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- di Geraldina Colotti
CILE
Liberati, i minatori tornano alla vita
Scene di giubilo e commozione, grande folla di
giornalisti per il ritorno in superficie, dopo oltre due mesi sotto
terra, dei sepolti vivi la cui sorte ha tenuto col fiato sospeso
l'intero paese e il mondo. Una complessa (e magnifica) operazione di
salvataggio e una imponente kermesse mediatica, con il presidente
Sebastian Piñera nel ruolo di protagonista La capsula «Fenix 2»
ha tratto in salvo i 33 lavoratori intrappolati dal 5 agosto
nell'impianto di San José
In Cile, è cominciato al ritmo di tre ogni due ore il salvataggio
dei 33 lavoratori intrappolati dal 5 agosto nella miniera di oro e
rame di San José, nell'estremo nord cileno. La capsula Fenix 2,
incuneatasi nel varco aperto da una trivella nei giorni precedenti,
è andata avanti senza intoppi, tra una folla di giornalisti (circa
2.000) e di persone in festa (oltre 800 tra parenti e curiosi).
Una complessa operazione di salvataggio trasmessa dalle televisioni
di tutto il mondo, che i cileni hanno seguito nei minimi particolari
anche dagli schermi giganti installati in diverse città. Come in
uno scenario hollywoodiano (la grande industria cinematografica pare
d'altronde già interessata alla vicenda), tutti hanno appreso che
la Fenix 2 - una delle tre costruite - è una capsula alta 4,5 metri
e larga 55 centimetri, che pesa 450 kg. E' risalita da una profondità
di 622 metri e ha viaggiato al ritmo di un metro al secondo.
Il primo minatore a uscire è stato Florencio, subito trasportato in
elicottero all'ospedale di Copiaco, a 50 km dal posto, per essere
sottoposto a esami. Ma prima, un piccolo fuori programma, perché la
moglie del minatore ha spintonato i giornalisti che pressavano il
sopravvissuto, impedendole di raggiungerlo. Il secondo lavoratore,
Mario Sepulveda, quello che ha parlato per tutti nel primo video dei
sepolti vivi, circa un mese e mezzo fa, ha offerto alcune pietre
della miniera a un gongolante Sebastian Piñera, il presidente
miliardario che governa il paese: «Il Cile sta vivendo una notte
meravigliosa che il mondo non dimenticherà», ha affermato Piñera,
sostenendo di voler restare sul posto fino al compimento dei
soccorsi, e ha elogiato il coraggio dimostrato dai lavoratori,
rimasti totalmente isolati per 17 giorni: «Dopo stanotte - ha
aggiunto - sono anche convinto che la grande ricchezza del nostro
paese non è nel rame, ma nei minatori». Peccato che, in un paese
di enormi fratture sociali e brutali disuguaglianze, la ricchezza
vada soprattutto alle grandi imprese che, come quella di San José
(di proprietà della compagnia cilena San Esteban)della sicurezza
dei lavoratori si curano ben poco.
Il clima da unità nazionale costruito a uso e consumo dei
riflettori - hanno notato diveri analisti di opposizione - al di là
della legittima contentezza per il buon esito della vicenda serve a
gettare fumo negli occhi, a nascondere i costi della crisi e vicende
drammatiche come quelle dei 34 indigeni Mapuche - originari o
residenti nel sud del Cile -, ingiustamente vittime della legge
antiterrorista ereditata dall'epoca di Pinochet, in sciopero della
fame da luglio.
Dopo il terzo minatore, che ha lasciato il pozzo fra gli applausi e
che è apparso il più debilitato, è stata la volta dell'unico
non-cileno, il boliviano Carlos Mamani, 23 anni che ha ricevuto la
visita del presidente del suo paese, Evo Morales, durante una pausa
nei controlli in ospedale. «Questo è un lavoro impressionante,
storico, eventi come quelli di San José ci uniscono, ci rafforzano
- ha commentato Morales. - Per il popolo boliviano sarà
indimenticabile, grazie per aver salvato un nostro fratello - ha
aggiunto, e ha ringraziato «tutti e 32 i minatori che erano con
Carlos Mamani e che si sono presi cura di lui».
L'ultimo a uscire dovrebbe essere il «capitano» del gruppo, Luis
Urzua, 54 anni.
Secondo i medici, i minatori faranno un po' di fatica ad riabituarsi
a ritmi normali per via del tempo trascorso sottoterra e dello choc
termico: la temperatura in fondo alla miniera è infatti di 30°C, e
di 7°C in superficie.
Molti i messaggi di felicitazioni pervenuti al presidente cileno da
tutta l'America latina: dall'Argentina, al Venezuela, dalla Bolivia
al Brasile. Dall'Italia, parole di gioia anche da parte dei minatori
sardi. Il presidente degli Stati uniti, Barack Obama, ha inviato un
messaggio di saluto ai minatori, protagonisti di quello che ormai
tutti chiamano: «il miracolo delle Ande» e che ha portato per una
volta in primo piano i lavoratori del sottosuolo: una delle
categorie più esposte al rischio di incidenti mortali.
Adesso, a loro verranno dedicati film e canzoni. E' una «tragedia a
lieto fine» e allo stesso tempo «un reality show finito in pasto
alle televisioni», ha detto Jorge Coulon, membro fondatore dello
storico gruppo cileno degli Inti Illimani.
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- di Angel Saldomando
DOPO L'HAPPY END
Eroi per un giorno nelle profondità della
terra
Le immagini del recupero dei trentatre minatori sepolti vivi
per due mesi a oltre seicento metri di profondità sono state
emozionanti.
Alla fine sono tornati alle loro esistenze e alle famiglie.
Convertiti in causa nazionale, nel simbolo degli sforzi,
dell'unità, intorno a loro si è generata una reazione di
solidarietà nazionale e mondiale.
Si può dire che il governo si è speso per il recupero e la
conferma della loro salvezza gli offrirà un'opportunità
storica per stabilire un legame con un paese incredulo rispetto
ai sentimenti reali della élite verso quelli di sotto. Non si
era mai visto un presidente, un ministro, tecnici, giornalisti
abbracciare con tanto trasporto gente umile e condividere per
qualche minuto la sua sorte.
Per la prima volta da molto tempo, lo Stato cileno ha investito
in modo così diretto delle risorse per salvare vite operaie e
non per reprimerle.
E' vero che le catastrofi generano una simile possibilità, il
problema è che questa è stata l'eccezione.
E in questo momento non si può non pensare ad altre profondità.
Quella dei mapuches che sono scesi fino ai confini della morte
per rivendicare i loro diritti, dopo due mesi di silenzio
ufficiale. Quella di coloro che sparirono in altre profondità e
di coloro che poterono tornare nel silenzio e senza le fanfare,
dopo anni di non riconoscimento. Come non pensare alle profondità
in cui vivono quelli, la maggioranza, schiacciati semplicemente
dalla routine del Cile quotidiano, sotto anni di anonimato,
sotto il peso delle tonnellate di conformismo ufficiale, di
diseguaglianze e di assenza di diritti?
Bene, in queste ore il ritorno dei minatori lascia spazio solo
all'allegria e all'auto-compiacimento.
Ma adesso comincia il giorno dopo. Tutti ritorneremo alle nostre
routine quotidiane. Eroi di un giorno. Per quanto tempo? I
minatori vedranno le loro esistenze cambiate, speriamo possano
sopravvivere senza che la macchina mediatica e manipolatrice li
stritoli.
Speriamo anche che non dimentichino che possono essere il
simbolo delle condizioni sociali in cui vivono i minatori, delle
loro rivendicazioni di fronte alle responsabilità delle imprese
minerarie. Anche quest'altro Cile li stava guardando, quello di
sopra e quello di sotto.
Questa è un'altra storia. Temo possa accadere che non sarà
scritta.
Era molto tempo che non si sentivano gridare le parole «mineros
de Chile» con tanto fervore. Ma i minatori non sono una squadra
di calcio, sono gli uomini che generano i maggiori introiti del
paese, di cui, sia detto di passata, a loro resta ben poco. Come
dimostra il dibattito in corso nel parlamento sul pagamento
delle royalities da parte delle compagnie minerarie in Cile.
La lezione maggiore di questa tragedia finita bene, non è
quella data dal presidente subito dopo il recupero del primo
minatore. Non è l'astratta unità nazionale nelle avversità,
questa non serve a niente. Un argomento molto usato nel caso del
terremoto e un pretesto politico per eludere il dibattito sugli
interessi e le posizioni davanti a situazioni controverse. Lì
siamo sempre «tutti cileni», anche se le nostre condizioni
sono molto diverse.
La lezione vera è che se c'è la volontà politica e ci si
mettono i mezzi, le risorse umane rispondono e il paese è
capace di risolvere i problemi.
E' chiaro, però, che la miniera di San José ha rappresentato
uno sforzo eccezionale, per una volta.
Bisogna prendere in parola il presidente e mettere alla prova
giorno dopo giorno la lezione reale, fino a che risaliamo tutti
dalle profondità. E quelle non sono una eccezione.
*Le monde diplomatique, edizione cilena, www.lemondediplomatique.
cl
- di Maurizio Matteuzzi
PIÑERA Si è mosso bene, mischiando
l'efficienza delle operazioni e la demagogia del «34°
minatore», ha avuto un boom di consensi
Il doppio miracolo del pozzo di San
José e del «presidente minero»
Una straordinaria operazione di recupero, una volta tanto
finita bene. Un «miracolo». Anzi due. Uno per i 33
minatori, uno per il presidente Piñera. In queste ore,
finalmente, i minatori riportati in superficie se la godono.
E, giustamente, se la gode anche Piñera, corso ancora una
volta a San José per accoglierli e abbracciarli. I 33
sopravissuti per un giorno saranno degli eroi. Bisogna
vedere per quanti giorni sarà un eroe Piñera, che molto si
è speso nell'operazione di riscatto e ne ha fatto un caso
nazionale, di orgoglio patriottico, di dimostrazione di
efficienza e capacità, di afflato nazionalistico allo stato
puro, di empatia fra i 33 sfigati chiusi 700 metri sotto
terra e lui, «l'uomo più ricco del Cile» oltre che
presidente della repubblica.
E' stato un politologo cileno non certo di sinistra a
scrivere che il presidente di destra in questi 69 giorni era
diventato «el minero numero 34» (un «presidente operaio»
come Berlusconi, a cui è stato più volte avvicinato). Ed
è stata un'agenzia di stampa non certo di sinistra -
l'inglese Bbc - a scrivere un pezzo di cronaca, l'8
settembre, intitolato «La miniera della fortuna per Piñera».
Quel giorno «il minatore n.34» corse all'imboccatura della
maledetta miniera d'oro e rame (vecchia di più di un
secolo, che «piangeva» spesso lagrime di polvere e
terriccio, già un'ottantina di incidenti registrati, chiusa
per un po' nel 2007 dopo la morte di un minatore, priva di
tutte le installazioni di sicurezza richieste in teoria
dalla legge ma la cui installazione, dicono i padroni del
gruppo minerario San Esteban, costerebbe 15 milioni di euro)
e sbandierando un foglio strapazzato davanti alle telecamere
su cui i minatori ritrovati sani e salvi a 17 giorni dal
crollo avevano scritto «Estamos bien en el refugio. Los
33», aveva gridato un reboante «Viva Chile, mierda!». Per
poi affondare ancora il coltello nel nazionalismo primario
con uno stentoreo «Mi sento più orgoglioso che mai di
essere cileno e presidente». Frase senza senso ma di sicuro
effetto. Tanto che, dopo il primo miracolo - aver ritrovato
i minatori vivi ancorché intrappolati, arrivò il secondo:
il boom immediato della sua popolarità, balzata al 56% dopo
che, nei primi 5 mesi di permanenza al palazzo della Moneda,
era caduta dal 52 al 46%. Il 18 sttembre, giorno in cui il
Cile festeggiava il bicentenario dell'indipendenza, altro
gesto ad effetto: l'ordine che ai 33 intrappolati si
mandasse un bicchiere di rosso cileno per celebrare la
ricorrenza. E non importa se l'ordine fu poi stato bloccato
dallo staff medico in superficie. Insomma, la maledetta
miniera si è convertita in oro puro (e rame, «l'oro
rosso» del Cile) per Piñera, che è riuscito a invertire
il trend negativo dopo i magri risultati, pratici e
mediatici, ottenuti dal suo governo nel gestire il disastro
del terremoto del 27 febbraio.
I 33 minatori veri sono vivi e Piñera potrà vestirsi
ancora per qualche giorno le vesti del «presidente minero»
in un paese euforico e orgoglioso. Di certo gli indigeni
mapuche del sud, in sciopero della fame da tre mesi, non se
lo vedranno mai arrivare vestito da «presidente indigeno».
Ma quella è un'altra storia.
- INDIGENI MAPUCHE
14 in sciopero della fame
«Quale ironia, il mondo esulta per la salvezza dei
minatori cileni, mentre uno stesso numero di cittadini
dello stesso paese rischia di morire in un silenzio
assordante», scrive un appello internazionale in favore
dei 14 indigeni Mapuche rimasti in sciopero della fame
da luglio: 14 prigionieri politici che si trovano in 5
prigioni del paese, «ingiustamente vittime della legge
antiterrorista» che proviene dai tempi della dittatura
di Pinochet. Una legge «esclusivamente usata per
soffocare i movimenti sociali del popolo Mapuche», dice
ancora l'appello, ricordando che 96 Mapuche sono
accusati senza prove e senza garanzie e soffrono
durissime condizioni di detenzione. I Mapuche chiedono
l'abolizione della legge antiterrorismo, la revisione
dei processi e il riconoscimento dei loro diritti come
stabilisce la convenzione 169 dell'Oit, sottoscritta dal
Cile e in vigore dal 2009. In Italia, anche
l'Associazione lavoratori cileni esiliati sostiene con
forza la lotta del popolo mapuche e invita a mobilitarsi
contro il governo cileno.
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