le banlieues di Parigi, secondo Repubblica      fotogalleria

LA SCHEDA
Gli scontri nelle banlieues francesi
11 giorni di guerriglia e violenza



ROMA - E' cominciato tutto la notte tra il 27 ed il 28 ottobre scorso, quando nella periferia parigina di Clichy-du-Bois due ragazzi, ritenendosi inseguiti dalla polizia in seguito ad un intervento degli agenti, si sono rifugiati in una centralina elettrica e sono morti fulminati. Un inizio non molto diverso da quello di "L'Odio", il film di Mathieu Kassovitz che nel 1995 rifletteva con incredibile intelligenza sulla vita dei giovani immigrati della banlieu parigina in un giorno di ordinaria violenza contro la polizia.

Nella stessa notte del 27 ottobre sono cominciate proteste e manifestazioni rapidamente intesificate e diffuse alle altre periferie della capitale, fino anche agli altri centri. Un'escalation di violenza impressionante.

28 ottobre. Dopo che il ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, aveva dichiarato che i due minorenni non erano inseguiti dalla polizia, oltre 20 automobili vengono date alle fiamme da gruppi di giovani che infrangono le vetrine di numerosi edifici pubblici e causano danni a stazioni di autobus a Clichy-sous-Bois.

29 ottobre. I partecipanti agli scontri salgono a circa 400 persone, la maggior parte delle quali giovani. Sette agenti di polizia risultano feriti, e 14 giovani vengono fermati. Ma c'è anche una marcia silenziosa in memoria dei due giovani rimasti uccisi che riunisce circa 500 persone.

30 ottobre. Altre automobili vengono incendiate a Clichy-sous-Bois.

31 ottobre. Per la quarta notte consecutiva, si registrano scontri. Sarkozy annuncia l'adozione di duri provvedimenti per riportare la calma.

 


1 novembre. I provvedimenti non sortiscono alcun effetto e per la prima volta la violenza si estende a tutte le periferie della capitale francese. Sarkozy viene criticato all'interno dello stesso governo per le dichiarazioni sull'ordine pubblico.

2 novembre. A causa dell'estendersi delle violenze ad altri sobborghi in quattro dipartimenti vicino Parigi, il primo ministro, Dominique de Villepin, è costretto a rimandare un viaggio in Canada.

3 novembre. I disordini continuano e si estendono ad altre periferie. Ora, oltre alla capitale, sono interessati Digione ed altri centri nel sud e nel nordest del paese. Centinaia le auto in fiamme.

4 novembre. Numerose automobili e autobus vengono incendiati anche in città come Marsiglia, Digione, Le Havre oltre che nelle periferie parigine. I politici dell'opposizione chiedono le dimissioni di Sarkozy.

5 novembre. Oltre ai disordini registrati in quasi tutte le regioni, a Evreux, vicino Parigi, infiammano scontri di piazza tra polizia e giovani.

6 novembre per la prima volta dall'inizio degli incidenti, il presidente Jacques Chirac interviene pubblicamente per proclamare la priorità del ripristino della sicurezza e dell'ordine pubblico dopo una sessione straordinaria del Consiglio Nazionale di Sicurezza a Parigi. Le molotv colpiscono anche nel centro della Capitale.

7 novembre. Muore un pensionato aggredito 3 giorni prima da un gruppo di giovani a Stains.

Il bilancio ad oggi è di 4700 veicoli sono stati dati alle fiamme e 1220 persone fermate dalla polizia.
Enormi i danni causati anche agli edifici, esercizi commerciali, scuole, biblioteche, edifici pubblici e privati.

Il primo ministro Dominique de Villepin annuncia che ai prefetti verrà conferito il potere di imporre il coprifuoco. Ma esclude l'intervento dell'esercito.

(7 novembre 2005)

 

Il primo ministro annuncia misure strarodinarie per fronteggiare
le violenze nelle banlieues ma esclude l'intervento dell'esercito
Francia, ai prefetti il potere
di imporre il coprifuoco

Il governo ripristinerà i fondi per le associazioni
che operano nelle aree in cui più forte è il disagio sociale



 


PARIGI - Coprifuoco ovunque sia necessario ma senza intervento delle forze armate. Queste le linee guida dell'azione del governo di fronte alle violenze nella banlieues parigine, esposte dal primo ministro Dominique de Villepin in un'intervista in diretta alla tv privata TF1.

"I prefetti - ha detto il premier - potranno, sotto l'autorità del ministro dell'Interno, applciare il coprifuoco, se lo ritengono utile per permettere il ritorno alla calma e assicurare la protezione degli abitanti". Questa possibilità, prevista da una legge del 1955, riguarda "l'insieme del Paese": i prefetti decideranno in quali aree, "all'interno dei territori di loro competenza", andrà applicato il coprifuoco. Una misura già adottata dal sindaco di Le Raincy, Eric Raoult. E che domani sarà autorizzata da un Consiglio dei ministri straordinario convocato dal presidente Jacques Chirac.

De Villepin ha definito "inaccettabili e senza scuse" le violenze nelle periferie parigine e ha garantito che la risposta delle autorità sarà "ferma e giusta". Pur riconoscendo che la situazione è "particolarmente grave", il premier ha escluso l'intervento dell'esercito, che pure era stato richiesto da qualche parte. "No - ha affermato - non siamo a questo punto".

"Ci sono 8.000 uomini già schierati è stato deciso ieri dal Consiglio di sicurezza interno presieduto dal capo dello Stato, Jacques Chirac, di richiamare 1.500 uomini della riserva in più, fra gendarmi e poliziotti. Voglio ringraziare il loro sangue freddo se abbiamo potuto evitare una catastrofe peggiore", ha proseguito il primo ministro

 


De Villepin ha attribuito la responsabilità dei disordini alle organizzazioni "criminali organizzate" che appoggiano le "bande di giovani, alcuni dei quali molto giovani, esclusi da società, famiglia e scuola". Questi ultimi, ha precisato, sono un "misto tra criminali veri e chi gioca a farlo e vuole alzare la posta". E ha rivolto un appello ai "genitori affinché possa tornare la calma". Il premier ha comunque escluso il coinvolgimento di gruppi islamisti: "C'è sicuramente un'inquietudine dell'islamismo, di un movimento radicale. Ma non credo che oggi sia l'elemento essenziale anche se non bisogna sottovalutarlo".

Il governo è "unito e mobilitato", ha proseguito, rispondendo ad una domanda sull'uso di parole come "feccia" (racaille) per i giovani delle banlieues, fatto dal ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy. "Quelli che distruggono - ha affermato de Villepin - sono dei delinquenti: non rispettano le leggi della Repubblica, la polizia li arresta e la magistratura li giudica".

Il premier ha quindi annunciato che il suo governo "ripristinerà i contributi" finanziari alle associazioni che operano nei quartieri in cui la situazione è più delicata, in cui è più alta la disoccupazione e con essa la povertà. Tali contributi, ridotti da quando la destra era tornata al potere nel 2002, andranno alle "associazioni grandi o piccole che sono a contatto con la quotidianeità per l'assistenza in materia di alloggi e istruzione".

"Dobbiamo fare in modo - ha aggiunto de Villepin - che la rete territoriale in queste aree sia viva, che permetta a ognuno di trovare sul serio il proprio posto, che consenta di instaurare il dialogo".

Per il segretario socialista Francois Hollande de Villepin non ha affrontato la "dimensione sociale" del problema e l'applicazione del coprifuoco deve essere limitata "nel tempo e nello spazio".

Proprio mentre de Villepin parlava in tv, a Tolosa è stato incendiato un autobus. E' cominciata così la dodicesima notte delle banlieues francesi.

(7 novembre 2005)

 

Il primo ministro annuncia misure strarodinarie per fronteggiare
le violenze nelle banlieues ma esclude l'intervento dell'esercito
Francia, ai prefetti il potere
di imporre il coprifuoco

Il governo ripristinerà i fondi per le associazioni
che operano nelle aree in cui più forte è il disagio sociale



 


PARIGI - Coprifuoco ovunque sia necessario ma senza intervento delle forze armate. Queste le linee guida dell'azione del governo di fronte alle violenze nella banlieues parigine, esposte dal primo ministro Dominique de Villepin in un'intervista in diretta alla tv privata TF1.

"I prefetti - ha detto il premier - potranno, sotto l'autorità del ministro dell'Interno, applciare il coprifuoco, se lo ritengono utile per permettere il ritorno alla calma e assicurare la protezione degli abitanti". Questa possibilità, prevista da una legge del 1955, riguarda "l'insieme del Paese": i prefetti decideranno in quali aree, "all'interno dei territori di loro competenza", andrà applicato il coprifuoco. Una misura già adottata dal sindaco di Le Raincy, Eric Raoult. E che domani sarà autorizzata da un Consiglio dei ministri straordinario convocato dal presidente Jacques Chirac.

De Villepin ha definito "inaccettabili e senza scuse" le violenze nelle periferie parigine e ha garantito che la risposta delle autorità sarà "ferma e giusta". Pur riconoscendo che la situazione è "particolarmente grave", il premier ha escluso l'intervento dell'esercito, che pure era stato richiesto da qualche parte. "No - ha affermato - non siamo a questo punto".

"Ci sono 8.000 uomini già schierati è stato deciso ieri dal Consiglio di sicurezza interno presieduto dal capo dello Stato, Jacques Chirac, di richiamare 1.500 uomini della riserva in più, fra gendarmi e poliziotti. Voglio ringraziare il loro sangue freddo se abbiamo potuto evitare una catastrofe peggiore", ha proseguito il primo ministro

 


De Villepin ha attribuito la responsabilità dei disordini alle organizzazioni "criminali organizzate" che appoggiano le "bande di giovani, alcuni dei quali molto giovani, esclusi da società, famiglia e scuola". Questi ultimi, ha precisato, sono un "misto tra criminali veri e chi gioca a farlo e vuole alzare la posta". E ha rivolto un appello ai "genitori affinché possa tornare la calma". Il premier ha comunque escluso il coinvolgimento di gruppi islamisti: "C'è sicuramente un'inquietudine dell'islamismo, di un movimento radicale. Ma non credo che oggi sia l'elemento essenziale anche se non bisogna sottovalutarlo".

Il governo è "unito e mobilitato", ha proseguito, rispondendo ad una domanda sull'uso di parole come "feccia" (racaille) per i giovani delle banlieues, fatto dal ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy. "Quelli che distruggono - ha affermato de Villepin - sono dei delinquenti: non rispettano le leggi della Repubblica, la polizia li arresta e la magistratura li giudica".

Il premier ha quindi annunciato che il suo governo "ripristinerà i contributi" finanziari alle associazioni che operano nei quartieri in cui la situazione è più delicata, in cui è più alta la disoccupazione e con essa la povertà. Tali contributi, ridotti da quando la destra era tornata al potere nel 2002, andranno alle "associazioni grandi o piccole che sono a contatto con la quotidianeità per l'assistenza in materia di alloggi e istruzione".

"Dobbiamo fare in modo - ha aggiunto de Villepin - che la rete territoriale in queste aree sia viva, che permetta a ognuno di trovare sul serio il proprio posto, che consenta di instaurare il dialogo".

Per il segretario socialista Francois Hollande de Villepin non ha affrontato la "dimensione sociale" del problema e l'applicazione del coprifuoco deve essere limitata "nel tempo e nello spazio".

Proprio mentre de Villepin parlava in tv, a Tolosa è stato incendiato un autobus. E' cominciata così la dodicesima notte delle banlieues francesi.

(7 novembre 2005)

 

Durante uno talk show il presidente del Senato parla della Francia
"Ci vuole responsabilità perché in Italia ci sono città con problemi sociali"
Rivolta banlieue, Pera attacca Prodi
"Meglio usare parole più prudenti"

Sugli immigrati: "Ne abbiamo bisogno ma la difficoltà è l'integrazione"



 


ROMA - Il presidente del Senato attacca Prodi sulla rivolta francese. Marcello Pera ha affermato che su quanto sta accadendo nella periferia parigina sarebbe meglio avere "parole più prudenti e responsabili".

Rispondendo ad una domanda sulle dichiarazioni di Romano Prodi in merito ai disordini in Francia, nel corso della registrazione del programma Alan Friedman Show, in onda questa sera su Sky, il presidente del Senato ha detto: "io non farei dichiarazioni di questo genere. Preferirei maggiore prudenza e responsabilità anche perché ci sono delle città in Italia, come Bologna, dove ci sono problemi sociali".

Marcello Pera ha sottolineato che in questo caso "bisogna evitare di portare in campagna elettorale temi così allarmistici e poco prudenti". Commentando la situazione francese Pera ha aggiunto che "c'è un problema non risolto in Europa, che è quello della integrazione degli immigrati. L'Europa, così come l'Italia, ha bisogno degli immigrati. Ma questo provoca un problema di integrazione che se dovesse fallire creerebbe fenomeni di ordine pubblico come quelli che stanno avvenendo in Francia".

(7 novembre 2005)

 

IL COMMENTO
La collera degli esclusi
di BERNARDO VALLI

Nei giorni festivi, ma soprattutto le sere che li precedono, il venerdì e il sabato, i giovani traboccano dalla banlieues. Si riversano nel quartiere dove abito da quasi trent'anni: un arrondissement, il Nono, che io chiamo di confine, perché da un lato si stende fino al centralissimo Boulevard des Italiens, e include l'Opera Garnier: e dall'altro, nella parte alta, si arrampica sul crinale di Montmartre, incollandosi a Barbès, dove sono cresciute generazioni di Beurs.

Si chiamano così, Beurs, nel gergo dei sobborghi diventato linguaggio comune, i figli o i nipoti degli immigrati. I quali non sono più autentici magrebini, perché sono nati in Francia e hanno studiato nelle scuole laiche della République; ma che non si sentono neppure autentici francesi, pur avendone spesso la nazionalità, perché sanno di non essere accettati come veri cittadini. Non basta un passaporto per essere tali, per usufruire di tutti i diritti enumerati ed esaltati dalla retorica ufficiale repubblicana imparata sui banchi di scuola, il più delle volte disertati, per rifiuto o disaffezione.

La sera, attraversando Place Clichy, per raggiungere il Cinema des Cinéastes o la Brasserie Weppler, incontro stormi di giovani arabi che sprigionano le loro frustrate energie. Non passeggiano, corrono, galoppano. Consumano la loro forza inutilizzata gesticolando, urtandosi, gridando. Nella calca, quando sfioro le loro spalle o sono investito dal loro vocìo frastornante, ho l'impressione di scontrarmi con una massa rovente.

Non è certo la folla soffice, educata o esangue, che, scendendo verso la Senna, incontro nel Faubourg - Saint - Honoré, su cui si affacciano le vetrine di Hermès e il Palazzo presidenziale dell'Eliseo, dove abita Chirac, il vecchio monarca repubblicano, Quei giovani, figli o nipoti di immigrati, in cui mi imbatto ai piedi di Montmartre o nella non lontana Barbès, garantiscono la crescita demografica della Francia, altrimenti condannata all'invecchiamento.


Essi rappresentano gran parte dei quattrocentomila francesi che ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro. E il più delle volte vengono respinti, perché se non sono più ufficialmente algerini, tunisini o marocchini, non sono neppure considerati del tutto francesi da chi può dare un impiego o una casa..
Adesso è esplosa la loro collera. La quale non sembra una rivolta contro lo Stato, ma contro la condizione cui sono condannati. È rabbia. Qualcosa di molto vicino alla disperazione. Una collera che non è islamica. L'Islam non c'entra. Né c'entrano altre ideologie.

I giovani che appiccano il fuoco alle automobili private, alle scuole pubbliche, alle biblioteche, non scandiscono slogan politici. E si guardano bene dall'affrontare la polizia, come facevano i giovani borghesi del maggio '68 sui boulevards della Riva Sinistra. Al massimo lanciano qualche pietra e si disperdono nei desolati labirinti della banlieue. La loro è una rabbia nuda, cruda, che non investe la società benestante delle città.

È una collera che resta, perlomeno a questo stadio, confinata nelle periferie. Le masse di giovani che il sabato sera e la domenica invadono il mio arrondissement parigino per ora non hanno appiccato il fuoco neppure a una bicicletta. Usciti dalle loro periferie cessano di essere piromani. Non so fino a quando rispetteranno questa regola. Nell'era del terrorismo i Beurs rappresentano una preda molto ghiotta per i gruppi estremisti.

Questo spiega la cautela, l'apprensione, con cui la classe politica francese commenta gli avvenimenti. È altamente apprezzabile il comportamento della popolazione adulta che nelle banlieues invita figli e nipoti a mantenere la protesta entro i confini della legge. È un po' come essere sull'orlo di un precipizio.
Nelle periferie parigine, a Clichy-sous-Bois, dove tutto è cominciato, a La Courneuve, e in tanti altri centri dell'Ile-de - France, la regione che circonda la capitale, come nelle periferie di Marsiglia, di Lione, di Digione, di Tolosa, di Strasburgo, i Beurs bruciano le automobili dei vicini di casa, spesso immigrati come i loro genitori e i loro nonni. I poveri colpiscono i poveri.

Autodistruzione? Masochismo? La collera, la rabbia, la disperazione non spingono ad atti razionali e ancor meno ragionevoli. Sono sentimenti che conducono a gesti dissennati. Le loro manifestazioni possono essere spiegate, come in questo caso, perché sono la conseguenza di precedenti assennate proteste rimaste insoddisfatte. Ma non sono giustificabili. La morte, il 27 ottobre, di due adolescenti, fulminati nella cabina elettrica in cui si erano rifugiati per sfuggire a un controllo della polizia, ha fatto da detonatore. Due giorni prima, ad Argenteuil, il ministro degli interni, Nicolas Sarkozy, aveva già acceso gli animi chiamando " feccia " i giovani frustrati senza lavoro della periferia. Spesso teppisti, certo, ma per mancanza d'alternativa.

I giovani piromani in collera non suscitano la simpatia dei francesi, al massimo hanno la comprensione di alcuni strati della società, disposti a capire le tragiche condizioni che li hanno spinti alla violenza. Ma è una comprensione venata di paura. Tra di loro ci sono pochi studenti. Molti sono senza lavoro, sono emarginati cronici, probabilmente non insensibili ai richiami di bande malavitose. E tuttavia questo trauma, che investe l'intero paese, riconduce a una riflessione non certo nuova, ma relegata in una inconcludente routine, o peggio ancora congelata nell'autosoddisfazione. Chi crede ancora che il modello francese di integrazione abbia garantito progressi sociali e abbia offerto ai figli degli immigrati tutti i diritti riservati ai francesi, ha una buona occasione per ricredersi.

Il modello si basava sull'assimilazione ed escludeva il comunitarismo di stampo britannico, considerato una minaccia per la compattezza della nazione francese. Quel che sta accadendo nelle periferie dimostra che, nonostante la scolarità di massa e le decretate garanzie sociali, il paventato comunitarismo sta corrodendo la République. La quale si è assicurata la crescita demografica ma non la compattezza nazionale. In queste ore affidata alle forze dell'ordine chiamate da Nicolas Sarkozy a disciplinare la "feccia" delle periferie. È ovvio ricordare che gli avvenimenti francesi riguardano tutti i Paesi europei posti di fronte agli stessi inevitabili problemi.

(6 novembre 2005)

 

Il pensionato, un francese di 61 anni, era stato picchiato in strada
Gravi 2 poliziotti, ferito alla testa un neonato, 1.400 auto bruciate
Banlieue, coprifuoco in un sobborgo
Morto l'uomo aggredito a bastonate

La misura eccezionale decisa dal sindaco neogollista di Raincy
Un gruppo islamico francese emette un decreto religioso contro le violenze



 PARIGI - A Parigi, il sole sorge su una città devastata e ferita e quando tramonterà di nuovo entrerà in vigore il coprifuoco. Il sindaco neogollista di Raincy
(Seine-Saint-Denis) una delle banlieue più colpite dagli scontri, Eric Raoult, ha annunciato di aver firmato un decreto che instaura un "coprifuoco eccezionale" nel suo comune a partire da stasera. E' una misura estrema, che però cerca di rispondere all'ennesimo bollettino di guerra successivo alla nottata di violenze. Trentaquattro poliziotti sono rimasti vittime dell'undicesima notte consecutiva di scontri nelle banlieues, 1.400 auto incendiate; 395 teppisti arrestati: la notte peggiore dall'inizio della rivolta, e oggi la prima vittima dall'inizio degli scontri.

Il coprifuoco. Il sindaco di Raincy ha spiegato che il coprifuoco sarà in vigore in determinate zone del suo comune "a partire dalle 22:00 o dalle 23:00". Alle 20:00, a Raincy, Eric Raoult riunirà i suoi consiglieri municipali "per informarli dello speciale dispositivo di sicurezza e di un decreto di coprifuoco eccezionale sulla città". "Ho preso questa decisione - ha aggiunto Raoult - per evitare un dramma. Ci sono rischi non trascurabili per le scuole". Il coprifuoco sarà limitato nello spazio "per rispettare le regole di rito", ha spiegato il sindaco. Raoult ha intenzione di proseguire con le "pattuglie già istituite da diversi giorni" in città, facendovi partecipare personalmente "tutti i consiglieri". Un'auto del municipio gira da diverse notti facendo la ronda nelle arterie di Raincy "per segnalare alla polizia" comportamenti sospetti, ha spiegato il sindaco.

 


La prima vittima. Questa mattina è spirato in ospedale, a causa delle gravissime lesioni subite, un pensionato francese di 61 anni che venerdì scorso era stato aggredito da facinorosi mentre era guardia delle auto del palazzo dove abitava. L'uomo era stato colpito con un pugno da un giovane ed era caduto, battendo violentamente la testa. Era stato ricoverato in coma profondo nell'ospedale di Bondy.

Si tratta della prima persona che perde la vita a causa degli scontri, a parte i due giovani immigrati rimasti accidentalmente fulminati mentre cercavano di sfuggire alla polizia a Clichy-sous-Bois, località alle porte di Parigi: fu quello l'episodio che innescò le successive violenze urbane.

La notizia della morte del pensionato, Jean-Jacques Le Chenadec, è stata data dalla vedova, ricevuta questa mattina dal ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy. La donna, che nei giorni scorsi aveva dato la colpa dell'aggressione a suo marito alle "parole provocatrici" di Sarkozy, questa mattina ha dichiarato: "Mi auguro che queste persone siano punite. Il ministro, con il quale sono in piena sintonia, ha promesso che farà il possibile per aiutarci".

Il bilancio delle violenze. Tra i poliziotti feriti, i due più gravi sono stati colpiti da rose di pallini esplose da un paio di fucili da caccia a Grigny, nella periferia sud della capitale, uno a una gamba e l'altro al collo. Picchiati furiosamente due giornalisti, una sud-coreana e un belga. Gli altri feriti sono stati colpiti dal lancio fitto di sassi che ha investito senza posa i reparti della polizia in assetto antisommossa.

In provincia sono state attaccate due chiese, numerose scuole e due posti di polizia. Alcuni edifici sono stati totalmente distrutti dagli incendi. Assaltati anche un centro sociale, una tesoreria, un deposito farmaceutico e un magazzino di moto. Secondo una fonte della polizia, ieri pomeriggio sono stati lanciati sassi contro alcuni autobus a Colombes, banlieue sudovest. Un bimbo di 13 mesi, ferito alla testa, è stato ricoverato in ospedale.

Oggi, il primo ministro Dominique de Villepin annuncerà in diretta tv misure strordinarie in favore delle periferie francesi. Ieri il presidente della Repubblica Jacques Chirac era sceso in campo lanciando un appello affinché fosse ristabilito l'ordine: "Oggi la priorità assoluta è il ristabilimento della sicurezza".

Il pentito. Muhittin Altun, il giovane maghrebino che si era rifugiato con Ziad e Bouna, i due adolescenti morti a Clichy-sous-Bois il 27 ottobre folgorati nella cabina elettrica di un cantiere, ha chiesto "la fine" delle violenze in banlieue. Il ragazzo, rimasto gravemente ustionato nell'episodio che ha scatenato i disordini, ha trasmesso la dichiarazione tramite i suoi avvocati.

La fatwa islamica. Anche uno dei maggiori gruppi islamici di Francia ha emesso una 'fatwa' (decreto religioso) contro le violenze. L'Unione delle organizzazioni islamiche francesi (Uoif) si è richiamata al Corano e al profeta Maometto per sostenere l'editto religioso che condanna i disordini e le devastazioni conseguenti. Molti dei giovani rivoltosi sono di discendenza araba nordafricana o dell'Africa nera, e parecchi di loro sono musulmani. "E' formalmente vietato ad ogni musulmano che cerchi la grazia e la soddisfazione divina partecipare a qualsiasi azione che colpisca ciecamente proprietà private o pubbliche, o possa costituire un attacco alla vita di qualcuno", afferma la 'fatwa'.

(7 novembre 2005

 Il governo a fianco del ministro dell'Interno nella linea di fermezza
Rafforzato dispositivo di sicurezza. Sospesi i trasporti notturni
Parigi, nuovi scontri nelle periferie
due scuole distrutte dalle fiamme

Tremila persone hanno sfilato in silenzio contro la violenza
Appello alla calma dai genitori dei due giovani folgorati



 
PARIGI - Decima notte di scontri nelle banlieues parigine. Due scuole, una quindicina di automobili e un edifico che ospita un'azienda per il riciclaggio della carta sono stati incendiati questa sera nel dipartimento dell'Essonne, banlieue sud-orientale di Parigi.

La scuola materna di Grigny è stata distrutta al 50 per cento, e anche una scuola elementare della stessa zona è stata gravemente danneggiata. I pompieri sono poi intervenuti a Vigneux sur Seine, per circoscrivere l'incendio sviluppatosi, per ragioni ancora sconosciute, in un impianto per il riciclaggio della carta, Almeno 800 metri quadrati di carta sono andati distrutti. Anche a Tolosa ci sono stati, fin dall'inizio della serata, numerosi incendi dolosi, soprattutto di automobili.

Sospesi i trasporti notturni Per evitare attacchi simili a quelli delle notti precedenti, la compagnia di trasporti metropolitani Ratp ha sospeso il 90 per cento delle linee notturne nel dipartimento di Seine-Saint-Denis e il 75 per cento in quello di Val de Marne.

Le forze dell'ordine si preparano Un elicottero dotato di dispositivi per la visione notturna è tornato a pattugliare il cielo del dipartimento di Seine-Saint-Denis, dove si sono verificati gli incidenti più gravi. Il ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy in serata si è riunito con i responsabili delle forze dell'ordine per rafforzare il dispositivo di sicurezza, dopo aver ribadito che tutto il governo è unanimemente al suo fianco nella linea di "fermezza" contro i delinquenti.

Quasi 900 veicoli bruciati Quella tra venerdì e sabato è stata la più lunga notte di scontri e violenze nelle "banlieues" di Parigi. Una notte di incendi e devastazioni con quasi 900 veicoli dati alle fiamme e 253 fermi: il bilancio più pesante dall'inizio dei tumulti, nove giorni fa. Secondo i dati forniti dalla polizia, dall'inizio dei disordini, sono state fermate quasi 300 persone e sono stati dati alle fiamme circa duemila automezzi.

 


Un centinaio di persone sono dovute fuggire nella notte dagli appartamenti in due edifici alla periferia nord di Parigi, sgomberati dalla polizia dopo che decine di autovetture erano state incendiate in un parcheggio sotterraneo. In fiamme anche due laboratori tessili e un salone d'auto nella periferia nordorientale. Scontri e atti vandalici si sono registrati anche a Pau, Tolosa e Nizza al sud, a Lille e Rennes nel nord, Bordeaux sull'Atlantico e Strasburgo sulla frontiera orientale.

Corteo in silenzio Contro le violenze degli ultimi giorni migliaia di persone hanno sfilato oggi in silenzio ad Aulnay-sous-Bois, che con i suoi 80mila abitanti è una delle zone più calde della banlieue parigina. Circa tremila persone di tutte le età hanno sfilato per un'ora nelle strade della città dove davanti ai palazzi popolari restano centinaia di carcasse di auto bruciate. "No alla violenza, sì al dialogo" c'era scritto sullo striscione in testa al corteo, partito simbolicamente dalla caserma dei pompieri della città.

Il governo cerca una soluzione Il governo sembra incerto fra la necessità di adottare la linea della fermezza contro le frange facinorose, e l'opportunità di neutralizzare all'origine le ragioni del malcontento da cui le violenze sono alimentate. Il ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, ha chiesto più arresti per fermare l'escalation della rivolta. E il primo ministro Dominique de Villepin ha convocato nel suo ufficio otto ministri insieme al più autorevole esponente musulmano di Parigi. Ma alla conclusione della riunione lo stesso Sarkozy ha commentato con i giornalisti: "La violenza non è una soluzione".

Già accusato di avere indirettamente attizzato la violenza appioppando l'epiteto di "feccia" ai protagonisti dei violenti tumulti, stavolta il ministro dell'Interno ha assunto un atteggiamento meno viscerale: "Una volta superata la crisi dovremo tutti renderci conto del fatto che in alcuni quartieri esistono certe ingiustizie. Stiamo cercando di usare fermezza e di evitare provocazioni. Ma dobbiamo evitare ogni pericolo di esplosione".

Appello dei genitori dei due giovani morti Un appello alla calma è stato lanciato anche dai genitori dei due giovani folgorati il 27 ottobre a Clichy sous Bois, la cui morte ha dato avvio alle violenze. "Chiamiamo alla pacificazione e al ritorno alla calma, alla fine di tutte le violenze e al senso civico di ciascuno perché la Francia non merita questo" si legge in un comunicato che i genitori di Zyed e Bouna e la federazione dei musulmani di Clichy-Monfermeil hanno reso noto oggi. "La comunità musulmana attende ancora le scuse ufficiali. Chiediamo al governo di far sapere al più presto le conclusioni sulle circostanze esatte della morte di Zyed e Bouna e del ferimento di un terzo adolescente".

(5 novembre 2005)

 

IL RACCONTO
Nei quartieri della rivolta
dove il nemico è la polizia

di FRANCESCO MERLO




PARIGI - Improvvisamente arriva una donna bianca e anziana che si agita contro Ahmed, un giovane nero che, con l'aiuto di un laccio emostatico, si è colorato di rosso il percorso dei vasi sottocutanei, e ora mi mostra un ghirigoro di capillari di squisito disegno. La donna gli grida con voce stridula: "Sporco negro, vattene via". Spaesato, le chiedo cosa le ha fatto quel ragazzo con i pantaloni bassi sulle natiche, e le mutande bene in vista. Ma la signora mi lancia uno sguardo d'odio: "Fatti i cavoli tuoi, io sono sua nonna". Qui i ragazzi sono tutti arabi o neri, e Kamel, la mia guida, mi dice con serietà che per cinquecento euro sono pronti a bruciare un'auto per me.

E per mille euro anche a rovesciare un camion prendendolo di peso tutti insieme: "Purché non fai foto, puoi scrivere quello che ti pare". Penso dunque che anche io come loro vivo intrappolato nel mio cemento, quello dell'ideologia, dei film e dei libri che riempiono gli scaffali delle biblioteche di Parigi. Seduto infatti su uno dei tanti piloni di calce e mattoni guardo i ragazzi che la sociologia descrive come i nuovi ribelli metropolitani, i nuovi James Dean raccontati dal film "La Haine". Ma qui non c'è nessun Cassius Clay e nessun Mohamed Dia, il topo di banlieue, il banlieusard di Sarcelles, che ha creato appunto la griffe della moda che porta il suo nome, "Dia", ed è diventato un imprenditore ricco e rispettato negli Stati Uniti, famoso per quella frase orgogliosamente tatuata in inglese sull'avambraccio destro: "Nato africano a Parigi. Nato francese a New York. Un mondo da abbracciare. Nove vite da vivere: per metà oggi per metà domani". Qui non ci sono mondi da abbracciare, i loro tatuaggi sono segni incomprensibili per me, e questi ragazzi hanno l'aria d'essere tutti spacciatori e consumatori di "shit".

 


Con l'aiuto di qualcuno si può comprare anche la loro benevolenza e dunque girare con qualche libertà tra i palazzi che sono tutti uguali e tutti diversi, a tre piani, a sette piani, a dodici piani, facciate decrepite con le finestre senza più colore, e qualche volta persino murate, luoghi che sembrano fatti apposta per smarrirsi. Forse oggi anche Teseo si perderebbe nei quartieri delle banlieues che, a corona, circondano Parigi e certo la minacciano, ma magari anche la proteggono permettendole di restare quel che è, una delle città più belle, più sicure e più assediate del mondo, un po' come quelle città della rivoluzione cinese che, spiegò Lin Piao, erano assediate dalle campagne, e i maoisti si chiedevano se era la campagna che avrebbe conquistato la città o se, viceversa, era la città che avrebbe conquistato la campagna.

Forse è vero che neppure "i poliziotti di prossimità", ma solo i giovani topi di banlieues sanno orientarsi tra questi anfiteatri di cemento perché fiutano la tana. Se per esempio si entra in una portineria e si attraversa l'androne, subito ci si ritrova in un corridoio basso che corre a zigzag, largo appena da farci passare due persone affiancate, e dopo un po' si sbuca da un'altra parte che però è uguale a quella di partenza, dove la strada diventa un po' parcheggio e un po' piazza. Proprio qui, in questo slargo, due anni fa, una trentina di adolescenti uccisero a pugni e a calci un padre di famiglia che si era messo in testa di difendere il figlio regolarmente sottoposto ad arroganze e vessazioni dai suoi coetanei.

Bruno e forte, una massa di capelli crespi, butteroso e impassibile, Djamel, che non deve avere venti anni, mi racconta quel linciaggio come si rievoca un pubblico spettacolo di virilità e di ragione. Per assistervi, lui si era piazzato là in fondo, contro il muro. Gli dico che io al suo posto mi sarei sentito male, tanto la cosa era trista, ma lui mi risponde con un fremito delle grosse narici e una frase che non capisco e che probabilmente significa che bisogna avere fegato o forse solo che non è un tipo da perdersi in smancerie.

Ma è appunto solo con l'archivio criminale, e con la guida di un banlieusard, che ci si può raccapezzare quando si è intrappolati nel cemento, prigionieri nel labirinto della modernità. Non è certo con la ragione di Cartesio né con quella di Weber o di Aron che ci si orienta qui a Mantes-la-Jolie, perché la ragione non è fatta per girare in banlieue. Eppure in questa "città" passo anche attraverso parchi e giardini con soffici tappeti di muschio e foglie gialle, fiori, panchine e fontane. E nel centro di La Corneuve, la città che Sarkozy vorrebbe "ripulire dalla feccia" e dove ci spostiamo nel tardo pomeriggio, il boulevard è uguale a quelli dei tanti quartieri multietnici di Parigi, con il supermercato, le lavanderie, il grande bar, la piazza, il municipio e la chiesa. Nella banlieues, in ogni banlieue, c'è una maggioranza silenziosa e operosa, ci sono piccoli commercianti, tassisti, edicolanti, impiegati, operai.

Parlo con un droghiere algerino che ha un figlio in galera: tredici anni per spaccio di eroina. Si chiama Farid ed è nato in una piccola città del sud, in pieno Sahara, vicino alla frontiera con il Marocco. Lasciò l'Algeria con la famiglia nel 1984 dopo avere lavorato come poliziotto ad Orano e come musicista. Mi racconta la sua storia e mi parla dei quattro figli, uno dei quali si è iscritto a Scienze Politiche ed è il suo orgoglio. Dice che la sua banlieue, alla quale è affezionato come a una patria, è piena di gente come lui, ricca di speranze e di progetti che troppo spesso i figli distruggono, e mi vengono in mente le generazioni dei pugni in tasca, la rabbia di vivere, i nostri indiani metropolitani, e quelli che godevano calandosi il passamontagna. Ma forse la sinistra classica non può capire questi ragazzi, e può solo equivocare: "Sono delinquenti e basta" sospira Farid.

E, lisciandosi i baffi sul viso tagliente e malinconico, parla degli stupri collettivi che qui chiamano "torunantes", dei furti, delle rapine, dello spaccio di droga, degli incendi, dei saccheggi, delle violenze nelle scuole. Poi mi spiazza con un pensiero forte che tuttavia non è un'invettiva: "L'immigrazione va assolutamente fermata, prima che sia troppo tardi. E non per quelli che emigrano. Ma per i loro figli che nascono francesi senza mai diventarlo".

Mi portano dentro una casa, al terzo piano di un altro di quei palazzi multietnici che stanno nella banlieue della banlieue, e nell'androne di nuovo ci sono i ragazzi riuniti, aggressivi e sprezzanti, uguali a quelli che ho lasciato: "Sono senza ricordi, senza nostalgie e senza l'aspirazione all'integrazione. A loro importa solo procurarsi soldi" Guardando meglio, mi accorgo infine della differenza con i quartieri più colorati di Parigi: qui non c'è l'Occidente. Ci sono le razze e le religioni, ma non ci siamo noi. Ci sono anche i "barbuti", gli integralisti che secondo Farid fanno proseliti tra i più fragili e i più sensibili e alla fine "peggio della droga" si portano via i migliori. Ci sono i futuri martiri, ma non ci siamo noi. E ci sono le malesiane avvolte in scialli e veli d'ogni forma e colore che lasciano appena intravedere i visi, sembrano le artiste di uno spettacolo esotico e il loro odore è acre e piccante. Ma non ci sono le nostre ragazze. E mi domando se davvero si può affrontare questo mondo con un sentimento paritario come quello che provo, che ho sempre provato e che anche stasera mi sforzo di provare. Persino mi vergogno un po' di me stesso quando di notte una nuova guida reclutata per rinforzo mi porta dentro un cantiere in demolizione, come quello di Clichy-sous-bois dal quale, all'arrivo della polizia, erano fuggiti quei due poveri ragazzi che poi, presi dal panico, sono finiti in braccio a un generatore elettrico: uccisi da una scarica di ventimila volts.

Il cantiere che adesso mi fanno visitare lo scaliamo come una scarpata, strisciando su per la parete, su scalini malfermi, un piano dopo l'altro, sino al tetto del palazzo che non è stato ancora demolito ma è ormai poco più di uno scheletro, con le finestre divelte e i muri che crollano e senza il quarto piano che non c'è più, e chissà dove è sparito. È un posto che, se metti un piede in fallo, sotto la suola parte una colata di terriccio, di fango rappreso e di sporcizia che rischia di trascinarti giù a precipizio. Tirando il fiato per essere arrivati in cima, vediamo una specie di hotel per clandestini: coperte per terra, un portalampade, una scarpa bucata, una pianola a manovella, un cucinino a gas. E, ancora: puzza di pipì, escrementi in un angolo, e su un materasso sventrato una copia del Corano. In fondo scorgo le sagome di un uomo e di una donna: sono una coppia di turchi. A lui mancano i denti davanti, puzza di tabacco, di alcol, di piedi e di rancore. Vorrebbe qualche sigaretta, poi si arrabbia e minaccioso ci invita ad andarcene perché aspetta qualcuno e non vuole gente "in casa". Quelli come loro sono i vagabondi per i quali forse non esiste la strada del ritorno e che hanno spazzato via la mitologia del povero buono e filosofo, del barbone poeta, del clochard. Non è facile capire come uno Stato possa assicurare loro un po' di decenza, senza utopie ma con modestia e con rispetto.

È ormai notte quando infine penetriamo a Clichy-sous-bois, la banlieue che dal 31 di ottobre sta bruciando. Come ombre i ragazzi che corrono a gruppi e spariscono dentro i palazzi. Qui non esiste il centro urbano, ci sono i soliti casermoni di cemento, pochi negozi, le strade sono dissestate. Al secondo piano di un edificio mi stupisce la totale assenza di finestre che forse è una maniera per rendere gli appartamenti inabitabili. Due ragazzi lanciano una bottiglia contro la nostra auto, lo scenario è da "Fuga da New York", dappertutto rottami e bidoni che sembrano come gli esseri umani, ma di notte a Clichy anche una mente piena di buone intenzioni si può perdere nei labirinti del bene e del male. Qui il fuoco è quel che l'acqua è per Venezia, si vedono solo fiamme, si sentono le sirene, qualche urlo, musica e botti. Andiamo ancora dentro, finché ci ferma la polizia. Mi ritirano la patente, guardano la tessera di giornalista, vogliono che l'indomani io mi presenti al commissariato. Per prudenza e per avvedutezza anche la mia guida si lascia perquisire, ma finalmente capisco dal suo sguardo cos'è un banlieusard. Il mite Kamel infatti li avrebbe strangolati volentieri con le sue proprie mani. Scopro così che anche il mio Kamel odia i poliziotti, i preti e anche "i barbuti" che definisce "spioni di Allah". Anche lui, a 25 anni, è un sognatore e un matto. Forse diventerà un violento.

(5 novembre 2005)

 

L'intervista allo storico Le Goff. "L'odio è soprattutto rivolto
contro la società e contro uno dei suoi simboli di successo"
"La rivolta di una generazione
che non ha più avvenire"

"Le colpe del governo sono enormi"
di PIETRO DEL RE



 


"Più che ai moti studenteschi del Sessantotto, la violenza dei ragazzi di banlieue mi fa pensare alla rivolta dei Ciompi che vide opporsi nella Firenze del Trecento i lavoratori tessili alla borghesia cittadina", dice Jacques Le Goff, grande medievalista, raffinato scrittore ed esperto conoscitore della storia d'Italia. "Mi vengono in mente anche le sommosse dei chartists, durante i primi movimenti operai nell'Inghilterra appena industrializzata". La conversazione di Le Goff spazia da jacqueries a sanguinosissime repressioni, da insurrezioni a teste mozzate. Poi però il celebre studioso comincia a sparare a zero sullo stato francese e sulle colpe del suo massimo rappresentante, il presidente Jacques Chirac, che definisce una "nullità politica". "Non è il governo di centrodestra che ha creato la situazione attuale, ma è lui che l'ha aggravata".

Professor Le Goff, come si è giunti a questa crisi?
"È una situazione latente, che cova sotto le ceneri da diversi anni. Perché è esplosa proprio adesso? Per via delle drammatiche condizioni economiche, sociali e culturali in cui si trovano questi giovani che non sono minimamente integrati e che non hanno avvenire".

Ma che cosa ha scatenato il caos?
"Vede, non è esatto sostenere che la polizia francese sia interamente razzista, però è innegabile che tra le sue forze ci sia un certo numero di uomini razzisti e violenti. Qualche giorno fa due giovani banlieusards sono morti durante gli scontri: ebbene, il ruolo della polizia in quell'incidente è rimasto oscuro. Poi ci sono state le dichiarazioni del ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, che ha trattato questi giovani di racaille (feccia, ndr). Quest'ultimo fatto ha modificato lo stato d'animo dei rivoltosi, i quali adesso si sentono abbandonati e insieme disprezzati".

 


Quali soluzioni suggerisce per riportare la calma?
"Bisognerebbe anzitutto trovare un lavoro ai disoccupati per integrarli in quella società che vorrebbero distruggere. Ma questo mi sembra un obbiettivo difficilmente raggiungibile perché le politiche sociali del governo francese sono disastrose".

Crede che le scuse del ministro Sarkozy, richieste sia da parte dei rivoltosi sia dall'opposizione, servirebbero a placare gli animi?
"Credo che i problemi di rispetto e di disprezzo siano fondamentali. Del resto, la ricerca del perdono è diventata una consuetudine politica. Va di moda. Giovanni Paolo II ha chiesto scusa agli ebrei per le persecuzioni subite durante l'inquisizione. Chirac, e questo è un punto sul quale si è comportato correttamente, ha chiesto scusa per gli eccessi della colonizzazione francese, soprattutto in Algeria. Molti europei esigono dai turchi che questi chiedano scusa per il genocidio degli armeni. Detto ciò, non credo che basterebbe un "mi dispiace" pronunciato da Sarkozy per risolvere la crisi".

E allora come rispondere a tanta violenza?
"L'ostilità dei giovani è rivolta anzitutto contro la polizia, poi contro il governo, infine contro l'insieme della società. È per questo che, sia pure in modo inconsapevole, scatenano il loro odio contro uno dei simboli del successo nella nostra società: l'automobile. L'atto simbolico della rivolta è incendiare le macchine".

Quindi?
"Le colpe prima del governo Raffarin e poi di quello Villepin sono enormi, poiché hanno fatto scomparire quelle strutture che servivano a smussare le tensioni. Mi riferisco, per esempio, alla polizia di quartiere che aveva anche il compito di discutere con i giovani. Oggi, nelle banlieues esiste soltanto una "polizia di repressione". Sono stati anche cancellati molti ruoli di mediazione. Penso a quegli operatori sociali incaricati di far regnare una certa pace sociale creando forme di dialogo tra le comunità".

Sono "organizzati" questi giovani, come sostengono le autorità?
"Non credo. Si tratta piuttosto di fenomeni di contagio, di imitazione, che fanno sì che le violenze si propaghino all'interno della regione parigina".

Come andrà a finire?
"Sono ottimista e ma anche pessimista: ottimista perché non credo che si arriverà a una violenza generalizzata; pessimista perché le cause profonde del disagio di questi giovani dureranno ancora a lungo, almeno fino al 2007, ovvero fino a quando al potere ci sarà Chirac. Fino a quella data, lo stato sarà incapace di trovare soluzioni adeguate".

Da Rio a Nairobi e da Parigi a Roma? Crede che un giorno non troppo lontano si parlerà di mondializzazione della violenza nelle periferie?
"Può darsi. Ma al momento quello che accade nelle favelas brasiliane è molto diverso da quanto accade nelle banlieues parigine. Ma non possiamo escludere che queste differenze vadano assottigliandosi".

Non pensa che nell'era della televisione uno dei motivi che spingono alla devastazione e al saccheggio sia quello di apparire in video?
"Sicuramente. Credo tuttavia che nelle periferie parigine la violenza non sia un fine ma un mezzo: è lo strumento di rivendicazione per portare i problemi di una generazione sulla pubblica piazza".


(7 novembre 2005)

 

Il leader dell'Unione: "Le nostre periferie sono una tragedia umana
e se non facciamo interventi seri avremo tante Parigi"
Prodi: "Abbiamo le peggiori periferie
da noi è solo questione di tempo"

"Condizioni di vita pessime e infelicità anche dove sono tutti italiani"




BOLOGNA - Romano Prodi invita a non sottovalutare quanto sta succedendo nelle banlieues parigine. "Non crediamo di essere così diversi da Parigi, è solo questione di tempo. Abbiamo le peggiori periferie d'Europa" ha detto il leader dell'Unione affrontando il tema delle città alla Fabbrica del programma di Bologna. "Le nostre periferie sono una tragedia umana e se non facciamo interventi seri, sul piano sociale e con l'edilizia, avremo tante Parigi. Ci sono condizioni di vita pessime e infelicità anche dove sono tutti italiani".

Secondo Prodi "occorre assolutamente mettere mano all'edilizia e ricostruire le reti di protezione sociale, altrimenti - ha ripetuto - avremo tante Parigi dappertutto".

Riferendosi sempre al tema dell'immigrazione, Romano Prodi ha poi spiegato che serve a suo parere rendere importante "con una cerimonia solenne" il momento in cui gli immigrati, al termine di un percorso d'integrazione attraverso la conoscenza della lingua italiana, delle istituzioni e della storia del nostro Paese, nonché della Carta costituzionale, arrivino a ottenere il titolo di cittadini italiani. "E' una mia mania, voglio la festa della cittadinanza che si deve svolgere con una cerimonia solenne" nei Comuni nei quali avviene questa integrazione.

(5 novembre 2005)


LA SCHEDA
Gli scontri nelle banlieues francesi
11 giorni di guerriglia e violenza




ROMA - E' cominciato tutto la notte tra il 27 ed il 28 ottobre scorso, quando nella periferia parigina di Clichy-du-Bois due ragazzi, ritenendosi inseguiti dalla polizia in seguito ad un intervento degli agenti, si sono rifugiati in una centralina elettrica e sono morti fulminati. Un inizio non molto diverso da quello di "L'Odio", il film di Mathieu Kassovitz che nel 1995 rifletteva con incredibile intelligenza sulla vita dei giovani immigrati della banlieu parigina in un giorno di ordinaria violenza contro la polizia.

Nella stessa notte del 27 ottobre sono cominciate proteste e manifestazioni rapidamente intesificate e diffuse alle altre periferie della capitale, fino anche agli altri centri. Un'escalation di violenza impressionante.

28 ottobre. Dopo che il ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, aveva dichiarato che i due minorenni non erano inseguiti dalla polizia, oltre 20 automobili vengono date alle fiamme da gruppi di giovani che infrangono le vetrine di numerosi edifici pubblici e causano danni a stazioni di autobus a Clichy-sous-Bois.

29 ottobre. I partecipanti agli scontri salgono a circa 400 persone, la maggior parte delle quali giovani. Sette agenti di polizia risultano feriti, e 14 giovani vengono fermati. Ma c'è anche una marcia silenziosa in memoria dei due giovani rimasti uccisi che riunisce circa 500 persone.

30 ottobre. Altre automobili vengono incendiate a Clichy-sous-Bois.

31 ottobre. Per la quarta notte consecutiva, si registrano scontri. Sarkozy annuncia l'adozione di duri provvedimenti per riportare la calma.

 


1 novembre. I provvedimenti non sortiscono alcun effetto e per la prima volta la violenza si estende a tutte le periferie della capitale francese. Sarkozy viene criticato all'interno dello stesso governo per le dichiarazioni sull'ordine pubblico.

2 novembre. A causa dell'estendersi delle violenze ad altri sobborghi in quattro dipartimenti vicino Parigi, il primo ministro, Dominique de Villepin, è costretto a rimandare un viaggio in Canada.

3 novembre. I disordini continuano e si estendono ad altre periferie. Ora, oltre alla capitale, sono interessati Digione ed altri centri nel sud e nel nordest del paese. Centinaia le auto in fiamme.

4 novembre. Numerose automobili e autobus vengono incendiati anche in città come Marsiglia, Digione, Le Havre oltre che nelle periferie parigine. I politici dell'opposizione chiedono le dimissioni di Sarkozy.

5 novembre. Oltre ai disordini registrati in quasi tutte le regioni, a Evreux, vicino Parigi, infiammano scontri di piazza tra polizia e giovani.

6 novembre per la prima volta dall'inizio degli incidenti, il presidente Jacques Chirac interviene pubblicamente per proclamare la priorità del ripristino della sicurezza e dell'ordine pubblico dopo una sessione straordinaria del Consiglio Nazionale di Sicurezza a Parigi. Le molotv colpiscono anche nel centro della Capitale.

7 novembre. Muore un pensionato aggredito 3 giorni prima da un gruppo di giovani a Stains.

Il bilancio ad oggi è di 4700 veicoli sono stati dati alle fiamme e 1220 persone fermate dalla polizia.
Enormi i danni causati anche agli edifici, esercizi commerciali, scuole, biblioteche, edifici pubblici e privati.

Il primo ministro Dominique de Villepin annuncia che ai prefetti verrà conferito il potere di imporre il coprifuoco. Ma esclude l'intervento dell'esercito.

(7 novembre 2005)

 

COMMENTO
Come placare questo odio
di RENZO GUOLO

I BAGLIORI degli incendi che illuminano le notti francesi ci mostrano i limiti dei modelli di integrazione degli immigrati sin qui adottati in Europa. Gli attentati di Londra e l'assassinio di Teo Van Gogh hanno reso evidente la crisi del multiculturalismo, sia in versione comunitarista britannica, sia in quella olandese fondata sui pilastri confessionali. Nel tentativo di riconoscere identità collettive nello spazio pubblico, entrambi lo hanno trasformato in un reticolo di comunità non comunicanti. Ora è la volta dell'edificio assimilazionista francese, basato su principi del tutto opposti, a mostrare le sue crepe.

Superate le insidiose questioni poste dall'affaire del velo, separando nettamente cittadinanza e identità religiosa, sfera privata e sfera pubblica, la Francia si accorge che quel modello di stampo universalista, assai generoso in termini di accesso alla cittadinanza e di affermazione dell'uguaglianza formale, non è sufficiente a produrre integrazione tra i suoi cittadini che vivono nelle periferie.

Non basta, insomma, concedere la cittadinanza se poi i diritti che ne derivano non possono essere esercitati a causa di disuguaglianze economiche e sociali che li vanificano di fatto. Contrariamente ai loro padri o "fratelli maggiori", agli incendiaires di Aulnay o Clichy non è più sufficiente l'essere francesi; essi chiedono di accedere a quello sportello della modernità che per loro appare quasi sempre chiuso. Divenuti francesi, le seconde o terze generazioni di giovani magrebini o africani che in queste notti senza notte accendono roghi che credono purificatori, non si accontentano più dell'esaltazione della loro uguaglianza formale. O di vedersi indicato a esempio di integrazione riuscita quella nazionale di calcio, che vede militare nelle sue file più figli di immigrati che di autoctoni.

 


La spirale dell'emarginazione che li avvolge, a volte indolentemente coltivata dietro al mantenimento di identità etniche e tribali tanto rassicuranti quanto riproduttrici di marginalità sociale; spesso condizione obbligata per l'assenza di politiche pubbliche capaci di promuovere integrazione e mobilità sociale ascendente, si trasforma così in odio. Quell'odio che ci aveva mostrato già dieci anni fa nel suo film Kassowitz titolato, non a caso, La haine.

Un vero e proprio pugno nello stomaco profetico per gli spettatori. Un sentimento, quello dell'odio, sfociato in gesta criminogene, in forme di jacquerie urbana alimentate non solo dai disperati senza futuro ma, anche, dalla delinquenza di quartiere decisa a regolare i conti con la tolleranza zero di Sarkozy. Una rivolta che si estende ormai fuori dai quartieri che le stesse istituzioni hanno lasciato diventare "no go areas", spazi urbani e sociali in cui fare rapide incursioni di polizia lasciati poi sostanzialmente a sé stessi. Rivolta che si allarga alle periferie dell'intero Esagono.

Destinata a scavare un'ulteriore barriera tra la Francia, non solo quella profonda, e gli immigrati; a dare fiato alla xenofobia mai troppo latente. I suoi protagonisti non chiedono un diverso sistema politico ma l'accesso al mercato dei consumi; lavori meno precari, la fine della coabitazione claustrofobica nei quartieri ghetto. Insomma il loro sogno non è far riemergere la vecchia talpa che scava in nome dell'unità dei "nuovi dannati della terra", quanto quell'inclusione che nemmeno il modello renano, ormai insidiato nelle fondamenta dalla crisi fiscale dello stato e dall'ideologia dello stato minimo, sembra più poter assicurare.

Nella periferizzazione delle periferie hanno giocato un ruolo essenziale fattori come la concentrazione urbana in alcuni quartieri dei gruppi etnici; un modello educativo pencolante tra un concreto tribalismo etnico e familiare e quello veicolato astrattamente dalla scuola assimilazionista; una marginalità che si è riprodotta, se non con poche eccezioni, anche sul terreno scolastico: generando così ulteriore marginalità.

Condizionamento ambientale, impossibilità di uscire dal ghetto spaziale e culturale, qualità dei servizi pubblici, tutto ha riprodotto quella separatezza dalla quale molti sembrano ormai convinti che non resti che separarsi. Da questa disperata rinuncia nasce quel processo che in Francia ha visto, in questi anni, il totale abbandono della banlieu da parte dello Stato, delle forze politiche, dell'associazionismo.

Ripensare l'integrazione diventa, dunque, un passo necessario per garantire la pace sociale in una società ormai senza rete. Il caso francese mostra che la sola concessione della cittadinanza formale, senza politiche sociali di sostegno che colmino il gap nelle opportunità di accesso non può placare l'odio dei nuovi casseurs. Non sarà una maglia con il nome di Thuram o Vieirà sulle spalle a rimettere in forma l'immaginario collettivo dei giovani che languono lungo i marciapiedi di Barbés. Lo scarto tra responsabilità, e scelta, individuale e vincoli di sistema appare troppo grande per essere superato da soli.

Senza un intervento pubblico che affronti questi temi non solo la Francia ma l'intera Europa è destinata a diventare nei prossimi anni palcoscenico delle nuove rivolte dell'odio. Sbaglia chi ritiene che dietro a esse vi siano gruppi islamisti. Ma quelle organizzazioni islamiste che in queste ore hanno fatto da "pompiere" per spegnere l'incendio sociale, hanno esercitato nella circostanza una supplenza istituzionale; occupando il vuoto lasciato da partiti e istituzioni. Un'azione che darà loro un prestigio che non sarà facile ridimensionare.

E che farà transitare in quelle file quanti cercheranno nella strada della reislamizzazione identitaria delle comunità immigrate un antidoto non solo alla microcriminalità, la droga e il carcere ma anche alla marginalità sociale. Una vera politica di integrazione diventa dunque indispensabile prima che la polarizzazione sociale si trasformi, anche, in irriducibile scontro sui valori.

(7 novembre 2005)

 

Con la notte riprendono gli scontri: gravi due poliziotti a Grigny
Oltre mille auto distrutte, più di trecento le persone arrestate
Francia, spari contro gli agenti
Chirac: "Riportare l'ordine"



 


PARIGI - "Ristabilire l'ordine è la prima priorità" dichiara il presidente della Repubblica francese Chirac, dopo la decima notte di incidenti, al termine di un vertice straordinario per la sicurezza.

Ma il suo monito sembra cadere nel vuoto: a Grigny, nel sud di Parigi, un gruppo di teppisti ha aperto il fuoco contro la polizia. Feriti da colpi di fucile dieci agenti, due in modo grave. Altri 200 giovani hanno lanciato pietre: contusi alcuni poliziotti.

Il primo ministro francese Dominique de Villepin, convocato dal presidente per un vertice sulla sicurezza, ha annunciato nelle banlieue "rinforzi delle forze di sicurezza". E già oggi sette elicotteri muniti di fari hanno sorvolato i quartieri a rischio intorno a Parigi, dove sono già stati dispiegati 2300 poliziotti.

Ma nonostante gli appelli del presidente Chirac e del primo ministro de Villepin, al calar della notte sono ripresi gli atti di vandalismo in diverse città francesi. A Nantes, Orleans e Rennes sono stati dati alle fiamme veicoli parcheggiati e cassonetti della spazzatura, mentre a Tolosa la polizia ha dovuto usare bombolette di gas lacrimogeni per respingere una folla di giovani che lanciavano sassi e bottiglie contro gli agenti. Un funzionario della polizia di Tolosa ha riferito che a differenza delle notte precedenti "queste persone sembrano cercare lo scontro con la polizia e ci attaccano".

Le priorità di Chirac. Il presidente francese, nel suo primo intervento pubblico dall'inizio della crisi, il 27 settembre, ha detto che "l'ultima parola deve tornare ad essere quella della legge". Chirac ha detto anche che "chi vuole seminare violenza o paura sarà preso, giudicato e punito". "Ma - ha proseguito - comprendiamo bene anche che l'evoluzione delle cose presuppone il rispetto di tutti, la giustizia e l'eguaglianza delle opportunità. E siamo totalmente determinati ad andare su questa strada e proseguire lo sforzo impegnato in questo campo". "C'è però una precondizione, una priorità: si tratta del ripristino della sicurezza e dell'ordine pubblico", ha concluso il presidente.

 


Sabato di violenza. Quasi 1.300 automobili distrutte (554 fuori dalla regione parigina) e 312 persone fermate: queste le cifre della decima notte di violenze nei sobborghi parigini e in provincia. Si tratta del bilancio più consistente dall'inizio degli scontri. La rivolta si è ormai estesa ad altre città della Francia e, per la prima volta, ha colpito nel centro della capitale: a Place de la Republique è stata gettata una bottiglia molotov, quattro vetture hanno preso fuoco. Incendi di automobili e cassonetti in varie città, da Nantes a Rennes a Rouen, e anche a Lione e a Tolosa: qui, alle 23 di sabato, i vigili del fuoco avevano già risposto a una trentina di chiamate per roghi.

La polizia ha fatto irruzione in uno stabile di Evry: in due cantine erano nascoste circa 150 bottiglie molotov, 60 litri di benzina e passamontagna. Sei minori, fra i 13 e i 16 anni, sono stati fermati mentre cercavano di scappare.

A Corbeil-Essonnes, nell'area a sud di Parigi, un'auto è stata usata come ariete per sfondare l'ingresso di un ristorante della catena McDonald: gli occupanti della vettura hanno poi incendiato il locale, provocando il crollo del soffitto. A Drancy invece, nella banlieue nord di Parigi, due ragazzi di 14 e 15 anni che tentavano di incendiare un camion sono stati bloccati dagli abitanti del quartiere e consegnati alla polizia. Una molotov è stata lanciata contro una sinagoga a Garges-les-Gonesse: il rabbino locale si è rifiutato di fare commenti "per non gettare olio sul fuoco".

Il bilancio fino a oggi. Circa 3500 veicoli incendiati, la maggioranza nella regione parigina. 800 i fermati, il più piccolo ha 17 anni: circa cento già finiti sotto processo, venti i condannati. 2300 i poliziotti impegnati.

(6 novembre 2005)

 

Una donna su un autobus è stata cosparsa di benzina prima che il mezzo
fosse bersagliato con bottiglie molotov. Per la polizia è tentato omicidio
Disabile ustionata negli scontri
Linea dura del governo, 78 arresti

Parigi, ancora una notte di violenze nelle periferie: a fuoco 519 veicoli



 


PARIGI - Sempre più gravi le conseguenze delle violenze nelle "banlieues" di Parigi: nell'ottava notte consecutiva di disordini sono state incendiati 519 veicoli. Il governo francese è deciso a ristabilire l'ordine e a mettere fine alle violenze, esplose nelle periferie multietniche in seguito alla morte di due giovani, folgorati in una cabina elettrica dove si erano nascosti per sfuggire alla polizia.

Il primo ministro Dominique de Villepin ha definito ieri questi atti di guerriglia urbana "inaccettabili", ma al momento le sue dichiarazioni non hanno fermato le violenze. Quello della scorsa notte è il bilancio più grave nella rivolta che va avanti da oltre una settimana: 519 auto incendiate e 78 arresti nell'ottava notte di scontri alla periferia di Parigi, che si sono estesi per la prima volta anche ad altre città francesi. La speranza che la festa per la fine del Ramadan potesse placare gli animi dei giovani immigrati, per lo più musulmani di origine nordafricana, è andata delusa.

Emergono intanto dettagli sui fatti avvenuti nei giorni scorsi. L'episodio più sconcertante a Sevran, a nord di Parigi: una donna handicappata di 56 anni che viaggiava in autobus è stata cosparsa di benzina da un giovane prima che il mezzo fosse bersagliato con bottiglie molotov. La donna, che non era riuscita a fuggire come gli altri passeggeri, è stata salvata dall'autista. E' ricoverata con ustioni di secondo e terzo grado sul 20 per cento del corpo. "I ragazzi - ha spiegato la polizia - volevano bruciare delle persone. E' un tentativo di omicidio". Dopo l'attacco all'autobus, i giovani responsabili hanno continuato la loro opera distruttrice dando alle fiamme il centro sociale di Sevran.

Ieri notte a Trappes, nella "banlieue" a ovest di Parigi, è stato dato alle fiamme un deposito di autobus e 27 veicoli sono andati distrutti tra esplosioni e fiamme alte decine di metri. Ma gli incidenti più gravi si sono registrati ancora una volta a Seine-Saint-Denis, il dipartimento a nord-est della Ville Lumiere dove è nata la rivolta: cinque negozi dati alle fiamme, lancio di bottiglie molotov e sassaiole contro municipi, commissariati, stazioni dei vigili del fuoco e scuole, 150 vetture date alle fiamme.

Cinque poliziotti (ne erano stati schierati 1.300 solo a Seine-Saint-Denise) sono rimasti feriti nel lancio di pietre e oggetti in vari quartieri. Un vigile del fuoco ha riportato ustioni al volto. E la peggiore rivolta delle "banlieues" dagli anni 80 continua ad allargarsi: incidenti si sono verificati anche a Digione, nella Francia orientale, a Marsiglia, nel sud, e in Normandia, a nord.

La risposta politica a una crisi che sta mettendo a dura prova la credibilità del presidente Jacques Chirac oscilla tra la tolleranza zero del ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, e la linea di dialogo del premier Dominique de Villepin che ha promesso un piano d'azione per "trovare le giuste soluzioni" ai problemi dei giovani delle periferie degradate.

(4 novembre 2005)

 

LA STORIA
La banlieue parigina in fiamme
di TAHAR BEN JELLOUN

NON È la prima volta che dei giovani delle periferie francesi si rivoltano. Non si tratta di "ribelli senza causa": reagiscono di fronte a un dramma o a un'ingiustizia macroscopica come quella che si è verificata a Clichy il 27 ottobre, quando due giovani minorenni inseguiti dalla polizia sono morti folgorati. Certo, si è trattato di un incidente, ma se gli agenti della polizia non si fossero lanciati all'inseguimento non sarebbe successo. Questo tragico avvenimento è stato il detonatore di una rivolta che ha le sue radici in una storia che la Francia fatica a scrivere, a riconoscere e a inserire nell'immaginario collettivo.

Questa volta sono esplose le tensioni politiche e sociali, e non solo a Clichy-sous-Bois. Nel giro di qualche giorno sono state incendiate un centinaio di automobili, una settantina delle quali nel dipartimento della Seine-Saint-Denis, che non era direttamente coinvolto dal dramma del 27 ottobre. Ci sono stati feriti in entrambi i campi, sono state pronunciate condanne nei confronti di tre giovani e altri aspettano in prigione di essere giudicati.

Al centro di questa rivolta, la rabbia di una gioventù francese figlia dell'immigrazione. Una gioventù povera, mal considerata e tenuta sotto sorveglianza dalla polizia. Infatti il ministro degli interni Nicolas Sarkozy tiene a dimostrare ai Francesi di essere lui a garantire la loro sicurezza. È lui a dar prova di fermezza e qualche volta si spinge anche oltre, con minacce dirette ai giovani. Ed è sempre lui che ha usato l'espressione "pulire col Karcher" (una marca di idropulitrici professionali, ndt) il rione di Courneuve, un sobborgo difficile. Subito prima del dramma di Cliché, la notte del 25 ottobre Sarkozy era andato ad Argenteuil e aveva chiamato "plebaglia" i giovani in agitazione.

 


Questo modo di fare e soprattutto le parole che usa provano che Sarkozy non sa dominarsi o che vuole lanciare dei messaggi agli elettori dell'estrema destra in prospettiva delle elezioni presidenziali del 2007. Come gli piace affermare: "Io non faccio discorsi: io agisco e vado sul campo".

Questo ha fatto dire ad Azouz Begag, ministro delegato alle pari opportunità: "non è privo di interesse osservare che due ministri non hanno la stessa Francia nel mirino". Azouz Begag si è opposto ai metodi e al linguaggio di Sarkozy senza che il primo ministro trovasse da ridire. Semplicemente perché Azouz Begag conosce perfettamente i giovani dei sobborghi: è nato nella zona di Lione e sa di che cosa soffrono quei giovani che la Francia non ha saputo vedere né riconoscere. Ogni volta che si esprimono, gli mandano contro la polizia. Quei giovani non sono degli stranieri, non sono degli immigrati, sono Francesi declassati, con il destino minato dalla povertà, da un habitat malsano e da una storia che è diventata un handicap. Sono Francesi di seconda categoria perché nati da genitori immigrati, perché non sono proprio bianchi di pelle e non vanno bene a scuola.

Appena il 5% dei figli di immigrati riescono ad arrivare all'università. Gli altri vengono scoraggiati dalla nascita; alcuni se la cavano, altri si lasciano tentare dalla deriva della delinquenza. Sanno di non essere accettati, sanno che il colore della loro pelle, le loro origini, la loro condizione non gli permetteranno di accedere alle scuole migliori o di avere una carriera professionale normale.

Il 26 ottobre, Nicolas Sarkozy ha organizzato al ministero un convegno sulla "discriminazione positiva alla francese" per lottare contro il razzismo nelle assunzioni o semplicemente nelle scuole. Mi ha chiesto di fare il discorso d'apertura del convegno. Io non sono d'accordo con la discriminazione, sia essa positiva o negativa; ho sostenuto l'idea che bisogna lavorare sull'opinione pubblica perché i Francesi accettino questa nuova realtà: la Francia è un paese il cui panorama umano è cambiato, il suo avvenire sarà nella mescolanza di diversi colori, di diversi sapori e di spezie diverse. Ho dimostrato che non è necessario ricorrere ai curricula anonimi. Al contrario, il funzionario dello Stato francese deve sapere che la persona che si è presentata da lui per ottenere un lavoro si chiama Mohamed, è francese e va considerata solo per le sue capacità. Altrimenti si farebbe una concessione al razzismo.

Ma il ministro ha fretta; vuole lanciare delle formule e andare sul campo per impressionare i Francesi, perché sta già facendo la sua campagna elettorale.
La repressione non risolve il problema di questi giovani, anzi, li provoca e li spinge verso una rivolta più grande. Occorre una nuova politica, una politica che riconosca la realtà e si impegni a integrare questa popolazione nell'avvenire del paese, perché questi giovani lo proclamano e lo reclamano: il loro paese è la Francia. Ma non sempre la Francia li ascolta.
traduzione di Elda Volterrani

(3 novembre 2005)

 

Bande di giovani hanno dato alle fiamme due autobus e decine di automobili in nove quartieri a Nord e a Est della capitale francese. Spari contro i poliziotti
Settima notte di scontri a Parigi
Sarkozy va nella zona della guerriglia

Il ministro dell'Interno ha partecipato a una riunione per fare il punto
della situazione con il prefetto Jean-François Cordet, nella zona Nord della città


 


PARIGI - Settima notte consecutiva di guerriglia urbana nelle banlieue di Parigi, dove bande di giovani hanno dato alle fiamme due autobus e decine di automobili in nove quartieri a Nord e a Est della capitale francese, dove è molto forte la presenza delle minoranze africane e maghrebine.

Il ministro dell'Interno francese Nicolas Sarkozy si è recato nella notte a Seine-Saint-Denis, nella periferia Nord di Parigi. Sarkozy ha visitato la sala operativa (Sic) della Direzione dipartimentale della sicurezza pubblica e, accompagnato dal direttore generale della polizia nazionale Michel Gaudin, ha partecipato a una riunione di lavoro per fare il punto della situazione con il prefetto Jean-François Cordet, il direttore dipartimentale Jacques Méric e il responsabile delle forze d'intervento Christian Lambert.

La violenza, che ha anche preso di mira un centro commerciale a Bobigny, e una scuola elementare, è continuata in barba alla presenza di centinaia di poliziotti. Il bilancio provvisorio della notte annovera almeno 40 auto, due autobus e innumerevoli cassonetti dei rifiuti distrutti.

Secondo quanto si è appreso, durante le violenze, a Courneuve, i poliziotti sono stati fatti segno di "colpi d'arma da fuoco che non hanno fatto vittime".

I tumulti, scatenati giovedì scorso dopo la morte di due ragazzini di Clichy-sous-Bois, fulminati in una cabina dell'elettricità mentre fuggivano dalla polizia, si sono rapidamente estesi e sono saliti in questi giorni in cima all'agenda del governo. Il primo ministro, Dominique de Villepin, ha promesso di riportare l'ordine e la legalità ma ha le mani in parte legate da disaccordi fra i ministri proprio sul da farsi per contrastare la rivolta.

 


In primo piano c'è soprattutto la rivalità fra il premier e il ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy, che ha recentemente definito i rivoltosi "canaglie", attirandosi critiche dai media, dall'opposizione e da altri colleghi nel governo.

(3 novembre 2005)


Da giovedì le "banlieue" in rivolta per la morte di due minorenni
Chirac, appello alla calma: "La legge deve essere rispettata"
Periferie di Parigi senza pace
un'altra notte di roghi e violenze

Il premier de Villepin ha rinviato la sua prevista visita in Canada


 


PARIGI - Una caserma dei pompieri data alle fiamme, 180 veicoli dati alle fiamme, decine di cassonetti dell'immondizia incendiati e duri scontri tra teppisti e polizia. E' questo il bilancio della sesta notte di violenza nelle periferie parigine, dopo che giovedì scorso due minorenni sono morti a Clichy-sous-Bois finendo carbonizzati in una centralina elettrica mentre fuggivano convinti di essere inseguiti dalla polizia.

Il premier Dominique de Villepin si presenta oggi per la prima volta sul tema davanti al Parlamento. De Villepin ha detto che si tratta di eventi "gravissimi" ed ha annunciato che la sua prevista visita in Canada viene rinviata perchè il governo resta "completamente mobilitato" sulla rivolta nelle periferie.

Agli atti vandalici e al lancio di pietre di bande di giovani delle "banlieue", la polizia ha reagito sparando con gas lacrimogeni e bombe accecanti. "La notte è agitata", ha ammesso stanotte un portavoce della prefettura di Seine-Saint-Denis. In questo dipartimento, teatro nei giorni scorsi degli scontri più violenti, la calma è tornata verso l'1:30, dopo una decina di fermi.

Il presidente francese, Jacques Chirac, ha rivolto un appello alla calma: "La bufera deve placarsi. La legge deve essere rispettata in uno spirito di dialogo e rispetto". Chirac non era ancora intervenuto sulle violenze scoppiate nei quartieri islamici, per la prima volta, martedì scorso.

Il ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, ha aperto martedì sera al ministero "un tavolo negoziale", cui partecipano una trentina di funzionari locali e rappresentanti dei giovani manifestanti, per favorire il ritorno della calma nelle periferie, ma per il momento i risultati del tentativo di mediazione appaiono scarsi.

 


(2 novembre 2005)