - La pressione fiscale sulle imprese deve diminuire. Dobbiamo cercare di ottenere per questa via un aumento dell’occupazione.

FRIEDRICH SCHNEIDER - L'aumento dell'economia sommersa nasce dalla reazione di chi si sente schiacciato dal peso della tassazione e cerca una via di fuga. Ma questo volo verso il "nero" mina le basi dell'economia. Il risultato è un circolo vizioso di crescita del deficit statale con conseguente aumento della tassazione e del sommerso.

SILVIO BERLUSCONI - Meno Stato, meno tasse sul lavoro, sulle imprese, meno spesa pubblica corrente, più flessibilità, produrrebbero più competitività nelle nostre aziende, più sviluppo, e quindi più occupazione, meno disoccupati e meno criminali. Più occupazione significherebbe maggiori entrate nelle casse dello Stato, più risorse per trasformare uno Stato ostile in uno Stato amico dei cittadini.

- Tanto nel centrosinistra quanto nel centrodestra si osservano forze politiche sensibili al messaggio della grande industria, che assicura la soluzione di molti problemi a condizione che si riconoscano maggiore libertà alle imprese e minori diritti di contrattazione collettiva ai lavoratori.

 

OGGI E' PIU' FACILE DIVORZIARE

SILVIO BERLUSCONI - Oggi è più facile divorziare da un marito o da una moglie che licenziare qualcuno che non lavora! Oggi in Italia c'è una rigidità che non ha eguali al mondo.

LINA PALMERINI - A chi la vuole semplice sinonimo di precarietà, l’occupazione flessibile comincia a dare qualche delusione. Quest’anno il 38% dei lavoratori a tempo determinato è approdato a un posto fisso.

- Ma è il restante 52 per cento a girare come una trottola e a stare dai vetri.

SERGIO COFFERATI - Davvero non c'è flessibilità nel mercato del lavoro italiano? E' possibile che in un paese nella cui industria negli anni '80 è saltato, attraverso accordi spesso firmati dal sindacato, un milione di posti di lavoro, l'unico problema sia quello dell'eccessiva rigidità delle norme che definiscono i rapporti di lavoro, da risolvere mediante la riconquista del diritto da parte delle imprese ai licenziamenti collettivi?

SILVIO BERLUSCONI - Invece di sessanta contratti di lavoro diciamo un solo contratto, fermi i diritti acquisiti dei contratti esistenti, per i già occupati, ma per i nuovi impieghi via ai contratti di lavoro a tempo libero, ai contratti che potranno liberamente stipularsi tra imprenditori e giovani, che potranno essere assunti con facilità. Libertà quindi all'inizio del rapporto, durante il rapporto, e anche per una immaginabile e possibile fine del rapporto. Nuovi contratti che possano essere aperti e chiusi in qualunque momento, da qui in avanti, per tutti i nuovi lavoratori, specie per i giovani. Bisogna introdurre anche la libertà sul prezzo della prestazione, che dovrebbe essere più alto là dove c'è maggiore richiesta e meno alto nei settori o nelle aree dove c'è meno richiesta.

STEFANO PARISI - Noi industriali avevamo posto la questione della flessibilità e degli investimenti al sud nello scorso novembre e siamo stati decisamente bloccati da Salvi e Cofferati che, adesso, ci domandano di impiantare nuove imprese al Sud!

PIERRE CARNITI - E' inattendibile l'equazione: meno regole uguale più occupazione. Non c'è alcun dubbio che, come tutti i cittadini, anche le aziende siano oppresse da una marea di carta, di leggi e di regolamenti che comportano, in termini di tempo e di denaro, costi esorbitanti e spesso immotivati...Una vera e propria giungla che facilita e incoraggia arbitri, prevaricazioni ed una diffusa corruzione. Tuttavia, larga parte del mondo imprenditoriale quando invoca meno regole, più che la semplificazione legislativa, ha in mente una deregolamentazione. Tanto legislativa che contrattuale. Ha in mente un'idea di organizzazione sociale nella quale le uniche regole buone sono soltanto quelle che non ci sono, o quelle che riguardano altri. Ha quindi una mentalità simile a quella dei cow-boys, che abbiamo visto in tanti film western, secondo i quali gli unici indiani buoni erano quelli morti.

In fondo, nella flessibile America, la disoccupazione, si dice, è molto più bassa che in Europa.

SILVIO BERLUSCONI - Negli Stati Uniti sono stati creati milioni di posti di lavoro che hanno dato la possibilità ai giovani di credere nel loro futuro, di farsi una famiglia. Tutto questo è dimostrato da un numero preciso, una disoccupazione inferiore al 4%, quasi fisiologica.

MARCO MAZZOLI - Negli Usa i criteri di rilevazione statistica permettono di considerare occupato chiunque abbia svolto un'ora di lavoro nella settimana di rilevazione. Se si uniformassero i criteri, la differenza tra Europa e America sarebbe molto inferiore. Inoltre, i paesi europei con minore disoccupazione sono quelli come la Germania dove il lavoro per lungo tempo è stato meno flessibile. Infine, se si pensa di recuperare competitività agendo sulla riduzione dei salari, si rischia di preparare il crollo della domanda e il fallimento di molte imprese. Invece di rincorrere al ribasso il costo del lavoro, sarebbe meglio eliminare o limitare il commercio con i paesi che non rispettano i diritti e praticano il lavoro minorile e schiavile. Con migliori condizioni di lavoro e salari più dignitosi nei paesi in via di sviluppo, salirebbe la domanda per le merci prodotte nei paesi dell'Occidente. Starebbero meglio loro e staremmo meglio noi. Soprattutto, benessere, consumo, progresso, non sarebbero riservati al 10 per cento dell'umanità.

GIORGIO GARDIOL - Gli Stati o, a livello mondiale, le grandi organizzazioni, potrebbero ricavare risorse da utilizzare per interventi sociali con la cosiddetta "Tobin tax", ovvero la tassa sulle transazioni valutarie, il vorticoso movimento di capitali speculativi tra le borse dell'intero globo.

MATTEO PASSINI - Mille miliardi di dollari al giorno circolano incessantemente alla ricerca del maggior profitto e non sono controllabili.

MARCO REVELLI - A decidere del valore di una moneta e del destino di un'economia nazionale sono questi cacciatori di rendite alla velocità della luce. Nel 1992 circolava sul mercato globale dei capitali una somma che si aggirava sui 35mila miliardi di dollari. Nel 2000 si prevedeva di superare gli 83 milioni di dollari. Nel 1980 non si raggiungevano i 5mila miliardi di dollari. Nel 2020, se l'economia reale mondiale continuerà a crescere al ritmo di questi ultimi anni, il sistema finanziario mondiale raggiungerà il livello record di 360mila miliardi di dollari: una pila di biglietti da mille dollari alta più di 70mila chilometri.

- E tutto questo denaro che si sposta per il mondo senza altra direzione che il profitto non viene investito per produrre e per creare nuova ricchezza da distribuire.

MARCO REVELLI - In Germania, tra il 1955 e il 1960 la somma di 100 miliardi di marchi investita nell'industria per migliorare la produttività creava circa 2 milioni di posti di lavoro. Tra il '60 e il '65 questo stesso investimento non ne creava che 40mila. Tra il 1965 e il 1970 incominciava a distruggere posti di lavoro eliminandone centomila. Nell'insieme della CEE, a una crescita annua media del PIL del 2,5 per cento di dollari ha corrisposto, per tutti gli anni Ottanta, una crescita della disoccupazione di portata dirompente.

FAUSTO BERTINOTTI - Negli anni sessanta cresceva il capitale e contemporaneamente l'occupazione operaia. Aumentavano i profitti ma era possibile, attraverso le grandi lotte di classe e sindacali, conquistare una crescita dei redditi delle classi subalterne. Seppure in modo pesantemente diseguale, la ricchezza prodotta veniva redistribuita. Quel mondo è definitivamente tramontato. Allo sviluppo del capitale non corrisponde un miglioramento delle condizioni occupazionali e di vita delle classi lavoratrici. Di più, quando c'è, la crescita economica si separa definitivamente dal progresso della civiltà.

LUCIANO GALLINO - Diciotto su venti paesi dell'OCSE hanno registrato, nel periodo 1980-91, un tasso di sviluppo inferiore a quello del periodo 1960-71. Negli undici paesi dell'Euro, ad ottobre 1999 la disoccupazione era al 9,9 per cento, mentre negli anni Sessanta i medesimi paesi avevano un tasso di disoccupazione medio cinque volte più basso, cioè il 2 per cento.

- Un bilancio pessimo, a dispetto degli apologeti della globalizzazione. La sicurezza lascia il lavoro e abbraccia il capitale. Un carico di inquietudini e di angosce sociali si affaccia sulla scena di questa modernizzazione senza civiltà insieme con alcuni dei peggiori fantasmi del capitalismo ottocentesco.

SILVIO BERLUSCONI - L'economia di mercato non è un sistema perfetto, senza squilibri e senza inconvenienti anche gravi. Ma è, sino ad ora, il solo sistema di cui si disponga per produrre ricchezza. Le democrazie occidentali sono, quale più, quale meno, società afflitte da vari mali: ingiustizie, casi anche estesi di emarginazione sociale, disoccupazione, e via dicendo. Ma la liberaldemocrazia è l'unico sistema che disponga di strumenti per autocorreggersi.

FAUSTO BERTINOTTI - Il 20% più ricco dei paesi del mondo detiene le quote del prodotto interno lordo mondiale nella misura dell'86%, mentre il 20% più povero detiene una quota del prodotto interno lordo pari solo all'1%. I primi tre miliardari hanno un reddito superiore alla somma del prodotto nazionale lordo di tutti i paesi meno sviluppati, che comprendono oltre 600 milioni di abitanti.

LUCIANO GALLINO - Da 100 a 200 milioni di bambini fra i 6 e i 12 anni lavorano 12 ore al giorno per un dollaro al giorno in miniera, nelle cave, in vetreria, nelle fabbriche di tappeti e alla costruzione di strade. Altrettanti milioni di adolescenti, in condizioni simili, lavorano nell'abbigliamento, nella cancelleria e nell'elettronica di consumo. In tutti i paesi industriali avanzati è stata deliberatamente ridotta la quota dei lavori socialmente definiti sicuri sul totale degli occupati. La loro percentuale in nessuno dei principali paesi supera attualmente il 55 per cento.

FONTI

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I PROTAGONISTI DELla tavola rotonda (im)possibile

Gianni Alasia. Segretario della Camera del lavoro di Torino dal 1959 al 1974, poi assessore regionale al lavoro in Piemonte. Eletto parlamentare per il Pci nel 1983, attualmente è Presidente del Comitato piemontese del partito della Rifondazione comunista. Ha pubblicato Socialisti-centrosinistra-lotte operaie 1950-1960, Edizioni Don Milani; con Giancarlo Carcano e Mario Giovana Un giorno del '43, Gep (1983) . Con Emmelibri sono usciti Partito amaro amaro partito, (1999); Il fascino discreto della classe operaia (2000); Il caso della Venchi Unica (2000).

LUIGI ANGELETTI. Segretario confederale della Uil.

FEDERICO BELLONO. Segretario Fiom-Cgil della zona di Beinasco, Orbassano e Volvera.

SILVIO BERLUSCONI. Prima imprenditore edile e realizzatore di centri commerciali, poi fondatore della Fininvest. Presidente del Milan, è anche il leader di Forza Italia, il partito che ha conquistato la maggioranza relativa e la Presidenza del Consiglio nel 1994, quattro anni prima del suo primo Congresso nazionale, celebrato a Milano nell'aprile del '98.

FAUSTO BERTINOTTI. Segretario nazionale di Rifondazione comunista. Ha lavorato per trent'anni nella Cgil. Ha scritto La Camera dei lavori, Ediesse (1987); La democrazia autoritaria, Datanews (1991); Tutti i colori del rosso, Sperling & Kupfer (1995); Il nostro nuovo comunismo, Carmenta (1996); Le due sinistre, Sperling & Kupfer (1997); Pensare il '68, Ponte alle Grazie (1988); con Alfonso Gianni ha pubblicato Le idee che non muoiono, Ponte alle Grazie (2000).

Giorgio Bocca. Tra i fondatori di "Repubblica", ha preso parte alla Resistenza combattendo nelle file di Giustizia e Libertà. Tra le sue numerose opere, ricordiamo Gli italiani sono razzisti?, Garzanti (1988); La disunità d'Italia, Garzanti (1990). Per Mondadori ha pubblicato Il sottosopra (1994), Il filo nero (1995); Il viaggiatore spaesato (1996); Italiani strana gente (1997); Voglio scendere! (1998); Il secolo sbagliato (1999). Nel suo ultimo libro Pandemonio, Mondadori (2000), si è occupato delle suggestioni e dei problemi sollevati dalla "new economy".

Tito Boeri. Giornalista del "Sole-24 ore"

CARLO CALLIERI. Vicepresidente di Confindustria.

ALESSANDRO CAMMUSO - Delegato Uil presso la Merloni di None. Nell'amministrazione municipale di None è consigliere delegato alle politiche sociali e rappresenta il Comune in seno al Consorzio intercomunale socioassistenziale (Cisa).

PIERRE CARNITI. Durante l'autunno caldo del '69 leader nazionale dei metalmeccanici della Fim, è stato segretario confederale della Cisl dal 1979 al 1987. E' attualmente deputato europeo per il gruppo dei cristiano-sociali.

SERGIO COFFERATI. Segretario generale della Cgil.

GIORGIO CREMASCHI. Segretario piemontese della Fiom-Cgil. Con Marco Revelli ha pubblicato per Editori Riuniti il libro-intervista curato da Gabriele Polo Liberismo o libertà (1998).

LORENZA CRINI. Operaia alla Fiat Mirafiori, è attivista Cobas.

FLAVIA DE ROSSI. Ha scritto una lettera pubblicata su "Liberazione" dell'11 febbraio 2001.

DIRIGENTE FIAT. Intervistato da Loris Campetti per "Il Manifesto" in occasione della mancata riconferma dei 147 ragazzi di Mirafiori, ha preferito mantenere l'anonimato.

PAOLO FABBRI. Collaboratore de"L'Eco delle valli valdesi".

RINA GAGLIARDI. Condirettrice del giornale comunista "Liberazione".

LUCIANO GALLINO. Ordinario di sociologia all'Università di Torino, è autore di importanti saggi di rilievo nazionale ed europeo sui problemi della disoccupazione e della globalizzazione. Tra gli altri "Se tre milioni vi sembran pochi" (1999) e "Globalizzazione e disuguaglianze" (2000) editi entrambi da Laterza.

GIORGIO GARDIOL. Deputato pinerolese dei Verdi e membro delle Commissioni parlamentari Lavoro e Attività produttive.

DORIANA GIUDICI. Membro del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (Cnel).

LIONEL JOSPIN. Primo ministro francese, leader socialista.

ENRICO LANZA. Presidente dell'Associazione Lavoratori Pinerolesi (Alp-Cub).

GIUSEPPE MANTEGNA. Delegato Cgil alla Streglio. E' anche consigliere delegato allo Sport nel Comune di None.

EZIO MARCHISIO. Redattore de "L'Eco del Chisone".

ENZO MATTINA. Leader dei metalmeccanici della Uil negli anni '70, è ora presidente di Confiterim, una delle due associazioni delle agenzie di lavoro interinale.

Marco Mazzoli. Collaboratore de "L'Eco delle valli valdesi"

LINA PALMERINI. giornalista de "Il Sole-24 ore".

STEFANO PARISI. Direttore generale di Confindustria.

MATTEO PASSINI. Direttore della "Banca etica" di Padova.

fulvio perini. Membro della segreteria piemontese della Cgil.

savino pezzotta. segretario confederale della Cisl.

TOMMASO PADOA SCHIOPPA. Dirigente della Banca Centrale Europea (BCE).

ANNA PISTIDDA- Operaia alla Fiat dal 1977, prima a Rivalta e poi alla Fiat Ricambi, è passata alle dipendenze della Tnt di Volvera. Ora è stata trasferita a Mirafiori dove svolge attività nel sindacalismo alternativo.

GABRIELE POLO. Giornalista del "Manifesto", ha pubblicato I tamburi di Mirafiori (1989) e, con Marco Revelli, Fiat: i relegati di reparto (1992); ha curato il libro-intervista di Revelli e Cremaschi Liberismo o libertà (1998); con postfazione di Fulvio Perini ha pubblicato Il mestiere di sopravvivere (2000). Con Claudio Sabattini ha curato il volume Restaurazione italiana (2000).

MARCO REVELLI. Docente di Scienza della politica all'Università del Piemonte Orientale. Tra i suoi libri Fiat autunno 80. Per non dimenticare: immagini e documenti di una lotta operaia (con Pietro Perotti), Cric editore 1987; Lavorare in Fiat (Garzanti 1989); Le due destre (Bollati Boringhieri 1996); La sinistra sociale (Bollati Boringhieri 1997); Fuori luogo Cronaca da un campo rom (Bollati Boringhieri 1999); Oltre il Novecento (Einaudi 2001).

DANIELLE ROUARD. E' corrispondente da Roma di "Le Monde".

CLAUDIO SABATTINI. Segretario generale nazionale della Fiom-Cgil. Con Gabriele Polo è autore del volume Restaurazione italiana (2000).

CESARE SALVI. Ministro del Lavoro nel governo Amato.

JOSE' SARAMAGO. Premio Nobel per la letteratura 1988, portoghese e comunista, è uno dei più grandi narratori viventi. Tra i suoi romanzi ricordiamo Cecità, Il Vangelo secondo Gesù, Il memoriale del convento, L'anno della morte di Riccardo Reis, La zattera di pietra, La caverna.

FRIEDRICH SCHNEIDER. e' ordinario di Economia all'Università di Linz (Austria).

ADRIANO SERAFINO. Dirigente sindacale a Mirafiori dal 1965 e poi alla guida della Fim-Cisl dal 1973 al 1979, è stato nella segreteria provinciale torinese della Cisl fino al 1987.

EDI SOMMARIVA. Segretario generale della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe).

SUB COMANDANTE MARCOS - E' il portavoce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Chiapas (Messico).

DAVIDE TRON. Lavoratore precario aderente all'Associazione Lavoratori Pinerolesi (Alp-Cub).

SERGIO VALLERO, operaio e delegato sindacale per la Fiom-Cgil alla Magneti-Marelli di Poirino, attualmente è consigliere provinciale di Rifondazione comunista.

LUCA VITALE- giornalista de "Il Sole-24 ore".

 


MARIO DELLACQUA (1953) è stato operaio alla Fiat di Rivalta dal 1973 al 1980. Ora insegna Lettere all'Istituto Alberghiero 'Arturo Prever' di Pinerolo. Ha pubblicato per Edizioni Lavoro Cesare Delpiano La formazione di un sindacalista popolare (1986) e Cesare Delpiano la missione incompiuta (1997). Collabora con il mensile 'Il Mondo di None' e con il giornale comunista 'Liberazione'. E' assessore al Lavoro nel Comune di None.

dal supplemento al numero di febbraio 2001 de 'IL Mondo di None'-