La lettura de L’uomo precario di
Arriola e Vasapollo può fornire agli operatori della Salute mentale,
psicologi e psichiatri, uno spunto per guardare all’attuale situazione
lavorativa di molte donne e uomini con un occhio globale differente da
quello cui la routine quotidiana co-stringe. Uno sguardo d’insieme che
fa cogliere molte situazioni comuni tra loro e che possono far cadere
ancora una volta nel tranello della novità nosologica da un lato, o
della condizione psichica reattiva alla condizione di stress,
dall’altro, senza considerare, o trascurando, un orizzonte
antropologico verso cui dirigersi per recuperare fino in fondo la
significazione umana di tali disagi. L’esperienza di lavoro nei
servizi territoriali fa incontrare quotidianamente non solo i casi
cosiddetti più gravi, affetti da problematiche
psicologiche/psichiatriche incompatibili con una normale vita di
relazioni familiari, sociali, lavorative ecc., ma anche persone con
disagi più lievi, persone che hanno famiglia, a volte titolo di studio.
Tali casi invitano a considerare che una situazione lavorativa stabile
sarebbe senz’altro di maggiore giovamento al loro equilibrio psichico.
Una seconda considerazione riguarda il diritto di una persona, più
vulnerabile dal punto di vista psichico, a non sentire il proprio
problema come un ostacolo concreto, un requisito sfavorevole alla
stabilità del proprio lavoro. Infatti, ad un lavoratore del nuovo
mercato globale sono richiesti dei requisiti di personalità
fondamentali per la sua sopravvivenza lavorativa e per la sua carriera:
l’adattabilità e la flessibilità. “Nei paesi centrali a
capitalismo maturo si conferma l’omogeneità tendenziale dei
lavoratori e del lavoro, con la riduzione progressiva della divisione
tra lavoro manuale ed intellettuale, che annulla le differenziazioni
basate sul titolo di studio; un lavoro (...) che esige tanto dai
lavoratori regolari quanto dai precari un’adattabilità a qualsiasi
esigenza del processo produttivo.”1 Richard Sennet, d’altro canto,
analizzando lo scenario della flessibilità lavorativa ed osservando con
sensibilità le conseguenze ricadenti sulle biografie, sulle vite
personali, definisce in questo modo l’altro requisito: “la
flessibilità - scrive - indica sia la capacità dell’albero di
resistere ad una forza, sia quella di tornare alla situazione
precedente. Dal punto di vista ideale, il comportamento umano dovrebbe
avere le stesse caratteristiche: sapersi adattare al mutare della
circostanze senza farsi spezzare.”2 Flessibilità e adattabilità a
prima vista fanno pensare alla capacità d’apertura al cambiamento,
alla libertà di agire e di scegliere seguendo la propria indole; in
realtà rappresentano risposte a situazioni in cui si rischia di
rimanere in balia degli eventi, dovuti, in questo caso, alla precarietà
della realtà lavorativa. Diventa necessario essere flessibili ed
adattabili, non per proprio piacere, ma per la sopravvivenza del proprio
impiego. Quando un lavoratore, per motivi che rispondono esclusivamente
a leggi produttive o di mercato, è declassato o non si vede
riconosciuto nelle proprie attitudini, subisce, sul piano psicologico,
nella sua configurazione identitaria, un vero e proprio trauma, spesso
sottovalutato se non del tutto ignorato: l’identificazione lavorativa,
l’autostima, il sistema delle sue motivazioni, l’organizzazione
delle sue personali sicurezze vengono meno. Ciò crea una “situazione
sociale marcata dal malessere del lavoro, dal timore di perdere il
proprio posto di lavoro e non poter tornare ad avere più una vita
sociale, e di dover impegnare la vita solo nel lavoro e per il lavoro,
con l’angoscia legata alla coscienza di un’evoluzione tecnologica
che non risolve le necessità sociali. È un processo che rende precario
tutto il vivere sociale.”3 “Questa condizione di precarizzazione, di
rischio e d’incertezza che investe ogni forma di lavoro e dentro cui -
citando Bauman - anche la posizione più privilegiata può rivelarsi
meramente temporanea e fino ad ulteriore comunicazione”4, conduce a
sentimenti dove “l’angoscia abbandonica, d’insicurezza strutturale
e la disseminazione di paure fondano l’insorgere di un malessere senza
nome, proteiforme, volubile e variabile rispetto a cui anche
l’ottimismo farmacologico più aggressivo è costretto a cedere le
armi.”5 Le paure, rispetto all’angoscia, permettono di elaborare
strategie di difesa più o meno consapevoli. La paura di perdere il
lavoro, di fallire anche dal punto di vista della vita familiare e
sociale, di invecchiare, vale a dire di raggiungere un’età in cui il
contratto non può essere rinnovato, fa nascere nei lavoratori un senso
d’impotenza nella possibilità di rivendicare miglioramenti nelle loro
condizioni di salario o retributive, perché in questo caso il loro
contratto rischia molto probabilmente di non essere più rinnovato. Ciò
mette in condizione di accettare molti compromessi che finiscono quasi
per annullare nelle persone la coscienza di sé, dei propri diritti.
Altre volte il senso d’impotenza e di disagio non riaffiorano, per
meccanismi di difesa più inconsapevoli. Ci si uniforma così alla nuova
“etica lavorativa”6 si tende a far propri i valori aziendali: Questa
vita non è fatta “per i cocchi di mamma, i signorini viziati e gli
egocentrici... per durare bisogna farsi il mazzo, affrontare emergenze
ed esami”7. Tali strategie più inconsapevoli sono più preoccupanti
di una manifestazione di sofferenza lucida, dolorosa, ma che lascia
aperta la possibilità che nasca una reazione, un desiderio vitale di
cambiamento. Lo stato d’allarme permanente, il presentimento di
pericoli incombenti, fanno insorgere “forme allarmanti
d’insicurezza, instabilità emotiva, di stress8, alla base di quella
classica forma, comunemente riferita, di esaurimento nervoso, che in
seguito molto probabilmente potrà essere la causa del peggioramento
delle sue condizioni lavorative. Una delle manifestazioni più frequenti
dal punto di vista psichiatrico del cosiddetto esaurimento nervoso è la
depressione. La depressione psichica, intesa come categoria nosologica,
è una sindrome, un processo patologico che non può essere spiegata
solo da semplici fenomeni biologici. Può rappresentare una reazione
normale ad un avvenimento molto doloroso (un lutto, una separazione, un
trauma legato al lavoro). Ma il prolungarsi delle cause favorisce il
prolungarsi dello stato emotivo e quindi, può sfociare nella patologia
o, in alcuni casi, manifestare quegli aspetti dello stato d’animo
malinconico rappresentati non solo dalla tristezza, dal rimorso o dalla
paura, ma da una sorta di catastrofe psichica che sconvolge il soggetto
nella profondità del suo essere. La depressione inoltre, dal punto di
vista dello studio sui disagi lavorativi, non va considerata solo come
un disturbo psichico, una malattia che può colpire un soggetto, ma come
una situazione esistenziale in cui nella vita ci si può ritrovare e che
inevitabilmente riporta ad uno specifico stato d’animo, così come il
forte calore provocato da una temperatura ambientale alta può rievocare
la sensazione di calore caratteristica della febbre. Nella depressione,
oltre al calo del tono dell’umore, dal punto di vista clinico si
riscontrano: * Psichiatra, docente e membro fondatore della “Scuola Sperimentale per la formazione alla psicoterapia ed alla ricerca nel campo della scienze umane applicate”, ASL/NA1. 1 Arriola J. Vasapollo L., L’uomo precario, Jaka Book, Milano 2005, p. 137. 2 Sennet Richard, L’uomo flessibile, Feltrinelli, Milano2001, p. 45. 3 Arriola J. Vasapollo L., op. cit., p. 140. 4 Bauman Zygmunt, Modernità liquida, Laterza, Bari-Roma 2002. 5 Curcio Renato, Il dominio flessibile, Sensibili alle foglie, Dogliani 2003, p. 49. 6 Sennet Richard, op. cit., p. 99. 7 Ivi, p. 39. 8 Curcio Renato, op. cit., p. 50. 9 Galimberti Umberto, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano1999, p. 253. 10 Ibidem. 11 Galimberti U., op. cit. p. 256. 12 Minkowski E.,Il tempo vissuto, Einaudi, Torino 1971, p. 89. 13 Galimberti Umberto, op. cit., p. 258. 14 Galimberti Umberto, op. cit., p. 261. 15 Curcio Renato, op. cit., p. 79. 16 Arriola J. Vasapollo L., op. cit. p. 156. 17 cfr. Dolto Françoise, La cause des adolescentes, R. Laffont, Marzo 1988; trad.it. Adolescenza, Mondadori, Milano 1990. 18 Sennet Richard op. cit. p. 148.
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