| numero 6 maggio 2000 |
Questione sanità
LETTERA DI UN MEDICO
Virgilio Cruccu
La Medicina, intesa come corpo di conoscenze e
area di ricerca finalizzati alla salvaguardia della salute e alla
cura delle malattie, ha segnato negli ultimi vent'anni - sul
piano diagnostico/terapeutico - importanti successi: sia in
termini di strumenti per riconoscere alcuni stati patologici
(tecniche di immagine) sia le loro cause (amplificazione genica
per svelare agenti biologici), sia in termini di armamentario
terapeutico (chemioterapia/trapianti di midollo per forme
oncoematologiche, trapianti d'organo per patologie
cronico-degenerative, farmaci antivirali e antimicrobici).
Non intendo qui entrare nel merito dei limiti estremamente gravi
sul piano della prevenzione (emblematico il persistere e
l'aggravarsi delle morti bianche ovvero della diffusione di
infezioni trasmissibili), salvo rammentare che questi limiti
dimostrano da un lato la non neutralità della ricerca e,
dall'altro lato, la non "remuneratività" a breve
termine e la necessità di indirizzi politico-sociali
radicalmente in controtendenza rispetto all'attuale (in)cultura
dominante che un tale "taglio" sanitario implica.
Riflesso dei successi di cui sopra è l'incremento della
spettanza di vita, almeno nella popolazione dei paesi
industrializzati. Tuttavia, proprio in questi paesi, sono
comparse nuove patologie (sindrome da immunodeficienza acquisita,
malattie del sistema nervoso centrale da prioni), ritornano
malattie ritenute retaggio d'altri tempi o dei paesi poveri
(tubercolosi), si osservano fenomeni inquietanti (infezioni da
germi "difficili" e pluriresistenti in ambienti
chirurgici di ospedali importanti).
Si tratta di condizioni cliniche correlate a stili di
vita/comportamenti/nuove povertà, marginalizzazione e
azzeramento del diritto di accesso alle cure di fasce non
trascurabili delle società avanzate (homeless di New York e di
altre grandi aree metropolitane, tossicodipendenti, emigrati dal
terzo mondo in Europa e neri-ispanici negli USA); ovvero di
situazioni conseguenti all'uso scorretto degli antibiotici e
all'abbandono di fondamentali norme igieniche nelle sale
operatorie, in nome dell'aumento della produttività (è uno
degli aspetti della deregulation sanitaria).
Se ampliamo il nostro orizzonte ai paesi del terzo mondo, la
realtà mostra in questi anni un ulteriore allargamento della
forbice, oltreché sul piano socioeconomico (o meglio, in
conseguenza di esso), sul terreno della sanità tra Nord e Sud
del pianeta.
Il disimpegno delle grandi industrie farmaceutiche nella ricerca
di rimedi per malattie che colpiscono popolazioni di stati
"non solvibili" (l'ultima molecola di sintesi
antimalarica è degli anni '70), nei confronti dei quali
impongono un vero e proprio apartheid sanitario, e l'assoluta
mancanza di solidarietà da parte dei paesi ricchi, sono cause
essenziali di milioni di morti e della desertificazione di
immensi territori, per il persistere e l'aggravarsi di devastanti
epidemie nelle aree geografiche povere: AIDS ( 95% di infetti in
Africa, Asia, Subcontinente indiano; 95% di risorse confinate in
Nord America, Europa, Giappone) , tubercolosi, malattie
parassitarie, febbri emorragiche, malaria. Quando il Nord del
mondo ne viene "lambito", massmedia e opinione pubblica
reagiscono con lo sgomento (ricordo il problema della malaria
d'importazione alla fine del '98 , e quello delle suore europee
colpite dal virus Ebola): in realtà si tratta di uno dei
risvolti della globalizzazione, che non è solo dei mercati
finanziari ma riguarda anche l'assenza di barriere contro la
diffusione di infezioni / malattie.
Nonostante la disponibilità di prestigiose biotecnologie,
l'impegno di ricercatori e medici, le potenzialità ancora ieri
inimmaginabili di comunicazioni di conoscenze e saperi tra
scienziati e uomini del globo terrestre, la medicina del 2000
deve far fronte a problemi vecchi e nuovi, connessi a quelle che
l'O.M.S. definisce patologie emergenti, per le quali non sono
sufficienti strumenti medico-scientifici, ma servono impegno
culturale e rinnovata tensione ideale.
È questa la sfida che deve ingaggiare il medico, nella sua
dimensione etica individuale e come parte di una comunità
scientifica, alla fine dell'era antibiotica e nell'epoca della
manipolazione genetica, all'interno di una organizzazione della
sanità che ne ha profondamente cambiato il ruolo: sempre meno
soggetto critico/protagonista intellettuale nello svolgimento
della professione, sempre più atomizzato/condizionato nelle
decisioni (penso al dilagare dei "protocolli", utili
per trasmettere studi ed esperienze sul campo, ma spesso
pericolosamente sostitutivi dell'itinerario razionale clinico in
rapporto al malato), sempre più "impiegatizzato"
nell'attuale assetto della sanità.
Per ragionare sul quale, utilizzo due eventi che hanno
caratterizzato i primi giorni di quest'anno sul piano
sociale/sanitario: la mancata presa di posizione, ovvero la
sostanziale collusione, del governo D'Alema nei confronti dei
referendum antisociali di Bonino e Pannella, e l'implosione -
amplificata dai mass media - delle Aziende ospedaliere che,
rispetto alla attesa epidemia influenzale, hanno confermato la
usuale incapacità a fronteggiare situazioni del tutto
prevedibili. Sono due questioni non tanto significative in sé,
quanto emblematiche di una mentalità che, nel corso del tempo,
si è andata affermando in ampi settori della nostra società e
delle sue istituzioni.
La Sanità aziendalizzata si fonda su alcuni principi essenziali:
1. Salute, non come diritto universale/bene collettivo da
salvaguardare, ma come opzione individuale e variabile del
mercato.
2. Malattia, non come indicatore di disagio sociale/sofferenza,
ma come condizione per produrre profitto.
3. Professionalità, non come risorsa da valorizzare, ma come
strumento passivizzato di scelte spesso in antitesi con un codice
etico/deontologico.
Sono principi fondanti di una precisa ideologia, liberista e non
liberale, nell'era della pretesa fine delle ideologie;
costituiscono elementi apparentemente ineluttabili del
"pensiero unico", coerenti con la tendenza politica che
contraddistingue ogni aspetto della vita del nostro paese, in un
contesto comune ad altre nazioni europee, governate da compagini
di centrosinistra, di progressivo smantellamento dello Stato
sociale e di avanzata frammentazione dei protagonisti (operatori,
cittadini utenti) del Servizio Sanitario Nazionale.
Questa è la situazione attuale, che ha subito un'accelerazione
negli ultimi anni ed è aggravata sia dalla pesante eredità di
gestione sanitaria italiota degli anni '80, sia dalla mancanza di
una tradizione di medicina pubblica propria di altri paesi (penso
all'Inghilterra), sia dalla aggressività e dal potere di alcune
lobbies medico/universitarie.
Ospedali e Aziende Sanitarie Locali sono oggi governate da un
Direttore Generale, designato a livello regionale, dotato di
potere assoluto/incontrollato nella gestione della struttura
pubblica, spesso incompetente di economia (e in particolare di
economia sanitaria), talvolta non fornito dei titoli per
ricoprire tale ruolo (emblematica la recente vicenda
nell'ospedale Niguarda di Milano).
Tuttavia, per quanto molto avanzato, tale processo non è
ineluttabile. La fuga dagli ospedali pubblici di professionisti,
capaci ma demotivati dalla grettezza "amministrativa" e
dal tendenziale impoverimento delle proprie competenze in nome di
obiettivi puramente finanziari imposti dalla gestione
aziendalistica, è stata contenuta: circa il 20% dei medici a
livello nazionale ha scelto l'attività libero professionale
extra moenia (nel privato) alla scadenza del decreto Bindi. Tra i
medici, in particolare tra quelli scientificamente più
qualificati e culturalmente legati ad una concezione non
mercificata della medicina, esistono opinioni differenti e
sovente critiche nei confronti del ministro della sanità: è
comunque prevalente l'esigenza che l'ospedale pubblico venga
dotato di risorse strutturali e umane tali da consentire una
risposta professionalmente adeguata alle esigenze dei cittadini.
Entro i limiti di una trattativa sindacale, l'intesa firmata
dalle organizzazioni mediche (con l'eccezione della CIMO,
confederazione corporativa allineata politicamente al Polo)
contiene almeno due acquisizioni di fondo: la riaffermazione del
ruolo prioritario del Servizio Sanitario Nazionale rispetto al
proliferare (vedi regione Lombardia) di strutture
private/accreditate, e la esclusività del rapporto di lavoro
pubblico per figure professionali istituzionalmente
"portanti" (coordinatori di dipartimento, responsabili
di strutture complesse).
Emergono a livello sempre più diffuso sia la consapevolezza che
la privatizzazione sanitaria, lungi dal rimettere in sesto il
bilancio economico, ha aggravato spese e debiti; sia la
percezione da parte dei cittadini che il funzionamento
dell'ospedale si regge sulla responsabilità etica dei vari
operatori e non su fantomatici piani delle amministrazioni; sia
la volontà da parte di medici, infermieri e tecnici di
riappropriarsi del loro lavoro e della sua valenza ideale.
Dunque, è tempo di rilanciare una strategia complessiva su
questi temi, facendone protagonisti gli operatori sul campo,
unici in grado di cogliere le reali esigenze di salute della
popolazione e di inserirle in una progettualità di ampio
respiro. Alcuni aspetti di una proposta potrebbero essere:
1. Ridare dignità alla professione medica, alla identità
culturale/intellettuale/scientifica degli operatori.
2. Valorizzare competenze e saperi, sviluppare criticità e
favorire arricchimento/utilizzo positivo delle nuove conoscenze e
delle più recenti biotecnologie.
3. Saldare discorso su salute e stato sociale con programma
generale politico di trasformazione dell'esistente.
4. Legare condizioni di lavoro degli operatori sanitari a
miglioramento della qualità di assistenza e cura.
5. Costruire strumenti di rappresentanza democratica della
società civile e dei lavoratori che garantiscano il controllo
politico sulla autocrazia del Direttore Generale.
Si tratta di costruire momenti di aggregazione tra soggetti che,
seppure diversi per opzioni "politiche", sono
accomunati dalla volontà di esercitare con rigore la professione
dentro l'azienda ospedaliera. La partecipazione, indubbiamente
limitata ma "sentita" in alcune realtà, alla
discussione sul contratto appena siglato e l'impegno al confronto
culturale con la lobby di medici - universitari e non - contraria
a qualunque regola; la proposta di strategie di sviluppo
dell'ospedale basate sui reali bisogni dei cittadini e non su
scelte irrazionali, in genere "di immagine", sovente
diseconomiche da parte della Direzione Generale: sono segnali
positivi e possono indicare l'agenda per il che fare nei prossimi
mesi.
Queste riflessioni su un segmento della società complessa in cui
viviamo possono contribuire a una ripresa del fare molecolare e a
realizzare quella rottura epistemologica dell'agire politico,
necessaria per garantire identità soggettiva e senso all'impegno
sociale, a partire da una rete di
competenze/relazioni/idee/iniziative verso obbiettivi di
interesse generale.
Virgilio Cruccu è medico ospedaliero al Fatebenefratelli di
Milano