Infermiere in prima linea il manifesto 26/50/01

Youngstown, Ohio. Per strada non c'è un'anima. Sarà che in genere il centro delle città americane è disabitato, si anima soltanto negli orari d'ufficio e dopo la chiusura delle acciaierie non ci sono più negozi, solo banche (più a Sud, a Lexington, Kentucky, lo scrittore Gurney Norman mi porta in centro: si vedono solo vetrine scure e porte sbarrate). Sarà che le superstrade hanno spaccato i quartieri popolari e spedito la gente nei sobborghi: non c'è un'anima in strada (ma ci vado di domenica mattina, la gente è in casa o in chiesa) neanche in quello che resta di Briar Hill, lo storico quartiere italiano e afro-americano dove, come racconta Bruce Springsteen in Youngstown, nel 1802 fu scoperto l minerale ferroso che lanciò la crescita industriale della città. Dico a John Russo, del Centro di Studi sulla Cultura Operaia dell'università di Youngstown (già: esiste niente di simile in un'università italiana?): me lo immaginavo meno verde, però. E lui: è segno che la natura se l'è ripreso. Youngstown era una città ricca - sono di qui i due massimi costruttori di shopping malls del mondo (si chiamano De Bartolo e Cafaro: il giornale dice che sono nei guai per contatti con la mafia locale); ed è qui che la Warner Brothers aprì il suo primo cinema. Ma anche nel mezzo della settimana, su queste strade fatte per le automobili, le macchine sono scarse; la benzina costa la metà della nostra ma prima costava di meno, la gente ha meno soldi in tasca, e meno posti dove andare. Salvo andarsene: il Cleveland Plain Dealer titola a sei colonne in prima, "i giovani adulti scappano in massa dal Nordest."

L'unica presenza in strada, però, è confortante: le tende e le sedie dei picchetti delle infermiere in sciopero del Northeast Hospital. John Russo apre il convegno sulla cultura operaia con un'avvertenza: non vi ammalate a Youngstown in questi giorni; ci sono due ospedali, e sono in sciopero tutti e due. Scioperano le infermiere a Northeast, sciopera il personale dei servizi, dalle pulizie alle cucine ai barellieri, al St. Elizabeth (questa è una città cattolica, italiana, slovacca, polacca, ungherese, come lo è la classe operaia americana. St. Elizabeth è di proprietà delle Sorelle dell'Umiltà di Maria. Mi spiegano al sindacato che le umili sorelle hanno un profitto di quaranta milioni di dollari l'anno, da sette anni non danno aumento, adesso offrono un'una tantum di duecento dollari ma vogliono rivalersi tagliando l'assistenza ai dipendenti).
All'università parlo con Ruth Billcheck. E' infermiera al Northeast, ma lavora part-time al dipartimento di storia (il convegno è pieno di operai dell'auto che scrivono storia, siderurgici poeti, donne che lavorano nell'edilizia e fanno teatro, studenti universitari che lavorano in fabbrica - è il lato bello della fluidità sociale e culturale dell'America). Le chiedo, che cosa volete? E lei: "rispetto". Cioè: paga più decente ma anche riconoscimento della propria dignità di lavoratori - in America, l'orgoglio operaio non è tanto autogenerato dal movimento operaio quanto prodotto dal riconoscimento strappato all'altra parte. Ma anche: controllo sulle condizioni e sui tempi di lavoro e di vita. A Northeast vigono gli straordinari obbligatori senza preavviso: "siamo come carcerate", dice; "quando escono di casa la mattina, le infermiere non sanno mai se torneranno a casa la sera, e gli saltano tutti i rapporti nella vita familiare e vita personale."

Lei sta al Northeast dal 1984: "era un bel posto, ma è andato peggiorando sempre più. Ci hanno imposto aumenti continui di produttività e al tempo stesso hanno tolto il personale di sostegno. Le infermiere in servizio ormai hanno un'età media di 46 anni; da una vita fanno lavoro intellettuale, adesso improvvisamente gli vengono richieste mansioni sempre più pesanti e il corpo non regge e si ammalano. Le mie figlie hanno visto la vita che faccio, non gli passa nemmeno per la testa di ripeterla; è tutta una generazione di figlie di infermiere che stanno alla larga da questo lavoro." Studiare da infermiera era il primo passo di promozione sociale ed emancipazione per le ragazze di estrazione operaia; adesso, "c'è una quantità di brillanti giovani dottoresse che una generazione fa sarebbero state infermiere." Quasi tutte le infermiere di Northeast sono figlie di operai delle acciaierie, ma la coscienza sindacale non gli deriva solo per via maschile. Nel 1966, le infermiere non avevano un sindacato e non potevano scioperare; allora una di loro - si chiamava Mary Ellen Patton, i lavoratori ricordano sempre i nomi dei loro eroi - inventò l'idea di dare le dimissioni in massa, e l'amministrazione dovette trattare. Se le prigioni sono l'industria a sviluppo più rapido d'America, forse gli ospedali - concentrazioni di lavoro sottopagato ma in gran parte qualificato, in larga misura immigrato e femminile - sono il terreno più fecondo di organizzazione sindacale; il sindacato forse più interessante d'America è quello degli ospedalieri, il "Local 1199" nato a New York.

Perciò, è con orgoglio che Ruth mi dice che "alle tre e mezza del primo maggio, più di seicentocinquanta infermiere hanno incrociato le braccia a Northside, e adesso, dopo tre settimane, soltanto cinque sono tornate al lavoro." Non è ottimista: "l'amministrazione rifiuta il negoziato perché deve dare una prova di forza. I medici stanno zitti, hanno paura, sanno che la loro carriera dipende dall'amministrazione e subiscono il ricatto." Di fronte al mio albergo, lo Holiday Inn è riempito dalle crumire importate tramite un'agenzia di Denver, specializzata nel fornire personale di rimpiazzo agli ospedali in sciopero. Dopo che la legislazione dell'età di Reagan ha autorizzato queste pratiche, la fornitura di crumiri volanti è un altro business in espansione, al punto che le agenzie si specializzano, questa si occupa soltanto di ospedali. Senza macchina, ai margini di questa città senza trasporti pubblici e dove per tre volte ho chiamato un taxi senza avere il bene di vederlo arrivare, sono prigioniere pure loro, caricate e scaricate come ai tempi del caporalato.
La rivendicazione principale, che combina dignità personale e controllo sulle condizioni di lavoro e di vita, è quella contro la barbarie degli straordinari obbligatori. Ruth sa bene che questa è una tendenza generalizzata, tutto il lavoro è sempre più espropriato del suo tempo. "I nostri nonni hanno lottato, alcuni di loro sono morti, per le otto ore" (mi dimentico di chiederle se è soltanto casuale la scelta di scioperare il primo maggio, giorno del primo grande sciopero per le otto ore, nel 1886), "e adesso mio fratello lavora in uno studio legale e finanziario e fa sessanta ore la settimana."
Ci sono due scioperi negli ospedali della stessa città, e non si riesce a unificarli. E' la tragedia permanente del sindacalismo americano. Qui non esistono contratti nazionali con validità universale come da noi; l'iscrizione al sindacato ha senso solo se la maggioranza dei dipendenti di ciascuna unità lavorativa votano per essere rappresentati dal sindacato, e spesso si perde (minacce, ricatti, promesse, corruzione sono solo alcune delle armi sistematicamente usate dai datori di lavoro. Pullulano altre agenzie e studi di avvocati specializzati nella consulenza antisindacale, dai cavilli legali a mezzi di legalità più dubbia). Perciò quando leggiamo che meno del 15 per cento della forza lavoro è iscritta al sindacato, non vuol dire che il sindacato è "superato"; vuol dire che più dell'85 per cento fa quello che noi chiameremmo lavoro nero. Spiego a Ed Sadlowski, mitico dirigente della sinistra dei metallurgici, che la nostra costituzione dà valore erga omnes ai contratti sindacali, e lui sbarra tanto d'occhi (e io penso che per forza la vogliono cambiare).

A St. Elizabeth, la votazione per ottenere la rappresentanza sindacale è stata persa per pochi voti, e adesso le infermiere di lì non osano unirsi alle loro compagne di Northeast ("ci hanno detto di lottare anche per loro", dice Ruth Billcheck: "sanno che se vinciamo noi anche la loro amministrazione si dovrà adeguare"). Per di più, non si riesce neanche a fare in modo che i lavoratori che stanno nello stesso posto si iscrivano allo stesso sindacato: la tradizione del sindacalismo di mestiere genera un sindacato delle infermiere (la Ohio Nurses Association), uno per il personale dei servizi (qui, i Teamsters); i dottori, che si considerano professionisti e non lavoratori, non si abbassano a iscriversi a un'unione di lavoratori (il Local 1199 è così importante proprio perché è l'eccezione, sindacato di settore e non di mestiere). E così, scioperi separati, sindacati separati, trattative separate.
Alla sede dei Teamsters, il salone delle riunioni è invaso da sacchetti di roba da mangiare, all'ingresso un tavolo raccoglie offerte in soldi: gli scioperi americani sono a oltranza, e il pagamento del salario si intrrompe subito, perciò bisogna procurarsi letteralmente da mangiare finché dura. Sui tavoli vedo complicate liste nominative che stabiliscono, in base all'anzianità di servizio e di iscrizione e alle qualifiche, la quota di sussidi a cui ciascuno ha diritto, le categorie che per un motivo o per l'altro ne sono escluse - quanto sono complicate e burocratiche siano anche le pratiche che stanno nel retroterra delle forme di lotta più elementari.

Mi mettono in mano un volantino: "L'ospedale di St. Elizabeth costringe i dipendenti a venire a lavorare anche malati, a rischio dei pazienti." Hanno diritto a non più di sette giornate di malattia l'anno, e solo dopo un certo periodo di servizio; perciò se non vogliono perdere il posto gli tocca andare a lavorare anche se stanno male. Bel paradosso, un ospedale che non si cura della salute di chi ci lavora, anzi gli taglia l'assistenza sanitaria, e che per non firmare un contratto sindacale espone al rischio persino i suoi clienti.
La sera prima di ripartire incontro Ruth Billcheck nei corridoi dell'università. Mi saluta allegra; ma le chiedo come va e mi risponde: "discussion, deferral, defeat" - discussioni, differimenti, disfatta. Speriamo di no. Fuori, nelle strade deserte, vorremmo suonare il clacson passando davanti ai picchetti: è un modo tradizionale di esprimere solidarietà, ma ci avvertono di non farlo, la polizia vigila e fa contravvenzioni salate. I picchetti, ovviamente, stanno davanti agli ospedali; e qui, come è noto, e per il bene dei degenti, si impone il silenzio.