liberati

14 ott 2010
  • di Geraldina Colotti
    CILE
    Liberati, i minatori tornano alla vita
    Scene di giubilo e commozione, grande folla di giornalisti per il ritorno in superficie, dopo oltre due mesi sotto terra, dei sepolti vivi la cui sorte ha tenuto col fiato sospeso l'intero paese e il mondo. Una complessa (e magnifica) operazione di salvataggio e una imponente kermesse mediatica, con il presidente Sebastian Piñera nel ruolo di protagonista La capsula «Fenix 2» ha tratto in salvo i 33 lavoratori intrappolati dal 5 agosto nell'impianto di San José
    In Cile, è cominciato al ritmo di tre ogni due ore il salvataggio dei 33 lavoratori intrappolati dal 5 agosto nella miniera di oro e rame di San José, nell'estremo nord cileno. La capsula Fenix 2, incuneatasi nel varco aperto da una trivella nei giorni precedenti, è andata avanti senza intoppi, tra una folla di giornalisti (circa 2.000) e di persone in festa (oltre 800 tra parenti e curiosi).
    Una complessa operazione di salvataggio trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo, che i cileni hanno seguito nei minimi particolari anche dagli schermi giganti installati in diverse città. Come in uno scenario hollywoodiano (la grande industria cinematografica pare d'altronde già interessata alla vicenda), tutti hanno appreso che la Fenix 2 - una delle tre costruite - è una capsula alta 4,5 metri e larga 55 centimetri, che pesa 450 kg. E' risalita da una profondità di 622 metri e ha viaggiato al ritmo di un metro al secondo.
    Il primo minatore a uscire è stato Florencio, subito trasportato in elicottero all'ospedale di Copiaco, a 50 km dal posto, per essere sottoposto a esami. Ma prima, un piccolo fuori programma, perché la moglie del minatore ha spintonato i giornalisti che pressavano il sopravvissuto, impedendole di raggiungerlo. Il secondo lavoratore, Mario Sepulveda, quello che ha parlato per tutti nel primo video dei sepolti vivi, circa un mese e mezzo fa, ha offerto alcune pietre della miniera a un gongolante Sebastian Piñera, il presidente miliardario che governa il paese: «Il Cile sta vivendo una notte meravigliosa che il mondo non dimenticherà», ha affermato Piñera, sostenendo di voler restare sul posto fino al compimento dei soccorsi, e ha elogiato il coraggio dimostrato dai lavoratori, rimasti totalmente isolati per 17 giorni: «Dopo stanotte - ha aggiunto - sono anche convinto che la grande ricchezza del nostro paese non è nel rame, ma nei minatori». Peccato che, in un paese di enormi fratture sociali e brutali disuguaglianze, la ricchezza vada soprattutto alle grandi imprese che, come quella di San José (di proprietà della compagnia cilena San Esteban)della sicurezza dei lavoratori si curano ben poco.
    Il clima da unità nazionale costruito a uso e consumo dei riflettori - hanno notato diveri analisti di opposizione - al di là della legittima contentezza per il buon esito della vicenda serve a gettare fumo negli occhi, a nascondere i costi della crisi e vicende drammatiche come quelle dei 34 indigeni Mapuche - originari o residenti nel sud del Cile -, ingiustamente vittime della legge antiterrorista ereditata dall'epoca di Pinochet, in sciopero della fame da luglio.
    Dopo il terzo minatore, che ha lasciato il pozzo fra gli applausi e che è apparso il più debilitato, è stata la volta dell'unico non-cileno, il boliviano Carlos Mamani, 23 anni che ha ricevuto la visita del presidente del suo paese, Evo Morales, durante una pausa nei controlli in ospedale. «Questo è un lavoro impressionante, storico, eventi come quelli di San José ci uniscono, ci rafforzano - ha commentato Morales. - Per il popolo boliviano sarà indimenticabile, grazie per aver salvato un nostro fratello - ha aggiunto, e ha ringraziato «tutti e 32 i minatori che erano con Carlos Mamani e che si sono presi cura di lui».
    L'ultimo a uscire dovrebbe essere il «capitano» del gruppo, Luis Urzua, 54 anni.
    Secondo i medici, i minatori faranno un po' di fatica ad riabituarsi a ritmi normali per via del tempo trascorso sottoterra e dello choc termico: la temperatura in fondo alla miniera è infatti di 30°C, e di 7°C in superficie.
    Molti i messaggi di felicitazioni pervenuti al presidente cileno da tutta l'America latina: dall'Argentina, al Venezuela, dalla Bolivia al Brasile. Dall'Italia, parole di gioia anche da parte dei minatori sardi. Il presidente degli Stati uniti, Barack Obama, ha inviato un messaggio di saluto ai minatori, protagonisti di quello che ormai tutti chiamano: «il miracolo delle Ande» e che ha portato per una volta in primo piano i lavoratori del sottosuolo: una delle categorie più esposte al rischio di incidenti mortali.
    Adesso, a loro verranno dedicati film e canzoni. E' una «tragedia a lieto fine» e allo stesso tempo «un reality show finito in pasto alle televisioni», ha detto Jorge Coulon, membro fondatore dello storico gruppo cileno degli Inti Illimani.
  •  
  •  
    • di Angel Saldomando
      DOPO L'HAPPY END
      Eroi per un giorno nelle profondità della terra

      Le immagini del recupero dei trentatre minatori sepolti vivi per due mesi a oltre seicento metri di profondità sono state emozionanti.
      Alla fine sono tornati alle loro esistenze e alle famiglie. Convertiti in causa nazionale, nel simbolo degli sforzi, dell'unità, intorno a loro si è generata una reazione di solidarietà nazionale e mondiale.
      Si può dire che il governo si è speso per il recupero e la conferma della loro salvezza gli offrirà un'opportunità storica per stabilire un legame con un paese incredulo rispetto ai sentimenti reali della élite verso quelli di sotto. Non si era mai visto un presidente, un ministro, tecnici, giornalisti abbracciare con tanto trasporto gente umile e condividere per qualche minuto la sua sorte.
      Per la prima volta da molto tempo, lo Stato cileno ha investito in modo così diretto delle risorse per salvare vite operaie e non per reprimerle.
      E' vero che le catastrofi generano una simile possibilità, il problema è che questa è stata l'eccezione.
      E in questo momento non si può non pensare ad altre profondità.
      Quella dei mapuches che sono scesi fino ai confini della morte per rivendicare i loro diritti, dopo due mesi di silenzio ufficiale. Quella di coloro che sparirono in altre profondità e di coloro che poterono tornare nel silenzio e senza le fanfare, dopo anni di non riconoscimento. Come non pensare alle profondità in cui vivono quelli, la maggioranza, schiacciati semplicemente dalla routine del Cile quotidiano, sotto anni di anonimato, sotto il peso delle tonnellate di conformismo ufficiale, di diseguaglianze e di assenza di diritti?
      Bene, in queste ore il ritorno dei minatori lascia spazio solo all'allegria e all'auto-compiacimento.
      Ma adesso comincia il giorno dopo. Tutti ritorneremo alle nostre routine quotidiane. Eroi di un giorno. Per quanto tempo? I minatori vedranno le loro esistenze cambiate, speriamo possano sopravvivere senza che la macchina mediatica e manipolatrice li stritoli.
      Speriamo anche che non dimentichino che possono essere il simbolo delle condizioni sociali in cui vivono i minatori, delle loro rivendicazioni di fronte alle responsabilità delle imprese minerarie. Anche quest'altro Cile li stava guardando, quello di sopra e quello di sotto.
      Questa è un'altra storia. Temo possa accadere che non sarà scritta.
      Era molto tempo che non si sentivano gridare le parole «mineros de Chile» con tanto fervore. Ma i minatori non sono una squadra di calcio, sono gli uomini che generano i maggiori introiti del paese, di cui, sia detto di passata, a loro resta ben poco. Come dimostra il dibattito in corso nel parlamento sul pagamento delle royalities da parte delle compagnie minerarie in Cile.
      La lezione maggiore di questa tragedia finita bene, non è quella data dal presidente subito dopo il recupero del primo minatore. Non è l'astratta unità nazionale nelle avversità, questa non serve a niente. Un argomento molto usato nel caso del terremoto e un pretesto politico per eludere il dibattito sugli interessi e le posizioni davanti a situazioni controverse. Lì siamo sempre «tutti cileni», anche se le nostre condizioni sono molto diverse.
      La lezione vera è che se c'è la volontà politica e ci si mettono i mezzi, le risorse umane rispondono e il paese è capace di risolvere i problemi.
      E' chiaro, però, che la miniera di San José ha rappresentato uno sforzo eccezionale, per una volta.
      Bisogna prendere in parola il presidente e mettere alla prova giorno dopo giorno la lezione reale, fino a che risaliamo tutti dalle profondità. E quelle non sono una eccezione.
      *Le monde diplomatique, edizione cilena, www.lemondediplomatique. cl

      • di Maurizio Matteuzzi
        PIÑERA Si è mosso bene, mischiando l'efficienza delle operazioni e la demagogia del «34° minatore», ha avuto un boom di consensi
        Il doppio miracolo del pozzo di San José e del «presidente minero»
        Una straordinaria operazione di recupero, una volta tanto finita bene. Un «miracolo». Anzi due. Uno per i 33 minatori, uno per il presidente Piñera. In queste ore, finalmente, i minatori riportati in superficie se la godono. E, giustamente, se la gode anche Piñera, corso ancora una volta a San José per accoglierli e abbracciarli. I 33 sopravissuti per un giorno saranno degli eroi. Bisogna vedere per quanti giorni sarà un eroe Piñera, che molto si è speso nell'operazione di riscatto e ne ha fatto un caso nazionale, di orgoglio patriottico, di dimostrazione di efficienza e capacità, di afflato nazionalistico allo stato puro, di empatia fra i 33 sfigati chiusi 700 metri sotto terra e lui, «l'uomo più ricco del Cile» oltre che presidente della repubblica.
        E' stato un politologo cileno non certo di sinistra a scrivere che il presidente di destra in questi 69 giorni era diventato «el minero numero 34» (un «presidente operaio» come Berlusconi, a cui è stato più volte avvicinato). Ed è stata un'agenzia di stampa non certo di sinistra - l'inglese Bbc - a scrivere un pezzo di cronaca, l'8 settembre, intitolato «La miniera della fortuna per Piñera». Quel giorno «il minatore n.34» corse all'imboccatura della maledetta miniera d'oro e rame (vecchia di più di un secolo, che «piangeva» spesso lagrime di polvere e terriccio, già un'ottantina di incidenti registrati, chiusa per un po' nel 2007 dopo la morte di un minatore, priva di tutte le installazioni di sicurezza richieste in teoria dalla legge ma la cui installazione, dicono i padroni del gruppo minerario San Esteban, costerebbe 15 milioni di euro) e sbandierando un foglio strapazzato davanti alle telecamere su cui i minatori ritrovati sani e salvi a 17 giorni dal crollo avevano scritto «Estamos bien en el refugio. Los 33», aveva gridato un reboante «Viva Chile, mierda!». Per poi affondare ancora il coltello nel nazionalismo primario con uno stentoreo «Mi sento più orgoglioso che mai di essere cileno e presidente». Frase senza senso ma di sicuro effetto. Tanto che, dopo il primo miracolo - aver ritrovato i minatori vivi ancorché intrappolati, arrivò il secondo: il boom immediato della sua popolarità, balzata al 56% dopo che, nei primi 5 mesi di permanenza al palazzo della Moneda, era caduta dal 52 al 46%. Il 18 sttembre, giorno in cui il Cile festeggiava il bicentenario dell'indipendenza, altro gesto ad effetto: l'ordine che ai 33 intrappolati si mandasse un bicchiere di rosso cileno per celebrare la ricorrenza. E non importa se l'ordine fu poi stato bloccato dallo staff medico in superficie. Insomma, la maledetta miniera si è convertita in oro puro (e rame, «l'oro rosso» del Cile) per Piñera, che è riuscito a invertire il trend negativo dopo i magri risultati, pratici e mediatici, ottenuti dal suo governo nel gestire il disastro del terremoto del 27 febbraio.
        I 33 minatori veri sono vivi e Piñera potrà vestirsi ancora per qualche giorno le vesti del «presidente minero» in un paese euforico e orgoglioso. Di certo gli indigeni mapuche del sud, in sciopero della fame da tre mesi, non se lo vedranno mai arrivare vestito da «presidente indigeno». Ma quella è un'altra storia.
      • INDIGENI MAPUCHE
        14 in sciopero della fame
        «Quale ironia, il mondo esulta per la salvezza dei minatori cileni, mentre uno stesso numero di cittadini dello stesso paese rischia di morire in un silenzio assordante», scrive un appello internazionale in favore dei 14 indigeni Mapuche rimasti in sciopero della fame da luglio: 14 prigionieri politici che si trovano in 5 prigioni del paese, «ingiustamente vittime della legge antiterrorista» che proviene dai tempi della dittatura di Pinochet. Una legge «esclusivamente usata per soffocare i movimenti sociali del popolo Mapuche», dice ancora l'appello, ricordando che 96 Mapuche sono accusati senza prove e senza garanzie e soffrono durissime condizioni di detenzione. I Mapuche chiedono l'abolizione della legge antiterrorismo, la revisione dei processi e il riconoscimento dei loro diritti come stabilisce la convenzione 169 dell'Oit, sottoscritta dal Cile e in vigore dal 2009. In Italia, anche l'Associazione lavoratori cileni esiliati sostiene con forza la lotta del popolo mapuche e invita a mobilitarsi contro il governo cileno.