Kazuo Ohno

Cent'anni di Butoh: addio Kazuo Ohno

di R.Bat.

Se ne va alla veneranda età di 103 anni Kazuo Ohno, uno dei padri assieme a Tatsumi Hijikata del Butoh giapponese, creato intorno agli anni Cinquanta. Corpi contratti, seminudi, ricoperti di polvere bianca, come spettri in cerca di gesti rarefatti e primordiali erano i connotati di un genere di danza destinato a conquistare adepti in tutto il mondo, persino in Italia, dove un'intera generazione di danzatori è stata catturata dal fascino del Butoh.
Kazuo Ohno non è stato solo un interprete di straordinaria capacità di suggestione in scena - quello che in Giappone chiamano opera d'arte vivente -, ma anche un danzatore estremamente longevo: Kazuo ha danzato ben oltre i novant'anni. Era capace di levarsi dalla sedia a rotelle e se le gambe stentavano a rispondere, non esitava a trascinarsi sul palco. Vitale, splendido monumento poetico fino all'ultimo, evocatore di grazia e di numinosi segni.
Era nato a Hakodate, nell'isola di Hokkaido, il 27 ottobre del 1906, da una famiglia di pescatori. Da studente si manteneva dando lezioni di ginnastica. Alla danza è spinto dalla visione della danzatrice spagnola Antonia Merce, detta La Argentina. Kazuo Ohno ne è folgorato, al punto di non dimenticarla più per tutta la vita. E' con un omaggio a lei, "Admiring l'Argentina", creato nel 1977, che raggiunge fama mondiale a ben 70 anni.
Ma prima ci sono gli studi con Tagaya Eguchi, un ex allievo di Mary Wigman. Si nutre di espressionismo, ma anche dei fermenti di un Giappone sgretolato dalla guerra e in cerca di nuove identità. Il debutto in scena è tardivo, nel 1949, a 43 anni, di ritorno da un anno come prigioniero di guerra. L'incontro con Tatsumi Hijikata fondamentale. Sarà Hijikata a spingere Ohno verso la "danza delle tenebre", l'originario movimento dell'Ankoko-Butoh, da cui scaturirà il multiforme universo della danza butoh.

Curiosamente quello che diventerà il manifesto del Butoh, Kinjiki (colori proibiti), creato su un testo di Mishima, sarà invece interpretato dal figlio di Ohno, Yoshito. E' sempre Hijikata a dirigere Ohno, poi, nel celebre "Admiring l'Argentina", in cui Kazuo riversa la tradizione dell'Onnagata (attore-danzatore che recita parti femminili) in interpretazioni di carattere contemporaneo.
Dopo la morte di Hijikata, Ohno tornerà ad affreschi più onirici e meno cupi. Si avvicina all'arte occidentale, affascinato dagli impressionisti (danzerà ispirandosi alle Ninfee di Monet). Sempre più affascinato da un movimento rarefatto. Perfetto come un haiku.

1 giugno 2010

 

Muore a 103 anni Kazuo Ohno, il fondatore della danza butoh

3 giugno 2010

 

 

Il grande artista giapponese è scomparso mercoledì scorso per un'insufficienza respiratoria. Danzava "per comunicare l'universale nella sua espressione più pura"
Kazuo Ohno

 

Kazuo Ohno, fondatore della danza butoh, è morto mercoledì scorso per un'insufficienza respiratoria nella sua casa di Yokohama, in Giappone. Nato il 27 ottobre 1906 nell'isola di Hokkaido, aveva 103 anni.

Profondamente colpito da un spettacolo della danzatrice spagnola La Argentina, che vide nel 1929, Ohno iniziò a studiare con Baku Ishi e Takaya Eguchi, entrambi influenzati dalla nuova danza espressionista tedesca. Debuttò sulle scene solo nel 1949, con uno spettacolo composto da brevi brani ispirati alla danza tedesca d'anteguerra. Ma decisivo per la sua carriera si rivelò l'incontro con Tatsumi Hijikata, nei primi anni Cinquanta. Con lui partecipò alla fondazione della danza butoh, ovvero della "danza delle tenebre", nata dall'inquietudine degli artisti dopo il disastro atomico, che è oggi la forma peculiare della danza moderna giapponese e di cui egli è riconosciuto come l'interprete più significativo.

"La danza di Ohno - spiega Elena Cervellati, coordinatrice della sezione danza del Dms - si stacca dalla più diffusa tradizione del butoh, pur condividendone molti principi corporei, per il suo carattere luminoso e lirico. Ohno danza per comunicare l'universale nella sua espressione più pura; secondo lui, presto convertitosi al cristianesimo, la danza deve rivelare 'la forma dell'anima'. Nel suo sforzo quasi mistico di rivelazione dell'essere, di creazione di un mondo che è incontro con le fonti vitali, Ohno utilizza costantemente due concetti chiave: quello di 'corpo morto' e quello di 'libertà'. Il corpo morto, negato, è per lui il primo fine da raggiungere per far sì che l'emozione in esso coltivata possa esprimersi liberamente, senza essere costretta a seguire le logiche coercitive imposte da un corpo vivente. L'anima deve poter manovrare il corpo come un burattinaio manovra una marionetta. Ne nasce una liberazione dalle pastoie della volontà, dalle strettoie del pensiero e dell'individualità".

Dal 1967 al 1977 Ohno lasciò le scene per girare alcuni film d'ispirazione surrealista ("Portrait of Mr. O", "Mandala of Mr. O", "Book of the Dead of Mr. O"). Nel 1977, a più di settant'anni, creò sui ricordi di un tempo "Admiring La Argentina", l'opera en travesti che, presentata a Nancy nel 1980, riscosse un clamoroso successo internazionale e rese Ohno, ormai settantacinquenne, una vera leggenda vivente. Da allora, ha continuato a creare degli assoli ai quali ha spesso associato il figlio Yoshito, trasmettendogli la propria eredità artistica. Nell'ottobre del 2001 compie novantacinque anni e lascia le scene, passando idealmente il testimone artistico al figlio.

Proprio nell'ambito dei festeggiamenti per il novantacinquesimo compleanno del Maestro venne firmata la convenzione relativa alla concessione di una parte dei documenti conservati presso l'Archivio Ohno di Yokohma al Dipartimento di Musica e spettacolo dell'Alma Mater, in esclusiva per l'Italia. L'archivio bolognese è stato ufficialmente presentato alla cittadinanza il 22 aprile 2002 e ha oggi sede presso la Biblioteca del Dipartimento, accessibile a tutti.

Alla fine del prossimo mese di luglio, amici e allievi italiani e stranieri gli renderanno omaggio in una serata che si svolgerà a Cattolica, in chiusura della manifestazione Danzfest.

"Se desideri danzare un fiore puoi mimarlo e sarà un fiore qualunque, banale e privo di interesse; ma se metti la bellezza di quel fiore e l'emozione che esso evoca nel tuo corpo morto, allora il fiore che crei sarà vero e unico e il pubblico ne sarà commosso".

 


 

di Gianfranco Capitta
Kazuo Ohno, il gesto della vita
Se ne è andato lunedì uno dei più fantastici signori della scena del novecento. Kazuo Ohno è giunto all'età di centoquattro anni, prima di lasciarci dopo aver riempito dal lontano Giappone la fantasia e l'immaginario di folle di spettatori, oltre che di artisti. Gli uni e gli altri forse talvolta perfino ignari del proprio debito nei confronti del grande vecchio, il patriarca del butoh, il maestro dell'ambiguità nel cui corpo grinzoso e nelle cui mani «parlanti» si sono incontrate per sempre la grazia della danza e il bisogno della pace.
La sua storia ha origini lontane, all'alba del secolo scorso. Nasce sull'isola di Hokkaido da un pescatore di madrelingua russa. Ha un'educazione piccoloborghese e inizia a lavorare come insegnante di arte scenica. Diventerà forzatamente ufficiale dell'esercito, per essere mandato su uno dei vari fronti aperti dal Giappone. E alla fine della guerra, passerà anche un anno in Guinea prigioniero in un campo di concentramento.
Ma prima della seconda terribile guerra mondiale, Kazuo è stato portato da un amico a vedere danzare Antonia Mercè, una ballerina spagnola in tournée in Asia. Quella visione gli cambierà la vita. L'ha coltivata per anni e per decenni, ma arriverà al 1977, età inusuale per un debutto coreografico, per mostrare in pubblico quello che resterà il suo «testamento/manifesto», Admiring l'Argentina, omaggio di ammirazione e amore per quella visione che l'aveva talmente turbato da cambiargli la vita.
E infatti, alla fine della guerra, prostrato come tutto il suo paese dal bombardamento atomico su Hiroshima, ripudiato l'esercito e rinunciato all'insegnamento, si avvicina al butoh, la sconvolgente forma di spettacolo che è insieme danza e teatro, filosofia e pratica del corpo. Un esercizio tenebroso e ancestrale che rifiuta la tradizione spettacolare nipponica colta e quella popolare, per esprimere attraverso la ricerca di un nuovo movimento lo stato di dolore e consapevolezza in cui il paese è caduto con tutta la sua cultura.
Non è stato Kazuo Ohno l'inventore del butoh, ma certo ne è stato l'ambasciatore più virtuoso e deciso, in patria e fuori; il maestro cui hanno attinto discepoli e allievi che hanno raggiunto fama mondiale come gli ascetici Sankaj Juku di Ushio Amagatsu e le donne di Ariadone capitanate da Carlotta Ikeda, e poi gruppi di generazione successiva come i tecnologici Dumb Type, e i moltissimi che ne hanno fatto pratica di vita individuale.
Ohno ha avuto in più il fatto di essere cristiano, e quindi di aver sviluppato una sorta di integrazione tra buddismo e cattolicesimo, insieme zen ed estremista. È diventato insomma un vero guru per le nuove generazioni e per chiunque lo abbia voluto incontrare. Non abusando mai della parola, ma elargendo generosamente il suo corpo o quanto ancora riusciva a farne vibrare nell'età che avanzava senza arrestarlo: le mani nodose, gli occhi profondi come laghi, il ventre su cui strisciare con grazia inenarrabile nelle apparizioni pubbliche degli ultimi anni. Ma qui siamo già a lui centenario,perché solo una decina di anni fa l'intrepida Carolyn Carlson l'aveva voluto come guest star alla Biennale danza che dirigeva. E lui, specchiandosi nel figlio Yoshito sul palcoscenico, aveva dato ancora una volta la meravigliosa prestanza della propria esile corporatura, un fascio di nervi capace di suonare e interrogare, muovendosi in una sorta di inno contro la guerra, che mandava in deliquio il pubblico. E dopo, nell'umida notte veneziana a Rialto, aspettare paziente stringendosi nella sua sciarpa, che un taxi pietoso lo riportasse alla Giudecca. Silenzioso e discreto come quando aveva ricevuto, sempre a Venezia, il premio Antonioni dalle mani dello stesso regista. La sua grandezza, oltre che nell'arte che lo rende immortale, stava davvero anche in quel carattere, pacifista ma duro, grandioso ma schivo.
Per chi scrive queste righe, è impossibile non ricordare un incontro privato avvenuto nella sua casa sulle colline di Yokohama. Un invito della Japan Foundation a conoscere la cultura giapponese, una lista di desideri in cima ai quali sta il maestro danzatore, poi una mezzora di metropolitana da Tokio e l'ascesa tra le villette della collina, solo un accecante sole pomeridiano d'agosto. Sulla porta di casa Ohno, la moglie ci indirizza verso la contigua sala prove, dove lui stesso ci accoglie in tenuta da lavoro, una sorta di combinazione tra una maglia di salute e dei mutandoni. Prima di parlare, danzerà solo per noi, per introdurci nel suo mondo! Quaranta minuti indimenticabili, di commozione impossibile da nascondere. Prima esercizi e passi di butoh, accompagnati dalla gratitudine di quegli occhi interrogativi. Poi l'indossare l'abito nero della Argentina, il cappello a larghe falde con un gran fiore rosso, e parte la musica di un Preludio di Rachmaninov per pianoforte. Movimenti tanto piccoli, quasi impercettibili, quanto strazianti. Le mani, il capo, i piedi: Kazuo sembra scriverci un suo personale messaggio. Questo signore allora più che novantenne, scrive una sorta di epistola al mondo, sul proprio corpo, col vibrare del proprio sangue. Un turbamento pesante, che è difficile separare dalla commozione, o collegare alle lacrime che è impossibile trattenere. Un'arte eccelsa che non si limita a rappresentare un mondo, ma ne costruisce uno proprio e originale, informato ai valori più alti.
Non è semplice subito dopo parlare con lui seppure aiutati da champagne e appetizer che il figlio e la nuora hanno preparato. Lui con un filo di voce parla di pace e di ricerca interiore, e di trasmissione di quell'arte ai suoi allievi, che affollano le lezioni della sua fondazione. Ci regala dei disegni, manda un saluto a Roma che per lui evoca la cristianità. Ma soprattutto sottolinea l'orrore per la violenza e l'ingiustizia, contro la guerra e la morte. Che lui ha vinto prima di subirla, lasciando anche ora con la sua arte e i suoi passi, un ricordo indelebile.