la zanzara

 

La zanzara Nel 1965, a Milano il liceo classico Parini è la scuola dei figli della borghesia illuminata della città, con un numero chiuso di 900 studenti. La maturità con la media del sette ufficiosamente vale l’ammissione alla Normale di Pisa. Gli studenti gestiscono un mensile dal titolo La Zanzara fin dal 1945. Studente della terzo liceo, uno degli animatori della testata, Walter Tobagi, commissiona a due studenti di 15 anni, Marco Sassano (figlio del direttore de L’Avanti!) e Claudia Beltramo Ceppi (figlia del primo questore di Milano dopo la Liberazione) un’inchiesta sulla «condizione femminile». Tra i temi che emergono dall’inchiesta tra le studentessse del Parini: liceità dell’amore libero prima del matrimonio; le possibilità delle donne nel mondo del lavoro; l’uso dei preservativi; la pianificazione familiare; la scelta tra matrimonio civile e matrimonio religioso. L’inchiesta sulla Zanzara (direttore lo studente Marco De Poli) viene denunciata dal gruppo cattolico Gioventù studentesca fondato da don Luigi Giussani. Il Corriere Lombardo sollecita l’intervento della magistratura e la procura di Milano affida un’inchiesta al sostituto procuratore Pasquale Carcasio che fa interrogare i ragazzi dal capo della squadra mobile, il commissario Grappone famoso per aver arrestato il bandito Lutring detto «il solista del mitr». Carcasio convoca Sassano, De Poli e Beltramo Ceppi in Procura dove, alla presenza di un medico, impone ai due maschi di spogliarsi per esaminare i loro genitali e, secondo lui, da questo la loro «capacità di intendere e volere». I due ragazzi vengono umiliati. Per evitare la successiva umiliazione alla loro compagna, dopo la visita fuggono tutti e tre dal palazzo di Giustizia e si rifugiano nel vicino studio dell’avvocato Giandomenico Pisapia. Scoppia il caso per cui, per la prima volta, ragazzi cominciano a protestare nelle strade (le ultime manifestazioni scolastiche erano state, nove anni prima, per Trieste libera e italiana). Il caso viene avocato dal procuratore generale Oscar Lanzi che rinvia a giudizio gli studenti per «stampa oscena», «corruzione di minorenni», «stampa illegale», insieme al preside del Parini, Daniele Mattalia (che ha solidarizzato con gli studenti) e alla tipografa Aurelia Terzaghi. Gli studenti sono difesi da un collegio di avvocati che comprende Pisapia, Smuraglia, Sbisà, Delitala, Dall’Ora e Presti. Giudice è il presidente del Tribunale Luigi Bianchi d’Espinoza, un simbolo della Milano democratica. Magistrato di larghe vedute, ricchissimo, che arriva al palazzo di giustizia accompagnato da un autista in guanti di pelle di daino. All’apertura del processo, diecimila studenti milanesi si affollano davanti al palazzo. Quattrocento giornalisti accreditati, tra cui otto giapponesi. Il procuratore Lanzi nella sua requisitoria tuona contro la fine dell’ordine e paventa l’avvento di una società «della futura pillola» e alla fine getta la toga. Il primo aprile 1966 Bianchi d’Espinoza assolve tutti, ma prima convoca i tre studenti e raccomanda loro di non montarsi la testa per la popolarità che ormai li circonda. New York Times e Le Monde pubblicano in prima pagina la sentenza, «segno di grande cambiamento in Italia». Marco Sassano ha poi fatto il giornalista, prima all’Avanti e poi al Giorno, inviato di giudiziaria. Laura Beltramo Ceppi fa l’architetto a Firenze. Marco De Poli, leopardista, oggi fa informazione televisiva indipendente, con sua moglie Giovanna. Walter Tobagi, diventato giornalista e inviato del Corriere della Sera, nel 1980 viene ucciso da un gruppo di studenti milanesi di buona famiglia che con quell’omicidio vogliono accreditarsi nelle Brigate rosse.