inchieste del manifesto

Olivetti, Ivrea: c'era una volta il futuro. E il lavoro

Brescia d'acciaio tra Lucchini e i russi

La crisi del lavoro nel laboratorio del «piccolo è bello»

In fuga da Valdagno. Senza saper che fare

China Town, paisà

Modernizzazione e taylorismo nell'Emilia rossa

Catania, tra futuro e cervelli strizzati

 

Viaggio a Scarmagno, simbolo del suicidio industriale italiano/1
Olivetti, Ivrea: c'era una volta il futuro. E il lavoro
Informatica addio Del sogno del vecchio Adriano e dei 60 mila dipendenti resta ben poco: mille lavoratori, di cui la metà in cassa integrazione e qualche computer montato per conto terzi. E' la storia della trasformazione del «capitalista funzionante» in finanziere e rentier. E del deserto del Canavese che ha rappresentato a lungo un'alternativa alla cultura industriale della Fiat
PAOLO CIOFI
SCARMAGNO (IVREA)
Pioviggina sul piazzale dello stabilimento di Scarmagno, un tempo fiore all'occhiello della Olivetti e luogo di culto dell'informatica italiana, quando il gruppo guidato da De Benedetti produceva il famoso computer M 24 e contendeva alla Ibm il primato sul mercato mondiale. L'impressione che provai allora fu forte. L'alto livello di automazione, la produzione organizzata a isole, i lavoratori in camice bianco che operavano con la precisione dei chirurghi: tutto l'ambiente aveva qualcosa di avveniristico che ti prendeva, e ti sentivi come proiettato nel futuro. Adesso si avverte un senso di spaesamento, e intorno un'atmosfera di declino se non proprio di abbandono. Sono passati 21 anni e questo è il futuro, oggi.

Schemi, modelli, persone

Il mio viaggio nel lavoro comincia da qui: dal nordovest industriale, scosso dalla crisi del suo modello che per oltre un secolo ha trainato il paese, e di cui la Fiat è l'esempio più noto e più emblematico ma certamente non unico. A dir la verità, i modelli e gli schemi m'interessano poco. L'intento è di lanciare una sonda dentro il paese reale, in quella parte della società profonda solitamente oscurata, spesso senza voce e senza rappresentanza, per cercare di portarne alla luce la condizione materiale, i pensieri e le parole, le aspirazioni e il disincanto. Insomma, per porre un problema.

Il mondo del lavoro, quest'enorme arcipelago sociale ignorato e talora vilipeso da una cultura d'impresa arrogante, nella realtà costituito da donne e uomini che continuano a portare sulle loro spalle l'Italia, si manifesta in una luce particolarmente cruda qui a Scarmagno. Ma, a ben vedere, Scarmagno non è altro che una metafora del capitalismo italiano all'epoca della globalizzazione.Con Federico Bellono, segretario della Fiom di Ivrea, e Lino Malerba, della Rsu Cms, m'inoltro nello stabilimento, ora frazionato e diviso tra le diverse società dello «spezzatino» ex Olivetti. Lo spettacolo è desolante. Gli uffici chiusi, le linee ferme, i locali della produzione computer irrimediabilmente vuoti: è il deserto dell'informatica italiana. Se già nel 1964, dando prova di una preveggente miopia, il presidente della Fiat Valletta parlava dell'informatica come di un «neo da estirpare», ora si può ben dire che la missione è stata compiuta, sebbene i mandanti e gli esecutori del crimine siano diversi.

La prima cosa che mi colpisce come un pugno allo stomaco, guardandomi intorno e discutendo con i lavoratori e tecnici che sono venuti a incontrarmi, è la svalorizzazione del lavoro, l'enorme dissipazione di abilità manuali, di competenze tecniche, di un ricco patrimonio culturale, che facevano della Olivetti un punto di eccellenza assoluto, riconosciuto nel mondo. Alla Olivetti sono nati i mainframes Elea e poi la «perottina», the first desk top computer of the world come dissero gli americani, e c'è chi ricorda l'operaio Natale Cappellaro, diventato ingegnere honoris causa per aver inventato la Divisumma.

Chi si assume la responsabilità per questo sperpero dissennato di ricchezza reale, di un patrimonio dell'intera società? Il paradosso è che mentre il paese avrebbe bisogno di un salto di qualità, qui ci sono ancora capacità, competenze, intelligenze che vengono disattivate ed espulse dalla logica inesorabile del capitale finanziario e da precise scelte «imprenditoriali». E non parliamo, per favore, di «capitale umano»: qui ci sono donne e uomini vivi, vulnerati nei loro diritti e nella loro dignità, senza retribuzione e senza lavoro per responsabilità del capitale che ha sprezzato le loro qualità e capacità professionali alla ricerca del business facile.

Quando la Olivetti occupava 60 mila dipendenti nel mondo, Scarmagno ne aveva 6 mila. Ora ne restano circa mille, di cui 500 in cassa integrazione a zero ore del ramo derivante da Olivetti Personal Computer, e altri 500 del ramo derivante da Olivetti Tecnost, che perlopiù si arrabattano nei sevizi Telecom 187 e nella riparazione dei telefonini. Come si vive in cassa integrazione con 800 euro? Chiara della Oliit, 40 anni, si occupava di marketing. Sposata con due figli e il marito che lavora nel settore della meccanica di precisione, anch'esso in difficoltà, ha tagliato su tutto: «Si spende solo per il mangiare e per il mutuo della casa, solo per la pura sopravvivenza». E la prospettiva è la disoccupazione senza ritorno, in un'area colpita anche dalla crisi dell'indotto Fiat: «Ho un'età che mi condiziona. Il mercato del lavoro non mi vuole più».

Tra gli operai della Cell-Tell, che riparano cellulari e sono inquadrati con il contratto originario dei metalmeccanici, prevale la frustrazione e l'insicurezza. «Avevamo professionalità e un contratto nazionale, e adesso ci hanno sbalzato qua dentro, in una condizione di sostanziale dequalificazione e precarietà, perché ciò che conta, secondo il credo dei nuovi proprietari, non è il contratto ma il mercato, cioè la richiesta del cliente. Del resto, i giovani inseriti in azienda tramite il `tirocinio formativo' ricevono 400 euro, fanno il nostro stesso lavoro e sono non garantiti per legge. Noi ormai lo siamo di fatto». L'opinione di Raffaele e Claudio, rappresentanti Fiom, è netta. Come pure quella di Maria, dell'Innovis, esperta operaia che viene dalla Singer, e che al termine di un travagliato percorso professionale adesso è «stata venduta», come lei dice, a un'altra azienda Telecom. Lavoratori come merce senza qualità, come effetto collaterale del mercato, puri e semplici «esuberi» sbattuti qua e là secondo gli interessi dell'azionista di maggioranza e del manager che comanda e si arricchisce. La Telecom, che inizialmente aveva offerto 12.000 euro per ogni causa di lavoro, dopo la prima sentenza a suo favore - spiega Sergio D'Orsi- adesso ne offre 5.000, cioè un'elemosina.

Capitalismo mutante

Il disfacimento dell'informatica italiana come possibile asse di un nuovo sviluppo è l'effetto di una scelta consapevole rivelatasi strategicamente perdente; e della trasformazione del «capitalista funzionante» in finanziere e in rentier, che privilegiando la rendita e il corso di Borsa non innova e non investe nella produzione. Di cosa parliamo, se non di un vero e proprio fallimento di un ceto capitalistico dirigente, posto di fronte alle sfide del XXI secolo? Non hanno capito, allo stesso modo dei partiti di governo, il ruolo che l'informatica avrebbe svolto nell'economia, nella cultura, in tutta l'organizzazione della società.

Un altro dato di fatto, che a Scarmagno emerge con solare evidenza: mancata innovazione e assenza di una strategia industriale, come nel caso Fiat. Quando De Benedetti, alla metà degli anni Novanta, decise che l'informatica non era strategica e traslocò nella telefonia mobile, il destino della Olivetti era segnato. Subentrato Colaninno, la società fu trasformata in un contenitore finanziario, adatto alle magie della Borsa. E' arrivato infine Tronchetti Provera che per accorciare la catena di controllo su Telecom ha semplicemente cancellato il marchio Olivetti dal registro delle società quotate. Per poi resuscitarlo con una dichiarazione di grande rilancio nell'high-tech, seguito dall'annuncio della delocalizzazione in Cina di una parte delle produzioni Tecnost.

Nel frattempo, sul versante dei personal computer abbiamo assistito a una serie infinita di passaggi di mano, di vendite e di acquisti, di scorpori e dimagrimenti. Alla creazione di innumerevoli sigle e scatole vuote, con l'intervento di avvocati e di manager presunti, di affaristi e di faccendieri veri che hanno fatto e disfatto fino all'esito attuale: la Oliit in stato di fallimento e la Cms (che ha una capacità produttiva di 1000 computer al giorno) ferma in amministrazione straordinaria.

Taiwan nel Canavese

Questa storia, nel racconto di Lino Malerba e di Sergio D'Orsi, sembra un financial thriller americano piuttosto che una vicenda reale, e bisognerebbe avere il tempo di raccontarla tutta per filo e per segno. C'è anche questo paradosso poco noto: che mentre dal Canavese si trasloca in Oriente alla caccia di manodopera a basso costo, la taiwanese Acer viene dall'Oriente a Scarmagno per produrre computer. Nel 2003 la Cms ne ha fabbricati 180.000 della linea Aspire, e avrebbe potuto continuare se i suoi presunti manager fossero stati in grado di garantire ciò che serve alla produzione. La presenza dell'Acer a Scarmagno dimostra comunque che il costo del lavoro non è il problema, e che qui la qualità del lavoro è tale da far gola a uno dei primi produttori mondiali. Non è proprio possibile rimettere in moto l'azienda, cercando e mobilitando risorse anche con l'intervento coordinato della regione e del governo? Ci vorrebbe una presenza della politica ma la politica è sorda e distante. E poi, l'informatica è una rogna: meglio dedicarsi, come dice qualcuno, alla costruzione dei campi da golf. (1, continua)

   

Brescia d'acciaio tra Lucchini e i russi
Seconda tappa del viaggio nel lavoro. Nel cuore siderurgico italiano/2
PAOLO CIOFI
BRESCIA
Dalla cabina di comando, sospesa ad alcuni metri dal suolo, si vedono in trasparenza il forno e i rottami incandescenti che fondono. Il processo è computerizzato e l'operatore lo governa attraverso una sorta di consolle in un ambiente piuttosto confortevole, insonorizzato e climatizzato. Alberto Cavedo, delegato Fiom da 28 anni, che mi ha portato fin quassù insieme a Fausto Beltrami della Cgil, commenta con qualche compiacimento: «Le condizioni di lavoro sono notevolmente migliorate. Non è più come prima, quando stavi a pochi metri da una colata di tre mila gradi con la lancia ossidrica in spalla. Adesso impieghiamo i robot. D'altra parte, però, sono aumentati notevolmente i ritmi: una volta colavi ogni tre ore e colavi 80 tonnellate, adesso ogni 40 minuti e te ne vengono giù 160». Brescia è tante cose ma è ancora - e molto - siderurgia. Qui i forni elettrici e le siviere vanno a pieno regime, e i treni di laminazione scorrono veloci fino a rilasciare il prodotto finale, soprattutto vergella. Siamo all'Alfa Acciai, il più grande stabilimento siderurgico della provincia con 870 dipendenti, considerato leader nella produzione dell'acciaio per cemento armato. Un'unità produttiva tra le più rilevanti nel robusto e complesso tessuto industriale bresciano, innervato su una fitta trama di imprese piccole e medie. Nel suo campo, se si guarda al mercato globale, con 950 milioni di euro di fatturato l'Alfa Acciai è un attore piccolo. Ma fa profitti e non sembra soffrire, al momento, per una restrizione degli ordini. Nella siderurgia bresciana, e in aziende come questa, ci sono stati investimenti significativi negli ultimi 10-15 anni. Ma mi fanno notare che sono stati finalizzati principalmente all'aumento dei ritmi e a incrementare la produttività. Anche nell'ambiente di lavoro e nell'emissione degli inquinanti vi sono state migliorie. Il deficit sta nella qualità e nell'innovazione del prodotto. «Dopo un'evoluzione continua nei processi e dopo il passaggio dal tondo per cemento armato al profilato e agli acciai speciali, oggi siamo piuttosto fermi». E Cavedo precisa: «I paesi nuovi ci incalzano non tanto per il basso costo del lavoro, che nel nostro settore incide poco a differenza dell'energia, della materia prima e dei trasporti, quanto perché ormai loro sono in grado di fare gli stessi prodotti che facciamo noi con la stessa qualità. Ma noi, con un'esperienza di mezzo secolo, potevamo (e possiamo) fare un prodotto diverso».

Per i miei interlocutori, cui si sono aggiunti nella sede della Camera del lavoro Renzo Bortolini e Piero Griotti della Fiom, insieme a Giuseppe Zucchini della Stefana Siderurgica, non ci sono dubbi: è Luigi Lucchini, l'ex «re del tondino» caduto dal trono, il prototipo del cattivo imprenditore che non crea nulla di nuovo e acquisisce il frutto del lavoro altrui, che beneficia di graziose elargizioni dallo stato e che, soprattutto, considera i lavoratori e il sindacato come nemici da combattere e sottomettere. Se per l'Alfa Acciai e in generale per la siderurgia bresciana, pur in un contesto economico irto di difficoltà, il 2004 è stato d'oro, per il boss che si è fatto da sé, diventato negli anni Ottanta presidente della Confindustria, l'anno è stato quello dello della resa. Schiacciato dai debiti, Lucchini ha ceduto le armi e soprattutto il 62% del capitale al colosso russo Severstal che ha ingoiato il secondo gruppo siderurgico italiano. Così, dopo lo smontaggio senza ritorno di Bagnoli, e dopo Terni acquisito da Thyssen Krupp, pure lo stabilimento fondamentale di Piombino è finito all'estero. C'è ancora Taranto, con Cornigliano, nelle mani del gruppo Riva, ma quel che resta della grande siderurgia italiana assomiglia molto a uno «spezzatino».

Bortolini mi fa notare che a Brescia Lucchini ha lasciato solo una sede amministrativa perché già nel 1999 gli stabilimenti di Casto («gli unici da lui realizzati») e quello di Sarezzo sono stati venduti a un gruppo veneto, nel tentativo di fronteggiare un indebitamento vicino ai due miliardi di euro, ormai pari al fatturato. Uomo di finanza più che vero imprenditore, con le mani in pasta nel sistema bancario e in Mediobanca (da cui è uscito sconfitto), e con le giuste entrature politiche, Lucchini è stato un grande beneficiato dalle partecipazioni statali, che in pratica gli hanno regalato un bel pezzo della siderurgia italiana. Ma di fronte all'internazionalizzazione dei mercati, pur avendo acquisito alcuni stabilimenti in Europa, Lucchini non ha retto e sono arrivati i russi.

Questo capitalismo italiano, alla prova dei fatti è inabile e perdente: «querulo», ha scritto Scalfari, e tale che «di solito si vendica con i deboli e si piega dinanzi ai più forti». Le coordinate che ne hanno guidato il cammino, soprattutto a partire dai favolosi anni Ottanta, quelli della «Milano da bere» e di Bettino Craxi), la finanza uber alles - pronto incasso senza strategie - e l'aggressione al salario e ai diritti dei lavoratori, lo hanno portato in un vicolo cieco. Certo è, come mi fanno notare qui a Brescia, che con la privatizzazione di interi comparti dell'industria il capitalismo di casa nostra ha avuto una grande opportunità per dimostrare quanto vale. Non è stato in grado di sfruttarla e ha reso di pubblico dominio che sicuramente vale poco, spingendo verso il declino l'economia e la società. La sfida, dunque, non è di poco conto. Anche perché il capitalismo italiano ha avuto sempre bisogno della mano pubblica nei passaggi decisivi: l'unificazione nazionale, la prima guerra mondiale, la crisi del 29-33, la ripresa del secondo dopoguerra. L'intreccio di pubblico e privato è stato assai stretto nella nostra storia. E oggi che il dogma della superiorità del privato sta andando in pezzi, non sarebbe il caso di pensare a forme nuove e inedite di presenza del pubblico nell'economia e nella società, per far avanzare una diversa qualità dello sviluppo? Il nodo è politico. Vedi - mi fanno notare sia Griotti che Zucchini - noi siderurgici sul salario riusciamo ancora a tenere grazie all'alto livello della contrattazione aziendale. Rispetto a un metalmeccanico che porta a casa intorno ai mille euro (all'Iveco ancora meno), il nostro salario è buono, circa 1500 euro al quinto livello, più i premi. Ma lavoriamo il sabato e la domenica, il giorno e la notte. Riusciamo anche a far assumere gli interinali, abbiamo ottimi rapporti con gli extracomunitari (pakistani, marocchini, egiziani), che seguono molto, partecipano e si tengono informati. Politicamente però pesiamo poco. Per dirla in breve, il sindacato è forte e la politica debole. Aggiunge Cavedo: «Dagli anni Ottanta in poi gli operai e i lavoratori non si sentono più tutelati. Anzi, si sono sentiti sempre penalizzati. L'effetto è il rigetto della politica, il qualunquismo, il leghismo. Sul terreno sindacale vedono i risultati. La politica invece la sentono lontana, non interessa... Del resto, qui l'unica fonte d'informazione per i lavoratori è il sindacato. E poi - lasciamelo dire - avere due partiti comunisti in Italia, prima che complicato è ridicolo».

Se Lucchini è stato un precursore, sia come «tagliatore di teste» che come assertore del potere assoluto dell'impresa sui lavoratori, sostenendo che gli investimenti li faceva in scioperi e innescando vertenze clamorose su diritti elementari con lo scopo dichiarato di distruggere la Fiom, alla fine si deve constatare che lui è nella polvere e il sindacato in piedi. Una vicenda istruttiva, su cui è opportuno che molti riflettano anche nel centro-sinistra, e un punto di forza da cui muovere.Qui si rendono conto che non basta difendere tenacemente trincea per trincea, fabbrica per fabbrica, categoria per categoria le conquiste ottenute di fronte a sconvolgimenti globali che scalzano la democrazia, alimentando al tempo stesso degenerazioni devoluzioniste e chiusure corporative. Il territorio, in questa visione, diventa il punto focale dell'azione e la Camera del lavoro l'attore che tiene sì il terreno contrattuale, ma anche quello sociale e culturale. «Noi ci stiamo provando», mi dice Dino Greco, segretario della Camera del lavoro. «E questo è anche un modo per riempire di contenuti la politica».

Ecco allora le piattaforme che rivendicano per i nuovi assunti il tempo indeterminato, e il rapporto organico con i lavoratori stranieri sostenuti nelle battaglie per la regolarizzazione e per la piena cittadinanza. Ecco, su un altro terreno, il viaggio della memoria ad Auschwitz con 700 studenti e insegnanti, e il convegno su «La Rsi, la repubblica voluta da Hitler». Ma - aggiunge Greco - per dare organicità al nostro discorso è necessario soprattutto costruire nel territorio vere e proprie piattaforme sociali che chiamino in causa imprese e istituzioni su precisi obiettivi, riqualificando la funzione del pubblico. E' lo strumento che il sindacato ha per far avanzare «un'idea forte di bene comune, capace di aggregare non solo gli operai e le innumerevoli figure del lavoro dipendente ma anche masse estese di cittadini e di forze intellettuali oggi demotivate e rinchiuse in se stesse». (2, continua)
Dal re del tondino al gigante Severstal
Il gruppo di Luigi Lucchini, che al momento della cessione ai russi di Severstal conta 20 siti produttivi in Italia e in Europa, si costituisce per successive acquisizioni, in cui determinanti risultano le operazioni finanziarie e gli appoggi politici.La prima acquisizione è a Sarezzo. L'ex maestro elementare, che dal commercio dei rottami era passato alla produzione del tondino, ridimensiona l'occupazione, azzera le conquiste sindacali, nega fondamentali diritti come la mensa. S'innesca uno scontro frontale con i lavoratori che dura oltre sei mesi. Siamo nel `68: la popolarità di Lucchini cresce, comincia la scalata. Il salto di qualità avviene con la privatizzazione della siderurgia pubblica che culmina con l'acquisizione delle Acciaierie di Piombino, cedute a titolo gratuito dallo stato. Una dote di 80 miliardi per i primi due anni di gestione completa l'affare. Infine, il tentativo d'internazionalizzazione: Huta Warszawa e acquisizioni in Francia, Gran Bretagna, Svezia. Il gruppo si specializza in acciai speciali lunghi, ma è sovraccarico di debiti. Arriva il «risanatore» Bondi, e la corsa si conclude nelle braccia di Servertal. I russi acquisiscono il 62% del gruppo, mentre la famiglia Lucchini e le banche detengono il 29% e il 9% delle azioni. Al momento dell'inglobamento in Serverstal, Lucchini era il secondo gruppo italiano dell'acciaio, con una produzione di 4 milioni di tonnellate e 2.500 occupati in Italia. Severstal è la principale società di uno dei maggiori gruppi russi, con 130 mila dipendenti e oltre 30 impianti in Russia e negli Usa. Nel 2004 la divisione siderurgica ha prodotto 12,8 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, di cui 10,4 milioni nell'impianto russo di Cherepovets e il resto negli Usa. I ricavi dalla vendita hanno raggiunto 6,4 miliardi di dollari, raddoppiati rispetto al 2003. L'operazione Lucchini-Severstal, il terzo significativo passaggio di un pezzo della siderurgia italiana in mani straniere, si è compiuta nell'assenza di qualsiasi iniziativa del governo, e senza interlocuzione sindacale.

(Associazione articolouno)

 

 

ALL'INZIO FU PEROTTINO
Scarmagno, luogo emblematico del lavoro, del design e della cultura industriale, è stato uno stabilimento simbolo dell'informatica italiana. Già nel 1955, Adriano Olivetti annuncia di voler sviluppare «gli aspetti scientifici dell'elettronica» perché questa condiziona la «civiltà di oggi», e non si può essere assenti «da questo settore per molti aspetti decisivo». Nel 1959 nasce Elea, un calcolatore d'avanguardia; nel 1965 il P101 (denominato «perottina» dal nome del suo progettista Perotto), considerato il primo computer da tavolo del mondo. Nel 1984 la Olivetti, rilevata nel 1978 da Carlo De Benedetti, lancia il computer M 24, un prodotto di successo sul mercato mondiale. Nel periodo di massima espansione, Scarmagno aveva 6.000 addetti, Olivetti 15.000 nel Canavese, 30.000 in Italia, 60.000 nel mondo. Oggi a Scarmagno ne restano 1.000, di cui 500 di Olivetti Tecnost (transitata da De Benedetti a Tronchetti Provera via Colaninno) nelle società WireLab, Cell-Tell e Innovis che riparano telefoni fissi e cellulari, e forniscono servizi a Telecom. Gli altri 500 sono tra le vittime più note dello «spezzatino» Olivetti, in origine dipendenti di Olivetti Personal Computer, ceduta da De Benedetti al finanziere americano Gottesmann a metà degli anni Novanta e fallita una prima volta nel `99, quando i lavoratori erano 1200. L'azienda è stata poi rilevata dal fallimento, insieme all'utilizzo del marchio Olivetti per i prodotti informatici, dall'imprenditore friulano Fulchir che successivamente scorpora e vende la parte manifatturiera al gruppo toscano Tecnodiffusione: le due realtà, complementari ma sempre più lontane sul piano industriale, si chiamano rispettivamente Ics e Cms. Nel 2002 anche Fulchir passa il testimone al gruppo Ixfin, che a sua volta nel 2003 vende alla Oliit di Luigi Luppi, che fallisce nell'ottobre scorso e da allora l'azienda è presidiata dai lavoratori. Nel frattempo, Cms viene travolta dalla crisi di Tecnodiffusione e da molti mesi è in amministrazione straordinaria: i lavoratori, come quelli di Oliit, sono pressoché tutti in cig a zero ore. E questo nonostante che Acer si sia dichiarata disponibile ad affidare a Cms alcune produzioni. Per entrambe le vertenze, in seguito alle lotte dei lavoratori, vi sono state convocazioni a Palazzo Chigi. Ma senza prospettive concrete. (a cura dell'Associazione articolouno)

 

La crisi del lavoro nel laboratorio del «piccolo è bello»
Terza tappa del viaggio nel lavoro. L'ex miracolosa provincia di Vicenza
Il Nord Est è un modello fragile, perché il mito dello «stato nascente dell'impresa», della «gente che s'inventa il capitalismo in stalla, nell'orto, nel sottoscala, sotto una tettoia» sta andando in pezzi, travolto dalle delocalizzazioni che impoveriscono il tessuto economico

PAOLO CIOFI
VICENZA
Arrivo a Vicenza dal Nord Ovest e mi rendo conto che il Nord Est, se vogliamo usare questa metafora, è un modello fragile. Fragile, perché il mito del «piccolo è bello», dello «stato nascente dell'impresa», della «gente che s'inventa il capitalismo in stalla, nell'orto, nel sottoscala, sotto una tettoia» - come scriveva uno smaliziato osservatore, Giorgio Lago - sta andando in pezzi, travolto dalla crisi. Fragile, perché la pratica delle delocalizzazioni impoverisce il tessuto economico e logora la coesione sociale, immettendo combustibile nel calderone di una crisi che non risparmia territori e settori produttivi, e che non ha alcun rispetto neanche per i marchi più illustri e titolati. Sicuramente il lavoro, o la «cultura del lavoro» come dicono qui, è stato l'architrave del modello, ma la condizione del lavoro appare oggi molto difficile e pesante. La provincia di Vicenza, «cuore del Veneto», che nel passato aveva fatto da traino all'intero Nord Est arrivando a esportare più dell'intera Grecia, ora si trova nel centro della crisi: in un solo anno le esportazioni vicentine sono crollate del 21,4%. Le ore di cassa integrazione sono invece aumentate di quasi un milione, passando da 1.985.185 a 2.800.712. Secondo una rilevazione della Cgil, Vicenza è oggi la provincia veneta con il più alto numero di lavoratori coinvolti in crisi aziendali: 4.457, di cui 1.858 tessili, 1.406 metalmeccanici e 1.193 di altri settori, mentre si estendono le aree di disagio e povertà.



Tutti padroni e padroncini?

L'idea che da queste parti siano tutti padroni e padroncini, e che gli operai non esistano più, fa parte dell'ideologia del moderno ma è stata anche un'operazione mediatica - come quella del «marchio democratico» Benetton - che serviva a diffondere l'immagine di un Nord Est futurista e innovativo, a differenza del Nord Ovest passatista, classista e industrialista. Nella realtà il Veneto (secondo dati Istat) con 775 mila tute blu è la seconda regione operaia in Italia, dopo la Lombardia e prima dell'Emilia Romagna. Perciò mi è sembrato necessario cercare di capire, prima di tutto, come vivono gli operai nuovi del Nord Est in condizioni di «normalità», cioè senza l'afflizione del licenziamento e della disoccupazione.

Nella sede sindacale delle Acciaierie Valbruna - 1000 occupati, produzione di acciaio speciale inox, un'azienda che «programma sul lungo» e che quindi, mi dicono, non dovrebbe avere problemi fino al 2010 - incontro D'Avanzo, veneto e delegato Fim, Alari, Debari e De Gaetanis, pugliesi e delegati Fiom, tutti trentenni. Qui gli operai per il 30% sono veneti e per il 70% meridionali, soprattutto pugliesi, perché il proprietario Amenduni, pugliese anche lui, ha privilegiato l'assunzione dei suoi conterranei.

Dalla discussione, cui partecipano anche Zanni segretario della Fiom e Ballan della segreteria Fim di Vicenza, insieme a Danilo Andriollo della Cgil, che è la mia guida solerte, emergono dati ed esperienze di vita illuminanti. I ritmi di lavoro sono molto intensi in azienda, ma non ci sono stati negli ultimi tempi incidenti gravi perché alla sicurezza oggi si presta più attenzione. Il salario va da i 1.000 euro (per 14 mensilità più un premio annuo di altri 1.000 euro) ai 1.300 euro, se lavori di notte e fai lo straordinario. Se sei single, con un mutuo o un affitto sui 550 euro più le spese per la macchina, già c'è poco da scialare e a malapena arrivi alla fine del mese. Se sei sposato e hai un figlio a carico, proprio non ce la fai. Qualcuno ha pensato seriamente di tornarsene in Puglia, quando la moglie non lavorava. Ma se la moglie lavora devi prendere la baby sitter, perché qui i servizi sociali sono scarsi e costano un occhio della testa. Insomma, la vita è grama. Niente vacanze, solo qualche volta una pizza. Poche relazioni sociali, a trent'anni vivi quasi in isolamento. E in solitudine devi affrontare il problema della casa, dei trasporti, dei servizi sociali, perché non esiste per questo una politica.

Zanni mi fa notare che nel passato la famiglia operaia con un salario viveva dignitosamente e riusciva anche a risparmiare. Oggi, con un solo salario, si rischia di precipitare nella povertà. E Ballan aggiunge: «Noi veneti reggiamo perché abbiamo la rete di protezione della famiglia. Di norma, i nostri genitori hanno la casa di proprietà e dei risparmi, ci aiutano finanziariamente, ci invitano a mangiare, ci tengono i figli.... Invece i meridionali e gli extracomunitari, che la rete di protezione della famiglia non ce l'hanno, sono davvero in difficoltà».

Questa è la condizione degli operai occupati. E di quelli che perdono l'occupazione, e patiscono direttamente le conseguenze della crisi? L'incontro con le lavoratrici e i lavoratori della Fiamm avviene a Montecchio Maggiore sotto il segno della preoccupazione e dell'incertezza. Sono tanti e io non posso citarli ad uno ad uno. D'altra parte, il quadro che descrivono è univoco: 200 «esuberati», uno stabilimento venduto, cassa integrazione straordinaria, mobilità volontaria. Poi ci sono gli effetti sull'indotto, in un tessuto di microimprese già logorato dalla crisi del tessile. Il gruppo Fiamm, 800 dipendenti nel vicentino, tra i primi al mondo nella produzione di batterie e avvisatori acustici per auto, e con altre produzioni meno significative, delocalizza in Cina e in India, ma soprattutto sembra soffrire dell'assenza di una strategia, tra continue ristrutturazioni e buchi di bilancio. L'avvenire è oscuro, e senza prospettive dopo l'annuncio che gli stabilimenti di Montecchio saranno chiusi.

I lavoratori hanno risposto con uno sciopero massiccio. Mi dicono che è la situazione peggiore degli ultimi vent'anni, e che forse all'esterno non si avverte perché le persone cercano di viverla con grande dignità. Ma al mercato sono sempre di più quelli che vanno a pescare nei rifiuti alimentari: e non, come una volta, per il cane o per il gatto. C'è chi chiede prestiti perché non arriva alla fine del mese, chi va a mangiare alla Croce verde, chi si rivolge al comune o al parroco per pagare le bollette.

La solidarietà? Mi raccontano che un operaio, «nostro ex Rsu», ha costituito un gruppo di 70 persone per raccogliere viveri da distribuire in parrocchia, e che le persone che li chiedono sono in continuo aumento. I partiti di tutto ciò non si interessano. L'unico punto d'appoggio è il sindacato, ma ci vorrebbe più calore - aggiungono - e una rete che rafforzi la solidarietà nel territorio. La vicinanza delle parrocchie è importante, ma non basta.

Il libero mercato non ce la fa

Il problema del rapporto con i poteri pubblici, e quindi con la politica, sta diventando per diversi aspetti centrale nella crisi che percuote il Nord Est. Da più parti, tutti chiedono interventi: ormai è chiaro che il «libero mercato», figliando disoccupazione e precarietà, da solo non ce la può fare.

A un salto da Montecchio c'è Arzignano, capitale del distretto della concia che raggruppa 10 comuni, e qui si vede benissimo la necessità di «fare sistema», superando l'individualismo esasperato.

Il piccolo è bello della fase nascente del capitalismo sembra ormai un ricordo del passato per la moltitudine di 650 aziende conciarie che danno lavoro a 7.000 persone («ma non si sa mai con certezza quante sono», osserva Dal Zovo della Filcea, che incontro con Orlandi e Boschetto, Rsu della Italian Leather e della Faeda). Per la maggior parte, le piccole imprese sono soffocate da una terziarizzazione esasperata, mentre un pugno di società leader, che hanno in tasca le chiavi della finanza, delocalizzano in Brasile e in Cina. Il contratto regionale per i dipendenti delle ditte artigiane non si rinnova da quattro anni, e sui lavoratori che non hanno tutele si scaricano licenziamenti e flessibilità. L'esigenza di un intervento pubblico all'altezza di queste emergenze cresce. Da una parte, sono necessarie politiche strutturali, che all'interno del distretto riconnettano il processo produttivo come un continuum unitario, diffondendo tecnologie e conoscenze, alzando il livello della formazione e della qualità nella salvaguardia rigorosa dell'ambiente. Dall'altra, emerge la necessità di ridefinire la centralità del fattore umano.

Mi fanno notare che nella concia siamo in presenza di un problema di enorme portata: la classe lavoratrice non è più italiana. «Gli stranieri mandano avanti le nostre aziende, ma non sono cittadini. E' la cosa più amara e più grave». Una nuova cittadinanza per tutti, questa è davvero una necessità primaria. E non solo nell'interesse delle persone che lavorano, ma anche per ricostruire l'unità complessiva del lavoro, e per contrastare il degrado della società e del territorio.

Cosa possiamo dire, a questo punto, del modello Nord Est? Innanzi tutto questo: che se il lavoro è stato il seme che lo ha generato, la svalorizzazione e la penalizzazione del lavoro non potevano che portarlo al collasso. La monocultura dell'impresa capitalistica nascente, nella fase del capitalismo globale, più che una novità sembra un interessato nonsense, o un ritorno al passato. Per il resto, alla prossima puntata.

 

Vicenza e provincia, i numeri della crisi
Con una popolazione di 819.297 residenti al 31 dicembre 2003 (di cui 111.409 nel comune capoluogo), la provincia di Vicenza si configura come una realtà economica complessa in cui spiccano due caratteristiche di fondo. In primo luogo, la forte incidenza dell'industria rispetto al terziario sia in termini di fatturato che di occupazione (49,2% degli addetti contro il 47,8%), con una posizione residuale dell'agricoltura (solo il 3%). In secondo luogo, la presenza di due comparti, l'orafo e il conciario, in cui i vicentini eccellono e che hanno un particolare peso nella struttura delle esportazioni, subito dopo il settore metalmeccanico e il tessile-abbigliamento. I quattro settori insieme coprono l'83,4% dell'intero export vicentino, così suddiviso 45,1% Europa, 17,1% America settentrionale, 13,2% Asia, 24,5% resto del mondo.Caratteristica del «modello Nord Est», e di Vicenza in particolare, è l'alto tasso di occupazione complessivo (Vicenza 65,4%, Veneto 63,0%, Italia 55,4%) come pure di quello femminile (rispettivamente, 55,9%, 50,7%, 42,0%). Ma sulla crisi del modello influisce evidentemente la forte presenza di microimprese. In provincia di Vicenza le imprese con 1 o 2 addetti sono il 71,9%, sopra i 250 addetti si situa solo lo 0,1%. La fragilità di questa conformazione è confermata dal fatto che l'87% delle imprese medesime, che copre il 20,8% del business vicentino, fattura in media meno di 5 milioni di euro l'anno, mentre l'l,1% ha un business superiore ai 50 milioni di euro, e copre il 31% del fatturato complessivo. Pur con un export sceso a 9.266 milioni di euro, Vicenza si conferma la terza provincia esportatrice italiana dopo Milano e Torino, ma in seguito alla crisi lascia sul terreno oltre un quinto delle sue esportazioni. Nel 2003 le esportazioni in Usa sono calate del 25,8%, quelle in Germania addirittura del 36,4% a dimostrazione che evidentemente il problema non è solo l'euro. Sui prodotti a basso contenuto tecnologico, la concorrenza di paesi come Cina, Turchia, Thailandia e Indonesia è particolarmente aggressiva, e l'India ha sottratto a Vicenza la leadership delle esportazioni orafe, crollate del 30,1%. Secondo la Fondazione Nordest, «l'esigua dimensionalità appare più come un limite che come l'irrobustirsi di una chance». (a cura dell'associazione «articoluno»)

 

Quarta tappa del viaggio nel lavoro. Che fine ha fatto il tessile veneto?
In fuga da Valdagno. Senza saper che fare
Imprese senza strategie per il territorio, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore lavoro si trovano ora spiazzate e fuori schema. Non sono in grado di competere nell'high tech con le aree avanzate d'Europa ma neanche di sostenere l'urto di Cina e India sul terreno del costo del lavoro...
PAOLO CIOFI
VALDAGNO
«Il Veneto ricco e prospero - mi dice Luciano Righi, studioso del territorio, che è stato parlamentare Dc e assessore al lavoro della regione - nasce da chi si è messo in proprio lavorando duramente, sacrificandosi e anche copiando ciò che facevano gli altri. Eravamo una regione agricola povera, con tassi altissimi di emigrazione, e siamo diventati ricchi». Mi vengono in mente i cinesi, e anche i marchigiani, poveri come i veneti e grandi lavoratori, che nel dopoguerra hanno popolato intere borgate di Roma. Adesso anche le Marche sono un'altra regione. Ma dietro la luccicante vetrina del benessere c'era, e c'è, una dura realtà di sfruttamento, persino di sé medesimi. Qui alcune grandi imprese, come la vecchia Pellizzari e anche la Marzotto, hanno fatto da incubatrici di competenze e di cultura industriale per operai e tecnici che hanno tentato l'avventura, per necessità o anche per vocazione: molti nuovi imprenditori provengono proprio dall'industria «storica», che ha inseminato l'impresa diffusa, sospinta anche dalla voglia d'intraprendere. Il problema è l'assenza di una politica per la piccola impresa, capace di indirizzarne la crescita e lo spontaneismo vorace, come risultante del culto del fai da te e dell'antistatalismo sfrenato della Lega.

Politiche assenti

Assente una politica per la difesa del territorio e la tutela dell'ambiente, con effetti devastanti sul traffico e il movimento delle merci, e con elevatissimi costi economici e sociali: Vicenza nel mese di marzo aveva battuto tutti i record nazionali d'inquinamento. Assente una politica per la formazione e per la ricerca. Si sa che il livello di scolarizzazione nel Veneto è basso, forse non si sa che la spesa regionale per la ricerca è vicina allo zero: 0,6% sul Pil, molto al di sotto della già evanescente spesa nazionale. «Solo il Trentino Alto Adige e la Calabria-Basilicata fanno peggio del Veneto», annota uno studio della Camera di commercio. Il risultato è che gli addetti alla Ricerca & Sviluppo sono in totale 9.652: «risalta l'arretratezza del Veneto in cui solo il 33,9% delle merci esportate presenta un contenuto tecnologicamente avanzato», contro il 47,4% nel Nord Ovest.

Per dirla in breve, al di là dell'immagine accreditata dai media, questo è un modello culturalmente arretrato e non innovativo. E ciò spiega la vastità e la profondità della crisi. Si aggiunga l'assenza di una strategia, non solo per la piccola impresa. Parlo di una strategia complessiva, in grado di definire il ruolo di quest'area, cerniera d'importanza geopolitica fondamentale, nel rapporto tra Europa occidentale e paesi ex socialisti. Nel momento in cui si aprono i mercati il Nord Est, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore lavoro, si trova spiazzato e fuori schema. Non è in grado di competere nell'high tech con le aree più avanzate d'Europa, ma non può neanche sostenere l'urto di Cina e India sul terreno del costo del lavoro. E allora si va all'estero, a Timisoara o a Samorin: una fuga, un ripiegamento verso l'arretratezza. Siamo di fronte a una crisi di fondo, che è anche identitaria e psicologica, e che non si risolve né con la svalutazione dell'euro né con l'innalzamento di barriere doganali. Si chiede innovazione, e nell'ora della crisi tutti si dichiarano innovatori.

Anche il dottor Calearo, presidente degli industriali vicentini oltre che di Federmeccanica, e uomo chiave nella Confindustria di Montezemolo. Ma la sua proposta di «un nuovo patto tra imprese e lavoratori per andare dal governo a chiedere ciò che serve» non sembra proprio una grande innovazione. Tanto più che «ciò che serve», secondo lui, sono «la flessibilità del lavoro e la velocità nel dare e trovare risposte ai problemi». Come dire che occorre spingere velocemente verso una nuova fase di flessibilità con dolcezza, cioè con il consenso dei sindacati dei lavoratori. Pensieri vecchi, e vecchie strade. Non c'è l'ombra di un'autocritica, e tanto meno il tentativo d'impostare una nuova politica industriale per dare qualità allo sviluppo, nel momento in cui i principali gruppi veneti scelgono la rendita di posizione, come Benetton che si sta rimpannucciando al riparo di Autostrade SpA, o la finanziarizzazione, come Marzotto che si trasforma in holding transnazionale, abbandonando il territorio e chi lo abita al loro destino.

L'aria pesante di Valdagno si taglia col coltello quando incontro i rappresentanti sindacali dello storico marchio vicentino, che insieme a Graziano Besaggio della Filtea sono reduci da una trattativa con i dirigenti dell'azienda. La situazione è difficile. «Chiediamo informazioni su ciò che vogliono mantenere qui e su ciò che vogliono delocalizzare, sull'organizzazione del lavoro e sulla formazione, ma loro non rispondono», osserva Besaggio. La parola d'ordine è: fare, collaudare ed eseguire. Cioè, loro comandano e tu esegui, per il resto non hai alcuna voce in capitolo. E' chiaro che impostare una trattativa in queste condizioni è un controsenso. Infatti, le relazioni sindacali sono notevolmente peggiorate, sui lavoratori piovono lettere di contestazione disciplinare. La colpevolizzazione del subalterno è la regola, e le donne - il 70% nel tessile e il 90% nell'abbigliamento - sono le più penalizzate. Già è dura con un salario di 800-900 euro, ma poi - aggiunge Monica - «non ci sono più servizi sociali per le donne che lavorano. Qui siamo quasi tutte sposate, ma non c'è asilo nido, e in quelli comunali vai in lista, non hai la precedenza perché lavori». Si chiede il part-time, ma di regola viene negato, perché l'azienda fa sapere che non tratta problemi personali. Insomma, dal paternalismo del conte Marzotto siamo passati allo stile manageriale del presidente Favrin.

Anche qui si sente, e si vede, l'incertezza del futuro. Non si sa quali effetti produrrà la riorganizzazione finanziaria del gruppo, con la separazione in due distinte società dell'abbigliamento e del tessile. Sta di fatto che se nel duemila la Marzotto occupava 3.400 persone nel distretto vicentino, oggi ne sono rimaste circa la metà tra Schio, Piovene e Valdagno, dove è concentrato l'abbigliamento, e dove dovrebbero restare la progettazione, i prototipi e il controllo. Intanto c'è la Cassa integrazione in atto, e poi hanno già trasferito il «cervello» del gruppo a Milano. Dicono che lasceranno qui la «testa», cioè alcuni uffici amministrativi. Ma la testa senza cervello non è un granché. Il consiglio di amministrazione ha già approvato la scissione delle attività del settore abbigliamento, con la concentrazione di Valentino, Marlboro Classics, M Missoni e Hugo Boss in una nuova società controllata denominata Valentino Fashion Group e quotata a Piazza Affari. In sintesi: da una parte l'abbiglimento (85% del fatturato), trasformato in sistema moda sotto le insegne di Valentino, dall'altra il tessile (15%), che resta marchiato Marzotto.

E' la conclusione della trasformazione del gruppo da manifatturiero in finanziario, con l'uscita del capofamiglia Pietro e la formazione di un patto tra diversi azionisti guidato da Antonio Favrin, il cui appannaggio è di 1.211.000 di euro. Ormai l'Italia pesa meno del 20% nel fatturato consolidato del gruppo, che nel 2004 è stato di 1.824 milioni di euro. L'80% proviene dagli stabilimenti dislocati in Germania, Svizzera, Repubblica Ceca, Lituania, Stati uniti, Tunisia e Turchia. Ma bisogna anche considerare che intere linee di Valentino vengono fabbricate interamente in Cina.

Responsabilità buttate via

In definitiva, questo è un esempio pessimo di internazionalizzazione, in cui l'impresa butta via, al tempo stesso, responsabilità sociale e responsabilità nazionale. Tuttavia la risposta non sta nell'arroccamento localistico, che ci fa solo arretrare. Il problema è se questo tipo di capitalismo è in grado di assicurare una prospettiva al paese. In ogni caso, per evitare la frantumazione globale delle classi lavoratrici e un conflitto permanente tra poveri, servirebbe davvero una cosa nuova, vale a dire l'unità transnazionale dei lavoratori.

Oscar Mancini, segretario della Cgil di Vicenza, osserva che intanto, per contrastare la fuga delle imprese dalle loro responsabilità, occorre far avanzare una diversa qualità dello sviluppo che recuperi la centralità del valore sociale del lavoro. Certo, la questione ha un'evidente risvolto politico. Ma anche il sindacato può fare di più, impegnandosi in un diffuso rapporto di massa con i lavoratori e costruendo con loro forme più stabili e penetranti di democrazia.

Condivido. E tirando le somme di queste giornate trascorse tra il Nord Est e il Nord Ovest, rilevo la presenza di tre costanti, pur nella grande varietà delle situazioni: la dissipazione del lavoro, e una difficile condizione materiale e psicologica dei lavoratori, che genera insicurezza e infelicità; il respiro corto e l'egoismo del ceto capitalistico dirigente, vecchio e nuovo, che vede solo i suoi interessi di classe, e cioè profitti, rendite e patrimoni esentasse; l'assenza della politica, separata e distante dal mondo del lavoro.

 

La parabola storica della fabbrica totale
Con i nuovi assetti societari orientati alla costruzione dell'impresa globale, si compie una lunga parabola del gruppo Marzotto, che giunge al punto esattamente opposto dal quale era partito. Dalla territorialità come componente organica della produzione alla deterritorializzazione, dall'impresa produttiva che ingloba nella sua logica anche la vita dei dipendenti, alla finanza del manager che rifiuta ogni responsabilità sociale. Il percorso ha inizio nel 1836, quando a Valdagno, piccolo borgo veneto sotto la dominazione degli Asburgo, nasce il Lanificio Luigi Marzotto e figli. Il primo passaggio cruciale si compie un secolo dopo, negli anni 20-30 del Novecento, quando Gaetano Marzotto, in concomitanza con una pesante ristrutturazione, dà vita alla «Città sociale», o «Valdagno Nuova», o «Città dell'Armonia». Un modello produttivo-sociale-urbanistico dettato dal capitalista padre-padrone, dentro il quale l'operaio e la sua famiglia devono compiere il ciclo intero della vita. Una modalità sociale della cancellazione del conflitto e della dominazione del capitale. Fino al `68, quando l'abbattimento della statua del conte Gaetano da parte degli operai simboleggia il recupero della dignità e dell'autonomia del lavoro.Poi, con l'avvento di Pietro, la fase dell'internazionalizzazione e delle acquisizioni a partire dagli anni `80: Bassetti con il Linificio e Canapificio Nazionale, Lanerossi, Gabello, Hugo Boss, Lanificio Nova Moselana di Brno, Fabbrica lituana di Kaunas, infine Valentino SpA nel 2002. Quindi ristrutturazioni e delocalizzazioni, che cominciano ben prima della liberalizzazione del commercio con la Cina. Dopo la chiusura dello stabilimento di Manerbio (Brescia), che avviene senza un'efficace mobilitazione dei lavoratori dell'intero gruppo, nel 2003 vengono espulsi dagli stabilimenti Marzotto altri 800 lavoratori a Valdagno, Mortara, Schio, Piovene, Praia a Mare. Se la «missione» è «creare valore per gli azionisti», i lavoratori e il territorio non contano, sono solo un fardello. E se l'Italia pesa sempre meno nel fatturato del gruppo, Valdagno ormai è solo un punto nella mappa del mondo Marzotto. Un ciclo si chiude. Il nuovo assetto, dice il presidente Favrin, «rende l'azienda più libera». Dalla città dell'armonia all'irresponsabilità sociale. a cura dell'associazione «articolouno»

   

VIAGGIO NEL LAVORO
China Town, paisà
Il distretto della moda di San Giuseppe Vesuviano è una colata di cemento in una sequenza di palazzoni, magazzini, negozi, dove l'abusivismo è la regola (Quinta puntata)
Un Comune di 27.000 abitanti, qui i cinesi sono più che in tutta Napoli e costituiscono uno dei perni su cui ruota l'intero sistema moda. Niente area industriale e piano regolatore in uno dei territori più popolati d'Italia, in cui sono insediate 8.000 imprese con 10.000 addetti, di cui solo 2.000 considerati regolari

PAOLO CIOFI
NAPOLI
Una volta si chiamava tessile-abbigliamento, adesso si chiama «Napoli filiera moda». L'esposizione molto accattivante sta alla Mostra d'Oltremare, il centro propulsore che l'alimenta a San Giuseppe Vesuviano. Lanterne rosse in via Astalonga, e occhi a mandorla che ti osservano dalle botteghe cariche d'ogni sorta di mercanzia: siamo sotto il Vesuvio, e questa è una singolare China town alla napoletana. Quanti sono i cinesi a San Giuseppe? Chi dice 3.000, chi 5.000. Difficile accertarlo. «Qui le cifre sono più ballerine che altrove», osserva Enzo Barbato, ex operaio dell'Alfa Romeo di Pomigliano d'Arco dove è stato segretario della Camera del Lavoro, che da queste parti è di casa perché alcuni suoi vecchi compagni si sono trasformati in piccoli imprenditori. Sta di fatto che l'ultimo censimento segnalava più residenti provenienti dalla Cina a San Giuseppe - un Comune di 27.000 abitanti - che nell'intera città di Napoli, e oggi i cinesi costituiscono qui uno dei perni su cui ruota l'intero sistema moda.

Da lavoranti a commercianti e terzisti

Da lavoranti si sono trasformati in commercianti e terzisti, ossia in concorrenti, mi fa notare Enzo Speranza, presidente del Consorzio AssoCampania. Da una parte, riforniscono gli ambulanti che «fanno mercato» nella regione e nel Mezzogiorno con prodotti di qualità medio-bassa a prezzi stracciati. Dall'altra, come scrive Maurizia Sacchetti dell' «Orientale» di Napoli in un documentato saggio, proprio i laboratori gestiti dai cinesi consentono alle ditte italiane committenti di abbassare i costi: «Un'attività produttiva della quale si servono, tramite intermediari, anche le grandi firme italiane», si tratta, aggiunge, di «uno strano outsourcing locale che non ha bisogno di trasporto né di dogane».

Il capoluogo del distretto della moda è una sorta di colata di cemento che ha sepolto gli antichi noccioleti e si torce lungo le falde del Vesuvio in una sequenza impressionante di palazzoni e palazzine, in cui si mescolano e si confondono abitazioni laboratori magazzini negozi rivendite. L'abusivismo è la regola: non c'è un'area industriale né piano regolatore in uno dei territori più popolati d'Italia, in cui sono insediate 8.000 imprese con 10.000 addetti, di cui solo 2.000 considerati regolari secondo dati dell'Ires Cgil. Qui convivono in un intreccio inestricabile tre tipi d'impresa: quelle che hanno un marchio e vanno direttamente sul mercato, le terziste che lavorano per un capocommessa, e le «nere» con diverse gradazioni fino al nero totale (vale a dire quelle che sono ufficialmente inesistenti perché non hanno partita Iva, con la conseguenza che non esistono neanche i lavoratori).

Il paragone con il mitico Nord Est, che qualcuno pure ha azzardato, mi sembra improprio: sebbene illustri firme del Nord Est abbiano abbondantemente pescato in questo mare. E poi è difficile che in quella parte d'Italia un Comune venga commissariato per infiltrazioni camorristiche, o che un distretto comprenda Ottaviano, l'ex roccaforte di don Raffaele Cutolo. Del resto, dopo un periodo di relativa calma, qui la criminalità è tornata a farsi sentire. Fare impresa in queste condizioni è indubbiamente difficile. Ma qui c'è una diffusa capacità imprenditoriale da sostenere, mi dice Luigi Giamundo, presidente della sezione tessile e abbigliamento dell'Unione industriali di Napoli, che incontro nella sua azienda. «E noi - aggiunge - vogliamo fare un salto di qualità puntando su innovazione, formazione e internazionalizzazione. Ciò comporta l'intervento della politica, l'approvazione di un piano regolatore, la fissazione di regole da rispettare per tutti». Una contestazione del neoliberismo per far crescere il «libero mercato»? Lui chiarisce che qui si è riusciti ad approdare all'agognata sponda del mercato quando hanno contestato qualcuno («diciamo Benetton») che voleva imporre ai terzisti napoletani un prezzo irrisorio per uno stock di camicie: o è così, o vado in Turchia.

Manifattura all'esterno e famiglia

Giamundo è tra quelli che hanno conquistato lo sbocco sul mercato, e qui alla «baco moda» tutto è tirato a lucido nel segno della modernità. Solo 18 dipendenti, che provvedono all'ideazione, preparano le collezioni e i modelli impiegando il Cad e le più sofisticate tecnologie. Predisposta la collezione, si raccolgono gli ordini presso la rete di vendita, quindi si affida la confezione ai terzisti, infine - rientrato il prodotto finito - si procede alla distribuzione. Dunque, la manifattura è tutta all'esterno, nel distretto o all'estero, comunque fuori dalle mura dell'azienda. Certo, bisogna colpire quelle forme di lavoro nero «che si concretano in pratiche ignobili», come lo sfruttamento dei bambini e l'impiego di dipendenti «in condizioni di pericolo o di sottomissione». Però il bello della microimpresa, su cui si regge l'intero distretto, sta nella possibilità di gestire la propria attività «con il nucleo familiare e con poche risorse», e di «appoggiarsi a catena ancora ad altri opifici esterni».

La flessibilità a fisarmonica

Questo consente una «flessibilità a fisarmonica», «una flessibilità in entrata e in uscita», insomma la flessibilità totale: «Un modello vincente che ormai viene copiato anche dalle grandi fabbriche». Che il capocommessa sia veneto o campano, non fa però alcuna differenza. Alla fine, il meccanismo del prezzo «scafazzato», cioè ridotto all'osso, si scarica sull'ultimo anello: la persona che lavora, in genere una ragazza china sulla macchina per cucire, molto spesso straniera, che quando va bene riceve un salario appena sufficiente per vivere. 800 euro, se è un' operaia provetta e se lavora tutte le settimane del mese. Ma questi sono tempi di crisi nera. Angelo Ercolano, ex operaio dell'Alfa che ora fa il trapuntista, ha 50 anni e dice di non avere memoria di una crisi così. La riduzione del potere d'acquisto è drastica, e d'altra parte la fisarmonica della flessibilità si contrae. Secondo la Cgia, nel periodo 2000-2004, i posti di lavoro nel tessile hanno avuto in Campania un crollo del 50%, mentre le esportazioni sono diminuite del 30%. Ma bisogna considerare che, a fronte di oltre un milione e mezzo di addetti regolari nella regione, si valuta che vi sia - secondo stime Ires - mezzo milione di irregolari, dei quali circa la metà totalmente al nero. Si deve quindi ritenere che le cifre ufficiali sui posti di lavoro perduti siano notevolmente sottovalutate. La Campania è la regione italiana più giovane, ma anche quella con tassi di disoccupazione giovanile da far spavento: 65% nel 2003 nella fascia di età 15-24 anni, 53% nella fascia 25-29 anni, che restano comunque stratosferici anche considerando l'occupazione irregolare. Il professor Ugo Marani, presidente dell'Ires Cgil Campania, è convinto che non si possa impostare correttamente una politica per l'occupazione e il lavoro muovendo dal mercato del lavoro: «Il punto di partenza dovrebbe essere strutturale». E qui emerge un dato preoccupante.

L'impresa tende al nanismo

La grande impresa scompare, ma la piccola non cresce, anzi manifesta una tendenza al nanismo. In Campania è morta la siderurgia, è in coma l'auto, la motoristica, la costruzione di treni. Un intero apparato industriale sta scomparendo, mentre cresce un terziario particolarmente dequalificato. Qual è l'alternativa? Bisognerebbe definire una strategia, ma una visione strategica non c'è. Questa è un'opinione che ho trovato molto diffusa. Anche il sindacato soffre in questa condizione. Ines Picardi, segretaria della Filtea, mi aveva messo sull'avviso: parlare con le operaie e gli operai a San Giuseppe Vesuviano è pressoché impossibile. I sindacati confederali non esistono, vi sono qua e là piccole strutture di servizio, i consulenti del lavoro e naturalmente gli avvocati. «E' un mondo molto chiuso, per noi impenetrabile, in cui l'elemento prevalente è l'arte di arrangiarsi».

Ma anche in aziende famose come Marinella e Kiton, in cui il padrone fa di tutto per gestire direttamente i rapporti con i dipendenti, la Cgil non è presente. Insomma, c'è un problema di rappresentanza, in una situazione oggettivamente difficile. Nella stanza della Nidil, dove sono indaffarati a seguire l'infinita casistica del lavoro atipico, avverti subito che questo è il nodo cruciale. Fabrizio Matarazzo è molto netto: «Non c'è solo la difficoltà di tenere i rapporti dentro una realtà tanto composita, è che i ragazzi sono devastati dal primo impatto con l'impresa. Si avvicinano al lavoro con speranza, e questa diventa subito delusione, amarezza, disincanto. Si sentono esclusi». Ma cosa significa questo, se non che il lavoro, per l'effetto congiunto della precarietà e dei bassi salari, non dà più accesso alla cittadinanza, cioè all'esercizio dei diritti fondamentali? Se è cosi, si tratta di una questione enorme, che attiene al destino di ognuno e insieme alla democrazia.

Proprio perciò bisognerebbe concentrare l'attenzione sui giovani e su questi lavoratori nuovi, cancellati nei diritti e come persone.

Anche perché, nell'internazionalizzazione della produzione e dei saperi, di cui il sistema moda è un esempio significativo, il lavoro viene frantumato localmente, ma diventa sempre più centrale globalmente. Giovani contro anziani? Outsider contro insider? Italiani contro cinesi? Padani contro napoletani? O costruzione di una «filiera del lavoro»? Proviamo a cambiare paradigma.

 

CAMPANIA, FILIERA MODA
La «filiera moda» sta dentro un assetto economico caratterizzato dalla presenza dominante del terziario. Secondo l'Ires Cgil, nel 2003 in Campania le imprese operanti nel settore erano 280.714 su un totale di 368.214, con 1.077.820 addetti su un totale di 1.559.231. A Napoli l'attivitàimprenditoriale prevalente è senza dubbio il commercio: 44 imprese su 100 operano in questo ambito. In rapporto alla popolazione si ottiene una densità imprenditoriale (6,6%) che colloca Napoli al quartultimo posto in Italia. Al contrario, sulla disoccupazione, la provincia napoletana fa registrare il terzo maggior «valore» del Paese, con il 24,7%. Quanto al tenore di vita, il confronto con la media nazionale del reddito pro capite disponibile mette in luce una differenza assai marcata, pari al 30% in meno. Nel comparto della moda - tessile, abbigliamento, calzature e pelle - l'Ires Cgil ha realizzato nei primi mesi di quest'anno un'indagine a campione, con un questionario diffuso tra i lavoratori. La maggior parte delle imprese degli intervistati, il 44,4%, produce per altri marchi (terzisti) e solo il 24,7% per un marchio proprio, ma spesso nell'ambito del mercato locale o nazionale. La dimensione media è di 22 addetti per impresa - dieci anni fa era pari a 42 addetti. Dalle risposte dei lavoratori si ricava inoltre che poco più della metà delle imprese (51,9%) ha investito per rinnovare impianti, attrezzature e software. Per il 58% degli intervistati, nel settore si fa uso regolare di lavoro nero e/o sommerso per evadere tasse e contenere costi di produzione; il 43,2% sarebbe disposto a denunciare il fatto per non coprire illegalità e per aiutare i propri compagni; il 34,6% non sarebbe invece disponibile alla denuncia per il timore di minacce o per non perdere il lavoro. Per il 48,1% degli intervistati, la criminalità organizzata è penetrata in maniera diretta nel settore. (A cura dell'Associazione "Articolouno")

 

Il lavoro alla Ducati, fabbrica leggera e catena pesante. Sesta puntata
Modernizzazione e taylorismo nell'Emilia rossa
Nella regione in cui storicamente la contrattazione di ogni aspetto del lavoro ha spinto l'impresa verso l'innovazione e la qualità, oggi si sperimentano modelli contrattuali che tengano insieme il luogo di lavoro e il territorio, il ruolo del privato e del pubblico. Ma resta o fa la sua comparsa l'alienazione e il sindacato viene marginalizzato
PAOLO CIOFI
BOLOGNA
Vai alla Ducati di Borgo Panigale, nella «fabbrica leggera» beatificata dal sociologo Bonomi che «sa tanto di favola del capitalismo», e trovi il taylorismo. Una catena pesante, che cadenza i ritmi di lavoro secondo tempi e metodi rigidamente impostati. Una moto da assemblare in 40 minuti. Non è il luogo delle favole. In officina, dove si fanno gli alberi motore, c'è un robot antropomorfo che si erge minaccioso e lavora a una velocità impressionante, come a dire che l'uomo potrebbe diventare superfluo. Sulla linea di montaggio, invece, il lavoro è quasi tutto manuale: non si usa la chiave inglese di Charlot in «Tempi moderni» ma le operazioni sono ugualmente molto stressanti. Poi ci sono le strozzature. «Per chiudere i carter i giapponesi hanno le presse, noi usiamo il martello. Più che operai industriali, sembriamo maniscalchi». Il tema dell'organizzazione del lavoro e dell'intensità dei ritmi è quello maggiormente presente nella riunione con i rappresentanti sindacali Fiom che si trasforma in una discussione vivace e aperta. Insieme a Beatrice Cenci, sindacalista bolognese, incontro una classe operaia giovane proveniente soprattutto dal Mezzogiorno che s'innesta su un solido tronco emiliano. Con circa 1.000 dipendenti, di cui metà operai e 150 addetti alle corse, il resto quadri, ingegneri e amministrativi, prevalentemente addetti al marketing (si vende di tutto, anche Chicco Ducati 999, «la moto radiocomandata fatta su misura per i bambini più piccoli»), Ducati ha venduto nel 2004 poco più di 35 mila moto, una quota insufficiente a reggere la concorrenza dei giapponesi, ma non solo. Un'azienda terziarizzata, che acquista fuori dalle mura il 70% delle merci, mentre dentro - esulta il sociologo - «si progetta, si verifica la qualità, si assembla, e soprattutto si vende». Una modernizzazione geniale che da gran tempo hanno inventato i façonisti di San Giuseppe Vesuviano.

Finanza e immagine

Cos'è la Ducati oggi? Finanza e immagine, poca innovazione e qualità: la risposta è unanime. Da quando nel 1996, usciti i fratelli Castiglioni, l'azionista di controllo è diventato il fondo americano Tpg (Texas Pacific Group), la Ducati ha avuto inizialmente un exploit, ma oggi i segni di difficoltà sono evidenti. «Paghiamo la logica del fondo - sottolinea Lina - che è quella della valorizzazione del titolo in Borsa per incamerare rendite tramite la popolarità del marchio. Quindi molta pubblicità e immagine, a scapito degli investimenti nella ricerca e nel prodotto». Nel primo trimestre del 2005, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, Ducati Motor Holding ha avuto un decremento dei ricavi pari al 15,1%, un calo delle immatricolazioni globali del 16% (Italia e Germania -23, Giappone -31, Gran Bretagna- 36%), una perdita di un milione di euro pre tasse. Al 31 marzo, il debito netto aveva raggiunto la vetta di 122,3 milioni di euro, pari all'82% del patrimonio. Sono cifre che parlano da sole.

Gli operai sono scontenti. Scontenti per i ritmi e per lo stress. Scontenti per la bassa qualità del lavoro e l'elevata percentuale degli scarti. Scontenti per la loro condizione materiale: come di consueto, i 1.000 euro sono il compenso mediano, e se non hai la famiglia alle spalle non ce la fai. Sono scontenti della politica. «La gente è stanca, la destra è un disastro, ma la sinistra non è un granché». «I lavoratori - osserva ancora Lina - non associano il lavoro alla politica. Per loro, lavoro e politica sono due termini separati». Qualcuno aggiunge che i giovani non sono consapevoli dei loro diritti, e si accende una forte discussione: sono i giovani disinformati e individualisti, o è del tutto insufficiente la trasmissione della memoria storica? Comunque, non si forma un giudizio comune sui processi di questi anni e sulle conquiste storiche del movimento operaio.

L'unica cosa di cui sono contenti, a quanto pare, è il sindacato. Qui - sottolineano - ci sono state «megavertenze» importanti, e l'accordo integrativo aziendale, firmato unitariamente da Fiom, Fim e Uilm, viene portato ad esempio per il ripristino di corrette relazioni sindacali, e per i contenuti in materia di formazione e di diritti individuali e collettivi. Ma anche perché ai sindacati e alle Rsu viene riconosciuta una specifica funzione nel ciclo produttivo, dove si segnalano alcune novità: riallocazione dentro le mura di qualcuna delle attività terziarizzate, trasformazione del rapporto a termine in tempo indeterminato, informazione preventiva su tempi e metodi con possibilità di controdeduzioni da parte delle Rsu.

Invece, alla Ognibene di Reggio Emilia, una fabbrica metalmeccanica di 300 addetti a conduzione familiare con una presenza prevalente di operai meridionali ed extracomunitari, e con manodopera femminile al 50% e un 20% di interinali, l'azienda non dà alcuna informazione sui sistemi tayloristici recentemente introdotti, né istituisce corsi di formazione. L'ideale è l'operaio disinformato che fa operazioni di cui non conosce la ratio a ritmi sempre più intensi determinati dalle macchine robotizzate. Il sindacato e la Rsu fanno fatica, come emerge dall'incontro con Miria, Carmine, Lino, Afro e altri insieme a Valerio Bondi della Fiom. In questa condizione, osserva Tiziano Rinaldini, «è indispensabile il recupero di una cultura sull'organizzazione del lavoro e sul taylorismo che il sindacato non ha più e che invece è essenziale per salvaguardare il potere contrattuale».

E' chiaro che molto dipende dai rapporti di forza reali e dalla capacità di misurarsi concretamente con l'organizzazione del lavoro che il grande ritorno del taylorismo induce nelle nuove forme di produzione e nella fabbrica moderna. Se il rapporto di lavoro viene decontrattualizzato, il sindacato perde di peso ma soprattutto, il lavoratore perde il controllo sui tempi e sulla remunerazione del suo lavoro, il che si ripercuote sull'intera sua vita e sulla sua posizione nella società. Per altro verso, l'innalzamento delle tutele sociali e della qualità della vita nel territorio rafforzano la posizione del lavoratore rispetto al capitale nel cuore del processo produttivo. Tra rapporti di produzione e rapporti sociali, i nessi sono sempre più stretti.

L'orario spezzato

Alla Coop Consumatori Nord Est, 4000 dipendenti, radici a Reggio con ramificazioni in Veneto, Lombardia, Friuli e anche in Sicilia e all'estero, l'organizzazione interna del lavoro provoca effetti sconvolgenti sulla vita dei dipendenti. Sia per l'orario spezzato che impedisce di svolgere altre attività, ma maggiormente perché l'uso discrezionale del part time e la variazione continua degli orari condiziona in modo determinante la vita delle persone, soprattutto delle donne. In pratica, la vita umana diventa una variabile dipendente dal mercato e dalla discrezionalità dell'impresa. E' forte in proposito la denuncia delle Rsu e dei lavoratori che incontro: «Loro decidono i tuoi tempi di lavoro e di conseguenza ti devi organizzare la vita», «se due lavorano nella distribuzione non possono fare figli», «con questo tipo di part time vanno a picco i diritti, e noi non riusciamo a frenarlo»... In una realtà come quella emiliana, nella quale storicamente la contrattazione di tutti gli aspetti del rapporto di lavoro ha spinto l'impresa verso l'innovazione e l'alta qualità, ma ha anche contribuito alla diffusione di un «welfare territoriale» che ha contenuto l'egoismo e la disarticolazione sociale, oggi si ragiona e si sperimenta intorno a modelli contrattuali che tengano insieme in una nuova progettualità il luogo di lavoro e il territorio, la società e l'ambiente, l'individuo e la classe, il ruolo dell'impresa e la funzione del pubblico. Mi sembra una delle poche cose veramente nuove in giro per l'Italia.

Non si tratta di indebolire il contratto nazionale come perno della solidarietà e dell'unificazione dei lavoratori, che al contrario va rafforzato di fronte a un processo complessivo globale-nazionale qual è la svalorizzazione del lavoro, ma di arricchirlo di altre potenzialità. Da questo punto di vista, mi sembra utile segnalare che nel contratto della Ducati si formula l'ipotesi di finanziamenti aziendali al Comune di Bologna per il potenziamento degli asili nido. E' una scelta che sta dentro l'esigenza di costruire un Fondo per le politiche sociali, alimentato anche con risorse provenienti dalla contrattazione di secondo livello.

Socialità, lavoro, ambiente

Cesare Melloni, segretario della Camera del Lavoro di Bologna, me ne dà conferma e precisa: «Nella nostra elaborazione, abbiamo individuato nella socialità, nel lavoro e nell'ambiente le determinanti dello sviluppo come qualità. Perciò, le nostre risposte vanno definite a livello territoriale ma debbono vivere dentro i processi contrattuali reali che si svolgono in azienda e nel territorio. E questo lo puoi fare solo se sei portatore di un interesse di parte che non si piega agli imperativi aziendali ma li condiziona, a partire da un punto di vista non subalterno».

C'è materia su cui lavorare.
 

BOLOGNA
Ceti medi e tute blu
L'Emilia-Romagna, considerata la regione classica dei ceti medi, con 620.000 tute blu è la terza regione operaia del paese, dopo Lombardia e Veneto, prima del Piemonte. Nella provincia di Bologna, dove più alto è il livello del terziario, il numero di lavoratori dipendenti è nettamente superiore a quello degli autonomi: 331.376 contro 115.075, con un incremento, rispettivamente, di 24.500 e di 2.074 unità nel decennio nel 1991-2001. Pur in presenza di un incremento del 47% delle ore di cassa integrazione tra il 2003 e il 2004, soprattutto nei settori chimico, delle pelli e cuoio, del legno e nell'edilizia, uno studio della Camera di commercio mette in evidenza «la sostanziale tenuta del sistema imprenditoriale bolognese», caratterizzato dalla connotazione delle piccole imprese e dall'alta qualità delle produzioni. Se le imprese fino a 10 addetti sono circa il 90%, forte è la tendenza a raggrupparsi per accedere ai mercati finali e delle forniture: i gruppi erano 2.011 nel 2.000, per il 40% degli addetti e il 47% del fatturato. I punti di forza dell'apparato produttivo bolognese sono il terziario avanzato e il settore metalmeccanico, soprattutto i motori (oltre a Ducati, Lamborghini, Magneti Marelli, Malaguti, Minarelli, ecc.) e le macchine automatiche con una posizione di leadership mondiale (Acma, Amotek, G.D., Ima, Italmec, ecc.). Alto è il livello della ricerca, come quello della formazione e dei servizi, costante e organico il rapporto con l'Università. La Provincia di Bologna ha depositato presso l'European Patent Office (Epo) oltre 280 brevetti per milione di abitanti, rispetto ai 240 di Modena, ai 170 dell'Emilia Romagna, ai 90 nazionali. In generale, Bologna e la regione si collocano ai livelli più alti negli indici economici e sociali d'Europa. La spiccata vocazione industriale dell'area bolognese è caratterizzata da costi del lavoro mediamente più elevati e da una presenza sindacale robusta e articolata, come dimostrano i 176.766 iscritti alla Camera del lavoro metropolitana (89.875 le donne) e i 12 centri distribuiti nel territorio. Un quadro da cui si potrebbe concludere che il tessuto produttivo è più forte laddove il lavoro è valorizzato e la presenza sindacale più consistente e diffusa. (Associazione culturale «articolouno»)

 

Catania, tra futuro e cervelli strizzati
St microelectronics, una prospettiva avanzata che scricchiola (7° puntata)
Meno della metà dei dipendenti lavora in produzione, la maggioranza è fatta di laureati e diplomati. Nel mondo dei semiconduttori l'azienda siciliana è tra le più importanti. O fa un salto avanti nella ricerca e nell'innovazione o rischia un drastico ridimensionamento. Il ruolo dello stato italiano, coproprietario insieme a quello francese, per fermare la crisi

PAOLO CIOFI
CATANIA
L'annuncio del taglio di 3.000 lavoratori «fuori dall'Asia», dato dal nuovo Ceo della Stmicrolectronics Carlo Bozotti il 16 maggio, ha prodotto un risultato atteso e un fatto nuovo. Da una parte, la riammissione alla negoziazione in Borsa del titolo St, sospeso in attesa di comunicazioni. Dall'altra, lo sciopero europeo del 27 maggio in tutti i siti del colosso mondiale dei semiconduttori. A Catania la partecipazione è stata dell'80-90% compresi gli impiegati, e anche questo è un fatto nuovo. Ormai - dopo un silenzio impenetrabile che durava da mesi - l'azienda ha reso esplicite le sue scelte e la minaccia della disoccupazione incombe: 1200 «esuberi» annunciati due giorni fa in Italia, di cui 210 nel sito catanese. Già nel 2004, in seguito alla chiusura degli stabilimenti di Rennes, Ottawa, Bristol e Rancho Bernardo, le Rsu avevano segnalato l'avvicinarsi di un passaggio ineludibile. O si fa un passo avanti sulla via dell'innovazione (come era previsto con la lavorazione di fette di silicio da 30 cm nel nuovo modulo M6), o il sito di Catania è destinato al ridimensionamento e alla retrocessione, con conseguenze distruttive per migliaia di giovani e ragazze, per la qualità del lavoro, per l'avvenire stesso dell'area catanese e della Sicilia.

Laureati e diplomati

Gli occupati, senza contare l'indotto che dà lavoro a 3.000 persone, sono attualmente 4.768. Di questi, il 42% ha meno di 30 anni, il 73% meno di 35. Il 93% è laureato o diplomato: in una regione che negli ultimi anni ha visto riprendere la fuga dei «cervelli», questi sono dati di rilievo. Una conformazione dell'occupazione e della forza lavoro, peraltro, che si rispecchia nella composizione delle Rappresentanze sindacali di base, in particolare della Fiom, dove incontri l'operaio e il tecnico, l'ingegnere e il fisico, e una presenza femminile particolarmente combattiva. E' una realtà nuova che si fa sentire anche all'interno del sindacato, per il modo incisivo di porre i problemi dei diritti e della qualità dello sviluppo.

Visto da qui, il percorso della St a Catania ha facce diverse. Da un lato dimostra che in Sicilia può nascere e svilupparsi un'industria ad alto contenuto tecnologico, un punto di eccellenza italiano nel mercato mondiale. La purezza del silicio qui è al top. Nel modulo M5, dove si lavorano fette da 20 cm ormai a bassa redditività, gli operatori sembrano astronauti, coperti come sono da camici integrali per non inquinare l'ambiente. La dottoressa Sipala mi fa notare che un granello di polvere su una fetta di silicio può provocare una catastrofe. Perciò, l'ambiente è mille volte più pulito di una camera operatoria dove si fanno trapianti a cuore aperto. Insomma, capacità tecniche e manageriali non sono in discussione.

Tra i primi produttori globali di semiconduttori dopo Intel, Texas Instrument, Samsung, Toshiba e Philips, St non è nota al grande pubblico ma fornisce i componenti essenziali a Nokia innanzitutto, e poi a Sony, Ibm, Bosch, e così via. In altre parole, St vuol dire telefonia, dvd, computer e molto altro ancora. In breve, questa è la moderna industria di base per nuove industrie, soprattutto per le innumerevoli applicazioni dell'elettronica e dell'informatica. In queste stanze batte il cuore manifatturiero dell'industria del XXI secolo. Il dottor Carmelo Papa, fisico catanese e vicepresidente della corporation alla guida del gruppo Mld (Microcontrollori, Lineari & Discreti), sottolinea che l'eccellenza raggiunta qui è dovuta a tre fattori: l'intuizione dell'ingegner Pistorio, oggi alla vicepresidenza della Confindustria, di puntare sul manifatturiero di alta qualità e sull'innovazione; l'abbondanza di «cervelli» (Catania - annota - regge benissimo il confronto con altre sedi universitarie in Italia e all'estero»); la forte incidenza, a vario titolo, di incentivi pubblici. Il management ha capito le «grandi opportunità offerte dal Sud a settori high tech», sebbene persista l'insufficienza della dotazione energetica, delle risorse idriche e dei trasporti (del ponte sullo stretto la St non sa che farsene, il problema è l'aeroporto).

Dunque, in Sicilia si può, il nuovo può nascere. E potrebbe anche crescere. Ma non cresce, e anzi oggi rischia di essere strozzato: ecco l'altra faccia della medaglia. La St ha ricevuto nel passato una quantità rilevante di contributi dallo stato difficilmente quantificabile tra incentivi, esenzioni dagli oneri sociali, finanziamenti diretti e indiretti per la ricerca, e così via. In omaggio al «libero mercato», l'intervento pubblico massicciamente permane ma non è trasparente. E qui non ha indotto un nuovo sviluppo del territorio, articolato e plurale: la St ha succhiato risorse per se stessa, la mitica Etna Valley non è decollata. La contraddizione è palese, e riguarda in primo luogo le strategie di una multinazionale che nel 2004 ha fatturato 8,76 miliardi di dollari con un utile netto di 601 milioni di dollari, a fronte di una perdita di 31 milioni nel primo quarto del 2005. Ma non è solo questo. I dirigenti si affrettano a dichiarare che la competizione si fa verso l'alto, non con i paesi a basso costo del lavoro. E che ricerca e innovazione devono essere continue, altrimenti «ci impoveriamo e dobbiamo rinunciare alle nostre conquiste sociali», perché ciò che ora è «alto» poi diventa «basso». I fatti però parlano un altro linguaggio: il taglio drastico della ricerca & sviluppo a Catania, la chiusura del centro design di Palermo, il trasferimento a Wuxi in Cina delle lavorazioni previste nel modulo M6 dopo un accordo con la Hynix coreana non sono effetti del caso, bensì la conseguenza di una scelta strategica di fondo, vale a dire dello spostamento del baricentro aziendale a Oriente, dove già si concentra il 47% delle vendite. Corporation is corporation, ma non si può mettere lo sviluppo del Mezzogiorno nelle mani delle multinazionali, perché le multinazionali pensano allo sviluppo di se medesime e dei propri profitti. E non si può pensare che la soluzione stia nell'abbandono del territorio e nella fuoriuscita dallo stato nazionale, dopo aver drenato risorse da esso e dal territorio. Tanto più quando lo stato, come nel caso di St, detiene una quota rilevante del capitale azionario. Né la prospettiva può essere quella di una gigantesca guerra tra poveri, che si scatenerebbe su scala globale se si seguisse la via di una competizione tra lavoratori e territori messi all'asta al massimo ribasso.

La Sicilia, come l'Italia, deve definire il suo ruolo in Europa e nel mondo. «Se non ci pensiamo noi - osserva Jole D'Agostino, ingegnere, Rsu Fiom - qui i problemi nessuno li risolve. E senza la lotta non si ottiene nulla». Il 31 marzo c'era stato uno «sciopero preventivo» di alto contenuto sociale, promosso dalle Rsu di St e da Fiom, Fim, Uilm e Ugl, per segnalare l'esigenza di una svolta, per la salvaguardia della ricerca a Catania, per una politica di sviluppo del Sud. Ma la sordità di partiti e istituzioni è stata totale. A ragione, il segretario della Fiom provinciale Orazio Freni si è dichiarato «profondamente insoddisfatto» per il loro comportamento. Effettivamente, qui si avverte una boria autoreferenziale che può produrre danni irreversibili. «Vino e turismo sono gli assi portanti del modello Miccichè - osserva Giovanna Marano, segretaria regionale della Fiom - e per il centro-destra la St sta fuori dello schema». Forse anche per il ministro dello sviluppo l'elettronica è un «neo da estirpare», come per Valletta. Resta il fatto che casinò e turismo da incrementare sulla privatizzazione del demanio non producono né ricchezza né sviluppo, e alla fine saremo tutti più poveri, eccezion fatta per pochi roditori che danno l'assalto ai beni pubblici.

E le sinistre?

Le sinistre, d'altra parte, hanno qualche motivo su cui riflettere se nelle recenti elezioni Ds, Prc e Pdci messi insieme non superano l'8,5%. Servono una strategia, una politica, ossia una finalità pubblica al servizio della collettività: dunque, un ripensamento profondo del mercato e dello stato che non può ridursi al ruolo di mero erogatore di finanziamenti senza contropartite. E per questo serve un punto di vista del lavoro, distinto e autonomo, una visione in cui si fondano contrattazione, programmazione e ruolo dell'impresa. Nelle parole del fisico Boris Di Felice e dell'ingegnere Giuseppe Sessa, entrambi rappresentanti Fiom, è ben presente la complessità della situazione, in una fase riflessiva del mercato dei componenti elettronici.

Giustamente i sindacati chiedono un tavolo nazionale con il governo. Al fondo, c'è una scelta netta da compiere, ovvero se l'Italia, dopo aver abbandonato l'informatica, debba uscire anche dalla produzione dei semiconduttori, rinunciando così a una delle poche possibilità che restano di rimanere agganciata al circuito dell'innovazione e dell'indipendenza economica. La posta in gioco è molto alta e i lavoratori si trovano immediatamente proiettati su un terreno di lotta che è insieme locale, nazionale e transnazionale. Le Rsu Fiom mostrano di esserne consapevoli quando affermano che «la solidarietà con i lavoratori del polo milanese e con quelli francesi dovrà essere ancora più salda». Una sfida inedita e difficile, che sta dentro l'esigenza più vasta e globale dell'unità del lavoro.

 

PRODUTTORE GLOBALE
Stmicroelectronics è un produttore globale di semiconduttori tra i più rilevanti al mondo, nato nel 1987 dalla fusione tra l'italiana Sgs Microelettronica e la francese Thomson Semiconducteurs. Il capitale azionario è detenuto per circa il 35% dallo stato francese e da quello italiano attraverso la Cassa depositi e prestiti, mentre il resto è rappresentato da azioni emesse e circolanti nei mercati borsistici. Il gruppo offre oltre 3.000 tipi di prodotti a più di 1.500 utilizzatori, fra i quali Alcatel, Bosch, DaimlerChrysler, Ford, Hewlett-Packard, Ibm, Marelli, Motorola, Nokia, Nortel Networks, Philips, Seagate Technology, Siemens, Sony, Thomson, Western Digital. La sede principale della società è a Ginevra, negli Usa a Carrollton (Texas), per l'Asia-Pacifico a Singapore, per il Giappone a Tokio. Le vendite 2004: 42% Asia-Pacifico, 27% Europa, 14% Nordamerica, 12% Mercati emergenti, 5% Giappone. I dipendenti sono 50.000 in 16 centri di ricerca, 39 centri di progettazione, 16 siti produttivi e 88 uffici vendita in 31 Paesi. In Italia, i dipendenti sono 10.500, di cui 4.768 a Catania e il resto nel polo milanese (Agrate e Castelletto). A Catania il 49% è nella manifattura, 26% nella ricerca e nel disegno, 25% nel marketing, vendite e amministrazione. Sono presenti nel sito attività di ricerca, sviluppo, produzione e marketing relative a diversi settori della società, tra i quali il gruppo Mld (Microcontrollori, Lineari e Discreti), che copre il 20% del fatturato globale della St. Inoltre, a Catania sono presenti attività dei gruppi Memorie, Telecomunicazioni, Periferiche per computer, Automobile, Elettronica di consumo e l'Ast. La R&S centrale è in via di smantellamento. a cura dell'Associazione "articolouno".