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FUORIPAGINA
18/06/2010
- | redazione
E' morto José Saramago
Lo scrittore portoghese José
Saramago è morto oggi nella sua casa di Tìas, a Lanzarote (isole
Canarie), all'età di 87 anni. Figlio di un povero contadino del
Ribatejo, era nato in un paesino a cento chilometri da Lisbona e
la povertà rappresentò la sua principale formazione; tra fame e
carestie la sua famiglia si trasferì presto nella capitale senza
migliorare molto le proprie condizioni; costretto ad abbandonare
la scuola per lavorare e aiutare la famiglia, Saramago passò da
un mestiere all'altro per diversi anni. Nel 1947 pubblicò il suo
primo romanzo, cui seguirono tanti altri, senza peraltro mai
interrompere la sua ricerca poetica né il lavoro di giornalista e
di critico letterario, che lo ha appassionato per tutta la vita.
Nel 1969, in pieno regime salazarista, si iscrisse al Partito
comunista, sfuggendo alle maglie della polizia politica. Nel 1998
gli venne attribuito il premio Nobel per la letteratura.
Moltissime le sue opere di
grande successo, da "Memoriale del convento" al
"Vangelo secondo Gesù", che gli procurò forti ostilità
nel cattolicissimo Portogallo spingendolo ad emigrare: d'altra
parte il suo rapporto con la religione (non solo cattolica) è
stato sempre molto conflittuale e critico. In uno dei suoi lavori
più recenti, "Caino", definì il dio della Bibbia "vendicativo,
rancoroso, cattivo, indegno di fiducia"; così come Saramago
non ha risparmiato critiche alla politica israeliana e
all'atteggiamento degli ebrei di oggi, affermando che "vivere
nell'ombra dell'Olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di
ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi
sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato
molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni" -
da cui le accuse di antisemitismo che lo hanno immediatamente
raggiunto. Negli ultimi anni il Saramago giornalista aveva anche
avviato un blog e un dialogo con i lettori - nel quale di recente
aveva rivolto dure critiche anche a Berlusconi.
Addio a José Saramago
di Francesca Borrelli
su il manifesto del
19/06/2010
«C'è chi scrive per
allontanare la morte - disse un giorno il romanziere portoghese - io
lo faccio per conoscere l'altro». Aveva ottantasette anni ed era
malato di leucemia. La morte lo ha colto nell'isola di Lanzarote dove
si era trasferito all'indomani delle polemiche seguite alla
pubblicazione del Vangelo secondo Gesù. Molto rimarrà della sua
opera, e in particolare l'allegoria della condizione umana avviata con
Cecità. Approdò tardi alla carriera di scrittore, quando la sua
militanza comunista - mai rinnegata - gli fece perdere il posto i
giornalista. Nel 098 il Nobel
Tutti i grandi scrittori
hanno una voce riconoscibile, ma José Saramago aveva saputo imporre
all'orecchio dei suoi lettori qualcosa di più: una musicalità
finalizzata non tanto a comporre lo spartito ideale per accogliere
sequenze di frasi perfette, quanto a cercare il giusto ritmo per
addentrarsi in ragionamenti sostenuti da una irrinunciabile tensione
ideale. Il meglio di ciò che lo scrittore portoghese scomparso ieri a
Lisbona ci ha lasciato si configura come una allegoria della
condizione umana nell'epoca della sua massima esposizione alla
fragilità, quella fragilità indotta dalla consapevolezza dello
scarto tra il molto che la società dei consumi promette e il poco che
mantiene; ma anche tra ciò che la nostra disponibilità al rigore
morale ci fa vedere e ciò che deliberatamente intendiamo nasconderci.
Della sua opera rimarranno nella memoria dei lettori molti tasselli,
ma quelli irrinunciabili lo stesso Saramago li ha implicitamente
indicati leggendovi a posteriori una «trilogia involontaria»: il
capitolo iniziale lo titolò Cecità, alludendo alla crisi della
ragione; quello centrale fu Tutti i nomi, dove si rimandava alle
nostre identità senza certezze, e il romanzo finale lo dedicò alla
minaccia che incombe sul lavoro e lo titolò La caverna, lasciando il
mito platonico sullo sfondo e portando in primo piano la materialità
delle condizioni di vita nelle società del capitalismo avanzato. Non
a caso, il set principale del romanzo è un enorme centro commerciale,
capace di prevenire ogni desiderio e in grado di attirare nel suo
ventre oscuro, uno dopo l'altro, tutti i personaggi del romanzo. Ma
gli incubi partoriti dalle perversioni del progresso avrebbero portato
Saramago molto oltre, fino a sfiorare i territori della scienza,
alludendo agli orizzonti aperti dalla clonazione in un libro avviato
verso un climax mozzafiato, L'uomo duplicato.
I suoi personaggi piegati ai remi
Il Nobel per la letteratura premiò Saramago nel 1998 aggiungendogli
ben poca fama, perché il suo nome era già stabilmente segnato nel
registro dei classici. Ostico, ossessivo, incurante di alimentare le
sue trame di ingredienti allettanti, lo scrittore portoghese era già
da anni un oggetto di culto per la critica e per quei lettori
conquistati dalla straordinaria intelligenza narrativa con la quale è
andato via via componendo le sue variazioni su una moderna apocalisse.
Si divertiva a disquisire sullo statuto esistenziale dei narratori
onniscienti ai quali consegnava di volta in volta la voce dei suoi
romanzi, e negava loro uno statuto indipendente dalla ferrea volontà
dell'autore: ossia dalla sua. Come Nabokov, anche lui vedeva tutti i
suoi personaggi come schiavi piegati sui remi di una barca, che solo
lui decideva dove dirigere: i discorsi romantici di quegli autori per
i quali le creature della propria inventiva vivrebbero di vita propria
lo facevano sorridere. «Io voglio che i lettori capiscano e sappiano
che la voce e l'intenzione dell'autore è presente in tutto quanto
trova scritto sulla pagina; perciò, dal mio punto di vista, il
narratore non è nient'altro se non la voce di una storia che non è
la sua, utilizzato dall'autore secondo le proprie convenienze» - mi
disse Saramago in una delle nostre interviste. «Questo non significa
che i personaggi non godano di una certa autonomia, ma è tutto
relativo. La loro indipendenza sta nel fatto che l'autore non può
obbligarli a andare contro la logica dell'intreccio, tutto qui».
Dopo un esordio narrativo precoce, affidato alla Terra del peccato,
che uscì nel '47, quando Saramago aveva appena venticinque anni, la
vena romanzesca dell'autore portoghese conobbe una lunga, trentennale
aridità. Intanto si dedicava al giornalismo, che gli consentiva di
trasferire in una scrittura veloce l'impegno politico cui non è mai
venuto meno. Ma all'indomani della rivoluzione dei Garofani, le
aspirazioni politiche più radicali si sciolsero nel primo governo
succeduto alla dittatura e Saramago, in quanto comunista, perse il
posto.
Fu così che a circa trent'anni di distanza da quella sua prima prova
giovanile, successivamente rinnegata, lo scrittore portoghese si
ritrovò di fronte alla tentazione di un secondo esordio: il libro che
uscì nel '77 a Lisbona portava come titolo Manuale di pittura e
calligrafia. Narrato in prima persona da un artista convertito alla
scrittura, descrive il passaggio dalla pittura alla narrazione non
tanto come esito di una espressività finalmente liberata, ma come
mortificazione di una inventiva sottomessa alla ottemperanza di norme
irricevibili. Già amara, l' ironia - mai più abbandonata - traversa
questo Bildungsroman di Saramago, dove i protagonisti non hanno nome e
le iniziali che li indicano, H e M, alludono a un hombre e a una mujer
emblematici della vaga identità dei singoli: primo barlume di
quell'anonimato che il narratore portoghese avrebbe poi consegnato a
tanti protagonisti della sua disillusione. Perché - come lui stesso
ha detto - «quel che ora ci distingue ha la grafia di un numero: era
così nei campi di concentramento e così è oggi nelle nostre carte
di credito», garanti della legittimità dell'esistere più di quanto
non lo siano le storie personali che hanno condotto a chiamarci come
ci chiamiamo.
Del resto, anche questa ostentata rinuncia all'evocazione del nome è
legata a un background non privo di ironia: Saramago non è che un
soprannome, regolarmente registrato all'anagrafe e tuttavia
inesistente se non come appellativo confidenziale con cui la gente del
paese era solita rivolgersi alla famiglia dello scrittore. Ora che la
sua parabola si è conclusa, sono molti i titoli che possono essere
portati a giustificazione del Nobel ricevuto: Feltrinelli li
ripubblicherà uno a uno, dopo averli guadagnati al suo catalogo in
virtù di una disputa che ha opposto lo scrittore portoghese alla
Einaudi, suo tradizionale editore. L'oggetto della contesa era il blog
in cui Saramago aveva seminato non pochi insulti al nostro premier,
insulti che lo Struzzo non volle ingoiare: perciò, l'anno scorso,
Saramago affidò il suo Quaderno alla Bollati Boringhieri, poi un'asta
decise la sorte dei suoi romanzi, ma uno solo - dei molti che
certamente Saramago aveva in mente - riuscì a trovare compimento,
Caino.
Dialoghi senza virgolette
Se c'è una peculiarità stilistica per la quale Saramago verrà
ricordato, questa riguarda il suo uso dei dialoghi, inseriti nel
continuum della narrazione senza virgolette né altro segno di stacco
a introdurli. Cominciò a scrivere così all'epoca in cui mise insieme
la tessitura di Una terra chiamata Alentejo, frutto di alcune
interviste con i contadini che sarebbero divenuti i protagonisti del
libro, le cui voci Saramago volle calare più profondamente possibile
nel corpo della trama. Protagonisti di vite miserevoli, condotte in
promiscuità con le bestie, tra tentativi di lotte disperate contro la
brutalità di un regime dittatoriale, quei contadini sarebbero
diventati i maestri del coro che Saramago avrebbe costituito con i
suoi personaggi a venire: tutti intonati alla stessa musicalità di
una prosa che non contempla stacchi tra il parlato e il resto
dell'intreccio. Ancora sottomesso alla vena neorealista che
alimentava, allora, gli scrittori della sua generazione, questo
romanzo pubblicato in Italia da Bompiani fu seguito due anni dopo dal
Memoriale del convento, dove la narrazione insegue l'eroismo della
povera gente, mentre si accende di sdegno contro la cieca ambizione
delle classi privilegiate; e tutto ruota intorno alla costruzione del
gigantesco palazzo-convento di Mafra, voluto dal Giovanni V agli inizi
del XVIII secolo. Un altro intervallo di un biennio, e con L'anno
della morte di Riccardo Reis Saramago fece i conti con il grande
Pessoa, evocato nel titolo attraverso uno dei suoi eteronimi. Ma
quando il Portogallo si avviò a entrare nella Comunità Europea, il
richiamo del passato e gli amori letterari avrebbero ceduto il passo
all'urgenza di accordarsi ai fatti della politica: la critica dello
scrittore portoghese fu puntuale e si tradusse, allora, nella
narrazione della Zattera di pietra, dove la specificità
storico-culturale della penisola iberica - una terra sospesa tra
l'Africa e l'America - viene rivendicata come presupposto ideale al
suo offrirsi in qualità di ponte con il sud del mondo.
Verso l'esilio a Lanzarote
Ancora storica l'ambientazione dell'Assedio di Lisbona, dove lo
sbaglio di un correttore di bozze genera una finzione sovvertitrice
della realtà. E, finalmente, il grande pubblico memorizzò il nome di
Saramago grazie all'enorme scandalo sollevato dal Vangelo secondo Gesù,
responsabile di veementi espressioni di sdegno sia in Portogallo che
nel resto del mondo cattolico. «Ho l'impressione che la chiesa si
occupi di amministrare i corpi molto più di quanto non si dedichi
alle anime» fu il commento di Saramago, che partì per un esilio
volontario verso l'isoletta di Lanzarote, dove ha vissuto i suoi
ultimi anni.
La parabola discendente del grande scrittore portoghese cominciò con
una fiaba titolata Le intermittenze della morte: mai la falciatrice di
anime aveva trovato rappresentazione più ironica e al tempo stesso più
soave. Forse il ritmo della sua prosa ha resistito più di quanto non
abbiano resistito i suoi contenuti, che già con Il viaggio
dell'elefante confermavano l'addio di Saramago al grande affresco
delle allegorie sociali; poi con Caino anche la sua voce sembrò
incrinarsi, ma evidentemente fortissima restava in lui la vis
polemica, che ora si indirizzava, e non per la prima volta, a
rivisitare con il consueto sarcasmo i temi biblici.
«C'è chi scrive per allontanare la morte, - disse un giorno Saramago
- io lo faccio per conoscere l'altro».
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LETTERATURA
Addio a José Saramago
poeta, visionario ed "eretico"
Lo scrittore portoghese, premio Nobel nel 1998, aveva 87 anni. Ha avuto un
malore nella sua casa di Lanzarote. I capolavori, da Memoriale del
Convento a Cecità. Gli ultimi anni segnati dalle polemiche con la Chiesa
fino alla rottura con "Caino"
di OMERO CIAI
Se n'è andato ad 87 anni il primo e unico Premio Nobel per la
Letteratura in lingua portoghese. José Saramago è morto oggi, poco
dopo le 13, nella sua casa di Tiàs, a Lanzarote (una delle Isole
Canarie), dove risiedeva dal 1991 insieme alla moglie, Pilar del Rio, e
alla fedelissima segreteria Pepa. Nato il 16 novembre del 1922 ad Azinhaga,
un piccolo villaggio a nord di Lisbona, ottenne il Nobel per la
letteratura nel 1998 dopo una esistenza segnata a lungo dalla provvisorietà
e dalla povertà. La sua famiglia di braccianti agricoli si trasferì
nella capitale dove suo padre ottenne un posto come agente di polizia ma
per le difficoltà economiche e la morte improvvisa del fratello maggiore
Saramago dovette lasciare gli studi e cercare lavoro prima come
fabbro e poi come meccanico. Riuscì a pubblicare il primo racconto,
"Terra del Peccato" nel 1947. Lo scarso successo però lo
costrinse a fare altri lavori (impiegato in una agenzia di assicurazioni,
tecnico amministrativo in una casa editrice), finché non divenne
giornalista al "Diario de Lisboa". Dopo alcuni libri di poesia
raggiunge una certa notorietà a metà degli anni Settanta, quando la
"Rivoluzione dei garofani" portò via la dittatura militare, con
la pubblicazione del "Manuale di pittura e calligrafia", cui
seguiranno due dei suoi romanzi più famosi: "Una terra chiamata
Alentejo" nel 1980 e "Memoriale del convento" nel 1982. Due
anni dopo la consacrazione con "L'anno della morte di Ricardo Reis"
e, più tardi, con un la "Storia dell'assedio di Lisbona" che
esce nel 1989.
Ateo e comunista (si iscrisse al Pcp clandestino durante la dittatura di
Salazar), ruppe con il governo del suo paese nel 1991 quando pubblicò
"Il Vangelo secondo Gesù", un romanzo eterodosso sul Messia che
scatenò una gran polemica. Il Portogallo rifiutò di presentare il libro
in un premio letterario europeo e Saramago, infuriato, lasciò Lisbona per
trasferirsi, ed autoesiliarsi, con la sua seconda moglie (e traduttrice),
Pilar, alle Canarie. Il primo ministro di allora è il presidente
portoghese di oggi: il conservatore Anibal Cavaco Silva.
Ma eretico e scomodo, Saramago, lo è stato sempre, in tutte le sue
riflessioni ed in tutti i suoi romanzi tanto da diventare un punto di
riferimento per la sinistra radicale in tutto il mondo. E' stato accusato
di antisemitismo per le sue posizioni a favore dei palestinesi in Medio
Oriente e, l'anno scorso con la sua ultima opera, "Caino",
è tornato a scontrarsi con la Chiesa cattolica portoghese. Dello stesso
periodo la battaglia con la sua casa editrice italiana, Einaudi, che
rifiutò di pubblicare un libro, "Il Quaderno" tratto
soprattutto dal suo blog, perché molto critico con Berlusconi. Nel 2004,
dopo la primavera "negra" di Cuba, ruppe anche con Fidel Castro
ma in seguito ci ripensò.
La politica è stata l'altra sua grande passione dopo la scrittura. In una
intervista, concessa a Francesc Relea de El Pais l'anno scorso, Saramago
ammise che forse il partito nel quale militava dagli anni Sessanta,
(l'ultima formazione comunista europea che conserva "l'iconografia
dei bolscevichi", bandiera rossa e falce e martello), era
"ancorato nel passato". Ma aggiunse: "Abbiamo una eredità
dalla quale non riesco a liberarmi. Ed è possibile che questa eredità
storica non abbia molto a che fare con la realtà di oggi. Ma perché la
realtà di oggi avrebbe ragione? I sentimenti sono importanti. Non
riuscirei a riconoscermi in nessun altro partito che non fosse quello
comunista portoghese: ci resto per rispetto di me stesso".
Con "Cecità", del 1995, il racconto di una epidemia che fa
diventare ciechi tutti gli abitanti di una città, che è considerato il
suo capolavoro, si apre la sua ultima tappa di scrittore. E' quella più
critica sulla società di massa, la globalizzazione, il consumo e lo
stesso funzionamento del sistema democratico europeo. Nel suo ultimo blog,
pubblicato stamattina, Saramago scrive: "Penso che la società di
oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di
riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la
scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione,
abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non
andiamo da nessuna parte".
Enzo Mazzi
Saramago è vivo e continua a far paura
Un requiescat in pace non si nega a nessun defunto. Se viene negato a
José Saramago significa che non è considerato morto. Claudio Toscani
sull'Osservatore Romano di sabato scorso ha titolato il suo articolo
demolitore L'onnipotenza (presunta) del narratore. Perché tanto
accanimento su una persona scomparsa? La sensazione è che il giornale
del papa parli non tanto della persona che non c'è più, quanto del
Saramago che continua a vivere in una corrente di pensiero ed
esperienze che dilaga nella teologia e nella prassi ecclesiale
cristiana e cattolica. E i cui connotati sono gli stessi che
caratterizzano la personalità dello scrittore scomparso. Prima di
tutto la laicità intesa come anima profonda di tutto l'agire umano,
religione compresa. Toscani imputa a Saramago «di saltare per altro
aborrito piano metafisico e incolpare, fin troppo comodamente e a
parte ogni altra considerazione, un Dio in cui non aveva mai creduto,
per via della Sua onnipotenza, della Sua onniscienza, della Sua
onniveggenza». Ma di questo Saramago è piena la Chiesa cattolica
nelle sue articolazioni anche di alto livello culturale e pastorale:
credenti che negano l'onnipotenza di Dio e che vivono «come se Dio
non ci fosse». Inaccettabile per il potere ecclesiastico che
sull'onnipotenza divina fonda il proprio dominio.
Il secondo connotato è l'umanizzazione di Gesù. Per Toscani il
Vangelo secondo Gesù è una «sfida alla memorie del cristianesimo di
cui non si sa cosa salvare». Ma è proprio questa la sfida, positiva,
di tante esperienze innovative. Al di là degli artifizi letterari,
dal romanzo di Saramago è il «Figlio dell'uomo» dei Vangeli che
riemerge con forza dalla tomba storica della divinizzazione e
sacralizzazione di Gesù. È vero che questa desacralizzazione di Gesù
è una sfida alle memorie del cristianesimo, come afferma Toscani
usando opportunamente il plurale, perché ci sono almeno due memorie e
non una sola: c'è la memoria dominante del Gesù figlio unico di Dio
e Dio egli stesso della stessa sostanza del Padre e c'è la memoria
del Gesù uomo fra gli uomini e le donne del suo tempo testimone
insieme a loro della incarnazione continua di Dio nella realtà umana
e cosmica fin dalle origini del tutto. Questa memoria del Gesù uomo
è originaria mentre quella del Gesù divinizzato è posteriore e
spuria. Il cristianesimo è nato infatti originariamente come eresia
ebraica di desacralizazione della religione: la distruzione del tempio
e l'esaltazione dell'amore fraterno al posto del sacrificio. E si è
poi affermato e ha vinto attraverso un ritorno radicale al sacro,
attraverso cioè una risacralizazione del Dio fatto uomo secondo le
esigenze della cultura greca e per il bisogno di unificazione
dell'impero sotto un unico Dio. Questo ormai si insegna nelle
Università teologiche di tutto il mondo (...).
Il terzo connotato è una nuova visione dell'esperienza evangelica
come momento esemplare della storia umana di liberazione. «Saramago -
scrive l'Osservatore - è stato fino all'ultimo inchiodato in una sua
pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo.
Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania». Il problema
del Vaticano è che di «Saramago» è piena la Chiesa. La Teologia
della Liberazione che non ha cessato di crescere e penetrare, è stata
condannata proprio per aver ceduto alla visione marxista della storia.
Si può esumare verbalmente il corpo di Saramago per darlo alle
fiamme, come al tempo del'Inquisizione con gli eretici, ma lui resta
vivo e continua a fare paura.
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