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di Sara Farolfi - ROMA
FIAT I sindacati: «Il governo intervenga»
Nella piana di san Nicola di Melfi «si respira un'aria da 21 giorni».
Nell'unico stabilimento dove la produzione aumenta, grazie soprattutto
agli incentivi, la Fiat è costretta a dichiarare il «senza lavoro».
Costretta perchè in due aziende dell'indotto (la Plastic Components e la
Sistemi Sospensioni, entrambe controllate da Magneti Marelli e dunque da
Fiat stessa) è in corso uno sciopero da sette giorni. Sciopero di
solidarietà, contro la decisione dell'azienda di non rinnovare una
settantina di contratti interinali («scaduti» sabato scorso e in
entrambe le aziende con quattro anni di anzianità), e rimpiazzare quei
posti con i cassintegrati richiamati dagli stabilimenti di Pomigliano o
Cassino.
Un tentativo esplicito di divisione, a cui i lavoratori «a tempo
indeterminato» - che sono circa 600 alla Plastic Components e 140 alla
Sistemi Sospensione - e anche i cassintegrati in trasferta da Pomigliano e
Cassino, hanno risposto con la mobilitazione. Alla quale si sono aggiunti
altre aziende dell'indotto, e nello stesso stabilimento della Sata uno
sciopero di due ore è stato proclamato giovedì scorso. Ma la produzione
nello stabilimento Fiat è comunque ferma (per lo sciopero nell'indotto):
gli operai per sei giorni consecutivi sono stati messi in «senza lavoro»
(ossia fatti arrivare in fabbrica e dopo poco rispediti a casa) e
l'azienda ha parlato di 7 mila vetture in meno dall'inizio della protesta.
Ma siccome a Melfi la maggior parte dei lavoratori Fiat abita a diversi
chilometri di distanza dallo stabilimento, la rabbia monta ogni giorno di
più.
«Dal 2007 ad oggi sono stati espulsi più di 1300 interinali, da gennaio
almeno un centinaio», dice Emanuele De Nicola (Fiom). La settimana
scorsa, incontrando i sindacati, Fiat ha chiesto un aumento della
produzione mediante l'«orario plurisettimanale» (ossia la flessibilità
d'orario, per cui le ore in più di un determinato periodo vengono poi
recuperate). Le organizzazioni dei lavoratori hanno invece rilanciato,
proponendo a Fiat e a Magneti Marelli un aumento dell'occupazione da
gestire a metà tra i lavoratori precari già licenziati, e tra i
cassintegrati di altri stabilimenti. «In Fiat il clima si sta
surriscaldando», conclude De Nicola, che nel 2004 era delegato in
fabbrica, «e proprio sul 'senza lavoro', uno dei motivi scatenanti della
protesta dei 21 giorni».
Nel resto dello stivale, all'indomani del mancato accordo con Opel, sono
in molti a tirare un sospiro di sollievo. Ma non dura che un attimo, dato
che di un piano industriale o di una missione produttiva per quegli
stabilimenti oramai giunti al capolinea, non si vede ancora neppure
l'ombra. A Pomigliano d'Arco da mesi si lavora a singhiozzo, tanto che a
fine ottobre giunge a scadenza anche il periodo di cassa integrazione
ordinaria. A Termini Imerese a luglio doveva partire da nuova Lancia, ma
per il momento tutto è stato congelato. «La preoccupazione è quella che
si possa decidere di spegnere piano piano lo stabilimento, complice l'età
avanzata dei lavoratori», dice Roberto Mastrosimone (Fiom), «il governo
deve convocare le parti e deve decidere soprattutto cosa intende fare del
settore auto».
Che l'intervento del governo sia oramai imprescindibile è opinione anche
di Giorgio Airaudo. «Opel o non Opel, c'è un problema che non si risolve
con un'alleanza ma con una discussione sul prodotto automobile». Una
discussione che deve colmare «ritardo storico», ammette Airaudo, ma
necessaria «a meno di non volere continuare a discutere della nostra
quota di crisi sul prodotto mondiale». L'antifona è chiara: se non si
vuole discutere, e contrattare, solo di ridimensionamenti quando non di
chiusure di stabilimenti, urge un cambio di passo. Airaudo indica una
direzione possibile nelle «piccole ibride», un segmento di produzione più
alto (e orientato all'elettrico puro), «perchè una cosa è sicura: sui
segmenti più bassi, dove la competizione oggi si fa sui costi, non
abbiamo alcun futuro».
La solidarietà di Melfi
di Sara Farolfi
su Il Manifesto del 05/06/2009
La lotta degli operai
dell'indotto Fiat per la riassunzione dei colleghi precari. Dopo sette
giorni di blocco, la vittoria. Ma la crisi si fa sentire e restare uniti
è una conquista
Alla Sata anche lo sciopero
arriva just in time. La più avanzata delle soluzioni tecnologiche in
quanto a organizzazione d'impresa - che ha fatto dello stabilimento di
Melfi un gioiellino per la casa torinese - e il più vecchio dei metodi
Fiat in quanto a relazioni industriali convivono nella piana di San Nicola
di Melfi. Mix potenzialmente esplosivo, esploso per ventuno giorni nella
primavera 2004. E ancora questa settimana - lungo l'indotto, quelle 19
aziende che una dietro all'altra corrono fino alla Sata - per sette lunghi
giorni. Terminati ieri, con un accordo alla sede degli industriali di
Potenza.
La tigre che dormiva si risveglia quando due aziende dell'indotto - la
Plastic components e la Sistemi sospensioni, entrambe controllate da
Magneti Marelli e dunque da Fiat stessa - annunciano il mancato rinnovo di
settanta contratti interinali. «Ci sono i vostri colleghi in cassa
integrazione a Pomigliano e Cassino che non aspettano altro che
lavorare...», manda a dire Fiat alle organizzazioni sindacali. È lunedì,
il 25 maggio, e l'antifona è chiara: Fiat vuole la guerra tra poveri. La
sera stessa, a inizio turno, nelle due fabbriche dell'indotto non entra
nessuno dei settecento dipendenti (600 alla Plastic components, 100 alla
Sistemi sospensioni). Il giorno dopo, martedì, dallo stabilimento Sata
non esce una sola Grande Punto.
Ai cancelli delle due aziende c'è un presidio permanente, gli «interinali»
si sono incatenati lì davanti, le bandiere sindacali sono tutte issate.
Se ha lasciato di stucco qualcuno, questo sciopero solidale, di Fiat si
tratta. Non gli interinali, che fino a settembre erano a tutti gli effetti
dipendenti dell'azienda, pur se a termine, e da almeno tre anni. Poi è
arrivata la crisi e con la crisi la cassa integrazione. Tutti gli
interinali sono stati trasferiti sotto il cappello più leggero di un
agenzia di lavoro (interinale). Passata la nottata, vi riprendo,
prometteva Fiat. Ma la nottata a Melfi, a suon di ecoincentivi, è passata
eccome. E non per loro.
Figli, mutui, sfratti e bollette arretrate che si accumulano. Si direbbe
che Pasquale, 32 anni, abbia gli occhi lucidi sotto quel paio di occhiali
grandi che indossa: «Io non dico che non debbano esistere i contratti
interinali, per un po' va anche bene, ma non a vita, perchè non puoi fare
progetti e poi perchè questa forma di lavoro non forma la persona. Stai
alla catena e una volta uscito da qua cosa fai? Per fortuna qui dentro ci
sono rapporti d'amicizia forti e tutta la fabbrica ci ha appoggiati e
difesi».
A poche centinaia di metri, un altro presidio si tiene ai cancelli della
Sistemi sospensioni. Lì la vertenza per la riassunzione di trentadue
interinali si è risolta con qualche giorno di anticipo, ma lo sciopero
continua perchè «o tutti o nessuno». Lì però la solidarietà vacilla.
«È una guerra tra poveri, non ci sono altre parole», si lascia andare
uno dei cassintegrati in trasferta da Pomigliano. Sono un piccolo
gruppetto (in tutto 29) e vorrebbero entrare in fabbrica, «perchè va
bene la solidarietà, ci mancherebbe altro, ma anche noi da un anno siamo
senza lavoro, e dato che Pomigliano non ci paga, se scioperiamo perdiamo
salario e indennità di trasferta, senza considerare che le spese sono
comunque a carico nostro. Siamo tra l'incudine e il martello».
Ribellismo napoletano nei luoghi storici del brigantaggio, il mix sarebbe
già esplosivo. Ma Fiat ci mette del suo, nel volere fare passare una
guerra tra poveri spacciandola per solidarietà. «Se passa la logica
dell'azienda, per cui i lavoratori distaccati fanno parte del gruppo,
allora tra qualche anno metteranno fuori tutti gli interinali», recita un
senso comune piuttosto diffuso tra gli operai. A scanso d'intendimento però,
«in aprile 340 apprendisti sono arrivati alla Fiat Sata da Pomigliano, e
quindi nessuno può dirci che ce l'abbiamo con loro». Ma oltre il 90 per
cento di loro dovrà passare a tempo indeterminato, per legge, di qui a
pochi mesi e sono in parecchi a pensare che l'azienda stia preparando una
prossima chiusura dello stabilimento napoletano.
Fatto sta che per tredici interinali, Fiat ha perso, durante la protesta
oltre settemila vetture. Perchè nello stabilimento Sata martedì scorso,
al posto di componenti per vetture, sono arrivati gli scioperi. I
lavoratori sono stati messi «in senza lavoro», cioè sono stati fatti
andare al lavoro per poi essere liquidati e messi in libertà dopo pochi
minuti (molti di loro a quel punto raggiungevano i due presidi). Ma
siccome i dipendenti abitano a diverse decine di chilometri dallo
stabilimento - e i pullman passano solo due volte al giorno, a inizio e a
fine turno - la tigre che dormiva ha riaperto gli occhi. Come durante i 21
giorni.
Ieri, l'accordo. «Una vittoria», commenta soddisfatto Giuseppe Cillis,
segretario della Fiom di Potenza. I tredici interinali a cui non era stato
rinnovato il contratto (tanti erano rimasti) saranno riassorbiti
nell'indotto. «I lavoratori della Fiat di Melfi hanno dimostrato a Fiat e
agli altri lavoratori che la solidaroetà è più forte», commenta anche
Gianni Rinaldini, segretario Fiom.
Resta una domanda. Pur di non rinnovare tredici contratti, Fiat ha perso
più di settemila vetture, perchè? Questione di potere, secondo Cillis,
«un potere che Fiat tiene a marcare ogni volta, in ogni circostanza». A
Melfi non c'è riuscita, e comunque dicono gli operai, «siamo briganti e
ci ribelliamo...». E con Eugenio Bennato: «'o piemuntes c'avimm'a caccià».
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