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(...)Di
“efferatezze” Gheddafi ne avrà sicuramente compiute. Molte
meno di quante un’imponente campagna mediatica glie ne abbia
attribuite, e, pur tuttavia, quel che accade in Libia non ha
nulla di simile a quanto accaduto in Tunisia ed Egitto. Diverse
sono, anzitutto, le condizioni economico-sociali. La Libia è il
paese africano con il più alto reddito pro-capite (oltre 14.000
dollari), quello in cui sono più contenute le diseguaglianze
sociali e più distribuita d’ogni altro paese produttore di
petrolio è la rendita petrolifera. La disoccupazione giovanile
è elevata come nei paesi limitrofi, ma i disoccupati dispongono
di sussidi statali che altrove si sognano. Vi sono ritardi nel
soddisfare il fabbisogno di case, infrastrutture e servizi, ma
vi è anche una massa di 1,5/2 milioni di lavoratori immigrati
(su una popolazione di 6,5 milioni), cui è riservata la maggior
parte dei lavori manuali. Risultati raggiunti grazie alla
rivoluzione contro re Idris, creato dalle e asservite alle
potenze europee, e alla nazionalizzazione del petrolio che ne
conseguì. Altri e più ambiziosi obiettivi che la rivoluzione
si era prefissi non sono stati raggiunti, per motivi che non
approfondiamo qui, e in cui figurano responsabilità anche della
sua leadership. In particolare non ha avuto successo il piano di
trasformare la Libia in un paese di moderno capitalismo, con
apparati industriali e relative classi di borghesi e proletari,
lasciando, di conseguenza, sul terreno sociale una struttura a
relativamente forte prevalenza tribale. Persa questa battaglia,
Gheddafi ha cercato di amministrare lo stato con un compromesso
tra le tribù per la spartizione di potere e rendite
petrolifere, senza, però, abbandonare alcune caratteristiche
–quanto a uso “sociale” della rendita petrolifera-
profondamente diverse rispetto alle petro-monarchie.
Sul
piano della politica internazionale, esauritasi nella sconfitta
la spinta pan-araba e falliti i tentativi di più o meno
improbabili alleanze con movimenti “rivoluzionari” sparsi
per il mondo (Europa inclusa), la Libia ha cercato di
conquistarsi una relativa tranquillità intrecciando accordi e
affari con paesi occidentali, e soprattutto con
l’ex-madrepatria coloniale, l’Italia. Il prezzo è stato di
trasformare il paese nell’ante-murale della jihad
islamista e in cane da guardia dei flussi migranti dall’Africa
sub-sahariana.(...)
LEGGI TUTTO IN:
Alcune
pacate considerazioni sulle vicende libiche doc
22 MARZO
estratto /dalla'Teoria e pratica della non-violenza .
M.Gandhi
(...)
La
non-violenza del debole o resistenza passiva va a sua volta,
secondo Gandhi, nettamente distinta da quella che egli
chiama la non-violenza del codardo, cioè
dall'atteggiamento di colui che si astiene dalla violenza
per semplice vigliaccheria o per altri motivi puramente egoistici.
A coloro che appartengono a questo gruppo Gandhi non ha che un
consiglio da dare, quello cioè d'imbracciare le armi e
riscattarsi piuttosto che sottomettersi o adeguarsi
opportunisticamente al potere dello sfruttatore, del tiranno,
del carnefice, in nome di una presunta non-violenza. Nella
scala gandhiana dei valori la non-violenza del forte occupa
dunque il primo posto, la cosiddetta non-violenza del codardo
l'ultimo.
Ε se vi
può essere discussione circa la questione se Gandhi
preferisse la non-violenza del debole alla violenza, non vi
può essere dubbio alcuno che egli sempre preferì la violenza,
ove naturalmente la causa fosse ritenuta giusta, alla
codardia. ≪... Non ho mai considerato la violenza
- egli ha scritto in una occasione - come una cosa permessa. Ho
semplicemente distinto tra il coraggio e la codardia.
L'unica cosa lecita [lawful] è la non-violenza... Tuttavia,
sebbene la violenza non sia lecita, quando viene usata per
autodifesa o a protezione degli indifesi essa e un atto di
coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione≫[34].
Similmente,
in altra occasione, scrisse che pur essendo convinto che
≪la non-violenza e infinitamente superiore alla
violenza≫, tuttavia ≪nel caso in cui l'unica scelta possibile
fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la
violenza≫[35].
Scrisse anche di aver ≪notato che
spesso le persone deboli invocano a giustificazione delle loro azioni
la fede... nei principi da me predicati, quando, a causa della
loro codardia, si rivelano incapaci di difendere il loro
onore e quello di coloro che avrebbero dovuto proteggere≫[36]. Ε ricordando un episodio analogo, egli
disse di aver pubblicamente denunciato tale condotta affermando
che la sua non-violenza ≪giustificava pienamente la
violenza usata da coloro che non credevano nella
non-violenza e che erano chiamati a difendere l'onore delle loro
donne e dei loro bambini≫. Ε aggiungeva: ≪La
non-violenza non è una giustificazione per il codardo, ma
e la suprema virtù del coraggioso. La pratica della
non-violenza richiede molto più coraggio della pratica
delle armi. La codardia e assolutamente incompatibile con la
nonviolenza.
Il passaggio dalla pratica delle armi alla
non-violenza è possibile, e a volte perfino facile. La
non-violenza dunque presuppone la capacita di colpire. Essa e un
cosciente e volontario freno imposto alla propria volontà
di vendetta. Ma la vendetta e sempre superiore alla
passiva, imbelle e impotente sottomissione. Il perdono però
e ancora superiore. Anche la vendetta è sintomo di
debolezza≫[37].
dalla
premessa di Giuliano Pontara
(vedi testi dal libro 'Teoria
e pratica della non-violenza . M.Gandhi)
L'imperialismo
nel grande gioco nordafricano
Newsletter
n.28 - 24.3.2011- associazione Pon Sin Mor
le
schede sui vari paesi arabi in lotta sono in
preparazione
le
newsletter prededenti sono sul sito www.ponsinmor.info
:
http://www.ponsinmor.info/index1.htm
ABC
Alfabeto delle Bugie di un Conflitto
A
Articolo 11
della nostra Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra
come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali''.
È una bugia che la
risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
possa travolgere il presidio normativo contenuto nella prima
parte dell’art. 11 della nostra Costituzione. Lo affermano
stimati giuristi internazionali.
B
Bombardamenti “Noi italiani non stiamo
bombardando”, proclamano a gran voce Berlusconi, e i
Ministri La Russa. Scopriamo così di avere dei magici Tornado
e cacciabombardieri che “colpiscono ma non bombardano”,
come dichiara Frattini. Senza contare poi che dal nostro
Paese (Aviano, Ghedi, Trapani, Gioia del Colle ecc) partono
gran parte degli aerei franco-anglo-amenricano che stanno
sganciando bombe sulla Libia
C
Civili
non è vero che ci sia in Libia una “difesa dei civili dallo
sterminio perpetrato da Gheddafi”. Lì è in corso una
guerra civile interna di secessione fra clan tribali rivali:
quello di Gheddafi in Tripolitania e quello dei cosiddetti
“ribelli” in Cirenaica.
D
Diritti umani, pace, garanzia della sicurezza sono pura
mistificazione, un pretesto per invasioni militari. La stessa
manipolazione è avvenuta in Irak, dopo le false notizie sulle
“armi di distruzione di massa” in realtà mai esistite. Un
falso “intervento umanitario” si è avuto anche in Kosovo,
facendo poi strage di civili serbi dai cieli per potersi
impadronire del territorio. La storia si ripete, purtroppo.
E
England dietro
ai proclami inglesi sull’intervento militare “contro le
violenze sulle popolazioni” si nascondono in realtà gli
interessi della British Petroleum, che deve riprendersi
economicamente dopo il recente disastro ecologico nel Golfo
del Messico. Per questo motivo corpi speciali delle truppe
britanniche sono stati al fianco dei ribelli di Bengasi già
nei primissimi giorni della rivolta contro Gheddafi.
F
Frattini o Frottolini “Non
stiamo facendo la guerra”, ha dichiarato il Ministro degli
Esteri berlusconiano, per tranquillizzare le coscienze del
proprio elettorato. Ma i nostri Tornado e cacciabombardieri F
16 sono in volo con bombe per distruggere la contraerea,
colpire radar e carri armati, provocando chissà quanti
“danni collaterali”, come vengono chiamate in gergo
militare le vittime civili dei bombardamenti.
G
Gheddafi
sarà pure un dittatore, uno che ha violato i diritti umani
nel suo paese e quant’altro, ma non ci si racconti che i
vertici di governo Francesi, Inglesi, americani vogliono
salvare il popolo libico dalle violenze di Gheddafi. La
recente crisi finanziaria ha ridotto in Libia i ricavi dei
pozzi di petrolio, intaccando il rapporto fra le tribù e
provocando una guerra civile di secessione di una parte del
paese, esattamente come fu in Jugoslavia.
Francia,
Inghilterra, e a ruota America e Italia hanno preso a pretesto
le divisioni tribali presenti in Libia per farne carne di
porco dei loro appetiti neocoloniali.
H
Hussein Tarek Saad, colonnello, è uno degli alti ufficiali
del regime di Gheddafi passato coi ribelli di Bengasi, che ha
affermato al “Time” che “sono stati i giovani ad
iniziare la rivolta, e poi sono stati messi da parte” per
lasciar spazio agli ex gerarchi del regime di Gheddafi
ribellatisi, cavallo di Troia delle potenze straniere. La
volontà di democratizzazione e autodeterminazione da parte
dei giovani, contrari all’intervento straniero, è stata
dunque usata all’inizio solo come paravento.
I
Invenzioni dei mass media
Sono state inventate di sana pianta notizie allarmanti e
orribili per legittimare poi l’intervento “umanitario” a
favore delle popolazioni civili libiche. Bugie come ad esempio
le migliaia
di fosse comuni,
rivelatesi essere invece antecedenti alla guerra e
inerenti ai lavori di ristrutturazione del cimitero di
Tripoli.
L
Lanci chirurgici è
una grossa balla. Sparano da lontano, dal
mare, dal cielo, non vedono grazie alla tecnologia, usano
aerei senza piloti, con bombe e radar., e i risultati sono
sempre gli stessi nelle ultime guerre.
M
Manifestazioni non
è vero che il conflitto interno alla Libia sia uguale a
quello delle rivolte scoppiate negli altri paesi arabi. Perché
in Libia il reddito pro-capite è 6 o 7 volte superiore ai
paesi vicini; perché la Libia ha attratto parecchia
manodopera africana (un milione e mezzo); perché non ci sono
stati finora immigrati libici nei paesi europei; perché non
c’è stato un crescendo di manifestazioni popolari né
scioperi degli operai nei centri industriali come in Tunisia
ed Egitto
N
No-fly zone, si chiama così ma si legge bombardare un
Paese, calpestando il diritto
internazionale, la sovranità, l'indipendenza, l'unità e
l'integrità territoriale di una Nazione che ha diritto alla
propria autodeterminazione
risolvendo le proprie questioni interne senza ingerenze
militari.
O
ONU
la
risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza che ha permesso
l’iniziativa militare, si
è servita come pretesto della cosiddetta «responsabilità
di proteggere» (Responsibility to protect), usata quando ci
sarebbe una grave violazione dei diritti umani da parte di uno
Stato. Ma in verità in Libia siamo di fronte ad una guerra
civile interna tribale fa clan, e l’intervento militare di
nazioni esterne si configura quindi come un’ingerenza in
questioni interne ad uno Stato. La risoluzione dell’Onu,
inoltre, è stata scritta con contorni volutamente incerti,
in modo che fosse interpretabile da ciascun
banchettante a modo suo. E i risultati si stanno vedendo.
P
Pace “Si
vis pacem para bellum” se vuoi la pace prepara la guerra. I
nuovi colonialisti parlano di pace ma usano in verità sempre
la guerra per soddisfare i loro appetiti. Bisogna
al più presto predisporre tutti i passi politici e
diplomatici per far cessare il prima possibile la perdita di
vite umane, i bombardamenti, ed ogni operazione di carattere
militare. Solo la mediazione di una Commissione
Internazionale, di un soggetto neutrale come ad esempio
l’Assemblea delle Nazioni Africane o la Turchia, può
diventare l’artefice di una soluzione pacifica del
conflitto.
Q
Qatar, è
lo stato arabo appena inserito nel gruppo dei
“volonterosi” che sta portando avanti le operazioni
militari. Sarebbe questo il campione della democrazia? Uno
stato che si è di recente contraddistinto per la sanguinosa
repressione dell’opposizione al proprio interno?
R
Ribelli
Il presidente del Consiglio Provvisorio di Bengasi è l’ex
ministro della giustizia libico Mustafà Abdel Jalil,
bengasino come lo è l’ex ministro degli interni, il
generale Abdul Fattah Younes. Del Consiglio fanno parte ex
alti ufficiali delle forze armate libiche e un settore
rilevante dell’apparato statale del regime di Gheddafi, e
gruppi islamici. Un gruppo di potere mosso in realtà da
insoddisfazioni, in particolare per la riduzione di benefici
dovuta alla recente crisi internazionale. Su questo hanno
indubbiamente lavorato nei mesi precedenti la “rivolta” i
servizi segreti britannici, statunitensi, francesi ma anche
quelli italiani
S
Sarkozy
quanto sincere sino le sue idee “democratiche” e
“umanitarie” lo si capisce ricordando che pochi mesi fa
offriva aiuti militari al dittatore Ben Alì per soffocare nel
sangue l’inizio della rivolta tunisina.
T
Total e
BP Sarkozy come Cameron hanno in verità lo scopo di piazzare
in Libia le loro compagnie petrolifere. La Francia è in crisi
col nucleare per i recenti avvenimenti in Giappone, e inoltre
incombono le elezioni…
U
UE Unione
europea, di unito non c’è più niente in realtà, dopo che
la Germania che si è sfilata da ogni iniziativa belligerante,
probabilmente perché i suoi appetiti sono rivolti più a Est
che nel Mediterraneo.
V
Vandali
“invasioni barbariche di
immigrati e criminali a milioni”, ma niente di
tutto questo si è finora verificato. Per far sembrare più
drammatica la situazione immigrati Berlusconi e Maroni li
hanno di proposito concentrati tutti a Lampedusa, ma la verità
è che siamo lontani dalle cifre a 5 zeri raccontate da Lega
& co. Certo se la guerra proseguirà la situazione
immigrati potrebbe di molto peggiorare, e di questo avrà
responsabilità anche il PD con l’elmetto. Una responsabilità
che non mancherà di pagare anche in termini elettorali.
Z
ZZZZ……e
buonanotte e sogni d’oro a quella parte di italiani che
crede sempre alle favole!
Franco
Pinerolo
dichiarazione
della Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta
Internazionale/ 23 marzo
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha votato una zona di non
volo ("no fly zone") per
la Libia. Questa
misura fa parte della risposta dell'imperialismo contro il
processo rivoluzionario in Nord Africa e nell'intero Medio
Oriente. Per l'imperialismo, l'avanzare della rivoluzione
araba è una minaccia molto grave, poiché mette in
discussione un pilastro centrale dell'ordine mondiale, la zona
in cui si trovano le fonti di petrolio e di gas più
importanti del mondo e perché minaccia l'esistenza dello
Stato di Israele, il gendarme militare dell'imperialismo in
Medio Oriente.
Di fronte al fatto che le rivoluzioni non si fermano,
minacciando di estendersi anche all'Arabia Saudita,
l'imperialismo ha deciso di intervenire militarmente e
contenere il processo ad ogni costo, prima di perdere
completamente il controllo. Per ciò, dopo discussioni ed
esitazioni, ha votato per un intervento militare in Libia. Ciò
è parte di un contrattacco militare coordinato su più
fronti, sotto forme diverse, ma con lo stesso obiettivo.
In Bahrein, dove ha sede
la Quinta Flotta
degli Stati Uniti, di fronte all'occupazione della Piazza
principale della capitale da parte delle masse che
minacciavano di rovesciare la monarchia, e con la crisi dello
stesso esercito dell'emiro, incapace di reprimere
efficacemente, l'imperialismo ha deciso di intervenire
attraverso le truppe della monarchia saudita e degli Emirati
Arabi Uniti, entrambi suoi agenti fedeli. Nello Yemen, sta
stimolando la feroce repressione del dittatore Saleh, che solo
questa settimana ha fatto più di 40 morti.
La "no fly zone" in Libia
In
Libia, l'imperialismo ha preso la decisione di intervenire
militarmente con le proprie forze e sotto la copertura dell'Onu,
decretando una "no fly zone" che diventa di fatto
una licenza per l'intervento militare. Ciò significa che le
forze armate dell'imperialismo attraverso la Nato sono
autorizzate ad attaccare qualsiasi installazione militare in
Libia.
Al contempo, preoccupato per l'erosione del consenso provocata
dai suoi interventi in Irak e dall'occupazione in corso in
Afghanistan, l'imperialismo nordamericano ha cercato di
trovare un ampio fronte a sostegno del suo intervento
militare, coinvolgendo gli altri imperialismi, e la Russia e
la Cina, attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite, includendo
la stessa Lega Araba.
Per fare ciò ha utilizzato come scusa il genocidio scatenato
da Gheddafi, visible in tutto il mondo sugli schermi
televisivi, con i massacri perpetrati dal dittatore. Ma se
fosse vera questa motivazione, come spiegare che allo stesso
tempo l'imperialismo appoggia le monarchie dell'Arabia Saudita
e del Bahrein e il dittatore dello Yemen che stanno reprimendo
e assassinando i manifestanti di questi due ultimi Paesi?
Qual è l'obiettivo dell'intervento imperialista?
Pertanto,
dobbiamo essere chiari: se il pretesto di questo intervento
militare, sotto l'ombrello dell'Onu, sono i massacri di civili
che compie Gheddafi in Libia, la vera ragione è,
approfittando dell'indignazione generalizzata contro Gheddafi,
tornare a intervenire militarmente in forma diretta in una
regione in cui la rivoluzione araba è in pieno svolgimento e
assicurarsi il controllo della regione in un punto critico: la
Libia.
Tale è il grado di radicalizzazione dello scontro del popolo
libico contro Gheddafi, che l'imperialismo interviene per
evitare che la guerra civile si estenda e per impedire che la
rivoluzione araba si radicalizzi ulteriormente, sia nel caso
di una vittoria militare immediata di Gheddafi, che aprirebbe
la possibilità di una guerra di guerriglia, sia nel caso di
una guerra civile prolungata in un Paese centrale per
l'approvvigionamento di petrolio e che potrebbe generare
movimenti di appoggio e incendiare tutta l'area.
Con lo stesso cinismo con il quale lo hanno sostenuto per
anni, con cui lo hanno ricevuto nelle capitali europee con
cerimonie d'onore, ora che la popolazione si è alzata in armi
contro il dittatore, le potenze imperialiste sono passate a
un'altra tattica: ritirargli l'appoggio per imporre un
soluzione che stabilizzi la situazione e imponga i loro
interessi, come hanno fatto in passato con Gheddafi, ma
controllando direttamente
la situazione. Quello
che è cambiato per l'imperialismo non sono stati i massacri
operati da Gheddafi: è stato lo scoppio di una rivoluzione e
di un'insurrezione armata contro il dittatore sostenuta dalla
maggioranza della popolazione: è per questo che
l'imperialismo necessita di stabilizzare la situazione.
Ma il governo di Obama è preoccupato anche per la situazione
politica e per il discredito degli Usa, tanto nei Paesi arabi
come all'interno stesso degli Usa, a causa dell'occupazione
dell'Irak e dell'Afghanistan. E' per questo che ha provato,
prima di espandere il fronte imperialista, a ottenere
l'appoggio dei popoli arabi, e di quello libico in
particolare, per questo intervento. Da qui anche l'importanza
di assicurarsi il sostegno della Lega Araba alla decisione di
decretare la zona di non volo.
La reazione degli insorti
All'inizio
dell'insurrezione i ribelli hanno catturato un elicottero con
ufficiali inglesi che volevano negoziare con loro, ma li hanno
subito espulsi. C'era un'ostilità chiara al coinvolgimento
dell'imperialismo nella lotta del popolo libico.
L'imperialismo sperava che cambiasse questa situazione,
approfittando di un calo del morale del popolo libico per i
massacri e le sconfitte militari che hanno dimostrato una
netta superiorità di armamenti e equipaggiamenti a favore di
Gheddafi. Contro i comitati popolari di lavoratori privi di
esperienza nel maneggio delle armi prese all'esercito
regolare, ci sono le Brigate Khamis, divisioni ben armate e
addestrate che combattono per Gheddafi.
L'imperialismo ha approfittato di un momento, della guerra
civile, in cui si è avuta un'offensiva delle truppe di
Gheddafi contro le città liberate dai ribelli che avevano
perso buona parte delle loro conquiste e si sentivano
accerchiati. Questo ha creato un atteggiamento di attesa di
aiuti esterni da parte del popolo libico minacciato dai
massacri di Gheddafi. Al contrario dei primi momenti, quando i
comitati popolari respingevano l'intervento imperialista con
striscioni e dichiarazioni, ora ci sono espressioni di
sostegno popolare all'intervento dell'Onu, alla "no fly
zone", che si sono riflesse anche in striscioni a Bengasi.
Dobbiamo denunciare i dirigenti borghesi libici
dell'opposizione, che in gran parte provengono dalle file del
governo di Gheddafi, che chiedono di sostenere le decisioni
dell'Onu e fanno appello apertamente all'intervento militare
imperialista con truppe di terra. Questo dimostra come sono
disposti a servire da agenti dell'imperialismo e a tradire la
rivoluzione libica.
Noi della Lega Internazionale dei Lavoratori siamo al fianco
della rivoluzione libica contro Gheddafi, nonostante la
posizione proimperialista di vari dirigenti dell'opposizione.
E' da questa posizione che vogliamo allertare i manifestanti
di Bengasi: le truppe imperialiste, una volta entrate in
Libia, saranno i nuovi occupanti del Paesi e la prima misura
che prenderanno sarà disarmare i comitati popolari per
assicurare che il governo che si formerà in Libia garantisca
gli interessi dell'imperialismo. Anche se entrano con i caschi
azzurri dell'Onu il loro compito sarà questo. E chiunque si
opporrà sarà represso da queste truppe.
La presenza di truppe straniere servirà a garantire
all'imperialismo un controllo sulla Libia come quello imposto
in Iraq o in Afghanistan. La conferma di ciò ci viene dal
sostegno che l'imperialismo fornisce alla sanguinosa
repressione in Bahrein e Yemen e che ha lo stesso motivo di
fondo: imporre una stabilizzazione fondata sui loro interessi.
Per questo siamo totalmente contro questo intervento e
chiamiamo gli insorti a ripudiarlo e a combattere la sua
presenza. I fatti hanno prodotto due nemici da combattere
contemporaneamente: Gheddafi e l'imperialismo che arriva per
controllare il Paese utilizzando la maschera dell'"aiuto
umanitario" e della "pace". Inoltre,
paradossalmente, l'intervento imperialista serve da scusa a
Gheddafi per presentarsi come una vittima, e come
"difensore della sovranità nazionale".
Due polemiche
In
questo momento ci sono due tipi di posizioni nella sinistra
che devono essere combattute duramente: attorno a Fidel
Castro, Daniel Ortega e Chavez, gli "amici di Gheddafi",
si è formata una posizione che afferma che è necessario
sostenere Gheddafi perché l'imperialismo gli sarebbe nemico e
perché Gheddafi sarebbe antimperialista. Ma questo è
completamente falso: l'imperialismo ha sostenuto Gheddafi, lo
ha armato e addestrato negli ultimi anni. Inoltre Gheddafi ha
detto ai governi imperialisti, ripetendolo ancora durante i
combattimenti, che solo lui avrebbe potuto continuare a
garantire gli interessi dell'imperialismo rispetto al
petrolio, continuare a combattere il terrorismo di Al Qaeda in
collaborazione con le potenze imperialiste e continuare a
collaborare funzionando come distaccamento della polizia
dell'Unione Europea per impedire che gli immigrati
"clandestini" dall'Africa arrivino in Europa.
Gheddafi, che in passato, così come la direzione cubana e
quella sandinista, ha avuto duri scontri con l'imperialismo
(per poi diventarne un socio) sta reprimendo nel sangue le
mobilitazioni popolari, a tal punto che ha provocato una
guerra civile.
Ma Fidel Castro, Hugo Chávez e Daniel Ortega stanno dalla
parte del genocida Gheddafi in questa guerra. Quei dirigenti,
che si dicono rappresentanti della sinistra, continuano a
difendere un macellaio che era amico dell'imperialismo.
Continuano a negare o a dubitare (parlano di guerra mediatica)
che vi siano stati gli attacchi contro i civili e le stragi
che pure erano visibili su tutti i mezzi di stampa del mondo,
su internet, sulle foto trasmesse dai telefonini, ecc.
Peraltro proprio lo stesso Gheddafi ha confermato cinicamente
che "ha fatto come Israele a Gaza", ovvero massacri
genocidi contro la popolazione civile. La realtà è che
Gheddafi e la sua pratica genocida hanno dato argomenti
all'imperialismo per intervenire militarmente.
Alcuni sostenitori di questa posizione arrivano a dire che la
decisione del Consiglio di Sicurezza conferma la loro analisi.
Viceversa dobbiamo guardare al di là delle apparenze: se ora
tutti gli imperialismi si risolvono a intervenire, con il
beneplacito di Russia e Cina, è solo per garantire gli
accordi che avevano con Gheddafi perché lui, per quanto
vorrebbe, non è più una garanzia.
L'altra posizione nella sinistra che costituisce una grave
capitolazione all'imperialismo è quella di coloro che
salutano l'intervento dell'imperialismo come una " difesa
dei civili", o come un mezzo "per fermare il
massacro". Alcuni si limitano a sostenere la "no fly
zone" approvata, altri si spingono a sostenere
l'intervento diretto, con truppe "di pace",
dell'imperialismo. Questi ultimi confidano nelle truppe dell'Onu
come portatrici di "pace". La tesi comune è che per
fermare il massacro è necessario fare appello alle
istituzioni internazionali.
Ma chi propone come soluzione l'intervento imperialista si
dimentica di quale è stato il ruolo dell'Onu in Afghanistan,
in Palestina, in Iraq e in tutte le occupazioni presunte
"umanitarie". Sono gli stessi che vedono in Obama un
volto "più umano": nonostante continui
l'occupazione dell'Iraq e dell'Afghanistan e a bombardare il
Pakistan.
Si tratta di una posizione nefasta perché cerca di convincere
i lavoratori a sostenere un intervento imperialista in Libia
che sarà la base per l'occupazione e l'oppressione del popolo
libico e un avamposto per attaccare l'insieme delle
rivoluzioni arabe. Al contrario, è necessario che nei Paesi
imperialisti si sviluppi una forte campagna contro l'invio di
truppe, smascherando la campagna che stanno facendo per
giustificare l'intervento militare, e mobilitandosi contro i
governi che partecipano ai piani di occupazione.
La soluzione: la rivoluzione araba
L'intervento
militare imperialista ha come scopo seppellire la rivoluzione:
ecco perché chi sostiene la rivoluzione deve contrastare
l'intervento. Il nuovo occupante reprimerà chiunque gli si
opporrà.
Alle masse libiche dobbiamo ricordare che la loro rivoluzione
è parte della rivoluzione araba e per questo incontra un
grande sostegno in Nord Africa, in Medio Oriente e tra i
lavoratori di tutto il mondo, soprattutto dell'Europa, dove il
rapporto è molto stretto per la presenza di una forte comunità
di immigrati arabi e del Nord Africa. E' qui, tra i lavoratori
e le masse popolari, che bisogna cercare sostegno. Però è
necessario trasformare questa solidarietà, sulla quale può
contare in tutto il mondo arabo la rivoluzione libica, in
forza di combattimento per sconfiggere Gheddafi con l'azione
di massa di tutta
la regione. Bisogna
chiamare alla più ampia solidarietà con
la rivoluzione. Nei Paesi
arabi il primo compito è quello di pretendere che i governi
ritirino l'appoggio all'intervento imperialista approvato
dalla Lega Araba. È necessario chiamare alla solidarietà
attiva delle masse arabe, con l'invio di armi e volontari per
combattere la dittatura assassina di Gheddafi.
In particolare, nei Paesi in cui la rivoluzione ha avuto un
forte sviluppo e che sono vicini alla Libia, come Egitto e
Tunisia, è necessario denunciare questi governi per la loro
posizione attuale e pretendere che ritirino l'appoggio
all'intervento votato dalla Lega Araba, e che rompano con il
dittatore Gheddafi facilitando l'invio di appoggi in alimenti,
medicinali e armi per gli insorti.
L'esempio della guerra civile spagnola, e di quella
nicaraguense per rovesciare Somoza, hanno mostrato che quando
si tratta di una guerra civile tra due parti, in cui da una
parte c'è una dittatura assassina e dall'altra le masse
popolari armate, è possibile che attivisti di tutto il mondo
si uniscano per combattere a fianco della rivoluzione, con
brigate internazionali di appoggio. Soprattutto nel mondo
arabo, che vive una rivoluzione, è possibile organizzare
migliaia di lavoratori e giovani perché vadano a combattere
contro questa dittatura assassina. Questa forza deve
avversare, e deve essere pronta a combattere, qualsiasi
intervento imperialista che tenti di dominare il Paese e di
schiacciare l'insurrezione.
E' anche urgente l'appoggio alla rivoluzione in Bahrein e
nello Yemen. La rivoluzione araba è un processo unico, il
risultato in ogni singolo Paese influirà sul risultato
d'insieme. Il futuro della rivoluzione egiziana e tunisina si
gioca anche lì.
No all'intervento imperialista!
No alla "no-fly zone" autorizzata dall'Onu!
No all'invio di truppe imperialiste in Libia, siano
esse delle Nazioni Unite, della Nato o di singoli Paesi!
Fuori le truppe saudite e degli Emirati dal Bahrein!
Abbasso Gheddafi! Tutto il sostegno all'insurrezione
libica!
Abbasso la monarchia del Bahrein, la dittatura dello
Yemen e tutte le dittature arabe!
Pieno sostegno alla rivoluzione in Yemen e Bahrein!
Viva la rivoluzione araba!
PER
L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI
CONTRO
L’AGGRESSIONE IMPERIALISTA IN LIBIA
L’aggressione
militare che in queste ore è stata rivolta alla Libia, da Stati
Uniti, Inghilterra, Francia e Italia, dietro il pretesto
di un intervento fatto a fini umanitari, per impedire
l’ulteriore uccisione di civili oppositori al regime di
Gheddafi è in realtà l’ennesimo inganno operato a danno
delle popolazioni dei paesi coinvolti nel conflitto. Attraverso
questa strategia politica militare, i governi padronali di paesi
a capitalismo più avanzato, puntano a sostenere e ottenere
precisi interessi economici, attuando la pratica di rapina,
sopraffazione e oppressione verso i popoli dei paesi a
capitalismo più arretrato.
Questo
agire da sempre trova il pieno supporto nelle stesse risoluzioni
dell’ONU che è nei fatti il comitato di affari e centro
operativo dell’organizzazione mondiale - ASSASSINI S.p.A.
L’ONU non ha mai salvato nessun paese da regimi dittatoriali,
e la sovranità dei popoli resta solo un bel principio da citare
perché mai viene applicato.
Questa
pratica predatoria imperialista, viene legittimata e diffusa
nelle masse dietro il mezzo della propaganda, grazie
all’informazione ufficiale che viene data dai massa-media i
quali essendo funzionali al sistema, lavorano intellettualmente
e culturalmente a manipolare cause e i perché oggettivi ai
fatti della stessa realtà. Il contenuto culturale ideologico
politico che passa è sempre quello che c’è un nemico, un
dittatore, un nuovo terrorismo, da combattere e abbattere,
per far trionfare la democrazia. Quella democrazia che noi
conosciamo molto bene perché è presente nei nostri paesi,
tanto strombazzata dai nostri politici e governi come esempio di
civiltà superiore.
Una
falsa democrazia che non ci garantisce ne la libertà dai
bisogni essenziali e tanto meno l’uguaglianza la
giustizia, ma ci rilascia invece solo sfruttamento e miseria.
Sappiamo cosa significa questa democrazia, la democrazia
borghese dei nostri padroni. Cosa ci differenzia in tutto questo
dagli altri regimi? Noi operai e lavoratori continuiamo ad
essere utilizzati solo come massa da manovra, per interessi e
fini che non ci appartengono e che non corrispondono ai nostri
veri bisogni, usati come comparse a far numero dentro un vecchio
copione che si ripete. Un copione già inscenato nella storia
sia passata come quella presente, le due guerre mondiali e
quelle più recenti la guerra in Afghanistan e quella in Irak.
Un
copione che se ancora oggi attecchisce, lo si deve al fatto che
tra le masse lavoratrici non esiste più una capacità critica
sulla realtà. È venuta a mancare la politica di classe,
propria della classe operaia la sua stessa organizzazione
politica con carattere antagonista e anticapitalista, capace di
contrapporsi e contrastare la concezione, politica e pratica
della classe padronale che è al potere del sistema
capitalistico. Se così non fosse il cosciente e il dissenso
politico, di operai e lavoratori, come anche quello delle masse
popolari, andrebbero verso tutt’altra direzione. Non
appoggerebbero in modo supino la politica messa in atto dai
governi di destra e di sinistra, la sinistra borghese,
funzionale alla politica del padrone.
Ma
sosterebbero l’autodeterminazione dei popoli, la fratellanza,
l’internazionalismo per il fine unico e comune della classe
operaia una sola e uguale in tutto il mondo; quello di lottare
per il superamento di questo sistema padronale classista, basato
sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La
crisi economica spinge e trasforma le guerre commerciali in
guerre armate, per le materie prime, le risorse energetiche come
il petrolio. Materie e risorse che diventano sempre più
indispensabili, per combattere la concorrenza nella guerra
dichiarata per i profitti privati su i mercati mondiali. I
governi di Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Italia, nascondono
dietro il termine democrazia interessi economici materiali.
Esporteranno sicuramente la loro democrazia, che porterà a quei
popoli la pace eterna. La Libia troverà la libertà nei
bombardamenti, nelle stragi di civili, una nuova dittatura
vestita da democrazia.
Se
l'appoggio viene dall'esterno, saranno loro a comandare sulle
risorse attraverso loro fantocci. L’ipocrisia mostrata dai
governi dei paesi che si sono buttati come avvoltoi,
sull’opportunità a loro offerta da questo nuovo conflitto è
stata senza ritegno. Se poi si pensa che ad appoggiare la guerra
contro la Libia, ci sono gli stessi paesi appartenenti alla lega
araba, come il Bahrein e l’Arabia Saudita che hanno governi a
espressione di regimi dittatoriali che si sono distinti nella
repressione sanguinaria contro le manifestazioni popolari fatte
dagli oppositori agli stessi regimi. Oppositori che a differenza
di quanto è accaduto nella rivolta libica, sono insorti senza
armi.
Se
Gheddafi deve o non deve più stare al potere in Libia, questa
è una questione che deve risolvere da sé il popolo libico e
senza interferenze o ingerenze alcune. Chi crede che la
democrazia si possa esportare o che serva l’intervento esterno
per realizzarla, finge di non capire che dietro c'è solo un
interesse economico dei padroni. Gli esclusi dalle risorse
Libiche colgono la situazione per rientrare in gioco.
Noi
operai vorremmo poter dire agli oppositori libici, non
illudetevi se le potenze occidentali intervengono, non è perché
hanno a cuore le vostre sorti, ma semplicemente perché vogliono
mettere mano sulle vostre risorse energetiche, vi useranno per
il loro scopo. Solo una politica di classe, della classe operaia
internazionale è legittimata a sostenere e solidarizzare con
gli altri paesi. Nel frattempo l'aiuto che possiamo dare è la
lotta contro i nostri padroni i nostri governi responsabili
della miseria e della schiavitù nostra e degli altri popoli.
SI
COBAS MODENA
21/03/11
Cub:
basta con le bombe, fermiamo la quinta guerra “umanitaria”.
Manifestiamo
la opposizione alla guerra anche partecipando allo sciopero generale del
15 aprile indetto dalla Cub.
Agitando la nobile causa
della difesa della libertà, del "risorgimento
arabo", della necessità di cacciare i tiranni di turno
tiranni, le potenze che stanno conducendo l'attacco alla Libia si
affrettano ad occupare un
posto nel prossimo banchetto per la spartizione dell'estrazione del
petrolio e degli appalti grazie ai quali si "ricostruirà" un
paese devastato dalla guerra.
Gheddafi,
il tiranno che sino ad ieri era un interlocutore dei governi occidentali
ed, in particolare, di quello italiano, ora è il falso obiettivo di
un'offensiva militare che si propone solo il controllo del territorio e la
possibilità di instaurare in Libia un protettorato delle potenze che oggi
la bombardano in nome della "pace" mentre in realtà intendono
solo allungare le proprie mani sulle risorse di quel paese, in primo luogo
gas , petrolio e uranio.
La
CUB sostiene da sempre il diritto delle popolazioni a liberarsi di governi
corrotti e tirannici e di affermare positivamente i propri diritti ma,
come dimostrano le vicende dell'Afghanistan, dell'Irak e prima ancora del
Kossovo, nessun processo di vera liberazione può fondarsi sulle armi di
potenze straniere, nessuna guerra prepara la pace.
Inoltre
l'esperienza c'insegna che la guerra esterna, per quanto camuffata da
missione in difesa della pace, è sempre funzionale anche a ridurre
diritti, libertà, reddito per i lavoratori e le lavoratrici italiani.
La guerra, è profondamente intrecciata con il
modello di sviluppo, l'uso della spesa pubblica, il modo di intendere i
rapporti internazionali, il sistema di convivenza tra i popoli.
Guerra
di classe all'interno e guerra di bombe all'estero per procurarsi le
risorse a basso prezzo: questa è la combinazione vincente per chi governa
e guadagna.
Milano 21
marzo 2011
21/3/2011
COMUNICATO
STAMPA
EMERGENCY CONDANNA
LA GUERRA IN LIBIA
Ancora una volta i governanti hanno scelto
la guerra. Oggi la guerra è “contro Gheddafi”: ci viene
presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile,
necessaria.
Nessuna guerra può essere
umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità,
uccisione di nostri simili. “La guerra umanitaria” è la più
disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un
crimine contro l’umanità.
Nessuna guerra è inevitabile. Le
guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è
fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a
costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca
tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di
dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo
il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i
nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità,
fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il
dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei
propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.
Nessuna guerra è necessaria. La guerra è
sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana,
criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde,
la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.
Ai governanti che vedono la guerra
come unica risposta ai problemi del mondo, rivolgiamo di nuovo
l’appello del 1955 di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro Manifesto:
«Questo dunque è il
problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo
porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla
guerra?»
Come ha scritto il grande storico
statunitense Howard Zinn: «Ricordo Einstein che in risposta ai
tentativi di “umanizzare” le regole della guerra disse: “la
guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Questa
profonda verità va ribadita continuamente: che queste parole si
imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a
diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si
faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e
degli aerei».
Emergency è contro la guerra, contro
tutte le guerre. Ce lo impongono la nostra esperienza, la nostra etica
e la nostra cultura, la nostra umanità prima ancora che la nostra
Costituzione.
Chiediamo che
tacciano le armi e che si riprenda il dialogo, anche attraverso
l’invio degli ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della
comunità internazionale; chiediamo l’apertura immediata di un
corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica.
Ufficio Stampa e comunicazione
EMERGENCY

I
PARADOSSI DI UNA GUERRA ASSURDA
1)
La “No fly zone” anglo americana fece 2000 vittime fra i civili in
Iraq e ha fatto stragi di civili pure nei Balcani. Se la risoluzione
dell’Onu ha l’obiettivo di difendere la popolazione civile, perché
gli anglo-americani stanno uccidendo civili con bombe e missili da aerei
e navi?
2)
I “vantaggi” di questa guerra per noi italiani saranno: pericolo per
anni e anni di attentati terroristici modello Lockerbie o peggio;
pericolo imminente di bombardamenti; ondate di immigrati e profughi;
aumento del prezzo dei carburanti e del gas.
3)
il conflitto interno alla Libia è ben diverso dalle rivolte scoppiate
negli altri paesi arabi. In Libia il reddito pro-capite è 6 o 7 volte
superiore ai paesi vicini; la Libia attrae parecchia manodopera
africana; non ci sono immigrati libici nei paesi europei; non c’è
stato un crescendo di manifestazioni popolari né scioperi degli operai
nei centri industriali come in Tunisia ed Egitto. C’è in Libia una
guerra tribale dei ribelli della Cirenaica che sventolano la bandiera
della Monarchia Idriss e chiedono interventi Nato contro il clan tribale
tripolitano di un Rais paternalistico, assistenzialista e autoritario.
La volontà da parte dei giovani di costruire una vera nazione
liberandola definitivamente dal dominio dei clan familiari è purtroppo
una minoranza nel Paese.
4)
I “crimini” che, insieme a troppa propaganda, ci sarebbero stati,
riguardano «tutte le parti in armi» a detta del Procuratore della
Corte Penale Moreno Ocampo,
5)
Il principio della “protezione internazionale della popolazione
civile”, sancito dall’Onu vale a corrente alternata: non vale per lo
Yemen e il Bahrein che stanno sparando sulla folla disarmata, non vale
per gli F16 dell'aviazione israeliana che rasero al suolo il Libano o
Gaza uccidendo migliaia di civili innocenti; non vale per i droni di
Obama che un giorno sì e l’altro pure fanno strage fra i civili in
Pakistan.
6)
Perché questo paradossale imponente impiego di forze, spropositato in
rapporto alle capacità militari del regime di Gheddafi? Si tratta solo
di una operazione militare o di una corsa all'oro nero libico creando un
regime fantoccio?
7)
L'Onu dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, ma ha varato una
decisione che sta allargando e diffondendo la guerra, sta provocando un
attacco contro la famiglia di Gheddafi, sta tracimando in una invasione
neocolonialista contro un Paese che ha diritto alla propria indipendenza
e autodeterminazione.
8)
Il piccolo Sarkozy solo pochi mesi fa offriva aiuti militari a Ben Alì
per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina. Gli
apparecchi libici che volavano bombardando i ribelli in Libia sono gli
stessi jet francesi venduti a Gheddafi proprio da Sarkozy con molte
insistenze.
9)
la
risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a detta del
giurista internazionale
Fabio Marcelli non può evidentemente di per sé travolgere il
presidio normativo contenuto nella prima parte dell’art. 11 della
nostra Costituzione
10)
il centrosinistra con l’elmetto ogni volta si schiera col potente di
turno, rendendosi complice delle guerre “umanitarie” e della
“democrazia” dei bombardamenti
11)
L’Italia dei Valori appoggia la risoluzione 1973 dell’Onu ed è
(nota congiunta dei parlamentari Fabio Evangelisti, Leoluca Orlando e
Stefano Pedica, membri della commissioni Esteri) “nettamente contraria
ad un nostro intervento militare attivo in Libia”. Ma i nostri Tornado
stanno volando bombardando la Libia!
12)
È paradossale vedere tanti cattolici con l’elmetto. Si salva
padre Alex Zanotelli.
13)
“Tripoli sarà
italiana, sarà italiana al rombo del cannon!”. È paradossale a 60
anni dagli avvenimenti del colonialismo italiano che provocò la morte
di 100mila persone, rivedere un attacco militare italiano: la storia non
ci ha insegnato niente?
IL
NOSTRO SILENZIO CI FA DIVENTARE COMPLICI DELLE FUTURE STRAGI DI CIVILI.
FUORI
L’ITALIA DA QUESTA NUOVA E SCIAGURATA GUERRA.
SOSTENIAMO
OGNI AZIONE LEGITTIMA CHE CONTRIBUISCA A FERMARE LO SPARGIMENTO DI
SANGUE E A TROVARE UNA SOLUZIONE POLITICA ALLA CRISI.
Franco
Pinerolo
CON
LE LOTTE PER LA DEMOCRAZIA, CON I DIRITTI DEI MIGRANTI
CONTRO
L’INTERVENTO MILITARE
Dichiarazione
di Paolo Beni, presidente nazionale Arci e Raffaella Bolini,
responsabile pace
Cosa c’entrano gli attacchi aerei su mezzi terrestri con
una no-fly zone? Neppure è cominciata, la no-fly zone, ed è subito
attacco militare.
Avevamo appena finito di denunciare i grandi rischi
connessi al dispositivo militare della risoluzione ONU. E il vertice di
Parigi ha deciso di correrli tutti, subito e volontariamente, iniziando un
intervento militare aperto sul campo.
Il via libera alla no-fly zone ha dato fiato alle trombe di
chi non vedeva l’ora di dimostrare una responsabilità europea finora
dimenticata mettendo a disposizione basi, aerei soldati. Delle parti
impegnative della risoluzione ONU legate all’iniziativa politica non
c’è chi faccia cenno.
L’Italia oltretutto dovrebbe sentire l’obbligo morale
di non intervenire militarmente in un paese che esattamente cento anni fa
è stato con le armi conquistato e dichiarato colonia, e dove sono stati
perpetrati orribili crimini di guerra. E invece addirittura ci proponiamo
ad ospitare il quartier generale delle operazioni.
Le lotte democratiche nel mondo arabo proprio non si
meritano l’entusiasmo militarista dimostrato in queste ore da tanti
paesi europei, con l’Italia in testa come al solito.
L’Egitto va a votare, la Tunisia affronta una complicata
transizione, in Yemen e in Barhein i regimi sparano sulle manifestazioni
pacifiche, la Siria si ribella: in due mesi di rivolte e rivoluzioni
l’Europa non ha sostanzialmente fatto niente, non ha dimostrato
interesse, non ha offerto cooperazione, non ha stanziato un soldo e non si
è mosso un ministro. Si è solo cercato di fermare i profughi.
Siamo a fianco dei libici in lotta contro il dittatore.
Comprendiamo la loro disperazione e la paura che il paese torni sotto il
tallone del regime. Ma confidiamo che essi capiscano anche le nostre
ragioni, mentre manifestiamo la nostra opposizione all’intervento
militare.
Ne abbiamo viste già tante. Abbiamo visto il prevalere
degli interessi economici e strategici, nascosti dietro al manto della
difesa dei diritti umani. Abbiamo visto i “due pesi e le due
misure”, che fa chiudere gli occhi davanti a violazioni grandiose del
diritto internazionale come quella che patisce da decenni la Palestina.
Conosciamo l’incapacità di mettere in campo la forza
della politica, e degli strumenti che ad essa corrispondono, per la difesa
dei diritti calpestati, per la risoluzione dei conflitti nel nome della
giustizia, per l’affermazione della democrazia.
E crediamo che a questo punto della vicenda libica, non
essendo intervenuti a proteggere la rivolta quando da sola poteva liberare
il paese dal regime, l’evoluzione della crisi vedrà una forte ingerenza
straniera, che non può essere mai foriera di libertà e indipendenza.
I venti di guerra di cui l’Europa sta facendo sfoggio
richiamano, persino nei nomi con la “coalizione dei volenterosi”,
esperienze che avrebbero dovuto insegnare qualcosa. E noi non saremo di
questa partita. Continuiamo a sostenere tutte le esperienze democratiche
del Maghreb e del Mashrek, continuiamo a difendere il diritto
all’accoglienza dei profughi, siamo contro l’intervento militare.
ARCI Nazionale
NONVIOLENZA.
FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento
de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero
302 del 21 marzo 2011
(...)2. RIFLESSIONE.
FLORIANA
LIPPARINI: DIRE LA VERITA'
[Ringraziamo Floriana Lipparini (per contatti:
effe.elle@fastwebnet.it) per averci messo a disposizione questo intervento
scritto per "Il paese delle
donne" dal titolo "Alba
dell'Odissea? Ma la guerra e' un'odissea senza fine".
Floriana Lipparini, giornalista, ha lavorato per
numerosi periodici, tra cui il mensile "Guerre e Pace", che per
qualche tempo ha anche diretto, occupandosi soprattutto della guerra nella
ex Jugoslavia. Impegnata nel movimento delle donne (Collettivo della
Libreria Utopia, Donne per la pace, Genere e politica, Associazione Rosa
Luxemburg), ha coordinato negli anni del conflitto jugoslavo il
Laboratorio pacifista delle donne di Rijeka, un'esperienza di condivisione
e relazione nel segno del femminile, del pacifismo, dell'interculturalita',
dell'opposizione nonviolenta attiva alla guerra. E' autrice del libro Per
altre vie. Donne fra guerre e nazionalismi, edito nel 2005 in Croazia da
Shura publications in edizione bilingue, italiana e croata, e nel 2007
pubblicato in Italia da Terrelibere.org in edizione riveduta e ampliata.
Si veda anche l'intervista in "Coi piedi per terra" n. 389]
Sono tra quelle che firmarono la lettera di
protesta che stigmatizzava con pesante ironia gli inviti del rais a
italiche fanciulle pagate per ossequiarlo e farsi indottrinare, e scrissi
anche un articolo sul "Paese delle Donne" per dire la mia
opinione sulle cosiddette "amazzoni" al servizio del dittatore.
Chiaro quindi che sto dalla parte di chi si
ribella e vuole diritti e liberta'.
Ma questo significa forse dover accettare le
follie belliciste di alcuni leader europei pronti a scatenare ancora una
volta l'inferno con la scusa delle operazioni umanitarie, eteroguidati dal
Nobel "per la pace" Obama?
Da un momento all'altro, senza nessuna
possibilita' di dibattito partecipato, hanno trascinato l'Italia in guerra
e nemmeno hanno il pudore di ammettere che stanno violando l'articolo 11
della nostra Costituzione, tanto inutilmente e ipocritamente sbandierata
negli ultimi tempi. Nessuno ricorda piu' nemmeno che questo articolo
esiste.
Perche' non si sono esplorate tutte le strade
diplomatiche, tutti i colloqui, tutte le mediazioni possibili? Si sentono
soltanto proclami guerrafondai. Eppure, quale paese europeo ha la
coscienza pulita, rispetto a Gheddafi? Accordi oscuri sul petrolio,
forniture di armi, partecipazioni finanziarie...
Ancora una volta l'establishment geopolitico
mondiale - quel coacervo di maschi protervi che vediamo periodicamente
riuniti in lugubri consessi dove si decide sulle nostre teste e della
nostra vita - risponde alla guerra con la guerra, ancora una volta la
risposta alla violenza e' la violenza. Non conta che qui e la' vi siano
donne in posizioni di potere, perche' il modello e' pur sempre lo stesso,
eterno modello machista con le sue protesi armate.
Allora, bisogna permettere a Gheddafi di
massacrare i ribelli della Cirenaica? Nemmeno per sogno, al contrario
occorre fare di tutto per difendere la vita dei civili, ma questo
vero e proprio atto di guerra non difende affatto i civili. Come in Iraq,
come in Jugoslavia, come in Afghanistan saranno le bombe l'unica forma di
"peacekeeping" (!) che la comunita' internazionale e' capace di
mettere in atto. Cosa c'e' di umanitario in una bomba? Quando saranno
comunque i civili a venire colpiti si parlera' di "danni
collaterali", come se fosse la prima volta, come se fosse
accettabile... E dov'e' finito quel concetto di risoluzione dei conflitti
chiamato "interposizione fra contendenti"? Perche' non si vede
praticamente mai applicare?
Non riesco a credere che si possa fare giustizia
e difendere le vite e i diritti delle popolazioni con questo evidente
spirito di punizione e vendetta, naturalmente non volendo pensare ad
altre, inconfessabili motivazioni. Immagino che il petrolio della
Cirenaica non conti niente, e nemmeno conti il fatto che li' gli Stati
Uniti non siano riusciti finora ad avere alcuna presenza...
E come mai la risoluzione di intervento questa
volta all'Onu e' passata, mentre in altri casi di gravissime violazioni da
anni e anni non si riesce a ottenere alcuna decisione anche solo di
condanna?
E si e' pensato all'inevitabile effetto di
crociata religiosa, di guerra fra Occidente e Islam che questo gesto
produce?
Fare la guerra, ecco l'unico modo che questo
vetusto potere patriarcale conosce per affrontare i problemi e risolvere i
conflitti. Come in una perenne infanzia che non avra' mai fine, non c'e'
evoluzione, non c'e' maturazione, non c'e' nessun superamento della
primordiale legge della giungla.
LIBIA:
L’IMPERIALISMO DEMOCRATICO
E UMANITARIO SFODERA GLI ARTIGLI
(accolti gli appelli delle colombe pacifiste)
Dunque: il segretario generale della Nato Mr Rasmussen nella serata
di mercoledì 17 marzo ha dettato la linea. Ha sentenziato come “inaccettabile”
la vittoria che sul campo si è profilata schiacciante da parte delle
forze pro-Gheddafi. Un affronto inaccettabile, intollerabile, che non può
e non deve passare senza una adeguata replica e castigo. La Clinton
nelle stesse ore sembra aver rotto gli indugi americani, allineandosi ai
campioni britannici e francesi della difesa manu militari “dei
diritti umani”, della democrazia e ...della “rivoluzione” in
Libia. (Due potenze in effetti storicamente campioni mondiali di democrazia
e colonialismo. Ripetiamo a scanso di interessati equivoci: democrazia
e colonialismo)
Tutto lascia pensare che non saranno le meline delle diplomazie
russa, cinese, latino-americane né quelle tedesche né tantomeno quelle
– badogliane/dorotee –
del più di ogni altro infame (se possibile) stato di Roma a fermare la
rappresaglia armata contro Tripoli che i gangsters dell’imperialismo
democratico e umanitario stanno probabilmente in queste ore mettendo a
punto. In ottemperanza alle risoluzioni più o meno bizantine deliberate
da quel covo di trafficanti borghesi e banditi che è il consiglio di
sicurezza dell’Onu.
A questo proposito verrebbe da ridere: in quel covo sanzionano la
Libia che, in punta di diritto (del loro diritto, del diritto
borghese), se la vede con una sedizione interna allo stesso tempo che
i sauditi ed altri pendagli da forca del Golfo che sono in prima linea a
puntare il dito contro “il tiranno” di Tripoli, inviano le loro
truppe a sedare nel sangue la rivolta in Bahrein cioè, in punta di
diritto (del loro diritto, del diritto borghese) invadono un
altro stato! (Lasciamo evidentemente agli idioti –
e peggio! – disquisire e
accapigliarsi attorno alle interpretazioni giuridico/morali sulla
“legalità internazionale”e le recriminazioni contro i branchi di
lupi che invece dovrebbero trattare pacificamente e civilmente il modo
di sbranare la preda ecc. Quel che conta e decide, è evidentemente,
nella presente società di classe, la Forza, l’esercizio della Forza e
della violenza)
L’inaspettata capacità di resistenza e reazione di Gheddafi
poggiata da un lato su una indubitabile (almeno così a noi sembra)
mobilitazione popolare attorno al regime e sull’accorto gioco di
sponda con potenze del calibro di Russia e Cina (e in maniera ancor più
sotterranea Germania ed anche ....Italia – vedi
sopra – dell’”amico” Scaroni) ha
mandato il sangue in testa alla banda dei liberals filoatlantici.
Abbiamo letto cose del genere: “...i sofismi della Cina e della
Russia che tifano per la controffensiva lealista e si direbbe non vedono
l’ora di usurpare il posto, per esempio, dell’Italia nei
grandi commerci petroliferi con una Tripoli vittoriosa”. (cfr.
Enzo Bettiza “Gheddafi spiazza l’Occidente”, La Stampa
14/3) Ci “usurpano” il posto! (In realtà, si potrebbe dire ragionando
di sporchi affari fra borghesi, che ad “usurpare il posto” al
capitalismo italiano e a quello germanico cioè europeo sono semmai le
manovre degli “amici anglosassoni”. Ragionando invece degli
interessi di classe e degli scopi storici del proletariato, si deve
stabilire che per esso non vi è alcuna “sponda amica” fra le
diverse potenze capitalistiche in urto reciproco e guai se cedesse
all’intruppamento dietro l’uno o l’altro sporco e sanguinolento
carro borghese)
Bene. Sembra che questa gente con la bava alla bocca stia per essere
accontentata: Tripoli avrà la sua razione di bombe.
Come ad essere accontentati, insieme ai democratici e ai
“rivoluzionari” libici, sono i nostri pacifisti-imperialisti,
del tipo di quelli che iniziavano una lettera aperta sul Manifesto
del 9/3 nel modo seguente: “La discussione è il sale della
democrazia ma ci sono dei momenti in cui la democrazia ha bisogno di
fatti. Di fatti concreti ha bisogno la Libia, la sponda sud del
Mediterraneo e anche più in là, fino all’Iran. ... Più utile che
invocare le piazze pacifiste è agire per fermare i regimi, per
sostenere le fragili democrazie, per accogliere i profughi. Oltre che
prefigurare i danni di un intervento Nato, va messo in campo ciò che
serve affinché i libici possano riprendere autonomamente in mano il
proprio destino.” (Cfr lettera aperta della Direzione Nazionale
Arci)
Questo sì che è “parlare chiaro”! come ha invocato la Rossanda,
lo stesso giorno e sulle colonne dello stesso quotidiano, per dire che
insomma, in un modo o nell’altro, occorre darsi da fare per scalzare
il tiranno di Tripoli. Se e quando partiranno gli attacchi su Tripoli
c’è da aspettarsi da parte di questa banda di colombelle altre
repliche delle disgustose messe in scena sul tipo “operazione
Arcobaleno” che fu una mobilitazione a tinta filantropica-umanitaria
che copriva i bombardamenti Nato contro la Jugoslavia.
Per i gangsters dell’imperialismo democratico e umanitario la
vittoria sul campo di Gheddafi risulta inaccettabile per motivazioni che
vanno assolutamente ben oltre la figura del Colonnello e dello stato
che rappresenta. Ci sono certamente da sventare le trappole dei
russi e dei cinesi ma soprattutto c’è da mandare un segnale potente
ai paesi e alle masse di un mondo arabo-islamico in ebollizione: “sta
bene la democrazia ma il recinto di quella gabbia nella quale vi
concediamo di muovervi liberamente lo decidiamo noi. Lo tracciamo noi a
suon di bombe se occorre. In Libia, come in Egitto, come in Tunisia,
come in Arabia Saudita, ovunque”.
Che il popolo libico e le masse arabo-islamiche possano raccogliere
il senso della sfida e replicare con la massima energia possibile!
Che l’imperialismo democratico e umanitario sia costretto a pagare
il dazio più salato possibile sia sul piano politico che su quello
militare!
Che si dia qui il massimo di mobilitazione possibile contro questa
ennesima guerra imperialista-umanitaria che si annuncia!
18 marzo 2011
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Condivido questo testo.
Vi assicuro che ne ho letti tanti e non pochi mi angosciano. C'è
chi, anche tra organizzazioni "operaie", invita a manifestare per
"i ribelli della Libia" che, a dispetto di questi chiari di
luna, vedono già raccolti in una sorta di Comune della Libia (sic!).
Magariiii!!!! Non è così, per quel che se ne sa, non c'è nessuna Comune
in Libia che Gheddafi voglia stroncare e i gangster dell'imperialismo
atlantista vogliano, paradossalmente e, a sentir loro, difendere.
Attenti a non prendere granchi, compagni. Il governo italiano è già in
guerra, vi è entrato alla chetichella, mugugnando per la parte da leone
che faranno i francesi e soprattutto la perfida Albione, con un governo (diviso
tra chi vorrebbe di più in cambio dell'appoggio con basi aerei e navi che
è costretto a dare, e chi, come Bossi, già secessionista pronto a
imbracciare il fucile, giudica l'intervento poco prudente) e
un'opposizione che non esiste perché non sa a chi opporsi. Di fatto,
assumendo posizioni di questo tipo, ci si ritrova a braccetto con La Russa
e Frattini, solo con un poco di enfasi e confusione in più. E'
comunque deprecabile che voci coerentemente internazionaliste siano così
rare.
Dal 2007 era chiaro che l'ennesima crisi del capitalismo avrebbe
partorito la guerra, la distruzione, forse senza precedenti, delle forze
produttive. Per i gangster è l'unico mezzo per riprendere fiato, il
capitale, come un bambino impazzito, lancerà ancora una volta i suoi
gioielli di distruzione ultimo tipo: entrano in scena i droni invisibili
ai radar, i nuovi ultramiliardari Eurofighter, che dicono intelligenti.
Infatti poco fa sono caduti (per sbaglio?) su un ospedale civile!
Saluti internazionalisti.
Dante (20/03/2011 2.08)
La crisi mondiale del capitalismo sta attraversando le
economie periferiche del Medio oriente e quelle strategiche legate
alla produzione di gas e petrolio, mettendo in lotta la varie
fazioni tribali, ponendo in agitazione immense masse di diseredati
e scatenando la concorrenza tra gli schieramenti imperialistici
internazionali. Francia, Inghilterra e Stati Uniti hanno già
dimostrato di essere in grado d’intervenire in qualsiasi luogo
della Libia e in qualsiasi momento, mentre il piccolo imperialismo
italiano si dichiara disposto a concedere le forze aeree e navali
necessarie.
È ancora presto per avere una chiara e definitiva visione
sugli avvenimenti libici perché le operazioni belliche sono solo
all’inizio. La situazione è in movimento e di definitivo non
c’è ancora assolutamente nulla, se non la certezza operativa di
un’escalation militare dell’imperialismo occidentale camuffato
da operazione umanitaria. Il colonnello potrebbe avere le ore
contate, ma la sua strenua difesa, caratterizzata dalla necessità
di riconquista dei territori perduti, quelli petroliferi
innanzitutto, continua nonostante la comunità capitalistica
internazionale abbia messo in campo tutto l’armamento giuridico
(tribunale penale internazionale) ed economico: embargo, sanzioni
economiche e congelamento dei fondi all’estero e, buon ultima la
risoluzione Onu N° 1973 che impone la “no fly zone” su tutta
la Libia, premessa per qualsiasi intervento bellico, sia aereo che
marittimo, o a tutto campo, a seconda delle necessità tattiche
del Centro operativo militare.
Ciò non di meno tre osservazioni si possono essere fatte da
subito.
- La prima è che la rivolta di Bengasi e di altre città
della Cirenaica, come di alcune località a sud di Tripoli, ha
rotto l’equilibrio forzato tra Gheddafi, la sua tribù
d’origine, e le altre tribù libiche che per quarant’anni
sono state costrette a subire la dittatura politica ed
economica del colonnello. Alla base di questo le mai sopite
istanze di autonomia delle borghesie tribali della Cirenaica e
del Fezzan e, non da ultima, la ghiotta occasione di gestire
autonomamente la rendita petrolifera che, sino a poche
settimane fa, era appannaggio del dittatore “verde”. Non a
caso i primi moti di protesta si sono avuti nell’est del
paese, dove è sorto un governo provvisorio, che ha il compito
di controllare i giacimenti petroliferi e di garantirne
l’uso e la fruibilità per i clienti occidentali.
Il precedente equilibrio era basato sulla forza. Gheddafi e i
suoi figli disponevano l’assoluto controllo dell’esercito,
della polizia e dell’aviazione, nonché il controllo —
possesso dei pozzi petroliferi attraverso la gestione
privatistica delle imprese nazionali del gas e del petrolio,
dando ai capi tribù alleati o sottomessi, le briciole della
suddetta rendita a seconda della loro valenza politica e della
loro eventuale pericolosità in termini di (non) allineamento
nei confronti della gestione del potere del “rais”
medesimo. Rottosi lo schema, le maggiori tribù come i
Warfalla, che controllano un vasto territorio a sud di
Tripoli, si sono mobilitate contro. Già nel 1993, in pieno
embargo internazionale contro il governo di Tripoli dopo
l’attentato di Lockerbie, i Warfalla hanno tentato un colpo
di stato che Gheddafi ha duramente represso con una decina di
impiccagioni sulla pubblica piazza e più di duemila arresti.
Gli Zuwayya, che vivono nella zona centrale fra Tripoli e
Bengasi, i Misurata e gli Abu Llail, che controllano l’area
degli oleodotti nella parte est della Cirenaica, hanno preso
l’iniziativa di cavalcare la tigre della protesta popolare
per tentare di chiudere una partita lunga quarant’anni.
Tutte le maggiori tribù posseggono piccoli eserciti, hanno un
discreto arsenale di armi leggere e, nella fase iniziale della
rivolta, hanno assaltato caserme e depositi di armi. Allo
stato attuale delle cose la crisi libica appare per essere una
guerra civile tra tribù, in altre parole tra fazioni
borghesi, per il dominio politico ed economico del paese,
secondo esportatore di petrolio di tutto il continente
africano, dietro la sola alla Nigeria, e dodicesimo al mondo.
- La seconda osservazione riguarda la possibile frattura degli
attuali equilibri sul fronte energetico medio orientale, con
tutte le conseguenze del caso. Non per niente gli Usa, con il
corollario di Francia e Inghilterra, hanno proposto la
risoluzione Onu affinché la vicenda libica non fosse lasciata
a se stessa, con tutti i pericoli del caso. Le preoccupazioni
imperialistiche non riguardano solo i futuri destini del
petrolio e del gas libici, importanti ma non determinanti
negli equilibri energetici internazionali, quanto la possibile
estensione della crisi nella penisola arabica. Il vento delle
rivolte soffia anche nello Yemen, in Oman, nel Bahrein che
contornano da sud-ovest a sud-est l’Arabia Saudita, ovvero
il primo produttore al mondo di petrolio e primo fornitore
degli Usa. Se anche Riad entrasse nell’occhio del ciclone
assisteremmo a ben altre prese di posizione, a ben altre
manovre militari, non più impostate sulla deterrenza
psicologica, sulla pressione politica o sulla creazione di una
“no fly zone” che, per il momento, prevede raid aerei di
disturbo contro le milizie di Gheddafi per convincerlo a più
miti consigli. Con le necessità di approvvigionamento delle
fonti energetiche medio orientali non si scherza.
L’imperialismo USA ha già prodotto due guerre non ancora
concluse, sta combattendo strenuamente sulle vie di trasporto
e di commercializzazione dell’oro nero dal Centro-Asia alle
coste del Mediterraneo, e una simile situazione di criticità
alle porte dell’Arabia sta già mettendo in fibrillazione i
suoi arsenali bellici. Per ora, gli Stati Uniti stanno a
vigilare poi sì vedrà… Anche la Cina, già presente in
Niger, Nigeria, Sudan e Ciad, non starebbe certo a guardare.
Il tutto alla faccia di centinaia di migliaia di profughi —
vittime della crisi economica, delle beghe borghesi interne e
dei giochi imperialistici internazionali — vittime sulle
quali si cantano le solite piagnucolose litanie, ma finora,
senza nulla di concreto sul piano del mero aiuto umanitario.
- La terza osservazione riguarda il ritardo e la non omogeneità
nel varo della risoluzione 1973. Accanto al voto positivo di
10 membri su 15 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, si
registrano le cinque astensioni di Cina, Russia, India,
Brasile e Germania. Non a caso. In gioco non ci sono soltanto
il milione e mezzo di barili di petrolio al giorno erogati
dalla Libia, il ruolo di Francia e Italia nel bacino del
Mediterraneo, le ambizioni dell’imperialismo anglo sassone
di giocare un ruolo di controllo e dominio, ma l’intera area
medio orientale legata alla questione energetica. In Bahrein,
piccolo paese ma ricchissimo di petrolio, la guerra civile è
tra i sunniti (30% della popolazione che sono al potere a
godono della rendita petrolifera) e sciiti (70%) che della
suddetta rendita non vedono un centesimo. Sunniti e sciiti che
in realtà andrebbero chiamati con il loro vero nome: una
borghesia di confessione sunnita e una di confessione sciita
che si scontrano per il potere politico, condizione primaria
di quello economico basato sulla solita rendita petrolifera.
Dietro gli schieramenti borghesi i due imperialismi d’area,
l’Iran sciita e l’Arabia saudita del Wahabbismo sunnita
che, nell’assordante silenzio internazionale, è intervenuta
militarmente inscenando una vera e propria invasione
dell’Emirato, pur di sostenere e di garantirsi nel Bahrein
un potere politico allineato e affidabile in chiave anti Iran.
Anche in Qatar si ripropone lo stesso schema, solo che gli
interpreti imperialistici sono la Turchia e l’Iran. A
contorno ci sono altre situazioni di tensione nello Yemen dove
il potere di Saleh non ha esitato a sparare sulla folla
facendo decine di morti, e continuano anche le tensioni in
Oman. Nella stessa Arabia Saudita le spinte anti Saud sono
forti e insistenti. In questo scenario è normale che i fronti
dell’imperialismo si muovano secondo le rispettive linee di
difesa dei propri interessi immediati e futuri. Usa,
Inghilterra e Francia da una parte. Russia, Cina, India,
Germania e Brasile dall’altra, in mezzo lo sfruttamento
energetico che copre il 65 % del fabbisogno mondiale. Va in
ogni modo sottolineato come la questione libica sia una sorta
di problema di seconda fascia. Per l’imperialismo americano,
e non solo, la maggiore preoccupazione è Riad, la sua capacità
di resistenza, il suo petrolio e gli equilibri energetici
mondiali. Il progetto di Washington è quello di concedere
alla Nato, fronte europeo, con Francia e Inghilterra in prima
linea, il compito di co gestire la “tenuta a bada” di
Gheddafi, mentre le sue preoccupate attenzioni le riserva per
l’eventuale fronte arabico, qualora la situazione dovesse
precipitare verso oriente.
Per le masse lavoratrici libiche sono nulle le possibilità di
emancipazione se continueranno ad essere fagocitate all’interno
degli schemi tribali, se faranno proprie le strumentali richieste
di libertà e democrazia avanzate dalle opposizioni borghesi
contro il tiranno. Libertà e democrazia che al massimo saranno i
nuovi migliori involucri politici e ideologici per continuare quel
processo di sudditanza e sfruttamento che c’era prima, senza mai
mettere in discussione il motore primo di questa crisi, i
regolamenti di conti all’interno delle faide tribal-borghesi che
ne sono scaturiti, l’allarmato agitarsi del sempre più vorace
imperialismo. In altre parole se non si mette in discussione quel
sistema economico che va sotto il nome di capitalismo la giostra
degli interessi interni ed internazionali continua a girare con il
suo macabro fardello di crisi, guerre civili e arroganze
imperialistiche. Lo stesso vale per gli altri fermenti di tutta la
zona. Fermarsi alla “conquista” della democrazia sarebbe la
tomba di ogni ulteriore sviluppo delle lotte in senso anti
capitalistico, con la vittoria di quella o quell’altro
schieramento borghese al traino di uno dei fronti
dell’imperialismo internazionale. O irrompe sulla scena medio
orientale il segnale della ripresa della lotta di classe, la
presenza di avanguardie politiche rivoluzionarie, oppure tutto è
destinato a tornare come prima. O quasi, in un bagno di sangue
come dal solito copione imperialistico.
FD, 2011-03-19
CONTRO I BOMBARDAMENTI E L’INTERVENTO MILITARE IMPERIALISTA
GRIDIAMO LA NOSTRA
OPPOSIZIONE
Dopo
tante chiacchiere sulle soluzioni pacifiche dei contrasti internazionali,
ancora una volta la parola è passata alle armi. La crisi economica ha
acuito i contrasti interimperialisti
accentuando la lotta per il controllo delle materie prime, dei
mercati e delle zone di influenza strategiche e la guerra commerciale è
diventata guerra militare.
Il
Consiglio di Sicurezza dell’ONU, organismo dominato dai maggiori paesi
imperialisti, dopo le minacce attua con bombardamenti a tappeto sulla
Libia il suo “diritto” a salvaguardare i suoi interessi cercando di
imporre la pace con i missili e raid aerei.
USA,
Francia e Gran Bretagna, il Consiglio di sicurezza dell'ONU, (compreso il
governo italiano, fino a ieri massimo sostenitore di Gheddafi a cui ha
venduto armi e concesso miliardi di euro per il suo lavoro sporco di
secondino contro gli sbarchi degli immigrati), hanno approvato una
risoluzione che autorizza la “no fly zone” sulla Libia. La decisione
dei bombardamenti presa con l'astensione di Russia, Cina, Germania,
Brasile e India, dimostra i diversi interessi in gioco. Come è gia
successo in Iraq, Somalia, Afganistan, Kossovo e in altre guerre.
Come
sempre si usano due pesi e due misure a seconda dei propri interessi e si
tace sui massacri compiuti dal governo sionista israeliano, o sugli
yemeniti massacrati da un regime reazionario.
Questa
nuova guerra, come le precedenti è scatenata delle potenze imperialiste
con l’obiettivo di impadronirsi delle materie prime in questo caso,
petrolio, gas, riserve d'acqua.
Contro
questa aggressione imperialista, noi operai e lavoratori leviamo forte la
nostra voce di dissenso e di protesta nelle assemblee di fabbrica, nei
luoghi di lavoro e nelle mobilitazioni di piazza.
Contro la guerra di
aggressione alla Libia, contro l’uso delle basi concesso dal governo
italiano sostenuto da tutti i partiti di centrodestra e centrosinistra,
ribadiamo la nostra opposizione attiva nelle fabbriche, nelle scuole,
nelle piazze e ovunque è possibile esprimere la nostra protesta
La sorte
della Libia e il suo futuro va deciso dai proletari e dal popolo
libico. Sono loro gli artefici del proprio destino. A loro spetta decidere
il proprio futuro e farla finita col regime di Gheddafi, senza ingerenze e
interventi imperialisti.
Il
nemico è in casa nostra: sono i padroni e il governo i partiti
borghesi di centrodestra e centrosinistra che spendono miliardi di euro in
armamenti a scapito dei più elementari diritti per i proletari e la
popolazione come il diritto al lavoro, allo studio, alla salute, alla
casa, ad una vita decente.
A fianco del
proletariato internazionale contro i padroni di tutto il mondo.
Contro le guerre dei
padroni, solidarietà fra i lavoratori e i popoli sfruttati di tutto il
mondo.
Centro di Iniziativa Proletaria “G.
Tagarelli”
Via Magenta 88, Sesto San Giovanni,
telefax 02. 26224099
Mail:
cip.mi@tiscali.it
E'
iniziato l'intervento imperialista in Libia
Scendiamo
in piazza per gridare il nostro NO!
Dopo
settimane di pressioni da parte di USA, Francia e Gran Bretagna, il
Consiglio di sicurezza dell'ONU ha approvato una risoluzione che autorizza
la “no fly zone” contro le forze militari di Gheddafi, sostenuto e
armato fino a ieri dagli stessi stati imperialisti che ora l'attaccano.
La
risoluzione ha visto l'astensione di Russia, Cina, Germania, Brasile e
India, segno delle contraddizioni esistenti. La crisi economica ha
infatti determinato una lotta più acuta fra le potenze capitaliste per il
controllo delle materie prime, dei mercati, delle sfere di influenza.
L'ipocrita
giustificazione usata per dare il via all'intervento militare, la
cosiddetta “difesa dei diritti umani”, è la stessa utilizzata per
altre guerre: dalla Somalia ai Balcani, dall'Iraq, all'Afghanistan. Ma per
la Palestina bombardata dai sionisti, per gli yemeniti massacrati da un
regime reazionario, nessuno della “coalizione dei “volenterosi” ha
mosso un dito.
In
realtà questi banditi approfittano della situazione creatasi sul campo
per scatenare un’aggressione volta a spartirsi la Libia, impadronirsi
delle sue risorse energetiche e proteggere gli interessi dei propri
monopoli capitalisti.
I
“gendarmi del mondo” vogliono
riprendere il controllo di un'area strategica, scossa dalle rivoluzioni
democratiche che minacciano i loro interessi. A costoro interessano il
petrolio, il gas, le riserve d'acqua, non le aspirazione dei popoli.
Di
fronte all’ennesima aggressione imperialista, portata avanti con
l'apparato di guerra e di terrore della NATO, la classe operaia e le masse
popolari, tutti i sinceri democratici e gli amanti della pace devono
mobilitarsi immediatamente.
Opponiamoci
fermamente alle azioni militari in Libia e alla politica guerrafondaia del
governo vassallo di Berlusconi, che ha coinvolto l’Italia
nell’aggressione. Il ministro della Difesa, il fascista La Russa ha
dichiarato che “l'Italia interverrà offrendo le basi, senza
nessun limite restrittivo all'intervento”.
Tutta
la retorica patriottarda alimentata in questi giorni dalle istituzioni per
le «celebrazioni» del 150° anniversario dell'unità d'Italia viene ora
utilizzata per ottenere il consenso dell'opinione pubblica alle mosse di
un governo reazionario che cerca di riguadagnare un “posto al sole”.
Il
Partito Democratico ha mostrato ancora una volta il suo vero volto di
partito della borghesia dando l'assenso alla nuova
impresa imperialista. Ccome meravigliarsene se ha fra i suoi massimi
dirigenti il sig. D'Alema, il bombardatore di Belgrado nel 1999, quando
era Presidente del Consiglio?
Operai,
lavoratori, studenti! Scendiamo in piazza compatti per fermare la macchina
da guerra che si è messa in movimento!
Uniamoci
in un ampio fronte popolare contro i fomentatori di guerra, per la
solidarietà e la pace fra i popoli. Un fronte di lotta che si basi
sull’unità di azione di tutte le organizzazioni operaie e popolari.
Mettiamo
al centro di ogni manifestazione, di ogni sciopero, la parola d’ordine
“non pagheremo la vostra crisi, non pagheremo la vostra guerra!”
per dimostrare che non siamo disposti ad accettare altri sacrifici e
restrizioni.
Battiamoci
uniti per far cessare le azioni belliche e impedire la militarizzazione
della vita sociale, la soppressione dei diritti e delle libertà
democratiche, per utilizzare il denaro pubblico per le esigenze dei
lavoratori e dei disoccupati, non per le spese militari.
Appoggiamo
le rivolte dei popoli oppressi contro regimi dispotici e corrotti, le
lotte di liberazione nazionale che indeboliscono l'imperialismo. Spetta
al popolo libico decidere il proprio futuro e farla finita col
regime di Gheddafi, senza ingerenze e interventi imperialisti.
Una
particolare responsabilità spetta oggi ai sinceri comunisti: è il
momento di mostrare, nei fatti, la loro volontà unitaria, la capacità
di porsi unitariamente alla testa di un grande movimento operaio e
popolare di lotta contro l'offensiva capitalista, la reazione politica e
la guerra imperialista.
19.3.2011
Piattaforma
Comunista
Sabato 26 marzo, ore 14:00,
Piazza
della Repubblica, Roma, manifestazione nazionale.
Tutti
in piazza!
Fermiamo
la guerra,
fermiamo
il nucleare!
--
Alex Zanotelli: appello
Libia- 24 febbraio 2011
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