La solitudine esistenziale dell’uomo precario

GIULIA SAGLIOCCO

 

 

 

 

La lettura de L’uomo precario di Arriola e Vasapollo può fornire agli operatori della Salute mentale, psicologi e psichiatri, uno spunto per guardare all’attuale situazione lavorativa di molte donne e uomini con un occhio globale differente da quello cui la routine quotidiana co-stringe. Uno sguardo d’insieme che fa cogliere molte situazioni comuni tra loro e che possono far cadere ancora una volta nel tranello della novità nosologica da un lato, o della condizione psichica reattiva alla condizione di stress, dall’altro, senza considerare, o trascurando, un orizzonte antropologico verso cui dirigersi per recuperare fino in fondo la significazione umana di tali disagi. L’esperienza di lavoro nei servizi territoriali fa incontrare quotidianamente non solo i casi cosiddetti più gravi, affetti da problematiche psicologiche/psichiatriche incompatibili con una normale vita di relazioni familiari, sociali, lavorative ecc., ma anche persone con disagi più lievi, persone che hanno famiglia, a volte titolo di studio. Tali casi invitano a considerare che una situazione lavorativa stabile sarebbe senz’altro di maggiore giovamento al loro equilibrio psichico. Una seconda considerazione riguarda il diritto di una persona, più vulnerabile dal punto di vista psichico, a non sentire il proprio problema come un ostacolo concreto, un requisito sfavorevole alla stabilità del proprio lavoro. Infatti, ad un lavoratore del nuovo mercato globale sono richiesti dei requisiti di personalità fondamentali per la sua sopravvivenza lavorativa e per la sua carriera: l’adattabilità e la flessibilità. “Nei paesi centrali a capitalismo maturo si conferma l’omogeneità tendenziale dei lavoratori e del lavoro, con la riduzione progressiva della divisione tra lavoro manuale ed intellettuale, che annulla le differenziazioni basate sul titolo di studio; un lavoro (...) che esige tanto dai lavoratori regolari quanto dai precari un’adattabilità a qualsiasi esigenza del processo produttivo.”1 Richard Sennet, d’altro canto, analizzando lo scenario della flessibilità lavorativa ed osservando con sensibilità le conseguenze ricadenti sulle biografie, sulle vite personali, definisce in questo modo l’altro requisito: “la flessibilità - scrive - indica sia la capacità dell’albero di resistere ad una forza, sia quella di tornare alla situazione precedente. Dal punto di vista ideale, il comportamento umano dovrebbe avere le stesse caratteristiche: sapersi adattare al mutare della circostanze senza farsi spezzare.”2 Flessibilità e adattabilità a prima vista fanno pensare alla capacità d’apertura al cambiamento, alla libertà di agire e di scegliere seguendo la propria indole; in realtà rappresentano risposte a situazioni in cui si rischia di rimanere in balia degli eventi, dovuti, in questo caso, alla precarietà della realtà lavorativa. Diventa necessario essere flessibili ed adattabili, non per proprio piacere, ma per la sopravvivenza del proprio impiego. Quando un lavoratore, per motivi che rispondono esclusivamente a leggi produttive o di mercato, è declassato o non si vede riconosciuto nelle proprie attitudini, subisce, sul piano psicologico, nella sua configurazione identitaria, un vero e proprio trauma, spesso sottovalutato se non del tutto ignorato: l’identificazione lavorativa, l’autostima, il sistema delle sue motivazioni, l’organizzazione delle sue personali sicurezze vengono meno. Ciò crea una “situazione sociale marcata dal malessere del lavoro, dal timore di perdere il proprio posto di lavoro e non poter tornare ad avere più una vita sociale, e di dover impegnare la vita solo nel lavoro e per il lavoro, con l’angoscia legata alla coscienza di un’evoluzione tecnologica che non risolve le necessità sociali. È un processo che rende precario tutto il vivere sociale.”3 “Questa condizione di precarizzazione, di rischio e d’incertezza che investe ogni forma di lavoro e dentro cui - citando Bauman - anche la posizione più privilegiata può rivelarsi meramente temporanea e fino ad ulteriore comunicazione”4, conduce a sentimenti dove “l’angoscia abbandonica, d’insicurezza strutturale e la disseminazione di paure fondano l’insorgere di un malessere senza nome, proteiforme, volubile e variabile rispetto a cui anche l’ottimismo farmacologico più aggressivo è costretto a cedere le armi.”5 Le paure, rispetto all’angoscia, permettono di elaborare strategie di difesa più o meno consapevoli. La paura di perdere il lavoro, di fallire anche dal punto di vista della vita familiare e sociale, di invecchiare, vale a dire di raggiungere un’età in cui il contratto non può essere rinnovato, fa nascere nei lavoratori un senso d’impotenza nella possibilità di rivendicare miglioramenti nelle loro condizioni di salario o retributive, perché in questo caso il loro contratto rischia molto probabilmente di non essere più rinnovato. Ciò mette in condizione di accettare molti compromessi che finiscono quasi per annullare nelle persone la coscienza di sé, dei propri diritti. Altre volte il senso d’impotenza e di disagio non riaffiorano, per meccanismi di difesa più inconsapevoli. Ci si uniforma così alla nuova “etica lavorativa”6 si tende a far propri i valori aziendali: Questa vita non è fatta “per i cocchi di mamma, i signorini viziati e gli egocentrici... per durare bisogna farsi il mazzo, affrontare emergenze ed esami”7. Tali strategie più inconsapevoli sono più preoccupanti di una manifestazione di sofferenza lucida, dolorosa, ma che lascia aperta la possibilità che nasca una reazione, un desiderio vitale di cambiamento. Lo stato d’allarme permanente, il presentimento di pericoli incombenti, fanno insorgere “forme allarmanti d’insicurezza, instabilità emotiva, di stress8, alla base di quella classica forma, comunemente riferita, di esaurimento nervoso, che in seguito molto probabilmente potrà essere la causa del peggioramento delle sue condizioni lavorative. Una delle manifestazioni più frequenti dal punto di vista psichiatrico del cosiddetto esaurimento nervoso è la depressione. La depressione psichica, intesa come categoria nosologica, è una sindrome, un processo patologico che non può essere spiegata solo da semplici fenomeni biologici. Può rappresentare una reazione normale ad un avvenimento molto doloroso (un lutto, una separazione, un trauma legato al lavoro). Ma il prolungarsi delle cause favorisce il prolungarsi dello stato emotivo e quindi, può sfociare nella patologia o, in alcuni casi, manifestare quegli aspetti dello stato d’animo malinconico rappresentati non solo dalla tristezza, dal rimorso o dalla paura, ma da una sorta di catastrofe psichica che sconvolge il soggetto nella profondità del suo essere. La depressione inoltre, dal punto di vista dello studio sui disagi lavorativi, non va considerata solo come un disturbo psichico, una malattia che può colpire un soggetto, ma come una situazione esistenziale in cui nella vita ci si può ritrovare e che inevitabilmente riporta ad uno specifico stato d’animo, così come il forte calore provocato da una temperatura ambientale alta può rievocare la sensazione di calore caratteristica della febbre. Nella depressione, oltre al calo del tono dell’umore, dal punto di vista clinico si riscontrano:
  l’inibizione, che consiste in un freno o rallentamento dei processi psichici e dell’ideazione con riduzione del campo della coscienza e degli interessi; il soggetto è ripiegato su se stesso, sfugge gli altri e le relazioni con gli altri;
  ha difficoltà a pensare, a rievocare (disturbi della memoria);
  fatica fisica e, quindi, rallentamento dell’attività motoria; possono presentarsi malesseri somatici (ipocondria);
  dolore morale, che si esprime nella sua forma più semplice con un’auto-deprezzamento che può evolvere in auto-accusa, auto-punizione e sentimento di colpa. Per alcuni autori, il sintomo di auto-accusa, così come altri sintomi legati alle reazioni del vissuto depressivo, è determinato da fattori culturali. Studi antropologici hanno messo in risalto che in certe comunità primitive africane questo sintomo sembrerebbe quasi assente. I sentimenti di auto-accusa ci portano alla “destrutturazione della temporalità, dove il passato non è passato, e perciò non concede al presente di accadere e al futuro di avvenire”9. “La vera perdita di cui ci si lamenta, e di cui ci si auto-accusa, non è tanto la perdita del denaro o altro, ma la perdita della possibilità di fare esperienza, cioè di non essere al mondo nella modalità umana della trascendenza, che da un passato rinvia a quel futuro autentico che ha i caratteri dell’e-vento e non del già avvenuto.”10 Sappiamo bene che la scarsa stabilità lavorativa crea nelle persone notevoli difficoltà o l’impossibilità a fare progetti di vita, o di ottenere credito o finanziamenti, per comprare una casa o pensare di programmare il concepimento di un figlio. Infatti “il futuro, rispetto al passato, contiene una differenza qualitativa che si esprime nell’ordine della creatività di cui il passato è completamente privo. Vivere il futuro come il passato significa aver perso ogni elemento creativo, ogni possibilità di progetto.”11 Spariscono anche le figure temporali la cui essenza, come afferma Minkowski, è nelle proiezioni a-venire. Esse sono: l’attività, il desiderio, la speranza, la volontà, l’esperienza vissuta del bene e del male che, sconvolta, è alla base delle idee di colpevolezza. “Attraverso l’attività - scrive Minkowski - noi tendiamo verso l’avvenire, nell’attesa viviamo, invece, il tempo in senso inverso: vediamo l’avvenire verso di noi ed attendiamo che divenga presente.”12 Con la chiusura del futuro, oltre al desiderio che, superando l’attività e le opere che essa ha realizzato ci dà la capacità di attribuirci un avere, si estingue anche la speranza, “che fonda e rende possibile la vita come orizzonte che si apre e dischiude”13 Il presente si riduce in una prigione che esprime alla lettera il senso di solitudine che nasce dall’impedimento d’ogni relazione sociale. Quando crolla la fiducia nella realtà interpersonale, la disperazione finisce col condurre alla solitudine. Se in un individuo si rende impossibile il superamento del passato attraverso i piccoli gesti, i comportamenti abituali che collaborano alla costruzione dell’avvenire, la libertà gli si riduce alle modalità ossessive del rimorso, del rimpianto e del ricordo le quali, assediandogli il presente, lo rendono incapace di costruire il proprio futuro perché imprigionato in quella monotona riproduzione del passato. “Già nella vita normale abbiamo a volte l’impressione che il tempo scorra troppo rapidamente o troppo lentamente, nella depressione malinconica il tempo dell’Io sembra subire un arresto per l’incapacità di acquistare un’indipendenza dal passato e di liquidare le situazioni trascorse... Incapace di vivere da “contemporaneo” gli avvenimenti dell’ambiente, non vi partecipa, ha la costante sensazione di restare indietro in rapporto alla vita, perché in lui s’è spezzato... quella sintonia col divenire dell’ambiente di cui quotidianamente si alimenta la presenza.”14 Si aggiunge cosi il sentimento d’impotenza, ovvero quello che comunemente e fisiologicamente accompagna la vecchiaia: la consapevolezza di non essere in grado di seguire il ritmo espansivo della vita e di vedere l’avvenire come un rapido incamminarsi verso la morte. E veniamo all’esperienza vissuta del bene e del male: quando l’avvenire diventa irraggiungibile la nozione dei valori positivi svanisce, per cui il bene non può rinviarci al di là di noi stessi aprendoci l’avvenire davanti. Ogni volta che un progresso è impossibile, la nozione statica del male nasce e s’insedia. Nel libro Il dominio flessibile di Renato Curcio, nel paragrafo sull’indifferenza morale troviamo citata Hannah Arendt e la sua banalità del male. Zygmunt Bauman trasforma il concetto della filosofa tedesca in razionalità del male, ovvero il modo con cui si guarda al male che si fa o che si riceve, sul luogo del lavoro “inevitabile come i terremoti o l’incurabilità di certe malattie... e che risponde alle leggi della necessità”15. È quanto accade nelle dinamiche interpersonali che talvolta rispondono alla definizione di mobbing. I giovani e le donne sono tra i più colpiti dalle regole imposte dal nuovo sistema lavorativo. A tale proposito, è necessario evidenziare che lo studio sui “dati sul fallimento scolastico mostra il carattere ideologico degli argomenti di chi difende le politiche attive di occupazione, che arrivano ad argomentare senza alcuna base che solo il miglioramento della qualificazione professionale può migliorare l’inserimento nel lavoro dei salariati precarizzati. Quello che può avere una qualche verosimiglianza su scala individuale, in termini collettivi è solo un meccanismo per responsabilizzare i lavoratori sulla loro situazione: - stai attento o avrai un impiego irregolare, perché non sei sufficientemente formato, e non lo sei perché non hai voluto -. L’elevato volume di fallimento scolastico mostra al contrario il deterioramento dell’investimento pubblico nei sistemi educativi, e la precarizzazione della vita sociale in generale, che si traduce anche nella riduzione delle opportunità scolari per ampie fasce della popolazione operaia”.16 In un’ottica psico-sociale, riflettendo su questo problema, si può affermare che, in linea di massima, esistono tre ordini di cause all’origine del fallimento scolastico:17 1. sociologiche: le costrizioni imposte dalle condizioni sociali, economiche, culturali e geografiche, possono senz’altro influire sul successo scolastico degli adolescenti; 2. psicologiche: il sentimento di sicurezza del bambino, il grado di stabilità della sua famiglia, la presenza di problematiche fisiche o mentali, il suo ritmo, le sue motivazioni, sono alcuni dei fattori che vanno presi in considerazione da questo punto di vista; 3. pedagogiche: il numero e la qualifica del personale insegnante, l’organizzazione degli studi e dei programmi, l’edilizia e il materiale scolastico, i rapporti tra insegnanti e alunni e quelli tra famiglie e scuola possono influire sui rischi d’insuccesso scolastico. Inevitabilmente questi fattori si coniugano e se si vogliono capire le cause dell’insuccesso scolastico bisogna studiare sia la loro interazione sia i loro effetti indipendenti. Un sistema che non ha cura di questi aspetti e non investe su di essi, presenta alte probabilità di ritrovarsi con tali risultati nonostante tenti di colpevolizzare gli utenti fallimentari. Tenere conto, infatti, dei sentimenti, dei bisogni umani più profondi delle donne, degli uomini, dei giovani, degli anziani e dei bambini (tutte le fasce d’età presentano esigenze di qualità di vita differenti ma indispensabili) può apparentemente risultare anti-economico e superfluo, ma a lungo andare rappresenta l’unica strada per produrre veri cambiamenti. “Se il cambiamento deve verificarsi, si verifica sul terreno tra gente che parla con franchezza dei propri bisogni interiori...”18 e che si sente ascoltata. Se ciò non accade, le persone restano isolate, non riescono a creare un’identità collettiva che permette loro di sentirsi soggetti a cui spettano precisi diritti e di essere riconosciuti come tali.

* Psichiatra, docente e membro fondatore della “Scuola Sperimentale per la formazione alla psicoterapia ed alla ricerca nel campo della scienze umane applicate”, ASL/NA1.

1 Arriola J. Vasapollo L., L’uomo precario, Jaka Book, Milano 2005, p. 137.

2 Sennet Richard, L’uomo flessibile, Feltrinelli, Milano2001, p. 45.

3 Arriola J. Vasapollo L., op. cit., p. 140.

4 Bauman Zygmunt, Modernità liquida, Laterza, Bari-Roma 2002.

5 Curcio Renato, Il dominio flessibile, Sensibili alle foglie, Dogliani 2003, p. 49.

6 Sennet Richard, op. cit., p. 99.

7 Ivi, p. 39.

8 Curcio Renato, op. cit., p. 50.

9 Galimberti Umberto, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano1999, p. 253.

10 Ibidem.

11 Galimberti U., op. cit. p. 256.

12 Minkowski E.,Il tempo vissuto, Einaudi, Torino 1971, p. 89.

13 Galimberti Umberto, op. cit., p. 258.

14 Galimberti Umberto, op. cit., p. 261.

15 Curcio Renato, op. cit., p. 79.

16 Arriola J. Vasapollo L., op. cit. p. 156.

17 cfr. Dolto Françoise, La cause des adolescentes, R. Laffont, Marzo 1988; trad.it. Adolescenza, Mondadori, Milano 1990.

18 Sennet Richard op. cit. p. 148.