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La
casta - Così
i politici italiani sono diventati intoccabili
Per un libro di analisi e denuncia, diverso
da un pamphlet a tesi, come farebbe supporre il titolo, è essenziale la
fiducia. Fiducia del lettore che gli autori si guadagnano, via via che
procede la lettura, in due modi: con l'accuratezza dei dati e con la
mancanza di pregiudizi politici o geografici. Per quanto riguarda il
primo aspetto sono molti i colpiti dalle loro accuse di sprechi
ingiustificati a essere motivati a contestare le cifre fornite. Non lo
hanno fatto. Né gli autori ricorrono al sotterfugio, frequente in
inchieste giornalistiche ormai ricorrenti su costi e prebende della
politica, di confondere introiti lordi con quelli netti. Può darsi che
qualche errore vi sia nell'abbondanza dei dati offerti, ma chi legge con
qualche esperienza o competenza sull'argomento è pronto a scommettere
che trattasi di errori singoli e, soprattutto, casuali; non la
risultante di una tesi precostituita, da dimostrare a ogni costo. La
tavola imbandita degli usi e degli abusi della casta è di dimensioni
tali da non risparmiare nessuno: politici del Polo e dell'Ulivo, ove
occorra della sinistra alternativa. Qui nessuno sfugge, anche se il
pasto risulta così abbondante e pittoresco, a Stella e Rizzo (ma quale
sia stata la divisione del lavoro tra gli autori essi non rivelano) non
manca certo il gusto dell'aneddoto, che rischia di fare l'effetto di un
tavolo di antipasti scandinavo (smoergaasbord): sovrabbondante,
splendidamente allestito, composto di prodotti freschi e genuini,
talvolta indigesti per gli stomaci deboli, ma che può lasciare
disorientati i commensali. Quelli più esperti riempiono i loro piatti
di alcuni alimenti particolarmente prelibati perché inediti. Quanto
dimostrano gli autori sui costi del Quirinale, anche grazie alla
decisione senza precedenti del presidente in carica di consentire
(scommetterei: sollecitare) ai propri uffici di fornire alcuni dati,
costituisce una vera e propria conquista civile, tale da dimostrare che
la presidenza della Repubblica italiana costa circa quattro volte più
della Corona britannica, malgrado i presidenti, da Scalfaro in poi, si
siano autoridotti i loro stipendi personali (cfr. tabella a p. 252). Si
tratta della violazione sacrosanta di quello che, fino a qualche mese
fa, veniva trattato dalle stesse presidenze delle Camere come un vero e
proprio segreto, con l'argomento specioso che trattavasi di dati interna
corporis (il latinorum non manca mai nell'armamentario degli
azzeccagarbugli nostrani) di un diverso ordine costituzionale. Meno
scandalosi in linea di principio, più gravi dal punto di vista della
buona amministrazione, sono i dati che riguardano (ma gli esempi sono
pressoché infiniti) i costi dei nuovi palazzi presi in locazione dalla
Camera dei deputati (Palazzo Marini e annessi), per un totale di
652.703.728,32 euro, alla scadenza dei contratti per meno di un
ventennio, ovvero quanto basterebbe per acquistare una bella fetta del
centro storico di Roma. Chi scrive è, invece, in disaccordo con gli
autori quando essi menano scandalo per l'esigenza che in parte motiva il
fatto: quello di dotare ciascun membro del Parlamento di una modesta ma
funzionale stanza di lavoro. Sfugge loro lo scandalo nello scandalo: che
è quello di una gestione generosa quando si tratta di distribuire
privilegi e prebende agli eletti, ma avara quando si tratta di dotarli
di strumenti indispensabili nel loro lavoro (ad esempio, i lauti
rimborsi forfettari per collaboratori, pagati in nero o inesistenti, in
mancanza di un adeguato supporto indispensabile degli uffici-studio per
ricerche, indispensabili a un lavoro legislativo e di vigilanza degno di
questo nome, soprattutto per chi voglia lavorare con un minimo di
indipendenza dai gruppi parlamentari di appartenenza). O che dire dei
l79.452 euro al giorno da imputare a voli di stato, a cui aggiungere
quelli dei nuovi impianti di linea e aeroportuali a cui sono
particolarmente dediti i parlamentari della Valle d'Aosta e del Trentino
Alto Adige? Esempi della citata mancanza di pregiudizi geografici degli
autori, i quali si guadagnano ulteriori frammenti di fiducia del
lettore, sottolineando le meritorie battaglie di Renato Soru per ridurre
gli sprechi della sua Regione o ricordando lo scandalo sollevato dalla
signora Mastella per le inutili spese della (probabilmente) superflua
rappresentanza newyorchese della Regione Campania. È invece carente la
chiave di lettura della messe di dati offerti e mancano del tutto i
possibili rimedi. I commensali vengono abbandonati a loro stessi e
rischiano l'indigestione, senza nemmeno l'indicazione di un alka-seltzer
che potrebbe evitare almeno in parte una prevedibile rassegnazione di
fronte ai beni (o al male) denunciati con tanta dovizia di episodi e di
particolari. Con giusta severità sono indicati i meccanismi consociavi
che sottendono ai costi stratosferici della politica e che consentono di
individuare i responsabili come appartenenti. Ma qual è la natura e
l'estensione di questa casta? Certamente i responsabili di partito,
bersaglio ovvio e scontato. Ma che dire dei grands commis, in
alcune pagine giustamente denunciati come complici e beneficiari del
sistema in atto? Per non parlare della giungla retributiva in cui
pascolano dirigenti e impiegati delle aziende pubbliche e di alcuni, ma
solo alcuni, ministeri. Non dovrebbero preoccupare anche coloro che,
nominalmente o meno, occupano posizioni di responsabilità non
sufficientemente retribuite come esposti a possibili malversazioni? E
che dire degli intrecci perversi tra pubblico e privato, tra politica e
finanza, per non parlare delle retribuzioni e liquidazioni assurdamente
percepite da manager del tutto privati incapaci di offrire ad azionisti
e consumatori una produttività proporzionata alle loro retribuzioni? In
altre parole, senza negare la specificità della casta politica,
particolarmente riprovevole perché mantenuta dai contribuenti, non si
pone il problema di una più ampia fragilità, talora corruttela della
classe dirigente che costituisce la peculiarità di questo paese nei
confronti di buona parte dell'Occidente? Affrontare, o quantomeno
individuare questa problematica, significa sfuggire al troppo facile
gioco della denuncia di una corporazione (quella della politica) da
parte di altre corporazioni o centri di potere che intendono farsi
spazio a sue spese. Forse varrebbe la pena interrogarsi se
l'accelerazione della spesa pubblica non sia in qualche modo legata alla
precedente crisi di sistema causata da Tangentopoli che, se ha avuto il
merito storico di colpire la patologia, non avrà anche nutrito una
fisiologia distorta, fondata su una ricerca di privilegi e spese assurde
per via legale? Gian Giacomo Migone
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