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- di Gianpasquale Santomassimo
Anni Ottanta, l'inizio della fine
Come siamo arrivati a questo punto? Bisogna sì partire da lontano, ma
senza esagerare, senza indulgere a rivangare considerazioni
plurisecolari sul "carattere" degli italiani. È più utile
cercare vicino, nel passato a noi più prossimo. La tesi di fondo è
gli anni Ottanta sono alle origini dell'Italia attuale, della
"costruzione degli italiani" di oggi. Certo si può anche
dire che l'humus profondo del berlusconismo viene da più lontano, è
forse ancora più atavico del fascismo stesso, ma si ha la sensazione
che alcune caratteristiche specifiche dell'Italia di oggi decollino
proprio in questi anni, senza che vengano percepite e comprese dagli
stessi soggetti in campo.
Riprenderei la formulazione usata da Giulio Bollati, quasi a suggello
di una lunghissima diatriba sul rapporto tra fascismo e prefascismo:
«Nulla è nel fascismo quod prius non fuerit nella società, nella
cultura, nella politica italiana, tranne il fascismo stesso». Cosa si
voleva dire? Che erano già presenti nella situazione italiana tutti
gli elementi che sarebbero confluiti nel fascismo, ma che era decisiva
la nascita, appunto, di un catalizzatore che li aggregasse e li
fondesse, in una situazione particolarissima. Non era, quindi, lo
sbocco inevitabile di tutta la precedente storia italiana. Lo stesso
discorso si può fare per il rapporto tra gli anni Ottanta e il
berlusconismo, che fu nel decennio successivo l'ascesa - più che mai
"resistibile", da parte di avversari meno disarmati e
insipienti - di una cultura diffusa, di un sistema di potere
economico, politico e mediatico che avrebbero potuto essere
contrastati e sconfitti. Gli anni Ottanta non vanno demonizzati, anzi
bisogna confrontarsi con un decennio che probabilmente diverrà
oggetto di celebrazione e di revival, di cui già si percepiscono le
prime avvisaglie.
Quegli anni sono in fondo l'eterno presente in cui vivono o si
illudono ancora di vivere gli italiani di oggi, sono gli anni in cui
si è costruita la loro mentalità. Italiani che continuano a
coltivare il rimpianto di quel decennio e lottano per la perpetuazione
dello status acquisito allora nonostante il declino ormai ventennale
che stiamo vivendo come paese.
Gli anni Ottanta ovviamente ci sono stati in tutto il mondo, con
caratteri sostanzialmente simili sul piano politico e culturale. Hanno
avuto effetti devastanti e duraturi in tutto l'Occidente, ma solo in
Italia daranno luogo a un esito come quello che stiamo vivendo da
molti anni: predominio di una destra populista e retriva,
inabissamento della sinistra e sfarinamento del suo insediamento nel
territorio.
Bisogna ricordare cosa furono quegli anni: senza dubbio anni di grande
vitalità e di benessere diffuso che si traduceva in una vistosa
esplosione dei consumi. Anni in cui si esprimeva il sollievo
collettivo per la lenta uscita dagli anni del terrorismo. In cui
sembrava prevalere, in contrasto con il decennio precedente, il
trionfo del "privato". Già nella seconda metà degli anni
Settanta si parla di "riflusso", si celebra l'elogio del
disimpegno, i libri Adelphi scalzano i libri Einaudi nelle mode
culturali. È un decennio che cerca la sua definizione in gran parte
in contrasto con quello precedente. Gli anni Settanta erano stati
tante cose, nel bene e nel male, che non è possibile qui rievocare.
Ma si è persa a distanza la consapevolezza che quelli erano stati
anche gli anni dell'eguaglianza, forse gli unici nella nostra storia.
Quel decennio fu l'unico in cui la forbice tra le classi sociali si
assottigliò sensibilmente nella storia repubblicana, per riprendere a
crescere nel decennio successivo fino agli eccessi dell'ultimo
quindicennio.
Individualismo è sicuramente una delle parole-chiavi del decennio. Già
alla fine degli anni Settanta, nella particolare "modernità"
italiana, vengono definendosi «modelli acquisitivi individuali» - di
cui parlerà ampiamente il Censis nelle sue analisi degli anni Ottanta
- che implicano «difesa dallo Stato» e «rifiuto dello Stato», che
si innestano su una lunga tradizione e propensione, dando vita però a
una forma di società che è nuova nella sua ideologia e nelle sue
culture diffuse.
Anni di riscossa proprietaria, inaugurati dalla sconfitta operaia alla
Fiat nel 1980, dalla marcia dei quarantamila (erano la metà, ma
rimane questa cifra nella memoria) capi e quadri Fiat per le strade di
Torino. Ci sarà progressivamente, come è stato notato, la
cancellazione delle tute blu dall'immaginario diffuso degli italiani:
non perché gli operai cessino di esistere, ma perché si conviene di
non parlarne più. La borghesia in tutte le sue forme diviene
realmente la vera classe universale. Sembra decollare una finanza
popolare: molti italiani prendono a investire in Borsa, a seguire
quotidianamente i listini, a scorrere ansiosamente il Televideo per
informarsi delle valutazioni dei loro titoli. L'investimento nei Bot e
nei Cct a interessi elevatissimi diviene fenomeno di massa e per molte
categorie anche destinazione remunerativa dell'evasione fiscale.
Sono anni dell'opulenza, del vivere molto al di sopra dei propri
mezzi. Chi gira in Europa in quegli anni nota subito - mettendo a
confronto ciò che vede - l'esibizione da parte degli italiani di un
tenore di vita che è anche ostentazione di un lusso sopra le righe.
Ricchezza privata e povertà pubblica, di mezzi, di infrastrutture, di
servizi e di decoro: si afferma stabilmente nell'opinione pubblica
europea l'immagine dell'Italia come di «un paese povero abitato da
ricchi».
Sappiamo oggi - in realtà lo si sapeva anche allora, ma si fingeva di
non saperlo - che quella ricchezza si fondava su basi effimere:
svalutazione competitiva della lira per trainare l'esportazione,
enorme incremento del debito pubblico.
Si afferma un individualismo proprietario, che è trionfo di ceti
emergenti o rampanti, frutto della enorme redistribuzione di ricchezza
indotta dalla lunga svalutazione gestita dai governi del pentapartito.
Ci sono fenomeni che vengono da lontano ma si ingigantiscono in
maniera abnorme. Il doppio regime fiscale, per lavoratori dipendenti e
autonomi è sempre stato caratteristico del paese, ma qui abbiamo
attraverso la redistribuzione del reddito l'avvio di una spoliazione
del lavoro dipendente che procede costante fino ai nostri giorni,
mentre si afferma una altrettanto abnorme diffusione del lavoro
autonomo in tutte le sue forme che non ha paragoni in Europa.
Un timido tentativo operato dal ministro Visentini nel 1984 di
introdurre lo scontrino fiscale verrà vissuto da molte categorie come
un sopruso.
Ci sono aree del paese, come il mitico Nord-Est, che conoscono una
ricchezza improvvisa, e da cui muoverà quel paradosso culturale
dell'Italia degli ultimi trent'anni che vuole più indignate contro le
tasse proprio le categorie che più evadono il fisco.
L'economia sommersa, ignota alla fiscalità, viene vantata come
risorsa di un paese in cui "la nave va" (l'uso del termine
«sommerso» da parte di Craxi in una conferenza stampa a New York
produrrà singolari equivoci presso la stampa americana, che ricondurrà
l'economia underground alla mafia).
Sono gli anni del trionfo del liberismo in tutto l'Occidente, in cui
la formula meno Stato più mercato diviene un mantra per tutti i
politici e gli opinionisti in ascesa. Con alcune novità: per la prima
volta il liberismo diviene ideologia di massa, popolare e populista.
Ma soprattutto non ci troviamo di fronte alla consueta oscillazione
del pendolo tra Stato e mercato che si è sempre verificata negli
ultimi due secoli. Il liberismo che trionfa in questi anni è una
ideologia intimamente totalitaria, che non postula né consente dubbi
o alternative possibili, che si presenta come un dato di natura con la
stessa ferrea necessità di una legge scientifica. Sono i presupposti
di quello che diverrà il cosiddetto pensiero unico dopo il 1989, e
che verrà lentamente introiettato anche dalle sue vittime. Questo
trionfo si verifica in anni decisivi, che ipotecano il futuro. La
costruzione europea avverrà sulla base di questi principi. I
parametri di Maastricht, giustamente definiti «stupidi» nella loro
rigidità da Romano Prodi negli anni a venire, verranno assunti non
solo come vincolo empirico, ma anche come dogma indefettibile (e
ancora oggi, contraddicendo le lezioni di un secolo e mezzo di crisi
economiche, il primato del contenimento della spesa su quello degli
investimenti spinge al lento suicidio l'economia europea).
Nell'immaginario collettivo si affermano parole chiave: modernità,
modernizzazione, confusa ideologia che è il vero porto delle nebbie
cui approda una generazione di marxisti pentiti. Successo è un'altra
parola chiave del decennio, assieme a professionalità, tanto più
evocata quanto più difetta. «Le parole sono importanti» diceva
Nanni Moretti alla fine del decennio in Palombella rossa, dopo avere
schiaffeggiato la giornalista che dava la stura ai più vieti luoghi
comuni del linguaggio d'epoca. Arrogance, Égoïste sono alcune delle
pubblicità più invadenti del decennio, impensabili dieci anni prima.
Naturalmente in tutto questo incide moltissimo la televisione. «Pertini
non avrebbe firmato» si legge spesso nei cartelli dei manifestanti
davanti al Quirinale in prossimità di promulgazioni di leggi o
decreti controversi. Purtroppo Pertini firmò il decreto più
incredibile nella storia repubblicana, il cosiddetto Decreto
Salvapuffi disposto con urgenza da Bettino Craxi il 20 ottobre 1984,
che riaccendeva le televisioni di Berlusconi spente da un pretore e
sanciva di fatto l'esistenza di un monopolio nazionale nella
televisione privata.
È solo in parte una "nuova" televisione. In realtà è
anche un recupero della "vecchia" televisione familiare, con
i suoi Mike Bongiorno, i suoi Corrado e le sue Raffaella Carrà,
proprio nel momento in cui la Rai stava innovando il suo linguaggio e
le sue tematiche. La concorrenza al ribasso spegnerà sul nascere
questa fase di autonomia e creatività. Già nel 1985, solo cinque
anni dopo l'avvio dell'avventura di Canale 5, Federico Fellini filma
Ginger e Fred, con al centro la volgarità e l'invadenza del cavalier
Fulvio Lombardoni nelle vite degli italiani. Il film non avrà
successo, e dopo pochi anni verrà trasmesso da Rete4, massacrato
dagli spot televisivi che aveva voluto denunciare.
* Pubblichiamo il testo della relazione di Santomassimo al
convegno «Società e stato, sfera del berlusconismo» in corso a
Firenze, organizzato da Libertà e giustizia e dalla rivista storica
Passato e presente. Coordinato da Paul Ginsborg e Sandra Bonsanti, tra
gli interventi quelli di Gustavo Zagrebelsky, Norma Rangeri e Marco
Revelli.
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