Cittadinanza universale il manifesto 11/02/01
I nuovi diritti nell'era della New economy: il convegno di
Pescara indetto da Carta, Prc e Cantieri sociali rilancia il
reddito minimo di cittadinanza
PAOLO ANDRUCCIOLI - INVIATO A PESCARA
Un reddito minimo di esistenza universale e
incondizionato. Con una formula inglese, basic income. E'
stato questo uno dei temi centrali affrontati ieri a Pescara
durante una riunione organizzata dal Cantiere sociale nazionale,
da Carta insieme a Rifondazione comunista. Oltre al
reddito minimo l'altra questione che ha determinato la giornata
è stata il movimento antiglobalizzazione di cui ha parlato in
particolare Vittorio Agnoletto della Lila, rappresentate italiano
della delegazione di Porto Alegre.
Il titolo del Cantiere come sono stati chiamati i lavori, era
"New economy e nuovi diritti". La ricaduta politica
concreta: la proposta di un reddito minimo garantito a tutti,
indipendentemente dalla collocazione nel sistema di produzione.
Andrea Fumagalli si è preso l'incarico di definire il concetto e
articolare la proposta. "Noi non proponiamo un reddito di
cittadinanza - ha spiegato Fumagalli - perché il concetto di
cittadinanza è tutto da ridefinire. Pensiamo invece a un reddito
di esistenza universale e incondizionato". Secondo Fumagalli
nella nostra epoca post-fordista il fatto stesso di esistere
significa essere produttivi. Lo siamo infatti tutti come
consumatori dato che veniamo usati come veicoli di informazione,
e lo siamo indirettamente produttivi ovvero utili alle scelte del
capitale quando guardiamo la televisione e facciamo audience. Per
Fumagalli, insomma, ogni atto diventa oggi produzione di
ricchezza. Per questo si deve pensare a distribuzione sociale del
reddito. Non più quindi proposte e modelli tipo quelli elaborati
dai governi di sinistra "Livia Turco ne sta pensando uno
analogo" o addirittura le proposte nate negli ambienti
liberisti come quella dei Chicago boys, Fumagalli propone invece
un reddito minimo dato a tutti a prescindere da qualsiasi soglia
di povertà e a prescindere appunto dalla collocazione sociale.
Alla proposta, che già suscita polemiche e critiche all'interno
della sinistra e dei sindacati, ha risposto ieri positivamente
Marco Revelli che ha detto di condividere l'idea del basic
income soprattutto perché darebbe a tutti la possibilità di
rifiutare i lavori servili che oggi vengono subiti per avere
comunque un reddito. Un reddito minimo quindi darebbe la
possibilità di passare da un lavoro all'altro con una certa
serenità. E' un modo, ha detto Revelli che era partito
dall'analisi delle modificazioni della grande fabbrica Fiat e
della lotta dei 147 ragazzi, di poter azzerare le differenze. Non
è un arrivo, ma uno strumento per una possibile ricomposizione
delle figure professionali.
Posizione critica quella espressa invece da Alfonso Gianni,
dirigente nazionale di Rifondazione comunista. Gianni ha
criticato l'idea di Fumagalli di dividere il mondo in primo
mondo, dove si ha un reddito solo perché si esiste e un mondo
povero dove invece si combatte ancora la fame e per la
sopravvivenza. Per Rifondazione comunista, caso mai, è
necessario introdurre un salario sociale per i disoccupati di
lunga data per aiutarli a rientrare nel mercato del lavoro. Una
proposta di reddito minimo generalizzata non ha senso.
L'altro elemento che ha suscitato discussione è legato alla
questione delle forme di rappresentanza dell'attività politica,
è il tema dei diritti e di Porto Alegre ovvero per schematizzare
il movimento di Seattle. Per Gigi Sullo che ha introdotto i
lavori siamo in una fase positiva di ripresa delle lotte a
livello mondiale. Una nuova fase che ha bisogno comunque di nuove
forme e forse di qualche cesura netta rispetto al passato. Ma è
anche una fase che non si svilupperà mai se non si risolve la
questione della rappresentanza e delle sue forme. Una formula
generica basata sui diritti ha detto per esempio Fulvio Perini
della Cgil torinese