“La fornace”

“La fornace”

 

 

            Nel giugno del 1963 esce a Pinerolo il primo numero del mensile “La fornace”.  Si definisce nel sottotitolo come “rivista di cultura”, ed è il primo tentativo del genere da parte di un periodico pinerolese.  Non si occupa di vicende locali, ma aspira a dare - come si legge nell’”Apertura” del primo numero - “un contributo alla vocazione universalistica dell’uomo moderno, e alla comprensione dei mezzi capaci di rendere l’uomo più competente e quindi più padrone delle realtà temporali”.  Dopo il 1968 saranno innumerevoli i fogli e le riviste della natura più disparata, ma nel 1963 il fatto si segnala per la sua novità e per il tentativo di sprovincializzazione che lo anima.

 

            Il direttore ed i redattori sono quasi tutti giovani tra i 25 ed i 35 anni.  Molti provengono dalla FUCI, altri hanno percorsi completamente laici.  Si presentano, appunto, come “un gruppo di giovani che, dopo avere vissuto per qualche tempo un’esperienza comunitaria di riflessione, intende ora esprimere ciò che ha trovato”.  Il direttore è Pier Carlo Pazé, della redazione fanno parte nomi che compariranno anche a lungo nella vita pinerolese:  don Vittorio Morero, allora poco più che trentenne;  Gianni Losano, Elvio Fassone, Renato Storero, Anna Maria Bermond, Silvia Gillo.  Assidui anche due magistrati “esterni”, Luigi Vittozzi e Antonio Pranzetti, poi trasferiti a Roma.  Collaborano con una certa continuità Franco Bourlot, Mauro Scatti, Lina Fritschi, Roberto Giannoni.  Non mancano interventi autorevoli di Mario Gozzini, Paolo Ricca, Massimo Giustetti.

 

            La rivista non ha vita lunga, già a fine del 1964 si fonde con un’altra, “Nuova presenza”, e dopo poco anche questa si estinguerà.  Ma i suoi dieci numeri sono espressione di una vivacità in linea con quei tempi.

 

            E’ bene ricordare che cosa hanno rappresentato gli anni 1963-’64.  E’ in corso il Concilio Vaticano II, con il suo eccezionale sforzo di apertura: si chiuderà l’8 dicembre del 1965.  Stanno operando, nei rispettivi ambiti, tre personalità di forte rilievo mondiale, Giovanni XXIII, John Kennedy e Nikita Kruscev.  Il primo morirà, appunto, nel giugno del 1963, il secondo sarà assassinato nel novembre, il terzo verrà rimosso nell’ottobre del 1964.

 

            In Italia il centro-sinistra tenta i suoi primi passi e, dopo trattative laboriose, Moro forma il primo governo nel dicembre 1963.  Anche quella volta è la congiuntura economica pesante, dopo gli anni spensierati del “boom”, a costringere la DC ad aprire uno spiraglio ad alcune delle forze politiche sinallora emarginate.  Le reazioni non si fanno attendere, anni dopo si apprenderà del “piano Solo”, e del “tintinnar di sciabole” che Nenni avvertì presto come risposta ai timidi tentativi di spostare l’asse della politica italiana.

 

            “La fornace” riflette i problemi di quegli anni.  Molti articoli sono dedicati al Concilio ed agli integrismi cattolici, al pontificato di Giovanni XXIII, ai preti operai, alle nuove teologie, al ruolo dei laici nella chiesa, alla chiesa dei poveri ed all’unità politica dei cattolici.  Si sente profumo di dissenso, ma misurato e con sforzo di elaborazione. 

 

            Comunque c’è coraggio e anticipazione dei tempi.  Quando padre Ernesto Balducci viene condannato a sette mesi di reclusione (il 16 ottobre 1963), per avere scritto un articolo in difesa dell’obiezione di coscienza al servizio militare,  la rivista pubblica tre riflessioni sul tema ed un articolo a favore del servizio civile.  Quando la censura boccia per la seconda volta un film di Tinto Brass, Pazé interviene criticamente, suscitando una saccente replica di “Vita e pensiero” (segno che la rivista è letta dagli occhiuti difensori dell’ortodossia) cui rispondono con ben maggior profondità Vittozzi e un lettore.

 

            Il travaglio dei socialisti italiani - ricordiamo che, quando Moro ottiene la fiducia, 25 deputati della sinistra socialista abbandonano l’aula, e saranno deferiti ai probiviri e sospesi per un anno da ogni attività di partito - impegna anch’esso ripetutamente “la fornace” (ben cinque interventi).  Le avvisaglie di alcuni temi che proromperanno poi nel ’68 e seguenti si colgono in alcune riflessioni sulla proprietà, sull’economia del benessere (di tutti o di pochi?), mentre i problemi portati all’attenzione da Rosi con il suo “Mani sulla città”  trovano eco in vari scritti sul malgoverno dell’edilizia e dell’urbanistica.

 

            I fascicoli, pur nella loro artigianalità, non mancano di anticipazioni davvero interessanti.  Roberto Giannoni sollecita più volte la riforma della società per azioni, paravento di elusioni e trucchi vari:  alcune di quelle proposte saranno accolte tempo dopo, altre attendono ancora.  Gianni Losano invoca il federalismo europeo (nel 1963 !) come vera dimensione della politica, e spinge lo sguardo su realtà allora lontane, come l’Africa e l’est europeo, spaziando al di fuori del nostro radicato provincialismo.  Vittorio Morero offre alcune lucide analisi della Resistenza italiana, individuando con decenni di anticipo il cuore del dibattito che cercherà di immiserirla negli anni del revisionismo.  Elvio Fassone riflette sulla crisi della giustizia (già allora !) con proposte che poi si faranno largo a fatica, e sull’appena varata riforma della scuola, auspicando quegli “esami per sorteggio” che dovranno modificare la mostruosa e nozionistica fisionomia degli esami di maturità. Luigi Vittozzi mette in guardia sugli equivoci che possono annidarsi in un’errata lettura del concetto di democrazia.  Franco Bourlot è critico sulla proposta della DC di offrire ai partiti una forma di finanziamento pubblico, scaturita dalla constatazione che le sue fonti tradizionali di finanziamento (forze economiche ora ostili all’apertura a sinistra, ed enti pubblici sommersi dagli scandali) si stanno inaridendo.  E anche alcune letture o riflessioni sull’arte, di Bermond, Gillo, Storero e altri, hanno l’intuito di chi sta con le antenne dritte e non si accontenta del nostro insistito localismo.

 

            E’ durata poco “la fornace”, ma qualche buon mattone lo ha lavorato.

Elvio Fassone