la crisi

da operai contro-dossier

Sindacalista suicida, manager sequestrato

di Anna Maria Merlo

su Il Manifesto del 26/03/2009

Philippe Widdershoven, 56 anni, delegato Cgt e direttore informatico di una fabbrica di porcellane di Chauvigny, si è suicidato, annegandosi in uno stagno. Ha lasciato una lettera nella sede della Cgt locale, chiedendo che il suo suicidio venga considerato un incidente sul lavoro (come è successo per alcuni casi nella sequenza di suicidi avvenuti alla Renault negli ultimi anni). La fabbrica di porcellane, che impiega 130 persone, aveva licenziato nel dicembre scorso 84 persone e Philippe Widdershoven aveva denunciato delle «pressioni professionali troppo forti» nel nuovo clima di crisi. C'è stato un minuto di silenzio ieri, al Senato, su richiesta del gruppo Pcf, per onorare la memoria di Philippe, l'ultima vittima della crisi, in ordine di tempo.
Ieri, 700 operai della Continental di Clairoix, destinata alla chiusura entro il 2010, sono venuti a manifestare a Parigi. Arrivati con 18 pullman, sono poi stati ricevuti all'Eliseo dal consigliere di Sarkozy per le questioni sociali, Raymond Soubie. Sono usciti «delusi» dall'incontro, dove non è stata data loro «nessuna garanzia» sul futuro della fabbrica di pneumatici di proprietà tedesca, che lascerà a casa 780 persone. Gli operai, che avevano accettato di «lavorare di più» (magari non per «guadagnare di più» come aveva promesso Sarkozy nell'ormai lontana campagna elettorale delle presidenziali 2007, ma solo per conservare il posto), si sentono «traditi».
Ieri pomeriggio, intanto, continuava il sequestro di Luc Rousselet, direttore della fabbrica 3M di Pithiviers: qui, la casa farmauceutica conosciuta per lo scotch e i post-it, che produce sul posto dei cerotti, dovrebbe licenziare 110 persone (su 235) entro settembre. Gli operai chiedono maggiori garanzie dopo il licenziamento. Il sequestro «è l'ultima cartuccia che abbiamo», dice uno di loro.
In febbraio il numero dei disoccupati è cresciuto di 80 mila unità, una cifra spaventosa, che fa seguito a un aumento della disoccupazione di 87 mila persone a gennaio. A questo ritmo, alla fine dell'anno ci sarà un milione di disoccupati in più in Francia. E' la grande paura dell'Eliseo. «L'importanza delle manifestazioni non è nulla di fronte a cosa ci aspetta. La vera merda è la disoccupazione che esplode», avrebbe detto (secondo il Canard Enchainé) Nicolas Sarkozy alla vigilia del discorso di Saint-Quentin, che è stato un flop gigantesco. Sarkozy, difatti, non solo ha confermato lo scudo fiscale e ribadito che non sarà «il presidente che alza le tasse», ma non ha detto nulla di concreto sul controllo delle remunerazioni stravaganti dei grandi manager.
Dopo i 3,2 milioni di euro di buonuscita per il presidente di Valéo, ieri è venuto fuori che una filiale del Crédit Agricole (banca che ha avuto gli aiuti pubblici) ha distribuito 51 milioni di bonus ai dirigenti, pur avendo lincenziato 75 impiegati. La Peugeot ha fatto sapere ieri che rimpatrierà in Francia delle lavorazioni.

 

 

«La crisi finanziaria durerà 15 anni»

di Bruno Perini

su Il Manifesto del 26/03/2009

Basta stock option ai banchieri. Intervista a Giulio Sapelli, docente di storia economica all'Università Statale di Milano

«Un'intervista al manifesto sulle banche? E perché no? Lei lo sa bene, io in politica sono un conservatore e in economia un liberal. Però credo che materia di riflessione su quanto è accaduto ce ne sia da vendere. Anzi, la prima cosa che le voglio dire è che non possiamo cantare vittoria. L'uscita dal tunnel è ancora lontana. La crisi finanziaria durerà almeno 15 anni. Se è vero che i titoli tossici in circolazione sono stati stimati per un valore che è almeno 150 volte il Pil degli Stati Uniti, lei capisce che siamo messi male. Per quanto riguarda la crisi economica, invece, ci vorranno almeno 5 anni». Giulio Sapelli, docente di storia economica all'Università Statale di Milano, è un conservatore tutto d'un pezzo, con le politiche economiche del centro sinistra non è per nulla tenero, è convinto che siano state tutte all'insegna dell'impopolarità, eppure alcune sue proposte che in questa intervista buttà lì come fossero noccioline, potrebbero far saltare i nervi a banchieri e finanzieri. Se fosse per lui ad esempio le stock option andrebbero eliminate quando si tratta di banche. E ancora, a proposito di istituti di credito un dubbio iperbolico ce l'ha: «Ma siamo proprio sicuri che le banche devono essere quotate in Borsa?».

Un quesito non da poco direi. Ci torniamo sulla questione. Ora, mi dica, che cosa ne pensa del tornado che ha investito Stati Uniti, Gran Bretagna e tutta l'Europa occidentale?

Liberiamoci subito di un luogo comune: le banche più intossicate non sono quelle anglosassoni o statunitensi ma quelle tedesche. E comunque il male sta lì, nel sistema bancario. Ho letto molte cose negative sugli hedge fund o sui private equity, ma sono le banche che hanno avuto le maggiori responsabilità. Quali banche? Quelle guidate da top manager che basavano la loro politica sulle stock option. Il vero guaio è che gli istituti bancari si sono trasformati da intermediari finanziari in reti di vendita di prodotti finanziari. Un fenomeno questo che non ha riguardato soltanto gli Stati Uniti o la Gran Bretagna ma anche, tanto per fare un esempio, l'Austria. Il secondo punto dolente di questa crisi è che si è diffusa una cultura del rischio funzionale ai top manager. E' per questo motivo che le dicevo che le stock option bancarie andrebbero abolite.

Forse il punto più critico è che i top manager non giocavano in proprio alla roulette russa ma mettevano sul mercato prodotti velenosi. Non crede?

E' così. Il punto di rottura c'è stato quando le banche hanno messo sul mercato i propri debiti. Fino a quando si mettevano sul mercato semplici obbligazioni tutto andava bene. Ma se quelle obbligazioni vengono vendute assieme a una scatola che contiene mutui subprime a rischio, più altri prodotti finanziari sofisticati e difficilmente decifrabili, allora tutto cambia. Ed è quello che è avvenuto: in un'epoca in cui si parla tanto di trasparenza e di governance ci siamo trovati sul mercato prodotti ad alto rischio ma soprattutto dal contenuto opaco. Ecco il punto. In sè i derivati non sono il diavolo ma se vengono alterati da prodotti strutturati non controllabili allora si muta la natura degli stessi derivati. Sa cosa le dico? Che l'Italia ha resistito a questa tossicità diffusa più di altri paesi perché è dotata di molte banche cooperative e popolari.

Secondo lei si può tornare indietro o queste anomalie sono parti integranti del sistema, sono un punto di non ritorno?

Io credo che sarebbe sbagliato tornare indietro. E forse impossibile. Bisogna continuare a usare questi strumenti finanziari nella normalità. Il mutuo? Non si può erogarlo senza una garanzia minima. Le stock option? Come le dicevo andrebbero abolite nel sistema bancario perché sono uno stimolo al massimo rischio e se le cose vanno male si mettono a repentaglio i risparmi di milioni di persone, non soltanto del top manager. E' anche per questo motivo che le esprimevo i miei dubbi attorno alla quotazione delle banche in Borsa. Forse le banche non dovrebbero essere oggetto di contrattazione borsistica.

Davvero lei pensa che la crisi finanziaria durerà così a lungo?

Se il grado di tossicità del sistema è così alto le ripercussioni saranno inevitabili anche nel medio periodo. Non voglio dire che il sistema bancario e finanziario sarà paralizzato ma certo gli effetti si faranno sentire. D'altronde io credo, a differenza di molti, che la crisi dell'economia reale ci sarebbe stata anche senza la crisi finanziaria. Eravamo di fronte a una crisi di sovraproduzione, la crisi finanziaria si è sovrapposta non è stata la causa. Molti si chiedono che fare. Io non sono convinto che il proliferare della legislazione possa risolvere i problemi che ereditiamo dalla crisi. Sono piuttosto convinto che si debba tornare a un'etica degli affari. Non escludo un forte sistema di vigilanza ad esempio da parte della Banca d'Italia ma senza una nuova etica degli affari è difficile arginare alcuni fenomeni.

La bussola del lavoro

di Loris Campetti

su Il Manifesto del 26/03/2009

Mario Tronti, Crs, lancia un appello agli intellettuali a riprendere la parola partecipando alla manifestazione della Cgil del 4 aprile. «Solo a partire dal lavoro si può ricostruire la sinistra e spezzare l'egemonia culturale della destra»

«Il 4 aprile è un appuntamento importante. La manifestazione della Cgil può facilitare una percezione di massa della gravità della crisi e, dunque, l'assunzione politica della centralità del nodo del lavoro. Che è una precondizione per ricostruire un ostacolo al rischio di un'uscita da destra dalla crisi stessa. Il 4 aprile può segnare una svolta, un inizio della controffensiva e non certo una conclusione». Ne è talmente convinto, Mario Tronti, che sta preparando un appello rivolto agli intellettuali «formati e in formazione perché salutino con simpatia e partecipazione la protesta della Cgil. E siccome siamo nel tempo dei gesti simbolici, ne voglio fare uno anch'io schierando il Crs (Centro per la riforma dello stato, ndr) come promotore di un appello alle forze intellettuali, ai lavoratori della conoscenza, agli studenti a partecipare alla manifestazione dietro uno striscione che reciti: 'la cultura con i lavoratori'». Da questa proposta a rompere il silenzio parte la conversazione con Tronti sulla sinistra, la cultura e il movimento operaio.

Iniziamo con la crisi, la sua natura e le risposte politiche in campo.

Il tema da sollevare con forza è il rapporto crisi-lavoro, e quanto la crisi pesi sui lavoratori in carne e ossa. Vedo una cosa strana: si è parlato molto di ciò che è e ciò che invece viene percepito - pensa solo al tema della sicurezza, a com'è stata gonfiata la paura nei confronti degli immigrati. Ora c'è un rovesciamento, la realtà è molto più drammatica di come viene percepita. E' forte la percezione individuale della crisi da parte di chi vive in vicinanza con il mondo dei semplici. Nessuno sta più sicuro sul suo posto di lavoro, si è scavalcato il problema della precarietà di una parte perché essa conquista l'intero mondo del lavoro. La crisi ricade sulla vita quotidiana, nelle case, nelle famiglie, si vive male. Però manca la percezione pubblica, il tema non viene gridato. Lo schermo dell'informazione, quel che dice e quel che non dice, è decisivo.

Berlusconi dice agli italiani che devono lavorare di più, all'inizio di una crisi che cancella il lavoro si sono defiscalizzati gli straordinari.

È uno sgarbo nei confronti dei lavoratori, chiamati a lavorare e consumare di più. Ma non esplode la denuncia delle parti politiche, il tema non è assunto neanche da chi dovrebbe avere nel lavoro le sue radici. C'è una crisi mondiale del capitalismo ed è la prima volta che una crisi di tale intensità si manifesta senza il movimento operaio e il suo contrasto. È una novità rispetto al '29, quando una crisi magari ancora più profonda trovava in campo il movimento operaio internazionale che ha imposto l'uscita dalla crisi con il compromesso socialdemocratico sui temi classici, dal lavoro al welfare.

Però, mentre gli Usa rispondevano con il new deal e cresceva il conflitto per i diritti collettivi, in un'Europa divisa crescevano i fascismi, fino alla guerra.

Comunque la crisi ha fatto vedere la forza del movimento operaio che andava contrastata, prima con le concessioni e poi con la repressione. Quando la crisi è profonda, nessuno è in grado di contrastarla e c'è il rischio di uscite pericolose. Anche oggi: in mancanza di un'alternativa al sistema capitalistico passa il tentativo di salvataggio individuale, ognuno cerca per sé un'uscita dalla crisi. Un'opinione disorientata sceglie di affidarsi al sicuro, alle forze politiche che danno risposte populiste facili e accattivanti, o si cerca di attaccarsi ai rimedi del potere pubblico aspettando la ricetta miracolosa - si salvano le imprese e così si salva il lavoro.

Ma l'alternativa al modello capitalistico, come dici tu, non si vede...

È un momento delicato, preoccupa il silenzio delle forze di sinistra sulla natura della crisi e i pericolosi smottamenti che produce; con l'eccezione di qualche pezzo di sinistra radicale, il grosso del movimento è incapace di cogliere il momento che viviamo.

Persino nella sinistra radicale c'è la tentazione di assumere l'esistente come immutabile: c'è l'individuo e ci sono le moltitudini, via la classe non resterebbe che ripartire dall'individuo o, al massimo, dal territorio. Non dal lavoro.

Bella osservazione. In altri paesi, va detto, esplode la protesta di massa ma è più spontanea che diretta. Se la crisi pesa innanzitutto dal lavoro, è da lì che bisogna ripartire. O la sinistra ritrova il suo posto naturale al centro del sociale, dov'è il lavoro di uomini e donne, oppure non vedo la possibilità di una sua rinascita politica. Dentro la globalizzazione neoliberista è venuto avanti uno squilibrio pesante nella distribuzione della ricchezza a danno del lavoro dipendente. La sinistra e le forze della cultura ci si sono adagiate come se il processo fosse irreversibile, come se non si potesse fermare ma, al massimo, mitigare. Penso che la crisi del liberismo sia leggibile come crisi da lavoro, su cui certo si sono innestate le note vicende finanziarie. Va messa in discussione l'idea che la crisi nasca da una cattiva gestione del capitale. Con una lettura marxiana si può dire che la crisi è molto più materiale, legata al meccanismo classico produzione-distribuzione-consumo. Un bel tema, questo, da cui ripartire, il tema classico della sinistra che è il lavoro. Naturalmente il lavoro è cambiato, frantumato, difficile da rappresentare e organizzare. C'è bisogno di un di più di conoscenza della sua struttura, e di un di più di iniziativa politica. Se rimettessimo al centro questi temi, invece di scendere in campo armati a ogni parola del papa o alle buffonerie di Berlusconi, la sinistra potrebbe tornare in campo in modo riconoscibile.

Controriforma dei contratti, smantellamento del Testo unico sulla sicurezza, attacco al diritto di sciopero, sono gli addendi di un'operazione pericolosissima, non solo per i lavoratori dipendenti.

Per questo la manifestazione del 4 aprile diventa un passaggio strategico. Dobbiamo stringerci intorno alla Cgil, dimostrare che non è sola. E' in sintonia con i lavoratori e c'è il dovere politico, non etico, delle forze intellettuali di stare dentro la mobilitazione. Fin qui gli intellettuali sono stati assenti, distanti, e questo è il motivo non ultimo della generale deriva culturale.

È la destra, oggi, ad avere l'egemonia culturale.

Il cambio di egemonia inizia negli anni Ottanta, e non è indifferente la responsabilità delle forze politiche e culturali di sinistra.

Inizia dalla sconfitta operaia nei 35 giorni a Mirafiori?

È partito tutto da lì. Sono cambiate le figure intellettuali, ma non sono scomparse in un magma imprecisato. Ci sono state manifestazioni positive nel campo dell'arte penso al cinema, al ritorno sullo schermo del lavoro. Ma si tratta di uno spiraglio nel buio. C'è un paradosso: la cultura è ancora a maggioranza di sinistra ma l'egemonia culturale è della destra. Forse perché spesso l'intellettuale di sinistra assume pulsioni di destra. Non c'è un ancoraggio al mondo del lavoro, senza cui non può esistere una cultura di sinistra. Gli orientamenti che emergono oggi incrociano lo smantellamento dei diritti dei lavoratori con una grave deriva istituzionale. Siamo al passaggio non contrastato al federalismo che è una tappa verso il presidenzialismo, perché più si articola la struttura federativa più si accentra il potere esecutivo. Dunque, le due battaglie, quella istituzionale e quella sul lavoro, vanno legate. Se non si impegneranno le forze culturali della sinistra, le forze politiche saranno travolte dai processi. La controffensiva può partire proprio il 4 aprile.

La crisi è mondiale, l'Italia non è un'isola. È difficile pensare a una battaglia paese per paese, o fabbrica per fabbrica.

Certo, e la crisi conferma la natura mondiale del capitale. La mondializzazione non poteva che creare un effetto a catena in un sistema integrato in cui il volo di una farfalla provoca un uragano dall'altra parte del mondo. In questo contesto è drammatica l'assenza di una forma internazionale del movimento operaio e di una sinistra internazionale, almeno ci fosse un sindacato europeo. È impressionante il silenzio delle forze politiche che hanno cantato i tempi moderni: dov'è, che dice il Partito socialista europeo? Perché si riuniscono i G8 e i G20 senza che prima i partiti di sinistra si siano incontrati per elaborare un orientamento comune sulla risposta da dare alla crisi? E' questo vuoto che rende drammatica la situazione. Non so se è vero che l'Italia e la sua finanza siano più protette come ci si dice, so che la crisi colpisce ovunque, soprattutto il nostro campo, quello del lavoro che siamo chiamati a difendere. So dunque che dal lavoro dobbiamo ripartire.

La memoria abbandonata

di Alessandro Portelli

su Il Manifesto del 26/03/2009

La neutralizzazione della Resistenza ha permesso alla destra di «conquistare» anche i luoghi dell'antifascismo. Rendendone indistinti i motivi e le ragioni per cui quei luoghi sono ancora una lezione per l'oggi

L'anniversario della strage nazista delle Fosse Ardeatine è stato segnato quest'anno da un doppio, concentrico pessimo uso della memoria: la falsificazione antipartigiana da una parte, l'esorcismo conciliatorio dall'altra.
La falsificazione è l'indecente campagna scatenata dal giornale dei vescovi e ripresa dall'immarcescibile Tg2, sulla presunta responsabilità dei partigiani, rei di non essersi consegnati ai nazisti per evitare la rappresaglia. Le basi di questa campagna sono quanto di più inconsistente: per l'ennesima volta, è saltato fuori qualcuno che dice o scrive di avere visto il mitico manifesto in cui si invitavano i partigiani a «presentarsi». Non è una gran scoperta: di gente che sostiene la stessa cosa ce n'è sotto ogni sampietrino di Roma. Però c'è anche gente che sostiene di avere visto l'autostoppista fantasma e la babysitter assassina: perché di questo si tratta, di una leggenda metropolitana (un po' meno innocua), o meglio di un mito nel senso pieno della parola - cioè, di una narrazione talmente necessaria per sorreggere una convinzione a priori da essere del tutto impermeabile ai fatti. E' inutile sforzarsi di argomentare le risultanze della ricerca storica, fare appello ai documenti. Che gliene frega ai giornalisti dell'Avvenire che il generale Kesselring negò in tribunale che quei manifesti fossero mai esistiti, anzi disse che non ci avevano nemmeno pensato; e che il boia della Ardeatine, Herbert Kappler, al suo processo non ne abbia mai fatto cenno; e che da nessun archivio ne sia mai saltata fuori una copia o almeno una fotografia; e che il manifesto effettivamente affisso dai nazisti desse notizia della strage solo dopo che era già avvenuta («quest'ordine è già stato eseguito»)? Basta il primo venuto che dice il contrario per strillare «Ecco la prova», per confermare quello di cui erano convinti già prima: la colpa è dei partigiani, i nazisti poverini ci sono stati costretti. D'altronde, non aveva scritto la stessa cosa l'Osservatore Romano il giorno dopo il massacro?
L'esorcismo conciliatorio si è realizzato ritualmente davanti al luogo della strage, con ex fascisti neanche tanto ex come La Russa a versare (metaforicamente, metaforicamente!) lacrime di coccodrillo sulle vittime «dei totalitarismi». Nel luogo più sacro della memoria dell'antifascismo, gli antifascisti erano assenti, flebili o generici. Abbiamo affidato agli eredi di Almirante pure la nostra memoria, pure la Resistenza deve aspettare che sia Fini a rendergli l'onore che non si nega agli sconfitti. Il gesto di omaggio, in parte opportunistico e in parte autentico, reso da Fini alle Ardeatine all'inizio degli anni '90 si è trasformato nel suo contrario: nella definitiva appropriazione alla destra di uno dei nostri luoghi di memoria più cari. Non si tratta di definitiva accettazione da parte della destra dei valori dell'antifascismo, ma al contrario, della relegazione dell'antifascismo a un passato che ha solo valenza rituale. L'ennesima indecente assimilazione di nazismo e comunismo (di fronte a un luogo dove sono sepolti più di cento comunisti ammazzati dai nazisti) e l'ammonimento a non ripetere gli «errori del passato» (quali, esattamente? Li vogliamo nominare?) servono in ultima analisi a prendere le distanze dalla storia, a relegare nel passato i rischi della nostra civiltà, e all'apologia del nostro democratico, bipartitico e governabile presente di ronde, xenofobie, razzismi.
Ma non è a questo che serve la memoria. La memoria serve a disturbare il presente, a metterci a disagio. Le Fosse Ardeatine non sono, ricordiamolo, il peggior crimine nazista in Italia (ricordiamoci di Marzabotto e di Sant'Anna di Stazzema, e delle infinite stragi piccole medie e grandi dalla Sicilia a Bassano del Grappa). Non sono neanche il peggio che sia successo a Roma: sono quasi 2.000 gli ebrei romani che non sono tornati dai campi di sterminio; e nessuno ha un conto esatto di quanti sono tornati fra i 700 carabinieri deportati a ottobre 1943 o i 900 deportati del Quadraro ad aprile del '44 - e neanche delle migliaia sepolte sotto i bombardamenti alleati. Se le Fosse Ardeatine hanno un potere così grande sulle nostre passioni è soprattutto per le modalità che ne fanno in un certo senso la sintesi simbolica di tutte queste stragi: il luogo, una grande città, capitale dello stato e della chiesa cattolica; la composizione geografica e sociale delle vittime, provenienti da tutta Italia, da tutte le classi sociali, da tutto l'arco delle generazioni, delle scelte politiche, delle religioni (compresi gli atei).
Ma soprattutto, la memoria delle Fosse Ardeatine ci disturba per il modo in cui si è compiuta la strage. Sbagliano le lapidi affisse in giro per Roma che commemorano gli uccisi come vittime della «barbarie», della «bestialità», della «ferocia» nazista. Le Fosse Ardeatine non sono una strage barbara, sono una strage profondamente civilizzata: come i campi di sterminio non si potevano fare senza le ferrovie, anche le Ardeatine non si potevano fare senza quei pilastri dello stato moderno che sono gli archivi da cui desumere gli elenchi dei candidati alla morte, la logistica per trasportarli sul luogo della morte, la burocrazia per spuntare i nomi dalle liste. Solo l'Occidente moderno ha i mezzi per fare cose simili. I «barbari», i «selvaggi», le bestie sono capaci di fare cose orrende; ma questa l'abbiamo fatta noi uomini civili con gli strumenti della nostra civiltà. Insieme a tante cose nobili e belle, alle radici dell'Europa ci sono le Fosse Ardeatine, Babi Yar, Auschwitz. Di questo dovremmo parlare, ogni 24 marzo.
E non l'ha fatta la «belva nazista» che ossessionava l'immaginario del piccolo Alberto Grossman in Vedi alla voce: amore: l'hanno fatta «uomini comuni», esseri umani come noi. In tutta la sua autodifesa al processo, Herbert Kappler insisteva sul «rispetto umano» per vittime e carnefici insieme: non far sparare troppo da vicino per non sfigurare i cadaveri, non dare i conforti religiosi alle vittime per non doverli dolorosamente interrompere per ammazzarle, confortare paternamente i poveri soldati che andavano in pezzi dopo tante ore di sangue... Come facciamo a non riconoscere noi stessi nelle parole di Kappler (il paradossale dibattito californiano se l'iniezione mortale sia o meno una pena crudele...), a non vederci i germi delle nostre guerre umanitarie, dei nostri bombardamenti democratici, delle nostre civilizzate torture?
Se la strage delle Ardeatine l'hanno compiuta uomini civili come noi, vuol dire che il rischio ce l'abbiamo dentro anche noi. Possiamo essere vittime, ma possiamo essere carnefici, o complici silenziosi. La figlia di uno degli uccisi delle Ardeatine si interrogava sulle finestre chiuse mentre sotto, per le strade di Roma, passavano i camion con i destinati alla morte. Ecco, forse un «errore del passato» da non ripetere è chiudere di nuovo le finestre quando dalle nostre basi partono gli aerei per Abu Ghraib, o quando nelle nostre strade scorrono le ronde verso le violenze sempre nuove e sempre uguali del nostro tempo.