un operaio parla di sé e di Alp

intervista raccolta da M. B.

L’esperienza di ALP è partita molto prima del giorno in cui andammo dal notaio , in cui decidemmo di fondare un qualcosa di alternativo ai sindacati confederali di cui non condividevamo linee, obiettivi, il modo di far accordi sempre più sbracati con l’unico scopo di favorire la controparte padronale. Accordi che tutte le volte che venivano firmati ci toglievano una fetta del nostro potere di acquisto , del nostro modo di vivere.

Abbiamo iniziato ad avere screzi, almeno nella SKF in cui lavoro io, in seguito ad un accordo che primo in Italia instaurava nelle aziende il lavoro al Sabato e alla Domenica. Mi ricordo che al di là di tutte le etichette la Stampa ci definì gli irriducibili del sindacato cattolico Da quella fermissima opposizione, nelle assemblee in tutti i posti di lavoro cercammo di convincere i lavoratori che questi erano accordi pessimi che avrebbero portato a salari bassi e a una nuova dittatura nelle fabbriche. Probabilmente fummo molto convincenti perché questo accordo del luglio 1989 fu bocciato in tutti gli stabilimenti. del gruppo SKr.

Ma il sindacato si riunì e non tenne conto del nostro NO e FimFiomUilm e Fali firmarono questo accordo, noi dovemmo subirlo.

All’inizio si capisce che il padrone non attaccò a fondo, però, col passare del tempo ci rendemmo conto che i nostri figli non avrebbero più potuto entrare in fabbrica col salario e i diritti che avevamo noi.

Io ero entrato in fabbrica giovanissimo un Venerdì; il giorno dopo per accordo sindacale bisognava lavorare per poi avere diritto a un ponte. Sei giorni dopo ci fu uno sciopero ed io partecipai e nessuno mi disse niente. Oggi i giovani sono terrorizzati. Nessuno dei ragazzi che entrano in fabbrica adesso si permetterebbe di fare uno sciopero per i primi due anni. Lo stesso per i contratti a termine.

Siamo usciti dal sindacato confederale perché di accordo in accordo , una volta ci hanno tolto la scala mobile , poi la scala mobile sulle pensioni e poi c’è stato il grande accordo sulle pensioni che ci ha fregato duramente specialmente noi che abbiamo cominciato a lavorare giovanissimi.

Ci siamo trovati ad essere la generazione che aveva lottato quando quasi nessuno credeva nel sindacato, siamo stati tartassati mentre i nostri compagni cercavano di migliorare la loro condizione in altro modo. Il sindacato ci ha sfruttati per una ventina di anni e poi quando è stata ora di difenderci ci ha scaricati in malo modo.

Le ragioni vere erano molteplici , erano nei rapporti ormai deteriorati con le strutture locali del sindacato , si iniziava a vedere persone che avevano trasformato l’azione sindacale in un asservimento nei confronti del datore di lavoro e dei capi del personale, erano persone che ti davano l’impressione che per loro il fare il sindacato fosse solo un modo per sbarcare il lunario e prepararsi ad una vita successiva in posti di responsabilità. Vedi fior di sindacalisti che negli anni in cui tutto andava per il verso giusto erano insieme a noi e poi ce li siamo trovati dall’altra parte.

Chi come noi si impegna e fa del sindacato all’interno dei posti di lavoro viene scartato e discriminato dai vertici dell’azienda e questo è capibile, ma i sindacalisti ci discriminavano per il nostro impegno , è successo anche quelle volte che ci sono stati morti in fabbrica per infortunio..

Il fatto che noi cercassimo di capire e di scavare a fondo si vedeva che dava fastidio ai responsabili sindacali di zona. Il nostro impegno sindacale, per l’abitudine che c’è nel lavorare , era fatto per noi stessi e per le persone che avevamo intorno. Così quando abbiamo rotto coi confederali non siamo usciti a pezzettini ma in massa. Vuol dire che le persone che condividevano le nostre scelte non miravano ad altro.

Un motivo del nostro rifiuto dei confederali derivava dal fatto di trovarsi in un ambiente in cui chi era sopra di noi, che era in grado di firmare gli accordi lo faceva senza tener conto di quel che pagavamo in fabbrica. La maggior parte di noi ha fatto questa esperienza ( il nucleo è stato quello della fabbriche metalmeccaniche) il prezzo che abbiamo dovuto pagare in tutti gli anni di militanza è un prezzo altissimo. Inoltre ci rendevamo conto che qualcuno senza aver alcun merito più di noi accedeva a posti più gratificanti, inoltre ci siamo resi conto che eravamo persone pestate duramente nel posto di lavoro e persone che contemporaneamente erano invise a chi occupava posti di responsabilità nel sindacato.

Neppure le gerarchie della fabbrica non erano così becere. Perché non dimentichiamo che proprio per la struttura che c’è nella fabbrica, perché avevamo frequentato tutti le scuole professionali,c’erano persone nella direzione che provavano per noi un briciolo di stima e di rispetto.

Possibile che invece il sindacato si comportasse peggio?

Allora è stato giocoforza fare le scelte che abbiamo fatto, ci sono costate anche in famiglia.

Qualcuno di noi vive con stipendio proprio e della moglie altri solo con lo stipendio della fabbrica. Molti hanno avuto problemi nello spiegare all’interno della famiglia le loro scelte. Il posto di lavoro era stato abbastanza sicuro ed oggi tutto cambiava.

Abbiamo dovuto spiegare in famiglia che si faceva una scelta sindacale che ci poneva al di fuori di tutte le tutele, ciò ha portato un’insicurezza grande. Però ci siamo stati costretti.

Non si poteva più continuare a fare attività sindacale come era stata fatta fino a quel momento.

 

Noi siamo alternativi ai padroni

Al di là di questo ciò che ha mosso quasi tutti noi e ha mosso me è un problema di dignità, incredibilmente calpestata negli ultimi anni.

Quella dignità ha smosso tanta gente e ha fatto sì che l’uscita dal sindacato confederale, soprattutto nel settore metalmeccanico, non sia stata la rivolta degli "estremisti" ma delle persone normali, i moderati.

Si sono trovate in fabbrica persone che hanno una grandissima dignità che si sono viste questa dignità strappata giorno per giorno; alle volte si capivano gli interessi dei sindacati e dei padroni altre volte è solo stato fatto per il gusto di calpestarla. Come quando siamo stati esclusi dalle elezioni dicendo che "volevamo distruggere la fabbrica", ciò quanto noi stessi costruivamo ogni giorno. Siamo stati aggrediti con la determinazione e la stupidità che alle volte ha un bambino quando strappa le ali ad una farfalla

Il fatto è che a ribellarsi sono le persone di tutti i giorni , persone che quando vengono gli operatori sindacali a parlare dell’azienda e continuano a difendere gli accordi come ottimi accordi, cominciano a pensare che forse è opportuno provare altre strade.

E’ però stata subito chiara la durezza dello scontro.

Uno scontro che si avvia a lasciare non ancora morti ma feriti nella dignità e mette in dubbio che questo sia un paese civile democratico e un paese libero.

Se noi prendessimo un ragazzino digiuno di tutto e gli spiegassimo la nostra storia e poi gli spiegassimo quello che ci hanno fatto da quando siamo usciti dal sindacato confederale questo ragazzino avrebbe seri problemi a dire a un suo coetaneo che questo è un paese democratico.

Sentendo parlare i nostri vecchi sono cose che succedevano solo col fascismo

In certi casi ciò hanno portato alcuni di noi che avevano più paura a ritornare coi confederali.

Io mi ricordo la sconfitta della Fiat nell’80 ,quelle persone sono ritornate trangugiando, a capo chino.

Ma rientrare a lavorare a capo chino nei confronti del sindacato e di dovrebbe difenderti è dura.

 

Quando abbiamo iniziato l’esperienza di ALP siamo partiti con un entusiasmo che era alle stelle, con voglia di fare, qualcuno con un senso di rivalsa, qualcuno di disgusto, qualcuno di odio verso i confederali.

Io mi ricordo che intervenendo alla presentazione di Alp nel ‘95 avevo paragonato la costruzione del sindacato a quella di una casetta, rispetto al condomino pieno di tutele dei confederali.

Una casetta che aveva un valore enorme per noi, anche se poi dovevamo attingere l’acqua al pozzo.

Questo si è puntualmente verificato: il fatto di non avere permessi sindacali è duro, fare riunioni quando si son già fatte otto ore di lavoro quando si sono già fatte otto ore di lavoro, gli impegni a casa...

Nessuno vive proprio solo del lavoro della fabbrica, quando devi fare il mattino i direttivi che si prolungano fino all’una sono duri da digerire.

La nostra esperienza se non ha portato migliaia di iscritti è però stata determinante per fare rialzare la testa ad altre categorie di lavoratori. Ho visto in ALP che ci sono persone che magari non fanno la tessera per un anno ma vengono a farsi risolvere problemi che altri sindacati non vogliono più tutelare.

Oggi sono andato in sede ho visto maestri, professori, vedo persone delle poste, vedo categorie di lavoratori, attivi intercategoriale che nel sindacato confederale non si vedono più: questo mi fa pensare che abbiamo fatto qualcosa che era necessario.

Noi abbiamo molti limiti, imposti dagli orari che facciamo, è difficile trovarsi, limiti anche nelle nostre capacità tecniche tanto è vero che si chiede sovente un po’ più di formazione, salvo poi non essere tanto disponibili a riceverla, perché ci sono cose più urgenti e il modello sindacale di questi quarant'anni è il modello di delega: "tu non pensare ci siamo noi che pensiamo".

E’ un’ esperienza che ci ha portati a vedere i problemi da tanti punti di vista, vedi la scuola, la sanità ecc. Non avrei avuto modo di approfondire se fossi rimasto nei confederali, dove il sindacalista di turno avrebbe risolto dicendo che ci pensava lui.

Io penso che qualsiasi sindacalista, sia per i problemi della fabbrica, della sanità, delle poste della scuola non si rende più conto di quali sono i veri problemi, del punto di vista dei lavoratori.

Il sindacato non è più fatto che da burocrati, non da persone che lavorano tutti i giorni.

Vedi i problemi dei ragazzi per la scuola, del paesino non più servito dalla posta ( specialmente per la nostra zona è un attacco più mirato dei precedenti al nostro vivere in questa zona) ecc.

 

I lavoratori vivono molto male questo periodo di globalizzazione, della mondializzazione.

In questa zona in cui molti hanno altri interessi al di fuori dell’azienda e dipendono per tre quarti dal salario di fabbrica e poi hanno una seconda fetta di reddito, questi non accettano, cercano di combattere e di non piegarsi a questo fenomeno.

I datori di lavoro stanno facendo una selezione rigidissima fra chi entra a lavorare, vediamo all’SKF persone giovanissime che vengono a lavorare con un contratto a tempo determinato.

Lavorano sette giorni la settimana, sotto la minaccia che se non accettano gli straordinari non saranno confermati, salvo poi scoprire che qualcuno fa straordinari al Venerdì e al sabato gli dicono vattene a casa perché il contratto a termine è finito e l'Azienda non intende più rinnovarlo..

Questi lavoratori e lavoratrici giovanissime a volte vengono prese e licenziate, poi il Fali fa domande perché siano assunte in piccole fabbriche della zona. Non più con un contratto a tempo determinato ma con un contratto da apprendista, con salario minore.

Ci stanno facendo credere che tutto va bene, che nessuno vuole ribellarsi, però qualche focolaio comincia di nuovo ad esserci.

Rispetto alla globalizzazione, alla Borsa che richiede grandi tagli di personale per far salire le azioni di qualsiasi azienda, le persone cominciano ad essere stufe, con un presidente del Consiglio di sinistra che dice che è normale, giusto licenziare e flessibilizzare.

Questo è vissuto molto male dai giovani ed ancora di più dalla nostra generazione che ormai ha lavorato 25 anni e sa che il giorno in cui ci sarà una maggiore flessibilità a pagare saranno gli anziani che hanno fra l’altro qualcosa da scontare, qualche lotta del passato.

Secondo me perché i lavoratori si rendano ben conto dei pericoli della globalizzazione ci vuole ancora un po’ di tempo, forse non tutti non capiscono il pericolo, molti cercano di adattarsi sperando in un giorno migliore, ma molti non si rendono conto.

Qualcuno comincia già a capire che il fatto che ci siano molti disoccupati è una scelta dei padroni, qualcuno diventa razzista...

Però la maggior parte delle persone, pur essendo i nostri stabilimenti quelli storici delle lotte, era abituata all’idea che la SKF non ci avrebbe lasciati a casa, oggi vede dei figli di capisquadra -che dovrebbero in qualche modo essere tutelati- e invece vengono lasciati a casa (è solo per far credere di essere imparziali?).

Il segnale è che il momento è gravissimo allora si ha paura e sovente si china la testa.

Ma fino a quando? Bisogna vedere se ci saranno le condizioni per far partire delle lotte.

Probabilmente per vedere un miglioramento bisognerà che ci impoveriscano ancora di più, aspettare ancora una generazione. Quella dei giovani attuali ha ancora tutele famigliari.

La generazione successiva per forza dovrà rimboccarsi le maniche.

 

Cosa abbiamo ottenuto: nel nostro piccolo stiamo cercando di salvare la dignità.

Sentivo parlare alla radio un ex operaio CGIL che spiegava un episodio che in modo più leggero è capitato anche nella mia vita. Parlava degli anni ‘50. In una fabbrica si spacca un pezzo di gru ed uccide un operaio. Questo delegato arriva entra nel reparto in cui c’era stato il morto e il caporeparto gli dice che non ha diritto di entrare in quel reparto. Il delegato dice io entro. Questo delegato sindacale ha visto il cadavere di un compagno coperto di sacchi di carta mentre la gente continuava a lavorare.

Questo signore ora ormai anziano non riusciva a spiegarsi perché continuassero a lavorare, eppure -diceva al cronista - "erano le stesse persone che nel ‘43 avevano fatto sciopero contro i fascisti".

Per questo continuo a sperare che un giorno al di fuori dei sindacati e dei partiti i lavoratori riescano a trovare di nuovo la dignità che c’è stata negli anni passati.

Io sono convinto che negli anni ‘50 per dura che fosse la situazione se era dura dal punto di vista economico, non era dura dal punto delle libertà individuali dal punto di vista politico. Avevano la forza di buttare fuori della fabbrica i capi fascisti.

Non dispero, pur non essendo oltremodo ottimista. Arriverà di nuovo un qualcosa che farà capire che questo sistema non funziona.

Il sistema non può solo fare uscire denaro sbriciolando gli esseri umani.

 

Il gruppo che ha fondato Alp ha cercato di difendere i valori in cui crediamo che ci trasciniamo da decenni, che hanno portato i nostri padri a scioperi anche lunghi mesi, non hanno cambiato idea hanno cercato di lottare.

Si capisce che provenendo da una certa situazione culturale, di vita abbastanza dura, è probabile che questo ci abbia coagulati e ci abbia fatto capire che avremmo avuto la determinazione necessaria per andare avanti.

Non è per niente diverso dalla determinazione che avevano i lavoratori meridionali alla Fiat nel ‘68-’69. Ci vuole una grande carica, di sicuro bisogna avere la certezza che non si è da soli e che quando qualcuno comincia a cedere c’è sempre qualcuno che riesce a trovare un motivo in più per resistere.

Io sono convinto che non sia eroico e nuovo il nostro resistere.

Io vorrei concludere questa chiacchierata con il ricordo di una persona con cui ho avuto modo di vivere alcuni momenti: un professore valdese, un liberale. Mi ha detto: "Ricorda bisogna essere convinti, e sicuri che sotto il sole non passa niente di nuovo, tutto è già successo molte volte".

Sono convinto che questa esperienza è comune a molti altri , pagata cara e che anche noi non sfuggiremo a questa sorte. Non voglio disperare e voglio sperare che questa nostra esperienza possa portare a qualcosa di utile.

E’ una esperienza che andava fatta, la storia ci insegna che qualcosa bisogna fare per poi dire "ho vissuto", un po’ perché quasi tutti noi abbiamo famiglia ed è bello raccontare che si è tenuta alta la testa ed insegnare ciò ai figli, un po’ perché è bello cercare di andare contro chi pensa di essere il padrone del mondo ed ha le redini del potere. E’ bello cercare di mettere in un angolo quelli che servono queste persone.

Perché anche se si deve piegare la testa non è necessario diventare servi.