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No alla guerra- ventaglio di posizioni 

in allestimento (per gli articoli su giornali, audio ecc si rinvia a Onda araba )

new rainews24  tag LIBIA: http://www.rainews24.it/it/tag.php?id=1386

new  repubblica.it  cronologia aggiornata dell'escalation:

http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/21/dirette/diretta_libia_21_marzo-13890354/?ref=HREA-1

LE PRECEDENTI DIRETTE: 20 marzo - 19 marzo -18 marzo

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(...)Di “efferatezze” Gheddafi ne avrà sicuramente compiute. Molte meno di quante un’imponente campagna mediatica glie ne abbia attribuite, e, pur tuttavia, quel che accade in Libia non ha nulla di simile a quanto accaduto in Tunisia ed Egitto. Diverse sono, anzitutto, le condizioni economico-sociali. La Libia è il paese africano con il più alto reddito pro-capite (oltre 14.000 dollari), quello in cui sono più contenute le diseguaglianze sociali e più distribuita d’ogni altro paese produttore di petrolio è la rendita petrolifera. La disoccupazione giovanile è elevata come nei paesi limitrofi, ma i disoccupati dispongono di sussidi statali che altrove si sognano. Vi sono ritardi nel soddisfare il fabbisogno di case, infrastrutture e servizi, ma vi è anche una massa di 1,5/2 milioni di lavoratori immigrati (su una popolazione di 6,5 milioni), cui è riservata la maggior parte dei lavori manuali. Risultati raggiunti grazie alla rivoluzione contro re Idris, creato dalle e asservite alle potenze europee, e alla nazionalizzazione del petrolio che ne conseguì. Altri e più ambiziosi obiettivi che la rivoluzione si era prefissi non sono stati raggiunti, per motivi che non approfondiamo qui, e in cui figurano responsabilità anche della sua leadership. In particolare non ha avuto successo il piano di trasformare la Libia in un paese di moderno capitalismo, con apparati industriali e relative classi di borghesi e proletari, lasciando, di conseguenza, sul terreno sociale una struttura a relativamente forte prevalenza tribale. Persa questa battaglia, Gheddafi ha cercato di amministrare lo stato con un compromesso tra le tribù per la spartizione di potere e rendite petrolifere, senza, però, abbandonare alcune caratteristiche –quanto a uso “sociale” della rendita petrolifera- profondamente diverse rispetto alle petro-monarchie.

Sul piano della politica internazionale, esauritasi nella sconfitta la spinta pan-araba e falliti i tentativi di più o meno improbabili alleanze con movimenti “rivoluzionari” sparsi per il mondo (Europa inclusa), la Libia ha cercato di conquistarsi una relativa tranquillità intrecciando accordi e affari con paesi occidentali, e soprattutto con l’ex-madrepatria coloniale, l’Italia. Il prezzo è stato di trasformare il paese nell’ante-murale della jihad islamista e in cane da guardia dei flussi migranti dall’Africa sub-sahariana.(...)  LEGGI TUTTO IN:

Alcune pacate considerazioni sulle vicende libiche  doc  22 MARZO


 estratto /dalla'Teoria e pratica della non-violenza . M.Gandhi

(...)

La non-violenza del debole o resistenza passiva va a sua volta, secondo Gandhi, nettamente distinta da quella che egli chiama la non-violenza del codardo, cioè dall'atteggiamento di colui che si astiene dalla violenza per semplice vigliaccheria o per altri motivi puramente egoistici. A coloro che appartengono a questo gruppo Gandhi non ha che un consiglio da dare, quello cioè d'imbracciare le armi e riscattarsi piuttosto che sottomettersi o adeguarsi opportunisticamente al potere dello sfruttatore, del tiranno, del carnefice, in nome di una presunta non-violenza. Nella scala gandhiana dei valori la non-violenza del forte occupa dunque il primo posto, la cosiddetta non-violenza del codardo l'ultimo.

 Ε se vi può essere discussione circa la questione se Gandhi preferisse la non-violenza del debole alla violenza, non vi può essere dubbio alcuno che egli sempre preferì la violenza, ove naturalmente la causa fosse ritenuta giusta, alla codardia. ≪... Non ho mai considerato la violenza - egli ha scritto in una occasione - come una cosa permessa. Ho semplicemente distinto tra il coraggio e la codardia. L'unica cosa lecita [lawful] è la non-violenza... Tuttavia, sebbene la violenza non sia lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi essa e un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione≫[34].

  Similmente, in altra occasione, scrisse che pur essendo convinto che ≪la non-violenza e infinitamente superiore alla violenza≫, tuttavia ≪nel caso in cui l'unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza[35].

  Scrisse anche di aver ≪notato che spesso le persone deboli invocano a giustificazione delle loro azioni la fede... nei principi da me predicati, quando, a causa della loro codardia, si rivelano incapaci di difendere il loro onore e quello di coloro che avrebbero dovuto proteggere≫[36]. Ε ricordando un episodio analogo, egli disse di aver pubblicamente denunciato tale condotta affermando che la sua non-violenza ≪giustificava pienamente la violenza usata da coloro che non credevano nella non-violenza e che erano chiamati a difendere l'onore delle loro donne e dei loro bambini≫. Ε aggiungeva: ≪La non-violenza non è una giustificazione per il codardo, ma e la suprema virtù del coraggioso. La pratica della non-violenza richiede molto più coraggio della pratica delle armi. La codardia e assolutamente incompatibile con la nonviolenza. 

Il passaggio dalla pratica delle armi alla non-violenza è possibile, e a volte perfino facile. La non-violenza dunque presuppone la capacita di colpire. Essa e un cosciente e volontario freno imposto alla propria volontà di vendetta. Ma la vendetta e sempre superiore alla passiva, imbelle e impotente sottomissione. Il perdono però e ancora superiore. Anche la vendetta è sintomo di debolezza≫[37]. 

 dalla premessa di Giuliano Pontara

(vedi testi dal libro 'Teoria e pratica della non-violenza . M.Gandhi)


L'imperialismo nel grande gioco nordafricano

Newsletter n.28 -  24.3.2011- associazione  Pon Sin Mor

le schede sui vari paesi arabi in lotta  sono in preparazione

le newsletter prededenti sono sul sito www.ponsinmor.info :

http://www.ponsinmor.info/index1.htm


ABC Alfabeto delle Bugie di un Conflitto

A Articolo 11 della nostra Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali''. È una bugia che la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite possa travolgere il presidio normativo contenuto nella prima parte dell’art. 11 della nostra Costituzione. Lo affermano stimati giuristi internazionali.

B Bombardamenti “Noi italiani non stiamo bombardando”, proclamano a gran voce Berlusconi, e i Ministri La Russa. Scopriamo così di avere dei magici Tornado e cacciabombardieri che “colpiscono ma non bombardano”, come dichiara Frattini. Senza contare poi che dal nostro Paese (Aviano, Ghedi, Trapani, Gioia del Colle ecc) partono gran parte degli aerei franco-anglo-amenricano che stanno sganciando bombe sulla Libia  

C Civili non è vero che ci sia in Libia una “difesa dei civili dallo sterminio perpetrato da Gheddafi”. Lì è in corso una guerra civile interna di secessione fra clan tribali rivali: quello di Gheddafi in Tripolitania e quello dei cosiddetti “ribelli” in Cirenaica.  

D Diritti umani, pace, garanzia della sicurezza sono pura mistificazione, un pretesto per invasioni militari. La stessa manipolazione è avvenuta in Irak, dopo le false notizie sulle “armi di distruzione di massa” in realtà mai esistite. Un falso “intervento umanitario” si è avuto anche in Kosovo, facendo poi strage di civili serbi dai cieli per potersi impadronire del territorio. La storia si ripete, purtroppo. 

E England dietro ai proclami inglesi sull’intervento militare “contro le violenze sulle popolazioni” si nascondono in realtà gli interessi della British Petroleum, che deve riprendersi economicamente dopo il recente disastro ecologico nel Golfo del Messico. Per questo motivo corpi speciali delle truppe britanniche sono stati al fianco dei ribelli di Bengasi già nei primissimi giorni della rivolta contro Gheddafi. 

F Frattini o Frottolini “Non stiamo facendo la guerra”, ha dichiarato il Ministro degli Esteri berlusconiano, per tranquillizzare le coscienze del proprio elettorato. Ma i nostri Tornado e cacciabombardieri F 16 sono in volo con bombe per distruggere la contraerea, colpire radar e carri armati, provocando chissà quanti “danni collaterali”, come vengono chiamate in gergo militare le vittime civili dei bombardamenti.  

G Gheddafi sarà pure un dittatore, uno che ha violato i diritti umani nel suo paese e quant’altro, ma non ci si racconti che i vertici di governo Francesi, Inglesi, americani vogliono salvare il popolo libico dalle violenze di Gheddafi. La recente crisi finanziaria ha ridotto in Libia i ricavi dei pozzi di petrolio, intaccando il rapporto fra le tribù e provocando una guerra civile di secessione di una parte del paese, esattamente come fu in Jugoslavia.

Francia, Inghilterra, e a ruota America e Italia hanno preso a pretesto le divisioni tribali presenti in Libia per farne carne di porco dei loro appetiti neocoloniali.  

H Hussein Tarek Saad, colonnello, è uno degli alti ufficiali del regime di Gheddafi passato coi ribelli di Bengasi, che ha affermato al “Time” che “sono stati i giovani ad iniziare la rivolta, e poi sono stati messi da parte” per lasciar spazio agli ex gerarchi del regime di Gheddafi ribellatisi, cavallo di Troia delle potenze straniere. La volontà di democratizzazione e autodeterminazione da parte dei giovani, contrari all’intervento straniero, è stata dunque usata all’inizio solo come paravento. 

I Invenzioni dei mass media Sono state inventate di sana pianta notizie allarmanti e orribili per legittimare poi l’intervento “umanitario” a favore delle popolazioni civili libiche. Bugie come ad esempio le migliaia di fosse comuni,  rivelatesi essere invece antecedenti alla guerra e inerenti ai lavori di ristrutturazione del cimitero di Tripoli. 

L Lanci chirurgici è una grossa balla. Sparano da lontano, dal mare, dal cielo, non vedono grazie alla tecnologia, usano aerei senza piloti, con bombe e radar., e i risultati sono sempre gli stessi nelle ultime guerre. 

M Manifestazioni non è vero che il conflitto interno alla Libia sia uguale a quello delle rivolte scoppiate negli altri paesi arabi. Perché in Libia il reddito pro-capite è 6 o 7 volte superiore ai paesi vicini; perché la Libia ha attratto parecchia manodopera africana (un milione e mezzo); perché non ci sono stati finora immigrati libici nei paesi europei; perché non c’è stato un crescendo di manifestazioni popolari né scioperi degli operai nei centri industriali come in Tunisia ed Egitto 

N No-fly zone, si chiama così ma si legge bombardare un Paese, calpestando il diritto internazionale, la sovranità, l'indipendenza, l'unità e l'integrità territoriale di una Nazione che ha diritto alla propria autodeterminazione  risolvendo le proprie questioni interne senza ingerenze militari.   

O ONU la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza che ha permesso l’iniziativa militare, si è servita come pretesto della cosiddetta «responsabilità di proteggere» (Responsibility to protect), usata quando ci sarebbe una grave violazione dei diritti umani da parte di uno Stato. Ma in verità in Libia siamo di fronte ad una guerra civile interna tribale fa clan, e l’intervento militare di nazioni esterne si configura quindi come un’ingerenza in questioni interne ad uno Stato. La risoluzione dell’Onu, inoltre, è stata scritta con contorni volutamente incerti,  in modo che fosse interpretabile da ciascun banchettante a modo suo. E i risultati si stanno vedendo.  

P Pace “Si vis pacem para bellum” se vuoi la pace prepara la guerra. I nuovi colonialisti parlano di pace ma usano in verità sempre la guerra per soddisfare i loro appetiti. Bisogna al più presto predisporre tutti i passi politici e diplomatici per far cessare il prima possibile la perdita di vite umane, i bombardamenti, ed ogni operazione di carattere militare. Solo la mediazione di una Commissione Internazionale, di un soggetto neutrale come ad esempio l’Assemblea delle Nazioni Africane o la Turchia, può diventare l’artefice di una soluzione pacifica del conflitto. 

Q Qatar, è lo stato arabo appena inserito nel gruppo dei “volonterosi” che sta portando avanti le operazioni militari. Sarebbe questo il campione della democrazia? Uno stato che si è di recente contraddistinto per la sanguinosa repressione dell’opposizione al proprio interno?  

R Ribelli Il presidente del Consiglio Provvisorio di Bengasi è l’ex ministro della giustizia libico Mustafà Abdel Jalil, bengasino come lo è l’ex ministro degli interni, il generale Abdul Fattah Younes. Del Consiglio fanno parte ex alti ufficiali delle forze armate libiche e un settore rilevante dell’apparato statale del regime di Gheddafi, e gruppi islamici. Un gruppo di potere mosso in realtà da insoddisfazioni, in particolare per la riduzione di benefici dovuta alla recente crisi internazionale. Su questo hanno indubbiamente lavorato nei mesi precedenti la “rivolta” i servizi segreti britannici, statunitensi, francesi ma anche quelli italiani 

S Sarkozy quanto sincere sino le sue idee “democratiche” e “umanitarie” lo si capisce ricordando che pochi mesi fa offriva aiuti militari al dittatore Ben Alì per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina.  

T Total e BP Sarkozy come Cameron hanno in verità lo scopo di piazzare in Libia le loro compagnie petrolifere. La Francia è in crisi col nucleare per i recenti avvenimenti in Giappone, e inoltre incombono le elezioni… 

U UE Unione europea, di unito non c’è più niente in realtà, dopo che la Germania che si è sfilata da ogni iniziativa belligerante, probabilmente perché i suoi appetiti sono rivolti più a Est che nel Mediterraneo. 

V Vandali “invasioni barbariche di  immigrati e criminali a milioni”, ma niente di tutto questo si è finora verificato. Per far sembrare più drammatica la situazione immigrati Berlusconi e Maroni li hanno di proposito concentrati tutti a Lampedusa, ma la verità è che siamo lontani dalle cifre a 5 zeri raccontate da Lega & co. Certo se la guerra proseguirà la situazione immigrati potrebbe di molto peggiorare, e di questo avrà responsabilità anche il PD con l’elmetto. Una responsabilità che non mancherà di pagare anche in termini elettorali.  

Z ZZZZ……e buonanotte e sogni d’oro a quella parte di italiani che crede sempre alle favole! 

Franco Pinerolo


dichiarazione della Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale/  23 marzo

 

 

Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha votato una zona di non volo ("no fly zone") per la Libia. Questa misura fa parte della risposta dell'imperialismo contro il processo rivoluzionario in Nord Africa e nell'intero Medio Oriente. Per l'imperialismo, l'avanzare della rivoluzione araba è una minaccia molto grave, poiché mette in discussione un pilastro centrale dell'ordine mondiale, la zona in cui si trovano le fonti di petrolio e di gas più importanti del mondo e perché minaccia l'esistenza dello Stato di Israele, il gendarme militare dell'imperialismo in Medio Oriente.
Di fronte al fatto che le rivoluzioni non si fermano, minacciando di estendersi anche all'Arabia Saudita, l'imperialismo ha deciso di intervenire militarmente e contenere il processo ad ogni costo, prima di perdere completamente il controllo. Per ciò, dopo discussioni ed esitazioni, ha votato per un intervento militare in Libia. Ciò è parte di un contrattacco militare coordinato su più fronti, sotto forme diverse, ma con lo stesso obiettivo.
In Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta degli Stati Uniti, di fronte all'occupazione della Piazza principale della capitale da parte delle masse che minacciavano di rovesciare la monarchia, e con la crisi dello stesso esercito dell'emiro, incapace di reprimere efficacemente, l'imperialismo ha deciso di intervenire attraverso le truppe della monarchia saudita e degli Emirati Arabi Uniti, entrambi suoi agenti fedeli. Nello Yemen, sta stimolando la feroce repressione del dittatore Saleh, che solo questa settimana ha fatto più di 40 morti.

 

La "no fly zone" in Libia
In Libia, l'imperialismo ha preso la decisione di intervenire militarmente con le proprie forze e sotto la copertura dell'Onu, decretando una "no fly zone" che diventa di fatto una licenza per l'intervento militare. Ciò significa che le forze armate dell'imperialismo attraverso la Nato sono autorizzate ad attaccare qualsiasi installazione militare in Libia.
Al contempo, preoccupato per l'erosione del consenso provocata dai suoi interventi in Irak e dall'occupazione in corso in Afghanistan, l'imperialismo nordamericano ha cercato di trovare un ampio fronte a sostegno del suo intervento militare, coinvolgendo gli altri imperialismi, e la Russia e la Cina, attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, includendo la stessa Lega Araba. Per fare ciò ha utilizzato come scusa il genocidio scatenato da Gheddafi, visible in tutto il mondo sugli schermi televisivi, con i massacri perpetrati dal dittatore. Ma se fosse vera questa motivazione, come spiegare che allo stesso tempo l'imperialismo appoggia le monarchie dell'Arabia Saudita e del Bahrein e il dittatore dello Yemen che stanno reprimendo e assassinando i manifestanti di questi due ultimi Paesi?

 

Qual è l'obiettivo dell'intervento imperialista?
Pertanto, dobbiamo essere chiari: se il pretesto di questo intervento militare, sotto l'ombrello dell'Onu, sono i massacri di civili che compie Gheddafi in Libia, la vera ragione è, approfittando dell'indignazione generalizzata contro Gheddafi, tornare a intervenire militarmente in forma diretta in una regione in cui la rivoluzione araba è in pieno svolgimento e assicurarsi il controllo della regione in un punto critico: la Libia.
Tale è il grado di radicalizzazione dello scontro del popolo libico contro Gheddafi, che l'imperialismo interviene per evitare che la guerra civile si estenda e per impedire che la rivoluzione araba si radicalizzi ulteriormente, sia nel caso di una vittoria militare immediata di Gheddafi, che aprirebbe la possibilità di una guerra di guerriglia, sia nel caso di una guerra civile prolungata in un Paese centrale per l'approvvigionamento di petrolio e che potrebbe generare movimenti di appoggio e incendiare tutta l'area.
Con lo stesso cinismo con il quale lo hanno sostenuto per anni, con cui lo hanno ricevuto nelle capitali europee con cerimonie d'onore, ora che la popolazione si è alzata in armi contro il dittatore, le potenze imperialiste sono passate a un'altra tattica: ritirargli l'appoggio per imporre un soluzione che stabilizzi la situazione e imponga i loro interessi, come hanno fatto in passato con Gheddafi, ma controllando direttamente la situazione. Quello che è cambiato per l'imperialismo non sono stati i massacri operati da Gheddafi: è stato lo scoppio di una rivoluzione e di un'insurrezione armata contro il dittatore sostenuta dalla maggioranza della popolazione: è per questo che l'imperialismo necessita di stabilizzare la situazione.
Ma il governo di Obama è preoccupato anche per la situazione politica e per il discredito degli Usa, tanto nei Paesi arabi come all'interno stesso degli Usa, a causa dell'occupazione dell'Irak e dell'Afghanistan. E' per questo che ha provato, prima di espandere il fronte imperialista, a ottenere l'appoggio dei popoli arabi, e di quello libico in particolare, per questo intervento. Da qui anche l'importanza di assicurarsi il sostegno della Lega Araba alla decisione di decretare la zona di non volo.

 

La reazione degli insorti
All'inizio dell'insurrezione i ribelli hanno catturato un elicottero con ufficiali inglesi che volevano negoziare con loro, ma li hanno subito espulsi. C'era un'ostilità chiara al coinvolgimento dell'imperialismo nella lotta del popolo libico. L'imperialismo sperava che cambiasse questa situazione, approfittando di un calo del morale del popolo libico per i massacri e le sconfitte militari che hanno dimostrato una netta superiorità di armamenti e equipaggiamenti a favore di Gheddafi. Contro i comitati popolari di lavoratori privi di esperienza nel maneggio delle armi prese all'esercito regolare, ci sono le Brigate Khamis, divisioni ben armate e addestrate che combattono per Gheddafi.
L'imperialismo ha approfittato di un momento, della guerra civile, in cui si è avuta un'offensiva delle truppe di Gheddafi contro le città liberate dai ribelli che avevano perso buona parte delle loro conquiste e si sentivano accerchiati. Questo ha creato un atteggiamento di attesa di aiuti esterni da parte del popolo libico minacciato dai massacri di Gheddafi. Al contrario dei primi momenti, quando i comitati popolari respingevano l'intervento imperialista con striscioni e dichiarazioni, ora ci sono espressioni di sostegno popolare all'intervento dell'Onu, alla "no fly zone", che si sono riflesse anche in striscioni a Bengasi.
Dobbiamo denunciare i dirigenti borghesi libici dell'opposizione, che in gran parte provengono dalle file del governo di Gheddafi, che chiedono di sostenere le decisioni dell'Onu e fanno appello apertamente all'intervento militare imperialista con truppe di terra. Questo dimostra come sono disposti a servire da agenti dell'imperialismo e a tradire la rivoluzione libica.
Noi della Lega Internazionale dei Lavoratori siamo al fianco della rivoluzione libica contro Gheddafi, nonostante la posizione proimperialista di vari dirigenti dell'opposizione. E' da questa posizione che vogliamo allertare i manifestanti di Bengasi: le truppe imperialiste, una volta entrate in Libia, saranno i nuovi occupanti del Paesi e la prima misura che prenderanno sarà disarmare i comitati popolari per assicurare che il governo che si formerà in Libia garantisca gli interessi dell'imperialismo. Anche se entrano con i caschi azzurri dell'Onu il loro compito sarà questo. E chiunque si opporrà sarà represso da queste truppe.

La presenza di truppe straniere servirà a garantire all'imperialismo un controllo sulla Libia come quello imposto in Iraq o in Afghanistan. La conferma di ciò ci viene dal sostegno che l'imperialismo fornisce alla sanguinosa repressione in Bahrein e Yemen e che ha lo stesso motivo di fondo: imporre una stabilizzazione fondata sui loro interessi. Per questo siamo totalmente contro questo intervento e chiamiamo gli insorti a ripudiarlo e a combattere la sua presenza. I fatti hanno prodotto due nemici da combattere contemporaneamente: Gheddafi e l'imperialismo che arriva per controllare il Paese utilizzando la maschera dell'"aiuto umanitario" e della "pace". Inoltre, paradossalmente, l'intervento imperialista serve da scusa a Gheddafi per presentarsi come una vittima, e come "difensore della sovranità nazionale".

 

Due polemiche
In questo momento ci sono due tipi di posizioni nella sinistra che devono essere combattute duramente: attorno a Fidel Castro, Daniel Ortega e Chavez, gli "amici di Gheddafi", si è formata una posizione che afferma che è necessario sostenere Gheddafi perché l'imperialismo gli sarebbe nemico e perché Gheddafi sarebbe antimperialista. Ma questo è completamente falso: l'imperialismo ha sostenuto Gheddafi, lo ha armato e addestrato negli ultimi anni. Inoltre Gheddafi ha detto ai governi imperialisti, ripetendolo ancora durante i combattimenti, che solo lui avrebbe potuto continuare a garantire gli interessi dell'imperialismo rispetto al petrolio, continuare a combattere il terrorismo di Al Qaeda in collaborazione con le potenze imperialiste e continuare a collaborare funzionando come distaccamento della polizia dell'Unione Europea per impedire che gli immigrati "clandestini" dall'Africa arrivino in Europa.
Gheddafi, che in passato, così come la direzione cubana e quella sandinista, ha avuto duri scontri con l'imperialismo (per poi diventarne un socio) sta reprimendo nel sangue le mobilitazioni popolari, a tal punto che ha provocato una guerra civile.
Ma Fidel Castro, Hugo Chávez e Daniel Ortega stanno dalla parte del genocida Gheddafi in questa guerra. Quei dirigenti, che si dicono rappresentanti della sinistra, continuano a difendere un macellaio che era amico dell'imperialismo. Continuano a negare o a dubitare (parlano di guerra mediatica) che vi siano stati gli attacchi contro i civili e le stragi che pure erano visibili su tutti i mezzi di stampa del mondo, su internet, sulle foto trasmesse dai telefonini, ecc. Peraltro proprio lo stesso Gheddafi ha confermato cinicamente che "ha fatto come Israele a Gaza", ovvero massacri genocidi contro la popolazione civile. La realtà è che Gheddafi e la sua pratica genocida hanno dato argomenti all'imperialismo per intervenire militarmente.
Alcuni sostenitori di questa posizione arrivano a dire che la decisione del Consiglio di Sicurezza conferma la loro analisi. Viceversa dobbiamo guardare al di là delle apparenze: se ora tutti gli imperialismi si risolvono a intervenire, con il beneplacito di Russia e Cina, è solo per garantire gli accordi che avevano con Gheddafi perché lui, per quanto vorrebbe, non è più una garanzia.
L'altra posizione nella sinistra che costituisce una grave capitolazione all'imperialismo è quella di coloro che salutano l'intervento dell'imperialismo come una " difesa dei civili", o come un mezzo "per fermare il massacro". Alcuni si limitano a sostenere la "no fly zone" approvata, altri si spingono a sostenere l'intervento diretto, con truppe "di pace", dell'imperialismo. Questi ultimi confidano nelle truppe dell'Onu come portatrici di "pace". La tesi comune è che per fermare il massacro è necessario fare appello alle istituzioni internazionali.
Ma chi propone come soluzione l'intervento imperialista si dimentica di quale è stato il ruolo dell'Onu in Afghanistan, in Palestina, in Iraq e in tutte le occupazioni presunte "umanitarie". Sono gli stessi che vedono in Obama un volto "più umano": nonostante continui l'occupazione dell'Iraq e dell'Afghanistan e a bombardare il Pakistan.
Si tratta di una posizione nefasta perché cerca di convincere i lavoratori a sostenere un intervento imperialista in Libia che sarà la base per l'occupazione e l'oppressione del popolo libico e un avamposto per attaccare l'insieme delle rivoluzioni arabe. Al contrario, è necessario che nei Paesi imperialisti si sviluppi una forte campagna contro l'invio di truppe, smascherando la campagna che stanno facendo per giustificare l'intervento militare, e mobilitandosi contro i governi che partecipano ai piani di occupazione.

 

La soluzione: la rivoluzione araba
L'intervento militare imperialista ha come scopo seppellire la rivoluzione: ecco perché chi sostiene la rivoluzione deve contrastare l'intervento. Il nuovo occupante reprimerà chiunque gli si opporrà.
Alle masse libiche dobbiamo ricordare che la loro rivoluzione è parte della rivoluzione araba e per questo incontra un grande sostegno in Nord Africa, in Medio Oriente e tra i lavoratori di tutto il mondo, soprattutto dell'Europa, dove il rapporto è molto stretto per la presenza di una forte comunità di immigrati arabi e del Nord Africa. E' qui, tra i lavoratori e le masse popolari, che bisogna cercare sostegno. Però è necessario trasformare questa solidarietà, sulla quale può contare in tutto il mondo arabo la rivoluzione libica, in forza di combattimento per sconfiggere Gheddafi con l'azione di massa di tutta la regione. Bisogna chiamare alla più ampia solidarietà con la rivoluzione. Nei Paesi arabi il primo compito è quello di pretendere che i governi ritirino l'appoggio all'intervento imperialista approvato dalla Lega Araba. È necessario chiamare alla solidarietà attiva delle masse arabe, con l'invio di armi e volontari per combattere la dittatura assassina di Gheddafi.
In particolare, nei Paesi in cui la rivoluzione ha avuto un forte sviluppo e che sono vicini alla Libia, come Egitto e Tunisia, è necessario denunciare questi governi per la loro posizione attuale e pretendere che ritirino l'appoggio all'intervento votato dalla Lega Araba, e che rompano con il dittatore Gheddafi facilitando l'invio di appoggi in alimenti, medicinali e armi per gli insorti.
L'esempio della guerra civile spagnola, e di quella nicaraguense per rovesciare Somoza, hanno mostrato che quando si tratta di una guerra civile tra due parti, in cui da una parte c'è una dittatura assassina e dall'altra le masse popolari armate, è possibile che attivisti di tutto il mondo si uniscano per combattere a fianco della rivoluzione, con brigate internazionali di appoggio. Soprattutto nel mondo arabo, che vive una rivoluzione, è possibile organizzare migliaia di lavoratori e giovani perché vadano a combattere contro questa dittatura assassina. Questa forza deve avversare, e deve essere pronta a combattere, qualsiasi intervento imperialista che tenti di dominare il Paese e di schiacciare l'insurrezione.

E' anche urgente l'appoggio alla rivoluzione in Bahrein e nello Yemen. La rivoluzione araba è un processo unico, il risultato in ogni singolo Paese influirà sul risultato d'insieme. Il futuro della rivoluzione egiziana e tunisina si gioca anche lì.

 

No all'intervento imperialista!

No alla "no-fly zone" autorizzata dall'Onu!

No all'invio di truppe imperialiste in Libia, siano esse delle Nazioni Unite, della Nato o di singoli Paesi!

Fuori le truppe saudite e degli Emirati dal Bahrein!

Abbasso Gheddafi! Tutto il sostegno all'insurrezione libica!

Abbasso la monarchia del Bahrein, la dittatura dello Yemen e tutte le dittature arabe!

Pieno sostegno alla rivoluzione in Yemen e Bahrein!

Viva la rivoluzione araba!

 

 


PER L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI

CONTRO L’AGGRESSIONE IMPERIALISTA IN LIBIA

 

L’aggressione militare che in queste ore è stata rivolta alla Libia, da Stati Uniti, Inghilterra, Francia  e Italia, dietro il pretesto di un intervento fatto a fini umanitari, per impedire l’ulteriore uccisione di civili oppositori al regime di Gheddafi è in realtà l’ennesimo inganno operato a danno delle popolazioni dei paesi coinvolti nel conflitto. Attraverso questa strategia politica militare, i governi padronali di paesi a capitalismo più avanzato, puntano a sostenere e ottenere precisi interessi economici, attuando la pratica di rapina, sopraffazione e oppressione verso i popoli dei paesi a capitalismo più arretrato.

Questo agire da sempre trova il pieno supporto nelle stesse risoluzioni dell’ONU che è nei fatti il comitato di affari e centro operativo dell’organizzazione mondiale - ASSASSINI S.p.A. L’ONU non ha mai salvato nessun paese da regimi dittatoriali, e la sovranità dei popoli resta solo un bel principio da citare perché mai viene applicato.

Questa pratica predatoria imperialista, viene legittimata e diffusa nelle masse dietro il mezzo della propaganda, grazie all’informazione ufficiale che viene data dai massa-media i quali essendo funzionali al sistema, lavorano intellettualmente e culturalmente a manipolare cause e i perché oggettivi ai fatti della stessa realtà. Il contenuto culturale ideologico politico che passa è sempre quello che c’è un nemico, un dittatore,  un nuovo terrorismo, da combattere e abbattere, per far trionfare la democrazia. Quella democrazia che noi conosciamo molto bene perché è presente nei nostri paesi, tanto strombazzata dai nostri politici e governi come esempio di civiltà superiore.

Una falsa democrazia che non ci garantisce ne la libertà dai bisogni essenziali e tanto meno  l’uguaglianza la giustizia, ma ci rilascia invece solo sfruttamento e miseria. Sappiamo cosa significa questa democrazia, la democrazia borghese dei nostri padroni. Cosa ci differenzia in tutto questo dagli altri regimi? Noi operai e lavoratori continuiamo ad essere utilizzati solo come massa da manovra, per interessi e fini che non ci appartengono e che non corrispondono ai nostri veri bisogni, usati come comparse a far numero dentro un vecchio copione che si ripete. Un copione già inscenato nella storia sia passata come quella presente, le due guerre mondiali e quelle più recenti la guerra in Afghanistan e quella in Irak.

Un copione che se ancora oggi attecchisce, lo si deve al fatto che tra le masse lavoratrici non esiste più una capacità critica sulla realtà. È venuta a mancare la politica di classe, propria della classe operaia la sua stessa organizzazione politica con carattere antagonista e anticapitalista, capace di contrapporsi e contrastare la concezione, politica e pratica della classe padronale che è al potere del sistema capitalistico. Se così non fosse il cosciente e il dissenso politico, di operai e lavoratori, come anche quello delle masse popolari, andrebbero verso tutt’altra direzione. Non appoggerebbero in modo supino la politica messa in atto dai governi di destra e di sinistra, la sinistra borghese, funzionale alla politica del padrone.

Ma sosterebbero l’autodeterminazione dei popoli, la fratellanza, l’internazionalismo per il fine unico e comune della classe operaia una sola e uguale in tutto il mondo; quello di lottare per il superamento di questo sistema padronale classista, basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

La crisi economica spinge e trasforma le guerre commerciali in guerre armate, per le materie prime, le risorse energetiche come il petrolio. Materie e risorse che diventano sempre più indispensabili, per combattere la concorrenza nella guerra dichiarata per i profitti privati su i mercati mondiali. I governi di Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Italia, nascondono dietro il termine democrazia interessi economici materiali. Esporteranno sicuramente la loro democrazia, che porterà a quei popoli la pace eterna. La Libia troverà la libertà nei bombardamenti, nelle stragi di civili, una nuova dittatura vestita da democrazia.

Se l'appoggio viene dall'esterno, saranno loro a comandare sulle risorse attraverso loro fantocci. L’ipocrisia mostrata dai governi dei paesi che si sono buttati come avvoltoi, sull’opportunità a loro offerta da questo nuovo conflitto è stata senza ritegno. Se poi si pensa che ad appoggiare la guerra contro la Libia, ci sono gli stessi paesi appartenenti alla lega araba, come il Bahrein e l’Arabia Saudita che hanno governi a espressione di regimi dittatoriali che si sono distinti nella repressione sanguinaria contro le manifestazioni popolari fatte dagli oppositori agli stessi regimi. Oppositori che a differenza di quanto è accaduto nella rivolta libica, sono insorti senza armi.

Se Gheddafi deve o non deve più stare al potere in Libia, questa è una questione che deve risolvere da sé il popolo libico e senza interferenze o ingerenze alcune. Chi crede che la democrazia si possa esportare o che serva l’intervento esterno per realizzarla, finge di non capire che dietro c'è solo un interesse economico dei padroni. Gli esclusi dalle risorse Libiche colgono la situazione per rientrare in gioco.

Noi operai vorremmo poter dire agli oppositori libici, non illudetevi se le potenze occidentali intervengono, non è perché hanno a cuore le vostre sorti, ma semplicemente perché vogliono mettere mano sulle vostre risorse energetiche, vi useranno per il loro scopo. Solo una politica di classe, della classe operaia internazionale è legittimata a sostenere e solidarizzare con gli altri paesi. Nel frattempo l'aiuto che possiamo dare è la lotta contro i nostri padroni i nostri governi responsabili della miseria e della schiavitù nostra e degli altri popoli.

 

SI COBAS MODENA                                                                                                                      

21/03/11



 

Cub: basta con le bombe, fermiamo la quinta guerra “umanitaria”.

Manifestiamo la opposizione alla guerra anche partecipando allo sciopero generale del 15 aprile indetto dalla Cub.

 Agitando la nobile causa della difesa della libertà, del "risorgimento  arabo", della necessità di cacciare i tiranni di turno tiranni, le potenze che stanno conducendo l'attacco alla Libia si affrettano ad  occupare un posto nel prossimo banchetto per la spartizione dell'estrazione del petrolio e degli appalti grazie ai quali si "ricostruirà" un paese devastato dalla guerra.

 Gheddafi, il tiranno che sino ad ieri era un interlocutore dei governi occidentali ed, in particolare, di quello italiano, ora è il falso obiettivo di un'offensiva militare che si propone solo il controllo del territorio e la possibilità di instaurare in Libia un protettorato delle potenze che oggi la bombardano in nome della "pace" mentre in realtà intendono solo allungare le proprie mani sulle risorse di quel paese, in primo luogo gas , petrolio e uranio.

 La CUB sostiene da sempre il diritto delle popolazioni a liberarsi di governi corrotti e tirannici e di affermare positivamente i propri diritti ma, come dimostrano le vicende dell'Afghanistan, dell'Irak e prima ancora del Kossovo, nessun processo di vera liberazione può fondarsi sulle armi di potenze straniere, nessuna guerra prepara la pace.

 Inoltre l'esperienza c'insegna che la guerra esterna, per quanto camuffata da missione in difesa della pace, è sempre funzionale anche a ridurre diritti, libertà, reddito per i lavoratori e le lavoratrici italiani.

 La guerra, è profondamente intrecciata con il modello di sviluppo, l'uso della spesa pubblica, il modo di intendere i rapporti internazionali, il sistema di convivenza tra i popoli.

 Guerra di classe all'interno e guerra di bombe all'estero per procurarsi le risorse a basso prezzo: questa è la combinazione vincente per chi governa e guadagna.

 Milano  21 marzo 2011

 


21/3/2011

COMUNICATO STAMPA
EMERGENCY CONDANNA LA GUERRA IN LIBIA

Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è “contro Gheddafi”: ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria.

 Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. “La guerra umanitaria” è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l’umanità.

 Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.

Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.

 Ai governanti che vedono la guerra come unica risposta ai problemi del mondo, rivolgiamo di nuovo l’appello del 1955 di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro Manifesto:

 «Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?»

 Come ha scritto il grande storico statunitense Howard Zinn: «Ricordo Einstein che in risposta ai tentativi di “umanizzare” le regole della guerra disse: “la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Questa profonda verità va ribadita continuamente: che queste parole si imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e degli aerei».

 Emergency è contro la guerra, contro tutte le guerre. Ce lo impongono la nostra esperienza, la nostra etica e la nostra cultura, la nostra umanità prima ancora che la nostra Costituzione.

 Chiediamo che tacciano le armi e che si riprenda il dialogo, anche attraverso l’invio degli ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della comunità internazionale; chiediamo l’apertura immediata di un corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica.

Ufficio Stampa e comunicazione

 EMERGENCY


                            

                                                                                                             

                                                                                                       

 


 


 

I PARADOSSI DI UNA GUERRA ASSURDA

1) La “No fly zone” anglo americana fece 2000 vittime fra i civili in Iraq e ha fatto stragi di civili pure nei Balcani. Se la risoluzione dell’Onu ha l’obiettivo di difendere la popolazione civile, perché gli anglo-americani stanno uccidendo civili con bombe e missili da aerei e navi?

2) I “vantaggi” di questa guerra per noi italiani saranno: pericolo per anni e anni di attentati terroristici modello Lockerbie o peggio; pericolo imminente di bombardamenti; ondate di immigrati e profughi; aumento del prezzo dei carburanti e del gas.

3) il conflitto interno alla Libia è ben diverso dalle rivolte scoppiate negli altri paesi arabi. In Libia il reddito pro-capite è 6 o 7 volte superiore ai paesi vicini; la Libia attrae parecchia manodopera africana; non ci sono immigrati libici nei paesi europei; non c’è stato un crescendo di manifestazioni popolari né scioperi degli operai nei centri industriali come in Tunisia ed Egitto. C’è in Libia una guerra tribale dei ribelli della Cirenaica che sventolano la bandiera della Monarchia Idriss e chiedono interventi Nato contro il clan tribale tripolitano di un Rais paternalistico, assistenzialista e autoritario. La volontà da parte dei giovani di costruire una vera nazione liberandola definitivamente dal dominio dei clan familiari è purtroppo una minoranza nel Paese.

4) I “crimini” che, insieme a troppa propaganda, ci sarebbero stati, riguardano «tutte le parti in armi» a detta del Procuratore della Corte Penale Moreno Ocampo,

5) Il principio della “protezione internazionale della popolazione civile”, sancito dall’Onu vale a corrente alternata: non vale per lo Yemen e il Bahrein che stanno sparando sulla folla disarmata, non vale per gli F16 dell'aviazione israeliana che rasero al suolo il Libano o Gaza uccidendo migliaia di civili innocenti; non vale per i droni di Obama che un giorno sì e l’altro pure fanno strage fra i civili in Pakistan.

6) Perché questo paradossale imponente impiego di forze, spropositato in rapporto alle capacità militari del regime di Gheddafi? Si tratta solo di una operazione militare o di una corsa all'oro nero libico creando un regime fantoccio?

7) L'Onu dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, ma ha varato una decisione che sta allargando e diffondendo la guerra, sta provocando un attacco contro la famiglia di Gheddafi, sta tracimando in una invasione neocolonialista contro un Paese che ha diritto alla propria indipendenza e autodeterminazione.

8) Il piccolo Sarkozy solo pochi mesi fa offriva aiuti militari a Ben Alì per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina. Gli apparecchi libici che volavano bombardando i ribelli in Libia sono gli stessi jet francesi venduti a Gheddafi proprio da Sarkozy con molte insistenze.

9) la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a detta del giurista internazionale  Fabio Marcelli non può evidentemente di per sé travolgere il presidio normativo contenuto nella prima parte dell’art. 11 della nostra Costituzione

10) il centrosinistra con l’elmetto ogni volta si schiera col potente di turno, rendendosi  complice delle guerre “umanitarie” e della  “democrazia”  dei bombardamenti

11) L’Italia dei Valori appoggia la risoluzione 1973 dell’Onu ed è (nota congiunta dei parlamentari Fabio Evangelisti, Leoluca Orlando e Stefano Pedica, membri della commissioni Esteri) “nettamente contraria ad un nostro intervento militare attivo in Libia”. Ma i nostri Tornado stanno volando bombardando la Libia! 

12) È paradossale vedere tanti cattolici con l’elmetto. Si salva padre Alex Zanotelli.

13) “Tripoli sarà italiana, sarà italiana al rombo del cannon!”. È paradossale a 60 anni dagli avvenimenti del colonialismo italiano che provocò la morte di 100mila persone, rivedere un attacco militare italiano: la storia non ci ha insegnato niente?

 

IL NOSTRO SILENZIO CI FA DIVENTARE COMPLICI DELLE FUTURE STRAGI DI CIVILI.

 

FUORI L’ITALIA DA QUESTA NUOVA E SCIAGURATA GUERRA.

 

SOSTENIAMO OGNI AZIONE LEGITTIMA CHE CONTRIBUISCA A FERMARE LO SPARGIMENTO DI SANGUE E A TROVARE UNA SOLUZIONE POLITICA ALLA CRISI.

 

 

Franco Pinerolo



CON LE LOTTE PER LA DEMOCRAZIA, CON I DIRITTI DEI MIGRANTI

CONTRO L’INTERVENTO MILITARE 

Dichiarazione di Paolo Beni, presidente nazionale Arci e Raffaella Bolini,

 responsabile pace  

Cosa c’entrano gli attacchi aerei su mezzi terrestri con una no-fly zone? Neppure è cominciata, la no-fly zone, ed è subito attacco militare.

Avevamo appena finito di denunciare i grandi rischi connessi al dispositivo militare della risoluzione ONU. E il vertice di Parigi ha deciso di correrli tutti, subito e volontariamente, iniziando un intervento militare aperto sul campo.

Il via libera alla no-fly zone ha dato fiato alle trombe di chi non vedeva l’ora di dimostrare una responsabilità europea finora dimenticata mettendo a disposizione basi, aerei soldati. Delle parti impegnative della risoluzione ONU legate all’iniziativa politica non c’è chi faccia cenno.

L’Italia oltretutto dovrebbe sentire l’obbligo morale di non intervenire militarmente in un paese che esattamente cento anni fa è stato con le armi conquistato e dichiarato colonia, e dove sono stati perpetrati orribili crimini di guerra. E invece addirittura ci proponiamo ad ospitare il quartier generale delle operazioni.

Le lotte democratiche nel mondo arabo proprio non si meritano l’entusiasmo militarista dimostrato in queste ore da tanti paesi europei, con l’Italia in testa come al solito.

 

L’Egitto va a votare, la Tunisia affronta una complicata transizione, in Yemen e in Barhein i regimi sparano sulle manifestazioni pacifiche, la Siria si ribella: in due mesi di rivolte e rivoluzioni l’Europa non ha sostanzialmente fatto niente, non ha dimostrato interesse, non ha offerto cooperazione, non ha stanziato un soldo e non si è mosso un ministro. Si è solo cercato di fermare i profughi.

Siamo a fianco dei libici in lotta contro il dittatore. Comprendiamo la loro disperazione e la paura che il paese torni sotto il tallone del regime. Ma confidiamo che essi capiscano anche le nostre ragioni, mentre manifestiamo la nostra opposizione all’intervento militare.

Ne abbiamo viste già tante. Abbiamo visto il prevalere degli interessi economici e strategici, nascosti dietro al manto della difesa dei diritti umani. Abbiamo visto i  “due pesi e le due misure”, che fa chiudere gli occhi davanti a violazioni grandiose del diritto internazionale come quella che patisce da decenni la Palestina.

 

Conosciamo l’incapacità di mettere in campo la forza della politica, e degli strumenti che ad essa corrispondono, per la difesa dei diritti calpestati, per la risoluzione dei conflitti nel nome della giustizia, per l’affermazione della democrazia.

 

E crediamo che a questo punto della vicenda libica, non essendo intervenuti a proteggere la rivolta quando da sola poteva liberare il paese dal regime, l’evoluzione della crisi vedrà una forte ingerenza straniera, che non può essere mai foriera di libertà e indipendenza.

I venti di guerra di cui l’Europa sta facendo sfoggio richiamano, persino nei nomi con la “coalizione dei volenterosi”, esperienze che avrebbero dovuto insegnare qualcosa. E noi non saremo di questa partita. Continuiamo a sostenere tutte le esperienze democratiche del Maghreb e del Mashrek, continuiamo a difendere il diritto all’accoglienza dei profughi, siamo contro l’intervento militare.

 

ARCI Nazionale


NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 302 del 21 marzo 2011

(...)2. RIFLESSIONE.

FLORIANA LIPPARINI: DIRE LA VERITA'

[Ringraziamo Floriana Lipparini (per contatti: effe.elle@fastwebnet.it) per averci messo a disposizione questo intervento scritto per "Il paese delle donne" dal titolo "Alba dell'Odissea? Ma la guerra e' un'odissea senza fine".

Floriana Lipparini, giornalista, ha lavorato per numerosi periodici, tra cui il mensile "Guerre e Pace", che per qualche tempo ha anche diretto, occupandosi soprattutto della guerra nella ex Jugoslavia. Impegnata nel movimento delle donne (Collettivo della Libreria Utopia, Donne per la pace, Genere e politica, Associazione Rosa Luxemburg), ha coordinato negli anni del conflitto jugoslavo il Laboratorio pacifista delle donne di Rijeka, un'esperienza di condivisione e relazione nel segno del femminile, del pacifismo, dell'interculturalita', dell'opposizione nonviolenta attiva alla guerra. E' autrice del libro Per altre vie. Donne fra guerre e nazionalismi, edito nel 2005 in Croazia da Shura publications in edizione bilingue, italiana e croata, e nel 2007 pubblicato in Italia da Terrelibere.org in edizione riveduta e ampliata. Si veda anche l'intervista in "Coi piedi per terra" n. 389]

 

Sono tra quelle che firmarono la lettera di protesta che stigmatizzava con pesante ironia gli inviti del rais a italiche fanciulle pagate per ossequiarlo e farsi indottrinare, e scrissi anche un articolo sul "Paese delle Donne" per dire la mia opinione sulle cosiddette "amazzoni" al servizio del dittatore.

Chiaro quindi che sto dalla parte di chi si ribella e vuole diritti e liberta'.

Ma questo significa forse dover accettare le follie belliciste di alcuni leader europei pronti a scatenare ancora una volta l'inferno con la scusa delle operazioni umanitarie, eteroguidati dal Nobel "per la pace" Obama?

Da un momento all'altro, senza nessuna possibilita' di dibattito partecipato, hanno trascinato l'Italia in guerra e nemmeno hanno il pudore di ammettere che stanno violando l'articolo 11 della nostra Costituzione, tanto inutilmente e ipocritamente sbandierata negli ultimi tempi. Nessuno ricorda piu' nemmeno che questo articolo esiste.

Perche' non si sono esplorate tutte le strade diplomatiche, tutti i colloqui, tutte le mediazioni possibili? Si sentono soltanto proclami guerrafondai. Eppure, quale paese europeo ha la coscienza pulita, rispetto a Gheddafi? Accordi oscuri sul petrolio, forniture di armi, partecipazioni finanziarie...

Ancora una volta l'establishment geopolitico mondiale - quel coacervo di maschi protervi che vediamo periodicamente riuniti in lugubri consessi dove si decide sulle nostre teste e della nostra vita - risponde alla guerra con la guerra, ancora una volta la risposta alla violenza e' la violenza. Non conta che qui e la' vi siano donne in posizioni di potere, perche' il modello e' pur sempre lo stesso, eterno modello machista con le sue protesi armate.

Allora, bisogna permettere a Gheddafi di massacrare i ribelli della Cirenaica? Nemmeno per sogno, al contrario occorre fare di tutto per  difendere la vita dei civili, ma questo vero e proprio atto di guerra non difende affatto i civili. Come in Iraq, come in Jugoslavia, come in Afghanistan saranno le bombe l'unica forma di "peacekeeping" (!) che la comunita' internazionale e' capace di mettere in atto. Cosa c'e' di umanitario in una bomba? Quando saranno comunque i civili a venire colpiti si parlera' di "danni collaterali", come se fosse la prima volta, come se fosse accettabile... E dov'e' finito quel concetto di risoluzione dei conflitti chiamato "interposizione fra contendenti"? Perche' non si vede praticamente mai applicare?

Non riesco a credere che si possa fare giustizia e difendere le vite e i diritti delle popolazioni con questo evidente spirito di punizione e vendetta, naturalmente non volendo pensare ad altre, inconfessabili motivazioni. Immagino che il petrolio della Cirenaica non conti niente, e nemmeno conti il fatto che li' gli Stati Uniti non siano riusciti finora ad avere alcuna presenza...

E come mai la risoluzione di intervento questa volta all'Onu e' passata, mentre in altri casi di gravissime violazioni da anni e anni non si riesce a ottenere alcuna decisione anche solo di condanna?

E si e' pensato all'inevitabile effetto di crociata religiosa, di guerra fra Occidente e Islam che questo gesto produce?

Fare la guerra, ecco l'unico modo che questo vetusto potere patriarcale conosce per affrontare i problemi e risolvere i conflitti. Come in una perenne infanzia che non avra' mai fine, non c'e' evoluzione, non c'e' maturazione, non c'e' nessun superamento della primordiale legge della giungla.


 
 

LIBIA:
L’IMPERIALISMO DEMOCRATICO
E UMANITARIO SFODERA GLI ARTIGLI
(accolti gli appelli delle colombe pacifiste)

Dunque: il segretario generale della Nato Mr Rasmussen nella serata di mercoledì 17 marzo ha dettato la linea. Ha sentenziato come “inaccettabile” la vittoria che sul campo si è profilata schiacciante da parte delle forze pro-Gheddafi. Un affronto inaccettabile, intollerabile, che non può e non deve passare senza una adeguata replica e castigo. La Clinton nelle stesse ore sembra aver rotto gli indugi americani, allineandosi ai campioni britannici e francesi della difesa manu militari “dei diritti umani”, della democrazia e ...della “rivoluzione” in Libia. (Due potenze in effetti storicamente campioni mondiali di democrazia e colonialismo. Ripetiamo a scanso di interessati equivoci: democrazia e colonialismo)

Tutto lascia pensare che non saranno le meline delle diplomazie russa, cinese, latino-americane né quelle tedesche né tantomeno quelle – badogliane/dorotee – del più di ogni altro infame (se possibile) stato di Roma a fermare la rappresaglia armata contro Tripoli che i gangsters dell’imperialismo democratico e umanitario stanno probabilmente in queste ore mettendo a punto. In ottemperanza alle risoluzioni più o meno bizantine deliberate da quel covo di trafficanti borghesi e banditi che è il consiglio di sicurezza dell’Onu.

A questo proposito verrebbe da ridere: in quel covo sanzionano la Libia che, in punta di diritto (del loro diritto, del diritto borghese), se la vede con una sedizione interna allo stesso tempo che i sauditi ed altri pendagli da forca del Golfo che sono in prima linea a puntare il dito contro “il tiranno” di Tripoli, inviano le loro truppe a sedare nel sangue la rivolta in Bahrein cioè, in punta di diritto (del loro diritto, del diritto borghese) invadono un altro stato! (Lasciamo evidentemente agli idioti – e peggio! – disquisire e accapigliarsi attorno alle interpretazioni giuridico/morali sulla “legalità internazionale”e le recriminazioni contro i branchi di lupi che invece dovrebbero trattare pacificamente e civilmente il modo di sbranare la preda ecc. Quel che conta e decide, è evidentemente, nella presente società di classe, la Forza, l’esercizio della Forza e della violenza)

L’inaspettata capacità di resistenza e reazione di Gheddafi poggiata da un lato su una indubitabile (almeno così a noi sembra) mobilitazione popolare attorno al regime e sull’accorto gioco di sponda con potenze del calibro di Russia e Cina (e in maniera ancor più sotterranea Germania ed anche ....Italia – vedi sopra – dell’”amico” Scaroni) ha mandato il sangue in testa alla banda dei liberals filoatlantici. Abbiamo letto cose del genere: “...i sofismi della Cina e della Russia che tifano per la controffensiva lealista e si direbbe non vedono l’ora di usurpare il posto, per esempio, dell’Italia nei grandi commerci petroliferi con una Tripoli vittoriosa”. (cfr. Enzo Bettiza “Gheddafi spiazza l’Occidente”, La Stampa 14/3) Ci “usurpano” il posto! (In realtà, si potrebbe dire ragionando di sporchi affari fra borghesi, che ad “usurpare il posto” al capitalismo italiano e a quello germanico cioè europeo sono semmai le manovre degli “amici anglosassoni”. Ragionando invece degli interessi di classe e degli scopi storici del proletariato, si deve stabilire che per esso non vi è alcuna “sponda amica” fra le diverse potenze capitalistiche in urto reciproco e guai se cedesse all’intruppamento dietro l’uno o l’altro sporco e sanguinolento carro borghese)

Bene. Sembra che questa gente con la bava alla bocca stia per essere accontentata: Tripoli avrà la sua razione di bombe.

Come ad essere accontentati, insieme ai democratici e ai “rivoluzionari” libici, sono i nostri pacifisti-imperialisti, del tipo di quelli che iniziavano una lettera aperta sul Manifesto del 9/3 nel modo seguente: “La discussione è il sale della democrazia ma ci sono dei momenti in cui la democrazia ha bisogno di fatti. Di fatti concreti ha bisogno la Libia, la sponda sud del Mediterraneo e anche più in là, fino all’Iran. ... Più utile che invocare le piazze pacifiste è agire per fermare i regimi, per sostenere le fragili democrazie, per accogliere i profughi. Oltre che prefigurare i danni di un intervento Nato, va messo in campo ciò che serve affinché i libici possano riprendere autonomamente in mano il proprio destino.” (Cfr lettera aperta della Direzione Nazionale Arci)

Questo sì che è “parlare chiaro”! come ha invocato la Rossanda, lo stesso giorno e sulle colonne dello stesso quotidiano, per dire che insomma, in un modo o nell’altro, occorre darsi da fare per scalzare il tiranno di Tripoli. Se e quando partiranno gli attacchi su Tripoli c’è da aspettarsi da parte di questa banda di colombelle altre repliche delle disgustose messe in scena sul tipo “operazione Arcobaleno” che fu una mobilitazione a tinta filantropica-umanitaria che copriva i bombardamenti Nato contro la Jugoslavia.


Per i gangsters dell’imperialismo democratico e umanitario la vittoria sul campo di Gheddafi risulta inaccettabile per motivazioni che vanno assolutamente ben oltre la figura del Colonnello e dello stato che rappresenta. Ci sono certamente da sventare le trappole dei russi e dei cinesi ma soprattutto c’è da mandare un segnale potente ai paesi e alle masse di un mondo arabo-islamico in ebollizione: “sta bene la democrazia ma il recinto di quella gabbia nella quale vi concediamo di muovervi liberamente lo decidiamo noi. Lo tracciamo noi a suon di bombe se occorre. In Libia, come in Egitto, come in Tunisia, come in Arabia Saudita, ovunque”.

Che il popolo libico e le masse arabo-islamiche possano raccogliere il senso della sfida e replicare con la massima energia possibile!

Che l’imperialismo democratico e umanitario sia costretto a pagare il dazio più salato possibile sia sul piano politico che su quello militare!

Che si dia qui il massimo di mobilitazione possibile contro questa ennesima guerra imperialista-umanitaria che si annuncia!

18 marzo 2011

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Condivido questo testo.

Vi assicuro che ne ho letti tanti e non pochi mi angosciano. C'è chi, anche tra organizzazioni "operaie", invita a manifestare per "i ribelli della Libia" che, a dispetto di questi chiari di luna, vedono già raccolti in una sorta di Comune della Libia (sic!). Magariiii!!!! Non è così, per quel che se ne sa, non c'è nessuna Comune in Libia che Gheddafi voglia stroncare e i gangster dell'imperialismo atlantista vogliano, paradossalmente e, a sentir loro, difendere. Attenti a non prendere granchi, compagni. Il governo italiano è già in guerra, vi è entrato alla chetichella, mugugnando per la parte da leone che faranno i francesi e soprattutto la perfida Albione, con un governo (diviso tra chi vorrebbe di più in cambio dell'appoggio con basi aerei e navi che è costretto a dare, e chi, come Bossi, già secessionista pronto a imbracciare il fucile, giudica l'intervento poco prudente) e un'opposizione che non esiste perché non sa a chi opporsi. Di fatto, assumendo posizioni di questo tipo, ci si ritrova a braccetto con La Russa e Frattini, solo con un poco di enfasi e confusione in più. E' comunque deprecabile che voci coerentemente internazionaliste siano così rare.

Dal 2007 era chiaro che l'ennesima crisi del capitalismo avrebbe partorito la guerra, la distruzione, forse senza precedenti, delle forze produttive. Per i gangster è l'unico mezzo per riprendere fiato, il capitale, come un bambino impazzito, lancerà ancora una volta i suoi gioielli di distruzione ultimo tipo: entrano in scena i droni invisibili ai radar, i nuovi ultramiliardari Eurofighter, che dicono intelligenti. Infatti poco fa sono caduti (per sbaglio?) su un ospedale civile!

Saluti internazionalisti.

Dante (20/03/2011 2.08)


Crisi libica: l'imperialismo appronta nuove bombe “democratiche”

La crisi mondiale del capitalismo sta attraversando le economie periferiche del Medio oriente e quelle strategiche legate alla produzione di gas e petrolio, mettendo in lotta la varie fazioni tribali, ponendo in agitazione immense masse di diseredati e scatenando la concorrenza tra gli schieramenti imperialistici internazionali. Francia, Inghilterra e Stati Uniti hanno già dimostrato di essere in grado d’intervenire in qualsiasi luogo della Libia e in qualsiasi momento, mentre il piccolo imperialismo italiano si dichiara disposto a concedere le forze aeree e navali necessarie.

È ancora presto per avere una chiara e definitiva visione sugli avvenimenti libici perché le operazioni belliche sono solo all’inizio. La situazione è in movimento e di definitivo non c’è ancora assolutamente nulla, se non la certezza operativa di un’escalation militare dell’imperialismo occidentale camuffato da operazione umanitaria. Il colonnello potrebbe avere le ore contate, ma la sua strenua difesa, caratterizzata dalla necessità di riconquista dei territori perduti, quelli petroliferi innanzitutto, continua nonostante la comunità capitalistica internazionale abbia messo in campo tutto l’armamento giuridico (tribunale penale internazionale) ed economico: embargo, sanzioni economiche e congelamento dei fondi all’estero e, buon ultima la risoluzione Onu N° 1973 che impone la “no fly zone” su tutta la Libia, premessa per qualsiasi intervento bellico, sia aereo che marittimo, o a tutto campo, a seconda delle necessità tattiche del Centro operativo militare.

Ciò non di meno tre osservazioni si possono essere fatte da subito.

  1. La prima è che la rivolta di Bengasi e di altre città della Cirenaica, come di alcune località a sud di Tripoli, ha rotto l’equilibrio forzato tra Gheddafi, la sua tribù d’origine, e le altre tribù libiche che per quarant’anni sono state costrette a subire la dittatura politica ed economica del colonnello. Alla base di questo le mai sopite istanze di autonomia delle borghesie tribali della Cirenaica e del Fezzan e, non da ultima, la ghiotta occasione di gestire autonomamente la rendita petrolifera che, sino a poche settimane fa, era appannaggio del dittatore “verde”. Non a caso i primi moti di protesta si sono avuti nell’est del paese, dove è sorto un governo provvisorio, che ha il compito di controllare i giacimenti petroliferi e di garantirne l’uso e la fruibilità per i clienti occidentali.
    Il precedente equilibrio era basato sulla forza. Gheddafi e i suoi figli disponevano l’assoluto controllo dell’esercito, della polizia e dell’aviazione, nonché il controllo — possesso dei pozzi petroliferi attraverso la gestione privatistica delle imprese nazionali del gas e del petrolio, dando ai capi tribù alleati o sottomessi, le briciole della suddetta rendita a seconda della loro valenza politica e della loro eventuale pericolosità in termini di (non) allineamento nei confronti della gestione del potere del “rais” medesimo. Rottosi lo schema, le maggiori tribù come i Warfalla, che controllano un vasto territorio a sud di Tripoli, si sono mobilitate contro. Già nel 1993, in pieno embargo internazionale contro il governo di Tripoli dopo l’attentato di Lockerbie, i Warfalla hanno tentato un colpo di stato che Gheddafi ha duramente represso con una decina di impiccagioni sulla pubblica piazza e più di duemila arresti. Gli Zuwayya, che vivono nella zona centrale fra Tripoli e Bengasi, i Misurata e gli Abu Llail, che controllano l’area degli oleodotti nella parte est della Cirenaica, hanno preso l’iniziativa di cavalcare la tigre della protesta popolare per tentare di chiudere una partita lunga quarant’anni. Tutte le maggiori tribù posseggono piccoli eserciti, hanno un discreto arsenale di armi leggere e, nella fase iniziale della rivolta, hanno assaltato caserme e depositi di armi. Allo stato attuale delle cose la crisi libica appare per essere una guerra civile tra tribù, in altre parole tra fazioni borghesi, per il dominio politico ed economico del paese, secondo esportatore di petrolio di tutto il continente africano, dietro la sola alla Nigeria, e dodicesimo al mondo.
  2. La seconda osservazione riguarda la possibile frattura degli attuali equilibri sul fronte energetico medio orientale, con tutte le conseguenze del caso. Non per niente gli Usa, con il corollario di Francia e Inghilterra, hanno proposto la risoluzione Onu affinché la vicenda libica non fosse lasciata a se stessa, con tutti i pericoli del caso. Le preoccupazioni imperialistiche non riguardano solo i futuri destini del petrolio e del gas libici, importanti ma non determinanti negli equilibri energetici internazionali, quanto la possibile estensione della crisi nella penisola arabica. Il vento delle rivolte soffia anche nello Yemen, in Oman, nel Bahrein che contornano da sud-ovest a sud-est l’Arabia Saudita, ovvero il primo produttore al mondo di petrolio e primo fornitore degli Usa. Se anche Riad entrasse nell’occhio del ciclone assisteremmo a ben altre prese di posizione, a ben altre manovre militari, non più impostate sulla deterrenza psicologica, sulla pressione politica o sulla creazione di una “no fly zone” che, per il momento, prevede raid aerei di disturbo contro le milizie di Gheddafi per convincerlo a più miti consigli. Con le necessità di approvvigionamento delle fonti energetiche medio orientali non si scherza. L’imperialismo USA ha già prodotto due guerre non ancora concluse, sta combattendo strenuamente sulle vie di trasporto e di commercializzazione dell’oro nero dal Centro-Asia alle coste del Mediterraneo, e una simile situazione di criticità alle porte dell’Arabia sta già mettendo in fibrillazione i suoi arsenali bellici. Per ora, gli Stati Uniti stanno a vigilare poi sì vedrà… Anche la Cina, già presente in Niger, Nigeria, Sudan e Ciad, non starebbe certo a guardare. Il tutto alla faccia di centinaia di migliaia di profughi — vittime della crisi economica, delle beghe borghesi interne e dei giochi imperialistici internazionali — vittime sulle quali si cantano le solite piagnucolose litanie, ma finora, senza nulla di concreto sul piano del mero aiuto umanitario.
  3. La terza osservazione riguarda il ritardo e la non omogeneità nel varo della risoluzione 1973. Accanto al voto positivo di 10 membri su 15 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, si registrano le cinque astensioni di Cina, Russia, India, Brasile e Germania. Non a caso. In gioco non ci sono soltanto il milione e mezzo di barili di petrolio al giorno erogati dalla Libia, il ruolo di Francia e Italia nel bacino del Mediterraneo, le ambizioni dell’imperialismo anglo sassone di giocare un ruolo di controllo e dominio, ma l’intera area medio orientale legata alla questione energetica. In Bahrein, piccolo paese ma ricchissimo di petrolio, la guerra civile è tra i sunniti (30% della popolazione che sono al potere a godono della rendita petrolifera) e sciiti (70%) che della suddetta rendita non vedono un centesimo. Sunniti e sciiti che in realtà andrebbero chiamati con il loro vero nome: una borghesia di confessione sunnita e una di confessione sciita che si scontrano per il potere politico, condizione primaria di quello economico basato sulla solita rendita petrolifera. Dietro gli schieramenti borghesi i due imperialismi d’area, l’Iran sciita e l’Arabia saudita del Wahabbismo sunnita che, nell’assordante silenzio internazionale, è intervenuta militarmente inscenando una vera e propria invasione dell’Emirato, pur di sostenere e di garantirsi nel Bahrein un potere politico allineato e affidabile in chiave anti Iran. Anche in Qatar si ripropone lo stesso schema, solo che gli interpreti imperialistici sono la Turchia e l’Iran. A contorno ci sono altre situazioni di tensione nello Yemen dove il potere di Saleh non ha esitato a sparare sulla folla facendo decine di morti, e continuano anche le tensioni in Oman. Nella stessa Arabia Saudita le spinte anti Saud sono forti e insistenti. In questo scenario è normale che i fronti dell’imperialismo si muovano secondo le rispettive linee di difesa dei propri interessi immediati e futuri. Usa, Inghilterra e Francia da una parte. Russia, Cina, India, Germania e Brasile dall’altra, in mezzo lo sfruttamento energetico che copre il 65 % del fabbisogno mondiale. Va in ogni modo sottolineato come la questione libica sia una sorta di problema di seconda fascia. Per l’imperialismo americano, e non solo, la maggiore preoccupazione è Riad, la sua capacità di resistenza, il suo petrolio e gli equilibri energetici mondiali. Il progetto di Washington è quello di concedere alla Nato, fronte europeo, con Francia e Inghilterra in prima linea, il compito di co gestire la “tenuta a bada” di Gheddafi, mentre le sue preoccupate attenzioni le riserva per l’eventuale fronte arabico, qualora la situazione dovesse precipitare verso oriente.

Per le masse lavoratrici libiche sono nulle le possibilità di emancipazione se continueranno ad essere fagocitate all’interno degli schemi tribali, se faranno proprie le strumentali richieste di libertà e democrazia avanzate dalle opposizioni borghesi contro il tiranno. Libertà e democrazia che al massimo saranno i nuovi migliori involucri politici e ideologici per continuare quel processo di sudditanza e sfruttamento che c’era prima, senza mai mettere in discussione il motore primo di questa crisi, i regolamenti di conti all’interno delle faide tribal-borghesi che ne sono scaturiti, l’allarmato agitarsi del sempre più vorace imperialismo. In altre parole se non si mette in discussione quel sistema economico che va sotto il nome di capitalismo la giostra degli interessi interni ed internazionali continua a girare con il suo macabro fardello di crisi, guerre civili e arroganze imperialistiche. Lo stesso vale per gli altri fermenti di tutta la zona. Fermarsi alla “conquista” della democrazia sarebbe la tomba di ogni ulteriore sviluppo delle lotte in senso anti capitalistico, con la vittoria di quella o quell’altro schieramento borghese al traino di uno dei fronti dell’imperialismo internazionale. O irrompe sulla scena medio orientale il segnale della ripresa della lotta di classe, la presenza di avanguardie politiche rivoluzionarie, oppure tutto è destinato a tornare come prima. O quasi, in un bagno di sangue come dal solito copione imperialistico.

FD, 2011-03-19

CONTRO  I BOMBARDAMENTI E L’INTERVENTO MILITARE IMPERIALISTA  GRIDIAMO  LA NOSTRA OPPOSIZIONE

 

Dopo tante chiacchiere sulle soluzioni pacifiche dei contrasti internazionali, ancora una volta la parola è passata alle armi. La crisi economica ha acuito i contrasti interimperialisti  accentuando la lotta per il controllo delle materie prime, dei mercati e delle zone di influenza strategiche e la guerra commerciale è diventata guerra militare.

 

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, organismo dominato dai maggiori paesi imperialisti, dopo le minacce attua con bombardamenti a tappeto sulla Libia il suo “diritto” a salvaguardare i suoi interessi cercando di imporre la pace con i missili e raid aerei.

USA, Francia e Gran Bretagna, il Consiglio di sicurezza dell'ONU, (compreso il governo italiano, fino a ieri massimo sostenitore di Gheddafi a cui ha venduto armi e concesso miliardi di euro per il suo lavoro sporco di secondino contro gli sbarchi degli immigrati), hanno approvato una risoluzione che autorizza la “no fly zone” sulla Libia. La decisione dei bombardamenti presa con l'astensione di Russia, Cina, Germania, Brasile e India, dimostra i diversi interessi in gioco. Come è gia successo in Iraq, Somalia, Afganistan, Kossovo e in altre guerre.

Come sempre si usano due pesi e due misure a seconda dei propri interessi e si tace sui massacri compiuti dal governo sionista israeliano, o sugli yemeniti massacrati da un regime reazionario.

Questa nuova guerra, come le precedenti è scatenata delle potenze imperialiste con l’obiettivo di impadronirsi delle materie prime in questo caso, petrolio, gas, riserve d'acqua.

 

Contro questa aggressione imperialista, noi operai e lavoratori leviamo forte la nostra voce di dissenso e di protesta nelle assemblee di fabbrica, nei luoghi di lavoro e nelle mobilitazioni di piazza.

Contro la guerra di aggressione alla Libia, contro l’uso delle basi concesso dal governo italiano sostenuto da tutti i partiti di centrodestra e centrosinistra, ribadiamo la nostra opposizione attiva nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze e ovunque è possibile esprimere la nostra protesta

 

La sorte della Libia e il suo futuro va deciso dai proletari e dal popolo libico. Sono loro gli artefici del proprio destino. A loro spetta decidere il proprio futuro e farla finita col regime di Gheddafi, senza ingerenze e interventi imperialisti.

Il nemico è in casa nostra: sono i padroni e il governo i partiti borghesi di centrodestra e centrosinistra che spendono miliardi di euro in armamenti a scapito dei più elementari diritti per i proletari e la popolazione come il diritto al lavoro, allo studio, alla salute, alla casa, ad una vita decente.

A fianco del proletariato internazionale contro i padroni di tutto il mondo.

Contro le guerre dei padroni, solidarietà fra i lavoratori e i popoli sfruttati di tutto il mondo.

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

Via Magenta 88, Sesto San Giovanni, telefax 02. 26224099

Mail: cip.mi@tiscali.it

 


E' iniziato l'intervento imperialista in Libia 

Scendiamo in piazza per gridare il nostro NO!

 

Dopo settimane di pressioni da parte di USA, Francia e Gran Bretagna, il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha approvato una risoluzione che autorizza la “no fly zone” contro le forze militari di Gheddafi, sostenuto e armato fino a ieri dagli stessi stati imperialisti che ora l'attaccano.

La risoluzione ha visto l'astensione di Russia, Cina, Germania, Brasile e India, segno delle contraddizioni esistenti. La crisi economica ha infatti determinato una lotta più acuta fra le potenze capitaliste per il controllo delle materie prime, dei mercati, delle sfere di influenza. 

L'ipocrita giustificazione usata per dare il via all'intervento militare, la cosiddetta “difesa dei diritti umani”, è la stessa utilizzata per altre guerre: dalla Somalia ai Balcani, dall'Iraq, all'Afghanistan. Ma per la Palestina bombardata dai sionisti, per gli yemeniti massacrati da un regime reazionario, nessuno della “coalizione dei “volenterosi” ha mosso un dito. 

In realtà questi banditi approfittano della situazione creatasi sul campo per scatenare un’aggressione volta a spartirsi la Libia, impadronirsi delle sue risorse energetiche e proteggere gli interessi dei propri monopoli capitalisti.

I “gendarmi del mondo” vogliono riprendere il controllo di un'area strategica, scossa dalle rivoluzioni democratiche che minacciano i loro interessi. A costoro interessano il petrolio, il gas, le riserve d'acqua, non le aspirazione dei popoli.

Di fronte all’ennesima aggressione imperialista, portata avanti con l'apparato di guerra e di terrore della NATO, la classe operaia e le masse popolari, tutti i sinceri democratici e gli amanti della pace devono mobilitarsi immediatamente. 

Opponiamoci fermamente alle azioni militari in Libia e alla politica guerrafondaia del governo vassallo di Berlusconi, che ha coinvolto l’Italia nell’aggressione. Il ministro della Difesa, il fascista La Russa ha dichiarato che “l'Italia interverrà offrendo le basi, senza nessun limite restrittivo all'intervento”.

Tutta la retorica patriottarda alimentata in questi giorni dalle istituzioni per le «celebrazioni» del 150° anniversario dell'unità d'Italia viene ora utilizzata per ottenere il consenso dell'opinione pubblica alle mosse di un governo reazionario che cerca di riguadagnare un “posto al sole”.

Il Partito Democratico ha mostrato ancora una volta il suo vero volto di partito della borghesia dando  l'assenso alla nuova impresa imperialista. Ccome meravigliarsene se ha fra i suoi massimi dirigenti il sig. D'Alema, il bombardatore di Belgrado nel 1999, quando era Presidente del Consiglio?

Operai, lavoratori, studenti! Scendiamo in piazza compatti per fermare la macchina da guerra che si è messa in movimento!

Uniamoci in un ampio fronte popolare contro i fomentatori di guerra, per la solidarietà e la pace fra i popoli. Un fronte di lotta che si basi sull’unità di azione di tutte le organizzazioni operaie e popolari. 

Mettiamo al centro di ogni manifestazione, di ogni sciopero, la parola d’ordine “non pagheremo la vostra crisi, non pagheremo la vostra guerra!” per dimostrare che non siamo disposti ad accettare altri sacrifici e restrizioni.

Battiamoci uniti per far cessare le azioni belliche e impedire la militarizzazione della vita sociale, la soppressione dei diritti e delle libertà democratiche, per utilizzare il denaro pubblico per le esigenze dei lavoratori e dei disoccupati, non per le spese militari.

Appoggiamo le rivolte dei popoli oppressi contro regimi dispotici e corrotti, le lotte di liberazione nazionale che indeboliscono l'imperialismo. Spetta  al popolo libico decidere il proprio futuro e farla finita col regime di Gheddafi, senza ingerenze e interventi imperialisti.

Una particolare responsabilità spetta oggi ai sinceri comunisti: è il momento di mostrare, nei fatti, la loro volontà unitaria, la capacità di porsi unitariamente alla testa di un grande movimento operaio e popolare di lotta contro l'offensiva capitalista, la reazione politica e la guerra imperialista.

 

19.3.2011                                                                                Piattaforma Comunista

 

           Sabato 26 marzo, ore 14:00,

Piazza della Repubblica, Roma, manifestazione nazionale.

Tutti in piazza!

Fermiamo la guerra,

fermiamo il nucleare!


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Piattaforma Comunista
www.piattaformacomunista.com
Per contatti e contributi: teoriaeprassi@yahoo.it

 

Alex Zanotelli: appello Libia- 24 febbraio 2011

http://www.improntalaquila.org/2011/03/23/articolo18461/