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Sindacalista suicida, manager sequestrato
di Anna Maria Merlo
su Il Manifesto del 26/03/2009
Philippe
Widdershoven, 56 anni, delegato Cgt e direttore informatico di una
fabbrica di porcellane di Chauvigny, si è suicidato, annegandosi in uno
stagno. Ha lasciato una lettera nella sede della Cgt locale, chiedendo che
il suo suicidio venga considerato un incidente sul lavoro (come è
successo per alcuni casi nella sequenza di suicidi avvenuti alla Renault
negli ultimi anni). La fabbrica di porcellane, che impiega 130 persone,
aveva licenziato nel dicembre scorso 84 persone e Philippe Widdershoven
aveva denunciato delle «pressioni professionali troppo forti» nel nuovo
clima di crisi. C'è stato un minuto di silenzio ieri, al Senato, su
richiesta del gruppo Pcf, per onorare la memoria di Philippe, l'ultima
vittima della crisi, in ordine di tempo.
Ieri, 700 operai della Continental di Clairoix, destinata alla chiusura
entro il 2010, sono venuti a manifestare a Parigi. Arrivati con 18
pullman, sono poi stati ricevuti all'Eliseo dal consigliere di Sarkozy per
le questioni sociali, Raymond Soubie. Sono usciti «delusi»
dall'incontro, dove non è stata data loro «nessuna garanzia» sul futuro
della fabbrica di pneumatici di proprietà tedesca, che lascerà a casa
780 persone. Gli operai, che avevano accettato di «lavorare di più»
(magari non per «guadagnare di più» come aveva promesso Sarkozy
nell'ormai lontana campagna elettorale delle presidenziali 2007, ma solo
per conservare il posto), si sentono «traditi».
Ieri pomeriggio, intanto, continuava il sequestro di Luc Rousselet,
direttore della fabbrica 3M di Pithiviers: qui, la casa farmauceutica
conosciuta per lo scotch e i post-it, che produce sul posto dei cerotti,
dovrebbe licenziare 110 persone (su 235) entro settembre. Gli operai
chiedono maggiori garanzie dopo il licenziamento. Il sequestro «è
l'ultima cartuccia che abbiamo», dice uno di loro.
In febbraio il numero dei disoccupati è cresciuto di 80 mila unità, una
cifra spaventosa, che fa seguito a un aumento della disoccupazione di 87
mila persone a gennaio. A questo ritmo, alla fine dell'anno ci sarà un
milione di disoccupati in più in Francia. E' la grande paura dell'Eliseo.
«L'importanza delle manifestazioni non è nulla di fronte a cosa ci
aspetta. La vera merda è la disoccupazione che esplode», avrebbe detto
(secondo il Canard Enchainé) Nicolas Sarkozy alla vigilia del discorso di
Saint-Quentin, che è stato un flop gigantesco. Sarkozy, difatti, non solo
ha confermato lo scudo fiscale e ribadito che non sarà «il presidente
che alza le tasse», ma non ha detto nulla di concreto sul controllo delle
remunerazioni stravaganti dei grandi manager.
Dopo i 3,2 milioni di euro di buonuscita per il presidente di Valéo, ieri
è venuto fuori che una filiale del Crédit Agricole (banca che ha avuto
gli aiuti pubblici) ha distribuito 51 milioni di bonus ai dirigenti, pur
avendo lincenziato 75 impiegati. La Peugeot ha fatto sapere ieri che
rimpatrierà in Francia delle lavorazioni.
«La crisi finanziaria durerà 15 anni»
di Bruno Perini
su Il Manifesto del 26/03/2009
Basta stock option ai banchieri. Intervista a Giulio
Sapelli, docente di storia economica all'Università Statale di Milano
«Un'intervista al manifesto sulle banche? E perché
no? Lei lo sa bene, io in politica sono un conservatore e in economia un
liberal. Però credo che materia di riflessione su quanto è accaduto ce
ne sia da vendere. Anzi, la prima cosa che le voglio dire è che non
possiamo cantare vittoria. L'uscita dal tunnel è ancora lontana. La crisi
finanziaria durerà almeno 15 anni. Se è vero che i titoli tossici in
circolazione sono stati stimati per un valore che è almeno 150 volte il
Pil degli Stati Uniti, lei capisce che siamo messi male. Per quanto
riguarda la crisi economica, invece, ci vorranno almeno 5 anni». Giulio
Sapelli, docente di storia economica all'Università Statale di Milano, è
un conservatore tutto d'un pezzo, con le politiche economiche del centro
sinistra non è per nulla tenero, è convinto che siano state tutte
all'insegna dell'impopolarità, eppure alcune sue proposte che in questa
intervista buttà lì come fossero noccioline, potrebbero far saltare i
nervi a banchieri e finanzieri. Se fosse per lui ad esempio le stock
option andrebbero eliminate quando si tratta di banche. E ancora, a
proposito di istituti di credito un dubbio iperbolico ce l'ha: «Ma siamo
proprio sicuri che le banche devono essere quotate in Borsa?».
Un quesito non da poco direi. Ci torniamo sulla questione. Ora, mi dica,
che cosa ne pensa del tornado che ha investito Stati Uniti, Gran Bretagna
e tutta l'Europa occidentale?
Liberiamoci subito di un luogo comune: le banche più intossicate non sono
quelle anglosassoni o statunitensi ma quelle tedesche. E comunque il male
sta lì, nel sistema bancario. Ho letto molte cose negative sugli hedge
fund o sui private equity, ma sono le banche che hanno avuto le maggiori
responsabilità. Quali banche? Quelle guidate da top manager che basavano
la loro politica sulle stock option. Il vero guaio è che gli istituti
bancari si sono trasformati da intermediari finanziari in reti di vendita
di prodotti finanziari. Un fenomeno questo che non ha riguardato soltanto
gli Stati Uniti o la Gran Bretagna ma anche, tanto per fare un esempio,
l'Austria. Il secondo punto dolente di questa crisi è che si è diffusa
una cultura del rischio funzionale ai top manager. E' per questo motivo
che le dicevo che le stock option bancarie andrebbero abolite.
Forse il punto più critico è che i top manager non giocavano in proprio
alla roulette russa ma mettevano sul mercato prodotti velenosi. Non crede?
E' così. Il punto di rottura c'è stato quando le banche hanno messo sul
mercato i propri debiti. Fino a quando si mettevano sul mercato semplici
obbligazioni tutto andava bene. Ma se quelle obbligazioni vengono vendute
assieme a una scatola che contiene mutui subprime a rischio, più altri
prodotti finanziari sofisticati e difficilmente decifrabili, allora tutto
cambia. Ed è quello che è avvenuto: in un'epoca in cui si parla tanto di
trasparenza e di governance ci siamo trovati sul mercato prodotti ad alto
rischio ma soprattutto dal contenuto opaco. Ecco il punto. In sè i
derivati non sono il diavolo ma se vengono alterati da prodotti
strutturati non controllabili allora si muta la natura degli stessi
derivati. Sa cosa le dico? Che l'Italia ha resistito a questa tossicità
diffusa più di altri paesi perché è dotata di molte banche cooperative
e popolari.
Secondo lei si può tornare indietro o queste anomalie sono parti
integranti del sistema, sono un punto di non ritorno?
Io credo che sarebbe sbagliato tornare indietro. E forse impossibile.
Bisogna continuare a usare questi strumenti finanziari nella normalità.
Il mutuo? Non si può erogarlo senza una garanzia minima. Le stock option?
Come le dicevo andrebbero abolite nel sistema bancario perché sono uno
stimolo al massimo rischio e se le cose vanno male si mettono a
repentaglio i risparmi di milioni di persone, non soltanto del top
manager. E' anche per questo motivo che le esprimevo i miei dubbi attorno
alla quotazione delle banche in Borsa. Forse le banche non dovrebbero
essere oggetto di contrattazione borsistica.
Davvero lei pensa che la crisi finanziaria durerà così a lungo?
Se il grado di tossicità del sistema è così alto le ripercussioni
saranno inevitabili anche nel medio periodo. Non voglio dire che il
sistema bancario e finanziario sarà paralizzato ma certo gli effetti si
faranno sentire. D'altronde io credo, a differenza di molti, che la crisi
dell'economia reale ci sarebbe stata anche senza la crisi finanziaria.
Eravamo di fronte a una crisi di sovraproduzione, la crisi finanziaria si
è sovrapposta non è stata la causa. Molti si chiedono che fare. Io non
sono convinto che il proliferare della legislazione possa risolvere i
problemi che ereditiamo dalla crisi. Sono piuttosto convinto che si debba
tornare a un'etica degli affari. Non escludo un forte sistema di vigilanza
ad esempio da parte della Banca d'Italia ma senza una nuova etica degli
affari è difficile arginare alcuni fenomeni.
La bussola del lavoro
di Loris Campetti
su Il Manifesto del 26/03/2009
Mario Tronti, Crs, lancia un appello agli
intellettuali a riprendere la parola partecipando alla manifestazione
della Cgil del 4 aprile. «Solo a partire dal lavoro si può ricostruire
la sinistra e spezzare l'egemonia culturale della destra»
«Il
4 aprile è un appuntamento importante. La manifestazione della Cgil può
facilitare una percezione di massa della gravità della crisi e, dunque,
l'assunzione politica della centralità del nodo del lavoro. Che è una
precondizione per ricostruire un ostacolo al rischio di un'uscita da
destra dalla crisi stessa. Il 4 aprile può segnare una svolta, un inizio
della controffensiva e non certo una conclusione». Ne è talmente
convinto, Mario Tronti, che sta preparando un appello rivolto agli
intellettuali «formati e in formazione perché salutino con simpatia e
partecipazione la protesta della Cgil. E siccome siamo nel tempo dei gesti
simbolici, ne voglio fare uno anch'io schierando il Crs (Centro per la
riforma dello stato, ndr) come promotore di un appello alle forze
intellettuali, ai lavoratori della conoscenza, agli studenti a partecipare
alla manifestazione dietro uno striscione che reciti: 'la cultura con i
lavoratori'». Da questa proposta a rompere il silenzio parte la
conversazione con Tronti sulla sinistra, la cultura e il movimento
operaio.
Iniziamo con la crisi, la sua natura e le risposte politiche in campo.
Il tema da sollevare con forza è il rapporto crisi-lavoro, e quanto la
crisi pesi sui lavoratori in carne e ossa. Vedo una cosa strana: si è
parlato molto di ciò che è e ciò che invece viene percepito - pensa
solo al tema della sicurezza, a com'è stata gonfiata la paura nei
confronti degli immigrati. Ora c'è un rovesciamento, la realtà è molto
più drammatica di come viene percepita. E' forte la percezione
individuale della crisi da parte di chi vive in vicinanza con il mondo dei
semplici. Nessuno sta più sicuro sul suo posto di lavoro, si è
scavalcato il problema della precarietà di una parte perché essa
conquista l'intero mondo del lavoro. La crisi ricade sulla vita
quotidiana, nelle case, nelle famiglie, si vive male. Però manca la
percezione pubblica, il tema non viene gridato. Lo schermo
dell'informazione, quel che dice e quel che non dice, è decisivo.
Berlusconi dice agli italiani che devono lavorare di più, all'inizio di
una crisi che cancella il lavoro si sono defiscalizzati gli straordinari.
È uno sgarbo nei confronti dei lavoratori, chiamati a lavorare e
consumare di più. Ma non esplode la denuncia delle parti politiche, il
tema non è assunto neanche da chi dovrebbe avere nel lavoro le sue
radici. C'è una crisi mondiale del capitalismo ed è la prima volta che
una crisi di tale intensità si manifesta senza il movimento operaio e il
suo contrasto. È una novità rispetto al '29, quando una crisi magari
ancora più profonda trovava in campo il movimento operaio internazionale
che ha imposto l'uscita dalla crisi con il compromesso socialdemocratico
sui temi classici, dal lavoro al welfare.
Però, mentre gli Usa rispondevano con il new deal e cresceva il conflitto
per i diritti collettivi, in un'Europa divisa crescevano i fascismi, fino
alla guerra.
Comunque la crisi ha fatto vedere la forza del movimento operaio che
andava contrastata, prima con le concessioni e poi con la repressione.
Quando la crisi è profonda, nessuno è in grado di contrastarla e c'è il
rischio di uscite pericolose. Anche oggi: in mancanza di un'alternativa al
sistema capitalistico passa il tentativo di salvataggio individuale,
ognuno cerca per sé un'uscita dalla crisi. Un'opinione disorientata
sceglie di affidarsi al sicuro, alle forze politiche che danno risposte
populiste facili e accattivanti, o si cerca di attaccarsi ai rimedi del
potere pubblico aspettando la ricetta miracolosa - si salvano le imprese e
così si salva il lavoro.
Ma l'alternativa al modello capitalistico, come dici tu, non si vede...
È un momento delicato, preoccupa il silenzio delle forze di sinistra
sulla natura della crisi e i pericolosi smottamenti che produce; con
l'eccezione di qualche pezzo di sinistra radicale, il grosso del movimento
è incapace di cogliere il momento che viviamo.
Persino nella sinistra radicale c'è la tentazione di assumere l'esistente
come immutabile: c'è l'individuo e ci sono le moltitudini, via la classe
non resterebbe che ripartire dall'individuo o, al massimo, dal territorio.
Non dal lavoro.
Bella osservazione. In altri paesi, va detto, esplode la protesta di massa
ma è più spontanea che diretta. Se la crisi pesa innanzitutto dal
lavoro, è da lì che bisogna ripartire. O la sinistra ritrova il suo
posto naturale al centro del sociale, dov'è il lavoro di uomini e donne,
oppure non vedo la possibilità di una sua rinascita politica. Dentro la
globalizzazione neoliberista è venuto avanti uno squilibrio pesante nella
distribuzione della ricchezza a danno del lavoro dipendente. La sinistra e
le forze della cultura ci si sono adagiate come se il processo fosse
irreversibile, come se non si potesse fermare ma, al massimo, mitigare.
Penso che la crisi del liberismo sia leggibile come crisi da lavoro, su
cui certo si sono innestate le note vicende finanziarie. Va messa in
discussione l'idea che la crisi nasca da una cattiva gestione del
capitale. Con una lettura marxiana si può dire che la crisi è molto più
materiale, legata al meccanismo classico produzione-distribuzione-consumo.
Un bel tema, questo, da cui ripartire, il tema classico della sinistra che
è il lavoro. Naturalmente il lavoro è cambiato, frantumato, difficile da
rappresentare e organizzare. C'è bisogno di un di più di conoscenza
della sua struttura, e di un di più di iniziativa politica. Se
rimettessimo al centro questi temi, invece di scendere in campo armati a
ogni parola del papa o alle buffonerie di Berlusconi, la sinistra potrebbe
tornare in campo in modo riconoscibile.
Controriforma dei contratti, smantellamento del Testo unico sulla
sicurezza, attacco al diritto di sciopero, sono gli addendi di
un'operazione pericolosissima, non solo per i lavoratori dipendenti.
Per questo la manifestazione del 4 aprile diventa un passaggio strategico.
Dobbiamo stringerci intorno alla Cgil, dimostrare che non è sola. E' in
sintonia con i lavoratori e c'è il dovere politico, non etico, delle
forze intellettuali di stare dentro la mobilitazione. Fin qui gli
intellettuali sono stati assenti, distanti, e questo è il motivo non
ultimo della generale deriva culturale.
È la destra, oggi, ad avere l'egemonia culturale.
Il cambio di egemonia inizia negli anni Ottanta, e non è indifferente la
responsabilità delle forze politiche e culturali di sinistra.
Inizia dalla sconfitta operaia nei 35 giorni a Mirafiori?
È partito tutto da lì. Sono cambiate le figure intellettuali, ma non
sono scomparse in un magma imprecisato. Ci sono state manifestazioni
positive nel campo dell'arte penso al cinema, al ritorno sullo schermo del
lavoro. Ma si tratta di uno spiraglio nel buio. C'è un paradosso: la
cultura è ancora a maggioranza di sinistra ma l'egemonia culturale è
della destra. Forse perché spesso l'intellettuale di sinistra assume
pulsioni di destra. Non c'è un ancoraggio al mondo del lavoro, senza cui
non può esistere una cultura di sinistra. Gli orientamenti che emergono
oggi incrociano lo smantellamento dei diritti dei lavoratori con una grave
deriva istituzionale. Siamo al passaggio non contrastato al federalismo
che è una tappa verso il presidenzialismo, perché più si articola la
struttura federativa più si accentra il potere esecutivo. Dunque, le due
battaglie, quella istituzionale e quella sul lavoro, vanno legate. Se non
si impegneranno le forze culturali della sinistra, le forze politiche
saranno travolte dai processi. La controffensiva può partire proprio il 4
aprile.
La crisi è mondiale, l'Italia non è un'isola. È difficile pensare a una
battaglia paese per paese, o fabbrica per fabbrica.
Certo, e la crisi conferma la natura mondiale del capitale. La
mondializzazione non poteva che creare un effetto a catena in un sistema
integrato in cui il volo di una farfalla provoca un uragano dall'altra
parte del mondo. In questo contesto è drammatica l'assenza di una forma
internazionale del movimento operaio e di una sinistra internazionale,
almeno ci fosse un sindacato europeo. È impressionante il silenzio delle
forze politiche che hanno cantato i tempi moderni: dov'è, che dice il
Partito socialista europeo? Perché si riuniscono i G8 e i G20 senza che
prima i partiti di sinistra si siano incontrati per elaborare un
orientamento comune sulla risposta da dare alla crisi? E' questo vuoto che
rende drammatica la situazione. Non so se è vero che l'Italia e la sua
finanza siano più protette come ci si dice, so che la crisi colpisce
ovunque, soprattutto il nostro campo, quello del lavoro che siamo chiamati
a difendere. So dunque che dal lavoro dobbiamo ripartire.
La memoria abbandonata
di Alessandro Portelli
su Il Manifesto del 26/03/2009
La neutralizzazione della Resistenza ha permesso alla
destra di «conquistare» anche i luoghi dell'antifascismo. Rendendone
indistinti i motivi e le ragioni per cui quei luoghi sono ancora una
lezione per l'oggi
L'anniversario
della strage nazista delle Fosse Ardeatine è stato segnato quest'anno da
un doppio, concentrico pessimo uso della memoria: la falsificazione
antipartigiana da una parte, l'esorcismo conciliatorio dall'altra.
La falsificazione è l'indecente campagna scatenata dal giornale dei
vescovi e ripresa dall'immarcescibile Tg2, sulla presunta responsabilità
dei partigiani, rei di non essersi consegnati ai nazisti per evitare la
rappresaglia. Le basi di questa campagna sono quanto di più
inconsistente: per l'ennesima volta, è saltato fuori qualcuno che dice o
scrive di avere visto il mitico manifesto in cui si invitavano i
partigiani a «presentarsi». Non è una gran scoperta: di gente che
sostiene la stessa cosa ce n'è sotto ogni sampietrino di Roma. Però c'è
anche gente che sostiene di avere visto l'autostoppista fantasma e la
babysitter assassina: perché di questo si tratta, di una leggenda
metropolitana (un po' meno innocua), o meglio di un mito nel senso pieno
della parola - cioè, di una narrazione talmente necessaria per sorreggere
una convinzione a priori da essere del tutto impermeabile ai fatti. E'
inutile sforzarsi di argomentare le risultanze della ricerca storica, fare
appello ai documenti. Che gliene frega ai giornalisti dell'Avvenire che il
generale Kesselring negò in tribunale che quei manifesti fossero mai
esistiti, anzi disse che non ci avevano nemmeno pensato; e che il boia
della Ardeatine, Herbert Kappler, al suo processo non ne abbia mai fatto
cenno; e che da nessun archivio ne sia mai saltata fuori una copia o
almeno una fotografia; e che il manifesto effettivamente affisso dai
nazisti desse notizia della strage solo dopo che era già avvenuta («quest'ordine
è già stato eseguito»)? Basta il primo venuto che dice il contrario per
strillare «Ecco la prova», per confermare quello di cui erano convinti
già prima: la colpa è dei partigiani, i nazisti poverini ci sono stati
costretti. D'altronde, non aveva scritto la stessa cosa l'Osservatore
Romano il giorno dopo il massacro?
L'esorcismo conciliatorio si è realizzato ritualmente davanti al luogo
della strage, con ex fascisti neanche tanto ex come La Russa a versare
(metaforicamente, metaforicamente!) lacrime di coccodrillo sulle vittime
«dei totalitarismi». Nel luogo più sacro della memoria
dell'antifascismo, gli antifascisti erano assenti, flebili o generici.
Abbiamo affidato agli eredi di Almirante pure la nostra memoria, pure la
Resistenza deve aspettare che sia Fini a rendergli l'onore che non si nega
agli sconfitti. Il gesto di omaggio, in parte opportunistico e in parte
autentico, reso da Fini alle Ardeatine all'inizio degli anni '90 si è
trasformato nel suo contrario: nella definitiva appropriazione alla destra
di uno dei nostri luoghi di memoria più cari. Non si tratta di definitiva
accettazione da parte della destra dei valori dell'antifascismo, ma al
contrario, della relegazione dell'antifascismo a un passato che ha solo
valenza rituale. L'ennesima indecente assimilazione di nazismo e comunismo
(di fronte a un luogo dove sono sepolti più di cento comunisti ammazzati
dai nazisti) e l'ammonimento a non ripetere gli «errori del passato»
(quali, esattamente? Li vogliamo nominare?) servono in ultima analisi a
prendere le distanze dalla storia, a relegare nel passato i rischi della
nostra civiltà, e all'apologia del nostro democratico, bipartitico e
governabile presente di ronde, xenofobie, razzismi.
Ma non è a questo che serve la memoria. La memoria serve a disturbare il
presente, a metterci a disagio. Le Fosse Ardeatine non sono, ricordiamolo,
il peggior crimine nazista in Italia (ricordiamoci di Marzabotto e di
Sant'Anna di Stazzema, e delle infinite stragi piccole medie e grandi
dalla Sicilia a Bassano del Grappa). Non sono neanche il peggio che sia
successo a Roma: sono quasi 2.000 gli ebrei romani che non sono tornati
dai campi di sterminio; e nessuno ha un conto esatto di quanti sono
tornati fra i 700 carabinieri deportati a ottobre 1943 o i 900 deportati
del Quadraro ad aprile del '44 - e neanche delle migliaia sepolte sotto i
bombardamenti alleati. Se le Fosse Ardeatine hanno un potere così grande
sulle nostre passioni è soprattutto per le modalità che ne fanno in un
certo senso la sintesi simbolica di tutte queste stragi: il luogo, una
grande città, capitale dello stato e della chiesa cattolica; la
composizione geografica e sociale delle vittime, provenienti da tutta
Italia, da tutte le classi sociali, da tutto l'arco delle generazioni,
delle scelte politiche, delle religioni (compresi gli atei).
Ma soprattutto, la memoria delle Fosse Ardeatine ci disturba per il modo
in cui si è compiuta la strage. Sbagliano le lapidi affisse in giro per
Roma che commemorano gli uccisi come vittime della «barbarie», della «bestialità»,
della «ferocia» nazista. Le Fosse Ardeatine non sono una strage barbara,
sono una strage profondamente civilizzata: come i campi di sterminio non
si potevano fare senza le ferrovie, anche le Ardeatine non si potevano
fare senza quei pilastri dello stato moderno che sono gli archivi da cui
desumere gli elenchi dei candidati alla morte, la logistica per
trasportarli sul luogo della morte, la burocrazia per spuntare i nomi
dalle liste. Solo l'Occidente moderno ha i mezzi per fare cose simili. I
«barbari», i «selvaggi», le bestie sono capaci di fare cose orrende;
ma questa l'abbiamo fatta noi uomini civili con gli strumenti della nostra
civiltà. Insieme a tante cose nobili e belle, alle radici dell'Europa ci
sono le Fosse Ardeatine, Babi Yar, Auschwitz. Di questo dovremmo parlare,
ogni 24 marzo.
E non l'ha fatta la «belva nazista» che ossessionava l'immaginario del
piccolo Alberto Grossman in Vedi alla voce: amore: l'hanno fatta «uomini
comuni», esseri umani come noi. In tutta la sua autodifesa al processo,
Herbert Kappler insisteva sul «rispetto umano» per vittime e carnefici
insieme: non far sparare troppo da vicino per non sfigurare i cadaveri,
non dare i conforti religiosi alle vittime per non doverli dolorosamente
interrompere per ammazzarle, confortare paternamente i poveri soldati che
andavano in pezzi dopo tante ore di sangue... Come facciamo a non
riconoscere noi stessi nelle parole di Kappler (il paradossale dibattito
californiano se l'iniezione mortale sia o meno una pena crudele...), a non
vederci i germi delle nostre guerre umanitarie, dei nostri bombardamenti
democratici, delle nostre civilizzate torture?
Se la strage delle Ardeatine l'hanno compiuta uomini civili come noi, vuol
dire che il rischio ce l'abbiamo dentro anche noi. Possiamo essere
vittime, ma possiamo essere carnefici, o complici silenziosi. La figlia di
uno degli uccisi delle Ardeatine si interrogava sulle finestre chiuse
mentre sotto, per le strade di Roma, passavano i camion con i destinati
alla morte. Ecco, forse un «errore del passato» da non ripetere è
chiudere di nuovo le finestre quando dalle nostre basi partono gli aerei
per Abu Ghraib, o quando nelle nostre strade scorrono le ronde verso le
violenze sempre nuove e sempre uguali del nostro tempo.
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