le banlieues di Parigi, secondo Repubblica fotogalleria
LA SCHEDA
Gli scontri nelle banlieues francesi
11 giorni di guerriglia e violenza

ROMA - E' cominciato tutto la notte tra il 27 ed il 28
ottobre scorso, quando nella periferia parigina di Clichy-du-Bois due ragazzi,
ritenendosi inseguiti dalla polizia in seguito ad un intervento degli agenti, si
sono rifugiati in una centralina elettrica e sono morti fulminati. Un inizio non
molto diverso da quello di "L'Odio", il film di Mathieu Kassovitz che
nel 1995 rifletteva con incredibile intelligenza sulla vita dei giovani
immigrati della banlieu parigina in un giorno di ordinaria violenza contro la
polizia.
Nella stessa notte del 27 ottobre sono cominciate proteste e
manifestazioni rapidamente intesificate e diffuse alle altre periferie della
capitale, fino anche agli altri centri. Un'escalation di violenza
impressionante.
28 ottobre. Dopo che il ministro dell'Interno, Nicolas
Sarkozy, aveva dichiarato che i due minorenni non erano inseguiti dalla polizia,
oltre 20 automobili vengono date alle fiamme da gruppi di giovani che infrangono
le vetrine di numerosi edifici pubblici e causano danni a stazioni di autobus a
Clichy-sous-Bois.
29 ottobre. I partecipanti agli scontri salgono a
circa 400 persone, la maggior parte delle quali giovani. Sette agenti di polizia
risultano feriti, e 14 giovani vengono fermati. Ma c'è anche una marcia
silenziosa in memoria dei due giovani rimasti uccisi che riunisce circa 500
persone.
30 ottobre. Altre automobili vengono incendiate a
Clichy-sous-Bois.
31 ottobre. Per la quarta notte consecutiva, si
registrano scontri. Sarkozy annuncia l'adozione di duri provvedimenti per
riportare la calma.
1 novembre. I provvedimenti non sortiscono alcun
effetto e per la prima volta la violenza si estende a tutte le periferie della
capitale francese. Sarkozy viene criticato all'interno dello stesso governo per
le dichiarazioni sull'ordine pubblico.
2 novembre. A causa dell'estendersi delle violenze ad
altri sobborghi in quattro dipartimenti vicino Parigi, il primo ministro,
Dominique de Villepin, è costretto a rimandare un viaggio in Canada.
3 novembre. I disordini continuano e si estendono ad
altre periferie. Ora, oltre alla capitale, sono interessati Digione ed altri
centri nel sud e nel nordest del paese. Centinaia le auto in fiamme.
4 novembre. Numerose automobili e autobus vengono
incendiati anche in città come Marsiglia, Digione, Le Havre oltre che nelle
periferie parigine. I politici dell'opposizione chiedono le dimissioni di
Sarkozy.
5 novembre. Oltre ai disordini registrati in quasi
tutte le regioni, a Evreux, vicino Parigi, infiammano scontri di piazza tra
polizia e giovani.
6 novembre per la prima volta dall'inizio degli
incidenti, il presidente Jacques Chirac interviene pubblicamente per proclamare
la priorità del ripristino della sicurezza e dell'ordine pubblico dopo una
sessione straordinaria del Consiglio Nazionale di Sicurezza a Parigi. Le molotv
colpiscono anche nel centro della Capitale.
7 novembre. Muore un pensionato aggredito 3 giorni
prima da un gruppo di giovani a Stains.
Il bilancio ad oggi è di 4700 veicoli sono stati dati alle
fiamme e 1220 persone fermate dalla polizia.
Enormi i danni causati anche agli edifici, esercizi
commerciali, scuole, biblioteche, edifici pubblici e privati.
Il primo ministro Dominique de Villepin annuncia che ai
prefetti verrà conferito il potere di imporre il coprifuoco. Ma esclude
l'intervento dell'esercito.
(7 novembre 2005)

Il primo ministro annuncia misure
strarodinarie per fronteggiare
le violenze nelle banlieues ma esclude l'intervento
dell'esercito
Francia, ai prefetti il potere
di imporre il coprifuoco
Il governo ripristinerà i fondi per le associazioni
che operano nelle aree in cui più forte è il disagio
sociale
PARIGI - Coprifuoco ovunque sia necessario ma senza
intervento delle forze armate. Queste le linee guida dell'azione del governo di
fronte alle violenze nella banlieues parigine, esposte dal primo ministro
Dominique de Villepin in un'intervista in diretta alla tv privata TF1.
"I prefetti - ha detto il premier - potranno, sotto
l'autorità del ministro dell'Interno, applciare il coprifuoco, se lo ritengono
utile per permettere il ritorno alla calma e assicurare la protezione degli
abitanti". Questa possibilità, prevista da una legge del 1955, riguarda
"l'insieme del Paese": i prefetti decideranno in quali aree,
"all'interno dei territori di loro competenza", andrà applicato il
coprifuoco. Una misura già adottata dal sindaco di Le Raincy, Eric Raoult. E
che domani sarà autorizzata da un Consiglio dei ministri straordinario
convocato dal presidente Jacques Chirac.
De Villepin ha definito "inaccettabili e senza
scuse" le violenze nelle periferie parigine e ha garantito che la risposta
delle autorità sarà "ferma e giusta". Pur riconoscendo che la
situazione è "particolarmente grave", il premier ha escluso
l'intervento dell'esercito, che pure era stato richiesto da qualche parte.
"No - ha affermato - non siamo a questo punto".
"Ci sono 8.000 uomini già schierati è stato deciso
ieri dal Consiglio di sicurezza interno presieduto dal capo dello Stato, Jacques
Chirac, di richiamare 1.500 uomini della riserva in più, fra gendarmi e
poliziotti. Voglio ringraziare il loro sangue freddo se abbiamo potuto evitare
una catastrofe peggiore", ha proseguito il primo ministro
De Villepin ha attribuito la responsabilità dei disordini
alle organizzazioni "criminali organizzate" che appoggiano le
"bande di giovani, alcuni dei quali molto giovani, esclusi da società,
famiglia e scuola". Questi ultimi, ha precisato, sono un "misto tra
criminali veri e chi gioca a farlo e vuole alzare la posta". E ha rivolto
un appello ai "genitori affinché possa tornare la calma". Il premier
ha comunque escluso il coinvolgimento di gruppi islamisti: "C'è
sicuramente un'inquietudine dell'islamismo, di un movimento radicale. Ma non
credo che oggi sia l'elemento essenziale anche se non bisogna
sottovalutarlo".
Il governo è "unito e mobilitato", ha proseguito,
rispondendo ad una domanda sull'uso di parole come "feccia" (racaille)
per i giovani delle banlieues, fatto dal ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy.
"Quelli che distruggono - ha affermato de Villepin - sono dei delinquenti:
non rispettano le leggi della Repubblica, la polizia li arresta e la
magistratura li giudica".
Il premier ha quindi annunciato che il suo governo
"ripristinerà i contributi" finanziari alle associazioni che operano
nei quartieri in cui la situazione è più delicata, in cui è più alta la
disoccupazione e con essa la povertà. Tali contributi, ridotti da quando la
destra era tornata al potere nel 2002, andranno alle "associazioni grandi o
piccole che sono a contatto con la quotidianeità per l'assistenza in materia di
alloggi e istruzione".
"Dobbiamo fare in modo - ha aggiunto de Villepin - che
la rete territoriale in queste aree sia viva, che permetta a ognuno di trovare
sul serio il proprio posto, che consenta di instaurare il dialogo".
Per il segretario socialista Francois Hollande de Villepin
non ha affrontato la "dimensione sociale" del problema e
l'applicazione del coprifuoco deve essere limitata "nel tempo e nello
spazio".
Proprio mentre de Villepin parlava in tv, a Tolosa è stato
incendiato un autobus. E' cominciata così la dodicesima notte delle banlieues
francesi.
(7 novembre 2005)

Il primo ministro annuncia misure
strarodinarie per fronteggiare
le violenze nelle banlieues ma esclude l'intervento
dell'esercito
Francia, ai prefetti il potere
di imporre il coprifuoco
Il governo ripristinerà i fondi per le associazioni
che operano nelle aree in cui più forte è il disagio
sociale
PARIGI - Coprifuoco ovunque sia necessario ma senza
intervento delle forze armate. Queste le linee guida dell'azione del governo di
fronte alle violenze nella banlieues parigine, esposte dal primo ministro
Dominique de Villepin in un'intervista in diretta alla tv privata TF1.
"I prefetti - ha detto il premier - potranno, sotto
l'autorità del ministro dell'Interno, applciare il coprifuoco, se lo ritengono
utile per permettere il ritorno alla calma e assicurare la protezione degli
abitanti". Questa possibilità, prevista da una legge del 1955, riguarda
"l'insieme del Paese": i prefetti decideranno in quali aree,
"all'interno dei territori di loro competenza", andrà applicato il
coprifuoco. Una misura già adottata dal sindaco di Le Raincy, Eric Raoult. E
che domani sarà autorizzata da un Consiglio dei ministri straordinario
convocato dal presidente Jacques Chirac.
De Villepin ha definito "inaccettabili e senza
scuse" le violenze nelle periferie parigine e ha garantito che la risposta
delle autorità sarà "ferma e giusta". Pur riconoscendo che la
situazione è "particolarmente grave", il premier ha escluso
l'intervento dell'esercito, che pure era stato richiesto da qualche parte.
"No - ha affermato - non siamo a questo punto".
"Ci sono 8.000 uomini già schierati è stato deciso
ieri dal Consiglio di sicurezza interno presieduto dal capo dello Stato, Jacques
Chirac, di richiamare 1.500 uomini della riserva in più, fra gendarmi e
poliziotti. Voglio ringraziare il loro sangue freddo se abbiamo potuto evitare
una catastrofe peggiore", ha proseguito il primo ministro
De Villepin ha attribuito la responsabilità dei disordini
alle organizzazioni "criminali organizzate" che appoggiano le
"bande di giovani, alcuni dei quali molto giovani, esclusi da società,
famiglia e scuola". Questi ultimi, ha precisato, sono un "misto tra
criminali veri e chi gioca a farlo e vuole alzare la posta". E ha rivolto
un appello ai "genitori affinché possa tornare la calma". Il premier
ha comunque escluso il coinvolgimento di gruppi islamisti: "C'è
sicuramente un'inquietudine dell'islamismo, di un movimento radicale. Ma non
credo che oggi sia l'elemento essenziale anche se non bisogna
sottovalutarlo".
Il governo è "unito e mobilitato", ha proseguito,
rispondendo ad una domanda sull'uso di parole come "feccia" (racaille)
per i giovani delle banlieues, fatto dal ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy.
"Quelli che distruggono - ha affermato de Villepin - sono dei delinquenti:
non rispettano le leggi della Repubblica, la polizia li arresta e la
magistratura li giudica".
Il premier ha quindi annunciato che il suo governo
"ripristinerà i contributi" finanziari alle associazioni che operano
nei quartieri in cui la situazione è più delicata, in cui è più alta la
disoccupazione e con essa la povertà. Tali contributi, ridotti da quando la
destra era tornata al potere nel 2002, andranno alle "associazioni grandi o
piccole che sono a contatto con la quotidianeità per l'assistenza in materia di
alloggi e istruzione".
"Dobbiamo fare in modo - ha aggiunto de Villepin - che
la rete territoriale in queste aree sia viva, che permetta a ognuno di trovare
sul serio il proprio posto, che consenta di instaurare il dialogo".
Per il segretario socialista Francois Hollande de Villepin
non ha affrontato la "dimensione sociale" del problema e
l'applicazione del coprifuoco deve essere limitata "nel tempo e nello
spazio".
Proprio mentre de Villepin parlava in tv, a Tolosa è stato
incendiato un autobus. E' cominciata così la dodicesima notte delle banlieues
francesi.
(7 novembre 2005)

Durante uno talk show il presidente
del Senato parla della Francia
"Ci vuole responsabilità perché in Italia ci sono
città con problemi sociali"
Rivolta banlieue, Pera attacca Prodi
"Meglio usare parole più prudenti"
Sugli immigrati: "Ne abbiamo bisogno ma la difficoltà
è l'integrazione"
ROMA - Il presidente del Senato attacca Prodi
sulla rivolta francese. Marcello Pera ha affermato che su quanto sta accadendo
nella periferia parigina sarebbe meglio avere "parole più prudenti e
responsabili".
Rispondendo ad una domanda sulle dichiarazioni di Romano
Prodi in merito ai disordini in Francia, nel corso della registrazione del
programma Alan Friedman Show, in onda questa sera su Sky, il presidente del
Senato ha detto: "io non farei dichiarazioni di questo genere. Preferirei
maggiore prudenza e responsabilità anche perché ci sono delle città in
Italia, come Bologna, dove ci sono problemi sociali".
Marcello Pera ha sottolineato che in questo caso
"bisogna evitare di portare in campagna elettorale temi così allarmistici
e poco prudenti". Commentando la situazione francese Pera ha aggiunto che
"c'è un problema non risolto in Europa, che è quello della integrazione
degli immigrati. L'Europa, così come l'Italia, ha bisogno degli immigrati. Ma
questo provoca un problema di integrazione che se dovesse fallire creerebbe
fenomeni di ordine pubblico come quelli che stanno avvenendo in Francia".
(7 novembre 2005)

IL COMMENTO
La collera degli esclusi
di BERNARDO VALLI
Nei giorni festivi, ma soprattutto le sere che li precedono,
il venerdì e il sabato, i giovani traboccano dalla banlieues. Si riversano nel
quartiere dove abito da quasi trent'anni: un arrondissement, il Nono, che io
chiamo di confine, perché da un lato si stende fino al centralissimo Boulevard
des Italiens, e include l'Opera Garnier: e dall'altro, nella parte alta, si
arrampica sul crinale di Montmartre, incollandosi a Barbès, dove sono cresciute
generazioni di Beurs.
Si chiamano così, Beurs, nel gergo dei sobborghi diventato
linguaggio comune, i figli o i nipoti degli immigrati. I quali non sono più
autentici magrebini, perché sono nati in Francia e hanno studiato nelle scuole
laiche della République; ma che non si sentono neppure autentici francesi, pur
avendone spesso la nazionalità, perché sanno di non essere accettati come veri
cittadini. Non basta un passaporto per essere tali, per usufruire di tutti i
diritti enumerati ed esaltati dalla retorica ufficiale repubblicana imparata sui
banchi di scuola, il più delle volte disertati, per rifiuto o disaffezione.
La sera, attraversando Place Clichy, per raggiungere il
Cinema des Cinéastes o la Brasserie Weppler, incontro stormi di giovani arabi
che sprigionano le loro frustrate energie. Non passeggiano, corrono, galoppano.
Consumano la loro forza inutilizzata gesticolando, urtandosi, gridando. Nella
calca, quando sfioro le loro spalle o sono investito dal loro vocìo
frastornante, ho l'impressione di scontrarmi con una massa rovente.
Non è certo la folla soffice, educata o esangue, che,
scendendo verso la Senna, incontro nel Faubourg - Saint - Honoré, su cui si
affacciano le vetrine di Hermès e il Palazzo presidenziale dell'Eliseo, dove
abita Chirac, il vecchio monarca repubblicano, Quei giovani, figli o nipoti di
immigrati, in cui mi imbatto ai piedi di Montmartre o nella non lontana Barbès,
garantiscono la crescita demografica della Francia, altrimenti condannata
all'invecchiamento.
Essi rappresentano gran parte dei quattrocentomila francesi
che ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro. E il più delle volte
vengono respinti, perché se non sono più ufficialmente algerini, tunisini o
marocchini, non sono neppure considerati del tutto francesi da chi può dare un
impiego o una casa..
Adesso è esplosa la loro collera. La quale non sembra una
rivolta contro lo Stato, ma contro la condizione cui sono condannati. È rabbia.
Qualcosa di molto vicino alla disperazione. Una collera che non è islamica.
L'Islam non c'entra. Né c'entrano altre ideologie.
I giovani che appiccano il fuoco alle automobili private,
alle scuole pubbliche, alle biblioteche, non scandiscono slogan politici. E si
guardano bene dall'affrontare la polizia, come facevano i giovani borghesi del
maggio '68 sui boulevards della Riva Sinistra. Al massimo lanciano qualche
pietra e si disperdono nei desolati labirinti della banlieue. La loro è una
rabbia nuda, cruda, che non investe la società benestante delle città.
È una collera che resta, perlomeno a questo stadio,
confinata nelle periferie. Le masse di giovani che il sabato sera e la domenica
invadono il mio arrondissement parigino per ora non hanno appiccato il fuoco
neppure a una bicicletta. Usciti dalle loro periferie cessano di essere
piromani. Non so fino a quando rispetteranno questa regola. Nell'era del
terrorismo i Beurs rappresentano una preda molto ghiotta per i gruppi
estremisti.
Questo spiega la cautela, l'apprensione, con cui la classe
politica francese commenta gli avvenimenti. È altamente apprezzabile il
comportamento della popolazione adulta che nelle banlieues invita figli e nipoti
a mantenere la protesta entro i confini della legge. È un po' come essere
sull'orlo di un precipizio.
Nelle periferie parigine, a Clichy-sous-Bois, dove tutto è
cominciato, a La Courneuve, e in tanti altri centri dell'Ile-de - France, la
regione che circonda la capitale, come nelle periferie di Marsiglia, di Lione,
di Digione, di Tolosa, di Strasburgo, i Beurs bruciano le automobili dei vicini
di casa, spesso immigrati come i loro genitori e i loro nonni. I poveri
colpiscono i poveri.
Autodistruzione? Masochismo? La collera, la rabbia, la
disperazione non spingono ad atti razionali e ancor meno ragionevoli. Sono
sentimenti che conducono a gesti dissennati. Le loro manifestazioni possono
essere spiegate, come in questo caso, perché sono la conseguenza di precedenti
assennate proteste rimaste insoddisfatte. Ma non sono giustificabili. La morte,
il 27 ottobre, di due adolescenti, fulminati nella cabina elettrica in cui si
erano rifugiati per sfuggire a un controllo della polizia, ha fatto da
detonatore. Due giorni prima, ad Argenteuil, il ministro degli interni, Nicolas
Sarkozy, aveva già acceso gli animi chiamando " feccia " i giovani
frustrati senza lavoro della periferia. Spesso teppisti, certo, ma per mancanza
d'alternativa.
I giovani piromani in collera non suscitano la simpatia dei
francesi, al massimo hanno la comprensione di alcuni strati della società,
disposti a capire le tragiche condizioni che li hanno spinti alla violenza. Ma
è una comprensione venata di paura. Tra di loro ci sono pochi studenti. Molti
sono senza lavoro, sono emarginati cronici, probabilmente non insensibili ai
richiami di bande malavitose. E tuttavia questo trauma, che investe l'intero
paese, riconduce a una riflessione non certo nuova, ma relegata in una
inconcludente routine, o peggio ancora congelata nell'autosoddisfazione. Chi
crede ancora che il modello francese di integrazione abbia garantito progressi
sociali e abbia offerto ai figli degli immigrati tutti i diritti riservati ai
francesi, ha una buona occasione per ricredersi.
Il modello si basava sull'assimilazione ed escludeva il
comunitarismo di stampo britannico, considerato una minaccia per la compattezza
della nazione francese. Quel che sta accadendo nelle periferie dimostra che,
nonostante la scolarità di massa e le decretate garanzie sociali, il paventato
comunitarismo sta corrodendo la République. La quale si è assicurata la
crescita demografica ma non la compattezza nazionale. In queste ore affidata
alle forze dell'ordine chiamate da Nicolas Sarkozy a disciplinare la
"feccia" delle periferie. È ovvio ricordare che gli avvenimenti
francesi riguardano tutti i Paesi europei posti di fronte agli stessi
inevitabili problemi.
(6 novembre 2005)

Il pensionato, un francese di 61
anni, era stato picchiato in strada
Gravi 2 poliziotti, ferito alla testa un neonato, 1.400
auto bruciate
Banlieue, coprifuoco in un sobborgo
Morto l'uomo aggredito a bastonate
La misura eccezionale decisa dal sindaco neogollista di
Raincy
Un gruppo islamico francese emette un decreto religioso
contro le violenze
PARIGI -
A Parigi, il sole sorge su una città devastata e ferita e quando tramonterà di
nuovo entrerà in vigore il coprifuoco. Il sindaco neogollista di Raincy
(Seine-Saint-Denis) una delle banlieue più colpite dagli
scontri, Eric Raoult, ha annunciato di aver firmato un decreto che instaura un
"coprifuoco eccezionale" nel suo comune a partire da stasera. E' una
misura estrema, che però cerca di rispondere all'ennesimo bollettino di guerra
successivo alla nottata di violenze. Trentaquattro poliziotti sono rimasti
vittime dell'undicesima notte consecutiva di scontri nelle banlieues, 1.400 auto
incendiate; 395 teppisti arrestati: la notte peggiore dall'inizio della rivolta,
e oggi la prima vittima dall'inizio degli scontri.
Il coprifuoco. Il sindaco di Raincy ha spiegato che il
coprifuoco sarà in vigore in determinate zone del suo comune "a partire
dalle 22:00 o dalle 23:00". Alle 20:00, a Raincy, Eric Raoult riunirà i
suoi consiglieri municipali "per informarli dello speciale dispositivo di
sicurezza e di un decreto di coprifuoco eccezionale sulla città". "Ho
preso questa decisione - ha aggiunto Raoult - per evitare un dramma. Ci sono
rischi non trascurabili per le scuole". Il coprifuoco sarà limitato nello
spazio "per rispettare le regole di rito", ha spiegato il sindaco.
Raoult ha intenzione di proseguire con le "pattuglie già istituite da
diversi giorni" in città, facendovi partecipare personalmente "tutti
i consiglieri". Un'auto del municipio gira da diverse notti facendo la
ronda nelle arterie di Raincy "per segnalare alla polizia"
comportamenti sospetti, ha spiegato il sindaco.
La prima vittima. Questa mattina è spirato in
ospedale, a causa delle gravissime lesioni subite, un pensionato francese di 61
anni che venerdì scorso era stato aggredito da facinorosi mentre era guardia
delle auto del palazzo dove abitava. L'uomo era stato colpito con un pugno da un
giovane ed era caduto, battendo violentamente la testa. Era stato ricoverato in
coma profondo nell'ospedale di Bondy.
Si tratta della prima persona che perde la vita a causa degli
scontri, a parte i due giovani immigrati rimasti accidentalmente fulminati
mentre cercavano di sfuggire alla polizia a Clichy-sous-Bois, località alle
porte di Parigi: fu quello l'episodio che innescò le successive violenze
urbane.
La notizia della morte del pensionato, Jean-Jacques Le
Chenadec, è stata data dalla vedova, ricevuta questa mattina dal ministro
dell'Interno Nicolas Sarkozy. La donna, che nei giorni scorsi aveva dato la
colpa dell'aggressione a suo marito alle "parole provocatrici" di
Sarkozy, questa mattina ha dichiarato: "Mi auguro che queste persone siano
punite. Il ministro, con il quale sono in piena sintonia, ha promesso che farà
il possibile per aiutarci".
Il bilancio delle violenze. Tra i poliziotti feriti, i
due più gravi sono stati colpiti da rose di pallini esplose da un paio di
fucili da caccia a Grigny, nella periferia sud della capitale, uno a una gamba e
l'altro al collo. Picchiati furiosamente due giornalisti, una sud-coreana e un
belga. Gli altri feriti sono stati colpiti dal lancio fitto di sassi che ha
investito senza posa i reparti della polizia in assetto antisommossa.
In provincia sono state attaccate due chiese, numerose scuole
e due posti di polizia. Alcuni edifici sono stati totalmente distrutti dagli
incendi. Assaltati anche un centro sociale, una tesoreria, un deposito
farmaceutico e un magazzino di moto. Secondo una fonte della polizia, ieri
pomeriggio sono stati lanciati sassi contro alcuni autobus a Colombes, banlieue
sudovest. Un bimbo di 13 mesi, ferito alla testa, è stato ricoverato in
ospedale.
Oggi, il primo ministro Dominique de Villepin annuncerà in
diretta tv misure strordinarie in favore delle periferie francesi. Ieri il
presidente della Repubblica Jacques Chirac
era sceso in campo lanciando un appello affinché fosse ristabilito l'ordine:
"Oggi la priorità assoluta è il ristabilimento della sicurezza".
Il pentito. Muhittin Altun, il giovane maghrebino che
si era rifugiato con Ziad e Bouna, i due adolescenti morti a Clichy-sous-Bois il
27 ottobre folgorati nella cabina elettrica di un cantiere, ha chiesto "la
fine" delle violenze in banlieue. Il ragazzo, rimasto gravemente ustionato
nell'episodio che ha scatenato i disordini, ha trasmesso la dichiarazione
tramite i suoi avvocati.
La fatwa islamica. Anche uno dei maggiori gruppi
islamici di Francia ha emesso una 'fatwa' (decreto religioso) contro le
violenze. L'Unione delle organizzazioni islamiche francesi (Uoif) si è
richiamata al Corano e al profeta Maometto per sostenere l'editto religioso che
condanna i disordini e le devastazioni conseguenti. Molti dei giovani rivoltosi
sono di discendenza araba nordafricana o dell'Africa nera, e parecchi di loro
sono musulmani. "E' formalmente vietato ad ogni musulmano che cerchi la
grazia e la soddisfazione divina partecipare a qualsiasi azione che colpisca
ciecamente proprietà private o pubbliche, o possa costituire un attacco alla
vita di qualcuno", afferma la 'fatwa'.
(7 novembre 2005

Il governo a fianco del
ministro dell'Interno nella linea di fermezza
Rafforzato dispositivo di sicurezza. Sospesi i trasporti
notturni
Parigi, nuovi scontri nelle periferie
due scuole distrutte dalle fiamme
Tremila persone hanno sfilato in silenzio contro la
violenza
Appello alla calma dai genitori dei due giovani folgorati
PARIGI - Decima notte di scontri nelle banlieues
parigine. Due scuole, una quindicina di automobili e un edifico che ospita
un'azienda per il riciclaggio della carta sono stati incendiati questa sera nel
dipartimento dell'Essonne, banlieue sud-orientale di Parigi.
La scuola materna di Grigny è stata distrutta al 50 per
cento, e anche una scuola elementare della stessa zona è stata gravemente
danneggiata. I pompieri sono poi intervenuti a Vigneux sur Seine, per
circoscrivere l'incendio sviluppatosi, per ragioni ancora sconosciute, in un
impianto per il riciclaggio della carta, Almeno 800 metri quadrati di carta sono
andati distrutti. Anche a Tolosa ci sono stati, fin dall'inizio della serata,
numerosi incendi dolosi, soprattutto di automobili.
Sospesi i trasporti notturni Per evitare attacchi
simili a quelli delle notti precedenti, la compagnia di trasporti metropolitani
Ratp ha sospeso il 90 per cento delle linee notturne nel dipartimento di
Seine-Saint-Denis e il 75 per cento in quello di Val de Marne.
Le forze dell'ordine si preparano Un elicottero dotato
di dispositivi per la visione notturna è tornato a pattugliare il cielo del
dipartimento di Seine-Saint-Denis, dove si sono verificati gli incidenti più
gravi. Il ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy in serata si è riunito con i
responsabili delle forze dell'ordine per rafforzare il dispositivo di sicurezza,
dopo aver ribadito che tutto il governo è unanimemente al suo fianco nella
linea di "fermezza" contro i delinquenti.
Quasi 900 veicoli bruciati Quella tra venerdì e
sabato è stata la più lunga notte di scontri e violenze nelle "banlieues"
di Parigi. Una notte di incendi e devastazioni con quasi 900 veicoli dati alle
fiamme e 253 fermi: il bilancio più pesante dall'inizio dei tumulti, nove
giorni fa. Secondo i dati forniti dalla polizia, dall'inizio dei disordini, sono
state fermate quasi 300 persone e sono stati dati alle fiamme circa duemila
automezzi.

Un centinaio di persone sono dovute fuggire nella notte dagli
appartamenti in due edifici alla periferia nord di Parigi, sgomberati dalla
polizia dopo che decine di autovetture erano state incendiate in un parcheggio
sotterraneo. In fiamme anche due laboratori tessili e un salone d'auto nella
periferia nordorientale. Scontri e atti vandalici si sono registrati anche a Pau,
Tolosa e Nizza al sud, a Lille e Rennes nel nord, Bordeaux sull'Atlantico e
Strasburgo sulla frontiera orientale.
Corteo in silenzio Contro le violenze degli ultimi
giorni migliaia di persone hanno sfilato oggi in silenzio ad Aulnay-sous-Bois,
che con i suoi 80mila abitanti è una delle zone più calde della banlieue
parigina. Circa tremila persone di tutte le età hanno sfilato per un'ora nelle
strade della città dove davanti ai palazzi popolari restano centinaia di
carcasse di auto bruciate. "No alla violenza, sì al dialogo" c'era
scritto sullo striscione in testa al corteo, partito simbolicamente dalla
caserma dei pompieri della città.
Il governo cerca una soluzione Il governo sembra
incerto fra la necessità di adottare la linea della fermezza contro le frange
facinorose, e l'opportunità di neutralizzare all'origine le ragioni del
malcontento da cui le violenze sono alimentate. Il ministro dell'Interno,
Nicolas Sarkozy, ha chiesto più arresti per fermare l'escalation della rivolta.
E il primo ministro Dominique de Villepin ha convocato nel suo ufficio otto
ministri insieme al più autorevole esponente musulmano di Parigi. Ma alla
conclusione della riunione lo stesso Sarkozy ha commentato con i giornalisti:
"La violenza non è una soluzione".
Già accusato di avere indirettamente attizzato la violenza
appioppando l'epiteto di "feccia" ai protagonisti dei violenti
tumulti, stavolta il ministro dell'Interno ha assunto un atteggiamento meno
viscerale: "Una volta superata la crisi dovremo tutti renderci conto del
fatto che in alcuni quartieri esistono certe ingiustizie. Stiamo cercando di
usare fermezza e di evitare provocazioni. Ma dobbiamo evitare ogni pericolo di
esplosione".
Appello dei genitori dei due giovani morti Un appello
alla calma è stato lanciato anche dai genitori dei due giovani folgorati il 27
ottobre a Clichy sous Bois, la cui morte ha dato avvio alle violenze.
"Chiamiamo alla pacificazione e al ritorno alla calma, alla fine di tutte
le violenze e al senso civico di ciascuno perché la Francia non merita
questo" si legge in un comunicato che i genitori di Zyed e Bouna e la
federazione dei musulmani di Clichy-Monfermeil hanno reso noto oggi. "La
comunità musulmana attende ancora le scuse ufficiali. Chiediamo al governo di
far sapere al più presto le conclusioni sulle circostanze esatte della morte di
Zyed e Bouna e del ferimento di un terzo adolescente".
(5 novembre 2005)

IL RACCONTO
Nei quartieri della rivolta
dove il nemico è la polizia
di FRANCESCO MERLO
PARIGI - Improvvisamente arriva una donna bianca e
anziana che si agita contro Ahmed, un giovane nero che, con l'aiuto di un laccio
emostatico, si è colorato di rosso il percorso dei vasi sottocutanei, e ora mi
mostra un ghirigoro di capillari di squisito disegno. La donna gli grida con
voce stridula: "Sporco negro, vattene via". Spaesato, le chiedo cosa
le ha fatto quel ragazzo con i pantaloni bassi sulle natiche, e le mutande bene
in vista. Ma la signora mi lancia uno sguardo d'odio: "Fatti i cavoli tuoi,
io sono sua nonna". Qui i ragazzi sono tutti arabi o neri, e Kamel, la mia
guida, mi dice con serietà che per cinquecento euro sono pronti a bruciare
un'auto per me.
E per mille euro anche a rovesciare un camion prendendolo di
peso tutti insieme: "Purché non fai foto, puoi scrivere quello che ti
pare". Penso dunque che anche io come loro vivo intrappolato nel mio
cemento, quello dell'ideologia, dei film e dei libri che riempiono gli scaffali
delle biblioteche di Parigi. Seduto infatti su uno dei tanti piloni di calce e
mattoni guardo i ragazzi che la sociologia descrive come i nuovi ribelli
metropolitani, i nuovi James Dean raccontati dal film "La Haine". Ma
qui non c'è nessun Cassius Clay e nessun Mohamed Dia, il topo di banlieue, il
banlieusard di Sarcelles, che ha creato appunto la griffe della moda che porta
il suo nome, "Dia", ed è diventato un imprenditore ricco e rispettato
negli Stati Uniti, famoso per quella frase orgogliosamente tatuata in inglese
sull'avambraccio destro: "Nato africano a Parigi. Nato
francese a New York. Un mondo da abbracciare. Nove vite da vivere: per
metà oggi per metà domani". Qui non ci sono mondi da abbracciare, i loro
tatuaggi sono segni incomprensibili per me, e questi ragazzi hanno l'aria
d'essere tutti spacciatori e consumatori di "shit".
Con l'aiuto di qualcuno si può comprare anche la loro
benevolenza e dunque girare con qualche libertà tra i palazzi che sono tutti
uguali e tutti diversi, a tre piani, a sette piani, a dodici piani, facciate
decrepite con le finestre senza più colore, e qualche volta persino murate,
luoghi che sembrano fatti apposta per smarrirsi. Forse oggi anche Teseo si
perderebbe nei quartieri delle banlieues che, a corona, circondano Parigi e
certo la minacciano, ma magari anche la proteggono permettendole di restare quel
che è, una delle città più belle, più sicure e più assediate del mondo, un
po' come quelle città della rivoluzione cinese che, spiegò Lin Piao, erano
assediate dalle campagne, e i maoisti si chiedevano se era la campagna che
avrebbe conquistato la città o se, viceversa, era la città che avrebbe
conquistato la campagna.
Forse è vero che neppure "i poliziotti di prossimità",
ma solo i giovani topi di banlieues sanno orientarsi tra questi anfiteatri di
cemento perché fiutano la tana. Se per esempio si entra in una portineria e si
attraversa l'androne, subito ci si ritrova in un corridoio basso che corre a
zigzag, largo appena da farci passare due persone affiancate, e dopo un po' si
sbuca da un'altra parte che però è uguale a quella di partenza, dove la strada
diventa un po' parcheggio e un po' piazza. Proprio qui, in questo slargo, due
anni fa, una trentina di adolescenti uccisero a pugni e a calci un padre di
famiglia che si era messo in testa di difendere il figlio regolarmente
sottoposto ad arroganze e vessazioni dai suoi coetanei.
Bruno e forte, una massa di capelli crespi, butteroso e
impassibile, Djamel, che non deve avere venti anni, mi racconta quel linciaggio
come si rievoca un pubblico spettacolo di virilità e di ragione. Per
assistervi, lui si era piazzato là in fondo, contro il muro. Gli dico che io al
suo posto mi sarei sentito male, tanto la cosa era trista, ma lui mi risponde
con un fremito delle grosse narici e una frase che non capisco e che
probabilmente significa che bisogna avere fegato o forse solo che non è un tipo
da perdersi in smancerie.
Ma è appunto solo con l'archivio criminale, e con la guida
di un banlieusard, che ci si può raccapezzare quando si è intrappolati nel
cemento, prigionieri nel labirinto della modernità. Non è certo con la ragione
di Cartesio né con quella di Weber o di Aron che ci si orienta qui a
Mantes-la-Jolie, perché la ragione non è fatta per girare in banlieue. Eppure
in questa "città" passo anche attraverso parchi e giardini con
soffici tappeti di muschio e foglie gialle, fiori, panchine e fontane. E nel
centro di La Corneuve, la città che Sarkozy vorrebbe "ripulire dalla
feccia" e dove ci spostiamo nel tardo pomeriggio, il boulevard è uguale a
quelli dei tanti quartieri multietnici di Parigi, con il supermercato, le
lavanderie, il grande bar, la piazza, il municipio e la chiesa. Nella banlieues,
in ogni banlieue, c'è una maggioranza silenziosa e operosa, ci sono piccoli
commercianti, tassisti, edicolanti, impiegati, operai.
Parlo con un droghiere algerino che ha un figlio in galera:
tredici anni per spaccio di eroina. Si chiama Farid ed è nato in una piccola
città del sud, in pieno Sahara, vicino alla frontiera con il Marocco. Lasciò
l'Algeria con la famiglia nel 1984 dopo avere lavorato come poliziotto ad Orano
e come musicista. Mi racconta la sua storia e mi parla dei quattro figli, uno
dei quali si è iscritto a Scienze Politiche ed è il suo orgoglio. Dice che la
sua banlieue, alla quale è affezionato come a una patria, è piena di gente
come lui, ricca di speranze e di progetti che troppo spesso i figli distruggono,
e mi vengono in mente le generazioni dei pugni in tasca, la rabbia di vivere, i
nostri indiani metropolitani, e quelli che godevano calandosi il passamontagna.
Ma forse la sinistra classica non può capire questi ragazzi, e può solo
equivocare: "Sono delinquenti e basta" sospira Farid.
E, lisciandosi i baffi sul viso tagliente e malinconico,
parla degli stupri collettivi che qui chiamano "torunantes", dei
furti, delle rapine, dello spaccio di droga, degli incendi, dei saccheggi, delle
violenze nelle scuole. Poi mi spiazza con un pensiero forte che tuttavia non è
un'invettiva: "L'immigrazione va assolutamente fermata, prima che sia
troppo tardi. E non per quelli che emigrano. Ma per i loro figli che nascono
francesi senza mai diventarlo".
Mi portano dentro una casa, al terzo piano di un altro di
quei palazzi multietnici che stanno nella banlieue della banlieue, e
nell'androne di nuovo ci sono i ragazzi riuniti, aggressivi e sprezzanti, uguali
a quelli che ho lasciato: "Sono senza ricordi, senza nostalgie e senza
l'aspirazione all'integrazione. A loro importa solo procurarsi soldi"
Guardando meglio, mi accorgo infine della differenza con i quartieri più
colorati di Parigi: qui non c'è l'Occidente. Ci sono le razze e le religioni,
ma non ci siamo noi. Ci sono anche i "barbuti", gli integralisti che
secondo Farid fanno proseliti tra i più fragili e i più sensibili e alla fine
"peggio della droga" si portano via i migliori. Ci sono i futuri
martiri, ma non ci siamo noi. E ci sono le malesiane avvolte in scialli e veli
d'ogni forma e colore che lasciano appena intravedere i visi, sembrano le
artiste di uno spettacolo esotico e il loro odore è acre e piccante. Ma non ci
sono le nostre ragazze. E mi domando se davvero si può affrontare questo mondo
con un sentimento paritario come quello che provo, che ho sempre provato e che
anche stasera mi sforzo di provare. Persino mi vergogno un po' di me stesso
quando di notte una nuova guida reclutata per rinforzo mi porta dentro un
cantiere in demolizione, come quello di Clichy-sous-bois dal quale, all'arrivo
della polizia, erano fuggiti quei due poveri ragazzi che poi, presi dal panico,
sono finiti in braccio a un generatore elettrico: uccisi da una scarica di
ventimila volts.
Il cantiere che adesso mi fanno visitare lo scaliamo come una
scarpata, strisciando su per la parete, su scalini malfermi, un piano dopo
l'altro, sino al tetto del palazzo che non è stato ancora demolito ma è ormai
poco più di uno scheletro, con le finestre divelte e i muri che crollano e
senza il quarto piano che non c'è più, e chissà dove è sparito. È un posto
che, se metti un piede in fallo, sotto la suola parte una colata di terriccio,
di fango rappreso e di sporcizia che rischia di trascinarti giù a precipizio.
Tirando il fiato per essere arrivati in cima, vediamo una specie di hotel per
clandestini: coperte per terra, un portalampade, una scarpa bucata, una pianola
a manovella, un cucinino a gas. E, ancora: puzza di pipì, escrementi in un
angolo, e su un materasso sventrato una copia del Corano. In fondo scorgo le
sagome di un uomo e di una donna: sono una coppia di turchi. A lui mancano i
denti davanti, puzza di tabacco, di alcol, di piedi e di rancore. Vorrebbe
qualche sigaretta, poi si arrabbia e minaccioso ci invita ad andarcene perché
aspetta qualcuno e non vuole gente "in casa". Quelli come loro sono i
vagabondi per i quali forse non esiste la strada del ritorno e che hanno
spazzato via la mitologia del povero buono e filosofo, del barbone poeta, del
clochard. Non è facile capire come uno Stato possa assicurare loro un po' di
decenza, senza utopie ma con modestia e con rispetto.
È ormai notte quando infine penetriamo a Clichy-sous-bois,
la banlieue che dal 31 di ottobre sta bruciando. Come ombre i ragazzi che
corrono a gruppi e spariscono dentro i palazzi. Qui non esiste il centro urbano,
ci sono i soliti casermoni di cemento, pochi negozi, le strade sono dissestate.
Al secondo piano di un edificio mi stupisce la totale assenza di finestre che
forse è una maniera per rendere gli appartamenti inabitabili. Due ragazzi
lanciano una bottiglia contro la nostra auto, lo scenario è da "Fuga da
New York", dappertutto rottami e bidoni che sembrano come gli esseri umani,
ma di notte a Clichy anche una mente piena di buone intenzioni si può perdere
nei labirinti del bene e del male. Qui il fuoco è quel che l'acqua è per
Venezia, si vedono solo fiamme, si sentono le sirene, qualche urlo, musica e
botti. Andiamo ancora dentro, finché ci ferma la polizia. Mi ritirano la
patente, guardano la tessera di giornalista, vogliono che l'indomani io mi
presenti al commissariato. Per prudenza e per avvedutezza anche la mia guida si
lascia perquisire, ma finalmente capisco dal suo sguardo cos'è un banlieusard.
Il mite Kamel infatti li avrebbe strangolati volentieri con le sue proprie mani.
Scopro così che anche il mio Kamel odia i poliziotti, i preti e anche "i
barbuti" che definisce "spioni di Allah". Anche lui, a 25 anni,
è un sognatore e un matto. Forse diventerà un violento.
(5 novembre 2005)

L'intervista allo storico Le Goff.
"L'odio è soprattutto rivolto
contro la società e contro uno dei suoi simboli di
successo"
"La rivolta di una generazione
che non ha più avvenire"
"Le colpe del governo sono enormi"
di PIETRO DEL RE
"Più che ai moti studenteschi del Sessantotto, la
violenza dei ragazzi di banlieue mi fa pensare alla rivolta dei Ciompi che vide
opporsi nella Firenze del Trecento i lavoratori tessili alla borghesia
cittadina", dice Jacques Le Goff, grande medievalista, raffinato scrittore
ed esperto conoscitore della storia d'Italia. "Mi vengono in mente anche le
sommosse dei chartists, durante i primi movimenti operai nell'Inghilterra appena
industrializzata". La conversazione di Le Goff spazia da jacqueries a
sanguinosissime repressioni, da insurrezioni a teste mozzate. Poi però il
celebre studioso comincia a sparare a zero sullo stato francese e sulle colpe
del suo massimo rappresentante, il presidente Jacques Chirac, che definisce una
"nullità politica". "Non è il governo di centrodestra che ha
creato la situazione attuale, ma è lui che l'ha aggravata".
Professor Le Goff, come si è giunti a questa crisi?
"È una situazione latente, che cova sotto le ceneri da
diversi anni. Perché è esplosa proprio adesso? Per via delle drammatiche
condizioni economiche, sociali e culturali in cui si trovano questi giovani che
non sono minimamente integrati e che non hanno avvenire".
Ma che cosa ha scatenato il caos?
"Vede, non è esatto sostenere che la polizia francese
sia interamente razzista, però è innegabile che tra le sue forze ci sia un
certo numero di uomini razzisti e violenti. Qualche giorno fa due giovani
banlieusards sono morti durante gli scontri: ebbene, il ruolo della polizia in
quell'incidente è rimasto oscuro. Poi ci sono state le dichiarazioni del
ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, che ha trattato questi giovani di
racaille (feccia, ndr). Quest'ultimo fatto ha modificato lo stato d'animo dei
rivoltosi, i quali adesso si sentono abbandonati e insieme disprezzati".
Quali soluzioni suggerisce per riportare la calma?
"Bisognerebbe anzitutto trovare un lavoro ai disoccupati
per integrarli in quella società che vorrebbero distruggere. Ma questo mi
sembra un obbiettivo difficilmente raggiungibile perché le politiche sociali
del governo francese sono disastrose".
Crede che le scuse del ministro Sarkozy, richieste sia da
parte dei rivoltosi sia dall'opposizione, servirebbero a placare gli animi?
"Credo che i problemi di rispetto e di disprezzo siano
fondamentali. Del resto, la ricerca del perdono è diventata una consuetudine
politica. Va di moda. Giovanni Paolo II ha chiesto scusa agli ebrei per le
persecuzioni subite durante l'inquisizione. Chirac, e questo è un punto sul
quale si è comportato correttamente, ha chiesto scusa per gli eccessi della
colonizzazione francese, soprattutto in Algeria. Molti europei esigono dai
turchi che questi chiedano scusa per il genocidio degli armeni. Detto ciò, non
credo che basterebbe un "mi dispiace" pronunciato da Sarkozy per
risolvere la crisi".
E allora come rispondere a tanta violenza?
"L'ostilità dei giovani è rivolta anzitutto contro la
polizia, poi contro il governo, infine contro l'insieme della società. È per
questo che, sia pure in modo inconsapevole, scatenano il loro odio contro uno
dei simboli del successo nella nostra società: l'automobile. L'atto simbolico
della rivolta è incendiare le macchine".
Quindi?
"Le colpe prima del governo Raffarin e poi di quello
Villepin sono enormi, poiché hanno fatto scomparire quelle strutture che
servivano a smussare le tensioni. Mi riferisco, per esempio, alla polizia di
quartiere che aveva anche il compito di discutere con i giovani. Oggi, nelle
banlieues esiste soltanto una "polizia di repressione". Sono stati
anche cancellati molti ruoli di mediazione. Penso a quegli operatori sociali
incaricati di far regnare una certa pace sociale creando forme di dialogo tra le
comunità".
Sono "organizzati" questi giovani, come
sostengono le autorità?
"Non credo. Si tratta piuttosto di fenomeni di contagio,
di imitazione, che fanno sì che le violenze si propaghino all'interno della
regione parigina".
Come andrà a finire?
"Sono ottimista e ma anche pessimista: ottimista perché
non credo che si arriverà a una violenza generalizzata; pessimista perché le
cause profonde del disagio di questi giovani dureranno ancora a lungo, almeno
fino al 2007, ovvero fino a quando al potere ci sarà Chirac. Fino a quella
data, lo stato sarà incapace di trovare soluzioni adeguate".
Da Rio a Nairobi e da Parigi a Roma? Crede che un giorno
non troppo lontano si parlerà di mondializzazione della violenza nelle
periferie?
"Può darsi. Ma al momento quello che accade nelle
favelas brasiliane è molto diverso da quanto accade nelle banlieues parigine.
Ma non possiamo escludere che queste differenze vadano assottigliandosi".
Non pensa che nell'era della televisione uno dei motivi
che spingono alla devastazione e al saccheggio sia quello di apparire in video?
"Sicuramente. Credo tuttavia che nelle periferie
parigine la violenza non sia un fine ma un mezzo: è lo strumento di
rivendicazione per portare i problemi di una generazione sulla pubblica
piazza".
(7 novembre 2005)

Il leader dell'Unione: "Le
nostre periferie sono una tragedia umana
e se non facciamo interventi seri avremo tante
Parigi"
Prodi: "Abbiamo le peggiori periferie
da noi è solo questione di tempo"
"Condizioni di vita pessime e infelicità anche dove
sono tutti italiani"
BOLOGNA - Romano Prodi invita a non sottovalutare
quanto sta succedendo nelle banlieues parigine. "Non crediamo di essere così
diversi da Parigi, è solo questione di tempo. Abbiamo le peggiori periferie
d'Europa" ha detto il leader dell'Unione affrontando il tema delle città
alla Fabbrica del programma di Bologna. "Le nostre periferie sono una
tragedia umana e se non facciamo interventi seri, sul piano sociale e con
l'edilizia, avremo tante Parigi. Ci sono condizioni di vita pessime e infelicità
anche dove sono tutti italiani".
Secondo Prodi "occorre assolutamente mettere mano
all'edilizia e ricostruire le reti di protezione sociale, altrimenti - ha
ripetuto - avremo tante Parigi dappertutto".
Riferendosi sempre al tema dell'immigrazione, Romano Prodi ha
poi spiegato che serve a suo parere rendere importante "con una cerimonia
solenne" il momento in cui gli immigrati, al termine di un percorso
d'integrazione attraverso la conoscenza della lingua italiana, delle istituzioni
e della storia del nostro Paese, nonché della Carta costituzionale, arrivino a
ottenere il titolo di cittadini italiani. "E' una mia mania, voglio la
festa della cittadinanza che si deve svolgere con una cerimonia solenne"
nei Comuni nei quali avviene questa integrazione.
(5 novembre 2005)

LA SCHEDA
Gli scontri nelle banlieues francesi
11 giorni di guerriglia e violenza
ROMA - E' cominciato tutto la notte tra il 27 ed il 28
ottobre scorso, quando nella periferia parigina di Clichy-du-Bois due ragazzi,
ritenendosi inseguiti dalla polizia in seguito ad un intervento degli agenti, si
sono rifugiati in una centralina elettrica e sono morti fulminati. Un inizio non
molto diverso da quello di "L'Odio", il film di Mathieu Kassovitz che
nel 1995 rifletteva con incredibile intelligenza sulla vita dei giovani
immigrati della banlieu parigina in un giorno di ordinaria violenza contro la
polizia.
Nella stessa notte del 27 ottobre sono cominciate proteste e
manifestazioni rapidamente intesificate e diffuse alle altre periferie della
capitale, fino anche agli altri centri. Un'escalation di violenza
impressionante.
28 ottobre. Dopo che il ministro dell'Interno, Nicolas
Sarkozy, aveva dichiarato che i due minorenni non erano inseguiti dalla polizia,
oltre 20 automobili vengono date alle fiamme da gruppi di giovani che infrangono
le vetrine di numerosi edifici pubblici e causano danni a stazioni di autobus a
Clichy-sous-Bois.
29 ottobre. I partecipanti agli scontri salgono a
circa 400 persone, la maggior parte delle quali giovani. Sette agenti di polizia
risultano feriti, e 14 giovani vengono fermati. Ma c'è anche una marcia
silenziosa in memoria dei due giovani rimasti uccisi che riunisce circa 500
persone.
30 ottobre. Altre automobili vengono incendiate a
Clichy-sous-Bois.
31 ottobre. Per la quarta notte consecutiva, si
registrano scontri. Sarkozy annuncia l'adozione di duri provvedimenti per
riportare la calma.
1 novembre. I provvedimenti non sortiscono alcun
effetto e per la prima volta la violenza si estende a tutte le periferie della
capitale francese. Sarkozy viene criticato all'interno dello stesso governo per
le dichiarazioni sull'ordine pubblico.
2 novembre. A causa dell'estendersi delle violenze ad
altri sobborghi in quattro dipartimenti vicino Parigi, il primo ministro,
Dominique de Villepin, è costretto a rimandare un viaggio in Canada.
3 novembre. I disordini continuano e si estendono ad
altre periferie. Ora, oltre alla capitale, sono interessati Digione ed altri
centri nel sud e nel nordest del paese. Centinaia le auto in fiamme.
4 novembre. Numerose automobili e autobus vengono
incendiati anche in città come Marsiglia, Digione, Le Havre oltre che nelle
periferie parigine. I politici dell'opposizione chiedono le dimissioni di
Sarkozy.
5 novembre. Oltre ai disordini registrati in quasi
tutte le regioni, a Evreux, vicino Parigi, infiammano scontri di piazza tra
polizia e giovani.
6 novembre per la prima volta dall'inizio degli
incidenti, il presidente Jacques Chirac interviene pubblicamente per proclamare
la priorità del ripristino della sicurezza e dell'ordine pubblico dopo una
sessione straordinaria del Consiglio Nazionale di Sicurezza a Parigi. Le molotv
colpiscono anche nel centro della Capitale.
7 novembre. Muore un pensionato aggredito 3 giorni
prima da un gruppo di giovani a Stains.
Il bilancio ad oggi è di 4700 veicoli sono stati dati alle
fiamme e 1220 persone fermate dalla polizia.
Enormi i danni causati anche agli edifici, esercizi
commerciali, scuole, biblioteche, edifici pubblici e privati.
Il primo ministro Dominique de Villepin annuncia che ai
prefetti verrà conferito il potere di imporre il coprifuoco. Ma esclude
l'intervento dell'esercito.
(7 novembre 2005)

COMMENTO
Come placare questo odio
di RENZO GUOLO
I BAGLIORI degli incendi che illuminano le notti francesi ci
mostrano i limiti dei modelli di integrazione degli immigrati sin qui adottati
in Europa. Gli attentati di Londra e l'assassinio di Teo Van Gogh hanno reso
evidente la crisi del multiculturalismo, sia in versione comunitarista
britannica, sia in quella olandese fondata sui pilastri confessionali. Nel
tentativo di riconoscere identità collettive nello spazio pubblico, entrambi lo
hanno trasformato in un reticolo di comunità non comunicanti. Ora è la volta
dell'edificio assimilazionista francese, basato su principi del tutto opposti, a
mostrare le sue crepe.
Superate le insidiose questioni poste dall'affaire del velo,
separando nettamente cittadinanza e identità religiosa, sfera privata e sfera
pubblica, la Francia si accorge che quel modello di stampo universalista, assai
generoso in termini di accesso alla cittadinanza e di affermazione
dell'uguaglianza formale, non è sufficiente a produrre integrazione tra i suoi
cittadini che vivono nelle periferie.
Non basta, insomma, concedere la cittadinanza se poi i
diritti che ne derivano non possono essere esercitati a causa di disuguaglianze
economiche e sociali che li vanificano di fatto. Contrariamente ai loro padri o
"fratelli maggiori", agli incendiaires di Aulnay o Clichy non è più
sufficiente l'essere francesi; essi chiedono di accedere a quello sportello
della modernità che per loro appare quasi sempre chiuso. Divenuti francesi, le
seconde o terze generazioni di giovani magrebini o africani che in queste notti
senza notte accendono roghi che credono purificatori, non si accontentano più
dell'esaltazione della loro uguaglianza formale. O di vedersi indicato a esempio
di integrazione riuscita quella nazionale di calcio, che vede militare nelle sue
file più figli di immigrati che di autoctoni.
La spirale dell'emarginazione che li avvolge, a volte
indolentemente coltivata dietro al mantenimento di identità etniche e tribali
tanto rassicuranti quanto riproduttrici di marginalità sociale; spesso
condizione obbligata per l'assenza di politiche pubbliche capaci di promuovere
integrazione e mobilità sociale ascendente, si trasforma così in odio.
Quell'odio che ci aveva mostrato già dieci anni fa nel suo film Kassowitz
titolato, non a caso, La haine.
Un vero e proprio pugno nello stomaco profetico per gli
spettatori. Un sentimento, quello dell'odio, sfociato in gesta criminogene, in
forme di jacquerie urbana alimentate non solo dai disperati senza futuro ma,
anche, dalla delinquenza di quartiere decisa a regolare i conti con la
tolleranza zero di Sarkozy. Una rivolta che si estende ormai fuori dai quartieri
che le stesse istituzioni hanno lasciato diventare "no go areas",
spazi urbani e sociali in cui fare rapide incursioni di polizia lasciati poi
sostanzialmente a sé stessi. Rivolta che si allarga alle periferie dell'intero
Esagono.
Destinata a scavare un'ulteriore barriera tra la Francia, non
solo quella profonda, e gli immigrati; a dare fiato alla xenofobia mai troppo
latente. I suoi protagonisti non chiedono un diverso sistema politico ma
l'accesso al mercato dei consumi; lavori meno precari, la fine della
coabitazione claustrofobica nei quartieri ghetto. Insomma il loro sogno non è
far riemergere la vecchia talpa che scava in nome dell'unità dei "nuovi
dannati della terra", quanto quell'inclusione che nemmeno il modello
renano, ormai insidiato nelle fondamenta dalla crisi fiscale dello stato e
dall'ideologia dello stato minimo, sembra più poter assicurare.
Nella periferizzazione delle periferie hanno giocato un ruolo
essenziale fattori come la concentrazione urbana in alcuni quartieri dei gruppi
etnici; un modello educativo pencolante tra un concreto tribalismo etnico e
familiare e quello veicolato astrattamente dalla scuola assimilazionista; una
marginalità che si è riprodotta, se non con poche eccezioni, anche sul terreno
scolastico: generando così ulteriore marginalità.
Condizionamento ambientale, impossibilità di uscire dal
ghetto spaziale e culturale, qualità dei servizi pubblici, tutto ha riprodotto
quella separatezza dalla quale molti sembrano ormai convinti che non resti che
separarsi. Da questa disperata rinuncia nasce quel processo che in Francia ha
visto, in questi anni, il totale abbandono della banlieu da parte dello Stato,
delle forze politiche, dell'associazionismo.
Ripensare l'integrazione diventa, dunque, un passo necessario
per garantire la pace sociale in una società ormai senza rete. Il caso francese
mostra che la sola concessione della cittadinanza formale, senza politiche
sociali di sostegno che colmino il gap nelle opportunità di accesso non può
placare l'odio dei nuovi casseurs. Non sarà una maglia con il nome di Thuram o
Vieirà sulle spalle a rimettere in forma l'immaginario collettivo dei giovani
che languono lungo i marciapiedi di Barbés. Lo scarto tra responsabilità, e
scelta, individuale e vincoli di sistema appare troppo grande per essere
superato da soli.
Senza un intervento pubblico che affronti questi temi non
solo la Francia ma l'intera Europa è destinata a diventare nei prossimi anni
palcoscenico delle nuove rivolte dell'odio. Sbaglia chi ritiene che dietro a
esse vi siano gruppi islamisti. Ma quelle organizzazioni islamiste che in queste
ore hanno fatto da "pompiere" per spegnere l'incendio sociale, hanno
esercitato nella circostanza una supplenza istituzionale; occupando il vuoto
lasciato da partiti e istituzioni. Un'azione che darà loro un prestigio che non
sarà facile ridimensionare.
E che farà transitare in quelle file quanti cercheranno
nella strada della reislamizzazione identitaria delle comunità immigrate un
antidoto non solo alla microcriminalità, la droga e il carcere ma anche alla
marginalità sociale. Una vera politica di integrazione diventa dunque
indispensabile prima che la polarizzazione sociale si trasformi, anche, in
irriducibile scontro sui valori.
(7 novembre 2005)

Con la notte riprendono gli scontri:
gravi due poliziotti a Grigny
Oltre mille auto distrutte, più di trecento le persone
arrestate
Francia, spari contro gli agenti
Chirac: "Riportare l'ordine"
PARIGI - "Ristabilire l'ordine è la prima
priorità" dichiara il presidente della Repubblica francese Chirac, dopo la
decima notte di incidenti, al termine di un vertice straordinario per la
sicurezza.
Ma il suo monito sembra cadere nel vuoto: a Grigny, nel sud
di Parigi, un gruppo di teppisti ha aperto il fuoco contro la polizia. Feriti da
colpi di fucile dieci agenti, due in modo grave. Altri 200 giovani hanno
lanciato pietre: contusi alcuni poliziotti.
Il primo ministro francese Dominique de Villepin, convocato
dal presidente per un vertice sulla sicurezza, ha annunciato nelle banlieue
"rinforzi delle forze di sicurezza". E già oggi sette elicotteri
muniti di fari hanno sorvolato i quartieri a rischio intorno a Parigi, dove sono
già stati dispiegati 2300 poliziotti.
Ma nonostante gli appelli del presidente Chirac e del primo
ministro de Villepin, al calar della notte sono ripresi gli atti di vandalismo
in diverse città francesi. A Nantes, Orleans e Rennes sono stati dati alle
fiamme veicoli parcheggiati e cassonetti della spazzatura, mentre a Tolosa la
polizia ha dovuto usare bombolette di gas lacrimogeni per respingere una folla
di giovani che lanciavano sassi e bottiglie contro gli agenti. Un funzionario
della polizia di Tolosa ha riferito che a differenza delle notte precedenti
"queste persone sembrano cercare lo scontro con la polizia e ci
attaccano".
Le priorità di Chirac. Il presidente francese, nel
suo primo intervento pubblico dall'inizio della crisi, il 27 settembre, ha detto
che "l'ultima parola deve tornare ad essere quella della legge".
Chirac ha detto anche che "chi vuole seminare violenza o paura sarà preso,
giudicato e punito". "Ma - ha proseguito - comprendiamo bene anche che
l'evoluzione delle cose presuppone il rispetto di tutti, la giustizia e
l'eguaglianza delle opportunità. E siamo totalmente determinati ad andare su
questa strada e proseguire lo sforzo impegnato in questo campo". "C'è
però una precondizione, una priorità: si tratta del ripristino della sicurezza
e dell'ordine pubblico", ha concluso il presidente.
Sabato di violenza. Quasi 1.300 automobili distrutte
(554 fuori dalla regione parigina) e 312 persone fermate: queste le cifre della
decima notte di violenze nei sobborghi parigini e in provincia. Si tratta del
bilancio più consistente dall'inizio degli scontri. La rivolta si è ormai
estesa ad altre città della Francia e, per la prima volta, ha colpito nel
centro della capitale: a Place de la Republique è stata gettata una bottiglia
molotov, quattro vetture hanno preso fuoco. Incendi di automobili e cassonetti
in varie città, da Nantes a Rennes a Rouen, e anche a Lione e a Tolosa: qui,
alle 23 di sabato, i vigili del fuoco avevano già risposto a una trentina di
chiamate per roghi.
La polizia ha fatto irruzione in uno stabile di Evry: in due
cantine erano nascoste circa 150 bottiglie molotov, 60 litri di benzina e
passamontagna. Sei minori, fra i 13 e i 16 anni, sono stati fermati mentre
cercavano di scappare.
A Corbeil-Essonnes, nell'area a sud di Parigi, un'auto è
stata usata come ariete per sfondare l'ingresso di un ristorante della catena
McDonald: gli occupanti della vettura hanno poi incendiato il locale, provocando
il crollo del soffitto. A Drancy invece, nella banlieue nord di Parigi, due
ragazzi di 14 e 15 anni che tentavano di incendiare un camion sono stati
bloccati dagli abitanti del quartiere e consegnati alla polizia. Una molotov è
stata lanciata contro una sinagoga a Garges-les-Gonesse: il rabbino locale si è
rifiutato di fare commenti "per non gettare olio sul fuoco".
Il bilancio fino a oggi. Circa 3500 veicoli
incendiati, la maggioranza nella regione parigina. 800 i fermati, il più
piccolo ha 17 anni: circa cento già finiti sotto processo, venti i condannati.
2300 i poliziotti impegnati.
(6 novembre 2005)
Una donna su un autobus è stata
cosparsa di benzina prima che il mezzo
fosse bersagliato con bottiglie molotov. Per la polizia
è tentato omicidio
Disabile ustionata negli scontri
Linea dura del governo, 78 arresti
Parigi, ancora una notte di violenze nelle periferie: a
fuoco 519 veicoli
PARIGI - Sempre più gravi le conseguenze delle
violenze nelle "banlieues" di Parigi: nell'ottava notte consecutiva di
disordini sono state incendiati 519 veicoli. Il governo francese è deciso a
ristabilire l'ordine e a mettere fine alle violenze, esplose nelle periferie
multietniche in seguito alla morte di due giovani, folgorati in una cabina
elettrica dove si erano nascosti per sfuggire alla polizia.
Il primo ministro Dominique de Villepin ha definito ieri
questi atti di guerriglia urbana "inaccettabili", ma al momento le sue
dichiarazioni non hanno fermato le violenze. Quello della scorsa notte è il
bilancio più grave nella rivolta che va avanti da oltre una settimana: 519 auto
incendiate e 78 arresti nell'ottava notte di scontri alla periferia di Parigi,
che si sono estesi per la prima volta anche ad altre città francesi. La
speranza che la festa per la fine del Ramadan potesse placare gli animi dei
giovani immigrati, per lo più musulmani di origine nordafricana, è andata
delusa.
Emergono intanto dettagli sui fatti avvenuti nei giorni
scorsi. L'episodio più sconcertante a Sevran, a nord di Parigi: una donna
handicappata di 56 anni che viaggiava in autobus è stata cosparsa di benzina da
un giovane prima che il mezzo fosse bersagliato con bottiglie molotov. La donna,
che non era riuscita a fuggire come gli altri passeggeri, è stata salvata
dall'autista. E' ricoverata con ustioni di secondo e terzo grado sul 20 per
cento del corpo. "I ragazzi - ha spiegato la polizia - volevano bruciare
delle persone. E' un tentativo di omicidio". Dopo l'attacco all'autobus, i
giovani responsabili hanno continuato la loro opera distruttrice dando alle
fiamme il centro sociale di Sevran.
Ieri notte a Trappes, nella
"banlieue" a ovest di Parigi, è stato dato alle fiamme un deposito di
autobus e 27 veicoli sono andati distrutti tra esplosioni e fiamme alte decine
di metri. Ma gli incidenti più gravi si sono registrati ancora una volta a
Seine-Saint-Denis, il dipartimento a nord-est della Ville Lumiere dove è nata
la rivolta: cinque negozi dati alle fiamme, lancio di bottiglie molotov e
sassaiole contro municipi, commissariati, stazioni dei vigili del fuoco e
scuole, 150 vetture date alle fiamme.
Cinque poliziotti (ne erano stati schierati 1.300 solo a
Seine-Saint-Denise) sono rimasti feriti nel lancio di pietre e oggetti in vari
quartieri. Un vigile del fuoco ha riportato ustioni al volto. E la peggiore
rivolta delle "banlieues" dagli anni 80 continua ad allargarsi:
incidenti si sono verificati anche a Digione, nella Francia orientale, a
Marsiglia, nel sud, e in Normandia, a nord.
La risposta politica a una crisi che sta mettendo a dura
prova la credibilità del presidente Jacques Chirac oscilla tra la tolleranza
zero del ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, e la linea di dialogo del
premier Dominique de Villepin che ha promesso un piano d'azione per
"trovare le giuste soluzioni" ai problemi dei giovani delle periferie
degradate.
(4 novembre 2005)
LA STORIA
La banlieue parigina in fiamme
di TAHAR BEN JELLOUN
NON È la prima volta che dei giovani delle periferie
francesi si rivoltano. Non si tratta di "ribelli senza causa":
reagiscono di fronte a un dramma o a un'ingiustizia macroscopica come quella che
si è verificata a Clichy il 27 ottobre, quando due giovani minorenni inseguiti
dalla polizia sono morti folgorati. Certo, si è trattato di un incidente, ma se
gli agenti della polizia non si fossero lanciati all'inseguimento non sarebbe
successo. Questo tragico avvenimento è stato il detonatore di una rivolta che
ha le sue radici in una storia che la Francia fatica a scrivere, a riconoscere e
a inserire nell'immaginario collettivo.
Questa volta sono esplose le tensioni politiche e sociali, e
non solo a Clichy-sous-Bois. Nel giro di qualche giorno sono state incendiate un
centinaio di automobili, una settantina delle quali nel dipartimento della
Seine-Saint-Denis, che non era direttamente coinvolto dal dramma del 27 ottobre.
Ci sono stati feriti in entrambi i campi, sono state pronunciate condanne nei
confronti di tre giovani e altri aspettano in prigione di essere giudicati.
Al centro di questa rivolta, la rabbia di una gioventù
francese figlia dell'immigrazione. Una gioventù povera, mal considerata e
tenuta sotto sorveglianza dalla polizia. Infatti il ministro degli interni
Nicolas Sarkozy tiene a dimostrare ai Francesi di essere lui a garantire la loro
sicurezza. È lui a dar prova di fermezza e qualche volta si spinge anche oltre,
con minacce dirette ai giovani. Ed è sempre lui che ha usato l'espressione
"pulire col Karcher" (una marca di idropulitrici professionali, ndt)
il rione di Courneuve, un sobborgo difficile. Subito prima del dramma di Cliché,
la notte del 25 ottobre Sarkozy era andato ad Argenteuil e aveva chiamato
"plebaglia" i giovani in agitazione.
Questo modo di fare e soprattutto le parole che usa provano
che Sarkozy non sa dominarsi o che vuole lanciare dei messaggi agli elettori
dell'estrema destra in prospettiva delle elezioni presidenziali del 2007. Come
gli piace affermare: "Io non faccio discorsi: io agisco e vado sul
campo".
Questo ha fatto dire ad Azouz Begag, ministro delegato alle
pari opportunità: "non è privo di interesse osservare che due ministri
non hanno la stessa Francia nel mirino". Azouz Begag si è opposto ai
metodi e al linguaggio di Sarkozy senza che il primo ministro trovasse da
ridire. Semplicemente perché Azouz Begag conosce perfettamente i giovani dei
sobborghi: è nato nella zona di Lione e sa di che cosa soffrono quei giovani
che la Francia non ha saputo vedere né riconoscere. Ogni volta che si
esprimono, gli mandano contro la polizia. Quei giovani non sono degli stranieri,
non sono degli immigrati, sono Francesi declassati, con il destino minato dalla
povertà, da un habitat malsano e da una storia che è diventata un handicap.
Sono Francesi di seconda categoria perché nati da genitori immigrati, perché
non sono proprio bianchi di pelle e non vanno bene a scuola.
Appena il 5% dei figli di immigrati riescono ad arrivare
all'università. Gli altri vengono scoraggiati dalla nascita; alcuni se la
cavano, altri si lasciano tentare dalla deriva della delinquenza. Sanno di non
essere accettati, sanno che il colore della loro pelle, le loro origini, la loro
condizione non gli permetteranno di accedere alle scuole migliori o di avere una
carriera professionale normale.
Il 26 ottobre, Nicolas Sarkozy ha organizzato al ministero un
convegno sulla "discriminazione positiva alla francese" per lottare
contro il razzismo nelle assunzioni o semplicemente nelle scuole. Mi ha chiesto
di fare il discorso d'apertura del convegno. Io non sono d'accordo con la
discriminazione, sia essa positiva o negativa; ho sostenuto l'idea che bisogna
lavorare sull'opinione pubblica perché i Francesi accettino questa nuova realtà:
la Francia è un paese il cui panorama umano è cambiato, il suo avvenire sarà
nella mescolanza di diversi colori, di diversi sapori e di spezie diverse. Ho
dimostrato che non è necessario ricorrere ai curricula anonimi. Al contrario,
il funzionario dello Stato francese deve sapere che la persona che si è
presentata da lui per ottenere un lavoro si chiama Mohamed, è francese e va
considerata solo per le sue capacità. Altrimenti si farebbe una concessione al
razzismo.
Ma il ministro ha fretta; vuole lanciare delle formule e
andare sul campo per impressionare i Francesi, perché sta già facendo la sua
campagna elettorale.
La repressione non risolve il problema di questi giovani,
anzi, li provoca e li spinge verso una rivolta più grande. Occorre una nuova
politica, una politica che riconosca la realtà e si impegni a integrare questa
popolazione nell'avvenire del paese, perché questi giovani lo proclamano e lo
reclamano: il loro paese è la Francia. Ma non sempre la Francia li ascolta.
traduzione di Elda Volterrani
(3 novembre 2005)
Bande di giovani hanno dato alle
fiamme due autobus e decine di automobili in nove quartieri a Nord e a Est della
capitale francese. Spari contro i poliziotti
Settima notte di scontri a Parigi
Sarkozy va nella zona della guerriglia
Il ministro dell'Interno ha partecipato a una riunione
per fare il punto
della situazione con il prefetto Jean-François Cordet,
nella zona Nord della città
PARIGI - Settima notte consecutiva di guerriglia
urbana nelle banlieue di Parigi, dove bande di giovani hanno dato alle fiamme
due autobus e decine di automobili in nove quartieri a Nord e a Est della
capitale francese, dove è molto forte la presenza delle minoranze africane e
maghrebine.
Il ministro dell'Interno francese Nicolas Sarkozy si è
recato nella notte a Seine-Saint-Denis, nella periferia Nord di Parigi. Sarkozy
ha visitato la sala operativa (Sic) della Direzione dipartimentale della
sicurezza pubblica e, accompagnato dal direttore generale della polizia
nazionale Michel Gaudin, ha partecipato a una riunione di lavoro per fare il
punto della situazione con il prefetto Jean-François Cordet, il direttore
dipartimentale Jacques Méric e il responsabile delle forze d'intervento
Christian Lambert.
La violenza, che ha anche preso di mira un centro commerciale
a Bobigny, e una scuola elementare, è continuata in barba alla presenza di
centinaia di poliziotti. Il bilancio provvisorio della notte annovera almeno 40
auto, due autobus e innumerevoli cassonetti dei rifiuti distrutti.
Secondo quanto si è appreso, durante le violenze, a
Courneuve, i poliziotti sono stati fatti segno di "colpi d'arma da fuoco
che non hanno fatto vittime".
I tumulti, scatenati giovedì scorso dopo la morte di due
ragazzini di Clichy-sous-Bois, fulminati in una cabina dell'elettricità mentre
fuggivano dalla polizia, si sono rapidamente estesi e sono saliti in questi
giorni in cima all'agenda del governo. Il primo ministro, Dominique de Villepin,
ha promesso di riportare l'ordine e la legalità ma ha le mani in parte legate
da disaccordi fra i ministri proprio sul da farsi per contrastare la rivolta.
In primo piano c'è soprattutto la rivalità fra il premier e
il ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy, che ha recentemente definito i
rivoltosi "canaglie", attirandosi critiche dai media, dall'opposizione
e da altri colleghi nel governo.
(3 novembre 2005)
Da giovedì le "banlieue" in rivolta per la
morte di due minorenni
Chirac, appello alla calma: "La legge deve essere
rispettata"
Periferie di Parigi senza pace
un'altra notte di roghi e violenze
Il premier de Villepin ha rinviato la sua prevista visita
in Canada
PARIGI - Una caserma dei pompieri data alle fiamme,
180 veicoli dati alle fiamme, decine di cassonetti dell'immondizia incendiati e
duri scontri tra teppisti e polizia. E' questo il bilancio della sesta notte di
violenza nelle periferie parigine, dopo che giovedì scorso due minorenni sono
morti a Clichy-sous-Bois finendo carbonizzati in una centralina elettrica mentre
fuggivano convinti di essere inseguiti dalla polizia.
Il premier Dominique de Villepin si presenta oggi per la
prima volta sul tema davanti al Parlamento. De Villepin ha detto che si tratta
di eventi "gravissimi" ed ha annunciato che la sua prevista visita in
Canada viene rinviata perchè il governo resta "completamente
mobilitato" sulla rivolta nelle periferie.
Agli atti vandalici e al lancio di pietre di bande di giovani
delle "banlieue", la polizia ha reagito sparando con gas lacrimogeni e
bombe accecanti. "La notte è agitata", ha ammesso stanotte un
portavoce della prefettura di Seine-Saint-Denis. In questo dipartimento, teatro
nei giorni scorsi degli scontri più violenti, la calma è tornata verso l'1:30,
dopo una decina di fermi.
Il presidente francese, Jacques Chirac, ha rivolto un appello
alla calma: "La bufera deve placarsi. La legge deve essere rispettata in
uno spirito di dialogo e rispetto". Chirac non era ancora intervenuto sulle
violenze scoppiate nei quartieri islamici, per la prima volta, martedì scorso.
Il ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, ha aperto martedì
sera al ministero "un tavolo negoziale", cui partecipano una trentina
di funzionari locali e rappresentanti dei giovani manifestanti, per favorire il
ritorno della calma nelle periferie, ma per il momento i risultati del tentativo
di mediazione appaiono scarsi.
(2 novembre 2005)